STENDHAL (Henri-Marie Beyle)
CRONACHE ROMANE
Traduzione di Lanfranco Binni, Simona Vigezzi
e Leonello Prato Caruso

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VANINA VANINI

 

Ovvero

Particolari sull'ultima vendita

di carbonari scoperta

negli Stati del Papa

 

       Era una sera della primavera del 182... Tutta Roma era in fermento: il duca di B***, il noto banchiere, dava un ballo nel suo nuovo palazzo di Piazza Venezia. Tutto quello che le arti d'Italia e il lusso di Parigi e Londra possono offrire di più splendido era stato riunito per rendere magnifico quel palazzo. L'affluenza di persone era enorme. Le bionde e riservate bellezze della nobile Inghilterra si erano date da fare per avere l'onore di partecipare al ballo, ed ora stavano arrivando a frotte. Le più belle donne di Roma contendevano loro la palma della bellezza. Una ragazza, senz'altro romana per gli occhi ardenti e i capelli d'ebano, entrò accompagnata dal padre, seguita dagli sguardi di tutti. Una singolare fierezza traspariva da ogni suo movimento.

       Gli stranieri che entravano rimanevano visibilmente colpiti dalla magnificenza di quel ballo. «Nessuna festa di nessun re d'Europa,» dicevano, «può reggere il confronto con questa.»

       I re non hanno un palazzo in stile romano e sono costretti a invitare le gran dame della corte; il duca di B*** invece invita solo le belle donne. Quella sera era stato particolarmente felice nei suoi inviti, e gli uomini sembravano abbagliati. Tra tante donne notevoli, sorse il problema di decidere quale fosse la più bella: per un po' la scelta rimase incerta; ma alla fine fu proclamata regina del ballo la principessa Vanina Vanini, la ragazza dai capelli neri e dagli occhi di fuoco. Subito gli stranieri e i giovani romani, abbandonando le altre sale, si affollarono in quella dove lei si trovava.

       Suo padre, il principe Asdrubale Vanini, aveva voluto che prima danzasse con due o tre sovrani tedeschi. Poi lei accettò gli inviti di alcuni inglesi molto belli e molto nobili; ma il loro contegno compassato la annoiò.

       Sembrò che si divertisse di più a tormentare il giovane Livio Savelli, che pareva proprio innamorato. Era il giovane più brillante di Roma, e per di più anche lui era un principe; ma, se gli avessero dato un romanzo da leggere, dopo venti pagine lo avrebbe gettato via dicendo che gli faceva venire il mal di testa. Agli occhi di Vanina, questo era un grave difetto.

       Verso la mezzanotte si diffuse per le sale una notizia che fece molta impressione. Un giovane carbonaro prigioniero nel forte di Sant'Angelo era fuggito quella sera stessa, grazie a un travestimento e, per un eccesso di audacia romanzesca, giunto all'ultimo corpo di guardia del carcere, con un pugnale aveva attaccato i soldati; a sua volta era stato ferito, gli sbirri gli stavano dando la caccia per le strade seguendo le tracce del suo sangue, e si sperava di riprenderlo.

       Mentre raccontavano l'episodio, don Livio Savelli, conquistato dalla grazia e dal successo di Vanina, con cui aveva appena ballato, riaccompagnandola al suo posto le disse, quasi folle d'amore:

       «Ma, di grazia, chi dunque potrà mai piacervi?»

       «Quel giovane carbonaro che è appena evaso,» gli rispose Vanina; «almeno ha fatto qualcosa di più che darsi la pena di venire al mondo.»

       Il principe don Asdrubale si avvicinò alla figlia. È un uomo ricchissimo che da vent'anni non fa i conti con il suo intendente, che gli va prestando le sue stesse rendite a un interesse molto alto. Se lo incontrate per la strada, potrete prenderlo per un vecchio attore; non vi accorgerete che le sue mani sono cariche di cinque o sei anelli enormi, con diamanti giganteschi.

       I suoi due figli si sono fatti gesuiti, e poi sono morti pazzi. Li ha dimenticati; ma lo infastidisce che la sua unica figlia, Vanina, non voglia sposarsi. Ha già diciannove anni, ed ha rifiutato i migliori partiti.

       Per quale ragione? La stessa per cui Silla abdicò: il suo disprezzo per i Romani.

       Il giorno dopo quel ballo, Vanina notò che suo padre, l'uomo più distratto del mondo e che in vita sua non si era mai preoccupato di prendere con sé una chiave, con molta attenzione chiudeva la porta di una scaletta che portava ad un appartamento al terzo piano del palazzo. Alcune finestre dell'appartamento davano su una terrazza adorna di piante d'arancio. Vanina andò a fare qualche visita in città; al suo ritorno, la vettura rientrò attraverso un cortile del retro, perché il portone del palazzo era ingombro per i preparativi di una luminaria. Vanina alzò gli occhi, e con stupore vide che una delle finestre dell'appartamento che suo padre aveva chiuso con tanta cura era aperta.

       Si liberò della dama di compagnia, salì nelle soffitte del palazzo e finalmente riuscì a trovare una piccola finestra a grata che dava sulla terrazza degli aranci.

       La finestra aperta che aveva notato era a due passi da lei. Senza dubbio quella camera era abitata; ma da chi?

       Il giorno dopo, Vanina riuscì a procurarsi la chiave di una porticina che dava sulla terrazza degli aranci.

       Piano piano si avvicinò alla finestra che era ancora aperta. Si nascose dietro una persiana. In fondo alla stanza c'era un letto, e nel letto c'era qualcuno. Il suo primo impulso fu di ritrarsi; ma scorse un abito femminile gettato su una sedia. Guardando meglio la persona distesa sul letto, vide che era bionda, e molto giovane. Non dubitò più che fosse una donna. Il vestito sulla sedia era insanguinato; c'era sangue anche sulle scarpe da donna appoggiate su un tavolo. La sconosciuta fece un movimento; Vanina vide che era ferita. Un grande panno macchiato di sangue le fasciava il petto, legato solo da nastri, ed era chiaro che quella fasciatura non era opera di un chirurgo. Vanina notò che ogni giorno, verso le quattro, suo padre si chiudeva nel proprio appartamento, e poi andava dalla sconosciuta; ridiscendeva ben presto, e saliva in carrozza per andare dalla contessa Vitelleschi. Appena era uscito, Vanina saliva sulla piccola terrazza da dove poteva scorgere la sconosciuta. La sua sensibilità era eccitata ed attratta da quella giovane donna così sfortunata; cercava di indovinarne la vicenda. Il vestito insanguinato sulla sedia sembrava lacerato da colpi di pugnale. Vanina poteva contarne gli strappi. Un giorno vide la sconosciuta più distintamente; i suoi occhi azzurri erano fissi al cielo; sembrava che stesse pregando. Quei begli occhi si riempirono presto di lacrime; la giovane principessa dovette fare uno sforzo su se stessa per non parlarle. Il giorno dopo Vanina osò nascondersi sulla terrazza prima che arrivasse suo padre. Vide don Asdrubale che entrava dalla sconosciuta: portava un piccolo paniere con delle provviste.

       Il principe sembrava inquieto e quasi non parlò. Parlava così piano che Vanina non riuscì a sentire le sue parole, sebbene la porta-finestra fosse aperta. Se ne andò quasi subito. «Questa povera donna deve avere dei nemici terribili,» pensò Vanina, «se mio padre, di solito così disattento, non osa confidarsi con nessuno e si preoccupa di salire ogni giorno centoventi scalini.»

       Una sera, mentre Vanina sporgeva pian piano la testa verso la finestra della sconosciuta, incontrò i suoi occhi, e fu così scoperta. Vanina si gettò in ginocchio ed esclamò:

       «Vi voglio bene, vi sono amica.»

       La sconosciuta le fece cenno di entrare.

       «Vi devo delle scuse,» esclamò Vanina, «la mia stupida curiosità vi ha certo offeso! Vi giuro che manterrò il segreto, e, se lo vorrete, non tornerò mai più.»

       «E chi potrebbe non essere felice di vedervi?» disse la sconosciuta. «Abitate in questo palazzo?»

       «Certo,» rispose Vanina. «Ma vedo che non mi conoscete: sono Vanina, figlia di don Asdrubale.»

       La sconosciuta la guardò stupita, arrossì, e aggiunse:

       «Degnatevi di farmi sperare che tornerete ogni giorno; ma preferirei che il principe non sapesse delle vostre visite.»

       Il cuore di Vanina batteva forte; i modi della sconosciuta le sembravano molto distinti. Questa povera giovane aveva certo offeso qualche potente; forse in un momento di gelosia aveva ucciso l'amante? Vanina non riusciva a trovare una causa volgare alla sua disgrazia. La sconosciuta le disse che era stata ferita alla spalla da un colpo di pugnale penetrato fino al petto, che la faceva soffrire molto. Spesso si trovava la bocca piena di sangue.

       «E non avete un chirurgo!» esclamò Vanina.

       «Sapete bene che a Roma,» disse la sconosciuta, «i chirurghi sono costretti a fare alla polizia un rapporto esatto su tutte le ferite che curano. Il principe stesso si degna di fasciarmi le ferite con questa benda.»

       Con una grazia perfetta la sconosciuta evitava di commuoversi per la propria disgrazia; Vanina la amava alla follia. Una cosa tuttavia stupì molto la giovane principessa, e cioè che durante una conversazione tanto seria la sconosciuta trattenesse a fatica un'improvvisa voglia di ridere.

       «Sarei felice,» le disse Vanina, «di conoscere il vostro nome. »

       «Mi chiamo Clementina.»

       «Ebbene, cara Clementina, tornerò a trovarvi domani alle cinque. »

       L'indomani Vanina trovò la sua nuova amica che stava molto male.

       «Vado a chiamare un chirurgo,» disse Vanina abbracciandola.

       «Preferirei morire,» disse la sconosciuta. «Come potrei compromettere i miei benefattori?»

       «Il chirurgo di monsignor Savelli-Catanzara, il governatore di Roma, è figlio di un nostro domestico,» insisté Vanina; «ci è fedele e per la sua posizione non teme nessuno. Mio padre non tiene conto della sua fedeltà; vado a farlo chiamare.»

       «Non voglio nessun chirurgo,» gridò la sconosciuta con una vivacità che stupì Vanina. «Venite a trovarmi, e se Dio deve chiamarmi a sé morirò felice tra le vostre braccia.»

       Il giorno dopo la sconosciuta stava ancora peggio.

       «Se mi volete bene,» disse Vanina lasciandola, «accettate un chirurgo.»

       «Se viene, la mia felicità svanisce.»

       «Vado a farlo chiamare,» ribatté Vanina.

       Senza dire niente, la sconosciuta la trattenne, e le prese la mano che coprì di baci. Seguì un lungo silenzio, la sconosciuta aveva le lacrime agli occhi. Poi lasciò la mano di Vanina, e con l'aria di chi sta per morire le disse:

       «Devo farvi una confessione. L'altro ieri ho mentito quando ho detto che mi chiamavo Clementina; sono uno sventurato carbonaro...»

       Vanina, stupita, spinse indietro la sedia e si alzò.

       «Sento,» continuò il carbonaro, «che questa confessione mi farà perdere il solo bene che mi tiene attaccato alla vita, ma ingannarvi è indegno di me. Mi chiamo Pietro Missirilli, ho diciannove anni; mio padre è un povero chirurgo di Sant'Angelo in Vado, e io sono carbonaro. Hanno scoperto la nostra vendita; in catene, dalla Romagna sono stato portato a Roma. Sepolto in una segreta illuminata giorno e notte da una lampada, vi ho passato tredici mesi. Un'anima caritatevole ha avuto l'idea di salvarmi. Mi hanno vestito da donna. Mentre stavo uscendo dalla prigione e passavo davanti alle guardie dell'ultimo portone, una di loro ha insultato i carbonari, e io gli ho dato uno schiaffo. Vi assicuro che non è stata una vana bravata, ma solo un gesto impulsivo. Inseguito nella notte per le strade di Roma, dopo questa imprudenza, ferito da colpi di baionetta, ormai quasi privo di forze, salgo in una casa la cui porta era aperta; sento i soldati dietro di me, salto in un giardino; cado a pochi passi da una donna che stava passeggiando.»

       «La contessa Vitelleschi! l'amica di mio padre,» disse Vanina.

       «Come! Lei ve lo ha detto?» esclamò Missirilli. «Comunque sia, questa signora, il cui nome non deve essere mai pronunciato, mi salvò la vita. Mentre i soldati entravano in casa sua per prendermi, vostro padre mi faceva uscire nella sua carrozza. Mi sento molto male. Da qualche giorno questo colpo di baionetta alla spalla mi impedisce di respirare. Sto per morire, e disperato, perché non vi vedrò più.»

       Vanina aveva ascoltato con impazienza, uscì rapidamente: Missirilli non scorse nessuna pietà in quegli occhi così belli, ma solo l'espressione di un carattere altero che era stato ferito.

       Nella notte giunse un chirurgo; era solo, Missirilli si sentiva disperato; temeva di non rivedere più Vanina.

       Fece qualche domanda al chirurgo, che lo curò senza rispondere. Lo stesso silenzio nei giorni seguenti. Gli occhi di Pietro non lasciavano la finestra della terrazza da cui Vanina era solita entrare; si sentiva molto infelice. Una volta, verso mezzanotte, gli sembrò di scorgere qualcuno nell'ombra della terrazza: era Vanina?

       Ogni notte Vanina andava ad appoggiare la guancia contro i vetri della finestra del giovane carbonaro.

       «Se gli parlo,» si diceva, «sono perduta! no, non devo rivederlo mai più!»

       Presa questa decisione, ricordava suo malgrado l'affetto per quel giovane, quando così stupidamente lo credeva una donna. Dopo un'intimità così dolce, bisognava dunque dimenticarlo! Nei suoi momenti più ragionevoli, Vanina era spaventata dal cambiamento delle proprie idee. Da quando Missirilli si era rivelato, tutte le cose cui aveva l'abitudine di pensare si erano come ricoperte di un velo ed apparivano solo in lontananza.

       Una settimana non era ancora passata che Vanina, pallida e tremante, entrò nella stanza del giovane carbonaro insieme con il chirurgo. Veniva a dirgli che era opportuno convincere il principe a farsi sostituire da un domestico. Rimase pochi secondi; ma qualche giorno dopo tornò ancora con il chirurgo, per umanità. Una sera, benché Missirilli stesse molto meglio e Vanina non avesse più da temere per la sua vita, osò andarci sola. Vedendola, Missirilli si sentì al colmo della felicità, ma si preoccupò di nascondere il proprio amore; prima di tutto, non voleva venire meno alla dignità che si conviene a un uomo. Vanina, che era entrata da lui con il volto coperto di rossore, e temendo dichiarazioni d'amore, rimase sconcertata dal tono di amicizia nobile e devota, ma assai poco tenera, con cui lui la accolse. Se ne andò senza che egli cercasse di trattenerla.

       Qualche giorno dopo, quando ritornò, stesso comportamento, stesse assicurazioni di devozione rispettosa e di riconoscenza eterna. Non dovendosi più preoccupare di porre un freno ai trasporti del giovane carbonaro, Vanina si chiese se non fosse lei sola ad amarlo. Questa ragazza, fino ad allora così superba, sentì con amarezza tutta la forza della propria follia. Ostentò allegria ed anche freddezza, diradò le sue visite, ma non riuscì a non vedere del tutto il giovane malato.

       Missirilli, ardendo d'amore ma pensando alla propria nascita oscura e alla propria dignità, si era ripromesso di evitare di parlare d'amore, a meno che Vanina non rimanesse otto giorni senza vederlo. L'orgoglio della giovane principessa lottò palmo a palmo.

       «Ebbene!» si disse infine, «se lo vedo è per me, per il mio piacere, e mai gli confesserò il sentimento che mi ispira.» Faceva lunghe visite a Missirilli, che le parlava come in presenza di venti persone. Una sera, dopo aver passato la giornata a detestarlo ed a ripromettersi di essere con lui ancora più fredda e severa del solito, Vanina gli disse che lo amava. Presto non ebbe più nulla da rifiutargli.

       Se la sua follia fu grande, bisogna però riconoscere che Vanina si sentì immensamente felice. Missirilli non pensò più a ciò che credeva di dovere alla propria dignità di uomo; amò come si ama per la prima volta a diciannove anni e in Italia. Provò tutti gli scrupoli dell'amore-passione, fino a confessare alla giovane principessa così fiera la tattica che aveva impiegato per farsi amare. Era stupito della propria immensa felicità. Quattro mesi passarono molto in fretta. Un giorno, il chirurgo restituì la libertà al suo malato. «E adesso cosa faccio?» pensò Missirilli; «restare nascosto nella casa di una delle più belle ragazze di Roma? E i vili tiranni che mi hanno tenuto in prigione per tredici mesi senza lasciarmi vedere la luce del giorno crederanno di avermi piegato! O Italia, sei davvero sventurata se i tuoi figli ti abbandonano per così poco!»

       Vanina non dubitava che la più grande fortuna di Pietro fosse di starle sempre accanto; lo vedeva troppo felice; ma una frase del generale Bonaparte risuonava amaramente nell'animo del giovane, e influiva su tutta la sua condotta nei confronti delle donne. Nel 1796, mentre il generale Bonaparte stava lasciando Brescia, le autorità municipali che lo accompagnavano alla porta della città gli dissero che i bresciani amavano la libertà più di tutti gli altri italiani.

       «Sì,» rispose lui, «amano parlarne alle loro amanti.»

       Assai imbarazzato, Missirilli disse a Vanina:

       «Appena sarà notte, dovrò uscire.»

       «Cerca di rientrare nel palazzo prima dell'alba; ti aspetterò.»

       «All'alba sarò a molte miglia da Roma.»

       «Benissimo,» disse Vanina con freddezza, «e dove andrai?»

       «In Romagna, a vendicarmi.»

       «Poiché sono ricca,» continuò Vanina con estrema calma, «spero che accetterai da me armi e denaro.»

       Missirilli la guardò per qualche istante senza battere ciglio poi, gettandosi nelle sue braccia:

       «Anima della mia vita,» le disse, « mi farai dimenticare tutto, anche il mio dovere. Ma più il tuo animo è nobile e più devi capirmi.»

       Vanina pianse molto, e rimasero d'accordo che lui avrebbe lasciato Roma solo due giorni dopo.

       «Pietro,» gli disse l'indomani, «mi hai detto spesso che un uomo molto noto, un principe romano per esempio, che potesse disporre di molto denaro, sarebbe in grado di rendere i più grandi servigi alla causa della libertà, qualora l'Austria si trovasse impegnata lontano da noi, in qualche grande guerra. »

       «Certamente,» disse Pietro, stupito.

       «Bene! sei un uomo coraggioso; ti manca soltanto un'alta posizione; ti offro la mia mano e duecentomila lire di rendita. Ci penso io ad ottenere il consenso di mio padre.»

       Pietro si gettò ai suoi piedi; Vanina era raggiante di gioia.

       «Ti amo appassionatamente,» le disse, «ma io sono un povero servitore della mia patria; e più l'Italia è sventurata, più devo rimanerle fedele. Per ottenere il consenso di don Asdrubale, dovrei recitare per molti anni una commedia vergognosa. Non posso accettare, Vanina.»

       Missirilli si affrettò ad impegnarsi con queste parole. Il coraggio gli stava venendo meno.

       «La mia sventura,» esclamò, «è che ti amo più della vita, e per me lasciare Roma è il peggiore dei supplizi. Ah! Perché l'Italia non è libera dai barbari! Con quale gioia mi imbarcherei con te per andare a vivere in America.»

       Vanina era raggelata. Il rifiuto della sua mano aveva sorpreso il suo orgoglio; ma presto si gettò nelle braccia di Missirilli.

       «Non mi sei mai piaciuto tanto,» esclamò. «Sì, mio piccolo chirurgo di campagna, sarò tua per sempre. Sei un grande uomo, come i nostri antichi Romani.»

       Tutte le preoccupazioni per il futuro, tutti i tristi suggerimenti del buon senso scomparvero; fu un momento di amore perfetto. Quando furono in condizione di ragionare:

       «Sarò in Romagna subito dopo di te,» disse Vanina. «Mi farò prescrivere i bagni della Porretta. Mi fermerò nel castello che abbiamo a San Nicolò, vicino a Forlì...»

       «Lì passerò la vita con te!» esclamò Missirilli.

       «Il mio destino ormai è osare tutto,» rispose Vanina con un sospiro. «Mi perderò per te, ma non importa... Ma tu, potrai amare una donna disonorata?»

       «Non sei forse la mia donna?» disse Missirilli, «una donna adorata per sempre? Saprò amarti e proteggerti.»

       Bisognava che Vanina si mostrasse in società. Si erano appena lasciati che Missirilli cominciò a trovare barbara la propria condotta. «Che cosa è poi la patria?» si diceva. «Non è una creatura cui dobbiamo riconoscenza per qualche beneficio, e che diventa infelice e può maledirci se manchiamo in qualcosa. La patria e la libertà, sono come il mio mantello; sono qualcosa che mi è utile, che devo acquistare, è vero, se non l'ho avuta in eredità da mio padre; ma, in fin dei conti, amo la patria e la libertà perché mi sono utili. Se non mi servono, se per me diventano come un mantello in agosto perché comprarle, e ad un prezzo così alto? Vanina è così bella! ha un carattere talmente singolare! Cercheranno di piacerle, e lei mi dimenticherà. Quale donna ha avuto un solo amante? Questi principi romani, che come cittadini disprezzo, hanno tali vantaggi su di me! Devono essere così amabili! E certo che se parto lei mi dimenticherà, e la perderò per sempre. »

       Vanina venne a trovarlo in piena notte, lui le parlò dell'incertezza in cui era sprofondato e la discussione alla quale, per amor suo, aveva sottoposto quella grande parola patria. Vanina era felice. «Se fosse costretto a scegliere tra la patria e me,» si diceva, «io sarei la preferita.»

       L'orologio della chiesa vicina suonò le tre, era il momento degli ultimi addii. Pietro si sciolse dalle braccia della sua amica. Stava già scendendo la scaletta quando Vanina, trattenendo le lacrime, gli disse sorridendo:

       «Se fossi stato curato da una povera donna di campagna, non faresti niente per ricompensarla? Non cercheresti di pagarla? Il futuro è incerto, stai per andare tra i tuoi nemici: concedimi tre giorni per riconoscenza, come se fossi una povera donna, per pagare le mie cure.»

       Missirilli rimase. Finalmente lasciò Roma. Grazie ad un passaporto comprato presso un'ambasciata straniera, raggiunse la sua famiglia. Fu una grande gioia: lo credevano morto. I suoi amici vollero celebrare il suo ritorno ammazzando uno o due carabinieri (è il nome dei gendarmi negli Stati del Papa).

       «Non dobbiamo uccidere, senza che sia necessario, un italiano che sa usare le armi,» disse Missirilli, «la nostra patria non è un'isola come la felice Inghilterra: ci mancano soldati, per resistere all'intervento dei re d'Europa.»

       Qualche tempo dopo, Missirilli, messo alle strette dai carabinieri, ne uccise due con le pistole che Vanina gli aveva dato. Sulla sua testa fu posta una taglia.

       Vanina non si vedeva ancora in Romagna: Missirilli si credette dimenticato. Il suo orgoglio ne fu ferito: cominciava a pensare molto alla differenza di condizione sociale che lo separava dalla sua amante. In un momento di tenerezza e di rimpianto per la felicità passata, pensò di tornare a Roma per vedere cosa stava facendo Vanina. Questa folle idea stava per sottrarlo a quello che considerava il proprio dovere, quando una sera la campana di una chiesa della montagna suonò l'Angelus in modo strano, come se il campanaro fosse distratto.

       Era un segnale di riunione per la vendita carbonara a cui Missirilli si era affiliato appena arrivato in Romagna. Quella notte si ritrovarono tutti presso un eremo nella foresta. I due eremiti, addormentati con l'oppio, non si accorsero affatto dell'uso che si faceva della loro piccola dimora. Missirilli, che vi era arrivato tristissimo, seppe che il capo della vendita era stato arrestato e che lui, giovane di appena vent'anni, stava per essere eletto capo di una vendita che comprendeva uomini di più di cinquant'anni e che erano nelle cospirazioni dalla spedizione di Murat del 1815. Ricevendo questo onore insperato, Pietro si sentì battere il cuore.

       Appena fu solo, decise di non pensare più alla giovane romana che l'aveva dimenticato, e di consacrare ogni suo pensiero al dovere di liberare l'Italia dai barbari.

       Due giorni dopo, Missirilli vide sul rapporto degli arrivi e delle partenze, che gli procuravano in quanto capo della vendita, che la principessa Vanina era arrivata nel suo castello di San Nicolò. La lettura di quel nome lo turbò, più che rallegrarlo. Invano pensò di garantire la propria fedeltà alla patria impegnandosi a non volare quella sera stessa al castello di San Nicolò: il timore di trascurare Vanina gli impedì di compiere con calma i suoi doveri.

       La vide il giorno dopo; lo amava come a Roma. Suo padre, che voleva che si sposasse, aveva ritardato la sua partenza.

       Portava con sé 2000 zecchini. Questo aiuto imprevisto servì meravigliosamente ad accrescere il credito di Missirilli nella sua nuova carica. Si ordinarono dei pugnali a Corfù; fu comprato il segretario privato del legato, che aveva il compito di perseguitare i carbonari. Fu ottenuta anche la lista dei parroci che facevano la spia per il governo.

       In quel periodo fu organizzata una delle cospirazioni meno folli che mai siano state tentate nella sventurata Italia. Non entrerò qui in particolari che sarebbero fuori luogo. Mi limiterò a dire che se il successo avesse coronato l'impresa, Missirilli avrebbe potuto rivendicare buona parte della gloria. Grazie a lui, parecchie migliaia di insorti si sarebbero mossi ad un segnale convenuto, in armi avrebbero atteso l'arrivo dei capi superiori. Il momento decisivo si stava avvicinando quando, come sempre accade, la cospirazione fu paralizzata dall'arresto dei capi.

       Appena giunta in Romagna, Vanina credette di capire che l'amor di patria avrebbe fatto dimenticare al suo amante ogni altro amore. L'orgoglio della giovane romana ne rimase ferito. Tentò invano di farsene una ragione; cadde in preda a un cupo dolore; si sorprese a maledire la libertà.

       Un giorno che era venuta a Forlì per incontrare Missirilli, non riuscì a dominare il proprio dolore, che fino ad allora era stato controllato dal suo orgoglio.

       «Mi ami come un marito,» gli disse, «questo non fa per me.»

       E si mise a piangere; ma era per la vergogna di essersi abbassata a delle recriminazioni. Missirilli rispose alle sue lacrime col contegno di un uomo preoccupato. Di colpo Vanina pensò di lasciarlo e di tornare a Roma. Provò una gioia crudele nel punirsi della debolezza che l'aveva spinta a parlare. Dopo qualche istante di silenzio, la sua decisione fu presa; si sarebbe ritenuta indegna di Missirilli se non lo avesse lasciato. Già godeva della dolorosa sorpresa di lui quando l'avrebbe cercata invano accanto a sé. Poi l'idea di non essere riuscita ad ottenere l'amore dell'uomo per il quale aveva fatto tante follie, la intenerì profondamente. Allora ruppe il silenzio, e fece di tutto per strappargli una parola d'amore. Lui le disse con tono distratto delle parole molto tenere, ma fu con un tono ben diversamente profondo che, parlando dei suoi progetti politici, esclamò con dolore:

       «Ah! se l'impresa fallisce, se il governo la scopre ancora una volta, io abbandono la partita.»

       Vanina rimase immobile. Da un'ora sentiva che stava vedendo il suo amante per l'ultima volta. La frase che lui aveva appena detto, gettò una luce sinistra nel suo animo. Si disse: «I carbonari hanno ricevuto da me molte migliaia di zecchini. È impossibile dubitare della mia fedeltà alla cospirazione.»

       Vanina uscì dai propri pensieri solo per dire a Pietro: «Vuoi venire a passare ventiquattr'ore con me nel castello di San Nicolò? La vostra riunione di stasera non ha bisogno della tua presenza. Domattina, a San Nicolò, potremo fare una passeggiata; ciò ti calmerà e ti restituirà tutto il sangue freddo di cui hai bisogno in questa importante circostanza.»

       Pietro acconsentì.

       Vanina lo lasciò per i preparativi del viaggio, chiudendo a chiave, come di consueto, la cameretta dove l'aveva nascosto.

       Corse da una delle sue cameriere, che l'aveva lasciata per sposarsi e avviare un piccolo commercio a Forlì.

       Giunta nella casa di questa donna, in fretta scrisse sul margine di un libro di preghiere, trovato nella camera, l'indicazione esatta del luogo dove quella notte stessa si sarebbe riunita la vendita dei carbonari. Concluse la sua denuncia con queste parole: «La vendita è composta di diciannove membri; ecco i nomi e gli indirizzi.» Scritta la lista, esatta tranne che vi era omesso il nome di Missirilli, disse alla donna, di cui si fidava:

       «Porta questo libro al cardinale legato; che legga quanto c'è scritto, e te lo restituisca. Eccoti dieci zecchini, se il legato fa il tuo nome, la tua morte è certa; ma tu mi salvi la vita, se gli fai leggere la pagina che ho scritto.»

       Tutto andò meravigliosamente bene. Il legato, per paura, non si comportò da gran signore. Permise alla popolana che chiedeva di parlargli, di apparirgli davanti con il volto coperto, ma a condizione che avesse le mani legate. In questo stato la negoziante fu introdotta alla presenza del grande personaggio, che trovò trincerato dietro un immenso tavolo ricoperto di un tappeto verde.

       Il legato lesse le pagine del libro di preghiere, tenendolo a debita distanza, per paura di qualche sottile veleno. Lo restituì alla negoziante, e non la fece seguire. Meno di quaranta minuti dopo aver lasciato il suo amante, Vanina, che aveva visto tornare la sua ex cameriera, riapparve davanti a Missirilli, convinta che ormai sarebbe stato tutto per lei. Gli disse che in città c'era un movimento eccezionale, si vedevano pattuglie di carabinieri in strade dove non andavano mai.

       «Credimi,» aggiunse, «ci conviene partire subito per San Nicolò. »

       Missirilli acconsentì. A piedi raggiunsero la carrozza della giovane principessa che, con la sua dama di compagnia, confidente discreta e ben pagata, la stava aspettando a mezza lega dalla città.

       Giunta al castello di San Nicolo, Vanina, inquieta per la propria condotta, divenne ancora più tenera con il suo amante. Ma mentre gli parlava d'amore, le sembrava di recitare una commedia. Nel momento del tradimento non aveva pensato al rimorso. Stringendo il suo amante tra le braccia, si diceva: «C'è una parola che potrebbero dirgli, e se questa parola venisse pronunciata lui avrebbe orrore di me, subito e per sempre.»

       In piena notte, uno dei domestici di Vanina entrò all'improvviso nella camera. Quest'uomo, senza che lei lo sapesse, era un carbonaro. Missirilli aveva dunque dei segreti per lei, anche su cose di così poco conto. Vanina fremé. L'uomo veniva ad avvertire Missirilli che durante la notte, a Forlì, le case di diciannove carbonari erano state circondate, e loro stessi arrestati mentre ritornavano dalla vendita. Nonostante fossero stati colti di sorpresa, nove erano fuggiti. I carabinieri avevano potuto condurne dieci nella prigione della cittadella. Mentre vi stavano entrando, uno di loro si era gettato nel pozzo, così profondo, e si era ucciso.

       Vanina ne fu sconvolta; per fortuna Pietro non se ne accorse: avrebbe potuto leggerle il crimine negli occhi.

       «...In questo momento,» aggiunse il domestico, «la guarnigione di Forlì è disposta in fila lungo tutte le strade. I soldati sono così vicini l'uno all'altro da potersi parlare. Gli abitanti possono attraversare la strada solo dove c'è un ufficiale. »

       Uscito l'uomo, Pietro rimase pensieroso per un attimo:

       «Per il momento non c'è niente da fare,» disse infine.

       Vanina si sentiva morire; tremava sotto lo sguardo del suo amante.

       «Ma cos'è che hai?» le disse lui, poi pensò ad altro, e smise di guardarla. Verso la metà del giorno seguente, lei si azzardò a dirgli:

       «Ecco un'altra vendita scoperta; immagino che rimarrai tranquillo per un po'.»

       «Molto tranquillo,» rispose Missirilli con un sorriso che la fece fremere.

       Vanina andò a fare una visita di dovere al curato del villaggio di San Nicolò, che forse era una spia dei gesuiti. Rientrando per cena, alle sette, trovò deserta la stanzetta in cui il suo amante stava nascosto. Fuori di sé, corse a cercarlo per tutta la casa, non c'era proprio.

       Disperata, ritornò nella stanzetta, e solo allora vide un biglietto; lo lesse:

       «Vado a costituirmi al legato; non ho più speranza nella nostra causa; il cielo è contro di noi. Chi ci ha traditi? apparentemente quello sciagurato che si è gettato nel pozzo. Poiché la mia vita non serve alla povera Italia, non voglio che i miei compagni, vedendo che io solo non sono stato arrestato, possano credere che li ho venduti. Addio; se mi ami, pensa a vendicarmi. Rovina, annienta l'infame che ci ha traditi, anche se fosse mio padre.»

       Vanina cadde su una sedia, semisvenuta e in preda ad un dolore immenso. Non riusciva a pronunciar parola; i suoi occhi erano asciutti e le bruciavano.

       «Oh Dio!» esclamò, «accogliete il mio voto; sì, punirò l'infame che ha tradito; ma prima bisogna restituire la libertà a Pietro.»

       Un'ora dopo, era in viaggio per Roma. Da molto tempo, suo padre insisteva perché tornasse. Durante la sua assenza, aveva combinato il suo matrimonio con il principe Livio Savelli. Appena Vanina fu arrivata, egli gliene parlò con trepidazione. Con suo grande stupore, lei acconsentì alla prima parola. La sera stessa, in casa della contessa Vitelleschi, suo padre le presentò quasi ufficialmente don Livio; lei parlò a lungo con lui. Era il giovane più elegante e aveva i cavalli più belli; ma, anche se tutti dicevano che era di spirito vivace, il suo carattere era ritenuto talmente leggero che non era minimamente sospettato dal governo. Vanina pensò che facendogli perdere la testa, avrebbe potuto farne un utile agente. Dal momento che era nipote di Monsignor Savelli-Catanzara, governatore di Roma e ministro della polizia, Vanina pensava che le spie non avrebbero osato seguirlo.

       Dopo aver trattato molto bene, per qualche giorno, l'amabile don Livio, Vanina gli annunciò che non avrebbe mai potuto diventare il suo sposo; era troppo leggero, secondo lei.

       «Se non foste un ragazzo,» gli disse, «gli agenti di vostro zio non avrebbero segreti per voi. Per esempio, cosa si sta decidendo nei confronti dei carbonari scoperti ultimamente a Forlì?»

       Due giorni dopo, don Livio venne a dirle che tutti i carbonari catturati a Forlì erano evasi. Vanina fissò su di lui i suoi grandi occhi neri con un amaro sorriso carico di disprezzo, e non lo degnò più di una parola per tutta la sera. Due giorni dopo, don Livio venne a confessarle, arrossendo, che la prima volta l'avevano ingannato.

       «Ma,» le disse, «mi sono procurato una chiave dell'ufficio di mio zio; dai documenti che vi ho trovato, ho visto che una congregazione (o commissione) composta dei cardinali e dei prelati più accreditati si riunisce nel più grande segreto e delibera sul fatto se convenga processare questi carbonari a Ravenna o a Roma. I nove carbonari presi a Forlì e il loro capo, un certo Missirilli, che ha commesso la sciocchezza di costituirsi, in questo momento si trovano nel castello di San Leo.»

