INTRODUZIONE
OSSERVAZIONI GENERALI SUL COITO
Sia lodato Dio che ha messo il piacere dell'uomo nelle parti naturali della donna e ha assegnato alle parti naturali dell'uomo il compito di dare alla donna il massimo godimento.
Egli non ha permesso alle parti della donna alcuna sensazione piacevole o soddisfacente se non quando esse non sono state penetrate dall'organo del maschio; e allo stesso modo gli organi sessuali dell'uomo non conoscono riposo né quiete finché non hanno penetrato quelli della donna.
Da qui la mutua operazione. Essa si svolge tra i due attori che lottano, si allacciano, in una specie di animato conflitto. Grazie al contatto delle parti inferiori dei due ventri, il piacere divampa subito.
L'uomo è all'opera come un pestello, mentre la donna lo asseconda con movimenti voluttuosi; infine
giunge l'eiaculazione.
Il bacio sulla bocca, sulle guance, sul collo, come pure il succhiare fresche labbra, sono doni di Dio, destinati a causare l'erezione al momento favorevole. stato ancora Dio che ha abbellito il petto della donna con i seni e ha dato colori vivi alle sue guance.
Le ha anche dato degli occhi che ispirano amore e ciglia simili a lame lucenti.
Le ha fornito un ventre rotondo, un bell'ombelico, delle maestose natiche; e tutte queste meraviglie sono sostenute dalle cosce. E tra queste che Dio ha messo l'arena del combattimento; quando essa è di forme abbondanti, somiglia alla testa di un leone. E chiamata vulva. O, quanti eroi!
Dio ha dato a questo oggetto una bocca, una lingua, due labbra; sembra l'orma dello zoccolo della gazzella sulla sabbia del deserto.
Il tutto è sorretto da due stupende colonne, che dimostrano la potenza e la saggezza di Dio; esse non sono né troppo lunghe né troppo corte; e sono abbellite da ginocchia, polpacci, caviglie e calcagni,
su cui si mettono ricchi monili.
Poi l'Onnipotente ha immerso la donna in un mare di splendori, voluttà e delizie, di preziosi indumenti, con cinture scintillanti e vesti che suscitano il sorriso.
Dunque lodiamoLo ed esaltiamoLo per aver creato la donna, con le sue bellezze e il suo corpo appetitoso; Egli le ha dato la lunga chioma, un petto con i seni rigonfi e modi amorosi, che risvegliano il desiderio.
Il Signore dell'Universo ha dato loro l'impero della seduzione; tutti gli uomini, deboli o forti, sono soggetti alla debolezza dell'amore per la donna. Lo stato di malinconia in cui versano gli animi di coloro che amano e sono separati dall'oggetto amato fa ardere i loro cuori del fuoco amoroso; sono oppressi da un senso di avvilimento e infelicità; soffrono nelle vicissitudini della passione; e tutto ciò a causa del loro ardente desiderio di contatto.
Io, servo di Dio, lo ringrazio che nessuno possa evitare d'innamorarsi delle belle donne né sfuggire al desiderio di possederle, né con il mutamento, né con la fuga, né con la separazione.
Testimonio che esiste un solo Dio e che non ha nessuno al suo fianco. Compirò questa testimonianza il giorno dell'ultimo giudizio.
Testimonio anche al nostro signore e padrone, Maometto, servo e ambasciatore di Dio, il maggiore dei profeti (la benedizione e la pietà del Signore siano su di lui, sui suoi discendenti e i suoi discepoli!) che io serbo preghiere e benedizioni per il giorno del giudizio, quel momento terribile.
Ho scritto questa magnifica opera dopo un libretto intitolato La torcia del mondo, che tratta i misteri della procreazione.
Quest'ultima opera venne a conoscenza del Visir del nostro signore Abd-el-Aziz, sovrano di Tunisi.
L'illustre Visir era il suo poeta, il suo compagno, il suo amico e il suo segretario privato. Dava buoni consigli, era sincero, sagace e saggio, l'uomo più colto del suo tempo e ben edotto in tutte le cose. Si chiamava Mohammed ben Ouana ez Zonaoui ed era originario di Zanaoua. Era stato allevato ad Algeri ed era in quella città che il nostro signore Abd-el-Aziz el Mafsi l'aveva conosciuto.
Il giorno in cui Algeri fu conquistata il sovrano riparò con lui a Tunisi (possa Iddio conservare questa terra in suo potere fino al giorno della resurrezione) e lo nominò suo Gran Visir.
Quando il libro citato giunse nelle sue mani, egli mi mandò a chiamare, sollecitandomi ad andare da lui. Io andai subito a casa sua ed egli mi ricevette molto onorevolmente.
Tre giorni dopo venne da me e, mostrandomi il mio libro, disse: «Questa è opera tua». Io arrossii ed, essendosene accorto, egli aggiunse: «Non devi vergognarti; tutto ciò che dici qui è vero; nessuno può scandalizzarsi delle tue parole. Inoltre, non sei il primo ad avere trattato questa materia; e io giuro su Dio che è necessario conoscere questo libro. Solamente il pedante senza vergogna e il nemico di tutta la scienza non lo leggera o lo deriderà. Ma vi sono altre cose di cui tu devi ancora scrivere». Io gli domandai quali fossero ed egli rispose: «Vorrei che tu aggiungessi all'opera un supplemento, in cui si parli dei rimedi non trattati e aggiungendo tutti i fatti rilevanti, senza omettere nulla. Descriverai in esso i motivi dell'atto della procreazione, come pure ciò che lo impedisce. Parlerai dei mezzi per rimuovere gli ostacoli e il modo di aumentare la grossezza del membro virile, quando è troppo piccolo, e di renderlo splendido. Citerai poi i mezzi per eliminare gli odori sgradevoli dalle ascelle e dalle parti naturali delle donne, e quelli per restringere l'organo femminile. Inoltre parlerai della gravidanza, così da rendere il tuo libro perfetto e in nulla manchevole. E, infine, tu avrai compiuto la tua opera, se il tuo libro soddisferà tutti i desideri».
Io risposi al Visir: «O, mio signore, tutto ciò che ora hai detto non è difficile da fare, se piace a Dio nell'alto dei cieli».
Quindi mi accinsi immediatamente a scrivere questo libro, implorando l'assistenza dell'Onnipotente (possa egli riversare le sue benedizioni sul suo profeta e possano la felicità e la pietà essere con lui). Ho intitolato quest'opera per la ricreazione dell'anima (Er Roud el Ater p'nezaha el Khater).
E preghiamo il Signore dell'Universo (ed egli è il solo Dio e non v'è nulla di buono che non venga da lui) di concederci il Suo aiuto e di guidarci sulla buona strada; poiché non c'è potere né gioia che nell'alto e potente Iddio.
Ho diviso questo libro in ventun capitoli, per agevolarne la lettura al taleb (studente) che desidera imparare e per facilitare la sua ricerca. Ogni capitolo tratta di un argomento particolare che può essere anatomico, o aneddotico, o riguardare le astuzie e gli inganni delle donne.
CAPITOLO I
DEGLI UOMINI DEGNI DI LODE
Sappi, o Visir (la benedizione di Dio sia su dite), che esistono diversi generi di uomini e donne; e fra questi alcuni sono degni di lode, mentre altri sono da biasimare.
Quando un uomo degno di lode si trova vicino alle donne, il suo membro s'ingrossa, diventa forte, vigoroso e duro; non eiacula rapidamente e, dopo la tempesta provocata dall'emissione dello sperma, presto s'indurisce ancora.
Un uomo simile piace ed è apprezzato dal sesso femminile, perché la donna ama l'uomo soltanto in funzione del coito. Per questo il suo membro dovrebbe essere di notevoli dimensioni e lunghezza.
Quest'uomo dovrebbe avere il petto largo e le natiche grosse; dovrebbe essere capace di regolare la sua emissione e venir facilmente eccitato; il suo membro dovrebbe raggiungere il fondo del canale femminile e riempirlo completamente in ogni sua parte. Costui sarebbe amato dalle donne, poiché, come dice il poeta:
Ho visto le donne cercare nei giovani
Le durevoli doti che danno all'uomo una piena potenza,
La bellezza, il piacere, la riservatezza, la forza,
Il membro ben fatto che assicura un coito prolungato,
Natiche pesanti, un'emissione lenta a venire,
Petto leggero, come se fluttuasse su di esse;
Tarda l'eiaculazione dello sperma,
Così da permettere un lungo godimento.
Il membro è subito pronto per una nuova erezione,
Per riempire ancora e ancora le loro vulve,
Questo è l'uomo la cui devozione dà piacere alle donne
E che sarà sempre alto nella loro stima.
LE QUALITÀ CHE LE DONNE CERCANO NEGLI UOMINI
Si racconta che, un giorno, Abd-el-Melik ben Merouane andò a trovare Leila, la sua amante, e le fece svariate domande. Fra l'altro, le chiese quali fossero le doti che le donne cercano negli uomini.
Leila rispose:
O, mio signore, dovrebbero avere guance come le tue, e capelli come i tuoi, e insomma essere come te, principe dei credenti, poiché, di certo, l'uomo che non è forte e ricco non otterrà nulla dalle donne.
VARIE LUNGHEZZE DEL MEMBRO VIRILE
Il membro virile, per piacere alle donne, deve essere lungo non più di dodici pollici, o tre palmi, e non meno di sei pollici, o un palmo e mezzo.
Vi sono uomini con membri di dodici pollici, o tre palmi; altri con membri di dieci pollici, o due palmi e mezzo. Altri ancora di otto pollici, o due palmi. Un uomo col membro di dimensioni inferiori non può soddisfare le donne.
