FRANZ WELSER-MÖST

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by laureto@rodoni.ch



© ROGER MASTROIANNI
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In seinem Tagebuch einer Musikreise, die ihn zwischen 1770 und 1772 durch ganz Europa führte, berichtete der englische Musikhistoriker und Komponist Charles Burney mit Erstaunen und Bewunderung über die intensive Musikpflege in den Ländern des Habsburgerreiches, die noch die einfachsten Lebensverhältnisse durchdringe.

Aus allen Kirchen Wiens würde die herrlichste Musik strömen, an jeder kleinen Dorfschule gelte die Musikausbildung als ebenso wichtig wie das Lesen und Schreiben, gerade auch durch ihre enge Verbindung mit der Kirchenmusikpflege. Bis ins neunzehnte Jahrhundert hinein konnten die Volksschulen Österreichs und Böhmens ihren Ruf als »Konservatorium Europas« geltend machen und auch immer wieder eine Bestätigung für Burneys resümierende Diagnose liefern: »Von Zeit zu Zeit steht in diesen Landschulen ein groß Genie auf.«16 Man denke etwa an Anton Bruckner, den 1824 geborenen Schulmeistersohn aus Ansfelden.
Die kulturellen Verhältnisse haben sich zwar heute grundstürzend verändert, aber in Regionen, in denen die Zeit doch ein »bisserl« stehen geblieben ist, haben sich auch die alten Standards fruchtbar tradiert. Wenn also ein Dirigent der jüngeren Tradition wie der 1960 in Linz geborene Franz Welser-Möst, der aus der Brucknerschen Heimat stammt (zwanzig Kilometer entfernt von Ansfelden), sich als einer der renommiertesten Bruckner-Dirigenten von heute etabliert hat, so ist dies mehr als eine biographische Grille oder gar Zufall. Denn ein musikalischer »Bub« aus Linz geht aufs musikalische Gymnasium der Stadt, und dort bekommt er eine hervorragende Ausbildung. Er wächst als Chorsänger mit der großen Kirchenmusiktradition von Haydn, Mozart und Schubert...


INTERVIEW

DER DIENER AM WERK
THE SERVANT AT WORK

GESPRÄCH MIT DEM DIRIGENTEN
FRANZ WELSER-MÖST





“In his third season as music director of the splendid Cleveland Orchestra, Franz Welser-Möst contends with imposing spectres. Still looming in the memories (and recordings) of many listeners is George Szell, who made the merry American band a Germanic ensemble of fantastic power and precision from 1946 to 1970.

Although Lorin Maazel, whose decade began in 1972, could neither expand nor expound on Szell's achievements, he did sustain a core of tough individuality. Then came Christoph von Dohnànyi, who maintained a remarkably compelling fusion of sonic brilliance and intellectual sensitivity.

Welser-Möst is remaking the orchestra in his own image, savouring more warmth, perhaps, than Szell, and a bit less than Dohnànyi. The Austrian, now 44, may have encountered difficulty enforcing his profile with the London Philharmonic Orchestra, but that is history.

In musical Ohio he has managed to combine rare virtuosity with compelling finesse. Avoiding exaggeration and refusing to acknowledge the possibility of vulgarity, he has persuaded his musicians to perform as if chamber music were a universal goal. Even in grandiose romantic challenges, he seems to value clarity, balance and elegance above all."

[FINANCIAL TIMES - 3.2.2005]





EMI

CLASSICS



Zwei «artists in residence» wird es in der Saison 2005/06 im Musikverein geben: Franz Welser-Möst mit dem Cleveland Orchestra und Daniel Barenboim mit der Staatskapelle Dresden.