       Alla parola sciocchezza, Vanina strinse con forza il braccio del principe.

       «Anch'io,» gli disse, «voglio vedere i rapporti ufficiali ed entrare con voi nell'ufficio di vostro zio; avrete letto male.»

       A queste parole, don Livio rabbrividì; Vanina gli chiedeva una cosa quasi impossibile; ma il carattere bizzarro di quella ragazza raddoppiava il suo amore. Pochi giorni dopo, Vanina travestita da uomo, con una graziosa livrea di casa Savelli, poté trascorrere una mezz'ora tra le carte più segrete del ministro della polizia. Provò un impulso di grande gioia quando scoprì il rapporto giornaliero sull'imputato Pietro Missirilli. Le tremavano le mani tenendo quella carta. Rileggendo quel nome fu sul punto di sentirsi male. Uscita dal palazzo del governatore di Roma, Vanina permise a don Livio di abbracciarla.

       «Superate bene,» gli disse, «le prove a cui vi sottopongo.»

       Dopo questa frase, il giovane principe avrebbe dato fuoco al Vaticano per far piacere a Vanina. Quella sera, c'era un ballo all'ambasciata di Francia; lei danzò molto e quasi sempre con lui. Don Livio era ubriaco di felicità, bisognava impedirgli di pensare.

       «Mio padre qualche volta è strano,» gli disse un giorno Vanina; «stamani ha licenziato due suoi domestici che sono venuti a piangere da me. Uno mi ha chiesto di essere sistemato da vostro zio il governatore di Roma; l'altro, che è stato soldato d'artiglieria sotto i Francesi, vorrebbe essere impiegato a Castel San'Angelo.»

       «Li prendo tutti e due al mio servizio,» disse subito il principe.

       «Vi ho forse chiesto questo?» replicò Vanina con fierezza. «Vi ripeto testualmente la preghiera di quei due poveretti; devono ottenere ciò che hanno chiesto, e nient'altro.»

       Niente di più difficile. Monsignor Catanzara era tutt'altro che un uomo leggero, e in casa sua ammetteva solo persone a lui ben note. Immersa in una vita apparentemente piena di piaceri, Vanina, tormentata dai rimorsi, era molto infelice. La lentezza degli avvenimenti la uccideva. L'uomo d'affari di suo padre le aveva procurato del denaro. Doveva fuggire dalla casa paterna e andare in Romagna, per tentare di far evadere il suo amante? Anche se quest'idea era assurda, stava per attuarla, quando il caso ebbe pietà di lei. Don Livio le disse:

       «I dieci carbonari della vendita Missirilli stanno per essere trasferiti a Roma, e dopo la condanna verranno poi giustiziati in Romagna. Ecco cosa ha ottenuto stasera mio zio dal Papa. In tutta Roma, noi due soltanto conosciamo questo segreto. Siete contenta?»

       «State diventando un uomo,» rispose Vanina, «regalatemi il vostro ritratto.»

       Il giorno prima dell'arrivo di Missirilli a Roma, Vanina trovò un pretesto per andare a Civita Castellana. È nella prigione di quella città che di solito vengono fatti sostare, per la notte, i carbonari trasferiti dalla Romagna a Roma. Il mattino, vide Missirilli mentre stava uscendo dalla prigione; era in catene su una carretta; le sembrò molto pallido, ma per niente scoraggiato. Una vecchia gli gettò un mazzolino di viole; Missirilli sorrise, ringraziandola.

       Vanina aveva visto il suo amante. I suoi pensieri ripresero vigore; un nuovo coraggio la animò. Da molto tempo aveva fatto ottenere un buon avanzamento all'abate Cari, elemosiniere di Castel San'Angelo, dove il suo amante sarebbe stato rinchiuso; aveva preso come confessore quel buon prete. A Roma, non è cosa da nulla essere confessore di una principessa, nipote del governatore.

       Il processo contro i carbonari di Forlì non durò a lungo. Per vendicarsi del loro arrivo a Roma, che non aveva saputo impedire, il partito ultra ottenne che la commissione dei giudici fosse composta dei prelati più ambiziosi. La commissione fu presieduta dal ministro della polizia.

       La legge contro i carbonari è chiara: quelli di Forlì non potevano nutrire alcuna speranza; tuttavia difesero lo stesso le loro vite con tutti i sotterfugi possibili. Non solo i loro giudici li condannarono a morte, ma molti proposero supplizi atroci, come il taglio della mano, ecc. Il ministro della polizia, la cui carriera era ormai assicurata (perché si lascia quel posto solo per prendere il cappello cardinalizio), non aveva affatto bisogno di mani mozzate: portando la sentenza al Papa, fece commutare la pena di tutti i condannati in qualche anno di carcere. Ad eccezione di Pietro Missirilli. In questo giovane il ministro vedeva un fanatico pericoloso, e d'altra parte era già stato condannato a morte per l'uccisione dei due carabinieri di cui abbiamo parlato. Vanina seppe della sentenza e della commutazione pochi istanti dopo che il ministro era uscito dall'udienza con il Papa.

       Il giorno dopo, Monsignor Catanzara rientrò nel suo palazzo verso la mezzanotte, e non trovò il suo cameriere privato; stupito, il ministro suonò più volte; finalmente apparve un vecchio domestico rimbecillito: spazientito, il ministro decise di spogliarsi da solo.

       Chiuse la porta a chiave; faceva molto caldo: prese il suo abito e lo gettò ripiegato su una sedia. Lanciato con troppa forza, l'abito oltrepassò la sedia e andò a colpire la tenda di mussola della finestra, disegnando la forma di un uomo. Il ministro si precipitò verso il letto ed afferrò la pistola. Stava tornando verso la finestra, quando un giovane in livrea gli si avvicinò con la pistola in pugno. A quella vista, il ministro prese la mira; stava per tirare. Il giovane gli disse ridendo:

       «Come, Monsignore! non riconoscete Vanina Vanini?»

       «Che significa questo scherzo di cattivo gusto?» replicò il ministro, infuriato.

       «Ragioniamo con calma,» disse la ragazza. «Intanto la vostra pistola è scarica.»

       Il ministro, stupito, constatò che era vero; quindi estrasse un pugnale dalla tasca del gilet.

       Con un delizioso tono autoritario, Vanina gli disse:

       «Sediamoci, Monsignore.»

       E si sedette tranquillamente su un divano.

       «Almeno siete sola?» disse il ministro.

       «Assolutamente sola, ve lo giuro!» esclamò Vanina.

       Il ministro si preoccupò di verificarlo: fece il giro della stanza e guardò dappertutto; quindi si sedette su una sedia a tre passi da Vanina.

       «Quale interesse avrei,» disse Vanina con tono dolce e tranquillo, «ad attentare alla vita di un uomo moderato che probabilmente verrebbe sostituito da qualche uomo debole dalla testa calda, capace di perdere se stesso e gli altri?»

       «Insomma, che cosa volete, signorina?» disse il ministro irritato. «Questa scena non mi si addice, ed è ora che finisca.»

       «Quello che sto per dire,» riprese Vanina con alterigia e dimenticando di colpo la sua cortesia, «interessa voi più che me. C'è chi vuole che il carbonaro Missirilli abbia salva la vita; se viene giustiziato, non gli sopravviverete di una settimana. Non ho alcun interesse in questa storia; la follia di cui vi lamentate, l'ho fatta prima di tutto per divertirmi, e poi per fare un piacere a una mia amica. Ho voluto,» continuò Vanina, riprendendo il suo tono amabile, «ho voluto rendere un servizio a un uomo d'ingegno, che presto sarà mio zio ed è destinato, secondo ogni apparenza, a portare molto in alto la fortuna della sua casata.»

       Il ministro si rasserenò: la bellezza di Vanina contribuì senz'altro a questo rapido cambiamento. Era ben nota a Roma l'inclinazione di Monsignor Catanzara per le belle donne e, nel suo travestimento da valletto di casa Savelli, con le calze di seta aderenti, la giubba rossa, i calzoni azzurri gallonati d'argento, e la pistola in mano, Vanina era incantevole.

       «Mia cara futura nipote,» disse il ministro quasi sorridendo, «la vostra è una grande pazzia, e non sarà l'ultima.»

       «Spero che un personaggio tanto saggio,» rispose Vanina, «saprà mantenere il segreto, soprattutto con don Livio; e per impegnarvi, caro zio, se mi accordate la vita del protetto della mia amica, vi darò un bacio.»

       Continuando la conversazione su questo tono leggermente scherzoso, con cui le dame romane sanno trattare anche gli affari più importanti, Vanina riuscì a dare a questo colloquio, iniziato con la pistola in pugno, il tono di una visita fatta dalla giovane principessa Savelli allo zio governatore di Roma.

       Ben presto Monsignor Catanzara, pur respingendo con alterigia l'idea di aver ceduto alla paura, si mise ad esporre alla nipote tutte le difficoltà che avrebbe incontrato nel tentativo di salvare la vita di Missirilli. Mentre parlava, il ministro passeggiava per la stanza con Vanina; prese una caraffa di limonata che era sul caminetto e ne riempì un bicchiere di cristallo. Lo stava portando alle labbra quando Vanina lo afferrò e, dopo averlo tenuto in mano per un po', come per distrazione lo lasciò cadere nel giardino. Un attimo dopo, il ministro prese un cioccolatino da una bomboniera, Vanina glielo tolse di mano e gli disse sorridendo:

       «Attento, qui tutto è avvelenato; volevano uccidervi. Io ho ottenuto la grazia per il mio futuro zio, per non entrare a mani vuote nella famiglia Savelli.»

       Monsignor Catanzara, molto stupito, ringraziò la nipote, e le dette grandi speranze per la vita di Missirilli.

       «Il nostro accordo è concluso!» esclamò Vanina, «e come prova, ecco la ricompensa,» disse, abbracciandolo.

       Il ministro accettò la ricompensa.

       «Dovete sapere, mia cara Vanina,» aggiunse, «che io non amo il sangue. D'altra parte, sono ancora giovane, anche se a voi posso forse sembrare molto vecchio, e può capitarmi di vivere in un tempo in cui il sangue versato oggi potrebbe costituire una colpa.»

       Suonavano le due quando Monsignor Catanzara accompagnò Vanina alla porta del suo giardino.

       Due giorni dopo, quando il ministro si presentò al Papa, assai imbarazzato per il passo che doveva fare, Sua Santità gli disse:

       «Prima di tutto, devo chiedervi una grazia. Tra quei carbonari di Forlì, ce n'è uno che è rimasto condannato a morte; quest'idea mi impedisce di dormire: bisogna salvare quell'uomo.»

       Il ministro, vedendo il Papa già deciso, fece molte obiezioni, e solo alla fine scrisse un decreto o motu proprio, che il Papa siglò, contrariamente alla consuetudine.

       Vanina aveva pensato che probabilmente avrebbe ottenuto la grazia per il suo amante, ma che avrebbero tentato di avvelenarlo. Fin dalla vigilia, Missirilli aveva ricevuto dall'abate Cari, il suo confessore, alcuni pacchetti di gallette, con la raccomandazione di non toccare il cibo passato dallo Stato.

       Vanina, avendo poi saputo che i carbonari di Forlì sarebbero stati trasferiti nel castello di San Leo, volle cercare di vedere Missirilli al suo passaggio da Civita Castellana; giunse in questa città ventiquattro ore prima dei prigionieri; vi trovò l'abate Cari, che l'aveva preceduta di parecchi giorni.

       Aveva ottenuto dal carceriere che Missirilli potesse ascoltare la messa, a mezzanotte, nella cappella della prigione. Si giunse più in là: se Missirilli avesse consentito a lasciarsi legare le braccia e le gambe con una catena, il carceriere si sarebbe ritirato verso la porta della cappella, in modo da vedere sempre il prigioniero di cui era responsabile, ma senza poterne udire i discorsi.

       Giunse finalmente il giorno che doveva decidere della sorte di Vanina. Fin dal mattino, lei si chiuse nella cappella della prigione. Chi potrebbe dire i pensieri che la agitarono durante quella lunga giornata? Era stata lei a denunciare la sua vendita, ed era stata ancora lei a salvargli la vita. Quando la ragione prendeva il sopravvento in quell'anima tormentata, Vanina sperava ch'egli avrebbe accettato di lasciare l'Italia insieme con lei: se aveva peccato, lo aveva fatto per eccesso d'amore. Quando suonarono le quattro, sentì da lontano, sul selciato, il passo dei cavalli dei carabinieri. Il rumore di ognuno di quei passi sembrava rimbombarle nel cuore. Ben presto distinse il rotolio delle carrette che trasportavano i prigionieri. Si fermarono sulla piazzetta davanti alla prigione; vide due carabinieri sollevare Missirilli, solo su una carretta, talmente carico di catene da non potersi muovere. «Almeno è vivo,» si disse con le lacrime agli occhi, «non l'hanno ancora avvelenato!». La sera fu crudele; solo la lampada dell'altare, posta molto in alto e per la quale il carceriere risparmiava l'olio, illuminava la tetra cappella. Lo sguardo di Vanina errava sulle tombe di certi gran signori del medioevo morti nella vicina prigione. Le loro statue avevano un aspetto feroce.

       Ogni rumore era cessato da tempo; Vanina era immersa nei suoi neri pensieri. Poco dopo i rintocchi della mezzanotte, credette di udire un rumore leggero come il volo di un pipistrello. Volle muoversi, e cadde semisvenuta sulla balaustra dell'altare. In quello stesso istante, due fantasmi le apparvero accanto, senza che li avesse sentiti entrare. Erano il carceriere e Missirilli, così carico di catene da sembrare fasciato. Il carceriere scoprì una lanterna e la appoggiò sulla balaustra dell'altare, di fianco a Vanina, in modo da poter vedere bene il suo prigioniero. Poi si ritirò sul fondo, vicino alla porta. Appena il carceriere si fu allontanato, Vanina si gettò al collo di Missirilli.

       Stringendolo tra le sue braccia, non sentì altro che le sue catene fredde e pungenti. «Chi gli ha messo queste catene?» pensò. Non provò alcun piacere ad abbracciare il suo amante. A quel dolore ne seguì un altro più acuto; per un attimo credette che Missirilli conoscesse il suo crimine, tanto glaciale era la sua accoglienza.

       «Mia cara amica,» le disse finalmente, «mi addolora l'amore che avete per me; invano cerco di capire che cosa in me abbia potuto ispirarvelo. Credetemi, torniamo a sentimenti più cristiani, dimentichiamo le illusioni che un tempo ci hanno travolto; non posso appartenervi. La costante sventura che ha accompagnato le mie imprese deriva forse dallo stato di peccato mortale in cui mi sono sempre trovato. E, anche ad ascoltare i soli consigli della prudenza, perché non sono stato arrestato con i miei amici, nella fatale notte di Forlì? Perché, nel momento del pericolo, non ero al mio posto? Perché la mia assenza ha potuto autorizzare i sospetti più crudeli? Avevo un'altra passione, che non era quella della libertà dell'Italia.»

       Vanina non si riaveva dalla sorpresa che le provocava il cambiamento di Missirilli. Pur non essendo molto dimagrito, sembrava che avesse trent'anni. Vanina attribuì questo cambiamento ai maltrattamenti che aveva subito in carcere; scoppiò in singhiozzi.

       «Ah!» gli disse, «i carcerieri avevano assicurato che ti avrebbero trattato umanamente.»

       Il fatto è che, all'avvicinarsi della morte, tutti i principi religiosi che potevano accordarsi con la passione per la libertà dell'Italia erano riapparsi nel cuore del giovane carbonaro. Poco a poco Vanina si accorse che il sorprendente cambiamento che notava nel suo amante era tutto morale, e niente affatto una conseguenza di maltrattamenti fisici. Il suo dolore, che credeva già insopportabile, aumentò ancora.

       Missirilli taceva; Vanina si sentiva soffocare dai singhiozzi. Anch'egli un po' commosso, disse:

       «Se amassi qualcosa in questo mondo, sareste voi, Vanina; ma, grazie a Dio, non ho più che uno scopo nella vita: morirò in prigione o nel tentativo di dare la libertà all'Italia.»

       Ci fu ancora silenzio; Vanina non riusciva proprio a parlare: invano tentò di farlo. Missirilli continuò:

       «Il dovere è crudele, amica mia; ma se non si soffrisse nel compierlo, in cosa consisterebbe l'eroismo? Datemi la vostra parola che non cercherete più di vedermi.»

       Per quanto glielo permetteva la sua catena così stretta, fece un piccolo movimento con la mano, e tese le dita a Vanina.

       «Se permettete a un uomo che vi fu caro di darvi un consiglio, siate ragionevole e sposate l'uomo perbene che vostro padre vi ha scelto. Non fategli nessuna confidenza spiacevole; e non cercate più di rivedermi; ormai siamo estranei l'uno all'altra. Avete prestato una somma considerevole per servire la patria; se mai essa sarà liberata dai suoi tiranni, quella somma vi sarà regolarmente restituita in beni nazionali.»

       Vanina era sconvolta. Mentre le parlava, lo sguardo di Pietro si era acceso solo nel momento in cui aveva pronunciato la parola patria.

       Finalmente l'orgoglio venne in aiuto della giovane principessa; aveva portato con sé diamanti e piccole lime. Senza rispondere a Missirilli, glieli offrì.

       «Accetto per dovere,» le disse, «perché devo tentare la fuga; ma non vi vedrò mai più, lo giuro di fronte a questi vostri nuovi favori. Addio, Vanina; promettetemi di non scrivermi mai, di non cercare mai di vedermi; lasciatemi tutto alla patria, io sono morto per voi; addio.»

       «No,» rispose Vanina con furore, «voglio che tu sappia che cosa ho fatto, spinta dall'amore che provavo per te.»

       Allora gli raccontò tutto quello che aveva fatto da quando Missirilli aveva lasciato il castello di San Nicolò, per andare a costituirsi al legato.

       Finito il racconto:

       «E tutto questo è niente,» disse Vanina, «ho fatto ben altro, per amor tuo.»

       Allora gli parlò del suo tradimento.

       «Ah, mostro!» gridò Pietro furibondo, gettandosi su di lei, e cercava di colpirla con le sue catene.

       Ci sarebbe riuscito se il carceriere non fosse accorso alle prime grida, afferrando Missirilli.

       «Tieni, mostro, non voglio doverti niente,» disse Missirilli a Vanina gettandole contro, per quanto le catene glielo permettevano, le lime e i diamanti, e rapidamente si allontanò.

       Vanina rimase inebetita. Tornò a Roma; il giornale oggi annuncia che si è sposata con il principe don Livio Savelli.

 

SAN FRANCESCO A RIPA

 

 

 

Ariste e Dorante hanno trattato

quest'argomento, e ciò ha dato a

Erasto l'idea di trattarlo anche lui.

       30 settembre

 

       Traduco da un cronista italiano il racconto particolareggiato degli amori di una principessa romana con un Francese. Si era nel 1726, ai primi del secolo scorso. Tutti gli abusi del nepotismo fiorivano allora a Roma. Mai la corte era stata più brillante. Regnava Benedetto XIII (Orsini), o meglio suo nipote, il principe Campobasso, dirigeva in suo nome tutti gli affari grandi e piccoli. Da ogni parte, gli stranieri affluivano a Roma; i principi italiani, i nobili di Spagna, ancora ricchi dell'oro del Nuovo Mondo, vi accorrevano a schiere. Qui tutti i ricchi e i potenti vivevano al di sopra delle leggi. La galanteria e la magnificenza sembravano la sola occupazione di tanti stranieri e italiani riuniti.

       Le due nipoti del papa, la contessa Orsini e la principessa Campobasso, si dividevano la potenza dello zio e gli omaggi della corte. La loro bellezza le avrebbe fatte notare anche nelle classi più infime della società. La Orsini, come si dice familiarmente a Roma, era allegra e disinvolta, la Campobasso tenera e pia; ma quest'anima delicata era capace degl'impeti più violenti. Senza essere nemiche dichiarate, pur incontrandosi ogni giorno dal papa e vedendosi spesso a casa loro, queste dame erano rivali in tutto: beltà, ascendente, ricchezza.

       La contessa Orsini, meno bella, ma brillante, frivola, attiva, intrigante, aveva degli amanti di cui non si curava affatto, e che duravano un giorno soltanto. Era felice quando poteva vedere duecento persone riunite nelle sue sale, e regnar su di esse. Si burlava altamente della cugina, la Campobasso, che, dopo essersi fatta vedere dappertutto, per tre anni di seguito, con un duca spagnolo, aveva finito per ordinargli di lasciare Roma entro ventiquattr'ore, e sotto pena di morte. «Dopo quella grande impresa,» diceva l'Orsini, «la mia sublime cugina non ha più sorriso. Soprattutto da qualche mese è evidente che la povera donna muore di noia o d'amore, e suo marito, che non è uno sciocco, fa passare questa noia agli occhi del papa, nostro zio, per profonda devozione. Prevedo che questa devozione la spingerà a compiere un pellegrinaggio in Spagna».

       La Campobasso non rimpiangeva affatto il suo Spagnolo, che per almeno due anni l'aveva mortalmente annoiata. Se l'avesse rimpianto, l'avrebbe mandato a cercare, perché era uno di quei temperamenti naturali e appassionati, come non è raro incontrarne a Roma. Piena di esaltato fervore religioso, sebbene di ventitré anni appena e nel pieno fiore della bellezza, talvolta si gettava in ginocchio davanti allo zio supplicandolo di darle la benedizione papale, che, come troppo pochi sanno, assolve, anche senza confessione, da ogni peccato, eccetto due o tre particolarmente atroci. Il buon Benedetto XIII piangeva di commozione. «Alzati, nipote mia, » le diceva, «tu non hai bisogno della benedizione, tu vali più di me agli occhi di Dio.»

       In questo, benché infallibile, si sbagliava, al pari di tutta Roma. La Campobasso era perdutamente innamorata, il suo amante corrispondeva alla sua passione e tuttavia ella era molto infelice. Da parecchi mesi ormai vedeva quasi tutti i giorni il cavaliere di Sénecé, nipote del duca di Saint-Aignan, a quel tempo ambasciatore di Luigi XV a Roma.

       Figlio di una delle amanti del reggente Filippo d'Orléans, il giovane Sénecé godeva in Francia del più alto favore: per quanto avesse appena ventidue anni, era da molto tempo colonnello; aveva i modi abituali dell'uomo fatuo, e quanto può giustificarli, senza però averne il carattere. L'allegria, la voglia di divertirsi di tutto e sempre, la sventatezza, il coraggio, la bontà, costituivano i tratti salienti di quel carattere singolare, e si poteva ben dire, a lode della sua patria, che egli ne era un campione perfetto. La principessa di Campobasso l'aveva notato a prima vista. «Ma,» gli aveva detto, «non mi fido di voi, siete un Francese; però vi avverto: il giorno in cui a Roma si saprà che vi vedo qualche volta in segreto, sarò sicura che l'avrete detto voi, e non vi amerò più.»

       Giocando con l'amore, la Campobasso era stata presa da vera passione. Anche Sénecé l'aveva amata, ma la loro relazione durava già da otto mesi, e il tempo, che raddoppia la passione di un'Italiana, uccide quella di un Francese. La vanità del cavaliere lo consolava un po' della sua noia; aveva già mandato a Parigi due o tre ritratti della Campobasso. Del resto, colmato d'ogni sorta di beni e di privilegi, per così dire fin dall'infanzia, dimostrava la spensieratezza del suo carattere persino quando si trattava degli interessi della vanità, che di solito stanno così a cuore ai suoi connazionali.

       Sénecé non comprendeva affatto il carattere della sua amante, e perciò, qualche volta, la sua bizzarria lo divertiva. Già molto spesso, il giorno della festa di santa Balbina, di cui ella portava il nome, aveva dovuto vincere gli impeti e i rimorsi d'una pietà ardente e sincera. Sénecé non le aveva fatto dimenticare la religione, come accade con le Italiane del volgo; l'aveva vinta a viva forza, e la lotta si rinnovava spesso.

       Quest'ostacolo, il primo che questo giovane viziato dalla sorte avesse incontrato in vita sua, lo divertiva e manteneva viva in lui l'abitudine di mostrarsi tenero e premuroso con la principessa; ogni tanto, sentiva il dovere di amarla. C'era un'altra ragione assai poco romantica: Sénecé aveva un unico confidente, ed era il suo ambasciatore, il duca di Saint-Aignan, cui rendeva qualche servigio per mezzo della Campobasso, che era informata di tutto. E l'importanza che acquistava così agli occhi dell'ambasciatore lo lusingava particolarmente.

       La Campobasso, ben diversa da Sénecé, non era affatto sensibile alla condizione sociale del suo amante. Essere amata, o non esserlo, era tutto per lei. «Gli sacrifico la mia salvezza eterna,» si diceva; «lui che è un eretico, un Francese, non può sacrificarmi nulla di simile.» Ma poi il cavaliere compariva, e la sua gaiezza, così amabile, così inesauribile, eppur così spontanea, stupiva la Campobasso e l'affascinava. Al suo cospetto, tutto ciò che aveva progettato di dirgli, tutti i pensieri tetri svanivano. Tale stato, così nuovo per quell'animo altero, durava ancora a lungo dopo che Sénecé se n'era andato. Alla fine le parve di non poter pensare, di non poter vivere lontano da Sénecé.

       La moda, che a Roma, per due secoli, s'era ispirata agli Spagnoli, cominciava a seguire un po' i Francesi. Si cominciava a capire il loro carattere, che porta il piacere e la felicità dovunque arriva. Quel carattere, allora, si trovava solo in Francia, e dopo la rivoluzione del 1789 non si trova più in nessun luogo. Il fatto è che un'allegria così costante ha bisogno di spensieratezza, e in Francia non esiste più un avvenire sicuro per nessuno, neppure per gli uomini di genio, se pure esistono.

       C'è guerra aperta fra gli uomini della classe di Sénecé e il resto della nazione. Anche la Roma di allora era ben diversa da come la si vede oggi. Non s'immaginava affatto, nel 1726, ciò che sarebbe accaduto sessantasette anni dopo quando il popolo, pagato da qualche prete, sgozzò il giacobino Basseville, che diceva di voler incivilire la capitale del mondo cristiano.

       Per la prima volta, accanto a Sénecé, la Campobasso aveva perduto la ragione, si era sentita ora in paradiso, ora terribilmente infelice per cose che la sua ragione non poteva approvare. In quell'animo austero e sincero, una volta che Sénecé ebbe vinto la religione, la quale per lei era ben al di sopra della ragione, quest'amore si sarebbe innalzato rapidamente fino alla passione più sfrenata.

       La principessa proteggeva monsignor Ferraterra, di cui aveva iniziato la fortuna. Che cosa provò quando Ferraterra le annunciò che non solo Sénecé andava più spesso del solito dall'Orsini, ma anche che per causa sua la contessa aveva appena congedato un famoso castrato, suo amante ufficiale da varie settimane!

       La nostra storia comincia la sera del giorno in cui la Campobasso aveva ricevuto quest'annuncio fatale.

       Se ne stava immobile in un'immensa poltrona di cuoio dorato. Posate accanto a lei su un tavolino di marmo nero, due grandi lampade d'argento dal lungo stelo, capolavori del celebre Benvenuto Cellini, rischiaravano o meglio rivelavano le tenebre di un'immensa sala, al pianterreno del suo palazzo, ornata di quadri anneriti dal tempo; perché, già a quell'epoca, il regno dei grandi pittori poteva dirsi lontano.

       Vi fronte alla principessa quasi ai suoi piedi, su una seggiolina di legno d'ebano guarnita di ornamenti d'oro massiccio, il giovane Sénecé aveva appena adagiato la sua elegante persona. La principessa lo guardava, e da quando era entrato nella sala, invece di volargli incontro e gettarsi nelle sue braccia, non gli aveva rivolto neppure una parola.

       Nel 1726, Parigi era già la regina delle eleganze nella vita e nella moda. Sénecé si taceva venire regolarmente per corriere tutto ciò che poteva dar risalto alle grazie di urlo dei più begli uomini di Francia.

       Nonostante la sicurezza di sé, così naturale in un uomo del suo rango, che aveva fatto le sue prime esperienze con le bellezze della corte del reggente e sotto la guida del famoso Canillac, suo zio, uno dei roués del principe, ben presto fu facile leggere un certo imbarazzo nella fisionomia di Sénecé. I bei capelli biondi della principessa erano un po' in disordine; i suoi grandi occhi azzurro cupo erano fissi su di lui: la loro espressione era ambigua. Si trattava di una vendetta mortale? era soltanto la profonda serietà dell'amore appassionato?

       «Così non mi amate più» ella disse infine con voce soffocata.

       Un lungo silenzio seguì questa dichiarazione di guerra.

       Costava molto alla principessa privarsi della grazia affascinante di Sénecé che, se lei non gli avesse fatto scene, era sul punto di dirle cento amorose follie; ma era troppo orgogliosa per differire la spiegazione. Una civetta è gelosa per amor proprio; una donna galante lo è per abitudine; una donna che ama con sincerità e passione ha coscienza dei suoi diritti. Quel modo di guardare, caratteristico della passione romana, divertiva molto Sénecé, che vi scorgeva profondità e incertezza; vi si vedeva, per così dire, l'anima a nudo. L'Orsini non aveva la stessa grazia.

       Tuttavia, siccome stavolta il silenzio si prolungava oltre misura, il giovane Francese, che non era molto abile nell'arte di penetrare i sentimenti nascosti d'un cuore italiano, vi trovò un'aria di tranquillità e ragionevolezza che lo mise a suo agio. Del resto, in quel momento, aveva un dispiacere: attraversando le cantine e i sotterranei che, da una casa vicina al palazzo Campobasso, lo conducevano in quella sala a terreno, il freschissimo ricamo del suo magnifico abito, arrivato da Parigi il giorno prima, s'era riempito di ragnatele. La presenza delle ragnatele lo metteva a disagio, anche perché aveva orrore di quell'insetto.

       Sénecé, credendo di scorgere una certa calma nell'occhio della principessa, pensava a come evitare la scenata, a come eludere il rimprovero invece di rispondergli; ma, indotto alla serietà dalla stizza che provava: «Non sarebbe questa un'occasione favorevole,» si diceva, «per farle intravvedere la verità? È stata lei stessa a porre la domanda; ecco già evitata metà della seccatura. Dev'essere proprio vero che non sono fatto per l'amore. Non ho mai visto niente di così bello come questa donna dagli occhi strani. Ha cattive maniere, mi fa passare per sotterranei disgustosi; ma è la nipote del sovrano presso il quale il re mi ha inviato. Inoltre, è bionda in un paese dove tutte le donne sono brune: è una grande singolarità. Tutti i giorni sento portare alle stelle la sua bellezza da persone la cui testimonianza non è sospetta e che sono a mille miglia dal pensare che stanno parlando al fortunato possessore di tante grazie. In quanto al potere che un uomo deve avere sulla sua amante, non ho alcuna preoccupazione a tale riguardo. Se volessi prendermi la pena di dire una parola, la strapperei al suo palazzo, ai suoi mobili d'oro, al suo zio-re, e tutto ciò per condurla in Francia, in una provincia sperduta, a vivacchiare tristemente in una delle mie terre... In fede mia, la prospettiva di simile devozione m'ispira soltanto la più ferma decisione di non chiedergliela mai. L'Orsini è assai meno graziosa: mi ama, se mi ama, solo un pochino di più del castrato Butofaco che ieri le ho fatto mandar via; ma ha pratica del mondo, sa vivere, da lei si può andare in carrozza. E sono ben sicuro che non mi farà mai scenate; non mi ama abbastanza per questo.»

       Durante quel lungo silenzio, lo sguardo fisso della principessa non aveva più lasciato la bella fronte del giovane Francese.

       «Non lo vedrò più,» si disse. E d'un tratto si gettò nelle sue braccia e coprì di baci quella fronte e quegli occhi che non si arrossavano più di gioia nel rivederla. Il cavaliere si sarebbe disprezzato, se non avesse dimenticato all'istante tutti i progetti di rottura; ma la sua amante era troppo profondamente commossa per dimenticare la sua gelosia. Pochi momenti dopo, Sénecé la guardò con stupore; lacrime di rabbia le cadevano rapide sulle guance. «Come! diceva a mezza voce, mi umilio fino a parlargli del suo cambiamento: glielo rimprovero, io, che mi era giurata di non accorgermene mai! E questa bassezza non è sufficiente, bisogna pure che ceda alla passione che il suo bel volto m'ispira! Ah! Vile, vile, vile principessa!... Bisogna finirla.»

       Si asciugò le lacrime e parve riacquistare un po' di calma.

       «Cavaliere, bisogna finirla,» gli disse abbastanza tranquillamente. Vi fate vedere spesso dalla contessa...» Qui si fece estremamente pallida. «Se l'ami, vacci tutti i giorni, sia pure; ma non tornare più qui...». S'interruppe come suo malgrado. Aspettava una parola dal cavaliere; questa parola non fu pronunciata. Continuò con un piccolo movimento convulso e quasi stringendo i denti: «Sarà la mia sentenza di morte e la vostra. »

       Questa minaccia pose fine all'incertezza del cavaliere, che fino allora era rimasto semplicemente stupito della burrasca inaspettata dopo tanto abbandono. Si mise a ridere.

       Un rossore improvviso coprì le gote della principessa, che divennero scarlatte. «La collera sta per soffocarla,» pensò il cavaliere; «le verrà un colpo apoplettico. » Si avvicinò per slacciarle la veste; ella lo respinse con una risolutezza e una forza cui non era abituato. Più tardi Sénecé si ricordò che, mentre cercava di prenderla fra le braccia, l'aveva sentita parlare fra sé. Indietreggiò un poco: discrezione inutile, perché sembrava che lei non lo vedesse più. Con voce bassa e concentrata, come se parlasse al suo confessore, diceva a se stessa: «M'insulta, mi sfida. Certo, alla sua età e con la naturale indiscrezione del suo paese, racconterà all'Orsini tutte le indegnità cui mi abbasso... Non sono sicura di me; non posso neppure impormi di restare insensibile davanti a questo bel viso...» Qui vi fu un altro silenzio, che sembrò assai uggioso al cavaliere. Infine la principessa si alzò ripetendo in tono più cupo: «Bisogna finirla

       Sénecé, cui la riconciliazione aveva fatto smettere l'idea d'una spiegazione seria, le rivolse due o tre frasi spiritose Sti un'avventura di cui si parlava molto a Roma...

       «Lasciatemi, cavaliere,» gli disse la principessa interrompendolo; «non mi sento bene...»

       «Questa donna si annoia,» si disse Sénecé affrettandosi ad obbedire, «e nulla è contagioso come la noia.» La principessa l'aveva seguito con gli occhi fino in fondo alla sala... «E stavo per decidere con tanta leggerezza il mio destino!» ella disse con un sorriso amaro. «Per fortuna, le sue spiritosaggini fuori posto mi hanno aperto gli occhi. Quanta fatuità in quest'uomo! Come posso amare un essere che mi comprende così poco! Vuol divertirmi con una facezia, quando si tratta della mia vita e della sua!... Ah! Come riconosco bene l'inclinazione sinistra e cupa che è la mia disgrazia!» E si alzò dalla poltrona con furia. «Com'erano belli i suoi occhi quando mi ha detto quella frase!... E, bisogna ammetterlo, l'intenzione del povero cavaliere era gentile. Conosce il mio carattere infelice; voleva farmi dimenticare il tetro dolore che mi agitava, invece di chiedermene il motivo. Amabile Francese! In realtà, ho mai conosciuto la felicità prima di amarlo?»