L'USO DEI PROFUMI NEL COITO. LA STORIA DI MOSSAILAMA
L'uso dei profumi, sia da parte dell'uomo sia da parte della donna, eccita l'atto della copulazione. La donna sentendo quelli usati dall'uomo, se ne inebrierà; ed essi hanno spesso fornito un forte appoggio all'uomo, favorendolo nel prendere possesso di una donna.
A questo proposito si racconta di Mossailama, l'impostore, figlio di Kaiss (che Dio lo maledica!), il quale pretendeva d'avere il dono della profezia e imitava il Profeta di Dio (benedizioni e salve a lui). Per questo egli e un gran numero di arabi incorsero nell'ira dell'Onnipotente.
Mossailama, figlio di Kaiss, l'impostore, maliterpretò il Corano con le sue menzogne e i suoi inganni riguardo a un capitolo del Libro, che l'angelo Gabriele (Ave!) aveva rivelato al Profeta (la misericordia di Dio e salute a lui), gente di cattiva fede andò a trovare Mossailama, il quale disse: «Anche a me l'angelo Gabriele ha rivelato un capitolo simile».
Egli derideva ii capitolo intitolato «L'Elefante», dicendo: «Nel capitolo 'L'Elefante' io vedo l'elefante. Cos'è l'elefante? Cosa significa? Cos'è questo animale? Ha una coda e un lungo tronco. Certamente è una creazione del nostro Dio, il magnifico».
Anche il capitolo dal titolo «Kouter» fu oggetto di controversia. Egli disse: «Ti abbiamo dato pietre preziose e la preferenza su ogni altro uomo, ma bada di non inorgoglirtene».
Così Mossailama pervertì vari capitoli del Corano con le sue menzogne e imposture.
Stava facendo il suo lavoro quando sentì parlare del Profeta (salute e la misericordia di Dio a lui). Seppe che, quando metteva le sue venerabili mani su una testa calva, i capelli crescevano immediatamente; quando sputava in un pozzo, l'acqua veniva in abbondanza, mentre l'acqua sporca diventava subito chiara e buona da bere; quando sputava in un occhio cieco ed offuscato, esso riacquistava subito la vista e quando poneva le mani sul capo d'un bambino, dicendo: «Vivi un secolo», il piccolo viveva per raggiungere i cento anni. Quando i discepoli di Mossailama videro queste cose o ne sentirono parlare, andarono da lui e dissero: «Hai saputo di Maometto e delle sue imprese?» Egli ribatté: «Io farò meglio».
Ma Mossailama era un nemico di Dio e, quando mise la sua infausta mano sulla testa di un uomo con pochi capelli, questi divenne subito completamente calvo; quando sputò in un pozzo con poca acqua, ma dolce questa divenne subito sporca per volontà dell'Onnipotente; quando sputò in un occhio malato, esso perdette subito la vista e quando mise la mano sulla testa di un bambino dicendo: «Vivi cento anni», il piccino morì entro un'ora. Vedete, fratelli, cosa succede a coloro che chiudono gli occhi alla luce, venendo privati dell'aiuto dell'Onnipotente!
E queste furono le azioni di una donna chiamata Chedjâ el Temimia, della tribù Beni-Temim, la quale pretendeva di essere una profetessa. Ella aveva sentito parlare di Mossailama, e lui di lei. Quella donna era potente, perché i Beni-Temim formano una tribù numerosa. Ella disse: «Il dono della profezia non può appartenere a due persone. O costui è un profeta, e allora io e i miei discepoli seguiremo le sue leggi, o io sono una profetessa, e allora egli e i suoi discepoli seguiranno le mie». Questo avveniva dopo la morte del Profeta (salve e misericordia di Dio a lui).
Quindi Chedjâ scrisse a Mossailama una lettera, in cui gli diceva: «Non è conveniente che due persone contemporaneamente professino la profezia; a uno solo è dato di essere profeta. Dunque c'incontreremo, noi e i nostri discepoli, per esaminarci l'un l'altra. Discuteremo su ciò che ci viene da Dio (il Corano) e ubbidiremo le leggi di quello che sarà riconosciuto il vero profeta». Poi chiuse la lettera e la diede a un messaggero, dicendogli: «Porta questa lettera a Yamama e consegnala a Mossailama ben Kaiss. Io ti seguirò con l'esercito».
L'indomani Chedjâ montò in sella, con la sua cavalleria, e seguì le ombre del suo inviato. Quando quest'ultimo giunse da Mossailama, gli rese omaggio e gli consegnò la lettera.
Mossailama l'aprì e la lesse, comprendendone il contenuto. Ne fu molto stupito e cominciò a discutere con gli uomini del suo gum, uno dopo l'altro, ma non trovò nulla nel loro consiglio e nelle loro opinioni che potesse trarlo d'impaccio.
Mentre era così perplesso, uno dei superiori del suo gum si fece avanti e gli disse: «Oh Mossailama, calma la tua anima e raffredda i tuoi occhi. Io ti darò il consiglio d'un padre al figlio».
Mossailama disse: «Parla, e possano le tue parole essere sincere».
E l'altro riprese: «Domattina pianta fuori della città una tenda di broccato multicolore e forniscila con arredi di seta d'ogni sorta. Riempila di molti profumi diversi, rosa, fior d'arancio, giunchiglia, gelsomino, giacinto, garofano, e di piante fragranti. Quindi facci portare parecchi incensieri d'oro pieni di aloe verde, ambra grigia, nedde e così via. Appendili in modo che nemmeno un alito di questi profumi possa uscire dalla tenda. Quando ti pare che il vapore sia abbastanza forte da impregnare l'acqua, siediti sul tuo trono, manda a chiamare la profetessa e falla entrare nella tenda, dove resterà sola con te. Quando sarete così insieme e lei inalerà i tuoi profumi, ne trarrà grande diletto, tutto il suo corpo si rilascerà dolcemente e infine sentirà un grande languore. Quando la vedrai in questo stato, chiedile di concederti i suoi favori. Ella non esiterà a offrirsi e, una volta che l'avrai posseduta, ti sarai tolto dall'imbarazzo causato da lei e dal suo gum».
Mossailama esclamò: «Hai parlato bene! Com'è vero che Dio vive, il tuo consiglio è buono e ben pensato». Quindi organizzò ogni cosa.
Quando vide che il vapore profumato era abbastanza denso nella tenda da impregnare l'acqua, sedette in trono e mandò a chiamare la profetessa. Quando questa arrivò, diede ordine di farla entrare; lei entrò e rimase sola con lui. Egli la fece conversare. Mentre Mossailama parlava, Chedjâ perdette tutta la sua presenza di spirito, diventando impacciata e confusa.
Quando la vide in questo stato, egli capì che desiderava l'amplesso e disse: «Vieni, alzati e lascia che io ti possieda; questo posto è stato preparato proprio per questo. Se vuoi puoi giacere sulla schiena, oppure metterti carponi, o inginocchiarti come in preghiera, con la fronte che tocca il suolo e le natiche all'aria, formando un tripode. Di' quale posizione preferisci e sarai soddisfatta».
La profetessa rispose: «Voglio farlo in tutti i modi. Lascia che la rivelazione divina scenda su di me, o Profeta dell'Onnipotente».
Subito egli si buttò su di lei e se la godette come voleva.
Dopo ella gli disse: «Quando me ne sarò andata di qui chiedimi in matrimonio al mio gum». Quando uscì dalla tenda e incontrò i suoi discepoli, questi le domandarono: «Qual è l'esito del colloquio, profetessa di Dio?» ed ella rispose: «Mossailama mi ha mostrato la rivelazione che ha avuto e io reputo che sia la verità, quindi obbeditelo.»
Poi Mossailama chiese Chejdâ al suo gum in matrimonio, che gli fu concesso. Quando il gum s'informò riguardo alla dote della futura sposa, egli rispose: «Vi esimo dal dire la preghiera del pomeriggio 'aceur'».
Ed è da quel tempo che i Beni-Temim non pregano a quest'ora; se li si interroga in proposito, rispondono: «è per la nostra poetessa, ella sola conosce la via della verità», poiché non hanno riconosciuto nessun altro profeta. A questo proposito un poeta ha detto:
Per noi è sorto un profeta femmina;
Solo le sue leggi seguiamo; per il resto dell'umanità
Sono apparsi soltanto profeti maschi.
La morte di Mossailama era stata predetta nella profezia di Abou Beker (che Dio sia buono con lui). Infatti egli fu ucciso da Zeid ben Khettab. Altri dicono che a togliergli la vita fu Uhcha, uno dei suoi discepoli. Dio solo sa se fu quest'ultimo. Egli stesso dice: «Nella mia ignoranza ho tolto la vita al migliore degli uomini, Haman ben Abd el Mosaleb, poi ho ucciso il peggiore. Spero che Dio perdonerà una di queste azioni grazie all'altra». Il significato delle parole «ho tolto la vita al migliore degli uomini» è che Uhcha, prima di conoscere il Profeta, aveva ucciso Hamza (che Dio sia buono con lui) e, avendo in seguito abbracciato l'islamismo, uccise Mossailama.
Quanto a Chedjâ el Temimia, per grazia di Dio si pentì ed accolse la fede islamica; sposò uno dei seguaci del Profeta (che Dio sia buono con suo marito).
Così termina la storia.
L'uomo che merita favori è, agli occhi delle donne, quello ansioso di soddisfarle. Deve essere di bella presenza, superare in attrattiva tutti quelli che lo circondano, essere ben formato e proporzionato; sincero nel parlare alle donne; inoltre generoso e pieno di coraggio, non vanaglorioso e di piacevole conversazione. Vincolato alla sua parola, deve sempre mantenere le sue promesse, dire la verità e fare ciò che ha detto. L'uomo che si vanta delle sue relazioni con le donne, della loro familiarità e simpatia verso di lui, è un vigliacco. Di questo tipo parleremo nel prossimo capitolo.
