STENDHAL (Henri-Marie Beyle)
LA
CERTOSA DI PARMA
Traduzione di Emilio
Tadini
ACQUISTA
IL LIBRO DA GARZANTI
PREMESSA
PARTE PRIMA
Gi mi
fur dolci inviti a empir le carte
i luoghi
ameni
Ariosto,
Satira IV
Avvertenza
nell'inverno del 1830 e a trecento leghe da Parigi che questo romanzo stato
scritto; dunque nessuna allusione ai fatti del 1839.
Molti anni
prima del 1830, al tempo in cui i nostri eserciti si muovevano attraverso tutta
l'Europa, mi tocc per caso un biglietto d'alloggio per la casa di un canonico,
in quella citt incantevole che Padova. Il mio soggiorno si prolung, e
diventammo amici.
Ripassando
da Padova verso la fine del 1830, corsi alla casa del canonico: lui non c'era
pi, lo sapevo, ma volevo rivedere il salotto dove avevamo passato serate tanto
piacevoli e poi tante volte rimpiante. Il nipote del canonico e la moglie mi
accolsero come un vecchio amico. Poi arriv altra gente e restammo insieme fino
a molto tardi; mi ricordo che il padrone di casa fece venire dal caff
Pedrocchi un ottimo zabaglione. A tenerci svegli per tante ore fu soprattutto
la storia della duchessa Sanseverina. Qualcuno vi aveva accennato, e il padrone
di casa aveva voluto raccontarla per intero in mio onore.
Nel paese
dove andr, dissi ai miei amici, non me ne capiteranno di riunioni come
questa, e cos, per passare le lunghe ore della sera, mi metter a farne un romanzo,
della vostra storia.
Allora vi
dar le cronache di mio zio, disse il padrone di casa. Sotto la voce Parma
mio zio ha annotato qualcuno degli intrighi che si svolgevano a corte quando la
duchessa faceva il bello e il cattivo tempo. Ma attento, non quel che si dice
una storia edificante, e adesso che in Francia vi piccate di purezza evangelica
potrebbe procurarvi la fama di assassino.
Pubblico
questo romanzo senza far correzioni al manoscritto del 1830, il che pu avere
due inconvenienti.
Il primo
per il lettore: i personaggi sono italiani, e forse lo interesseranno meno,
dato che il carattere degli italiani molto diverso dal nostro. Gli italiani
sono sinceri, brava gente, e quando non hanno motivo di diffidenza dicono quel
che pensano; la vanit, in loro, si manifesta solo come uno stato di crisi,
passeggero, e allora diventa passione e prende il nome di puntiglio. E poi non ridicolo essere
poveri, da loro.
Il secondo
inconveniente riguarda l'autore.
Lo
confesso, ho osato lasciare ai personaggi gli eccessi del loro carattere: ma in
compenso, tengo a dichiararlo solennemente, sono convinto che molti dei loro
atti meritano la pi morale riprovazione. Perch avrei dovuto dar loro
quell'alta moralit e quella leggiadria che sono proprie del carattere dei
francesi - i quali amano sopra ogni cosa il denaro e non commettono certo
nessun peccato per odio o per amore? Gli italiani di questo romanzo direi che
sono l'opposto. D'altra parte, credo che quando ci si sposta di duecento leghe
da mezzogiorno al nord cambino non soltanto i paesaggi ma anche le situazioni
romanzesche. La nipote del canonico aveva conosciuto la duchessa Sanseverina, e
le aveva anche voluto molto bene, e mi prega di non cambiare niente nelle sue
avventure - che sono riprovevoli.
23
gennaio 1839
I
MILANO
NEL 1796
Il 15
maggio 1796 il generale Bonaparte entr in Milano alla testa di quel giovane
esercito che aveva passato il ponte di Lodi e dimostrato al mondo che, dopo
tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore. I miracoli di coraggio
e di genialit di cui l'Italia fu testimone, in pochi mesi risvegliarono un
popolo addormentato. Appena otto giorni prima dell'arrivo dei francesi, i
milanesi li consideravano nient'altro che una banda di briganti, abituati a scappare
regolarmente davanti alle truppe di Sua Maest Imperiale e Reale: questo almeno
era quanto continuava a ripetergli tre volte la settimana un certo giornaletto
non pi grande di un palmo, stampato su carta grigiastra.
Nel medio
evo i lombardi repubblicani avevano dato prova di un coraggio non inferiore a
quello dei francesi, e si erano meritati la distruzione della loro citt ad
opera degli imperatori tedeschi. Una volta diventati fedeli sudditi, la loro grande occupazione fu di
stampare sonetti su fazzolettini di taffet rosa quando si sposava qualche
ragazza nobile o ricca. Quanto a lei, la ragazza, due o tre anni dopo quel
memorabile giorno si prendeva un cavalier servente: e certe volte il nome dei
cicisbeo, scelto dalla famiglia del marito, aveva un posto d'onore nel
contratto di matrimonio. Tra quei costumi effeminati e le emozioni profonde
suscitate dall'arrivo imprevisto dell'esercito francese, c'era senza dubbio un
abisso. La vita cambi, le passioni si risvegliarono. Il 15 maggio 1796 tutto un
popolo si rese conto di quanto fosse straordinariamente ridicolo, e in certi
casi odioso, tutto ci che aveva rispettato fino a quel giorno. La partenza
dell'ultimo reggimento austriaco segn la fine delle vecchie idee. Rischiare la
vita divent di moda. Si cap che per poter di nuovo essere felici, dopo secoli
di torpide sensazioni degradanti, bisognava amare la patria d'un amore concreto
e cercar di fare qualcosa di eroico. Il chiuso dispotismo di Carlo V e poi di
Filippo II li avevano sprofondati nel buio: buttarono gi le loro statue e
furono di colpo inondati dalla luce. Da una cinquantina d'anni, mentre in
Francia esplodevano l'Enciclopedia e le idee di Voltaire, i preti continuavano
a ripetere ai buoni milanesi che non valeva proprio la pena di imparare a
leggere o altre cose del genere, che ci si poteva assicurare un bel posto in
paradiso pagando regolarmente le decime e raccontando per bene al parroco tutti
i propri peccatucci. Per avvilire fino in fondo quel popolo che in passato
aveva dimostrato tale energia e tanta capacit di ragionare, l'Austria gli
aveva venduto a buon mercato il privilegio di non dover fornire reclute al suo
esercito.
Nel 1796
l'esercito milanese era composto di ventiquattro poveracci vestiti di rosso, i
quali presidiavano la citt in collaborazione con quattro splendidi reggimenti
di granatieri ungheresi. C'era una grande libert di costumi, ma la passione
era cosa rara. D'altra parte, oltre alla noia di dover raccontare tutto al
prevosto, se non volevano rischiare di finir male anche in questo mondo, i
buoni milanesi dovevano sottomettersi a certe piccole imposizioni monarchiche
decisamente fastidiose. All'arciduca, per esempio, che risiedeva in Milano e
governava in nome dell'Imperatore suo cugino, era venuta la vantaggiosa idea di
darsi al commercio del grano. Divieto quindi ai contadini di vendere il loro
grano prima che Sua Altezza avesse riempito i suoi depositi.
Nel maggio
1796, tre giorni dopo l'entrata dei francesi, un giovane pittore di miniature
un po' matto, arrivato con l'esercito, un certo Gros - che poi sarebbe
diventato famoso - si trovava al Caff dei Servi, allora di moda. Sentendo
raccontare le imprese dell'arciduca, che tra l'altro era un pancione, Gros
prese la lista dei gelati, stampata su grossa cartaccia gialla, e sul retro del
foglio disegn un soldato francese che infilzava con la baionetta la pancia
dell'arciduca facendone uscire non sangue ma un fiume di grano. Cose come una
presa in giro, una caricatura, non erano conosciute in quel paese appena liberato
da un diffidente dispotismo. Il disegno lasciato da Gros sul tavolino del Caff
dei Servi sembr un miracolo del cielo. Lo stamparono quella notte stessa. Il
giorno dopo ne vendettero ventimila copie.
Lo stesso
giorno fu affisso l'annuncio che era stata decisa una imposta di guerra di sei
milioni. Doveva servire all'esercito francese, che, reduce dall'aver vinto sei
battaglie e dall'aver conquistato venti province, aveva bisogno soltanto di
scarpe, pantaloni, giubbe, cappelli.
Fu tanta la
gioia, la voglia di divertirsi, che irruppe in Lombardia al seguito di quei
francesi cos poveri, che solo i preti e qualche nobile si resero conto di
quanto fosse pesante quell'imposta di sei milioni - a cui ben presto ne
seguirono altre. Quei soldati francesi non facevano che ridere e cantare.
Avevano meno di venticinque anni, e il loro generale in capo, che ne aveva
ventisette, passava per il pi anziano di tutto l'esercito. La loro vivacit,
la loro giovinezza, la loro libera disinvoltura erano una risposta davvero
divertente alle furibonde prediche dei preti, i quali da sei mesi avevano
continuato a proclamare dal pulpito che i francesi erano dei mostri, obbligati
sotto pena di morte a incendiare e a tagliare teste - e che ogni reggimento
marciava preceduto da una ghigliottina.
Nelle
campagne, sulla soglia dei cascinali, si vedevano soldati francesi tutti
intenti a cullare il bambino della padrona di casa, e la sera c'era sempre
qualche tamburino che con il suo violino improvvisava un ballo. La contraddanza
era troppo raffinata e complicata perch i soldati - che d'altra parte non la
conoscevano - potessero insegnarla alle ragazze del paese, e allora erano le
ragazze che insegnavano ai giovanotti francesi la monferrina, il galoppo e altri balli
italiani.
Gli ufficiali,
quando era possibile, venivano alloggiati in casa dei ricchi - e bisogna dire
che avevano proprio bisogno di rifarsi. E cos a un tenente, un certo Roberto,
tocc un biglietto d'alloggio per la casa della marchesa del Dongo. Entrando
nel palazzo, quell'ufficiale - un tipo sveglio, chiamato sotto le armi dal
decreto della Convenzione - non possedeva altro che uno scudo di sei franchi
incassato pochi giorni prima a Piacenza. Dopo il passaggio del ponte di Lodi
aveva sfilato a un bell'ufficiale austriaco, ucciso da una palla di cannone,
uno splendido paio di pantaloni quasi nuovi, e mai pantaloni erano arrivati in
un momento pi opportuno. Aveva spalline di lana, e la stoffa della giubba era
cucita alla fodera delle maniche tanto per tenerne insieme i brandelli. Ma la
cosa pi malinconica erano le suole delle scarpe, ricavate da un cappello
trovato anche quello sul campo di battaglia di qua dal ponte di Lodi. Quelle
suole improvvisate erano legate alle scarpe da certi pezzi di corda che
saltavano agli occhi, e quando il maggiordomo entr nella sua stanza per
invitarlo a cenare con la signora marchesa il tenente Roberto si sent
spaventosamente imbarazzato. Lui e il suo attendente passarono le due ore che
li separavano da quella cena fatale a cercare affannosamente di ricucire un po'
l'uniforme e a tingere di nero con l'inchiostro quei maledetti pezzi di corda
intorno alle scarpe. Poi giunse il terribile momento.
Non mi
sono mai sentito pi a disagio in vita mia, mi raccont poi il tenente
Roberto. Loro, le signore, erano convinte che gli avrei fatto una gran paura,
e io tremavo pi di loro. Mi guardavo le scarpe, cercavo di camminare con
grazia ma non ci riuscivo. A quel tempo la marchesa del Dongo era nel pieno
della sua bellezza. Tu l'hai conosciuta - quegli occhi stupendi, dolcissimi,
quei capelli biondo-scuri intorno all'ovale di una faccia incantevole... Avevo
nella mia stanza un disegno di Leonardo da Vinci, un'Erodiade: sembrava il suo
ritratto. Grazie al cielo, fui talmente preso dalla sua bellezza che finii per
dimenticare com'ero vestito. Per due anni non avevo visto altro che
brutture miserie, sulle montagne
intorno a Genova: riuscii a mormorarle qualche parola su quanto fossi
estasiato. Ma avevo troppo buon senso per esagerare con i complimenti. Mentre
me ne stavo l a rigirar le mie frasi, mi guardavo intorno. Era una sala da
pranzo tutta di marmo, e c'erano dodici lacch, e camerieri che in quel momento
mi sembravano il colmo dell'eleganza. Figurati, non solo quei mascalzoni
portavano buone scarpe, ma addirittura con le fibbie d'argento. Potevo vederli
con la coda dell'occhio: fissavano sbalorditi la mia giubba, forse mi
guardavano anche le scarpe. Erano come tante pugnalate. Mi sarebbe bastata una
parola per terrorizzarli, ma come potevo fare a metterli a posto senza correre
il rischio di irritare le signore? Intanto la marchesa, per farsi un po' di
coraggio - me lo ha ripetuto tante volte, dopo - aveva fatto chiamare Gina del
Dongo dall'educandato. Gina era la sorella del padrone di casa, e sarebbe poi
diventata la contessa Pietranera. Credo che non ci sia mai stata nessuna donna
pi amabile e pi gioiosa di lei nella fortuna, nessuna pi coraggiosa e serena
nelle avversit. Gina avr avuto tredici anni, ma ne dimostrava diciotto.
Vivace e franca com'era - l'hai conosciuta - aveva tanta paura di scoppiarmi a
ridere in faccia che, non osava mangiare. La marchesa invece si sentiva in
dovere di colmarmi di cortesie: dal mio sguardo si rendeva perfettamente conto
di quanto fossi a disagio. Insomma, stavo facendo una figura da stupido e
dovevo masticare amaro, anche se dicono che per un francese impossibile.
Finalmente il cielo mi mand un'idea folgorante, e incominciai a raccontare a
quelle signore le mie disgrazie, e tutto quello che avevamo sofferto per due
anni tra le montagne intorno a Genova, trattenuti da vecchi generali idioti. Ci
davano, dissi, buoni acquisto senza alcun valore nel paese e tre once di pane
al giorno. Dopo due minuti la marchesa aveva le lacrime agli occhi, e Gina si
era fatta seria. Come, signor tenente! Tre once di pane! S, signorina. Ma
in compenso tre volte alla settimana saltavano anche quelle, e siccome
abitavamo in casa di contadini che erano ancora pi poveri di noi, gli davamo
un po' del nostro pane. Quando ci alzammo da tavola, diedi il braccio alla
marchesa fino alla porta della sala, poi tornai indietro in fretta e regalai al
domestico che mi aveva servito quel mio unico scudo di sei franchi sul quale
avevo fondato tante orgogliose speranze. Otto giorni dopo, mi raccont ancora
Roberto, quando parve proprio assodato che i francesi non ghigliottinavano
nessuno, il marchese del Dongo torn dal suo castello di Griante, sul lago di
Como, dove si era coraggiosamente rifugiato all'avvicinarsi del nostro
esercito, lasciando in mezzo ai pericoli della guerra la bella moglie e la
sorella. L'odio che il marchese provava per noi era pari alla sua paura, e cio
incommensurabile. Era molto divertente, quando faceva il cortese, con quel suo
pallido faccione da bigotto. Il giorno dopo il suo ritorno a Milano, mi diedero
sei metri di panno e duecento franchi dall'imposta di guerra. Mi sistemai un
po' e diventai il cavaliere di quelle signore, perch erano incominciati i
balli.
La storia
del tenente Roberto era stata pi o meno quella di tutti i francesi. Invece di
prendere in giro la miseria di quei coraggiosi soldati, la gente ne ebbe
compassione, e gli volle bene.
Quel
periodo di felicit inaspettata, di esaltazione, non dur che due brevissimi
anni. Fu un'esplosione di vitalit, una specie di follia collettiva di cui si
pu avere un'idea soltanto se si medita su una circostanza storica
fondamentale: quel popolo si annoiava da cento anni.
La gioia di
vivere, uno stato naturale nei paesi del sud, aveva regnato un tempo alle corti
dei Visconti e degli Sforza, i famosi duchi di Milano. Ma dal 1624, quando gli
spagnoli avevano occupato il Milanese - e l'avevano occupato, da padroni
taciturni, diffidenti, superbi, sempre intenti a sospettar rivolte - la gioia
di vivere era svanita. Seguendo i costumi dei suoi padroni, la gente non
pensava pi a godere la vita: si preoccupava soltanto di vendicare il pi
piccolo insulto a pugnalate.
Dal 15
maggio 1796, quando i francesi entrarono in Milano, all'aprile del 1799, quando
furono costretti ad abbandonare la citt dopo la battaglia di Cassano, la gioia
pi pazzesca, la voglia di divertirsi, l'abitudine a lasciar perdere i pensieri
malinconici, o anche soltanto ragionevoli, furono spinte a un punto tale che si
pot persino citare il caso di vecchi mercanti milionari, di vecchi usurai, di
vecchi notai che si erano dimenticati di fare la faccia scura e di guadagnare
quattrini.
Tutt'al pi
si sarebbe potuto notare che certe famiglie dell'alta nobilt si erano ritirate
nelle loro ville di campagna, quasi a dimostrare il loro cupo disprezzo per
l'allegria generale e per la gioia che aveva spalancato il cuore della gente.
anche vero che le famiglie nobili e ricche erano state duramente colpite nella
ripartizione dell'imposta di guerra stabilita a favore dell'esercito francese.
Il marchese
del Dongo, irritato da tutta quella allegria, era stato uno dei primi ad
andarsene, ed era tornato nel suo splendido castello di Griante, oltre Como - e
le signore avevano portato con loro il tenente Roberto. Il castello era sorto
come fortezza. Era situato in una posizione forse unica al mondo, su uno
spiazzo a centocinquanta piedi di altezza a picco su quel lago meraviglioso, e
ne dominava una gran parte. La famiglia del Dongo lo aveva fatto costruire nel
quattrocento, come testimoniavano i molti stemmi scolpiti. C'erano ancora ponti
levatoi e profondi fossati, per la verit senza acqua. Ma con quelle mura alte
ottanta piedi e larghe sei il castello era difeso da ogni colpo di mano, e per
questa ragione piaceva moltissimo al sospettoso marchese. Con intorno una
trentina di domestici, che considerava fedelissimi forse perch gli parlava
soltanto per ingiuriarli, aveva un po' meno paura di quando era a Milano.
Quella
paura, del resto, non era del tutto irragionevole. Il marchese si teneva in
stretto contatto con una spia sistemata dagli austriaci sul confine svizzero a
tre leghe da Griante per agevolare la fuga dei loro prigionieri, e questa era
una faccenda che i generali francesi avrebbero potuto prendere sul serio.
Il marchese
aveva lasciato la giovane moglie a Milano. Era lei che curava
l'amministrazione, ed era lei che doveva far fronte alle tasse imposte alla
casa del Dongo. La marchesa si dava da fare per ottenere una riduzione, e per
questo era obbligata a frequentare i nobili che avevano accettato cariche
pubbliche, e anche certi borghesi molto influenti. Poi ci fu un fatto molto
importante, nella famiglia. Il marchese aveva combinato un matrimonio tra la
sorella Gina e un uomo molto ricco e molto nobile. Ma quel signore si
incipriava i capelli; e Gina lo accoglieva scoppiando a ridere, e ben presto
fece la pazzia di sposare il conte Pietranera. Questi, in realt, era un'ottima
persona, nobile, e anche molto bello, ma di famiglia che si era rovinata; era
anche un acceso sostenitore delle idee nuove. E poi - cosa che portava al colmo
la disperazione del marchese - Pietranera era sottotenente nella legione
italiana.
Dopo quei
due anni di felicit e di pazzie, il Direttorio di Parigi, dandosi arie di
sovrano ben saldo sul trono, incominci a dar prova di un odio mortale per
tutto ci che non fosse mediocre. I generali incapaci messi al comando
dell'esercito d'Italia persero una battaglia dopo l'altra su quelle stesse
pianure veronesi che due anni prima avevano visto i prodigi di Arcole e di
Lonato. E gli austriaci si avvicinarono a Milano. Il tenente Roberto, che era
diventato comandante di battaglione e che era stato ferito a Cassano, and per
l'ultima volta a casa della sua amica, la marchesa del Dongo. Si salutarono,
tristi. Roberto part insieme al conte Pietranera, che seguiva i francesi in
ritirata verso Novi. Gina, a cui il fratello aveva rifiutato la quota legittima
dei beni di famiglia, and dietro alle truppe, su una carretta.
Incominci
allora quel periodo di reazione, di ritorno alle vecchie idee, che i milanesi
chiamano i tredici mesi - dato che per loro fortuna quel ritorno all'idiozia dur soltanto
tredici mesi, fino a Marengo. Tetri vecchioni bigotti ripresero in mano i commerci
e la direzione della cosa pubblica, e dopo un po' i benpensanti andarono a
raccontare ai contadini che Napoleone era stato impiccato dai mammalucchi in
Egitto, proprio come si meritava.
Fra quella
gente che prima si era ritirata in campagna a brontolare tetramente e che ora
tornava, alterata dal desiderio di vendicarsi, il marchese del Dongo era il pi
furioso, e il suo fanatismo lo port naturalmente alla testa del partito. Quei
signori, bravissime persone quando non avevano paura - ma il fatto che
tremavano sempre - riuscirono a circuire il generale austriaco. Era un buon
tipo, ma quando gli dissero che la severit era alta politica si lasci
convincere, e fece arrestare centocinquanta patrioti - quanto c'era di meglio
in Italia, in quel momento.
Li
deportarono alle Bocche di Cattaro, li buttarono nelle grotte, sottoterra.
L'umidit e soprattutto la fame fecero rapidamente giustizia di quei criminali.
Il marchese
del Dongo aveva ora una posizione molto importante, e siccome a tutte le sue
ottime qualit si aggiungeva anche una sordida avarizia, si vantava
pubblicamente di non aver mandato un solo scudo alla sorella, la contessa
Pietranera, che, sempre innamoratissima, non voleva lasciare il marito e stava
morendo di fame con lui, in Francia. La marchesa era disperata; e alla fine
riusc a sottrarre qualche piccolo gioiello dal suo scrigno - che il marito le
portava via tutte le sere per riporselo sotto il letto, in un bauletto di
ferro. La marchesa, che aveva portato al marito una dote di ottocentomila
franchi, ne riceveva ottanta al mese per le sue spese personali. E durante i
tredici mesi che i francesi restarono lontani da Milano, quella donna tanto
timida riusc sempre a trovare qualche pretesto per continuare a vestire a
lutto.
Dobbiamo
confessare che secondo l'esempio di scrittori importanti abbiamo incominciato
la storia del nostro eroe un anno prima della sua nascita. Questo personaggio
fondamentale non altri che Fabrizio Valserra, marchesino del Dongo, come dicono a Milano.
Aveva appena fatto lo sforzo di venire al mondo che i francesi furono cacciati,
e per il caso che presiede alle nascite si era trovato ad essere il
secondogenito di quel vero signore che era il marchese del Dongo - di cui gi
conoscete la facciona senza colore, il sorriso falso e l'odio furibondo per le
idee nuove. L'intera fortuna della famiglia era affidata nel testamento al
primogenito, Ascanio, degno ritratto del padre, con l'incarico di amministrarla
e di dividerla a suo tempo. E Ascanio aveva otto anni, e Fabrizio ne aveva due,
quando, all'improvviso, quel generale Bonaparte che tutti i benpensanti
credevano morto e sepolto discese dal San Bernardo. Entr in Milano. Fu un
momento ancora unico nella storia. Cercate di immaginarvi un popolo impazzito
d'amore. Pochi giorni dopo, Napoleone vinse a Marengo. Il resto inutile
raccontarlo. L'esaltazione dei milanesi fu incredibile, ma questa volta c'era
anche la voglia di vendicarsi. Gli avevano insegnato l'odio, a quella brava
gente. Poi tornarono i superstiti dei patrioti deportati alle Bocche di
Cattaro, e il loro ritorno fu celebrato con una festa nazionale. Era strano
vederli, cos magri, pallidi, i grandi occhi stupiti, in mezzo a tutta quella
allegria. Il loro arrivo fu il segnale della partenza per le famiglie pi compromesse.
Il marchese del Dongo fu tra i primi a fuggire, e torn di nuovo a Griante. I
capi delle grandi famiglie erano pieni di odio, di paura. Ma le loro mogli e le
loro figlie si ricordavano di quanto erano state felici al tempo del primo
arrivo dei francesi, e pensavano a Milano, ai balli che erano incominciati in
casa Tanzi subito dopo Marengo.
Pochi
giorni dopo la vittoria, il generale francese incaricato di mantenere l'ordine
in Lombardia si accorse che tutti i fattori dei nobili e tutte le vecchiette di
campagna non ci pensavano neanche pi, a quella folgorante vittoria di Marengo
che aveva cambiato la sorte dell'Italia e riconquistato in un solo giorno
tredici piazzeforti. Avevano in testa una cosa sola: una certa profezia di san
Giovita, il primo patrono di Brescia. Secondo quel sacro oracolo la fortuna dei
francesi e di Napoleone sarebbe finita esattamente tredici settimane dopo
Marengo. Per scusare, almeno in parte, il marchese del Dongo e tutti quei
musoni di nobili campagnoli, bisogna dire che loro, alla profezia, ci credevano
davvero, in buona fede. Era gente che non aveva letto un libro in tutta la sua
vita - e ora si preparavano tranquillamente a rientrare a Milano alla fine
della tredicesima settimana. Ma con il passare del tempo vennero nuovi successi
francesi. Tornato a Parigi, Napoleone, con intelligenti decreti, salv la
rivoluzione all'interno cos come a Marengo l'aveva salvata dai nemici esterni.
Allora i nobili lombardi, nei loro castelli, scoprirono di aver interpretato
male la predizione del santo patrono di Brescia: non si trattava di tredici
settimane, ma di tredici mesi. Ma i tredici mesi passarono e la Francia
sembrava diventare sempre pi forte.
Saltiamo
dieci anni, dieci anni di progresso e di felicit, dal 1800 al 1810. I primi di
quegli anni Fabrizio li visse al castello di Griante, scambiando pugni con i
ragazzini del paese, senza imparare niente, neanche a leggere. Poi lo mandarono
a Milano, al collegio dei gesuiti. Il marchese suo padre pretese che gli
insegnassero il latino non su quegli autori antichi che non fanno che parlare
di repubblica, ma su un magnifico volume decorato da pi di cento incisioni,
capolavoro di artisti del XVII secolo; era la genealogia dei Valserra, marchesi
del Dongo, pubblicata nel 1650 da Fabrizio del Dongo, arcivescovo di Parma.
Dato che la storia della casa era soprattutto una storia militare, le incisioni
rappresentavano una quantit di battaglie, e c'era sempre qualche eroico
Valserra che dava gran colpi di spada. A Fabrizio quel libro piaceva
moltissimo. Sua madre riusciva di tanto in tanto a ottenere il permesso di
andare a Milano a trovare il suo adorato figliolo, ma il marito non le dava mai
i soldi per il viaggio, e era la cognata, la simpatica contessa Pietranera, a
prestarglieli. Dopo il ritorno dei francesi, la contessa era diventata una
delle donne pi brillanti alla corte del principe Eugenio, vicer d'Italia.
Dopo che
Fabrizio ebbe fatto la prima comunione, la contessa ottenne dal marchese,
sempre ritirato nel suo esilio volontario, il permesso di farlo uscire qualche
volta dal collegio. Le sembr un ragazzo fuori del comune, vivace, molto serio,
bello, e tale da non sfigurare in un salotto alla moda; quanto al resto,
decisamente ignorante e capace a malapena di scrivere. Con l'entusiasmo che
portava in tutte le cose, la contessa promise la sua protezione al direttore
dell'istituto a condizione che il nipote facesse grandi progressi e che alla
fine dell'anno vincesse un buon numero di premi. E per metterlo in condizioni
di meritarseli lo faceva venire a casa sua il sabato sera e spesso non lo
rimandava al collegio fino al mercoled o al gioved. I gesuiti, bench il
principe vicer dimostrasse per loro una particolare simpatia, secondo le leggi
del regno avrebbero dovuto essere banditi, e il direttore del collegio si rese
conto di quanto avrebbe potuto essergli utile la protezione di una signora
tanto influente a corte. Cos si guard bene dal protestare per le assenze di
Fabrizio, e alla fine dell'anno il ragazzo, pi ignorante che mai, ebbe cinque
primi premi. E la contessa Pietranera, accompagnata dal marito, generale
comandante di una delle divisioni della Guardia, e da alcuni tra i personaggi
pi in vista della corte del vicer, and all'istituto per assistere alla
consegna dei premi. Il direttore fu molto complimentato dai superiori.
La contessa
accompagnava il nipote a tutte quelle splendide feste che segnarono il regno
troppo breve dell'amabilissimo principe Eugenio. L'aveva nominato, di sua
autorit, ufficiale degli ussari, e Fabrizio, a dodici anni, portava
l'uniforme. Un giorno, tutta presa dal suo aspetto delizioso, la contessa
chiese per lui al principe un posto di paggio - il che voleva dire che la
famiglia del Dongo avrebbe abbandonato l'opposizione. Il giorno dopo la contessa
dovette ricorrere a tutto il suo credito per ottenere che il vicer
acconsentisse a dimenticare quella richiesta, cui mancava ormai soltanto il
consenso del padre del futuro paggio: consenso che sarebbe stato clamorosamente
rifiutato. Dopo tale pazzia il marchese, infuriato, trov un pretesto per
richiamare Fabrizio a Griante. La contessa disprezzava nel modo pi assoluto
suo fratello, lo considerava un tetro idiota capace anche di crudelt, se ne
avesse avuto il potere. Ma era pazza di Fabrizio, e dopo dieci anni di silenzio
scrisse al fratello per riavere il nipote con s. La lettera non ebbe risposta.
Al suo
ritorno in quella specie di fortezza, costruita per i suoi antenati pi
bellicosi, Fabrizio conosceva solo due cose: l'equitazione e gli esercizi
militari. Il conte Pietranera, che gli voleva bene quanto la moglie, lo aveva
fatto cavalcare e lo aveva portato con s alle parate.
Arrivando
al castello di Griante, gli occhi ancora arrossati per le lacrime versate nel
lasciare la bella casa della zia, Fabrizio trov ad accoglierlo solo le carezze
appassionate della madre e delle sorelle. Il marchese era chiuso nello studio
con il figlio maggiore, il marchesino Ascanio. Stavano compilando messaggi in
cifra che avrebbero avuto l'onore di arrivare fino a Vienna, e si facevano
vedere soltanto all'ora dei pasti. Il marchese continuava a dire che stava
insegnando al suo successore naturale a tenere l'amministrazione delle sue
terre. Ma era troppo geloso del suo potere per parlare di cose di quel genere al
figlio - che pure un giorno avrebbe ereditato ogni cosa. In realt gli faceva
tradurre in cifra messaggi di quindici o venti pagine che un paio di volte alla
settimana faceva arrivare, attraverso la Svizzera, a Vienna. Il marchese aveva
la pretesa di informare i suoi legittimi sovrani della situazione interna del
regno d'Italia, che ignorava completamente: eppure le sue lettere avevano un
gran successo. La ragione era semplice. Il marchese mandava suoi agenti di fiducia sulle strade
principali a contare i soldati di qualche reggimento francese o italiano che
cambiava guarnigione, e poi, quando riferiva a Vienna, non tralasciava mai di
diminuire di un buon quarto il numero degli effettivi. Erano informazioni
assurde, ma avevano il merito di smentirne altre, pi realistiche, e per questo
erano bene accolte. Poco tempo prima dell'arrivo di Fabrizio al castello, il
marchese aveva ricevuto le insegne di un ordine molto importante. Era la quinta
onorificenza che decorava la sua uniforme da ciambellano. A dire la verit il
marchese era molto amareggiato dal fatto di non avere il coraggio di esibire
quell'uniforme fuori delle mura del suo studio. Ma non si permetteva mai di
dettare un messaggio senza aver prima indossato quell'uniforme ricamata, con
tutte le sue onorificenze. Non farlo gli sarebbe sembrata una mancanza di
rispetto.
La marchesa
fu molto colpita dalla grazia e dalla bellezza di Fabrizio. Ma aveva conservato
l'abitudine di scrivere un paio di volte all'anno al generale conte di A., come
ora si chiamava il tenente Roberto, e detestava mentire alle persone che amava.
Fece qualche domanda al figlio e fu spaventata dalla sua ignoranza.
Se sembra
poco istruito a me, pensava, a me che non so niente, Roberto, che sa tante
cose, direbbe che l'educazione del ragazzo stata un fallimento. E al giorno
d'oggi un uomo deve saperselo meritare, il successo. Un'altra cosa che la
turb molto fu vedere come Fabrizio avesse preso sul serio tutti gli
insegnamenti religiosi dei gesuiti. Bench lei stessa fosse molto pia, il
fanatismo di quel ragazzo la impression. Se mio marito arriva a rendersene
conto, riuscir a influenzare il ragazzo, me lo porter via. E pianse, e sent
di volergli ancora pi bene.
La vita al
castello, abitato da una trentina di domestici, era molto triste. Fabrizio
passava le giornate a caccia, o in barca, sul lago. In poco tempo fece amicizia
con i cocchieri e i garzoni di scuderia. Erano tutti partigiani entusiasti dei
francesi, e prendevano apertamente in giro quei bigotti dei camerieri addetti
al servizio personale del marchese e del figlio maggiore. Il motivo principale
di tutti gli scherzi contro quegli austeri personaggi era che si incipriavano i
capelli, come i loro padroni.
II
Quando la
sera oscura i nostri occhi,
ansioso
del futuro, io guardo in cielo,
l dove,
in un linguaggio trasparente,
Dio
dispone il destino di ognuno.
Perch a
volte, dal profondo dei cieli,
lui
guarda un uomo, e ne ha compassione
e gli
indica la strada;
con la
scrittura degli astri
ci predice
il futuro - lieto, avverso.
Ma,
carichi di terra,
di morte,
gli uomini
non
guardano, non leggono.
Ronsard
Il marchese
professava un vigoroso odio per l'illuminismo: Sono le idee, diceva, che
hanno portato l'Italia alla rovina. E ora non sapeva bene come conciliare
questo sacrosanto orrore per l'istruzione con il desiderio di vedere Fabrizio
perfezionare un'educazione incominciata in modo tanto brillante nel collegio
dei gesuiti. Per non correre troppi rischi incaric il buon don Blans, parroco
di Griante, di far continuare Fabrizio nello studio del latino. Sarebbe stato
necessario che il parroco sapesse il latino: e invece non gliene importava
proprio niente. Si limitava a ripetere a memoria le preghiere del suo messale,
che riusciva a interpretare in qualche modo a beneficio delle sue pecorelle. Ma
non per questo don Blans era meno rispettato, anzi temuto addirittura, nella
zona. Lui l'aveva sempre detto: non sarebbe stato entro tredici settimane, e
neanche entro tredici mesi, che si sarebbe compiuta la famosa profezia di san
Giovita, patrono di Brescia. E quando parlava agli amici pi fidati aggiungeva
che quel numero tredici, per dir le cose come stavano, andava interpretato in
un modo che avrebbe certo sbalordito molta gente: 1813.
Il fatto
che don Blans, uomo di onest e di virt all'antica, e oltre tutto
intelligente, passava le notti in cima al campanile. Andava matto per
l'astrologia. Impiegava le giornate a calcolare congiunzioni e posizioni delle
stelle, e poi, per buona parte della notte, stava a seguirle in cielo. E
siccome era povero, tutta la sua attrezzatura consisteva in un lungo
cannocchiale con il tubo di cartone. naturale che un uomo che passava la vita
a stabilire la data precisa della caduta degli imperi e delle rivoluzioni che
cambiavano la faccia del mondo non potesse che disprezzare lo studio delle
lingue. Che cosa ne so di pi, su un cavallo, diceva a Fabrizio, quando mi
hanno detto che in latino si chiama equus?
I contadini
consideravano don Blans una specie di mago, e ne avevano molta paura, e lui,
giocando sul terrore che ispiravano ai parrocchiani le sue veglie notturne sul
campanile, riusciva a trattenerli dal rubare. I parroci dei paesi vicini,
gelosissimi del suo ascendente, lo detestavano. Il marchese del Dongo si
limitava a disprezzarlo, perch per essere di cos bassa condizione ragionava
troppo. Fabrizio lo adorava. Certe volte, per ingraziarselo, passava intere
serate a fare addizioni e moltiplicazioni interminabili. Poi saliva sul
campanile. Questo era un grande favore, don Blans non l'aveva mai concesso a
nessuno. Ma quel ragazzo gli piaceva per la sua ingenuit. Se non diventi un
ipocrita, gli diceva, forse sarai un uomo.
Pieno di
coraggio e di entusiasmo com'era quando si divertiva, almeno un paio di volte
all'anno Fabrizio rischiava di annegare nel lago. Era lui che comandava tutte
le grandi spedizioni dei ragazzini di Griante e di Cadenabbia. Si erano
procurati certe chiavette, e quando era buio cercavano di aprire i lucchetti
delle catene d'ormeggio delle barche, fissate a una roccia o a un albero. Sul
lago di Como i pescatori usano lenze fisse, lasciate in acqua molto lontano da
riva. La lenza sostenuta da una tavoletta di sughero su cui piantato un
ramoscello di nocciolo molto flessibile con in cima un campanello, che suona
quando un pesce ha abboccato e tira la lenza cercando di liberarsi.
Il grande
obiettivo di quelle spedizioni notturne agli ordini di Fabrizio era di andare a
ispezionare le lenze prima che i pescatori avessero sentito il segnale del
campanello. Sceglievano le giornate di tempesta, e per quelle temerarie imprese
si imbarcavano la mattina, un'ora prima dell'alba. Salendo in barca, gli
sembrava di andare a affrontare pericoli enormi - e il bello era proprio l - e
recitavano devotamente un'Ave Maria, come avevano visto fare dai grandi. Molte
volte, subito dopo aver detto l'Ave Maria, al momento di partire, capitava che
Fabrizio fosse colpito da un presagio. Era il frutto che lui aveva ricavato
dagli studi di astrologia del suo amico don Blans - alle cui predizioni,
d'altra parte, non credeva affatto. La sua giovane immaginazione lo portava a
vedere in quel presagio una indicazione sicura di successo o di insuccesso; e
siccome era il pi risoluto di tutti, aveva comunicato ai compagni la mania dei
presagi, tanto che se al momento di partire vedevano un prete, o un corvo che
volava a sinistra, richiudevano in fretta il lucchetto della catena d'ormeggio
e ritornavano tutti a letto. Cos don Blans non aveva trasmesso a Fabrizio la
sua scienza, piuttosto difficile, ma senza saperlo gli aveva messo dentro una
fiducia illimitata nei segni che possono predire l'avvenire.
Il marchese
sapeva che, se gli fosse capitato un incidente per la sua corrispondenza
cifrata, avrebbe dovuto mettersi nelle mani della sorella, e cos tutti gli
anni, verso santa Angela, festa della contessa Pietranera, Fabrizio aveva il
permesso di andare a trascorrere otto giorni a Milano. Il ragazzo passava tutto
l'anno a pregustare, o a rimpiangere, quegli otto giorni. Era una grande
occasione, un atto di politica, e il marchese dava al figlio quattro scudi, e
alla moglie, secondo la tradizione, neanche un soldo. Ma un giorno prima
partivano un cuoco, sei lacch e un cocchiere con due cavalli, in modo che ogni
giorno, a Milano, la marchesa potesse contare su una carrozza e su un pranzo di
dodici coperti.
Quel genere
di vita che faceva il marchese, standosene ritirato, a brontolare, non era
certo molto divertente, ma aveva il vantaggio di arricchire stabilmente chi
aveva la bont di adattarcisi. Il marchese, con una rendita di pi di
duecentomila lire, non ne spendeva neanche un quarto. Viveva di speranze.
Durante gli anni dal 1800 al 1813, continu a portare avanti la sua
incrollabile fiducia nella caduta di Napoleone entro sei mesi al massimo. La
notizia del disastro della Beresina, al principio del 1813, lo mand in estasi.
Quando seppe della caduta di Parigi e della fine di Napoleone, per poco non
impazz - e si sent autorizzato a ingiuriare ferocemente la moglie e la
sorella. Poi, dopo quattordici anni di attesa, ebbe la gioia inesprimibile di
vedere le truppe austriache rientrare in Milano. In obbedienza agli ordini di
Vienna, il generale austriaco ricevette il marchese del Dongo con un riguardo
che sfiorava il rispetto. Si affrettarono a offrirgli uno dei posti pi
importanti al governo e il marchese lo accett come se gli pagassero un debito.
Il suo figlio maggiore fu nominato tenente in uno dei pi bei reggimenti del
regno, ma il minore non volle mai accettare il posto di cadetto che gli
offrivano. Il marchese si godeva con rara tracotanza il suo trionfo. Ma non
dur molto, e la conclusione fu umiliante. Non aveva mai avuto talento per gli
affari, e i quattordici anni passati in campagna, tra camerieri, notaio e
dottore - cui si aggiungevano ormai i malumori della vecchiaia - ne avevano
fatto un uomo assolutamente incapace. In un paese sotto il dominio dell'Austria
non era possibile occupare un posto importante se non si avevano le doti
particolari richieste dall'amministrazione lenta e complessa, ma indubbiamente
sensata, della vecchia monarchia. Gli strafalcioni del marchese del Dongo
scandalizzavano i funzionari, intralciavano addirittura gli affari di Stato. E
il suo estremismo monarchico irritava la popolazione - quella popolazione che
il governo voleva mantenere in uno stato di torpore e di insensibilit. Cos,
un bel giorno, il marchese fu informato che Sua Maest si degnava graziosamente
di accettare le sue dimissioni e lo nominava secondo gran maggiordomo
maggiore del
Lombardo-veneto. Il marchese si indign per l'atroce ingiustizia di cui era
stato vittima; e, proprio lui che esecrava la libert di stampa, fece stampare
una Lettera a un amico, in cui commentava l'accaduto. Poi scrisse
all'Imperatore che i suoi ministri lo tradivano e non erano altro che dei
giacobini, e se ne torn malinconicamente nel castello di Griante. Ebbe per
una consolazione. Dopo la caduta di Napoleone, certi personaggi influenti a
Milano avevano fatto massacrare per strada il conte Prina, uomo di grande
valore, gi ministro del re d'Italia. Lo avevano ucciso a colpi d'ombrello -
un'agonia che era durata cinque ore. Il conte Pietranera aveva rischiato la
vita, per salvarlo. Un prete, il confessore del marchese del Dongo, avrebbe
potuto portare in salvo Prina, aprendogli il cancello della chiesa di San
Giovanni: quel disgraziato, infatti, era stato trascinato l davanti, e per un
momento lo avevano anche abbandonato in mezzo alla strada, nel canaletto di
scarico. Ma il prete si era rifiutato di aprire, e lo aveva deriso. E, sei mesi
dopo, il marchese si prese il gusto di fargli avere un bell'avanzamento.
Il marchese
detestava il conte Pietranera, suo cognato - un uomo che non potendo contare
neanche su cinquanta luigi di rendita aveva il coraggio di vivere serenamente,
che si ostinava a restar fedele alle cose che aveva amato per tutta la vita,
che aveva la sfacciataggine di sostenere l'idea di una giustizia uguale per
tutti, cosa che il marchese definiva giacobinismo infame. Pietranera si era
rifiutato di prendere servizio in Austria. E, qualche mese dopo la morte di
Prina, le stesse persone che avevano pagato gli assassini, giocando su quel
rifiuto, riuscirono a farlo arrestare. Il giorno stesso, sua moglie chiese il
passaporto e ordin dei cavalli di posta per correre a Vienna a far sapere la
verit all'Imperatore. Gli assassini di Prina si spaventarono, e uno di loro,
cugino della signora Pietranera, and da lei a mezzanotte, un'ora prima della
sua partenza per Vienna, a portarle l'ordine di scarcerazione del marito. Il
giorno dopo, il generale austriaco fece chiamare il conte Pietranera, lo
accolse con gran riguardo e lo inform che gli sarebbe stata pagata al pi
presto, e per intero, la sua pensione di congedo. Il generale Bubna, persona
intelligente e generosa, aveva l'aria di vergognarsi per l'assassinio di Prina
e per l'incarcerazione del conte. La decisione della contessa aveva evitato una
tragedia. E i Pietranera riuscirono a tirare avanti alla meglio con la pensione
ottenuta grazie all'interessamento del generale Bubna.