SEASON 2005-2006

ORCHESTRA
GIVES
VOICE TO NEW
SEASON LINEUP

FWM AND
RADU LUPU IN NY

***
FWM AND GMJO
MARCH 2005

DER STANDARD

DIE PRESSE

FRANKFURTERRUNDSCHAU

WIENER ZEITUNG

FT.COM

BENEFOZKONZERT

DER STANDARD


WIENER ZEITUNG


RODONI.CH'S WEBSITES

UN MACBETH VERAMENTE... REGALE

Allestito a Zurigo il capolavoro verdiano.
Un trionfo sul piano musicale. Qualche dissenso per la regia di David Pountney.
Macbeth fu rappresentato per la prima volta nel 1847, ma subì una vigorosa revisione una ventina d'anni dopo, nel 1865, in occasione delle rappresentazioni parigine dell'opera. In quel lungo lasso di tempo lo stile di Verdi, la sua visione della realtà e dell'arte, l'approccio al mondo shakespeariano mutarono profondamente. E radicalmente cambiato era anche il contesto storico-sociale in cui il compositore viveva e agiva: essendo Macbeth un'opera sulla degenerazione del potere, anche la situazione politica scaturita dall'unificazione dell'Italia non poteva non influire sul lavoro di riassestamento musicale e drammaturgico. Fu un intervento singolare, perché non coinvolse tutta la partitura: Verdi infatti lasciò ampi spezzoni della prima versione, sostituendone altri che riteneva deboli o stereotipati. In Macbeth il cosiddetto "primo Verdi" coesiste quindi con il "Verdi maturo", miracolosamente. .
Le leggendarie esecuzioni scaligere di Claudio Abbado, per nostra fortuna riassunte in una memorabile registrazione discografica, e la folgorante regia di Giorgio Strehler ad esse legata, hanno infatti inequivocabilmente provato che questa commistione stilistica non cagiona squilibrio alcuno; è anzi, essa stessa, una componente fondamentale dell'opera, soprattutto nel suo rapporto con il composito testo shakespeariano da cui deriva. In quel Macbeth i protagonisti, subdoli, efferati e deliranti, si stagliavano in una dimensione atemporale e in uno spazio semideserto, plumbeo, dalle linee essenziali e scarne, che conferiva risalto estremo alla musica e agli intricati rapporti tra i personaggi.
Agli antipodi rispetto alla lineare concezione strehleriana sta quella del regista americano David Pountney, estremamente (troppo secondo alcuni) complessa e densa, basata sulla contrapposizione tra elemento maschile (soldati, Macbeth) e femminile (streghe, Lady Macbeth), con palesi riferimenti alle interpretazioni psicanalitiche del dramma shakespeariano. Il re Duncano in quest'ottica sta... nel mezzo: è infatti un eunuco informe, malfermo, mellifluo, molle, giallo, vizioso e... arabo, simbolo di un potere equivoco, debole e malato.
Se per Verdi i protagonisti dell'opera erano soltanto tre (Macbeth, sua moglie e le streghe), per Pountney diventano quattro, proprio per l'importanza data al coro dei guerrieri. E forse cinque, se si pensa all'inusitato rilievo che il regista assegna al figlio di Banquo, a cui affida la conclusione, amarissima, dell'opera: il bambino, solo sulla scena, depone sul pavimento la "regal corona", subito trafitta da un enorme, lunghissimo raggio rosso-arancione dal significato inequivocabilmente ferale.
Spettacolo magnifico, a parere di chi scrive, che però forse non susciterà entusiasmi in quei fruitori legittimamente legati a scene e a regie più tradizionali e non trasgressive.
Thomas Hampson ha debuttato nel massacrante rôle en titre giganteggiando sul piano scenico; la sua interpretazione è stata
stupefacente pure vocalmente, nonostante qualche (inutile) eccesso,per esempio nella scena delle apparizioni.
eccellente anche la performance di Paoletta Marrocu nel ruolo impervio della perfida moglie; buoni gli altri interpreti, ad eccezione del tenore Luis Lima che si è trovato in palese difficoltà impersonando Macduff.


Superba e illuminante la direzione di Franz Welser-Möst. Mai vi son state cadute nella routine: tutta l'opera, anche quelle parti che sotto una direzione scialba potrebbero sembrare musicalmente volgari o banali, è sostenuta nella più alta dignità. Un'interpretazione cesellata, differenziata, limpida, coesa e non di rado sorprendente per i colori che il direttore austriaco ha saputo sprigionare dall'orchestra. Alla prima del 7 luglio si è a tratti udito... l'inaudito. L'entusiastico coro finale, a livelli interpretativi abbadiani, risulta agghiacciante in antitesi alla visione politica pessimistica per non dire marcescente di Pountney.
Applausi lunghissimi e fragorosi. Ovazioni per la coppia regale e per il direttore d'orchestra. Lievi contestazioni al team di regia.



FRANZ WELSER-MÖST

UN CAPOLAVORO



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DVD LULU
FRANZ-WELSER-MÖST




«SPECTACLE D'UNE ABYSSALE PERTINENCE, QUI FERA
LONGTEMPS RÉFÉRENCE ET LAISSE, À CHAQUE VISION,
DANS UNE ÉTRANGE MÉLANCOLIE MÊLÉE D'HORREUR»



LAURETO RODONI
«LULU» DI ALBAN BERG
UN REQUIEM LAICO


«WHAT A WONDERFUL
REVELATION»



LIBRETTO DI «LULU»
TRADOTTO IN ITALIANO

A CURA DI LAURETO RODONI

[...] La réalisation musicale est à la hauteur de la diabolique précision de la scénographie: Welser-Möst, en forme stupéfiante, cisèle chaque ligne musicale avec un raffinement infini tout en imposant à chaque tableau (et à la méta structure de l'oeuvre) un prodigieux crescendo dramatique, jusqu'à la catharsis, avivant méthodiquement, comme Bechtolf, les plaies béantes de la partition (la mort du peintre au I!).




En tête d'une distribution éblouissante, Laura Aikin, vraie bombe, mais traitée bien davantage en véritable actrice (et laquelle!) qu'en pur objet plastique, mène le jeu avec une souplesse diaphane, absolument idéale de silhouette, comme de voix.

