STENDHAL (Henri-Marie Beyle)
LA CERTOSA DI PARMA
Traduzione di Emilio Tadini

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PREMESSA




PARTE PRIMA

 

Gi mi fur dolci inviti a empir le carte

i luoghi ameni

Ariosto, Satira IV

 

Avvertenza

 

       nell'inverno del 1830 e a trecento leghe da Parigi che questo romanzo stato scritto; dunque nessuna allusione ai fatti del 1839.

       Molti anni prima del 1830, al tempo in cui i nostri eserciti si muovevano attraverso tutta l'Europa, mi tocc per caso un biglietto d'alloggio per la casa di un canonico, in quella citt incantevole che Padova. Il mio soggiorno si prolung, e diventammo amici.

       Ripassando da Padova verso la fine del 1830, corsi alla casa del canonico: lui non c'era pi, lo sapevo, ma volevo rivedere il salotto dove avevamo passato serate tanto piacevoli e poi tante volte rimpiante. Il nipote del canonico e la moglie mi accolsero come un vecchio amico. Poi arriv altra gente e restammo insieme fino a molto tardi; mi ricordo che il padrone di casa fece venire dal caff Pedrocchi un ottimo zabaglione. A tenerci svegli per tante ore fu soprattutto la storia della duchessa Sanseverina. Qualcuno vi aveva accennato, e il padrone di casa aveva voluto raccontarla per intero in mio onore.

       Nel paese dove andr, dissi ai miei amici, non me ne capiteranno di riunioni come questa, e cos, per passare le lunghe ore della sera, mi metter a farne un romanzo, della vostra storia.

       Allora vi dar le cronache di mio zio, disse il padrone di casa. Sotto la voce Parma mio zio ha annotato qualcuno degli intrighi che si svolgevano a corte quando la duchessa faceva il bello e il cattivo tempo. Ma attento, non quel che si dice una storia edificante, e adesso che in Francia vi piccate di purezza evangelica potrebbe procurarvi la fama di assassino.

       Pubblico questo romanzo senza far correzioni al manoscritto del 1830, il che pu avere due inconvenienti.

       Il primo per il lettore: i personaggi sono italiani, e forse lo interesseranno meno, dato che il carattere degli italiani molto diverso dal nostro. Gli italiani sono sinceri, brava gente, e quando non hanno motivo di diffidenza dicono quel che pensano; la vanit, in loro, si manifesta solo come uno stato di crisi, passeggero, e allora diventa passione e prende il nome di puntiglio. E poi non ridicolo essere poveri, da loro.

       Il secondo inconveniente riguarda l'autore.

       Lo confesso, ho osato lasciare ai personaggi gli eccessi del loro carattere: ma in compenso, tengo a dichiararlo solennemente, sono convinto che molti dei loro atti meritano la pi morale riprovazione. Perch avrei dovuto dar loro quell'alta moralit e quella leggiadria che sono proprie del carattere dei francesi - i quali amano sopra ogni cosa il denaro e non commettono certo nessun peccato per odio o per amore? Gli italiani di questo romanzo direi che sono l'opposto. D'altra parte, credo che quando ci si sposta di duecento leghe da mezzogiorno al nord cambino non soltanto i paesaggi ma anche le situazioni romanzesche. La nipote del canonico aveva conosciuto la duchessa Sanseverina, e le aveva anche voluto molto bene, e mi prega di non cambiare niente nelle sue avventure - che sono riprovevoli.

 

23 gennaio 1839

 

I

 

 

MILANO NEL 1796

 

       Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entr in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi e dimostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore. I miracoli di coraggio e di genialit di cui l'Italia fu testimone, in pochi mesi risvegliarono un popolo addormentato. Appena otto giorni prima dell'arrivo dei francesi, i milanesi li consideravano nient'altro che una banda di briganti, abituati a scappare regolarmente davanti alle truppe di Sua Maest Imperiale e Reale: questo almeno era quanto continuava a ripetergli tre volte la settimana un certo giornaletto non pi grande di un palmo, stampato su carta grigiastra.

       Nel medio evo i lombardi repubblicani avevano dato prova di un coraggio non inferiore a quello dei francesi, e si erano meritati la distruzione della loro citt ad opera degli imperatori tedeschi. Una volta diventati fedeli sudditi, la loro grande occupazione fu di stampare sonetti su fazzolettini di taffet rosa quando si sposava qualche ragazza nobile o ricca. Quanto a lei, la ragazza, due o tre anni dopo quel memorabile giorno si prendeva un cavalier servente: e certe volte il nome dei cicisbeo, scelto dalla famiglia del marito, aveva un posto d'onore nel contratto di matrimonio. Tra quei costumi effeminati e le emozioni profonde suscitate dall'arrivo imprevisto dell'esercito francese, c'era senza dubbio un abisso. La vita cambi, le passioni si risvegliarono. Il 15 maggio 1796 tutto un popolo si rese conto di quanto fosse straordinariamente ridicolo, e in certi casi odioso, tutto ci che aveva rispettato fino a quel giorno. La partenza dell'ultimo reggimento austriaco segn la fine delle vecchie idee. Rischiare la vita divent di moda. Si cap che per poter di nuovo essere felici, dopo secoli di torpide sensazioni degradanti, bisognava amare la patria d'un amore concreto e cercar di fare qualcosa di eroico. Il chiuso dispotismo di Carlo V e poi di Filippo II li avevano sprofondati nel buio: buttarono gi le loro statue e furono di colpo inondati dalla luce. Da una cinquantina d'anni, mentre in Francia esplodevano l'Enciclopedia e le idee di Voltaire, i preti continuavano a ripetere ai buoni milanesi che non valeva proprio la pena di imparare a leggere o altre cose del genere, che ci si poteva assicurare un bel posto in paradiso pagando regolarmente le decime e raccontando per bene al parroco tutti i propri peccatucci. Per avvilire fino in fondo quel popolo che in passato aveva dimostrato tale energia e tanta capacit di ragionare, l'Austria gli aveva venduto a buon mercato il privilegio di non dover fornire reclute al suo esercito.

       Nel 1796 l'esercito milanese era composto di ventiquattro poveracci vestiti di rosso, i quali presidiavano la citt in collaborazione con quattro splendidi reggimenti di granatieri ungheresi. C'era una grande libert di costumi, ma la passione era cosa rara. D'altra parte, oltre alla noia di dover raccontare tutto al prevosto, se non volevano rischiare di finir male anche in questo mondo, i buoni milanesi dovevano sottomettersi a certe piccole imposizioni monarchiche decisamente fastidiose. All'arciduca, per esempio, che risiedeva in Milano e governava in nome dell'Imperatore suo cugino, era venuta la vantaggiosa idea di darsi al commercio del grano. Divieto quindi ai contadini di vendere il loro grano prima che Sua Altezza avesse riempito i suoi depositi.

       Nel maggio 1796, tre giorni dopo l'entrata dei francesi, un giovane pittore di miniature un po' matto, arrivato con l'esercito, un certo Gros - che poi sarebbe diventato famoso - si trovava al Caff dei Servi, allora di moda. Sentendo raccontare le imprese dell'arciduca, che tra l'altro era un pancione, Gros prese la lista dei gelati, stampata su grossa cartaccia gialla, e sul retro del foglio disegn un soldato francese che infilzava con la baionetta la pancia dell'arciduca facendone uscire non sangue ma un fiume di grano. Cose come una presa in giro, una caricatura, non erano conosciute in quel paese appena liberato da un diffidente dispotismo. Il disegno lasciato da Gros sul tavolino del Caff dei Servi sembr un miracolo del cielo. Lo stamparono quella notte stessa. Il giorno dopo ne vendettero ventimila copie.

       Lo stesso giorno fu affisso l'annuncio che era stata decisa una imposta di guerra di sei milioni. Doveva servire all'esercito francese, che, reduce dall'aver vinto sei battaglie e dall'aver conquistato venti province, aveva bisogno soltanto di scarpe, pantaloni, giubbe, cappelli.

       Fu tanta la gioia, la voglia di divertirsi, che irruppe in Lombardia al seguito di quei francesi cos poveri, che solo i preti e qualche nobile si resero conto di quanto fosse pesante quell'imposta di sei milioni - a cui ben presto ne seguirono altre. Quei soldati francesi non facevano che ridere e cantare. Avevano meno di venticinque anni, e il loro generale in capo, che ne aveva ventisette, passava per il pi anziano di tutto l'esercito. La loro vivacit, la loro giovinezza, la loro libera disinvoltura erano una risposta davvero divertente alle furibonde prediche dei preti, i quali da sei mesi avevano continuato a proclamare dal pulpito che i francesi erano dei mostri, obbligati sotto pena di morte a incendiare e a tagliare teste - e che ogni reggimento marciava preceduto da una ghigliottina.

       Nelle campagne, sulla soglia dei cascinali, si vedevano soldati francesi tutti intenti a cullare il bambino della padrona di casa, e la sera c'era sempre qualche tamburino che con il suo violino improvvisava un ballo. La contraddanza era troppo raffinata e complicata perch i soldati - che d'altra parte non la conoscevano - potessero insegnarla alle ragazze del paese, e allora erano le ragazze che insegnavano ai giovanotti francesi la monferrina, il galoppo e altri balli italiani.

       Gli ufficiali, quando era possibile, venivano alloggiati in casa dei ricchi - e bisogna dire che avevano proprio bisogno di rifarsi. E cos a un tenente, un certo Roberto, tocc un biglietto d'alloggio per la casa della marchesa del Dongo. Entrando nel palazzo, quell'ufficiale - un tipo sveglio, chiamato sotto le armi dal decreto della Convenzione - non possedeva altro che uno scudo di sei franchi incassato pochi giorni prima a Piacenza. Dopo il passaggio del ponte di Lodi aveva sfilato a un bell'ufficiale austriaco, ucciso da una palla di cannone, uno splendido paio di pantaloni quasi nuovi, e mai pantaloni erano arrivati in un momento pi opportuno. Aveva spalline di lana, e la stoffa della giubba era cucita alla fodera delle maniche tanto per tenerne insieme i brandelli. Ma la cosa pi malinconica erano le suole delle scarpe, ricavate da un cappello trovato anche quello sul campo di battaglia di qua dal ponte di Lodi. Quelle suole improvvisate erano legate alle scarpe da certi pezzi di corda che saltavano agli occhi, e quando il maggiordomo entr nella sua stanza per invitarlo a cenare con la signora marchesa il tenente Roberto si sent spaventosamente imbarazzato. Lui e il suo attendente passarono le due ore che li separavano da quella cena fatale a cercare affannosamente di ricucire un po' l'uniforme e a tingere di nero con l'inchiostro quei maledetti pezzi di corda intorno alle scarpe. Poi giunse il terribile momento.

       Non mi sono mai sentito pi a disagio in vita mia, mi raccont poi il tenente Roberto. Loro, le signore, erano convinte che gli avrei fatto una gran paura, e io tremavo pi di loro. Mi guardavo le scarpe, cercavo di camminare con grazia ma non ci riuscivo. A quel tempo la marchesa del Dongo era nel pieno della sua bellezza. Tu l'hai conosciuta - quegli occhi stupendi, dolcissimi, quei capelli biondo-scuri intorno all'ovale di una faccia incantevole... Avevo nella mia stanza un disegno di Leonardo da Vinci, un'Erodiade: sembrava il suo ritratto. Grazie al cielo, fui talmente preso dalla sua bellezza che finii per dimenticare com'ero vestito. Per due anni non avevo visto altro che brutture  miserie, sulle montagne intorno a Genova: riuscii a mormorarle qualche parola su quanto fossi estasiato. Ma avevo troppo buon senso per esagerare con i complimenti. Mentre me ne stavo l a rigirar le mie frasi, mi guardavo intorno. Era una sala da pranzo tutta di marmo, e c'erano dodici lacch, e camerieri che in quel momento mi sembravano il colmo dell'eleganza. Figurati, non solo quei mascalzoni portavano buone scarpe, ma addirittura con le fibbie d'argento. Potevo vederli con la coda dell'occhio: fissavano sbalorditi la mia giubba, forse mi guardavano anche le scarpe. Erano come tante pugnalate. Mi sarebbe bastata una parola per terrorizzarli, ma come potevo fare a metterli a posto senza correre il rischio di irritare le signore? Intanto la marchesa, per farsi un po' di coraggio - me lo ha ripetuto tante volte, dopo - aveva fatto chiamare Gina del Dongo dall'educandato. Gina era la sorella del padrone di casa, e sarebbe poi diventata la contessa Pietranera. Credo che non ci sia mai stata nessuna donna pi amabile e pi gioiosa di lei nella fortuna, nessuna pi coraggiosa e serena nelle avversit. Gina avr avuto tredici anni, ma ne dimostrava diciotto. Vivace e franca com'era - l'hai conosciuta - aveva tanta paura di scoppiarmi a ridere in faccia che, non osava mangiare. La marchesa invece si sentiva in dovere di colmarmi di cortesie: dal mio sguardo si rendeva perfettamente conto di quanto fossi a disagio. Insomma, stavo facendo una figura da stupido e dovevo masticare amaro, anche se dicono che per un francese impossibile. Finalmente il cielo mi mand un'idea folgorante, e incominciai a raccontare a quelle signore le mie disgrazie, e tutto quello che avevamo sofferto per due anni tra le montagne intorno a Genova, trattenuti da vecchi generali idioti. Ci davano, dissi, buoni acquisto senza alcun valore nel paese e tre once di pane al giorno. Dopo due minuti la marchesa aveva le lacrime agli occhi, e Gina si era fatta seria. Come, signor tenente! Tre once di pane! S, signorina. Ma in compenso tre volte alla settimana saltavano anche quelle, e siccome abitavamo in casa di contadini che erano ancora pi poveri di noi, gli davamo un po' del nostro pane. Quando ci alzammo da tavola, diedi il braccio alla marchesa fino alla porta della sala, poi tornai indietro in fretta e regalai al domestico che mi aveva servito quel mio unico scudo di sei franchi sul quale avevo fondato tante orgogliose speranze. Otto giorni dopo, mi raccont ancora Roberto, quando parve proprio assodato che i francesi non ghigliottinavano nessuno, il marchese del Dongo torn dal suo castello di Griante, sul lago di Como, dove si era coraggiosamente rifugiato all'avvicinarsi del nostro esercito, lasciando in mezzo ai pericoli della guerra la bella moglie e la sorella. L'odio che il marchese provava per noi era pari alla sua paura, e cio incommensurabile. Era molto divertente, quando faceva il cortese, con quel suo pallido faccione da bigotto. Il giorno dopo il suo ritorno a Milano, mi diedero sei metri di panno e duecento franchi dall'imposta di guerra. Mi sistemai un po' e diventai il cavaliere di quelle signore, perch erano incominciati i balli.

       La storia del tenente Roberto era stata pi o meno quella di tutti i francesi. Invece di prendere in giro la miseria di quei coraggiosi soldati, la gente ne ebbe compassione, e gli volle bene.

       Quel periodo di felicit inaspettata, di esaltazione, non dur che due brevissimi anni. Fu un'esplosione di vitalit, una specie di follia collettiva di cui si pu avere un'idea soltanto se si medita su una circostanza storica fondamentale: quel popolo si annoiava da cento anni.

       La gioia di vivere, uno stato naturale nei paesi del sud, aveva regnato un tempo alle corti dei Visconti e degli Sforza, i famosi duchi di Milano. Ma dal 1624, quando gli spagnoli avevano occupato il Milanese - e l'avevano occupato, da padroni taciturni, diffidenti, superbi, sempre intenti a sospettar rivolte - la gioia di vivere era svanita. Seguendo i costumi dei suoi padroni, la gente non pensava pi a godere la vita: si preoccupava soltanto di vendicare il pi piccolo insulto a pugnalate.

       Dal 15 maggio 1796, quando i francesi entrarono in Milano, all'aprile del 1799, quando furono costretti ad abbandonare la citt dopo la battaglia di Cassano, la gioia pi pazzesca, la voglia di divertirsi, l'abitudine a lasciar perdere i pensieri malinconici, o anche soltanto ragionevoli, furono spinte a un punto tale che si pot persino citare il caso di vecchi mercanti milionari, di vecchi usurai, di vecchi notai che si erano dimenticati di fare la faccia scura e di guadagnare quattrini.

       Tutt'al pi si sarebbe potuto notare che certe famiglie dell'alta nobilt si erano ritirate nelle loro ville di campagna, quasi a dimostrare il loro cupo disprezzo per l'allegria generale e per la gioia che aveva spalancato il cuore della gente. anche vero che le famiglie nobili e ricche erano state duramente colpite nella ripartizione dell'imposta di guerra stabilita a favore dell'esercito francese.

       Il marchese del Dongo, irritato da tutta quella allegria, era stato uno dei primi ad andarsene, ed era tornato nel suo splendido castello di Griante, oltre Como - e le signore avevano portato con loro il tenente Roberto. Il castello era sorto come fortezza. Era situato in una posizione forse unica al mondo, su uno spiazzo a centocinquanta piedi di altezza a picco su quel lago meraviglioso, e ne dominava una gran parte. La famiglia del Dongo lo aveva fatto costruire nel quattrocento, come testimoniavano i molti stemmi scolpiti. C'erano ancora ponti levatoi e profondi fossati, per la verit senza acqua. Ma con quelle mura alte ottanta piedi e larghe sei il castello era difeso da ogni colpo di mano, e per questa ragione piaceva moltissimo al sospettoso marchese. Con intorno una trentina di domestici, che considerava fedelissimi forse perch gli parlava soltanto per ingiuriarli, aveva un po' meno paura di quando era a Milano.

       Quella paura, del resto, non era del tutto irragionevole. Il marchese si teneva in stretto contatto con una spia sistemata dagli austriaci sul confine svizzero a tre leghe da Griante per agevolare la fuga dei loro prigionieri, e questa era una faccenda che i generali francesi avrebbero potuto prendere sul serio.

       Il marchese aveva lasciato la giovane moglie a Milano. Era lei che curava l'amministrazione, ed era lei che doveva far fronte alle tasse imposte alla casa del Dongo. La marchesa si dava da fare per ottenere una riduzione, e per questo era obbligata a frequentare i nobili che avevano accettato cariche pubbliche, e anche certi borghesi molto influenti. Poi ci fu un fatto molto importante, nella famiglia. Il marchese aveva combinato un matrimonio tra la sorella Gina e un uomo molto ricco e molto nobile. Ma quel signore si incipriava i capelli; e Gina lo accoglieva scoppiando a ridere, e ben presto fece la pazzia di sposare il conte Pietranera. Questi, in realt, era un'ottima persona, nobile, e anche molto bello, ma di famiglia che si era rovinata; era anche un acceso sostenitore delle idee nuove. E poi - cosa che portava al colmo la disperazione del marchese - Pietranera era sottotenente nella legione italiana.

       Dopo quei due anni di felicit e di pazzie, il Direttorio di Parigi, dandosi arie di sovrano ben saldo sul trono, incominci a dar prova di un odio mortale per tutto ci che non fosse mediocre. I generali incapaci messi al comando dell'esercito d'Italia persero una battaglia dopo l'altra su quelle stesse pianure veronesi che due anni prima avevano visto i prodigi di Arcole e di Lonato. E gli austriaci si avvicinarono a Milano. Il tenente Roberto, che era diventato comandante di battaglione e che era stato ferito a Cassano, and per l'ultima volta a casa della sua amica, la marchesa del Dongo. Si salutarono, tristi. Roberto part insieme al conte Pietranera, che seguiva i francesi in ritirata verso Novi. Gina, a cui il fratello aveva rifiutato la quota legittima dei beni di famiglia, and dietro alle truppe, su una carretta.

       Incominci allora quel periodo di reazione, di ritorno alle vecchie idee, che i milanesi chiamano i tredici mesi - dato che per loro fortuna quel ritorno all'idiozia dur soltanto tredici mesi, fino a Marengo. Tetri vecchioni bigotti ripresero in mano i commerci e la direzione della cosa pubblica, e dopo un po' i benpensanti andarono a raccontare ai contadini che Napoleone era stato impiccato dai mammalucchi in Egitto, proprio come si meritava.

       Fra quella gente che prima si era ritirata in campagna a brontolare tetramente e che ora tornava, alterata dal desiderio di vendicarsi, il marchese del Dongo era il pi furioso, e il suo fanatismo lo port naturalmente alla testa del partito. Quei signori, bravissime persone quando non avevano paura - ma il fatto che tremavano sempre - riuscirono a circuire il generale austriaco. Era un buon tipo, ma quando gli dissero che la severit era alta politica si lasci convincere, e fece arrestare centocinquanta patrioti - quanto c'era di meglio in Italia, in quel momento.

       Li deportarono alle Bocche di Cattaro, li buttarono nelle grotte, sottoterra. L'umidit e soprattutto la fame fecero rapidamente giustizia di quei criminali.

       Il marchese del Dongo aveva ora una posizione molto importante, e siccome a tutte le sue ottime qualit si aggiungeva anche una sordida avarizia, si vantava pubblicamente di non aver mandato un solo scudo alla sorella, la contessa Pietranera, che, sempre innamoratissima, non voleva lasciare il marito e stava morendo di fame con lui, in Francia. La marchesa era disperata; e alla fine riusc a sottrarre qualche piccolo gioiello dal suo scrigno - che il marito le portava via tutte le sere per riporselo sotto il letto, in un bauletto di ferro. La marchesa, che aveva portato al marito una dote di ottocentomila franchi, ne riceveva ottanta al mese per le sue spese personali. E durante i tredici mesi che i francesi restarono lontani da Milano, quella donna tanto timida riusc sempre a trovare qualche pretesto per continuare a vestire a lutto.

       Dobbiamo confessare che secondo l'esempio di scrittori importanti abbiamo incominciato la storia del nostro eroe un anno prima della sua nascita. Questo personaggio fondamentale non altri che Fabrizio Valserra, marchesino del Dongo, come dicono a Milano. Aveva appena fatto lo sforzo di venire al mondo che i francesi furono cacciati, e per il caso che presiede alle nascite si era trovato ad essere il secondogenito di quel vero signore che era il marchese del Dongo - di cui gi conoscete la facciona senza colore, il sorriso falso e l'odio furibondo per le idee nuove. L'intera fortuna della famiglia era affidata nel testamento al primogenito, Ascanio, degno ritratto del padre, con l'incarico di amministrarla e di dividerla a suo tempo. E Ascanio aveva otto anni, e Fabrizio ne aveva due, quando, all'improvviso, quel generale Bonaparte che tutti i benpensanti credevano morto e sepolto discese dal San Bernardo. Entr in Milano. Fu un momento ancora unico nella storia. Cercate di immaginarvi un popolo impazzito d'amore. Pochi giorni dopo, Napoleone vinse a Marengo. Il resto inutile raccontarlo. L'esaltazione dei milanesi fu incredibile, ma questa volta c'era anche la voglia di vendicarsi. Gli avevano insegnato l'odio, a quella brava gente. Poi tornarono i superstiti dei patrioti deportati alle Bocche di Cattaro, e il loro ritorno fu celebrato con una festa nazionale. Era strano vederli, cos magri, pallidi, i grandi occhi stupiti, in mezzo a tutta quella allegria. Il loro arrivo fu il segnale della partenza per le famiglie pi compromesse. Il marchese del Dongo fu tra i primi a fuggire, e torn di nuovo a Griante. I capi delle grandi famiglie erano pieni di odio, di paura. Ma le loro mogli e le loro figlie si ricordavano di quanto erano state felici al tempo del primo arrivo dei francesi, e pensavano a Milano, ai balli che erano incominciati in casa Tanzi subito dopo Marengo.

       Pochi giorni dopo la vittoria, il generale francese incaricato di mantenere l'ordine in Lombardia si accorse che tutti i fattori dei nobili e tutte le vecchiette di campagna non ci pensavano neanche pi, a quella folgorante vittoria di Marengo che aveva cambiato la sorte dell'Italia e riconquistato in un solo giorno tredici piazzeforti. Avevano in testa una cosa sola: una certa profezia di san Giovita, il primo patrono di Brescia. Secondo quel sacro oracolo la fortuna dei francesi e di Napoleone sarebbe finita esattamente tredici settimane dopo Marengo. Per scusare, almeno in parte, il marchese del Dongo e tutti quei musoni di nobili campagnoli, bisogna dire che loro, alla profezia, ci credevano davvero, in buona fede. Era gente che non aveva letto un libro in tutta la sua vita - e ora si preparavano tranquillamente a rientrare a Milano alla fine della tredicesima settimana. Ma con il passare del tempo vennero nuovi successi francesi. Tornato a Parigi, Napoleone, con intelligenti decreti, salv la rivoluzione all'interno cos come a Marengo l'aveva salvata dai nemici esterni. Allora i nobili lombardi, nei loro castelli, scoprirono di aver interpretato male la predizione del santo patrono di Brescia: non si trattava di tredici settimane, ma di tredici mesi. Ma i tredici mesi passarono e la Francia sembrava diventare sempre pi forte.

       Saltiamo dieci anni, dieci anni di progresso e di felicit, dal 1800 al 1810. I primi di quegli anni Fabrizio li visse al castello di Griante, scambiando pugni con i ragazzini del paese, senza imparare niente, neanche a leggere. Poi lo mandarono a Milano, al collegio dei gesuiti. Il marchese suo padre pretese che gli insegnassero il latino non su quegli autori antichi che non fanno che parlare di repubblica, ma su un magnifico volume decorato da pi di cento incisioni, capolavoro di artisti del XVII secolo; era la genealogia dei Valserra, marchesi del Dongo, pubblicata nel 1650 da Fabrizio del Dongo, arcivescovo di Parma. Dato che la storia della casa era soprattutto una storia militare, le incisioni rappresentavano una quantit di battaglie, e c'era sempre qualche eroico Valserra che dava gran colpi di spada. A Fabrizio quel libro piaceva moltissimo. Sua madre riusciva di tanto in tanto a ottenere il permesso di andare a Milano a trovare il suo adorato figliolo, ma il marito non le dava mai i soldi per il viaggio, e era la cognata, la simpatica contessa Pietranera, a prestarglieli. Dopo il ritorno dei francesi, la contessa era diventata una delle donne pi brillanti alla corte del principe Eugenio, vicer d'Italia.

       Dopo che Fabrizio ebbe fatto la prima comunione, la contessa ottenne dal marchese, sempre ritirato nel suo esilio volontario, il permesso di farlo uscire qualche volta dal collegio. Le sembr un ragazzo fuori del comune, vivace, molto serio, bello, e tale da non sfigurare in un salotto alla moda; quanto al resto, decisamente ignorante e capace a malapena di scrivere. Con l'entusiasmo che portava in tutte le cose, la contessa promise la sua protezione al direttore dell'istituto a condizione che il nipote facesse grandi progressi e che alla fine dell'anno vincesse un buon numero di premi. E per metterlo in condizioni di meritarseli lo faceva venire a casa sua il sabato sera e spesso non lo rimandava al collegio fino al mercoled o al gioved. I gesuiti, bench il principe vicer dimostrasse per loro una particolare simpatia, secondo le leggi del regno avrebbero dovuto essere banditi, e il direttore del collegio si rese conto di quanto avrebbe potuto essergli utile la protezione di una signora tanto influente a corte. Cos si guard bene dal protestare per le assenze di Fabrizio, e alla fine dell'anno il ragazzo, pi ignorante che mai, ebbe cinque primi premi. E la contessa Pietranera, accompagnata dal marito, generale comandante di una delle divisioni della Guardia, e da alcuni tra i personaggi pi in vista della corte del vicer, and all'istituto per assistere alla consegna dei premi. Il direttore fu molto complimentato dai superiori.

       La contessa accompagnava il nipote a tutte quelle splendide feste che segnarono il regno troppo breve dell'amabilissimo principe Eugenio. L'aveva nominato, di sua autorit, ufficiale degli ussari, e Fabrizio, a dodici anni, portava l'uniforme. Un giorno, tutta presa dal suo aspetto delizioso, la contessa chiese per lui al principe un posto di paggio - il che voleva dire che la famiglia del Dongo avrebbe abbandonato l'opposizione. Il giorno dopo la contessa dovette ricorrere a tutto il suo credito per ottenere che il vicer acconsentisse a dimenticare quella richiesta, cui mancava ormai soltanto il consenso del padre del futuro paggio: consenso che sarebbe stato clamorosamente rifiutato. Dopo tale pazzia il marchese, infuriato, trov un pretesto per richiamare Fabrizio a Griante. La contessa disprezzava nel modo pi assoluto suo fratello, lo considerava un tetro idiota capace anche di crudelt, se ne avesse avuto il potere. Ma era pazza di Fabrizio, e dopo dieci anni di silenzio scrisse al fratello per riavere il nipote con s. La lettera non ebbe risposta.

       Al suo ritorno in quella specie di fortezza, costruita per i suoi antenati pi bellicosi, Fabrizio conosceva solo due cose: l'equitazione e gli esercizi militari. Il conte Pietranera, che gli voleva bene quanto la moglie, lo aveva fatto cavalcare e lo aveva portato con s alle parate.

       Arrivando al castello di Griante, gli occhi ancora arrossati per le lacrime versate nel lasciare la bella casa della zia, Fabrizio trov ad accoglierlo solo le carezze appassionate della madre e delle sorelle. Il marchese era chiuso nello studio con il figlio maggiore, il marchesino Ascanio. Stavano compilando messaggi in cifra che avrebbero avuto l'onore di arrivare fino a Vienna, e si facevano vedere soltanto all'ora dei pasti. Il marchese continuava a dire che stava insegnando al suo successore naturale a tenere l'amministrazione delle sue terre. Ma era troppo geloso del suo potere per parlare di cose di quel genere al figlio - che pure un giorno avrebbe ereditato ogni cosa. In realt gli faceva tradurre in cifra messaggi di quindici o venti pagine che un paio di volte alla settimana faceva arrivare, attraverso la Svizzera, a Vienna. Il marchese aveva la pretesa di informare i suoi legittimi sovrani della situazione interna del regno d'Italia, che ignorava completamente: eppure le sue lettere avevano un gran successo. La ragione era semplice. Il  marchese mandava suoi agenti di fiducia sulle strade principali a contare i soldati di qualche reggimento francese o italiano che cambiava guarnigione, e poi, quando riferiva a Vienna, non tralasciava mai di diminuire di un buon quarto il numero degli effettivi. Erano informazioni assurde, ma avevano il merito di smentirne altre, pi realistiche, e per questo erano bene accolte. Poco tempo prima dell'arrivo di Fabrizio al castello, il marchese aveva ricevuto le insegne di un ordine molto importante. Era la quinta onorificenza che decorava la sua uniforme da ciambellano. A dire la verit il marchese era molto amareggiato dal fatto di non avere il coraggio di esibire quell'uniforme fuori delle mura del suo studio. Ma non si permetteva mai di dettare un messaggio senza aver prima indossato quell'uniforme ricamata, con tutte le sue onorificenze. Non farlo gli sarebbe sembrata una mancanza di rispetto.

       La marchesa fu molto colpita dalla grazia e dalla bellezza di Fabrizio. Ma aveva conservato l'abitudine di scrivere un paio di volte all'anno al generale conte di A., come ora si chiamava il tenente Roberto, e detestava mentire alle persone che amava. Fece qualche domanda al figlio e fu spaventata dalla sua ignoranza.

       Se sembra poco istruito a me, pensava, a me che non so niente, Roberto, che sa tante cose, direbbe che l'educazione del ragazzo stata un fallimento. E al giorno d'oggi un uomo deve saperselo meritare, il successo. Un'altra cosa che la turb molto fu vedere come Fabrizio avesse preso sul serio tutti gli insegnamenti religiosi dei gesuiti. Bench lei stessa fosse molto pia, il fanatismo di quel ragazzo la impression. Se mio marito arriva a rendersene conto, riuscir a influenzare il ragazzo, me lo porter via. E pianse, e sent di volergli ancora pi bene.

       La vita al castello, abitato da una trentina di domestici, era molto triste. Fabrizio passava le giornate a caccia, o in barca, sul lago. In poco tempo fece amicizia con i cocchieri e i garzoni di scuderia. Erano tutti partigiani entusiasti dei francesi, e prendevano apertamente in giro quei bigotti dei camerieri addetti al servizio personale del marchese e del figlio maggiore. Il motivo principale di tutti gli scherzi contro quegli austeri personaggi era che si incipriavano i capelli, come i loro padroni.

 

II

 

 

Quando la sera oscura i nostri occhi,

ansioso del futuro, io guardo in cielo,

l dove, in un linguaggio trasparente,

Dio dispone il destino di ognuno.

Perch a volte, dal profondo dei cieli,

lui guarda un uomo, e ne ha compassione

e gli indica la strada;

con la scrittura degli astri

ci predice il futuro - lieto, avverso.

Ma, carichi di terra,

di morte, gli uomini

non guardano, non leggono.

       Ronsard

 

       Il marchese professava un vigoroso odio per l'illuminismo: Sono le idee, diceva, che hanno portato l'Italia alla rovina. E ora non sapeva bene come conciliare questo sacrosanto orrore per l'istruzione con il desiderio di vedere Fabrizio perfezionare un'educazione incominciata in modo tanto brillante nel collegio dei gesuiti. Per non correre troppi rischi incaric il buon don Blans, parroco di Griante, di far continuare Fabrizio nello studio del latino. Sarebbe stato necessario che il parroco sapesse il latino: e invece non gliene importava proprio niente. Si limitava a ripetere a memoria le preghiere del suo messale, che riusciva a interpretare in qualche modo a beneficio delle sue pecorelle. Ma non per questo don Blans era meno rispettato, anzi temuto addirittura, nella zona. Lui l'aveva sempre detto: non sarebbe stato entro tredici settimane, e neanche entro tredici mesi, che si sarebbe compiuta la famosa profezia di san Giovita, patrono di Brescia. E quando parlava agli amici pi fidati aggiungeva che quel numero tredici, per dir le cose come stavano, andava interpretato in un modo che avrebbe certo sbalordito molta gente: 1813.

       Il fatto che don Blans, uomo di onest e di virt all'antica, e oltre tutto intelligente, passava le notti in cima al campanile. Andava matto per l'astrologia. Impiegava le giornate a calcolare congiunzioni e posizioni delle stelle, e poi, per buona parte della notte, stava a seguirle in cielo. E siccome era povero, tutta la sua attrezzatura consisteva in un lungo cannocchiale con il tubo di cartone. naturale che un uomo che passava la vita a stabilire la data precisa della caduta degli imperi e delle rivoluzioni che cambiavano la faccia del mondo non potesse che disprezzare lo studio delle lingue. Che cosa ne so di pi, su un cavallo, diceva a Fabrizio, quando mi hanno detto che in latino si chiama equus?

       I contadini consideravano don Blans una specie di mago, e ne avevano molta paura, e lui, giocando sul terrore che ispiravano ai parrocchiani le sue veglie notturne sul campanile, riusciva a trattenerli dal rubare. I parroci dei paesi vicini, gelosissimi del suo ascendente, lo detestavano. Il marchese del Dongo si limitava a disprezzarlo, perch per essere di cos bassa condizione ragionava troppo. Fabrizio lo adorava. Certe volte, per ingraziarselo, passava intere serate a fare addizioni e moltiplicazioni interminabili. Poi saliva sul campanile. Questo era un grande favore, don Blans non l'aveva mai concesso a nessuno. Ma quel ragazzo gli piaceva per la sua ingenuit. Se non diventi un ipocrita, gli diceva, forse sarai un uomo.

       Pieno di coraggio e di entusiasmo com'era quando si divertiva, almeno un paio di volte all'anno Fabrizio rischiava di annegare nel lago. Era lui che comandava tutte le grandi spedizioni dei ragazzini di Griante e di Cadenabbia. Si erano procurati certe chiavette, e quando era buio cercavano di aprire i lucchetti delle catene d'ormeggio delle barche, fissate a una roccia o a un albero. Sul lago di Como i pescatori usano lenze fisse, lasciate in acqua molto lontano da riva. La lenza sostenuta da una tavoletta di sughero su cui piantato un ramoscello di nocciolo molto flessibile con in cima un campanello, che suona quando un pesce ha abboccato e tira la lenza cercando di liberarsi.

       Il grande obiettivo di quelle spedizioni notturne agli ordini di Fabrizio era di andare a ispezionare le lenze prima che i pescatori avessero sentito il segnale del campanello. Sceglievano le giornate di tempesta, e per quelle temerarie imprese si imbarcavano la mattina, un'ora prima dell'alba. Salendo in barca, gli sembrava di andare a affrontare pericoli enormi - e il bello era proprio l - e recitavano devotamente un'Ave Maria, come avevano visto fare dai grandi. Molte volte, subito dopo aver detto l'Ave Maria, al momento di partire, capitava che Fabrizio fosse colpito da un presagio. Era il frutto che lui aveva ricavato dagli studi di astrologia del suo amico don Blans - alle cui predizioni, d'altra parte, non credeva affatto. La sua giovane immaginazione lo portava a vedere in quel presagio una indicazione sicura di successo o di insuccesso; e siccome era il pi risoluto di tutti, aveva comunicato ai compagni la mania dei presagi, tanto che se al momento di partire vedevano un prete, o un corvo che volava a sinistra, richiudevano in fretta il lucchetto della catena d'ormeggio e ritornavano tutti a letto. Cos don Blans non aveva trasmesso a Fabrizio la sua scienza, piuttosto difficile, ma senza saperlo gli aveva messo dentro una fiducia illimitata nei segni che possono predire l'avvenire.

       Il marchese sapeva che, se gli fosse capitato un incidente per la sua corrispondenza cifrata, avrebbe dovuto mettersi nelle mani della sorella, e cos tutti gli anni, verso santa Angela, festa della contessa Pietranera, Fabrizio aveva il permesso di andare a trascorrere otto giorni a Milano. Il ragazzo passava tutto l'anno a pregustare, o a rimpiangere, quegli otto giorni. Era una grande occasione, un atto di politica, e il marchese dava al figlio quattro scudi, e alla moglie, secondo la tradizione, neanche un soldo. Ma un giorno prima partivano un cuoco, sei lacch e un cocchiere con due cavalli, in modo che ogni giorno, a Milano, la marchesa potesse contare su una carrozza e su un pranzo di dodici coperti.

       Quel genere di vita che faceva il marchese, standosene ritirato, a brontolare, non era certo molto divertente, ma aveva il vantaggio di arricchire stabilmente chi aveva la bont di adattarcisi. Il marchese, con una rendita di pi di duecentomila lire, non ne spendeva neanche un quarto. Viveva di speranze. Durante gli anni dal 1800 al 1813, continu a portare avanti la sua incrollabile fiducia nella caduta di Napoleone entro sei mesi al massimo. La notizia del disastro della Beresina, al principio del 1813, lo mand in estasi. Quando seppe della caduta di Parigi e della fine di Napoleone, per poco non impazz - e si sent autorizzato a ingiuriare ferocemente la moglie e la sorella. Poi, dopo quattordici anni di attesa, ebbe la gioia inesprimibile di vedere le truppe austriache rientrare in Milano. In obbedienza agli ordini di Vienna, il generale austriaco ricevette il marchese del Dongo con un riguardo che sfiorava il rispetto. Si affrettarono a offrirgli uno dei posti pi importanti al governo e il marchese lo accett come se gli pagassero un debito. Il suo figlio maggiore fu nominato tenente in uno dei pi bei reggimenti del regno, ma il minore non volle mai accettare il posto di cadetto che gli offrivano. Il marchese si godeva con rara tracotanza il suo trionfo. Ma non dur molto, e la conclusione fu umiliante. Non aveva mai avuto talento per gli affari, e i quattordici anni passati in campagna, tra camerieri, notaio e dottore - cui si aggiungevano ormai i malumori della vecchiaia - ne avevano fatto un uomo assolutamente incapace. In un paese sotto il dominio dell'Austria non era possibile occupare un posto importante se non si avevano le doti particolari richieste dall'amministrazione lenta e complessa, ma indubbiamente sensata, della vecchia monarchia. Gli strafalcioni del marchese del Dongo scandalizzavano i funzionari, intralciavano addirittura gli affari di Stato. E il suo estremismo monarchico irritava la popolazione - quella popolazione che il governo voleva mantenere in uno stato di torpore e di insensibilit. Cos, un bel giorno, il marchese fu informato che Sua Maest si degnava graziosamente di accettare le sue dimissioni e lo nominava secondo gran maggiordomo maggiore del Lombardo-veneto. Il marchese si indign per l'atroce ingiustizia di cui era stato vittima; e, proprio lui che esecrava la libert di stampa, fece stampare una Lettera a un amico, in cui commentava l'accaduto. Poi scrisse all'Imperatore che i suoi ministri lo tradivano e non erano altro che dei giacobini, e se ne torn malinconicamente nel castello di Griante. Ebbe per una consolazione. Dopo la caduta di Napoleone, certi personaggi influenti a Milano avevano fatto massacrare per strada il conte Prina, uomo di grande valore, gi ministro del re d'Italia. Lo avevano ucciso a colpi d'ombrello - un'agonia che era durata cinque ore. Il conte Pietranera aveva rischiato la vita, per salvarlo. Un prete, il confessore del marchese del Dongo, avrebbe potuto portare in salvo Prina, aprendogli il cancello della chiesa di San Giovanni: quel disgraziato, infatti, era stato trascinato l davanti, e per un momento lo avevano anche abbandonato in mezzo alla strada, nel canaletto di scarico. Ma il prete si era rifiutato di aprire, e lo aveva deriso. E, sei mesi dopo, il marchese si prese il gusto di fargli avere un bell'avanzamento.

       Il marchese detestava il conte Pietranera, suo cognato - un uomo che non potendo contare neanche su cinquanta luigi di rendita aveva il coraggio di vivere serenamente, che si ostinava a restar fedele alle cose che aveva amato per tutta la vita, che aveva la sfacciataggine di sostenere l'idea di una giustizia uguale per tutti, cosa che il marchese definiva giacobinismo infame. Pietranera si era rifiutato di prendere servizio in Austria. E, qualche mese dopo la morte di Prina, le stesse persone che avevano pagato gli assassini, giocando su quel rifiuto, riuscirono a farlo arrestare. Il giorno stesso, sua moglie chiese il passaporto e ordin dei cavalli di posta per correre a Vienna a far sapere la verit all'Imperatore. Gli assassini di Prina si spaventarono, e uno di loro, cugino della signora Pietranera, and da lei a mezzanotte, un'ora prima della sua partenza per Vienna, a portarle l'ordine di scarcerazione del marito. Il giorno dopo, il generale austriaco fece chiamare il conte Pietranera, lo accolse con gran riguardo e lo inform che gli sarebbe stata pagata al pi presto, e per intero, la sua pensione di congedo. Il generale Bubna, persona intelligente e generosa, aveva l'aria di vergognarsi per l'assassinio di Prina e per l'incarcerazione del conte. La decisione della contessa aveva evitato una tragedia. E i Pietranera riuscirono a tirare avanti alla meglio con la pensione ottenuta grazie all'interessamento del generale Bubna.