Da cinque o
sei anni, per fortuna, la contessa era molto amica di un giovanotto
ricchissimo, intimo amico anche di suo marito, che non tralasciava mai di
mettere a loro disposizione i suoi cavalli inglesi - i pi belli di tutta
Milano - il suo palco alla Scala e la sua villa in campagna. Ma Pietranera,
consapevole del proprio coraggio e pieno di slancio, aveva un carattere
impetuoso, e allora si lasciava andare a far discorsi pericolosi. Un giorno era
a caccia, con un gruppo di giovanotti. Uno di questi, che aveva combattuto con
gli austriaci, incominci a scherzare sul coraggio dei soldati della repubblica
cisalpina, e Pietranera gli diede uno schiaffo. Si batterono immediatamente. Il
conte, in mezzo a tutti quei giovanotti, non aveva nessuno che lo
spalleggiasse, e fu ucciso. Si parl molto di quella specie di duello, e coloro
che vi erano stati coinvolti pensarono bene di andare a fare un viaggio in
Svizzera.
Quel
ridicolo - coraggio che chiamano rassegnazione - il coraggio di uno sciocco
capace di lasciarsi impiccare senza dire una parola - non era cosa per la
contessa. Furente per la morte del marito, avrebbe voluto che Limercati, quel
giovanotto ricchissimo, suo intimo amico, si facesse venir voglia anche lui di
fare un viaggetto in Svizzera e andasse a schiaffeggiare, o a prendere a
fucilate, l'uccisore di Pietranera.
Limercati
trov l'idea semplicemente ridicola, e la contessa sent che in lei il
disprezzo aveva ucciso l'amore. Fu pi affettuosa che mai, con Limercati.
Voleva che lui si sentisse veramente innamorato, e poi piantarlo, che si
disperasse. E perch i francesi possano capire il senso di questa vendetta,
devo ricordare che a Milano, dove sono molto diversi da noi, sono ancora
rimasti alla disperazione per amore. Poi la contessa incominci a civettare con
i giovanotti pi in vista. Era bellissima, vestita a lutto, la pi bella di
tutte. Il conte N. l'aveva sempre detto: secondo lui Limercati era un tipo
senza classe, un po' pesante, per una donna cos intelligente. E si innamor
furiosamente della contessa. Lei mand un biglietto a Limercati:
Volete
comportarvi, una volta tanto, da persona intelligente? Fate conto di non avermi
mai conosciuta.
Sono -
forse con un pochino di disprezzo - la vostra umilissima serva
Gina
Pietranera.
Letto quel
biglietto, Limercati part subito per una delle sue ville in campagna. Il suo
amore si era esaltato, parlava come un pazzo di tirarsi un colpo in testa - un
proposito piuttosto insolito, in un paese in cui si crede all'inferno. Il
giorno dopo il suo arrivo in campagna scrisse alla contessa offrendole il
matrimonio e le sue duecentomila lire di rendita. Lei, senza neanche aprirla,
gli fece riportare la lettera da un lacch del conte N. Limercati pass tre
anni in campagna. Tornava a Milano ogni due mesi senza aver mai il coraggio di
restarci, annoiando gli amici con il suo amore appassionato per la contessa e
con la storia particolareggiata delle bont che lei una volta gli aveva usato.
I primi tempi diceva anche che lei si buttava via, con il conte N., che una
relazione come quella era un disonore.
In realt
la contessa non era affatto innamorata di N. E glielo disse, chiaro e tondo,
quando fu ben sicura di aver portato Limercati alla disperazione. Il conte, che
era uomo di mondo, la preg di non divulgare la triste verit che gli aveva
confidato. Se avrete la bont, aggiunse, di continuare a ricevermi con tutti
i riguardi esteriori dovuti all'amante in carica, io riuscir a sistemare le
cose in modo opportuno.
Dopo questa
eroica dichiarazione, la contessa non ne volle pi sapere dei cavalli e del
palco di N. Ma da quindici anni era abituata a una vita elegantissima, e ora
avrebbe dovuto risolvere un problema molto complicato, o, per meglio dire, impossibile:
come vivere a Milano con una pensione di millecinquecento lire. Lasci il
palazzo dove abitava, prese in affitto due stanze al quinto piano, licenzi
tutti i domestici e persino la sua cameriera personale, sostituendola con una
vecchietta a mezzo servizio. In realt non era poi un sacrificio eroico e
doloroso come potrebbe sembrarci: a Milano la povert non una cosa ridicola,
e per questo non considerata il peggiore dei mali possibili. Per qualche
mese, la contessa visse dignitosamente la sua povert, assediata dalle continue
lettere di Limercati e di N., che voleva sposarla anche lui. Poi il marchese
del Dongo, nonostante la sua sordida avarizia, incominci a pensare che i suoi
nemici avrebbero potuto goderne, della miseria di sua sorella. Come! Una del
Dongo ridotta a vivere con la pensione che la corte di Vienna - del cui
comportamento lui non era per niente soddisfatto - accorda alle vedove dei suoi
generali! E scrisse alla sorella offrendole una sistemazione degna di lei al
castello di Griante.
La
contessa, con il suo carattere mutevole, si entusiasm all'idea di cambiar
vita. Erano vent'anni che non era pi stata in quel vecchio castello maestoso,
in mezzo al bosco di castagni piantati al tempo degli Sforza. L, pensava,
potr riposarmi, e, alla mia et, riposare non vuol forse dire esser felici?
Aveva trentun anni e credeva che fosse arrivato il momento di tirarsi in
disparte. Ci sono nata, su quel bel lago. Ci star bene, serenamente.
Forse si
sbagliava, non lo so. Ma certo che quella donna appassionata, che aveva
appena rifiutato senza neanche pensarci due patrimoni smisurati, port la gioia
nel castello di Griante. Le sue due nipoti sembravano impazzite dalla gioia.
Mi hai fatta tornare ai bei giorni della giovinezza, le diceva la marchesa, e
l'abbracciava. Prima che tu arrivassi, mi sembrava di avere cento anni. Poi,
insieme a Fabrizio, Gina torn a visitare i dintorni incantevoli di Griante,
descritti con tanto entusiasmo da tutti i viaggiatori: la villa Melzi, dall'altra
parte del lago, proprio di fronte al castello, in piena vista, e, sopra, il
bosco degli Sfondrata, e il brusco promontorio che separa i due rami del lago -
quello di Como, sontuosamente affascinante, e quello di Lecco, pi austero.
Sono luoghi di una bellezza nobile, elegante, paragonabili, e non inferiori, al
paesaggio pi famoso del mondo, quello del golfo di Napoli. Gina era felice:
ritrovava i ricordi di quando era bambina, li confrontava alle sensazioni che
provava ora. Qui non come al lago di Ginevra, pensava, non ci sono tutti
quei campi ben coltivati con i metodi pi efficienti, che fanno pensare ai
soldi e alle speculazioni. Su queste colline ineguali gli alberi nascono come
vogliono, la mano dell'uomo non li ha ancora guastati, costretti a rendere. Tra queste colline stupende,
movimentate, gi, a precipizio, verso il lago, sembrano veri i paesaggi della
poesia, come nei versi del Tasso, dell'Ariosto. C' nobilt, e tenerezza, e
tutto parla d'amore, non c' niente che ricordi le brutture della civilt. I
paesi, a mezza costa, si nascondono nel folto degli alberi, e sopra si vedono
spuntare i loro bei campanili; i campi sono piccoli, tra i boschi di castagni e
di ciliegi selvatici, e si prova piacere a guardarli, come se le piante che
crescono qui fossero pi forti e vive delle altre. Dev'essere bello stare in
quegli eremitaggi, in cima alle colline... E, pi lontano, stupefacenti, ecco
le Alpi, coperte di neve, cos severe, e brusche, a ricordare i dolori della
vita quel tanto che basta a rendere pi intenso il piacere di vivere... E poi,
da qualche paese nascosto dietro gli alberi, si sente sonare una campana, e la
fantasia ne provocata, e il suono cade sull'acqua, e diventa pi dolce,
malinconico, rassegnato, e sembra che dica: La vita corre via, e allora non
essere diffidente davanti alla felicit che ti si offre, non perdere tempo, sii
felice. Quei luoghi meravigliosi, unici al mondo, parlavano al suo spirito, le
restituivano il suo cuore di sedici anni. Non capiva come avesse potuto star lontana
dal lago per tanto tempo. Forse, pensava, Ǐ sulla soglia della vecchiaia che
la felicit si nascosta! Compr una barca, e lei, Fabrizio e la marchesa la
abbellirono con le loro mani, perch non avevano soldi. Eppure il tenore di
vita, al castello, era eccezionale. Da quando era stato messo da parte, il
marchese del Dongo aveva preso a ostentare pi che mai il suo fasto
aristocratico. Cos, per guadagnare una diecina di passi di costa, sul lago,
vicino al famoso viale dei platani di fianco a Cadenabbia, aveva fatto
incominciare i lavori per una gettata il cui preventivo arrivava a ottantamila
lire. All'estremit della gettata stavano costruendo una cappella, progettata
dal Cagnola, fatta di enormi blocchi di granito, e nella cappella lo scultore
alla moda di Milano, Marchesi, stava innalzando il sepolcro del marchese -
sopra il quale un buon numero di bassorilievi avrebbero celebrato le grandi
imprese dei suoi antenati.
Il fratello
maggiore di Fabrizio, il marchesino Ascanio, volle a tutti i costi andare anche
lui a passeggio con le signore, ma la zia si divertiva a spruzzargli d'acqua i
suoi capelli incipriati e trovava sempre il modo di prendere in giro la sua
aria austera. E finalmente lui liber la compagnia dal suo pallido faccione.
Non osavano neanche ridere, in sua presenza. Pensavano che facesse la spia al
padre e bisognava stare attenti, con quel despota, inferocito dopo le
dimissioni forzate. Ma Ascanio giur di vendicarsi di Fabrizio.
Un giorno
furono presi da una tempesta sul lago, e corsero un brutto rischio. Al ritorno,
bench avessero pochissimi soldi, pagarono i due barcaioli perch non dicessero
niente al marchese, che era gi molto irritato perch in quelle passeggiate si
portavano dietro le sue due figlie. Poi incapparono in un'altra tempesta - e su
quel lago le tempeste sono molto violente, e improvvise, con raffiche di vento
che si scatenano di colpo da direzioni opposte, dalle due gole tra le montagne,
e si scontrano sull'acqua. Gina volle a tutti i costi sbarcare, tra i tuoni, in
piena tempesta, su un piccolissimo scoglio in mezzo al lago; sosteneva che
doveva essere uno spettacolo straordinario guardare le onde infuriate ad
assediarla tutt'intorno. Ma nel saltare dalla barca cadde in acqua. Fabrizio si
tuff per salvarla, e tutti e due furono trascinati piuttosto lontano dalla
corrente. Certo, annegare non molto piacevole, ma il fatto che,
miracolosamente, al castello non ci si annoiava pi. Gina si era entusiasmata
per la semplicit di carattere, e per l'astrologia, di don Blans. I pochi
soldi che le erano rimasti dopo l'acquisto della barca li aveva spesi per
comprare un piccolo telescopio d'occasione, e insieme alle nipoti e a Fabrizio
andava quasi tutte le sere sulla terrazza di una delle torri del castello.
Fabrizio era l'esperto della compagnia, e passavano delle belle ore, senza
spioni tra i piedi.
C'erano
giorni, vero, in cui Gina non parlava con nessuno. Passeggiava da sola, cupa,
pensierosa, nel bosco di castagni. Era troppo intelligente per non rendersi
conto, ogni tanto, di quanto sia pesante non avere nessuno con cui scambiare
un'idea. Ma il giorno dopo era gi tutta sorridente, come prima. A volte erano
le malinconie della cognata a turbare il suo naturale attivismo. Se penso che
quel poco che ci resta di giovinezza dovremo passarlo in questo posto cos
triste.... diceva la marchesa. Prima che arrivasse Gina, non aveva neanche il
coraggio di rimpiangere qualcosa.
Passarono
cos tutto l'inverno dal 1814 al 1815. Malgrado la sua povert, la contessa
and due volte a Milano, per qualche giorno. Diceva che bisognava andare a
vedere un bellissimo balletto di Vigan, alla Scala - e il marchese dava il
permesso di partire anche alla moglie. Andavano a riscuotere la rata della
piccola pensione ed era la povera vedova del generale cisalpino a prestare
qualche lira alla ricchissima marchesa del Dongo. Erano giornate incantevoli,
invitavano a cena i vecchi amici e si consolavano ridendo di tutto, come bambine.
E quella gaiezza italiana, piena di brio e di imprevisto, gli faceva
dimenticare le malinconiche ombre di cui le avvolgevano, a Griante, le occhiate
del marchese e di Ascanio. Fabrizio, che aveva appena compiuto sedici anni, era
bravissimo, nella parte di capofamiglia.
Il 7 marzo
1815 Gina e la cognata, tornate da poco da una deliziosa scappata a Milano,
stavano passeggiando lungo il viale dei platani, che ora arrivava fino alla
riva del lago. Videro venire una barca dalla parte di Como. Qualcuno, a bordo,
faceva grandi segni. Poi un agente del marchese salt sul molo: Napoleone era
sbarcato nel golfo di Juan. L'Europa aveva avuto l'ingenuit di restarne
sorpresa, ma il marchese del Dongo no. Lui scrisse al suo sovrano una lettera
molto commossa, mettendo a sua disposizione la propria abilit e parecchi
milioni, e ripetendogli che i suoi ministri erano tutti giacobini d'accordo con
i sovversivi di Parigi.
L'8 marzo,
alle sei della mattina, con addosso tutte le sue decorazioni, stava facendosi
dettare da Ascanio la minuta di una lettera a Vienna - era gi la terza - e si
dava da fare con grande austerit e applicazione a scriverla in bella
calligrafia su un foglio di carta con il ritratto di Sua Maest in filigrana.
Nello stesso momento Fabrizio entr nella stanza della contessa Pietranera.
Parto, le
disse, vado dall'Imperatore, che anche re d'Italia. Aveva tanta amicizia per
tuo marito! Passer per la Svizzera. Vasi, quel mio amico, quello che vende
barometri, mi ha dato il suo passaporto, stanotte, a Menaggio. E adesso dammi
un po' di soldi, perch ho solo due napoleoni. Ma se occorre andr a piedi.
La contessa
si mise a piangere. Era spaventata, e felice. Dio mio! Doveva proprio venirti
un'idea simile! grid, e prese le mani di Fabrizio nelle sue. Poi si alz e
and a prendere nell'armadio della biancheria una piccola borsa ornata di
perle. ben nascosta. Era tutto quello che aveva.
Prendi,
disse a Fabrizio. Ma per amor di Dio non farti uccidere! Che cosa ci
resterebbe, a me e alla tua povera mamma? Quanto a Napoleone, sar ben
difficile che riesca. Quei signori troveranno il modo di rovinarlo. Hai sentito
parlare anche tu, a Milano, otto giorni fa, di quei ventitr complotti per
assassinarlo. Erano tutti studiati alla perfezione, e lui scampato per
miracolo - e s che allora aveva in mano tutto il potere... Non certo la
volont di rovinarlo, che manca ai suoi nemici. E la Francia, quando le
mancato, non era pi niente.
Mentre
parlava di Napoleone, di quello che gli sarebbe capitato, era tutta commossa.
Adesso che ti do il permesso di andare da lui, sto sacrificandogli ci che ho
di pi caro al mondo, diceva. Gli occhi di Fabrizio si riempirono di lacrime.
La abbracci, si mise a piangere. Ma era sempre deciso a partire, e con grande entusiasmo
spieg alla sua cara amica tutte le ragioni che lo avevano portato a quella
decisione - ragioni che ci prendiamo la libert di trovare piuttosto
divertenti.
Ti ricordi
ieri sera - erano esattamente le sei meno sette - quando stavamo passeggiando
in riva al lago sul viale dei platani, sotto la Villa Sommariva, e camminavamo
verso sud? l che ho notato per la prima volta quella barca che veniva da
Como, a portarci la grande notizia. La stavo guardando, e non pensavo
assolutamente all'Imperatore, stavo solo pensando a come sono felici quelli che
possono viaggiare: e di colpo mi sono sentito tutto emozionato. La barca
arrivata, quell'uomo si messo a parlare sottovoce a mio padre, e poi lui
diventato pallido e ci ha preso da parte per darci la terribile notizia. Mi sono voltato verso il lago solo
perch non volevo far vedere che piangevo dalla gioia. E in quel momento ho
visto, molto in alto, alla mia destra, un'aquila, l'uccello di Napoleone, e
volava verso la Svizzera, e dunque verso Parigi. Ho pensato subito: anch'io
attraverser la Svizzera, rapido come quell'aquila, e andr a offrire a quel
grande uomo il mio debole braccio; anche se non molto, tutto quello che ho.
lui che ci ha offerto una patria, e voleva bene a mio zio. E poi, strano,
vedevo ancora l'aquila e non piangevo pi, e sono sicuro che ci doveva essere
qualcosa di soprannaturale, perch in quello stesso momento, senza neanche
pensarci, mi sono deciso, e ho capito come avrei dovuto fare per il viaggio. In
un batter di ciglia tutte le malinconie che avvelenavano, lo sai, la mia vita,
specialmente la domenica, furono spazzate via come da un soffio divino. E ho
visto la nobile figura dell'Italia rialzarsi dal fango in cui i tedeschi la
tengono immersa, e tendeva le braccia martoriate, ancora cariche di catene,
verso il suo re, verso il liberatore. E io, mi sono detto, figlio ancora non
conosciuto di questa madre sventurata, io partir, andr a morire o a vincere
con quest'uomo predestinato, che ha voluto lavarci dall'onta per cui ci
disprezzano persino i pi schiavi e i pi vili tra i popoli d'Europa. Ti
ricordi, aggiunse poi, a bassa voce, avvicinandosi a Gina e guardandola con
gli occhi che gli brillavano, ti ricordi quel castagno che la mamma ha
piantato l'inverno che sono nato io, nel bosco, vicino alla fontana? Prima di
fare altri passi, ho voluto andare a vederlo. Pensavo: la primavera appena
incominciata, e se il mio albero ha gi le foglie sar un segno, e anch'io
dovr riscuotermi dal torpore di questo castello freddo e malinconico. Non pare
anche a te che queste vecchie mura - adesso sono simboli, ma una volta erano
strumenti del dispotismo - siano proprio un'immagine dell'inverno? S, per me
sono proprio quello che l'inverno per il mio albero. Bene: lo credi, Gina?
Ieri sera - erano le sette e mezzo - sono arrivato davanti al mio castagno, e
c'erano delle foglie, certe stupende foglioline gi abbastanza grandi! Le ho
baciate, senza fargli male, e ho smosso un po' la terra, con rispetto, intorno
alle radici del mio caro albero. Ero pieno di entusiasmo, mi sono buttato
subito per la montagna e sono arrivato a Menaggio. Quello che mi occorreva era
un passaporto per entrare in Svizzera. Il tempo era volato, quando mi son visto
davanti la porta della casa di Vasi era gi l'una di notte. Credevo di dover
star l un bel po' a bussare, per svegliarlo, e invece lui era ancora alzato,
insieme a tre amici. Appena ho aperto bocca mi ha gridato: "Tu vai da
Napoleone!" e mi saltato al collo. Anche gli altri mi hanno abbracciato,
erano entusiasti. Mi ricordo che uno diceva: "Ah, se non fossi
sposato!"
La signora
Pietranera si era fatta pensierosa, e si sent in dovere di fare qualche
obiezione. Se Fabrizio avesse avuto un po' di esperienza, si sarebbe accorto
che neanche la zia credeva alle buone ragioni che gli stava esponendo. Ma in
mancanza di esperienza aveva una gran decisione, e non volle neanche
ascoltarla. E dopo un attimo Gina si era ridotta a esigere che almeno parlasse
del suo progetto alla madre.
Ma lo dir
alle mie sorelle! Quelle donne mi tradiranno senza neanche accorgersene! grid
Fabrizio in tono di eroico disdegno.
Andiamo,
parla con pi rispetto delle donne, disse Gina, sorridendo tra le lacrime,
perch saranno loro a fare la tua fortuna. Agli uomini non sarai mai
simpatico, hai troppo entusiasmo per piacere a chi ha un'anima prosaica.
Quando
seppe dello strano progetto di Fabrizio, la marchesa scoppi a piangere. Lei
non sentiva l'eroismo che c'era in quella decisione, e fece tutto quello che
pot per fargli cambiare idea. Ma quando si convinse che il solo modo per
impedirgli di partire sarebbe stato di chiuderlo in una prigione, gli diede i
pochi soldi che aveva. Poi le vennero in mente certi piccoli diamanti, una
diecina, che suo marito le aveva dato perch li portasse a Milano, a far
montare. Li prese, e incominci a cucirli dentro la fodera della giacca del
nostro eroe. Fabrizio cercava di restituire a quelle povere donne i loro miseri
napoleoni. In quel momento entrarono le sue sorelle. Quando seppero del suo
progetto, si lasciarono prendere dall'entusiasmo. Lo baciavano, gridavano di
gioia, e finirono per fare tanto rumore che Fabrizio si mise in tasca gli
ultimi diamanti e volle partire subito.
Mi fareste
scoprire senza volerlo, disse alle sorelle. E con tutti i soldi che ho,
inutile che porti della roba. Se ne trova dappertutto. Poi abbracci quelle
persone che gli erano tanto care e part immediatamente, senza neanche passare
dalla sua camera. Con la paura che aveva di essere inseguito da qualcuno a
cavallo, cammin cos in fretta che arriv a Lugano la sera stessa. Adesso,
grazie al cielo, era in una citt svizzera, e non doveva pi temere di essere
arrestato su una strada solitaria da gendarmi al soldo di suo padre. E da
Lugano scrisse a suo padre una bella lettera - una debolezza da ragazzo, che
serv solo a dar consistenza alla sua collera. Poi, su un cavallo di posta,
pass il San Gottardo. Viaggi in fretta, entr in Francia da Pontarlier.
L'Imperatore era a Parigi. E a Parigi incominciarono i guai.
Fabrizio
era partito deciso a parlare all'Imperatore, non gli era mai passato per la
testa che potesse essere una cosa complicata. A Milano vedeva il principe
Eugenio dieci volte al giorno, e avrebbe potuto parlargli quando lo avesse
voluto. Ma a Parigi, bench andasse tutte le mattine nel cortile delle
Tuileries quando Napoleone passava in rivista le truppe, non riusc mai ad
avvicinarlo. Il nostro eroe credeva che tutti i francesi fossero ansiosi quanto
lui, di fronte al gravissimo pericolo che correva la nazione. In albergo, con i
vicini di tavola, non fece mistero dei suoi progetti e della sua devozione
all'Imperatore. E trov certi simpaticissimi giovanotti, ancora pi entusiasti
di lui, che si affrettarono a derubarlo in pochi giorni di tutti i soldi che
aveva. Per fortuna non aveva parlato dei diamanti - e se non lo aveva fatto era
stato per pura modestia. Una mattina, dopo una festa, si rese conto che lo
avevano completamente ripulito. Compr due cavalli, si prese come domestico un
ex soldato, stalliere del mercante che glieli aveva venduti, e, pieno di
disprezzo per quei giovanotti parigini tanto abili nel parlare, part per
raggiungere l'esercito. Tutto quello che sapeva era che l'esercito stava
radunandosi dalle parti di Maubeuge.
Appena
arrivato al confine, decise che sarebbe stato ridicolo chiudersi in una casa,
al caldo, davanti a un bel caminetto, mentre i soldati bivaccavano all'aperto.
E senza ascoltare i consigli del domestico, un tipo di buon senso, incominci
ad aggirarsi molto imprudentemente tra i bivacchi pi avanzati, sulla strada
per il Belgio. Al primo battaglione che incontr lungo la strada, i soldati si
misero a guardare quel giovane borghese senza niente addosso che assomigliasse
a una divisa. A notte incominci a tirare un vento freddo. Fabrizio si avvicin
al fuoco di un bivacco e offr dei soldi perch lo ospitassero. I soldati si
guardarono in faccia, quello che non capivano era soprattutto la sua idea di
pagarli. Comunque furono gentili, e lo lasciarono avvicinare al fuoco, e il
domestico gli prepar un posto per passare la notte.
Ma un'ora
dopo pass l vicino l'aiutante del reggimento, e i soldati gli raccontarono di
quello straniero che parlava male il francese. L'aiutante volle interrogarlo, e
Fabrizio gli parl del suo entusiasmo per l'Imperatore in un tono estremamente
sospetto, al che l'aiutante lo preg di seguirlo dal colonnello, alloggiato in
una fattoria vicina. Il domestico si avvicin tirandosi dietro i due cavalli.
Nel vedere i cavalli l'aiutante sembr molto colpito, cambi idea, incominci a
interrogare anche il domestico. Quello, che da buon ex soldato aveva capito
perfettamente il piano di battaglia del suo interlocutore, accenn al fatto che
il suo padrone era protetto da gente molto importante e aggiunse che nessuno si
sarebbe certo permesso di soffiargli i suoi due bei cavalli. L'aiutante chiam
due soldati: uno prese il domestico per la collottola, l'altro si incaric dei
cavalli. Poi l'aiutante ordin bruscamente a Fabrizio di seguirlo senza aprir
bocca.
Camminarono
a lungo. Con tutti quei fuochi, intorno, a perdita d'occhio, sembrava che fosse
ancora pi buio. Finalmente l'aiutante affid Fabrizio a un ufficiale della
gendarmeria, che gli chiese i documenti con aria molto severa. Fabrizio tir
fuori il passaporto, sul quale era scritto che lui era un venditore di
barometri con la sua merce al seguito.
Che razza
di idioti! grid l'ufficiale. Questa davvero un po' troppo grossa!
Fece
qualche domanda a Fabrizio, che parl con il pi grande entusiasmo
dell'Imperatore e della libert. L'ufficiale della gendarmeria scoppi a
ridere.
Accidenti!
non sei davvero un furbacchione! disse. il colmo! Hanno un bel coraggio a
spedirci qui dei novellini di questo genere! Fabrizio si butt a cercar di
spiegare affannosamente che in realt lui non era un venditore di barometri, ma
non c'era niente da fare. Verso le tre di notte, infuriato, stanco morto, il
nostro eroe si trov chiuso nella prigione di B., un paesetto dei dintorni.
Passando
dallo sbalordimento alla collera, senza riuscire assolutamente a capire quello
che gli stava capitando, Fabrizio trascorse in quella squallida prigione
trentatr lunghi giorni. Scriveva lettere su lettere al comandante della
piazza, e le affidava alla moglie del guardiano, una bella fiamminga di
trentasei anni. Ma la donna non aveva nessuna voglia di veder finire al muro un
ragazzo cos carino e che oltre a tutto la pagava bene - e si affrettava a
buttar coscienziosamente sul fuoco tutte quelle lettere. La sera, sul tardi, si
degnava di andare a ascoltare le lamentele del prigioniero. Il marito,
informato del fatto che il novellino aveva dei soldi, le aveva saggiamente dato
carta bianca, e la donna seppe approfittare della concessione, e riusc a farsi
dare da Fabrizio qualche napoleone d'oro - perch l'aiutante si era preso solo
i cavalli, e l'ufficiale della gendarmeria non aveva confiscato niente. Un
pomeriggio - era giugno, ormai - Fabrizio sent dei colpi di cannone, in
lontananza. Si combatteva, finalmente! Era fuori di s dall'impazienza. Sent
anche un gran rumore per le strade - erano tre divisioni che attraversavano il
paese. La sera, verso le undici, la moglie del guardiano venne a condividere le
sue pene. Fabrizio fu ancora pi gentile del solito. poi, stringendole le mani:
Fammi
uscire! Ti giuro sul mio onore che quando la battaglia sar finita torner in
prigione.
Storie!
Hai un po' di con quibus? Fabrizio non capiva, sembrava piuttosto impensierito. E la donna,
vedendo la faccia che aveva fatto, pens che volesse dire che era al verde, e
cos, invece di parlare di napoleoni d'oro come aveva deciso, si limit a
parare di franchi.
Senti,
gli disse, se puoi sborsare un centinaio di franchi chiuder con un bel
napoleone doppio tutti e due gli occhi del caporale che monta di guardia la
notte. Cos non ti vedr, quando scapperai. Se il suo reggimento va via in
giornata, quello ci sta.
L'affare fu
concluso. E la donna acconsent anche a nascondere Fabrizio nella sua stanza,
perch cos il mattino dopo gli sarebbe stato pi facile evadere.
Prima
dell'alba gli disse, tutta intenerita:
Bambino
mio, sei ancora troppo giovane per questo brutto mestiere. Lascia perdere,
dammi retta.
Ma che
cosa dici! ripeteva Fabrizio. forse un crimine voler difendere la patria?
Piantala.
Ricordatelo sempre, ti ho salvato la vita, io. Non c'eran santi, ti avrebbero
fucilato. Ma non dirlo a nessuno, perch ci faresti perdere il posto a me e a
mio marito. E poi non tirarla pi fuori, quella storia del signore di Milano
travestito da venditore di barometri, troppo cretina. E adesso sta' a
sentire. Ti dar la divisa di un ussaro che morto in prigione, l'altroieri.
Parla meno che puoi, ma se proprio capiti con un sergente o con un ufficiale
che ti obbligano a rispondergli, di' che sei stato malato, in casa di un
contadino che ti ha trovato in un fosso, con la febbre, e ti ha portato a casa
sua, per compassione. Se non si contentano di questa risposta, di' che stai per
tornare al tuo reggimento. Con quell'accento che hai pu anche darsi che ti
arrestino: e allora di' che sei nato in Piemonte, che sei un coscritto che
rimasto in Francia l'anno scorso e altre cose del genere.
Per la
prima volta dopo trentatr giorni di rabbia, Fabrizio si rese conto di come
stavano le cose. Lo avevano preso per una spia. Ne parl alla donna, che era
molto affettuosa con lui, quella mattina. E alla fine, mentre lei stringeva un
po' l'uniforme dell'ussaro, le raccont la sua storia senza nasconderle niente.
La donna era tutta stupita, ma per un momento gli credette. Aveva un'aria
talmente ingenua, e stava cos bene, vestito da ussaro!
Se avevi
tanta voglia di combattere, gli disse infine, quasi convinta, dovevi
arruolarti in un reggimento appena sei arrivato a Parigi. Bastava pagar da bere
a un sergente e era fatta! Poi gli diede un'infinit di buoni consigli e
finalmente, alla prima luce, lo accompagn alla porta, dopo avergli fatto
giurare mille volte che non avrebbe mai pronunciato il suo nome, a nessun
costo.
Appena
uscito dal paese, impettito, con la sua brava sciabola da ussaro sotto il
braccio, Fabrizio fu preso da qualche scrupolo. Eccomi qua, pens, con la
divisa e i documenti di un ussaro morto in prigione - e a quanto pare ci
finito per aver rubato una mucca e qualche posata d'argento! Si pu dire che ho
preso il suo posto... e senza che io l'abbia voluto o previsto in nessun modo!
Occhio alla prigione! un presagio, evidente - vuol dire che avr delle brutte
sorprese, con la prigione!
Meno di
un'ora dopo che aveva lasciato la sua benefattrice, incominci a piovere.
Pioveva tanto che Fabrizio, con quegli stivalacci fuori misura, riusciva appena
a camminare. Poi incontr un contadino, in groppa a un cavallo malandato, e
glielo compr, spiegandosi a gesti, senza parlare, come gli aveva detto la
moglie del guardiano.
Quel giorno
l'esercito, dopo aver vinto la battaglia di Ligny, stava marciando dritto su
Bruxelles. Era la vigilia di Waterloo. A mezzogiorno - pioveva ancora a dirotto
- Fabrizio sent qualche colpo di cannone. Era felice, non pensava pi alla
rabbia e alla disperazione che aveva provato a essere imprigionato cos
ingiustamente. Cammin fino a notte fonda. Incominciava a avere un po' di buon
senso, adesso, e and a chiedere alloggio in una casa di contadini molto
lontana dalla strada. Il contadino piangeva, diceva che gli avevano portato via
tutto. Fabrizio gli diede uno scudo, e quello fece saltar fuori un po' di
avena. Non gran che, come cavallo, pens Fabrizio, ma ci potrebbe sempre
essere qualche aiutante capace di farselo piacere, e and a dormire nella
stalla. Il giorno dopo, un'ora prima dell'alba, Fabrizio era gi sulla strada.
A furia di carezze era riuscito a mettere il cavallo al trotto. Verso le cinque
sent sparare i cannoni. Era l'inizio di Waterloo.
III
Poco dopo,
Fabrizio incontr un gruppo di vivandiere. L'infinita gratitudine che sentiva
per la moglie del guardiano della prigione lo indusse a parlare a quelle donne.
Chiese a una di loro dove fosse il suo reggimento, il 4 ussari.
Faresti
meglio a non aver tanta fretta, soldatino, disse quella, commossa dal pallore
e dai begli occhi di Fabrizio. Non hai ancora il polso abbastanza fermo per le
sciabolate che si daranno oggi. Se almeno avessi un fucile, non dico, qualche
colpo potresti tirarlo anche tu, n pi n meno degli altri.
Fabrizio ci
rimase male. Ma per quanto cercasse di farlo correre, il suo cavallo non
riusciva a superare la carretta della vivandiera. Ogni tanto il rumore delle
cannonate sembrava pi vicino e non si sentivano pi le parole - perch
Fabrizio era talmente fuori di s dall'entusiasmo e dalla gioia che aveva
ripreso la conversazione. Era felice a sentir parlare la vivandiera, gli
sembrava che lo aiutasse a rendersi conto della propria gioia. Quella donna gli
pareva tanto buona che fin per dirle tutto, tranne il suo vero nome e la
storia della prigione. La vivandiera era molto stupita, non capiva una parola
di quel che le raccontava quel bel soldato giovane.
Ci sono!
grid infine con aria di trionfo, sei un giovane borghese innamorato della
moglie di qualche capitano del 4 ussari. Lei ti ha regalato quella divisa, e
adesso stai correndole dietro. Come vero Dio, tu non l'hai mai fatto, il
soldato. Ma sei un bravo ragazzo, e siccome il tuo reggimento in linea vuoi
andarci anche tu, per non far la figura del vigliacco.
Fabrizio
ammise tutto: era il solo modo per avere qualche buon consiglio. Non ci
capisco niente, nel modo di fare dei francesi, pens, e se non trovo qualcuno
che mi consigli finir ancora in prigione, e mi ruberanno il cavallo.
Per prima
cosa, giovanotto, gli disse la vivandiera con un tono sempre pi amichevole,
tu ventun anni non li hai ancora compiuti, di' la verit. gi tanto se ne
hai diciassette.
Era vero, e
Fabrizio lo ammise di buon grado.
Allora non
sei neanche di leva. solo per i begli occhi della signora che stai andando a
farti rompere le ossa! Per la malora, certo che ha buon gusto, quella l! Te
n' rimasto ancora qualcuno, dei gialloni che ti ha dato? Allora bisogna che in primis tu ti compri un altro cavallo.
Guarda, il tuo, come drizza le orecchie, quando si sente sparare un po' pi
vicino. un cavallo di contadini, ti far ammazzare appena arrivi in linea. Lo
vedi quel fumo bianco, l in fondo, sopra la siepe? Colpi di fucile, caro mio!
Ne avrai, di fifa, sta' sicuro, quando sentirai fischiare le pallottole.
Faresti meglio a mandar gi un boccone, finch sei in tempo.
Fabrizio
segu il consiglio, e diede alla vivandiera un napoleone, pregandola di tenere
quel che le spettava.
Ma da
piangere, con questo qui! grid la vivandiera. Che bamboccio! Non sa neanche
spendere i soldi che ha in tasca! Sai cosa meriteresti? Che io prendessi il tuo
napoleone e facessi trottare Cocotte. Sta' certo che la tua bestiaccia non ce
la farebbe, a venirmi dietro. Che cosa faresti, sciocchino, se io tagliassi la
corda? Devi imparare una cosa: quando scoppiano i petardi non tirar mai fuori i
quattrini. To', questi sono diciotto franchi e cinquanta centesimi. La
colazione costa trenta soldi. Vedrai, tra un po' di cavalli ne avremo fin che
vuoi. Per uno piccolo da' dieci franchi, e in tutti i casi non pagarlo mai pi
di venti, anche se fosse la bestia pi bella del mondo.
Fabrizio
aveva finito la colazione, e la vivandiera continuava a fargli la predica. Ma a
un certo punto si interruppe. Una donna venne fuori dai campi e attravers la
strada.
Ehi,
grid, ehi, Margot! Guarda che il tuo 6 sulla destra!
Devo andare,
ragazzo, disse la vivandiera al nostro eroe. Ma mi fai compassione. Mi sei
simpatico, accidenti! Non sai niente di niente, stai andando a farti accoppare,
come vero Dio! Perch non vieni con me, al 6?
Lo capisco
benissimo, che non so niente, disse Fabrizio, ma voglio combattere. Ho
deciso, andr l, dove c' quel fumo bianco.
Non vedi
come muove le orecchie, il tuo cavallo? Non ne ha molta, di forza, ma appena
arrivi l ti prende la mano. Si metter a galoppare, e Dio sa dove ti porter.
Dammi retta, i primi soldati che trovi prendi un fucile e delle giberne, stagli
vicino e fa' tutto quello che fanno loro. Ma scommetto che non sai neanche come
si fa a preparare una cartuccia.
Fabrizio
aveva un'aria molto offesa, ma dovette confessare alla sua nuova amica che era
vero.
Poverino!
L'ho detto, si far ammazzare, com' vero Dio, e in quattro e quattr'otto! No,
devi venire con me, non c' altro da fare, disse la vivandiera in tono di
comando.
Ma io
voglio combattere.
Riuscirai
a combattere lo stesso, sta' tranquillo. Il 6 mobile un reggimento famoso, e
oggi ce ne sar per tutti.
Sar
ancora lontano, il vostro reggimento?
Ci saremo
tra un quarto d'ora al massimo.
Con
l'aiuto di questa brava donna, pens Fabrizio, anche se sono cos inesperto
non mi prenderanno ancora per una spia, e riuscir a combattere. Il rumore
delle cannonate, adesso, era pi forte, un colpo dopo l'altro. come un
rosario, pens Fabrizio.
Senti?
questi sono colpi di fucile, disse la vivandiera, e diede un colpo di frusta
al suo cavallino, tutto eccitato dalla sparatoria.
La
vivandiera volt a destra, prese una strada in mezzo ai campi. C'era molto
fango, e la carretta stava per impantanarsi, e Fabrizio fece forza sulla ruota.
Il suo cavallo cadde due volte Di
l a poco il fango diminu e la strada non fu pi che un sentiero in mezzo
all'erba. Dopo appena cinquecento passi il cavallo di Fabrizio si irrigid, di
colpo. C'era un morto, attraverso il sentiero. Cavallo e cavaliere ne erano
terrorizzati.
La faccia
di Fabrizio, gi pallidissima per natura, aveva preso un colorito verdastro. La
vivandiera guard il morto e disse, come parlando fra s: Non della nostra
divisione. Poi alz gli occhi su Fabrizio e scoppi a ridere.
Ah, ah,
ragazzo! grid. Ma queste sono rose e fiori!
Fabrizio
era rigido, agghiacciato. La cosa che lo colpiva di pi erano i piedi del
morto, senza scarpe, sporchi. Gli avevano lasciato addosso soltanto un paio di
pantaloni in cattivo stato, pieni di sangue.
Vieni
qui, gli disse la vivandiera, smonta. Bisogna che ti ci abitui. Poi disse:
Guarda, l'hanno preso in testa.
La
pallottola era entrata vicino al naso e era uscita da una tempia. Era
sfigurato, orribile. Aveva un occhio spalancato.
E allora,
ragazzo, smonta, disse la vivandiera, prova a prendergli una mano, vedi un
po' se te la stringe.
Fabrizio si
sentiva svenire, ma si butt subito gi dal cavallo, e prese una mano del morto
e la strinse, scuotendola. Poi rest l, svuotato. Sentiva che non avrebbe
avuto la forza di rimontare a cavallo. La cosa che gli faceva pi spavento era
quell'occhio aperto.
Mi
prender per un vigliacco, pens, disperato. Ma capiva che non poteva
muoversi: sarebbe caduto. Fu terribile. Stava per sentirsi male. La donna se
n'era accorta. Salt gi in fretta dalla carretta e senza dir niente gli porse
un bicchiere d'acquavite. Fabrizio lo tracann d'un sorso, poi riusc a
rimontare a cavallo e riprese la strada, senza aprir bocca. Ogni tanto la donna
lo guardava con la coda dell'occhio.
Avrai
tempo domani, per combattere, ragazzo, gli disse dopo un po'. Sta' con me,
per oggi. Devi pure impararlo, il mestiere del soldato, lo capisci anche tu
No. Voglio
combattere subito, grid Fabrizio, e la donna si tranquillizz a vedere la sua
faccia scura. Il rumore delle cannonate era sempre pi forte, sembrava che si
avvicinasse. Adesso era come un basso continuo, non c'era intervallo tra un
colpo e l'altro, e su quell'accompagnamento di basso continuo, simile al rumore
di un torrente lontano, si distingueva benissimo il fuoco della fucileria.
La strada
si addentrava in un piccolo bosco. Tre o quattro soldati francesi vennero verso
di loro, di corsa. La vivandiera salt in fretta gi dalla carretta e corse a
nascondersi a una ventina di passi dal sentiero, in una buca rimasta dove
avevano sradicato un grosso albero. Voglio proprio vedere se sono un
vigliacco! pens Fabrizio. Si ferm vicino alla carretta, sguain la sciabola.
I soldati non lo guardarono neanche, corsero via lungo il bosco, a sinistra
della strada.
Sono dei
nostri, disse la donna, con calma, mentre tornava, sbuffando, verso la
carretta. Se il tuo cavallo fosse capace di correre ti direi di andare dove
finisce il bosco e di guardare se c' qualcuno, sulla pianura. Fabrizio non se
lo fece dire due volte, strapp un ramo di pioppo, ne stacc le foglie e si
mise a frustare il cavallo con tutta la sua forza. Dopo qualche metro al
galoppo, il cavallo riprese a trotterellare come al solito. Intanto la carretta
veniva avanti a gran carriera. Fermati, gridava la donna a Fabrizio,
fermati, ti dico! Furono subito fuori dal bosco, dove incominciava la
pianura. Il rumore era spaventoso - cannonate e fucileria da tutte le parti, a
destra, a sinistra, alle spalle. Il bosco era su un rilievo alto otto o dieci
piedi sulla pianura, e cos Fabrizio e la donna riuscirono a vedere abbastanza
bene un angolo della battaglia. Ma nel prato confinante con il bosco non c'era
nessuno. A un migliaio di passi, il prato finiva contro una lunga fila di
salici molto folti, e sopra i salici posava una nuvola di fumo biancastro che
ogni tanto si alzava verso il cielo, vorticando.
Se almeno
sapessi dov' il reggimento! diceva la donna, indecisa. Non c' da fidarsi, a
attraversare il prato. Tu, a proposito, disse poi a Fabrizio, se ti viene
contro un soldato nemico, infilzalo, non stare a perder tempo a tirargli
fendenti.
In quel
momento i quattro soldati di prima vennero fuori dal bosco, sulla sinistra del
sentiero. Uno era a cavallo.
Ecco
quello che ci vuole per te, disse la donna a Fabrizio. Poi grid al soldato a
cavallo: Ehi, tu! Vieni a bere un sorso d'acquavite! I soldati si
avvicinarono.
Dov' il
6 mobile? chiese la donna.
L in
fondo, a cinque minuti da qui, dopo quel canale sotto i salici. Hanno ammazzato
il colonnello Macon che poco.
Senti un
po', tu, lo vendi, per cinque franchi, il tuo cavallo?