Chacun de ses costumes, époustouflants, est une véritable oeuvre d'art, et ce qu'elle glisse à l'intérieur en pathétique, en révolte, en passivité, en colère, en perversité et en sincérité (écouter le "Freiheit !" à sa sortie de prison au II), est simplement unique. [...] COMPLETE REVIEW

LAURA AIKIN

«Die Zauberflöte», opera ultima di Mozart, andata in scena per la prima volta il 30 settembre 1791 sotto la direzione del compositore stesso (che sarebbe morto un paio di mesi dopo, all'età, giova ricordarlo, di 35 anni!), è senza dubbio una delle creazioni più enigmatiche e affascinanti di tutto il repertorio lirico. Molti quesiti connessi alla genesi e allo sviluppo di questo singolare capolavoro nell'ambito dell'iter creativo mozartiano e alla paternità dell'elemento massonico, che si inserisce senza stridori in una fiaba orientaleggiante, sono tuttora irrisolti: è noto che la moglie Constanze censurò a posteriori, perché compromettenti, molte lettere del marito, di capitale importanza per comprendere lo svolgersi del pensiero e del lavoro mozartiani: atteggiamento, questo, che rivela fino a che punto il compositore salisburghese fosse caduto in disgrazia dopo la prematura morte, nel 1790, di Giuseppe II, contrastato sia dai cattolici sia dagli aristocratici che ambivano alla riconquista dei rispettivi privilegi, in parte persi proprio per le riforme introdotte da questo illuminato Imperatore. Come appare da molte lettere, Mozart era violentemente contrario a tali privilegi e la sua adesione agli ideali massonici, avvenuta nel 1785, deve essere intesa anche come sostegno alla politica riformista di Giuseppe II: questa adesione, com'è noto, contribuì in modo decisivo al trasferimento del compositore da Salisburgo a Vienna e gli facilitò i contatti con l'ambiente di corte, in cui vi erano influenti consiglieri che appartenevano appunto all'ala progressista della massoneria.
Proprio le simpatie per il progressismo radicale diffuso a Vienna negli ambienti intellettuali e l'interesse per ciò che stava accadendo a quel tempo a Parigi (è probabile che Mozart fosse favorevole alle concessioni costituzionali di Luigi XVI)

CONTINUA





RICHARD WAGNER

DIE MEISTERSINGER
VON NÜRNBERG




L'AVANT-SCÈNE-OPÉRA





© KLAUS RUDOLPH

For the 45-year-old Austrian, the current West Coast tour is a chance to show off his developing partnership with one of the nation's most revered ensembles. To hear him tell it, Welser-Möst's goal has been to leaven his orchestra's formidable technical prowess with a looser, more communicative touch.
I'm not the old type of conductor, he said. I try to live in the 21st century. The Cleveland Orchestra has always that drive for perfection, but I think music-making also has a lot to do with freedom and how you use that freedom.
Perfection is a great thing, but it has to serve a purpose. We also have to relate emotionally to the audience, in an experience we share together. It's not a circus act. This emotional side of the music making is something the orchestra had to get used to.
Welser-Möst's appointment to succeed Dohnányi raised eyebrows in musical circles. He was young and relatively inexperienced, and he had come off an unhappy six-year stint as music director of the London Philharmonic Orchestra that was marked by scathing reviews and poor rapport with the musicians (who nicknamed him Frankly Worse Than Most).
But his combination of warmth and tonal clarity seems to be winning over his detractors, and recent reviews have tended to praise the orchestra's performances of traditional and contemporary works alike.
Welser-Möst looks back with a certain rueful candor on the earlier period, when he says he succumbed to the lure of the international jet-setting career.
I was working 50 weeks a year, trying to do this and that and everything, and it backfires. You get sick. You have to listen to your body, and at some point you understand that career is not everything.
In addition to his Cleveland post, Welser-Möst is also principal conductor of the
Zurich Opera, and guest-conducts regularly in Berlin, Vienna and Munich. But he makes sure to take at least 12 weeks off each year to keep himself rested.
Welser-Möst's career as a conductor began as a result of a near-fatal accident. Born in Linz, he trained originally as a violinist and pianist. But at 18, on his way to a performance, his car skidded off an icy road and Welser- Möst wound up in intensive care for months.
The crash, he says, taught him to be hesitant about announcing long-term goals, either for himself or the orchestra. In the nearer term, it left him with permanent nerve damage in his left hand that scuttled any hope of a career as an instrumentalist. On recovering, he threw himself into conducting as the only way of retaining his relationship with music.
But for all his devotion to music, Welser-Möst seems intent on making room in his life for plenty of other activities. He and his wife maintain homes in her native Liechtenstein as well as in Cleveland and rural Austria, and he is clearly not a conductor whose existence begins and ends with scores.

Mit dieser höchst populären Wagner-Oper (in Dolby Digital 5.1 Surround-Sound) erweitert sich der EMI Classics-Katalog durch ein weiteres Highlight des Musiktheaters in Starbesetzung.
José van Dam als Hans Sachs, Matti Salminen als Veit Pogner, Michael Volle als Sixtus Beckmesser, Peter Seiffert als Stolzing: Schon allein diese Namen garantieren eine Einspielung, die als Dokument in die Geschichte eingehen wird. „Eine Aufführung, die nichts zu wünschen übrig ließ und die auch den weiten Weg auf die Südseite des Rheines voll gerechtfertigt hat!", schrieb der Opernkritiker Ralf-Jochen Ehresmann über die Produktion, in der der Regisseur zwar an der spätmittelalterlichen Welt der Handlung anknüpft, die Atmosphäre aber wie in einer Zeitreise der Figuren verändert und ihr neue Bedeutungs-schichten abgewinnt. Wagner besitzt gerade in Zürich eine besondere Tradition, seit hier 1913 der Parsifal erstmals außerhalb von Bayreuth zu erleben war.
VIDEO ONLINE