Si narra che un tempo vivesse un sovrano di nome Mamun, che aveva un buffone di corte chiamato Bahlul, il cui compito era di divertire i principi e i Visir. Un giorno questo buffone apparve dinnanzi al re, il quale si stava svagando. Il re lo invitò a sedersi, poi gli chiese: «Come mai sei venuto, figlio d'una donna di malaffare?»
Bahul rispose: «Vengo a vedere come sta il nostro Signore, che Dio gli dia la vittoria». «E tu come te la passi», replicò il re, «e come vanno le cose con la tua vecchia e la tua nuova moglie?» Poiché Bahlul , non contento di una sola consorte, ne aveva preso una seconda.
«Non sono felice,» egli rispose, «né con la vecchia, né con la nuova; inoltre la povertà mi opprime.» Il re disse: «Conosci qualche verso in proposito?» Il buffone rispose di sì, e Mamun gli ordinò di recitare quelli che conosceva e Bahlul cominciò come segue: La povertà mi tiene in catene; la miseria mi tormenta:
Sono oppresso da tutte le sventure;
La sfortuna mi getta in avversità e pericoli,
E attira su di me il disprezzo degli uomini.
Dio non aiuta una povertà come la mia,
Che è riprovevole agli occhi di tutti.
Da molto tempo sventura e miseria
Mi tengono stretto; e per certo
La mia crescente famiglia presto non mi vedrà più.
«Dove te ne andrai?» domandò Mamun.
Il buffone rispose: «Da Dio e dal suo Profeta, o principe dei credenti».
«Questo è bene», disse il re, «quelli che cercano rifugio in Dio e nel suo Profeta, e poi in noi, saranno i benvenuti. Ma adesso sai dirmi qualche altro verso sulle tue due moglie e come te la passi con loro?»
«Certo» disse Bahlul .
«Facci dunque sentire ciò che hai da dire!»
Allora Bahlul cominciò:
A causa della mia ignoranza ho sposato due mogli...
E perché ti lamenti, o marito di due mogli?
Dicevo a me stesso, sarò tra loro come un agnello;
Prenderò il mio piacere sui seni di due pecore.
Ma ora sono diventato un montone tra due fernmine di sciacallo,
I giorni seguono ai giorni, le notti alle notti,
E giorno e notte il loro giogo mi schiaccia.
Se sono gentile con una, l'altra s'adira.
Così a quelle furie io non posso sfuggire.
Se vuoi vivere bene e col cuore libero,
Non a pugni stretti, allora non sposarti.
Ma se devi farlo, non prendere più di una moglie:
Una sola basta a soddisfare due eserciti.
Udendo queste parole, Mamun scoppiò a ridere, fin quasi a rovesciarsi sui cuscini. Poi, come prova della sua gentilezza, diede a Bahlul la sua veste d'oro, un indumento bellissimo.
Di ottimo umore, Bahlul andò a casa del Gran Visir. Proprio allora Hamdonna guardò dall'alto del suo palazzo in quella direzione e lo vide. «Per il Dio del tempio della Mecca!» disse alla sua negra. «C'è Bahlul con una bellissima veste intessuta d'oro! Come posso venirne in possesso?»
«Ah, padrona,» disse la negra, «non potete pensare di riuscirci!»
Hamdonna replicò: «Mi è venuto in mente un trucco per riuscire nel mio scopo e avrò quella veste da lui».
«Bahlul è un uomo scaltro,» ribatté la negra. «La gente in genere crede di poterlo ingannare, ma, per Dio, in realtà è Bahlul a prenderli in giro. Rinunciate all'idea, padrona mia, e state attenta a non cadere nella trappola che intendete disporre per lui».
Ma Hamdonna disse di nuovo: «Devo provarci!». Poi mandò la sua negra da Bahlul, con l'invito a recarsi da lei. Egli disse: «Per la benedizione dell'Onnipotente, se qualcuno ti chiama, tu devi rispondere» e andò da Hamdonna. Ella gli diede il benvenuto e disse: «O, Bahlul , immagino tu venga per sentirmi cantare». «Certamente, mia signora!» disse lui. «Voi avete un dono meraviglioso per il canto».
«Penso anche che dopo aver ascoltato le mie canzoni, ti piacerà un rinfresco.»
«Sì» disse Bahlul. Allora ella cominciò a cantare così bene, da far morire d'amore quanti l'ascoltavano. Dopo che Bahlul ebbe udito il suo canto, fu servito il rinfresco, ed egli mangiò e bevve. Poi lei gli disse: «Non so perché, ma penso che saresti contento di toglierli la veste, per donarmela. » E Bahlul rispose: «O, mia signora! Io ho giurato di darla a quella con cui avrei fatto quello che un uomo fa con una donna.»
«Ma lo sai cos'è, Bahlul?» disse Hamdonna.
«Se lo so?» replicò lui. «Io, che istruisco le creature di Dio in quell'arte? E il sottoscritto che li fa accoppiare nell'amore, li inizia ai piaceri che una femmina può dare, insegna loro come bisogna accarezzare una donna, cosa che la ecciterà e la soddisferà. Oh, mia signora, chi dovrebbe conoscere l'arte del coito, se non Bahlul?»
Hamdonna era figlia di Mamun e moglie del Gran Visir. Era dotata della più perfetta bellezza; una figura superba e forme armoniose. Nessuna nel suo tempo la superava in grazia e perfezione. Degli eroi, avendola vista, diventavano umili e sottomessi, e abbassavano lo sguardo al suolo per paura della tentazione, tanti erano gli incanti e le attrattive che Dio aveva riversato su di lei. Quelli che osavano guardarla rimanevano turbati nella mente e, o, quanti eroi si misero in pericolo per lei. Proprio per questa ragione Bahlul aveva sempre evitato d'incontrarla, temendo di soccombere alla tentazione; e, per paura di perdere la serenità della sua mente, fino ad allora non era mai stato in sua presenza.
Bahlul cominciò a conversare con lei. La guardò e ben presto abbassò gli occhi a terra, temendo di non poter controllare la sua passione. Hamdonna ardeva dal desiderio di avere la veste e lui non l'avrebbe ceduta senza che gli venisse pagata.
«Che prezzo chiedi?» domandò Hamdonna. Ed egli rispose: «L'amplesso, o pupilla dei miei occhi.»
«Ma tu lo sai cos'è, Bahlul?» ella disse.
«Per Dio,» gridò lui, «nessuno conosce le donne meglio di me; esse sono l'occupazione della mia vita. Nessuno ha studiato più di me tutto quanto le riguarda; poiché sappi, mia signora, che gli uomini scelgono occupazioni diverse a seconda delle loro inclinazioni. L'uno prende, l'altro dà; questo vende, quello compra. Il mio unico pensiero è l'amore e il possesso delle belle donne. Io curo quelle che sono malate d'amore e do sollievo alle loro vagine assetate.»
Hamdonna rimase sorpresa da queste parole e dalla dolcezza del linguaggio di lui. «Conosci qua!che verso su questo argomento?» domandò.
«Certamente,» egli rispose.
«Molto bene, Bahlul, fammeli sentire.»
E Bahlul cominciò come segue:
Gli uomini si dividono secondo le loro faccende e attività;
Alcuni sono sempre lieti e di buon umore, altri in lacrime.
Vi sono quelli la cui vita è inquieta e piena d'infelicità,
E quelli che, invece, sono immersi nella buona fortuna,
Sempre sulla via della fortuna e favoriti in ogni cosa.
Io solo a tutto ciò sono indifferente.
Che m'importa dei turcomanni, dei persiani e degli arabi?
La mia sola ambizione sta nell'amore e nel coito con le donne,
Non v'è dubbio, no, né errore in questo!
Quando il mio membro è senza vulva, il mio stato diventa terribile
E il mio cuore brucia d'un fuoco inestinguibile.
Guarda il mio membro eretto!
Eccolo qua: ammira la sua bellezza!
Esso placa la vampa d'amore e spegne le fiamme più ardenti
Col suo movimento, dentro e fuori, fra le tue cosce.
O, mia speranza e mia luce, o, mia nobile e generosa signora,
Se una volta non basta a spegnere la tua fiamma,
Io lo farò di nuovo, fino a darti soddisfazione;
Nessuno potrebbe rimproverarti, poiché tutti lo fanno.
Ma se decidi di respingi rmi, allora mandami via!
Cacciami dalla tua presenza senza timore o rimorso!
Rifletti invece e parla, non aumentare la mia pena,
Ma, in nome di Dio, perdonami e non sgridarmi.
Finché sono qui, le tue parole siano gentili e clementi.
Non farle cadere su di me, appuntite e taglienti come spade.
Lascia che io mi avvicini a te e non respingermi.
Lascia che io venga a te come chi porta da bere all'assetato;
Affrettati a offrire ai miei occhi la vista dei tuoi seni.
Non negarmi le gioie d'amore e non far la scontrosa.
Datti a me: non ti metterà mai nei guai,
Neppure se tu dovessi riempirmi di malanni.
Sempre rimarrò quale sono, e tu quale sei,
Sapendo ch'io sono il servo e tu la signora.
E il nostro amore sarà velato?
Esso rimarrà sempre nascosto,
Poiché io manterrà il segreto e sarò muto quasi avessi un bavaglio.
Ogni cosa avviene per volontà di Dio.
Ed Egli mi ha riempito d'amore; ma oggi
La mia fortuna è contraria.