Cinque
franchi! Vuoi scherzare, mammina. Cinque franchi per un cavallo da ufficiale
che posso venderlo quando voglio per cinque napoleoni!
Dammi un
napoleone, disse la donna a Fabrizio. Poi and vicino al soldato a cavallo:
Sbrigati, smonta, gli disse. To' il tuo napoleone.
Il soldato
scese da cavallo, e Fabrizio salt in sella, tutto contento. La donna stava cercando
di levare il piccolo portamantelli legato alla sella del ronzino di Fabrizio.
E allora,
me la date o no una mano? disse ai soldati. cos che si lasciano lavorare
le signore?
Ma appena
gli misero addosso il portamantelli il cavallo si impenn, e Fabrizio, che pure
era un ottimo cavaliere, dovette mettercela tutta per poterlo trattenere.
Buon
segno! disse la donna. Non gli piace il solletico, a questo signorino!
Un cavallo
da generale! gridava il soldato che lo aveva venduto. Un cavallo che pagarlo
dieci napoleoni niente!
Questi
sono venti franchi. Prendili, disse Fabrizio, che non stava pi nella pelle a'
sentirsi tra le gambe un cavallo cos vivace.
In quel
momento una palla di cannone cadde di traverso in mezzo ai salici. I rami
spezzati scattarono in aria da una parte e dall'altra, come tagliati netto da
una falce. Fabrizio si ferm a guardare, era uno strano spettacolo.
Oh, sono
vicini, disse il soldato, mettendosi i soldi in tasca. Saranno state le due.
Fabrizio
era ancora tutto preso da quel che aveva visto, quando un gruppo di generali,
scortati da una ventina di ussari, attraversarono obliquamente il prato, al
galoppo. Il cavallo di Fabrizio incominci a nitrire, si impenn due o tre
volte di seguito, poi diede grandi colpi con la testa, tirando le briglie. E
va bene! pens Fabrizio.
Lasciato a
se stesso, il cavallo corse in avanti, ventre a terra, e and a raggiungere la
scorta che seguiva i generali. Fabrizio cont quattro cappelli gallonati. Dopo
un quarto d'ora, ascoltando quello che diceva un ussaro che gli cavalcava
vicino, Fabrizio si rese conto che uno di quei generali era il famoso
maresciallo Ney. La sua felicit era al colmo, per non riusciva a capire quale
dei quattro generali fosse il maresciallo. Avrebbe dato qualsiasi cosa, per
saperlo, ma si ricord che non doveva parlare. Il gruppo si ferm davanti a un
largo fossato che la pioggia del giorno prima aveva riempito d'acqua. Era
fiancheggiato da un filare di alberi molto alti e confinava sulla sinistra con
il prato all'inizio del quale Fabrizio aveva comprato il cavallo. Quasi tutti
gli ussari erano smontati. La sponda del fossato era ripida, molto scivolosa, e
il livello dell'acqua era tre o quattro piedi sotto quello del prato. Fabrizio
era troppo felice, pensava pi al maresciallo Ney, e alla gloria, che al suo
cavallo. E il suo cavallo, eccitatissimo, fece un salto e piomb nel fossato.
L'acqua, schizzando in alto, bagn da capo a piedi uno dei generali. Quello
grid: Bestia fottuta! Fabrizio si sent profondamente offeso. Forse dovrei
rispondergli... pens. Intanto, per far vedere che non era poi cos
impacciato, cerc di spingere il cavallo su per la Sponda opposta, ma era
ripida, alta cinque o sei piedi. Bisognava rinunciarci, e allora Fabrizio
risal la corrente, con l'acqua quasi alla testa del cavallo, fino a una specie
di abbeveratoio. L, era meno ripido, e il cavallo pot uscire sull'altra
sponda. Era stato il primo della scorta, a passare, e incominci a trottare
orgogliosamente lungo il fossato. Intanto, gli ussari stavano dimenandosi
nell'acqua. Erano in difficolt, perch in molti punti l'acqua era profonda
cinque piedi. Due o tre cavalli si spaventarono e incominciarono a nuotare, in
uno sciacquio spaventoso. Poi un sergente si accorse della manovra di quel
novellino che aveva un'aria cos poco militaresca.
Risalite
la corrente! C' un abbeveratoio, a sinistra! grid, e uno alla volta
riuscirono a passare tutti.
Per un
momento Fabrizio era rimasto vicino ai generali, da solo. Il rumore delle
cannonate gli sembrava sempre pi forte. Riusc a stento a capire, quando il
generale che era riuscito a bagnare cos bene gli url nelle orecchie:
Dove l'hai
preso, questo cavallo?
Fabrizio era
tanto emozionato che gli rispose in italiano:
L'ho
comprato poco fa.
Che cosa
hai detto? gli grid il generale.
Ma il
frastuono era tale che Fabrizio non pot rispondergli. Bisogna ammettere che il
nostro eroe non era molto eroico, in quel momento. Ma la paura veniva in
seconda linea: era sconvolto da tutto quel rumore, gli facevano male le
orecchie. La scorta si lanci al galoppo. Attraversarono un gran campo
coltivato. Era pieno di morti.
Giubbe
rosse! Giubbe rosse! gridavano gli ussari della scorta, e sembravano molto
soddisfatti. Fabrizio non capiva. Poi si rese conto che tutti quei morti erano
vestiti di rosso. Si sent rabbrividire dall'orrore. Molti di quei soldati
erano ancora vivi, invocavano aiuto, ma nessuno si fermava per aiutarli. Fabrizio,
con molta umanit, faceva di tutto perch il suo cavallo non calpestasse
qualcuna di quelle giubbe rosse. Gli altri si erano fermati, e lui, non molto
ligio al suo dovere di soldato, continuava a galoppare, gli occhi fissi su un
ferito.
E fermati,
novellino! gli grid il sergente. Fabrizio si accorse di essere a una ventina
di passi, sulla sinistra, davanti ai generali, proprio nella direzione in cui
quelli stavano guardando con i cannocchiali. Mentre tornava indietro per andare
a mettersi in coda alla scorta, che si teneva a qualche passo di distanza, vide
che il pi grosso dei generali stava parlando a un altro generale in tono
autoritario, quasi di rimprovero, e imprecava. Fabrizio non riusc a resistere
alla curiosit, e malgrado il consiglio di non parlare che gli aveva dato la
moglie del guardiano della prigione cerc di mettere insieme una bella
frasettina in francese e chiese al suo vicino:
Chi quel
generale che sgrida l'altro?
Ma il
maresciallo, perdio!
Quale
maresciallo?
Il
maresciallo Ney, idiota! Ma come! Di che reggimento sei?
Nonostante
tutta la sua suscettibilit, in quel momento Fabrizio non se lo sogn nemmeno,
di offendersi. Come un bambino, perduto in ammirazione, guardava il principe
della Moscova, il valoroso tra i valorosi.
Ripresero a
galoppare, di colpo. Qualche istante dopo, guardando avanti, Fabrizio vide, a
una ventina di passi, che la terra di un campo sembrava in subbuglio. I solchi
erano pieni di acqua, e dai mucchi di terra umida che si alzavano tra un solco
e l'altro volavano in aria piccoli frammenti, neri. Era molto strano, e
Fabrizio, passando, si volt a guardare, poi ricominci a pensare al
maresciallo e alle sue glorie. Sent gridare, alle spalle, un grido secco. Due
ussari stavano cadendo da cavallo, colpiti, gi lontano. La cosa pi orribile
era un cavallo, si contorceva tra i solchi, coperto di sangue, le zampe
impigliate negli intestini. Voleva andar dietro agli altri cavalli. Il sangue
colava nel fango.
Ah, ci
sono, finalmente, in una battaglia! pens Fabrizio.
Ho visto
una battaglia! si ripeteva, tutto soddisfatto. Adesso s che sono un vero
soldato. Stavano galoppando a briglia sciolta, e Fabrizio si rese conto che
erano le palle di cannone a far volare pezzi di terra da tutte le parti. Aveva
un bel guardare dalla parte da cui venivano le cannonate: vedeva soltanto,
lontanissimo, il fumo bianco delle batterie, e tra il brontolio monotono e
ininterrotto degli spari gli sembrava di sentire scariche di fucileria, molto
pi vicine. Non ci capiva assolutamente niente.
Adesso i
generali e la scorta erano scesi in un sentiero coperto di acqua, pi basso
rispetto al livello dei campi. Il maresciallo si ferm, guard ancora con il
cannocchiale. Fabrizio riusc a guardarlo bene, stavolta. Aveva una grossa
testa, e i capelli biondissimi, e le guance molto colorite. Non ne abbiamo, in
Italia, di facce come questa, pens Fabrizio. Pallido come sono, con i miei
capelli castani, non riuscir mai a essere cos. Si sentiva molto abbattuto.
Era come se pensasse: Non sar mai un eroe. Guard gli ussari che aveva
vicino: tranne uno, avevano tutti dei folti baffi biondi. Ma anche gli ussari
guardavano lui. Fabrizio si sent arrossire, sotto quelle occhiate, per darsi
un contegno volt la testa dalla parte del nemico. C'erano file lunghissime di
uomini rossi, era strano come sembravano piccoli. Erano reggimenti, divisioni:
eppure quelle file non erano pi alte di una siepe. Un gruppo di cavalleggeri
rossi stava venendo verso il sentiero dove il maresciallo e la sua scorta
avanzavano al passo, sguazzando nel fango. Davanti non si vedeva niente, c'era
troppo fumo. Solo, ogni tanto, si vedevano uscire da quel fumo degli uomini a
cavallo, lanciati al galoppo.
Improvvisamente,
Fabrizio vide venire dalla parte del nemico quattro uomini, al galoppo. Ci
attaccano! pens. Ma due di quegli uomini stavano gi parlando con il
maresciallo. Poi uno dei generali part al galoppo, seguito da due ussari e da
quei quattro uomini. Il gruppo si mosse, pass un piccolo canale. Fabrizio si
trov vicino al sergente, lo guard, vide che aveva un'aria da bonaccione.
Bisogna che gli parli, pens. Forse cos la smetteranno di guardarmi. Ci
pens un bel po', poi gli disse:
Signore,
la prima volta che vedo una battaglia. Ma veramente una battaglia, questa?
Direi. Ma
tu, chi sei?
Sono il
fratello della moglie di un capitano.
E come si
chiama, questo capitano?
Era una
domanda terribilmente imbarazzante, per il nostro eroe. Non l'aveva prevista.
Per fortuna, in quel momento tutto il gruppo si rimise a galoppare. Che nome
posso dire? pensava Fabrizio. Alla fine gli venne in mente il nome del suo
albergatore di Parigi. Guid il suo cavallo vicino a quello del sergente e url
pi forte che poteva:
Il
capitano Meunier! Ma con tutto quel fracasso il sergente non riusc a capire
bene, e rispose: Ah, il capitano Teulier. morto. Benissimo, pens
Fabrizio. Il capitano Teulier. Qui bisogna fare la faccia triste. Dio mio!
grid, con un'aria molto addolorata.
Erano
usciti dal sentiero, stavano attraversando un prato, ventre a terra. Erano di
nuovo sotto il fuoco dei cannoni. Il maresciallo galoppava verso una divisione
di cavalleria. Intorno era pieno di morti e di feriti, ma a Fabrizio non faceva
pi tanta impressione. Aveva altre cose cui pensare.
Alla prima
sosta, guardandosi intorno, Fabrizio vide una carretta. Il suo affetto per il
rispettabile corpo delle vivandiere era troppo forte. E part al galoppo.
Sta' qui,
perdio! gli grid dietro il sergente.
Che cosa
pu farmi? pens Fabrizio, e continu a galoppare verso la carretta. Quando
aveva spronato il cavallo, Fabrizio sperava che fosse la vivandiera che aveva
conosciuto quella mattina. Tutte le carrette si assomigliavano: ma la vivandiera
era un'altra, e aveva un'aria piuttosto antipatica. Avvicinandosi, sent che
diceva: Pensare che era cos un bell'uomo! Fabrizio guard. Era un brutto
spettacolo: stavano tagliando una gamba, alla coscia, a un corazziere, un bel
giovane alto. Fabrizio chiuse gli occhi, poi mand gi uno dopo l'altro quattro
bicchieri d'acquavite.
Oh,
ragazzino, ci dai dentro! disse la vivandiera.
L'acquavite
aveva fatto venire un'idea a Fabrizio. Bisogna che mi faccia prendere in
simpatia dagli ussari della scorta, pens.
Datemi la
bottiglia, disse alla vivandiera.
Lo sai che
oggi come oggi ti coster dieci franchi?
Fabrizio
torn al galoppo verso la scorta.
Ah, ci hai
portato da bere! grid il sergente. per questo che hai disertato! Da' qua!
La bottiglia
pass di mano in mano. L'ultimo, dopo aver bevuto, la butt via. Grazie,
camerata! grid a Fabrizio. Adesso tutti lo guardavano con benevolenza. Fu
come se gli avessero levato un peso dal cuore: era uno di quei cuori di
fabbricazione troppo raffinata, il suo, che hanno bisogno dell'amicizia della
gente. Finalmente non lo guardavano pi con quell'aria sospettosa! C'era
qualcosa che li univa, adesso! Fabrizio fece un bel respiro profondo, poi disse
al sergente, in tono disinvolto:
Dato che
il capitano Teulier morto, dove potrei trovarla, mia sorella? Gli sembrava
di essere un piccolo Machiavelli, a dire Teulier invece di Meunier.
Bisogna
che aspetti stasera, rispose il sergente.
La scorta
si mosse verso un gruppo di divisioni di fanteria. Fabrizio si sentiva
completamente ubriaco. Aveva bevuto troppo, oscillava un po' sulla sella. Per
fortuna gli venne in mente quel che diceva il cocchiere di sua madre: Quando
si alzato il gomito bisogna guardare fisso in mezzo alle orecchie del cavallo
e fare quello che fanno gli altri. Il maresciallo si ferm molte volte, e a
lungo, per dar l'ordine di caricare a certi squadroni di cavalleria. Ma per
un'ora o due il nostro eroe non riusc a capire che cosa stesse succedendo. Si
sentiva stanco morto, quando il cavallo andava al galoppo ricadeva sulla sella
come un pezzo di piombo.
Di colpo
sent che il sergente gridava:
Sacramento,
ma non vedete l'Imperatore? Gli ussari urlarono a squarciagola: Viva
l'Imperatore! Fabrizio guard freneticamente, gli occhi spalancati. Ma vide
soltanto un gruppo di generali che passavano in fretta, seguiti da una scorta.
Non riusc a vedere le facce, tra l'ondeggiare delle lunghe criniere sugli elmi
dei dragoni. Per colpa di quella maledetta acquavite non sono riuscito a vedere
l'Imperatore sul campo di battaglia! pens. Si sentiva completamente lucido,
dopo questa considerazione.
Presero per
un altro sentiero pieno d'acqua. I cavalli si misero a bere.
Era
l'Imperatore, quello che passato? chiese Fabrizio all'ussaro che gli stava
vicino.
Certo. Era
quello che non aveva ricami sulla giubba. Come hai fatto a non vederlo? gli
rispose l'altro, molto gentile. Fabrizio aveva una gran voglia di correre
dietro alla scorta dell'Imperatore. Sarebbe splendido fare davvero la guerra
con lui! pens. Era pur venuto in Francia per questo. Sono padrone di farlo
quando voglio. In fondo se sono qui soltanto perch il mio cavallo si
buttato dietro a questi generali.
Ma decise
di restare: i suoi nuovi compagni, gli ussari, lo guardavano con simpatia,
adesso. Incominciava a sentirsi amico intimo di tutti i soldati con cui stava
cavalcando da qualche ora. Era la nobile amicizia che univa gli eroi del Tasso
e dell'Ariosto, quella! Se si fosse unito alla scorta dell'Imperatore avrebbe
dovuto ricominciare tutto da capo. E forse lo avrebbero guardato male, perch
quelli erano dragoni, e lui era in divisa da ussaro, come tutti i soldati al
seguito del maresciallo. Il modo come adesso lo guardavano lo riempiva di
gioia. Avrebbe, fatto qualsiasi cosa, per i suoi compagni. Era al settimo
cielo. Era tutto diverso, ora che aveva trovato degli amici. Moriva dalla
voglia di parlargli. Ma sono ancora un po' ubriaco, pens. Bisogna che mi
ricordi di quello che diceva la guardiana della prigione. Poi, uscendo dal
sentiero, si accorse che la scorta non seguiva pi il maresciallo Ney. Davanti,
adesso, c'era un generale alto, magro, con una faccia asciutta e uno sguardo
tremendo.
Quel
generale era il conte di A., il tenente Roberto del 15 maggio 1796. Che gioia
avrebbe provato, a vedere Fabrizio del Dongo!
Era gi da
molto che Fabrizio non vedeva quegli spruzzi di terra, neri, dove cadevano le
cannonate. E arrivarono alle spalle di un reggimento di corazzieri. Si sentiva
distintamente il rumore delle schegge sulle corazze. Fabrizio vide molti
soldati che cadevano, colpiti.
Il sole era
gi molto basso, stava tramontando. La scorta lasci un sentiero e sal per un
breve pendio, verso un campo coltivato. Fabrizio sent un rumore strano, basso,
vicinissimo. Si volt. Quattro uomini erano caduti, con i cavalli. Anche il
generale era caduto, ma stava alzandosi. Era coperto di sangue. Fabrizio
guardava gli ussari rimasti a terra. Tre si muovevano ancora, convulsamente.
L'altro gridava: Tiratemi un colpo. Il sergente e altri ussari erano smontati
per aiutare il generale. Il generale si appoggiava al braccio del suo aiutante
di campo, si sforzava di fare qualche passo. Cercava di allontanarsi dal suo
cavallo, che si dibatteva per terra scalciando furiosamente.
Il sergente
venne verso Fabrizio. Il nostro eroe sent che qualcuno, molto vicino, alle sue
spalle, stava dicendo: il solo cavallo che sia ancora capace di galoppare.
Si sent prendere per i piedi, e poi per le ascelle. Lo tirarono su, lo fecero
passare al di sopra della groppa del cavallo, poi lo lasciarono andare e si
trov seduto per terra.
L'aiutante
di campo teneva adesso il suo cavallo per la briglia. Il generale, aiutato dal
sergente, mont in sella, e corse via al galoppo. I sei soldati superstiti lo
seguirono subito. Fabrizio si alz in piedi, furibondo, si mise a corrergli
dietro gridando in italiano: Ladri! Ladri! Era divertente correre dietro a
dei ladri su un campo di battaglia!
La scorta e
il generale, conte di A., scomparvero dietro un filare di salici. Fabrizio
corse fin l, infuriato. Si trov davanti a un canale molto profondo, lo
attravers. Arrivato sull'altra riva riusc a vedere ancora il generale e la
scorta, lontanissimi, in mezzo agli alberi. Si mise a imprecare. Poi - in
francese, questa volta - grid ancora: Ladri! Ladri! Era disperato, e non
tanto per la perdita del cavallo, quanto per il tradimento. Si sedette sulla
riva del canale. Era stanco, moriva di fame. Se il suo bel cavallo glielo
avessero portato via i nemici non gliene sarebbe importato niente, ma vedersi
tradito e derubato da quel sergente a cui voleva tanto bene, da quegli ussari
che gli sembravano come tanti fratelli! Era questo che gli spezzava il cuore.
Non riusciva a consolarsi. Appoggi la schiena contro un salice, si mise a
piangere. Stava disfacendo uno dopo l'altro tutti quei bei sogni di sublime
amicizia cavalleresca come nella Gerusalemme Liberata. Sarebbe stato niente, morire con
intorno amici eroici e affettuosi, nobili amici che ti stringono la mano al
momento dell'ultimo respiro! Ma dove va a finire l'entusiasmo, se ci si trova
in mezzo a una banda di mascalzoni?
Fabrizio
stava esagerando, come capita a chi in preda all'indignazione. Dopo un quarto
d'ora di commozione incominci a rendersi conto che le cannonate stavano
arrivando fino ai salici all'ombra dei quali si erano svolte le sue
meditazioni. Si alz in piedi, cerc di orientarsi. C'era un gran prato,
delimitato da un canale molto largo e dal filare di salici. Gli sembr di
capire dov'era. Davanti, a un quarto di lega, un reparto di fanteria stava
passando il fossato e entrava nel prato. A momenti mi addormentavo, pens.
L'importante non farsi prender prigioniero. Incominci a camminare molto in
fretta. Pi avanti, si tranquillizz, riconobbe le divise: i reparti dai quali
aveva avuto paura di essere tagliato fuori erano francesi. Pieg a destra per
raggiungerli.
Dopo il
dolore morale, per il furto e il tradimento, ne sentiva un altro, adesso, e
diventava sempre pi forte: stava morendo di fame! Dopo aver camminato, o
piuttosto dopo aver corso, per dieci minuti, ebbe la gran gioia di vedere che i
reparti di fanteria, che marciavano molto in fretta, si erano fermati per
prendere posizione. Qualche minuto pi tardi aveva raggiunto i primi soldati.
Camerati,
potreste vendermi un pezzo di pane?
Avete
sentito? Questo qui ci prende per dei fornai!
A questa
spietata battuta, e alle risate generali che l'avevano accolta, Fabrizio si
sent distrutto. Ah, la guerra non era quel nobile slancio comune di anime
assetate di gloria, come si era immaginato leggendo i proclami di Napoleone! Si
sedette, anzi, si lasci cadere sull'erba. Era pallidissimo. Il soldato che
aveva parlato, fermo a una diecina di passi a pulire con il fazzoletto il
percussore del fucile, si mosse, gli venne vicino e gli butt un pezzo di pane.
E vedendo che Fabrizio non lo raccoglieva, il soldato glielo mise in bocca.
Fabrizio apr gli occhi, mastic il pane. Non aveva la forza di parlare. Poi si
guard intorno, cercava il soldato, per pagarlo. Ma era solo. I soldati pi
vicini erano gi a un centinaio di passi, in marcia. Si alz in piedi,
macchinalmente, incominci a seguirli. Entr in un bosco. Non riusciva pi a
tenersi in piedi. Si guard intorno cercando un posto per buttarsi gi a
riposare. E vide il cavallo, e poi la carretta, e poi la vivandiera che aveva
conosciuto la mattina. Lei gli stava correndo incontro, lo guardava come se
fosse spaventata dalla sua faccia.
Cerca di
camminare ancora un po', ragazzo, gli disse. Sei ferito? E il tuo bel
cavallo? e intanto lo portava verso la carretta. Lo aiut a salire tenendolo
per un braccio. Appena dentro, il nostro eroe, esausto, si addorment.
IV
Niente pot
svegliarlo, n i colpi di fucile sparati vicinissimo, n il trotto del cavallo
che la vivandiera frustava a tutta forza. Il reggimento, dopo aver creduto per
tutto il giorno che la battaglia fosse vinta, era stato attaccato di sorpresa
da nugoli di cavalleggeri prussiani, e stava ritirandosi, o meglio stava
fuggendo verso la Francia.
Il
colonnello che aveva preso il posto di Macon, un bell'uomo giovane, elegante,
era stato ucciso a sciabolate. Il comandante di battaglione che lo aveva
sostituito, un vecchio dai capelli bianchi, ordin l'alt. Perdio! disse ai
soldati, al tempo della repubblica, prima di tagliare la corda si aspettava di
esserci costretti. Dovete difendere ogni metro, e fatevi ammazzare, gridava,
imprecando, perch la nostra terra, che i prussiani vogliono invadere!
Fabrizio si
svegli bruscamente. La carretta si era fermata. Il sole era tramontato da un
pezzo. Gli parve molto strano che fosse gi quasi notte. C'era una gran
confusione, soldati che correvano da tutte le parti. Sembrava che si vergognassero
di qualcosa. Fabrizio ne fu molto stupito.
Che cosa
succede? chiese alla vivandiera.
Proprio
niente. Solo che ci han fatto fuori, ragazzo. Abbiamo addosso la cavalleria dei
prussiani, ecco che cosa succede. Quell'idiota del generale credeva che fosse
la nostra. S, sbrigati, dammi una mano, che si rotto un attacco.
Stavano
sparando, molto vicino. Il nostro eroe si sentiva fresco e riposato, pensava:
In fondo, per tutto il giorno, non mi sono battuto. Non ho fatto altro che
scortare un generale. Poi disse alla donna: Devo battermi.
Sta'
tranquillo, ti batterai. Tra un po' ne avrai fin sopra i capelli, di batterti.
Siamo spacciati. Poi la donna grid a un caporale che passava sulla strada:
Aubry, da' un'occhiata alla carretta, ogni tanto.
Andate a
combattere? chiese Fabrizio a Aubry.
Io?
Macch! Sto andando a ballare!
Vengo
anch'io.
Senti,
stagli attento, al piccolo ussaro! grid la donna. un bravo ragazzo.
Il caporale
Aubry camminava senza aprir bocca. Otto o dieci soldati lo raggiunsero, di
corsa. Aubry li condusse dietro una grossa quercia, tra cespugli di rovi, poi,
sempre senza dire una parola, li dispose sul limitare del bosco, piuttosto
distanti uno dall'altro.
Attenzione,
ragazzi, disse - e era la prima volta che parlava -, non sparate se non ve lo
dico io. Ricordatevi che avete soltanto tre cartucce.
Ma che
cosa succede? pensava Fabrizio. Poi, quando fu solo con il caporale, gli
disse:
Sono senza
fucile.
Per prima
cosa, sta' zitto! Va' l, a una cinquantina di passi dal bosco. Troverai
qualcuno di quei poveri ragazzi massacrati a sciabolate. Prendi fucile e
giberne. E sta' attento che non sia un ferito, almeno. Prendi fucile e giberne
a uno che sei sicuro che morto, e fa' in fretta, prima che i nostri ti tirino
addosso.
Fabrizio
corse via, e torn subito con un fucile e delle giberne.
Adesso
caricalo e mettiti l, dietro quell'albero. Mi raccomando, non sparare se non
lo ordino io... Ma per Dio, questo qui non sa neanche caricare un fucile! e continuando,
a parlare gli mostr come si faceva. Se ti viene addosso un cavalleggero, per
sciabolarti, gira intorno all'albero e spara soltanto a colpo sicuro, quando ce
l'hai a tre passi, quando a momenti lo tocchi con la baionetta. Poi grid: E
buttalo via, quello sciabolone! Vuoi che ti faccia inciampare, porca miseria?
Che razza di soldati ci mandano! e prese la sciabola e la butt lontano,
bruscamente. Poi disse: Avanti, pulisci la pietra focaia con il fazzoletto. Ma
l'hai mai tirato, un colpo di fucile?
Andavo
sempre a caccia.
Meno
male! disse il caporale, sbuffando. Ma ricordati, spara soltanto quando io do
l'ordine. Poi se ne and.
Fabrizio
era tutto eccitato. Adesso s che potr combattere davvero, pensava. Se
potessi ucciderne uno! Stamattina ci sparavano addosso e io potevo soltanto
star l a espormi come uno scemo! Si guardava intorno con estrema curiosit.
Dopo un po' sent sette o otto fucilate, vicinissime. Ma il caporale non aveva
dato l'ordine di tirare e Fabrizio rimase tranquillo, dietro il suo albero. Era
quasi notte. Era come quando stava alla posta, a caccia di orsi, sulle montagne
di Tremezzina, sopra Griante. Poi fece una cosa da cacciatore: tolse la palla
da una cartuccia e l'infil nella canna del fucile gi carico. Se ne vedo uno
non devo mancarlo, pens. Due fucilate esplosero proprio vicino al suo albero.
E, di colpo, un cavalleggero in uniforme blu gli pass davanti al galoppo, da
destra a sinistra. Non sono tre passi, pens Fabrizio, ma sono sicuro di
prenderlo, cos vicino. Lo segu bene con il mirino, schiacci il grilletto.
Caddero tutt'e due, uomo e cavallo. A Fabrizio sembrava di essere a caccia, era
felice, si mise a correre verso la preda che aveva abbattuto. Stava gi
toccandolo, gli sembrava che stesse agonizzando. E vide due cavalleggeri
prossiani che gli si precipitavano contro, le sciabole alzate. Corse
affannosamente verso il bosco, lasci cadere il fucile. Gli erano quasi
addosso; ma giunse tra piccole querce dritte, grosse come un braccio, al
margine del bosco. Per un momento i cavalleggeri rallentarono, poi furono di
nuovo allo scoperto. Gli erano dietro, ancora, stavano per raggiungerlo. Si
butt nel bosco, tra grossi alberi. Cinque o sei fucilate gli esplosero
davanti, tanto vicine che sent sulla faccia il caldo delle fiammate. Abbass
la testa. Poi, alzandola, vide la faccia del caporale.
L'hai
preso, il tuo?
S. Ma ho
perso il fucile.
Non sono i
fucili, che ci mancano. Sei in gamba. Con la tua aria da ragazzino te la sei
guadagnata, la giornata. E questi, che fanno il soldato, non sono stati capaci
di prendere quei due che ti correvano dietro. E li avevano a tiro, proprio di
fronte. Io non potevo vederli. Adesso dobbiamo battercela, e alla svelta. Il
reggimento deve essere piuttosto lontano, e oltre a tutto dobbiamo passare per
un pezzo in mezzo ai campi, e corriamo il rischio che ci taglino fuori.
Mentre
parlava, il caporale aveva incominciato a camminare in fretta, alla testa dei
suoi dieci uomini. Poco lontano, sull'orlo del campo, incontrarono un generale
ferito, portato a braccia dal suo aiutante di campo e da un domestico.
Voglio
quattro uomini, disse il generale con voce spenta. Bisogna che mi portino a
un'ambulanza. Ho una gamba fracassata.
Va' a
farti fottere, rispose il caporale, tu e tutti i generali! Avete tutti
tradito l'Imperatore, oggi!
Ma tu ti
stai rifiutando di obbedire a un ordine! grid il generale, inviperito. Sai
che io sono il conte B., generale comandante la tua divisione... Continuava a
parlare, dandosi grandi arie. L'aiutante di campo si butt contro i soldati. Il
caporale gli diede un colpo di baionetta sul braccio e corse via con i suoi
uomini. Che vadano in malora tutti, ripeteva, imprecando, che si possano
fracassare tutti gambe e braccia! Una massa di sbruffoni, ecco che cosa sono!
Tutti venduti ai Borboni per tradire l'Imperatore! Fabrizio era molto
impressionato da questa terribile accusa.
Verso le
dieci di sera raggiunsero il reggimento alla periferia di un grosso villaggio
percorso da tante piccole strade strettissime, ma Fabrizio not che il caporale
evitava di parlare agli ufficiali. Poi il caporale disse: Di qua non si
passa. Per le strade si ammassavano uomini, cavalli, carri, cassoni
dell'artiglieria. Arrivarono fino a un incrocio, ma dopo pochi passi dovettero
fermarsi. Intorno imprecavano, litigavano.
Dev'essere
qualche altro traditore, che comanda, qui! grid il caporale. Se ai prussiani
gli viene l'idea di circondare il villaggio, ci prendono come un mucchio di
cani. Venite con me, voialtri.
Fabrizio si
guard intorno. C'erano solo sei soldati, con il caporale. Attraverso un
portone spalancato entrarono in un vasto cortile, dal cortile passarono in una
stalla e uscirono da una porta che dava su un giardino. Per un po' camminarono
s e gi senza saper dove andare, poi scavalcarono una siepe e si trovarono in
un gran campo di saggina. In meno di mezz'ora, seguendo il rumore e le grida,
furono di nuovo sulla strada maestra, al di l del villaggio. Il fossato che
correva lungo la strada era pieno di fucili abbandonati, e Fabrizio ne prese
uno. La strada era molto larga, ma cos ingombra di fuggiaschi e di carriaggi
che in mezz'ora fu tanto se riuscirono a fare cinquecento passi. Dicevano che
quella era la strada per Charleroi. Suonarono le undici.
Bisogna
prendere ancora per i campi, grid il caporale. Erano rimasti in cinque - tre
soldati, il caporale e Fabrizio. Quando arrivarono a un quarto di lega dalla
strada maestra, uno dei soldati disse:
Non ce la
faccio pi.
Neanch'io,
disse un altro.
Bella
novit! disse il caporale. Come credete che stia, io? Ma se mi obbedite vi
troverete bene. C'erano cinque o sei alberi sul bordo di un fossatello, in
mezzo a un immenso campo di grano. L, dove ci sono quegli alberi! disse il
caporale. Poi, quando furono arrivati agli alberi, disse: Stendetevi l. E non
fate rumore, mi raccomando. Ma prima di dormire, c' qualcuno che ha un po' di
pane?
Io, disse
un soldato.
Da' qua,
disse il caporale, in tono deciso. Poi divise il pane in cinque pezzi e si
tenne il pi piccolo.
Un quarto
d'ora prima che faccia giorno, disse poi, mangiando, avremo addosso la
cavalleria nemica. Qui si tratta di non farsi sciabolare. Uno solo spacciato,
con la cavalleria addosso in una pianura come questa - ma in cinque ci si pu
salvare. Se state con me, e state uniti, e sparate solo a colpo sicuro, mi
impegno a portarvi a Charleroi per domani sera.
Il caporale
li svegli un'ora prima dell'alba, gli fece ricaricare i fucili. Dalla strada
maestra veniva ancora un gran rumore, era durato tutta notte. Era come un
torrente in lontananza.
Scappano
come tante pecore, disse Fabrizio al caporale, ingenuamente.
Chiudi il
becco, novellino! disse il caporale, irritato, e i tre soldati che formavano
tutto il suo esercito guardarono Fabrizio con aria molto severa, come se avesse
detto una bestemmia. Aveva insultato la nazione.
incredibile! pens Fabrizio. L'ho gi notato alla corte del vicer, a Milano.
Loro non scappano, no! Con questi francesi non si pu dire la verit, se
ferisce la loro vanit. Ma della loro aria di rimprovero non me ne importa
niente, e bisogna che glielo faccia capire.
Continuavano
a camminare a qualche centinaio di passi da quel fiume di fuggiaschi che
scorreva sulla strada maestra. A un certo punto attraversarono un sentiero che
incrociava la strada maestra. C'erano molti soldati, buttati per terra.
Fabrizio compr per quaranta franchi un cavallo piuttosto buono, poi scelse con
cura tra, i mucchi di armi abbandonate una grossa spada diritta. Dato che
dicono che bisogna lavorare di punta, pens, questa l'ideale. Poi mise il
cavallo al galoppo e raggiunse il caporale e gli altri soldati, che erano
andati avanti. Assest i piedi nelle staffe, pose la sinistra sul fodero della
spada, e disse ai quattro francesi:
Quelli che
scappano, sulla strada, hanno l'aria di un branco di pecore... camminano come
tante pecore spaventate...
Ma aveva un
bel calcare sulla parola pecore, i suoi compagni non si ricordavano neanche pi di
essersi offesi per quella parola soltanto un'ora prima. Un'altra differenza fra
il carattere degli italiani e quello dei francesi: e certo che un francese se
la passa meglio, perch sorvola su quello che gli capitato, senza serbare
rancore.
Bisogna
dire che Fabrizio era molto soddisfatto di s, dopo quella battuta sulle
pecore. E continuarono ad andare avanti scambiando qualche parola. Dopo due
leghe, il caporale, sempre molto stupito di non aver incontrato cavalleria
nemica, disse a Fabrizio:
Senti, tu
sei la nostra cavalleria. Vedi quel cascinale, sul dosso? Va' a domandare al
contadino se vuol venderci da mangiare. E faglielo capire, che siamo solo in cinque.
Se vedi che incerto anticipagli cinque franchi dei tuoi. Ma sta' tranquillo,
dopo mangiato glieli riprendiamo.
Fabrizio
guard il caporale. Aveva una faccia seria, imperturbabile, l'aria di chi non
mette neanche in dubbio la propria superiorit morale. Obbed. And tutto come
aveva previsto il comandante in capo, solo che Fabrizio insistette perch non
costringessero il contadino a restituire i soldi.
Sono soldi
miei, disse agli altri, e non sto pagando per voi, pago per l'avena che ha
dato al mio cavallo.
Fabrizio
parlava il francese cos male che i suoi compagni credettero di cogliere nelle
sue parole un tono di superiorit, e ne furono molto irritati. Incominciavano a
pensare che prima di sera sarebbero venuti alle mani. La cosa che li urtava di
pi era che lui sembrava molto diverso. Fabrizio, invece, incominciava a
provare per loro una grande amicizia.
Stavano
camminando da due ore senza parlare, quando il caporale, guardando verso la
strada maestra, grid con entusiasmo: Ecco il reggimento! Corsero verso la
strada. Ma intorno all'insegna con l'aquila c'erano meno di duecento uomini.
Fabrizio trov subito la vivandiera: era a piedi, aveva gli occhi rossi, e ogni
tanto piangeva. Fabrizio si guard intorno, cercando inutilmente la carretta e
il cavallo.
Partiti,
spariti, rubati! grid la donna, rispondendo allo sguardo di Fabrizio. Senza
dire una parola, lui scese da cavallo, lo prese per la briglia e disse alla
donna: Salite. Quella non se lo fece dire due volte.
Accorciami
le staffe, disse.
Una volta a
posto, in sella, incominci a raccontare a Fabrizio tutti i disastri che le
erano capitati durante la notte. Dopo un racconto interminabile - ma ascoltato
avidamente dal nostro eroe, che per la verit non ci capiva niente di niente,
ma che sentiva un grande affetto per quella donna - alla fine la vivandiera
disse:
E pensare
che sono stati dei francesi a picchiarmi, a derubarmi, a mandarmi in rovina...
Come! Non
sono stati i nemici? disse Fabrizio con un'aria ingenua che rendeva
incantevole la sua bella faccia, pallida, seria seria.
Che
sciocco che sei, ragazzo! disse la donna, sorridendo tra le lacrime. Eppure
sei proprio simpatico.
E avreste
dovuto vedere come stato bravo a accoppare il suo prussiano! disse il
caporale Aubry - che nella confusione generale si era trovato a passare in quel
momento dall'altra parte del cavallo montato dalla vivandiera. Ma
orgoglioso, continu poi... Fabrizio incominciava a agitarsi. Il caporale
disse: E come ti chiami? Perch se riuscir a fare un rapporto voglio fare il
tuo nome.
Mi chiamo
Vasi, rispose Fabrizio facendo una faccia strana, poi aggiunse in fretta:
Cio, Boulot.
Boulot era
il nome dell'ussaro i cui documenti gli erano stati dati dalla moglie del
guardiano della prigione di B. Due giorni prima, continuando a camminare, se li
era studiati bene, quei documenti, perch adesso incominciava a avere un po' di
buon senso e a non meravigliarsi pi di tutto quel che vedeva. Oltre ai
documenti dell'ussaro, Fabrizio conservava con molta cura il passaporto italiano
in base al quale poteva fregiarsi del nobile nome di Vasi, venditore di
barometri. Quando il caporale lo aveva accusato di essere orgoglioso, era stato
sul punto di rispondere: Orgoglioso io! Io, che mi chiamo Fabrizio Valserra,
marchesino del Dongo, e che mi adatto a portare il nome di un certo Vasi,
venditore di barometri!
Ora
Fabrizio pensava: Bisogna che me ne ricordi: mi chiamo Boulot. Altrimenti,
occhio alla prigione! Perch c' la minaccia della prigione, nel mio futuro.
Intanto il caporale e la donna avevano continuato a parlare di lui.
Direte che
sono curiosa, disse la donna senza dargli pi del tu, ma se vi faccio delle
domande per il vostro bene. Andiamo, chi siete? Ma veramente, dico.
Fabrizio
non rispose subito. Pensava che sarebbe stato impossibile trovare amici come
quelli, gente di cui potersi fidare, da cui farsi consigliare. E ne aveva un
gran bisogno, di consigli. Arriveremo in una piazza militare, il governatore
vorr sapere chi sono. E se si accorgono che non conosco nessuno del 4 ussari,
che il reggimento di cui porto la divisa, occhio alla prigione! Nella sua
qualit di suddito austriaco, Fabrizio sapeva benissimo quanta importanza
bisogna dare a un passaporto. I suoi parenti erano nobili, e molto devoti al
regime, eppure avevano avuto una infinit di noie, per via dei passaporti. Per
questo la domanda della donna non lo urt affatto. Ma mentre lui esitava a
rispondere, cercando le parole pi precise in francese, la donna, sempre pi
incuriosita, disse per indurlo a parlare: Io e il caporale Aubry potremmo
darvi dei buoni consigli.
Ne sono
sicuro, rispose Fabrizio. Mi chiamo Vasi, e sono di Genova. Mia sorella - una
donna famosa per la sua bellezza - ha sposato un capitano. Io ho solo
diciassette anni, e cos lei mi ha fatto venire qui per farmi vedere la
Francia, per istruirmi un po'. Quando sono arrivato a Parigi non l'ho trovata.
Poi ho saputo che era con l'esercito e sono venuto a cercarla, ma l'ho cercata
da tutte le parti senza riuscire a trovarla. Poi successo che dei soldati si
sono insospettiti per il mio accento e mi hanno fatto arrestare. Allora ho dato
a un gendarme un po' di soldi - perch allora ne avevo, di soldi - e lui mi ha
dato dei documenti e una divisa e mi ha detto: "Fila, e giurami che non
farai mai il mio nome."
Come si
chiamava? chiese la donna.
Ho dato la
mia parola, rispose Fabrizio.
Ha
ragione, disse il caporale, quel gendarme un delinquente, ma il nostro
amico non deve dire come si chiamava. E quel capitano, il marito di vostra
sorella, come si chiama? Se sappiamo come si chiama potremmo cercarlo.
Si chiama
Teulier, capitano del 4 ussari, rispose Fabrizio.
E cos,
disse il caporale, con un certo tatto, quando hanno sentito il vostro accento,
i soldati vi hanno preso per una spia?
Non
mostruoso? grid Fabrizio, con gli occhi che gli brillavano. Io che voglio
tanto bene all'Imperatore e ai francesi! la cosa che mi ha offeso di pi,
essere insultato in questo modo!
Vi
sbagliate, nessuno vi ha insultato. L'errore di quei soldati era molto
naturale, disse il caporale con aria severa.
Poi, con
molta pedanteria, gli spieg che nell'esercito bisogna appartenere a un reparto
e portare una divisa, altrimenti logico che vi prendano per una spia. Il
nemico ce ne manda molte, di spie. In questa guerra sono tutti traditori. E
finalmente Fabrizio apr gli occhi, si rese conto per la prima volta che in
tutto quanto gli era capitato negli ultimi due mesi lui aveva avuto torto.
Ma bisogna
che il ragazzo ci racconti tutto, disse la donna, sempre pi incuriosita. E
Fabrizio le obbed. Quando ebbe finito, la donna disse al caporale, in tono
serio:
In
sostanza questo ragazzo non un soldato. Sar una brutta guerra, adesso che ci
hanno fatto fuori, e tradito. Perch deve star qui a farsi rompere la testa gratis
pro Deo?
Tanto
pi, disse il caporale, che non sa neanche caricare un fucile, n in dodici
n in mille tempi. Sono io che glielo ho caricato, quando ha tirato a quel
prussiano.
E poi va
in giro a far vedere a tutti i suoi soldi, disse la donna. Appena solo gli
portano via tutto.
Il primo
sergente di cavalleria che incontra, disse il caporale, se lo arruola per suo
conto, tanto per farsi pagar da bere. E magari, con tutti i traditori che ci sono
in giro, sono capaci di farlo combattere per il nemico. Chiunque gli ordiner
di seguirlo, lui lo seguir. Farebbe meglio a entrare nel nostro reggimento.
Ah no,
caporale, scusate! disse Fabrizio, vivacemente. pi comodo andare a
cavallo. E poi non so caricare un fucile - ma mi avete visto, come vado a
cavallo!
Fabrizio
era molto orgoglioso di questo discorsetto. Poi il suo futuro destino fu
oggetto di una lunga discussione tra il caporale e la vivandiera. Fabrizio not
che quei due, discutendo, continuavano a ripetere certi punti della sua storia:
i sospetti dei soldati, il gendarme che gli aveva venduto divisa e documenti,
il modo in cui lui, il giorno prima, si era trovato a scortare il maresciallo,
il passaggio dell'Imperatore, il cavallo soffiato, e cos via.