       Si mise a pensare, deliziata, a tutti i pregi del suo amante. A poco a poco fu indotta a contemplare le grazie della contessa Orsini. Il suo animo cominciò a veder tutto nero. I tormenti della più atroce gelosia s'impadronirono del suo cuore. Realmente, un presagio funesto l'agitava da due mesi; gli unici momenti tollerabili erano quelli che passava vicino al cavaliere, eppure quasi sempre, quando non era fra le sue braccia, gli parlava in tono acido.

       La serata fu tremenda per lei. Sfinita e quasi un po' calmata dal dolore, ebbe l'idea di parlare al cavaliere: «Perché insomma mi ha vista irritata, ma ignora il motivo delle mie lagnanze. Forse non ama la contessa. Forse va da lei soltanto perché un forestiero deve conoscere la società del paese in cui si trova, e soprattutto la famiglia del sovrano. Forse se mi faccio presentare Sénecé, se può venire apertamente a casa mia, vi passerà ore e ore come dall'Orsini.»

       «No,» esclamò con rabbia, «mi umilierei parlando; mi disprezzerà, ed ecco tutto quel che ci avrò guadagnato. Il carattere svaporato dell'Orsini che ho tanto spesso disprezzato, pazza che non ero altro, in realtà è più gradevole del mio, e soprattutto agli occhi di un Francese. Io sono fatta per annoiarmi con uno Spagnolo. Che c'è di più assurdo dell'essere sempre seri, come se i fatti della vita non lo fossero già abbastanza di per sé!... Che sarà di me quando non avrò più il mio cavaliere per darmi un po' di vita, per infondere nel mio cuore quel fuoco che gli manca?»

       Aveva fatto chiudere l'ingresso; ma quest'ordine non valeva per monsignor Ferraterra, che venne a raccontarle che cosa si era fatto dall'Orsini fino all'una del mattino. Fino allora il prelato aveva secondato in buona fede gli amori della principessa; ma, da quella sera, non aveva più dubbi che presto Sénecé se la sarebbe intesa con la contessa Orsini, se pure non era già cosa ratta.

       «La principessa, tutta dedita alla religione,» egli pensava, «mi sarebbe più utile che nei salotti. Vi sarà sempre qualcuno che ella mi preferirà: e sarà il suo amante; e se un giorno quest'amante sarà romano, avrà magari uno zio da crear cardinale. Se la converto, penserà prima di tutto, e con tutto l'ardore del suo temperamento, al suo direttore spirituale... Che cosa non potrò sperare da lei presso suo zio!» E l'ambizioso prelato si perdeva in deliziose congetture, vedeva la principessa gettarsi in ginocchio davanti allo zio per fargli dare il cappello cardinalizio. Il papa gli sarebbe stato assai riconoscente di quel che stava per fare... Appena convertita la principessa, avrebbe fatto giungere sotto gli occhi del papa le prove irrefragabili del suo intrigo col giovane Francese. Pio, sincero e ostile ai Francesi, qual è Sua Santità, avrà un'eterna gratitudine per chi avrà fatto finire un intrigo così spiacevole per lui. Ferraterra apparteneva all'alta nobilità di Ferrara; era ricco, aveva più di cinquant'anni... Animato dalla prospettiva così vicina della porpora, fece meraviglie; osò mutare bruscamente tattica con la principessa. Da due mesi Sénecé la trascurava, ma avrebbe potuto essere pericoloso attaccarlo pensava il prelato, perché a sua volta, mal comprendendo Sénecé, lo credeva ambizioso.

       Il lettore troverebbe troppo lungo il dialogo tra la giovane principessa, folle d'amore e di gelosia, e l'ambizioso prelato. Ferraterra aveva esordito con un resoconto particolareggiato della triste verità. Dopo un inizio così sorprendente, non fu difficile risvegliare tutti i sentimenti di religione e di appassionata pietà che erano soltanto assopiti in fondo al cuore della giovane Romana; la sua fede era sincera.

       «Ogni passione peccaminosa finisce nella sciagura e nel disonore,» le diceva il prelato.

       Era giorno fatto quando uscì dal palazzo Campobasso. Aveva preteso dalla neo convertita la promessa di non ricevere Sénecé quel giorno. Questa promessa non era costata molto alla principessa; credeva d'essere pia, e, in realtà, aveva paura di rendersi spregevole con la sua debolezza agli occhi del cavaliere.

       Questa decisione si mantenne salda fino alle quattro: era il momento della probabile visita del cavaliere. Egli passò nella via, dietro il giardino del palazzo Campobasso, vide il segnale che annunciava l'impossibilità di una visita, e, tutto contento, se ne andò dalla contessa Orsini.

       A poco a poco la Campobasso si sentì come impazzire. Le idee e le risoluzioni più strane si succedevano rapidamente. D'un tratto scese la scalinata del suo palazzo come una forsennata, e salì in carrozza gridando al cocchiere: «Palazzo Orsini.»

       L'eccesso della sua infelicità la spingeva quasi suo malgrado a vedere la cugina. La trovò in mezzo a cinquanta persone. Tutta la gente di spirito, tutti gli ambiziosi di Roma, non potendo accedere a palazzo Campobasso, affluivano a palazzo Orsini. L'arrivo della principessa fece scalpore, tutti si allontanarono in segno di rispetto; ella non degnò accorgersene: guardava la sua rivale, l'ammirava. Ogni qualità della cugina era una pugnalata per il suo cuore. Dopo i primi complimenti l'Orsini, vedendola silenziosa e preoccupata, riprese una conversazione brillante e disinvolta.

       «Come la sua gaiezza si adatta al cavaliere più della mia folle e noiosa passione!» si diceva la Campobasso.

       In un inspiegabile trasporto d'odio e di ammirazione, si gettò al collo della contessa. Non vedeva che le grazie della cugina; sia da vicino che da lontano le sembravano egualmente adorabili. Paragonava i propri capelli a quelli di lei, gli occhi, la pelle. Dopo questo strano esame, ebbe orrore e disgusto di se stessa. Tutto le sembrava adorabile, superiore, nella rivale.

       Immobile e cupa, la Campobasso era come una statua di marmo in mezzo alla folla gesticolante e rumorosa. Si entrava, si usciva; tutto quel chiasso la importunava, la offendeva. Ma come rimase quando d'un tratto sentì annunciare il signor de Sénecé! Avevano convenuto, all'inizio della loro relazione, che in società egli le avrebbe parlato molto poco, e come si addice a un diplomatico straniero che incontra appena due o tre volte al mese la nipote del sovrano presso il quale è accreditato.

       Sénecé la salutò col rispetto e la serietà abituali; poi, tornando dalla contessa Orsini, riprese il tono di gaiezza quasi intima che si tiene con una donna di spirito da cui si è ben ricevuti e che s'incontra tutti i giorni. La Campobasso ne fu costernata. «La contessa mi mostra ciò che avrei dovuto essere,» si diceva. «Ecco come bisogna essere, ma come io non sarò mai!» Uscì in preda alla più estrema infelicità cui possa giungere una creatura umana, quasi decisa ad avvelenarsi. Tutte le gioie che l'amore di Sénecé le aveva dato non avrebbero potuto compensare il terribile dolore in cui rimase sprofondata per tutta una lunga notte. Si direbbe che queste anime romane abbiano per la sofferenza tesori d'energia sconosciuti alle altre donne.

       Il giorno seguente, Sénecé ripassò e vide il segnale negativo. Già se ne andava tutto allegro, eppure era un po' piccato. «Sicché l'altro giorno mi avrebbe dato il congedo? Voglio vederla piangere,» disse la sua vanità. Provava una lieve sfumatura d'amore nel perdere per sempre una donna così bella, nipote del papa. Lasciò la carrozza, s'inoltrò nei sotterranei sudici che tanto gli dispiacevano, e spinse la porta della grande sala a pianterreno dove la principessa lo riceveva.

       «Come! osate comparire qui!» disse attonita la principessa.

       «Questo stupore manca di sincerità,» pensò il giovane Francese; «lei si trattiene in questa stanza solo quando mi aspetta. »

       Il cavaliere le prese la mano; ella fremette. I suoi occhi si riempirono di lacrime; il cavaliere la trovò così bella, che ebbe un istante d'amore. Ella, da parte sua, dimenticò tutti i giuramenti che per due giorni aveva fatto alla religione; e si gettò nelle sue braccia, pienamente felice: «Ecco la felicità di cui d'ora in poi godrà l'Orsini!» Sénecé, mal comprendendo, come al solito, l'anima romana, credette che volesse separarsi da lui amichevolmente, rompere con tatto. «Non mi conviene, visto che sono addetto all'ambasciata del re, avere per nemica mortale (perché tale sarebbe) la nipote del sovrano presso il quale sono impiegato.» Tutto fiero del felice risultato cui credeva di giungere, Sénecé si mise a ragionare. Avrebbero vissuto nella più piacevole unione; perché non sarebbero stati molto felici? In realtà, cosa si poteva rimproverargli? L'amore avrebbe ceduto il posto a una buona e tenera amicizia. Reclamò con insistenza il privilegio di tornare ogni tanto là dove si trovavano; i loro rapporti avrebbero sempre mantenuto una dolce intimità...

       Sulle prime la principessa non lo capì. Quando, con orrore, l'ebbe capito, restò in piedi, immobile, gli occhi fissi. Infine, a quell'ultima uscita sulla dolce intimità dei loro rapporti, l'interruppe con una voce che sembrava venirle dal profondo del petto, e parlando lentamente:

       «In altre parole mi trovate, dopotutto, abbastanza graziosa da potermi tenere come una sgualdrina a vostro servizio!»

       «Ma, cara e buona amica, l'amor proprio non è forse salvo?» replicò Sénecé, a sua volta veramente sorpreso. «Come potrebbe passarvi per la testa di lamentarvi? Per fortuna la nostra relazione non è mai stata sospettata da nessuno. Sono uomo d'onore; vi do di nuovo la mia parola che nessun essere vivente sospetterà della gioia di cui ho goduto.»

       «Neanche l'Orsini?» aggiunse ella in tono gelido, che ingannò ancora il cavaliere.

       «Vi ho mai nominato,» disse ingenuamente il cavaliere, «le persone che ho potuto amare prima d'essere vostro schiavo?»

       «Con tutto il rispetto per la vostra parola d'onore, questo è un rischio che non voglio correre,» disse la principessa con aria risoluta, che infine cominciò a sorprendere un po' il giovane Francese. «Addio! cavaliere...» E, dato che egli si allontanava piuttosto indeciso: «Vieni, dammi un bacio,» gli disse.

       Era visibilmente commossa; poi gli disse in tono fermo: «Addio, cavaliere...»

       La principessa mandò a cercare Ferraterra. «È per vendicarmi,» gli disse. Il prelato ne fu contentissimo. «Si comprometterà; è mia per sempre.»

       Due giorni dopo, siccome il caldo era opprimente, Sénecé andò a prendere aria al Corso, verso mezzanotte. Vi trovò tutto il bel mondo di Roma. Quando volle riprendere la vettura, il suo lacchè gli rispose a fatica: era ubriaco; il cocchiere era scomparso; il lacchè gli disse, parlando stentatamente, che il cocchiere aveva attaccato briga con un nemico.

       «Ah! Il mio cocchiere ha dei nemici!» disse Sénecé ridendo.

       Mentre tornava a casa, era appena a due o tre strade oltre il Corso, si accorse che lo seguivano. Erano quattro o cinque uomini, che si fermavano quando lui si fermava, ricominciavano a camminare quando lui camminava. «Potrei scantonare e tornare al Corso per un'altra strada,» pensò Sénecé. «Bah! questi tangheri non ne valgono la pena; sono bene armato.» Aveva in mano il pugnale snudato.

       Percorse, tra questi pensieri, due o tre vie appartate e sempre più solitarie. Sentiva quegli uomini affrettare il passo. In quel momento, alzando gli occhi, notò dritto davanti a sé una piccola chiesa officiata da frati dell'ordine di San Francesco, dalle cui vetrate usciva un singolare splendore. Si precipitò verso la porta, e bussò molto forte col manico del suo pugnale. Gli uomini che sembravano inseguirlo erano a cinquanta passi. Si misero a correre nella sua direzione. Un frate aprì la porta; Sénecé si precipitò in chiesa; il frate richiuse la sbarra di ferro. Nello stesso momento, gli assassini presero a calci la porta. «Empi!» disse il frate. Sénecé gli diede uno zecchino. «Decisamente ce l'avevano con me,» disse.

       La chiesa era illuminata da almeno un migliaio di ceri.

       «Come! Un servizio a quest'ora!» egli disse al frate.

       «Eccellenza, c'è una dispensa dell'eminentissimo cardinal vicario. »

       Tutta l'angusta navata della piccola chiesa di San Francesco a Ripa era occupata da un catafalco sontuoso; si cantava l'ufficio dei morti.

       «Chi è morto? qualche principe?» disse Sénecé.

       «Senza dubbio,» rispose il prete, «perché non si è badato a spese: ma son tutti denari e cera perduti: il signor decano ci ha detto che il defunto è morto in peccato.»

       Sénecé si avvicinò: vide stemmi di forma francese; la sua curiosità raddoppiò; si avvicinò ancora e riconobbe le proprie armi! C'era un'iscrizione latina:

       Nobilis homo Johannes Norbertus Senece eques decessit Romae.

       «Nobile e potente signore Giovanni Norberto di Sénecé, cavaliere, deceduto a Roma.»

 

       «Sono il primo uomo,» pensò Sénecé, «che abbia avuto l'onore di assistere alle proprie esequie. A quanto ne so, soltanto l'imperatore Carlo V si è concesso questo piacere... Ma non tira buon vento per me in questa chiesa.»

       Diede un altro zecchino al sagrestano.

       «Padre,» gli disse, «fatemi uscire da una porta posteriore del convento.»

       «Molto volentieri,» disse il frate.

       Appena in strada, Sénecé, che aveva una pistola in ciascuna mano, si mise a correre a perdifiato. Ben presto sentì dietro di sé della gente che lo inseguiva. Arrivando vicino al suo palazzo, vide la porta chiusa e un uomo fermo lì davanti. «Ecco il momento dell'assalto», pensò il giovane Francese; già si preparava a uccidere l'uomo con una pistolettata, quando riconobbe il suo cameriere.

       «Aprite la porta,» gli gridò.

       Era aperta; entrarono in fretta e la richiusero.

       «Ah! signore, vi ho cercato dappertutto; ci sono tristissime notizie: il povero Giovanni, il vostro cocchiere, è stato ucciso a coltellate. Gli uomini che l'hanno ucciso vomitavano imprecazioni contro di voi. Signore, vogliono attentare alla vostra vita...»

       Mentre il cameriere parlava, otto colpi di trombone partiti insieme da una finestra che dava sul giardino, stesero morto Sénecé accanto al suo cameriere; ciascuno era trapassato da più di venti pallottole.

       Due anni dopo, la principessa Campobasso era venerata a Roma come modello della più profonda pietà religiosa, e da molto tempo monsignor Ferraterra era cardinale.

       Perdonate gli errori dell'autore.

 

VITTORIA ACCORAMBONI

Duchessa di Bracciano

 

 

 

       Sfortunatamente per me e per il lettore, questo non è un romanzo, ma la fedele traduzione di un racconto assai serio scritto a Padova nel dicembre 1585.

 

       Qualche anno fa mi trovavo a Mantova; cercavo degli schizzi e dei quadretti alla portata dei miei modesti mezzi ma li volevo solo di pittori anteriori al 1600; intorno a quei periodo si spense definitivamente l'originalità italiana già compromessa dalla caduta di Firenze nel 1530.

       Invece di quadri, un vecchio patrizio molto ricco e molto avaro mi fece offrire, a caro prezzo, dei vecchi manoscritti ingialliti dal tempo; chiesi di scorrerli. Egli acconsentì aggiungendo che si fidava della mia onestà, che non avrei ricordato gli aneddoti piccanti che avrei letto, qualora non avessi acquistato i manoscritti.

       A questa condizione, che accettai, scorsi, con grave danno per la mia vista, tre o quattrocento volumi in cui erano stati raccolti, due o tre secoli prima, racconti di tragiche avventure, lettere di sfida relative a duelli, trattati di pace tra nobili confinanti, memorie su ogni sorta di soggetto, ecc. Per questi manoscritti il vecchio proprietario chiedeva una cifra enorme. Dopo una lunga trattativa, acquistai a caro prezzo il diritto di far copiare certe brevi storie che mi piacevano e che mostravano i costumi dell'Italia nel 1500. Ne ho ventidue volumi in folio, e il lettore sta per leggere proprio una di quelle storie fedelmente tradotta, sempre che ne abbia la pazienza. Conosco la storia del secolo XVI in Italia e credo all'autenticità di ciò che segue. Ho faticato assai per fare in modo che la traduzione di quell'antico stile italiano, grave, diretto, sovranamente oscuro e pieno di allusioni ai fatti e alle idee correnti durante il pontificato di Sisto V (nel 1585), non presentasse i riflessi della maniera letteraria moderna e delle idee del nostro secolo spregiudicato.

       L'ignoto autore del manoscritto è un personaggio circospetto, non giudica mai un fatto, mai lo anticipa; sua unica preoccupazione è la verità del racconto. Se talvolta è pittoresco, senza volerlo, ciò accade perché intorno al 1585 la vanità non avvolgeva ancora ogni azione umana di un'aureola di affettazione; si riteneva di non poter agire sul prossimo a meno di non essere estremamente chiari. Intorno al 1585 nessuno pensava a rendersi amabile attraverso la parola, ad eccezione dei buffoni di corte e dei poeti. Non si diceva ancora: «Morirò ai piedi di Vostra Maestà,» quando si erano appena fatti preparare i cavalli per scappare; era un genere di tradimento che non era stato ancora inventato. Si parlava poco, e ognuno ascoltava con estrema attenzione quello che gli veniva detto.

       Così, o benevolo lettore, non cercare qui uno stile piccante, rapido, brillante di fresche allusioni ai sentimenti in voga; non attenderti soprattutto le travolgenti emozioni di un romanzo alla George Sand; questa grande scrittrice avrebbe fatto un capolavoro con la vita e le sventure di Vittoria Accoramboni. Il racconto veritiero che vi presento può offrire solo i vantaggi più modesti della storia. Quando per caso, trovandoci in viaggio sul far della notte, ci accade di riflettere sulla grande arte di conoscere il cuore umano, le circostanze della storia che segue potranno costituire la base di molti giudizi. L'autore dice tutto, spiega tutto, non lascia spazio all'immaginazione del lettore; scriveva dodici giorni dopo la morte dell'eroina.

 

       Vittoria Accoramboni nacque da una famiglia molto nobile, in una piccola città del ducato di Urbino, chiamata Gubbio. Fin dall'infanzia fu notata da tutti per la sua rara e straordinaria bellezza; ma la bellezza era l'ultima delle sue grazie: non le mancava niente di quanto può fare ammirare una fanciulla di nobile nascita; ma niente fu così degno di nota in lei, e - possiamo dirlo - niente fu tanto prodigioso tra le sue molte qualità straordinarie quanto un certo fascino che fin dal primo momento conquistava il cuore e l'animo di ognuno. Questa semplicità, che dava un grande valore alle sue più piccole parole, non era turbata da alcun sospetto di artificio; subito si provava fiducia in questa dama dotata di una bellezza tanto straordinaria. A vederla soltanto, sarebbe stato possibile resistere, con grande sforzo, a un tale incanto; ma se poi la si sentiva parlare, e soprattutto se capitava di conversare con lei, era assolutamente impossibile sottrarsi ad un fascino talmente straordinario.

       Molti giovani cavalieri della città di Roma, dove abitava suo padre e dove si può vedere il suo palazzo, in piazza dei Rusticucci, presso San Pietro, desiderarono ottenere la sua mano. Ci furono molte gelosie e rivalità; alla fine i genitori di Vittoria preferirono Felice Peretti, nipote del cardinale Montalto, che fu poi papa Sisto V, felicemente regnante.

       Felice, figlio di Camilla Peretti, sorella del cardinale, prima si era chiamato Francesco Mignucci; prese il nome di Felice Peretti quando fu solennemente adottato dallo zio.

       Vittoria, facendo il suo ingresso in casa Peretti, vi portò, senza sospettarlo, quella superiorità che possiamo definire fatale, e che la accompagnava in ogni luogo; e possiamo certo dire che per non adorarla bisognava non averla mai vista. L'amore che suo marito provava per lei rasentava la follia; la suocera Camilla e lo stesso cardinale Montalto sembravano non avere altra preoccupazione al mondo che quella di indovinare i gusti di Vittoria, per cercare subito di soddisfarli. Tutta Roma si stupì che quel cardinale, noto per l'esiguità del suo patrimonio e per il suo orrore nei confronti di ogni genere di lusso, provasse un tale piacere nel prevenire ogni desiderio di Vittoria. Giovane, splendente di bellezza, amata da tutti, le sue fantasie erano talvolta molto costose. Dai suoi nuovi parenti Vittoria riceveva gioielli di grandissimo valore, perle, insomma tutto quanto si potesse trovare di più raro presso gli orefici di Roma, che in quel tempo erano assai ben forniti.

       Per amore di quest'amabile nipote, il cardinale Montalto, così noto per la sua severità, trattò i fratelli di Vittoria come se fossero suoi nipoti. Ottavio Accoramboni, appena compiuti i trent'anni, per suo intervento fu nominato vescovo di Fossombrone, designato dal duca di Urbino e incaricato dal papa Gregorio XIII; Marcello Accoramboni, giovane di carattere focoso, accusato di molti crimini, e attivamente ricercato dalla corte, a fatica era sfuggito a processi che potevano costargli la morte. Protetto dal cardinale, poté riacquistare una certa tranquillità.

       Un terzo fratello di Vittoria, Giulio Accoramboni, non appena il cardinale ne fece richiesta, fu ammesso dal cardinale Alessandro Sforza ai primi onori della sua corte.

       In una parola, se gli uomini potessero misurare la propria felicità non secondo l'infinita insaziabilità dei desideri, ma secondo il godimento reale dei benefici che già possiedono, il matrimonio di Vittoria con il nipote del cardinale Montalto sarebbe potuto sembrare agli Accoramboni il massimo della felicità umana. Ma il desiderio insensato di profitti immensi ed incerti può volgere gli uomini più favoriti dalla fortuna verso idee strane e piene di pericoli.

       È vero che se qualcuno dei parenti di Vittoria, come molti a Roma sospettarono, contribuì a liberarla di suo marito per il desiderio d'una più grande fortuna, ebbe modo di riconoscere ben presto quanto sarebbe stato più saggio contentarsi dei vantaggi moderati di una situazione gradevole, e che era destinata a raggiungere presto il vertice di quanto possa desiderare l'ambizione umana.

       Mentre Vittoria viveva da regina nella sua casa, una sera che Felice Peretti si era appena messo a letto con sua moglie, gli fu consegnata una lettera da una certa Caterina, nata a Bologna e cameriera di Vittoria. La lettera era stata portata da un fratello di Caterina, Domenico d'Acquaviva, soprannominato il Mancino. Quell'uomo era bandito da Roma per molti crimini; ma, su preghiera di Caterina, Felice gli aveva procurato la potente protezione dello zio cardinale, e il Mancino veniva spesso nella casa di Felice, che se ne fidava pienamente.

       La lettera di cui parliamo portava la firma di Marcello Accoramboni, quello che fra tutti i fratelli di Vittoria era più caro a suo marito. Viveva per lo più nascosto fuori Roma; però talvolta si azzardava ad entrare in città, e allora trovava rifugio nella casa di Felice.

       Con la lettera consegnata a quell'ora insolita, Marcello chiedeva aiuto al cognato Felice Peretti; lo scongiurava di soccorrerlo, e aggiungeva che lo stava aspettando presso il palazzo di Montecavallo, per una cosa della massima urgenza.

       Felice informò la moglie della strana lettera che gli avevano consegnato, poi si vestì, prendendo come arma solo la spada. Accompagnato da un solo domestico che portava una torcia accesa, stava per uscire quando si imbatté nella madre Camilla, e in tutte le donne della casa - tra loro anche Vittoria -; tutte lo scongiuravano di non uscire ad un'ora così tarda. Siccome non cedeva alle loro preghiere si gettarono in ginocchio e, con le lacrime agli occhi, lo supplicarono di ascoltarle. Quelle donne, e soprattutto Camilla, erano terrorizzate dai racconti dei fatti strani che capitavano ogni giorno e rimanevano impuniti in quei tempi del pontificato di Gregorio XIII, pieni di disordini e delitti inauditi. Inoltre erano colpite da un'idea: quando Marcello Accoramboni si azzardava a entrare in Roma, non aveva l'abitudine di far chiamare Felice, e un tale passo - a quell'ora di notte - sembrava loro assolutamente strano.

       Con tutto l'ardore della sua età, Felice non si arrese a questi timori; quando poi seppe che la lettera era stata portata dal Mancino, che amava molto e che aveva aiutato, niente poté più trattenerlo e uscì di casa.

       Come si è detto, era preceduto da un solo domestico che portava una torcia accesa; ma il povero giovane aveva appena fatto qualche passo sulla salita di Montecavallo che cadde colpito da tre colpi di archibugio. Gli assassini, vedendolo a terra, gli si gettarono sopra, e lo crivellarono di pugnalate, fino a che non furono sicuri che fosse proprio morto. La fatale notizia fu subito portata alla madre e alla moglie di Felice, e attraverso loro giunse allo zio cardinale.

       Il cardinale, senza mutare espressione, senza manifestare la minima emozione, si fece subito rivestire, e poi raccomandò a Dio se stesso e quella povera anima (presa così alla sprovvista). Si recò quindi dalla nipote e, con una gravità ammirevole e un'aria di profonda pace, frenò le grida e i pianti femminili che cominciavano a risuonare in tutta la casa. Il suo potere su quelle donne fu talmente efficace che, da quel momento e anche quando il cadavere fu portato fuori della casa, non si vide né si udì da parte loro niente che andasse al di là di ciò che accade nelle famiglie più controllate, per le morti più previste. Quanto al cardinale Montalto, nessuno poté sorprendere in lui i segni, anche moderati, del dolore più semplice; niente parve cambiato nell'ordine e nell'apparenza esteriore della sua vita. Roma ne fu presto convinta, mentre scrutava con la solita curiosità i più piccoli movimenti di un uomo così profondamente offeso.

       Accadde per caso che, l'indomani stesso della morte violenta di Felice, venisse convocato in Vaticano il concistoro (dei cardinali). In tutta la città non ci fu un uomo che non pensasse che, almeno in quel primo giorno, il cardinale Montalto si sarebbe esentato da quella pubblica funzione. Infatti, là sarebbe dovuto comparire sotto gli occhi di tanti e così curiosi testimoni! Sarebbero stati spiati i più piccoli movimenti di quella debolezza naturale ma che è così opportuno nascondere da parte di un personaggio che da un posto eminente aspira ad un altro più eminente ancora; tutti ammetteranno che non è conveniente che un uomo che ha l'ambizione di elevarsi sopra tutti gli altri uomini si dimostri poi simile a loro.

       Ma le persone che la pensavano così si ingannarono due volte, perché innanzitutto il cardinale Montalto fu tra i primi a comparire nella sala del concistoro, e poi perché riuscì impossibile anche ai più attenti scoprire in lui un qualsiasi segno di sensibilità umana. Al contrario, con le sue risposte a quei colleghi che, a proposito di un avvenimento così crudele, cercarono di offrirgli parole di consolazione, seppe stupire chiunque. La fermezza e l'apparente impassibilità della sua anima in una così atroce circostanza divennero subito l'argomento di cui tutta la città parlava.

       È anche vero che in quello stesso concistoro alcuni, più esperti nell'arte delle corti, attribuirono quell'apparente insensibilità non a una mancanza di sentimento ma ad una grande dose di simulazione; e quel punto di vista fu presto condiviso dalla folla dei cortigiani, convinti che fosse utile non mostrarsi eccessivamente colpito da un'offesa il cui autore era senz'altro potente e avrebbe potuto forse, più tardi, ostacolargli l'ascesa alla dignità suprema.

       Quale che fosse la causa di quella totale apparente insensibilità, è certo che ciò provocò stupore nell'intera Roma e nella corte di Gregorio XIII. Ma, per tornare al concistoro, quando, riuniti tutti i cardinali, il papa entrò nella sala, egli volse subito gli occhi verso il cardinale Montalto, e si vide Sua Santità piangere; in quanto al cardinale, i suoi tratti non persero la loro abituale impassibilità.

       Lo stupore raddoppiò quando, nello stesso concistoro, il cardinale Montalto, andò secondo il suo turno ad inginocchiarsi davanti al trono di Sua Santità, per rendergli conto degli affari di cui era incaricato, e il papa, prima di dargli la parola, non poté trattenere i singhiozzi. Quando Sua Santità fu in grado di parlare, cercò di consolare il cardinale promettendogli che sarebbe stata fatta pronta e severa giustizia di un così grave delitto. Ma il cardinale, dopo aver ringraziato molto umilmente Sua Santità, lo supplicò di non ordinare inchieste su quanto era accaduto, affermando che per parte sua perdonava di cuore al responsabile, chiunque fosse. E, subito dopo questa preghiera, espressa in poche parole, il cardinale passò ad esaminare gli affari di cui era incaricato, come se non fosse accaduto niente di straordinario.

       Gli occhi di tutti i cardinali presenti al concistoro erano fissi sul papa e su Montalto; e, sebbene sia certamente assai difficile ingannare l'occhio esperto dei cortigiani, nessuno osò dire che il volto del cardinale Montalto avesse tradito la minima emozione assistendo così da vicino ai singhiozzi di Sua Santità che, a dire il vero, era completamente sconvolto. Questa insensibilità stupefacente del cardinale Montalto non si smentì mai durante tutto il tempo della sua relazione a Sua Santità. Al punto che il papa stesso ne rimase colpito e, terminato il concistoro, non poté fare a meno di dire al cardinale di San Sisto, il nipote favorito:

       «Veramente, costui è un gran frate!»

       Il comportamento del cardinale Montalto rimase lo stesso nei giorni successivi. Ricevette, secondo l'uso, le visite di condoglianza dei cardinali, dei prelati e dei principi romani, e con nessuno di loro, quali che fossero i suoi rapporti con lui, si lasciò andare alla minima parola di dolore o di lamento. Con tutti, dopo un breve ragionamento sull'instabilità delle cose umane, confortato ed avvalorato da sentenze e citazioni tratte dalle Sacre Scritture o dai testi dei Padri, presto cambiava discorso e si metteva a parlare delle notizie della vita cittadina o degli affari particolari del personaggio con cui si trovava, proprio come se avesse voluto consolare i suoi consolatori.

       Roma era soprattutto curiosa di quello che sarebbe accaduto durante la visita che doveva fargli il principe Paolo Giordano Orsini, duca di Bracciano, al quale la voce pubblica attribuiva la morte di Felice Peretti. Il popolo pensava che il cardinale Montalto non avrebbe potuto stare così vicino al principe, e parlargli faccia a faccia, senza lasciar trasparire qualche indizio dei propri sentimenti.

       Quando il principe si recò dal cardinale, c'era una folla enorme in strada e presso la porta; un grande numero di cortigiani riempiva tutte le stanze della casa, tanto grande era la curiosità di osservare in volto i due interlocutori. Ma, né nell'uno né nell'altro, nessuno poté notare qualcosa di particolare. Il cardinale Montalto si uniformò a quanto prescrivevano le regole della corte; il suo volto assunse un'espressione di viva cordialità, e il suo modo di rivolgere la parola al principe fu estremamente affabile.

       Un attimo dopo, risalendo in carrozza, il principe Paolo, solo con i suoi cortigiani intimi, non poté fare a meno di dire, ridendo: «In fatto è vero che costui è un gran frate!» come se avesse voluto confermare la verità della frase sfuggita al papa qualche giorno prima.

       I saggi hanno pensato che la condotta tenuta in quella circostanza dal cardinale Montalto gli abbia aperto la via del trono; molti infatti si fecero di lui quest'idea: che, sia per natura sia per virtù, non potesse o non volesse nuocere a nessuno, benché avesse molti motivi di essere irritato.

       Felice Peretti non aveva lasciato niente di scritto a proposito di sua moglie; perciò essa fu costretta a tornare nella casa dei genitori. Il cardinale Montalto le fece consegnare, prima della partenza, i vestiti, i gioielli, e in genere tutti i regali che lei aveva ricevuto durante il matrimonio con suo nipote.

       Tre giorni dopo la morte di Felice Peretti, Vittoria, accompagnata dalla madre, andò a stabilirsi nel palazzo del principe Orsini. Alcuni dissero che le due donne furono spinte a questo passo dalla preoccupazione per la loro sicurezza personale, perché la corte sembrava ritenerle come colpevoli di complicità con l'omicidio commesso, o almeno di esserne state a conoscenza prima dell'esecuzione; altri pensarono (e ciò che accadde più tardi sembrò confermare quest'idea) che fossero state indotte a questo per concludere il matrimonio col principe, che aveva promesso a Vittoria di sposarla non appena non avesse più marito.

       Tuttavia, né allora né più tardi, non si è mai saputo niente di chiaro sull'autore della morte di Felice, benché tutti sospettassero di tutti. Ma i più attribuivano quella morte al principe Orsini; tutti sapevano che era stato innamorato di Vittoria, ne aveva dato segni inequivocabili; e il matrimonio che seguì ne fu una grande prova, perché la donna era di una condizione talmente inferiore che soltanto la passione d'amore poteva elevarla fino alla parità matrimoniale. Il popolo non fu affatto sviato da questi suoi pensieri da una lettera, indirizzata al governatore di Roma, e che fu divulgata pochi giorni dopo il fatto. La lettera era scritta a nome di Cesare Palantieri, un giovane di carattere focoso e che era stato bandito dalla città.

       Nella lettera, Palantieri diceva che non era necessario che sua signoria illustrissima si desse la pena di cercare altrove l'autore della morte di Felice Peretti, dal momento che l'aveva fatto uccidere proprio lui, in seguito a certe controversie intercorse tra loro qualche tempo prima.

       Molti pensarono che quell'assassinio non era stato commesso senza il consenso della famiglia Accoramboni, e i fratelli di Vittoria furono accusati di essere stati sedotti dall'ambizione della parentela con un principe così ricco e potente. Fu accusato soprattutto Marcello, a causa dell'indizio fornito dalla lettera che aveva fatto uscire di casa lo sventurato Felice. Si parlò male anche di Vittoria, quando la si vide accettare di andare ad abitare nel palazzo Orsini come futura sposa, proprio subito dopo la morte del marito. Si sosteneva che era assai improbabile che una persona arrivasse così, in un batter d'occhio, a servirsi delle armi corte, senza aver mai fatto uso, almeno per un po', delle armi lunghe.

       L'istruttoria sul delitto fu condotta da monsignor Portici, governatore di Roma, per ordine di Gregorio XIII. Ci si trova soltanto che quel Domenico, soprannominato Mancino, arrestato dalla corte, confessa, e senza aver subito la tortura (tormentato), nel secondo interrogatorio, in data 24 febbraio 1582:

       «Che la madre di Vittoria fu la causa di tutto, e che fu assecondata dalla cameriera di Bologna che, subito dopo il delitto, si rifugiò nella cittadella di Bracciano (appartenente al principe Orsini e in cui la corte non osò entrare), e che gli esecutori del crimine furono Marchione di Gubbio e Paolo Barca di Bracciano, lancie spezzate (soldati) di un signore del quale, per degne ragioni, non si è inserito il nome.»