       Da cinque o sei anni, per fortuna, la contessa era molto amica di un giovanotto ricchissimo, intimo amico anche di suo marito, che non tralasciava mai di mettere a loro disposizione i suoi cavalli inglesi - i pi belli di tutta Milano - il suo palco alla Scala e la sua villa in campagna. Ma Pietranera, consapevole del proprio coraggio e pieno di slancio, aveva un carattere impetuoso, e allora si lasciava andare a far discorsi pericolosi. Un giorno era a caccia, con un gruppo di giovanotti. Uno di questi, che aveva combattuto con gli austriaci, incominci a scherzare sul coraggio dei soldati della repubblica cisalpina, e Pietranera gli diede uno schiaffo. Si batterono immediatamente. Il conte, in mezzo a tutti quei giovanotti, non aveva nessuno che lo spalleggiasse, e fu ucciso. Si parl molto di quella specie di duello, e coloro che vi erano stati coinvolti pensarono bene di andare a fare un viaggio in Svizzera.

       Quel ridicolo - coraggio che chiamano rassegnazione - il coraggio di uno sciocco capace di lasciarsi impiccare senza dire una parola - non era cosa per la contessa. Furente per la morte del marito, avrebbe voluto che Limercati, quel giovanotto ricchissimo, suo intimo amico, si facesse venir voglia anche lui di fare un viaggetto in Svizzera e andasse a schiaffeggiare, o a prendere a fucilate, l'uccisore di Pietranera.

       Limercati trov l'idea semplicemente ridicola, e la contessa sent che in lei il disprezzo aveva ucciso l'amore. Fu pi affettuosa che mai, con Limercati. Voleva che lui si sentisse veramente innamorato, e poi piantarlo, che si disperasse. E perch i francesi possano capire il senso di questa vendetta, devo ricordare che a Milano, dove sono molto diversi da noi, sono ancora rimasti alla disperazione per amore. Poi la contessa incominci a civettare con i giovanotti pi in vista. Era bellissima, vestita a lutto, la pi bella di tutte. Il conte N. l'aveva sempre detto: secondo lui Limercati era un tipo senza classe, un po' pesante, per una donna cos intelligente. E si innamor furiosamente della contessa. Lei mand un biglietto a Limercati:

 

       Volete comportarvi, una volta tanto, da persona intelligente? Fate conto di non avermi mai conosciuta.

       Sono - forse con un pochino di disprezzo - la vostra umilissima serva

       Gina Pietranera.

 

       Letto quel biglietto, Limercati part subito per una delle sue ville in campagna. Il suo amore si era esaltato, parlava come un pazzo di tirarsi un colpo in testa - un proposito piuttosto insolito, in un paese in cui si crede all'inferno. Il giorno dopo il suo arrivo in campagna scrisse alla contessa offrendole il matrimonio e le sue duecentomila lire di rendita. Lei, senza neanche aprirla, gli fece riportare la lettera da un lacch del conte N. Limercati pass tre anni in campagna. Tornava a Milano ogni due mesi senza aver mai il coraggio di restarci, annoiando gli amici con il suo amore appassionato per la contessa e con la storia particolareggiata delle bont che lei una volta gli aveva usato. I primi tempi diceva anche che lei si buttava via, con il conte N., che una relazione come quella era un disonore.

       In realt la contessa non era affatto innamorata di N. E glielo disse, chiaro e tondo, quando fu ben sicura di aver portato Limercati alla disperazione. Il conte, che era uomo di mondo, la preg di non divulgare la triste verit che gli aveva confidato. Se avrete la bont, aggiunse, di continuare a ricevermi con tutti i riguardi esteriori dovuti all'amante in carica, io riuscir a sistemare le cose in modo opportuno.

       Dopo questa eroica dichiarazione, la contessa non ne volle pi sapere dei cavalli e del palco di N. Ma da quindici anni era abituata a una vita elegantissima, e ora avrebbe dovuto risolvere un problema molto complicato, o, per meglio dire, impossibile: come vivere a Milano con una pensione di millecinquecento lire. Lasci il palazzo dove abitava, prese in affitto due stanze al quinto piano, licenzi tutti i domestici e persino la sua cameriera personale, sostituendola con una vecchietta a mezzo servizio. In realt non era poi un sacrificio eroico e doloroso come potrebbe sembrarci: a Milano la povert non una cosa ridicola, e per questo non considerata il peggiore dei mali possibili. Per qualche mese, la contessa visse dignitosamente la sua povert, assediata dalle continue lettere di Limercati e di N., che voleva sposarla anche lui. Poi il marchese del Dongo, nonostante la sua sordida avarizia, incominci a pensare che i suoi nemici avrebbero potuto goderne, della miseria di sua sorella. Come! Una del Dongo ridotta a vivere con la pensione che la corte di Vienna - del cui comportamento lui non era per niente soddisfatto - accorda alle vedove dei suoi generali! E scrisse alla sorella offrendole una sistemazione degna di lei al castello di Griante.

       La contessa, con il suo carattere mutevole, si entusiasm all'idea di cambiar vita. Erano vent'anni che non era pi stata in quel vecchio castello maestoso, in mezzo al bosco di castagni piantati al tempo degli Sforza. L, pensava, potr riposarmi, e, alla mia et, riposare non vuol forse dire esser felici? Aveva trentun anni e credeva che fosse arrivato il momento di tirarsi in disparte. Ci sono nata, su quel bel lago. Ci star bene, serenamente.

       Forse si sbagliava, non lo so. Ma certo che quella donna appassionata, che aveva appena rifiutato senza neanche pensarci due patrimoni smisurati, port la gioia nel castello di Griante. Le sue due nipoti sembravano impazzite dalla gioia. Mi hai fatta tornare ai bei giorni della giovinezza, le diceva la marchesa, e l'abbracciava. Prima che tu arrivassi, mi sembrava di avere cento anni. Poi, insieme a Fabrizio, Gina torn a visitare i dintorni incantevoli di Griante, descritti con tanto entusiasmo da tutti i viaggiatori: la villa Melzi, dall'altra parte del lago, proprio di fronte al castello, in piena vista, e, sopra, il bosco degli Sfondrata, e il brusco promontorio che separa i due rami del lago - quello di Como, sontuosamente affascinante, e quello di Lecco, pi austero. Sono luoghi di una bellezza nobile, elegante, paragonabili, e non inferiori, al paesaggio pi famoso del mondo, quello del golfo di Napoli. Gina era felice: ritrovava i ricordi di quando era bambina, li confrontava alle sensazioni che provava ora. Qui non come al lago di Ginevra, pensava, non ci sono tutti quei campi ben coltivati con i metodi pi efficienti, che fanno pensare ai soldi e alle speculazioni. Su queste colline ineguali gli alberi nascono come vogliono, la mano dell'uomo non li ha ancora guastati, costretti a rendere. Tra queste colline stupende, movimentate, gi, a precipizio, verso il lago, sembrano veri i paesaggi della poesia, come nei versi del Tasso, dell'Ariosto. C' nobilt, e tenerezza, e tutto parla d'amore, non c' niente che ricordi le brutture della civilt. I paesi, a mezza costa, si nascondono nel folto degli alberi, e sopra si vedono spuntare i loro bei campanili; i campi sono piccoli, tra i boschi di castagni e di ciliegi selvatici, e si prova piacere a guardarli, come se le piante che crescono qui fossero pi forti e vive delle altre. Dev'essere bello stare in quegli eremitaggi, in cima alle colline... E, pi lontano, stupefacenti, ecco le Alpi, coperte di neve, cos severe, e brusche, a ricordare i dolori della vita quel tanto che basta a rendere pi intenso il piacere di vivere... E poi, da qualche paese nascosto dietro gli alberi, si sente sonare una campana, e la fantasia ne provocata, e il suono cade sull'acqua, e diventa pi dolce, malinconico, rassegnato, e sembra che dica: La vita corre via, e allora non essere diffidente davanti alla felicit che ti si offre, non perdere tempo, sii felice. Quei luoghi meravigliosi, unici al mondo, parlavano al suo spirito, le restituivano il suo cuore di sedici anni. Non capiva come avesse potuto star lontana dal lago per tanto tempo. Forse, pensava, Ǐ sulla soglia della vecchiaia che la felicit si nascosta! Compr una barca, e lei, Fabrizio e la marchesa la abbellirono con le loro mani, perch non avevano soldi. Eppure il tenore di vita, al castello, era eccezionale. Da quando era stato messo da parte, il marchese del Dongo aveva preso a ostentare pi che mai il suo fasto aristocratico. Cos, per guadagnare una diecina di passi di costa, sul lago, vicino al famoso viale dei platani di fianco a Cadenabbia, aveva fatto incominciare i lavori per una gettata il cui preventivo arrivava a ottantamila lire. All'estremit della gettata stavano costruendo una cappella, progettata dal Cagnola, fatta di enormi blocchi di granito, e nella cappella lo scultore alla moda di Milano, Marchesi, stava innalzando il sepolcro del marchese - sopra il quale un buon numero di bassorilievi avrebbero celebrato le grandi imprese dei suoi antenati.

       Il fratello maggiore di Fabrizio, il marchesino Ascanio, volle a tutti i costi andare anche lui a passeggio con le signore, ma la zia si divertiva a spruzzargli d'acqua i suoi capelli incipriati e trovava sempre il modo di prendere in giro la sua aria austera. E finalmente lui liber la compagnia dal suo pallido faccione. Non osavano neanche ridere, in sua presenza. Pensavano che facesse la spia al padre e bisognava stare attenti, con quel despota, inferocito dopo le dimissioni forzate. Ma Ascanio giur di vendicarsi di Fabrizio.

       Un giorno furono presi da una tempesta sul lago, e corsero un brutto rischio. Al ritorno, bench avessero pochissimi soldi, pagarono i due barcaioli perch non dicessero niente al marchese, che era gi molto irritato perch in quelle passeggiate si portavano dietro le sue due figlie. Poi incapparono in un'altra tempesta - e su quel lago le tempeste sono molto violente, e improvvise, con raffiche di vento che si scatenano di colpo da direzioni opposte, dalle due gole tra le montagne, e si scontrano sull'acqua. Gina volle a tutti i costi sbarcare, tra i tuoni, in piena tempesta, su un piccolissimo scoglio in mezzo al lago; sosteneva che doveva essere uno spettacolo straordinario guardare le onde infuriate ad assediarla tutt'intorno. Ma nel saltare dalla barca cadde in acqua. Fabrizio si tuff per salvarla, e tutti e due furono trascinati piuttosto lontano dalla corrente. Certo, annegare non molto piacevole, ma il fatto che, miracolosamente, al castello non ci si annoiava pi. Gina si era entusiasmata per la semplicit di carattere, e per l'astrologia, di don Blans. I pochi soldi che le erano rimasti dopo l'acquisto della barca li aveva spesi per comprare un piccolo telescopio d'occasione, e insieme alle nipoti e a Fabrizio andava quasi tutte le sere sulla terrazza di una delle torri del castello. Fabrizio era l'esperto della compagnia, e passavano delle belle ore, senza spioni tra i piedi.

       C'erano giorni, vero, in cui Gina non parlava con nessuno. Passeggiava da sola, cupa, pensierosa, nel bosco di castagni. Era troppo intelligente per non rendersi conto, ogni tanto, di quanto sia pesante non avere nessuno con cui scambiare un'idea. Ma il giorno dopo era gi tutta sorridente, come prima. A volte erano le malinconie della cognata a turbare il suo naturale attivismo. Se penso che quel poco che ci resta di giovinezza dovremo passarlo in questo posto cos triste.... diceva la marchesa. Prima che arrivasse Gina, non aveva neanche il coraggio di rimpiangere qualcosa.

       Passarono cos tutto l'inverno dal 1814 al 1815. Malgrado la sua povert, la contessa and due volte a Milano, per qualche giorno. Diceva che bisognava andare a vedere un bellissimo balletto di Vigan, alla Scala - e il marchese dava il permesso di partire anche alla moglie. Andavano a riscuotere la rata della piccola pensione ed era la povera vedova del generale cisalpino a prestare qualche lira alla ricchissima marchesa del Dongo. Erano giornate incantevoli, invitavano a cena i vecchi amici e si consolavano ridendo di tutto, come bambine. E quella gaiezza italiana, piena di brio e di imprevisto, gli faceva dimenticare le malinconiche ombre di cui le avvolgevano, a Griante, le occhiate del marchese e di Ascanio. Fabrizio, che aveva appena compiuto sedici anni, era bravissimo, nella parte di capofamiglia.

       Il 7 marzo 1815 Gina e la cognata, tornate da poco da una deliziosa scappata a Milano, stavano passeggiando lungo il viale dei platani, che ora arrivava fino alla riva del lago. Videro venire una barca dalla parte di Como. Qualcuno, a bordo, faceva grandi segni. Poi un agente del marchese salt sul molo: Napoleone era sbarcato nel golfo di Juan. L'Europa aveva avuto l'ingenuit di restarne sorpresa, ma il marchese del Dongo no. Lui scrisse al suo sovrano una lettera molto commossa, mettendo a sua disposizione la propria abilit e parecchi milioni, e ripetendogli che i suoi ministri erano tutti giacobini d'accordo con i sovversivi di Parigi.

       L'8 marzo, alle sei della mattina, con addosso tutte le sue decorazioni, stava facendosi dettare da Ascanio la minuta di una lettera a Vienna - era gi la terza - e si dava da fare con grande austerit e applicazione a scriverla in bella calligrafia su un foglio di carta con il ritratto di Sua Maest in filigrana. Nello stesso momento Fabrizio entr nella stanza della contessa Pietranera.

       Parto, le disse, vado dall'Imperatore, che anche re d'Italia. Aveva tanta amicizia per tuo marito! Passer per la Svizzera. Vasi, quel mio amico, quello che vende barometri, mi ha dato il suo passaporto, stanotte, a Menaggio. E adesso dammi un po' di soldi, perch ho solo due napoleoni. Ma se occorre andr a piedi.

       La contessa si mise a piangere. Era spaventata, e felice. Dio mio! Doveva proprio venirti un'idea simile! grid, e prese le mani di Fabrizio nelle sue. Poi si alz e and a prendere nell'armadio della biancheria una piccola borsa ornata di perle. ben nascosta. Era tutto quello che aveva.

       Prendi, disse a Fabrizio. Ma per amor di Dio non farti uccidere! Che cosa ci resterebbe, a me e alla tua povera mamma? Quanto a Napoleone, sar ben difficile che riesca. Quei signori troveranno il modo di rovinarlo. Hai sentito parlare anche tu, a Milano, otto giorni fa, di quei ventitr complotti per assassinarlo. Erano tutti studiati alla perfezione, e lui scampato per miracolo - e s che allora aveva in mano tutto il potere... Non certo la volont di rovinarlo, che manca ai suoi nemici. E la Francia, quando le mancato, non era pi niente.

       Mentre parlava di Napoleone, di quello che gli sarebbe capitato, era tutta commossa. Adesso che ti do il permesso di andare da lui, sto sacrificandogli ci che ho di pi caro al mondo, diceva. Gli occhi di Fabrizio si riempirono di lacrime. La abbracci, si mise a piangere. Ma era sempre deciso a partire, e con grande entusiasmo spieg alla sua cara amica tutte le ragioni che lo avevano portato a quella decisione - ragioni che ci prendiamo la libert di trovare piuttosto divertenti.

       Ti ricordi ieri sera - erano esattamente le sei meno sette - quando stavamo passeggiando in riva al lago sul viale dei platani, sotto la Villa Sommariva, e camminavamo verso sud? l che ho notato per la prima volta quella barca che veniva da Como, a portarci la grande notizia. La stavo guardando, e non pensavo assolutamente all'Imperatore, stavo solo pensando a come sono felici quelli che possono viaggiare: e di colpo mi sono sentito tutto emozionato. La barca arrivata, quell'uomo si messo a parlare sottovoce a mio padre, e poi lui diventato pallido e ci ha preso da parte per darci la terribile notizia. Mi sono voltato verso il lago solo perch non volevo far vedere che piangevo dalla gioia. E in quel momento ho visto, molto in alto, alla mia destra, un'aquila, l'uccello di Napoleone, e volava verso la Svizzera, e dunque verso Parigi. Ho pensato subito: anch'io attraverser la Svizzera, rapido come quell'aquila, e andr a offrire a quel grande uomo il mio debole braccio; anche se non molto, tutto quello che ho. lui che ci ha offerto una patria, e voleva bene a mio zio. E poi, strano, vedevo ancora l'aquila e non piangevo pi, e sono sicuro che ci doveva essere qualcosa di soprannaturale, perch in quello stesso momento, senza neanche pensarci, mi sono deciso, e ho capito come avrei dovuto fare per il viaggio. In un batter di ciglia tutte le malinconie che avvelenavano, lo sai, la mia vita, specialmente la domenica, furono spazzate via come da un soffio divino. E ho visto la nobile figura dell'Italia rialzarsi dal fango in cui i tedeschi la tengono immersa, e tendeva le braccia martoriate, ancora cariche di catene, verso il suo re, verso il liberatore. E io, mi sono detto, figlio ancora non conosciuto di questa madre sventurata, io partir, andr a morire o a vincere con quest'uomo predestinato, che ha voluto lavarci dall'onta per cui ci disprezzano persino i pi schiavi e i pi vili tra i popoli d'Europa. Ti ricordi, aggiunse poi, a bassa voce, avvicinandosi a Gina e guardandola con gli occhi che gli brillavano, ti ricordi quel castagno che la mamma ha piantato l'inverno che sono nato io, nel bosco, vicino alla fontana? Prima di fare altri passi, ho voluto andare a vederlo. Pensavo: la primavera appena incominciata, e se il mio albero ha gi le foglie sar un segno, e anch'io dovr riscuotermi dal torpore di questo castello freddo e malinconico. Non pare anche a te che queste vecchie mura - adesso sono simboli, ma una volta erano strumenti del dispotismo - siano proprio un'immagine dell'inverno? S, per me sono proprio quello che l'inverno per il mio albero. Bene: lo credi, Gina? Ieri sera - erano le sette e mezzo - sono arrivato davanti al mio castagno, e c'erano delle foglie, certe stupende foglioline gi abbastanza grandi! Le ho baciate, senza fargli male, e ho smosso un po' la terra, con rispetto, intorno alle radici del mio caro albero. Ero pieno di entusiasmo, mi sono buttato subito per la montagna e sono arrivato a Menaggio. Quello che mi occorreva era un passaporto per entrare in Svizzera. Il tempo era volato, quando mi son visto davanti la porta della casa di Vasi era gi l'una di notte. Credevo di dover star l un bel po' a bussare, per svegliarlo, e invece lui era ancora alzato, insieme a tre amici. Appena ho aperto bocca mi ha gridato: "Tu vai da Napoleone!" e mi saltato al collo. Anche gli altri mi hanno abbracciato, erano entusiasti. Mi ricordo che uno diceva: "Ah, se non fossi sposato!"

       La signora Pietranera si era fatta pensierosa, e si sent in dovere di fare qualche obiezione. Se Fabrizio avesse avuto un po' di esperienza, si sarebbe accorto che neanche la zia credeva alle buone ragioni che gli stava esponendo. Ma in mancanza di esperienza aveva una gran decisione, e non volle neanche ascoltarla. E dopo un attimo Gina si era ridotta a esigere che almeno parlasse del suo progetto alla madre.

       Ma lo dir alle mie sorelle! Quelle donne mi tradiranno senza neanche accorgersene! grid Fabrizio in tono di eroico disdegno.

       Andiamo, parla con pi rispetto delle donne, disse Gina, sorridendo tra le lacrime, perch saranno loro a fare la tua fortuna. Agli uomini non sarai mai simpatico, hai troppo entusiasmo per piacere a chi ha un'anima prosaica.

       Quando seppe dello strano progetto di Fabrizio, la marchesa scoppi a piangere. Lei non sentiva l'eroismo che c'era in quella decisione, e fece tutto quello che pot per fargli cambiare idea. Ma quando si convinse che il solo modo per impedirgli di partire sarebbe stato di chiuderlo in una prigione, gli diede i pochi soldi che aveva. Poi le vennero in mente certi piccoli diamanti, una diecina, che suo marito le aveva dato perch li portasse a Milano, a far montare. Li prese, e incominci a cucirli dentro la fodera della giacca del nostro eroe. Fabrizio cercava di restituire a quelle povere donne i loro miseri napoleoni. In quel momento entrarono le sue sorelle. Quando seppero del suo progetto, si lasciarono prendere dall'entusiasmo. Lo baciavano, gridavano di gioia, e finirono per fare tanto rumore che Fabrizio si mise in tasca gli ultimi diamanti e volle partire subito.

       Mi fareste scoprire senza volerlo, disse alle sorelle. E con tutti i soldi che ho, inutile che porti della roba. Se ne trova dappertutto. Poi abbracci quelle persone che gli erano tanto care e part immediatamente, senza neanche passare dalla sua camera. Con la paura che aveva di essere inseguito da qualcuno a cavallo, cammin cos in fretta che arriv a Lugano la sera stessa. Adesso, grazie al cielo, era in una citt svizzera, e non doveva pi temere di essere arrestato su una strada solitaria da gendarmi al soldo di suo padre. E da Lugano scrisse a suo padre una bella lettera - una debolezza da ragazzo, che serv solo a dar consistenza alla sua collera. Poi, su un cavallo di posta, pass il San Gottardo. Viaggi in fretta, entr in Francia da Pontarlier. L'Imperatore era a Parigi. E a Parigi incominciarono i guai.

       Fabrizio era partito deciso a parlare all'Imperatore, non gli era mai passato per la testa che potesse essere una cosa complicata. A Milano vedeva il principe Eugenio dieci volte al giorno, e avrebbe potuto parlargli quando lo avesse voluto. Ma a Parigi, bench andasse tutte le mattine nel cortile delle Tuileries quando Napoleone passava in rivista le truppe, non riusc mai ad avvicinarlo. Il nostro eroe credeva che tutti i francesi fossero ansiosi quanto lui, di fronte al gravissimo pericolo che correva la nazione. In albergo, con i vicini di tavola, non fece mistero dei suoi progetti e della sua devozione all'Imperatore. E trov certi simpaticissimi giovanotti, ancora pi entusiasti di lui, che si affrettarono a derubarlo in pochi giorni di tutti i soldi che aveva. Per fortuna non aveva parlato dei diamanti - e se non lo aveva fatto era stato per pura modestia. Una mattina, dopo una festa, si rese conto che lo avevano completamente ripulito. Compr due cavalli, si prese come domestico un ex soldato, stalliere del mercante che glieli aveva venduti, e, pieno di disprezzo per quei giovanotti parigini tanto abili nel parlare, part per raggiungere l'esercito. Tutto quello che sapeva era che l'esercito stava radunandosi dalle parti di Maubeuge.

       Appena arrivato al confine, decise che sarebbe stato ridicolo chiudersi in una casa, al caldo, davanti a un bel caminetto, mentre i soldati bivaccavano all'aperto. E senza ascoltare i consigli del domestico, un tipo di buon senso, incominci ad aggirarsi molto imprudentemente tra i bivacchi pi avanzati, sulla strada per il Belgio. Al primo battaglione che incontr lungo la strada, i soldati si misero a guardare quel giovane borghese senza niente addosso che assomigliasse a una divisa. A notte incominci a tirare un vento freddo. Fabrizio si avvicin al fuoco di un bivacco e offr dei soldi perch lo ospitassero. I soldati si guardarono in faccia, quello che non capivano era soprattutto la sua idea di pagarli. Comunque furono gentili, e lo lasciarono avvicinare al fuoco, e il domestico gli prepar un posto per passare la notte.

       Ma un'ora dopo pass l vicino l'aiutante del reggimento, e i soldati gli raccontarono di quello straniero che parlava male il francese. L'aiutante volle interrogarlo, e Fabrizio gli parl del suo entusiasmo per l'Imperatore in un tono estremamente sospetto, al che l'aiutante lo preg di seguirlo dal colonnello, alloggiato in una fattoria vicina. Il domestico si avvicin tirandosi dietro i due cavalli. Nel vedere i cavalli l'aiutante sembr molto colpito, cambi idea, incominci a interrogare anche il domestico. Quello, che da buon ex soldato aveva capito perfettamente il piano di battaglia del suo interlocutore, accenn al fatto che il suo padrone era protetto da gente molto importante e aggiunse che nessuno si sarebbe certo permesso di soffiargli i suoi due bei cavalli. L'aiutante chiam due soldati: uno prese il domestico per la collottola, l'altro si incaric dei cavalli. Poi l'aiutante ordin bruscamente a Fabrizio di seguirlo senza aprir bocca.

       Camminarono a lungo. Con tutti quei fuochi, intorno, a perdita d'occhio, sembrava che fosse ancora pi buio. Finalmente l'aiutante affid Fabrizio a un ufficiale della gendarmeria, che gli chiese i documenti con aria molto severa. Fabrizio tir fuori il passaporto, sul quale era scritto che lui era un venditore di barometri con la sua merce al seguito.

       Che razza di idioti! grid l'ufficiale. Questa davvero un po' troppo grossa!

       Fece qualche domanda a Fabrizio, che parl con il pi grande entusiasmo dell'Imperatore e della libert. L'ufficiale della gendarmeria scoppi a ridere.

       Accidenti! non sei davvero un furbacchione! disse. il colmo! Hanno un bel coraggio a spedirci qui dei novellini di questo genere! Fabrizio si butt a cercar di spiegare affannosamente che in realt lui non era un venditore di barometri, ma non c'era niente da fare. Verso le tre di notte, infuriato, stanco morto, il nostro eroe si trov chiuso nella prigione di B., un paesetto dei dintorni.

       Passando dallo sbalordimento alla collera, senza riuscire assolutamente a capire quello che gli stava capitando, Fabrizio trascorse in quella squallida prigione trentatr lunghi giorni. Scriveva lettere su lettere al comandante della piazza, e le affidava alla moglie del guardiano, una bella fiamminga di trentasei anni. Ma la donna non aveva nessuna voglia di veder finire al muro un ragazzo cos carino e che oltre a tutto la pagava bene - e si affrettava a buttar coscienziosamente sul fuoco tutte quelle lettere. La sera, sul tardi, si degnava di andare a ascoltare le lamentele del prigioniero. Il marito, informato del fatto che il novellino aveva dei soldi, le aveva saggiamente dato carta bianca, e la donna seppe approfittare della concessione, e riusc a farsi dare da Fabrizio qualche napoleone d'oro - perch l'aiutante si era preso solo i cavalli, e l'ufficiale della gendarmeria non aveva confiscato niente. Un pomeriggio - era giugno, ormai - Fabrizio sent dei colpi di cannone, in lontananza. Si combatteva, finalmente! Era fuori di s dall'impazienza. Sent anche un gran rumore per le strade - erano tre divisioni che attraversavano il paese. La sera, verso le undici, la moglie del guardiano venne a condividere le sue pene. Fabrizio fu ancora pi gentile del solito. poi, stringendole le mani:

       Fammi uscire! Ti giuro sul mio onore che quando la battaglia sar finita torner in prigione.

       Storie! Hai un po' di con quibus? Fabrizio non capiva, sembrava piuttosto impensierito. E la donna, vedendo la faccia che aveva fatto, pens che volesse dire che era al verde, e cos, invece di parlare di napoleoni d'oro come aveva deciso, si limit a parare di franchi.

       Senti, gli disse, se puoi sborsare un centinaio di franchi chiuder con un bel napoleone doppio tutti e due gli occhi del caporale che monta di guardia la notte. Cos non ti vedr, quando scapperai. Se il suo reggimento va via in giornata, quello ci sta.

       L'affare fu concluso. E la donna acconsent anche a nascondere Fabrizio nella sua stanza, perch cos il mattino dopo gli sarebbe stato pi facile evadere.

       Prima dell'alba gli disse, tutta intenerita:

       Bambino mio, sei ancora troppo giovane per questo brutto mestiere. Lascia perdere, dammi retta.

       Ma che cosa dici! ripeteva Fabrizio. forse un crimine voler difendere la patria?

       Piantala. Ricordatelo sempre, ti ho salvato la vita, io. Non c'eran santi, ti avrebbero fucilato. Ma non dirlo a nessuno, perch ci faresti perdere il posto a me e a mio marito. E poi non tirarla pi fuori, quella storia del signore di Milano travestito da venditore di barometri, troppo cretina. E adesso sta' a sentire. Ti dar la divisa di un ussaro che morto in prigione, l'altroieri. Parla meno che puoi, ma se proprio capiti con un sergente o con un ufficiale che ti obbligano a rispondergli, di' che sei stato malato, in casa di un contadino che ti ha trovato in un fosso, con la febbre, e ti ha portato a casa sua, per compassione. Se non si contentano di questa risposta, di' che stai per tornare al tuo reggimento. Con quell'accento che hai pu anche darsi che ti arrestino: e allora di' che sei nato in Piemonte, che sei un coscritto che rimasto in Francia l'anno scorso e altre cose del genere.

       Per la prima volta dopo trentatr giorni di rabbia, Fabrizio si rese conto di come stavano le cose. Lo avevano preso per una spia. Ne parl alla donna, che era molto affettuosa con lui, quella mattina. E alla fine, mentre lei stringeva un po' l'uniforme dell'ussaro, le raccont la sua storia senza nasconderle niente. La donna era tutta stupita, ma per un momento gli credette. Aveva un'aria talmente ingenua, e stava cos bene, vestito da ussaro!

       Se avevi tanta voglia di combattere, gli disse infine, quasi convinta, dovevi arruolarti in un reggimento appena sei arrivato a Parigi. Bastava pagar da bere a un sergente e era fatta! Poi gli diede un'infinit di buoni consigli e finalmente, alla prima luce, lo accompagn alla porta, dopo avergli fatto giurare mille volte che non avrebbe mai pronunciato il suo nome, a nessun costo.

       Appena uscito dal paese, impettito, con la sua brava sciabola da ussaro sotto il braccio, Fabrizio fu preso da qualche scrupolo. Eccomi qua, pens, con la divisa e i documenti di un ussaro morto in prigione - e a quanto pare ci finito per aver rubato una mucca e qualche posata d'argento! Si pu dire che ho preso il suo posto... e senza che io l'abbia voluto o previsto in nessun modo! Occhio alla prigione! un presagio, evidente - vuol dire che avr delle brutte sorprese, con la prigione!

       Meno di un'ora dopo che aveva lasciato la sua benefattrice, incominci a piovere. Pioveva tanto che Fabrizio, con quegli stivalacci fuori misura, riusciva appena a camminare. Poi incontr un contadino, in groppa a un cavallo malandato, e glielo compr, spiegandosi a gesti, senza parlare, come gli aveva detto la moglie del guardiano.

       Quel giorno l'esercito, dopo aver vinto la battaglia di Ligny, stava marciando dritto su Bruxelles. Era la vigilia di Waterloo. A mezzogiorno - pioveva ancora a dirotto - Fabrizio sent qualche colpo di cannone. Era felice, non pensava pi alla rabbia e alla disperazione che aveva provato a essere imprigionato cos ingiustamente. Cammin fino a notte fonda. Incominciava a avere un po' di buon senso, adesso, e and a chiedere alloggio in una casa di contadini molto lontana dalla strada. Il contadino piangeva, diceva che gli avevano portato via tutto. Fabrizio gli diede uno scudo, e quello fece saltar fuori un po' di avena. Non gran che, come cavallo, pens Fabrizio, ma ci potrebbe sempre essere qualche aiutante capace di farselo piacere, e and a dormire nella stalla. Il giorno dopo, un'ora prima dell'alba, Fabrizio era gi sulla strada. A furia di carezze era riuscito a mettere il cavallo al trotto. Verso le cinque sent sparare i cannoni. Era l'inizio di Waterloo.

 

III

 

 

       Poco dopo, Fabrizio incontr un gruppo di vivandiere. L'infinita gratitudine che sentiva per la moglie del guardiano della prigione lo indusse a parlare a quelle donne. Chiese a una di loro dove fosse il suo reggimento, il 4 ussari.

       Faresti meglio a non aver tanta fretta, soldatino, disse quella, commossa dal pallore e dai begli occhi di Fabrizio. Non hai ancora il polso abbastanza fermo per le sciabolate che si daranno oggi. Se almeno avessi un fucile, non dico, qualche colpo potresti tirarlo anche tu, n pi n meno degli altri.

       Fabrizio ci rimase male. Ma per quanto cercasse di farlo correre, il suo cavallo non riusciva a superare la carretta della vivandiera. Ogni tanto il rumore delle cannonate sembrava pi vicino e non si sentivano pi le parole - perch Fabrizio era talmente fuori di s dall'entusiasmo e dalla gioia che aveva ripreso la conversazione. Era felice a sentir parlare la vivandiera, gli sembrava che lo aiutasse a rendersi conto della propria gioia. Quella donna gli pareva tanto buona che fin per dirle tutto, tranne il suo vero nome e la storia della prigione. La vivandiera era molto stupita, non capiva una parola di quel che le raccontava quel bel soldato giovane.

       Ci sono! grid infine con aria di trionfo, sei un giovane borghese innamorato della moglie di qualche capitano del 4 ussari. Lei ti ha regalato quella divisa, e adesso stai correndole dietro. Come vero Dio, tu non l'hai mai fatto, il soldato. Ma sei un bravo ragazzo, e siccome il tuo reggimento in linea vuoi andarci anche tu, per non far la figura del vigliacco.

       Fabrizio ammise tutto: era il solo modo per avere qualche buon consiglio. Non ci capisco niente, nel modo di fare dei francesi, pens, e se non trovo qualcuno che mi consigli finir ancora in prigione, e mi ruberanno il cavallo.

       Per prima cosa, giovanotto, gli disse la vivandiera con un tono sempre pi amichevole, tu ventun anni non li hai ancora compiuti, di' la verit. gi tanto se ne hai diciassette.

       Era vero, e Fabrizio lo ammise di buon grado.

       Allora non sei neanche di leva. solo per i begli occhi della signora che stai andando a farti rompere le ossa! Per la malora, certo che ha buon gusto, quella l! Te n' rimasto ancora qualcuno, dei gialloni che ti ha dato? Allora bisogna che in primis tu ti compri un altro cavallo. Guarda, il tuo, come drizza le orecchie, quando si sente sparare un po' pi vicino. un cavallo di contadini, ti far ammazzare appena arrivi in linea. Lo vedi quel fumo bianco, l in fondo, sopra la siepe? Colpi di fucile, caro mio! Ne avrai, di fifa, sta' sicuro, quando sentirai fischiare le pallottole. Faresti meglio a mandar gi un boccone, finch sei in tempo.

       Fabrizio segu il consiglio, e diede alla vivandiera un napoleone, pregandola di tenere quel che le spettava.

       Ma da piangere, con questo qui! grid la vivandiera. Che bamboccio! Non sa neanche spendere i soldi che ha in tasca! Sai cosa meriteresti? Che io prendessi il tuo napoleone e facessi trottare Cocotte. Sta' certo che la tua bestiaccia non ce la farebbe, a venirmi dietro. Che cosa faresti, sciocchino, se io tagliassi la corda? Devi imparare una cosa: quando scoppiano i petardi non tirar mai fuori i quattrini. To', questi sono diciotto franchi e cinquanta centesimi. La colazione costa trenta soldi. Vedrai, tra un po' di cavalli ne avremo fin che vuoi. Per uno piccolo da' dieci franchi, e in tutti i casi non pagarlo mai pi di venti, anche se fosse la bestia pi bella del mondo.

       Fabrizio aveva finito la colazione, e la vivandiera continuava a fargli la predica. Ma a un certo punto si interruppe. Una donna venne fuori dai campi e attravers la strada.

       Ehi, grid, ehi, Margot! Guarda che il tuo 6 sulla destra!

       Devo andare, ragazzo, disse la vivandiera al nostro eroe. Ma mi fai compassione. Mi sei simpatico, accidenti! Non sai niente di niente, stai andando a farti accoppare, come vero Dio! Perch non vieni con me, al 6?

       Lo capisco benissimo, che non so niente, disse Fabrizio, ma voglio combattere. Ho deciso, andr l, dove c' quel fumo bianco.

       Non vedi come muove le orecchie, il tuo cavallo? Non ne ha molta, di forza, ma appena arrivi l ti prende la mano. Si metter a galoppare, e Dio sa dove ti porter. Dammi retta, i primi soldati che trovi prendi un fucile e delle giberne, stagli vicino e fa' tutto quello che fanno loro. Ma scommetto che non sai neanche come si fa a preparare una cartuccia.

       Fabrizio aveva un'aria molto offesa, ma dovette confessare alla sua nuova amica che era vero.

       Poverino! L'ho detto, si far ammazzare, com' vero Dio, e in quattro e quattr'otto! No, devi venire con me, non c' altro da fare, disse la vivandiera in tono di comando.

       Ma io voglio combattere.

       Riuscirai a combattere lo stesso, sta' tranquillo. Il 6 mobile un reggimento famoso, e oggi ce ne sar per tutti.

       Sar ancora lontano, il vostro reggimento?

       Ci saremo tra un quarto d'ora al massimo.

       Con l'aiuto di questa brava donna, pens Fabrizio, anche se sono cos inesperto non mi prenderanno ancora per una spia, e riuscir a combattere. Il rumore delle cannonate, adesso, era pi forte, un colpo dopo l'altro. come un rosario, pens Fabrizio.

       Senti? questi sono colpi di fucile, disse la vivandiera, e diede un colpo di frusta al suo cavallino, tutto eccitato dalla sparatoria.

       La vivandiera volt a destra, prese una strada in mezzo ai campi. C'era molto fango, e la carretta stava per impantanarsi, e Fabrizio fece forza sulla ruota. Il suo cavallo cadde due volte  Di l a poco il fango diminu e la strada non fu pi che un sentiero in mezzo all'erba. Dopo appena cinquecento passi il cavallo di Fabrizio si irrigid, di colpo. C'era un morto, attraverso il sentiero. Cavallo e cavaliere ne erano terrorizzati.

       La faccia di Fabrizio, gi pallidissima per natura, aveva preso un colorito verdastro. La vivandiera guard il morto e disse, come parlando fra s: Non della nostra divisione. Poi alz gli occhi su Fabrizio e scoppi a ridere.

       Ah, ah, ragazzo! grid. Ma queste sono rose e fiori!

       Fabrizio era rigido, agghiacciato. La cosa che lo colpiva di pi erano i piedi del morto, senza scarpe, sporchi. Gli avevano lasciato addosso soltanto un paio di pantaloni in cattivo stato, pieni di sangue.

       Vieni qui, gli disse la vivandiera, smonta. Bisogna che ti ci abitui. Poi disse: Guarda, l'hanno preso in testa.

       La pallottola era entrata vicino al naso e era uscita da una tempia. Era sfigurato, orribile. Aveva un occhio spalancato.

       E allora, ragazzo, smonta, disse la vivandiera, prova a prendergli una mano, vedi un po' se te la stringe.

       Fabrizio si sentiva svenire, ma si butt subito gi dal cavallo, e prese una mano del morto e la strinse, scuotendola. Poi rest l, svuotato. Sentiva che non avrebbe avuto la forza di rimontare a cavallo. La cosa che gli faceva pi spavento era quell'occhio aperto.

       Mi prender per un vigliacco, pens, disperato. Ma capiva che non poteva muoversi: sarebbe caduto. Fu terribile. Stava per sentirsi male. La donna se n'era accorta. Salt gi in fretta dalla carretta e senza dir niente gli porse un bicchiere d'acquavite. Fabrizio lo tracann d'un sorso, poi riusc a rimontare a cavallo e riprese la strada, senza aprir bocca. Ogni tanto la donna lo guardava con la coda dell'occhio.

       Avrai tempo domani, per combattere, ragazzo, gli disse dopo un po'. Sta' con me, per oggi. Devi pure impararlo, il mestiere del soldato, lo capisci anche tu

       No. Voglio combattere subito, grid Fabrizio, e la donna si tranquillizz a vedere la sua faccia scura. Il rumore delle cannonate era sempre pi forte, sembrava che si avvicinasse. Adesso era come un basso continuo, non c'era intervallo tra un colpo e l'altro, e su quell'accompagnamento di basso continuo, simile al rumore di un torrente lontano, si distingueva benissimo il fuoco della fucileria.

       La strada si addentrava in un piccolo bosco. Tre o quattro soldati francesi vennero verso di loro, di corsa. La vivandiera salt in fretta gi dalla carretta e corse a nascondersi a una ventina di passi dal sentiero, in una buca rimasta dove avevano sradicato un grosso albero. Voglio proprio vedere se sono un vigliacco! pens Fabrizio. Si ferm vicino alla carretta, sguain la sciabola. I soldati non lo guardarono neanche, corsero via lungo il bosco, a sinistra della strada.

       Sono dei nostri, disse la donna, con calma, mentre tornava, sbuffando, verso la carretta. Se il tuo cavallo fosse capace di correre ti direi di andare dove finisce il bosco e di guardare se c' qualcuno, sulla pianura. Fabrizio non se lo fece dire due volte, strapp un ramo di pioppo, ne stacc le foglie e si mise a frustare il cavallo con tutta la sua forza. Dopo qualche metro al galoppo, il cavallo riprese a trotterellare come al solito. Intanto la carretta veniva avanti a gran carriera. Fermati, gridava la donna a Fabrizio, fermati, ti dico! Furono subito fuori dal bosco, dove incominciava la pianura. Il rumore era spaventoso - cannonate e fucileria da tutte le parti, a destra, a sinistra, alle spalle. Il bosco era su un rilievo alto otto o dieci piedi sulla pianura, e cos Fabrizio e la donna riuscirono a vedere abbastanza bene un angolo della battaglia. Ma nel prato confinante con il bosco non c'era nessuno. A un migliaio di passi, il prato finiva contro una lunga fila di salici molto folti, e sopra i salici posava una nuvola di fumo biancastro che ogni tanto si alzava verso il cielo, vorticando.

       Se almeno sapessi dov' il reggimento! diceva la donna, indecisa. Non c' da fidarsi, a attraversare il prato. Tu, a proposito, disse poi a Fabrizio, se ti viene contro un soldato nemico, infilzalo, non stare a perder tempo a tirargli fendenti.

       In quel momento i quattro soldati di prima vennero fuori dal bosco, sulla sinistra del sentiero. Uno era a cavallo.

       Ecco quello che ci vuole per te, disse la donna a Fabrizio. Poi grid al soldato a cavallo: Ehi, tu! Vieni a bere un sorso d'acquavite! I soldati si avvicinarono.

       Dov' il 6 mobile? chiese la donna.

       L in fondo, a cinque minuti da qui, dopo quel canale sotto i salici. Hanno ammazzato il colonnello Macon che poco.

       Senti un po', tu, lo vendi, per cinque franchi, il tuo cavallo?

       Cinque franchi! Vuoi scherzare, mammina. Cinque franchi per un cavallo da ufficiale che posso venderlo quando voglio per cinque napoleoni!