Con la sua
curiosit di donna, la vivandiera continuava a tornare sul modo in cui gli
avevano portato via il cavallo, quel buon cavallo che lei gli aveva fatto
comprare.
Ti sei
sentito prendere per i piedi, te l'hanno tirato, via di sotto, per bene, e ti
hanno messo seduto per terra, eh?
Perch
continuano a ripetere le stesse cose? pensava Fabrizio. Lo sappiamo benissimo
tutti e tre, come andata. Non sapeva ancora che in Francia, per la gente del
popolo, questo un modo per ragionare, per farsi venire le idee.
Quanti
soldi hai? gli chiese improvvisamente la donna. Fabrizio rispose subito. Era
sicuro dell'onest di quella donna - il lato buono dei francesi, questo.
Mi
resteranno in tutto trenta napoleoni d'oro e otto o dieci scudi da cinque
franchi.
Ma allora
hai campo libero! grid la donna. Tirati fuori da questa confusione, buttati
sul fianco, prendi la prima strada un po' libera che trovi sulla tua destra e
continua a galoppare, e va' pi lontano che puoi dall'esercito. Appena puoi,
compra dei vestiti da borghese. Quando sarai a una diecina di leghe, e non
vedrai pi soldati, prendi dei cavalli di posta e va' in qualche bella citt, e
sta' l otto giorni a riposare e a mangiar bistecche. Non dire mai a nessuno che
sei stato nell'esercito: i gendarmi ti arresterebbero subito come disertore - e
anche se sei molto simpatico non sei ancora abbastanza in gamba per farcela a
rispondere ai gendarmi. Appena ti sarai messo addosso un vestito da borghese,
ricordati di stracciare in mille pezzi quei documenti da ussaro e di riprendere
il tuo vero nome. Di' che sei Vasi. Poi si rivolse al caporale: Da dove deve
dire che viene?
Da Cambrai
sur l'Escaut. una bella citt, molto piccola, capisci? C' una cattedrale, e
Fnelon.
Ecco,
disse la donna. Non dire mai che c'eri, alla battaglia. Non dir niente di B.,
non parlare del gendarme che ti ha venduto i documenti. Quando decidi di
tornare a Parigi, va' prima a Versailles, poi per entrare a Parigi passa la
barriera da quella parte. A piedi, mi raccomando, come se andassi a spasso. I
soldi, cciteli nei pantaloni, e quando devi pagare qualche cosa, tira fuori
solo quelli che ti servono. Mi vien da piangere, a pensare a come ti
prenderanno per il naso!... Ti porteranno via tutto, lo so. E come farai senza
un soldo in tasca, senza sapertela cavare?
La donna
continuava a parlare, e il caporale, che non riusciva a intervenire, doveva
limitarsi a far segno di s con la testa. E improvvisamente la massa dei
fuggiaschi incominci a camminare pi in fretta. Poi, di colpo, tutti saltarono
il fossato che fiancheggiava la strada a sinistra e si buttarono a correre per
i campi. Gridavano da tutte le parti: I cosacchi! I cosacchi!
Riprenditi
il cavallo! grid la donna.
Dio me ne guardi!
disse Fabrizio. Ve lo regalo. Avanti, al galoppo! Scappate! Volete un po' di
soldi, per comprare un'altra carretta? La met di tutto quello che ho
vostra!
Riprenditi
il cavallo, ti dico! ripet la donna, con rabbia. Stava cercando di smontare.
Fabrizio tir fuori la spada. Tenetevi forte! le grid. Poi diede due o tre
piattonate al cavallo, e quello part al galoppo, dietro i fuggitivi.
Il nostro
eroe si guard intorno. Un attimo prima, su quella strada c'erano tre o
quattromila uomini che si accalcavano, stretti come contadini in una
processione. Dopo la parola cosacchi, non c'era pi nessuno. Scappando, si
eran lasciati dietro cappelli, fucili, sciabole. Fabrizio, tutto stupito, prese
per un campo sulla destra della strada, sal su un piccolo dosso. Neanche
l'ombra, di cosacchi. Gente strana, questi francesi! pens. Dunque, mi hanno
detto di andare verso destra. E allora tanto vale che incominci subito a
muovermi. Se sono scappati, forse c'era qualche motivo che io non conosco. Prese
un fucile, si assicur che fosse carico, smosse la polvere dell'esca, pul la
pietra focaia. Poi scelse delle giberne ben piene.
Si guard
intorno, da tutte le parti. Era completamente solo, in quella pianura che un
momento prima brulicava di gente. Lontanissimo, i primi fuggiaschi avevano
raggiunto un bosco, e stavano ancora correndo. Che cosa strana! pens
Fabrizio. Poi gli venne in mente la manovra attuata il giorno prima dal
caporale, e and a sedersi in mezzo a un campo di grano. Non voleva ancora
andar via, aveva voglia di rivedere i suoi amici, la vivandiera, il caporale
Aubry.
Cont i
soldi che aveva in tasca. Gli restavano solo diciotto napoleoni, non trenta,
come credeva. Ma aveva ancora i piccoli diamanti che si era nascosto nella
fodera degli stivali, quella mattina, in prigione. Nascose meglio che poteva i
suoi napoleoni, e intanto continuava a pensare a come fossero spariti gli
altri, cos improvvisamente. Che
sia un cattivo presagio? pensava. La cosa che gli dispiaceva di pi era di non
aver potuto chiedere al caporale: L'ho vista davvero, una battaglia? A lui
sembrava di s, ma sarebbe stata una meraviglia poterne essere sicuro.
Comunque,
pensava, anche se sono stato in una battaglia, ero l con il nome di un altro,
con in tasca i documenti di un prigioniero, addirittura con addosso i suoi
vestiti! Questo deve essere un pessimo segno. Chiss che cosa ne penserebbe don
Blans! E quel poveraccio di Boulot morto in prigione! Tutti brutti segni. Il
mio destino di finire in prigione. Avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere se
Boulot, l'ussaro, era davvero colpevole. Gli parve di ricordare che la moglie
del guardiano gli avesse detto che l'ussaro era stato arrestato non solo per
aver rubato delle posate d'argento, ma anche per aver portato via una mucca a
un contadino dopo averlo picchiato a sangue. Ne era sicuro: un giorno sarebbe
finito in prigione per una colpa che avrebbe avuto qualche rapporto con quella
di Boulot. E continuava a pensare a don Blans, il suo amico. Ah, se avesse potuto
chiedergli il suo parere! Poi gli venne in mente che non aveva scritto a sua
zia da quando era partito da Parigi. Povera Gina! pens. Gli veniva da
piangere. In quel momento sent qualcosa muoversi, vicino. C'era un soldato con
tre cavalli senza briglia. Sembravano morti di fame. Li teneva per la cavezza e
gli faceva mangiare del grano. Fabrizio salt s come una pernice dal folto, e
il soldato si spavent. Il nostro eroe se ne accorse, non pot resistere alla
tentazione di recitare per un momento la parte dell'ussaro.
Porca
miseria, uno di questi cavalli mio! grid. Ma sono disposto a darti cinque
franchi per il disturbo che ti sei preso a riportarmelo.
Mi stai
prendendo in giro? disse il soldato. Fabrizio lo prese di mira da sei passi di
distanza:
Molla
quella bestia o t'ammazzo!
Il soldato
aveva il fucile a tracolla. Fece un movimento con la spalla, come per
imbracciarlo.
Se ti
muovi sei morto! grid Fabrizio, e gli and contro.
Il soldato
guard malinconicamente verso la strada. Era vuota.
E va bene.
Datemi i cinque franchi e prendetevi un cavallo.
Tenendo il
fucile con la sinistra, Fabrizio gli butt tre monete da cinque franchi, poi
disse:
Smonta o
ti sparo. Metti la briglia al nero e va' indietro con gli altri... Se ti muovi
ti accoppo.
Il soldato
obbed a malincuore. Fabrizio si avvicin al cavallo, infil il braccio
sinistro nella briglia continuando a tener d'occhio il soldato, che si
allontanava lentamente. Quando il soldato fu a una cinquantina di passi,
Fabrizio salt in sella. Stava ancora cercando con il piede la staffa destra
che sent fischiare una pallottola, molto vicino. Era stato il soldato, a
sparare. Fabrizio gli si butt contro, al galoppo, furiosamente. Lo vide
correre a perdifiato, e poi montare su un cavallo e lanciarsi al galoppo.
Bene, pens Fabrizio, Ǐ fuori tiro.
Il cavallo
che aveva appena comprato era splendido, ma sembrava morto di fame. Fabrizio
torn sulla strada maestra, sempre deserta, la attravers, poi mise il cavallo
al trotto dirigendosi verso un piccolo dosso, a sinistra, dove sperava di
trovare la vivandiera. Ma quando fu in cima al pendio vide soltanto qualche
soldato isolato, in lontananza. destino che non la riveda mai pi, pens,
sospirando, quella donna cos buona, cos coraggiosa! Poi si diresse verso un
cascinale che si vedeva, lontano, sulla destra della strada. Non smont
neanche, pag in anticipo e fece dare dell'avena al suo povero cavallo. Aveva
tanta fame che mordeva la mangiatoia.
Un'ora
dopo, Fabrizio teneva il cavallo al trotto sulla strada maestra. Aveva ancora
una vaga speranza di ritrovare la vivandiera, o almeno il caporale Aubry.
Continuava a guardarsi in giro. Poi si trov davanti a un fiume. Le rive erano
fangose, e c'era un ponte di legno, molto stretto. Prima del ponte, sulla
destra della strada, c'era una casa isolata, con una insegna: Al cavallo
bianco. Mi
fermer a mangiare, pens Fabrizio. All'imboccatura del ponte c'era un
ufficiale di cavalleria con un braccio al collo. Era a cavallo, aveva una
faccia disperata. A dieci passi da lui, tre cavalleggeri, a piedi, stavano
dandosi da fare con le loro pipe.
Questi
qua, pens Fabrizio, hanno proprio l'aria di voler comprare il mio cavallo
per molto meno di quanto l'ho pagato io. L'ufficiale ferito e i tre soldati lo
guardavano venire avanti. Sembrava che stessero aspettandolo. Certo, dovrei
evitare di passare sul ponte, dovrei prendere a destra, sulla riva. La
vivandiera mi direbbe di fare cos, per cavarmi d'impiccio... Gi, pens il
nostro eroe, ma se taglio la corda, domani mi vergogner come un ladro. E poi
il mio cavallo ha buone gambe, mentre il suo deve essere stanco. Se cercano di
tirarmi gi di sella, mi butter al galoppo. E intanto tratteneva il cavallo,
veniva avanti il pi lentamente possibile.
Sbrigati,
ussaro! gli grid l'ufficiale in tono di comando.
Fabrizio
avanz ancora di qualche passo, poi si ferm.
Volete
portarmi via il cavallo? grid.
Ma neanche
per idea! Vieni qua!
Fabrizio
guard l'ufficiale. Aveva dei baffi bianchi, e un'aria molto sincera. Il
fazzoletto che gli reggeva il braccio sinistro era pieno di sangue, e anche
all'altra mano aveva una fasciatura insanguinata. Sono i soldati, che mi si
attaccheranno alle briglie, pens Fabrizio. Ma guardandoli meglio si accorse
che erano feriti anche loro.
In nome
del tuo onore di soldato, gli disse l'ufficiale, che aveva sulle spalline i
gradi di colonnello, sta' di guardia qui e di' a tutti i dragoni, cacciatori e
ussari che passano che il colonnello Le Baron in quella locanda e gli ordina
di presentarsi. Sembrava che il vecchio colonnello soffrisse molto. Appena
aveva aperto bocca si era gi conquistato il nostro eroe, che gli rispose con
molto buon senso:
Sono
troppo giovane, signore, perch mi diano retta. Ci vorrebbe un vostro ordine
scritto.
Ha
ragione, disse il colonnello, fissandolo. La Rose, tu che hai ancora una
destra, scrivi l'ordine.
La Rose non
disse niente, tir fuori di tasca un libretto, scrisse qualcosa, poi strapp il
foglio e lo diede a Fabrizio. Il colonnello, dopo aver ripetuto i suoi ordini,
disse a Fabrizio che dopo due ore, secondo il regolamento, uno dei soldati
feriti gli avrebbe dato il cambio. Poi entr con gli altri nella locanda.
Fabrizio, sul suo ponte, rimase immobile a guardarli. Il dolore cupo e
silenzioso di quegli uomini lo aveva molto impressionato. Sembrano personaggi
favolosi, pens. Finalmente spieg il foglio e lesse:
Il
colonnello Le Baron, del 6 dragoni, comandante la seconda brigata della prima
divisione di cavalleria del 14 corpo d'armata, ordina a tutti i cavalleggeri,
dragoni, cacciatori e ussari, di non passare il ponte, e di presentarsi alla
locanda del Cavallo bianco, vicino al ponte, dove ha stabilito il suo quartier
generale.
Dal quartier
generale, vicino al ponte della Sainte, il giugno 1815.
A nome del
colonnello Le Baron, ferito al braccio destro, e per suo ordine, firmato
Sergente
La Rose.
Era passata
appena una mezz'ora, quando Fabrizio vide venire sei cacciatori a cavallo e tre
a piedi. Li informa degli ordini del colonnello. Torneremo dopo, dicono
quattro dei cacciatori a cavallo, e passano il ponte al gran trotto. In quel
momento Fabrizio stava parlando con gli altri due, e mentre discutevano, sempre
pi animatamente, i tre uomini a piedi passano il ponte. Poi uno dei due
cacciatori a cavallo rimasti chiede di poter leggere l'ordine, lo prende, dice:
Lo porto a far vedere ai miei compagni, torneranno senz'altro, sta'
tranquillo, e si lancia al galoppo, seguito dall'altro. Tutto in un attimo.
Fabrizio si
mise a chiamare, furioso, uno dei soldati feriti, che si era affacciato a una
finestra della locanda. Aveva i galloni di sergente. Poi Fabrizio lo vide venir
fuori, gridando:
La
sciabola! Sei di guardia! Fabrizio sguain la sciabola, poi disse:
Si sono
portati via l'ordine.
Sono di
cattivo umore per la faccenda di ieri, a quanto pare, disse l'altro,
cupamente. Prendi questa pistola. Se qualcun altro cerca di passare, spara un
colpo in aria e verr fuori io, o verr il colonnello.
Fabrizio se
n'era accorto: il sergente aveva fatto un gesto di sorpresa, quando aveva
saputo che gli avevano portato via l'ordine. Cap di aver subito un affronto,
giur a se stesso che non si sarebbe pi fatto giocare.
Era ancora
di guardia, tutto fiero, con in mano la pistola del sergente, quando vide
venire sette ussari a cavallo. Si era messo in modo da sbarrare l'ingresso del
ponte. Li informa dell'ordine del colonnello. Sembrano piuttosto seccati, il
pi violento cerca di passare. Fabrizio mette in pratica il consiglio della sua
amica, la vivandiera, di lavorare di punta e non di taglio; abbassa il suo
spadone, come per infilzare quello che cerca di passare.
Ah, vuol
farci fuori, il novellino! grida uno degli ussari. Non ne hanno gi ammazzati
abbastanza, ieri, dei nostri! Tirano fuori le sciabole, gli si buttano addosso
tutti insieme. finita! pens Fabrizio. Ma gli venne in mente il gesto di
sorpresa del sergente, non voleva fare ancora la figura del vigliacco. Andando
indietro, sul ponte, cercava di colpirli di punta. Ma vedendo la faccia che
faceva, e come maneggiava a fatica quello spadone da cavalleria troppo pesante
per lui, gli ussari capirono subito con chi avevano a che fare. Cercarono non
di ferirlo ma di tagliargli addosso la giubba. Lo colpirono due o tre volte, di
striscio, alle braccia. Lui, sempre ligio ai precetti della vivandiera,
continuava a menare gran colpi di punta. Disgraziatamente uno di quei colpi
fin sulla mano di un ussaro. Quello, rabbioso all'idea di essere stato colpito
da un simile soldatino, rispose con un a fondo che prese Fabrizio alla coscia,
in alto, e il colpo and a segno perch il cavallo di Fabrizio, smanioso,
tutt'altro che impaurito, si era buttato avanti. Fabrizio sanguinava dal braccio
destro. Gli ussari dovettero pensare di aver esagerato, lo spinsero contro il
parapetto, corsero via al galoppo. Appena ebbe un po' di respiro, lui tir
subito fuori la pistola e spar un colpo in aria per avvertire il colonnello.
Al momento
del colpo, quattro ussari a cavallo e due a piedi, dello stesso reggimento
degli altri, che stavano venendo verso il ponte, si trovavano a duecento passi
di distanza. Guardavano, molto attenti, quel che stava succedendo - poi,
pensando che Fabrizio avesse sparato contro i loro compagni, i quattro a
cavallo sguainarono le sciabole e gli si buttarono addosso al galoppo. Una vera
carica. Intanto il colonnello Le Baron, messo in allarme dal colpo, spalanc la
porta della locanda e si precipit i fuori. Arriv al ponte proprio nel momento
in cui arrivavano gli ussari. Gli intim di fermarsi.
Non ci
sono pi colonnelli! grid un ussaro, e spinse avanti il cavallo. Il
colonnello, esasperato, smise di parlare, prese con la mano ferita la briglia
di destra del cavallo.
Fermati,
maledetto! grid. Ti conosco, sei della compagnia del capitano Henriet.
E perch
non viene lui, a darmi degli ordini? Il capitano Henriet l'hanno accoppato
ieri. E tu va' a farti fottere! Rideva, ferocemente.
Intanto
cerca di passare, e spinge il colonnello, che cade seduto sul ponte. Fabrizio,
un po' pi indietro sul ponte, rivolto dalla parte della locanda, spinge avanti
il suo cavallo. E mentre, con il petto, il cavallo dell'ussaro butta per terra
il colonnello, che stringe ancora la briglia, Fabrizio tira all'ussaro un duro
a fondo. Per fortuna, il cavallo dell'ussaro, sentendosi tirare per la briglia
verso terra, si spost di fianco, e lo spadone di Fabrizio scivol contro la
giubba dell'ussaro, che se lo vide passare sotto gli occhi quanto era lungo.
L'ussaro, furibondo, si volta, tira un colpo con tutte le sue forze. La
sciabolata taglia la manica della giubba di Fabrizio e gli entra nel braccio,
profondamente. Il nostro eroe cade. Uno degli ussari a piedi, vedendo che i due
difensori del ponte sono caduti, ne approfitta, salta in sella al cavallo di
Fabrizio e cerca di correre via. In quel momento arriva dalla locanda il
sergente, che ha visto cadere il suo colonnello e crede che sia ferito
gravemente. Si butta a rincorrere il cavallo di Fabrizio, affonda la punta
della sua sciabola nella schiena del ladro, e quello piomba a terra. Vedendo
che ora sul ponte c' soltanto il sergente, gli altri ussari sfilano al
galoppo, corrono via. Quello a piedi prende per i campi.
Il sergente
and vicino ai feriti. Fabrizio si era gi alzato. Non gli faceva molto male,
ma era pieno di sangue. Il colonnello si stava alzando a fatica. Era solo
stordito, non aveva altre ferite.
Mi fa solo
male la mia vecchia ferita alla mano, disse al sergente.
L'ussaro
colpito dal sergente stava morendo.
Vada al
diavolo! grid il colonnello. Poi, rivolto al sergente e agli altri due
soldati che stavano arrivando: Pensate a questo ragazzino. Gli ho fatto
correre un brutto rischio. Rester io sul ponte. Cercher di fermarli, quei
forsennati. Portatelo dentro, il ragazzino, e medicategli il braccio. Prendete
una delle mie camicie.
V
Era
successo tutto in meno di un minuto. Le ferite di Fabrizio erano roba da poco.
Tagliarono delle bende da una camicia del colonnello e gli fasciarono il
braccio. Poi volevano preparargli un letto al primo piano, ma Fabrizio disse al
sergente:
Mentre io
me ne starei s al primo piano, trattato come un papa, ho paura che il mio
cavallo si annoierebbe, da solo, nella scuderia, e magari finirebbe per andar
via con un altro padrone.
Mica male,
per un coscritto! disse il sergente. E sistemarono Fabrizio su un mucchio di
paglia fresca nella mangiatoia alla quale era legato il cavallo.
Fabrizio si
sentiva debolissimo. Il sergente gli port una scodella di vino caldo e si
ferm a fare un po' di conversazione. Gli fece anche qualche complimento. Il
nostro eroe era al settimo cielo.
Si svegli
soltanto all'alba del giorno dopo. I cavalli nitrivano lungamente, facevano un
rumore infernale. La scuderia era piena di fumo. Rimase per un po' senza
capire, senza neanche rendersi conto di dove era. Poi, mezzo soffocato dal
fumo, riusc a pensare che forse la casa stava bruciando. Mont a cavallo, Usc
dalla scuderia in un attimo. Guard in alto: dalle due finestre sopra la
scuderia uscivano violenti sbuffi di fumo, e vortici di fumo nerastro si
avvolgevano sul tetto. Durante la notte erano arrivati alla locanda un
centinaio di soldati sbandati. Gridavano, imprecavano. I soldati che Fabrizio
pot vedere da vicino sembrava fossero completamente ubriachi. Uno voleva
fermarlo. Gli gridava: Perch hai preso il mio cavallo?
Quando
Fabrizio fu lontano un quarto di lega, si volt a guardare. Nessuno lo
inseguiva. La casa stava bruciando. Riconobbe il ponte, gli venne in mente la
ferita. Si sentiva il braccio molto caldo, e le bende gli stringevano. Che
cosa sar successo al colonnello? Ha dato una delle sue camicie per farmi
medicare il braccio... Il nostro eroe si sentiva straordinariamente calmo,
quella mattina. Il sangue perso lo aveva alleggerito di tutte le romanticherie
del suo carattere.
Prendiamo
verso destra, pens, e filiamo! Incominci a seguire tranquillamente il
corso del fiume, che, dopo il ponte, piegava verso il lato destro della strada.
Gli vennero in mente i consigli che gli aveva dato la vivandiera. Era davvero
un'amica, pensava. Che carattere aperto!
Dopo un'ora
di cammino si sent senza forze. Forse svengo, pens. Se svengo mi rubano il
cavallo, e magari anche i vestiti, e tutto quello che ho. Non riusciva pi a
guidare il cavallo, doveva cercare di tenersi in equilibrio sulla sella. Un
contadino che vangava in un campo, vicino alla strada, a vederlo cos pallido
gli venne vicino e gli offr un bicchiere di birra e del pane.
Siete cos
pallido che ho pensato che eravate un ferito di quella grossa battaglia che c'
stata, gli disse. Era arrivato proprio al momento giusto. Mentre Fabrizio
masticava un boccone di pane nero, gli occhi, quando guardava davanti,
incominciavano a fargli male. Quando si sent un po' meglio, ringrazi il
contadino, e gli chiese: Dove sono? Il contadino gli disse che a tre quarti
di lega pi avanti c'era Zonders, un paese dove avrebbe potuto farsi curare.
Quando arriv al paese, Fabrizio era in uno stato di semi-incoscienza, l'unica
cosa che riusciva a pensare era che non doveva cadere da cavallo. Vide un
portone aperto, entr. Era la locanda della Striglia. Corse fuori una donna enorme, la
padrona, grid che qualcuno venisse a aiutarla. La voce le tremava dalla
compassione. Due ragazze aiutarono Fabrizio a smontare. Appena sceso da
cavallo, svenne. Chiamarono un dottore, che gli fece un salasso. Per alcuni
giorni Fabrizio continu a non capire quello che gli stava succedendo. Dormiva
quasi ininterrottamente.
C'era il
pericolo di una infezione alla coscia. Quando Fabrizio riusciva a connettere,
parlava sempre del suo cavallo, raccomandava che glielo curassero, ripeteva che
avrebbe pagato bene - cosa che offendeva la padrona della locanda e le figlie.
Lo trattarono con tutte le premure per quindici giorni. Ora le idee
incominciavano a schiarirglisi. E una sera si accorse che le sue ospiti avevano
un'aria molto preoccupata. Dopo un po' entr nella stanza un ufficiale tedesco.
Rispondendo alle domande dell'ufficiale le donne parlavano in una lingua che
Fabrizio non capiva. Ma si rese conto che parlavano di lui. Finse di dormire.
Poi, quando pens che l'ufficiale doveva aver lasciato la locanda, chiam le
sue ospiti:
Si fatto
dare il mio nome? Vuol prendermi come prigioniero? La locandiera dovette
ammetterlo. Aveva le lacrime agli occhi.
Sentite,
ci sono dei soldi, nel mio dolman! grid Fabrizio, alzandosi a sedere sul
letto. Compratemi dei vestiti da borghese e partir stanotte, a cavallo. Mi
avete gi salvato la vita una volta, quando stavo per morire in mezzo alla
strada e mi avete accolto in casa vostra. Adesso dovete salvarmi ancora, dovete
aiutarmi a tornare da mia mamma.
A questo
punto, le ragazze si misero a piangere. Tremavano per lui. Siccome capivano
male il francese, per fargli qualche domanda si avvicinarono al letto. Poi si
misero a parlare in fiammingo con la madre, ma continuavano a voltarsi a
guardarlo con occhiate commosse. A Fabrizio sembr di capire che la sua fuga
avrebbe potuto comprometterle seriamente, ma che loro erano decise a correre il
rischio. Le ringrazi con calore, a mani giunte.
Un mercante
ebreo procur il vestito. Ma alle dieci di sera, quando portarono il vestito,
le ragazze, misurandolo sul dolman di Fabrizio, si accorsero che bisognava
stringerlo, e di molto. Si misero subito al lavoro, non c'era tempo da perdere.
Fabrizio gli fece vedere dove erano cucite le monete nella divisa, e preg le
ragazze di ricucirgliele nei suoi nuovi vestiti. Avevano portato anche un bel
paio di stivali nuovi. E Fabrizio non esit a rivelare dove erano nascosti i
suoi diamanti negli stivali da ussaro, e chiese che li mettessero nella fodera
degli stivali da borghese.
Stranamente,
per effetto della perdita di sangue e della gran debolezza, Fabrizio aveva
dimenticato quasi del tutto il francese. Cos, dato che lui parlava italiano e
le sue ospiti un dialetto fiammingo, dovevano spiegarsi solo a gesti. Quando le
ragazze - che d'altra parte erano assolutamente disinteressate - videro i
diamanti, si eccitarono moltissimo. Erano convinte che Fabrizio fosse un
principe in incognito. Aniken, la pi giovane, la pi ingenua, corse ad
abbracciarlo, senza tanti complimenti. Quanto a Fabrizio, lui le trovava
incantevoli. E verso mezzanotte, dopo che il dottore gli ebbe dato il permesso
di bere un po' di vino, per sostenersi in viaggio, aveva quasi voglia di non
partire pi. Dove lo trovo, un posto migliore di questo? pensava. Comunque,
verso le due si vest. Prima che uscisse dalla stanza, la locandiera gli disse
che il suo cavallo era stato requisito dall'ufficiale tedesco.
Canaglia!
grid Fabrizio. A un ferito! Quel bravo giovanotto italiano non era
abbastanza filosofo per ricordarsi come l'aveva comprato lui, quel cavallo.
Aniken,
piangendo, gli disse che gli avevano noleggiato un cavallo. Avrebbe voluto che
lui non partisse. Erano molto commossi, quando si salutarono. Due giovanottoni,
parenti della locandiera, misero Fabrizio in sella, poi, durante la marcia, gli
stettero vicino per sorreggerlo, mentre un terzo li precedeva di qualche
centinaio di passi per vedere che sulla strada non ci fossero pattuglie
sospette. Dopo due ore si fermarono alla casa di una cugina della locandiera.
Malgrado le insistenze di Fabrizio, quei giovanotti non vollero lasciarlo.
Dicevano che nessuno conosceva quei boschi meglio di loro. Ma domani mattina,
quando si accorgeranno che sono scappato e non vi troveranno, avrete delle
noie, diceva Fabrizio.
Si rimisero
in cammino. All'alba, per fortuna, la pianura era coperta da una nebbia
fittissima. Verso le otto della mattina arrivarono vicino a una piccola citt.
Uno dei giovanotti and avanti a vedere se i cavalli di posta erano stati
rubati, ma il padrone era riuscito a nasconderli e a sostituirli in scuderia
con bestie di nessun valore. Andarono a prendere due cavalli nelle paludi dove
li avevano nascosti. Tre ore dopo, Fabrizio sal su un carrozzino mal ridotto
ma tirato da due buoni cavalli. Si sentiva meglio, adesso. Il momento della separazione
fu di un patetico incredibile. Bench Fabrizio cercasse tutti i pretesti pi
gentili, i parenti della locandiera non vollero accettare un soldo.
Nelle
vostre condizioni, signore, ne avete pi bisogno di noi, dicevano. Fabrizio
gli diede certe lettere da consegnare alla locandiera e alle figlie.
Rinfrancato dal movimento all'aria aperta, aveva cercato in quelle lettere di
esprimere alle sue ospiti tutto quello che sentiva per loro. Le aveva scritte
con le lacrime agli occhi, e in quella indirizzata a Aniken si doveva certo
parlare d'amore.
Il resto
del viaggio fu del tutto tranquillo. Quando Fabrizio arriv a Amiens, la ferita
alla coscia gli faceva molto male. Malgrado i salassi, si era formato un principio
di infezione, perch il medico di campagna non aveva pensato a ripulire la
piaga. Durante i quindici giorni passati da Fabrizio in una locanda di Amiens
tenuta da una famiglia molto cerimoniosa e molto avida, gli alleati invadevano
la Francia. A furia di meditare profondamente su tutto quanto gli era successo,
Fabrizio divent un altro uomo. In una cosa sola, era rimasto ancora un
ragazzo: quello che aveva visto, era una battaglia? E poi: quella battaglia,
era Waterloo? Per la prima volta in vita sua prov piacere a leggere. Sperava
sempre di trovare nei giornali, nei resoconti della battaglia, qualche
descrizione in cui riconoscere le localit dove era passato al seguito prima
del maresciallo Ney e poi dell'altro generale. E da Amiens scrisse quasi ogni
giorno alle sue amiche della Striglia. Appena guarito, part per Parigi. Trov, al solito
albergo, una ventina di lettere della madre e della zia che lo supplicavano di
tornare il pi presto possibile. L'ultima lettera di Gina era piuttosto
misteriosa. Fabrizio ne fu molto impressionato, quella lettera gli fece passare
tutte le sue fantasticherie sentimentali. Il suo era un carattere cui bastava
una parola per figurarsi senza alcuno sforzo le sciagure pi terribili - e a
dipingergli quelle sciagure nei particolari pi sinistri ci pensava poi la sua
immaginazione.
Sta' bene
attento a non firmare mai le lettere che ci scrivi per darci tue notizie,
scriveva Gina. Al tuo ritorno non devi assolutamente venire subito a Griante.
Fermati in territorio svizzero, a Lugano. Doveva arrivare a Lugano sotto il
nome di Cavi, e al migliore albergo della citt avrebbe trovato un cameriere
della contessa che gli avrebbe dato istruzioni. La lettera finiva con queste
parole: Fa' che nessuno sappia delle tue follie, e non tenere addosso carte di
alcun genere n scritte a mano n stampate, perch in Svizzera avrai intorno un
bel po' di amici di Santa Margherita. Se trovo i soldi mander qualcuno a
Ginevra, all'albergo Delle bilance, perch ti informi di certe cose che non posso scrivere
ma che devi assolutamente sapere prima di arrivare. Ma per carit non fermarti
a Parigi un giorno di pi, pieno di spie e ti riconoscerebbero subito.
Fabrizio incominci a pensare alle cose pi strane. Il suo unico piacere
consisteva adesso nel cercar di immaginare che cosa avesse mai da dirgli la
zia. Nel viaggio attraverso la Francia fu arrestato due volte, ma riusc a
cavarsela. A metterlo nei pasticci fu il suo passaporto italiano con quella
strana professione di venditore di barometri che non si accordava proprio con
la sua faccia da ragazzo e il braccio al collo.
A Ginevra
si incontr con un uomo mandato dalla zia. Gina gli faceva sapere che era stato
denunciato alla polizia di Milano per essere andato da Napoleone a sottoporgli i
piani completi di una vasta cospirazione organizzata nell'ex regno d'Italia. Il
fatto che lui si fosse servito di uno pseudonimo, diceva la denuncia, provava
la sua colpevolezza. Sua madre, gli mandava a dire la zia, avrebbe cercato di
provare la verit, e cio:
1. Che lui
non aveva mai lasciato la Svizzera.
2. Che era
partito improvvisamente dal castello dopo una lite con il fratello maggiore.
Fabrizio ne
fu molto orgoglioso. Sarei dunque stato una specie di ambasciatore presso
Napoleone! pensava. Avrei avuto l'onore di parlare a quel grande uomo! Fosse
vero! Gli venne in mente che il suo settimo predecessore, nipote di quello che
era arrivato a Milano al seguito degli Sforza, aveva avuto l'onore di farsi
tagliare la testa dai nemici del duca, che l'avevano catturato mentre stava
andando in Svizzera per proporre un'alleanza ai nobili cantoni e per reclutare
truppe. Si ricordava benissimo dell'incisione che illustrava quell'episodio
nella genealogia della famiglia.
Interrogando
il cameriere, Fabrizio si accorse poi che voleva nascondergli qualcosa.
Insistette, e quello parl, bench la sua padrona gli avesse ordinato
ripetutamente di tacere. Era Ascanio, che lo aveva denunciato alla polizia di
Milano. Quella notizia spaventosa fece impazzire di rabbia il nostro eroe. Per
andare in Italia da Ginevra si passa da Losanna, e lui volle partire subito, a
piedi - e erano una dozzina di leghe - senza aspettare la diligenza che sarebbe
partita di l a due ore. Prima di lasciare Ginevra, in uno dei malinconici caff
della citt litig con un giovanotto che gli sembrava l'avesse guardato in un
modo un po' strano. Niente di pi vero: il ginevrino - flemmatico, tutto buon
senso, preoccupato solo dei soldi - lo aveva preso per un matto. Entrando,
Fabrizio si era guardato intorno con aria furibonda, poi, quando gli avevano
portato il caff, se l'era rovesciato sui pantaloni. Al momento del litigio, il
primo gesto di Fabrizio fu in perfetto stile cinquecento. Non parl neanche di
duello, tir fuori il pugnale e si butt addosso all'altro cercando di farlo a
pezzi. In quel momento, sotto l'impulso della passione, Fabrizio aveva
dimenticato tutto quanto gli avevano insegnato sulle regole dell'onore e si era
lasciato andare all'istinto, anzi, ai ricordi della prima fanciullezza.
L'uomo di
fiducia della contessa, che incontr a Lugano, gli diede nuovi particolari che
lo fecero infuriare ancora di pi. A Griante tutti volevano molto bene a
Fabrizio, e se non fosse stato per il bel piacere che gli aveva fatto il
fratello tutti avrebbero fatto finta di credere che lui era andato a Milano, e
alla polizia nessuno avrebbe saputo niente della sua assenza.
I
doganieri hanno sicuramente i vostri connotati, gli disse l'inviato della zia,
e se prendiamo la strada maestra vi arrestano appena arriviamo alla frontiera
del Lombardo-veneto.
Fabrizio e
i suoi accompagnatori conoscevano tutti i sentieri sulla montagna che separa
Lugano dal lago di Como. Si travestirono da cacciatori - cio da
contrabbandieri - e siccome erano in tre e avevano un'aria piuttosto decisa, i
doganieri che incontrarono si limitarono a fargli un bel saluto. Fabrizio fece
in modo di arrivare al castello verso mezzanotte - perch a quell'ora suo padre
e tutti i camerieri dai capelli incipriati erano gi addormentati da un pezzo.
Fu una cosa da niente, per lui, calarsi nel fossato e entrare nel castello dal
finestrino di una cantina. L trov ad aspettarlo la madre e la zia. Un attimo
dopo arrivarono le sorelle. Andarono avanti per un pezzo con le lacrime e le
effusioni d'affetto. Si incominci a parlare di cose pratiche solo quando le
prime luci dell'alba vennero a ricordare a quelle persone che si credevano
tanto infelici che il tempo volava.
Spero che
tuo fratello non sospetti niente, disse Gina. Non gli ho quasi pi rivolto la
parola, dopo quella sua bella impresa - e il suo amor proprio mi faceva l'onore
di esserne piuttosto offeso. Questa sera, a cena, mi sono degnata di parlargli.
Avevo bisogno di un pretesto qualsiasi per nascondere tutta la gioia che provavo,
se no avrebbe sospettato qualcosa. Poi mi sono accorta che era tutto orgoglioso
perch credeva che io mi fossi riconciliata con lui, e allora ne ho
approfittato per farlo bere molto. Penso proprio che non ce l'avr fatta, ad
appostarsi a fare il suo mestiere di spia.
Bisogna
nasconderlo nel tuo appartamento, il nostro ussaro, disse la madre di
Fabrizio. Non pu partire subito. Adesso siamo troppo agitate, e bisogna
riuscire a pensare al modo migliore per eludere quei terribili poliziotti di
Milano.
Cos fu
fatto. Ma, il giorno dopo, il marchese e Ascanio notarono che la marchesa era
sempre nella camera di sua cognata. Credo sia inutile stare a descrivere le
effusioni di affetto e di gioia che agitarono ancora per tutto il giorno quella
gente tanto felice. Gli italiani, molto pi dei francesi, sono tormentati dai
sospetti e dalle idee pazzesche suscitati in loro da una immaginazione
tumultuosa, ma in compenso la loro gioia pi intensa, e dura pi a lungo.
Gina, e la madre di Fabrizio erano come impazzite. Fabrizio dovette
ricominciare da capo tutta la sua storia. Alla fine decisero di andare a
nascondere la loro gioia a Milano. Gli sembrava troppo difficile riuscire a
sfuggire per molto alla polizia del marchese e di Ascanio.
Per andare
a Como presero la barca di casa, quella di tutti i giorni, per non destar
sospetti. Appena arrivati, la marchesa finse di aver dimenticato a Griante
certe carte molto importanti, e disse ai barcaioli di ritornare subito a
prenderle - in modo che quelli non potessero controllare come le signore
passavano il loro tempo a Como. Poi presero una carrozza di quelle che
aspettano i clienti vicino alla torre medievale sopra la porta di Milano.
Partirono subito, prima che il cocchiere facesse in tempo a parlare con qualcuno.
Poco fuori di Como incontrarono un giovane cacciatore che conosceva bene le
signore. Fu molto gentile, e dato che le signore erano sole si offr di far
loro da cavaliere fino alle porte di Milano, dove era diretto anche lui. Andava
tutto benissimo. Le signore conversavano allegramente con il giovanotto. Ma nel
punto dove la strada fa una curva per girare intorno alla bella collina e al
bosco di San Giovanni, tre gendarmi in borghese saltarono alle briglie dei
cavalli. Mio marito ci ha traditi! grid la marchesa, e svenne. Un sergente,
che era rimasto un po' indietro, venne barcollando verso la carrozza e disse
con una voce che sembrava venir fuori da un'osteria:
Sono molto
spiacente di dover compiere questa missione, ma devo arrestarvi, generale Fabio
Conti.
Fabrizio
pens che il sergente volesse prenderlo in giro, chiamandolo generale. Me la
pagherai, pens. Guardava i gendarmi. Aspettava il momento buono per saltar
gi dalla carrozza e buttarsi tra i campi.
La contessa
- pensando, probabilmente: Succeda quel che vuole - fece un bel sorriso, poi
disse al sergente:
Ma caro
sergente, questo ragazzo di sedici anni che prendete per il generale Conti?
Non siete
la figlia del generale, voi? disse il sergente.
Come no? E
questo mio padre! disse la contessa indicando Fabrizio. I gendarmi
scoppiarono a ridere.
Poche
storie, fuori il passaporto, disse il sergente, piuttosto seccato da quella
ilarit generale.
Queste
signore non prendono mai il passaporto per andare a Milano, disse il cocchiere.
Se la prendeva con molta filosofia, parlava senza scaldarsi. Vengono dal loro
castello di Griante. Questa la signora contessa Pietranera, e quella la
signora marchesa del Dongo.
Il
sergente, sconcertato, and davanti ai cavalli, a consigliarsi con i suoi
uomini. Stavano gi confabulando da cinque minuti, quando la contessa
Pietranera chiese per favore a quei signori di lasciare che la carrozza
avanzasse di qualche passo, fino a un posto in ombra. Erano solo le undici di
mattina ma c'era un caldo spaventoso. Fabrizio, che continuava a guardarsi
intorno per cercare una via di scampo, vide sbucare da un sentiero sulla strada
coperta di polvere una ragazzina di quattordici o quindici anni che piangeva
timidamente nel suo fazzolettino. Camminava tra due gendarmi in divisa. Dietro,
anche lui in mezzo a due gendarmi, veniva un uomo alto e magro che ostentava
un'aria molto dignitosa, come un prefetto al seguito di una processione.
Ma dove li
avete trovati? disse il sergente. Adesso era completamente ubriaco.
Scappavano
attraverso i campi, e niente passaporto.
Il sergente
sembrava che avesse perso completamente la testa. Aveva bisogno di due
prigionieri e se ne trovava davanti cinque. Si allontan di qualche passo,
lasciando uno dei suoi uomini a guardia del prigioniero che faceva l'austero, e
un altro davanti alla carrozza, per impedire che si muovesse.
Sta' qui,
disse Gina a Fabrizio che era gi sceso. Vedrai che va tutto a posto.
Sentirono
che un gendarme gridava:
Che cosa
importa? Sono senza passaporto, va benissimo arrestarli! Il sergente non
sembrava tanto deciso. Il nome della contessa Pietranera lo aveva molto
impressionato. Aveva conosciuto suo marito, il generale, e non sapeva che era
morto. Se arresto sua moglie senza una buona ragione, pensava, il generale
non tipo da perdonarmela.
La
discussione and avanti per molto. Intanto la contessa si era messa a parlare
con la ragazza, che stava ancora in piedi, nella polvere, vicino alla carrozza.
Era rimasta colpita dalla sua bellezza.
Tutto
questo sole vi far male, signorina. Questo bravo soldato, aggiunse
rivolgendosi al gendarme a guardia dei cavalli, vi permetter certo di salire
in carrozza.
Fabrizio,
che continuava a andare avanti e indietro, si avvicin per aiutarla a salire.
La ragazza si era gi mossa per mettere un piede sul predellino, sorretta per
un braccio da Fabrizio, ma il tipo austero, che era rimasto a qualche passo
dalla carrozza, tir fuori un vocione che voleva esser pieno di dignit, e
grid:
State gi.
Non dovete salire su una carrozza che non vi appartiene.
Fabrizio
non aveva sentito. La ragazza cercava di scendere, lui continuava a
sorreggerla: gli fin in braccio. Lui sorrise, lei divent rossa. Poi la
ragazza si liber dal suo abbraccio. Rimasero a guardarsi, per un momento.
Sarebbe
un'incantevole compagna di prigione, pens Fabrizio. E deve essere molto
intelligente. Sono sicuro che sarebbe capace di un grande amore.
Il sergente
venne avanti con aria autorevole:
Chi di
queste signore che si chiama Clelia Conti?
Io, disse
la ragazza.
E io,
grid l'uomo anziano, io sono il generale Fabio Conti, ciambellano di Sua
Altezza Serenissima monsignor il principe di Parma. Ritengo assolutamente
sconveniente che un uomo del mio rango sia trattato come un criminale.
L'altroieri,
quando vi imbarcavate al porto di Como, non avete forse mandato a spasso
l'ispettore di polizia che vi chiedeva il passaporto? Ecco: oggi lui che vi
impedisce di andare a spasso.
Stavo gi
uscendo dal porto, avevo fretta, stava venendo brutto tempo. Ho visto un uomo
in borghese che mi ha gridato dal molo di tornare indietro e io gli ho detto
chi ero e ho continuato il viaggio.
E
stamattina, non siete per caso scappato da Como?
Un uomo
come me non prende il passaporto per andare da Milano a vedere il lago.