Ascoltandolo, Hamdonna quasi sveniva e non poteva staccare gli occhi dal membro di Bahlul , che si rizzava come una colonna tra le sue cosce. Ora si diceva: «Mi darò a lui», ora: «No, non lo farò». In quest'incertezza, sentiva un gran desiderio di piacere nel profondo delle parti intime ed esse secernevano un fluido che è il battistrada dell'amore. Allora lei non lottò più contro il proprio desiderio di accoppiarsi con lui e si rassicurò pensando: «Se questo Bahlul , dopo aver goduto con me, dovesse divulgare la cosa, nessuno crederebbe alle sue parole».
Dunque gli chiese di togliersi la veste e di andare in camera sua, ma Bahlul rispose: «Non mi svestirò finché non avrò soddisfatto il mio desiderio, o pupilla dei miei occhi». Allora Hamdonna si alzò, tremando d'eccitazione per ciò che sarebbe avvenuto; si slacciò la cintura e lasciò la stanza, con Bahlul dietro a lei che pensava: …Sono davvero sveglio, oppure questo è un sogno?»
Egli seguì Hamdonna fino al suo boudoir, dove lei si gettò su un divano di seta, che era arrotondato alla sommità come una volta, sollevò le vesti sulle cosce, tremando in ogni fibra, e tutta la bellezza che Dio le aveva dato fu tra le braccia di Bahlul.
Bahlul guardò il ventre di Hamdonna, rotondo come un'elegante cupola, i suoi occhi indugiarono sull'ombelico che era come una perla in una coppa d'oro; e scendendo più in basso c'era un mirabile capolavoro di natura ed egli fu sbalordito dalla bianchezza e dalla forma delle sue cosce.
Quindi strinse Hamdonna in un appassionato abbraccio e ben presto vide il volto di lei perdere ogni vivacità, tanto da sembrare quasi priva di sensi.
Aveva perduto la testa. Tenendo il membro di Bahlul tra le mani, lo stimolava ed eccitava sempre di più.
Bahlul le disse: «Come mai ti vedo così turbata e fuori dite?» E lei rispose: «Lasciami, figlio di donna scostumata! Dio, sono come una cavalla in calore e tu continui a eccitarmi sempre di più con le tue parole, e che parole! Metterebbero il fuoco in corpo a qualsiasi donna, fosse anche l'essere più puro del mondo. Vuoi proprio farmi morire con i tuoi discorsi e i tuoi versi». Bahlul replicò: «Allora non sono come tuo marito?» «Sì,» disse lei, «ma una donna si eccita per l'uomo, come una giumenta per il cavallo, che egli sia suo marito o no; con la differenza, però, che la giumenta va in calore soltanto in certi periodi dell'anno e soltanto allora si fa montare dallo stallone, mentre una donna può sempre essere eccitata da parole amorose. Entrambe queste cose si sono verificate in me e, dato che mio marito è assente, fai in fretta, poiché presto sarà di ritorno.»
Bahlul rispose: «Oh, mia signora, i lombi mi fanno male e m'impediscono di venirti sopra. Assumi la posizione dell'uomo, poi prendi la mia veste e lasciami andare».
Quindi egli si distese nella posizione che assume la donna quando si fa possedere da un uomo; e il suo membro si rizzava come una colonna.
Hamdonna si gettò su Bahlul, prese il membro in mano e cominciò a guardarlo. Rimase stupefatta dalle sue dimensioni, dalla sua forza, dalla sua durezza ed esclamò: «Ecco qui la rovina di tutte la donne e la causa di molti malanni. Oh, Bahlul! Non ho mai visto un membro più bello del tuo!» Continuò a tenerlo in mano e a strofinare la punta contro le labbra della vulva, finché questa sembrò gridare: «O membro, vieni dentro di me».
Allora Bahlul lo inserì nella vagina della figlia del Sultano, e Hamdonna, sistemandosi sul membro di lui, gli permise di penetrare interamente nella sua fornace, finché non si poté vedere nulla di esso, non la minima traccia, e disse: «Quanto lussuriosa Dio ha fatto la donna, e com'essa è infaticabile nella ricerca dei suoi piaceri!» Poi cominciò a danzare su e giù, muovendo il sedere come un setaccio, a destra e a sinistra, avanti e indietro; non ci fu mai una danza come quella.
La figlia del sultano continuò la sua cavalcata sul membro di Bahlul finché venne il momento del piacere e la contrazione della vulva parve pompare il membro come per suzione; proprio al modo in cui un neonato succhia il capezzolo della madre. L'orgasmo giunse per entrambi contemporaneamente e ciascuno si prese il suo piacere con avidità.
Poi Hamdonna afferrò il membro e lentamente lo tirò fuori, dicendo: «Questa è stata l'impresa di un uomo vigoroso». Poi si asciugò le parti intime con un fazzoletto di seta e si levò.
Anche Bahlul si alzò, preparandosi ad andarsene, ma lei disse: «E la veste?» «Come, mia signora! » ribatté lui. «Tu mi hai montato e adesso vuoi un regalo?»
«Ma,» disse lei, «non mi avevi detto di non potermi montare perché ti dolevano i lombi?»
«Non importa,» disse Bahlul. «La prima volta è stato il tuo turno, la seconda sarà il mio, il prezzo sarà la veste e io poi me ne andrò.»
Hamdonna pensò fra sé: «Dato che ha cominciato può anche continuare; poi andrà via». Quindi si distese, ma Bahlul disse: «Non mi congiungerò a te a meno che non ti svesti completamente».
Allora si denudò e Bahlul andò in estasi vedendo la bellezza e la perfezione delle sue forme. Guardò le sue magnifiche cosce e il suo ombelico incavato, il ventre a volta, i seni opulenti che si ergevano come giacinti. Il collo era come quello di una gazzella, l'apertura della bocca come un anello, le labbra fresche e rosse erano simili a una sciabola insanguinata. I denti si sarebbero confusi con delle perle e le guance con delle rose. Gli occhi erano neri e dal bel taglio, le sopracciglia d'ebano sembravano degli arabeschi tracciati dalla mano di un abile calligrafo. La fronte era come la luna piena nella notte. Bahlul cominciò ad abbracciarla, a succhiare le sue labbra e baciare i suoi seni; prese dalla sua bocca la saliva fresca, le morse le cosce. E andò avanti così finché lei parve quasi venire e riusciva a stento a balbettare, e i suoi occhi si velarono. Allora le baciò la vulva, mentre lei se ne stava completamente immobile. Egli guardò con amore le parti segrete di Hamdonna, abbastanza belle per attirare ogni sguardo sul loro centro purpureo. «O, la tentazione dell'uomo!» esclamò, e di nuovo la copri di morsi e baci, finché il desiderio di lei raggiunse l'apice. Respirando affannosamente, ella afferrò il membro e lo fece sparire nella sua vagina.
Allora egli si mosse rapido ed ella rispose ardentemente, finché un travolgente orgasmo calmò nello stesso istante il loro fervore.
Quindi Bahlul uscì da lei e asciugò il proprio pestello e il suo mortaio, preparandosi ad andarsene. Ma Hamdonna disse: «Dov'è la veste? Mi prendi in giro, Bahlul?» E questi replicò: «O, mia signora, mi separerò da essa soltanto a una condizione. Tu hai avuto il tuo ed io il mio. La prima volta è stata per te, la seconda per me; adesso la terza volta sarà per la veste».
Detto questo, se la tolse, la piegò e la mise nelle mani di Hamdonna, la quale essendosi alzata, si sdraiò di nuovo sul divano e disse: «Fai ciò che vuoi!»
Allora Bahlul si gettò su di lei e con una sola spinta seppellì completamente il membro nella sua vagina; poi cominciò a lavorarla come un pestello ed ella mosse le natiche, finché di nuovo entrambi furono travolti contemporaneamente dal piacere. Allora si alzò, lasciò la veste e se ne andò. La negra disse ad Hamdonna: «Ah, mia signora, non è come vi avevo detto? Bahlul è un uomo perfido e voi non potevate avere la meglio su di lui. Lo considerano uno di cui beffarsi, ma, davanti a Dio, è lui a beffarsi di loro. Perché non avete voluto credermi?»
Hamdonna si volse verso di lei e disse: «Non seccarmi con i tuoi commenti. E successo quel che doveva succedere e sull'apertura di ogni vulva è scritto il nome dell'uomo che vi entrerà, a ragione o a torto, per amore o per odio. Se il nome di Bahlul non fosse stato scritto sulla mia vulva, lui non vi sarebbe mai entrato, anche se mi avesse offerto l'universo con tutto ciò che contiene».
Mentre così parlavano, qualcuno bussò alla porta. La negra chiese chi fosse e rispqse la voce di Bahlul: «Sono io». In dubbio su cosa potesse volere il buffone, Hamdonna si spaventò. La negra chiese a Bahlul cosa voleva ed egli rispose. «Portami un po' d'acqua.» Ella uscì con una tazza piena d'acqua. Bahlul bevve, poi si lasciò scivolare la tazza di mano, rompendola. La negra chiuse la porta e Bahlul si sedette sulla soglia.
Mentre così se ne stava, il marito di Hamdonna, il Visir, arrivò e gli disse: «Come mai ti vedo qui, Bahlul ?» Ed egli rispose: «Ah, mio signore, stavo attraversando la strada quando mi è venuta molta sete. Una negra è venuta alla porta e mi ha portato una tazza d'acqua. La tazza mi è scivolata di mano e si è rotta. Allora, in pagamento, madama Hamdonna ha preso la veste che mi aveva dato il sultano nostro Signore».