Auch Dirigent Franz Welser-Möst versuchte immer wieder, die Musik vom Pomp zu befreien, sie neu zu hören: spontaner, ehrlicher, aufregender hat man die vielen Facetten dieser grandiosen Partitur selten gehört. V. BOSER

Die neue Zürcher Produktion der «Meistersinger» unter der musikalischen Leitung von Franz Welser-Möst wurde an der Premiere vom Dienstag zu einem Sängertriumph ersten Ranges. Endlich, endlich wieder ein Wagner-Tenor, der diesen Namen verdient! In der Rolle des intuitiv die Regeln der Meistersinger-Kunst erneuernden Ritters Walther von Stolzing sang Peter Seiffert seine Seele aus dem Leib. Mit grossartigen Steigerungen beseelte er die weitatmigen Phrasen, wagte dabei das Orgiastische und behielt doch immer die Kontrolle über seine Stimme. ZÜRCHER OBERLÄNDER





IL TURCO IN ITALIA

«Il Turco in Italia» del ventiduenne Gioachino Rossini è un'opera buffa tra le più raffinate e innovative non solo di Rossini ma anche di tutto il repertorio lirico; raffinata per il trattamento delle voci, per l'invenzione musicale e la strumentazione; talmente originale, specie nella concezione drammaturgica, che il pubblico, sconcertato, le decretò un clamoroso fiasco in occasione della prima assoluta alla Scala il 14 agosto 1814, mostrando di preferire di gran lunga la più tradizionale «Italiana in Algeri». CONTINUA (Laureto Rodoni)

Cecilia Bartoli has been heralded as the most exciting, accomplished and beautiful Rossini singer to appear in the modern era, remarkably similar in range, presence and temperament to Rossini's great love, the fiery Spanish soprano Isabella Colbran. The flirtatious, high-spirited and beguiling young wife is a perfect role for such a vivacious and expressive singer like Bartoli. A strong cast will also feature two of today's most accomplished basses, both known for their dramatic abilities - Ruggero Raimondi as Selim, the Turk and Paolo Rumetz as the ridiculous husband, Don Geronio.

FonoForum 02 / 05: Die Musik hat's offensichtlich in sich: spritzig und witzig, leichtfüßig und - unter dem temperamentvollen Zugriff von Franz Welser-Möst manchmal urkomisch. Das hat Biss und Verve. Herzschmelzende Kantilenen werden oft von einem obligaten Instrument gleichsam karikiert, und mit wieselflinken Crescendi wird in den Akt-Finali ein fast selbstzerstörerisches Perpetuum mobile entfesselt.

With Cecilia Bartoli in a leading role, and the Zurich Opera and Chorus providing an enchanting musical backdrop, this reworking of Rossini's IL TURCO IN ITALIA is a sight to behold. Ruggero Raimondi plays Turco to Bartoli's Donna Fiorilla, and the ensemble are neatly complemented throughout by the Zurich Opera and Chorus, who fall under the watchful eye of conductor Franz Welse-Möst.

BARTOLI UND RAIMONDI IN ROSSINIS «TURCO» AUS ZÜRICH AUF DVD ARTHAUS MUSIK DIE «NEUE ZÜRCHER ZEITUNG» RESÜMIERTE: «EIN HÖCHST VERGNÜGLICHER ABEND ALSO, WORAN NICHT ZULETZT DER DIRIGENT FRANZ WELSER-MÖST UND DAS ORCHESTER EINEN GROßEN ANTEIL HABEN. GENAU SIND DIE ÜBERGÄNGE AUSGEHÖRT, FEIN ABGESTUFT DIE TEMPI. DAS IST MITNICHTEN DER PLAKATIVE ROSSINI, DER EINEM GERNE SONST SERVIERT WIRD, SONDERN EIN DIFFERENZIERTER UND MEHRSCHICHTIGER.


WUNDERBAR, MIT WELCH FEINEM HUMOR DIE REZITATIVE VON ENRICO CACCIARI AM HAMMERFLÜGEL BEGLEITET WERDEN. SO WIRD AUCH MUSIKALISCH EIN RAUM GESCHAFFEN, IN WELCHEM DIE SÄNGERINNEN UND SÄNGER BRILLIEREN KÖNNEN.» UND DIESE GELEGENHEIT WUSSTEN CECILIA BARTOLI ALS UMWERFEND KAPRIZIÖSE FIORILLA, RUGGERO RAIMONDI ALS LÜSTERNER TÜRKENFÜRST, PAOLO RUMETZ ALS LIEBENSWERT UNGESCHICKTER DON GERONIO, JUDITH SCHMID ALS TREUE ZAIDA UND OLIVER WIDMER ALS PRAXISORIENTIERTER THEATERDICHTER BESTENS ZU NUTZEN!