Stamattina, a Como, mi hanno detto che alle porte della citt mi avrebbero
arrestato, e allora sono partito a piedi, con mia figlia. Speravo di trovare
lungo la strada una carrozza per farmi portare fino a Milano. E quando arriver
a Milano state certo che per prima cosa andr a protestare dal generale
comandante della provincia.
Il sergente
sembrava molto sollevato.
Dunque,
generale, vi dichiaro in arresto e vi conduco a Milano. Poi disse a Fabrizio:
E voi, chi siete?
Mio
figlio, disse la contessa. Ascanio, figlio del generale Pietranera.
Senza
passaporto, signora contessa? disse il sergente, tutto rabbonito.
Alla sua
et? Ma non lo porta mai. Non viaggia mai da solo, sempre con me.
Intanto il
generale Conti diventava sempre pi violento nell'ostentare di fronte ai
gendarmi la sua dignit offesa.
Poche
storie! gli disse un gendarme. Siete in arresto e basta!
Ritenetevi
fortunato, disse il sergente, che vi lasciamo noleggiare un cavallo da
qualche contadino. Altrimenti, malgrado la polvere e il caldo e il vostro
titolo di ciambellano di Parma, vi assicuro che andreste buono buono a piedi,
fra i nostri cavalli.
Il generale
si mise a imprecare.
Vuoi star
zitto? disse il sergente. Dove diavolo ce l'hai, la tua divisa da generale?
Chiunque pu dire di essere un generale.
Il generale
era furente. Intanto, sulla carrozza, le cose andavano molto meglio.
La contessa
faceva filare i gendarmi come se fossero i suoi camerieri. A uno aveva dato dei
soldi e l'aveva mandato a prendere del vino e un po' d'acqua fresca in un
cascinale poco lontano. E aveva anche trovato il tempo di calmare Fabrizio -
che voleva a tutti i costi fuggire e raggiungere il bosco, sulla collina, e
diceva: Ho due buone pistole. Poi riusc a convincere il furibondo generale a
permettere che la figlia salisse in carrozza. Al generale piaceva molto parlare
di s e della propria famiglia, e approfitt dell'occasione per informare le signore
che sua figlia aveva appena dodici anni, essendo nata il 27 ottobre del 1803,
ma che tutti le davano quattordici o quindici anni, tanto era intelligente.
Decisamente un uomo mediocre, dicevano gli occhi di Gina alla marchesa.
Dopo un'ora
di discussioni, la contessa riusc a sistemare ogni cosa. Un gendarme, che
aveva qualcosa da fare nel paese vicino, prest il suo cavallo al generale
Conti - dopo che la contessa gli ebbe detto: Vi dar dieci franchi. Il
sergente se ne and da solo, insieme al generale. Gli altri gendarmi rimasero
sotto un albero in compagnia di quattro enormi bottiglie di vino, anzi, di
quattro piccole damigiane che il gendarme mandato al cascinale aveva portato
con l'aiuto di un contadino. Clelia fu autorizzata dall'austero ciambellano a
accettare un posto sulla carrozza delle signore per arrivare fino a Milano, e
nessuno si sogn di arrestare il figlio del valoroso generale Pietranera. Dopo
i primi convenevoli e i commenti sul piccolo incidente ormai concluso, Clelia
not la sfumatura di entusiasmo che c'era nella voce di Gina quando si
rivolgeva a Fabrizio: non era certo sua madre. E Clelia fu anche molto colpita
da tutta una serie di allusioni a qualcosa di eroico, di coraggioso, di
pericolosissimo che Fabrizio doveva aver fatto poco tempo prima. Ma, malgrado
tutta la sua intelligenza, la ragazza non riusc a capire di che cosa si
trattasse. Continuava a guardarlo meravigliata, quel giovane eroe, le sembrava
che nei suoi occhi brillasse ancora il fuoco dell'azione. Quanto a lui, la
strana bellezza di quella ragazzina di dodici anni lo aveva intimidito, i suoi
sguardi lo facevano arrossire.
A una lega
da Milano, Fabrizio disse che doveva andare a casa di suo zio e si conged
dalle signore.
Se mai
riuscir a cavarmela, disse a Clelia, verr a vedere i bei quadri che ci sono
a Parma, e spero che allora vi degnerete di ricordare questo nome: Fabrizio del
Dongo.
Ah, bene!
disse la contessa. Sei davvero bravo, a mantenere l'incognito! Signorina,
siate cos buona da ricordarvi che questo cattivo soggetto mio figlio e si
chiama Pietranera, non del Dongo.
La sera,
sul tardi, Fabrizio entr a Milano attraverso la Porta Renza, che d su una
passeggiata alla moda. Il fatto di aver mandato i due camerieri a incontrare
Fabrizio in Svizzera aveva dato fondo alle scarse risorse economiche della
marchesa e di Gina. Per fortuna Fabrizio aveva ancora qualche napoleone, e un
diamante, che decisero di vendere.
Le signore
conoscevano tutta Milano e erano molto simpatiche a tutti. I personaggi pi
influenti del partito austriacante e clericale andarono dal barone Binder, capo
della polizia, a parlare in favore di Fabrizio. inconcepibile, dicevano,
che si possa prendere sul serio un colpo di testa di un ragazzo di sedici anni
che scappa di casa dopo un litigio con il fratello maggiore.
Il mio
mestiere di prendere tutto sul serio, rispondeva il barone Binder con la sua
voce suadente. Era un uomo intelligente e malinconico. In quel tempo stava
organizzando la polizia di Milano, e si era impegnato a evitare che scoppiasse
una rivoluzione come quella che nel 1740 aveva portato alla cacciata degli
austriaci da Genova. La polizia di Milano, che sarebbe diventata famosa per le
avventure di Pellico e di Andryane, non era quel che si dice una polizia
crudele: si limitava a applicare, in modo ragionevole e senza piet, leggi
molto severe. L'imperatore Francesco II voleva che si incutesse terrore
all'immaginazione cos libera di quegli italiani.
Datemi la
descrizione documentata di quello che ha fatto, giorno per giorno, il marchesino del Dongo,
ripeteva il barone Binder ai protettori di Fabrizio. Prendiamolo da quando ha
lasciato Griante, l'otto marzo, e seguiamolo fino al suo arrivo a Milano, ieri
sera, quando andato a nascondersi nell'appartamento di sua madre. In questo
caso sono pronto a trattarlo come il pi simpatico e il pi furbo giovanotto di
tutta la citt. Ma se non potete darmi la descrizione di quello che ha fatto,
giorno per giorno, da quando partito da Griante, io, malgrado il suo rango e
il rispetto che porto agli amici della sua famiglia, non ho forse il dovere di
farlo arrestare? E non devo forse tenerlo in prigione fino a quando non
riuscir a provarmi che non andato da Napoleone a portargli dei messaggi da
parte di qualche elemento sovversivo che pu esserci in Lombardia tra i sudditi
di Sua Maest Imperiale e Reale? E poi, signori, vi prego di rilevare che anche
se il giovane del Dongo riesce a giustificarsi su questo punto, rester sempre
colpevole di essersi recato all'estero senza un passaporto rilasciato
regolarmente, e inoltre prendendo un nome falso, e usando scientemente un
passaporto rilasciato a un semplice artigiano, e cio a un individuo di una
classe assolutamente inferiore a quella cui egli appartiene.
Questo
discorso, duro ma ragionevole, fu accompagnato da tutti i segni della deferenza
e del rispetto che il capo della polizia doveva alla posizione della marchesa
del Dongo e a quella degli importanti personaggi che erano venuti da lui in suo
nome.
Quando
seppe quale era stata la risposta del barone Binder, la marchesa fu presa da
una crisi di disperazione.
Lo
arresteranno, gridava, piangendo, e una volta in prigione, Dio sa quando ne
uscir! Suo padre lo rinnegher!
Poi, lei e
la signora Pietranera si consigliarono con due o tre amici intimi. La marchesa
non volle sentir ragioni, decise che Fabrizio sarebbe partito la notte
seguente.
Ma hai
sentito, le diceva la cognata, il barone Binder sa benissimo che tuo figlio
qui. Non cattivo.
D'accordo,
ma vuol far bella figura con l'Imperatore.
Ma se
pensasse che buttare Fabrizio in prigione potesse servirgli per la carriera,
tuo figlio sarebbe gi in prigione. Se lo facciamo scappare un atto di
sfiducia, si offender.
Farci
capire che sa dov' Fabrizio come dirci: fatelo scappare. No, finch dovr
pensare che tra un quarto d'ora mio figlio potrebbe essere in prigione, non
potr vivere. Per quanto sia ambizioso, il barone Binder pensa che, per la sua
posizione personale in questo paese, sia utile trattare con un certo riguardo
un uomo del rango di mio marito. La prova che si lasciato andare cos
stranamente a dire che sa dove potrebbe prendere mio figlio. Non solo: ha anche
la compiacenza di farci notare le due infrazioni di cui Fabrizio stato
accusato nella denuncia di suo fratello, quell'essere indegno. Ci fa capire che
sono reati da prigione. Non equivale forse a dirci che se preferiamo l'esilio
alla prigione sta a noi scegliere?
Se scegli
l'esilio, continuava a ripetere la contessa, non lo rivedremo mai pi.
Fabrizio,
che aveva assistito alla discussione, insieme a uno dei vecchi amici della
marchesa, consigliere presso il tribunale formato dagli austriaci, era del
parere di lasciare la citt. E la sera stessa usc dal palazzo, nascosto nella
carrozza che portava alla Scala la madre e la zia. Del cocchiere non c'era da
fidarsi, ma quando quello and come al solito a fare una capatina all'osteria
lasciando a guardia dei cavalli il lacch - una persona sicura - Fabrizio,
vestito da contadino, scivol fuori dalla carrozza e usc da Milano. Tutto and
bene anche il mattino dopo, al momento di passare la frontiera. E qualche ora
pi tardi Fabrizio arriv in una propriet di sua madre, in Piemonte, vicino a
Novara, e precisamente a Romagnano, dove mor Baiardo.
Nel loro
palco alla Scala, le signore non erano certo molto attente allo spettacolo.
Erano andate a teatro solo per consultarsi con certi loro amici del partito
liberale - gente la cui presenza a palazzo del Dongo avrebbe potuto essere male
interpretata dalla polizia. Dopo una discussione che ebbe luogo nel palco,
arrivarono alla decisione di fare un altro passo presso il barone Binder.
Binder era onestissimo, non c'era neanche da pensare di offrirgli dei soldi. E
d'altra parte le signore non avevano pi niente, perch avevano voluto che
Fabrizio si prendesse tutto quello che era rimasto del ricavato della vendita
del diamante. Ma bisognava assolutamente che Binder dicesse la sua ultima
parola. Gli amici della contessa le ricordarono un certo canonico Borda. Si
trattava di un giovanotto molto simpatico, che un tempo le aveva fatto la corte
- comportandosi per in modo orribile: non avendo successo, infatti, era andato
a dire al generale Pietranera che sua moglie lo tradiva con Limercati, e il
generale lo aveva buttato fuori. Il canonico era invitato tutte le sere alla
partita di tarocchi della baronessa Binder, e naturalmente era amico intimo del
barone. Era terribilmente penoso, ma la contessa decise di andare a trovarlo. E
la mattina dopo, sul presto, prima che Borda uscisse, and da lui e si fece
annunciare.
Quando il
suo unico domestico pronunci il nome della contessa Pietranera, Borda ne fu
turbato al punto da non riuscir pi a parlare. Era tutto in disordine, ma non
pens neanche a ricomporsi. Falla entrare, disse con voce spenta al
cameriere, e poi va' via. Quando la contessa entr, si butt in ginocchio
davanti a lei.
cos, in
ginocchio, che un pazzo disgraziato come me deve ricevere i vostri ordini,
disse. Quella mattina, Gina, nel vestito molto semplice che si era messa per
non farsi notare, era quanto mai eccitante, irresistibile. Il dolore che
provava per la partenza di Fabrizio, lo sforzo che aveva dovuto costringersi a
fare per andare da un uomo che aveva agito con lei in modo tanto ignobile -
tutto contribuiva a dare al suo sguardo uno splendore incredibile.
cos che
voglio ricevere i vostri ordini, disse ancora Borda, perch evidente che
avrete da chiedermi che io vi serva in qualcosa, altrimenti non avreste onorato
con la vostra presenza la povera casa di un pazzo disgraziato come me. S,
perch ero come impazzito d'amore e di gelosia, e mi sono comportato da
vigliacco, quando ho visto che non potevo piacervi.
Erano
parole sincere. Ed era molto bello che il canonico parlasse cos, ora che era
piuttosto potente. Gina era commossa. Le venne quasi da piangere. Era entrata
irrigidita dall'umiliazione e dalla paura, e ora provava tenerezza, aveva un
po' di speranza. In un attimo era passata da una situazione orribile a uno
stato quasi di felicit.
Baciami la
mano, gli disse, tendendogliela, e alzati. (In Italia ci si d del tu non
solo tra innamorati ma anche tra buoni amici.) Sono venuta a chiederti di
intervenire in favore di mio nipote Fabrizio. Ti dir come sono andate le cose,
senza nasconderti niente, come si deve fare con un vecchio amico. Ha sedici
anni e mezzo e ha fatto una solenne pazzia. Eravamo al castello di Griante, sul
lago di Como. Una sera, verso le sette, sono arrivati in barca a portare la
notizia dello sbarco di Napoleone. La mattina dopo, Fabrizio partito per la
Francia dopo essersi fatto dare il passaporto di uno di quegli amici che ha lui
tra la gente del popolo, un certo Vasi, un venditore di barometri. Ma Fabrizio
non ha proprio l'aria di un venditore di barometri: aveva appena fatto una
diecina di leghe, in Francia, che l'hanno guardato in faccia e l'hanno
arrestato. I suoi slanci di entusiasmo in cattivo francese li avevano
insospettiti. Dopo un po' di giorni ha potuto scappare e andato a Ginevra,
allora noi gli abbiamo mandato incontro a Lugano...
A Ginevra,
volete dire, disse il canonico, sorridendo.
La contessa
fin il suo racconto.
Far per
voi tutto quanto umanamente possibile, disse il canonico, molto commosso.
Consideratemi ai vostri ordini. Sono pronto a commettere anche delle
imprudenze. Ditemi voi, che cosa devo fare quando ve ne andrete, quando questa
povera stanza sar vuota, privata della vostra meravigliosa apparizione? Far epoca,
sapete, nella storia della mia vita...
Dovete
andare dal barone Binder, gli direte che conoscete Fabrizio da quando nato,
perch venivate in casa nostra, che gli volete molto bene, e che in nome
dell'amicizia di cui il barone vi onora lo supplicate di mettere all'opera
tutte le sue spie per appurare se Fabrizio, prima di partire per la Svizzera,
abbia mai avuto qualche contatto con i liberali sorvegliati dalla polizia. Se
il barone dispone di gente che conosce un po' il suo mestiere, vedr che si tratta
soltanto di una vera ragazzata. Ve ne ricorderete certo, nel mio
bell'appartamento di palazzo Dugnani avevo quella raccolta di stampe sulle
battaglie di Napoleone. sulle diciture di quelle stampe che mio nipote ha
imparato a leggere. Mio marito gli raccontava quelle battaglie da quando
Fabrizio aveva cinque anni. Mi ricordo che gli mettevamo l'elmo di mio marito,
e lui girava per le stanze tirandosi dietro la sua sciabola... E un bel giorno
gli dicono che il dio di mio marito, l'Imperatore, ritornato in Francia, e
lui fa un colpo di testa e parte subito per raggiungerlo, ma non ci riesce.
Domandatelo al vostro barone, quale pena crede che si meriti una pazzia di
questo genere.
Mi ero
dimenticato una cosa, disse il canonico. Vedrete che non sono del tutto
indegno del perdono che vi degnate di concedermi. Poi si mise a cercare tra le
carte che aveva sul tavolo. Ecco qua, questa la denuncia di quel maledetto
ipocrita, guardate, firmata Ascanio Valserra del Dongo. da qui che
incominciato tutto. L'ho presa ieri sera negli uffici della polizia, e poi sono
andato alla Scala perch speravo di poterla dare a qualcuno che venisse nel
vostro palco. Una copia di questa denuncia a Vienna, gi da molto tempo.
questo il nemico che dobbiamo combattere.
Lessero
insieme la denuncia, poi Borda si impegn a fargliene avere una copia quel
giorno stesso, attraverso una persona fidata. Gina era molto contenta, quando
torn a palazzo del Dongo.
Quel
vecchio mascalzone si comportato in un modo davvero meraviglioso, disse alla
cognata. Stasera, alla Scala, quando l'orologio del teatro segner le dieci e
tre quarti, dobbiamo mandare via tutti, spegnere le candele e chiudere la
porta. Borda verr alle undici a dirci che cosa ha potuto combinare. Abbiamo
deciso di fare cos per comprometterlo il meno possibile.
Il canonico
era un uomo intelligente, e non ebbe paura di andare all'appuntamento. Dimostr
di sapersi comportare con vera bont, a cuore aperto - doti che si trovano
soltanto nel paesi in cui non la vanit a dominare tutti i sentimenti. L'aver
denunciato la contessa al marito era il gran rimorso della sua vita, e ora
aveva trovato il modo di liberarsene.
La mattina,
quando la contessa era uscita da casa sua, Borda aveva pensato: Ecco, adesso fa
l'amore con suo nipote! E ne aveva sofferto, perch non era ancora guarito.
Orgogliosa com', venuta a casa mia!... Eppure, quando quel povero
Pietranera morto, e io mi sono offerto di aiutarla, ha rifiutato come se la
cosa le facesse orrore. E s che glielo avevo fatto dire dal colonnello Scotti,
che era stato suo amante, e con tutti i riguardi. Ridotta a vivere con 1500
franchi, lei, la bella Pietranera! E Borda aveva continuato a camminare
impetuosamente s e gi per la stanza. E poi va a abitare al castello di
Griante, con quello spaventoso seccatore che il marchese del Dongo!... Certo,
adesso si spiega tutto. Effettivamente un gran bel giovanotto, quel Fabrizio,
alto, ben fatto, con quella faccia che ride sempre... E poi ha qualcosa di pi:
quello sguardo languido, dolce... sembra uno di quei personaggi del
Correggio... C'era molta amarezza, nei pensieri del canonico. Quanto
all'et... Neanche una gran differenza, poi... Lui dev'essere nato dopo
l'arrivo dei francesi, verso il '98, mi pare, e lei avr ventisette o ventotto
anni, e adorabile, cos bella... Ce ne sono tante, di belle donne, qui, ma
lei le batte tutte - la Marini, la Gherardi, la Ruga, l'Aresi, la Pietragrua...
le batte tutte... Se ne stavano l, sul lago, lontani da tutto, felici - e a un
certo punto il giovanotto ha voluto correre da Napoleone... Ce n' ancora, di
gente capace di entusiasmo, in Italia, per quanto facciano! Cara Italia!
Certo, aveva pensato ancora, sconvolto dalla gelosia, altrimenti non si
spiega come abbia potuto rassegnarsi a vegetare in campagna, a vedersi davanti
tutti i giorni, a tavola, quella brutta faccia del marchese del Dongo - e poi
l'altro, il marchesino, con quella faccia smorta, che dev'essere peggio del
padre, quello l... E va bene! Far tutto quello che potr, per lei,
onestamente. Almeno non dovr limitarmi a guardarla con il binocolo, a
teatro...
Il canonico
spieg chiaramente alle signore come stavano le cose. Binder, in fondo, era
ottimamente disposto. Era molto soddisfatto che Fabrizio avesse lasciato la
citt prima che arrivasse qualche ordine da Vienna, perch lui non poteva
decidere niente, stava solo a aspettare ordini, in quel caso come in tutti gli
altri. Mandava a Vienna tutti i giorni una copia esatta delle ultime informazioni,
e aspettava.
Questo era
quanto Fabrizio doveva fare a Romagnano:
1 Andare a
messa tutti i giorni. Prendersi come confessore un prete a posto, monarchico
fervente, e dar sempre prova, al confessionale, di sentimenti assolutamente
irreprensibili.
2 Evitare
le persone che passassero per intelligenti; e non perdere l'occasione di
parlare con orrore delle rivoluzioni e di giudicarle assolutamente illecite.
3 Non
farsi vedere mai nei caff. Leggere le gazzette ufficiali di Torino e di
Milano, nessun altro giornale. In generale, mostrare un vero disgusto per la
lettura, non leggere mai, e soprattutto non leggere libri stampati dopo il
1720, eccettuati al massimo i romanzi di Walter Scott.
4 Fare la
corte, apertamente, a qualche bella ragazza del paese, naturalmente di famiglia
nobile; questo sarebbe servito a dimostrare che lui non era uno di quei
cospiratori in erba, sempre tetri e di malumore. E il tono del canonico, a
questo punto, era piuttosto malizioso.
Prima di
andare a letto, Gina e la marchesa scrissero a Fabrizio due interminabili
lettere, spiegandogli con incantevole ansiet i consigli di Borda.
Fabrizio
non aveva nessuna voglia di cospirare. Voleva molto bene a Napoleone, ma nella
sua qualit di nobile pensava di essere fatto per la felicit e trovava
ridicoli i borghesi. Dopo il collegio non aveva pi aperto un libro, e quelli
che aveva letto al collegio erano tutti riveduti e corretti dai gesuiti. Era
andato a abitare poco lontano da Romagnano, in un palazzo stupendo, un
capolavoro del famoso architetto Sanmicheli - ma il palazzo era rimasto
disabitato per una trentina di anni, ci pioveva dentro da tutte le parti, non
si riusciva a chiudere una finestra. Fabrizio si era impossessato dei cavalli
dell'amministratore della propriet e li usava tutto il giorno, senza
complimenti. Non parlava mai, pensava. Il consiglio di farsi un'amante in una
delle famiglie ultra gli parve molto piacevole, e lo segu alla lettera. Come confessore si
prese un giovane prete intrigante che voleva diventare vescovo (come il
confessore dello Spielberg). Ma faceva tre leghe a piedi e prendeva grandi
precauzioni, che gli sembravano sicurissime, per andarsi a leggere il
Constitutionnel.
Lo trovava sublime. bello come l'Alfieri, come Dante! gridava. In questo,
si poteva dire che assomigliasse ai giovanotti francesi: che si occupava pi
seriamente del suo cavallo e del suo giornale che non della sua amante
benpensante. Ma era ingenuo e risoluto, non c'era ancora posto nel suo cuore
per l'imitazione, e non si fece nessun amico nella societ di quella grossa
borgata che era Romagnano. La sua semplicit veniva presa per alterigia. Non
sapevano come giudicarlo, un tipo simile. un figlio minore, disse il
curato, malcontento perch non lui il primogenito.
VI
Diciamo la
verit, la gelosia del canonico Borda non era del tutto infondata. Al suo
ritorno dalla Francia, Fabrizio era sembrato alla contessa Pietranera un po'
come un bel giovane straniero che lei, una volta, avesse conosciuto molto bene.
Se Fabrizio le avesse parlato d'amore, lo avrebbe amato. E del resto Gina
provava gi da tempo un'ammirazione appassionata - potremmo dire senza limiti -
per lui e per tutto quello che lui faceva. Ma c'era un tale calore di innocente
gratitudine e di buona amicizia negli abbracci di Fabrizio, che lei avrebbe
avuto orrore di se stessa se si fosse sorpresa a cercare le tracce di un altro
sentimento in quell'affetto quasi filiale. In fondo, pensava, qualcuno degli
amici che mi hanno conosciuta sei anni fa, alla corte del principe Eugenio,
potrebbe ancora trovarmi graziosa, anche giovane, ma per lui io sono una donna
rispettabile... anzi - per dire le cose come stanno, senza riguardi per l'amor
proprio - una donna anziana. Gina si faceva delle illusioni, sulla propria
et, ma non erano esattamente le illusioni che si fanno di solito le donne.
Del resto, all'et di Fabrizio, continuava a pensare, si tende a esagerare
un po' quelli che sono gli effetti del tempo sulla bellezza di una donna. Un
uomo un po' pi avanti con gli anni...
Gina stava
camminando per la sua stanza. Si ferm davanti a uno specchio, sorrise. Da
qualche mese, il cuore della signora Pietranera era insidiato piuttosto
seriamente, e da uno strano personaggio. Poco dopo la partenza di Fabrizio per
la Francia, Gina era stata presa da una grande malinconia. Non se l'era ancora
confessato, ma Fabrizio era diventato molto importante, per lei. Tutto quello
che faceva le sembrava noioso, senza sapore. Si immaginava che Napoleone, per
legare a s gli italiani, avrebbe preso Fabrizio come aiutante di campo. L'ho
perduto! pensava, e piangeva. Non lo rivedr pi. Mi scriver, ma che cosa
sar diventata, per lui, tra dieci anni?
Fu in
queste condizioni di spirito che fece un viaggio a Milano. Sperava di aver
notizie pi dirette di Napoleone, e forse, chiss, indirettamente anche di
Fabrizio. Non se lo confessava, ma - piena di vitalit com'era - incominciava
ad averne abbastanza, di quella monotona vita in campagna. impedirsi di
morire, pensava, non vivere. Vedersi davanti tutti i giorni quelle teste
incipriate, il fratello, Ascanio, i loro domestici! Che cosa sarebbero state,
senza Fabrizio, le passeggiate sul lago? La sua unica consolazione la trovava
nell'amicizia che la univa a sua cognata. Ma da un po' di tempo quell'intimit
con la madre di Fabrizio, pi anziana di lei e cos sfiduciata, incominciava a
sembrarle meno piacevole.
La signora
Pietranera era in una strana posizione: partito Fabrizio, non aveva molto da
sperare nel futuro; e il suo cuore aveva bisogno di cose nuove, che potessero
consolarlo. Arrivata a Milano, si appassion all'opera di moda. Andava a
chiudersi per lunghe ore, alla Scala, tutta sola, nel palco del generale
Scotti, il suo amante di una volta. Gli uomini che cercava di incontrare per
avere notizie di Napoleone e del suo esercito le sembravano grossolani,
volgari. Poi, a casa, stava al pianoforte fino alle tre del mattino. Una sera,
alla Scala, nel palco di un'amica - dove era andata a sentire se c'erano
notizie dalla Francia - le presentarono il conte Mosca, ministro di Parma. Era
un uomo simpatico, parlava della Francia e di Napoleone in modo tale che lei
trov nuove ragioni per sperare, o per aver paura. La sera dopo, Gina ritorn
in quel palco. Ci torn anche quell'uomo intelligente, e lei prov molto
piacere a parlargli, per tutto il tempo dello spettacolo. Dopo la partenza di
Fabrizio, non aveva pi passato una serata cos viva. L'uomo che lei trovava
tanto divertente, il conte Mosca della Rovere Sorezana, era allora ministro della
guerra, della polizia e delle finanze, di Ernesto IV, principe di Parma, famoso
per una severit che i liberali milanesi definivano vera e propria crudelt.
Mosca poteva avere quaranta, quarantacinque anni. Aveva lineamenti molto
marcati, non si dava mai arie, e c'era in lui qualcosa di semplice, di allegro,
che lo rendeva subito simpatico. Sarebbe stato ancora un uomo estremamente
piacevole se per una strana trovata del suo principe non fosse stato obbligato
a incipriarsi i capelli come prova di buoni sentimenti politici. In Italia non
hanno paura di urtare la vanit del prossimo, arrivano in fretta a usare un
tono piuttosto intimo, a dire cose molto personali. Il rimedio semplice: se
qualcuno si sente offeso, basta non rivedersi pi.
Ma perch
mai vi incipriate i capelli? disse la signora Pietranera a Mosca la terza
volta che si incontrarono. Mettersi in testa della cipria! Un uomo come voi,
simpatico, ancora giovane, che ha fatto la guerra in Spagna dalla nostra parte.
Il fatto
che in Spagna non ho rubato niente, e bisogna pure che io viva. Andavo matto
per la gloria. Un elogio del generale francese che ci comandava - era
Gouvion-Saint-Cyr - voleva dire tutto, per me. Io stavo mangiandomi tutti i
miei soldi al servizio di Napoleone, e quando Napoleone caduto, si diede il
caso che mio padre - un uomo dall'immaginazione piuttosto fervida, che gi mi
vedeva generale - stesse facendomi un palazzo a Parma. Nel 1813, tutto quello
che avevo era un grande palazzo da finir di costruire e una pensione.
Una
pensione. Tremilacinquecento franchi, come mio marito?
Il conte
Pietranera era generale di divisione. No, io ero soltanto un povero comandante
di squadrone, mi toccavano ottocento franchi. E oltre a tutto hanno
incominciato a pagarmi solo da quando sono diventato ministro delle finanze.
Alla
conversazione era presente soltanto la padrona del palco, una signora di idee
molto liberali, e cos continuarono a parlare con la stessa franchezza. La
contessa chiese a Mosca di parlarle della sua vita a Parma.
In Spagna,
sotto il generale Saint-Cyr, affrontavo le fucilate per guadagnarmi una croce e
quindi un po' di gloria, adesso mi vesto come un personaggio da commedia per
avere in cambio una vita piuttosto sontuosa e qualche migliaio di franchi. Una volta
diventato un pezzo di questa specie di partita a scacchi, ho incominciato a
detestare la villania dei miei superiori, e ho deciso di arrivare in alto, ai
primi posti. Ci sono arrivato. Ma i giorni pi belli, per me, sono sempre
quelli che ogni tanto vengo a passare a Milano. Io credo che sia qui che batte
ancora il cuore del vostro esercito d'Italia.
La
franchezza, la disinvoltura con cui parlava quell'uomo, ministro di un principe
tanto temuto, suscit la curiosit della contessa. Dato il suo titolo, se l'era
immaginato noioso, pieno d'importanza: e ora si trovava davanti un uomo che si
vergognava dell'austerit della sua posizione. Mosca le aveva promesso di farle
avere tutte le notizie dalla Francia che avesse potuto raccogliere. Questo
voleva dire commettere una grande indiscrezione, a Milano, nel mese che
precedette Waterloo. In quel momento, per l'Italia, si trattava di essere o non
essere. A Milano avevano tutti la febbre - febbre di speranza, o di paura. E in
quelle condizioni di tensione collettiva, Gina and in cerca di informazioni
sul conto di un uomo, che parlava con tanta leggerezza dell'invidiatissima
posizione che costituiva la sua unica risorsa.
La signora
Pietranera venne a sapere cose molto strane, interessanti proprio per la loro stranezza.
Il conte Mosca della Rovere Sorezana, le dissero, stava per diventare primo
ministro e favorito ufficiale di Ranuccio Ernesto IV, sovrano assoluto di Parma
e anche uno dei principi pi ricchi d'Europa. Mosca ci sarebbe arrivato gi da
molto, a quella altissima carica, se si fosse comportato in modo un po' pi
austero. Sembrava che il principe gli facesse spesso la lezione, su questo
punto, e che in quelle occasioni lui rispondesse liberamente: Che cosa
importano a Vostra Altezza i miei modi, dal momento che io tratto cos bene i
vostri affari?
Nella
fortuna di Mosca, aggiungevano, c' anche qualche spina. Il sovrano di cui
deve conservare i favori senza dubbio un uomo sensato, intelligente: ma da
quando arrivato al potere assoluto sembra che abbia perso la testa.
diventato sospettoso come una donnetta, per esempio. Ernesto IV coraggioso
soltanto in guerra. Su un campo di battaglia l'hanno visto mille volte guidare
una colonna all'attacco da buon generale. Ma dopo la morte di suo padre, quando
tornato nei suoi Stati e si trovato in mano, per sua disgrazia, un potere
illimitato, si messo a predicare come un forsennato contro i liberali e la
libert. Dopo un po' si immaginato che lo odiavano, e alla fine, in un
momento di cattivo umore, ha fatto impiccare due liberali che probabilmente non
avevano fatto quasi niente. E a consigliarlo stato un certo Rassi, un
miserabile, una specie di ministro della giustizia. Da quel momento, la vita
del principe cambiata. angosciato dai sospetti pi pazzeschi. Non ha ancora
cinquant'anni, ma svuotato dalla paura. Quando parla dei giacobini e dei
piani del Direttorio di Parigi, a vederlo sembra un vecchio di ottant'anni. Si
fa prendere dalle fantasticherie paurose di un bambino. Tutto l'ascendente di
Rassi - che il fiscale generale, cio giudice supremo - si basa soltanto
sulla paura del suo padrone. E Rassi, siccome molto incerto del proprio
credito, si d un gran da fare a inventare le pi spaventose cospirazioni. Una
trentina di imprudenti si trovano insieme per leggere un numero del Constitutionnel? Rassi li accusa di essere dei
cospiratori e li fa chiudere in quella famosa cittadella di Parma che il
terrore di tutta la Lombardia. molto alta, centottanta piedi, pare, e la si
vede da molto lontano, nella pianura immensa. Raccontano cose tremende, su
quella prigione. come il simbolo della paura in tutta la regione, da Milano a
Bologna.
Sembra
incredibile, raccontava un altro alla contessa, ma di notte, al terzo piano
del suo palazzo, con intorno ottanta sentinelle che ogni quarto d'ora urlano
interminabili parole d'ordine, Ernesto IV l che trema nella sua stanza.
Tutte le porte sono chiuse a doppia mandata, tutte le stanze che confinano con
la sua, anche al piano di sopra e a quello di sotto, sono piene di soldati: lui
ha paura dei giacobini. Se il pavimento scricchiola, si butta sulle pistole,
convinto che sotto il letto ci sia un liberale, e immediatamente suonano tutti
i campanelli del palazzo, e un aiutante di campo corre a svegliare il conte
Mosca. Il ministro della polizia, arrivato a palazzo, se ne guarda bene dal
dire che non c' nessuna cospirazione: solo con il principe, armato fino ai
denti, gira per tutti gli angoli dell'appartamento, guarda sotto i letti -
insomma, si lascia andare a un mucchio di stupidaggini degne di una vecchietta.
Ai bei tempi che faceva la guerra, quando uccideva soltanto a fucilate, sul
campo, tutte quelle precauzioni gli sarebbero sembrate avvilenti, al principe.
E dato che un uomo intelligente, se ne vergogna moltissimo. Anche mentre fa
quelle pazzie, sente tutto il ridicolo di quello che sta facendo. E l'immenso
credito del conte Mosca deriva proprio dal fatto che lui abilissimo nel fare
in modo che il principe non si trovi mai nella condizione di dover arrossire in
sua presenza. Mosca, nella sua qualit di ministro della polizia, che insiste
per guardare sotto i mobili, e perfino nelle custodie dei contrabbassi, come
dicono a Parma. Ed il principe a dire che non il caso, a prendere in giro
il ministro per quelle esagerazioni. come una scommessa, gli risponde
allora Mosca. Pensate alle satire che i giacobini ci farebbero piovere addosso
se vi lasciassimo uccidere. Non soltanto la vostra vita che stiamo
difendendo, il nostro onore. Ma a quanto pare il principe si lascia
abbindolare solo fino a un certo punto, e se il giorno dopo, in citt, qualcuno
si azzarda a dire che a palazzo hanno passato la notte in bianco, Rassi lo
spedisce alla cittadella. E una volta lass - all'aria buona, come dicono a
Parma - a meno di un miracolo nessuno si ricorder mai pi del prigioniero.
perch un soldato, perch in Spagna riuscito cento volte a cavarsela a
colpi di pistola, che il principe preferisce Mosca a Rassi - un individuo ben
pi strisciante, abietto. C' il segreto pi rigoroso, su quello che succede ai
disgraziati rinchiusi nella cittadella, Ne raccontano molte, in citt. I
liberali sostengono che, su idea di Rassi, secondini e confessori hanno
l'ordine di convincere i prigionieri che quasi ogni mese uno di loro portato
al patibolo. Quel giorno, danno ai prigionieri il permesso di salire sul
terrazzo della torre, a centottanta piedi di altezza: e da l vedono sfilare
nella corte una processione funebre con uno sbirro che recita la parte del
povero condannato a morte.
Questi
racconti, e molti altri, dello stesso genere e altrettanto autentici,
interessavano molto alla signora Pietranera. E il giorno dopo, prendendolo in
giro, lei chiedeva particolari al conte Mosca. Lo trovava molto divertente,
quell'uomo. Gli diceva che in fondo lui era un mostro, anche se non se ne
rendeva conto.
Un giorno,
tornando al suo albergo, Mosca pens: Non soltanto una donna incantevole.
Quando passo la serata nel suo palco, mi escono di mente certe cose di Parma,
che soffro a ricordare. Malgrado la sua aria spiritosa e i suoi modi
brillanti, Mosca non aveva un'anima alla francese, non era capace di dimenticare le
sue pene. Se aveva una spina nel letto, lui doveva spuntarla a forza di darle
contro con la carne viva. (Chiedo scusa per quest'ultima frase - una frase
all'italiana.)
Il giorno
dopo questa scoperta, nonostante tutti gli affari che aveva da sbrigare a
Milano, a Mosca sembr che le ore non passassero mai. Non riusciva a star
fermo, sfianc i cavalli della sua carrozza. Verso le sei mont a cavallo per
andare al Corso, dove sperava di incontrare la signora Pietranera. Non la vide.
Allora gli venne in mente che la Scala apriva alle otto. Nella platea immensa
c'erano al massimo una diecina di persone. Si sentiva imbarazzato. Ho
quarantacinque anni suonati, pensava, e sto facendo certe pazzie da far
arrossire un sottotenente! Possibile? Meno male che non lo sa nessuno! Usc in
fretta dal teatro, cerc di far passare il tempo passeggiando nelle deliziose
strade l intorno. Ci sono molti caff, e a quell'ora sono strapieni. Seduti ai
tavolini, fino in mezzo alla strada, gli avventori fanno commenti sulla gente
che passa, e prendono il gelato. Il conte non era un passante come un altro,
cos ebbe il piacere di vedersi riconosciuto e avvicinato. Tre o quattro
seccatori, di quelli proprio inevitabili, non si lasciarono sfuggire
l'occasione di farsi concedere un'udienza da un ministro cos influente. Due
gli misero in mano una petizione. Il terzo si accontent di propinargli
interminabili suggerimenti sulla sua condotta politica.
Dicono che
non si dorme, pens Mosca, quando si hanno tante idee. Ma bisogna anche dire
che non si va a passeggio, quando si tanto potenti. Torn alla Scala, prese
un palco in terza fila. Da l avrebbe potuto guardare, senza essere notato,
verso il palco di seconda fila in cui sperava di veder apparire la contessa.
Era innamorato, le due lunghe ore di attesa non gli parvero poi tanto lunghe.
Nessuno poteva vederlo, e si lasciava andare, felice, alle sue pazzie. Esser
vecchi, pensava, vuol dire prima di tutto non esser pi capaci di queste
bambinate deliziose.
Finalmente
la contessa arriv. Mosca la guard con il binocolo, tutto eccitato. Giovane,
brillante, leggera come un uccello, pensava. Deve aver meno di venticinque
anni. Non soltanto bella: non ho mai visto una donna cos sincera, tanto
incapace di agire con prudenza, cos pronta a lasciarsi andare alle impressioni del
momento, a farsi entusiasmare da ci che nuovo. Le capisco, le follie del
conte Nani.
Mosca
trovava eccellenti ragioni per perder la testa, finch pensava soltanto a
conquistare la felicit che era l, davanti ai suoi occhi. Ma quando pensava
alla propria et, alle preoccupazioni molto penose, a volte - che riempivano la
sua vita, non trovava pi ragioni altrettanto buone. Un uomo abile, istupidito
dalla paura, mi d una gran vita, e molti soldi perch gli faccia da ministro,
ma se domani mi manda via io resto vecchio e povero, e cio quanto c' di pi
disprezzato al mondo. Bella roba, da offrire alla contessa! Pensieri troppo
neri. Torn alla signora Pietranera. Non riusciva a smettere di guardarla. Per
poterla pensare meglio, non scese nel suo palco. Mi hanno detto che si presa
Nani soltanto per far dispetto a quell'imbecille di Limercati che non ha voluto
saperne di battersi a duello con l'assassino di suo marito, o di farlo
pugnalare. Io mi batterei mille volte, per lei! Era molto eccitato. Continuava
a guardare l'orologio del teatro, i numeri sfolgoranti di luce sul fondo scuro
a avvertire ogni cinque minuti che arrivata l'ora di andare in quel certo
palco... La conosco da poco, nel suo palco non potrei starci pi di una
mezz'ora al massimo. Se ci resto di pi mi faccio notare troppo, e farei
davvero una bella figura, con i miei anni, e questi maledetti capelli
incipriati... Attraente come una Cassandra! Ma un pensiero lo fece decidere,
di colpo: Gi, e se lei lascia il palco e va a trovare qualcuno? Cos
imparerei, a economizzare con tanta avarizia il piacere di esserle vicino! Si
alz in piedi, per scendere nel palco dove c'era lei. E di colpo sent che
quasi non aveva pi voglia di andarci. Era gi sulle scale, si ferm.
Fantastico! pens, e sorrise. Questa proprio timidezza! Sono venticinque
anni che non mi capita una cosa del genere!
Dovette
fare uno sforzo, per entrare nel palco. Ma era un uomo intelligente, seppe
approfittarne. Non cerc di mostrarsi disinvolto, di fare lo spiritoso
buttandosi a raccontare qualcosa di divertente. Ebbe il coraggio di esser
timido, seppe usare del suo spirito lasciando intravvedere il suo turbamento
senza essere ridicolo. Se lei la prende male, pensava, Ǐ finita. Timido, e
con i capelli incipriati - e senza la cipria si vedrebbe che sono grigi!.. Per
questa timidezza che provo vera, e allora pu sembrare ridicola soltanto se
la esagero, se la ostento. Ma Gina si era annoiata tante volte, al castello di
Griante, di fronte alle teste incipriate di suo fratello, di, Ascanio, di quei
seccatori benpensanti del vicinato, che non pens a occuparsi della pettinatura
del suo nuovo spasimante.
Cos, non
correndo il rischio di scoppiargli a ridere in faccia al suo ingresso nel
palco, Gina prest attenzione soltanto alle notizie dalla Francia che Mosca -
come sempre - le diede, appena arrivato, in segreto: lui stava inventando, ne
era sicura. Discutendo con lui quelle notizie, Gina not quella sera il suo
sguardo - che era dolce, affettuoso.
Mi
immagino, gli disse, che non avrete questo sguardo simpatico, quando siete a
Parma, in mezzo ai vostri schiavi. Rovinerebbe tutto, gli farebbe intravvedere
la possibilit di non essere impiccati.
Il fatto
che un uomo che passava per il primo diplomatico d'Italia non si desse nessuna
importanza le sembr straordinario. Trov addirittura che il conte avesse una
certa grazia. E dato che Mosca stava parlando molto bene, con calore, non le
diede fastidio che lui avesse pensato di assumere, per una sera e senza
conseguenze, il ruolo della persona timida e tutta attenta.
Con quel
passo avventato, Mosca aveva rischiato molto. Per sua fortuna - lui, a Parma,
non era abituato a trattare con donne spietate - la contessa era arrivata da
Griante solo da pochi giorni, e il suo spirito era ancora come intorpidito
dalla noia della vita di campagna. Aveva quasi dimenticato come si fa a
scherzare. Tutto ci che ha a che fare con un modo di vita elegante e leggero
le sembrava nuovo, e quella sensazione di novit glielo faceva apparire
addirittura sacro. Non era disposta a prendere in giro niente, neanche un
innamorato di quarantacinque anni e timido. Otto giorni dopo, la temerariet di
Mosca avrebbe potuto ricevere tutt'altra accoglienza.
Alla Scala,
di solito, le visitine nei palchi non si fanno durare pi di una ventina di
minuti. Ma il conte pass tutta la sera nel palco dove aveva la gioia di
incontrare la signora Pietranera. una donna, pensava, che riesce a ridarmi
tutte le pazzie di quando ero giovane! Ma si rendeva conto del rischio. Il
fatto che io sia una specie di pasci onnipotente a quaranta leghe da qui,
baster a farmi perdonare tutte queste sciocchezze? Mi annoio tanto, a Parma!
Ma da un quarto d'ora all'altro continuava a giurarsi che sarebbe andato via.