       A queste degne ragioni si aggiunsero, credo, le preghiere del cardinale Montalto, che chiese con insistenza che le ricerche non procedessero oltre, e in effetti del processo non si parlò neanche più. Il Mancino fu messo fuori di prigione con il precetto (ordine) di tornare immediatamente al suo paese, pena la vita, e di non allontanarsene mai senza un apposito permesso. La scarcerazione di quest'uomo avvenne nel 1583, il giorno di San Luigi, e poiché quel giorno era anche quello della nascita del cardinale Montalto, quella circostanza mi conferma l'idea che la faccenda si sia conclusa così per suo intervento. Sotto un governo debole come quello di Gregorio XIII, un tale processo poteva avere conseguenze molto spiacevoli e senza contropartita.

       Le ricerche della corte furono così sospese, ma il papa Gregorio XIII non volle acconsentire a che il principe Paolo Orsini, duca di Bracciano, sposasse la vedova Accoramboni. Sua Santità, dopo aver inflitto a quest'ultima una specie di prigione, al principe e alla vedova dette il precetto di non contrarre matrimonio senza un apposito permesso suo O dei suoi successori.

       Gregorio XIII morì (all'inizio del 1585), e poiché alcuni dottori in legge, consultati dal principe Paolo Orsini, avevano risposto che secondo loro il precetto era annullato dalla morte di chi l'aveva imposto, egli decise di sposare Vittoria prima dell'elezione del nuovo papa. Ma il matrimonio non poté essere celebrato così presto come il principe desiderava, in parte perché egli voleva il consenso dei fratelli di Vittoria (e avvenne che Ottavio Accoramboni, vescovo di Fossombrone, non volle mai concedere il suo), e in parte perché non si riteneva che l'elezione del successore di Gregorio XIII potesse avvenire tanto rapidamente. Il fatto è che il matrimonio si fece nello stesso ,giorno in cui venne eletto papa il cardinale Montalto, così interessato a questa vicenda, cioè il 24 aprile 1585, sia per effetto del caso, sia che il principe volesse dimostrare che non temeva la corte sotto il nuovo papa, come non l'aveva temuta sotto Gregorio XIII. Quel matrimonio offese profondamente l'animo di Sisto V (questo fu il nome scelto dal cardinale Montalto); egli aveva già abbandonato il modo di pensare che si conviene a un monaco, ed aveva elevato il suo spirito all'altezza del grado nel quale Dio l'aveva appena collocato.

       Il papa tuttavia non manifestò alcun segno di collera; solo che, quando il principe Orsini, quel giorno stesso, si presentò con la folla dei signori romani per baciargli il piede, e con l'intenzione segreta di leggere nel volto del Santo Padre che cosa potesse aspettarsi o temere da quell'uomo fino ad allora così poco conosciuto, si accorse che non era più il tempo di scherzare. Dopo che il nuovo papa ebbe fissato il principe in un modo singolare, senza rispondere una sola parola ai complimenti che gli aveva rivolto, decise di indagare immediatamente quali fossero le intenzioni di Sua Santità nei suoi confronti.

       Attraverso Ferdinando, cardinale de' Medici (fratello della sua prima moglie), e dell'ambasciatore cattolico, chiese ed ottenne dal papa un'udienza nella sua camera: lì rivolse a Sua Santità un discorso ben calcolato e, senza neanche accennare alle cose passate, si rallegrò con lui per la sua nuova dignità, e gli offrì, da fedelissimo vassallo e servitore, ogni suo avere ed ogni sua forza.

       Il papa lo ascoltò con la massima serietà, ed alla fine gli rispose che nessuno più di lui desiderava che la vita e le azioni di Paolo Giordano Orsini fossero nel futuro degne del sangue Orsini e di un vero cavaliere cristiano; che, quanto al suo rapporto passato con la Santa Sede e con la persona di lui, papa, nessuno poteva dirglielo meglio della sua stessa coscienza; che tuttavia lui, principe, poteva essere certo di una cosa, cioè che nello stesso modo in cui gli perdonava volentieri ciò che aveva potuto fare contro Felice Peretti e contro lui stesso cardinale Montalto, così non gli avrebbe perdonato mai quanto avrebbe potuto fare in avvenire contro il papa Sisto; e che perciò lo impegnava a cacciare immediatamente dalla sua casa e dai suoi Stati tutti i banditi (esiliati) e i malfattori ai quali fino ad allora aveva concesso asilo.

       Qualunque tono usasse, Sisto V era sempre di una singolare efficacia, ma, quando era irritato e minaccioso, si sarebbe detto che i suoi occhi lanciassero folgori. Sta di fatto che il principe Orsini, da sempre abituato ad essere temuto dai papi, da questo modo di parlare del papa, tale che non ne aveva mai udito uno simile nel corso di tredici anni, fu costretto a pensare così seriamente ai propri affari che, appena uscito dal palazzo di Sua Santità, corse dal cardinale de' Medici a raccontargli cosa era accaduto. Poi, su consiglio del cardinale, decise di congedare - senza il minimo indugio - tutti quegli uomini ricercati dalla giustizia ai quali offriva asilo nel suo palazzo e nei suoi Stati, e pensò di trovare al più presto un pretesto credibile per uscire immediatamente dai territori controllati dal potere di un pontefice così risoluto.

       Bisogna sapere che il principe Paolo Orsini era diventato straordinariamente grasso; le sue gambe erano più grosse del corpo di un uomo normale, ed una di queste gambe enormi era colpita dalla malattia chiamata la lupa, chiamata così perché bisogna nutrirla con una grande quantità di carne fresca, che viene applicata sulla parte malata; altrimenti l'umore maligno, non trovando carne morta da divorare, aggredirebbe le carni vive che circondano la piaga.

       Il principe prese a pretesto questa malattia per recarsi ai celebri bagni di Abano, presso Padova, paese dipendente dalla repubblica di Venezia; partì con la sua nuova sposa verso la metà di giugno. Abano era per lui un porto molto sicuro; infatti, da molti anni la casata Orsini era legata alla repubblica di Venezia da favori reciproci.

       Giunto in quel paese sicuro, il principe non pensò più ad altro che a godere dei piaceri di diversi soggiorni; a questo scopo affittò tre magnifici palazzi: uno a Venezia, il palazzo Dandolo, nella via della Zecca; il secondo a Padova, e fu il palazzo Foscarini, sulla magnifica piazza chiamata l'Arena; scelse il terzo a Salò, sulla deliziosa riva del lago di Garda: quest'ultimo era appartenuto in altri tempi alla famiglia Sforza-Pallavicini.

       I signori di Venezia (il governo della repubblica) appresero con piacere l'arrivo di un tale principe nei loro Stati, e gli offrirono subito una nobilissima condotta (cioè una somma considerevole da pagarsi annualmente, e che doveva essere usata dal principe per organizzare un corpo di due o tremila uomini al servizio della Repubblica, di cui avrebbe avuto il comando). Il principe respinse molto in fretta quell'offerta; fece rispondere ai senatori che, pur sentendosi portato di cuore a servire la Serenissima Repubblica, per inclinazione naturale e per tradizione di famiglia, tuttavia, trovandosi attualmente alle dipendenze del re cattolico non gli sembrava opportuno accettare un altro ingaggio. Una risposta così decisa raffreddò alquanto l'animo dei senatori: inizialmente avevano pensato di riservargli, al suo arrivo a Venezia, accoglienze pubbliche molto onorevoli; dopo la sua risposta decisero di lasciarlo arrivare come un semplice privato.

       Il principe Orsini, informato di tutto, decise di non andarci neppure, a Venezia. Era già nei dintorni di Padova: fece un giro per quella splendida contrada, e con tutto il suo seguito si recò nella casa che gli era stata preparata a Salò, sulle rive del lago di Garda. Vi passò l'intera estate, tra gli svaghi più gradevoli e svariati.

       Quando giunse il momento di cambiare (soggiorno), il principe fece qualche breve viaggio, dopo di che gli sembrò di non sopportar più la fatica come in altri tempi, temette per la propria salute; infine pensò di andare a passare qualche giorno a Venezia, ma ne fu sconsigliato da sua moglie, Vittoria, che lo convinse a rimanere ancora a Salò.

       Ci fu chi pensò che Vittoria Accoramboni si rendesse conto del pericolo che stava correndo il principe suo marito, e che lo abbia convinto a rimanere a Salò con l'idea di portarlo più tardi fuori d'Italia, per esempio in qualche libera città, tra gli Svizzeri; in questo modo, in caso di morte del principe, essa avrebbe posto in salvo se stessa e i suoi beni personali.

       Che questa congettura fosse fondata o no, il fatto è che non accadde niente di tutto ciò, perché il principe, trovandosi nuovamente indisposto a Salò, il 10 novembre ebbe un chiaro presentimento di quanto stava per accadere.

       Ebbe pietà della sua sventurata moglie: la vedeva, nel più bel fiore della gioventù, restare priva di reputazione e di mezzi, odiata dai principi che regnavano in Italia, poco amata dagli Orsini e senza la speranza di un nuovo matrimonio dopo la sua morte. Da signore generoso e leale, di sua iniziativa fece un testamento, con cui volle garantire la fortuna di quella sventurata. Le lasciò la notevole somma di 100.000 piastre, oltre a tutti i cavalli, carrozze e mobili di cui si serviva in quel viaggio. Il resto del patrimonio lo lasciò a Virginio Orsini, suo figlio unico, che aveva avuto dalla prima moglie, sorella di Francesco I, granduca di Toscana (la stessa che fece uccidere per infedeltà, con il consenso dei fratelli di lei).

       Ma quanto sono incerte le previsioni umane! Le disposizioni che Paolo Orsini credeva dovessero garantire una perfetta sicurezza a quella sventurata giovane donna si trasformarono per lei in precipizi e rovina.

       Firmato il testamento, il principe si sentì un po' meglio il 12 novembre. La mattina del 13 gli fecero un salasso e i medici, sperando soltanto in una dieta severa, prescrissero nella maniera più decisa che assolutamente non doveva mangiare.

       Ma erano appena usciti dalla camera che il principe pretese che gli venisse servito il pranzo; nessuno osò contraddirlo, ed egli mangiò e bevve come d'abitudine. Appena terminato il pasto, perse conoscenza e due ore prima del tramonto era morto.

       Dopo questa morte così rapida, Vittoria Accoramboni, accompagnata da suo fratello Marcello e da tutta la corte del principe defunto, si recò a Padova, nel palazzo Foscarini, presso l'Arena, lo stesso che il principe Orsini aveva affittato.

       Poco dopo il suo arrivo, fu raggiunta dal fratello Flaminio, che godeva del pieno favore del cardinale Farnese. Si occupò allora dei passi necessari per ottenere il pagamento dei lasciti del marito, che ammontavano a 60.000 piastre effettive, da pagarsi entro due anni, e ciò indipendentemente dalla dote, dalla contro-dote, da rutti i gioielli e mobili che erano già nelle sue mani. Nel suo testamento il principe Orsini aveva ordinato che venisse comprato alla duchessa, a Roma o in qualunque altra città, a sua scelta, un palazzo del valore di 10.000 piastre ed una vigna (casa di campagna) del valore di 6.000; aveva inoltre prescritto che si provvedesse alla sua tavola e a tutto il suo servizio come si conveniva ad una donna del suo rango. Il servizio doveva essere di quaranta domestici, con un corrispondente numero di cavalli.

       La signora Vittoria riponeva molte speranze nei favori dei principi di Ferrara, di Firenze e di Urbino, e in quelli del cardinale Farnese e de' Medici nominati esecutori testamentari dal defunto principe.

       È da notare che il testamento era stato redatto a Padova e sottoposto ai lumi degli eccellentissimi Parrizolo e Menocchio, primi professori di quell'università ed oggi giureconsulti così famosi.

       Il principe Luigi Orsini arrivò a Padova per sbrigare tutto quello che c'era da fare nei riguardi del duca defunto e della sua vedova, e recarsi quindi ad assumere il governo dell'isola di Corfù, cui era stato nominato dalla repubblica serenissima.

       Tra la signora Vittoria e il principe Luigi sorse subito una difficoltà a proposito dei cavalli del duca defunto; il duca diceva che non erano propriamente dei mobili, nel senso comune della parola; ma la duchessa dimostrò che dovevano essere considerati dei veri e propri mobili, e fu convenuto che ne avrebbe mantenuto l'uso fino ad una decisione ulteriore; essa dette per garante il signor Soardi di Bergamo, condottiero della Signoria di Venezia, gentiluomo molto ricco e tra i primi della sua patria.

       Sorse un'altra difficoltà a proposito di una certa quantità di vasellame d'argento che il duca defunto aveva consegnato al principe Luigi come pegno di una somma d'argento che questi gli aveva prestato. Tutto fu risolto per via di giustizia, perché il serenissimo (duca) di Ferrara si adoperava affinché le ultime volontà del defunto principe Orsini fossero interamente eseguite.

       Questo secondo affare fu discusso il 23 dicembre, che era una domenica.

       La notte seguente, quaranta uomini entrarono nella casa della suddetta signora Accoramboni. Erano vestiti di abiti di tela di foggia stravagante, e combinati in modo da non poter essere riconosciuti se non dalla voce; quando si chiamavano tra loro, ricorrevano a nomi di gergo.

       Cercarono subito la duchessa e, trovatala, uno di loro le disse: «Ora bisogna morire.»

       E senza concederle un solo istante malgrado che lei chiedesse di potersi raccomandare a Dio, con un pugnale sottile la trafisse sopra il seno sinistro, e - muovendo il pugnale in ogni direzione - quel crudele chiese più volte alla sventurata di dirgli se le toccava il cuore; finalmente essa esalò l'ultimo respiro. Intanto gli altri cercavano i fratelli della duchessa; uno, Marcello, ebbe salva la vita perché non fu trovato in casa; l'altro fu trafitto da cento colpi. Gli assassini lasciarono i morti per terra, tutta la casa piena di pianti e grida; e, dopo essersi impadroniti della cassetta che conteneva i gioielli e il denaro, se ne andarono. La notizia giunse rapidamente ai magistrati di Padova; essi fecero riconoscere i corpi, e riferirono a Venezia.

       Durante tutta la giornata di lunedì, immensa fu l'affluenza al suddetto palazzo e alla chiesa degli Eremiti per vedere i cadaveri. I curiosi erano mossi a pietà, soprattutto vedendo la duchessa così bella; piangevano la sua sventura, et dentibus fremebant (e digrignavano i denti) contro gli assassini; ma non si conoscevano ancora i loro nomi.

       La corte, sospettando - sulla base di indizi chiari - che la cosa fosse avvenuta su ordine, o almeno con il consenso, del suddetto principe Luigi, lo fece chiamare, e poiché lui voleva entrare in corte (nel tribunale) dell'illustrissimo capitano con un seguito di quaranta uomini armati, gli vennero chiuse le porte in faccia, e gli fu detto che sarebbe potuto entrare soltanto con tre o quattro uomini. Ma, nel momento in cui questi passavano, gli altri si precipitarono dietro di loro, spinsero le guardie ed entrarono tutti.

       Il principe Luigi, giunto di fronte all'illustrissimo capitano, si lamentò di un tale affronto, aggiungendo che non era mai stato trattato così da nessun principe sovrano. L'illustrissimo capitano gli chiese se sapeva qualcosa sulla morte della signora Vittoria, e cosa era accaduto la notte prima, lui rispose di sì, che aveva fatto avvisare la giustizia. Si volle mettere per iscritto la sua risposta; lui rispose che gli uomini del suo rango non erano tenuti a questa formula e che, per la stessa ragione, non dovevano essere interrogati.

       Il principe Luigi chiese il permesso di inviare un corriere a Firenze con una lettera per il principe Virginio Orsini, in cui informarlo del processo e del delitto intervenuto. Mostrò una lettera falsa, che non era quella vera, ed ottenne quanto chiedeva.

       Ma l'uomo da lui inviato fu arrestato fuori città e accuratamente perquisito; fu trovata la lettera che il principe Luigi aveva mostrato, ed una seconda nascosta in uno stivale del corriere, del seguente tenore:

 

       «AL SIGNORE VIRGINIO ORSINI

       Illustrissimo Signore,

       Abbiamo eseguito quanto era stato convenuto tra noi, e in tal modo che abbiamo ingannato l'illustrissimo Tondini (evidentemente il nome del capo della corte che aveva interrogato il principe), tanto che qui vengo considerato l'uomo più onesto del mondo. Ho fatto la cosa di persona, così non mancate di inviare immediatamente la gente che sapete.»

 

       La lettera impressionò i magistrati, che si affrettarono ad inviarla a Venezia; su loro ordine, le porte della città furono chiuse, e le mura guernite di soldati giorno e notte. Fu pubblicato un avviso che sanzionava pene severe per chiunque - sapendo qualcosa degli assassini - non comunicasse alla giustizia quello che sapeva. Quegli tra gli assassini che avessero testimoniato contro uno di loro non avrebbero avuto fastidi, anzi avrebbero ricevuto una somma in denaro. Ma, verso le sette di notte, la vigilia di Natale (il 24 dicembre, verso mezzanotte), Alvise Bragadin giunse da Venezia con ampi poteri da parte del Senato, e l'ordine di arrestare vivi o morti, a qualunque costo, il suddetto principe e tutti i suoi.

       Il suddetto signor avogador Bragadin, il signor capitano e il signor podestà si riunirono nella fortezza.

       Pena il patibolo (della forca), si ordinò a tutta la milizia a piedi e a cavallo di recarsi bene armata intorno alla casa del suddetto principe Luigi, che era vicina alla fortezza e attigua alla chiesa di Sant'Agostino sull'Arena.

       Giunto il giorno (che era quello di Natale), in città fu pubblicato un editto che esortava i figli di San Marco a correre in armi alla casa del signor Luigi; coloro che non avessero armi si recassero alla fortezza, dove ne avrebbero ricevute a volontà; l'editto prometteva una ricompensa di 2000 ducati a chi avesse consegnato alla corte il suddetto signor Luigi, vivo o morto, e 500 ducati per ognuno dei suoi. Inoltre, si ordinava a chiunque fosse sprovvisto di armi di non avvicinarsi alla casa del principe, per non essere di ostacolo a chi combattesse nel caso che il principe ritenesse opportuno fare qualche sortita.

       Nello stesso tempo, furono piazzati fucili da posizione, mortai e artiglieria più pesante sulle vecchie mura, di fronte alla casa occupata dal principe, e altrettanto si fece sulle mure nuove, sulle quali dava la parte posteriore della casa. Su quel lato era stata disposta la cavalleria, in modo che potesse muoversi liberamente in caso di necessità. Sulle rive del fiume, tutti erano impegnati a disporre banchi, armadi, carri e altri mobili adatti a costituire ripari. In questo modo si pensava di ostacolare i movimenti degli assediati, qualora prendessero l'iniziativa di marciare in ordine serrato contro il popolo. Quei ripari dovevano inoltre proteggere gli artiglieri e i soldati dai colpi di archibugio degli assediati.

       Poi furono piazzate delle barche sulla riva, di fronte e sui fianchi della casa del principe, cariche di uomini armati di moschetti e di altre armi adatte a disturbare il nemico qualora tentasse una sortita: contemporaneamente vennero erette barricate in tutte le strade.

       Durante quei preparativi, arrivò una lettera, scritta in termini assai corretti, in cui il principe si lamentava di essere giudicato colpevole e di vedersi trattato da nemico, anzi da ribelle, prima che si fosse tenuto il processo. La lettera era stata stilata da Liverotto.

       Il 27 dicembre, tre gentiluomini, tra i principali della città, furono inviati dai magistrati al signor Luigi che aveva con sé, nella casa, quaranta uomini, tutti vecchi soldati esperti nell'uso delle armi.

       I tre gentiluomini dichiararono al principe che i magistrati erano decisi a catturarlo; lo esortarono ad arrendersi, aggiungendo che, comportandosi in quel modo, prima si passasse alle vie di fatto, poteva sperare nella loro misericordia. Il signor Luigi rispose che se, innanzitutto, fossero state tolte le guardie schierate intorno alla sua casa, si sarebbe recato dai magistrati per trattare la cosa, accompagnato da due o tre dei suoi ed a condizione di essere libero di rientrare nella sua casa.

       Gli ambasciatori raccolsero quelle proposte scritte di suo pugno, e tornarono dai magistrati che rifiutarono le sue condizioni, specialmente su consiglio dell'illustrissimo Pio Enea e di altri nobili presenti. Gli ambasciatori tornarono dal principe e gli annunciarono che, se non si fosse semplicemente arreso, gli avrebbero raso al suolo la casa con l'artiglieria, al che lui rispose che preferiva la morte a quell'atto di sottomissione.

       I magistrati dettero il segnale della battaglia e, sebbene fosse possibile distruggere quasi interamente la casa con una sola scarica, si preferì agire all'inizio con una certa cautela, per vedere se gli assediati avrebbero accettato di arrendersi.

       Questo piano ha avuto successo, risparmiando a San Marco molto denaro che sarebbe stato speso per ricostruire le parti distrutte del palazzo attaccato; tuttavia non è stato approvato da tutti. Se gli uomini del signor Luigi si fossero decisi senza esitare e si fossero lanciati fuori dalla casa, il successo sarebbe stato molto incerto. Erano vecchi soldati; non mancavano di munizioni, né di armi, né di coraggio, e soprattutto un interesse enorme a vincere; non era forse meglio per loro, se le cose si fossero messe male, morire per un colpo di archibugio piuttosto che per mano del boia? E poi, con chi avevano a che fare? con dei poveri assedianti poco pratici di armi, e i signori in questo caso si sarebbero pentiti della propria clemenza e della propria naturale bontà.

       Si cominciò dunque col tirare sul colonnato di fronte alla casa; poi, tirando sempre più in alto, fu distrutto il muro della facciata posteriore. Intanto quelli di dentro tirarono molti colpi di archibugio, senza altro risultato che ferire alle spalle un popolano.

       Il signor Luigi gridava con grande impeto: «Battaglia! battaglia! guerra! guerra!» Era occupatissimo a far fondere palle con lo stagno dei piatti ed il piombo dei vetri delle finestre.

       Minacciava di fare una sortita, ma gli assedianti presero delle nuove misure, e venne fatta avanzare artiglieria più pesante.

       Al primo colpo che questa tirò, fece crollare un grande pezzo della casa, e un certo Pandolfo Leupratti da Camerino cadde tra le rovine. Era un uomo molto coraggioso ed un bandito assai importante. Era bandito dagli Stati della Santa Chiesa, e sulla sua testa era stata posta una taglia di 400 piastre dall'illustrissimo signor Vitelli in seguito alla morte di Vincenzo Vitelli, che era stato attaccato nella sua carrozza e ucciso a colpi di archibugio e di pugnale, ad opera del principe Luigi Orsini con l'aiuto del suddetto Pandolfo e dei suoi compagni. Completamente stordito per la caduta, Pandolfo non poteva muoversi; un servitore dei signori Ca' di Lista, gli si avvicinò armato di pistola, e molto coraggiosamente gli tagliò la testa che si affrettò a portare alla fortezza e a consegnare ai magistrati.

       Poco dopo, un altro colpo di artiglieria fece cadere un'ala della casa, e insieme con quella il conte Montemelino, da Perugia, che morì tra le rovine, completamente maciullato dal proiettile.

       Si vide poi uscire dalla casa un personaggio chiamato il colonnello Lorenzo, nobile di Camerino, uomo molto ricco e che in numerose occasioni aveva dato prove di valore ed era molto stimato dal principe. Egli decise di non morire del tutto invendicato; volle sparare col suo fucile, ma nonostante la rotella girasse, accadde che, forse per intervento divino, la polvere non prese fuoco, e in quell'istante egli ebbe il corpo trapassato da una palla. Il colpo era stato sparato da un povero diavolo, ripetitore nelle scuole di San Michele. E mentre, per guadagnarsi la ricompensa promessa, questi si avvicinava per tagliargli la testa, fu preceduto da altri più svelti e soprattutto più forti di lui, che presero la borsa, il fucile, il denaro e gli anelli del colonnello, e gli tagliarono la testa.

       Morti costoro, nei quali il principe Luigi riponeva la maggiore fiducia, egli restò molto turbato, e non lo si vide più compiere alcun gesto.

       Il signor Filelfi, suo maestro di casa e segretario in abiti civili, da un balcone con un fazzoletto bianco fece segno che si arrendeva. Uscì e fu condotto alla cittadella, condotto sottobraccio, come dicono si usi in guerra, da Anselmo Suardo, luogotenente dei signori (magistrati). Interrogato immediatamente, disse che non aveva nessuna colpa di quanto era accaduto, perché era giunto solo alla vigilia di Natale da Venezia, dove si era fermato molti giorni per gli affari del principe.

       Gli chiesero quanta gente avesse con sé il principe; rispose: venti o trenta persone.

       Gli chiesero i loro nomi, ed egli rispose che ce n'erano otto o dieci che, essendo persone di qualità, come lui mangiavano alla tavola del principe, e di questi conosceva i nomi, ma quanto agli altri, vagabondi e da poco al servizio del principe, non li conosceva particolarmente.

       Fece i nomi di tredici persone, compreso il fratello di Liverotto.

       Poco dopo, l'artiglieria piazzata sulle mura della città cominciò a sparare. I soldati si appostarono nelle case adiacenti a quella del principe per impedire la fuga dei suoi uomini. Il suddetto principe, che aveva corso gli stessi pericoli dei due di cui abbiamo raccontato la morte, disse a quanti gli stavano intorno di resistere fino a quando non vedessero uno scritto di suo pugno accompagnato da un certo segnale; quindi si arrese a quell'Anselmo Suardo già nominato. E poiché non fu possibile condurlo in carrozza - come era prescritto - a causa della gran folla di popolo e delle barricate nelle strade, fu deciso che andasse a piedi.

       Camminò in mezzo agli uomini di Marcello Accoramboni: era circondato dai signori condottieri, il luogotenente Suardo, altri capitani e gentiluomini della città, tutti bene armati. Dietro a loro, una buona compagnia di uomini d'arme e soldati della città. Il principe Luigi camminava vestito di bruno, lo stiletto alla cintura, il mantello rialzato su un braccio con aria molto elegante; con un sorriso pieno di sdegno disse: «Se avessi combattuto!» volendo più o meno far capire che avrebbe vinto. Condotto davanti ai signori, subito li salutò e disse:

       «Signori, sono prigioniero di questo gentiluomo,» e indicò il signor Anselmo, «e sono molto dispiaciuto di quanto è successo e che non è dipeso da me.»

       Il capitano ordinò che gli fosse tolto lo stiletto che aveva al fianco; allora si appoggiò ad un balcone, e cominciò a tagliarsi le unghie con un paio di forbicine che vi trovò.

       Gli chiesero quali persone si trovavano nella sua casa; tra gli altri nominò il colonnello Liverotto e il conte Montemelino di cui si è parlato prima, aggiungendo che avrebbe dato 10.000 piastre per riscattare l'uno, e che per l'altro avrebbe dato il suo stesso sangue. Chiese di essere messo in un luogo conveniente ad un uomo della sua condizione. Definito l'accordo, di suo pugno scrisse ai suoi, ordinando loro di arrendersi, e dette il proprio anello come segno di riconoscimento. Al signor Anselmo disse che gli donava la sua spada e il suo fucile, pregandolo, quando si sarebbero trovate le sue armi nella casa, di servirsene per amor suo, trattandole come armi di un gentiluomo e non di un qualunque volgare soldato.

       I soldati entrarono nella casa, la perquisirono con cura, e immediatamente si fece l'appello degli uomini del principe, trentaquattro, che poi furono condotti a due a due nella prigione del palazzo. I morti furono lasciati in preda ai cani, e ci si affrettò a render conto di tutto a Venezia.

       Ci si accorse che molti uomini del principe Luigi, complici del fatto, non si trovavano; fu proibito di dar loro asilo, pena - per chi contravvenisse - la demolizione della casa e la confisca dei beni; chi li avesse denunciati avrebbe ricevuto cinquanta piastre.

       In questo modo, se ne trovarono molti.

       Da Venezia fu inviata una fregata a Candia, portando al signor Latino Orsini l'ordine di tornare immediatamente per un affare di grande importanza, e si ritiene che perderà il suo incarico.

       Ieri mattina, giorno di Santo Stefano, tutti si aspettavano di veder morire il suddetto principe Luigi, o di sentir raccontare che era stato strangolato in prigione; si fu generalmente stupiti che non fosse andata così, visto che non è un uccello da tenere in gabbia troppo a lungo. Ma la notte seguente fu fatto il processo, e il giorno di San Giovanni, un po' prima dell'alba, si seppe che il suddetto signore era stato strangolato ed era morto molto ben disposto. Senza perdere tempo il suo corpo fu trasportato nella cattedrale, accompagnato dal clero di quella chiesa e dai padri gesuiti. Per tutto il giorno fu lasciato su una tavola al centro della chiesa, per servire da spettacolo al popolo e da esempio agli inesperti.

       L'indomani il suo corpo fu portato a Venezia, come egli aveva ordinato nel suo testamento, e lì fu sepolto.

       Il sabato furono impiccati due dei suoi uomini; il primo e più importante fu Furio Savorniano, l'altro un individuo di poco conto.

       Il lunedì, il penultimo giorno dell'anno suddetto, ne furono impiccati tredici tra cui parecchi che erano nobilissimi; altri due, uno detto il capitano Splendiano e l'altro il conte Paganello, furono condotti per la piazza e leggermente attanagliati; arrivati sul luogo del supplizio, furono percossi con le mazze, ebbero la testa rotta e furono squartati quando erano ancora quasi vivi. Quegli uomini erano nobili e, prima di darsi al male, erano molto ricchi. Si dice che il conte Paganello sia stato quello che ammazzò la signora Vittoria, con la crudeltà che è stata raccontata. A ciò si obietta che il principe Luigi, nella lettera succitata, dichiara di aver fatto la cosa di sua mano; ma forse fu per vanagloria, come quella che mostrò a Roma facendo assassinare il Vitelli, oppure per meritare ancora di più il favore del principe Virginio Orsini.

       Il conte Paganello, prima di ricevere il colpo mortale, fu trafitto a più riprese con un coltello nella parte sinistra del petto, per toccargli il cuore come lui aveva fatto a quella povera signora. Perdeva dal petto un fiume di sangue. Visse così per più di una mezzora, con grande stupore di tutti. Era un uomo di quarantacinque anni che mostrava una grande forza.

       Le forche dei patiboli sono ancora in piedi per sbrigare i diciannove che restano, il primo giorno che non sarà di festa. Ma poiché il boia è molto stanco, e il popolo è come in agonia per aver visto tanti morti, durante questi due giorni l'esecuzione è rinviata. Non si ritiene che qualcuno venga lasciato in vita. Forse, tra le persone del seguito del principe Luigi, farà eccezione il solo signor Filelfi, suo maestro di casa, che si dà un gran da fare, per dimostrare che non ha preso parte al fatto, e in effetti la cosa è importante per lui.

       Anche tra i più anziani di questa città di Padova, nessuno ricorda che mai, con sentenza più giusta, si sia proceduto contro la vita di tante persone in una volta sola. E i signori (di Venezia) si sono procurati fama e reputazione presso le nazioni più civili.

 

(Aggiunto da un'altra mano)

 

       Francesco Filelfi, segretario e maestro di casa, fu condannato a quindici anni di prigione. Il coppiere Onorio Adami da Fermo, come altri due, ad un anno di prigione; altri sette furono condannati alle galere coi ferri ai piedi; e sette infine furono rimessi in libertà.

 

I CENCI

1599

 

 

 

       Il don Giovanni di Molière è senza dubbio galante, ma innanzi tutto uomo di mondo; prima di abbandonarsi all'inclinazione irresistibile che lo spinge verso le belle donne, tiene a conformarsi a un certo modello ideale, vuol essere fra tutti il più ammirato alla corte di un giovane re galante e spiritoso.

       Il don Giovanni di Mozart è già più vicino alla natura, e meno francese, pensa di meno all'opinione altrui; non si preoccupa, prima di tutto, di parestre, di far bella figura, come dice il barone di Foeneste del d'Aubigné. Abbiamo solo due ritratti del don Giovanni italiano, quale dovette mostrarsi in quel bel paese nel XVI secolo, all'alba della rinascente civiltà.

       Di questi due ritratti, ce n'è uno che non posso assolutamente far conoscere, il nostro secolo è troppo formalista; gioverà ricordare le famose parole che ho sentito ripetere tante volte da lord Byron: This age of cant. Quest'ipocrisia così noiosa e che non inganna nessuno ha l'immenso vantaggio di offrire qualche argomento di conversazione agli sciocchi: si scandalizzano perché si è osato dire la tal cosa; perché si è osato ridere della talaltra, ecc. Il suo svantaggio è di restringere infinitamente il campo della storia.

       Se il lettore ha la bontà di permettermelo, gli presenterò, in tutta umiltà, una notizia storica sul secondo dei don Giovanni di cui è possibile parlare nel 1837; si chiamava Francesco Cenci.

       Perché il don Giovanni possa esistere, bisogna che nel mondo vi sia l'ipocrisia. Don Giovanni sarebbe stato un effetto senza causa nell'antichità; la religione era una festa, esortava gli uomini al piacere; come avrebbe potuto condannare degli esseri dediti unicamente ad un certo piacere? Solo il governo invitava ad astenersi; proibiva quanto poteva nuocere alla patria, cioè al beninteso interesse di tutti, e non quel che può nuocere all'individuo che agisce.

       Ad Atene, chiunque avesse la passione delle donne e molto denaro poteva quindi essere un don Giovanni, nessuno ci trovava da ridire; nessuno pensava che questa vita è una valle di lacrime, e che è cosa meritoria infliggersi delle sofferenze.

       Non credo che il don Giovanni ateniese potesse arrivare fino al delitto così rapidamente come il don Giovanni delle monarchie moderne; gran parte del suo piacere consiste nello sfidare l'opinione pubblica, mentre, da giovane, ha esordito immaginando di sfidare soltanto l'ipocrisia.

       Violare le leggi, nella monarchia tipo Luigi XV, tirare una fucilata a un carpentiere e farlo ruzzolare giù dal tetto, non è forse una dimostrazione che si vive nella familiarità del principe, che si ha un'ottima educazione, e ci si burla altamente del giudice? Burlarsi del giudice non è forse il primo passo, la prima prova del piccolo don Giovanni al suo debutto?0

       Da noi, le donne non sono più di moda, per questo i don Giovanni sono rari; ma quando ce n'erano, cominciavano sempre col cercar piaceri molto naturali, pur vantandosi di sfidare quelle che, nella religione dei contemporanei, sembravano loro delle idee non fondate sulla ragione. Soltanto più tardi, quando comincia a pervertirsi, il don Giovanni trova una squisita voluttà nello sfidare le opinioni che sembrano anche a lui giuste e ragionevoli.

       Questo passaggio doveva essere molto difficile nell'antichità, e solo ai tempi degli imperatori romani, dopo Tiberio e Capri, si trovano dei libertini che amano la corruzione per se stessa, cioè per il piacere di sfidare le ragionevoli opinioni dei loro contemporanei.

       Sicché è alla religione cristiana che va attribuita, a mio avviso, la possibilità del personaggio satanico di don Giovanni. Fu senza dubbio questa religione a insegnare al mondo che un povero schiavo, un gladiatore, aveva un'anima assolutamente eguale, in potenza, a quella dello stesso Cesare; si deve ad essa, perciò, la comparsa dei sentimenti più delicati; io non dubito, del resto, che presto o tardi questi sentimenti si sarebbero fatti strada in seno ai popoli. L'Eneide è già molto più tenera dell'Iliade.

       La dottrina di Gesù era quella dei filosofi arabi suoi contemporanei; l'unica novità che sia comparsa nel mondo in seguito ai principi predicati da san Paolo, è un corpo sacerdotale assolutamente separato dal resto dei cittadini, anzi con opposti interessi.