Il Gran Visir allora disse: «Che egli abbia la sua veste! » In quel momento Hamdonna venne fuori e il marito le chiese se era vero che aveva preso la veste in pagamento della tazza. Hamdonna gli chiese: «Cos'hai fatto, BahluI?» Ed egli rispose: «Ho parlato a tuo marito col linguaggio della mia follia; ora parlagli tu col linguaggio della saggezza.» La donna, rapita dall'astuzia da lui dimostrata, gli ridiede la veste e Bahlul se ne andò.
CAPITOLO II
DELLE DONNE DEGNE DI LODE
Sappi, o Visir (e Dio sia misericordioso con te!) che vi sono donne d'ogni tipo; e alcune sono degne di lode, mentre altre non meritano che disprezzo.
Per essere gradita agli uomini, una donna deve avere una vita perfetta, essere grassottella e voluttuosa. I suoi capelli devono essere neri, la fronte spaziosa, avrà sopracciglia d'una nerezza etiope, grandi occhi neri, con il bianco di essi molto limpido. Le guance devono essere perfettamente ovali, avrà un naso elegante e una bocca piena di grazia; labbra e lingua vermiglie; il fiato sarà d'odore gradevole, la gola lunga, il collo forte, il busto e il ventre larghi; i seni devono essere pieni ed eretti, la pancia di buone proporzioni, l'ombelico ben sviluppato e marcato; la parte inferiore del ventre deve essere ampia, la vulva sporgente e carnosa, dal punto in cui crescono i peli alle natiche; il canale deve essere stretto e non madido, morbido al tocco, emettere un forte calore e nessun cattivo odore; deve avere cosce e natiche sode, fianchi larghi.e pieni, una cintola di bella forma, mani e piedi di grande eleganza, braccia piene e spalle ben sviluppate. Se si guarda una donna dotata ditali qualità di fronte, si rimane affascinati; se la si guarda da dietro, si muore di piacere. Seduta, è come una cupola rotonda; sdraiata, un morbido letto; in piedi, l'asta d'uno stendardo. Quando cammina, le sue parti naturali sporgono da sotto le vesti. Parla e ride raramente, e mai senza ragione. Non lascia mai la casa, nemmeno per andare a trovare vicini di sua conoscenza. Non ha amiche, non dà confidenza a nessuno e si fida soltanto del consorte. Non prende nulla da nessuno, salvo il marito e i genitori. Se s'incontra con i parenti, non s'immischia nei loro affari. Non è traditrice, non ha colpe da nascondere, né false scuse, Non mette zizzania tra le persone. Se il marito mostra l'intenzione di compiere il rito coniugale, si mostra consenziente ai suoi desideri e occasionalmente li provoca. Aiuta sempre il marito nei suoi affari, è avara di lamentele e di lacrime; non ride né si mostra allegra se vede il marito addolorato o di malumore, ma condivide le sue pene e ne solleva lo spirito, finché egli sia di nuovo del tutto contento. Non si concede ad altri che al consorte, anche se l'astinenza dovesse ucciderla. Nasconde le sue parti segrete, non permettendo che siano viste; è sempre vestita con eleganza e con la massima proprietà personale e ha cura che il marito non veda quanto potrebbe ripugnargli. Si profuma, usa antimonio per la sua toeletta e si pulisce i denti con il souak. Una donna simile piace a tutti gli uomini.
LA STORIA DEL NEGRO DORERAM
Si racconta, e Dio sa ch'è vero, che c'era una volta un potente re che aveva un vasto regno, grandi armate e forti alleati. Il suo nome era Ali ben Direm. Una notte, non riuscendo a prendere sonno, chiamò il Visir, il capo della polizia e il comandante delle sue guardie. Questi si presentarono senza indugio davanti a lui ed egli ordinò loro d'armarsi delle loro sciabole. Essi lo fecero subito e gli domandarono: «Cosa desideri?»
Egli allora disse: «Non riesco, a dormire; desidero andare in giro per la città stanotte e devo avervi a disposizione durante la mia scorribanda».
«Udire è obbedire» risposero essi.
Allora il re si avviò, dicendo: «Nel nome di Dio! E possa la benedizione del Profeta essere con noi e la benevolenza e la misericordia di Dio con lui».
Gli altri lo seguirono, accompagnandolo dovunque di strada in strada. Così andarono, finché udirono un rumore in una delle vie e videro un uomo in preda alla più violenta passione che, disteso prono a terra, si batteva il petto con una pietra e gridava: «Ah, non c'è più giustizia su questa terra! Non c'è proprio nessuno che dica al re ciò che succede nei suoi stati?» E ripeteva incessantemente: «Non c'è più giustizia? scomparsa e l'intero mondo è in lutto».
Il re disse ai suoi compagni: «Portatemi quell'uomo, senza chiasso, e badate di non spaventano». Essi andarono e presero l'uomo per mano, dicendogli: «Alzati e non avere paura: non ti succederà niente di male».
Al che l'uomo ribatté: «Voi dite che non mi succederà niente di male e che non c'è da aver paura, però non mi date il benvenuto di prammatica! Certamente sapete che il benvenuto di un credente è una garanzia di sicurezza e clemenza. Ma se il credente non dà il benvenuto al credente, c'è veramente motivo di temere». Poi si alzò e andò con gli altri verso il re.
Il re stava immobile, nascondendosi il volto con il kaïk, come i suoi compagni. Questi ultimi avevano le sciabole in mano e si appoggiarono su di esse.
Quando fu davanti al sovrano, lo sconosciuto disse: «Salute a te, uomo! » Il Re rispose: «Ricambio i tuoi saluti, uomo!» Allora il primo: «Perché dici uomo?» Il re: «E perché tu hai detto 'uomo'?» «Perché non conosco il tuo nome». «E neppure io conosco il tuo! » Quindi il re domandò all'altro: «Cosa significano le parole che ho udito: 'Non c'è più giustizia su questa terra! Non c'è proprio nessuno che dica al re quello che avviene nei suoi stati? Dimmi cosa ti è successo». «Lo svelerò solo all'uomo capace di vendicarmi e liberarmi dall'oppressione e dalla vergogna, se così piace a Dio Onnipotente!»
Il re allora gli disse: «Può Iddio mettermi a tua disposizione per vendicarti e liberarti dall'oppressione e dalla vergogna?»
«Quello che ora ti racconterò», attaccò l'uomo, «è straordinario e stupefacente. Amavo una donna, che mi ricambiava, ed eravamo uniti nell'amore. La nostra relazione durò a lungo, finché una vecchia adescò la mia amante e la portò via, in una casa di sventura, vergogna e sregolatezza. Da allora il sonno mi ha abbandonato; ho perduto tutta la mia felicità e sono caduto in un abisso di sventura».
Il re allora gli chiese: «Qual è quella casa di malaffare e con chi vive la donna?»
L'uomo rispose: «Sta con un negro di nome Doreram, che si tiene in casa donne belle come la luna, quali neppure il re ha nel suo palazzo. Ha anche un'amante che nutre per lui un amore profondo, gli è interamente devota e gli manda tutto quello che vuole in fatto di argento, bevande e vestiti».
L'uomo smise di parlare. Il re era molto sorpreso da ciò che aveva udito, ma il Visir, che non aveva perduto una parola della conversazione, aveva certamente capito, da quanto l'uomo aveva detto, che il negro in questione era il suo.
Il re chiese all'uomo di mostrargli la casa.
«Se te la mostro, cosa intendi fare?» domandò l'uomo.
«Lo vedrai» disse il re.
«Non potrai fare nulla», replicò l'uomo, «perché il posto in questione deve essere rispettato e temuto. Se vuoi entrare con la forza, rischierai la vita, poiché il suo padrone è un uomo formidabile per forza e coraggio».
«Mostrami il luogo e non avere timore», disse il re. E l'uomo rispose: «Sia fatta la volontà di Dio!»
Quindi si alzò e camminò davanti agli altri. Questi lo seguirono fino a una larga strada, dove l'uomo si fermò davanti a una casa con alte porte e muri inaccessibili da tutti i lati.
Essi li esaminarono, cercando un punto che potesse essere scalato. Con grande stupore, scoprirono che la casa era sigillata come il pettorale di una corazza.
Il re, rivolgendosi all'uomo, gli domandò: «Come ti chiami?»
«Omar ben Isad» rispose l'altro.
Allora il re gli chiese: «Omar, sei abbastanza folle?»
«Sì, fratello», fu la risposta dell'uomo, «se piace a Dio lassù!» E rivolgendosi al re aggiunse: «L'Onnipotente ti assista stanotte!»
Poi il re disse ai suoi compagni: «Avete deciso? C'è uno fra voi in grado di scalare questi muri?»
«Impossibile! » risposero tutti.
Allora il re replicò: «Io stesso lo farò, se piace a Dio lassù! Ma con un sistema per il quale ho bisogno del vostro aiuto, e se me lo date io scalerò il muro, se così piace all'Onnipotente».
«Cosa dobbiamo fare?» fu la risposta degli altri.
«Ditemi chi è il più forte fra voi» chiese il re ed essi risposero: «Il capo della polizia, che è il vostro Chauch». Il re disse: «E dopo di lui?»
«Ilcomandante delle guardie».
«E dopo ancora, chi?» domandò il re.
«Il Gran Visir». Omar ascoltava con sbalordimento. Ora sapeva che il quarto uomo era il re e la sua gioia fu grande.
Il re chiese: «Chi c'è ancora?»
Omar rispose: «Io, mio signore».
Il re allora gli disse: «Omar, adesso hai scoperto chi siamo; ma non tradire il nostro incognito e sarai esente da ogni rimprovero».
«Udire è obbedire» disse Omar.