La verit,
signora, disse sorridendo, Ǐ che a Parma un vero mortorio, e dunque mi si
dovr pur consentire di tuffarmi nel piacere quando ne ho la possibilit. Cos,
per una sera, e senza conseguenze, lasciate che io faccia davanti a voi la
parte dell'innamorato. Ahim! Tra pochi giorni sar cos lontano da questo
palco che mi fa dimenticare tutti i miei pensieri - e anche tutte le
convenienze, direte voi!...
Otto giorni
dopo quella visita tanto insolita al palco della Scala, e in seguito a certi
piccoli episodi che forse sarebbe troppo lungo raccontare, Mosca era
completamente pazzo d'amore, e Gina era gi arrivata a pensare che in fondo
l'et non contava, dato che lui era cos simpatico. Erano a questo punto,
quando Mosca fu richiamato a Parma. Si sarebbe detto che il suo principe avesse
paura a star solo. Gina ritorn a Griante. Ora che non c'era pi la sua
immaginazione a farglielo apparire splendido, quel luogo le parve deserto.
Pensava: Gli voglio bene, forse? Poi Mosca le scrisse, e adesso non aveva pi
nessuna parte da recitare, l'assenza lo aveva privato di quella che era la
sorgente di tutti i suoi pensieri. Erano lettere divertenti, e, per una piccola
stranezza che non fu male accolta, per evitare i commenti del marchese - cui
non piaceva proprio pagare per il porto delle lettere - Mosca le faceva
impostare dai suoi corrieri a Como, a Lecco, a Varese, o in qualcun'altra di
quelle deliziose cittadine nei dintorni del lago. Con questo, mirava a ottenere
che il corriere gli riportasse le risposte. E ci riusc.
Dopo un
po', il giorno del corriere costitu un avvenimento, per la contessa. Le
portavano fiori, frutta, piccoli regali da poco che per divertivano molto lei
e la cognata. Nel ricordo di Gina, l'immagine di quell'uomo era legata a quella
del suo grande potere. Era diventata molto curiosa di quello che dicevano di
lui. E gli stessi liberali mostravano di apprezzare il suo talento.
Il
principale motivo per cui Mosca era mal visto consisteva nel fatto che egli
passava per il capo del partito ultra alla corte di Parma - mentre alla testa dei partito
liberale c'era un'intrigante capace di tutto, anche di riuscire, la ricchissima
marchesa Raversi. Il principe stava molto attento a non scoraggiare il partito
all'opposizione, perch si rendeva perfettamente conto che il padrone sarebbe
stato sempre lui, anche con un ministero messo insieme nel salotto della
signora Raversi. A Griante arrivavano mille particolari su quegli intrighi.
L'assenza di Mosca, che tutti definivano uomo d'azione e ministro di valore
eccezionale, consentiva a Gina di non pensare pi a quei suoi capelli
incipriati, simbolo di tutto ci che lento e triste: era un particolare senza
importanza, un obbligo della vita di corte - nella quale, d'altra parte, egli
sosteneva un ruolo tanto importante. Una corte una cosa ridicola, diceva
Gina alla cognata, ma anche divertente. come un gioco interessante, ma di
cui bisogna accettare le regole. Non si pu prendersela perch le regole del whist sono ridicole. E poi, una volta
che ti sei abituata alle regole, giocare divertente.
Gina
pensava molto spesso all'uomo che le scriveva tutte quelle lettere piacevoli.
Erano bei giorni, quando ne arrivava una. Prendeva la barca e andava a
leggersela alla Pliniana, a Bellano, nel bosco degli Sfondrata. Quelle lettere
sembravano consolarla un po' dell'assenza di Fabrizio. Doveva ammetterlo, se
non altro Mosca era davvero innamorato. E prima che passasse un mese,
incominci a pensare a lui con un senso di amicizia affettuosa.
Da parte
sua, Mosca era quasi in buona fede quando le offriva di dare le dimissioni, di
lasciare il ministero, di andare a vivere con lei a Milano o altrove. Ho
quattrocentomila franchi, le scriveva, e potremo sempre ricavarne
quindicimila lire di rendita. Gina pensava: Un palco, dei cavalli!... Era bello
pensare a cose del genere. Il paesaggio del lago le sembrava di nuovo
incantevole. Andava sulle rive a pensare a quella vita brillante che ora,
inaspettatamente, tornava ad essere possibile. Si vedeva sul Corso, a Milano,
felice, allegra come al tempo del vicer. Sar come quando ero giovane, o
almeno sar una vita attiva!
A volte la
sua violenta immaginazione le impediva di rendersi conto della realt, ma Gina
non si lasciava mai andare a quelle volontarie illusioni che derivano dalla
mancanza di coraggio. Era prima di tutto una donna in buona fede con se stessa.
Sono un po' troppo avanti con gli anni, per fare delle pazzie, Pensava, ma
l'invidia, che pu farsi molte illusioni come l'amore, potrebbe avvelenarmi la
vita, a Milano. Quando morto mio marito, la mia nobile povert ha avuto
successo, come il mio rifiuto di due grossi patrimoni. Il mio povero piccolo
Mosca non ha neanche la ventesima parte delle ricchezze che quei due sciocchi
di Limercati e di Nani mi mettevano ai piedi. In fondo era considerata una cosa
originale: la pensioncina di vedova ottenuta dopo tanti sforzi, i domestici
licenziati - un gesto che ha fatto scalpore - la stanzetta al quinto piano con
davanti al portone tutte le carrozze della gente che veniva a trovarmi... Ma c'
poco da fare, finirei per trovarmi in una situazione spiacevole, adesso, se
torno a Milano disponendo ancora e soltanto della mia pensione di vedova, a
vivere nel piccolo agio borghese che ci potrebbero consentire le quindicimila
lire che restano a Mosca se si dimette. E poi c' una cosa che non va, e in
mano agli invidiosi sarebbe un'arma terribile. Mosca sposato, anche se
separato da molto tempo. A Parma tutti sanno di questa separazione, ma a Milano
sarebbe una novit, e diranno che sono stata io a provocarla. E allora, addio
mia bella Scala, addio lago di Como...
Nonostante
queste considerazioni, se avesse potuto disporre appena di un po' di soldi, lei
avrebbe accettato l'offerta delle dimissioni di Mosca. Si credeva una donna in
et, e l'idea di vivere a corte le faceva un po' paura. E bisogna anche dire
che il conte - cosa che sembrer del tutto inverosimile a un francese - sarebbe
stato felice di dimettersi. Di questo, almeno, riusc a convincere la sua
amica. In tutte le lettere, Mosca non faceva che chiedere sempre pi
freneticamente un nuovo incontro a Milano. Riusc a ottenerlo.
Se vi
dicessi che quella che provo per voi e una passione sfrenata, gli diceva un
giorno la contessa, a Milano, vi direi una bugia. Sarebbe troppo bello poter
amare oggi, a trent'anni passati, come amavo una volta, quando ne avevo
ventidue! Ma ho visto finire tante cose che credevo dovessero durare per
l'eternit! Provo per voi una amicizia molto affettuosa, ho piena fiducia in
voi, e tra tutti gli uomini siete quello che preferisco. Lei era convinta di
essere assolutamente sincera, ma in quella dichiarazione, verso la fine, c'era
una piccola bugia. - Probabilmente, Fabrizio, se avesse voluto, avrebbe
soverchiato ogni altro sentimento nel cuore di Gina. Ma agli occhi di Mosca,
Fabrizio era soltanto un ragazzo. E il conte, arrivato a Milano tre giorni dopo
la partenza di quello sventato per Novara, and subito a parlare in suo favore
al barone Binder. E fu del parere che l'esilio di Fabrizio sarebbe stato
definitivo.
Mosca non
era venuto da solo, a Milano. Nella sua carrozza c'era anche il duca
Sanseverina-Taxis, un bel vecchietto di sessantotto anni, con macchie bianche
tra i capelli grigi, molto compito, tutto lindo, ricchissimo, ma non abbastanza
nobile. I milioni li aveva fatti solo suo nonno, appaltatore generale delle
entrate dello Stato di Parma. Suo padre si era fatto nominare ambasciatore alla
corte di * * *, e c'era riuscito tenendo al principe un discorsetto molto
logico: Vostra Altezza d trentamila franchi al suo inviato alla corte di * *
*, ma quello ci fa una figura piuttosto mediocre. Se Vostra Altezza si degna di
concedermi quel posto, io accetter uno stipendio di seimila franchi. Alla
corte di * * * non spender mai meno di centomila franchi all'anno, e ogni anno
il mio amministratore verser ventimila franchi alla cassa del ministero degli
esteri di Parma. Con quei soldi potranno mettermi vicino come segretario
d'ambasciata chi vogliono, e se mai ci saranno dei segreti diplomatici Vostra
Altezza pu essere certa che io non cercher di interferire. Io voglio soltanto
dar lustro al mio casato, che ancora troppo recente, voglio nobilitarlo con
una grande carica.
Il duca
attuale, figlio dell'ambasciatore, aveva commesso l'errore di mostrare qualche
simpatia per i liberali, e da due anni era sull'orlo della disperazione. Al
tempo di Napoleone, la sua ostinazione nel restare all'estero gli era costata
due o tre milioni, e tuttavia, dopo la restaurazione, non era riuscito a
arrivare a un certo gran cordone che ornava il ritratto di suo padre. Ci faceva
una malattia, per quel cordone.
L'amore, in
Italia, porta a una intimit assoluta in cui non c' posto per gli scrupoli
della vanit. Cos, fu in tutta semplicit che Mosca disse alla donna che
adorava:
Ho un paio
di progetti da sottoporvi. Non sono male, vedrete. Sono tre mesi che non penso
a altro. 1 Mi dimetto, e viviamo da buoni borghesi a Milano, a Firenze, a
Napoli, dove volete. Indipendentemente dai favori del principe, che possono
durare pi o meno, abbiamo quindicimila lire di rendita. 2 Voi acconsentite a
venire a stabilirvi nello Stato in cui io godo di una certa autorit, e vi
comprate una propriet. C' quella di Sacca, per esempio, ha una casa deliziosa,
in mezzo a un bosco e guarda sul fiume: in otto giorni potete avere in mano
il contratto di vendita firmato. E entrate a far parte della corte del
principe. Certo, qui c' una grave contrariet. A corte vi accoglieranno
benissimo, nessuno avrebbe il coraggio di mettermi i bastoni fra le ruote - e
oltre a tutto la principessa convinta di essere molto infelice, e io,
pensando a voi, mi sono mostrato molto premuroso. Ma il principe un gran
bigotto, e voi sapete che purtroppo io sono sposato. Ne pu venire un'infinit
di piccoli inconvenienti. Voi siete vedova, ed un'ottima condizione, ma
dovreste cambiarla con un'altra, e qui ho da farvi una terza proposta. Potremmo
trovare un nuovo marito poco ingombrante. Ma per prima cosa dovrebbe essere molto
vecchio perch non vorrete impedirmi di sperare di prendere un giorno il suo
posto... Dunque, questo affare piuttosto strano io l'ho concluso con il duca
Sanseverina-Taxis, che naturalmente non sa il nome della futura duchessa. Lui
sa soltanto che grazie a questa donna diventer ambasciatore e potr ottenere
un certo gran cordone che aveva suo padre e la cui mancanza lo rende ora il pi
infelice dei mortali. A parte questo, il duca non poi neanche troppo
imbecille. Si fa venire abiti e parrucche da Parigi. Non capace di cattiverie
premeditate: veramente convinto che l'onore consista nell'avere un cordone, e
si vergogna di tutti i soldi che ha. Un anno fa venuto da me a propormi di
fondare un ospedale perch gli concedessimo quel cordone, e io l'ho preso in
giro. Ma lui non mi ha preso in giro, quando gli ho proposto un matrimonio.
Naturalmente la mia prima condizione stata che il duca doveva impegnarsi a
non rimettere pi piede a Parma.
Ma non vi
rendete conto che mi state proponendo una cosa assolutamente immorale? disse
Gina.
Non pi di
quanto lo sia tutto quello che si fa alla nostra corte e in tante altre. Il
potere assoluto ha questo di comodo, che santifica tutto agli occhi della
gente. Dov' il ridicolo, se nessuno se ne accorge? Per almeno vent'anni la
nostra politica consister nell'aver paura dei giacobini, e che paura! Ogni
anno, penseremo di essere alla vigilia di un altro '93. Li avrete sentiti,
spero, i discorsi che faccio su questo tema quando do un ricevimento. Gran bei
discorsi, no? Tutto quanto avr il potere di ridurre un po' quella paura
sembrer sovranamente morale agli occhi dei nobili e dei bigotti. E a Parma chi non
nobile o bigotto in prigione o sta facendo le valigie per andarci. Potete
starne sicura, da noi questo matrimonio sembrer strano soltanto il giorno in
cui io cadr in disgrazia. E poi non facciamo del male a nessuno, e questo mi
sembra che sia l'essenziale. Il principe, del cui favore ci serviamo
abitualmente, ha posto come unica condizione che la futura duchessa sia nobile
di nascita. L'anno scorso, tutto calcolato, il mio posto mi ha fruttato
centosettemila franchi; di rendita ne avr avuto in tutto centoventiduemila; e
ne ho depositati ventimila a Lione. E adesso scegliete. 1 Una vita lussuosa,
con centoventiduemila franchi da spendere - e centoventiduemila franchi a Parma
valgono come quattrocentomila a Milano - ma con un matrimonio che vi d il nome
di un uomo decente e che vedrete soltanto all'altare. 2 Una piccola vita
borghese con quindicimila franchi, a Firenze o a Napoli - a Milano, sono
d'accordo con voi, siete stata troppo ammirata: saremmo perseguitati
dall'invidia, forse finiremmo per restarne amareggiati. Una gran vita a Parma
potrebbe forse rappresentare qualcosa di nuovo anche per una come voi che ha
vissuto alla corte del principe Eugenio - almeno lo spero. E forse, prima di
rifiutarla, varrebbe la pena di vedere di che cosa si tratta. Ma non pensate
che io stia cercando di influenzarvi. Per quanto mi riguarda, sono sicuro della
mia scelta: preferisco vivere con voi in un appartamentino al quarto piano
piuttosto che continuare a vivere nel lusso da solo.
I due
amanti ne discussero per molti giorni, di quello strano matrimonio. A un ballo
alla Scala, Gina pot vedere il duca Sanseverina-Taxis, e le sembr
presentabilissimo. Poi, in una delle ultime conversazioni, Mosca fece di nuovo
un riassunto della sua proposta.
Bisogna
deciderci, se vogliamo passare allegramente il resto della nostra vita, se non
vogliamo diventare vecchi prima del tempo. Il principe ha dato il suo consenso.
Sanseverina non poi un tipo tanto male, possiede il pi bel palazzo di Parma
e un patrimonio immenso, ha sessantotto anni e una folle passione per il gran
cordone. Ma c' un punto oscuro nella sua vita, una cosa che gli rovina
l'esistenza: qualche anno fa ha comprato per diecimila franchi un busto di
Napoleone del Canova. E poi c' un'altra colpa, che se voi non venite in suo
aiuto finir per farlo morire. Il duca ha prestato una volta venticinque
napoleoni a Ferrante Palla. Palla delle nostre parti, un tipo un po' matto ma
piuttosto geniale. Poi lo abbiamo condannato a morte, ma per fortuna in
contumacia. Avr scritto duecento versi in tutta la sua vita, ma sono stupendi.
Un giorno devo ricordarmi di recitarveli, sono belli come Dante. Il principe
invia Sanseverina alla corte di * * *, Sanseverina vi sposa il giorno stesso in
cui deve partire, e due giorni dopo che lui partito - per fare
l'ambasciatore, dir lui - Sanseverina ottiene il cordone senza il quale non
pu vivere. Per voi sar come avere un fratello niente affatto spiacevole:
firma tutto quello che voglio io, e d'altra parte lo vedrete poco o non lo
vedrete mai, come preferite. Quanto a lui, non chiede di meglio che scomparire
da Parma. Il fatto di aver avuto un nonno appaltatore e di esser considerato un
liberale gli d un gran fastidio. Rassi, il nostro boia, sostiene che
attraverso Ferrante Palla il duca si sarebbe abbonato segretamente al Costitutionnel, e questa calunnia ha ostacolato
per molto tempo il consenso del principe.
Che colpa
ne ha uno storico che segue fedelmente i pi piccoli particolari di un fatto
che gli hanno raccontato? colpa sua se i personaggi, sedotti da passioni che
lui - per sua sfortuna - non pu condividere, sono portati a commettere azioni
profondamente immorali? vero che cose di questo genere non si fanno pi, in
un paese in cui l'unica passione sopravvissuta a tutte le altre la passione
per i soldi, considerati strumento della vanit...
Tre mesi
dopo, la duchessa Sanseverina-Taxis fece colpo su tutti, alla corte di Parma,
con la sua simpatia immediata e con la nobile serenit del suo spirito. La sua
casa divent, senza confronti, la pi piacevole di tutta la citt. Era quello
che Mosca aveva promesso al suo padrone. Ranuccio Ernesto IV il principe
regnante, e la principessa sua sposa, ai quali la duchessa fu presentata da due
delle pi grandi dame del paese, la accolsero con molta gentilezza. La duchessa
aveva una gran voglia di conoscere il principe da cui dipendeva il destino
dell'uomo che lei amava. Volle piacergli, e ci riusc fin troppo. Vide che era
alto, ma piuttosto massiccio. Secondo i cortigiani, i capelli, i baffi e i
foltissimi favoriti del principe erano di un bel biondo. In altri ambienti, per
definire quel colore, avrebbero usato una parola molto volgare: stoppa. In
mezzo a quel faccione spuntava un nasino piccolissimo, quasi da donna. Ma la
duchessa not che per distinguere quei difetti bisognava guardare il viso del
principe nei particolari. Nell'insieme dava l'impressione di un uomo
intelligente e di carattere. Il suo modo di fare era abbastanza maestoso, ma
spesso egli cercava di imporsi al suo interlocutore, e allora finiva per
sentirsi lui stesso molto imbarazzato e continuava a spostare il peso del corpo
da una gamba all'altra. Quanto al resto, il principe aveva uno sguardo
penetrante, da dominatore. Muoveva le braccia con nobilt, parlava in modo
misurato e conciso.
Gina aveva
saputo da Mosca che il principe teneva nel grande studio dove dava udienza un
ritratto in piedi di Luigi XIV e un bellissimo tavolo fiorentino. L'imitazione
era perfetta: era evidente che il principe si sforzava di guardare e di parlare
nobilmente, alla maniera di Luigi XIV, e che si appoggiava al tavolo in un
atteggiamento che ricordava quello di Giuseppe II Dopo averle rivolto qualche
parola, il principe si sedette, in modo da darle la possibilit di sedersi a
sua volta sullo sgabello cui secondo l'etichetta aveva diritto. Alla corte di
Parma soltanto le duchesse, le principesse e le mogli dei grandi di Spagna
possono sedersi quando vogliono. Le altre devono aspettare che il principe o la
principessa le invitino a farlo. E per sottolineare le differenze di rango,
quegli augusti personaggi fanno sempre in modo di lasciar passare un po' di
tempo prima di invitare a sedersi le signore che non sono almeno duchesse.
Gina trov
che in certi momenti l'imitazione di Luigi XIV fatta dal principe era un po'
troppo smaccata - per esempio quando buttava indietro la testa ridendo
bonariamente. Ernesto IV indossava un frac all'ultima moda, appena arrivato da
Parigi. La odiava, quella citt, ma era proprio da Parigi che si faceva spedire
ogni mese un frac, una redingote e un cappello. Quel giorno aveva fatto uno
strano miscuglio, e insieme al frac indossava un paio di pantaloni al
ginocchio, rossi, calze di seta e scarpini alti, come si vede in certi ritratti
di Giuseppe II.
Il principe
accolse la signora Sanseverina con molta cortesia e le parl in modo spiritoso
e raffinato, ma lei si accorse benissimo che tutto era tenuto in limiti ben
precisi. Sapete perch? le disse Mosca, dopo l'udienza. Perch Milano una
citt pi grande e pi bella di Parma. Se vi avesse accolto come io pensavo, e
come lui stesso mi aveva fatto sperare, avrebbe avuto paura di sembrare un
provinciale in estasi davanti a una bella signora appena arrivata dalla
capitale. E poi, bisogna che ve lo dica, sono sicuro che c' un'altra cosa che
gli d noia: vede che a corte non c' nessuna che possa gareggiare con voi
quanto a bellezza. Pernice, il suo primo cameriere, che molto premuroso con
me, mi ha detto che ieri sera, prima di andare a letto, non gli ha parlato
d'altro. Credo che ci sar una piccola rivoluzione, nell'etichetta di corte. Il
mio grande nemico, qui, un imbecille che si chiama generale Fabio Conti.
una specie di maniaco, figuratevi, avr passato su un campo di battaglia un
giorno solo in tutta la sua vita e da allora si d le arie di Federico il
Grande. Ma non tutto, un'altra cosa cui tiene molto mostrare la nobile
affabilit del generale Lafayette, e questo perch il capo del partito
liberale - e che razza di liberali siano, lo sa solo Dio!
Lo
conosco, Fabio Conti, disse la duchessa. Ne ho avuto la visione, una volta,
vicino a Como. Stava litigando con dei gendarmi. E raccont come erano andate
le cose.
Se mai la
vostra mente riuscir a penetrare le profondit della nostra etichetta,
signora, un giorno saprete che le ragazze possono essere accolte a corte solo
dopo il matrimonio. E per quanto riguarda la superiorit di Parma su tutte le
altre citt, il patriottismo del principe talmente ardente che scommetto che
trover il modo di farsi presentare la piccola Clelia Conti, la figlia del
nostro Lafayette. Devo dire che una ragazza incantevole, e otto giorni fa era
ancora considerata la pi bella del paese. Non so, continu poi Mosca, se
tutti gli orrori che i nemici del principe hanno messo in giro sul suo conto
siano arrivati fino a Griante. Ne hanno fatto una specie di mostro, di orco. La
realt che Ernesto IV era pieno di piccole virt, e si pu dire che se avesse
avuto l'invulnerabilit di Achille avrebbe continuato a essere un modello di
principe. Ma un giorno, in un momento di noia e di collera - e anche un po' per
imitare Luigi XIV quando fece tagliare la testa a un certo eroe della
Fronda che aveva la sfacciataggine
di starsene tranquillamente in una tenuta a due passi da Versailles - Ernesto
IV, mezzo secolo dopo la Fronda, ha fatto impiccare due liberali. A quanto pare
quei due imprudenti si trovavano un giorno alla settimana per parlar male del
principe e per far voti che a Parma venisse la peste, a liberarli dal tiranno.
Che usassero la parola tiranno , stato provato. Secondo Rassi questo voleva dire
cospirare, e li ha fatti condannare a morte. L'esecuzione di uno dei due, il
conte L., stata spaventosa. C'ero anch'io. Da quel momento, adesso il conte
parlava a voce bassa, il principe va soggetto a accessi di paura indegni di un
uomo, ma che sono l'unica fonte della mia fortuna. Se non fosse per la paura
del principe, le mie qualit sarebbero troppo urtanti, troppo brusche, per
questa corte, pullulante di imbecilli. Non ci crederete, ma il principe, prima
di dormire, va a guardare sotto tutti i letti che ci sono nel suo appartamento.
Spende un milione - e a Parma un milione come quattro a Milano - per avere
una polizia efficiente, e voi avete davanti, signora duchessa, il capo di
questa terribile polizia. per mezzo della polizia, cio per mezzo della
paura, che sono diventato ministro della guerra e delle finanze. E dato che il
ministro degli interni ufficialmente mio superiore, perch la polizia dipende
da lui, ho fatto dare quel posto al conte Zurla-Contarini, uno sgobbone idiota
che si diverte a scrivere un'ottantina di lettere al giorno. Stamattina ne ho
ricevuta una, aveva il numero 20.715. L'aveva scritta il conte in persona,
chiss com'era contento.
La duchessa
Sanseverina fu poi presentata alla malinconica principessa di Parma, Clara
Paolina. Siccome suo marito aveva un'amante - una donna piuttosto graziosa, la
marchesa Balbi - Clara Paolina era convinta di essere la creatura pi infelice
di tutto l'universo, e grazie a questa convinzione era diventata probabilmente
la pi noiosa creatura di tutto l'universo. Era molto alta, magrissima, e a
trentasei anni ne dimostrava cinquanta. Aveva una faccia regolare e nobile che
avrebbe potuto passare per bella - bench fosse un po' guastata da certi
occhioni rotondi da miope - se la principessa non si fosse lasciata andare.
Quando la duchessa and da lei, la ricevette con una timidezza tanto evidente
che certi cortigiani, nemici di Mosca, arrivarono a dire che era stata la
principessa a aver l'aria di quella che si presenta a corte, e la duchessa a
aver l'aria della sovrana. Gina era sorpresa, quasi sconcertata, non sapeva che
cosa dire per riuscire a mettersi a un livello inferiore a quello cui la
principessa si era messa per conto suo. E per mettere a suo agio quella povera
principessa, che in fondo era abbastanza intelligente, alla fine Gina non trov
di meglio che intavolare una interminabile dissertazione di botanica. La
principessa era una vera esperta, aveva splendide serre con una infinit di
piante tropicali. Fu cos che Gina, cercando semplicemente di cavarsela, riusc
a conquistare la principessa. Clara Paolina, che in principio sembrava tanto
timida e impacciata, fin per trovarsi completamente a suo agio, e contro tutte
le regole dell'etichetta quella prima udienza dur addirittura un'ora e un
quarto. Il giorno dopo, la duchessa si compr delle piante esotiche e si mise a
fare l'appassionata di botanica.
La
principessa passava la vita con il reverendo padre Landriani, arcivescovo di
Parma. Landriani era un uomo veramente onesto, colto, anche intelligente. Ma
era uno spettacolo, quando se ne stava seduto sul suo seggio di velluto cremisi
(gli spettava per regola di cerimoniale) in faccia alla poltrona della
principessa, circondata dalle sue dame d'onore e di compagnia. Quel vecchio
prelato dai lunghi capelli bianchi era ancora pi timido, se possibile, della
principessa. Si vedevano tutti i giorni, e ogni udienza incominciava con un
silenzio di un buon quarto d'ora. La situazione era tale che una delle dame di
compagnia, la contessa Alvizi, era diventata una specie di favorita perch
conosceva l'arte di farli parlare, di fargli rompere quei lunghi silenzi.
Per
completare la serie delle presentazioni, la duchessa fu ricevuta da S.A.S. il
principe ereditario, un ragazzo pi alto di suo padre e pi timido di sua
madre. Aveva sedici anni e era molto forte in mineralogia. Quando vide entrare
la duchessa divent tutto rosso. Era talmente disorientato che non riusc a
aprir bocca, di fronte a quella bella signora. Era piuttosto bello, e passava
la vita nei boschi, con un martello in mano. Quando la duchessa si alz per
porre fine a quella silenziosa udienza, il principe ereditario disse a voce
alta: Mio Dio, signora, come siete bella! E alla signora questa battuta non
sembr affatto di cattivo gusto.
Un paio
d'anni prima che Gina arrivasse a Parma, la marchesa Balbi, una giovane donna
di venticinque anni, poteva ancora passare come il perfetto esempio di bellezza
italiana. Adesso
erano ancora gli occhi pi belli del mondo, le smorfiette pi graziose: ma,
vista da vicino, la sua pelle appariva solcata da un'infinit di sottilissime
rughe che la facevano sembrare una giovane vecchia. Comunque, a guardarla da
una certa distanza - a teatro, per esempio, nel suo palco - era ancora una
bellezza, e quelli che stavano in platea pensavano che il principe avesse un
ottimo gusto.
Ernesto IV
passava tutte le serate dalla marchesa Balbi, ma se ne stava spesso senza aprir
bocca, e a vederlo cos annoiato quella povera donna aveva finito per dimagrire
spaventosamente. La marchesa era convinta di essere molto ma molto furba, e
sorrideva sempre con aria maliziosa. Aveva denti magnifici, e con quel sorriso
malizioso, a caso e a sproposito, pretendeva sempre di alludere a qualcosa di
diverso da quello che stava dicendo. Mosca sosteneva che dentro di s lei non
faceva che sbadigliare, e che erano proprio quei continui sorrisi a farle
venire tante rughe. La Balbi era interessata in tutti gli affari dello Stato,
non si faceva una spesa di mille franchi senza che per lei ci fosse un ricordino
(era un termine
elegante, a Parma, per definire la cosa). Dicevano che avesse depositato in
Inghilterra sei milioni di franchi, ma la sua ricchezza, in realt di data
recente, non arrivava a un milione e mezzo. Era proprio per mettersi al riparo
dalle sue furberie, per averla alle sue dipendenze, che Mosca si era fatto
nominare ministro delle finanze. La marchesa aveva una sola passione: la paura,
che si manifestava in sordida avarizia. Ogni tanto diceva al principe: Io
finir in un ospizio - e a sentire quella frase lui andava su tutte le furie.
Gina not che l'anticamera sfolgorante di dorature del palazzo della Balbi era
illuminata da una candela sola, e la cera colava su un tavolo di marmo prezioso.
Sulle porte del salotto si vedevano le ditate dei domestici.
Quando mi
ha ricevuto, disse la duchessa a Mosca, era come se si aspettasse la mancia.
La serie
dei successi di Gina fu interrotta dall'accoglienza che le fece la donna pi
abile di tutta la corte, la famosa marchesa Raversi, l'espertissima intrigante
che era a capo del partito rivale di quello di Mosca. La Raversi era sempre
stata ostile a Mosca, ma da qualche mese i suoi sforzi per rovesciarlo erano
raddoppiati. Il duca Sanseverina, infatti, era suo zio, e lei aveva paura che
le grazie della nuova duchessa mettessero in pericolo l'eredit. Non una
donna da sottovalutare, diceva Mosca alla sua amica, Ǐ capace di tutto. Mi
sono separato da mia moglie unicamente perch si ostinava a tenersi per amante
il cavalier Bentivoglio, che un amico della Raversi. La Raversi era un pezzo
di donna dai capelli nerissimi, notevole per i suoi diamanti, che si metteva
addosso anche di mattina, e per il gran rosso che si dava alle guance. Si era dichiarata
subito nemica della duchessa, e, ricevendola a casa sua, fece di tutto per dare
inizio alle ostilit. Nelle lettere che scriveva da * * *, il duca Sanseverina
sembrava talmente entusiasta della sua ambasciata, e soprattutto di vedersi a
portata di mano il gran cordone, che la sua famiglia incominciava a temere che
avrebbe lasciato una parte delle sue sostanze alla moglie, cui intanto lui
continuava a mandare un regaluccio dopo l'altro. La Raversi, bench fosse
regolarmente brutta, aveva per amante il conte Baldi, l'uomo pi bello di tutta
la corte. Di solito, quando voleva una cosa lei riusciva a averla.
La duchessa
viveva in modo estremamente lussuoso. Il palazzo Sanseverina era sempre stato
uno dei pi belli della citt, e il duca, in onore della sua nomina a
ambasciatore e del suo prossimo gran cordone, stava ora spendendo grosse somme
per abbellirlo ancora, e la duchessa dirigeva i lavori.
Mosca aveva
visto giusto: pochi giorni dopo la presentazione della duchessa, Clelia Conti
fu nominata canonichessa e entr a corte. Per parare il colpo che questo favore
poteva aver l'aria di portare al credito di Mosca, la duchessa, con il pretesto
di inaugurare il giardino del suo palazzo, diede una festa, e servendosi di
tutta la sua grazia fece di Clelia - la chiamava la mia giovane amica del lago
di Como - la regina della serata. E, come per caso, le decorazioni trasparenti
poste davanti alle luci pi in vista portavano le sue iniziali. Clelia, bench
sembrasse un po' assorta, parl in modo molto simpatico della piccola avventura
vicino al lago e della sua gratitudine. Si diceva che fosse molto devota, che
le piacesse star sola. Scommetto, diceva Mosca, che abbastanza
intelligente da vergognarsi di suo padre. Alla duchessa quella ragazza era
molto cara. Se ne fece un'amica. Non voleva che la gente pensasse che lei era
gelosa di Clelia, e la invitava sempre ai suoi ricevimenti. Del resto, il suo
sistema consisteva nell'attenuare tutti gli odii di cui Mosca era oggetto.
Tutto
andava bene, per la duchessa. Quella vita di corte, sempre minacciata da
qualche tempesta, la divertiva. Le sembrava di ricominciare a vivere. Provava
per Mosca molta tenerezza, e un grande affetto. Lui era letteralmente pazzo di
felicit, e questa piacevole situazione lo metteva in grado di agire con
assoluta lucidit in tutto quanto riguardava soltanto le sue ambizioni. Cos,
due mesi appena dopo l'arrivo della duchessa, Mosca fu nominato primo ministro,
carica che gli dava privilegi quasi pari a quelli dello stesso sovrano. E Mosca
riusciva a ottenere quel che voleva, dal principe. Se ne ebbe una prova che
fece molta impressione a tutti quanti.
La famosa
cittadella di Parma, con la sua grossa torre alta centottanta piedi e visibile
da molto lontano, si trova a dieci minuti dalla citt, in direzione sud-est. La
torre, costruita verso i primi del cinquecento e a imitazione del mausoleo di
Adriano dai Farnese, nipoti di Paolo III, talmente ampia che sulla terrazza
in cui essa culmina stato possibile fabbricare un palazzo per il governatore
della cittadella e una nuova prigione, chiamata Torre Farnese. Questa prigione,
edificata in onore del figlio maggiore di Ranuccio Ernesto Il - che era
diventato l'amante della matrigna - considerata nel paese un monumento molto
bello e originale. Alla duchessa venne voglia di visitarla. Faceva un caldo
tremendo, a Parma, quel giorno, ma lass c'era una bella aria fresca, e la
duchessa ne fu cos contenta che ci pass molte ore. Si affrettarono a aprire
per lei tutte le sale della Torre Farnese.
Sulla
terrazza della torre grande, la duchessa aveva incontrato un prigioniero, un
liberale, che stava godendosi la mezz'ora di aria cui aveva diritto ogni tre
giorni. Tornata a Parma, la duchessa, che non aveva ancora la discrezione
necessaria alla corte di un sovrano assoluto, parl di quell'uomo, che le aveva
raccontato tutta la sua storia. Gli amici della Raversi si impadronirono di
quei suoi discorsi e andarono in giro a ripeterli, sperando che la cosa avrebbe
irritato il principe. Ernesto IV, effettivamente, lo diceva sempre:
l'essenziale era colpire l'immaginazione. Ergastolo una parola tremenda,
diceva, e in Italia fa pi paura che altrove - e di conseguenza non aveva mai
concesso in vita sua la grazia a un condannato. Ma otto giorni dopo la sua
visita alla fortezza, la duchessa ricevette un atto di commutazione di pena
firmato dal principe e dal ministro, con il nome in bianco. Il prigioniero da
lei indicato avrebbe ottenuto la restituzione dei beni confiscati, e gli
sarebbe stato consentito di emigrare in America a passarci il resto della vita.
La duchessa scrisse il nome dell'uomo con cui aveva parlato. Purtroppo era
capitata con un mezzo farabutto, un debole. Era stata la confessione di
quell'uomo, a far condannare a morte Ferrante Palla.
Questa
straordinaria concessione rafforz incredibilmente la piacevolissima posizione
della signora Sanseverina. Mosca era felice, era un gran bel periodo della sua
vita, quello - e fu anche un periodo che ebbe un'influenza decisiva sul destino
di Fabrizio. Fabrizio stava sempre a Romagnano, passava il tempo a confessarsi,
a andare a caccia, a non leggere niente e a far la corte a una ragazza nobile,
secondo le istruzioni ricevute. Alla duchessa, quest'ultimo impegno di Fabrizio
continuava a non piacere molto. E c'era un'altra cosa, anche se Mosca non ci
dava peso: Gina - che pure con lui era assolutamente sincera in tutto, come se
pensasse a voce alta - quando parlava di Fabrizio esitava, cercava le parole.
Se
volete, le disse un giorno Mosca, scriver a quel simpaticone di fratello che
avete sul lago di Como. Se io e i miei amici di * * * ci diamo un po' da fare,
riuscir a costringere questo marchese del Dongo a chiedere la grazia per il
vostro Fabrizio. Se vero - e mi guardo bene dal dubitarne - che Fabrizio un
pochino pi s di quei giovanotti che passano la vita a portare a passeggio i
loro cavalli inglesi per le strade di Milano, che razza di vita starsene a
diciotto anni senza far niente e con la prospettiva di continuare cos in
eterno! Se il cielo gli avesse almeno concesso una vera passione per qualche
cosa, per qualsiasi cosa, anche per la pesca, io avrei tutto il rispetto, per
lui. Ma anche se gli concedono la grazia, che cosa far, a Milano? A una
cert'ora andr a cavallo sul suo bel puledro che si sar fatto venire
dall'Inghilterra, poi, quando non sapr pi che cosa fare, andr a trovare la
sua amante, ma vorr molto pi bene al suo cavallo... Ma se voi me lo ordinate,
cercher di fare in modo che vostro nipote possa vivere una vita di questo
genere.
A me
piacerebbe che facesse l'ufficiale, disse la duchessa.
Andreste,
voi, dal principe, a consigliargli di dare un posto che a un certo punto
potrebbe anche diventare molto delicato a un giovanotto che, primo, troppo
facile all'entusiasmo, e, secondo, si entusiasmato per Napoleone, al punto di
andare a cercarlo fino a Waterloo? Pensate come saremmo ridotti, tutti, se
Napoleone avesse vinto! Non ci sarebbero i liberali a farci paura, d'accordo,
ma i sovrani delle famiglie pi antiche potrebbero regnare solo sposando le
figlie dei suoi marescialli. Se Fabrizio facesse la carriera militare, gli
capiterebbe come agli scoiattoli che mettono in quelle gabbie che girano: molto
movimento per star sempre allo stesso punto. Avrebbe il dispiacere di vedersi
passare davanti una massa di plebei devoti al regime. Oggigiorno - e cio per
almeno una cinquantina d'anni ancora, finch noi continueremo a aver paura e
finch la religione non sar ristabilita - la prima qualit che deve avere un
giovane di non essere n capace di entusiasmo n intelligente. Io un'idea
l'avrei, ma sono sicuro prima di tutto che se ve la dico voi incomincerete a
strillare, e poi che mi darebbe un mucchio di pensieri, e chiss per quanto
tempo... Ma una pazzia che voglio fare per voi. Del resto, vorrei proprio che
mi diceste quale pazzia non farei, per un vostro sorriso.
E allora?
E allora:
noi abbiamo avuto come arcivescovi, qui a Parma, tre membri della vostra
famiglia: Ascanio del Dongo, che ha scritto certi libri, nel 16...., Fabrizio
nel 1699 e un altro Ascanio nel 1740. Se Fabrizio acconsente a farsi prete e a
dar prova di una virt di prim'ordine, lo faccio nominare vescovo da qualche
parte, e poi arcivescovo qui a Parma - sempre che la mia autorit resista. Perch
l'unica vera obiezione qui: ci vogliono molti anni, per realizzare questo bel
piano, e io, rester al ministero abbastanza a lungo? Il principe potrebbe
morire, potrebbe anche avere il cattivo gusto di mandarmi a spasso. Ma tutto
sommato questa l'unica possibilit che mi si offre di fare per Fabrizio
qualcosa che sia degno di voi.
Discussero
a lungo. Alla duchessa quell'idea ripugnava.
Dimostratemelo
ancora, disse a Mosca, che per Fabrizio qualsiasi altra carriera
impossibile. Mosca glielo dimostr, poi disse: Quello che vi dispiace che
lui non possa mettersi una bella divisa. Ma non posso farci niente.
La duchessa
chiese un mese di tempo, per poter riflettere. Alla fine, con grandi sospiri,
si arrese al buon senso di Mosca.
O darsi
delle arie in sella a un cavallo inglese per le strade di qualche grande
citt, ripeteva Mosca, o assumere una condizione che non contrasta con il
nome che porta: non vedo via di mezzo. un vero peccato, ma un nobile, non pu
fare n il medico n l'avvocato, e questo il secolo degli avvocati. Comunque,
tenete presente, signora, che potete sempre far di lui uno dei giovanotti pi
fortunati tra quelli che se ne vanno a passeggio per le strade di Milano. Una
volta ottenuta la grazia, potreste dargli quindici, venti, trentamila franchi.
La cifra non ha importanza, n voi n io pretendiamo di fare economia.
La duchessa
era molto sensibile alla gloria, non voleva che Fabrizio finisse come un
fannullone qualsiasi. E accett la proposta del suo amante.
Guardate,
le diceva Mosca, che io non pretendo che Fabrizio diventi un prete esemplare,
come se ne vedono tanti. No, prima di tutto lui un gran signore. Fate che il
principe continui a pensare che io gli sono utile, e Fabrizio potr diventare
vescovo e arcivescovo anche se avr voglia di rimanere un perfetto ignorante.
Se voi vi degnerete di mutare la mia proposta in una decisione irrevocabile,
aggiunse poi, bisogna che Fabrizio non si faccia assolutamente vedere, qui a
Parma, quando non ancora niente. Di fronte a un successo troppo rapido, la
gente si scandalizzerebbe. Verr a Parma solo quando avr le calze viola e
potr mantenere un certo decoro. Allora tutti capiranno che vostro nipote deve
diventare vescovo e la cosa non dar noia a nessuno. Se mi date retta,
manderete Fabrizio a Napoli per tre anni, a fare i suoi studi di teologia.
Durante le vacanze del seminario, se vuole, pu andare a Parigi, o a Londra, ma
non deve assolutamente farsi vedere a Parma. Gina, a queste ultime parole, si
sent rabbrividire.
Dopo quel
colloquio, la duchessa invi un corriere da suo nipote, per dargli appuntamento
a Piacenza. Naturalmente il corriere portava con s una grossa somma e tutti i
passaporti necessari.
Fabrizio fu
il primo a arrivare all'appuntamento. Corse incontro a Gina e l'abbracci cos
forte che lei si mise a piangere. Era contenta che Mosca non fosse l a
vederla: da quando amava quell'uomo, era la prima volta che provava una
sensazione simile.
A sentire i
progetti che Gina gli aveva preparato, sulle prime Fabrizio sembr molto
scosso, poi divent tutto triste. Lui aveva sempre sperato che, una volta
aggiustata la faccenda di Waterloo, avrebbe finito per fare il soldato. Ma ci
fu una cosa che impression molto Gina e che conferm l'idea romanzesca che si
era fatta del nipote. Fabrizio non era assolutamente disposto a ridursi a una
vita da caff in qualche grande citt italiana.
Ma ci
pensi, diceva Gina, passare sul Corso, a Firenze o a Napoli, con i tuoi purosangue
inglesi! Poi, la sera, una carrozza, una bella casa... Continuava a
descrivergli in tutti i particolari pi gradevoli quel tipo di felicit volgare
che lui - se n'era accorta - rifiutava sdegnosamente. un eroe, pensava.
E dopo
dieci anni di questa bella vita, che cosa avr combinato? diceva Fabrizio.
Che cosa diventer? Un giovanotto maturo che deve tirarsi da parte per far
passare il primo bel ragazzo che debutta in societ, anche lui in sella a un
cavallo inglese.
In
principio, comunque, Fabrizio continuava a mostrarsi assolutamente contrario
all'idea di farsi prete. Parlava di partire per New York, di farsi cittadino e
soldato della repubblica americana.
Che
errore! Non avresti modo di combattere, e finiresti per ricadere nella vita da
caff - soltanto senza eleganza, senza musica, senza amore, gli disse Gina.
Dammi retta, per te, come per me, vivere in America sarebbe una tristezza.
Gli disse che in America quello che adoravano era il dio dollaro, che bisognava
portar rispetto alla gente comune, gente che con il suo voto pu decidere
tutto. Tornarono alla soluzione della Chiesa.
Prima di
inalberarti, disse lei, cerca insomma di capire quello che ti chiede Mosca.