       Dammi un napoleone, disse la donna a Fabrizio. Poi and vicino al soldato a cavallo: Sbrigati, smonta, gli disse. To' il tuo napoleone.

       Il soldato scese da cavallo, e Fabrizio salt in sella, tutto contento. La donna stava cercando di levare il piccolo portamantelli legato alla sella del ronzino di Fabrizio.

       E allora, me la date o no una mano? disse ai soldati. cos che si lasciano lavorare le signore?

       Ma appena gli misero addosso il portamantelli il cavallo si impenn, e Fabrizio, che pure era un ottimo cavaliere, dovette mettercela tutta per poterlo trattenere.

       Buon segno! disse la donna. Non gli piace il solletico, a questo signorino!

       Un cavallo da generale! gridava il soldato che lo aveva venduto. Un cavallo che pagarlo dieci napoleoni niente!

       Questi sono venti franchi. Prendili, disse Fabrizio, che non stava pi nella pelle a' sentirsi tra le gambe un cavallo cos vivace.

       In quel momento una palla di cannone cadde di traverso in mezzo ai salici. I rami spezzati scattarono in aria da una parte e dall'altra, come tagliati netto da una falce. Fabrizio si ferm a guardare, era uno strano spettacolo.

       Oh, sono vicini, disse il soldato, mettendosi i soldi in tasca. Saranno state le due.

       Fabrizio era ancora tutto preso da quel che aveva visto, quando un gruppo di generali, scortati da una ventina di ussari, attraversarono obliquamente il prato, al galoppo. Il cavallo di Fabrizio incominci a nitrire, si impenn due o tre volte di seguito, poi diede grandi colpi con la testa, tirando le briglie. E va bene! pens Fabrizio.

       Lasciato a se stesso, il cavallo corse in avanti, ventre a terra, e and a raggiungere la scorta che seguiva i generali. Fabrizio cont quattro cappelli gallonati. Dopo un quarto d'ora, ascoltando quello che diceva un ussaro che gli cavalcava vicino, Fabrizio si rese conto che uno di quei generali era il famoso maresciallo Ney. La sua felicit era al colmo, per non riusciva a capire quale dei quattro generali fosse il maresciallo. Avrebbe dato qualsiasi cosa, per saperlo, ma si ricord che non doveva parlare. Il gruppo si ferm davanti a un largo fossato che la pioggia del giorno prima aveva riempito d'acqua. Era fiancheggiato da un filare di alberi molto alti e confinava sulla sinistra con il prato all'inizio del quale Fabrizio aveva comprato il cavallo. Quasi tutti gli ussari erano smontati. La sponda del fossato era ripida, molto scivolosa, e il livello dell'acqua era tre o quattro piedi sotto quello del prato. Fabrizio era troppo felice, pensava pi al maresciallo Ney, e alla gloria, che al suo cavallo. E il suo cavallo, eccitatissimo, fece un salto e piomb nel fossato. L'acqua, schizzando in alto, bagn da capo a piedi uno dei generali. Quello grid: Bestia fottuta! Fabrizio si sent profondamente offeso. Forse dovrei rispondergli... pens. Intanto, per far vedere che non era poi cos impacciato, cerc di spingere il cavallo su per la Sponda opposta, ma era ripida, alta cinque o sei piedi. Bisognava rinunciarci, e allora Fabrizio risal la corrente, con l'acqua quasi alla testa del cavallo, fino a una specie di abbeveratoio. L, era meno ripido, e il cavallo pot uscire sull'altra sponda. Era stato il primo della scorta, a passare, e incominci a trottare orgogliosamente lungo il fossato. Intanto, gli ussari stavano dimenandosi nell'acqua. Erano in difficolt, perch in molti punti l'acqua era profonda cinque piedi. Due o tre cavalli si spaventarono e incominciarono a nuotare, in uno sciacquio spaventoso. Poi un sergente si accorse della manovra di quel novellino che aveva un'aria cos poco militaresca.

       Risalite la corrente! C' un abbeveratoio, a sinistra! grid, e uno alla volta riuscirono a passare tutti.

       Per un momento Fabrizio era rimasto vicino ai generali, da solo. Il rumore delle cannonate gli sembrava sempre pi forte. Riusc a stento a capire, quando il generale che era riuscito a bagnare cos bene gli url nelle orecchie:

       Dove l'hai preso, questo cavallo?

       Fabrizio era tanto emozionato che gli rispose in italiano:

       L'ho comprato poco fa.

       Che cosa hai detto? gli grid il generale.

       Ma il frastuono era tale che Fabrizio non pot rispondergli. Bisogna ammettere che il nostro eroe non era molto eroico, in quel momento. Ma la paura veniva in seconda linea: era sconvolto da tutto quel rumore, gli facevano male le orecchie. La scorta si lanci al galoppo. Attraversarono un gran campo coltivato. Era pieno di morti.

       Giubbe rosse! Giubbe rosse! gridavano gli ussari della scorta, e sembravano molto soddisfatti. Fabrizio non capiva. Poi si rese conto che tutti quei morti erano vestiti di rosso. Si sent rabbrividire dall'orrore. Molti di quei soldati erano ancora vivi, invocavano aiuto, ma nessuno si fermava per aiutarli. Fabrizio, con molta umanit, faceva di tutto perch il suo cavallo non calpestasse qualcuna di quelle giubbe rosse. Gli altri si erano fermati, e lui, non molto ligio al suo dovere di soldato, continuava a galoppare, gli occhi fissi su un ferito.

       E fermati, novellino! gli grid il sergente. Fabrizio si accorse di essere a una ventina di passi, sulla sinistra, davanti ai generali, proprio nella direzione in cui quelli stavano guardando con i cannocchiali. Mentre tornava indietro per andare a mettersi in coda alla scorta, che si teneva a qualche passo di distanza, vide che il pi grosso dei generali stava parlando a un altro generale in tono autoritario, quasi di rimprovero, e imprecava. Fabrizio non riusc a resistere alla curiosit, e malgrado il consiglio di non parlare che gli aveva dato la moglie del guardiano della prigione cerc di mettere insieme una bella frasettina in francese e chiese al suo vicino:

       Chi quel generale che sgrida l'altro?

       Ma il maresciallo, perdio!

       Quale maresciallo?

       Il maresciallo Ney, idiota! Ma come! Di che reggimento sei?

       Nonostante tutta la sua suscettibilit, in quel momento Fabrizio non se lo sogn nemmeno, di offendersi. Come un bambino, perduto in ammirazione, guardava il principe della Moscova, il valoroso tra i valorosi.

       Ripresero a galoppare, di colpo. Qualche istante dopo, guardando avanti, Fabrizio vide, a una ventina di passi, che la terra di un campo sembrava in subbuglio. I solchi erano pieni di acqua, e dai mucchi di terra umida che si alzavano tra un solco e l'altro volavano in aria piccoli frammenti, neri. Era molto strano, e Fabrizio, passando, si volt a guardare, poi ricominci a pensare al maresciallo e alle sue glorie. Sent gridare, alle spalle, un grido secco. Due ussari stavano cadendo da cavallo, colpiti, gi lontano. La cosa pi orribile era un cavallo, si contorceva tra i solchi, coperto di sangue, le zampe impigliate negli intestini. Voleva andar dietro agli altri cavalli. Il sangue colava nel fango.

       Ah, ci sono, finalmente, in una battaglia! pens Fabrizio.

       Ho visto una battaglia! si ripeteva, tutto soddisfatto. Adesso s che sono un vero soldato. Stavano galoppando a briglia sciolta, e Fabrizio si rese conto che erano le palle di cannone a far volare pezzi di terra da tutte le parti. Aveva un bel guardare dalla parte da cui venivano le cannonate: vedeva soltanto, lontanissimo, il fumo bianco delle batterie, e tra il brontolio monotono e ininterrotto degli spari gli sembrava di sentire scariche di fucileria, molto pi vicine. Non ci capiva assolutamente niente.

       Adesso i generali e la scorta erano scesi in un sentiero coperto di acqua, pi basso rispetto al livello dei campi. Il maresciallo si ferm, guard ancora con il cannocchiale. Fabrizio riusc a guardarlo bene, stavolta. Aveva una grossa testa, e i capelli biondissimi, e le guance molto colorite. Non ne abbiamo, in Italia, di facce come questa, pens Fabrizio. Pallido come sono, con i miei capelli castani, non riuscir mai a essere cos. Si sentiva molto abbattuto. Era come se pensasse: Non sar mai un eroe. Guard gli ussari che aveva vicino: tranne uno, avevano tutti dei folti baffi biondi. Ma anche gli ussari guardavano lui. Fabrizio si sent arrossire, sotto quelle occhiate, per darsi un contegno volt la testa dalla parte del nemico. C'erano file lunghissime di uomini rossi, era strano come sembravano piccoli. Erano reggimenti, divisioni: eppure quelle file non erano pi alte di una siepe. Un gruppo di cavalleggeri rossi stava venendo verso il sentiero dove il maresciallo e la sua scorta avanzavano al passo, sguazzando nel fango. Davanti non si vedeva niente, c'era troppo fumo. Solo, ogni tanto, si vedevano uscire da quel fumo degli uomini a cavallo, lanciati al galoppo.

       Improvvisamente, Fabrizio vide venire dalla parte del nemico quattro uomini, al galoppo. Ci attaccano! pens. Ma due di quegli uomini stavano gi parlando con il maresciallo. Poi uno dei generali part al galoppo, seguito da due ussari e da quei quattro uomini. Il gruppo si mosse, pass un piccolo canale. Fabrizio si trov vicino al sergente, lo guard, vide che aveva un'aria da bonaccione. Bisogna che gli parli, pens. Forse cos la smetteranno di guardarmi. Ci pens un bel po', poi gli disse:

       Signore, la prima volta che vedo una battaglia. Ma veramente una battaglia, questa?

       Direi. Ma tu, chi sei?

       Sono il fratello della moglie di un capitano.

       E come si chiama, questo capitano?

       Era una domanda terribilmente imbarazzante, per il nostro eroe. Non l'aveva prevista. Per fortuna, in quel momento tutto il gruppo si rimise a galoppare. Che nome posso dire? pensava Fabrizio. Alla fine gli venne in mente il nome del suo albergatore di Parigi. Guid il suo cavallo vicino a quello del sergente e url pi forte che poteva:

       Il capitano Meunier! Ma con tutto quel fracasso il sergente non riusc a capire bene, e rispose: Ah, il capitano Teulier. morto. Benissimo, pens Fabrizio. Il capitano Teulier. Qui bisogna fare la faccia triste. Dio mio! grid, con un'aria molto addolorata.

       Erano usciti dal sentiero, stavano attraversando un prato, ventre a terra. Erano di nuovo sotto il fuoco dei cannoni. Il maresciallo galoppava verso una divisione di cavalleria. Intorno era pieno di morti e di feriti, ma a Fabrizio non faceva pi tanta impressione. Aveva altre cose cui pensare.

       Alla prima sosta, guardandosi intorno, Fabrizio vide una carretta. Il suo affetto per il rispettabile corpo delle vivandiere era troppo forte. E part al galoppo.

       Sta' qui, perdio! gli grid dietro il sergente.

       Che cosa pu farmi? pens Fabrizio, e continu a galoppare verso la carretta. Quando aveva spronato il cavallo, Fabrizio sperava che fosse la vivandiera che aveva conosciuto quella mattina. Tutte le carrette si assomigliavano: ma la vivandiera era un'altra, e aveva un'aria piuttosto antipatica. Avvicinandosi, sent che diceva: Pensare che era cos un bell'uomo! Fabrizio guard. Era un brutto spettacolo: stavano tagliando una gamba, alla coscia, a un corazziere, un bel giovane alto. Fabrizio chiuse gli occhi, poi mand gi uno dopo l'altro quattro bicchieri d'acquavite.

       Oh, ragazzino, ci dai dentro! disse la vivandiera.

       L'acquavite aveva fatto venire un'idea a Fabrizio. Bisogna che mi faccia prendere in simpatia dagli ussari della scorta, pens.

       Datemi la bottiglia, disse alla vivandiera.

       Lo sai che oggi come oggi ti coster dieci franchi?

       Fabrizio torn al galoppo verso la scorta.

       Ah, ci hai portato da bere! grid il sergente. per questo che hai disertato! Da' qua!

       La bottiglia pass di mano in mano. L'ultimo, dopo aver bevuto, la butt via. Grazie, camerata! grid a Fabrizio. Adesso tutti lo guardavano con benevolenza. Fu come se gli avessero levato un peso dal cuore: era uno di quei cuori di fabbricazione troppo raffinata, il suo, che hanno bisogno dell'amicizia della gente. Finalmente non lo guardavano pi con quell'aria sospettosa! C'era qualcosa che li univa, adesso! Fabrizio fece un bel respiro profondo, poi disse al sergente, in tono disinvolto:

       Dato che il capitano Teulier morto, dove potrei trovarla, mia sorella? Gli sembrava di essere un piccolo Machiavelli, a dire Teulier invece di Meunier.

       Bisogna che aspetti stasera, rispose il sergente.

       La scorta si mosse verso un gruppo di divisioni di fanteria. Fabrizio si sentiva completamente ubriaco. Aveva bevuto troppo, oscillava un po' sulla sella. Per fortuna gli venne in mente quel che diceva il cocchiere di sua madre: Quando si alzato il gomito bisogna guardare fisso in mezzo alle orecchie del cavallo e fare quello che fanno gli altri. Il maresciallo si ferm molte volte, e a lungo, per dar l'ordine di caricare a certi squadroni di cavalleria. Ma per un'ora o due il nostro eroe non riusc a capire che cosa stesse succedendo. Si sentiva stanco morto, quando il cavallo andava al galoppo ricadeva sulla sella come un pezzo di piombo.

       Di colpo sent che il sergente gridava:

       Sacramento, ma non vedete l'Imperatore? Gli ussari urlarono a squarciagola: Viva l'Imperatore! Fabrizio guard freneticamente, gli occhi spalancati. Ma vide soltanto un gruppo di generali che passavano in fretta, seguiti da una scorta. Non riusc a vedere le facce, tra l'ondeggiare delle lunghe criniere sugli elmi dei dragoni. Per colpa di quella maledetta acquavite non sono riuscito a vedere l'Imperatore sul campo di battaglia! pens. Si sentiva completamente lucido, dopo questa considerazione.

       Presero per un altro sentiero pieno d'acqua. I cavalli si misero a bere.

       Era l'Imperatore, quello che passato? chiese Fabrizio all'ussaro che gli stava vicino.

       Certo. Era quello che non aveva ricami sulla giubba. Come hai fatto a non vederlo? gli rispose l'altro, molto gentile. Fabrizio aveva una gran voglia di correre dietro alla scorta dell'Imperatore. Sarebbe splendido fare davvero la guerra con lui! pens. Era pur venuto in Francia per questo. Sono padrone di farlo quando voglio. In fondo se sono qui soltanto perch il mio cavallo si buttato dietro a questi generali.

       Ma decise di restare: i suoi nuovi compagni, gli ussari, lo guardavano con simpatia, adesso. Incominciava a sentirsi amico intimo di tutti i soldati con cui stava cavalcando da qualche ora. Era la nobile amicizia che univa gli eroi del Tasso e dell'Ariosto, quella! Se si fosse unito alla scorta dell'Imperatore avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. E forse lo avrebbero guardato male, perch quelli erano dragoni, e lui era in divisa da ussaro, come tutti i soldati al seguito del maresciallo. Il modo come adesso lo guardavano lo riempiva di gioia. Avrebbe, fatto qualsiasi cosa, per i suoi compagni. Era al settimo cielo. Era tutto diverso, ora che aveva trovato degli amici. Moriva dalla voglia di parlargli. Ma sono ancora un po' ubriaco, pens. Bisogna che mi ricordi di quello che diceva la guardiana della prigione. Poi, uscendo dal sentiero, si accorse che la scorta non seguiva pi il maresciallo Ney. Davanti, adesso, c'era un generale alto, magro, con una faccia asciutta e uno sguardo tremendo.

       Quel generale era il conte di A., il tenente Roberto del 15 maggio 1796. Che gioia avrebbe provato, a vedere Fabrizio del Dongo!

       Era gi da molto che Fabrizio non vedeva quegli spruzzi di terra, neri, dove cadevano le cannonate. E arrivarono alle spalle di un reggimento di corazzieri. Si sentiva distintamente il rumore delle schegge sulle corazze. Fabrizio vide molti soldati che cadevano, colpiti.

       Il sole era gi molto basso, stava tramontando. La scorta lasci un sentiero e sal per un breve pendio, verso un campo coltivato. Fabrizio sent un rumore strano, basso, vicinissimo. Si volt. Quattro uomini erano caduti, con i cavalli. Anche il generale era caduto, ma stava alzandosi. Era coperto di sangue. Fabrizio guardava gli ussari rimasti a terra. Tre si muovevano ancora, convulsamente. L'altro gridava: Tiratemi un colpo. Il sergente e altri ussari erano smontati per aiutare il generale. Il generale si appoggiava al braccio del suo aiutante di campo, si sforzava di fare qualche passo. Cercava di allontanarsi dal suo cavallo, che si dibatteva per terra scalciando furiosamente.

       Il sergente venne verso Fabrizio. Il nostro eroe sent che qualcuno, molto vicino, alle sue spalle, stava dicendo: il solo cavallo che sia ancora capace di galoppare. Si sent prendere per i piedi, e poi per le ascelle. Lo tirarono su, lo fecero passare al di sopra della groppa del cavallo, poi lo lasciarono andare e si trov seduto per terra.

       L'aiutante di campo teneva adesso il suo cavallo per la briglia. Il generale, aiutato dal sergente, mont in sella, e corse via al galoppo. I sei soldati superstiti lo seguirono subito. Fabrizio si alz in piedi, furibondo, si mise a corrergli dietro gridando in italiano: Ladri! Ladri! Era divertente correre dietro a dei ladri su un campo di battaglia!

       La scorta e il generale, conte di A., scomparvero dietro un filare di salici. Fabrizio corse fin l, infuriato. Si trov davanti a un canale molto profondo, lo attravers. Arrivato sull'altra riva riusc a vedere ancora il generale e la scorta, lontanissimi, in mezzo agli alberi. Si mise a imprecare. Poi - in francese, questa volta - grid ancora: Ladri! Ladri! Era disperato, e non tanto per la perdita del cavallo, quanto per il tradimento. Si sedette sulla riva del canale. Era stanco, moriva di fame. Se il suo bel cavallo glielo avessero portato via i nemici non gliene sarebbe importato niente, ma vedersi tradito e derubato da quel sergente a cui voleva tanto bene, da quegli ussari che gli sembravano come tanti fratelli! Era questo che gli spezzava il cuore. Non riusciva a consolarsi. Appoggi la schiena contro un salice, si mise a piangere. Stava disfacendo uno dopo l'altro tutti quei bei sogni di sublime amicizia cavalleresca come nella Gerusalemme Liberata. Sarebbe stato niente, morire con intorno amici eroici e affettuosi, nobili amici che ti stringono la mano al momento dell'ultimo respiro! Ma dove va a finire l'entusiasmo, se ci si trova in mezzo a una banda di mascalzoni?

       Fabrizio stava esagerando, come capita a chi in preda all'indignazione. Dopo un quarto d'ora di commozione incominci a rendersi conto che le cannonate stavano arrivando fino ai salici all'ombra dei quali si erano svolte le sue meditazioni. Si alz in piedi, cerc di orientarsi. C'era un gran prato, delimitato da un canale molto largo e dal filare di salici. Gli sembr di capire dov'era. Davanti, a un quarto di lega, un reparto di fanteria stava passando il fossato e entrava nel prato. A momenti mi addormentavo, pens. L'importante non farsi prender prigioniero. Incominci a camminare molto in fretta. Pi avanti, si tranquillizz, riconobbe le divise: i reparti dai quali aveva avuto paura di essere tagliato fuori erano francesi. Pieg a destra per raggiungerli.

       Dopo il dolore morale, per il furto e il tradimento, ne sentiva un altro, adesso, e diventava sempre pi forte: stava morendo di fame! Dopo aver camminato, o piuttosto dopo aver corso, per dieci minuti, ebbe la gran gioia di vedere che i reparti di fanteria, che marciavano molto in fretta, si erano fermati per prendere posizione. Qualche minuto pi tardi aveva raggiunto i primi soldati.

       Camerati, potreste vendermi un pezzo di pane?

       Avete sentito? Questo qui ci prende per dei fornai!

       A questa spietata battuta, e alle risate generali che l'avevano accolta, Fabrizio si sent distrutto. Ah, la guerra non era quel nobile slancio comune di anime assetate di gloria, come si era immaginato leggendo i proclami di Napoleone! Si sedette, anzi, si lasci cadere sull'erba. Era pallidissimo. Il soldato che aveva parlato, fermo a una diecina di passi a pulire con il fazzoletto il percussore del fucile, si mosse, gli venne vicino e gli butt un pezzo di pane. E vedendo che Fabrizio non lo raccoglieva, il soldato glielo mise in bocca. Fabrizio apr gli occhi, mastic il pane. Non aveva la forza di parlare. Poi si guard intorno, cercava il soldato, per pagarlo. Ma era solo. I soldati pi vicini erano gi a un centinaio di passi, in marcia. Si alz in piedi, macchinalmente, incominci a seguirli. Entr in un bosco. Non riusciva pi a tenersi in piedi. Si guard intorno cercando un posto per buttarsi gi a riposare. E vide il cavallo, e poi la carretta, e poi la vivandiera che aveva conosciuto la mattina. Lei gli stava correndo incontro, lo guardava come se fosse spaventata dalla sua faccia.

       Cerca di camminare ancora un po', ragazzo, gli disse. Sei ferito? E il tuo bel cavallo? e intanto lo portava verso la carretta. Lo aiut a salire tenendolo per un braccio. Appena dentro, il nostro eroe, esausto, si addorment.

 

IV

 

 

       Niente pot svegliarlo, n i colpi di fucile sparati vicinissimo, n il trotto del cavallo che la vivandiera frustava a tutta forza. Il reggimento, dopo aver creduto per tutto il giorno che la battaglia fosse vinta, era stato attaccato di sorpresa da nugoli di cavalleggeri prussiani, e stava ritirandosi, o meglio stava fuggendo verso la Francia.

       Il colonnello che aveva preso il posto di Macon, un bell'uomo giovane, elegante, era stato ucciso a sciabolate. Il comandante di battaglione che lo aveva sostituito, un vecchio dai capelli bianchi, ordin l'alt. Perdio! disse ai soldati, al tempo della repubblica, prima di tagliare la corda si aspettava di esserci costretti. Dovete difendere ogni metro, e fatevi ammazzare, gridava, imprecando, perch la nostra terra, che i prussiani vogliono invadere!

       Fabrizio si svegli bruscamente. La carretta si era fermata. Il sole era tramontato da un pezzo. Gli parve molto strano che fosse gi quasi notte. C'era una gran confusione, soldati che correvano da tutte le parti. Sembrava che si vergognassero di qualcosa. Fabrizio ne fu molto stupito.

       Che cosa succede? chiese alla vivandiera.

       Proprio niente. Solo che ci han fatto fuori, ragazzo. Abbiamo addosso la cavalleria dei prussiani, ecco che cosa succede. Quell'idiota del generale credeva che fosse la nostra. S, sbrigati, dammi una mano, che si rotto un attacco.

       Stavano sparando, molto vicino. Il nostro eroe si sentiva fresco e riposato, pensava: In fondo, per tutto il giorno, non mi sono battuto. Non ho fatto altro che scortare un generale. Poi disse alla donna: Devo battermi.

       Sta' tranquillo, ti batterai. Tra un po' ne avrai fin sopra i capelli, di batterti. Siamo spacciati. Poi la donna grid a un caporale che passava sulla strada: Aubry, da' un'occhiata alla carretta, ogni tanto.

       Andate a combattere? chiese Fabrizio a Aubry.

       Io? Macch! Sto andando a ballare!

       Vengo anch'io.

       Senti, stagli attento, al piccolo ussaro! grid la donna. un bravo ragazzo.

       Il caporale Aubry camminava senza aprir bocca. Otto o dieci soldati lo raggiunsero, di corsa. Aubry li condusse dietro una grossa quercia, tra cespugli di rovi, poi, sempre senza dire una parola, li dispose sul limitare del bosco, piuttosto distanti uno dall'altro.

       Attenzione, ragazzi, disse - e era la prima volta che parlava -, non sparate se non ve lo dico io. Ricordatevi che avete soltanto tre cartucce.

       Ma che cosa succede? pensava Fabrizio. Poi, quando fu solo con il caporale, gli disse:

       Sono senza fucile.

       Per prima cosa, sta' zitto! Va' l, a una cinquantina di passi dal bosco. Troverai qualcuno di quei poveri ragazzi massacrati a sciabolate. Prendi fucile e giberne. E sta' attento che non sia un ferito, almeno. Prendi fucile e giberne a uno che sei sicuro che morto, e fa' in fretta, prima che i nostri ti tirino addosso.

       Fabrizio corse via, e torn subito con un fucile e delle giberne.

       Adesso caricalo e mettiti l, dietro quell'albero. Mi raccomando, non sparare se non lo ordino io... Ma per Dio, questo qui non sa neanche caricare un fucile! e continuando, a parlare gli mostr come si faceva. Se ti viene addosso un cavalleggero, per sciabolarti, gira intorno all'albero e spara soltanto a colpo sicuro, quando ce l'hai a tre passi, quando a momenti lo tocchi con la baionetta. Poi grid: E buttalo via, quello sciabolone! Vuoi che ti faccia inciampare, porca miseria? Che razza di soldati ci mandano! e prese la sciabola e la butt lontano, bruscamente. Poi disse: Avanti, pulisci la pietra focaia con il fazzoletto. Ma l'hai mai tirato, un colpo di fucile?

       Andavo sempre a caccia.

       Meno male! disse il caporale, sbuffando. Ma ricordati, spara soltanto quando io do l'ordine. Poi se ne and.

       Fabrizio era tutto eccitato. Adesso s che potr combattere davvero, pensava. Se potessi ucciderne uno! Stamattina ci sparavano addosso e io potevo soltanto star l a espormi come uno scemo! Si guardava intorno con estrema curiosit. Dopo un po' sent sette o otto fucilate, vicinissime. Ma il caporale non aveva dato l'ordine di tirare e Fabrizio rimase tranquillo, dietro il suo albero. Era quasi notte. Era come quando stava alla posta, a caccia di orsi, sulle montagne di Tremezzina, sopra Griante. Poi fece una cosa da cacciatore: tolse la palla da una cartuccia e l'infil nella canna del fucile gi carico. Se ne vedo uno non devo mancarlo, pens. Due fucilate esplosero proprio vicino al suo albero. E, di colpo, un cavalleggero in uniforme blu gli pass davanti al galoppo, da destra a sinistra. Non sono tre passi, pens Fabrizio, ma sono sicuro di prenderlo, cos vicino. Lo segu bene con il mirino, schiacci il grilletto. Caddero tutt'e due, uomo e cavallo. A Fabrizio sembrava di essere a caccia, era felice, si mise a correre verso la preda che aveva abbattuto. Stava gi toccandolo, gli sembrava che stesse agonizzando. E vide due cavalleggeri prossiani che gli si precipitavano contro, le sciabole alzate. Corse affannosamente verso il bosco, lasci cadere il fucile. Gli erano quasi addosso; ma giunse tra piccole querce dritte, grosse come un braccio, al margine del bosco. Per un momento i cavalleggeri rallentarono, poi furono di nuovo allo scoperto. Gli erano dietro, ancora, stavano per raggiungerlo. Si butt nel bosco, tra grossi alberi. Cinque o sei fucilate gli esplosero davanti, tanto vicine che sent sulla faccia il caldo delle fiammate. Abbass la testa. Poi, alzandola, vide la faccia del caporale.

       L'hai preso, il tuo?

       S. Ma ho perso il fucile.

       Non sono i fucili, che ci mancano. Sei in gamba. Con la tua aria da ragazzino te la sei guadagnata, la giornata. E questi, che fanno il soldato, non sono stati capaci di prendere quei due che ti correvano dietro. E li avevano a tiro, proprio di fronte. Io non potevo vederli. Adesso dobbiamo battercela, e alla svelta. Il reggimento deve essere piuttosto lontano, e oltre a tutto dobbiamo passare per un pezzo in mezzo ai campi, e corriamo il rischio che ci taglino fuori.

       Mentre parlava, il caporale aveva incominciato a camminare in fretta, alla testa dei suoi dieci uomini. Poco lontano, sull'orlo del campo, incontrarono un generale ferito, portato a braccia dal suo aiutante di campo e da un domestico.

       Voglio quattro uomini, disse il generale con voce spenta. Bisogna che mi portino a un'ambulanza. Ho una gamba fracassata.

       Va' a farti fottere, rispose il caporale, tu e tutti i generali! Avete tutti tradito l'Imperatore, oggi!

       Ma tu ti stai rifiutando di obbedire a un ordine! grid il generale, inviperito. Sai che io sono il conte B., generale comandante la tua divisione... Continuava a parlare, dandosi grandi arie. L'aiutante di campo si butt contro i soldati. Il caporale gli diede un colpo di baionetta sul braccio e corse via con i suoi uomini. Che vadano in malora tutti, ripeteva, imprecando, che si possano fracassare tutti gambe e braccia! Una massa di sbruffoni, ecco che cosa sono! Tutti venduti ai Borboni per tradire l'Imperatore! Fabrizio era molto impressionato da questa terribile accusa.

       Verso le dieci di sera raggiunsero il reggimento alla periferia di un grosso villaggio percorso da tante piccole strade strettissime, ma Fabrizio not che il caporale evitava di parlare agli ufficiali. Poi il caporale disse: Di qua non si passa. Per le strade si ammassavano uomini, cavalli, carri, cassoni dell'artiglieria. Arrivarono fino a un incrocio, ma dopo pochi passi dovettero fermarsi. Intorno imprecavano, litigavano.

       Dev'essere qualche altro traditore, che comanda, qui! grid il caporale. Se ai prussiani gli viene l'idea di circondare il villaggio, ci prendono come un mucchio di cani. Venite con me, voialtri.

       Fabrizio si guard intorno. C'erano solo sei soldati, con il caporale. Attraverso un portone spalancato entrarono in un vasto cortile, dal cortile passarono in una stalla e uscirono da una porta che dava su un giardino. Per un po' camminarono s e gi senza saper dove andare, poi scavalcarono una siepe e si trovarono in un gran campo di saggina. In meno di mezz'ora, seguendo il rumore e le grida, furono di nuovo sulla strada maestra, al di l del villaggio. Il fossato che correva lungo la strada era pieno di fucili abbandonati, e Fabrizio ne prese uno. La strada era molto larga, ma cos ingombra di fuggiaschi e di carriaggi che in mezz'ora fu tanto se riuscirono a fare cinquecento passi. Dicevano che quella era la strada per Charleroi. Suonarono le undici.

       Bisogna prendere ancora per i campi, grid il caporale. Erano rimasti in cinque - tre soldati, il caporale e Fabrizio. Quando arrivarono a un quarto di lega dalla strada maestra, uno dei soldati disse:

       Non ce la faccio pi.

       Neanch'io, disse un altro.

       Bella novit! disse il caporale. Come credete che stia, io? Ma se mi obbedite vi troverete bene. C'erano cinque o sei alberi sul bordo di un fossatello, in mezzo a un immenso campo di grano. L, dove ci sono quegli alberi! disse il caporale. Poi, quando furono arrivati agli alberi, disse: Stendetevi l. E non fate rumore, mi raccomando. Ma prima di dormire, c' qualcuno che ha un po' di pane?

       Io, disse un soldato.

       Da' qua, disse il caporale, in tono deciso. Poi divise il pane in cinque pezzi e si tenne il pi piccolo.

       Un quarto d'ora prima che faccia giorno, disse poi, mangiando, avremo addosso la cavalleria nemica. Qui si tratta di non farsi sciabolare. Uno solo spacciato, con la cavalleria addosso in una pianura come questa - ma in cinque ci si pu salvare. Se state con me, e state uniti, e sparate solo a colpo sicuro, mi impegno a portarvi a Charleroi per domani sera.

       Il caporale li svegli un'ora prima dell'alba, gli fece ricaricare i fucili. Dalla strada maestra veniva ancora un gran rumore, era durato tutta notte. Era come un torrente in lontananza.

       Scappano come tante pecore, disse Fabrizio al caporale, ingenuamente.

       Chiudi il becco, novellino! disse il caporale, irritato, e i tre soldati che formavano tutto il suo esercito guardarono Fabrizio con aria molto severa, come se avesse detto una bestemmia. Aveva insultato la nazione.

       incredibile! pens Fabrizio. L'ho gi notato alla corte del vicer, a Milano. Loro non scappano, no! Con questi francesi non si pu dire la verit, se ferisce la loro vanit. Ma della loro aria di rimprovero non me ne importa niente, e bisogna che glielo faccia capire.

       Continuavano a camminare a qualche centinaio di passi da quel fiume di fuggiaschi che scorreva sulla strada maestra. A un certo punto attraversarono un sentiero che incrociava la strada maestra. C'erano molti soldati, buttati per terra. Fabrizio compr per quaranta franchi un cavallo piuttosto buono, poi scelse con cura tra, i mucchi di armi abbandonate una grossa spada diritta. Dato che dicono che bisogna lavorare di punta, pens, questa l'ideale. Poi mise il cavallo al galoppo e raggiunse il caporale e gli altri soldati, che erano andati avanti. Assest i piedi nelle staffe, pose la sinistra sul fodero della spada, e disse ai quattro francesi:

       Quelli che scappano, sulla strada, hanno l'aria di un branco di pecore... camminano come tante pecore spaventate...

       Ma aveva un bel calcare sulla parola pecore, i suoi compagni non si ricordavano neanche pi di essersi offesi per quella parola soltanto un'ora prima. Un'altra differenza fra il carattere degli italiani e quello dei francesi: e certo che un francese se la passa meglio, perch sorvola su quello che gli capitato, senza serbare rancore.

       Bisogna dire che Fabrizio era molto soddisfatto di s, dopo quella battuta sulle pecore. E continuarono ad andare avanti scambiando qualche parola. Dopo due leghe, il caporale, sempre molto stupito di non aver incontrato cavalleria nemica, disse a Fabrizio:

       Senti, tu sei la nostra cavalleria. Vedi quel cascinale, sul dosso? Va' a domandare al contadino se vuol venderci da mangiare. E faglielo capire, che siamo solo in cinque. Se vedi che incerto anticipagli cinque franchi dei tuoi. Ma sta' tranquillo, dopo mangiato glieli riprendiamo.

       Fabrizio guard il caporale. Aveva una faccia seria, imperturbabile, l'aria di chi non mette neanche in dubbio la propria superiorit morale. Obbed. And tutto come aveva previsto il comandante in capo, solo che Fabrizio insistette perch non costringessero il contadino a restituire i soldi.

       Sono soldi miei, disse agli altri, e non sto pagando per voi, pago per l'avena che ha dato al mio cavallo.

       Fabrizio parlava il francese cos male che i suoi compagni credettero di cogliere nelle sue parole un tono di superiorit, e ne furono molto irritati. Incominciavano a pensare che prima di sera sarebbero venuti alle mani. La cosa che li urtava di pi era che lui sembrava molto diverso. Fabrizio, invece, incominciava a provare per loro una grande amicizia.

       Stavano camminando da due ore senza parlare, quando il caporale, guardando verso la strada maestra, grid con entusiasmo: Ecco il reggimento! Corsero verso la strada. Ma intorno all'insegna con l'aquila c'erano meno di duecento uomini. Fabrizio trov subito la vivandiera: era a piedi, aveva gli occhi rossi, e ogni tanto piangeva. Fabrizio si guard intorno, cercando inutilmente la carretta e il cavallo.

       Partiti, spariti, rubati! grid la donna, rispondendo allo sguardo di Fabrizio. Senza dire una parola, lui scese da cavallo, lo prese per la briglia e disse alla donna: Salite. Quella non se lo fece dire due volte.

       Accorciami le staffe, disse.

       Una volta a posto, in sella, incominci a raccontare a Fabrizio tutti i disastri che le erano capitati durante la notte. Dopo un racconto interminabile - ma ascoltato avidamente dal nostro eroe, che per la verit non ci capiva niente di niente, ma che sentiva un grande affetto per quella donna - alla fine la vivandiera disse:

       E pensare che sono stati dei francesi a picchiarmi, a derubarmi, a mandarmi in rovina...

       Come! Non sono stati i nemici? disse Fabrizio con un'aria ingenua che rendeva incantevole la sua bella faccia, pallida, seria seria.

       Che sciocco che sei, ragazzo! disse la donna, sorridendo tra le lacrime. Eppure sei proprio simpatico.

       E avreste dovuto vedere come stato bravo a accoppare il suo prussiano! disse il caporale Aubry - che nella confusione generale si era trovato a passare in quel momento dall'altra parte del cavallo montato dalla vivandiera. Ma orgoglioso, continu poi... Fabrizio incominciava a agitarsi. Il caporale disse: E come ti chiami? Perch se riuscir a fare un rapporto voglio fare il tuo nome.

       Mi chiamo Vasi, rispose Fabrizio facendo una faccia strana, poi aggiunse in fretta: Cio, Boulot.

       Boulot era il nome dell'ussaro i cui documenti gli erano stati dati dalla moglie del guardiano della prigione di B. Due giorni prima, continuando a camminare, se li era studiati bene, quei documenti, perch adesso incominciava a avere un po' di buon senso e a non meravigliarsi pi di tutto quel che vedeva. Oltre ai documenti dell'ussaro, Fabrizio conservava con molta cura il passaporto italiano in base al quale poteva fregiarsi del nobile nome di Vasi, venditore di barometri. Quando il caporale lo aveva accusato di essere orgoglioso, era stato sul punto di rispondere: Orgoglioso io! Io, che mi chiamo Fabrizio Valserra, marchesino del Dongo, e che mi adatto a portare il nome di un certo Vasi, venditore di barometri!

       Ora Fabrizio pensava: Bisogna che me ne ricordi: mi chiamo Boulot. Altrimenti, occhio alla prigione! Perch c' la minaccia della prigione, nel mio futuro. Intanto il caporale e la donna avevano continuato a parlare di lui.

       Direte che sono curiosa, disse la donna senza dargli pi del tu, ma se vi faccio delle domande per il vostro bene. Andiamo, chi siete? Ma veramente, dico.

       Fabrizio non rispose subito. Pensava che sarebbe stato impossibile trovare amici come quelli, gente di cui potersi fidare, da cui farsi consigliare. E ne aveva un gran bisogno, di consigli. Arriveremo in una piazza militare, il governatore vorr sapere chi sono. E se si accorgono che non conosco nessuno del 4 ussari, che il reggimento di cui porto la divisa, occhio alla prigione! Nella sua qualit di suddito austriaco, Fabrizio sapeva benissimo quanta importanza bisogna dare a un passaporto. I suoi parenti erano nobili, e molto devoti al regime, eppure avevano avuto una infinit di noie, per via dei passaporti. Per questo la domanda della donna non lo urt affatto. Ma mentre lui esitava a rispondere, cercando le parole pi precise in francese, la donna, sempre pi incuriosita, disse per indurlo a parlare: Io e il caporale Aubry potremmo darvi dei buoni consigli.

       Ne sono sicuro, rispose Fabrizio. Mi chiamo Vasi, e sono di Genova. Mia sorella - una donna famosa per la sua bellezza - ha sposato un capitano. Io ho solo diciassette anni, e cos lei mi ha fatto venire qui per farmi vedere la Francia, per istruirmi un po'. Quando sono arrivato a Parigi non l'ho trovata. Poi ho saputo che era con l'esercito e sono venuto a cercarla, ma l'ho cercata da tutte le parti senza riuscire a trovarla. Poi successo che dei soldati si sono insospettiti per il mio accento e mi hanno fatto arrestare. Allora ho dato a un gendarme un po' di soldi - perch allora ne avevo, di soldi - e lui mi ha dato dei documenti e una divisa e mi ha detto: "Fila, e giurami che non farai mai il mio nome."

       Come si chiamava? chiese la donna.

       Ho dato la mia parola, rispose Fabrizio.

       Ha ragione, disse il caporale, quel gendarme un delinquente, ma il nostro amico non deve dire come si chiamava. E quel capitano, il marito di vostra sorella, come si chiama? Se sappiamo come si chiama potremmo cercarlo.

       Si chiama Teulier, capitano del 4 ussari, rispose Fabrizio.

       E cos, disse il caporale, con un certo tatto, quando hanno sentito il vostro accento, i soldati vi hanno preso per una spia?

       Non mostruoso? grid Fabrizio, con gli occhi che gli brillavano. Io che voglio tanto bene all'Imperatore e ai francesi! la cosa che mi ha offeso di pi, essere insultato in questo modo!

       Vi sbagliate, nessuno vi ha insultato. L'errore di quei soldati era molto naturale, disse il caporale con aria severa.

       Poi, con molta pedanteria, gli spieg che nell'esercito bisogna appartenere a un reparto e portare una divisa, altrimenti logico che vi prendano per una spia. Il nemico ce ne manda molte, di spie. In questa guerra sono tutti traditori. E finalmente Fabrizio apr gli occhi, si rese conto per la prima volta che in tutto quanto gli era capitato negli ultimi due mesi lui aveva avuto torto.

       Ma bisogna che il ragazzo ci racconti tutto, disse la donna, sempre pi incuriosita. E Fabrizio le obbed. Quando ebbe finito, la donna disse al caporale, in tono serio:

       In sostanza questo ragazzo non un soldato. Sar una brutta guerra, adesso che ci hanno fatto fuori, e tradito. Perch deve star qui a farsi rompere la testa gratis pro Deo?

       Tanto pi, disse il caporale, che non sa neanche caricare un fucile, n in dodici n in mille tempi. Sono io che glielo ho caricato, quando ha tirato a quel prussiano.

       E poi va in giro a far vedere a tutti i suoi soldi, disse la donna. Appena solo gli portano via tutto.

       Il primo sergente di cavalleria che incontra, disse il caporale, se lo arruola per suo conto, tanto per farsi pagar da bere. E magari, con tutti i traditori che ci sono in giro, sono capaci di farlo combattere per il nemico. Chiunque gli ordiner di seguirlo, lui lo seguir. Farebbe meglio a entrare nel nostro reggimento.

       Ah no, caporale, scusate! disse Fabrizio, vivacemente. pi comodo andare a cavallo. E poi non so caricare un fucile - ma mi avete visto, come vado a cavallo!

       Fabrizio era molto orgoglioso di questo discorsetto. Poi il suo futuro destino fu oggetto di una lunga discussione tra il caporale e la vivandiera. Fabrizio not che quei due, discutendo, continuavano a ripetere certi punti della sua storia: i sospetti dei soldati, il gendarme che gli aveva venduto divisa e documenti, il modo in cui lui, il giorno prima, si era trovato a scortare il maresciallo, il passaggio dell'Imperatore, il cavallo soffiato, e cos via.