Allora il re ordinò allo Chauch: «Piegati in avanti e posa le mani contro il muro». Lo Chauch fece quanto gli era stato ordinato.
Quindi il re disse al comandante delle guardie: «Sali sul dorso dello Chauch». Questi obbedì e si rizzò in piedi sulle spalle dell'altro uomo. Poi il re diede lo stesso ordine al Visir, che salì sulle spalle del comandante delle guardie e posò le mani contro il muro.
Infine il re disse: «Omar, sali sopra a tutti!» e Omar, sorpreso da quel sistema, esclamò: «Possa Dio concedervi il suo aiuto, signore nostro, e assistervi nella vostra giusta impresa! » Quindi salì sulle spalle dello Chauch, di qui sul dorso del comandante delle guardie, poi sul Gran Visir e, ritto sulle spalle di quest'ultimo, prese la medesima posizione degli altri. Adesso restava soltanto il re.
Questi allora disse: «Nel nome di Dio! E che Egli benedica il Profeta, in cui riposano la misericordia e la salutazione divine!» e, mettendo una mano sul dorso dello Chauch, aggiunse: «Abbi pazienza per un momento; se riesco sarai ricompensato». Poi fece lo stesso con gli altri, finché fu sul dorso di Omar e anche a lui disse: «Abbi pazienza per un momento, io ti nominerò mio segretario privato. E, soprattutto, non muoverti!» Quindi, ritto sulle spalle di Omar, il re potè afferrare il bordo del tetto a terrazza ed esclamando: «Nel nome di Dio! E possa Egli riversare le sue benedizioni sul Profeta, in cui riposano la misericordia e la salutazione divine!» fece un salto e si trovò sul tetto della casa.
Allora egli disse ai compagni: «Scendete dalle spalle l'uno dell'altro». Essi fecero quanto aveva ordinato e non poterono che ammirare l'ingegnosa idea del re, come pure la forza dello Chauch, che aveva sorretto quattro uomini a un tempo.
Il re si mise a cercare un punto adatto a scendere, ma non ne trovò. Allora srotolò il suo turbante, ne fissò un'estremità con un solido nodo e si calò nel cortile interno, che si mise ad esplorare finché non trovò il portone d'ingresso che era chiuso da un enorme lucchetto. La solidità di questo fu per lui una sgradita sorpresa. Però si disse: «Ora sono in difficoltà, ma tutto ci viene da Dio; lui mi ha dato l'idea e la forza necessarie ad arrivare fin qui; mi darà anche il modo di tornare dai miei compagni». Cominciò dunque a esaminare il posto in cui si trovava, contando i locali l'uno dopo l'altro. Trovò diciassette stanze, arredate in stili diversi, tutte con arazzi e tendaggi di velluto variamente colorato. Guardandosi attorno, scoprì una sala in cui si entrava salendo sette gradini e dalla quale usciva il suono di molte voci. Egli andò verso la scala, dicendo: «O, Dio, favorisci la mia impresa e fa' che io esca sano e salvo di qui!»
Salì il primo scalino, dicendo: «Nel nome di Dio misericordioso e benigno!» Poi osservò che i gradini erano di marmo variamente colorato: nero, rosso, bianco, giallo, verde e altre tinte.
Salendo il secondo, disse: «Colui che Dio aiuta è invincibile».
Sul terzo: «Con l'aiuto di Dio la vittoria è vicina».
Sul quarto: «Ho chiesto la vittoria a Dio, che è il più forte aiutante».
Infine salì il quinto, il sesto e il settimo, invocando il Profeta (col quale siano la misericordia e la salvazione dell'Onnipotente).
Giunse così alla tenda appesa all'ingresso, che era di broccato rosso e di là vide la stanza immersa da molte lampade, con candele accese in candelieri d'oro. Al centro giocava uno zampillo d'acqua profumata di muschio. Da una parete all'altra si stendeva una tovaglia coperta di carni e frutta.
Lo splendore del mobilio dorato abbagliava gli occhi. Ornamenti d'ogni sorta erano dovunque.
Dopo la prima occhiata, il re notò che intorno alla tovaglia c'erano dodici serve e sette altre donne, tutte belle come la luna; rimase sbarlordito dalla loro grazia e dalla loro bellezza.
C'erano anche sette negri e questa vista lo. riempì di stupore. La sua attenzione fu attirata soprattutto da una donna simile alla luna piena, di una bellezza perfetta, con occhi neri, guance ovali e una vita meravigliosamente sottile; ella umiliava i cuori di quelli che s'innamoravano di lei. Stupefatto dalla sua bellezza, il re era come instupidito. Poi però si disse: «C'è qualche modo d'uscire di qui? O, spirito mio, non aprirti all'amore!» E, continuando a ispezionare la stanza, notò che i presenti tenevano in mano bicchieri colmi di vino. Essi mangiavano e bevevano, ed era facile vedere ch'erano in preda ai fumi dell'alcool.
Mentre il re rifletteva su come trarsi d'impaccio, udì una delle donne dire a una delle sue compagne, chiamandola per nome: «Mia cara..., alzati e accendi una torcia. Sarà meglio mettersi a letto, perché il sonno sta avendo la meglio. Su, accendi una torcia e ritiriamoci nell'altra stanza».
Le due si alzarono e scostarono la cortina per uscire dalla sala. Il re si nascose per lasciarle passare; poi, sentendo che avevano lasciato la loro camera per soddisfare una necessità comune a tutti gli esseri umani, approfittò della loro assenza per entrare nel loro appartamento e nascondersi in un armadio. Poco dopo le donne tornarono e chiusero la porta. Le loro menti erano oscurate dall'effetto del vino; si tolsero tutti gli indumenti e si misero ad accarezzarsi l'un l'altra. Il re si disse: «Omar mi ha detto la verità, presentandomi questa casa come un abisso di sregolatezza».
Quando le donne si furono addormentate, il re uscì dall'armadio, si svestì e si distese in mezzo a loro. Aveva avuto cura, durante la loro conversazione, di imparare a memoria i loro nomi. Così potè dire a una di esse: «Mia cara..., dove hai messo le chiavi?» parlando a voce bassissima.
La donna rispose: «Dormi, puttana, le chiavi sono al solito posto». Il re si disse: «Non v'è luce e forza che nel Benevolo e Onnipotente Iddio» ed era molto preoccupato.
Di nuovo chiese alla donna delle chiavi, dicendo: «Si sta facendo giorno. Devo aprire le porte. C'è il sole. Vado ad aprire la casa». Ed ella rispose: «Le chiavi sono al solito posto. Perché mi secchi? Dormi, dico, fino a giorno fatto».
Di nuovo il re si disse: «Non c'è luce e forza che nel Benevolo e Onnipotente Iddio, e certo, se non fosse per il timore di Lui, infilzerei questa donna con la spada». Poi tornò a chiamarla: «Ehi...!»
«Che vuoi?» disse lei.
«Sono preoccupata per le chiavi» bisbigliò il re; «mi dici dove sono?» E l'altra rispose: «Tu, donnaccia! Ti prude la vulva per il coito? Non puoi farne senza per una sola notte? Senti, la moglie del Visir ha resistito a tutte le suppliche del negro, respingendolo per sei mesi! Va', le chiavi le ha lui in tasca. Non dirgli 'Dammi le chiavi' ma digli invece: 'Dammi il tuo membro'. Sai che il suo nome è Doreram».
Allora il re tacque, perché sapeva cosa fare. Attese un poco, finché la donna si fu addormentata; quindi indossò le sue vesti, nascose la spada sotto di esse e si coprì il viso con un velo rosso. Poi, aperta la porta e uscito, si mise dietro il tendaggio all'ingresso del salone. C'erano soltanto poche persone sedute; tutti gli altri dormivano. Il re recitò una silenziosa preghiera: «O, anima mia, fa che io segua la strada giusta e che tutte quelle persone fra le quali mi troverò siano intontite dall'ubriachezza,:: così che non possano riconoscere il re dai suoi sudditi, e Dio mi dia la forza».
Poi entrò nella sala dicendo: «Nel nome di Dio! » e andò vacillando verso il letto del negro, come se fosse in preda all'ebbrezza. I negri e le loro compagne lo presero per la donna di cui aveva indossato le vesti.
Doreram aveva un gran desiderio di prendersi il suo piacere con quella giovane, e quando la vide sedersi accanto al letto, pensò che avesse interrotto il suo sonno per venire da lui, forse per i giochi d'amore. Quindi disse: «O, mia bellissima.., svestiti e mettiti a letto, io torno subito».
Il re pensò: «Non c'è luce e forza che nell'Altissimo e Benevolo Iddio! » Poi cercò le chiavi nelle tasche e tra le vesti del negro, ma non le trovò. «Sia fatta la volontà di Dio!» si disse. Quindi, sollevando gli occhi, vide un'alta finestra; alzò un braccio e sul davanzale trovò indumenti ricamati d'oro; il re infilò le mani nelle tasche e, con sua sorpresa, trovò le chiavi. Le esaminò, contandone sette, quante erano le stanze della casa, e al colmo della gioia esclamò: «Sia lodato e glorificato Dio!» Poi si disse: «Posso uscire di qui soltanto con un trucco» quindi finse di avere la nausea, come se stesse per vomitare, si mise una mano davanti alla bocca e corse in cortile. Il negro gli disse: «Dio ti benedica, mia bellissima..., qualsiasi altra donna avrebbe dato di stomaco nel letto!»
Quindi il re chiuse tutte le porte di casa, finché giunse alla settima che dava sulla strada. Qui ritrovò i suoi compagni, che erano stati fortemente in ansia e gli chiesero cosa avesse visto.
«Non c'è tempo di rispondere», disse il re. «Entriamo in casa, con la benedizione e l'aiuto di Dio».