Non si sta dicendo che tu debba diventare un povero prete pi o meno buono e
esemplare, sul tipo di don Blans. Pensa che cosa sono stati i tuoi parenti
arcivescovi di Parma, leggi la storia della loro vita, nella genealogia di
famiglia. Un uomo che porta un nome come il tuo deve essere prima di tutto un
gran signore, nobile, generoso, protettore della giustizia, destinato in
partenza a arrivare in alto nel campo che si scelto... e in tutta la sua vita
di mascalzonate deve farne una sola, ma, quella, che sia veramente utile.
E cos
tutte le mie illusioni se ne vanno in fumo! disse Fabrizio, con un sospirone.
un sacrificio un po' duro! Certo, dico la verit, non ci avevo pensato: ma
vero, ai sovrani assoluti ormai fanno orrore l'entusiasmo e l'intelligenza,
anche se qualcuno ne usa a loro vantaggio.
Rifletti,
basta un niente per buttare un uomo pieno di entusiasmo dalla parte opposta a
quella per cui ha combattuto tutta la vita!
Entusiasta
io! ripeteva Fabrizio. Un'accusa piuttosto strana. Io, che non riesco neanche
a innamorarmi!
Gina chiese
subito: Come?
Quando ho
l'onore di fare la corte a una donna molto bella, nobile, anche, buona, non
riesco a pensarla se non l'ho davanti agli occhi.
A Gina
queste parole fecero una strana impressione.
Dammi un
mese di tempo, riprese Fabrizio. Devo dire addio a una signora di Novara, e
poi - ma sar anche pi difficile - a tutti i miei bei castelli in aria. Poi
scriver a mia madre perch venga a trovarmi a Belgirate, sulla costa
piemontese del Lago Maggiore. E fra trentun giorni verr a Parma, in incognito.
Non devi
neanche pensarci! disse Gina, con impeto. Non voleva che Mosca potesse vederla
mentre lei parlava con Fabrizio.
Qualche
giorno dopo, si incontrarono di nuovo a Piacenza. La duchessa era molto
turbata. C'era stata tempesta, a corte, il partito della marchesa Raversi era
sul punto di trionfare. C'era la possibilit che Mosca fosse sostituito dal
generale Fabio Conti, capo di quello che a Parma chiamavano partito
liberale. Gina
raccont tutto a Fabrizio. Una sola cosa non gli disse: il nome del rivale di
Mosca. Poi ripresero a discutere del futuro di Fabrizio, considerando anche la
possibilit che si dovesse fare a meno dell'autorevolissima protezione del
conte.
Va bene,
passer tre anni al seminario di Napoli, disse Fabrizio. Ma dato che prima di
tutto devo essere un giovane gentiluomo, dato che non mi impegni a vivere come
un virtuoso seminarista, questi tre anni a Napoli non mi fanno paura, non sar
certo peggio della vita che facevo a Romagnano. Sai che la gente per bene
incominciava a trovarmi un po' giacobino? Mi sono accorto che non so niente,
neanche il latino, neanche l'ortografia. Avevo in mente di rifarmi
un'educazione a Novara - vuol dire che studier teologia a Napoli. E lo far
volentieri: una scienza complicata.
Gina era
felice. Se ci mandano via da Parma, gli disse, verremo a Napoli a trovarti.
E adesso che fino a nuovo ordine hai accettato l'idea delle calze viola, Mosca,
che conosce bene la situazione dell'Italia di oggi, mi ha detto di dirti un
paio di cose. Puoi crederci o no, a quello che ti insegneranno, ma non devi
assolutamente fare obiezioni. Se qualcuno ti insegnasse le regole del whist,
faresti delle
obiezioni? Ho detto a Mosca che sei credente, e lui ne stato molto contento,
perch una cosa utile in questo e nell'altro mondo. Ma se sei credente, non
cadere nella volgarit di mostrarti inorridito quando parli di Voltaire, di
Diderot, di Raynal, o di qualcun altro di quei francesi mezzi matti che hanno
messo le basi del regime parlamentare. Parlane meno che puoi, di quella gente,
ma se devi proprio parlarne, fallo tranquillamente, con ironia. Ormai le loro
idee sono state confutate da molto tempo, i loro attacchi non fanno pi paura a
nessuno. Devi credere ciecamente a tutto quello che ti diranno in seminario. Ricordati
che ci sar sempre qualcuno a prendere accuratamente nota delle tue obiezioni,
anche delle pi irrilevanti. Qualche piccolo affare di donne, se saprai
condurlo con una certa abilit, te lo perdoneranno, ma non ti perdoneranno un
dubbio che sia uno. L'et fa passar la voglia di far l'amore, ma aumenta i
dubbi. Tienlo presente, quando ti confessi. Ti daremo una lettera di
raccomandazione per un vescovo che il factotum del cardinale di Napoli.
Parlane solo con lui, della tua scappata in Francia e del fatto che eri dalle
parti di Waterloo il 18 giugno. Comunque non tirarla in lungo, cerca di
minimizzare, parlane soltanto perch un giorno non possano rimproverarti di
averlo tenuto nascosto. Eri tanto giovane! Poi c' un'altra cosa che Mosca ha
voluto che ti dicessi. Se parlando con qualcuno ti viene in mente un'idea
brillante, un argomento che potrebbe cambiare il corso della conversazione,
devi resistere alla tentazione di fare una bella figura, sta' zitto. Chi
furbo te la legger negli occhi, la tua intelligenza. quando diventerai
vescovo che sar il momento di mostrarti intelligente.
Fabrizio
debutt a Napoli con una carrozza modesta e quattro domestici, dei buoni
milanesi che gli aveva procurato la zia. Dopo un anno di studi nessuno diceva
di lui che fosse intelligente. Lo consideravano un gran signore, studioso,
generosissimo, ma un po' libertino.
Fu un anno
piuttosto divertente, per Fabrizio, ma per la duchessa fu terribile. Mosca fu
tre o quattro volte sull'orlo della rovina. Il principe, pi pauroso che mai
perch si era ammalato, pensava che liberandosi di Mosca avrebbe potuto
cancellare l'impressione odiosa suscitata dalle esecuzioni che avevano avuto
luogo prima della nomina del conte a ministro. Rassi era diventato il
confidente pi intimo, il consigliere indispensabile del principe. Vedendo che
Mosca era in pericolo, Gina gli si leg con passione, non pensava pi a
Fabrizio. Per aver sottomano una scusa con cui poter giustificare una eventuale
partenza, incominciarono a dire che l'aria di Parma - in realt piuttosto
umida, come in tutta la Lombardia - faceva male alla duchessa. Ci furono lunghi
periodi di disgrazia, per Mosca, capit persino che lui, primo ministro, stesse
una ventina di giorni senza essere ricevuto in privato dal principe. Ma
finalmente Mosca riusc a avere la meglio. Fece nominare il generale Fabio
Conti - il cosiddetto liberale - governatore della cittadella in cui erano
imprigionati i liberali giudicati da Rassi.
Se Conti
indulgente con i suoi prigionieri, disse Mosca alla sua amica, finisce male,
perch diranno che un giacobino e che le sue idee politiche gli fanno
dimenticare i suoi doveri di generale. Se si comporta con severit, in modo
spietato - e credo che sar questa la soluzione che lui sceglier - non pu pi
restare a capo del suo partito e si attira l'odio di tutte le famiglie che
hanno qualcuno in prigione. Quel poveraccio capace di prendere un'aria tutta
rispettosa davanti al principe, se necessario arriva a cambiarsi anche
quattro volte al giorno, pu dir la sua su un problema di etichetta: ma adesso,
se vuol salvarsi, ha davanti solo una strada, e molto difficile, non credo
proprio che possa farcela. E in tutti i casi, ci sono io.
Il giorno
dopo la nomina del generale Fabio Conti - nomina che pose fine alla crisi
ministeriale - corse notizia che a Parma sarebbe stato pubblicato un giornale
monarchico di estrema destra.
Chiss
quante discussioni far nascere, questo giornale! diceva la duchessa.
L'idea di
questo giornale forse il mio capolavoro, rispondeva Mosca, ridendo. A poco
a poco, e naturalmente mio malgrado, lascer che i monarchici pi estremisti mi
portino via il posto di direttore. E poi ho fatto dare ottimi stipendi ai
redattori, posti cos verranno a chiederceli da tutte le parti. Questa faccenda
ci terr occupati per un mese o due, e tutti dimenticheranno i pericoli che ho
corso. Quei due tipi austeri di P. e D. sono gi all'erta.
Ma sar un
giornale di una assurdit rivoltante!
Lo spero
bene! disse Mosca. Il principe se lo legger tutte le mattine e non potr che
ammirare la profondit delle idee di chi l'ha fondato, cio delle mie idee.
Quanto ai particolari, potr essere d'accordo o no, ma comunque un paio delle
ore che lui consacra al lavoro sono prese. Il giornale si far molti nemici, ma
quando incominceranno i guai seri, tra otto o dieci mesi, sar completamente in
mano agli estremisti. gente che mi d molto fastidio: e saranno loro a dover
rispondere. Io avr qualche obiezione da fare, su quel giornale. E poi, in
fondo, preferisco mille assurdit spaventose piuttosto che un solo impiccato.
Dopo due anni, chi si ricorda delle assurdit che sono state pubblicate sul
giornale ufficiale? Ma se faccio impiccare qualcuno, i suoi figli e la sua
famiglia mi odiano finch vivo, e quell'odio pu anche farmi morire prima del
tempo.
La
duchessa, sempre appassionata a qualche cosa, sempre piena di attivit,
incapace di stare senza far niente, aveva pi intelligenza di tutta la corte di
Parma, ma le mancavano quelle doti di pazienza e di impassibilit che sono
indispensabili negli intrighi. Ora, comunque, si era appassionata a seguire il
gioco complicato della politica, e incominciava anche a godere di un certo
credito personale presso il principe. Clara Paolina, la principessa, fatta
segno a un'infinit di onori ma chiusa nella prigione di un cerimoniale pi che
antiquato, era convinta di essere la donna pi infelice del mondo. La
Sanseverina le fece la corte e si sforz di dimostrarle che non era poi cos
infelice. Il principe vedeva la moglie soltanto all'ora di cena, e a parte
quella mezz'ora passava settimane intere senza rivolgerle la parola. La signora
Sanseverina cerc di fare in modo che le cose cambiassero. Gina divertiva il
principe, soprattutto perch aveva saputo restare libera, indipendente. Anche
se lo avesse voluto, lei non sarebbe mai riuscita a evitare indefinitamente di
urtare qualcuno, in quella massa di sciocchi che pullulavano a corte. E era
questa sua assoluta mancanza di tatto che la faceva odiare dai cortigiani pi
volgari - tutti conti o marchesi, gente che disponeva, in generale, di
cinquemila lire di rendita. Lei lo aveva capito fin dai primi giorni, e allora
si era preoccupata soltanto di riuscir simpatica al principe e a sua moglie, la
quale dominava nel modo pi assoluto il principe ereditario. La duchessa,
dunque, sapeva divertire il principe, e approfittava dell'estrema attenzione
che lui accordava a qualsiasi cosa lei dicesse, per coprire di ridicolo i
cortigiani che la odiavano. Dopo le sciocchezze che Rassi gli aveva fatto
fare e le sciocchezze in cui si
arriva al sangue non si possono riparare - il principe ogni tanto aveva paura e
molto spesso si annoiava. Questa condizione lo aveva portato a una cupa
invidia. Lui lo sapeva, che non si divertiva affatto, e diventava di cattivo
umore quando gli sembrava che gli altri si divertissero. La vista della
felicit lo rendeva furioso. Non dobbiamo farlo vedere, il bene che ci
vogliamo, disse la duchessa al suo amico; e fece capire al principe che ormai
non era pi tanto innamorata di Mosca - uomo, d'altra parte, cos degno di
stima. Quella fu una splendida giornata, per Sua Altezza.
Ogni tanto,
la duchessa accennava a un suo progetto, quello di prendersi ogni anno qualche
mese di vacanza per visitare l'Italia, che conosceva cos poco, per andare a
Napoli, a Firenze, a Roma. Il principe la prendeva come una diserzione - e non
c'era niente che potesse spiacergli di pi. Era la sua grande debolezza: quando
aveva l'impressione che disprezzassero la sua citt gli si stringeva il cuore.
Si rendeva conto che trattenere la signora Sanseverina era impossibile, e la
signora Sanseverina era di gran lunga la pi brillante dama di corte. Cosa
incredibile data la pigrizia italiana, la gente tornava dalla campagna per
essere presente ai suoi gioved. Erano vere feste. La duchessa riusciva sempre a trovare
qualcosa di nuovo, di eccitante. Il principe moriva dalla voglia di andarci, a
uno di quei ricevimenti: ma come fare? Andare in visita in una casa privata!
Era una cosa che n lui n suo padre avevano mai fatto!
Era un
gioved sera, pioveva, faceva freddo. Si sentivano continuamente passare
rumoreggiando sul lastricato della piazza le carrozze che andavano verso
palazzo Sanseverina. Il principe era molto nervoso: gli altri si divertivano, e
lui, il principe, il signore assoluto, lui che avrebbe avuto diritto a
divertirsi pi di chiunque altro, doveva star l a annoiarsi! Chiam l'aiutante
di campo. Bisognava aspettare, il tempo di appostare una dozzina di uomini
fidati lungo la strada che portava a palazzo Sanseverina. Fu un'ora
interminabile, il principe era continuamente tentato di sfidare le pugnalate,
di uscire cos, senza nessuna precauzione. Finalmente pot fare il suo ingresso
nel primo salotto della Sanseverina. Se un fulmine fosse esploso l dentro,
avrebbe fatto meno impressione. Man mano che il principe veniva avanti, in quei
salotti rumorosi, pieni di allegria, si faceva di colpo un silenzio attonito.
Occhi spalancati lo fissavano. Tutti gli invitati sembravano sconcertati, solo
la duchessa non aveva quell'aria stupefatta. E quando trovarono la forza di
parlare, tutti pensarono soltanto a risolvere un problema di capitale
importanza: la duchessa ne era informata, di quella visita, o era stata una
sorpresa anche per lei?
Il principe
si divert molto. E considerando quello che accadde alla fine ci si potr fare
un'idea di come fosse tutto di primo impulso il carattere di Gina, e del grande
ascendente che lei si era conquistata sul principe buttando l abilmente quei
vaghi propositi di partenza.
Stava
accompagnando il principe alla porta, e lui le parlava con molta gentilezza.
Alla duchessa venne una strana idea, e ebbe il coraggio di esprimerla in tutta
semplicit, come una cosa normalissima.
Se Vostra
Altezza Serenissima volesse dire alla principessa un paio di queste frasi
deliziose di cui tanto generosa con me, mi farebbe davvero felice, pi felice
di quanto mi fa ora, dicendomi che sono bella. che non vorrei assolutamente
che la principessa giudicasse male il grande onore che Vostra Altezza mi ha
fatto.
Il principe
la guard fisso, poi rispose in tono brusco:
Pensavo di
esser padrone di andare dove voglio.
La duchessa
divent rossa, ma fu pronta a rispondere:
Volevo
soltanto evitare che Vostra Altezza si muovesse per niente, perch questo
gioved sar l'ultimo. Andr per qualche giorno a Bologna, o a Firenze.
Torn nel
salotto. Tutti pensavano che ora il suo successo era al colmo, ma lei aveva
azzardato una mossa che a memoria d'uomo nessuno a Parma aveva mai osato. Fece
un segno a Mosca, e lui lasci il tavolo da gioco. Andarono in un piccolo
salotto tutto illuminato, vuoto.
Avete
avuto un bel coraggio, disse Mosca. Non ve lo avrei davvero consigliato. Poi
sorrise: Ma in un cuore veramente innamorato la felicit rende pi forte
l'amore, e se voi partite domani mattina, domani sera vi seguo. Dovr perdere
un po' di tempo solo per quel maledetto ministero delle finanze, sono stato
proprio uno sciocco a prendermi quell'incarico. Comunque, se mi do da fare, in
quattro ore si possono passare le consegne di un bel po' di conti. E adesso
torniamo dagli altri, mia cara amica, e abbandoniamoci senza ritegno alla
nostra frivolit ministeriale. Pu darsi che questa sia l'ultima
rappresentazione che diamo qui a Parma. Se si sente sfidato, quello un tipo
capace di tutto. Lo chiamer dare un esempio. Quando tutta questa gente se ne
sar andata studieremo il modo di barricarvi per stanotte. Forse la cosa
migliore sarebbe che partiste subito per la vostra casa di Sacca, che ha il
vantaggio di essere a una mezz'ora dalla frontiera.
Fu un
momento delizioso, per l'amore, e per l'amor proprio di Gina. Guard Mosca. Gli
occhi le si riempirono di lacrime:
Lui, un
ministro cos potente, con intorno quella folla di cortigiani che lo colmavano
degli stessi onori dovuti al principe, lasciare tutto per lei, e senza neanche
pensarci!
Quando
rientr nel salotto, era davvero felice. Tutti le si inchinavano davanti.
Avete
visto come cambiata? sussurravano da tutte le parti. Da non riconoscerla.
Lei che era cos altera, cos al di sopra di tutto! Ma adesso anche lei si
degna di apprezzare l'incredibile favore che le ha fatto il principe!
Verso la
fine della serata Mosca le and vicino: Dovrei dirvi qualcosa. La gente che
le stava intorno si fece subito da parte.
Quando
tornato a palazzo, continu Mosca, il principe si fatto annunciare a sua
moglie. Figuratevi lei! Le ha detto: "Voglio raccontarvi della serata che
ho passato dalla Sanseverina, una serata davvero molto simpatica. La
Sanseverina mi ha pregato di descrivervi come ha messo a posto quel vecchio
palazzo fumoso." Poi il principe si seduto e le ha descritto tutti i
vostri salotti. Ha passato con la moglie pi di venticinque minuti. Lei
piangeva di gioia. Malgrado tutta la sua intelligenza, non ha saputo trovare
una sola parola per tenere la conversazione su quel tono leggero che Sua
Altezza era dispostissimo a darle.
Nonostante
quello che dicevano di lui i liberali italiani, il principe non era affatto
cattivo. D'accordo, aveva fatto buttare in prigione un buon numero di liberali:
ma era stata la paura a farglielo fare. Ogni tanto, come per consolarsi di
certi ricordi, diceva: Meglio far fuori il diavolo prima che sia lui a far
fuori noi. Il giorno dopo quella serata, era tutto allegro. Aveva fatto due
buone azioni: era andato al gioved e aveva parlato alla moglie. E a pranzo le
parl ancora. Insomma, quel gioved della Sanseverina port a una vera rivoluzione
domestica. Ne parl tutta Parma. La Raversi era costernata. Per la duchessa, il
successo era stato duplice: aveva fatto qualcosa di utile per il suo amante, e
aveva potuto constatare che lui era pi innamorato che mai.
Tutto per
un'idea pazzesca che mi venuta! diceva a Mosca. Certo, a Roma, o a Napoli,
sarei pi libera, ma dove lo trovo, un gioco appassionante come questo? a
voi, che la devo, la mia felicit.
VII
A voler
raccontare la storia dei quattro anni che seguirono bisognerebbe aggiungere
piccoli episodi insignificanti della vita di corte, come quello che abbiamo
appena descritto. Ogni primavera, la marchesa, con le figlie, veniva a passare
due mesi a palazzo Sanseverina, o in campagna, a Sacca, sulle rive del Po.
Passavano dei bei momenti, e parlavano di Fabrizio. Ma Mosca non diede mai a
Fabrizio il permesso di venire a Parma. A parte qualche sciocchezza, sistemata
dalla duchessa e da Mosca, Fabrizio era abbastanza bravo nel seguire la linea
di condotta che gli avevano indicato: - un gran signore che studia teologia e
che per far carriera non conta certo unicamente sulla propria virt. A Napoli
si era appassionato per l'archeologia, e faceva degli scavi. Era una passione
che aveva quasi preso il posto di quella per i cavalli. I suoi puledri inglesi
li aveva venduti per poter continuare certi scavi a Miseno, dove aveva trovato
un busto di Tiberio giovane, un pezzo che era stato giudicato tra i pi belli
della scultura antica. La scoperta di quel busto era stato quasi il piacere pi
vivo che gli era capitato di provare a Napoli. Aveva troppo orgoglio per
cercare di imitare gli altri giovanotti, per mettersi ad esempio a recitare con
una certa seriet la parte dell'innamorato. Non che gli mancassero le donne,
certo, ma per lui non contavano niente. Nonostante la sua et, si pu dire che
non conoscesse l'amore: e proprio per questo le donne lo amavano di pi. Era in
grado di comportarsi con la pi assoluta indifferenza, perch per lui una bella
ragazza valeva esattamente quanto un'altra bella ragazza, solo che quella che
aveva conosciuto per ultima gli sembrava pi eccitante. L'ultimo anno della sua
permanenza a Napoli, una della signore pi corteggiate della citt aveva fatto
vere pazzie in suo onore. In principio la cosa lo aveva divertito, ma poi aveva
finito per dargli noia, tanta noia che fu felice di partire anche perch
finalmente poteva liberarsi dalle attenzioni di quella incantevole duchessa
d'A.
Arriv il
1821. Fabrizio sostenne passabilmente tutti gli esami, il suo direttore si prese
un bel regalo e una decorazione, e finalmente Fabrizio part per Parma, per la
citt cui aveva pensato tante volte. Era monsignore, adesso, e aveva una
carrozza con quattro cavalli. All'ultima posta prima di Parma ne prese solo
due, poi, arrivato in citt, fece fermare davanti alla chiesa di San Giovanni.
In quella chiesa c'era il sontuoso sepolcro dell'arcivescovo Ascanio del Dongo,
il suo antenato, l'autore della Genealogia latina. Fabrizio si ferm a pregare
davanti al sepolcro, poi, a piedi, and al palazzo della duchessa. Gina credeva
che sarebbe arrivato qualche giorno dopo. C'era molta gente, nel salotto, ma
poco dopo li lasciarono soli.
E allora,
sei contenta di me? le disse Fabrizio, abbracciandola. Lo devo a te, se ho
passato quattro begli anni a Napoli invece di stare a Novara a annoiarmi con
una amante autorizzata dalla polizia.
Gina non
riusciva a rimettersi dalla sorpresa. Se lo avesse incontrato per strada non lo
avrebbe riconosciuto. Le sembrava uno degli uomini pi belli d'Italia - e Fabrizio
lo era davvero. L'espressione, soprattutto, era incantevole. Quando era partito
per Napoli aveva un'aria sfrontata, da scavezzacollo, con quel frustino che
sembrava far parte del suo corpo: adesso, davanti agli estranei, si comportava
con calma, con dignit, e in privato Gina aveva ritrovato in lui tutto il fuoco
della sua prima giovinezza. Era un diamante che non aveva perso niente a essere
lavorato. Mosca arriv che non era passata neanche un'ora: un po' troppo
presto. Fabrizio lo ringrazi per l'onorificenza concessa al suo direttore e
per altri favori dei quali non osava parlare altrettanto esplicitamente. Fu
misurato, perfetto. A Mosca piacque subito, fin dalla prima occhiata. Questo
ragazzo, disse sottovoce alla duchessa, non potr che fare onore alla
posizione che gli avete destinato.
Era andato
tutto molto bene, fino a quel momento. Mosca, tutto soddisfatto, aveva badato
solo a studiare il modo di fare di Fabrizio. Ma ora guard Gina, e vide che nei
suoi occhi c'era una strana espressione. A quanto pare, pens, questo
giovanotto fa molta impressione, qui dentro. Fu una considerazione amara.
Mosca era arrivato alla cinquantina - una parola molto dura, forse soltanto un
uomo perdutamente innamorato pu rendersi conto di quello che significa. Mosca,
come ministro, era severo, ma a parte questo era un uomo buonissimo, e meritava
davvero di essere amato. Ma per lui quella parola tremenda - la cinquantina -
bastava a buttare un'ombra nera su tutto, avrebbe potuto renderlo spietato
anche per suo conto. In quei cinque anni, da quando lui l'aveva indotta a
venire a Parma, Gina aveva eccitato molte volte la sua gelosia, soprattutto nei
primi tempi, ma non c'era mai stato niente di serio. Mosca era anzi convinto -
e aveva ragione - che se certe volte Gina aveva mostrato di avere un debole per
qualche bel giovanotto di corte, lo aveva fatto solo per mettere alla prova il
suo amore. Cos, ad esempio, sapeva con certezza che Gina aveva respinto gli
omaggi del principe - e sapeva anche che in quella occasione il principe aveva
avuto una battuta molto istruttiva. Quando infatti la duchessa gli aveva detto
sorridendo: Ma se io accettassi gli omaggi di Vostra Altezza, come potrei
guardare in faccia il conte?, il principe aveva risposto: Sarei imbarazzato
quasi quanto voi. Quel caro conte! Un vero amico! Ma ci ho pensato, non poi
un grande ostacolo. Il conte passerebbe nella cittadella il resto dei suoi
giorni.
In quel
momento, all'arrivo di Fabrizio, Gina si era sentita cos felice che non aveva
pensato neanche per un attimo all'impressione che i suoi occhi avrebbero potuto
fare a Mosca: Fu un'impressione profonda, e avrebbe fatto nascere sospetti
irrimediabili.
Due ore
dopo il suo arrivo, Fabrizio fu ricevuto dal principe. La duchessa aveva
calcolato che quell'udienza improvvisa avrebbe fatto un grande effetto, e
l'aveva chiesta con due mesi di anticipo. Era un atto di favore che metteva
Fabrizio in una condizione di privilegio fin dal primo momento, e l'udienza era
stata ottenuta con il pretesto che Fabrizio sarebbe venuto a Parma solo di
passaggio, dovendo andare in Piemonte, da sua madre. Quando un delizioso
bigliettino della duchessa venne a informare il principe che Fabrizio era in
attesa di un suo ordine, Sua Altezza stava annoiandosi. Me lo immagino,
pens, sar uno stupidello, un santino, una faccia senza espressione, o magari
una di quelle facce sornione... - perch tra l'altro era gi stato informato
dal comandante della piazza della visita di Fabrizio alla tomba dell'antenato
arcivescovo. E ora si trov davanti un pezzo di giovanotto che, se non fosse
stato per quelle calze viola, si sarebbe potuto prendere per un ufficiale.
La piccola
sorpresa scacci la noia. Per questo giovanottone, pens, Dio sa che favori mi
chiederanno! appena arrivato, si sentir un po' intimidito. Facciamo un po'
di politica giacobina. Voglio vedere come se la cava. E dopo qualche parola di
cortesia disse a Fabrizio:
E allora,
monsignore, il popolo di Napoli contento? Lo amano, il loro re?
Altezza
Serenissima, rispose Fabrizio senza un attimo di esitazione, camminando per
le strade ho avuto modo di constatare come i vari reggimenti di Sua Maest si
presentassero in modo eccellente, e la buona societ rispettosa verso il suo signore,
come suo dovere, ma confesso di non aver mai tollerato che la gente delle
classi umili mi parlasse d'altro che del lavoro per cui la pago.
Accidenti!
pens il principe. Che falchetto! L'ha imparata bene, la lezione. Questo lo
stile della Sanseverina, e mettendocisi di puntiglio cerc in tutti i modi di
far parlare Fabrizio su quell'argomento cos scabroso. Il giovanotto, eccitato
dal rischio, riusc a rispondere in modo splendido. A un certo punto disse:
C' della tracotanza in chi ostenta di amare il proprio re. Al re si deve
un'obbedienza cieca.
Davanti a
tanta abilit, il principe fin quasi per arrabbiarsi. A quanto pare, pens,
questo che ci arriva da Napoli un tipo intelligente. Una brutta razza, una
razza che non mi piace. I, tipi intelligenti hanno un bel tenersi ai migliori
principi, e anche in buona fede: in un modo o nell'altro sono sempre un po'
parenti di Voltaire e di Rousseau.
Era come se
si sentisse sfidato dalle maniere perfette e dalle risposte inattaccabili di quel
giovanotto uscito fresco fresco di collegio. Le cose non stavano andando come
lui aveva previsto. Prese di colpo un tono bonario e in poche parole risal
fino ai grandi princpi della societ e del governare, poi, adattandole alla
circostanza, declam certe frasi di Fnelon che gli avevano fatto imparare a
memoria quando era bambino perch le utilizzasse nelle udienze pubbliche.
Siete
sorpreso, vero?, giovanotto.... disse a Fabrizio (in principio l'aveva
chiamato monsignore, e pensava di dargli del monsignore anche al momento di
congedarlo, ma nel corso della conversazione gli sembrava che fosse pi abile,
che andasse meglio per ottenere un certo tono patetico, rivolgersi al suo
interlocutore con un termine pi confidenziale). Siete sorpreso, vero?, giovanotto...
Lo so anch'io, quello che ho detto non assomiglia certo a quei panini imbottiti
d'assolutismo - disse proprio cos - che si possono trovare tutti i giorni
nel mio giornale ufficiale... Ma di che cosa sto parlando! Non potete
conoscerli, quei giornalisti.
Chiedo
scusa a Vostra Altezza Serenissima. Non soltanto lo leggo, il giornale di Parma
- e mi sembra piuttosto buono - ma sono d'accordo con i suoi redattori quando
scrivono che tutto ci che stato fatto dopo la morte di Luigi XIV, nel 1715,
stupido e criminale al tempo stesso. Il vero interesse dell'uomo la sua
salvezza - e su questo punto non si pu pensarla che in un modo - e quella
salvezza porta alla felicit eterna. Parole come libert, giustizia, benessere
per tutti, sono infami e criminali. Abituano lo spirito alla discussione, alla
diffidenza. Una Camera dei deputati non si fida di ci che quella gente chiama
il ministero. Una volta presa questa fatale abitudine alla diffidenza, la
debolezza umana la applica a tutto, l'uomo arriva a non aver fiducia nella
Bibbia, negli ordini della Chiesa, nella tradizione, e cos via. E da quel
momento perduto. E se anche questa sfiducia nei confronti dell'autorit dei
sovrani stabiliti da Dio potesse darci la felicit durante quei venti o trenta
anni di vita che ognuno di noi pu pretendere - un'ipotesi, badate,
spaventosamente falsa e criminale - che cos' mezzo secolo, o anche un secolo
intero, se lo confrontiamo a una eternit di torture? E Fabrizio and avanti
su questo tono.
Da come parlava,
si vedeva che cercava di esprimersi in modo da farsi capire il pi facilmente
possibile, era chiaro che non stava recitando una lezione. Ormai il principe
non cercava pi di tenergli testa. Si sentiva imbarazzato del modo di fare
semplice e austero di quel giovanotto. A un certo punto gli disse, bruscamente:
Addio,
monsignore. Vedo che al seminario di Napoli danno un'eccellente educazione, e
evidente che quando questi buoni precetti cadono su uno spirito tanto nobile, i
risultati sono estremamente brillanti. Addio. E gli volt le spalle.
Non gli
sono piaciuto, a quel bestione, pens Fabrizio.
Adesso
resta da vedere, pens il principe quando fu solo, se quel bel giovanotto
capace di appassionarsi a qualche cosa, perch in questo caso sarebbe proprio
perfetto... L'ha ripetuta in modo davvero intelligente, la lezione della zia!
Mi sembrava di sentir parlare lei. Se ci fosse una rivoluzione qui a Parma,
sarebbe lei a occuparsi del giornale repubblicano, proprio come ha fatto a
Napoli la San Felice! Con tutta la sua bellezza e i suoi venticinque anni mi
sembra proprio che la San Felice sia stata un pochino impiccata! E serva di
lezione alle donne troppo intelligenti.
Il principe
si sbagliava, Fabrizio non era un allievo di sua zia. Ma il fatto che le
persone intelligenti che nascono su un trono, o nei dintorni, finiscono ben
presto per perdere ogni capacit di intuizione. Non vogliono che intorno a loro
si possa conversare liberamente, perch gli sembra una cosa grossolana.
Vogliono aver davanti solo una fila di maschere e sono convinti di poter
distinguere la bellezza di un volto. E la cosa pi divertente che hanno una
gran fiducia nella loro intuizione. In questo caso, per esempio, Fabrizio
credeva veramente a quasi tutto quello che aveva detto - anche se bisogna dire
che a quei grandi princpi lui ci pensava al massimo un paio di volte al mese.
Era molto sensibile, pieno di intelligenza, ma era anche credente.
Il gusto
per la libert, la moda e il culto del benessere per tutti - le grandi passioni del secolo
diciannovesimo - li giudicava soltanto una eresia che sarebbe passata come le altre,
ma dopo aver ucciso molte anime, come una pestilenza uccide molti corpi. E,
malgrado questo, provava un gran piacere a leggersi i giornali francesi, e per
procurarseli faceva persino delle imprudenze.
Fabrizio
era piuttosto sconcertato quando, dopo l'udienza, torn dalla zia, a
raccontarle come il principe aveva continuato a provocarlo.
Adesso,
disse lei, bisogna che tu vada subito da padre Landriani, il nostro ottimo
arcivescovo. Vacci a piedi, fai le scale piano piano, non far tanto rumore in
anticamera. Se ti fanno aspettare, tanto meglio, anzi, mille volte meglio!
Insomma, cerca di essere apostolico?
Ho
capito, disse Fabrizio, il nostro uomo una specie di Tartufo.
Niente
affatto. la virt in persona.
Con tutto
quello che ha fatto, disse Fabrizio, sorpreso, quando hanno condannato a
morte il conte Palanza?
S, certo,
nonostante quello che ha fatto. C' una cosa che spiega tutto: il padre del
nostro arcivescovo era un impiegato del ministero delle finanze, un piccolo
borghese. Landriani un uomo dall'intelligenza viva, ampia, profonda, e poi
sincero, veramente buono. Sono convinta che se tornasse al mondo un imperatore
sul tipo di Decio, Landriani andrebbe al martirio come Poliuto nell'opera che
davano la settimana scorsa. Certo, anche questa medaglia ha il suo rovescio.
Quando in presenza del principe, o anche solo del primo ministro, come se
fosse accecato da tanta grandezza, si confonde, diventa rosso: dire di no gli
materialmente impossibile. Adesso in Italia tutti dicono che Landriani una
persona spietata, ma se ha agito in quel modo solo per la ragione che ti ho
detto. E poi c' una cosa, che la gente non sa. Quando, sotto la spinta
dell'opinione pubblica, arrivato a veder chiaro nel processo di Palanza,
l'arcivescovo, per penitenza, si imposto di vivere a pane e acqua per tredici
settimane, tante quante sono le lettere del nome di Davide Palanza. A corte c'
un mascalzone, un tipo molto abile, un certo Rassi, fiscale generale e cio
giudice supremo: lui che ha stregato Landriani al tempo del processo a
Palanza. Nel periodo in cui l'arcivescovo stava facendo penitenza, Mosca lo
invitava a cena un paio di volte la settimana - e lo faceva per compassione ma
anche un po' per malizia. Landriani, per rispetto, mangiava come tutti, perch
gli sarebbe sembrato di fare il ribelle, il giacobino, a mostrare di far
penitenza per una cosa che era stata approvata dal principe. Ma poi si saputo
che per ogni pasto che aveva dovuto consumare in nome dei suoi doveri di
suddito fedele si imponeva una penitenza di due giorni a pane e acqua. un
uomo di valore, molto colto. Ha solo un debole: vuole che gli si voglia bene. E
allora mi raccomando, mettici molto affetto, quando lo guardi; e quando andrai
a trovarlo per la terza volta devi volergli senz'altro un gran bene. Se fai
cos - e con il nome che porti, poi - vedrai che ti adorer. Non far vedere che
sei sorpreso, se lui ti accompagna fin sulla scala, fa' come se fosse una cosa
normalissima. Ricordati che un uomo nato in ginocchio davanti alla nobilt.
Per il resto cerca di comportarti con semplicit. Apostolico, te l'ho detto.
Niente spirito, niente risposte pronte. Se non lo intimidisci, sar tutto
contento di stare con te. Ricordatelo, lui che deve decidere d nominarti suo
gran vicario. Mosca e io saremo sorpresi, persino un po' contrariati, da quel
tuo avanzamento troppo rapido. Questo essenziale, di fronte al principe.
Fabrizio
and di corsa all'arcivescovato. Per una fortunata circostanza, il cameriere
dell'arcivescovo, che era un po' sordo, non sent il nome del Dongo, e cos
annunci all'arcivescovo che c'era un prete giovane, un certo Fabrizio.
L'arcivescovo era occupato con un parroco dai costumi non proprio esemplari,
che aveva fatto chiamare per rimproverarlo. Stava facendogli una reprimenda, e
era una cosa talmente penosa, per lui, che voleva levarsi il pensiero il pi
presto possibile. Cos, fece aspettare per tre quarti d'ora il pronipote del
grande arcivescovo Ascanio del Dongo.
Finalmente
monsignor Landriani usc per riaccompagnare il parroco fino alla seconda
anticamera, poi, ripassando, chiese a quel prete che stava aspettando in che
cosa potesse servirlo. Quando sent il nome di Fabrizio del Dongo e vide le
calze viola, incominci a scusarsi, disperato. A Fabrizio la cosa sembr tanto
divertente che si lasci andare a baciargli la mano, intenerito. L'arcivescovo
era proprio disperato, continuava a ripetere: Un del Dongo fare anticamera!
Poi, tanto per scusarsi, si ritenne in obbligo di informarlo di tutta la
faccenda del parroco, di quello che aveva fatto, di come si era difeso, e cos
via.
Ma come
possibile, pensava Fabrizio, tornando a palazzo Sanseverina, che sia stato
proprio lui a sollecitare l'esecuzione di Palanza!
Che cosa
ne pensa, Vostra Eccellenza? gli chiese Mosca ridendo, quando lo vide
rientrare (Mosca non voleva che Fabrizio gli si rivolgesse dandogli
dell'eccellenza).
Casco
dalle nuvole. Devo proprio dire che non ci capisco niente, nel carattere delle
persone. Se non avessi saputo chi era, avrei scommesso che un tipo cos non
potrebbe far male a una mosca.
E
l'avreste vinta, la scommessa. Il fatto che quando davanti al principe, o
anche soltanto davanti a me, non pu dire di no. Per dir la verit, se voglio
fargli effetto io devo mettermi il gran cordone giallo. Se portassi solo la
marsina, Landriani riuscirebbe anche a contraddirmi, e cos quando viene da me
mi metto sempre in alta tenuta. Del resto non sta a noi sminuire il prestigio
del potere, ci sono gi i giornali francesi che lo mandano a pezzi, e con gran
rapidit. Sar gi tanto se questa mania del rispetto durer quanto noi. Voi no, voi la
vedrete finire. Voi, voi sarete un uomo alla buona!
A Fabrizio
piaceva molto stare con Mosca. Era il primo personaggio importante che si fosse
degnato di parlargli senza far tante commedie - e poi avevano in comune la
passione per l'archeologia. Da parte sua, Mosca era molto lusingato dalla
grande attenzione che quel giovanotto prestava alle sue parole. Ma c'era
qualcosa che non andava, e era fondamentale. Fabrizio aveva un appartamento nel
palazzo Sanseverina, passava la vita con la duchessa, e in tutta innocenza
faceva capire quanto quell'intimit lo rendesse felice. E Fabrizio aveva certi
occhi, una faccia cos giovane... Da far rabbia.
Era
difficile che Ranuccio Ernesto IV trovasse delle donne capaci di resistergli.
Ma da un po' di tempo il principe era piuttosto irritato per il fatto che la
virt della duchessa Sanseverina, tanto famosa a corte, non avesse fatto
un'eccezione neanche per lui. L'intelligenza e la presenza di spirito di
Fabrizio - lo abbiamo visto - l'avevano urtato fin dal primo momento. E il
principe aveva preso male quell'intimit che zia e nipote non si preoccupavano
di nascondere. La gente, a corte, faceva un gran parlare, e lui stava a
sentire, molto attento. L'arrivo di quel giovanotto e la faccenda di
quell'udienza straordinaria erano stati il grande tema delle conversazioni di
corte. A Ernesto IV venne un'idea.
Nella sua
guardia personale, aveva un soldato semplice che era un portento di resistenza
al vino. Infatti passava la vita nelle osterie - ma poi riferiva direttamente
al principe sullo stato d'animo della truppa. Carlone non aveva nessuna
istruzione, se no certo che avrebbe ottenuto un avanzamento da molto tempo.
Gli era stato ordinato di trovarsi tutti i giorni, quando il grande orologio
suonava mezzogiorno, davanti al palazzo. Un po' prima di mezzogiorno, il
principe and lui stesso a mettere in una certa posizione la persiana di una
stanzetta al mezzanino, attigua al suo spogliatoio. Torn nella stanzetta pochi
minuti dopo mezzogiorno. Carlone era l. Il principe tir fuori di tasca un foglio
di carta e una penna, e gli dett questa lettera:
Che Vostra
Eccellenza sia molto intelligente, non c' dubbio, e proprio grazie alla
vostra profonda intelligenza che questo Stato cos ben governato. Ma, mio caro
conte, a tali successi suole accompagnarsi sempre un poco di invidia, e temo
proprio che qualcuno possa ridere alle vostre spalle, dato che tutta la vostra
intelligenza non vi consente di rendervi conto che un certo bel giovanotto ha
avuto la fortuna di ispirare - forse senza volerlo - un amore tra i pi
singolari. A quanto pare, questo fortunato mortale non ha che ventitr anni, e
a complicare le cose, mio caro conte, si d il caso che voi e io ne abbiamo pi
del doppio. La sera, a una certa distanza, il signor conte appare senza dubbio
gradevolissimo, estremamente vivace, pieno di spirito. Ma a voler essere
obiettivi, bisogna riconoscere che la mattina, nell'intimit, le grazie del
nuovo venuto sono forse pi desiderabili. E noi donne, quando abbiamo passato
la trentina, siamo portate a dare molta importanza alla freschezza della
giovent. Non si parla gi di fare in modo che questo simpatico adolescente
possa stabilirsi a corte, in una bella posizione? E chi che parla pi spesso
di questo argomento a Vostra Eccellenza?
Il principe
prese la lettera e diede al soldato due scudi.
Questi
sono per te, gli disse con aria cupa. Silenzio assoluto con tutti, se no
finisci nel sotterraneo pi umido della cittadella.
Nei
cassetti della sua scrivania il principe teneva una serie di buste con gli
indirizzi di quasi tutti i cortigiani scritti di pugno di quel soldato - che
tutti credevano non sapesse scrivere e che non scriveva mai niente, neanche i
suoi rapporti segreti. Il principe scelse la busta adatta.
Qualche ora
pi tardi, Mosca ricevette una lettera per posta. L'avevano calcolata bene,
l'ora in cui sarebbe arrivata: il postino entr nel palazzo del ministero con
una lettera in mano, e proprio nel momento in cui ne usc, Mosca fu chiamato da
Sua Altezza.
Mai il
primo ministro era sembrato in preda a una tristezza pi nera. E il principe,
per poterne godere pi tranquillamente, quando lo vide entrare gli disse:
Ho bisogno
di lasciarmi un po' andare, quello che voglio fare quattro chiacchiere con l'amico,
non lavorare con il ministro. Ho un tremendo mal di testa, stasera. E poi mi
vengono certi brutti pensieri...
Quando il
primo ministro, il conte Mosca della Rovere, ottenne di poter lasciare il suo
augusto padrone, era, naturalmente, in condizioni spaventose. Ranuccio Ernesto
IV era davvero abilissimo nell'arte di mettere un cuore alla tortura. Dire che
era come una tigre che si diverte con la sua preda non sarebbe in questo caso
esagerato.
Mosca si
fece riportare a casa al galoppo. Passando nell'atrio grid che non facessero
salire nessuno, poi mand a dire al segretario che lo lasciava libero: non
poteva tollerare l'idea di avere qualcuno a portata di voce. Corse a chiudersi
nella grande galleria dei quadri. Adesso poteva sfogare tutta la sua rabbia.