       Con la sua curiosit di donna, la vivandiera continuava a tornare sul modo in cui gli avevano portato via il cavallo, quel buon cavallo che lei gli aveva fatto comprare.

       Ti sei sentito prendere per i piedi, te l'hanno tirato, via di sotto, per bene, e ti hanno messo seduto per terra, eh?

       Perch continuano a ripetere le stesse cose? pensava Fabrizio. Lo sappiamo benissimo tutti e tre, come andata. Non sapeva ancora che in Francia, per la gente del popolo, questo un modo per ragionare, per farsi venire le idee.

       Quanti soldi hai? gli chiese improvvisamente la donna. Fabrizio rispose subito. Era sicuro dell'onest di quella donna - il lato buono dei francesi, questo.

       Mi resteranno in tutto trenta napoleoni d'oro e otto o dieci scudi da cinque franchi.

       Ma allora hai campo libero! grid la donna. Tirati fuori da questa confusione, buttati sul fianco, prendi la prima strada un po' libera che trovi sulla tua destra e continua a galoppare, e va' pi lontano che puoi dall'esercito. Appena puoi, compra dei vestiti da borghese. Quando sarai a una diecina di leghe, e non vedrai pi soldati, prendi dei cavalli di posta e va' in qualche bella citt, e sta' l otto giorni a riposare e a mangiar bistecche. Non dire mai a nessuno che sei stato nell'esercito: i gendarmi ti arresterebbero subito come disertore - e anche se sei molto simpatico non sei ancora abbastanza in gamba per farcela a rispondere ai gendarmi. Appena ti sarai messo addosso un vestito da borghese, ricordati di stracciare in mille pezzi quei documenti da ussaro e di riprendere il tuo vero nome. Di' che sei Vasi. Poi si rivolse al caporale: Da dove deve dire che viene?

       Da Cambrai sur l'Escaut. una bella citt, molto piccola, capisci? C' una cattedrale, e Fnelon.

       Ecco, disse la donna. Non dire mai che c'eri, alla battaglia. Non dir niente di B., non parlare del gendarme che ti ha venduto i documenti. Quando decidi di tornare a Parigi, va' prima a Versailles, poi per entrare a Parigi passa la barriera da quella parte. A piedi, mi raccomando, come se andassi a spasso. I soldi, cciteli nei pantaloni, e quando devi pagare qualche cosa, tira fuori solo quelli che ti servono. Mi vien da piangere, a pensare a come ti prenderanno per il naso!... Ti porteranno via tutto, lo so. E come farai senza un soldo in tasca, senza sapertela cavare?

       La donna continuava a parlare, e il caporale, che non riusciva a intervenire, doveva limitarsi a far segno di s con la testa. E improvvisamente la massa dei fuggiaschi incominci a camminare pi in fretta. Poi, di colpo, tutti saltarono il fossato che fiancheggiava la strada a sinistra e si buttarono a correre per i campi. Gridavano da tutte le parti: I cosacchi! I cosacchi!

       Riprenditi il cavallo! grid la donna.

       Dio me ne guardi! disse Fabrizio. Ve lo regalo. Avanti, al galoppo! Scappate! Volete un po' di soldi, per comprare un'altra carretta? La met di tutto quello che ho vostra!

       Riprenditi il cavallo, ti dico! ripet la donna, con rabbia. Stava cercando di smontare. Fabrizio tir fuori la spada. Tenetevi forte! le grid. Poi diede due o tre piattonate al cavallo, e quello part al galoppo, dietro i fuggitivi.

       Il nostro eroe si guard intorno. Un attimo prima, su quella strada c'erano tre o quattromila uomini che si accalcavano, stretti come contadini in una processione. Dopo la parola cosacchi, non c'era pi nessuno. Scappando, si eran lasciati dietro cappelli, fucili, sciabole. Fabrizio, tutto stupito, prese per un campo sulla destra della strada, sal su un piccolo dosso. Neanche l'ombra, di cosacchi. Gente strana, questi francesi! pens. Dunque, mi hanno detto di andare verso destra. E allora tanto vale che incominci subito a muovermi. Se sono scappati, forse c'era qualche motivo che io non conosco. Prese un fucile, si assicur che fosse carico, smosse la polvere dell'esca, pul la pietra focaia. Poi scelse delle giberne ben piene.

       Si guard intorno, da tutte le parti. Era completamente solo, in quella pianura che un momento prima brulicava di gente. Lontanissimo, i primi fuggiaschi avevano raggiunto un bosco, e stavano ancora correndo. Che cosa strana! pens Fabrizio. Poi gli venne in mente la manovra attuata il giorno prima dal caporale, e and a sedersi in mezzo a un campo di grano. Non voleva ancora andar via, aveva voglia di rivedere i suoi amici, la vivandiera, il caporale Aubry.

       Cont i soldi che aveva in tasca. Gli restavano solo diciotto napoleoni, non trenta, come credeva. Ma aveva ancora i piccoli diamanti che si era nascosto nella fodera degli stivali, quella mattina, in prigione. Nascose meglio che poteva i suoi napoleoni, e intanto continuava a pensare a come fossero spariti gli altri, cos  improvvisamente. Che sia un cattivo presagio? pensava. La cosa che gli dispiaceva di pi era di non aver potuto chiedere al caporale: L'ho vista davvero, una battaglia? A lui sembrava di s, ma sarebbe stata una meraviglia poterne essere sicuro.

       Comunque, pensava, anche se sono stato in una battaglia, ero l con il nome di un altro, con in tasca i documenti di un prigioniero, addirittura con addosso i suoi vestiti! Questo deve essere un pessimo segno. Chiss che cosa ne penserebbe don Blans! E quel poveraccio di Boulot morto in prigione! Tutti brutti segni. Il mio destino di finire in prigione. Avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere se Boulot, l'ussaro, era davvero colpevole. Gli parve di ricordare che la moglie del guardiano gli avesse detto che l'ussaro era stato arrestato non solo per aver rubato delle posate d'argento, ma anche per aver portato via una mucca a un contadino dopo averlo picchiato a sangue. Ne era sicuro: un giorno sarebbe finito in prigione per una colpa che avrebbe avuto qualche rapporto con quella di Boulot. E continuava a pensare a don Blans, il suo amico. Ah, se avesse potuto chiedergli il suo parere! Poi gli venne in mente che non aveva scritto a sua zia da quando era partito da Parigi. Povera Gina! pens. Gli veniva da piangere. In quel momento sent qualcosa muoversi, vicino. C'era un soldato con tre cavalli senza briglia. Sembravano morti di fame. Li teneva per la cavezza e gli faceva mangiare del grano. Fabrizio salt s come una pernice dal folto, e il soldato si spavent. Il nostro eroe se ne accorse, non pot resistere alla tentazione di recitare per un momento la parte dell'ussaro.

       Porca miseria, uno di questi cavalli mio! grid. Ma sono disposto a darti cinque franchi per il disturbo che ti sei preso a riportarmelo.

       Mi stai prendendo in giro? disse il soldato. Fabrizio lo prese di mira da sei passi di distanza:

       Molla quella bestia o t'ammazzo!

       Il soldato aveva il fucile a tracolla. Fece un movimento con la spalla, come per imbracciarlo.

       Se ti muovi sei morto! grid Fabrizio, e gli and contro.

       Il soldato guard malinconicamente verso la strada. Era vuota.

       E va bene. Datemi i cinque franchi e prendetevi un cavallo.

       Tenendo il fucile con la sinistra, Fabrizio gli butt tre monete da cinque franchi, poi disse:

       Smonta o ti sparo. Metti la briglia al nero e va' indietro con gli altri... Se ti muovi ti accoppo.

       Il soldato obbed a malincuore. Fabrizio si avvicin al cavallo, infil il braccio sinistro nella briglia continuando a tener d'occhio il soldato, che si allontanava lentamente. Quando il soldato fu a una cinquantina di passi, Fabrizio salt in sella. Stava ancora cercando con il piede la staffa destra che sent fischiare una pallottola, molto vicino. Era stato il soldato, a sparare. Fabrizio gli si butt contro, al galoppo, furiosamente. Lo vide correre a perdifiato, e poi montare su un cavallo e lanciarsi al galoppo. Bene, pens Fabrizio, Ǐ fuori tiro.

       Il cavallo che aveva appena comprato era splendido, ma sembrava morto di fame. Fabrizio torn sulla strada maestra, sempre deserta, la attravers, poi mise il cavallo al trotto dirigendosi verso un piccolo dosso, a sinistra, dove sperava di trovare la vivandiera. Ma quando fu in cima al pendio vide soltanto qualche soldato isolato, in lontananza. destino che non la riveda mai pi, pens, sospirando, quella donna cos buona, cos coraggiosa! Poi si diresse verso un cascinale che si vedeva, lontano, sulla destra della strada. Non smont neanche, pag in anticipo e fece dare dell'avena al suo povero cavallo. Aveva tanta fame che mordeva la mangiatoia.

       Un'ora dopo, Fabrizio teneva il cavallo al trotto sulla strada maestra. Aveva ancora una vaga speranza di ritrovare la vivandiera, o almeno il caporale Aubry. Continuava a guardarsi in giro. Poi si trov davanti a un fiume. Le rive erano fangose, e c'era un ponte di legno, molto stretto. Prima del ponte, sulla destra della strada, c'era una casa isolata, con una insegna: Al cavallo bianco. Mi fermer a mangiare, pens Fabrizio. All'imboccatura del ponte c'era un ufficiale di cavalleria con un braccio al collo. Era a cavallo, aveva una faccia disperata. A dieci passi da lui, tre cavalleggeri, a piedi, stavano dandosi da fare con le loro pipe.

       Questi qua, pens Fabrizio, hanno proprio l'aria di voler comprare il mio cavallo per molto meno di quanto l'ho pagato io. L'ufficiale ferito e i tre soldati lo guardavano venire avanti. Sembrava che stessero aspettandolo. Certo, dovrei evitare di passare sul ponte, dovrei prendere a destra, sulla riva. La vivandiera mi direbbe di fare cos, per cavarmi d'impiccio... Gi, pens il nostro eroe, ma se taglio la corda, domani mi vergogner come un ladro. E poi il mio cavallo ha buone gambe, mentre il suo deve essere stanco. Se cercano di tirarmi gi di sella, mi butter al galoppo. E intanto tratteneva il cavallo, veniva avanti il pi lentamente possibile.

       Sbrigati, ussaro! gli grid l'ufficiale in tono di comando.

       Fabrizio avanz ancora di qualche passo, poi si ferm.

       Volete portarmi via il cavallo? grid.

       Ma neanche per idea! Vieni qua!

       Fabrizio guard l'ufficiale. Aveva dei baffi bianchi, e un'aria molto sincera. Il fazzoletto che gli reggeva il braccio sinistro era pieno di sangue, e anche all'altra mano aveva una fasciatura insanguinata. Sono i soldati, che mi si attaccheranno alle briglie, pens Fabrizio. Ma guardandoli meglio si accorse che erano feriti anche loro.

       In nome del tuo onore di soldato, gli disse l'ufficiale, che aveva sulle spalline i gradi di colonnello, sta' di guardia qui e di' a tutti i dragoni, cacciatori e ussari che passano che il colonnello Le Baron in quella locanda e gli ordina di presentarsi. Sembrava che il vecchio colonnello soffrisse molto. Appena aveva aperto bocca si era gi conquistato il nostro eroe, che gli rispose con molto buon senso:

       Sono troppo giovane, signore, perch mi diano retta. Ci vorrebbe un vostro ordine scritto.

       Ha ragione, disse il colonnello, fissandolo. La Rose, tu che hai ancora una destra, scrivi l'ordine.

       La Rose non disse niente, tir fuori di tasca un libretto, scrisse qualcosa, poi strapp il foglio e lo diede a Fabrizio. Il colonnello, dopo aver ripetuto i suoi ordini, disse a Fabrizio che dopo due ore, secondo il regolamento, uno dei soldati feriti gli avrebbe dato il cambio. Poi entr con gli altri nella locanda. Fabrizio, sul suo ponte, rimase immobile a guardarli. Il dolore cupo e silenzioso di quegli uomini lo aveva molto impressionato. Sembrano personaggi favolosi, pens. Finalmente spieg il foglio e lesse:

 

       Il colonnello Le Baron, del 6 dragoni, comandante la seconda brigata della prima divisione di cavalleria del 14 corpo d'armata, ordina a tutti i cavalleggeri, dragoni, cacciatori e ussari, di non passare il ponte, e di presentarsi alla locanda del Cavallo bianco, vicino al ponte, dove ha stabilito il suo quartier generale.

       Dal quartier generale, vicino al ponte della Sainte, il giugno 1815.

       A nome del colonnello Le Baron, ferito al braccio destro, e per suo ordine, firmato

       Sergente La Rose.

 

       Era passata appena una mezz'ora, quando Fabrizio vide venire sei cacciatori a cavallo e tre a piedi. Li informa degli ordini del colonnello. Torneremo dopo, dicono quattro dei cacciatori a cavallo, e passano il ponte al gran trotto. In quel momento Fabrizio stava parlando con gli altri due, e mentre discutevano, sempre pi animatamente, i tre uomini a piedi passano il ponte. Poi uno dei due cacciatori a cavallo rimasti chiede di poter leggere l'ordine, lo prende, dice: Lo porto a far vedere ai miei compagni, torneranno senz'altro, sta' tranquillo, e si lancia al galoppo, seguito dall'altro. Tutto in un attimo.

       Fabrizio si mise a chiamare, furioso, uno dei soldati feriti, che si era affacciato a una finestra della locanda. Aveva i galloni di sergente. Poi Fabrizio lo vide venir fuori, gridando:

       La sciabola! Sei di guardia! Fabrizio sguain la sciabola, poi disse:

       Si sono portati via l'ordine.

       Sono di cattivo umore per la faccenda di ieri, a quanto pare, disse l'altro, cupamente. Prendi questa pistola. Se qualcun altro cerca di passare, spara un colpo in aria e verr fuori io, o verr il colonnello.

       Fabrizio se n'era accorto: il sergente aveva fatto un gesto di sorpresa, quando aveva saputo che gli avevano portato via l'ordine. Cap di aver subito un affronto, giur a se stesso che non si sarebbe pi fatto giocare.

       Era ancora di guardia, tutto fiero, con in mano la pistola del sergente, quando vide venire sette ussari a cavallo. Si era messo in modo da sbarrare l'ingresso del ponte. Li informa dell'ordine del colonnello. Sembrano piuttosto seccati, il pi violento cerca di passare. Fabrizio mette in pratica il consiglio della sua amica, la vivandiera, di lavorare di punta e non di taglio; abbassa il suo spadone, come per infilzare quello che cerca di passare.

       Ah, vuol farci fuori, il novellino! grida uno degli ussari. Non ne hanno gi ammazzati abbastanza, ieri, dei nostri! Tirano fuori le sciabole, gli si buttano addosso tutti insieme. finita! pens Fabrizio. Ma gli venne in mente il gesto di sorpresa del sergente, non voleva fare ancora la figura del vigliacco. Andando indietro, sul ponte, cercava di colpirli di punta. Ma vedendo la faccia che faceva, e come maneggiava a fatica quello spadone da cavalleria troppo pesante per lui, gli ussari capirono subito con chi avevano a che fare. Cercarono non di ferirlo ma di tagliargli addosso la giubba. Lo colpirono due o tre volte, di striscio, alle braccia. Lui, sempre ligio ai precetti della vivandiera, continuava a menare gran colpi di punta. Disgraziatamente uno di quei colpi fin sulla mano di un ussaro. Quello, rabbioso all'idea di essere stato colpito da un simile soldatino, rispose con un a fondo che prese Fabrizio alla coscia, in alto, e il colpo and a segno perch il cavallo di Fabrizio, smanioso, tutt'altro che impaurito, si era buttato avanti. Fabrizio sanguinava dal braccio destro. Gli ussari dovettero pensare di aver esagerato, lo spinsero contro il parapetto, corsero via al galoppo. Appena ebbe un po' di respiro, lui tir subito fuori la pistola e spar un colpo in aria per avvertire il colonnello.

       Al momento del colpo, quattro ussari a cavallo e due a piedi, dello stesso reggimento degli altri, che stavano venendo verso il ponte, si trovavano a duecento passi di distanza. Guardavano, molto attenti, quel che stava succedendo - poi, pensando che Fabrizio avesse sparato contro i loro compagni, i quattro a cavallo sguainarono le sciabole e gli si buttarono addosso al galoppo. Una vera carica. Intanto il colonnello Le Baron, messo in allarme dal colpo, spalanc la porta della locanda e si precipit i fuori. Arriv al ponte proprio nel momento in cui arrivavano gli ussari. Gli intim di fermarsi.

       Non ci sono pi colonnelli! grid un ussaro, e spinse avanti il cavallo. Il colonnello, esasperato, smise di parlare, prese con la mano ferita la briglia di destra del cavallo.

       Fermati, maledetto! grid. Ti conosco, sei della compagnia del capitano Henriet.

       E perch non viene lui, a darmi degli ordini? Il capitano Henriet l'hanno accoppato ieri. E tu va' a farti fottere! Rideva, ferocemente.

       Intanto cerca di passare, e spinge il colonnello, che cade seduto sul ponte. Fabrizio, un po' pi indietro sul ponte, rivolto dalla parte della locanda, spinge avanti il suo cavallo. E mentre, con il petto, il cavallo dell'ussaro butta per terra il colonnello, che stringe ancora la briglia, Fabrizio tira all'ussaro un duro a fondo. Per fortuna, il cavallo dell'ussaro, sentendosi tirare per la briglia verso terra, si spost di fianco, e lo spadone di Fabrizio scivol contro la giubba dell'ussaro, che se lo vide passare sotto gli occhi quanto era lungo. L'ussaro, furibondo, si volta, tira un colpo con tutte le sue forze. La sciabolata taglia la manica della giubba di Fabrizio e gli entra nel braccio, profondamente. Il nostro eroe cade. Uno degli ussari a piedi, vedendo che i due difensori del ponte sono caduti, ne approfitta, salta in sella al cavallo di Fabrizio e cerca di correre via. In quel momento arriva dalla locanda il sergente, che ha visto cadere il suo colonnello e crede che sia ferito gravemente. Si butta a rincorrere il cavallo di Fabrizio, affonda la punta della sua sciabola nella schiena del ladro, e quello piomba a terra. Vedendo che ora sul ponte c' soltanto il sergente, gli altri ussari sfilano al galoppo, corrono via. Quello a piedi prende per i campi.

       Il sergente and vicino ai feriti. Fabrizio si era gi alzato. Non gli faceva molto male, ma era pieno di sangue. Il colonnello si stava alzando a fatica. Era solo stordito, non aveva altre ferite.

       Mi fa solo male la mia vecchia ferita alla mano, disse al sergente.

       L'ussaro colpito dal sergente stava morendo.

       Vada al diavolo! grid il colonnello. Poi, rivolto al sergente e agli altri due soldati che stavano arrivando: Pensate a questo ragazzino. Gli ho fatto correre un brutto rischio. Rester io sul ponte. Cercher di fermarli, quei forsennati. Portatelo dentro, il ragazzino, e medicategli il braccio. Prendete una delle mie camicie.

 

V

 

 

       Era successo tutto in meno di un minuto. Le ferite di Fabrizio erano roba da poco. Tagliarono delle bende da una camicia del colonnello e gli fasciarono il braccio. Poi volevano preparargli un letto al primo piano, ma Fabrizio disse al sergente:

       Mentre io me ne starei s al primo piano, trattato come un papa, ho paura che il mio cavallo si annoierebbe, da solo, nella scuderia, e magari finirebbe per andar via con un altro padrone.

       Mica male, per un coscritto! disse il sergente. E sistemarono Fabrizio su un mucchio di paglia fresca nella mangiatoia alla quale era legato il cavallo.

       Fabrizio si sentiva debolissimo. Il sergente gli port una scodella di vino caldo e si ferm a fare un po' di conversazione. Gli fece anche qualche complimento. Il nostro eroe era al settimo cielo.

       Si svegli soltanto all'alba del giorno dopo. I cavalli nitrivano lungamente, facevano un rumore infernale. La scuderia era piena di fumo. Rimase per un po' senza capire, senza neanche rendersi conto di dove era. Poi, mezzo soffocato dal fumo, riusc a pensare che forse la casa stava bruciando. Mont a cavallo, Usc dalla scuderia in un attimo. Guard in alto: dalle due finestre sopra la scuderia uscivano violenti sbuffi di fumo, e vortici di fumo nerastro si avvolgevano sul tetto. Durante la notte erano arrivati alla locanda un centinaio di soldati sbandati. Gridavano, imprecavano. I soldati che Fabrizio pot vedere da vicino sembrava fossero completamente ubriachi. Uno voleva fermarlo. Gli gridava: Perch hai preso il mio cavallo?

       Quando Fabrizio fu lontano un quarto di lega, si volt a guardare. Nessuno lo inseguiva. La casa stava bruciando. Riconobbe il ponte, gli venne in mente la ferita. Si sentiva il braccio molto caldo, e le bende gli stringevano. Che cosa sar successo al colonnello? Ha dato una delle sue camicie per farmi medicare il braccio... Il nostro eroe si sentiva straordinariamente calmo, quella mattina. Il sangue perso lo aveva alleggerito di tutte le romanticherie del suo carattere.

       Prendiamo verso destra, pens, e filiamo! Incominci a seguire tranquillamente il corso del fiume, che, dopo il ponte, piegava verso il lato destro della strada. Gli vennero in mente i consigli che gli aveva dato la vivandiera. Era davvero un'amica, pensava. Che carattere aperto!

       Dopo un'ora di cammino si sent senza forze. Forse svengo, pens. Se svengo mi rubano il cavallo, e magari anche i vestiti, e tutto quello che ho. Non riusciva pi a guidare il cavallo, doveva cercare di tenersi in equilibrio sulla sella. Un contadino che vangava in un campo, vicino alla strada, a vederlo cos pallido gli venne vicino e gli offr un bicchiere di birra e del pane.

       Siete cos pallido che ho pensato che eravate un ferito di quella grossa battaglia che c' stata, gli disse. Era arrivato proprio al momento giusto. Mentre Fabrizio masticava un boccone di pane nero, gli occhi, quando guardava davanti, incominciavano a fargli male. Quando si sent un po' meglio, ringrazi il contadino, e gli chiese: Dove sono? Il contadino gli disse che a tre quarti di lega pi avanti c'era Zonders, un paese dove avrebbe potuto farsi curare. Quando arriv al paese, Fabrizio era in uno stato di semi-incoscienza, l'unica cosa che riusciva a pensare era che non doveva cadere da cavallo. Vide un portone aperto, entr. Era la locanda della Striglia. Corse fuori una donna enorme, la padrona, grid che qualcuno venisse a aiutarla. La voce le tremava dalla compassione. Due ragazze aiutarono Fabrizio a smontare. Appena sceso da cavallo, svenne. Chiamarono un dottore, che gli fece un salasso. Per alcuni giorni Fabrizio continu a non capire quello che gli stava succedendo. Dormiva quasi ininterrottamente.

       C'era il pericolo di una infezione alla coscia. Quando Fabrizio riusciva a connettere, parlava sempre del suo cavallo, raccomandava che glielo curassero, ripeteva che avrebbe pagato bene - cosa che offendeva la padrona della locanda e le figlie. Lo trattarono con tutte le premure per quindici giorni. Ora le idee incominciavano a schiarirglisi. E una sera si accorse che le sue ospiti avevano un'aria molto preoccupata. Dopo un po' entr nella stanza un ufficiale tedesco. Rispondendo alle domande dell'ufficiale le donne parlavano in una lingua che Fabrizio non capiva. Ma si rese conto che parlavano di lui. Finse di dormire. Poi, quando pens che l'ufficiale doveva aver lasciato la locanda, chiam le sue ospiti:

       Si fatto dare il mio nome? Vuol prendermi come prigioniero? La locandiera dovette ammetterlo. Aveva le lacrime agli occhi.

       Sentite, ci sono dei soldi, nel mio dolman! grid Fabrizio, alzandosi a sedere sul letto. Compratemi dei vestiti da borghese e partir stanotte, a cavallo. Mi avete gi salvato la vita una volta, quando stavo per morire in mezzo alla strada e mi avete accolto in casa vostra. Adesso dovete salvarmi ancora, dovete aiutarmi a tornare da mia mamma.

       A questo punto, le ragazze si misero a piangere. Tremavano per lui. Siccome capivano male il francese, per fargli qualche domanda si avvicinarono al letto. Poi si misero a parlare in fiammingo con la madre, ma continuavano a voltarsi a guardarlo con occhiate commosse. A Fabrizio sembr di capire che la sua fuga avrebbe potuto comprometterle seriamente, ma che loro erano decise a correre il rischio. Le ringrazi con calore, a mani giunte.

       Un mercante ebreo procur il vestito. Ma alle dieci di sera, quando portarono il vestito, le ragazze, misurandolo sul dolman di Fabrizio, si accorsero che bisognava stringerlo, e di molto. Si misero subito al lavoro, non c'era tempo da perdere. Fabrizio gli fece vedere dove erano cucite le monete nella divisa, e preg le ragazze di ricucirgliele nei suoi nuovi vestiti. Avevano portato anche un bel paio di stivali nuovi. E Fabrizio non esit a rivelare dove erano nascosti i suoi diamanti negli stivali da ussaro, e chiese che li mettessero nella fodera degli stivali da borghese.

       Stranamente, per effetto della perdita di sangue e della gran debolezza, Fabrizio aveva dimenticato quasi del tutto il francese. Cos, dato che lui parlava italiano e le sue ospiti un dialetto fiammingo, dovevano spiegarsi solo a gesti. Quando le ragazze - che d'altra parte erano assolutamente disinteressate - videro i diamanti, si eccitarono moltissimo. Erano convinte che Fabrizio fosse un principe in incognito. Aniken, la pi giovane, la pi ingenua, corse ad abbracciarlo, senza tanti complimenti. Quanto a Fabrizio, lui le trovava incantevoli. E verso mezzanotte, dopo che il dottore gli ebbe dato il permesso di bere un po' di vino, per sostenersi in viaggio, aveva quasi voglia di non partire pi. Dove lo trovo, un posto migliore di questo? pensava. Comunque, verso le due si vest. Prima che uscisse dalla stanza, la locandiera gli disse che il suo cavallo era stato requisito dall'ufficiale tedesco.

       Canaglia! grid Fabrizio. A un ferito! Quel bravo giovanotto italiano non era abbastanza filosofo per ricordarsi come l'aveva comprato lui, quel cavallo.

       Aniken, piangendo, gli disse che gli avevano noleggiato un cavallo. Avrebbe voluto che lui non partisse. Erano molto commossi, quando si salutarono. Due giovanottoni, parenti della locandiera, misero Fabrizio in sella, poi, durante la marcia, gli stettero vicino per sorreggerlo, mentre un terzo li precedeva di qualche centinaio di passi per vedere che sulla strada non ci fossero pattuglie sospette. Dopo due ore si fermarono alla casa di una cugina della locandiera. Malgrado le insistenze di Fabrizio, quei giovanotti non vollero lasciarlo. Dicevano che nessuno conosceva quei boschi meglio di loro. Ma domani mattina, quando si accorgeranno che sono scappato e non vi troveranno, avrete delle noie, diceva Fabrizio.

       Si rimisero in cammino. All'alba, per fortuna, la pianura era coperta da una nebbia fittissima. Verso le otto della mattina arrivarono vicino a una piccola citt. Uno dei giovanotti and avanti a vedere se i cavalli di posta erano stati rubati, ma il padrone era riuscito a nasconderli e a sostituirli in scuderia con bestie di nessun valore. Andarono a prendere due cavalli nelle paludi dove li avevano nascosti. Tre ore dopo, Fabrizio sal su un carrozzino mal ridotto ma tirato da due buoni cavalli. Si sentiva meglio, adesso. Il momento della separazione fu di un patetico incredibile. Bench Fabrizio cercasse tutti i pretesti pi gentili, i parenti della locandiera non vollero accettare un soldo.

       Nelle vostre condizioni, signore, ne avete pi bisogno di noi, dicevano. Fabrizio gli diede certe lettere da consegnare alla locandiera e alle figlie. Rinfrancato dal movimento all'aria aperta, aveva cercato in quelle lettere di esprimere alle sue ospiti tutto quello che sentiva per loro. Le aveva scritte con le lacrime agli occhi, e in quella indirizzata a Aniken si doveva certo parlare d'amore.

       Il resto del viaggio fu del tutto tranquillo. Quando Fabrizio arriv a Amiens, la ferita alla coscia gli faceva molto male. Malgrado i salassi, si era formato un principio di infezione, perch il medico di campagna non aveva pensato a ripulire la piaga. Durante i quindici giorni passati da Fabrizio in una locanda di Amiens tenuta da una famiglia molto cerimoniosa e molto avida, gli alleati invadevano la Francia. A furia di meditare profondamente su tutto quanto gli era successo, Fabrizio divent un altro uomo. In una cosa sola, era rimasto ancora un ragazzo: quello che aveva visto, era una battaglia? E poi: quella battaglia, era Waterloo? Per la prima volta in vita sua prov piacere a leggere. Sperava sempre di trovare nei giornali, nei resoconti della battaglia, qualche descrizione in cui riconoscere le localit dove era passato al seguito prima del maresciallo Ney e poi dell'altro generale. E da Amiens scrisse quasi ogni giorno alle sue amiche della Striglia. Appena guarito, part per Parigi. Trov, al solito albergo, una ventina di lettere della madre e della zia che lo supplicavano di tornare il pi presto possibile. L'ultima lettera di Gina era piuttosto misteriosa. Fabrizio ne fu molto impressionato, quella lettera gli fece passare tutte le sue fantasticherie sentimentali. Il suo era un carattere cui bastava una parola per figurarsi senza alcuno sforzo le sciagure pi terribili - e a dipingergli quelle sciagure nei particolari pi sinistri ci pensava poi la sua immaginazione.

       Sta' bene attento a non firmare mai le lettere che ci scrivi per darci tue notizie, scriveva Gina. Al tuo ritorno non devi assolutamente venire subito a Griante. Fermati in territorio svizzero, a Lugano. Doveva arrivare a Lugano sotto il nome di Cavi, e al migliore albergo della citt avrebbe trovato un cameriere della contessa che gli avrebbe dato istruzioni. La lettera finiva con queste parole: Fa' che nessuno sappia delle tue follie, e non tenere addosso carte di alcun genere n scritte a mano n stampate, perch in Svizzera avrai intorno un bel po' di amici di Santa Margherita. Se trovo i soldi mander qualcuno a Ginevra, all'albergo Delle bilance, perch ti informi di certe cose che non posso scrivere ma che devi assolutamente sapere prima di arrivare. Ma per carit non fermarti a Parigi un giorno di pi, pieno di spie e ti riconoscerebbero subito. Fabrizio incominci a pensare alle cose pi strane. Il suo unico piacere consisteva adesso nel cercar di immaginare che cosa avesse mai da dirgli la zia. Nel viaggio attraverso la Francia fu arrestato due volte, ma riusc a cavarsela. A metterlo nei pasticci fu il suo passaporto italiano con quella strana professione di venditore di barometri che non si accordava proprio con la sua faccia da ragazzo e il braccio al collo.

       A Ginevra si incontr con un uomo mandato dalla zia. Gina gli faceva sapere che era stato denunciato alla polizia di Milano per essere andato da Napoleone a sottoporgli i piani completi di una vasta cospirazione organizzata nell'ex regno d'Italia. Il fatto che lui si fosse servito di uno pseudonimo, diceva la denuncia, provava la sua colpevolezza. Sua madre, gli mandava a dire la zia, avrebbe cercato di provare la verit, e cio:

       1. Che lui non aveva mai lasciato la Svizzera.

       2. Che era partito improvvisamente dal castello dopo una lite con il fratello maggiore.

       Fabrizio ne fu molto orgoglioso. Sarei dunque stato una specie di ambasciatore presso Napoleone! pensava. Avrei avuto l'onore di parlare a quel grande uomo! Fosse vero! Gli venne in mente che il suo settimo predecessore, nipote di quello che era arrivato a Milano al seguito degli Sforza, aveva avuto l'onore di farsi tagliare la testa dai nemici del duca, che l'avevano catturato mentre stava andando in Svizzera per proporre un'alleanza ai nobili cantoni e per reclutare truppe. Si ricordava benissimo dell'incisione che illustrava quell'episodio nella genealogia della famiglia.

       Interrogando il cameriere, Fabrizio si accorse poi che voleva nascondergli qualcosa. Insistette, e quello parl, bench la sua padrona gli avesse ordinato ripetutamente di tacere. Era Ascanio, che lo aveva denunciato alla polizia di Milano. Quella notizia spaventosa fece impazzire di rabbia il nostro eroe. Per andare in Italia da Ginevra si passa da Losanna, e lui volle partire subito, a piedi - e erano una dozzina di leghe - senza aspettare la diligenza che sarebbe partita di l a due ore. Prima di lasciare Ginevra, in uno dei malinconici caff della citt litig con un giovanotto che gli sembrava l'avesse guardato in un modo un po' strano. Niente di pi vero: il ginevrino - flemmatico, tutto buon senso, preoccupato solo dei soldi - lo aveva preso per un matto. Entrando, Fabrizio si era guardato intorno con aria furibonda, poi, quando gli avevano portato il caff, se l'era rovesciato sui pantaloni. Al momento del litigio, il primo gesto di Fabrizio fu in perfetto stile cinquecento. Non parl neanche di duello, tir fuori il pugnale e si butt addosso all'altro cercando di farlo a pezzi. In quel momento, sotto l'impulso della passione, Fabrizio aveva dimenticato tutto quanto gli avevano insegnato sulle regole dell'onore e si era lasciato andare all'istinto, anzi, ai ricordi della prima fanciullezza.

       L'uomo di fiducia della contessa, che incontr a Lugano, gli diede nuovi particolari che lo fecero infuriare ancora di pi. A Griante tutti volevano molto bene a Fabrizio, e se non fosse stato per il bel piacere che gli aveva fatto il fratello tutti avrebbero fatto finta di credere che lui era andato a Milano, e alla polizia nessuno avrebbe saputo niente della sua assenza.

       I doganieri hanno sicuramente i vostri connotati, gli disse l'inviato della zia, e se prendiamo la strada maestra vi arrestano appena arriviamo alla frontiera del Lombardo-veneto.

       Fabrizio e i suoi accompagnatori conoscevano tutti i sentieri sulla montagna che separa Lugano dal lago di Como. Si travestirono da cacciatori - cio da contrabbandieri - e siccome erano in tre e avevano un'aria piuttosto decisa, i doganieri che incontrarono si limitarono a fargli un bel saluto. Fabrizio fece in modo di arrivare al castello verso mezzanotte - perch a quell'ora suo padre e tutti i camerieri dai capelli incipriati erano gi addormentati da un pezzo. Fu una cosa da niente, per lui, calarsi nel fossato e entrare nel castello dal finestrino di una cantina. L trov ad aspettarlo la madre e la zia. Un attimo dopo arrivarono le sorelle. Andarono avanti per un pezzo con le lacrime e le effusioni d'affetto. Si incominci a parlare di cose pratiche solo quando le prime luci dell'alba vennero a ricordare a quelle persone che si credevano tanto infelici che il tempo volava.

       Spero che tuo fratello non sospetti niente, disse Gina. Non gli ho quasi pi rivolto la parola, dopo quella sua bella impresa - e il suo amor proprio mi faceva l'onore di esserne piuttosto offeso. Questa sera, a cena, mi sono degnata di parlargli. Avevo bisogno di un pretesto qualsiasi per nascondere tutta la gioia che provavo, se no avrebbe sospettato qualcosa. Poi mi sono accorta che era tutto orgoglioso perch credeva che io mi fossi riconciliata con lui, e allora ne ho approfittato per farlo bere molto. Penso proprio che non ce l'avr fatta, ad appostarsi a fare il suo mestiere di spia.

       Bisogna nasconderlo nel tuo appartamento, il nostro ussaro, disse la madre di Fabrizio. Non pu partire subito. Adesso siamo troppo agitate, e bisogna riuscire a pensare al modo migliore per eludere quei terribili poliziotti di Milano.

       Cos fu fatto. Ma, il giorno dopo, il marchese e Ascanio notarono che la marchesa era sempre nella camera di sua cognata. Credo sia inutile stare a descrivere le effusioni di affetto e di gioia che agitarono ancora per tutto il giorno quella gente tanto felice. Gli italiani, molto pi dei francesi, sono tormentati dai sospetti e dalle idee pazzesche suscitati in loro da una immaginazione tumultuosa, ma in compenso la loro gioia pi intensa, e dura pi a lungo. Gina, e la madre di Fabrizio erano come impazzite. Fabrizio dovette ricominciare da capo tutta la sua storia. Alla fine decisero di andare a nascondere la loro gioia a Milano. Gli sembrava troppo difficile riuscire a sfuggire per molto alla polizia del marchese e di Ascanio.

       Per andare a Como presero la barca di casa, quella di tutti i giorni, per non destar sospetti. Appena arrivati, la marchesa finse di aver dimenticato a Griante certe carte molto importanti, e disse ai barcaioli di ritornare subito a prenderle - in modo che quelli non potessero controllare come le signore passavano il loro tempo a Como. Poi presero una carrozza di quelle che aspettano i clienti vicino alla torre medievale sopra la porta di Milano. Partirono subito, prima che il cocchiere facesse in tempo a parlare con qualcuno. Poco fuori di Como incontrarono un giovane cacciatore che conosceva bene le signore. Fu molto gentile, e dato che le signore erano sole si offr di far loro da cavaliere fino alle porte di Milano, dove era diretto anche lui. Andava tutto benissimo. Le signore conversavano allegramente con il giovanotto. Ma nel punto dove la strada fa una curva per girare intorno alla bella collina e al bosco di San Giovanni, tre gendarmi in borghese saltarono alle briglie dei cavalli. Mio marito ci ha traditi! grid la marchesa, e svenne. Un sergente, che era rimasto un po' indietro, venne barcollando verso la carrozza e disse con una voce che sembrava venir fuori da un'osteria:

       Sono molto spiacente di dover compiere questa missione, ma devo arrestarvi, generale Fabio Conti.

       Fabrizio pens che il sergente volesse prenderlo in giro, chiamandolo generale. Me la pagherai, pens. Guardava i gendarmi. Aspettava il momento buono per saltar gi dalla carrozza e buttarsi tra i campi.

       La contessa - pensando, probabilmente: Succeda quel che vuole - fece un bel sorriso, poi disse al sergente:

       Ma caro sergente, questo ragazzo di sedici anni che prendete per il generale Conti?

       Non siete la figlia del generale, voi? disse il sergente.

       Come no? E questo mio padre! disse la contessa indicando Fabrizio. I gendarmi scoppiarono a ridere.

       Poche storie, fuori il passaporto, disse il sergente, piuttosto seccato da quella ilarit generale.

       Queste signore non prendono mai il passaporto per andare a Milano, disse il cocchiere. Se la prendeva con molta filosofia, parlava senza scaldarsi. Vengono dal loro castello di Griante. Questa la signora contessa Pietranera, e quella la signora marchesa del Dongo.

       Il sergente, sconcertato, and davanti ai cavalli, a consigliarsi con i suoi uomini. Stavano gi confabulando da cinque minuti, quando la contessa Pietranera chiese per favore a quei signori di lasciare che la carrozza avanzasse di qualche passo, fino a un posto in ombra. Erano solo le undici di mattina ma c'era un caldo spaventoso. Fabrizio, che continuava a guardarsi intorno per cercare una via di scampo, vide sbucare da un sentiero sulla strada coperta di polvere una ragazzina di quattordici o quindici anni che piangeva timidamente nel suo fazzolettino. Camminava tra due gendarmi in divisa. Dietro, anche lui in mezzo a due gendarmi, veniva un uomo alto e magro che ostentava un'aria molto dignitosa, come un prefetto al seguito di una processione.

       Ma dove li avete trovati? disse il sergente. Adesso era completamente ubriaco.

       Scappavano attraverso i campi, e niente passaporto.

       Il sergente sembrava che avesse perso completamente la testa. Aveva bisogno di due prigionieri e se ne trovava davanti cinque. Si allontan di qualche passo, lasciando uno dei suoi uomini a guardia del prigioniero che faceva l'austero, e un altro davanti alla carrozza, per impedire che si muovesse.

       Sta' qui, disse Gina a Fabrizio che era gi sceso. Vedrai che va tutto a posto.

       Sentirono che un gendarme gridava:

       Che cosa importa? Sono senza passaporto, va benissimo arrestarli! Il sergente non sembrava tanto deciso. Il nome della contessa Pietranera lo aveva molto impressionato. Aveva conosciuto suo marito, il generale, e non sapeva che era morto. Se arresto sua moglie senza una buona ragione, pensava, il generale non tipo da perdonarmela.

       La discussione and avanti per molto. Intanto la contessa si era messa a parlare con la ragazza, che stava ancora in piedi, nella polvere, vicino alla carrozza. Era rimasta colpita dalla sua bellezza.

       Tutto questo sole vi far male, signorina. Questo bravo soldato, aggiunse rivolgendosi al gendarme a guardia dei cavalli, vi permetter certo di salire in carrozza.

       Fabrizio, che continuava a andare avanti e indietro, si avvicin per aiutarla a salire. La ragazza si era gi mossa per mettere un piede sul predellino, sorretta per un braccio da Fabrizio, ma il tipo austero, che era rimasto a qualche passo dalla carrozza, tir fuori un vocione che voleva esser pieno di dignit, e grid:

       State gi. Non dovete salire su una carrozza che non vi appartiene.

       Fabrizio non aveva sentito. La ragazza cercava di scendere, lui continuava a sorreggerla: gli fin in braccio. Lui sorrise, lei divent rossa. Poi la ragazza si liber dal suo abbraccio. Rimasero a guardarsi, per un momento.

       Sarebbe un'incantevole compagna di prigione, pens Fabrizio. E deve essere molto intelligente. Sono sicuro che sarebbe capace di un grande amore.

       Il sergente venne avanti con aria autorevole:

       Chi di queste signore che si chiama Clelia Conti?

       Io, disse la ragazza.

       E io, grid l'uomo anziano, io sono il generale Fabio Conti, ciambellano di Sua Altezza Serenissima monsignor il principe di Parma. Ritengo assolutamente sconveniente che un uomo del mio rango sia trattato come un criminale.

       L'altroieri, quando vi imbarcavate al porto di Como, non avete forse mandato a spasso l'ispettore di polizia che vi chiedeva il passaporto? Ecco: oggi lui che vi impedisce di andare a spasso.

       Stavo gi uscendo dal porto, avevo fretta, stava venendo brutto tempo. Ho visto un uomo in borghese che mi ha gridato dal molo di tornare indietro e io gli ho detto chi ero e ho continuato il viaggio.

       E stamattina, non siete per caso scappato da Como?