Fünf Jahre nach Wagners "Parsifal" brachte Johann Strauß Sohn im Theater an der Wien "Simplicius" heraus, ein Werk ohne Gattungsbezeichnung, also weder Oper noch Operette. Zum 100.Todestag des Komponisten erschien am Zürcher Opernhaus 1999 eine Neuinszenierung als Schweizerische Erstaufführung. Die Produktion griff unterschiedliche Impulse der Entstehungsgeschichte auf und erstellte dann eine eigene Fassung des Stücks. Hier wurde zum Beispiel das "Donauweibchen“ kurz vor Schluss eingebaut Der Chefdirigent des Zürcher Opernhauses, der gebürtige Österreicher Franz Welser-Möst, drückt der "Simplicius"-Produktion nicht nur an dieser Stelle seinen muttersprachlichen Stempel auf.
Der Brite David Pountney erzählt die vergnügliche Geschichte mit vielen Ausstattungseffekten – für die er international bekannt ist. Monumentale Requisiten garnieren eine handwerklich saubere Regiearbeit, die mit einer gehörigen Portion schwarzen Humors gewürzt ist. Am Ende sieht man einen spektakulären Galgen mit einer großen Zahl Gehängter, und alle drehen sich im Walzertakt...
CINEFACTS

[...] Das Orchester des Opernhauses Zürich unter der Leitung von Franz Welser-Möst trägt mit seinem hervorragendem Spiel wesentlich zum hervorragenden Gesamteindruck bei. Die Sänger stehen dem Orchester in nichts nach: Michael Volle passt mit seinem fulminanten Bass hervorragend zur fast mystischen Figur des Einsiedlers. Tenor Martin Zysset schafft es, mit seiner klaren Stimme der Naivität des Simplicius stimmig umzusetzen. Elizabeth Magnuson als Hildegarde singt sich mit ihrer strahlenden Stimme schnurstracks in die Herzen der Zuhörer, und man versteht, warum Arnim sein gesamtes Vermögen für sie geben würde. [...] KLASSIC.COM




Tatsächlich liest dieser Dirigent Partituren offenbar genauer als die meisten seiner Kollegen. Wenn er ein viel gespieltes Werk neu einstudiert, dann sichert das auch jenem Hörer, der die "Bohème" Dutzende Male gehört hat, völlig neue Klangerlebnisse.
Puccinis Werk ist in Zürich nun alles andere als ein rührseliger Melodienreigen in weich wattiertem Instrumentalgewand. Unter Welser-Mösts Führung zeichnen die Musiker knappe, klare Konturen, skizzieren mit dem Scharfblick und Witz eines Karikaturisten Charakterbilder der einzelnen Bohemiens und ihres von Ironie, Zynismus und frechem Umgangston geprägten Lebens.
Erst der Auftritt Mimis zeigt die zartfühlende Seite des Komponisten: Mit einem behutsam gehauchten Streicherakkord wendet sich der Charakter der Musik - und die Gefühlswelt des tenoralen Helden: Selten erlebt man einen einzigen musikalischen Moment so intensiv wie diesen unter den Händen der Zürcher Musiker. Extreme Stimmungswelten, aber auch extreme dynamische Kontraste charakterisieren Mösts Puccini-Lesart, die ernst nimmt, was in den Noten steht, und nicht nivellierend das orchestrale Geschehen dem vorgeformten Bild eines spätromantischen Klangideals anzupassen sucht. Puccini war ein wacher Zeitgenosse der frühen Moderne, ein Vorreiter auch der wahrhaftigen, von Sekunde zu Sekunde flexiblen, aufmerksam alle Seelenregungen, aber auch alle naturalistischen Details widerspiegelnden Kompositionskunst. So betrachtet, führt von der "Bohème" ein gerader Weg zum "Wozzeck". [...] Das Zürcher Orchester erzählt es uns en miniature ebenso beredt wie in den großen, zarten Melodiebögen, die es im entscheidenden Augenblick auch zu spannen versteht.

ARTICOLO COMPLETO

Welser-Moest's Puccini is highly emotional without being at all sentimental. He keeps tempi crisp and tight, makes short and devastatingly effective work of the climaxes and lets the lyrical moments sing. His cast is truly outstanding, particularly Chilean soprano Cristina Gallardo-Domas. She is the quintessential Mimi, utterly winning to watch, all waif-like charm and huge eyes, with a voice that can open with vast warmth or suggest brittle fragility, innocent and knowing in turn.
The garret-dwelling Bohemians are luxuriously cast. Michael Volle is a Marcello with great depths of humanity, Laszlo Polgar a sweetly dissolute Colline with a thousand comic nuances, Cheyne Davidson a charismatic Schaunard, Elena Mosuc both endearing and maternal as the flighty Musetta. Marcello Giordani's Rodolfo has seen a fair bit of life already, yet that hasn't dimmed his taste for no-holds-barred ardor. His is a smoky, smoldering tenor with a vehement, untiring upper register. [BLOOMBERG.COM]


"Franz Welser-Möst bietet eine subtil differenzierte musikpsychologische Innenschau - in jedem Fall spannender als Carlo Rizzis Salzburger Dirigat."
Werner Pfister, Fono Forum, 06/2006

"Competition is getting quite fierce in the Traviata DVD market, but this Zürich production from last summer has a lot going for it. Much of the credit must go to the stage director Jürgen Flimm for his admirably clear-headed production which allows the real drama, and thus the singers, to take centre-stage, rather than hindering proceedings with some half-baked modernist 'concept'. [...] The other real glory is the conducting and playing. Welser-Möst keeps things on the move without short-changing us on the more tender moments, and his orchestra is on superb form, with glowing strings in the pelude and some beautifully balanced wind playing. [...] Sound and picture qualtity really are first-rate, and the camerawork is subtle, only switching from stage to pit in the preludes. [...] This Zürich production ... must be given a strong recommendation."
Tony Haywood, MusicWeb, 10.03.2006