Tutti decisero di stare in guardia, perché dentro c'erano sette negre, dodici serve e sette donne belle come la luna.
Il Visir chiese al re: «Sono riccamente vestiti? » e il sovrano rispose: «Taci, senza quelle ricche vesti non avrei messo le mani sulle chiavi».
Poi andò nella stanza dove stavano le due donne fra cui si era disteso, si tolse le vesti femminili e indossò le proprie, non dimenticando la spada. Quindi tutti salirono i sette gradini e si appostarono dietro la tenda. Quando guardarono dentro, concordarono nell'osservare: «Fra tutte quelle donne, non ce n'è una così splendida come quella seduta sull'undicesimo cuscino! » e il re disse: «La riservo per me, se non appartiene a qualcun altro».
Mentre essi osservavano la sala, Doreram scese dal letto, e dietro a lui una di quelle bellissime donne. Allora un altro negro prese il suo posto con un'altra donna e si avvicendarono così, fino all'ultimo, montando tutte le loro compagne eccetto la bellissima donna citata sopra, e le serve. Ognuna di queste donne sembrava salire sul letto con riluttanza e, quando il coito era finito, ne scendeva a testa bassa.
I negri, d'altro canto, concupivano e l'uno dopo l'altro cercavano di conquistare la donna bellissima. Ma lei li respinse tutti, dicendo: «Non acconsentirò mai e, quanto a queste vergini, prendo anche loro sotto la mia protezione».
Allora Doreram si alzò e andò da lei, tenendo nelle mani il suo membro in piena erezione, rigido e duro come un pilastro.
La colpì con esso sul viso e sul capo, dicendo: «Sei volte stanotte ti ho pregata di cedere ai miei desideri e tu continui a rifiutare, ma adesso devo averti, devo averti subito».
Quando la donna vide l'ostinazione del negro e lo stato d'ubriachezza in cui si trovava, cercò di ammansirlo con le promesse. «Siediti accanto a me» disse «e stanotte i tuoi desideri saranno soddisfatti.
Il negro obbedì, col membro ancora eretto come una colonna. Il re poté a stento dominare il suo stupore.
Poi la donna si mise a cantare i versi che seguono, salmodiandoli dal profondo del cuore:
L'uomo giovane preferisco peril coito, e lui solo:
L'animo ha pieno di coraggio: è la mia sola ambizione,
Il suo membro è tanto forte da deflorare la vergine
E riccamente proporzionato in ogni dimensione;
La sua punta è come un braciere.
Enorme, e nel creato non v'è nulla di uguale,
Forte e duro è, con la punta arrotondata.
Sempre pronto all'azione lo trovi e il suo ardore non si spegne;
La violenza del suo amore è tale ch 'esso mai non dorme.
Sospira per immergersi nella mia vulva e sul mio ventre lacrime sparge;
Non chiede aiuto, poiché non ne ha bisogno;
Non gli occorre alcun alleato, da solo compie le più grandi fatiche.
E nessuno può sapere con certezza cosa risulterà dai suoi sforzi.
Pieno di forza e di vita, penetra nella mia vagina
E la lavora con azione costante e splendida.
Prima avanti e indietro, poi da destra a sinistra.
Ora mi affonda dentro con pressione vigorosa,
Ora strofina la punta sull'orifizio della mia vagina.
Ed egli la mia schiena accarezza, il mio ventre, i miei fianchi,
Bacia le guance, ecco adesso mi succhia le labbra.
Mi stringe forte, facendomi rotolare sul letto,
E fra le sue braccia io sono come senza vita.
Ogni parte del mio corpo riceve a turno i suoi morsi amorosi.
E tutta mi copre di baci infuocati;
Quando mi vede eccitata, subito viene da me,
Mi apre le cosce, bacia il mio ventre
E in mano il suo membro mi pone, per farlo bussare alla mia porta.
Ecco che è nella caverna e io sento che s'avvicina il piacere.
Egli mi scuote e mi eccita, entrambi lavoriamo con passione,
Poi egli dice: «Ricevi il mio seme!» ed io rispondo:
«O, luce dei miei occhi, sarà in me il benvenuto!»
Ma, anima della mia anima, non devi ancora uscire,
Lascialo e questo giorno sarà libero da ogni pena.»
Giurato egli aveva a Dio di avermi per settanta notti
E ciò che voleva ha fatto, fra mille baci e abbracci,
Fino alla settantesima alba.
Quando ebbe finito, il re, enormemente sorpreso, disse: «Quanto lasciva Dio ha fatto la donna!» e, rivolgendosi ai compagni, aggiunse: «Non c'è dubbio che questa donna non è sposata e non è stata corrotta, poiché certamente il negro è innamorato di lei, eppure ella l'ha respinto».
Omar ben Isad prese la parola: «E vero, mio re! Suo marito è assente ormai da quasi un anno e molti uomini hanno tentato di corromperla, ma lei ha resistito».
Il re domandò: «Chi è suo marito?» E i suoi compagni risposero: «Quella donna è la moglie del figlio del Visir di vostro padre».
«Dite il vero», osservò il re; «infatti, avevo sentito dire che il figlio del Visir di mio padre aveva una moglie perfetta, dotata di ogni bellezza, non adultera e del tutto innocente da ogni sregolatezza».
«E la stessa donna» dissero gli altri.
Allora il re dichiarò: «Non importa come, ma io devo averla», poi, rivolgendosi a Omar, aggiunse: «Chi è tra quelle donne, la tua amante?» Omar rispose: «Non la vedo, mio re! » Al che il re disse: «Abbi pazienza, te la mostrerò». Omar fu molto stupito che il re sapesse tante cose. «E quello, dunque, è il negro Doreram?» disse il re.
«Sì, ed è un mio schiavo» rispose il Visir.
«Taci, non è tempo di parlare» disse il re.
Durante questa conversazione, il negro Doreram, ancora desideroso d'ottenere i favori della bellissima donna, le disse: «Sono stanco delle tue bugie, Beder e! Bedur» (luna piena delle lune piene), poiché tale era il suo nome.
Il re osservò: «Chi l'ha chiamata così le ha dato il suo vero nome, poiché davanti a Dio, ella è davvero la luna piena delle lune piene!»
Comunque, il negro volle trascinare la donna con sé e la colpì in viso.
Il re, folle di gelosia e con il cuore colmo di rabbia, disse al Visir: «Guarda cosa sta facendo il tuo negro! Per Dio! Farà la morte dello scellerato, poiché io farò di lui un esempio e un avvertimento per quanti volessero imitarlo!»
In quel momento il re udì la donna dire al negro: «Tu tradisci il tuo padrone, il Visir, con sua moglie e ora tradisci lei, nonostante la vostra intimità e i favori che lei ti concede. Certamente lei ti ama appassionatamente e tu dai la caccia a un'altra donna!»
Il re ordinò al Visir: «Ascolta, e non dire una parola».
Poi Beder el Bedur si alzò e, tornata al posto in cui era stata prima, cominciò a recitare:
O, uomini! ascoltate ciò che dico riguardo alla donna,
La sua sete di amplessi è scritta nei suoi occhi.
Non prestate fede ai suoi giuramenti, fosse anche la figlia del Sultano
La malizia della donna è senza fine, neppure il re dei re
Riuscirebbe a sconfiggerla, per quanto grande fosse la sua potenza.
Uomini, state attenti e fuggite l'amore per la donna!
Non dite: «Questa è la diletta del mio cuore»,
Non dite: «E la compagna della mia vita».
Se v'inganno, allora dite che le mie parole mentono.
Finché sta con voi nel letto, lei vi ama,
Ma l'amore di una donna dura, credetemi.
Quando vi stringete al suo seno, siete il suo tesoro;
Povero sciocco, ti adora per il tempo del coito,
Ma presto ti guarda come un diavolo;
E questo è un fatto certo fuor d'ogni dubbio.
La moglie riceve lo schiavo nel letto del padrone
E i servi sfogano su di lei la loro libidine.
Certo, una condotta simile non la si può lodare e onorare
Ma la virtù delle donne è fragile e incostante,
E il maschio così tradito è guardato con disprezzo.
Dunque un uomo di cuore non deve fidarsi
Di chi appartiene al sesso femminile.
A queste parole il Visir si mise a piangere, ma il re gli ordinò di non fare rumore. Allora il negro Doreram recitò i versi che seguono, in risposta a quelli di Beder el Bedur:
Noi negri abbiamo avuto la nostra parte di donne,
Non temiamo i loro trucchi per quanto astuti siano.
Gli uomini si fidano di noi per ciò che hanno di più caro.
Questa non è una menzogna, bada, ma la verità, come sai.
Ah, tutte voi donne! Non avete pazienza
Quando il membro virile vi manca,
Poiché in esso risiedono la vita e la morte vostre;
E il fine d'ogni vostro desiderio, segreto e scoperto.
Se v'adirate e infuriate contro i vostri mariti,
Essi vi calmano semplicemente introducendo il membro.
La vostra religione è nella vostra vulva
E il membro maschile è la vostra anima.
Tale sarà sempre la natura femminile.
Al che, il negro si gettò sulla donna, che lo spinse indietro. In quel momento il re si sentì opprimere il cuore; trasse la spada, come i suoi compagni, e insieme irruppero nella stanza. I negri e le donne non videro altro che le armi impugnate.
Uno dei negri si alzò, gettandosi sul re e gli altri, ma lo Chauch gli staccò con un colpo la testa dal corpo. Il re esclamò. «La benedizione di Dio su di te! Il tuo braccio non è disseccato e tua madre non ha partorito un bambino gracile. Hai sconfitto i tuoi nemici e il paradiso sarà la tua dimora e il tuo luogo di riposo».