       Un uomo come me non prende il passaporto per andare da Milano a vedere il lago. Stamattina, a Como, mi hanno detto che alle porte della citt mi avrebbero arrestato, e allora sono partito a piedi, con mia figlia. Speravo di trovare lungo la strada una carrozza per farmi portare fino a Milano. E quando arriver a Milano state certo che per prima cosa andr a protestare dal generale comandante della provincia.

       Il sergente sembrava molto sollevato.

       Dunque, generale, vi dichiaro in arresto e vi conduco a Milano. Poi disse a Fabrizio: E voi, chi siete?

       Mio figlio, disse la contessa. Ascanio, figlio del generale Pietranera.

       Senza passaporto, signora contessa? disse il sergente, tutto rabbonito.

       Alla sua et? Ma non lo porta mai. Non viaggia mai da solo, sempre con me.

       Intanto il generale Conti diventava sempre pi violento nell'ostentare di fronte ai gendarmi la sua dignit offesa.

       Poche storie! gli disse un gendarme. Siete in arresto e basta!

       Ritenetevi fortunato, disse il sergente, che vi lasciamo noleggiare un cavallo da qualche contadino. Altrimenti, malgrado la polvere e il caldo e il vostro titolo di ciambellano di Parma, vi assicuro che andreste buono buono a piedi, fra i nostri cavalli.

       Il generale si mise a imprecare.

       Vuoi star zitto? disse il sergente. Dove diavolo ce l'hai, la tua divisa da generale? Chiunque pu dire di essere un generale.

       Il generale era furente. Intanto, sulla carrozza, le cose andavano molto meglio.

       La contessa faceva filare i gendarmi come se fossero i suoi camerieri. A uno aveva dato dei soldi e l'aveva mandato a prendere del vino e un po' d'acqua fresca in un cascinale poco lontano. E aveva anche trovato il tempo di calmare Fabrizio - che voleva a tutti i costi fuggire e raggiungere il bosco, sulla collina, e diceva: Ho due buone pistole. Poi riusc a convincere il furibondo generale a permettere che la figlia salisse in carrozza. Al generale piaceva molto parlare di s e della propria famiglia, e approfitt dell'occasione per informare le signore che sua figlia aveva appena dodici anni, essendo nata il 27 ottobre del 1803, ma che tutti le davano quattordici o quindici anni, tanto era intelligente. Decisamente un uomo mediocre, dicevano gli occhi di Gina alla marchesa.

       Dopo un'ora di discussioni, la contessa riusc a sistemare ogni cosa. Un gendarme, che aveva qualcosa da fare nel paese vicino, prest il suo cavallo al generale Conti - dopo che la contessa gli ebbe detto: Vi dar dieci franchi. Il sergente se ne and da solo, insieme al generale. Gli altri gendarmi rimasero sotto un albero in compagnia di quattro enormi bottiglie di vino, anzi, di quattro piccole damigiane che il gendarme mandato al cascinale aveva portato con l'aiuto di un contadino. Clelia fu autorizzata dall'austero ciambellano a accettare un posto sulla carrozza delle signore per arrivare fino a Milano, e nessuno si sogn di arrestare il figlio del valoroso generale Pietranera. Dopo i primi convenevoli e i commenti sul piccolo incidente ormai concluso, Clelia not la sfumatura di entusiasmo che c'era nella voce di Gina quando si rivolgeva a Fabrizio: non era certo sua madre. E Clelia fu anche molto colpita da tutta una serie di allusioni a qualcosa di eroico, di coraggioso, di pericolosissimo che Fabrizio doveva aver fatto poco tempo prima. Ma, malgrado tutta la sua intelligenza, la ragazza non riusc a capire di che cosa si trattasse. Continuava a guardarlo meravigliata, quel giovane eroe, le sembrava che nei suoi occhi brillasse ancora il fuoco dell'azione. Quanto a lui, la strana bellezza di quella ragazzina di dodici anni lo aveva intimidito, i suoi sguardi lo facevano arrossire.

       A una lega da Milano, Fabrizio disse che doveva andare a casa di suo zio e si conged dalle signore.

       Se mai riuscir a cavarmela, disse a Clelia, verr a vedere i bei quadri che ci sono a Parma, e spero che allora vi degnerete di ricordare questo nome: Fabrizio del Dongo.

       Ah, bene! disse la contessa. Sei davvero bravo, a mantenere l'incognito! Signorina, siate cos buona da ricordarvi che questo cattivo soggetto mio figlio e si chiama Pietranera, non del Dongo.

       La sera, sul tardi, Fabrizio entr a Milano attraverso la Porta Renza, che d su una passeggiata alla moda. Il fatto di aver mandato i due camerieri a incontrare Fabrizio in Svizzera aveva dato fondo alle scarse risorse economiche della marchesa e di Gina. Per fortuna Fabrizio aveva ancora qualche napoleone, e un diamante, che decisero di vendere.

       Le signore conoscevano tutta Milano e erano molto simpatiche a tutti. I personaggi pi influenti del partito austriacante e clericale andarono dal barone Binder, capo della polizia, a parlare in favore di Fabrizio. inconcepibile, dicevano, che si possa prendere sul serio un colpo di testa di un ragazzo di sedici anni che scappa di casa dopo un litigio con il fratello maggiore.

       Il mio mestiere di prendere tutto sul serio, rispondeva il barone Binder con la sua voce suadente. Era un uomo intelligente e malinconico. In quel tempo stava organizzando la polizia di Milano, e si era impegnato a evitare che scoppiasse una rivoluzione come quella che nel 1740 aveva portato alla cacciata degli austriaci da Genova. La polizia di Milano, che sarebbe diventata famosa per le avventure di Pellico e di Andryane, non era quel che si dice una polizia crudele: si limitava a applicare, in modo ragionevole e senza piet, leggi molto severe. L'imperatore Francesco II voleva che si incutesse terrore all'immaginazione cos libera di quegli italiani.

       Datemi la descrizione documentata di quello che ha fatto, giorno per giorno, il marchesino del Dongo, ripeteva il barone Binder ai protettori di Fabrizio. Prendiamolo da quando ha lasciato Griante, l'otto marzo, e seguiamolo fino al suo arrivo a Milano, ieri sera, quando andato a nascondersi nell'appartamento di sua madre. In questo caso sono pronto a trattarlo come il pi simpatico e il pi furbo giovanotto di tutta la citt. Ma se non potete darmi la descrizione di quello che ha fatto, giorno per giorno, da quando partito da Griante, io, malgrado il suo rango e il rispetto che porto agli amici della sua famiglia, non ho forse il dovere di farlo arrestare? E non devo forse tenerlo in prigione fino a quando non riuscir a provarmi che non andato da Napoleone a portargli dei messaggi da parte di qualche elemento sovversivo che pu esserci in Lombardia tra i sudditi di Sua Maest Imperiale e Reale? E poi, signori, vi prego di rilevare che anche se il giovane del Dongo riesce a giustificarsi su questo punto, rester sempre colpevole di essersi recato all'estero senza un passaporto rilasciato regolarmente, e inoltre prendendo un nome falso, e usando scientemente un passaporto rilasciato a un semplice artigiano, e cio a un individuo di una classe assolutamente inferiore a quella cui egli appartiene.

       Questo discorso, duro ma ragionevole, fu accompagnato da tutti i segni della deferenza e del rispetto che il capo della polizia doveva alla posizione della marchesa del Dongo e a quella degli importanti personaggi che erano venuti da lui in suo nome.

       Quando seppe quale era stata la risposta del barone Binder, la marchesa fu presa da una crisi di disperazione.

       Lo arresteranno, gridava, piangendo, e una volta in prigione, Dio sa quando ne uscir! Suo padre lo rinnegher!

       Poi, lei e la signora Pietranera si consigliarono con due o tre amici intimi. La marchesa non volle sentir ragioni, decise che Fabrizio sarebbe partito la notte seguente.

       Ma hai sentito, le diceva la cognata, il barone Binder sa benissimo che tuo figlio qui. Non cattivo.

       D'accordo, ma vuol far bella figura con l'Imperatore.

       Ma se pensasse che buttare Fabrizio in prigione potesse servirgli per la carriera, tuo figlio sarebbe gi in prigione. Se lo facciamo scappare un atto di sfiducia, si offender.

       Farci capire che sa dov' Fabrizio come dirci: fatelo scappare. No, finch dovr pensare che tra un quarto d'ora mio figlio potrebbe essere in prigione, non potr vivere. Per quanto sia ambizioso, il barone Binder pensa che, per la sua posizione personale in questo paese, sia utile trattare con un certo riguardo un uomo del rango di mio marito. La prova che si lasciato andare cos stranamente a dire che sa dove potrebbe prendere mio figlio. Non solo: ha anche la compiacenza di farci notare le due infrazioni di cui Fabrizio stato accusato nella denuncia di suo fratello, quell'essere indegno. Ci fa capire che sono reati da prigione. Non equivale forse a dirci che se preferiamo l'esilio alla prigione sta a noi scegliere?

       Se scegli l'esilio, continuava a ripetere la contessa, non lo rivedremo mai pi.

       Fabrizio, che aveva assistito alla discussione, insieme a uno dei vecchi amici della marchesa, consigliere presso il tribunale formato dagli austriaci, era del parere di lasciare la citt. E la sera stessa usc dal palazzo, nascosto nella carrozza che portava alla Scala la madre e la zia. Del cocchiere non c'era da fidarsi, ma quando quello and come al solito a fare una capatina all'osteria lasciando a guardia dei cavalli il lacch - una persona sicura - Fabrizio, vestito da contadino, scivol fuori dalla carrozza e usc da Milano. Tutto and bene anche il mattino dopo, al momento di passare la frontiera. E qualche ora pi tardi Fabrizio arriv in una propriet di sua madre, in Piemonte, vicino a Novara, e precisamente a Romagnano, dove mor Baiardo.

       Nel loro palco alla Scala, le signore non erano certo molto attente allo spettacolo. Erano andate a teatro solo per consultarsi con certi loro amici del partito liberale - gente la cui presenza a palazzo del Dongo avrebbe potuto essere male interpretata dalla polizia. Dopo una discussione che ebbe luogo nel palco, arrivarono alla decisione di fare un altro passo presso il barone Binder. Binder era onestissimo, non c'era neanche da pensare di offrirgli dei soldi. E d'altra parte le signore non avevano pi niente, perch avevano voluto che Fabrizio si prendesse tutto quello che era rimasto del ricavato della vendita del diamante. Ma bisognava assolutamente che Binder dicesse la sua ultima parola. Gli amici della contessa le ricordarono un certo canonico Borda. Si trattava di un giovanotto molto simpatico, che un tempo le aveva fatto la corte - comportandosi per in modo orribile: non avendo successo, infatti, era andato a dire al generale Pietranera che sua moglie lo tradiva con Limercati, e il generale lo aveva buttato fuori. Il canonico era invitato tutte le sere alla partita di tarocchi della baronessa Binder, e naturalmente era amico intimo del barone. Era terribilmente penoso, ma la contessa decise di andare a trovarlo. E la mattina dopo, sul presto, prima che Borda uscisse, and da lui e si fece annunciare.

       Quando il suo unico domestico pronunci il nome della contessa Pietranera, Borda ne fu turbato al punto da non riuscir pi a parlare. Era tutto in disordine, ma non pens neanche a ricomporsi. Falla entrare, disse con voce spenta al cameriere, e poi va' via. Quando la contessa entr, si butt in ginocchio davanti a lei.

       cos, in ginocchio, che un pazzo disgraziato come me deve ricevere i vostri ordini, disse. Quella mattina, Gina, nel vestito molto semplice che si era messa per non farsi notare, era quanto mai eccitante, irresistibile. Il dolore che provava per la partenza di Fabrizio, lo sforzo che aveva dovuto costringersi a fare per andare da un uomo che aveva agito con lei in modo tanto ignobile - tutto contribuiva a dare al suo sguardo uno splendore incredibile.

       cos che voglio ricevere i vostri ordini, disse ancora Borda, perch evidente che avrete da chiedermi che io vi serva in qualcosa, altrimenti non avreste onorato con la vostra presenza la povera casa di un pazzo disgraziato come me. S, perch ero come impazzito d'amore e di gelosia, e mi sono comportato da vigliacco, quando ho visto che non potevo piacervi.

       Erano parole sincere. Ed era molto bello che il canonico parlasse cos, ora che era piuttosto potente. Gina era commossa. Le venne quasi da piangere. Era entrata irrigidita dall'umiliazione e dalla paura, e ora provava tenerezza, aveva un po' di speranza. In un attimo era passata da una situazione orribile a uno stato quasi di felicit.

       Baciami la mano, gli disse, tendendogliela, e alzati. (In Italia ci si d del tu non solo tra innamorati ma anche tra buoni amici.) Sono venuta a chiederti di intervenire in favore di mio nipote Fabrizio. Ti dir come sono andate le cose, senza nasconderti niente, come si deve fare con un vecchio amico. Ha sedici anni e mezzo e ha fatto una solenne pazzia. Eravamo al castello di Griante, sul lago di Como. Una sera, verso le sette, sono arrivati in barca a portare la notizia dello sbarco di Napoleone. La mattina dopo, Fabrizio partito per la Francia dopo essersi fatto dare il passaporto di uno di quegli amici che ha lui tra la gente del popolo, un certo Vasi, un venditore di barometri. Ma Fabrizio non ha proprio l'aria di un venditore di barometri: aveva appena fatto una diecina di leghe, in Francia, che l'hanno guardato in faccia e l'hanno arrestato. I suoi slanci di entusiasmo in cattivo francese li avevano insospettiti. Dopo un po' di giorni ha potuto scappare e andato a Ginevra, allora noi gli abbiamo mandato incontro a Lugano...

       A Ginevra, volete dire, disse il canonico, sorridendo.

       La contessa fin il suo racconto.

       Far per voi tutto quanto umanamente possibile, disse il canonico, molto commosso. Consideratemi ai vostri ordini. Sono pronto a commettere anche delle imprudenze. Ditemi voi, che cosa devo fare quando ve ne andrete, quando questa povera stanza sar vuota, privata della vostra meravigliosa apparizione? Far epoca, sapete, nella storia della mia vita...

       Dovete andare dal barone Binder, gli direte che conoscete Fabrizio da quando nato, perch venivate in casa nostra, che gli volete molto bene, e che in nome dell'amicizia di cui il barone vi onora lo supplicate di mettere all'opera tutte le sue spie per appurare se Fabrizio, prima di partire per la Svizzera, abbia mai avuto qualche contatto con i liberali sorvegliati dalla polizia. Se il barone dispone di gente che conosce un po' il suo mestiere, vedr che si tratta soltanto di una vera ragazzata. Ve ne ricorderete certo, nel mio bell'appartamento di palazzo Dugnani avevo quella raccolta di stampe sulle battaglie di Napoleone. sulle diciture di quelle stampe che mio nipote ha imparato a leggere. Mio marito gli raccontava quelle battaglie da quando Fabrizio aveva cinque anni. Mi ricordo che gli mettevamo l'elmo di mio marito, e lui girava per le stanze tirandosi dietro la sua sciabola... E un bel giorno gli dicono che il dio di mio marito, l'Imperatore, ritornato in Francia, e lui fa un colpo di testa e parte subito per raggiungerlo, ma non ci riesce. Domandatelo al vostro barone, quale pena crede che si meriti una pazzia di questo genere.

       Mi ero dimenticato una cosa, disse il canonico. Vedrete che non sono del tutto indegno del perdono che vi degnate di concedermi. Poi si mise a cercare tra le carte che aveva sul tavolo. Ecco qua, questa la denuncia di quel maledetto ipocrita, guardate, firmata Ascanio Valserra del Dongo. da qui che incominciato tutto. L'ho presa ieri sera negli uffici della polizia, e poi sono andato alla Scala perch speravo di poterla dare a qualcuno che venisse nel vostro palco. Una copia di questa denuncia a Vienna, gi da molto tempo. questo il nemico che dobbiamo combattere.

       Lessero insieme la denuncia, poi Borda si impegn a fargliene avere una copia quel giorno stesso, attraverso una persona fidata. Gina era molto contenta, quando torn a palazzo del Dongo.

       Quel vecchio mascalzone si comportato in un modo davvero meraviglioso, disse alla cognata. Stasera, alla Scala, quando l'orologio del teatro segner le dieci e tre quarti, dobbiamo mandare via tutti, spegnere le candele e chiudere la porta. Borda verr alle undici a dirci che cosa ha potuto combinare. Abbiamo deciso di fare cos per comprometterlo il meno possibile.

       Il canonico era un uomo intelligente, e non ebbe paura di andare all'appuntamento. Dimostr di sapersi comportare con vera bont, a cuore aperto - doti che si trovano soltanto nel paesi in cui non la vanit a dominare tutti i sentimenti. L'aver denunciato la contessa al marito era il gran rimorso della sua vita, e ora aveva trovato il modo di liberarsene.

       La mattina, quando la contessa era uscita da casa sua, Borda aveva pensato: Ecco, adesso fa l'amore con suo nipote! E ne aveva sofferto, perch non era ancora guarito. Orgogliosa com', venuta a casa mia!... Eppure, quando quel povero Pietranera morto, e io mi sono offerto di aiutarla, ha rifiutato come se la cosa le facesse orrore. E s che glielo avevo fatto dire dal colonnello Scotti, che era stato suo amante, e con tutti i riguardi. Ridotta a vivere con 1500 franchi, lei, la bella Pietranera! E Borda aveva continuato a camminare impetuosamente s e gi per la stanza. E poi va a abitare al castello di Griante, con quello spaventoso seccatore che il marchese del Dongo!... Certo, adesso si spiega tutto. Effettivamente un gran bel giovanotto, quel Fabrizio, alto, ben fatto, con quella faccia che ride sempre... E poi ha qualcosa di pi: quello sguardo languido, dolce... sembra uno di quei personaggi del Correggio... C'era molta amarezza, nei pensieri del canonico. Quanto all'et... Neanche una gran differenza, poi... Lui dev'essere nato dopo l'arrivo dei francesi, verso il '98, mi pare, e lei avr ventisette o ventotto anni, e adorabile, cos bella... Ce ne sono tante, di belle donne, qui, ma lei le batte tutte - la Marini, la Gherardi, la Ruga, l'Aresi, la Pietragrua... le batte tutte... Se ne stavano l, sul lago, lontani da tutto, felici - e a un certo punto il giovanotto ha voluto correre da Napoleone... Ce n' ancora, di gente capace di entusiasmo, in Italia, per quanto facciano! Cara Italia! Certo, aveva pensato ancora, sconvolto dalla gelosia, altrimenti non si spiega come abbia potuto rassegnarsi a vegetare in campagna, a vedersi davanti tutti i giorni, a tavola, quella brutta faccia del marchese del Dongo - e poi l'altro, il marchesino, con quella faccia smorta, che dev'essere peggio del padre, quello l... E va bene! Far tutto quello che potr, per lei, onestamente. Almeno non dovr limitarmi a guardarla con il binocolo, a teatro...

       Il canonico spieg chiaramente alle signore come stavano le cose. Binder, in fondo, era ottimamente disposto. Era molto soddisfatto che Fabrizio avesse lasciato la citt prima che arrivasse qualche ordine da Vienna, perch lui non poteva decidere niente, stava solo a aspettare ordini, in quel caso come in tutti gli altri. Mandava a Vienna tutti i giorni una copia esatta delle ultime informazioni, e aspettava.

       Questo era quanto Fabrizio doveva fare a Romagnano:

       1 Andare a messa tutti i giorni. Prendersi come confessore un prete a posto, monarchico fervente, e dar sempre prova, al confessionale, di sentimenti assolutamente irreprensibili.

       2 Evitare le persone che passassero per intelligenti; e non perdere l'occasione di parlare con orrore delle rivoluzioni e di giudicarle assolutamente illecite.

       3 Non farsi vedere mai nei caff. Leggere le gazzette ufficiali di Torino e di Milano, nessun altro giornale. In generale, mostrare un vero disgusto per la lettura, non leggere mai, e soprattutto non leggere libri stampati dopo il 1720, eccettuati al massimo i romanzi di Walter Scott.

       4 Fare la corte, apertamente, a qualche bella ragazza del paese, naturalmente di famiglia nobile; questo sarebbe servito a dimostrare che lui non era uno di quei cospiratori in erba, sempre tetri e di malumore. E il tono del canonico, a questo punto, era piuttosto malizioso.

       Prima di andare a letto, Gina e la marchesa scrissero a Fabrizio due interminabili lettere, spiegandogli con incantevole ansiet i consigli di Borda.

       Fabrizio non aveva nessuna voglia di cospirare. Voleva molto bene a Napoleone, ma nella sua qualit di nobile pensava di essere fatto per la felicit e trovava ridicoli i borghesi. Dopo il collegio non aveva pi aperto un libro, e quelli che aveva letto al collegio erano tutti riveduti e corretti dai gesuiti. Era andato a abitare poco lontano da Romagnano, in un palazzo stupendo, un capolavoro del famoso architetto Sanmicheli - ma il palazzo era rimasto disabitato per una trentina di anni, ci pioveva dentro da tutte le parti, non si riusciva a chiudere una finestra. Fabrizio si era impossessato dei cavalli dell'amministratore della propriet e li usava tutto il giorno, senza complimenti. Non parlava mai, pensava. Il consiglio di farsi un'amante in una delle famiglie ultra gli parve molto piacevole, e lo segu alla lettera. Come confessore si prese un giovane prete intrigante che voleva diventare vescovo (come il confessore dello Spielberg). Ma faceva tre leghe a piedi e prendeva grandi precauzioni, che gli sembravano sicurissime, per andarsi a leggere il Constitutionnel. Lo trovava sublime. bello come l'Alfieri, come Dante! gridava. In questo, si poteva dire che assomigliasse ai giovanotti francesi: che si occupava pi seriamente del suo cavallo e del suo giornale che non della sua amante benpensante. Ma era ingenuo e risoluto, non c'era ancora posto nel suo cuore per l'imitazione, e non si fece nessun amico nella societ di quella grossa borgata che era Romagnano. La sua semplicit veniva presa per alterigia. Non sapevano come giudicarlo, un tipo simile. un figlio minore, disse il curato, malcontento perch non lui il primogenito.

 

VI

 

 

       Diciamo la verit, la gelosia del canonico Borda non era del tutto infondata. Al suo ritorno dalla Francia, Fabrizio era sembrato alla contessa Pietranera un po' come un bel giovane straniero che lei, una volta, avesse conosciuto molto bene. Se Fabrizio le avesse parlato d'amore, lo avrebbe amato. E del resto Gina provava gi da tempo un'ammirazione appassionata - potremmo dire senza limiti - per lui e per tutto quello che lui faceva. Ma c'era un tale calore di innocente gratitudine e di buona amicizia negli abbracci di Fabrizio, che lei avrebbe avuto orrore di se stessa se si fosse sorpresa a cercare le tracce di un altro sentimento in quell'affetto quasi filiale. In fondo, pensava, qualcuno degli amici che mi hanno conosciuta sei anni fa, alla corte del principe Eugenio, potrebbe ancora trovarmi graziosa, anche giovane, ma per lui io sono una donna rispettabile... anzi - per dire le cose come stanno, senza riguardi per l'amor proprio - una donna anziana. Gina si faceva delle illusioni, sulla propria et, ma non erano esattamente le illusioni che si fanno di solito le donne. Del resto, all'et di Fabrizio, continuava a pensare, si tende a esagerare un po' quelli che sono gli effetti del tempo sulla bellezza di una donna. Un uomo un po' pi avanti con gli anni...

       Gina stava camminando per la sua stanza. Si ferm davanti a uno specchio, sorrise. Da qualche mese, il cuore della signora Pietranera era insidiato piuttosto seriamente, e da uno strano personaggio. Poco dopo la partenza di Fabrizio per la Francia, Gina era stata presa da una grande malinconia. Non se l'era ancora confessato, ma Fabrizio era diventato molto importante, per lei. Tutto quello che faceva le sembrava noioso, senza sapore. Si immaginava che Napoleone, per legare a s gli italiani, avrebbe preso Fabrizio come aiutante di campo. L'ho perduto! pensava, e piangeva. Non lo rivedr pi. Mi scriver, ma che cosa sar diventata, per lui, tra dieci anni?

       Fu in queste condizioni di spirito che fece un viaggio a Milano. Sperava di aver notizie pi dirette di Napoleone, e forse, chiss, indirettamente anche di Fabrizio. Non se lo confessava, ma - piena di vitalit com'era - incominciava ad averne abbastanza, di quella monotona vita in campagna. impedirsi di morire, pensava, non vivere. Vedersi davanti tutti i giorni quelle teste incipriate, il fratello, Ascanio, i loro domestici! Che cosa sarebbero state, senza Fabrizio, le passeggiate sul lago? La sua unica consolazione la trovava nell'amicizia che la univa a sua cognata. Ma da un po' di tempo quell'intimit con la madre di Fabrizio, pi anziana di lei e cos sfiduciata, incominciava a sembrarle meno piacevole.

       La signora Pietranera era in una strana posizione: partito Fabrizio, non aveva molto da sperare nel futuro; e il suo cuore aveva bisogno di cose nuove, che potessero consolarlo. Arrivata a Milano, si appassion all'opera di moda. Andava a chiudersi per lunghe ore, alla Scala, tutta sola, nel palco del generale Scotti, il suo amante di una volta. Gli uomini che cercava di incontrare per avere notizie di Napoleone e del suo esercito le sembravano grossolani, volgari. Poi, a casa, stava al pianoforte fino alle tre del mattino. Una sera, alla Scala, nel palco di un'amica - dove era andata a sentire se c'erano notizie dalla Francia - le presentarono il conte Mosca, ministro di Parma. Era un uomo simpatico, parlava della Francia e di Napoleone in modo tale che lei trov nuove ragioni per sperare, o per aver paura. La sera dopo, Gina ritorn in quel palco. Ci torn anche quell'uomo intelligente, e lei prov molto piacere a parlargli, per tutto il tempo dello spettacolo. Dopo la partenza di Fabrizio, non aveva pi passato una serata cos viva. L'uomo che lei trovava tanto divertente, il conte Mosca della Rovere Sorezana, era allora ministro della guerra, della polizia e delle finanze, di Ernesto IV, principe di Parma, famoso per una severit che i liberali milanesi definivano vera e propria crudelt. Mosca poteva avere quaranta, quarantacinque anni. Aveva lineamenti molto marcati, non si dava mai arie, e c'era in lui qualcosa di semplice, di allegro, che lo rendeva subito simpatico. Sarebbe stato ancora un uomo estremamente piacevole se per una strana trovata del suo principe non fosse stato obbligato a incipriarsi i capelli come prova di buoni sentimenti politici. In Italia non hanno paura di urtare la vanit del prossimo, arrivano in fretta a usare un tono piuttosto intimo, a dire cose molto personali. Il rimedio semplice: se qualcuno si sente offeso, basta non rivedersi pi.

       Ma perch mai vi incipriate i capelli? disse la signora Pietranera a Mosca la terza volta che si incontrarono. Mettersi in testa della cipria! Un uomo come voi, simpatico, ancora giovane, che ha fatto la guerra in Spagna dalla nostra parte.

       Il fatto che in Spagna non ho rubato niente, e bisogna pure che io viva. Andavo matto per la gloria. Un elogio del generale francese che ci comandava - era Gouvion-Saint-Cyr - voleva dire tutto, per me. Io stavo mangiandomi tutti i miei soldi al servizio di Napoleone, e quando Napoleone caduto, si diede il caso che mio padre - un uomo dall'immaginazione piuttosto fervida, che gi mi vedeva generale - stesse facendomi un palazzo a Parma. Nel 1813, tutto quello che avevo era un grande palazzo da finir di costruire e una pensione.

       Una pensione. Tremilacinquecento franchi, come mio marito?

       Il conte Pietranera era generale di divisione. No, io ero soltanto un povero comandante di squadrone, mi toccavano ottocento franchi. E oltre a tutto hanno incominciato a pagarmi solo da quando sono diventato ministro delle finanze.

       Alla conversazione era presente soltanto la padrona del palco, una signora di idee molto liberali, e cos continuarono a parlare con la stessa franchezza. La contessa chiese a Mosca di parlarle della sua vita a Parma.

       In Spagna, sotto il generale Saint-Cyr, affrontavo le fucilate per guadagnarmi una croce e quindi un po' di gloria, adesso mi vesto come un personaggio da commedia per avere in cambio una vita piuttosto sontuosa e qualche migliaio di franchi. Una volta diventato un pezzo di questa specie di partita a scacchi, ho incominciato a detestare la villania dei miei superiori, e ho deciso di arrivare in alto, ai primi posti. Ci sono arrivato. Ma i giorni pi belli, per me, sono sempre quelli che ogni tanto vengo a passare a Milano. Io credo che sia qui che batte ancora il cuore del vostro esercito d'Italia.

       La franchezza, la disinvoltura con cui parlava quell'uomo, ministro di un principe tanto temuto, suscit la curiosit della contessa. Dato il suo titolo, se l'era immaginato noioso, pieno d'importanza: e ora si trovava davanti un uomo che si vergognava dell'austerit della sua posizione. Mosca le aveva promesso di farle avere tutte le notizie dalla Francia che avesse potuto raccogliere. Questo voleva dire commettere una grande indiscrezione, a Milano, nel mese che precedette Waterloo. In quel momento, per l'Italia, si trattava di essere o non essere. A Milano avevano tutti la febbre - febbre di speranza, o di paura. E in quelle condizioni di tensione collettiva, Gina and in cerca di informazioni sul conto di un uomo, che parlava con tanta leggerezza dell'invidiatissima posizione che costituiva la sua unica risorsa.

       La signora Pietranera venne a sapere cose molto strane, interessanti proprio per la loro stranezza. Il conte Mosca della Rovere Sorezana, le dissero, stava per diventare primo ministro e favorito ufficiale di Ranuccio Ernesto IV, sovrano assoluto di Parma e anche uno dei principi pi ricchi d'Europa. Mosca ci sarebbe arrivato gi da molto, a quella altissima carica, se si fosse comportato in modo un po' pi austero. Sembrava che il principe gli facesse spesso la lezione, su questo punto, e che in quelle occasioni lui rispondesse liberamente: Che cosa importano a Vostra Altezza i miei modi, dal momento che io tratto cos bene i vostri affari?

       Nella fortuna di Mosca, aggiungevano, c' anche qualche spina. Il sovrano di cui deve conservare i favori senza dubbio un uomo sensato, intelligente: ma da quando arrivato al potere assoluto sembra che abbia perso la testa. diventato sospettoso come una donnetta, per esempio. Ernesto IV coraggioso soltanto in guerra. Su un campo di battaglia l'hanno visto mille volte guidare una colonna all'attacco da buon generale. Ma dopo la morte di suo padre, quando tornato nei suoi Stati e si trovato in mano, per sua disgrazia, un potere illimitato, si messo a predicare come un forsennato contro i liberali e la libert. Dopo un po' si immaginato che lo odiavano, e alla fine, in un momento di cattivo umore, ha fatto impiccare due liberali che probabilmente non avevano fatto quasi niente. E a consigliarlo stato un certo Rassi, un miserabile, una specie di ministro della giustizia. Da quel momento, la vita del principe cambiata. angosciato dai sospetti pi pazzeschi. Non ha ancora cinquant'anni, ma svuotato dalla paura. Quando parla dei giacobini e dei piani del Direttorio di Parigi, a vederlo sembra un vecchio di ottant'anni. Si fa prendere dalle fantasticherie paurose di un bambino. Tutto l'ascendente di Rassi - che il fiscale generale, cio giudice supremo - si basa soltanto sulla paura del suo padrone. E Rassi, siccome molto incerto del proprio credito, si d un gran da fare a inventare le pi spaventose cospirazioni. Una trentina di imprudenti si trovano insieme per leggere un numero del Constitutionnel? Rassi li accusa di essere dei cospiratori e li fa chiudere in quella famosa cittadella di Parma che il terrore di tutta la Lombardia. molto alta, centottanta piedi, pare, e la si vede da molto lontano, nella pianura immensa. Raccontano cose tremende, su quella prigione. come il simbolo della paura in tutta la regione, da Milano a Bologna.

       Sembra incredibile, raccontava un altro alla contessa, ma di notte, al terzo piano del suo palazzo, con intorno ottanta sentinelle che ogni quarto d'ora urlano interminabili parole d'ordine, Ernesto IV l che trema nella sua stanza. Tutte le porte sono chiuse a doppia mandata, tutte le stanze che confinano con la sua, anche al piano di sopra e a quello di sotto, sono piene di soldati: lui ha paura dei giacobini. Se il pavimento scricchiola, si butta sulle pistole, convinto che sotto il letto ci sia un liberale, e immediatamente suonano tutti i campanelli del palazzo, e un aiutante di campo corre a svegliare il conte Mosca. Il ministro della polizia, arrivato a palazzo, se ne guarda bene dal dire che non c' nessuna cospirazione: solo con il principe, armato fino ai denti, gira per tutti gli angoli dell'appartamento, guarda sotto i letti - insomma, si lascia andare a un mucchio di stupidaggini degne di una vecchietta. Ai bei tempi che faceva la guerra, quando uccideva soltanto a fucilate, sul campo, tutte quelle precauzioni gli sarebbero sembrate avvilenti, al principe. E dato che un uomo intelligente, se ne vergogna moltissimo. Anche mentre fa quelle pazzie, sente tutto il ridicolo di quello che sta facendo. E l'immenso credito del conte Mosca deriva proprio dal fatto che lui abilissimo nel fare in modo che il principe non si trovi mai nella condizione di dover arrossire in sua presenza. Mosca, nella sua qualit di ministro della polizia, che insiste per guardare sotto i mobili, e perfino nelle custodie dei contrabbassi, come dicono a Parma. Ed il principe a dire che non il caso, a prendere in giro il ministro per quelle esagerazioni. come una scommessa, gli risponde allora Mosca. Pensate alle satire che i giacobini ci farebbero piovere addosso se vi lasciassimo uccidere. Non soltanto la vostra vita che stiamo difendendo, il nostro onore. Ma a quanto pare il principe si lascia abbindolare solo fino a un certo punto, e se il giorno dopo, in citt, qualcuno si azzarda a dire che a palazzo hanno passato la notte in bianco, Rassi lo spedisce alla cittadella. E una volta lass - all'aria buona, come dicono a Parma - a meno di un miracolo nessuno si ricorder mai pi del prigioniero. perch un soldato, perch in Spagna riuscito cento volte a cavarsela a colpi di pistola, che il principe preferisce Mosca a Rassi - un individuo ben pi strisciante, abietto. C' il segreto pi rigoroso, su quello che succede ai disgraziati rinchiusi nella cittadella, Ne raccontano molte, in citt. I liberali sostengono che, su idea di Rassi, secondini e confessori hanno l'ordine di convincere i prigionieri che quasi ogni mese uno di loro portato al patibolo. Quel giorno, danno ai prigionieri il permesso di salire sul terrazzo della torre, a centottanta piedi di altezza: e da l vedono sfilare nella corte una processione funebre con uno sbirro che recita la parte del povero condannato a morte.

       Questi racconti, e molti altri, dello stesso genere e altrettanto autentici, interessavano molto alla signora Pietranera. E il giorno dopo, prendendolo in giro, lei chiedeva particolari al conte Mosca. Lo trovava molto divertente, quell'uomo. Gli diceva che in fondo lui era un mostro, anche se non se ne rendeva conto.

       Un giorno, tornando al suo albergo, Mosca pens: Non soltanto una donna incantevole. Quando passo la serata nel suo palco, mi escono di mente certe cose di Parma, che soffro a ricordare. Malgrado la sua aria spiritosa e i suoi modi brillanti, Mosca non aveva un'anima alla francese, non era capace di dimenticare le sue pene. Se aveva una spina nel letto, lui doveva spuntarla a forza di darle contro con la carne viva. (Chiedo scusa per quest'ultima frase - una frase all'italiana.)

       Il giorno dopo questa scoperta, nonostante tutti gli affari che aveva da sbrigare a Milano, a Mosca sembr che le ore non passassero mai. Non riusciva a star fermo, sfianc i cavalli della sua carrozza. Verso le sei mont a cavallo per andare al Corso, dove sperava di incontrare la signora Pietranera. Non la vide. Allora gli venne in mente che la Scala apriva alle otto. Nella platea immensa c'erano al massimo una diecina di persone. Si sentiva imbarazzato. Ho quarantacinque anni suonati, pensava, e sto facendo certe pazzie da far arrossire un sottotenente! Possibile? Meno male che non lo sa nessuno! Usc in fretta dal teatro, cerc di far passare il tempo passeggiando nelle deliziose strade l intorno. Ci sono molti caff, e a quell'ora sono strapieni. Seduti ai tavolini, fino in mezzo alla strada, gli avventori fanno commenti sulla gente che passa, e prendono il gelato. Il conte non era un passante come un altro, cos ebbe il piacere di vedersi riconosciuto e avvicinato. Tre o quattro seccatori, di quelli proprio inevitabili, non si lasciarono sfuggire l'occasione di farsi concedere un'udienza da un ministro cos influente. Due gli misero in mano una petizione. Il terzo si accontent di propinargli interminabili suggerimenti sulla sua condotta politica.

       Dicono che non si dorme, pens Mosca, quando si hanno tante idee. Ma bisogna anche dire che non si va a passeggio, quando si tanto potenti. Torn alla Scala, prese un palco in terza fila. Da l avrebbe potuto guardare, senza essere notato, verso il palco di seconda fila in cui sperava di veder apparire la contessa. Era innamorato, le due lunghe ore di attesa non gli parvero poi tanto lunghe. Nessuno poteva vederlo, e si lasciava andare, felice, alle sue pazzie. Esser vecchi, pensava, vuol dire prima di tutto non esser pi capaci di queste bambinate deliziose.

       Finalmente la contessa arriv. Mosca la guard con il binocolo, tutto eccitato. Giovane, brillante, leggera come un uccello, pensava. Deve aver meno di venticinque anni. Non soltanto bella: non ho mai visto una donna cos sincera, tanto incapace di agire con prudenza, cos pronta a lasciarsi andare alle impressioni del momento, a farsi entusiasmare da ci che nuovo. Le capisco, le follie del conte Nani.

       Mosca trovava eccellenti ragioni per perder la testa, finch pensava soltanto a conquistare la felicit che era l, davanti ai suoi occhi. Ma quando pensava alla propria et, alle preoccupazioni molto penose, a volte - che riempivano la sua vita, non trovava pi ragioni altrettanto buone. Un uomo abile, istupidito dalla paura, mi d una gran vita, e molti soldi perch gli faccia da ministro, ma se domani mi manda via io resto vecchio e povero, e cio quanto c' di pi disprezzato al mondo. Bella roba, da offrire alla contessa! Pensieri troppo neri. Torn alla signora Pietranera. Non riusciva a smettere di guardarla. Per poterla pensare meglio, non scese nel suo palco. Mi hanno detto che si presa Nani soltanto per far dispetto a quell'imbecille di Limercati che non ha voluto saperne di battersi a duello con l'assassino di suo marito, o di farlo pugnalare. Io mi batterei mille volte, per lei! Era molto eccitato. Continuava a guardare l'orologio del teatro, i numeri sfolgoranti di luce sul fondo scuro a avvertire ogni cinque minuti che arrivata l'ora di andare in quel certo palco... La conosco da poco, nel suo palco non potrei starci pi di una mezz'ora al massimo. Se ci resto di pi mi faccio notare troppo, e farei davvero una bella figura, con i miei anni, e questi maledetti capelli incipriati... Attraente come una Cassandra! Ma un pensiero lo fece decidere, di colpo: Gi, e se lei lascia il palco e va a trovare qualcuno? Cos imparerei, a economizzare con tanta avarizia il piacere di esserle vicino! Si alz in piedi, per scendere nel palco dove c'era lei. E di colpo sent che quasi non aveva pi voglia di andarci. Era gi sulle scale, si ferm. Fantastico! pens, e sorrise. Questa proprio timidezza! Sono venticinque anni che non mi capita una cosa del genere!

       Dovette fare uno sforzo, per entrare nel palco. Ma era un uomo intelligente, seppe approfittarne. Non cerc di mostrarsi disinvolto, di fare lo spiritoso buttandosi a raccontare qualcosa di divertente. Ebbe il coraggio di esser timido, seppe usare del suo spirito lasciando intravvedere il suo turbamento senza essere ridicolo. Se lei la prende male, pensava, Ǐ finita. Timido, e con i capelli incipriati - e senza la cipria si vedrebbe che sono grigi!.. Per questa timidezza che provo vera, e allora pu sembrare ridicola soltanto se la esagero, se la ostento. Ma Gina si era annoiata tante volte, al castello di Griante, di fronte alle teste incipriate di suo fratello, di, Ascanio, di quei seccatori benpensanti del vicinato, che non pens a occuparsi della pettinatura del suo nuovo spasimante.

       Cos, non correndo il rischio di scoppiargli a ridere in faccia al suo ingresso nel palco, Gina prest attenzione soltanto alle notizie dalla Francia che Mosca - come sempre - le diede, appena arrivato, in segreto: lui stava inventando, ne era sicura. Discutendo con lui quelle notizie, Gina not quella sera il suo sguardo - che era dolce, affettuoso.

       Mi immagino, gli disse, che non avrete questo sguardo simpatico, quando siete a Parma, in mezzo ai vostri schiavi. Rovinerebbe tutto, gli farebbe intravvedere la possibilit di non essere impiccati.

       Il fatto che un uomo che passava per il primo diplomatico d'Italia non si desse nessuna importanza le sembr straordinario. Trov addirittura che il conte avesse una certa grazia. E dato che Mosca stava parlando molto bene, con calore, non le diede fastidio che lui avesse pensato di assumere, per una sera e senza conseguenze, il ruolo della persona timida e tutta attenta.

       Con quel passo avventato, Mosca aveva rischiato molto. Per sua fortuna - lui, a Parma, non era abituato a trattare con donne spietate - la contessa era arrivata da Griante solo da pochi giorni, e il suo spirito era ancora come intorpidito dalla noia della vita di campagna. Aveva quasi dimenticato come si fa a scherzare. Tutto ci che ha a che fare con un modo di vita elegante e leggero le sembrava nuovo, e quella sensazione di novit glielo faceva apparire addirittura sacro. Non era disposta a prendere in giro niente, neanche un innamorato di quarantacinque anni e timido. Otto giorni dopo, la temerariet di Mosca avrebbe potuto ricevere tutt'altra accoglienza.

       Alla Scala, di solito, le visitine nei palchi non si fanno durare pi di una ventina di minuti. Ma il conte pass tutta la sera nel palco dove aveva la gioia di incontrare la signora Pietranera. una donna, pensava, che riesce a ridarmi tutte le pazzie di quando ero giovane! Ma si rendeva conto del rischio. Il fatto che io sia una specie di pasci onnipotente a quaranta leghe da qui, baster a farmi perdonare tutte queste sciocchezze? Mi annoio tanto, a Parma! Ma da un quarto d'ora all'altro continuava a giurarsi che sarebbe andato via.