       Questo corpo si dedicò in modo esclusivo a coltivare e rafforzare il sentimento religioso; inventò illusioni e abitudini per commuovere gli spiriti d'ogni classe sociale, dal rozzo pastore al vecchio cortigiano navigato; seppe legare il suo ricordo alle dolci impressioni della prima infanzia; non lasciò passare la più piccola epidemia o la più piccola catastrofe senza approfittarne per raddoppiare la paura e il sentimento religioso, o almeno per costruire una bella chiesa, come la Salute a Venezia.

       L'esistenza di questo corpo produsse un mirabile evento: san Leone papa, che resistette senza forza fisica al feroce Attila e alle sue schiere di barbari che avevano già atterrito la Cina, la Persia e le Gallie.

       Così, la religione, come quel potere assoluto temperato da canzonette che si chiamava «monarchia francese», ha prodotto fenomeni singolari che il mondo, forse, non avrebbe mai veduto se fosse stato privato di queste due istituzioni.

       Fra questi fenomeni buoni o cattivi, ma sempre singolari e curiosi, e che avrebbero stupito Aristotele, Polibio, Augusto e gli altri grandi ingegni dell'antichità, pongo senza esitare il carattere tipicamente moderno di don Giovanni. È, secondo me, un prodotto delle istituzioni ascetiche dei papi venuti dopo Lutero; perché Leone X e la sua corte (1506) seguivano press'a poco gli stessi principi della religione ateniese.

       Il Don Giovanni di Molière fu rappresentato all'inizio del regno di Luigi XIV, il 15 febbraio 1665; questo sovrano non era ancora bigotto, e tuttavia la censura ecclesiastica fece sopprimere la scena del povero nella foresta. La censura, per rafforzarsi un po', voleva persuadere il giovane re, così prodigiosamente ignorante, che la parola giansenista era sinonimo di repubblicano.

       L'originale è di uno Spagnolo, Tirso de Molina; una compagnia italiana ne recitava un'imitazione a Parigi verso il 1004, e faceva furore. È probabilmente la commedia più rappresentata nel mondo. Il fatto è che vi compaiono il diavolo e l'amore, l'inferno e l'esaltata passione per una donna, cioè quanto vi è di più terribile e di più dolce per tutti gli uomini che siano appena un po' al di sopra dello stato selvaggio.

       Non sorprende che la figura di don Giovanni sia stata introdotta nella letteratura da un poeta spagnolo. L'amore occupa un gran posto nella vita di quel popolo; laggiù, è una passione vera, che si fa sacrificare, d'imperio, tutte le altre, e perfino, chi l'avrebbe detto? la vanità! Lo stesso avviene in Germania e in Italia. A ben vedere, solo la Francia si è completamente liberata da tale passione, che fa commettere tante follie agli stranieri: per esempio, sposare una ragazza povera, col pretesto che è bella e se ne è innamorati. In Francia le ragazze prive di bellezza non sono prive di ammiratori; siamo gente avveduta. Altrove, sono ridotte a farsi monache, e per questo i conventi sono indispensabili in Spagna. Le ragazze non hanno dote in quel paese, legge che ha mantenuto il trionfo dell'amore. In Francia, l'amore non si è forse rifugiato al quinto piano, cioè tra le ragazze che non si sposano con la mediazione del notaio di famiglia?

       Non è il caso di parlare del don Giovanni di lord Byron, è soltanto un Faublas, un bel giovane insignificante sul quale piovono inverosimili fortune di tutti i generi.

       È in Italia, quindi, e solo nel XVI secolo, che dovette apparire, per la prima volta, questo carattere singolare. In Italia, dove nel XVI secolo una principessa diceva, assaporando con delizia un gelato, la sera di una giornata molto calda: Peccato che non sia un peccato!

       Questo sentimento costituisce, secondo me, la base del carattere di don Giovanni, e, come si vede, la religione cristiana gli è necessaria.

       A questo proposito un autore napoletano esclama: «È forse una cosa da nulla sfidare il cielo, e credere che in quello stesso momento il cielo può ridurvi in cenere? Da qui l'estrema voluttà, a quanto si dice, di avere un'amante religiosa, di una religiosità ardente, che sa benissimo di far male, e chiede perdono a Dio con passione, così come pecca con passione».

       Immaginiamo un cristiano estremamente perverso, nato a Roma nel momento in cui il severo Pio V aveva appena ripristinato o inventato una serie di pratiche minuziose assolutamente estranee alla semplice morale che chiama virtù solo ciò che è utile agli nomini. Un'inquisizione inesorabile, talmente inesorabile che in Italia durò poco, e dovette rifugiarsi in Spagna, era stata proprio allora rafforzata e faceva paura a tutti. Per qualche anno, si comminarono gravissime pene per l'inosservanza o il vilipendio pubblico di quelle piccole pratiche minuziose, innalzate al rango dei doveri più sacri della religione; quel perverso Romano avrà alzato le spalle vedendo la massa dei cittadini tremare davanti alle terribili leggi dell'inquisizione.

       «Ebbene!» si sarà detto, «sono l'uomo più ricco di Roma, capitale del mondo; sarò anche il più coraggioso; sbeffeggerò pubblicamente tutto ciò che la gente rispetta, e che è così lontano da quel che si deve rispettare.»

       Perché un don Giovanni, per essere tale, dev'essere uomo di coraggio e possedere lo spirito lucido e vivo che fa veder chiaro nel moventi delle azioni umane.

       Francesco Cenci si sarà detto: «Con quali azioni eloquenti, io Romano, nato a Roma nel 1527, proprio nei sei mesi in cui i soldati luterani del conestabile di Borbone vi commisero, contro le cose sante, le più atroci profanazioni; con quali azioni potrei far risaltare il mio coraggio, e procurarmi, nel modo più completo, il piacere di sfidare l'opinione pubblica? Come potrei stupire i miei sciocchi contemporanei? Come potrei procurarmi il vivissimo piacere di sentirmi diverso da tutto questo volgo?»

       Non era neppur concepibile per un Romano, e un Romano del medioevo, limitarsi a semplici parole. In nessun paese le fanfaronate sono più disprezzate che in Italia.

       L'uomo che poteva parlar così a se stesso si chiamava Francesco Cenci: fu ucciso sotto gli occhi di sua figlia e di sua moglie, il 15 settembre 1598. Nulla di amabile ci resta di questo don Giovanni, il suo carattere non fu affatto addolcito e sminuito dal proposito di essere, prima di tutto, uomo di mondo, come il don Giovanni di Molière.

       Pensava agli altri uomini solo per affermare la sua superiorità su di essi, servirsene per i suoi disegni o odiarli. Il don Giovanni non ricava mai piacere dalle simpatie, dalle dolci fantasticherie o illusioni di un cuore tenero. Ha bisogno, prima di tutto, di piaceri che siano trionfi, che possano esser veduti dagli altri, che non possano essere negati; gli ci vuole la lista spiegata dall'insolente Leporello davanti agli occhi della triste Elvira.

       Il don Giovanni romano si è ben guardato dall'insigne goffaggine di fornire la chiave del suo carattere, e di far confidenze a un lacchè, come il don Giovanni di Molière; è vissuto senza confidenti, e ha pronunciato soltanto le parole utili per la realizzazione dei suoi progetti. Nessuno poté vedere in lui quei momenti di autentica tenerezza e di seducente allegria che ci fanno perdonare al don Giovanni di Mozart; in una parola, il ritratto che ora vi presenterò è atroce.

       Per mia scelta, non avrei descritto questo carattere: mi sarei accontentato di studiarlo, perché è più orribile che bizzarro; ma confesso che mi è stato chiesto da certi compagni di viaggio ai quali non potevo rifiutare nulla. Nel 1823, ebbi la fortuna di visitare l'Italia con persone amabili, e che non dimenticherò mai; come loro fui affascinato dal meraviglioso ritratto di Beatrice Cenci, che si vede a Roma, a palazzo Barberini.

       La galleria del palazzo è ora ridotta a sette o otto quadri; ma quattro sono dei capolavori: prima di tutto il ritratto della celebre Fornarina, l'amante di Raffaello, opera di Raffaello stesso. Questo ritratto, sulla cui autenticità non può elevarsi alcun dubbio, perché ne esistono delle copie contemporanee, è tutto diverso dalla figura che, alla pinacoteca di Firenze, è presentata come il ritratto dell'amante di Raffaello, ed è stata incisa, sotto questo nome, da Morghen. Il ritratto fiorentino non è nemmeno di Raffaello. In grazia di questo grande nome, il lettore vorrà perdonare la piccola digressione?

       Il secondo, prezioso ritratto della galleria Barberini è di Guido; è il ritratto di Beatrice Cenci, di cui si vedono tante cattive incisioni. Il grande pittore ha drappeggiato sul collo di Beatrice un lembo di panno insignificante: le ha avvolto intorno al capo un turbante; avrebbe temuto di spingere la verità fino all'orrore, se avesse riprodotto con esattezza l'abito che si era fatta fare per presentarsi all'esecuzione, e i capelli in disordine di una povera ragazza di sedici anni che si è appena abbandonata alla disperazione. La testa è soave e bella, lo sguardo dolcissimo e gli occhi molto grandi: hanno l'aria stupita d'una persona che sia stata sorpresa nel momento in cui piangeva a calde lacrime. I capelli sono biondi e molto belli. Questa testa non ha nulla della fierezza romana e della coscienza delle proprie forze, quale si scorge spesso nello sguardo sicuro «di una figlia del Tevere,» come si autodefiniscono con orgoglio le Romane. Purtroppo le mezzetinte hanno dato nel rosso mattone durante il lungo intervallo di duecentotrentotto anni, che ci separa dalla catastrofe di cui si leggerà ora il racconto.

       Il terzo ritratto della galleria Barberini è quello di Lucrezia Petroni, matrigna di Beatrice, che fu giustiziata con lei. È il tipo della matrona romana in tutta la sua bellezza e fierezza naturale. I lineamenti sono grandi e la carnagione di smagliante candore, le sopracciglia nere e assai marcate, lo sguardo è imperioso e nello stesso tempo carico di voluttà. E un bel contrasto con la figura così dolce, così semplice, quasi germanica della figliastra.

       Il quarto ritratto, brillante per la verità e lo splendore dei colori, è uno dei capolavori di Tiziano; è una schiava greca che fu l'amante del famoso doge Barbarigo.

       Quasi tutti gli stranieri che arrivano a Roma si fanno condurre, fin dall'inizio del loro giro, alla galleria Barberini; sono attirati, soprattutto le donne, dai ritratti di Beatrice Cenci e della sua matrigna. Ho condiviso la curiosità comune; poi, come tutti quanti, ho cercato di ottenere visione degli atti di quel celebre processo. Se si ha tanto credito da ottenerli, si resterà stupefatti, io credo, leggendo quei documenti, che sono tutti in latino eccetto le risposte degli accusati, di non trovare quasi la spiegazione degli avvenimenti. Il fatto è che a Roma, nel 1599, nessuno li ignorava. Ho acquistato il permesso di copiare un resoconto contemporaneo; ho creduto di poterlo tradurre senza trasgredire nessuna regola di convenienza; perlomeno questa traduzione poté essere letta ad alta voce davanti alle signore, nel 1823. Beninteso, il traduttore cessa di essere fedele quando non può più esserlo: l'orrore avrebbe facilmente il sopravvento sulla semplice curiosità.

       Il tristo personaggio del don Giovanni puro (quello che non cerca di conformarsi a nessun modello ideale, e che s'interessa all'opinione del mondo solo per oltraggiarla) è esposto qui in tutto il suo orrore. L'atrocità dei suoi delitti costringe due donne sventurate a farlo uccidere sotto i loro occhi; queste due donne erano sua moglie e sua figlia, e il lettore non oserà decidere se furono colpevoli. I loro contemporanei pensarono che non dovevano morire.

       Sono convinto che la tragedia di Galeotto Manfredi (che fu ucciso da sua moglie, soggetto trattato dal grande poeta Monti) e tante altre tragedie familiari del XV secolo, meno conosciute e appena ricordate nelle storie locali delle città d'Italia, finirono con una scena simile a quella della rocca di Petrella.

       Ecco la traduzione del racconto contemporaneo; è in italiano di Roma, e fu scritto il 14 settembre 1599.

 

VERIDICA STORIA

della morte di Giacomo e Beatrice Cenci, e di Lucrezia Petroni Cenci, loro matrigna, giustiziati per delitto di parricidio, sabato scorso il settembre 1599, sotto il regno del nostro santo padre, papa Clemente VIII Aldobrandini.

 

       La vita esecrabile che sempre condusse Francesco Cenci, nato a Roma, uno dei nostri più ricchi concittadini, ha finito per portarlo alla rovina. Ha trascinato a morte prematura i suoi figli, giovani forti e coraggiosi, e sua figlia Beatrice, che, sebbene portata al supplizio all'età di soli sedici anni (oggi sono passati quattro giorni), pure era considerata una delle più belle donne degli Stati pontifici e dell'Italia intera. Si è sparsa la voce che il signor Guido Reni, un allievo della magnifica scuola bolognese, ha voluto fare il ritratto della povera Beatrice, venerdì scorso, cioè la vigilia stessa dell'esecuzione. Se questo grande pittore ha svolto il suo compito come ha fatto per gli altri dipinti eseguiti nella capitale, i posteri potranno farsi un'idea della bellezza di quella mirabile giovinetta. Affinché possano anche conservare il ricordo delle sue inaudite sventure, e della forza sorprendente con cui quest'anima veramente romana seppe combatterle, ho deciso di scrivere ciò che ho appreso sul fatto che l'ha condotta a morte, e ciò che ho visto il giorno della sua gloriosa tragedia.

       Le persone che mi hanno dato tali informazioni erano in posizione tale da conoscere le circostanze più segrete, che sono ignorate a Roma ancor oggi, benché da sei settimane non si parli d'altro che del processo dei Cenci. Scriverò con una certa libertà, sicuro come sono di poter depositare il mio commentario in archivi rispettabili, donde sarà tratto, certamente, solo dopo la mia morte. Il mio unico dispiacere è di dover parlare, ma così vuole la verità, contro l'innocenza della povera Beatrice Cenci, adorata e rispettata da tutti coloro che l'hanno conosciuta, quanto il suo orribile padre era odiato ed esecrato.

       Quest'uomo, che, non si può negarlo, aveva ricevuto in sorte una sagacia e una bizzarria sorprendenti, era figlio di monsignor Cenci, il quale, sotto Pio V Ghislieri, si era innalzato alla carica di tesoriere (ministro delle finanze). Questo santo papa, tutto preso, com'è noto, dal suo giusto odio contro l'eresia e dal rafforzamento della sua mirabile inquisizione, ebbe solo disprezzo per l'amministrazione temporale del suo Stato, di modo che monsignor Cenci, che fu tesoriere per qualche anno prima del 1572, poté lasciare a quell'uomo orribile che fu suo figlio e padre di Beatrice, una rendita netta di 160.000 piastre (circa 2.500.000 franchi del 1837).

       Francesco Cenci, oltre a questo grande patrimonio, aveva una fama di coraggio e di prudenza che, quando era giovane, nessun altro Romano poté eguagliare; e questa fama gli dava tanto più credito alla corte del papa e presso tutto il popolo, in quanto le azioni criminali che cominciavano ad essergli imputate erano solo del genere che il mondo perdona facilmente. Molti Romani ricordavano ancora, con amaro rimpianto, la libertà di pensiero e d'azione di cui si era goduto al tempo di Leone X, che ci fu tolto nel 1513, e di Paolo III, morto nel 1549. Si cominciò a parlare, sotto quest'ultimo papa, del giovane Francesco Cenci a causa di certi strani amori, portati a buon fine con mezzi ancora più strani.

       Sotto Paolo III, tempo in cui si poteva ancora parlare con una certa libertà, molti dicevano che Francesco Cenci era avido soprattutto di stravaganze, che potessero dargli peripezie di nuova idea, sensazioni nuove e inquietanti, essi si basano sul fatto che, nei suoi libri contabili, sono state trovate voci come questa:

       «Per le avventure e peripezie di Toscanella, 3.500 piastre (circa 60.000 franchi del 1837) e non fu caro

       Forse, nelle altre città d'Italia, si ignora che la nostra sorte e la nostra esistenza, a Roma, cambiano secondo il carattere del papa regnante. Così, per tredici anni, sotto il buon papa Gregorio XIII Buoncompagni, tutto era permesso a Roma; chi voleva faceva pugnalare il suo nemico, e non era affatto perseguito, purché si comportasse in modo da non dare nell'occhio. A quest'eccesso d'indulgenza seguì un eccesso di severità durante i cinque anni di regno del grande Sisto V, di cui è stato detto, come dell'imperatore Augusto, che bisognava non venisse mai o restasse per sempre. Allora si videro giustiziare dei disgraziati per assassinii o avvelenamenti dimenticati da dieci anni, ma che essi avevano avuto la sfortuna di confessare al cardinal Montalto, poi Sisto v.

       Fu soprattutto sotto Gregorio XIII che si cominciò a parlare molto di Francesco Cenci; aveva sposato una donna ricchissima, e quale si conveniva a un signore così accreditato; ella morì dopo avergli dato sette figli. Poco dopo la sua morte, Cenci sposò in seconde nozze Lucrezia Petroni, di rara bellezza e celebre soprattutto per la smagliante bianchezza della sua carnagione, ma un po' troppo pingue, difetto comune alle nostre Romane. Da Lucrezia non ebbe figli.

       La colpa minore che si potesse addebitare a Francesco Cenci, fu la propensione a un amore infame; la più grande fu quella di non credere in Dio. In vita sua non fu mai visto entrare in una chiesa.

       Messo tre volte in prigione per i suoi amori illeciti, se la cavò dando 200.000 piastre ai favoriti dei dodici papi sotto i quali visse successivamente (200.000 piastre fanno circa 5.000.000 del 1837).

       Ho visto Francesco Cenci solo quando aveva già i capelli brizzolati, sotto il regno di papa Buoncompagni, quando tutto era consentito a chi osava. Era un uomo alto circa cinque piedi e quattro pollici, assai ben fatto, benché troppo magro; aveva fama di essere estremamente forte, forse era lui stesso a far correre questa voce; aveva gli occhi grandi ed espressivi, ma la palpebra superiore era un po' troppo cascante; aveva il naso troppo pronunciato e troppo grosso, le labbra sottili e un sorriso pieno di fascino. Questo sorriso diventava terribile quando fissava lo sguardo sui suoi nemici; appena era commosso o irritato, tremava in un modo eccessivo, tale da disturbarlo. L'ho visto quando ero giovane, sotto il papa Buoncompagni, andare a cavallo da Roma a Napoli, senza dubbio per qualche suo amoretto; attraversava i boschi di San Germano e della Faggiola senza preoccuparsi affatto dei briganti, e dicevano che ci mettesse meno di venti ore. Viaggiava sempre solo, e senza avvertire nessuno; quando il suo primo cavallo era stanco, ne comprava o ne rubava un altro. Appena gli facevano qualche difficoltà, non faceva nessuna difficoltà, lui, a dare una pugnalata. Ma è anche vero che al tempo della mia giovinezza, cioè quando egli aveva quarantotto o cinquant'anni, nessuno era abbastanza ardito da resistergli. Il suo più grande piacere era quello di sfidare i nemici

       Era molto conosciuto su tutte le strade degli Stati di Sua Santità; pagava con generosità, ma era anche capace, due o tre mesi dopo aver subito un affronto, di spedire uno dei suoi sicari per uccidere la persona che l'aveva offeso.

       L'unica azione virtuosa che abbia compiuto in tutta la sua lunga vita, è stata quella di costruire, nel cortile del suo vasto palazzo presso il Tevere, una chiesa dedicata a san Tommaso e per giunta fu spinto a questa bella azione dallo strano desiderio di avere sotto gli occhi le tombe di tutti i suoi figli, per i quali nutrì un odio eccessivo e contro natura, fin dalla loro più tenera infanzia, quando ancora non potevano averlo offeso in alcun modo.

       È là che voglio metterli tutti, diceva spesso, con un sorriso amaro, agli operai che impiegava per costruire la sua chiesa. Mandò i tre figli più grandi, Giacomo, Cristoíoro e Rocco, a studiare all'università di Salamanca in Spagna. Una volta che furono in quel paese lontano, prese un gusto maligno a non rifornirli mai di denaro, di modo che quei poveri giovani, dopo aver indirizzato al padre una quantità di lettere, che restarono tutte senza risposta, furono ridotti alla miserabile necessità di tornare in patria facendosi prestare piccole somme di denaro o mendicando lungo la strada.

       A Roma, trovarono un padre più rigido e severo, più aspro che mai, che, nonostante le sue immense ricchezze, non volle né vestirli né dar loro i soldi necessari per acquistare i cibi più grossolani. Quegli sventurati furono costretti a ricorrere al papa, che obbligò Francesco Cenci ad assegnar loro una piccola pensione. Con questo modestissimo aiuto si separarono da lui.

       Poco dopo, a causa dei suoi amori illeciti, Francesco fu messo in prigione per la terza e ultima volta; allora i tre fratelli chiesero udienza al santo padre, il papa attualmente regnante, e lo pregarono tutti Insieme di far morire Francesco Cenci, loro padre, che, dissero, disonorava la loro casata. Clemente VIII ne aveva una gran voglia, ma non volle seguire il suo primo impulso, per non dar soddisfazione a quei figli snaturati, e li cacciò con ignominia dalla sua presenza.

       Il padre, come abbiamo detto prima, uscì di prigione dando una grossa somma di denaro a chi poteva proteggerlo. È comprensibile che l'insolita iniziativa dei tre figli maggiori dovesse accrescere ancora l'odio che nutriva per i suoi figli. Li malediva ad ogni momento, grandi e piccoli, e tutti i giorni riempiva di bastonate le sue due povere figlie, che abitavano con lui nel palazzo.

       La più grande, benché strettamente sorvegliata, si diede tanto da fare, che riuscì a far presentare una supplica al papa; scongiurò Sua Santità di darle marito, o di metterla in un monastero. Clemente VIII ebbe pietà delle sue sventure, e la sposò a Carlo Gabrielli, appartenente alla più nobile famiglia di Gubbio; Sua Santità obbligò il padre a darle una grossa dote.

       A questo colpo imprevisto, Francesco Cenci andò su tutte le furie, e per impedire che Beatrice, diventando più grande, avesse l'idea di seguire l'esempio della sorella, la sequestrò in un appartamento del suo immenso palazzo. Là, nessuno ebbe il permesso di vedere Beatrice, che a quel tempo aveva appena quattordici anni, ed era già in tutto lo splendore di una meravigliosa bellezza. Possedeva soprattutto una gaiezza, un candore, e un senso comico che non ho mai visto in nessun altro. Francesco Cenci le portava egli stesso da mangiare. Probabilmente fu allora che il mostro se ne innamorò, o finse d'innamorarsene, per tormentare la sua disgraziata figlia. Le parlava spesso del perfido tiro che la sorella maggiore gli aveva giocato, e, andando in collera al suono delle proprie parole, finiva col coprire di botte Beatrice.

       Nel frattempo, Rocco Cenci, suo figlio, fu ucciso da un norcino, e l'anno seguente Cristoforo Cenci fu ucciso da Paolo Corso, di Massa. In tale occasione, egli mostrò la sua nera empietà, perché ai funerali dei suoi figli non volle spendere nemmeno un baiocco per i ceri. Nell'apprendere la sorte del figlio Cristoforo, esclamò che avrebbe potuto gustare un po' di gioia solo quando tutti i suoi figli fossero stati seppelliti, e che, quando l'ultimo fosse morto, voleva, in segno di esultanza, dar fuoco al suo palazzo. Roma si stupì di queste parole, ma si aspettava qualunque cosa da un tale uomo, che si gloriava di sfidare tutti e perfino il papa.

       (Qui diventa assolutamente impossibile seguire il narratore romano nel racconto assai oscuro delle stranezze con cui Francesco Cenci cercò di stupire i suoi contemporanei. Sua moglie e la sua sventurata figlia furono, secondo ogni apparenza, vittime delle sue idee abominevoli).

       Tutte queste cose non gli bastarono; tentò con le minacce, e ricorrendo alla forza, di violentare la propria figlia Beatrice, che era già grande e bella; non si vergognò d'infilarsi nel suo letto, completamente nudo. Passeggiava con lei nelle sale del suo palazzo, tutto nudo; poi, la conduceva nel letto di sua moglie, affinché alla luce delle lampade la povera Lucrezia potesse vedere ciò che faceva con Beatrice.

       Dava ad intendere a quella povera ragazza una tremenda eresia, che oso a stento riferire, cioè che, quando un padre conosce la propria figlia, i figli che nascono sono necessariamente dei santi, e che tutti i più grandi santi venerati dalla Chiesa sono nati in questo modo, vale a dire il nonno materno è stato anche il loro padre.

       Quando Beatrice resisteva ai suoi esecrabili voleri, la picchiava crudelmente, di modo che la povera ragazza, non potendo reggere a una vita così infelice, ebbe l'idea di seguire l'esempio datole da sua sorella. Indirizzò al nostro santo padre il papa una supplica molto dettagliata; ma a quanto sembra Francesco Cenci aveva preso le sue precauzioni, perché non risulta che questa supplica sia mai giunta nelle mani di Sua Santità; almeno è stato impossibile ritrovarla nella segreteria dei Memoriali, quando Beatrice era in prigione e il suo difensore aveva assoluta necessità di questo documento; avrebbe potuto provare in qualche modo gli inauditi eccessi che furono commessi nella rocca di Petrella. Non sarebbe stato evidente a tutti che Beatrice Cenci si era trovata costretta alla legittima difesa? Questo memoriale parlava anche in nome di Lucrezia, matrigna di Beatrice.

       Francesco Cenci venne a conoscenza di questo tentativo, e si può immaginare con che collera raddoppiò i maltrattamenti contro quelle due sventurate.

       La vita divenne per loro assolutamente insopportabile, e allora, vedendo bene che non avevano niente da sperare dalla giustizia del sovrano, i cui cortigiani erano corrotti dai ricchi doni di Francesco, ebbero l'idea di prendere l'estrema decisione che le ha portate alla rovina, ma che pure ha avuto il vantaggio di por fine alle loro sofferenze in questo mondo.

       Bisogna sapere che il famoso monsignor Guerra andava spesso a palazzo Cenci; era di alta statura, un gran bell'uomo, e aveva avuto in sorte la singolare capacità di sapersi trar d'impaccio con un garbo tutto speciale, a qualunque cosa volesse applicarsi. Si è supposto che amasse Beatrice e progettasse di lasciare la mantelletta e di sposarla; ma per quanto fosse estremamente attento a celare i suoi sentimenti, era aborrito da Francesco Cenci, che gli rimproverava d'essere stato molto legato con tutti i suoi figli. Quando monsignor Guerra veniva a sapere che il signor Cenci era uscito dal suo palazzo, saliva nell'appartamento delle signore e passava molte ore a discorrere con loro e ad ascoltare le loro lagnanze contro gli incredibili maltrattamenti cui entrambe erano esposte. Sembra che Beatrice, per prima, osò parlare a viva voce a monsignor Guerra del progetto che avevano formulato. Col tempo, anch'egli vi diede mano; e, sollecitato con insistenza a varie riprese da Beatrice, consentì infine a comunicare questo strano disegno a Giacomo Cenci, senza il cui consenso non si poteva far nulla, perché era il fratello maggiore e il capofamiglia dopo Francesco.

       Fu facilissimo attirarlo nel complotto; era molto maltrattato da suo padre, che non gli dava alcun aiuto, cosa tanto più grave per Giacomo in quanto era sposato e aveva sei figli. Scelsero, per riunirsi e parlare del modo di uccidere Francesco, l'appartamento di monsignor Guerra. L'affare fu trattato con tutte le debite forme, e in tutto si sentì il parere della matrigna e della ragazza. Quando infine la decisione fu presa, si scelsero due vassalli di Francesco Cenci, che avevano concepito contro di lui un odio mortale. Uno si chiamava Marzio; era un uomo coraggioso, molto attaccato agli sventurati figli di Francesco, e, per far qualcosa che riuscisse loro gradito, acconsentì a partecipare al parricidio. Olimpio, il secondo, era stato scelto come castellano della rocca di Petrella, nel regno di Napoli, dal principe Colonna; ma, godendo di un credito onnipotente presso il principe, Francesco Cenci l'aveva fatto cacciare.

       Si presero tutti gli accordi con questi due; siccome Francesco Cenci aveva annunciato che, per evitare l'aria cattiva di Roma, sarebbe andato a trascorrere l'estate successiva nella rocca di Petrella, si pensò di riunire una dozzina di banditi napoletani. Olimpio s'incaricò di trovarli. Si decise di farli nascondere nelle foreste vicine alla Petrella, e di avvertirli del momento in cui Francesco Cenci si sarebbe messo in cammino; essi l'avrebbero rapito sulla strada, annunciando poi alla famiglia che l'avrebbero liberato dietro forte riscatto. Allora i figli sarebbero stati obbligati a tornare a Roma per raccogliere la somma chiesta dai briganti; avrebbero finto di non poter trovare subito tale somma, e i briganti, come avevano minacciato, non vedendo arrivare il denaro, avrebbero ucciso Francesco Cenci. In tal modo, nessuno sarebbe stato indotto a sospettare i veri autori della sua morte.

       Ma giunta l'estate, quando Francesco Cenci partì da Roma per la Petrella, la spia che doveva avvisare della sua partenza avvertì troppo tardi i banditi appostati nel bosco, e questi non ebbero il tempo di scendere sulla strada maestra. Cenci arrivò senza inconvenienti alla Petrella; i briganti, stanchi di aspettare una preda incerta, andarono a rubare altrove per conto proprio.

       Da parte sua, Cenci, vecchio avveduto e sospettoso, non si azzardava mai ad uscire dalla fortezza. E poiché il suo cattivo umore aumentava con gli acciacchi dell'età, che gli erano insopportabili, rincarava gli atroci maltrattamenti che faceva subire alle due povere donne. Sosteneva che esse si rallegravano della sua debolezza.

       Beatrice, spinta agli estremi dalle cose orribili che doveva sopportare, fece chiamare sotto le mura della rocca Marzio e Olimpio. Durante la notte, mentre suo padre dormiva, parlò con loro da una finestra bassa e buttò giù delle lettere indirizzate a monsignor Guerra. Per mezzo di queste lettere, convennero che monsignor Guerra avrebbe promesso a Marzio e Olimpio mille piastre se si fossero incaricati personalmente di uccidere Francesco Cenci. Un terzo della somma doveva esser pagato a Roma, prima del fatto, da monsignor Guerra, e gli altri due terzi da Lucrezia e Beatrice, quando, a cose fatte, sarebbero state padrone della cassaforte di Cenci.

       Si accordarono, inoltre, perché la cosa avesse luogo il giorno della natività della Vergine, e a questo scopo gli uomini furono abilmente introdotti nella fortezza. Ma Lucrezia fu trattenuta dal rispetto dovuto a una festa della Madonna, e costrinse Beatrice a differire di un giorno, per non commettere un doppio peccato.

       Fu dunque il 9 settembre 1598, in serata, che madre e figlia somministrarono con grande destrezza dell'oppio a Francesco Cenci, e quell'uomo, così difficile da ingannare, cadde in un sonno profondo.

       Verso mezzanotte, Beatrice introdusse di persona nella fortezza Marzio e Olimpio; poi Lucrezia e Beatrice li condussero nella camera del vecchio, che dormiva profondamente. Qui li lasciarono, perché portassero a termine ciò era stato convenuto, e andarono ad aspettare in una camera attigua. Ad un tratto videro tornare i due, pallidi e come fuori di sé.

       «Che c'è di nuovo?» esclamarono le donne.

       «Che è una bassezza e una vergogna,» risposero quelli, «uccidere un povero vecchio addormentato! la pietà ci ha impedito di agire.»

       Sentendo questa scusa, Beatrice s'indignò e cominciò ad ingiuriarli, dicendo:

       «Dunque, voialtri uomini, ben preparati a quest'azione, non avete il coraggio di uccidere uno che dorme! Tanto meno osereste guardarlo in faccia se fosse sveglio! Ed è per questo risultato che osate prendere del denaro! Ebbene! poiché la vostra viltà lo richiede, io stessa ucciderò mio padre; e, quanto a voi, non vivrete a lungo!

       Incoraggiati da queste poche parole fulminanti, e temendo una diminuzione del prezzo convenuto, gli assassini rientrarono risolutamente nella stanza, seguiti dalle donne. Uno di essi aveva un grande chiodo che posò verticalmente sull'occhio del vecchio addormentato; l'altro, che aveva un martello, gli fece entrare il chiodo nella testa. Fecero entrare allo stesso modo un altro grande chiodo nella gola, sicché quella povera anima, carica di tanti peccati recenti, fu portata via dai diavoli; il corpo si dibatté, ma invano.

       A cose fatte, la giovane diede ad Olimpio una grossa borsa piena di denaro; diede a Marzio un mantello di panno guarnito di un gallone d'oro, che era appartenuto a suo padre, e li congedò.

       Le donne, rimaste sole, cominciarono col tirar via il grande chiodo infilato nella testa del cadavere e quello che era nel collo; poi, avviluppato il corpo in un lenzuolo, lo trascinarono attraverso una lunga serie di camere fino a una galleria che dava su un giardinetto abbandonato. Di là, gettarono il corpo su un grande sambuco che cresceva in quel luogo solitario. Siccome c'erano dei gabinetti all'estremità della piccola galleria, sperarono che, quando il giorno seguente si fosse trovato il corpo del vecchio caduto fra i rami del sambuco, si sarebbe pensato che gli era scivolato un piede, e che era caduto andando al gabinetto.

       La cosa andò precisamente come avevano previsto. La mattina, quando il cadavere fu scoperto, si levò un gran clamore nella rocca; esse non mancarono di gettare alte grida, e di piangere la morte tristissima di un padre e di uno sposo. Ma la giovane Beatrice aveva il coraggio del pudore offeso, e non la prudenza necessaria nella vita; già al mattino, aveva dato a una donna che lavava la biancheria nella rocca un lenzuolo macchiato di sangue, dicendole di non stupirsi di tanto sangue, perché, tutta la notte, aveva sofferto di una grande perdita, di modo che, per il momento, tutto andò bene.

       Fu data onorevole sepoltura a Francesco Cenci, e le donne tornarono a Roma a godere di quella tranquillità che per tanto tempo avevano desiderato invano. Si credevano felici per sempre, perché non sapevano cosa stava succedendo a Napoli.

       La giustizia di Dio, non volendo che un parricidio così atroce restasse impunito, fece sì che, appena in quella capitale si seppe quanto era avvenuto nella rocca di Petrella, il giudice principale avesse dei dubbi, e mandasse un commissario reale per ispezionare il corpo e far arrestare i sospetti.

       Il commissario reale fece arrestare tutti quelli che abitavano nella fortezza. Tutta quella genta fu condotta a Napoli in catene; e nulla parve sospetto nelle deposizioni, se non che la lavandaia disse d'aver ricevuto da Beatrice un lenzuolo o più lenzuola insanguinati. Le chiesero se Beatrice avesse cercato di spiegare quelle grandi macchie di sangue: ella rispose che Beatrice aveva parlato di un un'indisposizione naturale. Le domandarono se macchie di tale grandezza potevano essere causate da un'indisposizione del genere; ella rispose di no, le macchie sul lenzuolo erano di un rosso troppo vivo.