"Im vergangenen Festspielsommer aufgezeichnet, als alle Welt auf die Salzburger 'Traviata' schaute, liegt die Zürcher Produktion desselben Werkes bereits auf DVD vor. Was sie auszeichnet, ist der geschlossene künstlerische Gesamteindruck, bei dem ein Rädchen ins andere zu greifen scheint [...]. Dem Aufnahmeteam ist es gelungen, den überwältigenden Liveeindruck der Aufführungen auf DVD zu bannen. Da ist zunächst Jürgen Flimms überzeugende Inszenierung, die weniger verspielt daherkommt als etwa seine Zürcher 'Poppea' im Jahr zuvor, und die sich auf die zentralen Konfliktfelder des Stückes konzentriert. In Erich Wonders zwischen gesellschaftlichem Pomp und persönlicher Vereinsamung geschickt changierenden Bühnenbildern und Florence von Gerkans perfekt darauf abgestimmten Kostümen kommt die Personenregie optimal zur Geltung; sehr genau und typimmanent ist sie auf die ihm zur Verfügung stehenden Sänger abgestimmt. [...] Musikalisch wird das Regiekonzept ideal unterstützt, was insbesondere an Franz Welser-Möst und dem hervorragenden Orchester der Zürcher Oper liegt. Welser-Mösts Lesart der Partitur wirkt wie ein Sog, in den der Hörer hineingezogen wird. Höchste rhythmische Präzision und eine genau ausgeklügelte Dynamik sowie Tempi, die man sich zwingender kaum vorstellen kann, führen zu der vom Dirigentischen her wohl zwingendsten 'Traviata' seit Carlos Kleiber. [...] Der polnische Tenor [Piotr Beczala als Alfredo] bietet eine fulminante Leistung - musikalisch wie szenisch. Stimmlich verfügt Beczala neben einem wunderschönen Timbre und einem guten Volumen mit dem nötigen Schmelz auch über eine souveräne Höhe, die ihn auch das hohe C der Stretta erreichen lässt; in den Ensembles zeigt sich der Tenor als idealer Dialog-Partner. Wohl eher selten dürfte man erlebt haben, dass sich ein Darsteller des Vater Germont derart zum Zentrum einer 'Traviata' macht, wie es hier Thomas Hampson aufgrund seiner szenischen und stimmlichen Präsenz mühelos gelingt, ganz dem Regiekonzept Flimms entsprechend."

S. Mauss, Das Opernglas, 03/2006




"Jürgen Flimm zeigt hier, dass man große Oper auch mit wenigen Mitteln machen kann. Die schlichte Bühne (Erich Wonder) vermeidet jeden Pomp, selbst die Massenszenen bleiben übersichtlich und man erkennt die Menschen und nicht die Kostüme. Besonders in Nahaufnahmen beeindruckt das 'normale' Verhalten der Massen; die Sänger bewegen und verhalten sich ganz natürlich, so dass diese Traviata ungemein echt über die Rampe kommt. Auch Welser-Möst hat verstanden, dass Verdi hier ein Kammerspiel komponiert hat. Mit einem schlanken Dirigat und fast mozartscher Noblesse geht er allen groben Effekten aus dem Weg und ergänzt somit akustisch Flimms optische Version. [...] Thomas Hampson als Vater Germont ist wie immer überragend. Chor und Orchester lassen keine Wünsche offen und die Kameraarbeit von Felix Breisach erweist sich als optimal. Insgesamt eine gute Traviata, die das Züricher Opernhaus wieder einmal als eine der spannendsten Spielstätten Europas zeigt."

pizzicato, 02/2006

La musique de Verdi, servie avec précision et tonicité par Franz Welser-Möst, émane de la fosse de l’Opéra de Zurich avec une concision qui ne sacrifie pas l’expression, à l’image des cordes irisant le prologue sans cette vibration vulgaire que l’on y entend parfois chez d’autre. La direction attentive du chef épouse les contours vocaux des chanteurs sans jamais les couvrir et conduit les épisodes de fêtes tambour battant.LE DRAME DE VIOLETTA DANS TOUTES LES NUANCES

Um die Millionen der jungen und schönen Witwe Hanna Glawari für das pontevedrinische Vaterland zu sichern, initiiert der Baron Zeta eine Heiratsvermittlung der besonderen Art. Er befiehlt dem charmanten Frauenheld Graf Danilo, seine heilige patriotische Pflicht zu erfüllen und Hanna zu ehelichen. Was er dabei nicht weiß ist, dass Danilo und Hanna bereits eine gemeinsame Vergangenheit haben.

Helmut Lohner versteht es hervorragend, diese amüsant verstrickte Liebesgeschichte szenisch umzusetzen. Das prachtvolle Bühnenbild (ganz in rot und gold gehalten), die geschmackvollen Kostüme (die mit einer gekonnten Mischung aus Pariser Gesellschaftsmode und volkstümlichen Kleidern die Musik Lehárs widerspiegeln) und die Charakterisierung der Figuren (mit viel ‚Schmäh’) verschmelzen zu einer wunderbaren visuellen Einheit. Mit seiner scharfsinnigen, musikalischen Gestaltung gelingt es dem Dirigenten Franz Welser-Möst zudem, Lehárs Komposition ausgezeichnet in dieses Bild zu integrieren.