       La verit, signora, disse sorridendo, Ǐ che a Parma un vero mortorio, e dunque mi si dovr pur consentire di tuffarmi nel piacere quando ne ho la possibilit. Cos, per una sera, e senza conseguenze, lasciate che io faccia davanti a voi la parte dell'innamorato. Ahim! Tra pochi giorni sar cos lontano da questo palco che mi fa dimenticare tutti i miei pensieri - e anche tutte le convenienze, direte voi!...

       Otto giorni dopo quella visita tanto insolita al palco della Scala, e in seguito a certi piccoli episodi che forse sarebbe troppo lungo raccontare, Mosca era completamente pazzo d'amore, e Gina era gi arrivata a pensare che in fondo l'et non contava, dato che lui era cos simpatico. Erano a questo punto, quando Mosca fu richiamato a Parma. Si sarebbe detto che il suo principe avesse paura a star solo. Gina ritorn a Griante. Ora che non c'era pi la sua immaginazione a farglielo apparire splendido, quel luogo le parve deserto. Pensava: Gli voglio bene, forse? Poi Mosca le scrisse, e adesso non aveva pi nessuna parte da recitare, l'assenza lo aveva privato di quella che era la sorgente di tutti i suoi pensieri. Erano lettere divertenti, e, per una piccola stranezza che non fu male accolta, per evitare i commenti del marchese - cui non piaceva proprio pagare per il porto delle lettere - Mosca le faceva impostare dai suoi corrieri a Como, a Lecco, a Varese, o in qualcun'altra di quelle deliziose cittadine nei dintorni del lago. Con questo, mirava a ottenere che il corriere gli riportasse le risposte. E ci riusc.

       Dopo un po', il giorno del corriere costitu un avvenimento, per la contessa. Le portavano fiori, frutta, piccoli regali da poco che per divertivano molto lei e la cognata. Nel ricordo di Gina, l'immagine di quell'uomo era legata a quella del suo grande potere. Era diventata molto curiosa di quello che dicevano di lui. E gli stessi liberali mostravano di apprezzare il suo talento.

       Il principale motivo per cui Mosca era mal visto consisteva nel fatto che egli passava per il capo del partito ultra alla corte di Parma - mentre alla testa dei partito liberale c'era un'intrigante capace di tutto, anche di riuscire, la ricchissima marchesa Raversi. Il principe stava molto attento a non scoraggiare il partito all'opposizione, perch si rendeva perfettamente conto che il padrone sarebbe stato sempre lui, anche con un ministero messo insieme nel salotto della signora Raversi. A Griante arrivavano mille particolari su quegli intrighi. L'assenza di Mosca, che tutti definivano uomo d'azione e ministro di valore eccezionale, consentiva a Gina di non pensare pi a quei suoi capelli incipriati, simbolo di tutto ci che lento e triste: era un particolare senza importanza, un obbligo della vita di corte - nella quale, d'altra parte, egli sosteneva un ruolo tanto importante. Una corte una cosa ridicola, diceva Gina alla cognata, ma anche divertente. come un gioco interessante, ma di cui bisogna accettare le regole. Non si pu prendersela perch le regole del whist sono ridicole. E poi, una volta che ti sei abituata alle regole, giocare divertente.

       Gina pensava molto spesso all'uomo che le scriveva tutte quelle lettere piacevoli. Erano bei giorni, quando ne arrivava una. Prendeva la barca e andava a leggersela alla Pliniana, a Bellano, nel bosco degli Sfondrata. Quelle lettere sembravano consolarla un po' dell'assenza di Fabrizio. Doveva ammetterlo, se non altro Mosca era davvero innamorato. E prima che passasse un mese, incominci a pensare a lui con un senso di amicizia affettuosa.

       Da parte sua, Mosca era quasi in buona fede quando le offriva di dare le dimissioni, di lasciare il ministero, di andare a vivere con lei a Milano o altrove. Ho quattrocentomila franchi, le scriveva, e potremo sempre ricavarne quindicimila lire di rendita. Gina pensava: Un palco, dei cavalli!... Era bello pensare a cose del genere. Il paesaggio del lago le sembrava di nuovo incantevole. Andava sulle rive a pensare a quella vita brillante che ora, inaspettatamente, tornava ad essere possibile. Si vedeva sul Corso, a Milano, felice, allegra come al tempo del vicer. Sar come quando ero giovane, o almeno sar una vita attiva!

       A volte la sua violenta immaginazione le impediva di rendersi conto della realt, ma Gina non si lasciava mai andare a quelle volontarie illusioni che derivano dalla mancanza di coraggio. Era prima di tutto una donna in buona fede con se stessa. Sono un po' troppo avanti con gli anni, per fare delle pazzie, Pensava, ma l'invidia, che pu farsi molte illusioni come l'amore, potrebbe avvelenarmi la vita, a Milano. Quando morto mio marito, la mia nobile povert ha avuto successo, come il mio rifiuto di due grossi patrimoni. Il mio povero piccolo Mosca non ha neanche la ventesima parte delle ricchezze che quei due sciocchi di Limercati e di Nani mi mettevano ai piedi. In fondo era considerata una cosa originale: la pensioncina di vedova ottenuta dopo tanti sforzi, i domestici licenziati - un gesto che ha fatto scalpore - la stanzetta al quinto piano con davanti al portone tutte le carrozze della gente che veniva a trovarmi... Ma c' poco da fare, finirei per trovarmi in una situazione spiacevole, adesso, se torno a Milano disponendo ancora e soltanto della mia pensione di vedova, a vivere nel piccolo agio borghese che ci potrebbero consentire le quindicimila lire che restano a Mosca se si dimette. E poi c' una cosa che non va, e in mano agli invidiosi sarebbe un'arma terribile. Mosca sposato, anche se separato da molto tempo. A Parma tutti sanno di questa separazione, ma a Milano sarebbe una novit, e diranno che sono stata io a provocarla. E allora, addio mia bella Scala, addio lago di Como...

       Nonostante queste considerazioni, se avesse potuto disporre appena di un po' di soldi, lei avrebbe accettato l'offerta delle dimissioni di Mosca. Si credeva una donna in et, e l'idea di vivere a corte le faceva un po' paura. E bisogna anche dire che il conte - cosa che sembrer del tutto inverosimile a un francese - sarebbe stato felice di dimettersi. Di questo, almeno, riusc a convincere la sua amica. In tutte le lettere, Mosca non faceva che chiedere sempre pi freneticamente un nuovo incontro a Milano. Riusc a ottenerlo.

       Se vi dicessi che quella che provo per voi e una passione sfrenata, gli diceva un giorno la contessa, a Milano, vi direi una bugia. Sarebbe troppo bello poter amare oggi, a trent'anni passati, come amavo una volta, quando ne avevo ventidue! Ma ho visto finire tante cose che credevo dovessero durare per l'eternit! Provo per voi una amicizia molto affettuosa, ho piena fiducia in voi, e tra tutti gli uomini siete quello che preferisco. Lei era convinta di essere assolutamente sincera, ma in quella dichiarazione, verso la fine, c'era una piccola bugia. - Probabilmente, Fabrizio, se avesse voluto, avrebbe soverchiato ogni altro sentimento nel cuore di Gina. Ma agli occhi di Mosca, Fabrizio era soltanto un ragazzo. E il conte, arrivato a Milano tre giorni dopo la partenza di quello sventato per Novara, and subito a parlare in suo favore al barone Binder. E fu del parere che l'esilio di Fabrizio sarebbe stato definitivo.

       Mosca non era venuto da solo, a Milano. Nella sua carrozza c'era anche il duca Sanseverina-Taxis, un bel vecchietto di sessantotto anni, con macchie bianche tra i capelli grigi, molto compito, tutto lindo, ricchissimo, ma non abbastanza nobile. I milioni li aveva fatti solo suo nonno, appaltatore generale delle entrate dello Stato di Parma. Suo padre si era fatto nominare ambasciatore alla corte di * * *, e c'era riuscito tenendo al principe un discorsetto molto logico: Vostra Altezza d trentamila franchi al suo inviato alla corte di * * *, ma quello ci fa una figura piuttosto mediocre. Se Vostra Altezza si degna di concedermi quel posto, io accetter uno stipendio di seimila franchi. Alla corte di * * * non spender mai meno di centomila franchi all'anno, e ogni anno il mio amministratore verser ventimila franchi alla cassa del ministero degli esteri di Parma. Con quei soldi potranno mettermi vicino come segretario d'ambasciata chi vogliono, e se mai ci saranno dei segreti diplomatici Vostra Altezza pu essere certa che io non cercher di interferire. Io voglio soltanto dar lustro al mio casato, che ancora troppo recente, voglio nobilitarlo con una grande carica.

       Il duca attuale, figlio dell'ambasciatore, aveva commesso l'errore di mostrare qualche simpatia per i liberali, e da due anni era sull'orlo della disperazione. Al tempo di Napoleone, la sua ostinazione nel restare all'estero gli era costata due o tre milioni, e tuttavia, dopo la restaurazione, non era riuscito a arrivare a un certo gran cordone che ornava il ritratto di suo padre. Ci faceva una malattia, per quel cordone.

       L'amore, in Italia, porta a una intimit assoluta in cui non c' posto per gli scrupoli della vanit. Cos, fu in tutta semplicit che Mosca disse alla donna che adorava:

       Ho un paio di progetti da sottoporvi. Non sono male, vedrete. Sono tre mesi che non penso a altro. 1 Mi dimetto, e viviamo da buoni borghesi a Milano, a Firenze, a Napoli, dove volete. Indipendentemente dai favori del principe, che possono durare pi o meno, abbiamo quindicimila lire di rendita. 2 Voi acconsentite a venire a stabilirvi nello Stato in cui io godo di una certa autorit, e vi comprate una propriet. C' quella di Sacca, per esempio, ha una casa deliziosa, in mezzo a un bosco e guarda sul fiume: in otto giorni potete avere in mano il contratto di vendita firmato. E entrate a far parte della corte del principe. Certo, qui c' una grave contrariet. A corte vi accoglieranno benissimo, nessuno avrebbe il coraggio di mettermi i bastoni fra le ruote - e oltre a tutto la principessa convinta di essere molto infelice, e io, pensando a voi, mi sono mostrato molto premuroso. Ma il principe un gran bigotto, e voi sapete che purtroppo io sono sposato. Ne pu venire un'infinit di piccoli inconvenienti. Voi siete vedova, ed un'ottima condizione, ma dovreste cambiarla con un'altra, e qui ho da farvi una terza proposta. Potremmo trovare un nuovo marito poco ingombrante. Ma per prima cosa dovrebbe essere molto vecchio perch non vorrete impedirmi di sperare di prendere un giorno il suo posto... Dunque, questo affare piuttosto strano io l'ho concluso con il duca Sanseverina-Taxis, che naturalmente non sa il nome della futura duchessa. Lui sa soltanto che grazie a questa donna diventer ambasciatore e potr ottenere un certo gran cordone che aveva suo padre e la cui mancanza lo rende ora il pi infelice dei mortali. A parte questo, il duca non poi neanche troppo imbecille. Si fa venire abiti e parrucche da Parigi. Non capace di cattiverie premeditate: veramente convinto che l'onore consista nell'avere un cordone, e si vergogna di tutti i soldi che ha. Un anno fa venuto da me a propormi di fondare un ospedale perch gli concedessimo quel cordone, e io l'ho preso in giro. Ma lui non mi ha preso in giro, quando gli ho proposto un matrimonio. Naturalmente la mia prima condizione stata che il duca doveva impegnarsi a non rimettere pi piede a Parma.

       Ma non vi rendete conto che mi state proponendo una cosa assolutamente immorale? disse Gina.

       Non pi di quanto lo sia tutto quello che si fa alla nostra corte e in tante altre. Il potere assoluto ha questo di comodo, che santifica tutto agli occhi della gente. Dov' il ridicolo, se nessuno se ne accorge? Per almeno vent'anni la nostra politica consister nell'aver paura dei giacobini, e che paura! Ogni anno, penseremo di essere alla vigilia di un altro '93. Li avrete sentiti, spero, i discorsi che faccio su questo tema quando do un ricevimento. Gran bei discorsi, no? Tutto quanto avr il potere di ridurre un po' quella paura sembrer sovranamente morale agli occhi dei nobili e dei bigotti. E a Parma chi non nobile o bigotto in prigione o sta facendo le valigie per andarci. Potete starne sicura, da noi questo matrimonio sembrer strano soltanto il giorno in cui io cadr in disgrazia. E poi non facciamo del male a nessuno, e questo mi sembra che sia l'essenziale. Il principe, del cui favore ci serviamo abitualmente, ha posto come unica condizione che la futura duchessa sia nobile di nascita. L'anno scorso, tutto calcolato, il mio posto mi ha fruttato centosettemila franchi; di rendita ne avr avuto in tutto centoventiduemila; e ne ho depositati ventimila a Lione. E adesso scegliete. 1 Una vita lussuosa, con centoventiduemila franchi da spendere - e centoventiduemila franchi a Parma valgono come quattrocentomila a Milano - ma con un matrimonio che vi d il nome di un uomo decente e che vedrete soltanto all'altare. 2 Una piccola vita borghese con quindicimila franchi, a Firenze o a Napoli - a Milano, sono d'accordo con voi, siete stata troppo ammirata: saremmo perseguitati dall'invidia, forse finiremmo per restarne amareggiati. Una gran vita a Parma potrebbe forse rappresentare qualcosa di nuovo anche per una come voi che ha vissuto alla corte del principe Eugenio - almeno lo spero. E forse, prima di rifiutarla, varrebbe la pena di vedere di che cosa si tratta. Ma non pensate che io stia cercando di influenzarvi. Per quanto mi riguarda, sono sicuro della mia scelta: preferisco vivere con voi in un appartamentino al quarto piano piuttosto che continuare a vivere nel lusso da solo.

       I due amanti ne discussero per molti giorni, di quello strano matrimonio. A un ballo alla Scala, Gina pot vedere il duca Sanseverina-Taxis, e le sembr presentabilissimo. Poi, in una delle ultime conversazioni, Mosca fece di nuovo un riassunto della sua proposta.

       Bisogna deciderci, se vogliamo passare allegramente il resto della nostra vita, se non vogliamo diventare vecchi prima del tempo. Il principe ha dato il suo consenso. Sanseverina non poi un tipo tanto male, possiede il pi bel palazzo di Parma e un patrimonio immenso, ha sessantotto anni e una folle passione per il gran cordone. Ma c' un punto oscuro nella sua vita, una cosa che gli rovina l'esistenza: qualche anno fa ha comprato per diecimila franchi un busto di Napoleone del Canova. E poi c' un'altra colpa, che se voi non venite in suo aiuto finir per farlo morire. Il duca ha prestato una volta venticinque napoleoni a Ferrante Palla. Palla delle nostre parti, un tipo un po' matto ma piuttosto geniale. Poi lo abbiamo condannato a morte, ma per fortuna in contumacia. Avr scritto duecento versi in tutta la sua vita, ma sono stupendi. Un giorno devo ricordarmi di recitarveli, sono belli come Dante. Il principe invia Sanseverina alla corte di * * *, Sanseverina vi sposa il giorno stesso in cui deve partire, e due giorni dopo che lui partito - per fare l'ambasciatore, dir lui - Sanseverina ottiene il cordone senza il quale non pu vivere. Per voi sar come avere un fratello niente affatto spiacevole: firma tutto quello che voglio io, e d'altra parte lo vedrete poco o non lo vedrete mai, come preferite. Quanto a lui, non chiede di meglio che scomparire da Parma. Il fatto di aver avuto un nonno appaltatore e di esser considerato un liberale gli d un gran fastidio. Rassi, il nostro boia, sostiene che attraverso Ferrante Palla il duca si sarebbe abbonato segretamente al Costitutionnel, e questa calunnia ha ostacolato per molto tempo il consenso del principe.

       Che colpa ne ha uno storico che segue fedelmente i pi piccoli particolari di un fatto che gli hanno raccontato? colpa sua se i personaggi, sedotti da passioni che lui - per sua sfortuna - non pu condividere, sono portati a commettere azioni profondamente immorali? vero che cose di questo genere non si fanno pi, in un paese in cui l'unica passione sopravvissuta a tutte le altre la passione per i soldi, considerati strumento della vanit...

       Tre mesi dopo, la duchessa Sanseverina-Taxis fece colpo su tutti, alla corte di Parma, con la sua simpatia immediata e con la nobile serenit del suo spirito. La sua casa divent, senza confronti, la pi piacevole di tutta la citt. Era quello che Mosca aveva promesso al suo padrone. Ranuccio Ernesto IV il principe regnante, e la principessa sua sposa, ai quali la duchessa fu presentata da due delle pi grandi dame del paese, la accolsero con molta gentilezza. La duchessa aveva una gran voglia di conoscere il principe da cui dipendeva il destino dell'uomo che lei amava. Volle piacergli, e ci riusc fin troppo. Vide che era alto, ma piuttosto massiccio. Secondo i cortigiani, i capelli, i baffi e i foltissimi favoriti del principe erano di un bel biondo. In altri ambienti, per definire quel colore, avrebbero usato una parola molto volgare: stoppa. In mezzo a quel faccione spuntava un nasino piccolissimo, quasi da donna. Ma la duchessa not che per distinguere quei difetti bisognava guardare il viso del principe nei particolari. Nell'insieme dava l'impressione di un uomo intelligente e di carattere. Il suo modo di fare era abbastanza maestoso, ma spesso egli cercava di imporsi al suo interlocutore, e allora finiva per sentirsi lui stesso molto imbarazzato e continuava a spostare il peso del corpo da una gamba all'altra. Quanto al resto, il principe aveva uno sguardo penetrante, da dominatore. Muoveva le braccia con nobilt, parlava in modo misurato e conciso.

       Gina aveva saputo da Mosca che il principe teneva nel grande studio dove dava udienza un ritratto in piedi di Luigi XIV e un bellissimo tavolo fiorentino. L'imitazione era perfetta: era evidente che il principe si sforzava di guardare e di parlare nobilmente, alla maniera di Luigi XIV, e che si appoggiava al tavolo in un atteggiamento che ricordava quello di Giuseppe II Dopo averle rivolto qualche parola, il principe si sedette, in modo da darle la possibilit di sedersi a sua volta sullo sgabello cui secondo l'etichetta aveva diritto. Alla corte di Parma soltanto le duchesse, le principesse e le mogli dei grandi di Spagna possono sedersi quando vogliono. Le altre devono aspettare che il principe o la principessa le invitino a farlo. E per sottolineare le differenze di rango, quegli augusti personaggi fanno sempre in modo di lasciar passare un po' di tempo prima di invitare a sedersi le signore che non sono almeno duchesse.

       Gina trov che in certi momenti l'imitazione di Luigi XIV fatta dal principe era un po' troppo smaccata - per esempio quando buttava indietro la testa ridendo bonariamente. Ernesto IV indossava un frac all'ultima moda, appena arrivato da Parigi. La odiava, quella citt, ma era proprio da Parigi che si faceva spedire ogni mese un frac, una redingote e un cappello. Quel giorno aveva fatto uno strano miscuglio, e insieme al frac indossava un paio di pantaloni al ginocchio, rossi, calze di seta e scarpini alti, come si vede in certi ritratti di Giuseppe II.

       Il principe accolse la signora Sanseverina con molta cortesia e le parl in modo spiritoso e raffinato, ma lei si accorse benissimo che tutto era tenuto in limiti ben precisi. Sapete perch? le disse Mosca, dopo l'udienza. Perch Milano una citt pi grande e pi bella di Parma. Se vi avesse accolto come io pensavo, e come lui stesso mi aveva fatto sperare, avrebbe avuto paura di sembrare un provinciale in estasi davanti a una bella signora appena arrivata dalla capitale. E poi, bisogna che ve lo dica, sono sicuro che c' un'altra cosa che gli d noia: vede che a corte non c' nessuna che possa gareggiare con voi quanto a bellezza. Pernice, il suo primo cameriere, che molto premuroso con me, mi ha detto che ieri sera, prima di andare a letto, non gli ha parlato d'altro. Credo che ci sar una piccola rivoluzione, nell'etichetta di corte. Il mio grande nemico, qui, un imbecille che si chiama generale Fabio Conti. una specie di maniaco, figuratevi, avr passato su un campo di battaglia un giorno solo in tutta la sua vita e da allora si d le arie di Federico il Grande. Ma non tutto, un'altra cosa cui tiene molto mostrare la nobile affabilit del generale Lafayette, e questo perch il capo del partito liberale - e che razza di liberali siano, lo sa solo Dio!

       Lo conosco, Fabio Conti, disse la duchessa. Ne ho avuto la visione, una volta, vicino a Como. Stava litigando con dei gendarmi. E raccont come erano andate le cose.

       Se mai la vostra mente riuscir a penetrare le profondit della nostra etichetta, signora, un giorno saprete che le ragazze possono essere accolte a corte solo dopo il matrimonio. E per quanto riguarda la superiorit di Parma su tutte le altre citt, il patriottismo del principe talmente ardente che scommetto che trover il modo di farsi presentare la piccola Clelia Conti, la figlia del nostro Lafayette. Devo dire che una ragazza incantevole, e otto giorni fa era ancora considerata la pi bella del paese. Non so, continu poi Mosca, se tutti gli orrori che i nemici del principe hanno messo in giro sul suo conto siano arrivati fino a Griante. Ne hanno fatto una specie di mostro, di orco. La realt che Ernesto IV era pieno di piccole virt, e si pu dire che se avesse avuto l'invulnerabilit di Achille avrebbe continuato a essere un modello di principe. Ma un giorno, in un momento di noia e di collera - e anche un po' per imitare Luigi XIV quando fece tagliare la testa a un certo eroe della Fronda  che aveva la sfacciataggine di starsene tranquillamente in una tenuta a due passi da Versailles - Ernesto IV, mezzo secolo dopo la Fronda, ha fatto impiccare due liberali. A quanto pare quei due imprudenti si trovavano un giorno alla settimana per parlar male del principe e per far voti che a Parma venisse la peste, a liberarli dal tiranno. Che usassero la parola tiranno , stato provato. Secondo Rassi questo voleva dire cospirare, e li ha fatti condannare a morte. L'esecuzione di uno dei due, il conte L., stata spaventosa. C'ero anch'io. Da quel momento, adesso il conte parlava a voce bassa, il principe va soggetto a accessi di paura indegni di un uomo, ma che sono l'unica fonte della mia fortuna. Se non fosse per la paura del principe, le mie qualit sarebbero troppo urtanti, troppo brusche, per questa corte, pullulante di imbecilli. Non ci crederete, ma il principe, prima di dormire, va a guardare sotto tutti i letti che ci sono nel suo appartamento. Spende un milione - e a Parma un milione come quattro a Milano - per avere una polizia efficiente, e voi avete davanti, signora duchessa, il capo di questa terribile polizia. per mezzo della polizia, cio per mezzo della paura, che sono diventato ministro della guerra e delle finanze. E dato che il ministro degli interni ufficialmente mio superiore, perch la polizia dipende da lui, ho fatto dare quel posto al conte Zurla-Contarini, uno sgobbone idiota che si diverte a scrivere un'ottantina di lettere al giorno. Stamattina ne ho ricevuta una, aveva il numero 20.715. L'aveva scritta il conte in persona, chiss com'era contento.

       La duchessa Sanseverina fu poi presentata alla malinconica principessa di Parma, Clara Paolina. Siccome suo marito aveva un'amante - una donna piuttosto graziosa, la marchesa Balbi - Clara Paolina era convinta di essere la creatura pi infelice di tutto l'universo, e grazie a questa convinzione era diventata probabilmente la pi noiosa creatura di tutto l'universo. Era molto alta, magrissima, e a trentasei anni ne dimostrava cinquanta. Aveva una faccia regolare e nobile che avrebbe potuto passare per bella - bench fosse un po' guastata da certi occhioni rotondi da miope - se la principessa non si fosse lasciata andare. Quando la duchessa and da lei, la ricevette con una timidezza tanto evidente che certi cortigiani, nemici di Mosca, arrivarono a dire che era stata la principessa a aver l'aria di quella che si presenta a corte, e la duchessa a aver l'aria della sovrana. Gina era sorpresa, quasi sconcertata, non sapeva che cosa dire per riuscire a mettersi a un livello inferiore a quello cui la principessa si era messa per conto suo. E per mettere a suo agio quella povera principessa, che in fondo era abbastanza intelligente, alla fine Gina non trov di meglio che intavolare una interminabile dissertazione di botanica. La principessa era una vera esperta, aveva splendide serre con una infinit di piante tropicali. Fu cos che Gina, cercando semplicemente di cavarsela, riusc a conquistare la principessa. Clara Paolina, che in principio sembrava tanto timida e impacciata, fin per trovarsi completamente a suo agio, e contro tutte le regole dell'etichetta quella prima udienza dur addirittura un'ora e un quarto. Il giorno dopo, la duchessa si compr delle piante esotiche e si mise a fare l'appassionata di botanica.

       La principessa passava la vita con il reverendo padre Landriani, arcivescovo di Parma. Landriani era un uomo veramente onesto, colto, anche intelligente. Ma era uno spettacolo, quando se ne stava seduto sul suo seggio di velluto cremisi (gli spettava per regola di cerimoniale) in faccia alla poltrona della principessa, circondata dalle sue dame d'onore e di compagnia. Quel vecchio prelato dai lunghi capelli bianchi era ancora pi timido, se possibile, della principessa. Si vedevano tutti i giorni, e ogni udienza incominciava con un silenzio di un buon quarto d'ora. La situazione era tale che una delle dame di compagnia, la contessa Alvizi, era diventata una specie di favorita perch conosceva l'arte di farli parlare, di fargli rompere quei lunghi silenzi.

       Per completare la serie delle presentazioni, la duchessa fu ricevuta da S.A.S. il principe ereditario, un ragazzo pi alto di suo padre e pi timido di sua madre. Aveva sedici anni e era molto forte in mineralogia. Quando vide entrare la duchessa divent tutto rosso. Era talmente disorientato che non riusc a aprir bocca, di fronte a quella bella signora. Era piuttosto bello, e passava la vita nei boschi, con un martello in mano. Quando la duchessa si alz per porre fine a quella silenziosa udienza, il principe ereditario disse a voce alta: Mio Dio, signora, come siete bella! E alla signora questa battuta non sembr affatto di cattivo gusto.

       Un paio d'anni prima che Gina arrivasse a Parma, la marchesa Balbi, una giovane donna di venticinque anni, poteva ancora passare come il perfetto esempio di bellezza italiana. Adesso erano ancora gli occhi pi belli del mondo, le smorfiette pi graziose: ma, vista da vicino, la sua pelle appariva solcata da un'infinit di sottilissime rughe che la facevano sembrare una giovane vecchia. Comunque, a guardarla da una certa distanza - a teatro, per esempio, nel suo palco - era ancora una bellezza, e quelli che stavano in platea pensavano che il principe avesse un ottimo gusto.

       Ernesto IV passava tutte le serate dalla marchesa Balbi, ma se ne stava spesso senza aprir bocca, e a vederlo cos annoiato quella povera donna aveva finito per dimagrire spaventosamente. La marchesa era convinta di essere molto ma molto furba, e sorrideva sempre con aria maliziosa. Aveva denti magnifici, e con quel sorriso malizioso, a caso e a sproposito, pretendeva sempre di alludere a qualcosa di diverso da quello che stava dicendo. Mosca sosteneva che dentro di s lei non faceva che sbadigliare, e che erano proprio quei continui sorrisi a farle venire tante rughe. La Balbi era interessata in tutti gli affari dello Stato, non si faceva una spesa di mille franchi senza che per lei ci fosse un ricordino (era un termine elegante, a Parma, per definire la cosa). Dicevano che avesse depositato in Inghilterra sei milioni di franchi, ma la sua ricchezza, in realt di data recente, non arrivava a un milione e mezzo. Era proprio per mettersi al riparo dalle sue furberie, per averla alle sue dipendenze, che Mosca si era fatto nominare ministro delle finanze. La marchesa aveva una sola passione: la paura, che si manifestava in sordida avarizia. Ogni tanto diceva al principe: Io finir in un ospizio - e a sentire quella frase lui andava su tutte le furie. Gina not che l'anticamera sfolgorante di dorature del palazzo della Balbi era illuminata da una candela sola, e la cera colava su un tavolo di marmo prezioso. Sulle porte del salotto si vedevano le ditate dei domestici.

       Quando mi ha ricevuto, disse la duchessa a Mosca, era come se si aspettasse la mancia.

       La serie dei successi di Gina fu interrotta dall'accoglienza che le fece la donna pi abile di tutta la corte, la famosa marchesa Raversi, l'espertissima intrigante che era a capo del partito rivale di quello di Mosca. La Raversi era sempre stata ostile a Mosca, ma da qualche mese i suoi sforzi per rovesciarlo erano raddoppiati. Il duca Sanseverina, infatti, era suo zio, e lei aveva paura che le grazie della nuova duchessa mettessero in pericolo l'eredit. Non una donna da sottovalutare, diceva Mosca alla sua amica, Ǐ capace di tutto. Mi sono separato da mia moglie unicamente perch si ostinava a tenersi per amante il cavalier Bentivoglio, che un amico della Raversi. La Raversi era un pezzo di donna dai capelli nerissimi, notevole per i suoi diamanti, che si metteva addosso anche di mattina, e per il gran rosso che si dava alle guance. Si era dichiarata subito nemica della duchessa, e, ricevendola a casa sua, fece di tutto per dare inizio alle ostilit. Nelle lettere che scriveva da * * *, il duca Sanseverina sembrava talmente entusiasta della sua ambasciata, e soprattutto di vedersi a portata di mano il gran cordone, che la sua famiglia incominciava a temere che avrebbe lasciato una parte delle sue sostanze alla moglie, cui intanto lui continuava a mandare un regaluccio dopo l'altro. La Raversi, bench fosse regolarmente brutta, aveva per amante il conte Baldi, l'uomo pi bello di tutta la corte. Di solito, quando voleva una cosa lei riusciva a averla.

       La duchessa viveva in modo estremamente lussuoso. Il palazzo Sanseverina era sempre stato uno dei pi belli della citt, e il duca, in onore della sua nomina a ambasciatore e del suo prossimo gran cordone, stava ora spendendo grosse somme per abbellirlo ancora, e la duchessa dirigeva i lavori.

       Mosca aveva visto giusto: pochi giorni dopo la presentazione della duchessa, Clelia Conti fu nominata canonichessa e entr a corte. Per parare il colpo che questo favore poteva aver l'aria di portare al credito di Mosca, la duchessa, con il pretesto di inaugurare il giardino del suo palazzo, diede una festa, e servendosi di tutta la sua grazia fece di Clelia - la chiamava la mia giovane amica del lago di Como - la regina della serata. E, come per caso, le decorazioni trasparenti poste davanti alle luci pi in vista portavano le sue iniziali. Clelia, bench sembrasse un po' assorta, parl in modo molto simpatico della piccola avventura vicino al lago e della sua gratitudine. Si diceva che fosse molto devota, che le piacesse star sola. Scommetto, diceva Mosca, che abbastanza intelligente da vergognarsi di suo padre. Alla duchessa quella ragazza era molto cara. Se ne fece un'amica. Non voleva che la gente pensasse che lei era gelosa di Clelia, e la invitava sempre ai suoi ricevimenti. Del resto, il suo sistema consisteva nell'attenuare tutti gli odii di cui Mosca era oggetto.

       Tutto andava bene, per la duchessa. Quella vita di corte, sempre minacciata da qualche tempesta, la divertiva. Le sembrava di ricominciare a vivere. Provava per Mosca molta tenerezza, e un grande affetto. Lui era letteralmente pazzo di felicit, e questa piacevole situazione lo metteva in grado di agire con assoluta lucidit in tutto quanto riguardava soltanto le sue ambizioni. Cos, due mesi appena dopo l'arrivo della duchessa, Mosca fu nominato primo ministro, carica che gli dava privilegi quasi pari a quelli dello stesso sovrano. E Mosca riusciva a ottenere quel che voleva, dal principe. Se ne ebbe una prova che fece molta impressione a tutti quanti.

       La famosa cittadella di Parma, con la sua grossa torre alta centottanta piedi e visibile da molto lontano, si trova a dieci minuti dalla citt, in direzione sud-est. La torre, costruita verso i primi del cinquecento e a imitazione del mausoleo di Adriano dai Farnese, nipoti di Paolo III, talmente ampia che sulla terrazza in cui essa culmina stato possibile fabbricare un palazzo per il governatore della cittadella e una nuova prigione, chiamata Torre Farnese. Questa prigione, edificata in onore del figlio maggiore di Ranuccio Ernesto Il - che era diventato l'amante della matrigna - considerata nel paese un monumento molto bello e originale. Alla duchessa venne voglia di visitarla. Faceva un caldo tremendo, a Parma, quel giorno, ma lass c'era una bella aria fresca, e la duchessa ne fu cos contenta che ci pass molte ore. Si affrettarono a aprire per lei tutte le sale della Torre Farnese.

       Sulla terrazza della torre grande, la duchessa aveva incontrato un prigioniero, un liberale, che stava godendosi la mezz'ora di aria cui aveva diritto ogni tre giorni. Tornata a Parma, la duchessa, che non aveva ancora la discrezione necessaria alla corte di un sovrano assoluto, parl di quell'uomo, che le aveva raccontato tutta la sua storia. Gli amici della Raversi si impadronirono di quei suoi discorsi e andarono in giro a ripeterli, sperando che la cosa avrebbe irritato il principe. Ernesto IV, effettivamente, lo diceva sempre: l'essenziale era colpire l'immaginazione. Ergastolo una parola tremenda, diceva, e in Italia fa pi paura che altrove - e di conseguenza non aveva mai concesso in vita sua la grazia a un condannato. Ma otto giorni dopo la sua visita alla fortezza, la duchessa ricevette un atto di commutazione di pena firmato dal principe e dal ministro, con il nome in bianco. Il prigioniero da lei indicato avrebbe ottenuto la restituzione dei beni confiscati, e gli sarebbe stato consentito di emigrare in America a passarci il resto della vita. La duchessa scrisse il nome dell'uomo con cui aveva parlato. Purtroppo era capitata con un mezzo farabutto, un debole. Era stata la confessione di quell'uomo, a far condannare a morte Ferrante Palla.

       Questa straordinaria concessione rafforz incredibilmente la piacevolissima posizione della signora Sanseverina. Mosca era felice, era un gran bel periodo della sua vita, quello - e fu anche un periodo che ebbe un'influenza decisiva sul destino di Fabrizio. Fabrizio stava sempre a Romagnano, passava il tempo a confessarsi, a andare a caccia, a non leggere niente e a far la corte a una ragazza nobile, secondo le istruzioni ricevute. Alla duchessa, quest'ultimo impegno di Fabrizio continuava a non piacere molto. E c'era un'altra cosa, anche se Mosca non ci dava peso: Gina - che pure con lui era assolutamente sincera in tutto, come se pensasse a voce alta - quando parlava di Fabrizio esitava, cercava le parole.

       Se volete, le disse un giorno Mosca, scriver a quel simpaticone di fratello che avete sul lago di Como. Se io e i miei amici di * * * ci diamo un po' da fare, riuscir a costringere questo marchese del Dongo a chiedere la grazia per il vostro Fabrizio. Se vero - e mi guardo bene dal dubitarne - che Fabrizio un pochino pi s di quei giovanotti che passano la vita a portare a passeggio i loro cavalli inglesi per le strade di Milano, che razza di vita starsene a diciotto anni senza far niente e con la prospettiva di continuare cos in eterno! Se il cielo gli avesse almeno concesso una vera passione per qualche cosa, per qualsiasi cosa, anche per la pesca, io avrei tutto il rispetto, per lui. Ma anche se gli concedono la grazia, che cosa far, a Milano? A una cert'ora andr a cavallo sul suo bel puledro che si sar fatto venire dall'Inghilterra, poi, quando non sapr pi che cosa fare, andr a trovare la sua amante, ma vorr molto pi bene al suo cavallo... Ma se voi me lo ordinate, cercher di fare in modo che vostro nipote possa vivere una vita di questo genere.

       A me piacerebbe che facesse l'ufficiale, disse la duchessa.

       Andreste, voi, dal principe, a consigliargli di dare un posto che a un certo punto potrebbe anche diventare molto delicato a un giovanotto che, primo, troppo facile all'entusiasmo, e, secondo, si entusiasmato per Napoleone, al punto di andare a cercarlo fino a Waterloo? Pensate come saremmo ridotti, tutti, se Napoleone avesse vinto! Non ci sarebbero i liberali a farci paura, d'accordo, ma i sovrani delle famiglie pi antiche potrebbero regnare solo sposando le figlie dei suoi marescialli. Se Fabrizio facesse la carriera militare, gli capiterebbe come agli scoiattoli che mettono in quelle gabbie che girano: molto movimento per star sempre allo stesso punto. Avrebbe il dispiacere di vedersi passare davanti una massa di plebei devoti al regime. Oggigiorno - e cio per almeno una cinquantina d'anni ancora, finch noi continueremo a aver paura e finch la religione non sar ristabilita - la prima qualit che deve avere un giovane di non essere n capace di entusiasmo n intelligente. Io un'idea l'avrei, ma sono sicuro prima di tutto che se ve la dico voi incomincerete a strillare, e poi che mi darebbe un mucchio di pensieri, e chiss per quanto tempo... Ma una pazzia che voglio fare per voi. Del resto, vorrei proprio che mi diceste quale pazzia non farei, per un vostro sorriso.

       E allora?

       E allora: noi abbiamo avuto come arcivescovi, qui a Parma, tre membri della vostra famiglia: Ascanio del Dongo, che ha scritto certi libri, nel 16...., Fabrizio nel 1699 e un altro Ascanio nel 1740. Se Fabrizio acconsente a farsi prete e a dar prova di una virt di prim'ordine, lo faccio nominare vescovo da qualche parte, e poi arcivescovo qui a Parma - sempre che la mia autorit resista. Perch l'unica vera obiezione qui: ci vogliono molti anni, per realizzare questo bel piano, e io, rester al ministero abbastanza a lungo? Il principe potrebbe morire, potrebbe anche avere il cattivo gusto di mandarmi a spasso. Ma tutto sommato questa l'unica possibilit che mi si offre di fare per Fabrizio qualcosa che sia degno di voi.

       Discussero a lungo. Alla duchessa quell'idea ripugnava.

       Dimostratemelo ancora, disse a Mosca, che per Fabrizio qualsiasi altra carriera impossibile. Mosca glielo dimostr, poi disse: Quello che vi dispiace che lui non possa mettersi una bella divisa. Ma non posso farci niente.

       La duchessa chiese un mese di tempo, per poter riflettere. Alla fine, con grandi sospiri, si arrese al buon senso di Mosca.

       O darsi delle arie in sella a un cavallo inglese per le strade di qualche grande citt, ripeteva Mosca, o assumere una condizione che non contrasta con il nome che porta: non vedo via di mezzo. un vero peccato, ma un nobile, non pu fare n il medico n l'avvocato, e questo il secolo degli avvocati. Comunque, tenete presente, signora, che potete sempre far di lui uno dei giovanotti pi fortunati tra quelli che se ne vanno a passeggio per le strade di Milano. Una volta ottenuta la grazia, potreste dargli quindici, venti, trentamila franchi. La cifra non ha importanza, n voi n io pretendiamo di fare economia.

       La duchessa era molto sensibile alla gloria, non voleva che Fabrizio finisse come un fannullone qualsiasi. E accett la proposta del suo amante.

       Guardate, le diceva Mosca, che io non pretendo che Fabrizio diventi un prete esemplare, come se ne vedono tanti. No, prima di tutto lui un gran signore. Fate che il principe continui a pensare che io gli sono utile, e Fabrizio potr diventare vescovo e arcivescovo anche se avr voglia di rimanere un perfetto ignorante. Se voi vi degnerete di mutare la mia proposta in una decisione irrevocabile, aggiunse poi, bisogna che Fabrizio non si faccia assolutamente vedere, qui a Parma, quando non ancora niente. Di fronte a un successo troppo rapido, la gente si scandalizzerebbe. Verr a Parma solo quando avr le calze viola e potr mantenere un certo decoro. Allora tutti capiranno che vostro nipote deve diventare vescovo e la cosa non dar noia a nessuno. Se mi date retta, manderete Fabrizio a Napoli per tre anni, a fare i suoi studi di teologia. Durante le vacanze del seminario, se vuole, pu andare a Parigi, o a Londra, ma non deve assolutamente farsi vedere a Parma. Gina, a queste ultime parole, si sent rabbrividire.

       Dopo quel colloquio, la duchessa invi un corriere da suo nipote, per dargli appuntamento a Piacenza. Naturalmente il corriere portava con s una grossa somma e tutti i passaporti necessari.

       Fabrizio fu il primo a arrivare all'appuntamento. Corse incontro a Gina e l'abbracci cos forte che lei si mise a piangere. Era contenta che Mosca non fosse l a vederla: da quando amava quell'uomo, era la prima volta che provava una sensazione simile.

       A sentire i progetti che Gina gli aveva preparato, sulle prime Fabrizio sembr molto scosso, poi divent tutto triste. Lui aveva sempre sperato che, una volta aggiustata la faccenda di Waterloo, avrebbe finito per fare il soldato. Ma ci fu una cosa che impression molto Gina e che conferm l'idea romanzesca che si era fatta del nipote. Fabrizio non era assolutamente disposto a ridursi a una vita da caff in qualche grande citt italiana.

       Ma ci pensi, diceva Gina, passare sul Corso, a Firenze o a Napoli, con i tuoi purosangue inglesi! Poi, la sera, una carrozza, una bella casa... Continuava a descrivergli in tutti i particolari pi gradevoli quel tipo di felicit volgare che lui - se n'era accorta - rifiutava sdegnosamente. un eroe, pensava.

       E dopo dieci anni di questa bella vita, che cosa avr combinato? diceva Fabrizio. Che cosa diventer? Un giovanotto maturo che deve tirarsi da parte per far passare il primo bel ragazzo che debutta in societ, anche lui in sella a un cavallo inglese.

       In principio, comunque, Fabrizio continuava a mostrarsi assolutamente contrario all'idea di farsi prete. Parlava di partire per New York, di farsi cittadino e soldato della repubblica americana.

       Che errore! Non avresti modo di combattere, e finiresti per ricadere nella vita da caff - soltanto senza eleganza, senza musica, senza amore, gli disse Gina. Dammi retta, per te, come per me, vivere in America sarebbe una tristezza. Gli disse che in America quello che adoravano era il dio dollaro, che bisognava portar rispetto alla gente comune, gente che con il suo voto pu decidere tutto. Tornarono alla soluzione della Chiesa.

