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Parte del pubblico zurighese non ha per nulla gradito l'allestimento del Barbiere di Siviglia rossiniano andato in scena all'Opernhaus domenica 27 dicembre.
Difficile stabilire se le contestazioni riguardassero tutto il team o soltanto il regista (Cesare Lievi), lo scenografo (Mario Botta) o la costumista (Marina Luxardo). A mio parere la debolezza di questo spettacolo è da attribuire soprattutto alla regia svogliata, scipita e a tratti persino deprimente di Cesare Lievi, peraltro uno dei più accreditati registi d'opera e di teatro sul piano mondiale. Anche il pubblico che affollava la Bühne dopo lo spettacolo (ogni première a Zurigo viene infatti festeggiata con un lauto banchetto a cui spettatori e artisti sono invitati) era concorde nell'affermare che si è trattato di una delle più deludenti regie di questi ultimi anni, imperniata su gags che nelle intenzioni dovevano risultare esilaranti, mentre in realtà erano risibili.
Mario Botta, grande architetto che però a mio modesto parere ha ben poco a che fare con il mondo dell'opera lirica, ha comunque allestito uno spazio scenico innovativo, di interessante impatto visivo, imperniato su quattro figure romboidali, sghembe e semoventi, sulle cui pareti appaiono di volta in volta miriadi di luci multicolori, immagini fotografiche e video, rispecchiamenti della scena e di tutto il teatro, effetti cromatici e altro ancora. Non sempre il movimento di queste strutture turrite si accorda però con le azioni e gli stati d'animo dei personaggi. Per esempio, il tentativo di rendere minacciose queste torri durante la celeberrima aria della calunnia è miseramente fallito. Raramente si è di fronte a momenti di grande suggestione architettonica e scenica, come nella foto di scena che accompagna questa recensione. Chissà, forse con un regista più motivato il lavoro di Botta sarebbe stato meglio valorizzato.
Stendiamo il classico velo pietoso sui costumi di Marina Luxardo, perfettamente aderenti all'idea registica (se mai ve ne sia una) di Lievi.
Anche sul piano musicale sia la concertazione sia l'interpretazione dei cantanti presentavano preoccupanti incrinature.
Nello Santi, conoscitore come pochi del melodramma ottocentesco, in questa occasione ha deluso: piuttosto imprecisi i concertati e smorzati i numerosi momenti effervescenti e spumeggianti della partitura. Come sempre straordinario il fraseggio, ma il maestro veneto non ha saputo rinnovarsi proponendo un Rossini che alla fin fine è risultato persino noioso.
Perché non si è avuto il coraggio di affidare la direzione dell'opera a uno dei tanti giovani di talento presenti oggi sulla scena mondiale? Penso per esempio a Daniele Rustioni, un ventiseienne di qualità straordinarie, che alla Fenice dirigerà proprio il Barbiere (11, 14 e 16 febbraio) e successivamente alla Scala un'altra opera di Rossini. Quel coraggio che Pereira ha avuto affidando la direzione del Corsaro di Verdi a Eivind Gullnar Jensen con esiti eccellenti.
Sul fronte del cast le cose sono andate un po' meglio.
Ottimi Javier Camarena e Carlos Chausson nei ruoli rispettivamente del Conte Almaviva e di Don Bartolo.
Bellissima la voce di Serena Malfi, sostenuta da una tecnica impeccabile, ma un po' carente sul piano interpretativo, forse perché al debutto nel ruolo.
Anche Massimo Cavalletti è dotato di una voce dal timbro stupendo. Il suo spumeggiante Figaro è stato però penalizzato da un fraseggio alquanto monotono.
Infine, che senso ha richiamare Ruggero Raimondi nel ruolo di Don Basilio? La sua straordinaria presenza scenica ormai non basta ormai più per mascherare i problemi vocali che sempre più palesa. Senza infamia e senza lode il coro e il resto del cast.
Si spera che nelle repliche lo spettacolo divenga almeno un po' più coeso.
Rossini, domenica sera, aveva il broncio.
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