Die gelungene Inszenierung, Dagmar Schellenberger als attraktive Witwe, Rodney Gilfry in seiner überzeugenden Darstellung des Bonvivant Danilo und eine sehr lebendige Ute Gfrerer als Valencienne machen diese Aufführung zu einem „Volltreffer in jeder Hinsicht“.

Stuttgarter Zeitung

DIE LUSTIGE WITWE - DVD




[...] Bestimmend für den neuen Zürcher «Rosenkavalier» aber ist der Eindruck von Frische und Unmittelbarkeit, und dies verdankt sich ebenso sehr der musikalischen wie der szenischen Wiedergabe. Franz Welser-Möst lässt den Klang in den leuchtendsten, sattesten Farben aufblühen, aber da er eine ausgesprochen zügige, zielstrebige Gangart pflegt - mit wohldosierten Ruhepunkten - und nicht nur das Farb-, sondern auch das dynamische Spektrum in seiner ganzen Breite ausschöpft, entsteht nie Schwere oder Massigkeit. Das Orchester seinerseits erweist dem früheren Chef mit ebenso musikantischem wie diszipliniertem, reaktionsschnellem Spiel die Reverenz. [...] NZZ - RECENSIONE COMPLETA

Im Übrigen aber gilt es, noch einmal zu bewundern, wie sorgfältig Bechtolf die Figuren führt. Wie durch blosses Positionieren, durch angedeutete Gesten und Blicke zuletzt die subtilen Beziehungen im Trio von Sophie, Oktavian und Marschallin allmählich unwiderruflich geklärt werden. Und wie die drei fantastischen Frauenstimmen verschmelzen in einer Schönheit, die unaufhörlich und doch immer schon vorbei ist. Geführt von einem Franz Welser-Möst, der in den grossen Schlussovationen mit allem Grund als Star des Abends gefeiert wurde. TAGES ANZEIGER - RECENSIONE COMPLETA

Nicht nur subtile Zeichnung der Orte und detailreiche Führung der Personen, die im Schlussterzett ihren emotionalen Höhepunkt findet, kennzeichnen diesen im Herbst wieder zu sehenden "Rosenkavalier", sondern vor allem eine hervorragende Umsetzung. So kammermusikalisch und doch schwungvoll, transparent und doch mit gewaltigen Aufschwüngen wurde die Oper lange nicht mehr gespielt. Franz Welser-Möst ist zudem den Sängern ein idealer Partner und versteht sich bestens auf den wienerischen Strauss-Stil.
DIE PRESSE -
RECENSIONE COMPLETA




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REVIEW BY CHRISTIAN MERLIN



Franz Welser-Möst est communément le maître d'ouvrage de ces productions solides. Kapellmeister dans la meilleure tradition, il se révèle dans ce Tannhäuser un architecte probe, menant une ouverture sans vertiges, parfaitement tirée au cordeau et d'une belle rigueur. Sachant, au Venusberg surtout, imprimer à son orchestre une poésie sombre, moite, le chef joue d'une trame instrumentale dense, touchant en de rares instants (manière magnifique de poser les premiers accords du "Wie Todesahnung" de Wolfram au 3) des sommets de musique pure... Peut-être finalement manque-t-il seulement à cette lecture un peu de l'élan romantique du Sawallisch des années 60, un peu de l'hédonisme virtuose (on est presque tenté de parler d'esbrouffe sonore) de Solti, un peu de cette fièvre, enfin, qui va si bien à Tannhäuser. CONTINUA

Die Musik von Richard Wagner beschäftigt mich schon seit längerer Zeit. Abgesehen von der Qualität seiner Kompositionen selbst, ist er ohne Zweifel einer der größten Visionäre der Operngeschichte. Wagner war ja nicht nur Musiker, sondern auch Dichter. Diese sehr spezielle Beziehung zwischen Wort und Ton ist etwas, auf das man immer ein großes Augenmerk legen muss. Der Fluss des Textes bestimmt das musikalische Tempo. Das ist etwas sehr Wesentliches! Text und Musik müssen zusammen stimmen. Es geht einzig und allein um das Gesamtkunstwerk. Dieses in den Mittelpunkt zu stellen, soll die Aufgabe jedes Interpreten sein. Außerdem müssen nicht nur wir uns unserem Kunstwerk beweisen, sondern auch das Kunstwerk muss sich in jeder Zeit, in jeder Epoche wiederum aufs Neue beweisen. Gerade das hält die Kunst am Leben. CONTINUA





Engelbert Humperdinck vertonte das Märchen "Hänsel und Gretel" mit dem Text von Adelheid Wette. Der Märchenstoff wurde leicht verändert. Vor allem ist die Mutter nicht mehr so sehr die böse Figur.
Die Musik beinhaltet viele Elemente aus Kinderliedern, so dass man einige Teile (z.B. mit Kindern) leicht mitsingen kann. Trotzdem ist die Musik nicht anspruchslos oder einfach, sondern spricht auch den interessierten Erwachsenen an.
Die Inszenierung aus dem Opernhaus Zürich ist modern gehalten - nicht unbedingt im (eher erwarteten) Zuckerbäckerstil mit tropfendem Zuckerguss, sondern das Stück spielt in einer bunten Phantasiewelt.
DVDTIPPS24.