Pass l dentro tutta la sera, al buio, camminando avanti e indietro, come un
pazzo. Si sforzava di far tacere il cuore, voleva concentrare tutta la forza
della sua attenzione a considerare quello che avrebbe dovuto fare. Sprofondava
nell'angoscia, pensava: Lo odio, e lui abita in casa di Gina, sempre con
lei. Cercare di far parlare qualche cameriera sarebbe pericolosissimo. Lei
troppo buona, e le paga bene, la adorano! E del resto, chi non la adora? Il
punto questo, riprendeva, rabbiosamente, Ǐ meglio lasciarla vedere, questa
gelosia che mi sta divorando, o meglio non parlarne? Se non dico niente, non
penseranno a nascondersi. Oh, la conosco, lei agisce sempre d'impulso, non lo
sa neanche lei quello che far. Se vuol farsi un piano d'azione finisce per
confondersi, al momento buono le viene sempre qualche idea nuova, e ci si
appassiona come se fosse l'idea pi luminosa del mondo, e rovina tutto. Se
riesco a non parlare di quello che sto soffrendo non cercheranno di
nascondersi, potr vedere che cosa succede... Gi, ma se parlo posso cambiare
la situazione. Li far riflettere, potrei prevenire certe cose, quelle cose
orribili che possono capitare... Forse lo mander via, e Mosca respir forte,
e allora ho quasi partita vinta. Magari sar un po' irritata, sulle prime, ma
io sapr calmarla... E sar naturale che se ne dispiaccia: da quindici anni
che l'ama come un figlio. Gi, come un figlio... Tutta la mia speranza qui.
Ma poi lui se ne andato a Waterloo, e lei non l'ha pi visto. E adesso che
tornato da Napoli, soprattutto per lei, un altro uomo. Un altro uomo,
continuava a pensare, furioso, e un uomo affascinante, certo, con quell'aria
ingenua, tenera, con quello sguardo sorridente, che sembra che inviti alla
gioia! Quegli occhi! Non deve essere abituata a vederne, Gina, di occhi come
quelli, a corte. Qui c' solo gente con lo sguardo cupo, o sardonico... E
anch'io, perseguitato dai miei impegni, io che per dominare devo contare solo
su un uomo che sogna soltanto di mettermi in ridicolo, come saranno, tante
volte, i miei occhi? Non c' niente da fare, devono essere proprio gli occhi,
la cosa pi vecchia che c' in me! La mia allegria rasenta sempre l'ironia. E
poi non solo questo, guardiamo in faccia la realt, nella mia allegria si
deve sentire qualcos'altro, sempre presente, insopprimibile: il potere
assoluto, la cattiveria... Ogni tanto lo penso, specialmente quando mi fanno
andare in collera: Posso fare quello che voglio, io. E penso anche
qualcos'altro, un'idiozia: Io sono pi felice degli altri, perch ho quello che
gli altri non hanno, un potere assoluto, o quasi... Andiamo, siamo giusti:
l'abitudine a pensare cose del genere non pu non deturpare il mio sorriso...
deve darmi un'aria da egoista... soddisfatto... Ma lui no, cos bello quando
sorride! come se respirasse la gioia senza sforzo della prima giovinezza,
come se la facesse nascere negli altri...
Per sua
sfortuna, faceva caldo, quella sera, un caldo afoso, come prima di un temporale
- un tempo insomma di quelli che in paesi come l'Italia portano gli uomini alle
decisioni estreme. Cercava di ragionare, di vedere da vari punti di vista quel
che gli stava capitando. Furono tre ore mortali, tre ore di tortura, per
quell'uomo agitato dalla passione. Se infine decise di agire con prudenza fu
solo perch pens: Devo essere pazzo. Credo di ragionare, ma non ci riesco,
come se continuassi a girarmi per trovare una posizione meno dolorosa. Una
soluzione ci dev'essere, ma non la vedo, le passo vicino e non la vedo. troppo,
quello che sto soffrendo, non riesco a capire. E allora seguiamo la regola
consigliata da tutta la gente con la testa sulle spalle, quella che chiamano prudenza.
Del resto, una
volta che dico quella parola fatale, gelosia, la mia parte stabilita una volta
per tutte. Ma se oggi non dico niente potr parlare domani, e ho in mano io la
situazione.
Era una
crisi troppo violenta, se fosse continuata sarebbe impazzito. Era pi calmo,
adesso. Pens alla lettera anonima. Da che parte poteva venire? Per un po'
stette a passare in rassegna certi nomi, certe persone, e questo serv a
distrarlo. Alla fine gli venne in mente lo sguardo malizioso che era balenato
negli occhi del principe, quando, verso la fine dell'udienza, gli aveva detto:
Siamo sinceri, amico mio, i piaceri e gli interessi che pu darci l'ambizione
soddisfatta - anche la pi alta, quella che deriva da un potere assoluto - non
sono niente in confronto alle gioie intime che vengono dall'affetto,
dall'amore. Prima di essere un principe io sono un uomo, e quando ho la fortuna
di essere innamorato all'uomo, non al principe, che si rivolge la mia
amante. Mosca confront quel momento di maligno piacere con una frase della
lettera: proprio grazie alla vostra profonda intelligenza che questo Stato
cos ben governato. L'ha scritta il principe, questa frase, disse a voce
alta. Per chiunque altro sarebbe un'imprudenza inutile. La lettera viene da
Sua Altezza.
Risolto
quel problema, la piccola soddisfazione sorta dal piacere di avere indovinato
non dur a lungo. Gli venne ancora in mente Fabrizio, il suo fascino, la sua
bellezza. Fu come se un peso enorme gli ricadesse sul cuore. Che cosa importa
chi ha scritto quella lettera! grid, pieno di rabbia. Il fatto resta. Poi
fu come se cercasse una scusa per la sua pazzia. Disse: E questo capriccio pu
cambiare completamente la mia vita. Se veramente innamorata pu decidere da
un momento all'altro di partire con lui per Belgirate, per la Svizzera, per
qualsiasi altro posto. ricca - e del resto non le importerebbe niente vivere
con pochi soldi. Me lo ha detto otto giorni fa, quel suo palazzo stupendo la
annoia. cos giovane, dentro! Ha bisogno di cose nuove. E questa una
felicit nuova, e le si offre in modo cos semplice! Si far prendere prima di
aver pensato al rischio che corre, prima di aver pensato a avere un po' di
compassione per me! Eppure io sto soffrendo tanto! E si mise a piangere.
Si era
giurato di non andare da Gina, quella sera. Ma non pot resistere i suoi occhi
non avevano mai avuto tanta sete di guardarla. Ci and verso mezzanotte. Era
sola con Fabrizio. Alle dieci aveva congedato tutti e aveva dato ordine di
chiudere il portone.
Di fronte
all'affettuosa intimit che c'era tra quei due, di fronte alla gioia ingenua di
Gina, si rese conto, improvvisamente, di una spaventosa difficolt, qualcosa a
cui prima, mentre stava a arrovellarsi nella galleria dei quadri, non aveva
pensato: come poteva fare, per nascondere la sua gelosia?
Non sapendo
quale pretesto prendere, disse che quella sera il principe sembrava molto
irritato, con lui, che non aveva fatto che contraddirlo, e cos via. Soltanto
due giorni prima, Gina avrebbe voluto parlarne e riparlarne, di un fatto del
genere - ma ora Mosca ebbe il dolore di vedere che lo ascoltava appena, senza
prestargli attenzione. Guard Fabrizio: quella bella faccia lombarda non gli
era mai sembrata cos semplice e cos nobile. Fabrizio gli dava retta pi di
quanto non facesse Gina.
Davvero,
pens Mosca, c' un'estrema bont, su quella faccia, e insieme una espressione
gioiosa, tenera, ingenua... irresistibile! Sembra che dica: di serio, al
mondo, non c' che l'amore, la gioia che viene dall'amore. Eppure, se si arriva
a qualche particolare dove ci vuole intelligenza, gli si illuminano gli occhi,
e si resta sorpresi, confusi... tutto semplice, per lui, perch guarda tutto
dall'alto. Come posso lottare, contro un tale avversario? E poi, che cos' la
mia vita, senza l'amore di Gina? Se ne sta a ascoltarlo, in estasi... A una
donna, una mente cos giovane, cos scintillante, deve sembrare unica al
mondo. Gli venne un'idea spaventosa, ne fu preso di colpo, come da un crampo:
Potrei pugnalarlo qui, adesso, davanti a lei, e poi uccidermi...
Fece un
giro intorno alla stanza. Gli tremavano le gambe, ma con la mano stringeva
convulsamente l'impugnatura del pugnale. Loro non lo guardavano neanche. Disse
che doveva andare a dare un ordine al suo domestico, ma loro non lo
ascoltavano, Gina stava ridendo per qualcosa che le aveva detto Fabrizio. Nella
stanza accanto, Mosca and vicino a una lampada, guard se il suo pugnale era
ben affilato. Gentilezza, belle maniere, ci vogliono, con quel giovanotto,
pens tornando, andando vicino a quei due.
Stava
perdendo la testa: gli sembrava che, curvandosi l'uno verso l'altra, si
baciassero, l, sotto i suoi occhi. No, non possibile, pens. Sto
diventando pazzo. Devo calmarmi. Se li tratto male, Gina capace di partire
con lui per Belgirate per puro puntiglio. E poi, una volta arrivati, o magari
durante il viaggio, cos, per caso, finirebbero per dire qualcosa che potrebbe
dare un nome a quello che provano l'una per l'altro - e poi, in un attimo,
tutte le conseguenze... Se fossero soli quella parola sarebbe decisiva - e poi,
che cosa faccio, io, se lei va via? Mettiamo anche che riesca a superare tutte
le difficolt, qui, con il principe, ma se mi presento a Belgirate con questa
mia vecchia faccia preoccupata, quale sar la mia parte in mezzo a questi due,
pazzi di felicit? Gi adesso sto facendo il terzo incomodo! (Che bella lingua
l'italiano, tutto fatto per l'amore!) Il terzo incomodo! che pena, per un
uomo intelligente, sentire che si sta facendo quella parte orribile e non
riuscire a alzarsi e a andar via!
Stava per
scoppiare - o, quanto meno, la sua faccia stravolta stava per tradire la sua
sofferenza. Camminando s e gi per il salotto, capit vicino alla porta. Grid
in tono affabile: Addio, voi due! e scapp via. Devo evitare un delitto,
pens.
Il giorno
dopo quella serata orribile, dopo una notte trascorsa a passare minuziosamente
in rassegna tutti i vantaggi che Fabrizio aveva su di lui, tra spaventose crisi
di gelosia, gli venne in niente di far chiamare un suo cameriere che faceva la
corte a Cecchina, la cameriera prediletta della duchessa. Per fortuna, quello
era un giovanotto molto attento ai suoi affari, avaro, anche, e la sua
ambizione era di ottenere un posto di portiere in qualche edificio pubblico.
Mosca gli ordin di far venire subito Cecchina, la sua amante. Il cameriere obbed,
e un'ora pi tardi Mosca entr all'improvviso nella stanza dove quei due
stavano a aspettarlo. Li spavent addirittura, con tutti i soldi che gli diede.
La ragazza tremava. Mosca la guard fisso negli occhi e disse soltanto:
La
duchessa fa l'amore con monsignore?
Per un
attimo la ragazza stette zitta, poi si decise: No. No, non ancora, ma lui le bacia le mani, e
vero che ride, ma lo fa con passione.
Questa
testimonianza fu completata da un'infinit di risposte a altrettante rabbiose
domande di Mosca. La sua ansiosa passione fece ben guadagnare a quei due
poveretti i soldi che gli aveva buttato. Fin per credere a ci che gli si
diceva, e si sent meno infelice. Poi disse alla ragazza:
Se la
duchessa avr qualche sospetto di questo colloquio, spedisco il tuo fidanzato
in prigione e ce lo lascio vent'anni, lo rivedrai che avr i capelli bianchi.
Pass
qualche giorno. Fabrizio, intanto, sembrava aver perso tutta la sua allegria.
Te
l'assicuro, diceva a Gina, Mosca ha dell'antipatia per me.
Tanto
peggio per Sua Eccellenza, rispondeva lei, stranamente irritata.
Ma non era
quella, la vera ragione della malinconia di Fabrizio. Sono capitato in una
posizione impossibile, pensava lui. Lo so bene, Gina non ne parler mai - una
parola troppo esplicita le farebbe orrore come un incesto. Ma dopo una di
queste giornate piene di imprudenze e di pazzie, una sera, potrebbe fare un
esame di coscienza, potrebbe pensare che io mi sono reso conto di quello che
prova per me. E allora che figura far, io, davanti a lei? La figura del casto
Giuseppe, ecco! Potrei cercare di farle capire in un bello slancio di
confidenza che io non sono capace di innamorarmi veramente. Ma non riuscirei a
tenere il tono giusto, ho paura che quello che riuscirei a dire finirebbe per
sembrare tale e quale a un'offesa. Posso sempre tirare in ballo un grande amore
di Napoli, bisognerebbe che ci tornassi per ventiquattro ore... Una buona idea
- per anche una tale complicazione! Resterebbe un amoruccio da quattro
soldi, qui a Parma. Potr non piacere molto, ma qualsiasi cosa meglio che
starmene a far la parte spaventosa di quello che non vuol capire. Certo, una
cosa del genere potrebbe compromettere il mio avvenire. Ci vuole prudenza, per
diminuire il rischio, bisogna poter contare sulla massima discrezione... La
cosa pi triste, in questi bei ragionamenti, era che in realt Fabrizio voleva
bene a Gina come a nessun'altra persona al mondo. Bisogna proprio essere un
incapace, pensava, infuriandosi, per aver tanta paura di non riuscire a far
credere la verit! Il fatto di non esser capace di risolvere quella situazione
lo rese triste, preoccupato. Sarebbe spaventoso, se finissi per litigare con
la sola persona al mondo cui voglio veramente bene! D'altra parte, non poteva
decidersi a rovinare con una parola fuori posto tanta felicit. Era una vita
incantevole, la sua, c'era tanta dolcezza in quell'intima amicizia con una
donna cos simpatica, cos bella! Da un punto di vista terra terra, poi, grazie
alla protezione di Gina lui poteva godere a corte di una posizione molto
piacevole. E con tutti quegli intrighi, e con lei che glieli spiegava, era
divertente come stare a teatro! Ma da un momento all'altro potrei svegliarmi
di colpo, pensava. Queste serate cos allegre, cos dolci, che passo a tu per
tu con una donna tanto eccitante, se portano a qualcosa di meglio, lei creder
di poter trovare in me un amante, pretender passione, trasporto, e anche
allora io non avr da offrirle altro che amicizia, profondissima, ma senza amore.
A me la natura ha negato quella specie di sublime pazzia... Me l'hanno
rimproverato tante volte! Mi par di sentirla ancora, la duchessa di A., a
Napoli - eppure quella era una donna di cui non mi importava niente! Gina
creder che io non sia capace di amarla: ma di amare, che non sono capace. Ma
lei non lo vorr mai capire. Quando mi racconta qualcosa che capitato a
corte, con quella grazia, con quella leggerezza un po' pazzesca che ha solo lei
- e che d'altra parte serve a farmi capire le cose... e poi io le bacio la
mano, e qualche volta la bacio anche sulle guance... che cosa faccio, se una
volta o l'altra lei mi stringe la mano in un certo modo?...
Fabrizio
era invitato ogni giorno nelle case pi in vista e meno divertenti di Parma.
Guidato dagli abili consigli di Gina, faceva la corte in modo sapiente ai due
principi, padre e figlio, alla principessa Clara Paolina e a monsignor
arcivescovo. Ma tutti i suoi successi non riuscivano a consolarlo della
tremenda paura che aveva di rovinare tutto con Gina.
VIII
Era passato
soltanto un mese dal suo arrivo a corte e Fabrizio aveva tutte le
preoccupazioni di un cortigiano, e la sua unica, grande amicizia era come
avvelenata. Una sera, tormentato da quei pensieri, usc dal salotto della Sanseverina.
Gli sembrava di aver l'aria dell'amante in carica, l dentro. Camminando per le
strade pass per caso davanti al teatro, vide che era illuminato, entr. Per un
uomo della sua condizione era una vera imprudenza - e lui si era ripromesso di
evitare imprudenze del genere a Parma, che dopo tutto era soltanto una piccola
citt di quarantamila abitanti. vero che aveva smesso l'abito talare fin dai
primi giorni: la sera, quando non doveva andare in societ, si metteva
semplicemente un vestito nero, come se fosse in lutto.
Per non
essere visto, prese un palco di terza fila. Davano La locandiera di Goldoni. Fabrizio guardava
l'architettura della sala, senza quasi badare al palcoscenico. Ma il pubblico,
molto numeroso, continuava a ridere, e allora lui diede un'occhiata all'attrice
che faceva la parte della locandiera. Era giovane, recitava in modo molto
divertente. La guard con pi attenzione. La trov proprio simpatica, e
soprattutto piena di spontaneit. Era una ragazzina ingenua, pronta a ridere lei
per prima delle battute deliziose che Goldoni le metteva in bocca, come se
fosse tutta stupita di dire quello che diceva. Chiese come si chiamava.
Marietta Valserra, gli dissero.
Che
strano, pens, ha preso il mio nome! Entrando era deciso a non fermarsi
molto, e invece rest a teatro fino alla fine della commedia. Ci torn anche il
giorno dopo. Il terzo giorno, si era procurato l'indirizzo di Marietta Valserra
- e non era stato molto facile.
Quella sera
si accorse che Mosca era tutto sorrisi, con lui. Quel povero amante geloso, che
stava facendo una fatica tremenda per tenersi nei limiti della prudenza, gli
aveva messo alle costole delle spie, e quella faccenda dell'attrice gli aveva
fatto un gran piacere. Il giorno dopo quella sera, in cui era finalmente
riuscito a esser gentile con Fabrizio, la gioia di Mosca fu al colmo: era stato
informato che il giovanotto, con indosso un lungo soprabito blu per non farsi
riconoscere, aveva salito le scale che portavano al povero appartamento di
Marietta Valserra, al quarto piano di una vecchia casa dietro il teatro. Ma
Mosca fu ancora pi contento quando seppe che Fabrizio si era presentato con un
nome falso, e aveva avuto l'onore di suscitare la gelosia di un tipaccio, un
certo Giletti, che in teatro faceva le parti di cameriere e quando la compagnia
girava per le campagne si esibiva in acrobazie sulla corda. Questo nobile
amante della Marietta andava in giro insultando Fabrizio e dicendo che lo
avrebbe fatto fuori.
Le
compagnie del teatro lirico, messe insieme alla bell'e meglio da un impresario
che scrittura, dove li trova, gli attori che in grado di pagare o che sono
liberi, resistono una stagione, due al massimo. Per le compagnie di prosa
diverso. Bench continuino a spostarsi da una citt all'altra senza fermarsi
mai pi di due o tre mesi in un posto, le compagnie di questo genere sono un
po' come una famiglia fatta di gente che si ama o si odia. Tra uomini e donne
si formano relazioni molto stabili - relazioni che i belli delle citt in cui
la compagnia va a dar spettacolo trovano certe volte piuttosto difficili da
insidiare. Fu proprio quello che capit al nostro eroe. Alla Marietta Fabrizio
piaceva, ma lei aveva una paura tremenda di Giletti, che la sorvegliava da
vicino e pretendeva di essere il suo unico padrone. Giletti aveva pedinato
Fabrizio, era riuscito a scoprire chi era, e ora andava in giro a dire che
avrebbe fatto la pelle a monsignore. Era di una bruttezza unica: altissimo,
spaventosamente magro, con la faccia tutta butterata dal vaiolo e gli occhi un
po' strabici. Quanto al resto, era molto esperto in tutte le piacevolezze della
sua professione. Quando i suoi compagni erano riuniti dietro le quinte, lui di
solito si presentava facendo una serie di salti mortali o qualche altra
simpatica esibizione. Ma il suo cavallo di battaglia erano le parti in cui
l'attore deve venir fuori con la faccia tutta bianca a dare o a prendere un
sacco di legnate. Questo degno rivale di Fabrizio aveva una paga di trentadue
franchi al mese e gli sembrava di essere ricchissimo.
Quando le
sue spie gli riferirono tutti questi particolari, Mosca si sent resuscitare.
Gli torn tutto il suo spirito, non era mai stato cos allegro e brillante, nel
salotto della Sanseverina. Ma si guard bene dal mettere al corrente la duchessa
di quella piccola avventura che gli aveva ridato la vita. Anzi, prese tutte le
precauzioni possibili perch lei lo venisse a sapere il pi tardi possibile. E
finalmente trov il coraggio di ascoltare la voce della ragione, che da un mese
gli gridava inutilmente che quando un amante incomincia a perdere terreno deve
andar via per un po'.
Part per
Bologna. Si trattava, a quanto pareva, di un affare molto importante. Ma i
corrieri del ministero, che arrivavano due volte al giorno, gli portavano pochi
documenti ufficiali e molte notizie degli amori della Marietta, dei furori di
Giletti, delle mosse di Fabrizio.
Al teatro
di Parma, un incaricato di Mosca chiese con molta insistenza che si
rappresentasse Arlecchino scheletro, ovvero la torta a sorpresa, un pezzo forte di Giletti (lui
saltava fuori dalla torta nel momento in cui Brighella, il suo rivale, stava
per tagliarla, e lo prendeva a legnate). Era un pretesto per far avere
all'attore una ricompensa di un centinaio di franchi. Giletti, indebitato fino
all'osso, si guard bene dal parlare di quella manna piovuta dal cielo, ma mise
s delle arie incredibili.
Per
Fabrizio, ormai, non si trattava pi di un capriccio: era una questione di amor
proprio (alla sua et, le preoccupazioni lo avevano gi ridotto a aver dei
capricci!). Era per pura vanit che andava a teatro. La ragazzina recitava con
molto brio, e lui la trovava divertente. Poi, dopo lo spettacolo, si sentiva
innamorato, per un'ora.
Quando
Mosca fu informato che Fabrizio stava veramente correndo un brutto rischio,
torn a Parma. Giletti - aveva combattuto nel bel reggimento dei dragoni di
Napoleone - faceva sul serio, aveva addirittura incominciato a darsi da fare
per predisporre la propria fuga in Romagna dopo che avesse ucciso Fabrizio.
Probabilmente i lettori molto giovani rimarranno scandalizzati dalla nostra
ammirazione per questo bel gesto di Mosca. Ma in realt il conte diede prova di
un certo eroismo, decidendo di tornare a Parma. Dopo tutto, la mattina, lui di
solito aveva un'aria piuttosto stanca - e invece Fabrizio era sempre bel
fresco, cos sereno!... Nessuno avrebbe pensato di fargliene una colpa, se
durante la sua assenza Fabrizio fosse morto, e in un modo cos stupido. Ma
Mosca era uno di quegli uomini come ce ne sono pochi, pronti a provare rimorso
per tutta la vita se, potendolo, non fanno una buona azione. E poi non poteva
sopportare l'idea di veder soffrire Gina, e per colpa sua.
And da lei
appena arrivato a Parma. Vide che era triste, silenziosa. Era successo questo:
Cecchina, la cameriera, tormentata dai rimorsi, valutando la gravit della sua
colpa dall'enormit della somma che le avevano dato, si era ammalata. La
duchessa, che le voleva molto bene, una sera era salita nella sua camera. La
ragazza non aveva potuto resistere a tanta bont. Si era messa a piangere,
aveva voluto dare alla padrona quel che le rimaneva dei soldi, e finalmente
aveva trovato il coraggio di confessarle il suo colloquio con Mosca. Gina era
andata in fretta a spegnere la lampada, poi aveva detto alla ragazza che le
perdonava, ma a una condizione: che non dicesse una parola, a nessuno, di
quanto era successo. Quel povero conte, aveva detto con un tono molto
spigliato, ha una gran paura del ridicolo. Gli uomini son fatti cos. Poi era
corsa via, si era chiusa nella sua stanza e aveva incominciato a piangere. Le
sembrava che ci fosse qualcosa di orribile nell'idea che lei potesse far
l'amore con Fabrizio, con un giovane che aveva visto nascere. Ma che cosa
voleva dire, il modo in cui si era comportata?
Era questa
la prima ragione della sua cupa malinconia. E, dopo il ritorno di Mosca, Gina
incominci a avere bruschi scatti di collera, con lui e quasi anche con
Fabrizio. Avrebbe voluto non rivederli pi n l'uno n l'altro. Era irritata
perch Fabrizio, secondo lei, stava facendo una figura ridicola, a correr
dietro alla Marietta. (Sapeva tutto: Mosca, da buon innamorato, non era stato
capace di tenere il segreto.) Il suo idolo aveva un difetto, era un'idea che
non riusciva a accettare. Poi, in uno slancio di amicizia, chiese consiglio a
Mosca. Fu un momento delizioso, per lui, qualcosa che lo ricompensava per
quello slancio di onest che lo aveva fatto tornare a Parma.
Ma
semplicissimo! disse Mosca, ridendo. I giovanotti vorrebbero averle tutte, le
donne. Poi, il giorno dopo, non ci pensano pi. Non deve andare a Belgirate, a
trovare sua madre? E allora lasciatelo partire. Mentre lui sar via, chieder a
quegli attori di andare a dar prova della loro bravura da qualche altra parte,
e gli pagher le spese del viaggio. Ma vedrete che tra un po' di tempo si
innamorer della prima bella donna che gli capiter davanti. naturale che sia
cos, vi assicuro che non vorrei che fosse diverso. Se poi credete che sia il
caso, fategli scrivere da sua madre.
Quel
suggerimento, dato con un'aria di assoluta indifferenza, fu per Gina una vera
ispirazione. Giletti le faceva molta paura. La sera, come per caso, Mosca
capit a parlare di un suo corriere che sarebbe passato da Milano per andare a
Vienna. Tre giorni dopo, Fabrizio ricevette una lettera della madre. Quando
part, era molto irritato. Per mezzo di una donna che le faceva da madre,
Marietta gli aveva fatto sapere di essere molto ben disposta nei suoi
confronti, ma lui, per colpa della gelosia di Giletti, non aveva ancora potuto
approfittarne.
Fabrizio si
incontr a Belgirate con la madre e una delle sorelle. Belgirate un grosso
villaggio piemontese, sulla riva destra del Lago Maggiore. La riva sinistra del
lago Lombardia, e di conseguenza appartiene all'Austria. Il Lago Maggiore
parallelo al lago di Como, si stende anch'esso da nord a sud e si trova a una
ventina di leghe pi a ovest. Le montagne in lontananza, quel paesaggio
maestoso e tranquillo che gli ricordava i luoghi della sua infanzia, tutto contribu
a cambiare in dolce malinconia l'irritazione quasi furibonda di Fabrizio.
Adesso, quando pensava a Gina, provava una gran tenerezza. Gli sembrava di
provare per lei - cos, da lontano - quell'amore che non aveva provato per
nessuna donna, sentiva che sarebbe stato terribile non vederla pi. In quel
momento, se Gina avesse voluto ricorrere soltanto a un po' di civetteria - se
gli avesse fatto credere di avere un rivale, per esempio - avrebbe conquistato
il suo cuore. Ma lei era ben lontana dall'idea di prendere una decisione cos
netta. Si accorgeva di pensare continuamente a Fabrizio, e continuava a
rimproverarselo. Se ne faceva una colpa, di ci che chiamava ancora un
capriccio, come se fosse una cosa orribile. Adesso, con Mosca, era ancora pi
gentile, premurosa, e lui, conquistato da quella dolcezza, non dava retta al
buon senso che gli prescriveva un altro viaggio a Bologna.
La marchesa
del Dongo doveva pensare alle prossime nozze della figlia maggiore con un duca
milanese, e pot concedere soltanto tre giorni al figlio prediletto. Fabrizio,
con lei, non era mai stato cos affettuoso. Ma il nostro eroe stava diventando
sempre pi malinconico, e di colpo gli venne un'idea molto strana, e anche
molto ridicola. Potr sembrare incredibile, ma Fabrizio aveva in mente di
chiedere consiglio a don Blans. Quel vecchio prete non sarebbe stato
assolutamente in grado di capire le preoccupazioni di un giovane diviso tra
passioni puerili e quasi altrettanto forti - e poi soltanto per fargli
intravvedere tutti i complicati interessi cui Fabrizio doveva badare a Parma ci
sarebbero voluti otto giorni. Ma ora che aveva deciso di chiedergli consiglio,
a Fabrizio sembr di ritrovare la freschezza delle sue sensazioni di quando
aveva sedici anni. La cosa pi incredibile, poi, era che Fabrizio non aveva
intenzione di rivolgersi a don Blans semplicemente come ci si pu rivolgere a
una persona piena di esperienza e a un ottimo amico. Lo scopo di quel viaggio e
i pensieri che turbarono il nostro eroe durante le cinquanta ore che impieg a
farlo sono talmente assurdi che nell'interesse del racconto sarebbe stato
senz'altro meglio non parlarne. Ho paura che la credulit di Fabrizio finir
per fargli perdere la simpatia del lettore. Ma dopo tutto lui era fatto cos.
Perch dovrei adularlo, lui piuttosto che un altro? Non ho certo adulato n
Mosca n il principe.
Dunque,
Fabrizio - dato che bisogna raccontare proprio tutto - accompagn la madre fino
al porto di Laveno, sulla riva sinistra del Lago Maggiore, quella austriaca, e
la marchesa sbarc verso le otto di sera. (Il lago considerato zona neutra, e
chiedono il passaporto soltanto a chi sbarca.) Ma appena si fece buio sbarc
anche lui sulla riva austriaca, in un folto di alberi che arrivava fin
sull'acqua. Aveva noleggiato una sediola - una specie di calessino molto veloce
- e pot seguire la carrozza di sua madre tenendosi a una certa distanza. Aveva
indossato la livrea dei domestici di casa del Dongo, e a nessuno dei poliziotti
e doganieri che incontr lungo la strada venne in mente di chiedergli il
passaporto. A un quarto di lega da Como, dove sua madre si sarebbe fermata per
passare la notte, Fabrizio prese a sinistra, per un sentiero che girava intorno
al paese di Vico e poi sboccava su una stradicciola aperta di recente sul
litorale. Era mezzanotte, poteva sperare di non incontrare nessun gendarme.
C'erano molti boschetti, lungo la strada. Il profilo degli alberi si stagliava,
nero, contro il cielo pieno di stelle, velato da una nebbia leggera. C'era una
calma profonda, nell'acqua e nel cielo. L'anima di Fabrizio non pot resistere
a tanta sublime bellezza. Si ferm, and a sedersi su uno scoglio che sporgeva
sull'acqua come un breve promontorio. Nel silenzio si sentiva soltanto, a
intervalli regolari, il rumore delle piccole onde che battevano sui sassi della
riva. Era un cuore italiano, il suo, e voglio che lo perdoniate. Il suo
difetto, che forse lo render meno simpatico, consisteva soprattutto in questo:
in lui la vanit si manifestava solo come uno stato di crisi, passeggero, e la
sola vista di quella bellezza sublime bastava a commuoverlo, a smussare la
punta aspra e dura delle sue pene. Seduto sul suo scoglio solitario, senza
dover pi preoccuparsi dei poliziotti, protetto dal buio e dal silenzio,
lacrime di gioia gli inumidirono gli occhi, e l, a buon mercato, pot sentirsi
felice come non lo era pi stato da molto tempo.
Decise che
non avrebbe mai mentito a Gina, e fu proprio perch in quel momento l'amava
fino all'adorazione che giur di non dirle mai che l'amava. Non le avrebbe mai parlato
d'amore, la passione che chiamano amore lui non poteva provarla. Nello slancio
di generosit e di bont che in quel momento lo rendeva cos felice, decise di
dirle tutto alla prima occasione: il suo cuore non aveva mai conosciuto
l'amore. Una volta presa questa coraggiosa decisione, gli parve di essersi
tolto un gran peso dal cuore. Forse lei mi parler di Marietta... pens. E
va bene! Non la vedr pi, Marietta! Era tutto contento.
Il giorno
prima aveva fatto un gran caldo, ma adesso incominciava a farsi sentire il
vento della mattina. A nord e a est del lago, sul pallido biancore dell'alba,
erano apparse le cime delle Alpi. Bianche di neve, anche in giugno, le Alpi si
stagliano sull'azzurro chiaro di un cielo sempre limpido a quelle altezze
immense. Una catena scende verso sud, verso la bella Italia, a separare il lago
di Como dal lago di Garda. Fabrizio guardava in alto, verso quelle sublimi
montagne. La luce era pi forte, adesso, incideva le vallate, illuminava la
nebbia leggera che saliva dal fondo delle gole.
Dopo un
po', Fabrizio si rimise in cammino, super la collina che forma la penisola di
Durini. E finalmente vide Griante, e il campanile sul quale aveva passato tante
notti a guardare le stelle con don Blans. Che ignorante ero allora! pensava.
Non riuscivo neanche a capire il povero latino di quei trattati di astrologia
che lui stava sempre a sfogliare. Forse mi facevano tanta impressione
soprattutto perch ci capivo solo qualche parola e allora ci pensava la mia
immaginazione, a darvi un senso - e il pi fantasioso possibile...
Poi, a poco
a poco, le sue fantasticherie presero un altro corso. Ma ci sar qualcosa di
vero, nell'astrologia? Del resto, perch poi dovrebbe essere una scienza
diversa dalle altre? Basta che un certo numero di imbecilli e di furbacchioni
si mettano d'accordo e dicano che loro sanno il messicano, per esempio, e in
base a questo riescono a imporsi, la gente li rispetta e il governo li paga. E
li trattano cos bene proprio perch non sono intelligenti, perch chi al
potere sa benissimo che loro non si metteranno mai a sobillare il popolo, a
commuovere la gente con i sentimenti generosi. Prendi per esempio il padre
Bari. Ernesto IV gli ha dato una pensione di quattromila franchi e un'onorificenza
soltanto perch riuscito a rimettere insieme diciannove versi di un ditirambo
greco! Ma si ferm di colpo, pens: Eppure, santo cielo, non dovrei proprio
essere io, a trovarlo ridicolo! Che diritto ho di lamentarmene? La stessa
onorificenza l'hanno data anche al mio rettore di Napoli. Si sentiva molto a
disagio, adesso. Quel bell'entusiasmo virtuoso che poco prima lo aveva tanto
emozionato stava lasciando il posto al piacere piuttosto ignobile di aver
partecipato vantaggiosamente a un furto. Aveva lo sguardo spento di chi non
contento di se stesso. E va bene! pens. Dal momento che il mio nome mi d
il diritto di approfittare di abusi del genere, sarei un perfetto stupido a non
prendere la mia parte. Ma non bisogna azzardarsi a criticare questo stato di
cose davanti alla gente. C'era una certa logica, in questo ragionamento, ma
certo che Fabrizio era precipitato dalle altezze di sublime felicit cui si era
sentito trasportare un'ora prima. una pianta molto delicata, la felicit. Era
bastato pensare a quel privilegio per inaridirla. Fabrizio cerc di pensare ad
altro: Mettiamo che non si debba credere all'astrologia, mettiamo che sia una
scienza fatta da una massa di idioti pieni di entusiasmo e di furbacchioni
ipocriti, pagati perch sono utili, come per i tre quarti delle scienze non
matematiche. Ma allora, perch mi capita tante volte di pensarci come se fosse
un segno del destino, a quella volta che sono scappato dalla prigione di B. con
indosso la divisa e i documenti di un soldato arrestato perch se lo meritava?
Pi avanti
di cos non andava, continuava a girare intorno a quell'ostacolo senza riuscire
a superarlo. Era ancora troppo giovane. Quando non aveva niente da fare, la
cosa che gli piaceva di pi era lasciarsi andare alla sua immaginazione -
sempre pronta a inventare qualche storia fantastica - e poi assaporare le
sensazioni che ne potevano derivare. Non ci pensava neanche, a impiegare il suo
tempo a studiare pazientemente la realt nei suoi particolari, per rendersi conto
delle cause. Ci che reale gli sembrava ancora piatto e miserabile. Io posso
anche capire che ci sia gente a cui non piace guardare la realt, ma allora non
bisogna cercare di ragionarci s. E soprattutto non bisogna fare delle
obiezioni alla realt sulla base delle cose che non si sanno.
cos che,
pur essendo una persona intelligente, Fabrizio non riusciva a rendersi conto
che in sostanza quel suo credere e non credere ai presagi era per lui una vera
religione, un'impressione profonda che lo aveva colpito proprio quando stava
affacciandosi alla vita. Pensarci, voleva dire sentire qualcosa, provare una
gran gioia. E lui si ostinava a cercare in che modo l'astrologia potesse essere
una scienza fondata su prove, concreta come lo la geometria, per esempio. Si
sforzava di ricordarsi tutte le volte in cui certi presagi non si erano
realizzati, e era convinto di seguire un ragionamento, di puntare alla verit:
ma finiva sempre per soffermarsi tutto soddisfatto sui casi in cui il presagio
era stato ampiamente confermato dall'avvenimento, favorevole o sfavorevole, che
a lui era parso di veder preannunciato, e ne era commosso, intimidito. Avrebbe
detestato chi fosse venuto a dirgli di non credere ai presagi - e soprattutto
se glielo avesse detto in tono ironico.
Camminava
assorto nelle sue impotenti meditazioni, senza rendersi conto della distanza
che aveva percorso. E, alzando la testa, vide il muro del parco di suo padre.
Si innalzava a pi di quaranta piedi, sulla destra della strada, e sopra c'era
una bella terrazza. Aveva un'aria monumentale, con quel cornicione di pietra,
in alto, sotto la balaustra. Non male, pens Fabrizio, freddamente.
Architettura discreta, stile romanico, o press'a poco... Stava mettendo in
pratica le sue nozioni di storia dell'arte. Ma subito dopo volt via la faccia,
disgustato. Pensava alla durezza di suo padre, a suo fratello, che lo aveva
denunciato.
Una cosa
contro natura, quella denuncia! Eppure da l che incominciata la mia vita
di oggi. Posso odiarla, posso disprezzarla, ma dopo tutto ha cambiato la mia
sorte. Come sarei finito - una volta relegato a Novara, con
quell'amministratore che appena mi sopportava - se mia zia non avesse fatto
l'amore con un ministro molto potente, se mia zia fosse stata una persona arida,
gretta, invece di essere cos affettuosa, cos appassionata? incredibile, c'
un tale entusiasmo, nel bene che mi vuole! Ma che cosa mi sarebbe capitato se
lei fosse stata come suo fratello, il marchese del Dongo?
Sconvolto
da quei brutti ricordi, Fabrizio camminava a passi incerti. Arriv al fossato,
proprio di fronte alla splendida facciata del castello. Fu tanto se diede
un'occhiata a quella grande costruzione annerita dal tempo. Adesso il nobile
linguaggio dell'architettura lo lasciava del tutto insensibile. Il ricordo del
padre e del fratello gli chiudeva il cuore a ogni sensazione di bellezza.
L'unica cosa cui badava era stare in guardia: c'erano dei nemici, l dentro,
gente ipocrita, pericolosa. Guard per un momento la finestrina della camera al
terzo piano dove aveva abitato fino al 1815. Ma non riusciva a liberarsi da
quel disgusto, il pensiero di suo padre aveva spogliato di ogni incanto anche i
ricordi della sua prima fanciullezza. L'ultima volta che ci sono stato, in quella
stanza, pens, era il sette marzo, verso le otto di sera. Quando sono uscito,
sono andato a farmi dare da Vasi il passaporto, e il giorno dopo, per paura
delle spie, ho dovuto partire in fretta e furia. E quando sono tornato dalla
Francia non ho avuto neanche il tempo di andar s a dare un'occhiata alle mie
incisioni - e tutto per colpa di mio fratello, che mi aveva denunciato...
Volt via la testa, era furioso. Poi pens, malinconicamente: Don Blans ha
pi di ottantatr anni, e mia sorella mi ha detto che non viene quasi pi al
castello. La vecchiaia ha fatto il suo lavoro. Era un cuore pieno di nobilt,
di fermezza, il suo - ma adesso irrigidito dall'et. Chiss da quanto tempo
non va pi sul suo campanile! Mi nasconder in cantina, dietro le botti, o
sotto il torchio, fino a quando si sveglier. Non voglio rovinargli il sonno.
Forse avr dimenticato anche la mia faccia. Alla sua et, sei anni sono molti!
Trover soltanto la tomba di un amico! Poi aggiunse; Mi sono comportato come
un bambino, a venire qui. Dovevo pensarlo, che a vedere il castello di mio
padre avrei provato solamente disgusto!
Ora stava
arrivando nella piccola piazza davanti alla chiesa. Stupefatto, fuori di s
dalla gioia, vide che la finestrella stretta e lunga al secondo piano del
campanile era illuminata da una piccola lanterna. Don Blans l'appoggiava
sempre l, prima di salire nella cella dal pavimento di legno che costituiva il
suo osservatorio, per evitare che la luce troppo forte gli impedisse di leggere
la sua carta celeste. La carta la teneva tesa su un grosso vaso di terracotta
che una volta era servito a contenere una pianta di arancio, nel parco del
castello. In fondo al vaso accendeva un lumino, e c'era un piccolo tubo per far
uscire il fumo, e sulla carta l'ombra del tubo segnava il nord. A ricordare
quelle cose tanto semplici Fabrizio si sent tutto commosso, felice.
Port le
mani alle labbra, quasi senza neanche pensarci fece un fischio breve,
soffocato, come una volta, quando voleva avvisare don Blans che era arrivato.
Sent subito tirare pi volte la corda mediante la quale si poteva aprire
dall'alto il saliscendi della porta. Si precipit s per le scale,
emozionatissimo. Don Blans era seduto sulla sua seggiola, al solito posto.
Stava guardando nel cannocchiale, con la sinistra gli fece segno di non
interromperlo. Poi scrisse un numero su una carta da gioco, si volt, apr le
braccia. Il nostro eroe corse a abbracciarlo, scoppiando a piangere. Don Blans
era il suo vero padre.
Ti
aspettavo, disse don Blans, dopo il primo affettuoso abbandono. Stava facendo
il suo mestiere di scienziato? Oppure, dato che pensava spesso a Fabrizio,
qualche segno astrologico gliene aveva per caso annunciato il ritorno?
Questa che
viene la mia morte, disse poi.
Ma come!
grid Fabrizio, turbato.
S, disse
il prete. Era serio, ma non c'era tristezza nella sua voce. Cinque mesi e
mezzo, o sei mesi e mezzo, dopo che ti avr rivisto, la mia vita, colmata la
sua misura di felicit, si spegner come face al mancar dell'alimento. E probabilmente, prima del momento
supremo, star uno o due mesi senza parlare, e poi sar accolto nel seno del
Padre - se giudicher che io abbia fatto il mio dovere al posto dove mi ha
messo di sentinella. Ma hai un'aria cos stanca! Sei molto emozionato, hai
bisogno di dormire... Da quando ti aspetto, ho messo un pane e una bottiglia di
acquavite nel cassone degli strumenti. Prendi, bisogna che tu ti faccia forza,
perch devi ascoltarmi ancora per un momento. in mio potere dirti molte cose,
prima che si faccia giorno. Vedo tutto molto chiaro, adesso, pi chiaro di
quanto forse potrebbe apparirmi domani. Vedi, ragazzo, c' sempre tanta
debolezza, in noi! E bisogna tenerne conto, di questa debolezza. Forse domani
questo vecchio, l'uomo terreno che c' in me, penser soltanto a prepararsi a
morire. E poi, domani sera, alle nove, bisogna che tu vada via.
Fabrizio
gli obbed in silenzio, come aveva sempre fatto.
Dunque,
disse poi don Blans, volevi vedere Waterloo e per prima cosa sei finito in prigione,
vero?
S,
padre, disse Fabrizio, tutto stupito.
stata una fortuna, sai, perch ora che ti metto in guardia tu potrai prepararti a un'altra prigione, ben pi dura, terribile! Forse riuscirai a uscirne soltanto per mezzo di un delitto, ma grazie al cielo non dovrai essere tu a commetterlo. Non farti mai indurre al delitto, per violenta che sia la tentazione. Mi sembra di vedere che si tratter di uccidere un innocente, uno che senza saperlo usurpa i tuoi diritti. Se tu resisti a una violenta tentazione, anche se sembrer giustificata dalle leggi dell'onore, avrai una vita molto felice agli occhi degli uomini..., e si ferm per un momento a pensare, poi aggiunse: e ragionevolmente felice agli occhi di chi saggio. Tu morirai come me, ragazzo, seduto su una seggiola di legno, lon