       Si mandò immediatamente quest'informazione alla giustizia di Roma, e tuttavia passarono molti mesi prima che si pensasse, qui da noi, a far arrestare i figli di Francesco Cenci. Lucrezia, Beatrice e Giacomo avrebbero potuto fuggire mille volte, sia andando a Firenze col pretesto di qualche pellegrinaggio, sia imbarcandosi a Civitavecchia; ma Dio negò loro questa salutare ispirazione.

       Monsignor Guerra, avvertito di ciò che avveniva a Napoli, mise subito in moto degli uomini, incaricandoli di uccidere Marzio e Olimpio; ma solo Olimpio poté essere ucciso a Terni. La giustizia napoletana aveva fatto arrestare Marzio, che fu condotto a Napoli, dove all'istante confessò ogni cosa.

       Questa terribile deposizione fu mandata immediatamente alla giustizia di Roma, la quale infine si decise a far arrestare e condurre alla prigione di Corte Savella Giacomo e Bernardo Cenci, gli unici figli maschi sopravvissuti di Francesco, come pure Lucrezia, la sua vedova. Beatrice rimase nel palazzo di suo padre, custodita da una grossa squadra di sbirri. Marzio fu fatto venire da Napoli, e chiuso anche lui nella prigione Savella; qui fu messo a confronto con le due donne, che negarono tutto tenacemente, e Beatrice in particolare non volle mai riconoscere il mantello gallonato che aveva donato a Marzio. Questi, entusiasmato dalla meravigliosa bellezza e dalla stupefacente eloquenza della giovane mentre rispondeva al giudice, negò tutto quello che aveva confessato a Napoli. Fu messo alla tortura, non confessò nulla, e preferì morire fra i tormenti; giusto omaggio alla bellezza di Beatrice!

       Dopo la morte di quell'uomo, siccome il delitto non era stato provato, i giudici ritennero che non vi fossero ragioni sufficienti per mettere alla tortura né i due figli di Cenci, né le due donne. Furono condotti tutti e quattro a Castel Sant'Angelo, dove passarono vari mesi molto tranquillamente.

       Tutto sembrava finito, e nessuno a Roma dubitava più che quella ragazza così bella, così coraggiosa, e che aveva suscitato un così vivo interesse, non sarebbe stata messa ben presto in libertà, quando disgraziatamente la giustizia riuscì ad arrestare il brigante che a Terni aveva ucciso Olimpio; condotto a Roma, l'uomo confessò tutto.

       Monsignor Guerra, così stranamente compromesso dalla confessione del brigante, fu invitato a comparire nel più breve termine; la prigione era certa, e probabilmente la morte. Ma quell'uomo straordinario, cui il destino aveva concesso il dono di saper fare bene ogni cosa, riuscì a salvarsi in un modo che ha del miracoloso. Era considerato il più bell'uomo della corte papale, ed era troppo conosciuto a Roma per poter sperare di fuggire; del resto, le porte erano ben guardate, e probabilmente fin dal momento della citazione la sua casa era stata sorvegliata. Bisogna sapere che era molto alto, aveva il viso di perfetta bianchezza, una bella barba bionda e splendidi capelli dello stesso colore.

       Con rapidità incredibile, corruppe un carbonaio, prese i suoi abiti, si fece rasare la testa e la barba, si tinse il viso, comprò due asini, e si mise a battere le strade di Roma, e a vendere carbone zoppicando. Seppe prendere, con meravigliosa abilità, una cert'aria grossolana ed ebete, e andava gridando dappertutto la sua mercanzia con la bocca piena di pane e cipolla, mentre centinaia di sbirri lo cercavano non soltanto a Roma, ma anche su tutte le strade. Infine, quando la sua faccia fu ben nota alla maggior parte degli sbirri, osò uscire da Roma, spingendo sempre davanti a sé i due asini carichi di carbone. Incontrò parecchi drappelli di guardie che non si sognarono di fermarlo. Da allora, si è avuta da lui una sola lettera; sua madre gli ha mandato del denaro a Marsiglia, e si suppone che faccia la guerra in Francia, come soldato.

       La confessione dell'assassino di Terni e la fuga di monsignor Guerra, che suscitò a Roma uno straordinario scalpore, rinfocolarono talmente i sospetti e anche gli indizi contro i Cenci, che essi furono fatti uscire da Castel Sant'Angelo e riportati nella prigione Savella.

       I due fratelli, messi alla tortura, furono ben lontani dall'imitare la grandezza d'animo del brigante Marzio; ebbero la pusillanimità di confessare tutto. La signora Lucrezia Petroni era così abituata alla mollezza e agli agi del gran lusso, e del resto era di corporatura così pesante, che non poté sopportare la tortura della corda; disse tutto ciò che sapeva.

       Ma non fu lo stesso per Beatrice Cenci, giovane donna piena di vivacità e di coraggio. Né le buone parole né le minacce del giudice Moscati riuscirono a piegarla. Ella sopportò il supplizio della corda senza scomporsi nemmeno per un momento, e con perfetto coraggio. Mai il giudice poté indurla a una risposta che la compromettesse minimamente; anzi, con la sua vivacità piena di spirito, sconcertò del tutto il celebre Ulisse Moscati, il giudice incaricato d'interrogarla. Egli fu tanto sorpreso dal comportamento della ragazza, che credette opportuno fare un completo rapporto a Sua Santità Clemente VIII, felicemente regnante.

       Sua Santità volle vedere gli atti del processo e studiarlo. Temeva che il giudice Ulisse Moscati, così celebre per la profonda dottrina e la superiore sagacia della sua mente, fosse stato soggiogato dalla bellezza di Beatrice, e la risparmiasse negli interrogatori. Per questa ragione Sua Santità gli tolse la direzione del processo, e la diede a un altro giudice più severo. Infatti, questo barbaro ebbe il coraggio di tormentare senza pietà un così bel corpo ad torturam capillorum (cioè Beatrice Cenci fu sottoposta alla tortura d'esser sospesa per i capelli).

       Mentre era attaccata alla corda, il nuovo giudice fece comparire davanti a Beatrice la sua matrigna e i fratelli. Appena Giacomo e la signora Lucrezia la videro:

       «Il peccato è stato commesso,» le gridarono; «bisogna fare anche la penitenza, e non lasciarsi straziare il corpo per una vana ostinazione.»

       «Dunque volete coprire di vergogna la nostra casa,» rispose la ragazza, «e morire con ignominia? Siete in grande errore; ma, poiché lo volete, così sia.»

       E, voltandosi verso gli sbirri:

       «Staccatemi,» disse, «e mi sia letto l'interrogatorio di mia madre, approverò quel che dev'essere approvato, e negherò quel che dev'essere negato.»

       Così fu fatto; ella confessò tutto quel che era vero. Subito furono tolte le catene a tutti, e siccome erano cinque mesi che non vedeva i suoi fratelli, ella volle pranzare con loro, e tutti e quattro trascorsero una lietissima giornata.

       Ma il giorno dopo furono separati di nuovo; i due fratelli furono portati alla prigione di Tordinona, e le donne restarono nella prigione Savella. Il nostro santo padre, visto il documento autentico che conteneva le confessioni di tutti, ordinò che fossero immediatamente attaccati alla coda di cavalli selvaggi, e così messi a morte.

       Tutta Roma fremette nell'apprendere questa severa sentenza. Un gran numero di cardinali e di principi andarono a inginocchiarsi davanti al papa, supplicandolo di permettere a quegli sventurati di presentare la loro difesa.

       «E loro, hanno dato al vecchio padre il tempo di presentare la sua?» rispose il papa indignato.

       Infine, per grazia speciale, concesse una dilazione di venticinque giorni. Subito i primi avvocati di Roma si misero a scrivere per questa causa, che aveva riempito la città di pietà e di commozione. Il venticinquesimo giorno, comparvero tutti insieme davanti a Sua Santità. Nicolò De' Angelis parlò per primo, ma aveva appena letto due righe della sua difesa, che Clemente VIII l'interruppe:

       «A Roma, dunque,» esclamò, «si trovano degli uomini che uccidono il proprio padre, e poi degli avvocati che li difendono!»

       Tutti ammutolirono, quando Farinacci osò prendere la parola.

       «Santissimo Padre,» egli disse, «non siamo qui per difendere il crimine, ma per provare, se possiamo, che uno o più di questi sventurati sono innocenti del crimine.»

       Il papa gli fece segno di parlare, ed egli parlò per tre lunghe ore, dopo di che il papa prese le scritture di tutti e li congedò. Mentre se ne andavano, l'Altieri era l'ultimo della fila; ebbe paura di essersi compromesso, e andò a inginocchiarsi davanti al papa, dicendo: «Non potevo esimermi dal comparire in questa causa, poiché sono avvocato dei poveri.» Il papa gli rispose: «Non ci meravigliamo di voi, ma degli altri.»

       Il papa non volle andare a letto, ma passò tutta la notte a leggere le arringhe degli avvocati, facendosi aiutare in questo lavoro del cardinale di San Marcello; Sua Santità parve talmente commosso, che molti concepirono qualche speranza per la vita in quegli infelici. Per salvare i figli maschi, gli avvocati gettavano tutta la colpa su Beatrice. Siccome al processo era stato provato che parecchie volte suo padre aveva impiegato la forza nei suoi disegni criminali, gli avvocati speravano che l'assassinio le sarebbe stato perdonato, trovandosi in un caso di legittima difesa; se era così, e l'autore principale del crimine aveva salva la vita, come avrebbero potuto essere puniti con la morte i suoi fratelli, che erano stati istigati da lei?

       Dopo quella notte dedicata ai suoi doveri di giudice, Clemente VIII ordinò che gli accusati fossero ricondotti in prigione, e messi in segreta. Questa circostanza diede grandi speranze a Roma, che in tutto il processo non vedeva che Beatrice. Si era accertato che ella aveva amato monsignor Guerra, ma senza mai trasgredire le regole della più rigida virtù: non si poteva quindi, per amore di giustizia, imputarle i crimini di un mostro; e si voleva punirla perché aveva esercitato il diritto di difendersi! Che si sarebbe fatto se avesse acconsentito? Bisognava che la giustizia umana venisse ancora ad accrescere la sventura di una creatura così amabile così degna di pietà e già così infelice? Dopo una vita tanto triste, che aveva accumulato su di lei ogni genere di disgrazia prima che compisse sedici anni, non aveva infine diritto a giorni meno atroci? Tutti, a Roma, sembravano incaricati della sua difesa. Non sarebbe stata perdonata se, la prima volta che Francesco Cenci aveva tentato il crimine, lo avesse pugnalato?

       Papa Clemente VIII era mite e misericordioso. Cominciavamo a sperare che, vergognandosi un po' dell'impulso che gli aveva fatto interrompere la difesa degli avvocati, avrebbe perdonato a chi aveva respinto la forza con la forza, non, a dire il vero, al momento del primo delitto, ma quando si tentava di commetterlo di nuovo. Tutta Roma era in ansia quando il papa fu informato della morte violenta della marchesa Costanza Santa Croce. Suo figlio Paolo Santa Croce aveva ucciso a pugnalate quella dama di sessant'anni, perché non voleva promettere di lasciargli in eredità tutti i suoi beni. Il rapporto aggiungeva che Santa Croce si era dato alla fuga, e che non c'era speranza di arrestarlo. Il papa si ricordò del fratricidio dei Massimi commesso poco tempo prima. Desolato per la frequenza degli assassini commessi su parenti stretti Sua Santità pensò che non gli fosse consentito il perdono. Quando ricevette quel fatale rapporto su Santa Croce, il papa si trovava nel palazzo di Monte Cavallo, il 6 settembre, per essere più vicino, la mattina dopo, alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove doveva consacrare vescovo un cardinale tedesco.

       Il venerdì alle 22 (4 della sera) fece chiamare Ferrante Taverna, governatore di Roma, e gli disse queste precise parole:

       «Vi rimettiamo l'affare dei Cenci, affinché giustizia sia fatta per vostra cura e senza alcun indugio.»

       Il governatore tornò al suo palazzo molto turbato dall'ordine che aveva ricevuto; stilò subito la sentenza di morte, e riunì una congregazione per deliberare sulle modalità dell'esecuzione.

       Sabato mattina, 11 settembre 1599, i primi signori di Roma, membri della confraternita dei confortatori, si recarono alle due prigioni, a Corte Savella, dov'erano Beatrice e la sua matrigna, e a Tordinona, dove si trovavano Giacomo e Bernardo Cenci. Per tutta la notte dal venerdì al sabato, i signori romani che avevano saputo quel che stava accadendo non fecero altro che correre dal palazzo di Monte Cavallo a quelli dei più autorevoli cardinali, per ottenere almeno che le donne fossero giustiziate all'interno della prigione, e non su un infame patibolo; e che si facesse grazia al giovane Bernardo Cenci, che, appena quindicenne, non poteva aver partecipato a nessun complotto. Soprattutto il nobile cardinale Sforza si è distinto per il suo zelo durante quella notte fatale, ma, benché principe così potente, non ha potuto ottenere nulla. Il delitto di Santa Croce era un delitto vile, commesso per denaro, mentre il crimine di Beatrice fu commesso per salvare l'onore.

       Mentre i cardinali più potenti facevano tanti passi inutili, Farinacci, il nostro grande giurista, ebbe l'audacia di farsi strada fino al papa; arrivato davanti a Sua Santità, quest'uomo sorprendente fu così abile da toccare la sua coscienza, e infine, a furia di insistere, gli strappò la vita di Bernardo Cenci.

       Quando il papa pronunciò questa grande parola, potevano essere le quattro del mattino (del sabato 11 settembre). Tutta la notte si era lavorato, sulla piazza di ponte Sant'Angelo, ai preparativi della crudele tragedia. Però tutte le copie necessarie della sentenza di morte non poterono esser terminate che alle cinque del mattino, di modo che soltanto alle sei fu dato il fatale annuncio a quei poveri sventurati che dormivano tranquillamente.

       La ragazza, sulle prime, non riusciva nemmeno a trovare la forza di vestirsi. Gettava grida acute e continue, e si abbandonava senza ritegno alla più atroce disperazione.

       «Com'è possibile, ah! mio Dio!» esclamava, «che così all'improvviso io debba morire?»

       Lucrezia Petroni, invece, disse solo parole molto dignitose; prima pregò in ginocchio, poi esortò tranquillamente sua figlia a recarsi con lei nella cappella, dove entrambe dovevano prepararsi al grande passaggio dalla vita alla morte.

       Quelle parole resero a Beatrice tutta la sua tranquillità; tanto si era mostrata eccitata e furiosa nel primo momento, altrettanto fu calma e ragionevole non appena la matrigna richiamò quella grande anima a se stessa. Da allora in poi, fu uno specchio di coraggio che tutta Roma ammirò.

       Chiese un notaio per fare testamento, e ciò le fu accordato. Dispose perché il suo corpo fosse seppellito a San Pietro in Montorio; lasciò 300.000 franchi alle Stimmatine (religiose delle Stimmate di San Francesco); questa somma deve servire alla dote di cinquanta ragazze povere. Tale esempio commosse la signora Lucrezia, che, anche lei, fece testamento e ordinò che il suo corpo fosse portato a San Giorgio; lasciò 500.000 franchi in elemosina a questa chiesa, e dispose altri pii legati.

       Alle otto, si confessarono, ascoltarono la messa, e ricevettero la santa comunione. Ma prima di andare a messa, la signora Beatrice pensò che non fosse conveniente comparire sul patibolo, davanti a tutto il popolo, con i ricchi abiti che portavano. Ordinò due vesti, una per lei, l'altra per sua madre. Queste vesti furono fatte come quelle delle monache, senza ornamenti sul petto e sulle spalle, soltanto pieghettate con larghe maniche. La veste della matrigna era di tela di cotone nera; quella della giovane di taffetà azzurro con una grossa corda che stringeva la cintura.

       Quando portarono i vestiti, la signora Beatrice, che era in ginocchio, si alzò e disse alla signora Lucrezia:

       «Signora madre, l'ora della nostra passione si avvicina; sarà bene che ci prepariamo, che mettiamo questi altri abiti, e che ci aiutiamo per l'ultima volta a vestirci l'un l'altra.»

       Sulla piazza di ponte Sant'Angelo era stato innalzato un grande patibolo con un ceppo e una mannaja (specie di ghigliottina). Verso le tredici (le otto del mattino), la compagnia della Misericordia recò il suo grande crocifisso alla porta della prigione. Giacomo Cenci uscì per primo dalla prigione; s'inginocchiò devotamente sulla soglia, disse le sue preghiere, e baciò le sante piaghe del crocefisso. Era seguito da Bernardo Cenci, il suo giovane fratello, che aveva anche lui le mani legate e una tavoletta davanti agli occhi. La folla era enorme, e vi fu un tumulto a causa di un vaso che cadde da una finestra, quasi sulla testa di uno dei penitenti che teneva una torcia accesa accanto allo stendardo.

       Tutti guardavano i due fratelli, quando all'improvviso si fece avanti il fiscale di Roma, e disse:

       «Signor Bernardo, Nostro Signore vi fa grazia della vita; sottomettetevi ad accompagnare i vostri parenti e pregate Dio per loro.»

       Subito i suoi due confortatori gli tolsero la tavoletta che aveva davanti agli occhi. Il carnefice stava sistemando sul carretto Giacomo Cenci, e gli aveva tolto l'abito per poterlo attanagliare. Quando il carnefice arrivò a Bernardo, verificò la firma dell'atto di grazia, lo slegò, e, poiché era senz'abito dovendo essere suppliziato, il carnefice lo mise sul carretto e lo avvolse nel ricco mantello di panno gallonato d'oro. (Si è detto che era lo stesso dato da Beatrice a Marzio dopo l'azione nella rocca di Petrella). L'immensa folla che era in strada, alle finestre e sui tetti, d'un tratto si commosse; si sentiva un rumore sordo e profondo, si cominciava a dire che il ragazzo era stato graziato.

       I canti dei salmi iniziarono e la processione si avviò lentamente attraverso piazza Navona verso la prigione Savella. Giunta che fu alla porta della prigione, lo stendardo si fermò, le due donne uscirono, fecero l'atto di adorazione ai piedi del crocefisso, e poi s'incamminarono a piedi l'una dopo l'altra. Erano vestite come si è detto, la testa coperta da un gran velo di taffetà che arrivava fin quasi alla vita.

       La signora Lucrezia, nella sua qualità di vedova, portava un velo nero, e babbucce di velluto nero senza tacco, secondo l'usanza.

       Il velo della giovane era di taffetà azzurro, come la sua veste; aveva poi un gran velo di drappo d'argento sulle spalle, una gonna di drappo viola, e babbucce di velluto bianco, allacciate con eleganza e chiuse da cordoncini color cremisi. Nell'incedere in questo costume, aveva una grazia singolare, e a tutti salivano le lacrime agli occhi man mano che la vedevano avanzarsi lentamente nelle ultime file della processione.

       Le donne avevano entrambe le mani libere, ma le braccia legate al corpo, di modo che ciascuna di loro poteva portare un crocefisso; lo tenevano vicinissimo agli occhi. Le maniche delle loro vesti erano molto larghe, lasciando scorgere le braccia, che erano coperte da una camicia stretta ai polsi, come si usa qui.

       La signora Lucrezia, che aveva il cuore meno saldo, piangeva quasi in continuazione; la giovane Beatrice, invece, mostrava un grande coraggio; e levando gli occhi verso tutte le chiese davanti a cui passava la processione, s'inginocchiava per un istante, e diceva con voce ferma: «Adoramus te, Christe!»

       Nel frattempo, il povero Giacomo Cenci veniva suppliziato sul carretto, e mostrava molta costanza.

       La processione poté attraversare a stento la parte inferiore della piazza di ponte Sant'Angelo, tanto grande era il numero delle carrozze e la folla del popolo. Si condussero senza indugio le due donne nella cappella che era stata preparata; in seguito vi si condusse Giacomo Cenci.

       Il giovane Bernardo, coperto del suo mantello gallonato, fu portato direttamente sul patibolo; allora tutti credettero che sarebbe stato ucciso, e che non avesse ricevuto la grazia. Il povero ragazzo ebbe una tale paura, che cadde svenuto al secondo passo che fece sul patibolo. Lo si fece rinvenire con dell'acqua fresca, collocandolo poi di fronte alla mannaja.

       Il carnefice andò a prendere la signora Lucrezia Petroni; le sue mani erano legate dietro la schiena, non aveva più il velo sulle spalle. Apparve sulla piazza accompagnata dallo stendardo, con la testa avvolta nel velo di taffetà nero; là si riconciliò con Dio e baciò le sante piaghe. Le dissero di lasciare le babbucce sul lastricato; poiché era molto corpulenta, fece un po' fatica a salire. Quando fu sul patibolo e le fu tolto il velo di taffetà nero, soffrì molto d'esser veduta con le spalle e il petto scoperti; si guardò, poi guardò la mannaja, e, in segno di rassegnazione, alzò lentamente le spalle; le vennero le lacrime agli occhi, e disse:

       «O mio Dio!... E voi, fratelli miei. pregate per la mia anima!»

       Non sapendo cosa dovesse fare, chiese ad Alessandro, primo carnefice, come doveva comportarsi. Egli le disse di mettersi a cavalcioni sull'asse del ceppo. Ma questo movimento le parve offensivo per il pudore, e ci mise molto tempo a farlo. (I particolari che seguono sono tollerabili per il pubblico italiano, che tiene a sapere ogni cosa con la massima esattezza; al lettore francese basti sapere che il pudore della povera donna fece sì che si ferisse al petto; il carnefice mostrò la testa al popolo e poi l'avvolse nel velo di taffetà nero).

       Mentre si metteva in ordine la mannaja per la ragazza, un'impalcatura carica di curiosi cadde, e molta gente restò uccisa. Così comparvero dinanzi a Dio prima di Beatrice.

       Quando Beatrice vide lo stendardo tornare verso la cappella per prenderla, disse con vivacità:

       «La mia signora madre è davvero morta?»

       Le risposero di sì; ella si gettò in ginocchio davanti al crocefisso, e pregò con fervore per la sua anima. Poi parlò a voce alta e a lungo al crocefisso.

       «Signore, sei ritornato per me, e io ti seguirò di buon grado, non disperando della tua misericordia per il mio enorme peccato, ecc.»

       In seguito recitò diversi salmi e orazioni, sempre in lode di Dio. Quando infine il carnefice le comparve davanti con una corda, disse:

       «Lega questo corpo che dev'essere castigato, e libera quest'anima che deve arrivare all'immortalità e alla gloria eterna. »

       Allora si levò, disse le sue preghiere, lasciò le babbucce in fondo alla scala, e salita sul patibolo passò lesta la gamba sopra l'asse, posò il collo sotto la mannaja, e si sistemò da sola alla perfezione per evitare d'esser toccata dal carnefice. Con la rapidità dei suoi movimenti, evitò che, nel momento in cui le fu tolto il suo velo di taffetà, il pubblico le vedesse le spalle e il petto. Ci volle molto prima che il colpo fosse vibrato, perché sopravvenne un inconveniente. Nel frattempo, ella invocava ad alta voce il nome di Gesù Cristo e della santissima Vergine.

       Il corpo ebbe un grande sussulto al momento fatale. Il povero Bernardo Cenci, che era sempre rimasto seduto sul patibolo, cadde di nuovo svenuto, e ai suoi confortatori occorse ben più di mezz'ora per rianimarlo. Allora comparve sul patibolo Giacomo Cenci; ma anche qui bisogna sorvolare su particolari troppo atroci. Giacomo Cenci fu mazzolato.

       Bernardo fu ricondotto subito in prigione, aveva la febbre alta, gli fu fatto un salasso.

       In quanto alle povere donne, ciascuna fu accomodata nella sua bara, e deposta a qualche passo dal patibolo, presso la statua di san Paolo che è la prima a destra sul ponte Sant'Angelo. Restarono lì fino alle quattro e un quarto dopo mezzogiorno. Intorno ad ogni bara ardevano quattro candele di cera bianca.

       In seguito, con quel che restava di Giacomo Cenci, furono portate al palazzo del console di Firenze. Alle nove e un quarto di sera, il corpo della giovane, vestito dei suoi abiti e incoronato di fiori a profusione, fu portato a San Pietro in Montorio. Era di un'incantevole bellezza; sembrava che dormisse. Fu sepolta davanti all'altar maggiore e alla Trasfigurazione di Raffaello da Urbino. Era accompagnata da cinquanta grandi ceri accesi e da tutti i frati francescani di Roma.

       Lucrezia Petroni fu portata, alle dieci di sera, alla chiesa di San Giorgio. Durante questa tragedia, la folla era innumerevole; fìn dove poteva spingersi lo sguardo, si vedevano le strade piene di carrozze e di gente, le impalcature, le finestre e i tetti coperti di curiosi. Il sole era tanto ardente quel giorno che molte persone perdettero conoscenza. Un numero infinito prese la febbre; e quando tutto fu terminato, alle diciannove (le due meno un quarto), e la folla si disperse, molte persone furono soffocate, altre schiacciate dai cavalli. Il numero dei morti tu molto considerevole.

       La signora Lucrezia Petroni era piuttosto piccola di statura, e benché avesse cinquant'anni, era ancora molto ben portante. Aveva bellissimi lineamenti, il naso piccolo, gli occhi neri, il viso molto bianco dal bel colorito; aveva pochi capelli ed erano castani.

       Beatrice Cenci, che ispirerà un eterno rimpianto, aveva sedici anni giusti; era piccola; era piacevolmente grassottella e aveva delle fossette in mezzo alle guance, di modo che, morta e incoronata di fiori, si sarebbe detto che dormisse, e anzi che ridesse, come le accadeva spesso quando era in vita. Aveva la bocca piccola, i capelli biondi e naturalmente ricci. Andando alla morte questi capelli biondi e inanellati le ricadevano sugli occhi, e ciò le dava una certa grazia e induceva alla compassione.

       Giacomo Cenci era di piccola statura, grosso, col viso bianco e la barba nera; aveva press'a poco ventisei anni quando morì.

       Bernardo Cenci assomigliava in tutto a sua sorella, e, siccome portava i capelli lunghi come lei, molta gente, quando comparve sul patibolo, lo scambiò per Beatrice.

       Il sole era stato così ardente, che molti spettatori di questa tragedia morirono durante la notte, e fra loro Ubaldino Ubaldini, giovane di rara bellezza, che prima godeva di perfetta salute. Era fratello del signor Renzi, molto conosciuto a Roma. Così le ombre dei Cenci se ne andarono in buona compagnia.

       Ieri, martedì 14 settembre 1599, i penitenti di San Marcello, in occasione della festa della Santa Croce usufruirono del loro privilegio per liberare dalla prigione il signor Bernardo Cenci, che si è obbligato a pagare entro un anno 400.000 franchi alla Santissima Trinità di ponte Sisto.

 

(Aggiunta di altra mano)

 

       Da lui discendono Francesco e Bernardo Cenci, che vivono attualmente.

       Il celebre Farinacci, che, con la sua ostinazione, salvò la vita al giovane Cenci, ha pubblicato le sue arringhe. Dà soltanto un estratto dell'arringa n. 66, che pronunciò davanti a Clemente VIII in favore dei Cenci. Quest'arringa, in lingua latina, riempirebbe sei grandi pagine, e non posso inserirla qui, con mio rincrescimento; riproduce il modo di pensare del 1599; mi sembra molto ragionevole. Molti anni dopo il 1599, Farinacci, dando alle stampe le sue arringhe, aggiunse una nota a quella che aveva pronunciato in favore dei Cenci: Omnes fuerunt ultimo supplicio affecti, excepto Bernardo qui ad triremes cum bonorum confiscatione condemnatus fuit, ac etiam ad interessendum aliorum morti prout interfuit. La fine di questa nota latina è commovente, ma suppongo che il lettore sia stanco di una sì lunga storia.

 

LA DUCHESSA DI PALLIANO

 

 

 

Palermo, 22 luglio 1838

 

       Non sono un naturalista, e la mia conoscenza del greco è assai mediocre; lo scopo principale del mio viaggio in Sicilia non era quello di osservare i fenomeni dell'Etna, né di far luce, per me o per gli altri, su tutto ciò che gli antichi autori greci hanno detto dell'isola. Cercavo innanzi tutto il piacere degli occhi, che è grande in questo singolare paese. Dicono che somigli all'Africa; ma, per me, è certo che somiglia all'Italia solo per le sue divoranti passioni. Dei Siciliani si può ben dire che la parola impossibile non esiste per loro, non appena sono infiammati dall'amore o dall'odio, e l'odio, in questo bel paese, non sorge mai da motivi d'interesse.

       Ho notato che in Inghilterra, e soprattutto in Francia, si parla spesso della passione italiana, della passione sfrenata che esisteva in Italia nei secoli XVI e XVII. Ai giorni nostri questa bella passione è morta, definitivamente, nelle classi che hanno subito l'influenza delle usanze francesi e delle mode di Parigi o di Londra.

       Si potrebbe osservare che, dall'epoca di Carlo V (1530), Napoli, Firenze, e anche Roma, imitarono un po' i costumi spagnoli; ma quelle abitudini sociali così nobili non erano forse fondate sul profondo rispetto che ogni uomo degno di questo nome deve ai propri sentimenti? Lungi dal bandire l'energia, esse l'accentuavano, mentre la prima regola dei fatui imitatori del duca di Richelieu, verso il 1760, era di non sembrar commossi di nulla. La massima dei dandies inglesi, che oggi vengono copiati a Napoli a preferenza dei damerini francesi, non è quella di sembrare annoiati di tutto, superiori a tutto?

       Sicché la passione italiana, da un secolo a questa parte, non esiste più nella buona società di quel paese.

       Per farmi un'idea di questa passione italiana, di cui i nostri romanzieri parlano con tanta sicurezza, sono stato obbligato a interrogare la storia; ma la grande storia, scritta da uomini di talento, e spesso troppo maestosa, non dice quasi nulla di questi dettagli. Essa non si degna di annotare certe follie, a meno che siano commesse da re o da principi. Ho dovuto ricorrere alla storia locale di ogni città; ma sono rimasto spaventato dall'abbondanza dei materiali. Certe piccole città vi presentano con fierezza la loro storia in tre o quattro volumi stampati in 4°, e in sette o otto volumi manoscritti; questi, quasi indecifrabili, costellati di abbreviazioni, con caratteri di forma strana, nei momenti più interessanti sono pieni di modi dire dialettali, inintelligibili venti leghe più in là. Perché in tutta questa bella Italia, dove l'amore ha disseminato tanti avvenimenti tragici, solo in tre città, Firenze, Siena e Roma, si parla press'a poco come si scrive; dappertutto altrove la lingua scritta è a mille miglia dalla lingua parlata.

       La cosiddetta passione italiana, cioè la passione che cerca di soddisfarsi, e non già di dare al vicino un'idea magnifica della nostra persona, comincia con la rinascita della società, nel XII secolo, e si estingue, almeno nelle classi più elevate, verso il 1734. A quell'epoca, i Borboni vengono a regnare a Napoli nella persona di don Carlos, figlio di una Farnese, sposata, in seconde nozze, a Filippo V, il triste nipote di Luigi XIV, così intrepido sul campo di battaglia, così annoiato, e così appassionato di musica. È noto che per ventiquattro anni il sublime castrato Farinelli gli cantò tutti i giorni le sue tre arie predilette, sempre le stesse.

       Uno spirito filosofico potrebbe trovare curiosi i particolari di una passione vissuta a Roma o a Napoli, ma confesserò che nulla mi pare più assurdo di quei romanzi che danno nomi italiani ai loro personaggi. Non è convenuto che le passioni mutano ogni volta che ci si avvicina di cento leghe al Nord? L'amore è forse lo stesso a Marsiglia e a Parigi? Tutt'al più si può dire che i paesi soggetti da lungo tempo allo stesso governo, mostrano nelle abitudini sociali una specie di somiglianza esteriore.

       I paesaggi, come le passioni, come la musica, cambiano anch'essi appena ci si spinge di tre o quattro gradi verso il Nord. Un paesaggio napoletano sembrerebbe assurdo a Venezia, se non fosse cosa convenuta, anche in Italia, ammirare le bellezze naturali di Napoli. A Parigi, facciamo di meglio: crediamo che l'aspetto delle foreste e delle pianure coltivate sia lo stesso a Napoli e a Venezia, e vorremmo che il Canaletto, per esempio, adoprasse assolutamente gli stessi colori di Salvator Rosa.

       Il colmo del ridicolo non è forse una dama inglese dotata di tutte le perfezioni della sua isola, ma considerata incapace di dipingere l'odio e l'amore di quell'isola stessa: la signora Ann Radcliffe, che dà nomi italiani e grandi passioni ai personaggi del suo celebre romanzo Il confessionale dei penitenti neri?

       Non cercherò affatto di abbellire la semplicità, la rudezza talora urtanti del racconto fin troppo realistico che sottopongo all'indulgenza del lettore; per esempio, tradurrò esattamente la risposta della duchessa di Palliano alla dichiarazione d'amore di suo cugino Marcello Capece. Questa monografia della famiglia si trova, non so perché, alla fine del secondo volume di una storia manoscritta di Palermo, sulla quale non posso dare nessuna precisazione.

       Il racconto, che ho molto abbreviato, a malincuore (ho soppresso una quantità di particolari caratteristici), comprende le ultime vicende della disgraziata famiglia Carafa, più che la storia avvincente di una sola passione. La vanità letteraria mi dice che forse non mi sarebbe stato impossibile accrescere l'interesse di varie situazioni, sviluppando di più, cioè indovinando e raccontando al lettore, nei particolari, i sentimenti dei personaggi. Ma io, giovane Francese, nato a nord di Parigi, sono ben certo d'indovinare ciò che sentivano quelle anime italiane dell'anno 1559? Tutt'al più posso sperare d'indovinare quel che può apparire elegante e piccante ai lettori francesi del 1838.

       Questo modo appassionato di sentire che regnava in Italia verso il 1559 voleva azioni e non parole. Si troveranno quindi pochissimi dialoghi nei racconti che seguono. È uno svantaggio per questa traduzione, abituati come siamo alle lunghe conversazioni dei nostri personaggi romanzeschi; per loro una conversazione è una battaglia. La storia per cui reclamo tutta l'indulgenza del lettore mostra una singolare particolarità introdotta dagli Spagnoli nei costumi italiani.

       Non sono mai uscito dal mio ruolo di traduttore. Il calco fedele dei modi di sentire del XVI secolo, e anche dei modi di raccontare dello storico che, secondo ogni apparenza, era un gentiluomo appartenente al seguito della sventurata duchessa di Palliano, rappresenta, a mio avviso, il pregio principale di questa storia tragica, se mai essa ne ha uno.

       La più rigida etichetta spagnola regnava alla corte del duca di Palliano. Notate che ogni cardinale, ogni principe romano aveva una corte simile, e potrete farvi un'idea dello spettacolo che presentava nel 1559 l'alta società della città di Roma. Non dimenticate che era il tempo in cui il re Filippo II avendo bisogno per un suo intrigo del suffragio di due cardinali, diede a ciascuno di essi 200.000 franchi di rendita in benefici ecclesiastici. Roma, benché priva di un esercito temibile, era la capitale del mondo. Parigi, nel 1559, era una città di barbari abbastanza inciviliti.

 

 

TRADUZIONE FEDELE DI UNA VECCHIA CRONACA SCRITTA VERSO IL 1566

 

       Giampietro Carafa, sebbene appartenente a una delle più nobili famiglie del regno di Napoli, era di modi aspri, rudi, violenti e in tutto degni di un pecoraio. Prese l'abito lungo (talare) e in giovane età se ne andò a Roma, dove godette del favore di suo cugino Oliviero Carafa, cardinale e arcivescovo di Napoli. Alessandro VI, quel grand'uomo, che sapeva tutto e poteva tutto, lo fece suo cameriere (press'a poco quel che noi chiameremmo, nel linguaggio attuale, un ufficiale d'ordinanza). Giulio II lo nominò arcivescovo di Chieti; papa Paolo lo fece cardinale, e infine, il 23 maggio 1555, dopo contese e dispute tremende fra i cardinali rinchiusi in conclave, fu creato papa col nome di Paolo IV: aveva allora settantotto anni. Gli stessi che l'avevano appena chiamato al trono di san Pietro fremettero ben presto, pensando alla durezza e alla fede indomita, inesorabile, del padrone che si erano dati.