       Prima di inalberarti, disse lei, cerca insomma di capire quello che ti chiede Mosca. Non si sta dicendo che tu debba diventare un povero prete pi o meno buono e esemplare, sul tipo di don Blans. Pensa che cosa sono stati i tuoi parenti arcivescovi di Parma, leggi la storia della loro vita, nella genealogia di famiglia. Un uomo che porta un nome come il tuo deve essere prima di tutto un gran signore, nobile, generoso, protettore della giustizia, destinato in partenza a arrivare in alto nel campo che si scelto... e in tutta la sua vita di mascalzonate deve farne una sola, ma, quella, che sia veramente utile.

       E cos tutte le mie illusioni se ne vanno in fumo! disse Fabrizio, con un sospirone. un sacrificio un po' duro! Certo, dico la verit, non ci avevo pensato: ma vero, ai sovrani assoluti ormai fanno orrore l'entusiasmo e l'intelligenza, anche se qualcuno ne usa a loro vantaggio.

       Rifletti, basta un niente per buttare un uomo pieno di entusiasmo dalla parte opposta a quella per cui ha combattuto tutta la vita!

       Entusiasta io! ripeteva Fabrizio. Un'accusa piuttosto strana. Io, che non riesco neanche a innamorarmi!

       Gina chiese subito: Come?

       Quando ho l'onore di fare la corte a una donna molto bella, nobile, anche, buona, non riesco a pensarla se non l'ho davanti agli occhi.

       A Gina queste parole fecero una strana impressione.

       Dammi un mese di tempo, riprese Fabrizio. Devo dire addio a una signora di Novara, e poi - ma sar anche pi difficile - a tutti i miei bei castelli in aria. Poi scriver a mia madre perch venga a trovarmi a Belgirate, sulla costa piemontese del Lago Maggiore. E fra trentun giorni verr a Parma, in incognito.

       Non devi neanche pensarci! disse Gina, con impeto. Non voleva che Mosca potesse vederla mentre lei parlava con Fabrizio.

       Qualche giorno dopo, si incontrarono di nuovo a Piacenza. La duchessa era molto turbata. C'era stata tempesta, a corte, il partito della marchesa Raversi era sul punto di trionfare. C'era la possibilit che Mosca fosse sostituito dal generale Fabio Conti, capo di quello che a Parma chiamavano partito liberale. Gina raccont tutto a Fabrizio. Una sola cosa non gli disse: il nome del rivale di Mosca. Poi ripresero a discutere del futuro di Fabrizio, considerando anche la possibilit che si dovesse fare a meno dell'autorevolissima protezione del conte.

       Va bene, passer tre anni al seminario di Napoli, disse Fabrizio. Ma dato che prima di tutto devo essere un giovane gentiluomo, dato che non mi impegni a vivere come un virtuoso seminarista, questi tre anni a Napoli non mi fanno paura, non sar certo peggio della vita che facevo a Romagnano. Sai che la gente per bene incominciava a trovarmi un po' giacobino? Mi sono accorto che non so niente, neanche il latino, neanche l'ortografia. Avevo in mente di rifarmi un'educazione a Novara - vuol dire che studier teologia a Napoli. E lo far volentieri: una scienza complicata.

       Gina era felice. Se ci mandano via da Parma, gli disse, verremo a Napoli a trovarti. E adesso che fino a nuovo ordine hai accettato l'idea delle calze viola, Mosca, che conosce bene la situazione dell'Italia di oggi, mi ha detto di dirti un paio di cose. Puoi crederci o no, a quello che ti insegneranno, ma non devi assolutamente fare obiezioni. Se qualcuno ti insegnasse le regole del whist, faresti delle obiezioni? Ho detto a Mosca che sei credente, e lui ne stato molto contento, perch una cosa utile in questo e nell'altro mondo. Ma se sei credente, non cadere nella volgarit di mostrarti inorridito quando parli di Voltaire, di Diderot, di Raynal, o di qualcun altro di quei francesi mezzi matti che hanno messo le basi del regime parlamentare. Parlane meno che puoi, di quella gente, ma se devi proprio parlarne, fallo tranquillamente, con ironia. Ormai le loro idee sono state confutate da molto tempo, i loro attacchi non fanno pi paura a nessuno. Devi credere ciecamente a tutto quello che ti diranno in seminario. Ricordati che ci sar sempre qualcuno a prendere accuratamente nota delle tue obiezioni, anche delle pi irrilevanti. Qualche piccolo affare di donne, se saprai condurlo con una certa abilit, te lo perdoneranno, ma non ti perdoneranno un dubbio che sia uno. L'et fa passar la voglia di far l'amore, ma aumenta i dubbi. Tienlo presente, quando ti confessi. Ti daremo una lettera di raccomandazione per un vescovo che il factotum del cardinale di Napoli. Parlane solo con lui, della tua scappata in Francia e del fatto che eri dalle parti di Waterloo il 18 giugno. Comunque non tirarla in lungo, cerca di minimizzare, parlane soltanto perch un giorno non possano rimproverarti di averlo tenuto nascosto. Eri tanto giovane! Poi c' un'altra cosa che Mosca ha voluto che ti dicessi. Se parlando con qualcuno ti viene in mente un'idea brillante, un argomento che potrebbe cambiare il corso della conversazione, devi resistere alla tentazione di fare una bella figura, sta' zitto. Chi furbo te la legger negli occhi, la tua intelligenza. quando diventerai vescovo che sar il momento di mostrarti intelligente.

       Fabrizio debutt a Napoli con una carrozza modesta e quattro domestici, dei buoni milanesi che gli aveva procurato la zia. Dopo un anno di studi nessuno diceva di lui che fosse intelligente. Lo consideravano un gran signore, studioso, generosissimo, ma un po' libertino.

       Fu un anno piuttosto divertente, per Fabrizio, ma per la duchessa fu terribile. Mosca fu tre o quattro volte sull'orlo della rovina. Il principe, pi pauroso che mai perch si era ammalato, pensava che liberandosi di Mosca avrebbe potuto cancellare l'impressione odiosa suscitata dalle esecuzioni che avevano avuto luogo prima della nomina del conte a ministro. Rassi era diventato il confidente pi intimo, il consigliere indispensabile del principe. Vedendo che Mosca era in pericolo, Gina gli si leg con passione, non pensava pi a Fabrizio. Per aver sottomano una scusa con cui poter giustificare una eventuale partenza, incominciarono a dire che l'aria di Parma - in realt piuttosto umida, come in tutta la Lombardia - faceva male alla duchessa. Ci furono lunghi periodi di disgrazia, per Mosca, capit persino che lui, primo ministro, stesse una ventina di giorni senza essere ricevuto in privato dal principe. Ma finalmente Mosca riusc a avere la meglio. Fece nominare il generale Fabio Conti - il cosiddetto liberale - governatore della cittadella in cui erano imprigionati i liberali giudicati da Rassi.

       Se Conti indulgente con i suoi prigionieri, disse Mosca alla sua amica, finisce male, perch diranno che un giacobino e che le sue idee politiche gli fanno dimenticare i suoi doveri di generale. Se si comporta con severit, in modo spietato - e credo che sar questa la soluzione che lui sceglier - non pu pi restare a capo del suo partito e si attira l'odio di tutte le famiglie che hanno qualcuno in prigione. Quel poveraccio capace di prendere un'aria tutta rispettosa davanti al principe, se necessario arriva a cambiarsi anche quattro volte al giorno, pu dir la sua su un problema di etichetta: ma adesso, se vuol salvarsi, ha davanti solo una strada, e molto difficile, non credo proprio che possa farcela. E in tutti i casi, ci sono io.

       Il giorno dopo la nomina del generale Fabio Conti - nomina che pose fine alla crisi ministeriale - corse notizia che a Parma sarebbe stato pubblicato un giornale monarchico di estrema destra.

       Chiss quante discussioni far nascere, questo giornale! diceva la duchessa.

       L'idea di questo giornale forse il mio capolavoro, rispondeva Mosca, ridendo. A poco a poco, e naturalmente mio malgrado, lascer che i monarchici pi estremisti mi portino via il posto di direttore. E poi ho fatto dare ottimi stipendi ai redattori, posti cos verranno a chiederceli da tutte le parti. Questa faccenda ci terr occupati per un mese o due, e tutti dimenticheranno i pericoli che ho corso. Quei due tipi austeri di P. e D. sono gi all'erta.

       Ma sar un giornale di una assurdit rivoltante!

       Lo spero bene! disse Mosca. Il principe se lo legger tutte le mattine e non potr che ammirare la profondit delle idee di chi l'ha fondato, cio delle mie idee. Quanto ai particolari, potr essere d'accordo o no, ma comunque un paio delle ore che lui consacra al lavoro sono prese. Il giornale si far molti nemici, ma quando incominceranno i guai seri, tra otto o dieci mesi, sar completamente in mano agli estremisti. gente che mi d molto fastidio: e saranno loro a dover rispondere. Io avr qualche obiezione da fare, su quel giornale. E poi, in fondo, preferisco mille assurdit spaventose piuttosto che un solo impiccato. Dopo due anni, chi si ricorda delle assurdit che sono state pubblicate sul giornale ufficiale? Ma se faccio impiccare qualcuno, i suoi figli e la sua famiglia mi odiano finch vivo, e quell'odio pu anche farmi morire prima del tempo.

       La duchessa, sempre appassionata a qualche cosa, sempre piena di attivit, incapace di stare senza far niente, aveva pi intelligenza di tutta la corte di Parma, ma le mancavano quelle doti di pazienza e di impassibilit che sono indispensabili negli intrighi. Ora, comunque, si era appassionata a seguire il gioco complicato della politica, e incominciava anche a godere di un certo credito personale presso il principe. Clara Paolina, la principessa, fatta segno a un'infinit di onori ma chiusa nella prigione di un cerimoniale pi che antiquato, era convinta di essere la donna pi infelice del mondo. La Sanseverina le fece la corte e si sforz di dimostrarle che non era poi cos infelice. Il principe vedeva la moglie soltanto all'ora di cena, e a parte quella mezz'ora passava settimane intere senza rivolgerle la parola. La signora Sanseverina cerc di fare in modo che le cose cambiassero. Gina divertiva il principe, soprattutto perch aveva saputo restare libera, indipendente. Anche se lo avesse voluto, lei non sarebbe mai riuscita a evitare indefinitamente di urtare qualcuno, in quella massa di sciocchi che pullulavano a corte. E era questa sua assoluta mancanza di tatto che la faceva odiare dai cortigiani pi volgari - tutti conti o marchesi, gente che disponeva, in generale, di cinquemila lire di rendita. Lei lo aveva capito fin dai primi giorni, e allora si era preoccupata soltanto di riuscir simpatica al principe e a sua moglie, la quale dominava nel modo pi assoluto il principe ereditario. La duchessa, dunque, sapeva divertire il principe, e approfittava dell'estrema attenzione che lui accordava a qualsiasi cosa lei dicesse, per coprire di ridicolo i cortigiani che la odiavano. Dopo le sciocchezze che Rassi gli aveva fatto fare  e le sciocchezze in cui si arriva al sangue non si possono riparare - il principe ogni tanto aveva paura e molto spesso si annoiava. Questa condizione lo aveva portato a una cupa invidia. Lui lo sapeva, che non si divertiva affatto, e diventava di cattivo umore quando gli sembrava che gli altri si divertissero. La vista della felicit lo rendeva furioso. Non dobbiamo farlo vedere, il bene che ci vogliamo, disse la duchessa al suo amico; e fece capire al principe che ormai non era pi tanto innamorata di Mosca - uomo, d'altra parte, cos degno di stima. Quella fu una splendida giornata, per Sua Altezza.

       Ogni tanto, la duchessa accennava a un suo progetto, quello di prendersi ogni anno qualche mese di vacanza per visitare l'Italia, che conosceva cos poco, per andare a Napoli, a Firenze, a Roma. Il principe la prendeva come una diserzione - e non c'era niente che potesse spiacergli di pi. Era la sua grande debolezza: quando aveva l'impressione che disprezzassero la sua citt gli si stringeva il cuore. Si rendeva conto che trattenere la signora Sanseverina era impossibile, e la signora Sanseverina era di gran lunga la pi brillante dama di corte. Cosa incredibile data la pigrizia italiana, la gente tornava dalla campagna per essere presente ai suoi gioved. Erano vere feste. La duchessa riusciva sempre a trovare qualcosa di nuovo, di eccitante. Il principe moriva dalla voglia di andarci, a uno di quei ricevimenti: ma come fare? Andare in visita in una casa privata! Era una cosa che n lui n suo padre avevano mai fatto!

       Era un gioved sera, pioveva, faceva freddo. Si sentivano continuamente passare rumoreggiando sul lastricato della piazza le carrozze che andavano verso palazzo Sanseverina. Il principe era molto nervoso: gli altri si divertivano, e lui, il principe, il signore assoluto, lui che avrebbe avuto diritto a divertirsi pi di chiunque altro, doveva star l a annoiarsi! Chiam l'aiutante di campo. Bisognava aspettare, il tempo di appostare una dozzina di uomini fidati lungo la strada che portava a palazzo Sanseverina. Fu un'ora interminabile, il principe era continuamente tentato di sfidare le pugnalate, di uscire cos, senza nessuna precauzione. Finalmente pot fare il suo ingresso nel primo salotto della Sanseverina. Se un fulmine fosse esploso l dentro, avrebbe fatto meno impressione. Man mano che il principe veniva avanti, in quei salotti rumorosi, pieni di allegria, si faceva di colpo un silenzio attonito. Occhi spalancati lo fissavano. Tutti gli invitati sembravano sconcertati, solo la duchessa non aveva quell'aria stupefatta. E quando trovarono la forza di parlare, tutti pensarono soltanto a risolvere un problema di capitale importanza: la duchessa ne era informata, di quella visita, o era stata una sorpresa anche per lei?

       Il principe si divert molto. E considerando quello che accadde alla fine ci si potr fare un'idea di come fosse tutto di primo impulso il carattere di Gina, e del grande ascendente che lei si era conquistata sul principe buttando l abilmente quei vaghi propositi di partenza.

       Stava accompagnando il principe alla porta, e lui le parlava con molta gentilezza. Alla duchessa venne una strana idea, e ebbe il coraggio di esprimerla in tutta semplicit, come una cosa normalissima.

       Se Vostra Altezza Serenissima volesse dire alla principessa un paio di queste frasi deliziose di cui tanto generosa con me, mi farebbe davvero felice, pi felice di quanto mi fa ora, dicendomi che sono bella. che non vorrei assolutamente che la principessa giudicasse male il grande onore che Vostra Altezza mi ha fatto.

       Il principe la guard fisso, poi rispose in tono brusco:

       Pensavo di esser padrone di andare dove voglio.

       La duchessa divent rossa, ma fu pronta a rispondere:

       Volevo soltanto evitare che Vostra Altezza si muovesse per niente, perch questo gioved sar l'ultimo. Andr per qualche giorno a Bologna, o a Firenze.

       Torn nel salotto. Tutti pensavano che ora il suo successo era al colmo, ma lei aveva azzardato una mossa che a memoria d'uomo nessuno a Parma aveva mai osato. Fece un segno a Mosca, e lui lasci il tavolo da gioco. Andarono in un piccolo salotto tutto illuminato, vuoto.

       Avete avuto un bel coraggio, disse Mosca. Non ve lo avrei davvero consigliato. Poi sorrise: Ma in un cuore veramente innamorato la felicit rende pi forte l'amore, e se voi partite domani mattina, domani sera vi seguo. Dovr perdere un po' di tempo solo per quel maledetto ministero delle finanze, sono stato proprio uno sciocco a prendermi quell'incarico. Comunque, se mi do da fare, in quattro ore si possono passare le consegne di un bel po' di conti. E adesso torniamo dagli altri, mia cara amica, e abbandoniamoci senza ritegno alla nostra frivolit ministeriale. Pu darsi che questa sia l'ultima rappresentazione che diamo qui a Parma. Se si sente sfidato, quello un tipo capace di tutto. Lo chiamer dare un esempio. Quando tutta questa gente se ne sar andata studieremo il modo di barricarvi per stanotte. Forse la cosa migliore sarebbe che partiste subito per la vostra casa di Sacca, che ha il vantaggio di essere a una mezz'ora dalla frontiera.

       Fu un momento delizioso, per l'amore, e per l'amor proprio di Gina. Guard Mosca. Gli occhi le si riempirono di lacrime:

       Lui, un ministro cos potente, con intorno quella folla di cortigiani che lo colmavano degli stessi onori dovuti al principe, lasciare tutto per lei, e senza neanche pensarci!

       Quando rientr nel salotto, era davvero felice. Tutti le si inchinavano davanti.

       Avete visto come cambiata? sussurravano da tutte le parti. Da non riconoscerla. Lei che era cos altera, cos al di sopra di tutto! Ma adesso anche lei si degna di apprezzare l'incredibile favore che le ha fatto il principe!

       Verso la fine della serata Mosca le and vicino: Dovrei dirvi qualcosa. La gente che le stava intorno si fece subito da parte.

       Quando tornato a palazzo, continu Mosca, il principe si fatto annunciare a sua moglie. Figuratevi lei! Le ha detto: "Voglio raccontarvi della serata che ho passato dalla Sanseverina, una serata davvero molto simpatica. La Sanseverina mi ha pregato di descrivervi come ha messo a posto quel vecchio palazzo fumoso." Poi il principe si seduto e le ha descritto tutti i vostri salotti. Ha passato con la moglie pi di venticinque minuti. Lei piangeva di gioia. Malgrado tutta la sua intelligenza, non ha saputo trovare una sola parola per tenere la conversazione su quel tono leggero che Sua Altezza era dispostissimo a darle.

       Nonostante quello che dicevano di lui i liberali italiani, il principe non era affatto cattivo. D'accordo, aveva fatto buttare in prigione un buon numero di liberali: ma era stata la paura a farglielo fare. Ogni tanto, come per consolarsi di certi ricordi, diceva: Meglio far fuori il diavolo prima che sia lui a far fuori noi. Il giorno dopo quella serata, era tutto allegro. Aveva fatto due buone azioni: era andato al gioved e aveva parlato alla moglie. E a pranzo le parl ancora. Insomma, quel gioved della Sanseverina port a una vera rivoluzione domestica. Ne parl tutta Parma. La Raversi era costernata. Per la duchessa, il successo era stato duplice: aveva fatto qualcosa di utile per il suo amante, e aveva potuto constatare che lui era pi innamorato che mai.

       Tutto per un'idea pazzesca che mi venuta! diceva a Mosca. Certo, a Roma, o a Napoli, sarei pi libera, ma dove lo trovo, un gioco appassionante come questo? a voi, che la devo, la mia felicit.

 

VII

 

 

       A voler raccontare la storia dei quattro anni che seguirono bisognerebbe aggiungere piccoli episodi insignificanti della vita di corte, come quello che abbiamo appena descritto. Ogni primavera, la marchesa, con le figlie, veniva a passare due mesi a palazzo Sanseverina, o in campagna, a Sacca, sulle rive del Po. Passavano dei bei momenti, e parlavano di Fabrizio. Ma Mosca non diede mai a Fabrizio il permesso di venire a Parma. A parte qualche sciocchezza, sistemata dalla duchessa e da Mosca, Fabrizio era abbastanza bravo nel seguire la linea di condotta che gli avevano indicato: - un gran signore che studia teologia e che per far carriera non conta certo unicamente sulla propria virt. A Napoli si era appassionato per l'archeologia, e faceva degli scavi. Era una passione che aveva quasi preso il posto di quella per i cavalli. I suoi puledri inglesi li aveva venduti per poter continuare certi scavi a Miseno, dove aveva trovato un busto di Tiberio giovane, un pezzo che era stato giudicato tra i pi belli della scultura antica. La scoperta di quel busto era stato quasi il piacere pi vivo che gli era capitato di provare a Napoli. Aveva troppo orgoglio per cercare di imitare gli altri giovanotti, per mettersi ad esempio a recitare con una certa seriet la parte dell'innamorato. Non che gli mancassero le donne, certo, ma per lui non contavano niente. Nonostante la sua et, si pu dire che non conoscesse l'amore: e proprio per questo le donne lo amavano di pi. Era in grado di comportarsi con la pi assoluta indifferenza, perch per lui una bella ragazza valeva esattamente quanto un'altra bella ragazza, solo che quella che aveva conosciuto per ultima gli sembrava pi eccitante. L'ultimo anno della sua permanenza a Napoli, una della signore pi corteggiate della citt aveva fatto vere pazzie in suo onore. In principio la cosa lo aveva divertito, ma poi aveva finito per dargli noia, tanta noia che fu felice di partire anche perch finalmente poteva liberarsi dalle attenzioni di quella incantevole duchessa d'A.

       Arriv il 1821. Fabrizio sostenne passabilmente tutti gli esami, il suo direttore si prese un bel regalo e una decorazione, e finalmente Fabrizio part per Parma, per la citt cui aveva pensato tante volte. Era monsignore, adesso, e aveva una carrozza con quattro cavalli. All'ultima posta prima di Parma ne prese solo due, poi, arrivato in citt, fece fermare davanti alla chiesa di San Giovanni. In quella chiesa c'era il sontuoso sepolcro dell'arcivescovo Ascanio del Dongo, il suo antenato, l'autore della Genealogia latina. Fabrizio si ferm a pregare davanti al sepolcro, poi, a piedi, and al palazzo della duchessa. Gina credeva che sarebbe arrivato qualche giorno dopo. C'era molta gente, nel salotto, ma poco dopo li lasciarono soli.

       E allora, sei contenta di me? le disse Fabrizio, abbracciandola. Lo devo a te, se ho passato quattro begli anni a Napoli invece di stare a Novara a annoiarmi con una amante autorizzata dalla polizia.

       Gina non riusciva a rimettersi dalla sorpresa. Se lo avesse incontrato per strada non lo avrebbe riconosciuto. Le sembrava uno degli uomini pi belli d'Italia - e Fabrizio lo era davvero. L'espressione, soprattutto, era incantevole. Quando era partito per Napoli aveva un'aria sfrontata, da scavezzacollo, con quel frustino che sembrava far parte del suo corpo: adesso, davanti agli estranei, si comportava con calma, con dignit, e in privato Gina aveva ritrovato in lui tutto il fuoco della sua prima giovinezza. Era un diamante che non aveva perso niente a essere lavorato. Mosca arriv che non era passata neanche un'ora: un po' troppo presto. Fabrizio lo ringrazi per l'onorificenza concessa al suo direttore e per altri favori dei quali non osava parlare altrettanto esplicitamente. Fu misurato, perfetto. A Mosca piacque subito, fin dalla prima occhiata. Questo ragazzo, disse sottovoce alla duchessa, non potr che fare onore alla posizione che gli avete destinato.

       Era andato tutto molto bene, fino a quel momento. Mosca, tutto soddisfatto, aveva badato solo a studiare il modo di fare di Fabrizio. Ma ora guard Gina, e vide che nei suoi occhi c'era una strana espressione. A quanto pare, pens, questo giovanotto fa molta impressione, qui dentro. Fu una considerazione amara. Mosca era arrivato alla cinquantina - una parola molto dura, forse soltanto un uomo perdutamente innamorato pu rendersi conto di quello che significa. Mosca, come ministro, era severo, ma a parte questo era un uomo buonissimo, e meritava davvero di essere amato. Ma per lui quella parola tremenda - la cinquantina - bastava a buttare un'ombra nera su tutto, avrebbe potuto renderlo spietato anche per suo conto. In quei cinque anni, da quando lui l'aveva indotta a venire a Parma, Gina aveva eccitato molte volte la sua gelosia, soprattutto nei primi tempi, ma non c'era mai stato niente di serio. Mosca era anzi convinto - e aveva ragione - che se certe volte Gina aveva mostrato di avere un debole per qualche bel giovanotto di corte, lo aveva fatto solo per mettere alla prova il suo amore. Cos, ad esempio, sapeva con certezza che Gina aveva respinto gli omaggi del principe - e sapeva anche che in quella occasione il principe aveva avuto una battuta molto istruttiva. Quando infatti la duchessa gli aveva detto sorridendo: Ma se io accettassi gli omaggi di Vostra Altezza, come potrei guardare in faccia il conte?, il principe aveva risposto: Sarei imbarazzato quasi quanto voi. Quel caro conte! Un vero amico! Ma ci ho pensato, non poi un grande ostacolo. Il conte passerebbe nella cittadella il resto dei suoi giorni.

       In quel momento, all'arrivo di Fabrizio, Gina si era sentita cos felice che non aveva pensato neanche per un attimo all'impressione che i suoi occhi avrebbero potuto fare a Mosca: Fu un'impressione profonda, e avrebbe fatto nascere sospetti irrimediabili.

       Due ore dopo il suo arrivo, Fabrizio fu ricevuto dal principe. La duchessa aveva calcolato che quell'udienza improvvisa avrebbe fatto un grande effetto, e l'aveva chiesta con due mesi di anticipo. Era un atto di favore che metteva Fabrizio in una condizione di privilegio fin dal primo momento, e l'udienza era stata ottenuta con il pretesto che Fabrizio sarebbe venuto a Parma solo di passaggio, dovendo andare in Piemonte, da sua madre. Quando un delizioso bigliettino della duchessa venne a informare il principe che Fabrizio era in attesa di un suo ordine, Sua Altezza stava annoiandosi. Me lo immagino, pens, sar uno stupidello, un santino, una faccia senza espressione, o magari una di quelle facce sornione... - perch tra l'altro era gi stato informato dal comandante della piazza della visita di Fabrizio alla tomba dell'antenato arcivescovo. E ora si trov davanti un pezzo di giovanotto che, se non fosse stato per quelle calze viola, si sarebbe potuto prendere per un ufficiale.

       La piccola sorpresa scacci la noia. Per questo giovanottone, pens, Dio sa che favori mi chiederanno! appena arrivato, si sentir un po' intimidito. Facciamo un po' di politica giacobina. Voglio vedere come se la cava. E dopo qualche parola di cortesia disse a Fabrizio:

       E allora, monsignore, il popolo di Napoli contento? Lo amano, il loro re?

       Altezza Serenissima, rispose Fabrizio senza un attimo di esitazione, camminando per le strade ho avuto modo di constatare come i vari reggimenti di Sua Maest si presentassero in modo eccellente, e la buona societ rispettosa verso il suo signore, come suo dovere, ma confesso di non aver mai tollerato che la gente delle classi umili mi parlasse d'altro che del lavoro per cui la pago.

       Accidenti! pens il principe. Che falchetto! L'ha imparata bene, la lezione. Questo lo stile della Sanseverina, e mettendocisi di puntiglio cerc in tutti i modi di far parlare Fabrizio su quell'argomento cos scabroso. Il giovanotto, eccitato dal rischio, riusc a rispondere in modo splendido. A un certo punto disse: C' della tracotanza in chi ostenta di amare il proprio re. Al re si deve un'obbedienza cieca.

       Davanti a tanta abilit, il principe fin quasi per arrabbiarsi. A quanto pare, pens, questo che ci arriva da Napoli un tipo intelligente. Una brutta razza, una razza che non mi piace. I, tipi intelligenti hanno un bel tenersi ai migliori principi, e anche in buona fede: in un modo o nell'altro sono sempre un po' parenti di Voltaire e di Rousseau.

       Era come se si sentisse sfidato dalle maniere perfette e dalle risposte inattaccabili di quel giovanotto uscito fresco fresco di collegio. Le cose non stavano andando come lui aveva previsto. Prese di colpo un tono bonario e in poche parole risal fino ai grandi princpi della societ e del governare, poi, adattandole alla circostanza, declam certe frasi di Fnelon che gli avevano fatto imparare a memoria quando era bambino perch le utilizzasse nelle udienze pubbliche.

       Siete sorpreso, vero?, giovanotto.... disse a Fabrizio (in principio l'aveva chiamato monsignore, e pensava di dargli del monsignore anche al momento di congedarlo, ma nel corso della conversazione gli sembrava che fosse pi abile, che andasse meglio per ottenere un certo tono patetico, rivolgersi al suo interlocutore con un termine pi confidenziale). Siete sorpreso, vero?, giovanotto... Lo so anch'io, quello che ho detto non assomiglia certo a quei panini imbottiti d'assolutismo - disse proprio cos - che si possono trovare tutti i giorni nel mio giornale ufficiale... Ma di che cosa sto parlando! Non potete conoscerli, quei giornalisti.

       Chiedo scusa a Vostra Altezza Serenissima. Non soltanto lo leggo, il giornale di Parma - e mi sembra piuttosto buono - ma sono d'accordo con i suoi redattori quando scrivono che tutto ci che stato fatto dopo la morte di Luigi XIV, nel 1715, stupido e criminale al tempo stesso. Il vero interesse dell'uomo la sua salvezza - e su questo punto non si pu pensarla che in un modo - e quella salvezza porta alla felicit eterna. Parole come libert, giustizia, benessere per tutti, sono infami e criminali. Abituano lo spirito alla discussione, alla diffidenza. Una Camera dei deputati non si fida di ci che quella gente chiama il ministero. Una volta presa questa fatale abitudine alla diffidenza, la debolezza umana la applica a tutto, l'uomo arriva a non aver fiducia nella Bibbia, negli ordini della Chiesa, nella tradizione, e cos via. E da quel momento perduto. E se anche questa sfiducia nei confronti dell'autorit dei sovrani stabiliti da Dio potesse darci la felicit durante quei venti o trenta anni di vita che ognuno di noi pu pretendere - un'ipotesi, badate, spaventosamente falsa e criminale - che cos' mezzo secolo, o anche un secolo intero, se lo confrontiamo a una eternit di torture? E Fabrizio and avanti su questo tono.

       Da come parlava, si vedeva che cercava di esprimersi in modo da farsi capire il pi facilmente possibile, era chiaro che non stava recitando una lezione. Ormai il principe non cercava pi di tenergli testa. Si sentiva imbarazzato del modo di fare semplice e austero di quel giovanotto. A un certo punto gli disse, bruscamente:

       Addio, monsignore. Vedo che al seminario di Napoli danno un'eccellente educazione, e evidente che quando questi buoni precetti cadono su uno spirito tanto nobile, i risultati sono estremamente brillanti. Addio. E gli volt le spalle.

       Non gli sono piaciuto, a quel bestione, pens Fabrizio.

       Adesso resta da vedere, pens il principe quando fu solo, se quel bel giovanotto capace di appassionarsi a qualche cosa, perch in questo caso sarebbe proprio perfetto... L'ha ripetuta in modo davvero intelligente, la lezione della zia! Mi sembrava di sentir parlare lei. Se ci fosse una rivoluzione qui a Parma, sarebbe lei a occuparsi del giornale repubblicano, proprio come ha fatto a Napoli la San Felice! Con tutta la sua bellezza e i suoi venticinque anni mi sembra proprio che la San Felice sia stata un pochino impiccata! E serva di lezione alle donne troppo intelligenti.

       Il principe si sbagliava, Fabrizio non era un allievo di sua zia. Ma il fatto che le persone intelligenti che nascono su un trono, o nei dintorni, finiscono ben presto per perdere ogni capacit di intuizione. Non vogliono che intorno a loro si possa conversare liberamente, perch gli sembra una cosa grossolana. Vogliono aver davanti solo una fila di maschere e sono convinti di poter distinguere la bellezza di un volto. E la cosa pi divertente che hanno una gran fiducia nella loro intuizione. In questo caso, per esempio, Fabrizio credeva veramente a quasi tutto quello che aveva detto - anche se bisogna dire che a quei grandi princpi lui ci pensava al massimo un paio di volte al mese. Era molto sensibile, pieno di intelligenza, ma era anche credente.

       Il gusto per la libert, la moda e il culto del benessere per tutti - le grandi passioni del secolo diciannovesimo - li giudicava soltanto una eresia che sarebbe passata come le altre, ma dopo aver ucciso molte anime, come una pestilenza uccide molti corpi. E, malgrado questo, provava un gran piacere a leggersi i giornali francesi, e per procurarseli faceva persino delle imprudenze.

       Fabrizio era piuttosto sconcertato quando, dopo l'udienza, torn dalla zia, a raccontarle come il principe aveva continuato a provocarlo.

       Adesso, disse lei, bisogna che tu vada subito da padre Landriani, il nostro ottimo arcivescovo. Vacci a piedi, fai le scale piano piano, non far tanto rumore in anticamera. Se ti fanno aspettare, tanto meglio, anzi, mille volte meglio! Insomma, cerca di essere apostolico?

       Ho capito, disse Fabrizio, il nostro uomo una specie di Tartufo.

       Niente affatto. la virt in persona.

       Con tutto quello che ha fatto, disse Fabrizio, sorpreso, quando hanno condannato a morte il conte Palanza?

       S, certo, nonostante quello che ha fatto. C' una cosa che spiega tutto: il padre del nostro arcivescovo era un impiegato del ministero delle finanze, un piccolo borghese. Landriani un uomo dall'intelligenza viva, ampia, profonda, e poi sincero, veramente buono. Sono convinta che se tornasse al mondo un imperatore sul tipo di Decio, Landriani andrebbe al martirio come Poliuto nell'opera che davano la settimana scorsa. Certo, anche questa medaglia ha il suo rovescio. Quando in presenza del principe, o anche solo del primo ministro, come se fosse accecato da tanta grandezza, si confonde, diventa rosso: dire di no gli materialmente impossibile. Adesso in Italia tutti dicono che Landriani una persona spietata, ma se ha agito in quel modo solo per la ragione che ti ho detto. E poi c' una cosa, che la gente non sa. Quando, sotto la spinta dell'opinione pubblica, arrivato a veder chiaro nel processo di Palanza, l'arcivescovo, per penitenza, si imposto di vivere a pane e acqua per tredici settimane, tante quante sono le lettere del nome di Davide Palanza. A corte c' un mascalzone, un tipo molto abile, un certo Rassi, fiscale generale e cio giudice supremo: lui che ha stregato Landriani al tempo del processo a Palanza. Nel periodo in cui l'arcivescovo stava facendo penitenza, Mosca lo invitava a cena un paio di volte la settimana - e lo faceva per compassione ma anche un po' per malizia. Landriani, per rispetto, mangiava come tutti, perch gli sarebbe sembrato di fare il ribelle, il giacobino, a mostrare di far penitenza per una cosa che era stata approvata dal principe. Ma poi si saputo che per ogni pasto che aveva dovuto consumare in nome dei suoi doveri di suddito fedele si imponeva una penitenza di due giorni a pane e acqua. un uomo di valore, molto colto. Ha solo un debole: vuole che gli si voglia bene. E allora mi raccomando, mettici molto affetto, quando lo guardi; e quando andrai a trovarlo per la terza volta devi volergli senz'altro un gran bene. Se fai cos - e con il nome che porti, poi - vedrai che ti adorer. Non far vedere che sei sorpreso, se lui ti accompagna fin sulla scala, fa' come se fosse una cosa normalissima. Ricordati che un uomo nato in ginocchio davanti alla nobilt. Per il resto cerca di comportarti con semplicit. Apostolico, te l'ho detto. Niente spirito, niente risposte pronte. Se non lo intimidisci, sar tutto contento di stare con te. Ricordatelo, lui che deve decidere d nominarti suo gran vicario. Mosca e io saremo sorpresi, persino un po' contrariati, da quel tuo avanzamento troppo rapido. Questo essenziale, di fronte al principe.

       Fabrizio and di corsa all'arcivescovato. Per una fortunata circostanza, il cameriere dell'arcivescovo, che era un po' sordo, non sent il nome del Dongo, e cos annunci all'arcivescovo che c'era un prete giovane, un certo Fabrizio. L'arcivescovo era occupato con un parroco dai costumi non proprio esemplari, che aveva fatto chiamare per rimproverarlo. Stava facendogli una reprimenda, e era una cosa talmente penosa, per lui, che voleva levarsi il pensiero il pi presto possibile. Cos, fece aspettare per tre quarti d'ora il pronipote del grande arcivescovo Ascanio del Dongo.

       Finalmente monsignor Landriani usc per riaccompagnare il parroco fino alla seconda anticamera, poi, ripassando, chiese a quel prete che stava aspettando in che cosa potesse servirlo. Quando sent il nome di Fabrizio del Dongo e vide le calze viola, incominci a scusarsi, disperato. A Fabrizio la cosa sembr tanto divertente che si lasci andare a baciargli la mano, intenerito. L'arcivescovo era proprio disperato, continuava a ripetere: Un del Dongo fare anticamera! Poi, tanto per scusarsi, si ritenne in obbligo di informarlo di tutta la faccenda del parroco, di quello che aveva fatto, di come si era difeso, e cos via.

       Ma come possibile, pensava Fabrizio, tornando a palazzo Sanseverina, che sia stato proprio lui a sollecitare l'esecuzione di Palanza!

       Che cosa ne pensa, Vostra Eccellenza? gli chiese Mosca ridendo, quando lo vide rientrare (Mosca non voleva che Fabrizio gli si rivolgesse dandogli dell'eccellenza).

       Casco dalle nuvole. Devo proprio dire che non ci capisco niente, nel carattere delle persone. Se non avessi saputo chi era, avrei scommesso che un tipo cos non potrebbe far male a una mosca.

       E l'avreste vinta, la scommessa. Il fatto che quando davanti al principe, o anche soltanto davanti a me, non pu dire di no. Per dir la verit, se voglio fargli effetto io devo mettermi il gran cordone giallo. Se portassi solo la marsina, Landriani riuscirebbe anche a contraddirmi, e cos quando viene da me mi metto sempre in alta tenuta. Del resto non sta a noi sminuire il prestigio del potere, ci sono gi i giornali francesi che lo mandano a pezzi, e con gran rapidit. Sar gi tanto se questa mania del rispetto durer quanto noi. Voi no, voi la vedrete finire. Voi, voi sarete un uomo alla buona!

       A Fabrizio piaceva molto stare con Mosca. Era il primo personaggio importante che si fosse degnato di parlargli senza far tante commedie - e poi avevano in comune la passione per l'archeologia. Da parte sua, Mosca era molto lusingato dalla grande attenzione che quel giovanotto prestava alle sue parole. Ma c'era qualcosa che non andava, e era fondamentale. Fabrizio aveva un appartamento nel palazzo Sanseverina, passava la vita con la duchessa, e in tutta innocenza faceva capire quanto quell'intimit lo rendesse felice. E Fabrizio aveva certi occhi, una faccia cos giovane... Da far rabbia.

       Era difficile che Ranuccio Ernesto IV trovasse delle donne capaci di resistergli. Ma da un po' di tempo il principe era piuttosto irritato per il fatto che la virt della duchessa Sanseverina, tanto famosa a corte, non avesse fatto un'eccezione neanche per lui. L'intelligenza e la presenza di spirito di Fabrizio - lo abbiamo visto - l'avevano urtato fin dal primo momento. E il principe aveva preso male quell'intimit che zia e nipote non si preoccupavano di nascondere. La gente, a corte, faceva un gran parlare, e lui stava a sentire, molto attento. L'arrivo di quel giovanotto e la faccenda di quell'udienza straordinaria erano stati il grande tema delle conversazioni di corte. A Ernesto IV venne un'idea.

       Nella sua guardia personale, aveva un soldato semplice che era un portento di resistenza al vino. Infatti passava la vita nelle osterie - ma poi riferiva direttamente al principe sullo stato d'animo della truppa. Carlone non aveva nessuna istruzione, se no certo che avrebbe ottenuto un avanzamento da molto tempo. Gli era stato ordinato di trovarsi tutti i giorni, quando il grande orologio suonava mezzogiorno, davanti al palazzo. Un po' prima di mezzogiorno, il principe and lui stesso a mettere in una certa posizione la persiana di una stanzetta al mezzanino, attigua al suo spogliatoio. Torn nella stanzetta pochi minuti dopo mezzogiorno. Carlone era l. Il principe tir fuori di tasca un foglio di carta e una penna, e gli dett questa lettera:

       Che Vostra Eccellenza sia molto intelligente, non c' dubbio, e proprio grazie alla vostra profonda intelligenza che questo Stato cos ben governato. Ma, mio caro conte, a tali successi suole accompagnarsi sempre un poco di invidia, e temo proprio che qualcuno possa ridere alle vostre spalle, dato che tutta la vostra intelligenza non vi consente di rendervi conto che un certo bel giovanotto ha avuto la fortuna di ispirare - forse senza volerlo - un amore tra i pi singolari. A quanto pare, questo fortunato mortale non ha che ventitr anni, e a complicare le cose, mio caro conte, si d il caso che voi e io ne abbiamo pi del doppio. La sera, a una certa distanza, il signor conte appare senza dubbio gradevolissimo, estremamente vivace, pieno di spirito. Ma a voler essere obiettivi, bisogna riconoscere che la mattina, nell'intimit, le grazie del nuovo venuto sono forse pi desiderabili. E noi donne, quando abbiamo passato la trentina, siamo portate a dare molta importanza alla freschezza della giovent. Non si parla gi di fare in modo che questo simpatico adolescente possa stabilirsi a corte, in una bella posizione? E chi che parla pi spesso di questo argomento a Vostra Eccellenza?

       Il principe prese la lettera e diede al soldato due scudi.

       Questi sono per te, gli disse con aria cupa. Silenzio assoluto con tutti, se no finisci nel sotterraneo pi umido della cittadella.

       Nei cassetti della sua scrivania il principe teneva una serie di buste con gli indirizzi di quasi tutti i cortigiani scritti di pugno di quel soldato - che tutti credevano non sapesse scrivere e che non scriveva mai niente, neanche i suoi rapporti segreti. Il principe scelse la busta adatta.

       Qualche ora pi tardi, Mosca ricevette una lettera per posta. L'avevano calcolata bene, l'ora in cui sarebbe arrivata: il postino entr nel palazzo del ministero con una lettera in mano, e proprio nel momento in cui ne usc, Mosca fu chiamato da Sua Altezza.

       Mai il primo ministro era sembrato in preda a una tristezza pi nera. E il principe, per poterne godere pi tranquillamente, quando lo vide entrare gli disse:

       Ho bisogno di lasciarmi un po' andare, quello che voglio fare quattro chiacchiere con l'amico, non lavorare con il ministro. Ho un tremendo mal di testa, stasera. E poi mi vengono certi brutti pensieri...

       Quando il primo ministro, il conte Mosca della Rovere, ottenne di poter lasciare il suo augusto padrone, era, naturalmente, in condizioni spaventose. Ranuccio Ernesto IV era davvero abilissimo nell'arte di mettere un cuore alla tortura. Dire che era come una tigre che si diverte con la sua preda non sarebbe in questo caso esagerato.