Un altro negro balzò in piedi e sferrò un colpo contro lo Chauch, spezzandogli la spada in due. Era stata una bellissima arma e lo Chauch, vedendola rovinata, fu accecato dalla collera più violenta; afferrò il negro per il braccio, lo sollevò e lo sbatté contro la parete, rompendogli le ossa. Allora il re esclamò: «Dio è grande. Egli non ti ha disseccato la mano. O, che Chauch! Tu sei benedetto dall'Onnipotente».
Gli altri negri, vedendo questo, erano rimasti spaventati e muti, e il re, ora padrone delle loro vite, disse: «Soltanto il negro che ha alzato la mano sarà decapitato». Poi ordinò che agli altri cinque fossero legate le mani dietro la schiena.
Dopo che ciò fu fatto, egli si rivolse a Beder e! Bedur e le domandò: «Di chi sei moglie e chi è questo negro?»
La donna gli disse ciò che aveva già saputo da Omar. Il re la ringraziò dicendole: «Dio ti benedica», poi le chiese: «Per quanto tempo una donna può pazientemente fare a meno del coito?» Lei parve vergognarsi, ma il re le disse: «Parla, e non sentirti imbarazzata».
Allora ella rispose: «Una donna bennata, di buona famiglia, può rimanere senza per sei mesi; ma una donna umile di nessuna educazione, che non rispetta se stessa, appena potrà mettere la mano su un uomo, lo farà venire sopra di sé; il ventre e il membro di lui conosceranno la sua vagina».
Il re allora disse, indicando una delle donne: «Chi è costei?» Beder el Bedur rispose: « la moglie del Kadì». «E questa?» «La moglie del secondo Visir». «E quest'altra?» «La moglie del capo dei Muftì». «E quella?» «La moglie del Tesoriere». «E le due donne che stanno nell'altra stanza?» chiese ancora il re. E Beder e! Bedur rispose: «Hanno ricevuto ospitalità in questa casa e una di esse è stata portata qui ieri da una vecchia; il negro non l'ha ancora posseduta». Al che Omar intervenne: «Costei è quella di cui vi parlavo, mio Signore». «E l'altra a chi appartiene?» domandò il re. «Suo marito è l'Amin dei carpentieri». «E queste ragazze chi sono?» «Quella è la figlia dell'impiegato al Tesoro; quell'altra la figlia del Mohtesib; la terza è la figlia del Bouab; la quarta è la figlia dell'Amin dei Moueddin; la quinta è la figlia del funzionario che controlla la qualità della merce messa in vendita al mercato...» e così via. Su invito del re, Beder e! Bedur le passò tutte in rassegna, indicandogliele.
Il re domandò come mai tante donne fossero state condotte insieme in quella casa.
Beder el Bedur rispose: «O, mio signore, il negro non ha altre passioni che il coito e il buon vino. Fa l'amore giorno e notte e il suo membro riposa soltanto quanto lui stesso è immerso nel sonno».
Il re chiese ancora: «Cosa mangia?»
Ella disse: «Tuorli d'uovo fritti nel grasso, poi abbondantemente cosparsi di miele, e pane bianco; non beve altro che vecchio vino moscato».
«Chi ha portato qui queste donne, che appartengono tutte a funzionari dello Stato?»
«O, signore, ha al suo servizio una vecchia che gira per le case della città, e sceglie e gli porta ogni donna di superiore bellezza e perfezione; ma lo fa soltanto contro un buon compenso di denaro, vesti, gemme, rubini e altri oggetti di valore».
«E da dove prende il negro quel denaro?» domandò il re. Poiché la donna taceva, aggiunse: «Di grazia, non tenermi all'oscuro».
Allora lei fece capire con un'occhiata in tralice che il negro aveva tutto dalla moglie del Gran Visir.
Il re capì e disse: «O, Beder e! Bedour! Ho fede e fiducia in te, e la tua testimonianza avrà ai miei occhi il valore di quella dei due Adel. Parlami senza riserve dite stessa».
Lei allora dichiarò: «Io non sono stata toccata e, per quanto a lungo potesse durare tale situazione, il negro non avrebbe soddisfatto i suoi desideri».
«E così?» domandò il re.
« È così!» rispose lei. Aveva capito cosa il sovrano voleva dire e questi aveva afferrato il significato delle sue parole.
«Ma il negro ha rispettato il mio onore? Informami di questo» disse il re.
Lei rispose: «Ha rispettato il tuo onore per quanto riguarda le tue mogli. Non ha spinto tanto oltre le sue gesta criminali; ma se Dio gli avesse concesso più tempo non so se non avrebbe tentato d'insozzare ciò per cui avrebbe dovuto nutrire rispetto».
Poi, il re le chiese chi fossero gli altri negri, ed ella riprese: «Sono i suoi compagni. Dopo che egli si era preso il suo piacere con le donne che gli avevano portate, le passava a loro, come avete visto. Se non fosse per la protezione di una donna, dove sarebbe un uomo simile?»
Allora il re disse: «Bedel el Bedur, perché tuo marito non ha chiesto il mio aiuto in questa faccenda? Perché non ti sei lamentata?»
«O re del tempo», rispose lei, «beneamato Sultano, signore di numerosi eserciti e alleati! Quanto a mio marito, non sono ancora riuscita a informarlo della mia sorte; quanto a me stessa, non ho altro da dire se non ciò che sai dai versi che ho appena cantato. Dalla prima parola all'ultima, ho dato buoni consigli agli uomini riguardo alle donne».
Il re rispose: «O Beder el Bedur! Tu mi piaci e io t'interrogo nel nome dell'eletto Profeta (che la benedizione e la misericordia di Dio siano con lui!). Informami di ogni cosa; non devi temere di nulla; ti concedo un completo perdono. Quel negro ha goduto dite? Poiché presumo che nessuna di voi sia stata esente dai suoi tentativi e abbia salvato l'onore».
Ella rispose: «O re del nostro tempo, nel nome del tuo rango e del tuo potere! Quello di cui mi chiedi, io non l'avrei mai accettato per marito; come avrei potuto acconsentire a concedergli il favore di un amore illecito?»
Il re disse: «Sembri sincera, ma i versi che ti ho sentito cantare hanno suscitato dubbi nel mio animo».
Ella ribattè: «Avevo tre motivi per usare quel linguaggio. Prima di tutto, in quel momento ero in calore, come una giovane giumenta; in secondo luogo, Eblis aveva eccitato le mie parti naturali; e, infine, volevo calmare il negro e indurlo ad avere pazienza, e mi desse così una dilazione e mi lasciasse in pace finché Dio non mi avesse liberata di lui».
Il re commentò: «Dici sul serio?» Ella rimase in silenzio. Allora il re esclamò: «O Beder e! Bedur, tu sola sarai perdonata! » Ella capì che il re avrebbe risparmiato soltanto a lei la pena di morte. Egli le ingiunse di mantenere il segreto e disse che adesso voleva andarsene. Allora tutte le donne e le vergini si avvicinarono a Beder ci Bedur e l'implorarono, dicendo: «Aiutaci, poiché hai del potere sul re» e sparsero lacrime sulle sue mani, gettandosi disperate a terra.
Beder ci Bedur richiamò il re, che se ne stava andando, e gli disse: «O mio signore, tu non mi hai ancora concesso alcuna grazia!». «Come» protestò lui, «ho mandato a prendere per te una bellissima mula; tu la monterai e verrai con noi. Quanto a queste donne, devono tutte morire».
Lei disse: «O, mio signore, ti chiedo d'autorizzarmi a proporti un patto, che t'imploro di accettare». Il re giurò che l'avrebbe soddisfatta. Allora disse: «Ti chiedo in dono la grazia per tutte queste donne e queste ragazze. Per di più, la loro morte causerebbe la più terribile costernazione nell'intera città».
Il re rispose: «Non c'è luce e potenza che in Dio, il misericordioso!» Poi ordinò che i negri venissero condotti fuori e decapitati. L'unica eccezione fu il negro Doreram, che era particolarmente robusto e aveva un collo da toro. A questo tagliarono gli orecchi, il naso e le labbra; lo stesso fecero con il membro virile, ficcandoglielo in bocca, e lo appesero a una forca. Quindi il re ordinò che le sette porte della casa venissero chiuse e tornò al suo palazzo.
All'alba mandò una mula a Beder el Bedur, perché fosse condotta da lui. La prese a vivere con sé e la trovò eccellente fra quante eccellono.
Volle anche che a Omar ben Isad venisse restituita la moglie e lo nominò suo segretario privato. Poi ordinò che il Visir ripudiasse la sua consorte. Né dimenticò lo Chauch e il comandante delle guardie, ai quali fece grandi regali, come aveva promesso, usando a questo scopo le ricchezze del negro. Volle che la vecchia venisse portata in sua presenza e le domandò: «Forniscimi tutti i particolari sulla condotta del negro e dimmi se è una cosa giusta procurare in tal modo le donne agli uomini».
La donna rispose: «Questa è l'attività di quasi tutte le vecchie». Al che il re la fece giustiziare, assieme a tutte le altre vecchie che svolgevano quell'attività, tagliando così alla radice, nel suo stato, l'albero del lenocinio e facendone seppellire il tronco.
Infine rimandò alle famiglie tutte le donne e le ragazze, ordinando loro di pentirsi nel nome di Dio.
Questa storia descrive soltanto una piccola parte dei trucchi e stratagemmi usati dalle donne contro i loro mariti.
La morale è che un uomo che s'innamora di una femmina si mette in pericolo, esponendosi ai più grandi malanni.
IL GIARDINO PROFUMATO 2