       La notizia di questa elezione inattesa rivoluzionò Napoli e Palermo. In pochi giorni Roma vide arrivare un gran numero di membri dell'illustre famiglia Carafa. Tutti furono sistemati; ma, com'è naturale, il papa favorì in modo particolare i suoi tre nipoti, figli del conte di Montorio, suo fratello.

       Don Juan, il primogenito, già sposato, fu fatto duca di Palliano. Questo ducato, strappato a Marcantonio Colonna, cui apparteneva, comprendeva molti villaggi e cittadine. Don Carlos, il secondo dei nipoti di Sua Santità, era cavaliere di Malta e aveva fatto la guerra; fu creato cardinale, legato di Bologna e primo ministro. Era un uomo molto risoluto fedele alle tradizioni della sua famiglia, osò odiare il re più potente del mondo (Filippo II, re di Spagna e delle Indie), e gli diede prova del suo odio. In quanto al terzo nipote del nuovo papa, don Antonio Carata, siccome era sposato, il papa lo fece marchese di Montebello. Infine, volle dare in moglie a Francesco, delfino di Francia e figlio del re Enrico II una figlia avuta da suo fratello in seconde nozze; Paolo IV pretendeva di assegnarle in dote il regno di Napoli. togliendolo a Filippo II, re di Spagna. La famiglia Carafa odiava quel potente sovrano, il quale, approfittando dei suoi errori, riuscì a sterminarla, come vedrete.

       Da quando era salito al trono di san Pietro, il più potente del mondo, che a quell'epoca eclissava perfino l'illustre monarca della Spagna, Paolo IV, come si è visto poi anche nella maggior parte dei suoi successori, dava l'esempio di tutte le virtù. Fu un gran papa e un gran santo; si sforzò di riformare gli abusi nella Chiesa e di evitare in tal modo il concilio generale, che da ogni parte veniva richiesto alla corte di Roma, e che una saggia politica non consentiva di accordare.

       Secondo l'usanza di quel tempo oggi troppo dimenticato, che non permetteva a un sovrano di fidarsi di gente che poteva avere interessi diversi dai suoi, gli Stati di Sua Santità erano governati dispoticamente dai suoi tre nipoti. Il cardinale era primo ministro e disponeva delle volontà dello zio; il duca di Palliano era stato creato generale delle truppe della Santa Chiesa, e il marchese di Montebello, capitano delle guardie di palazzo, vi lasciava entrare solo le persone a lui gradite. Ben presto quei giovani commisero i maggiori eccessi; cominciarono con l'appropriarsi dei beni delle famiglie contrarie al loro governo. Le popolazioni non sapevano a chi ricorrere per ottenere giustizia. Non solo dovevano temere per i loro beni, ma, orribile a dirsi nella patria della casta Lucrezia, l'onore delle loro mogli e delle loro figlie non era al sicuro. Il duca di Palliano e i suoi fratelli rapivano le donne più belle; bastava che avessero la disgrazia di piacere a quei signori. Si vide, con stupore, che non avevano alcun riguardo per la nobiltà del sangue, e, peggio ancora, la sacra clausura dei santi monasteri non era affatto un ostacolo per loro. Le popolazioni, ridotte alla disperazione, non sapevano a chi far giungere le loro lagnanze, tanto grande era il terrore che i tre fratelli avevano ispirato a tutti quelli che si avvicinavano al papa; erano insolenti perfino con gli ambasciatori.

       Il duca aveva sposato, prima dell'elezione di suo zio, Violante di Cardona, di una famiglia originaria della Spagna, e che, a Napoli, apparteneva alla più alta nobiltà.

       Essa era iscritta al Seggio di nido.

       Violante, celebre per la sua rara bellezza e per le grazie che sapeva sfoderare quando voleva piacere, lo era ancora di più per il suo orgoglio insensato. Ma, ad esser giusti, sarebbe stato difficile avere un carattere più forte, come dimostrò bene al mondo non rivelando nulla, prima di morire, al frate cappuccino che la confessò. Sapeva a memoria e recitava con grazia infinita il meraviglioso Orlando di messer Ariosto, la maggior parte dei sonetti del divino Petrarca, le novelle del Pecorone, ecc., ecc. Ma era ancor più seducente quando degnava intrattenere gli interlocutori con le idee singolari che il suo spirito le suggeriva.

       Ebbe un figlio che fu chiamato il duca di Cavi. Suo fratello, don Ferrante, conte d'Alife, andò a Roma, attratto dalla fortunata carriera dei suoi cognati.

       Il duca di Palliano teneva una corte splendida; i giovani delle prime famiglie di Napoli si disputavano l'onore di farne parte. Fra quelli che gli erano più cari, Roma assegnò un posto particolare, con la sua ammirazione, a Marcello Capece (del Seggio di nido), giovane cavaliere celebre a Napoli per il suo spirito, nonché per la divina bellezza che aveva ricevuto dal cielo.

       La duchessa aveva come favorita Diana Brancaccio, che a quel tempo era sui trent'anni, parente prossima della marchesa di Montebello, sua cognata. A Roma si diceva che, davanti a questa favorita, non aveva più orgoglio; le confidava tutti i suoi segreti. Ma tali segreti riguardavano solo la politica; la duchessa suscitava molte passioni, ma non ne condivideva nessuna.

       Seguendo i consigli del cardinal Carafa, il papa fece la guerra al re di Spagna, e il re di Francia mandò in soccorso del papa un esercito comandato dal duca di Guisa.

       Ma dobbiamo attenerci agli avvenimenti interni della corte del duca di Palliano.

       Da molto tempo Capece sembrava impazzito; lo si vedeva commettere le azioni più stravaganti; il fatto è che il povero giovane si era appassionatamente innamorato della duchessa sua signora, ma non osava dichiararsi a lei. Però non disperava del tutto di ottenere il suo scopo, vedeva la duchessa profondamente irritata contro un marito che la trascurava. Il duca di Palliano era onnipotente a Roma, e la duchessa sapeva, senza alcun dubbio, che quasi tutti i giorni le dame romane più celebri per la loro bellezza andavano a trovare suo marito nel suo stesso palazzo, ed era un affronto cui ella non poteva abituarsi.

       Fra i cappellani del santo papa Paolo IV c'era un degno religioso con cui egli recitava il breviario. Questo personaggio, a rischio di rovinarsi, e forse spinto dall'ambasciatore di Spagna, un giorno osò rivelare al papa tutte le scelleratezze dei suoi nipoti. Il santo pontefice si ammalò dal dispiacere; volle dubitare; ma prove schiaccianti gli arrivavano da ogni parte. Il primo giorno dell'anno 1559 ebbe luogo l'avvenimento che confermò il papa in tutti i suoi sospetti, e forse fece decidere Sua Santità. Proprio il giorno della Circoncisione di Nostro Signore, circostanza che aggravò di molto la colpa agli occhi di un sovrano così pio, Andrea Lanfranchi, segretario del duca di Palliano, diede una magnifica cena in onore del cardinal Carafa, e volendo che oltre agli stimoli della gola non mancassero quelli della lussuria, fece venire a cena la Martuccia, una delle più belle, delle più celebri e ricche cortigiane della nobile città di Roma. Fatalità volle che Capece, il favorito del duca, lo stesso che in segreto era innamorato della duchessa, e che era ritenuto il più bell'uomo della capitale del mondo, da qualche tempo avesse una relazione con la Martuccia. Quella sera, la cercò in tutti i luoghi dove poteva sperare d'incontrarla. Non trovandola da nessuna parte, e avendo appreso che in casa Lanfranchi si teneva una cena, ebbe il sospetto di quanto stava avvenendo, e verso mezzanotte si presentò da Lanfranchi, accompagnato da molti uomini armati.

       La porta gli fu aperta, fu invitato a sedersi e a partecipare al festino, ma dopo qualche parola assai sforzata, egli fece segno alla Martuccia di alzarsi e di uscire con lui. Mentre ella esitava tutta confusa, prevedendo quel che sarebbe accaduto, Capece si alzò dal suo posto, e avvicinandosi alla giovane la prese per mano, cercando di trascinarla con sé. Il cardinale, in onore del quale la donna era venuta, si oppose vivamente alla sua partenza; Capece insisté cercando di trascinarla fuori dalla sala.

       Il cardinale primo ministro, che quella sera portava un abito tutto diverso da quello conforme alla sua alta dignità, pose mano alla spada, e si oppose col vigore e il coraggio che tutta Roma gli conosceva alla partenza della giovane. Marcello, ebbro di collera, fece entrare i suoi uomini, ma erano in maggioranza Napoletani, e quando riconobbero prima il segretario del duca e poi il cardinale, che il singolare abito aveva loro nascosto sulle prime, rinfoderarono le spade, non vollero battersi, e s'interposero per appianare il litigio.

       Durante questo tumulto, Martuccia, che era circondata e che Marcello Capece tratteneva con la sinistra, fu abbastanza svelta da svignarsela. Appena Marcello si avvide della sua assenza, le corse appresso, e tutti i suoi lo seguirono.

       Ma l'oscurità della notte autorizzava i racconti più strani, e la mattina del 2 gennaio nella capitale dilagarono le voci sul rischioso combattimento che avrebbe avuto luogo, si diceva, fra il cardinal nipote e Marcello Capece. Il duca di Palliano, comandante supremo dell'esercito della Chiesa, credette la faccenda assai più grave di quanto non fosse, e, poiché non era in buoni rapporti con suo fratello il ministro, la notte stessa fece arrestare Lanfranchi, e il giorno dopo, di buonora, anche Marcello fu messo in prigione. Poi ci si accorse che nessuno aveva perduto la vita, e che quegli arresti non facevano che aumentare lo scandalo, a tutto danno del cardinale. Ci si affrettò a rilasciare i prigionieri, e l'immenso potere dei tre fratelli si concentrò per cercar di mettere a tacere la faccenda. Dapprima sperarono di riuscirvi; ma, il terzo giorno, tutta la storia arrivò alle orecchie del papa. Egli fece chiamare i due nipoti, e parlò loro come poteva farlo un principe tanto pio e così profondamente offeso.

       Il quinto giorno di gennaio, in cui un gran numero di cardinali si riuniva nella congregazione del Sant'Uffizio, il santo papa parlò per primo di quell'orribile faccenda; domandò ai cardinali presenti come mai avevano osato non portarla a sua conoscenza:

       «Voi tacete! eppure lo scandalo riguarda la dignità sublime di cui siete rivestiti! Il cardinal Carafa ha osato mostrarsi sulla pubblica via vestito di un abito secolare e con la spada sguainata in mano. E a quale scopo? Per impadronirsi di un'infame cortigiana?»

       Ci si può immaginare il silenzio di morte che regnava fra tutti i cortigiani durante quest'invettiva contro il primo ministro. Era un vegliardo di ottant'anni che si adirava contro un nipote prediletto, fino allora arbitro di tutte le sue volontà. Nella sua indignazione il papa parlò di togliere al nipote il cappello cardinalizio.

       La collera del papa fu fomentata dall'ambasciatore del granduca di Toscana, che andò a lagnarsi con lui di una recente insolenza del cardinale primo ministro. Questo cardinale, così potente fino allora, si presentò da Sua Santità per il solito lavoro. Il papa lo lasciò quattro ore di fila in anticamera, ad aspettare sotto gli occhi di tutti, poi lo mandò via senza volerlo ammettere all'udienza. Figurarsi come ne soffrì lo smoderato orgoglio del ministro. Il cardinale era irritato, ma non sottomesso; pensava che un vecchio prostrato dall'età, dominato per tutta la vita dall'amore che portava alla famiglia, e che infine era poco abituato a sbrigare gli affari temporali, sarebbe stato obbligato a ricorrere alle sue prestazioni. La virtù del santo papa ebbe la meglio, egli convocò i cardinali e, dopo averli guardati a lungo senza parlare, alla fine scoppiò in lacrime e non esitò a fare una specie di ammenda onorevole:

       «La debolezza dell'età,» disse loro, «e le cure che rivolgo alle cose della religione, nelle quali, come sapete, intendo distruggere tutti gli abusi, mi hanno indotto ad affidare la mia autorità temporale ai miei tre nipoti; ne hanno abusato ed io li scaccio per sempre.»

       In seguito fu data lettura di un breve per cui i nipoti erano spogliati di tutte le loro dignità, e confinati in miserabili villaggi. Il cardinale primo ministro fu esiliato a Civita Lavinia, il duca di Palliano a Soriano, e il marchese a Montebello; con questo breve, il duca era privato dei suoi emolumenti, che ammontavano a 72.000 piastre (più di un milione del 1838).

       Non era possibile disobbedire a questi ordini severi: i Carafa avevano per nemico e sorvegliante tutto quanto il popolo di Roma, che li detestava.

       Il duca di Palliano, seguito dal conte d'Alife, suo cognato, e da Leonardo del Cardine, andò a stabilirsi nel piccolo villaggio di Soriano, mentre la duchessa e sua suocera andarono ad abitare a Gallese, misera borgata a due leghe appena da Soriano.

       Queste località sono amene; ma si trattava di un esilio, ed essi si trovavano cacciati via da Roma dove fino allora avevano regnato con arroganza.

       Marcello Capece aveva seguito la sua signora con gli altri cortigiani nel povero villaggio dov'era stata esiliata. Invece di ricevere gli omaggi di tutta Roma, questa donna, così potente pochi giorni prima, e che godeva del proprio rango con tutta l'esaltazione dell'orgoglio, ormai si vedeva circondata soltanto da semplici contadini, il cui stesso stupore le rammentava la sua caduta. Non aveva alcuna consolazione; suo zio era così vecchio che probabilmente sarebbe stato sorpreso dalla morte prima di richiamare i nipoti, e per colmo di disgrazia i tre fratelli si detestavano fra loro. Si arrivava perfino a dire che il duca e il marchese, che non condividevano affatto le focose passioni del cardinale, spaventati dai suoi eccessi, fossero arrivati al punto di denunciarlo al papa loro zio.

       In mezzo all'orrore di questa profonda disgrazia, accadde un fatto che, per sfortuna della duchessa e dello stesso Capece, dimostrò bene che, a Roma, non era stata una vera passione a spingerlo dietro alla Martuccia.

       Un giorno che la duchessa l'aveva fatto chiamare per dargli un ordine, si trovò solo con lei, cosa che non succedeva forse neppure due volte in un anno. Quando vide che non c'era nessuno nella sala dove la duchessa lo riceveva, Capece restò immobile e silenzioso. Andò verso la porta per vedere se c'era qualcuno che potesse ascoltarli nella stanza vicina, poi ardì parlare così:

       «Signora, non v'inquietate e non andate in collera per le parole insolite che avrò la temerità di pronunciare. Da molto tempo vi amo più della vita. Se, con troppa imprudenza, ho osato contemplare da innamorato le vostre divine bellezze non dovete darne la colpa a me, bensì alla forza soprannaturale che mi spinge e mi agita. Sono alla tortura, brucio; non chiedo ristoro dalla fiamma che mi consuma, ma soltanto che la vostra generosità abbia pietà d'un servitore pieno di deferenza e di umiltà.»

       La duchessa parve sorpresa e soprattutto irritata:

       «Marcello, che cosa mai hai visto in me,» gli disse, «che ti dia l'ardire di chiedermi amore? Forse che la mia vita, la mia conversazione si sono talmente allontanate dalle regole della decenza, che tu abbia potuto sentirti autorizzato a simile sfrontatezza? Come hai potuto avere la temerità di credere ch'io potessi darmi a te o a chiunque altro, eccettuato il mio sposo e signore? Ti perdono quel che mi hai detto, perché penso che tu sia fuor di senno; ma guardati bene dal ricadere in un simile errore, o ti giuro che ti farò punire insieme per la prima e per la seconda insolenza.»

       La duchessa si allontanò, presa dalla collera, e in effetti Capece era venuto meno alle leggi della prudenza; bisognava lasciar indovinare, e non parlare. Egli restò sconcertato, temendo molto che la duchessa raccontasse la cosa a suo marito.

       Ma il seguito fu ben diverso da quel che temeva. Nell'isolamento di quel villaggio, la fiera duchessa di Palliano non poté impedirsi di confidare quel che Capece aveva osato dirle alla sua dama d'onore prediletta, Diana Brancaccio. Era una donna di trent'anni, divorata da ardenti passioni. Aveva i capelli rossi (lo storico torna parecchie volte su questa circostanza, che gli sembra spiegare tutte le follie di Diana Brancaccio). Amava con furore Domiziano Fornari, gentiluomo al seguito del marchese di Montebello. Voleva prenderlo per marito; ma il marchese e sua moglie, al quali aveva l'onore d'esser legata da vincoli di sangue, avrebbero mai consentito a vederla sposare un uomo attualmente al loro servizio? Quest'ostacolo era insormontabile, almeno in apparenza.

       Non c'era che una probabilità di successo: ottenere una valida protezione da parte del duca di Palliano, fratello maggiore del marchese, e Diana non era priva di speranze a tale proposito. Il duca la trattava da parente più che da domestica. Era un uomo dotato di un certa semplicità di cuore e di una certa bontà, e teneva infinitamente meno dei suoi fratelli alle regole dell'etichetta. Benché il duca approfittasse come un giovanotto di tutti i privilegi della sua alta posizione, e non fosse per nulla fedele alla moglie, tuttavia la amava teneramente, e, stando alle apparenze, non avrebbe potuto rifiutarle una grazia se ella gliel'avesse chiesta con una certa insistenza.

       La confessione che Capece aveva osato fare alla duchessa parve una fortuna inaspettata alla tenebrosa Diana. La sua padrona era stata fino allora di una virtù esasperante; ma se poteva provare una passione, se commetteva un errore, in ogni momento avrebbe avuto bisogno di Diana, e questa avrebbe potuto sperare tutto da una donna di cui conoscesse i segreti.

       Invece di ricordare alla duchessa innanzi tutto ciò che doveva a se stessa, e poi i pericoli tremendi cui si sarebbe esposta in mezzo a cortigiani così perspicaci, Diana, trascinata dalla foga della propria passione, parlò alla sua signora di Marcello Capece, come parlava a se stessa di Domiziano Fornari. Nei lunghi colloqui di quell'isolamento, ella trovava modo, ogni giorno, di rammentare alla duchessa le grazie e la bellezza di quel povero Marcello che sembrava così triste; apparteneva, come la duchessa, alle prime famiglie di Napoli, le sue maniere erano nobili come il suo sangue, e gli mancavano solo le ricchezze, che un capriccio della fortuna avrebbe potuto dargli da un giorno all'altro, per essere in tutto eguale alla donna che osava amare.

       Diana si accorse con gioia che il primo effetto di questi discorsi era quello di raddoppiare la fiducia che la duchessa le accordava.

       Non mancò di informare Marcello Capece di quanto avveniva. Durante il caldo torrido di quell'estate, la duchessa passeggiava spesso nei boschi che circondano Gallese. Al cadere del sole, si recava ad attendere la brezza di mare sulle ridenti colline che s'innalzano in mezzo a quei boschi, dalla cui sommità si scorge il mare a meno di due leghe di distanza.

       Senza contravvenire alle rigide leggi dell'etichetta, Marcello poteva ben trovarsi in quei boschi: dicono che vi si nascondesse, e avesse cura di mostrarsi agli sguardi della duchessa solo quando era ben disposta dai discorsi di Diana Brancaccio. Questa faceva un segnale a Marcello.

       Diana, vedendo che la sua padrona stava per dare ascolto alla fatale passione che lei stessa aveva suscitato nel suo cuore, cedette da parte sua all'amore violento ispiratole da Domiziano Fornari. Ormai si credeva sicura di poterlo sposare. Ma Domiziano era un giovane saggio, di carattere freddo e riservato; gli impeti della sua focosa amante, anziché farlo attaccare di più, gli sembrarono ben presto sgradevoli. Diana Brancaccio era parente prossima dei Carafa; egli era sicuro che l'avrebbero pugnalato, alla minima voce che fosse giunta sui suoi amori al terribile cardinal Carafa, che, sebbene fratello minore del duca di Palliano, era, in realtà, il vero capo della famiglia.

       La duchessa aveva ceduto da qualche tempo alla passione di Capece, quando un bel giorno Domiziano Fornari non fu più ritrovato nel villaggio dov'era relegata la corte del marchese di Montebello. Era scomparso: si seppe più tardi che s'era imbarcato nel piccolo porto di Nettuno; senza dubbio aveva cambiato nome, e da allora non si ebbero più sue notizie.

       Chi potrebbe descrivere la disperazione di Diana? Dopo aver ascoltato con bontà i suoi lamenti contro il destino, un giorno la duchessa di Palliano le lasciò capire che quest'argomento le sembrava esaurito. Diana si vedeva disprezzata dal suo amante, il suo cuore era in preda alle più crudeli sofferenze, e trasse la più strana conclusione da quel momento di noia che la duchessa aveva provato ascoltando il ripetersi dei suoi lamenti. Diana si persuase che proprio la duchessa avesse obbligato Domiziano Fornari a lasciarla per sempre, e in più gli avesse fornito i mezzi per il viaggio. Questa folle idea era fondata solo su qualche lieve rimprovero che un tempo la duchessa le aveva rivolto. Il sospetto fu ben presto seguito dalla vendetta. Ella chiese un'udienza al duca e gli raccontò tutto quel che avveniva tra sua moglie e Marcello. Il duca rifiutò di prestarvi fede. «Pensate,» le disse, «che da quindici anni non ho avuto il minimo rimprovero da fare alla duchessa, ella ha resistito alle lusinghe della corte e alle attrattive della brillante posizione che avevamo a Roma; i principi più amabili, e il duca di Guisa in persona, generale dell'esercito francese, hanno perso il loro tempo con lei, e volete che ceda a un semplice scudiero?»

       Disgrazia volle che, siccome il duca si annoiava molto a Soriano, il villaggio in cui era relegato, ad appena due leghe da quello dove abitava sua moglie, Diana potesse ottenere da lui un gran numero di udienze, senza che la duchessa ne venisse a conoscenza. Diana aveva un talento straordinario; la passione la rendeva eloquente. Diede al duca una quantità di dettagli; la vendetta era diventata il suo unico piacere. Gli ripeteva che, quasi tutte le sere, Capece s'introduceva in camera della duchessa verso le undici, e non ne usciva che alle due o alle tre del mattino. Questi discorsi sulle prime fecero così poca impressione al duca, che non volle darsi la pena di percorrere due leghe a mezzanotte per andare a Gallese, ed entrare di sorpresa in camera di sua moglie.

       Ma una sera che si trovava a Gallese, e il sole era tramontato ma faceva ancora chiaro, Diana entrò tutta scarmigliata nel salone dov'era il duca. Tutti si allontanarono; ella gli disse che Marcello Capece era appena entrato nella stanza della duchessa. Il duca, certo maldisposto in quel momento, prese il pugnale e corse alla camera di sua moglie, dove entrò per una porta segreta. Vi trovò Marcello Capece. In verità, i due amanti cambiarono colore vedendolo entrare; ma, per il resto, non c'era nulla di reprensibile nella posizione in cui si trovavano. La duchessa era nel suo letto, occupata ad annotare una piccola spesa che aveva fatto; una cameriera era nella stanza; Marcello stava in piedi a tre passi dal letto.

       Il duca furibondo afferrò Marcello alla gola, lo trascinò in un gabinetto vicino, e gli ordinò di gettare in terra la daga e il pugnale di cui era armato. Dopodiché chiamò alcuni uomini della sua guardia, da cui Marcello fu immediatamente condotto nelle prigioni di Soriano.

       La duchessa fu lasciata nel suo palazzo, ma sotto stretta sorveglianza.

       Il duca non era crudele; a quanto sembra ebbe l'idea di nascondere l'ignominiosa faccenda, per non essere obbligato a prendere le misure estreme che l'onore esigeva da lui. Volle far credere che Marcello era trattenuto in carcere per tutt'altro motivo, e prendendo pretesto da certi enormi rospi che Marcello aveva comprato a caro prezzo due o tre mesi prima, fece dire che il giovane aveva tentato di avvelenarlo. Ma il vero delitto era troppo ben conosciuto, e il cardinale, suo fratello, gli fece chiedere quando avrebbe lavato nel sangue dei colpevoli l'affronto che si era osato fare alla loro famiglia.

       Il duca chiamò al suo fianco il conte d'Alife, fratello di sua moglie, e Antonio Torando, amico di casa. Tutti e tre, formando una specie di tribunale, sottoposero a giudizio Marcello Capece, accusato di adulterio con la duchessa.

       L'instabilità delle cose umane volle che il papa Pio IV, succeduto a Paolo IV, appartenesse alla fazione spagnola. Non poteva rifiutare nulla al re Filippo II, che esigeva da lui la morte del cardinale e del duca di Palliano. I due fratelli furono accusati davanti ai tribunali del paese, e le minute del processo che dovettero subire ci informano su tutte le circostanze della morte di Marcello Capece.

       Uno dei numerosi testimoni ascoltati depone in questi termini:

       «Eravamo a Soriano; il duca, mio signore, ebbe un lungo colloquio con il conte d'Alife... La sera, molto tardi, scendemmo in un magazzino a pianterreno, dove il duca aveva fatto preparare le corde necessarie per mettere alla tortura il colpevole. Eravamo il duca, il conte d'Alife, messer Antonio Torando ed io.»

       Il primo testimonio citato fu il capitano Camillo Grifone, amico intimo e confidente di Capece. Il duca gli parlò così:

       «Dì la verità, amico mio. Che cosa sai di quel che Marcello ha fatto nella camera della duchessa?»

       «Non so nulla; da più di venti giorni sono in urto con Marcello.»

       Siccome si ostinava a non dire altro, il signor duca chiamò da fuori alcune delle sue guardie. Grifone fu legato alla corda dal podestà di Soriano. Le guardie tirarono le corde, e, in tal modo, sollevarono il colpevole a quattro dita da terra. Dopo che il capitano fu rimasto così appeso per un buon quarto d'ora, disse:

       «Calatemi giù, dirò quello che so.»

       Quando fu rimesso a terra, le guardie si allontanarono e restammo soli con lui.

       «È vero che parecchie volte ho accompagnato Marcello fino alla camera della duchessa,» disse il capitano, «ma non so niente di più, perché lo aspettavo in un cortile lì accanto fin verso l'una del mattino.»

       Subito furono richiamate le guardie, che, per ordine del duca, lo sollevarono di nuovo, in modo che i suoi piedi non toccavano terra. Ben presto il capitano esclamò:

       «Calatemi giù; voglio dire la verità. È vero,» continuò,«che, da vari mesi, mi sono accorto che Marcello fa l'amore con la duchessa, e volevo avvertire Vostra Eccellenza o don Leonardo. La duchessa mandava tutte le mattina a chieder notizie di Marcello; gli faceva avere dei regalini, e, fra l'altro, delle confetture preparate con molta cura e assai costose; ho veduto a Marcello delle catenine d'oro di mirabile fattura, che aveva ricevuto, evidentemente, dalla duchessa.»

       Dopo questa deposizione, il capitano fu rispedito in prigione. Si fece entrare il portiere della duchessa, che disse di non sapere nulla; fu legato alla corda, e sollevato in aria. Dopo una mezz'ora, disse:

       «Calatemi giù, dirò quello che so.»

       Una volta a terra, sostenne di non sapere niente; fu sollevato di nuovo. Dopo una mezz'ora lo rimisero giù; spiegò che solo da poco tempo era addetto al servizio particolare della duchessa. Poiché era possibile che quell'uomo non sapesse nulla, fu rimandato in prigione. Tutte queste faccende avevano preso molto tempo a causa delle guardie che venivano fatte uscire ogni volta. Si voleva che le guardie credessero che si trattava di un tentativo di avvelenamento col veleno estratto dai rospi.

       La notte era già molto inoltrata quando il duca fece venire Marcello Capece. Uscite le guardie, e la porta debitamente chiusa a chiave:

       «Che cosa avete da fare,» gli disse, «nella camera della duchessa, per restarvi fino all'una, alle due e talvolta fino alle quattro del mattino?»

       Marcello negò tutto; furono chiamate le guardie, che lo sollevarono; la corda gli slogava le braccia; non potendo sopportare il dolore, chiese di essere calato; lo misero su una sedia; ma una volta lì, si imbrogliò nel discorso, e in realtà non sapeva quel che diceva. Furono chiamate le guardie che lo sospesero di nuovo; dopo molto tempo, domandò di essere calato.

       «È vero,» disse, «che sono entrato nell'appartamento della duchessa a quelle ore indebite; ma facevo l'amore con la signora Diana Brancaccio, una delle dame di Sua Eccellenza, cui avevo fatto promessa di matrimonio, e che mi ha concesso tutto, eccetto le cose contrarie all'onore.»

       Marcello fu ricondotto alla sua prigione, dove fu posto a confronto con il capitano e con Diana, che negò tutto.

       In seguito Marcello fu riportato nella sala bassa; quando fummo vicino alla porta:

       «Signor duca,» disse Marcello, «Vostra Eccellenza ricorderà che mi ha promesso salva la vita se dico tutta la verità. Non è necessario rimettermi alla tortura; vi dirò tutto.»

       Allora si avvicinò al duca, e, con voce tremante e articolata a stento, gli disse che era vero che aveva ottenuto i favori della duchessa. A queste parole, il duca si gettò su Marcello e lo morse alla guancia; poi snudò il suo pugnale e vidi che stava per trafiggere il colpevole. Allora dissi che era opportuno che Marcello scrivesse di suo pugno quanto aveva confessato poco prima; questo documento sarebbe servito a giustificare Sua Eccellenza. Entrammo nella sala bassa, dove c'era tutto l'occorrente per scrivere; ma la corda aveva talmente ferito Marcello al braccio e alla mano, che poté scrivere soltanto queste poche parole: «Sì, ho tradito il mio signore; sì, gli ho rubato l'onore!»

       Il duca leggeva man mano che Marcello scriveva. A quel punto, si lanciò su Marcello e gli diede tre pugnalate che gli tolsero la vita. Diana Brancaccio era lì, a tre passi, più morta che viva, senza dubbio pentendosi mille e mille volte di quel che aveva fatto.

       «Donna indegna d'esser nata da nobile famiglia,» esclamò il duca, «e unica causa del mio disonore, cui hai lavorato per servire i tuoi disonesti piaceri, bisogna che ti ricompensi di tutti i tuoi tradimenti.» Dicendo queste parole, la prese per i capelli e le segò il collo con un coltello. La sventurata versò un mare di sangue e infine cadde morta.

       Il duca fece gettare i due cadaveri in una cloaca vicino alla prigione.

       Il giovane cardinale Alfonso Carafa, figlio del marchese di Montebello, l'unico di tutta la famiglia che Paolo IV avesse tenuto presso di sé, credette di dovergli raccontare quest'avvenimento. Il papa rispose solo con queste parole:

       «E della duchessa, cosa ne hanno fatto?»

       Tutti pensarono, a Roma, che queste parole dovessero comportare la morte della sventurata donna. Ma il duca non poteva risolversi a questo grande sacrificio, sia perché ella era incinta, sia a causa dell'immenso affetto che un tempo aveva nutrito per lei.

       Tre mesi dopo il grande atto di virtù che il santo papa Paolo IV aveva compiuto separandosi da tutta la sua famiglia, egli cadde malato; e, dopo altri tre mesi di malattia, spirò il 18 agosto 1559.

       Il cardinale scriveva lettere su lettere al duca di Palliano, ripetendogli di continuo che il loro onore esigeva la morte della duchessa. Vedendo che il loro zio era morto, e non sapendo quale sarebbe stato il pensiero del nuovo papa, voleva che tutto fosse finito al più presto.

       Il duca, uomo semplice, buono e assai meno scrupoloso del cardinale nelle questioni d'onore, non poteva decidersi all'estremo, terribile passo che si esigeva da lui. Ricordava che anche lui aveva commesso molte infedeltà verso la duchessa, senza darsi la minima pena di nascondergliele, e che tali infedeltà potevano aver spinto alla vendetta una donna così altera. Al momento stesso di entrare in conclave, dopo aver ascoltato la messa e ricevuto la santa comunione, il cardinale gli scrisse ancora che si sentiva tormentato per questi continui rinvii, e che, se il duca non si decideva finalmente a ciò che l'onore della casata esigeva, egli non si sarebbe più occupato dei suoi affari, e non avrebbe mai cercato di essergli utile, né nel conclave, né presso il nuovo papa. Un motivo estraneo al punto d'onore contribuì forse a far decidere il duca. Benché la duchessa fosse strettamente sorvegliata, trovò, a quanto dicono, il modo di far sapere a Marcantonio Colonna, nemico mortale del duca cui era stato dato il ducato di Palliano, che se Marcantonio avesse trovato il mezzo di salvarle la vita e di liberarla, lei, da parte sua, gli avrebbe reso il possesso della fortezza di Palliano, comandata da un uomo che le era devoto.

       Il 28 agosto 1559, il duca mandò a Gallese due compagnie di soldati. Il 30, don Leonardo del Cardine, parente del duca, e don Ferrante, conte d'Alife, fratello della duchessa, arrivarono a Gallese, e si recarono negli appartamenti della duchessa per toglierle la vita. Le annunciarono la morte; ella apprese la notizia senza il minimo turbamento. Volle innanzi tutto confessarsi e ascoltare la santa messa. Poi, mentre i due signori le si avvicinavano, osservò che non erano d'accordo fra loro. Chiese se avessero un ordine del duca suo marito per metterla a morte.

       «Sì, signora,» rispose don Leonardo.

       La duchessa chiese di vederlo; don Ferrante glielo mostrò.

       (Trovo nel processo del duca di Palliano la deposizione dei monaci che assisterono a questo terribile avvenimento. Tali deposizioni sono molto superiori a quelle degli altri testimoni, il che deriva, mi sembra, dal fatto che i monaci erano privi di timore parlando davanti al tribunale, mentre tutti gli altri testi erano stati più o meno complici del loro padrone.)

       Frate Antonio da Pavia, cappuccino, depone in questi termini:

       «Dopo la messa in cui aveva ricevuto devotamente la santa comunione, e mentre noi la confortavamo, il conte d'Alife, fratello della signora duchessa, entrò nella stanza con una corda e una bacchetta di nocciolo grossa come un pollice, lunga circa mezzo braccio. Coprì gli occhi della duchessa con un fazzoletto, e lei, con gran sangue freddo, se lo tirò di più sugli occhi, per non vederlo. Il conte le mise la corda al collo; ma, siccome non andava bene, gliela tolse e si allontanò di qualche passo; la duchessa, sentendolo muoversi, si tolse il fazzoletto dagli occhi, e disse:

       «"Ebbene! che facciamo?"

       «Il conte rispose:

       «"La corda non andava bene, vado a prenderne un'altra per non farvi soffrire."

       «Dicendo queste parole, uscì; poco dopo tornò nella stanza con un'altra corda, le sistemò di nuovo il fazzoletto sugli occhi, le rimise la corda al collo, e facendo penetrare la bacchetta nel nodo, la fece girare, e strangolò la sorella. Tutto si svolse, da parte della duchessa, assolutamente sul tono di una normale conversazione».