       Mosca si fece riportare a casa al galoppo. Passando nell'atrio grid che non facessero salire nessuno, poi mand a dire al segretario che lo lasciava libero: non poteva tollerare l'idea di avere qualcuno a portata di voce. Corse a chiudersi nella grande galleria dei quadri. Adesso poteva sfogare tutta la sua rabbia. Pass l dentro tutta la sera, al buio, camminando avanti e indietro, come un pazzo. Si sforzava di far tacere il cuore, voleva concentrare tutta la forza della sua attenzione a considerare quello che avrebbe dovuto fare. Sprofondava nell'angoscia, pensava: Lo odio, e lui abita in casa di Gina, sempre con lei. Cercare di far parlare qualche cameriera sarebbe pericolosissimo. Lei troppo buona, e le paga bene, la adorano! E del resto, chi non la adora? Il punto questo, riprendeva, rabbiosamente, Ǐ meglio lasciarla vedere, questa gelosia che mi sta divorando, o meglio non parlarne? Se non dico niente, non penseranno a nascondersi. Oh, la conosco, lei agisce sempre d'impulso, non lo sa neanche lei quello che far. Se vuol farsi un piano d'azione finisce per confondersi, al momento buono le viene sempre qualche idea nuova, e ci si appassiona come se fosse l'idea pi luminosa del mondo, e rovina tutto. Se riesco a non parlare di quello che sto soffrendo non cercheranno di nascondersi, potr vedere che cosa succede... Gi, ma se parlo posso cambiare la situazione. Li far riflettere, potrei prevenire certe cose, quelle cose orribili che possono capitare... Forse lo mander via, e Mosca respir forte, e allora ho quasi partita vinta. Magari sar un po' irritata, sulle prime, ma io sapr calmarla... E sar naturale che se ne dispiaccia: da quindici anni che l'ama come un figlio. Gi, come un figlio... Tutta la mia speranza qui. Ma poi lui se ne andato a Waterloo, e lei non l'ha pi visto. E adesso che tornato da Napoli, soprattutto per lei, un altro uomo. Un altro uomo, continuava a pensare, furioso, e un uomo affascinante, certo, con quell'aria ingenua, tenera, con quello sguardo sorridente, che sembra che inviti alla gioia! Quegli occhi! Non deve essere abituata a vederne, Gina, di occhi come quelli, a corte. Qui c' solo gente con lo sguardo cupo, o sardonico... E anch'io, perseguitato dai miei impegni, io che per dominare devo contare solo su un uomo che sogna soltanto di mettermi in ridicolo, come saranno, tante volte, i miei occhi? Non c' niente da fare, devono essere proprio gli occhi, la cosa pi vecchia che c' in me! La mia allegria rasenta sempre l'ironia. E poi non solo questo, guardiamo in faccia la realt, nella mia allegria si deve sentire qualcos'altro, sempre presente, insopprimibile: il potere assoluto, la cattiveria... Ogni tanto lo penso, specialmente quando mi fanno andare in collera: Posso fare quello che voglio, io. E penso anche qualcos'altro, un'idiozia: Io sono pi felice degli altri, perch ho quello che gli altri non hanno, un potere assoluto, o quasi... Andiamo, siamo giusti: l'abitudine a pensare cose del genere non pu non deturpare il mio sorriso... deve darmi un'aria da egoista... soddisfatto... Ma lui no, cos bello quando sorride! come se respirasse la gioia senza sforzo della prima giovinezza, come se la facesse nascere negli altri...

       Per sua sfortuna, faceva caldo, quella sera, un caldo afoso, come prima di un temporale - un tempo insomma di quelli che in paesi come l'Italia portano gli uomini alle decisioni estreme. Cercava di ragionare, di vedere da vari punti di vista quel che gli stava capitando. Furono tre ore mortali, tre ore di tortura, per quell'uomo agitato dalla passione. Se infine decise di agire con prudenza fu solo perch pens: Devo essere pazzo. Credo di ragionare, ma non ci riesco, come se continuassi a girarmi per trovare una posizione meno dolorosa. Una soluzione ci dev'essere, ma non la vedo, le passo vicino e non la vedo. troppo, quello che sto soffrendo, non riesco a capire. E allora seguiamo la regola consigliata da tutta la gente con la testa sulle spalle, quella che chiamano prudenza. Del resto, una volta che dico quella parola fatale, gelosia, la mia parte stabilita una volta per tutte. Ma se oggi non dico niente potr parlare domani, e ho in mano io la situazione.

       Era una crisi troppo violenta, se fosse continuata sarebbe impazzito. Era pi calmo, adesso. Pens alla lettera anonima. Da che parte poteva venire? Per un po' stette a passare in rassegna certi nomi, certe persone, e questo serv a distrarlo. Alla fine gli venne in mente lo sguardo malizioso che era balenato negli occhi del principe, quando, verso la fine dell'udienza, gli aveva detto: Siamo sinceri, amico mio, i piaceri e gli interessi che pu darci l'ambizione soddisfatta - anche la pi alta, quella che deriva da un potere assoluto - non sono niente in confronto alle gioie intime che vengono dall'affetto, dall'amore. Prima di essere un principe io sono un uomo, e quando ho la fortuna di essere innamorato all'uomo, non al principe, che si rivolge la mia amante. Mosca confront quel momento di maligno piacere con una frase della lettera: proprio grazie alla vostra profonda intelligenza che questo Stato cos ben governato. L'ha scritta il principe, questa frase, disse a voce alta. Per chiunque altro sarebbe un'imprudenza inutile. La lettera viene da Sua Altezza.

       Risolto quel problema, la piccola soddisfazione sorta dal piacere di avere indovinato non dur a lungo. Gli venne ancora in mente Fabrizio, il suo fascino, la sua bellezza. Fu come se un peso enorme gli ricadesse sul cuore. Che cosa importa chi ha scritto quella lettera! grid, pieno di rabbia. Il fatto resta. Poi fu come se cercasse una scusa per la sua pazzia. Disse: E questo capriccio pu cambiare completamente la mia vita. Se veramente innamorata pu decidere da un momento all'altro di partire con lui per Belgirate, per la Svizzera, per qualsiasi altro posto. ricca - e del resto non le importerebbe niente vivere con pochi soldi. Me lo ha detto otto giorni fa, quel suo palazzo stupendo la annoia. cos giovane, dentro! Ha bisogno di cose nuove. E questa una felicit nuova, e le si offre in modo cos semplice! Si far prendere prima di aver pensato al rischio che corre, prima di aver pensato a avere un po' di compassione per me! Eppure io sto soffrendo tanto! E si mise a piangere.

       Si era giurato di non andare da Gina, quella sera. Ma non pot resistere i suoi occhi non avevano mai avuto tanta sete di guardarla. Ci and verso mezzanotte. Era sola con Fabrizio. Alle dieci aveva congedato tutti e aveva dato ordine di chiudere il portone.

       Di fronte all'affettuosa intimit che c'era tra quei due, di fronte alla gioia ingenua di Gina, si rese conto, improvvisamente, di una spaventosa difficolt, qualcosa a cui prima, mentre stava a arrovellarsi nella galleria dei quadri, non aveva pensato: come poteva fare, per nascondere la sua gelosia?

       Non sapendo quale pretesto prendere, disse che quella sera il principe sembrava molto irritato, con lui, che non aveva fatto che contraddirlo, e cos via. Soltanto due giorni prima, Gina avrebbe voluto parlarne e riparlarne, di un fatto del genere - ma ora Mosca ebbe il dolore di vedere che lo ascoltava appena, senza prestargli attenzione. Guard Fabrizio: quella bella faccia lombarda non gli era mai sembrata cos semplice e cos nobile. Fabrizio gli dava retta pi di quanto non facesse Gina.

       Davvero, pens Mosca, c' un'estrema bont, su quella faccia, e insieme una espressione gioiosa, tenera, ingenua... irresistibile! Sembra che dica: di serio, al mondo, non c' che l'amore, la gioia che viene dall'amore. Eppure, se si arriva a qualche particolare dove ci vuole intelligenza, gli si illuminano gli occhi, e si resta sorpresi, confusi... tutto semplice, per lui, perch guarda tutto dall'alto. Come posso lottare, contro un tale avversario? E poi, che cos' la mia vita, senza l'amore di Gina? Se ne sta a ascoltarlo, in estasi... A una donna, una mente cos giovane, cos scintillante, deve sembrare unica al mondo. Gli venne un'idea spaventosa, ne fu preso di colpo, come da un crampo: Potrei pugnalarlo qui, adesso, davanti a lei, e poi uccidermi...

       Fece un giro intorno alla stanza. Gli tremavano le gambe, ma con la mano stringeva convulsamente l'impugnatura del pugnale. Loro non lo guardavano neanche. Disse che doveva andare a dare un ordine al suo domestico, ma loro non lo ascoltavano, Gina stava ridendo per qualcosa che le aveva detto Fabrizio. Nella stanza accanto, Mosca and vicino a una lampada, guard se il suo pugnale era ben affilato. Gentilezza, belle maniere, ci vogliono, con quel giovanotto, pens tornando, andando vicino a quei due.

       Stava perdendo la testa: gli sembrava che, curvandosi l'uno verso l'altra, si baciassero, l, sotto i suoi occhi. No, non possibile, pens. Sto diventando pazzo. Devo calmarmi. Se li tratto male, Gina capace di partire con lui per Belgirate per puro puntiglio. E poi, una volta arrivati, o magari durante il viaggio, cos, per caso, finirebbero per dire qualcosa che potrebbe dare un nome a quello che provano l'una per l'altro - e poi, in un attimo, tutte le conseguenze... Se fossero soli quella parola sarebbe decisiva - e poi, che cosa faccio, io, se lei va via? Mettiamo anche che riesca a superare tutte le difficolt, qui, con il principe, ma se mi presento a Belgirate con questa mia vecchia faccia preoccupata, quale sar la mia parte in mezzo a questi due, pazzi di felicit? Gi adesso sto facendo il terzo incomodo! (Che bella lingua l'italiano, tutto fatto per l'amore!) Il terzo incomodo! che pena, per un uomo intelligente, sentire che si sta facendo quella parte orribile e non riuscire a alzarsi e a andar via!

       Stava per scoppiare - o, quanto meno, la sua faccia stravolta stava per tradire la sua sofferenza. Camminando s e gi per il salotto, capit vicino alla porta. Grid in tono affabile: Addio, voi due! e scapp via. Devo evitare un delitto, pens.

       Il giorno dopo quella serata orribile, dopo una notte trascorsa a passare minuziosamente in rassegna tutti i vantaggi che Fabrizio aveva su di lui, tra spaventose crisi di gelosia, gli venne in niente di far chiamare un suo cameriere che faceva la corte a Cecchina, la cameriera prediletta della duchessa. Per fortuna, quello era un giovanotto molto attento ai suoi affari, avaro, anche, e la sua ambizione era di ottenere un posto di portiere in qualche edificio pubblico. Mosca gli ordin di far venire subito Cecchina, la sua amante. Il cameriere obbed, e un'ora pi tardi Mosca entr all'improvviso nella stanza dove quei due stavano a aspettarlo. Li spavent addirittura, con tutti i soldi che gli diede. La ragazza tremava. Mosca la guard fisso negli occhi e disse soltanto:

       La duchessa fa l'amore con monsignore?

       Per un attimo la ragazza stette zitta, poi si decise: No. No, non ancora, ma lui le bacia le mani, e vero che ride, ma lo fa con passione.

       Questa testimonianza fu completata da un'infinit di risposte a altrettante rabbiose domande di Mosca. La sua ansiosa passione fece ben guadagnare a quei due poveretti i soldi che gli aveva buttato. Fin per credere a ci che gli si diceva, e si sent meno infelice. Poi disse alla ragazza:

       Se la duchessa avr qualche sospetto di questo colloquio, spedisco il tuo fidanzato in prigione e ce lo lascio vent'anni, lo rivedrai che avr i capelli bianchi.

       Pass qualche giorno. Fabrizio, intanto, sembrava aver perso tutta la sua allegria.

       Te l'assicuro, diceva a Gina, Mosca ha dell'antipatia per me.

       Tanto peggio per Sua Eccellenza, rispondeva lei, stranamente irritata.

       Ma non era quella, la vera ragione della malinconia di Fabrizio. Sono capitato in una posizione impossibile, pensava lui. Lo so bene, Gina non ne parler mai - una parola troppo esplicita le farebbe orrore come un incesto. Ma dopo una di queste giornate piene di imprudenze e di pazzie, una sera, potrebbe fare un esame di coscienza, potrebbe pensare che io mi sono reso conto di quello che prova per me. E allora che figura far, io, davanti a lei? La figura del casto Giuseppe, ecco! Potrei cercare di farle capire in un bello slancio di confidenza che io non sono capace di innamorarmi veramente. Ma non riuscirei a tenere il tono giusto, ho paura che quello che riuscirei a dire finirebbe per sembrare tale e quale a un'offesa. Posso sempre tirare in ballo un grande amore di Napoli, bisognerebbe che ci tornassi per ventiquattro ore... Una buona idea - per anche una tale complicazione! Resterebbe un amoruccio da quattro soldi, qui a Parma. Potr non piacere molto, ma qualsiasi cosa meglio che starmene a far la parte spaventosa di quello che non vuol capire. Certo, una cosa del genere potrebbe compromettere il mio avvenire. Ci vuole prudenza, per diminuire il rischio, bisogna poter contare sulla massima discrezione... La cosa pi triste, in questi bei ragionamenti, era che in realt Fabrizio voleva bene a Gina come a nessun'altra persona al mondo. Bisogna proprio essere un incapace, pensava, infuriandosi, per aver tanta paura di non riuscire a far credere la verit! Il fatto di non esser capace di risolvere quella situazione lo rese triste, preoccupato. Sarebbe spaventoso, se finissi per litigare con la sola persona al mondo cui voglio veramente bene! D'altra parte, non poteva decidersi a rovinare con una parola fuori posto tanta felicit. Era una vita incantevole, la sua, c'era tanta dolcezza in quell'intima amicizia con una donna cos simpatica, cos bella! Da un punto di vista terra terra, poi, grazie alla protezione di Gina lui poteva godere a corte di una posizione molto piacevole. E con tutti quegli intrighi, e con lei che glieli spiegava, era divertente come stare a teatro! Ma da un momento all'altro potrei svegliarmi di colpo, pensava. Queste serate cos allegre, cos dolci, che passo a tu per tu con una donna tanto eccitante, se portano a qualcosa di meglio, lei creder di poter trovare in me un amante, pretender passione, trasporto, e anche allora io non avr da offrirle altro che amicizia, profondissima, ma senza amore. A me la natura ha negato quella specie di sublime pazzia... Me l'hanno rimproverato tante volte! Mi par di sentirla ancora, la duchessa di A., a Napoli - eppure quella era una donna di cui non mi importava niente! Gina creder che io non sia capace di amarla: ma di amare, che non sono capace. Ma lei non lo vorr mai capire. Quando mi racconta qualcosa che capitato a corte, con quella grazia, con quella leggerezza un po' pazzesca che ha solo lei - e che d'altra parte serve a farmi capire le cose... e poi io le bacio la mano, e qualche volta la bacio anche sulle guance... che cosa faccio, se una volta o l'altra lei mi stringe la mano in un certo modo?...

       Fabrizio era invitato ogni giorno nelle case pi in vista e meno divertenti di Parma. Guidato dagli abili consigli di Gina, faceva la corte in modo sapiente ai due principi, padre e figlio, alla principessa Clara Paolina e a monsignor arcivescovo. Ma tutti i suoi successi non riuscivano a consolarlo della tremenda paura che aveva di rovinare tutto con Gina.

 

VIII

 

 

       Era passato soltanto un mese dal suo arrivo a corte e Fabrizio aveva tutte le preoccupazioni di un cortigiano, e la sua unica, grande amicizia era come avvelenata. Una sera, tormentato da quei pensieri, usc dal salotto della Sanseverina. Gli sembrava di aver l'aria dell'amante in carica, l dentro. Camminando per le strade pass per caso davanti al teatro, vide che era illuminato, entr. Per un uomo della sua condizione era una vera imprudenza - e lui si era ripromesso di evitare imprudenze del genere a Parma, che dopo tutto era soltanto una piccola citt di quarantamila abitanti. vero che aveva smesso l'abito talare fin dai primi giorni: la sera, quando non doveva andare in societ, si metteva semplicemente un vestito nero, come se fosse in lutto.

       Per non essere visto, prese un palco di terza fila. Davano La locandiera di Goldoni. Fabrizio guardava l'architettura della sala, senza quasi badare al palcoscenico. Ma il pubblico, molto numeroso, continuava a ridere, e allora lui diede un'occhiata all'attrice che faceva la parte della locandiera. Era giovane, recitava in modo molto divertente. La guard con pi attenzione. La trov proprio simpatica, e soprattutto piena di spontaneit. Era una ragazzina ingenua, pronta a ridere lei per prima delle battute deliziose che Goldoni le metteva in bocca, come se fosse tutta stupita di dire quello che diceva. Chiese come si chiamava. Marietta Valserra, gli dissero.

       Che strano, pens, ha preso il mio nome! Entrando era deciso a non fermarsi molto, e invece rest a teatro fino alla fine della commedia. Ci torn anche il giorno dopo. Il terzo giorno, si era procurato l'indirizzo di Marietta Valserra - e non era stato molto facile.

       Quella sera si accorse che Mosca era tutto sorrisi, con lui. Quel povero amante geloso, che stava facendo una fatica tremenda per tenersi nei limiti della prudenza, gli aveva messo alle costole delle spie, e quella faccenda dell'attrice gli aveva fatto un gran piacere. Il giorno dopo quella sera, in cui era finalmente riuscito a esser gentile con Fabrizio, la gioia di Mosca fu al colmo: era stato informato che il giovanotto, con indosso un lungo soprabito blu per non farsi riconoscere, aveva salito le scale che portavano al povero appartamento di Marietta Valserra, al quarto piano di una vecchia casa dietro il teatro. Ma Mosca fu ancora pi contento quando seppe che Fabrizio si era presentato con un nome falso, e aveva avuto l'onore di suscitare la gelosia di un tipaccio, un certo Giletti, che in teatro faceva le parti di cameriere e quando la compagnia girava per le campagne si esibiva in acrobazie sulla corda. Questo nobile amante della Marietta andava in giro insultando Fabrizio e dicendo che lo avrebbe fatto fuori.

       Le compagnie del teatro lirico, messe insieme alla bell'e meglio da un impresario che scrittura, dove li trova, gli attori che in grado di pagare o che sono liberi, resistono una stagione, due al massimo. Per le compagnie di prosa diverso. Bench continuino a spostarsi da una citt all'altra senza fermarsi mai pi di due o tre mesi in un posto, le compagnie di questo genere sono un po' come una famiglia fatta di gente che si ama o si odia. Tra uomini e donne si formano relazioni molto stabili - relazioni che i belli delle citt in cui la compagnia va a dar spettacolo trovano certe volte piuttosto difficili da insidiare. Fu proprio quello che capit al nostro eroe. Alla Marietta Fabrizio piaceva, ma lei aveva una paura tremenda di Giletti, che la sorvegliava da vicino e pretendeva di essere il suo unico padrone. Giletti aveva pedinato Fabrizio, era riuscito a scoprire chi era, e ora andava in giro a dire che avrebbe fatto la pelle a monsignore. Era di una bruttezza unica: altissimo, spaventosamente magro, con la faccia tutta butterata dal vaiolo e gli occhi un po' strabici. Quanto al resto, era molto esperto in tutte le piacevolezze della sua professione. Quando i suoi compagni erano riuniti dietro le quinte, lui di solito si presentava facendo una serie di salti mortali o qualche altra simpatica esibizione. Ma il suo cavallo di battaglia erano le parti in cui l'attore deve venir fuori con la faccia tutta bianca a dare o a prendere un sacco di legnate. Questo degno rivale di Fabrizio aveva una paga di trentadue franchi al mese e gli sembrava di essere ricchissimo.

       Quando le sue spie gli riferirono tutti questi particolari, Mosca si sent resuscitare. Gli torn tutto il suo spirito, non era mai stato cos allegro e brillante, nel salotto della Sanseverina. Ma si guard bene dal mettere al corrente la duchessa di quella piccola avventura che gli aveva ridato la vita. Anzi, prese tutte le precauzioni possibili perch lei lo venisse a sapere il pi tardi possibile. E finalmente trov il coraggio di ascoltare la voce della ragione, che da un mese gli gridava inutilmente che quando un amante incomincia a perdere terreno deve andar via per un po'.

       Part per Bologna. Si trattava, a quanto pareva, di un affare molto importante. Ma i corrieri del ministero, che arrivavano due volte al giorno, gli portavano pochi documenti ufficiali e molte notizie degli amori della Marietta, dei furori di Giletti, delle mosse di Fabrizio.

       Al teatro di Parma, un incaricato di Mosca chiese con molta insistenza che si rappresentasse Arlecchino scheletro, ovvero la torta a sorpresa, un pezzo forte di Giletti (lui saltava fuori dalla torta nel momento in cui Brighella, il suo rivale, stava per tagliarla, e lo prendeva a legnate). Era un pretesto per far avere all'attore una ricompensa di un centinaio di franchi. Giletti, indebitato fino all'osso, si guard bene dal parlare di quella manna piovuta dal cielo, ma mise s delle arie incredibili.

       Per Fabrizio, ormai, non si trattava pi di un capriccio: era una questione di amor proprio (alla sua et, le preoccupazioni lo avevano gi ridotto a aver dei capricci!). Era per pura vanit che andava a teatro. La ragazzina recitava con molto brio, e lui la trovava divertente. Poi, dopo lo spettacolo, si sentiva innamorato, per un'ora.

       Quando Mosca fu informato che Fabrizio stava veramente correndo un brutto rischio, torn a Parma. Giletti - aveva combattuto nel bel reggimento dei dragoni di Napoleone - faceva sul serio, aveva addirittura incominciato a darsi da fare per predisporre la propria fuga in Romagna dopo che avesse ucciso Fabrizio. Probabilmente i lettori molto giovani rimarranno scandalizzati dalla nostra ammirazione per questo bel gesto di Mosca. Ma in realt il conte diede prova di un certo eroismo, decidendo di tornare a Parma. Dopo tutto, la mattina, lui di solito aveva un'aria piuttosto stanca - e invece Fabrizio era sempre bel fresco, cos sereno!... Nessuno avrebbe pensato di fargliene una colpa, se durante la sua assenza Fabrizio fosse morto, e in un modo cos stupido. Ma Mosca era uno di quegli uomini come ce ne sono pochi, pronti a provare rimorso per tutta la vita se, potendolo, non fanno una buona azione. E poi non poteva sopportare l'idea di veder soffrire Gina, e per colpa sua.

       And da lei appena arrivato a Parma. Vide che era triste, silenziosa. Era successo questo: Cecchina, la cameriera, tormentata dai rimorsi, valutando la gravit della sua colpa dall'enormit della somma che le avevano dato, si era ammalata. La duchessa, che le voleva molto bene, una sera era salita nella sua camera. La ragazza non aveva potuto resistere a tanta bont. Si era messa a piangere, aveva voluto dare alla padrona quel che le rimaneva dei soldi, e finalmente aveva trovato il coraggio di confessarle il suo colloquio con Mosca. Gina era andata in fretta a spegnere la lampada, poi aveva detto alla ragazza che le perdonava, ma a una condizione: che non dicesse una parola, a nessuno, di quanto era successo. Quel povero conte, aveva detto con un tono molto spigliato, ha una gran paura del ridicolo. Gli uomini son fatti cos. Poi era corsa via, si era chiusa nella sua stanza e aveva incominciato a piangere. Le sembrava che ci fosse qualcosa di orribile nell'idea che lei potesse far l'amore con Fabrizio, con un giovane che aveva visto nascere. Ma che cosa voleva dire, il modo in cui si era comportata?

       Era questa la prima ragione della sua cupa malinconia. E, dopo il ritorno di Mosca, Gina incominci a avere bruschi scatti di collera, con lui e quasi anche con Fabrizio. Avrebbe voluto non rivederli pi n l'uno n l'altro. Era irritata perch Fabrizio, secondo lei, stava facendo una figura ridicola, a correr dietro alla Marietta. (Sapeva tutto: Mosca, da buon innamorato, non era stato capace di tenere il segreto.) Il suo idolo aveva un difetto, era un'idea che non riusciva a accettare. Poi, in uno slancio di amicizia, chiese consiglio a Mosca. Fu un momento delizioso, per lui, qualcosa che lo ricompensava per quello slancio di onest che lo aveva fatto tornare a Parma.

       Ma semplicissimo! disse Mosca, ridendo. I giovanotti vorrebbero averle tutte, le donne. Poi, il giorno dopo, non ci pensano pi. Non deve andare a Belgirate, a trovare sua madre? E allora lasciatelo partire. Mentre lui sar via, chieder a quegli attori di andare a dar prova della loro bravura da qualche altra parte, e gli pagher le spese del viaggio. Ma vedrete che tra un po' di tempo si innamorer della prima bella donna che gli capiter davanti. naturale che sia cos, vi assicuro che non vorrei che fosse diverso. Se poi credete che sia il caso, fategli scrivere da sua madre.

       Quel suggerimento, dato con un'aria di assoluta indifferenza, fu per Gina una vera ispirazione. Giletti le faceva molta paura. La sera, come per caso, Mosca capit a parlare di un suo corriere che sarebbe passato da Milano per andare a Vienna. Tre giorni dopo, Fabrizio ricevette una lettera della madre. Quando part, era molto irritato. Per mezzo di una donna che le faceva da madre, Marietta gli aveva fatto sapere di essere molto ben disposta nei suoi confronti, ma lui, per colpa della gelosia di Giletti, non aveva ancora potuto approfittarne.

       Fabrizio si incontr a Belgirate con la madre e una delle sorelle. Belgirate un grosso villaggio piemontese, sulla riva destra del Lago Maggiore. La riva sinistra del lago Lombardia, e di conseguenza appartiene all'Austria. Il Lago Maggiore parallelo al lago di Como, si stende anch'esso da nord a sud e si trova a una ventina di leghe pi a ovest. Le montagne in lontananza, quel paesaggio maestoso e tranquillo che gli ricordava i luoghi della sua infanzia, tutto contribu a cambiare in dolce malinconia l'irritazione quasi furibonda di Fabrizio. Adesso, quando pensava a Gina, provava una gran tenerezza. Gli sembrava di provare per lei - cos, da lontano - quell'amore che non aveva provato per nessuna donna, sentiva che sarebbe stato terribile non vederla pi. In quel momento, se Gina avesse voluto ricorrere soltanto a un po' di civetteria - se gli avesse fatto credere di avere un rivale, per esempio - avrebbe conquistato il suo cuore. Ma lei era ben lontana dall'idea di prendere una decisione cos netta. Si accorgeva di pensare continuamente a Fabrizio, e continuava a rimproverarselo. Se ne faceva una colpa, di ci che chiamava ancora un capriccio, come se fosse una cosa orribile. Adesso, con Mosca, era ancora pi gentile, premurosa, e lui, conquistato da quella dolcezza, non dava retta al buon senso che gli prescriveva un altro viaggio a Bologna.

       La marchesa del Dongo doveva pensare alle prossime nozze della figlia maggiore con un duca milanese, e pot concedere soltanto tre giorni al figlio prediletto. Fabrizio, con lei, non era mai stato cos affettuoso. Ma il nostro eroe stava diventando sempre pi malinconico, e di colpo gli venne un'idea molto strana, e anche molto ridicola. Potr sembrare incredibile, ma Fabrizio aveva in mente di chiedere consiglio a don Blans. Quel vecchio prete non sarebbe stato assolutamente in grado di capire le preoccupazioni di un giovane diviso tra passioni puerili e quasi altrettanto forti - e poi soltanto per fargli intravvedere tutti i complicati interessi cui Fabrizio doveva badare a Parma ci sarebbero voluti otto giorni. Ma ora che aveva deciso di chiedergli consiglio, a Fabrizio sembr di ritrovare la freschezza delle sue sensazioni di quando aveva sedici anni. La cosa pi incredibile, poi, era che Fabrizio non aveva intenzione di rivolgersi a don Blans semplicemente come ci si pu rivolgere a una persona piena di esperienza e a un ottimo amico. Lo scopo di quel viaggio e i pensieri che turbarono il nostro eroe durante le cinquanta ore che impieg a farlo sono talmente assurdi che nell'interesse del racconto sarebbe stato senz'altro meglio non parlarne. Ho paura che la credulit di Fabrizio finir per fargli perdere la simpatia del lettore. Ma dopo tutto lui era fatto cos. Perch dovrei adularlo, lui piuttosto che un altro? Non ho certo adulato n Mosca n il principe.

       Dunque, Fabrizio - dato che bisogna raccontare proprio tutto - accompagn la madre fino al porto di Laveno, sulla riva sinistra del Lago Maggiore, quella austriaca, e la marchesa sbarc verso le otto di sera. (Il lago considerato zona neutra, e chiedono il passaporto soltanto a chi sbarca.) Ma appena si fece buio sbarc anche lui sulla riva austriaca, in un folto di alberi che arrivava fin sull'acqua. Aveva noleggiato una sediola - una specie di calessino molto veloce - e pot seguire la carrozza di sua madre tenendosi a una certa distanza. Aveva indossato la livrea dei domestici di casa del Dongo, e a nessuno dei poliziotti e doganieri che incontr lungo la strada venne in mente di chiedergli il passaporto. A un quarto di lega da Como, dove sua madre si sarebbe fermata per passare la notte, Fabrizio prese a sinistra, per un sentiero che girava intorno al paese di Vico e poi sboccava su una stradicciola aperta di recente sul litorale. Era mezzanotte, poteva sperare di non incontrare nessun gendarme. C'erano molti boschetti, lungo la strada. Il profilo degli alberi si stagliava, nero, contro il cielo pieno di stelle, velato da una nebbia leggera. C'era una calma profonda, nell'acqua e nel cielo. L'anima di Fabrizio non pot resistere a tanta sublime bellezza. Si ferm, and a sedersi su uno scoglio che sporgeva sull'acqua come un breve promontorio. Nel silenzio si sentiva soltanto, a intervalli regolari, il rumore delle piccole onde che battevano sui sassi della riva. Era un cuore italiano, il suo, e voglio che lo perdoniate. Il suo difetto, che forse lo render meno simpatico, consisteva soprattutto in questo: in lui la vanit si manifestava solo come uno stato di crisi, passeggero, e la sola vista di quella bellezza sublime bastava a commuoverlo, a smussare la punta aspra e dura delle sue pene. Seduto sul suo scoglio solitario, senza dover pi preoccuparsi dei poliziotti, protetto dal buio e dal silenzio, lacrime di gioia gli inumidirono gli occhi, e l, a buon mercato, pot sentirsi felice come non lo era pi stato da molto tempo.

       Decise che non avrebbe mai mentito a Gina, e fu proprio perch in quel momento l'amava fino all'adorazione che giur di non dirle mai che l'amava. Non le avrebbe mai parlato d'amore, la passione che chiamano amore lui non poteva provarla. Nello slancio di generosit e di bont che in quel momento lo rendeva cos felice, decise di dirle tutto alla prima occasione: il suo cuore non aveva mai conosciuto l'amore. Una volta presa questa coraggiosa decisione, gli parve di essersi tolto un gran peso dal cuore. Forse lei mi parler di Marietta... pens. E va bene! Non la vedr pi, Marietta! Era tutto contento.

       Il giorno prima aveva fatto un gran caldo, ma adesso incominciava a farsi sentire il vento della mattina. A nord e a est del lago, sul pallido biancore dell'alba, erano apparse le cime delle Alpi. Bianche di neve, anche in giugno, le Alpi si stagliano sull'azzurro chiaro di un cielo sempre limpido a quelle altezze immense. Una catena scende verso sud, verso la bella Italia, a separare il lago di Como dal lago di Garda. Fabrizio guardava in alto, verso quelle sublimi montagne. La luce era pi forte, adesso, incideva le vallate, illuminava la nebbia leggera che saliva dal fondo delle gole.

       Dopo un po', Fabrizio si rimise in cammino, super la collina che forma la penisola di Durini. E finalmente vide Griante, e il campanile sul quale aveva passato tante notti a guardare le stelle con don Blans. Che ignorante ero allora! pensava. Non riuscivo neanche a capire il povero latino di quei trattati di astrologia che lui stava sempre a sfogliare. Forse mi facevano tanta impressione soprattutto perch ci capivo solo qualche parola e allora ci pensava la mia immaginazione, a darvi un senso - e il pi fantasioso possibile...

       Poi, a poco a poco, le sue fantasticherie presero un altro corso. Ma ci sar qualcosa di vero, nell'astrologia? Del resto, perch poi dovrebbe essere una scienza diversa dalle altre? Basta che un certo numero di imbecilli e di furbacchioni si mettano d'accordo e dicano che loro sanno il messicano, per esempio, e in base a questo riescono a imporsi, la gente li rispetta e il governo li paga. E li trattano cos bene proprio perch non sono intelligenti, perch chi al potere sa benissimo che loro non si metteranno mai a sobillare il popolo, a commuovere la gente con i sentimenti generosi. Prendi per esempio il padre Bari. Ernesto IV gli ha dato una pensione di quattromila franchi e un'onorificenza soltanto perch riuscito a rimettere insieme diciannove versi di un ditirambo greco! Ma si ferm di colpo, pens: Eppure, santo cielo, non dovrei proprio essere io, a trovarlo ridicolo! Che diritto ho di lamentarmene? La stessa onorificenza l'hanno data anche al mio rettore di Napoli. Si sentiva molto a disagio, adesso. Quel bell'entusiasmo virtuoso che poco prima lo aveva tanto emozionato stava lasciando il posto al piacere piuttosto ignobile di aver partecipato vantaggiosamente a un furto. Aveva lo sguardo spento di chi non contento di se stesso. E va bene! pens. Dal momento che il mio nome mi d il diritto di approfittare di abusi del genere, sarei un perfetto stupido a non prendere la mia parte. Ma non bisogna azzardarsi a criticare questo stato di cose davanti alla gente. C'era una certa logica, in questo ragionamento, ma certo che Fabrizio era precipitato dalle altezze di sublime felicit cui si era sentito trasportare un'ora prima. una pianta molto delicata, la felicit. Era bastato pensare a quel privilegio per inaridirla. Fabrizio cerc di pensare ad altro: Mettiamo che non si debba credere all'astrologia, mettiamo che sia una scienza fatta da una massa di idioti pieni di entusiasmo e di furbacchioni ipocriti, pagati perch sono utili, come per i tre quarti delle scienze non matematiche. Ma allora, perch mi capita tante volte di pensarci come se fosse un segno del destino, a quella volta che sono scappato dalla prigione di B. con indosso la divisa e i documenti di un soldato arrestato perch se lo meritava?

       Pi avanti di cos non andava, continuava a girare intorno a quell'ostacolo senza riuscire a superarlo. Era ancora troppo giovane. Quando non aveva niente da fare, la cosa che gli piaceva di pi era lasciarsi andare alla sua immaginazione - sempre pronta a inventare qualche storia fantastica - e poi assaporare le sensazioni che ne potevano derivare. Non ci pensava neanche, a impiegare il suo tempo a studiare pazientemente la realt nei suoi particolari, per rendersi conto delle cause. Ci che reale gli sembrava ancora piatto e miserabile. Io posso anche capire che ci sia gente a cui non piace guardare la realt, ma allora non bisogna cercare di ragionarci s. E soprattutto non bisogna fare delle obiezioni alla realt sulla base delle cose che non si sanno.

       cos che, pur essendo una persona intelligente, Fabrizio non riusciva a rendersi conto che in sostanza quel suo credere e non credere ai presagi era per lui una vera religione, un'impressione profonda che lo aveva colpito proprio quando stava affacciandosi alla vita. Pensarci, voleva dire sentire qualcosa, provare una gran gioia. E lui si ostinava a cercare in che modo l'astrologia potesse essere una scienza fondata su prove, concreta come lo la geometria, per esempio. Si sforzava di ricordarsi tutte le volte in cui certi presagi non si erano realizzati, e era convinto di seguire un ragionamento, di puntare alla verit: ma finiva sempre per soffermarsi tutto soddisfatto sui casi in cui il presagio era stato ampiamente confermato dall'avvenimento, favorevole o sfavorevole, che a lui era parso di veder preannunciato, e ne era commosso, intimidito. Avrebbe detestato chi fosse venuto a dirgli di non credere ai presagi - e soprattutto se glielo avesse detto in tono ironico.

       Camminava assorto nelle sue impotenti meditazioni, senza rendersi conto della distanza che aveva percorso. E, alzando la testa, vide il muro del parco di suo padre. Si innalzava a pi di quaranta piedi, sulla destra della strada, e sopra c'era una bella terrazza. Aveva un'aria monumentale, con quel cornicione di pietra, in alto, sotto la balaustra. Non male, pens Fabrizio, freddamente. Architettura discreta, stile romanico, o press'a poco... Stava mettendo in pratica le sue nozioni di storia dell'arte. Ma subito dopo volt via la faccia, disgustato. Pensava alla durezza di suo padre, a suo fratello, che lo aveva denunciato.

       Una cosa contro natura, quella denuncia! Eppure da l che incominciata la mia vita di oggi. Posso odiarla, posso disprezzarla, ma dopo tutto ha cambiato la mia sorte. Come sarei finito - una volta relegato a Novara, con quell'amministratore che appena mi sopportava - se mia zia non avesse fatto l'amore con un ministro molto potente, se mia zia fosse stata una persona arida, gretta, invece di essere cos affettuosa, cos appassionata? incredibile, c' un tale entusiasmo, nel bene che mi vuole! Ma che cosa mi sarebbe capitato se lei fosse stata come suo fratello, il marchese del Dongo?

       Sconvolto da quei brutti ricordi, Fabrizio camminava a passi incerti. Arriv al fossato, proprio di fronte alla splendida facciata del castello. Fu tanto se diede un'occhiata a quella grande costruzione annerita dal tempo. Adesso il nobile linguaggio dell'architettura lo lasciava del tutto insensibile. Il ricordo del padre e del fratello gli chiudeva il cuore a ogni sensazione di bellezza. L'unica cosa cui badava era stare in guardia: c'erano dei nemici, l dentro, gente ipocrita, pericolosa. Guard per un momento la finestrina della camera al terzo piano dove aveva abitato fino al 1815. Ma non riusciva a liberarsi da quel disgusto, il pensiero di suo padre aveva spogliato di ogni incanto anche i ricordi della sua prima fanciullezza. L'ultima volta che ci sono stato, in quella stanza, pens, era il sette marzo, verso le otto di sera. Quando sono uscito, sono andato a farmi dare da Vasi il passaporto, e il giorno dopo, per paura delle spie, ho dovuto partire in fretta e furia. E quando sono tornato dalla Francia non ho avuto neanche il tempo di andar s a dare un'occhiata alle mie incisioni - e tutto per colpa di mio fratello, che mi aveva denunciato... Volt via la testa, era furioso. Poi pens, malinconicamente: Don Blans ha pi di ottantatr anni, e mia sorella mi ha detto che non viene quasi pi al castello. La vecchiaia ha fatto il suo lavoro. Era un cuore pieno di nobilt, di fermezza, il suo - ma adesso irrigidito dall'et. Chiss da quanto tempo non va pi sul suo campanile! Mi nasconder in cantina, dietro le botti, o sotto il torchio, fino a quando si sveglier. Non voglio rovinargli il sonno. Forse avr dimenticato anche la mia faccia. Alla sua et, sei anni sono molti! Trover soltanto la tomba di un amico! Poi aggiunse; Mi sono comportato come un bambino, a venire qui. Dovevo pensarlo, che a vedere il castello di mio padre avrei provato solamente disgusto!

       Ora stava arrivando nella piccola piazza davanti alla chiesa. Stupefatto, fuori di s dalla gioia, vide che la finestrella stretta e lunga al secondo piano del campanile era illuminata da una piccola lanterna. Don Blans l'appoggiava sempre l, prima di salire nella cella dal pavimento di legno che costituiva il suo osservatorio, per evitare che la luce troppo forte gli impedisse di leggere la sua carta celeste. La carta la teneva tesa su un grosso vaso di terracotta che una volta era servito a contenere una pianta di arancio, nel parco del castello. In fondo al vaso accendeva un lumino, e c'era un piccolo tubo per far uscire il fumo, e sulla carta l'ombra del tubo segnava il nord. A ricordare quelle cose tanto semplici Fabrizio si sent tutto commosso, felice.

       Port le mani alle labbra, quasi senza neanche pensarci fece un fischio breve, soffocato, come una volta, quando voleva avvisare don Blans che era arrivato. Sent subito tirare pi volte la corda mediante la quale si poteva aprire dall'alto il saliscendi della porta. Si precipit s per le scale, emozionatissimo. Don Blans era seduto sulla sua seggiola, al solito posto. Stava guardando nel cannocchiale, con la sinistra gli fece segno di non interromperlo. Poi scrisse un numero su una carta da gioco, si volt, apr le braccia. Il nostro eroe corse a abbracciarlo, scoppiando a piangere. Don Blans era il suo vero padre.

       Ti aspettavo, disse don Blans, dopo il primo affettuoso abbandono. Stava facendo il suo mestiere di scienziato? Oppure, dato che pensava spesso a Fabrizio, qualche segno astrologico gliene aveva per caso annunciato il ritorno?

       Questa che viene la mia morte, disse poi.

       Ma come! grid Fabrizio, turbato.

       S, disse il prete. Era serio, ma non c'era tristezza nella sua voce. Cinque mesi e mezzo, o sei mesi e mezzo, dopo che ti avr rivisto, la mia vita, colmata la sua misura di felicit, si spegner come face al mancar dell'alimento. E probabilmente, prima del momento supremo, star uno o due mesi senza parlare, e poi sar accolto nel seno del Padre - se giudicher che io abbia fatto il mio dovere al posto dove mi ha messo di sentinella. Ma hai un'aria cos stanca! Sei molto emozionato, hai bisogno di dormire... Da quando ti aspetto, ho messo un pane e una bottiglia di acquavite nel cassone degli strumenti. Prendi, bisogna che tu ti faccia forza, perch devi ascoltarmi ancora per un momento. in mio potere dirti molte cose, prima che si faccia giorno. Vedo tutto molto chiaro, adesso, pi chiaro di quanto forse potrebbe apparirmi domani. Vedi, ragazzo, c' sempre tanta debolezza, in noi! E bisogna tenerne conto, di questa debolezza. Forse domani questo vecchio, l'uomo terreno che c' in me, penser soltanto a prepararsi a morire. E poi, domani sera, alle nove, bisogna che tu vada via.

       Fabrizio gli obbed in silenzio, come aveva sempre fatto.

       Dunque, disse poi don Blans, volevi vedere Waterloo e per prima cosa sei finito in prigione, vero?

       S, padre, disse Fabrizio, tutto stupito.

       stata una fortuna, sai, perch ora che ti metto in guardia tu potrai prepararti a un'altra prigione, ben pi dura, terribile! Forse riuscirai a uscirne soltanto per mezzo di un delitto, ma grazie al cielo non dovrai essere tu a commetterlo. Non farti mai indurre al delitto, per violenta che sia la tentazione. Mi sembra di vedere che si tratter di uccidere un innocente, uno che senza saperlo usurpa i tuoi diritti. Se tu resisti a una violenta tentazione, anche se sembrer giustificata dalle leggi dell'onore, avrai una vita molto felice agli occhi degli uomini..., e si ferm per un momento a pensare, poi aggiunse: e ragionevolmente felice agli occhi di chi saggio. Tu morirai come me, ragazzo, seduto su una seggiola di legno, lon