Jeder Cent für diese DVD war sehr gut angelegt. Eine traumhafte Inszenierung mit liebevoll gestaltetem Bühnenbild und fantastischen Sängerinnnen und Sängern sowie Musikern. Schön fand ich es außerdem, dass auch Szenen im Publikum und im Orchestergraben gedreht wurden. So hat man das Gefühl, Teil der Aufführung zu sein. Schade eigentlich, dass man so aufwändig gestaltete Opern nur selten findet. Das Auge will schließlich auch umschmeichelt werden...

Jeder Cent für diese DVD war sehr gut angelegt. Eine traumhafte Inszenierung mit liebevoll gestaltetem Bühnenbild und fantastischen Sängerinnnen und Sängern sowie Musikern. Schön fand ich es außerdem, dass auch Szenen im Publikum und im Orchestergraben gedreht wurden. So hat man das Gefühl, Teil der Aufführung zu sein. Schade eigentlich, dass man so aufwändig gestaltete Opern nur selten findet. Das Auge will schließlich auch umschmeichelt werden...
SIEBENBÜRGER.DE





Uno spettacolo di proterva bellezza

Sensazionale, geniale, inaudita interpretazione di Franz Welser-Möst. L'insigne maestro austriaco che ha portato l'orchestra dell'Opernhaus a livelli inconcepibili prima del suo arrivo a Zurigo, ha consegnato alla storia dell'interpretazione di Pelléas et Mélisande uno dei tasselli interpretativi più mirifici e preziosi.
L'allestimento di Bechtolf-Glittenberg è tra i più belli e intensi che mi sia mai capitato di vedere in un teatro d'opera.
Laureto Rodoni

[...] Franz Welser-Möst lotet mit dem Orchester Debussys Traumsprache wunderbar aus und verhilft der kammermusikalischen Faktur mit blitzsauberen Bläsern und weichen Streichern zu Transparenz und dichte. Ihm gelingt der grossformale Bogen von der emotionslosen, schwebenden Zurückhaltung des ersten teils in einem lang gezogenen Crescendo hin zum wütenden Ausbruch Golauds. Hervorragend abgestimmt sind die Stimmen, in ihrem melismatischen Parlieren vom Orchester strukturiert getragen. [...] Basler Zeitung


DIE WELT - BERLIN
DEBUSSY UND SEINE DOUBLES

IN ZÜRICH WUCHSEN DIRIGENT FRANZ WELSER-MÖST UND REGISSEUR
SVEN-ERIC BECHTOLF ZU EINEM DER WICHTIGSTEN DUOS DES MUSIKTHEATERS.

FRANZ WELSER-MÖST

SPRICHT ÜBER
PELLÉAS ET MELISANDE

© MAGAZIN OPERNHAUS ZÜRICH




For the 45-year-old Austrian, the current West Coast tour is a chance to show off his developing partnership with one of the nation's most revered ensembles. To hear him tell it, Welser-Möst's goal has been to leaven his orchestra's formidable technical prowess with a looser, more communicative touch.
I'm not the old type of conductor, he said. I try to live in the 21st century. The Cleveland Orchestra has always that drive for perfection, but I think music-making also has a lot to do with freedom and how you use that freedom.
Perfection is a great thing, but it has to serve a purpose. We also have to relate emotionally to the audience, in an experience we share together. It's not a circus act. This emotional side of the music making is something the orchestra had to get used to.
Welser-Möst's appointment to succeed Dohnányi raised eyebrows in musical circles. He was young and relatively inexperienced, and he had come off an unhappy six-year stint as music director of the London Philharmonic Orchestra that was marked by scathing reviews and poor rapport with the musicians (who nicknamed him Frankly Worse Than Most).
But his combination of warmth and tonal clarity seems to be winning over his detractors, and recent reviews have tended to praise the orchestra's performances of traditional and contemporary works alike.
Welser-Möst looks back with a certain rueful candor on the earlier period, when he says he succumbed to the lure of the international jet-setting career.
I was working 50 weeks a year, trying to do this and that and everything, and it backfires. You get sick.


You have to listen to your body, and at some point you understand that career is not everything.
In addition to his Cleveland post, Welser-Möst is also principal conductor of the
Zurich Opera, and guest-conducts regularly in Berlin, Vienna and Munich. But he makes sure to take at least 12 weeks off each year to keep himself rested.
Welser-Möst's career as a conductor began as a result of a near-fatal accident. Born in Linz, he trained originally as a violinist and pianist. But at 18, on his way to a performance, his car skidded off an icy road and Welser- Möst wound up in intensive care for months.
The crash, he says, taught him to be hesitant about announcing long-term goals, either for himself or the orchestra. In the nearer term, it left him with permanent nerve damage in his left hand that scuttled any hope of a career as an instrumentalist. On recovering, he threw himself into conducting as the only way of retaining his relationship with music.
But for all his devotion to music, Welser-Möst seems intent on making room in his life for plenty of other activities. He and his wife maintain homes in her native Liechtenstein as well as in Cleveland and rural Austria, and he is clearly not a conductor whose existence begins and ends with scores