       Frate Antonio di Salazar, altro cappuccino, termina la sua deposizione con queste parole:

       «Volevo allontanarmi dal baldacchino per scrupolo di coscienza, per non vederla morire; ma la duchessa mi disse: "Non andar via da qui per amor di Dio."»

       (Qui il monaco racconta le circostanze della morte, proprio come le abbiamo riferite or ora.) E aggiunge: «Ella morì da buona cristiana, ripetendo spesso: Credo, credo

       I due monaci, che a quanto sembra avevano ottenuto dai loro superiori la necessaria autorizzazione, ripetono nelle loro deposizioni che la duchessa protestò sempre la sua perfetta innocenza, in tutti i colloqui con loro, in tutte le sue confessioni, e particolarmente in quella che precedette la messa in cui ella ricevette la santa comunione. Se fosse stata colpevole, con quell'atto d'orgoglio si sarebbe dannata all'inferno.

       Durante il confronto di frate Antonio da Pavia, cappuccino, con don Leonardo del Cardine, il frate dichiarò:

       «Il mio compagno disse al conte che sarebbe stato bene attendere che la duchessa partorisse; è incinta di sei mesi,» aggiunse, «non bisogna perdere l'anima del povero piccolo sventurato che porta in seno, bisogna poterlo battezzare.»

       Al che il conte d'Alife rispose:

       «Sapete che debbo andare a Roma, e non voglio comparirvi con questa maschera sul viso (con quest'affronto invendicato).»

       Appena la duchessa morì, i due cappuccini insistettero perché fosse aperta immediatamente, per poter impartire il battesimo al bambino; ma il conte e don Leonardo non ascoltarono le loro preghiere.

       Il giorno seguente, la duchessa fu sepolta nella chiesa locale, con una specie di cerimonia funebre (ho letto il processo verbale). Quest'avvenimento, che si venne subito a risapere, fece poca impressione, perché era atteso da molto tempo; più volte la notizia della sua morte era stata annunciata a Gallese e a Roma, e del resto un assassinio fuori città e in un periodo di sede vacante non aveva niente di straordinario. Il conclave che seguì la morte di Paolo IV fu molto tempestoso, non durò meno di quattro mesi.

       Il 26 dicembre 1559, il povero cardinale Carlo Carafa fu obbligato a concorrere all'elezione di un cardinale sostenuto dalla Spagna e che di conseguenza non avrebbe potuto rifiutare nessuna delle sanzioni che Filippo II avrebbe richiesto contro di lui, cardinal Carafa. Il neo eletto assunse il nome di Pio IV.

       Se il cardinale non fosse stato in esilio al momento della morte di suo zio, sarebbe stato l'arbitro dell'elezione, o almeno in grado d'impedire la nomina di un nemico.

       Poco dopo il cardinale fu arrestato, e così pure il duca; l'ordine di Filippo II era evidentemente di farli morire. Dovettero rispondere a quattordici capi d'accusa. Furono interrogati tutti coloro che potevano far luce su questi quattordici capi. Il processo, molto ben fatto, è composto da due volumi in-folio, che ho letto con molto interesse perché ad ogni pagina vi si incontrano particolari di costume che gli storici non hanno ritenuto degni della maestà della storia. Ho notato dettagli molto pittoreschi su un tentato assassinio diretto, dalla fazione spagnola, contro il cardinal Carafa, allora ministro onnipotente.

       Del resto, lui e suo fratello furono condannati per delitti che non sarebbero stati tali per nessun altro, ad esempio, aver dato la morte all'amante di una donna infedele e alla donna stessa. Qualche anno dopo, il principe Orsini sposò la sorella del granduca di Toscana, la credette infedele e la fece avvelenare, con il consenso del granduca suo fratello, proprio in Toscana, e mai la cosa gli fu imputata a delitto. Molte principesse di casa de' Medici sono morte così.

       Quando il processo dei due Carafa fu terminato, ne fu fatto un lungo riassunto, che, a varie riprese, fu esaminato da congregazioni di cardinali. È troppo evidente che, una volta convenuto di punire con la morte l'omicidio che vendicava l'adulterio, un genere di delitto di cui la giustizia non si occupava mai, il cardinale era colpevole d'aver perseguitato suo fratello perché commettesse il crimine, così come il duca era colpevole d'averlo fatto eseguire.

       Il 3 marzo 1561, papa Pio IV tenne un concistoro che durò otto ore, alla fine del quale pronunciò la sentenza contro i Carafa in questi termini: Prout in schedula. (Sia fatto come è richiesto.)

       La notte del giorno seguente, il giudice fiscale mandò a Castel Sant'Angelo il bargello per far eseguire la sentenza di morte contro i due fratelli, Carlo, cardinal Carafa, e Giovanni, duca di Palliano. Così fu fatto. Ci si occupò prima del duca. Egli fu trasferito da Castel Sant'Angelo alle prigioni di Tordinona, dove tutto era pronto; e fu là che il duca, il conte d Alife e don Leonardo del Cardine ebbero mozzata la testa.

       Il duca affrontò quel terribile momento non solo come un cavaliere di nobile nascita, ma anche come un cristiano pronto a sopportare ogni cosa per amore di Dio. Rivolse belle parole ai suoi due compagni per esortarli alla morte; poi scrisse a suo figlio.

       Il bargello tornò a Castel Sant'Angelo, e annunciò la morte al cardinal Carata, dandogli soltanto un'ora per prepararsi. Il cardinale mostrò una grandezza d'animo superiore a quella di suo fratello, in quanto parlò di meno; le parole sono sempre una forza che si cerca fuori di se stessi. Fu sentito pronunciare a bassa voce solo queste parole, al terribile annuncio:

       «Io morire! O papa Pio! o re Filippo!»

       Si confessò; recitò i sette salmi della penitenza, poi si sedette su una sedia, e disse al carnefice:

       «Fate.»

       Il carnefice lo strangolò con un cordone di seta che si ruppe; bisognò ricominciare due volte. Il cardinale guardò il carnefice senza degnarsi di pronunciare una parola.

 

(Nota aggiunta)

 

       Pochi anni dopo il santo papa Pio V fece rivedere il processo, che venne cassato; il cardinale e suo fratello furono reintegrati in tutti gli onori, e il procuratore generale, che più d'ogni altro aveva contribuito alla loro morte, fu impiccato. Pio V ordinò la soppressione del processo; tutte le copie esistenti nelle biblioteche furono bruciate; fu proibito conservarle sotto pena di scomunica; ma il papa non pensò che lui stesso ne aveva una nella propria biblioteca, ed è su questa che sono state fatte tutte le copie che si vedono oggi.

 

LA BADESSA DI CASTRO

 

 

 

Palermo, 15 settembre 1838

 

I

 

 

       Il melodramma che tanto spesso ha portato sulla scena i briganti italiani del Cinquecento, e tutti quelli che hanno parlato di loro senza conoscerli, e ne hanno data finora un'idea completamente sbagliata. In generale, si può dire che quei briganti rappresentarono l'opposizione ai governi atroci che, in Italia, succedettero alle repubbliche medievali. Il nuovo tiranno era stato di solito il cittadino più ricco della scomparsa repubblica, e abbelliva la città di chiese magnifiche e di splendidi quadri per conquistare il favore del popolino. È il caso dei Polentini di Ravenna, dei Manfredi di Faenza, dei Riario di Imola, dei Cane di Verona, dei Bentivoglio di Bologna, dei Visconti di Milano e, per finire, dei meno bellicosi e più ipocriti di tutti, i Medici di Firenze. Nessuno, tra gli storici di quei piccoli stati, ha osato raccontare gli innumerevoli avvelenamenti e delitti ordinati da quei tirannelli tormentati dalla paura: tali autorevoli storici erano al loro soldo. Tenete conto che ogni tiranno conosceva personalmente ogni repubblicano da cui si sapeva detestato (Cosimo, granduca di Toscana, ad esempio, conosceva lo Strozzi), che molti di quei tiranni finirono assassinati, e capirete gli odi profondi, l'eterna diffidenza che diedero tanto animo agli italiani del Cinquecento e tanto ingegno ai loro artisti. Noterete come queste grandi passioni abbiano impedito la nascita di quel pregiudizio piuttosto ridicolo chiamato onore, ai tempi di Madame de Sévigné, che consiste soprattutto nel sacrificare la propria vita per servire il signore di cui si è sudditi dalla nascita, e per piacere alle dame. Nel Cinquecento, in Francia, l'attività e il vero merito di un uomo potevano mettersi in luce, e attirare l'ammirazione, solo mediante azioni coraggiose sul campo di battaglia o in duello, e siccome alle donne piace il coraggio e soprattutto l'audacia, esse divennero giudici supremi del valore maschile. Nacque allora la galanteria, che portò all'annientamento di tutte le passioni e persino dell'amore, a vantaggio di quel crudele tiranno a cui tutti obbediamo: la vanità. I re protessero la vanità, e con ragione; così le onorificenze ebbero un potere incontestato.

       In Italia, un uomo poteva distinguersi per meriti di ogni genere, per il modo con cui maneggiava la spada o per le scoperte fatte in antichi manoscritti, come Petrarca, idolo del suo tempo; e una donna del Cinquecento amava un uomo erudito in lettere greche quanto avrebbe potuto amare un uomo celebre per la bravura militare, e forse anche di più. Fu un'epoca di passioni e non di consuetudine alla galanteria.

       Ecco la grande differenza tra Italia e Francia, ecco perché l'Italia ha visto nascere un Raffaello, un Giorgione, un Tiziano, un Correggio, mentre la Francia produceva tutti quei bravi capitani del XVI secolo, perfettamente sconosciuti oggi, pur avendo, ciascuno di loro, ucciso un gran numero di nemici. Perdonatemi queste crude verità. Comunque sia, le vendette atroci e necessarie dei tiranni italiani del Medioevo fecero conquistare ai briganti il cuore dei popoli. I briganti erano odiati quando rubavano cavalli, grano, denaro, in una parola, quanto occorreva loro per vivere; ma in fondo, il cuore dei popoli era dalla loro parte; e le ragazze del villaggio preferivano a tutti gli altri il giovane che, una volta almeno nella vita, era stato costretto ad andare alla macchia, e a rifugiarsi dai briganti in seguito a qualche imprudenza commessa.

       Anche ai giorni nostri tutti temono di imbattersi nei briganti, ma li commiserano quando vengono puniti. Perché questo popolo così sagace, così ironico, che ride di quanto viene pubblicato sotto la censura dei padroni, legge abitualmente poesie che narrano con fervidi accenti la vita dei briganti più rinomati. Il lato eroico di queste storie fa vibrare la sua fibra di artista così vivace nelle classi basse e poi è tanto stanco delle lodi ufficiali tributate a certe persone, da commuoversi per tutto ciò che in questo campo non è ufficiale. Bisogna sapere che in Italia il popolino soffre di cose di cui il viaggiatore non si accorgerebbe mai, anche se vivesse dieci anni in questo paese. Per esempio, quindici anni fa, prima che la saggezza dei governi sopprimesse il brigantaggio, non era raro che i briganti con le loro imprese punissero le iniquità dei governatori di città minori. Quei governatori, magistrati assoluti con una paga di non più di venti scudi al mese, sono naturalmente agli ordini della famiglia più influente del posto che, con questo semplice mezzo, perseguita i propri nemici. I briganti non riuscivano sempre a punire quel piccoli despoti di governatori, ma almeno si prendevano gioco di loro e li sfidavano: non è poco agli occhi di questo spiritoso popolo. Un sonetto satirico lo consola di tutti i mali, ma mai dimenticò un'offesa. Ecco un'altra differenza capitale fra l'Italiano e il Francese.

       Nel Cinquecento, quando il governatore di un borgo condannava a morte un poveretto, preso di mira dalla famiglia più potente, spesso si vedevano i briganti attaccare la prigione e cercar di liberare l'oppresso. Dal canto suo, la famiglia potente, non fidandosi troppo degli otto o dieci soldati governativi incaricati di far la guardia alla prigione, arruolava temporaneamente a sue spese un drappello di soldati. Questi ultimi, chiamati bravi, bivaccavano nei dintorni della prigione e si incaricavano di scortare fino al patibolo il povero diavolo di cui era stata comprata la morte. Se, in seno alla famiglia potente, c'era un giovane, egli si metteva alla testa di quei soldati improvvisati. Una civiltà in queste condizioni fa gemere la morale, lo ammetto. Ai nostri giorni c'è il duello, la noia, e i giudici non si lasciano corrompere; ma quelle usanze cinquecentesche erano straordinariamente adatte a creare uomini degni di questo nome.

       Molti storici, lodati ancora oggi dalla monotona letteratura accademica hanno cercato di nascondere questo stato di cose, che intorno al 1550, temprò tanti grandi caratteri. A quei tempi, tali prudenti menzogne furono ricompensate con tutti gli onori di cui potevano disporre i Medici di Firenze, gli Este di Ferrara, i viceré di Napoli ecc. Un povero storico, il Giannone, ha tentato di svelare la verità, ma, avendo osato dirne solo una piccolissima parte e avendo per di più adoperato formule dubitative e oscure, è risultato noiosissimo, ed è anche finito in prigione, dove è morto, a ottantadue anni, il 7 marzo 1758.

       La prima cosa da fare, se si vuol conoscere la storia d'Italia, è evitare di leggere gli autori generalmente approvati: nessuno meglio di loro conosceva il prezzo della menzogna, nessuno più di loro ne sapeva ricavare lauti compensi.

       Le prime storie che sono state scritte in Italia, dopo la gran barbarie del IX secolo, menzionano già i briganti, anzi ne parlano come se esistessero da tempo immemorabile. Guardate la raccolta del Muratori. Quando, disgraziatamente per il bene pubblico, per la giustizia, per il buon governo, ma fortunatamente per le arti, le repubbliche del Medioevo furono oppresse, i repubblicani più energici, coloro che amavano la libertà più di quanto l'amassero i loro concittadini, si rifugiarono nei boschi. Naturalmente il popolo vessato com'era dai Baglioni, dai Malatesta, dai Medici e così via, amava e rispettava i loro nemici. Le crudeltà dei tirannelli che succedettero ai primi usurpatori, le crudeltà, per esempio, di Cosimo, primo granduca di Firenze, che faceva assassinare i repubblicani rifugiatisi persino a Venezia, persino a Parigi, procurò nuove reclute ai briganti. Per parlare solo dei tempi in cui visse la nostra eroina, intorno al 1550, Alfonso Piccolomini, duca di Monte Mariano, e Marco Sciarra guidavano con successo bande armate che, nei dintorni di Albano sfidavano i soldati del papa a quei tempi molto valorosi.

       Il campo di azione di quei famosi capi, ancor oggi ammirati dal popolo, andava dal Po e dalle paludi di Ravenna fino ai boschi che allora coprivano il Vesuvio. La foresta della Faggiola, celebre per le loro imprese, a cinque leghe da Roma, sulla strada di Napoli, era il quartier generale di Sciarra che, durante il pontificato di Gregorio XIII, riunì a volte parecchie migliaia di soldati. La storia particolareggiata di questo celebre brigante sembrerebbe incredibile alla generazione attuale, perché non si riuscirebbero mai a capire le motivazioni dei suoi atti. Solo nel 1592 venne sconfitto. Quando si vide in condizioni disperate, trattò con la repubblica di Venezia e passò al suo servizio con i soldati più fedeli o, se vogliamo, più colpevoli. In seguito alle proteste del governo romano, Venezia, che aveva firmato un trattato con Sciarra, lo fece assassinare, e mandò i suoi bravi soldati a difendere l'isola di Candia contro i Turchi. Ma la saggia Venezia sapeva che a Candia si era diffusa una terribile pestilenza, e in pochi giorni i cinquecento soldati che Sciarra aveva portato con sé al servizio della repubblica si ridussero a sessantasette.

       La foresta della Faggiola, i cui alberi giganteschi coprono un antico vulcano, fu l'ultimo teatro delle imprese di Marco Sciarra. Tutti i viaggiatori vi diranno che è il posto più bello di quella mirabile campagna romana, il cui tenebroso aspetto sembra fatto apposta per la tragedia. Essa incorona di un verde cupo le cime del monte Albano.

       Un'eruzione vulcanica anteriore di molti secoli alla fondazione di Roma ha dato origine a questa montagna. Essa sorse in un'epoca precedente a tutte le storie, in mezzo alla vasta pianura che un tempo si stendeva dagli Appennini al mare. Monte Cavi, che si innalza circondato dalle cupe ombre della Faggiola, ne è il punto culminante; si vede da tutte le parti, da Terracina e da Ostia come da Roma e da Tivoli, e sono i colli di Albano, ora coperti di palazzi, che chiudono, verso mezzogiorno, quell'orizzonte di Roma così celebre agli occhi dei viaggiatori. Un convento di frati neri ha preso il posto, in cima a Monte Cavi, del tempio di Giove Fenetrio, dove i popoli latini venivano a celebrare sacrifici collettivi e a rinsaldare i vincoli di una specie di federazione religiosa. Protetto dall'ombra di splendidi castagni, il viaggiatore giunge, in poche ore, ai colossali ruderi del tempio di Giove; ma nell'ombra scura, così gradevole in quel clima, ancora oggi egli guarda inquieto nel fitto della foresta; ha paura dei briganti. Arrivati in cima al Monte Cavi, si accende un fuoco tra i ruderi del tempio, per preparare il cibo. Da quel punto che domina tutta la campagna romana si vede, a ponente, il mare che sembra a due passi, benché disti tre o quattro leghe; si distinguono le più piccole barchette; con un cannocchiale, anche debole, si contano gli uomini che vanno a Napoli col vapore. Da tutti gli altri lati, la vista spazia su una magnifica pianura che termina a levante con l'Appennino, sopra Palestrina, e a nord con San Pietro e gli altri grandi edifici romani. Siccome Monte Cavi non è molto alto, l'occhio distingue i minimi particolari di questo luogo sublime che potrebbe fare a meno di illustrazione storica, e tuttavia ogni gruppo di alberi, ogni pezzo di muro in rovina, che si scorge nella pianura o sulle pendici della montagna, ricorda una di quelle battaglie, narrate da Tito Livio, mirabili per patriottismo e coraggio.

       Ancora oggi, per arrivare agli imponenti ruderi del tempio di Giove Fenetrio che ora fanno da muro di cinta all'orto dei frati neri, si può prendere la via trionfale, percorsa un tempo dai primi re di Roma. È lastricata di pietre di forma molto regolare, e ce ne sono lunghi frammenti, in mezzo alla foresta della Faggiola.

       Sull'orlo del cratere spento che, ora riempito di un'acqua limpida, è diventato il grazioso lago di Albano, di cinque o sei miglia di circonferenza, così profondamente incassato nella roccia lavica, si trovava Alba, madre di Roma, che la politica romana distrusse fin dai tempi dei primi re. Ma le sue rovine esistono ancora. Qualche secolo dopo, a un quarto di miglio da Alba, sul versante della montagna che guarda il mare, è sorta Albano, la città moderna, che però è separata dal lago da una cortina di rocce che nascondono il lago alla città e la città al lago. Quando la si scorge dalla pianura, i suoi edifici bianchi si stagliano contro la chioma nera e profonda della foresta cara ai briganti e continuamente citata, che fa da corona alla montagna vulcanica.

       Albano, che conta oggi cinque o seimila abitanti, non ne aveva neppure tremila nel 1540, quando prosperava nei primi ranghi della nobiltà la potente famiglia Campireali di cui ci accingiamo a raccontar le sventure.

       Traduco questa storia da due voluminosi manoscritti, uno romano, l'altro fiorentino. Mi sono arrischiato a riprodurne lo stile, simile a quello delle nostre vecchie leggende. Mi è sembrato che quello così fine e misurato dell'epoca attuale sarebbe andato poco d'accordo con le azioni narrate e soprattutto con le riflessioni degli autori. Essi scrivevano intorno all'anno 1598. Invoco l'indulgenza del lettore per loro e per me.

 

II

 

 

       «Dopo aver narrato tante tragiche storie,» dice l'autore del manoscritto fiorentino, «terminerò con quella che, fra tutte, mi fa più pena raccontare. Parlerò della famosa badessa del convento della Visitazione a Castro, Elena di Campireali, il cui processo e la cui morte fecero tanto parlare l'alta società romana e italiana. Già verso il 1555, i briganti spadroneggiavano nei dintorni di Roma, e i magistrati erano venduti alle famiglie potenti. Nel 1572, anno del processo, Gregorio XIII Buoncompagni salì sul trono di San Pietro. Quel santo pontefice riuniva in sé tutte le virtù apostoliche, ma al suo governo civile si possono rimproverare alcune debolezze: non seppe né scegliere giudici onesti, né reprimere il brigantaggio; si addolorava per i delitti, ma non sapeva punirli. Gli sembrava di prendersi una responsabilità terribile infliggendo la pena di morte. Come risultato di questo suo atteggiamento, un numero quasi infinito di briganti popolava le strade che portano alla città eterna. Per viaggiare con una certa sicurezza bisognava essere loro amici. La foresta della Faggiola, a cavallo della strada di Napoli che passa per Albano, era da tempo il quartier generale di un governo ostile a quello di Sua Santità, e molte volte Roma fu costretta a trattare, da potenza a potenza, con Marco Sciarra, uno dei re della foresta. La forza di quei briganti consisteva nell'essere benvoluti dai contadini del luogo.

       «La graziosa città di Albano, così vicina al quartier generale dei briganti, vide nascere, nel 1542, Elena di Campireali. Suo padre era considerato il più ricco patrizio del paese, e, in virtù di ciò, aveva potuto sposare Vittoria Carafa, che possedeva vasti terreni nel regno di Napoli. Potrei citare qualche vecchio che è ancora in vita, e ha conosciuto bene Vittoria Carafa e sua figlia. Vittoria fu un modello di prudenza e di intelligenza, ma, malgrado il suo genio, non poté impedire la rovina della famiglia. Strano! Le terribili sventure che saranno il triste argomento del mio racconto non possono, almeno mi sembra, essere imputate, in particolare, a nessuno dei personaggi che mi accingo a presentare al lettore: vedo molti sventurati, ma, in verità, non posso trovare colpevoli. Un'estrema bellezza e un'anima tenera erano due grandi pericoli per la giovane Elena e un'attenuante per il suo innamorato, Giulio Branciforte, proprio come l'assoluta mancanza di acume di monsignor Cittadini, vescovo di Castro, può, almeno fino a un certo punto, scusarlo. Egli doveva la sua rapida ascesa nella carriera degli onori ecclesiastici all'onestà della sua condotta, e soprattutto all'aspetto più nobile e al volto più regolarmente bello che sia dato di incontrare. Trovo scritto di lui che non si poteva vederlo senza amarlo.

       «Siccome non voglio adulare nessuno, non nasconderò che un santo frate del convento di Monte Cavi, che spesso era stato sorpreso, nella cella, sollevato di parecchi piedi dal suolo, come San Paolo, senza che niente altro che la grazia divina potesse sostenerlo in quella posizione straordinaria, aveva predetto al signore di Campireali che la sua famiglia si sarebbe spenta con lui, che avrebbe avuto due soli figli e che entrambi sarebbero periti di morte violenta. Fu per questa predizione che egli non poté sposarsi in paese e che andò a cercar fortuna a Napoli, dove ebbe la buona sorte di trovare grandi beni e una donna capace, per la sua intelligenza, di mutare l'avverso destino, se mai una tale cosa fosse possibile. Il signore di Campireali era reputato uomo onestissimo e caritatevole, ma non aveva nessuna attitudine, e così a poco a poco smise di abitare a Roma e finì per passare quasi tutto l'anno nel palazzo di Albano. Si dedicava alla coltivazione delle sue terre, situate in quella ricca pianura che si stende tra la città e il mare. Per consiglio della moglie, diede un'educazione perfetta al figlio Fabio, giovane orgogliosissimo dei suoi natali, e alla figlia Elena, vero e proprio miracolo di bellezza, come attesta ancora oggi il suo ritratto nella collezione Farnese. Dopo aver cominciato a scrivere la sua storia, sono andato a palazzo Farnese, per contemplare l'aspetto mortale che il cielo aveva dato a quella donna il cui fatale destino fece tanto scalpore ai suoi tempi, e ancora oggi ha un posto nella memoria degli uomini. Il volto è di un ovale allungato, la fronte è spaziosa, i capelli sono biondo scuro. La sua fisionomia è piuttosto lieta; ella ha grandi occhi dall'espressione profonda e sopracciglia castane perfettamente arcuate. Le labbra sono sottilissime e il loro contorno sembra disegnato dal famoso pittore Correggio. Contemplata in mezzo ai ritratti che la circondano, nella galleria Farnese, sembra una regina. Accade di rado che un'espressione lieta si accompagni alla regalità.

       «Dopo aver passato otto interi anni, come convittrice, nel convento della Visitazione della città di Castro, ora distrutta, dove venivano mandate, a quei tempi, le figlie di quasi tutti i principi romani, Elena ritornò al paese natale, non senza lasciare in offerta un magnifico calice, per l'altare maggiore della chiesa. Appena fu di ritorno ad Albano, suo padre fece venire da Roma, promettendogli una lauta pensione, il celebre poeta Cechino, già molto anziano; questi adornò la memoria di Elena dei più bei versi del divino Virgilio e dei suoi famosi discepoli Petrarca, Ariosto e Dante.»

       A questo punto il traduttore deve saltare una lunga dissertazione sulla gloria che il Cinquecento attribuiva a ognuno di questi poeti. Probabilmente Elena sapeva il latino. I versi che le facevano imparare parlavano d'amore, di un amore che ci sembrerebbe molto ridicolo se lo incontrassimo nel 1839 intendo dire l'amore appassionato che si nutre di grandi sacrifici, può vivere solo avvolto di mistero e rasenta sempre le più atroci disgrazie.

       Tale era l'amore che a Elena, appena diciassettenne, seppe ispirare Giulio Branciforte. Era un suo vicino, poverissimo, e abitava in una casupola costruita nella montagna, a un quarto di lega dalla città, in mezzo alle rovine di Alba e sull'orlo di un precipizio di centocinquanta piedi, tappezzato d'erba, che circonda il lago. Quella casupola, contigua alle cupe e magnifiche ombre della foresta della Faggiola fu poi abbattuta, quando venne costruito il convento di Palazzuola. Tutto ciò che quel povero giovane possedeva era un aspetto vivace e sveglio e la spensieratezza sincera con cui sopportava la cattiva sorte. In suo favore si poteva al massimo dire che aveva un volto espressivo, senza essere bello. Ma aveva fama di aver combattuto valorosamente al comando del principe Colonna e tra i suoi bravi, in due o tre imprese molto rischiose. Benché fosse povero, benché non fosse bello, era, per le ragazze di Albano, il cuore più ambito da conquistare. Ovunque ben accolto, Giulio Branciforte aveva avuto solo facili amori, fino al momento in cui Elena tornò dal convento di Castro.

       «Quando, poco dopo, il grande poeta Cechino si trasferì da Roma nel palazzo Campireali, per insegnare le belle lettere a quella fanciulla, Giulio, che lo conosceva, gli indirizzò un poemetto in latino, esaltando la fortuna che aveva la sua vecchiaia di vedere sì begli occhi fissarsi nei suoi, e un animo così puro esser felice quando egli si degnava di approvarne i pensieri. La gelosia e il dispetto delle ragazze, oggetto delle sue attenzioni prima del ritorno di Elena, resero presto inutili tutte le precauzioni da lui prese per celare una passione nascente e devo dire che quell'amore tra un ragazzo di ventidue anni e una ragazza di diciassette non fu, fin dall'inizio, vissuto come la prudenza avrebbe consigliato. Non erano ancora trascorsi tre mesi, quando il signore di Campireali si avvide che Giulio Branciforte passava troppo spesso sotto le finestre del suo palazzo (che si vede ancora a metà della grande strada che sale al lago).»

       La franchezza e la rudezza, conseguenze naturali della libertà ammessa dalle repubbliche, e l'abitudine alle passioni schiette, non ancora represse dai costumi monarchici, si manifestarono apertamente nella prima mossa del signore di Campireali. Il giorno stesso in cui fu colpito dalle frequenti apparizioni del giovane Branciforte, l'apostrofò in questi termini:

       «Come osi passare di continuo davanti a casa mia e lanciare occhiate impertinenti verso le finestre di mia figlia, tu che non hai neppure un vestito per coprirti, Se non temessi che il mio gesto fosse mal interpretato dai vicini ti darei tre zecchini d'oro, per andare a Roma a comprarti una tunica più decente. Così almeno i miei occhi e quelli di mia figlia non sarebbero oltraggiati dalla vista dei tuoi stracci.»

       Il padre di Elena certamente esagerava: i vestiti del giovane Branciforte non erano stracci, piuttosto erano fatti con tessuto andante; ma benché pulitissimi e ben spazzolati, bisogna ammettere che apparivano consunti. Giulio rimase così profondamente ferito dai rimproveri del signore di Campireali che, di giorno, non si fece più vedere davanti a casa sua.

       Come abbiamo detto, le due arcate, resti di una antico acquedotto, che servivano da muri maestri alla casa costruita dal padre di Branciforte e da lui lasciata al figlio, erano ad appena cinque o seicento passi da Albano. Per scendere da quell'altura alla città moderna, Giulio doveva passare davanti al palazzo Campireali; Elena notò presto l'assenza di quello strano giovane che, al dire delle amiche, aveva abbandonato ogni altra relazione, per dedicarsi interamente alla felicità che sembrava provare nel contemplarla.

       Una sera d'estate, verso mezzanotte, la finestra di Elena era aperta, la fanciulla respirava la brezza marina che arriva fin sulla collina di Albano, per quanto una pianura di tre leghe la separi dal mare. La notte era scura, il silenzio profondo, si sarebbe sentita cadere una foglia. Elena, al davanzale della finestra, pensava forse a Giulio, quando scorse qualcosa, come l'ala silenziosa di un uccello notturno, che passava pian piano, proprio di fronte alla finestra. Si ritrasse spaventata. Non le venne neppure l'idea che quell'oggetto potesse esserle porto da qualche passante; la sua finestra, al secondo piano del palazzo, era a più di cinquanta piedi da terra. Tutt'a un tratto le parve di riconoscere un mazzo di fiori in quella strana cosa che, nel silenzio profondo, passava e ripassava davanti al davanzale a cui era affacciata, il cuore le batté violentemente. Quel mazzo sembrava legato in cima a due o tre di quelle canne, che sono come lunghi giunchi, simili al bambù, che crescono nella campagna romana e arrivano fino a venti o trenta piedi di altezza. Per via delle canne troppo flessibili e della brezza piuttosto forte, Giulio aveva difficoltà a mantenere il mazzo proprio di fronte alla finestra dove pensava che Elena stesse affacciata, d'altra parte la notte era così buia che dalla strada non si riusciva a vedere fino a quell'altezza. Immobile davanti alla finestra, Elena era profondamente agitata. Prendere quel mazzo, non equivaleva a una confessione? Del resto essa non provava alcuno di quei sentimenti che una simile avventura farebbe nascere, oggi, in una fanciulla dell'alta società, preparata alla vita da una buona educazione. Dato che il padre e il fratello Fabio erano in casa, il suo primo pensiero fu che il minimo rumore sarebbe stato seguito da un colpo di archibugio diretto a Giulio ed ebbe pietà del pericolo che correva quel povero giovane. Il secondo pensiero fu che, pur conoscendolo pochissimo, egli era l'essere al mondo a cui volesse più bene, dopo la famiglia. Finalmente, dopo aver esitato qualche minuto, prese il mazzo, e, toccando i fiori in quel buio fitto, sentì un biglietto attaccato a uno stelo; corse sullo scalone per leggerlo al chiarore della lucerna accesa davanti all'immagine della Madonna. «Imprudente!» disse fra sé, quando le prime righe l'ebbero fatta arrossire di gioia, «se mi scoprono sono perduta, e questo povero giovane verrà per sempre perseguitato dalla mia famiglia.» Tornò in camera e accese il lume. Fu un momento delizioso per Giulio che, vergognoso della sua iniziativa e come per nascondersi, nonostante la notte fonda, si era appiattito contro il tronco enorme di uno di quei lecci dalle forme bizzarre che ancora oggi si vedono di fronte al palazzo Campireali.

       Nella lettera, Giulio raccontava con la massima semplicità l'umiliante rimprovero che gli aveva rivolto il padre di Elena. «E vero, sono povero,» proseguiva «e difficilmente potreste immaginare fino a che punto. Ho soltanto la mia casa, che forse avrete notato sotto i ruderi dell'acquedotto di Alba, intorno c'è un orto, dove io stesso coltivo gli erbaggi di cui mi nutro. Posseggo anche una vigna che affitto per trenta scudi all'anno. In verità non so perché vi amo, certo non posso proporvi di venire a condividere la mia miseria. E tuttavia, se non mi amate, la vita non ha per me più valore; è inutile dirvi che la darei mille volte per voi. Eppure, prima del vostro ritorno dal convento, questa vita non era infelice: anzi, era piena delle più brillanti fantasticherie. Così posso dire che la vista della felicità mi ha reso infelice. Certo, allora nessuno al mondo avrebbe osato rivolgermi le frasi con cui vostro padre mi ha marchiato. Mi sarei fatto pronta giustizia col mio pugnale. Allora, col coraggio e con le armi, mi sentivo pari a tutti, niente mi mancava. Ora tutto è completamente cambiato: conosco il timore. Ma basta scrivere, forse voi mi disprezzate. Se invece avete pietà di me, nonostante le misere vesti che mi coprono, noterete che tutte le sere, quando suona mezzanotte al convento dei Cappuccini, in cima alla collina, io mi nasconderò sotto il grande leccio, di fronte alla finestra che fisso continuamente perché penso sia quella della vostra camera. Se non mi disprezzate come vostro padre, gettatemi un fiore staccato dal mazzo, ma state attenta che non finisca su un cornicione o un balcone del palazzo.»

       Questa lettera fu letta e riletta; intanto gli occhi di Elena si riempivano di lacrime; contemplava con tenerezza quel magnifico mazzo legato con un robustissimo filo di seta. Tentò di strapparne un fiore, ma non ci riuscì; poi fu colta dal rimorso. Per le ragazze romane, strappare un fiore, manomettere in qualunque modo un mazzo dato in segno d'amore, significa mettere quell'amore a repentaglio. Essa però temeva che Giulio si spazientisse, e corse alla finestra, ma mentre si affacciava, pensò improvvisamente di essere troppo visibile, con la lampada che illuminava tutta la camera. Elena non sapeva più che segnale fare; le sembrava che qualunque gesto avrebbe detto troppo.

       Piena di vergogna, si ritrasse svelta dalla finestra. Ma il tempo passava; ad un tratto, le venne un'idea che la gettò in un turbamento indicibile: Giulio avrebbe creduto che lei, come suo padre, lo disprezzava perché era povero! Vide, appoggiato sul comodino, un pezzetto di marmo prezioso, lo annodò nel fazzoletto, e gettò quel fazzoletto ai piedi del leccio di fronte alla finestra. Poi fece a Giulio cenno di allontanarsi; sentì che lui le obbediva, perché, andandosene, non cercava più di soffocare il rumore dei passi. Quando egli ebbe raggiunto la vetta della cinta di roccia che separa il lago dalle ultime case di Albano, Elena lo sentì cantare parole d'amore; gli fece allora dei cenni di saluto, questa volta meno timidi, poi si mise a rileggere la lettera.

       Il giorno dopo e i giorni successivi, vi furono altre lettere e incontri simili; ma, dato che nei villaggi italiani ci si accorge di tutto e Elena era di gran lunga il miglior partito del paese, il signore di Campireali venne avvertito che tutte le sere dopo la mezzanotte la camera di sua figlia era illuminata e, cosa ancor più strana, la finestra era aperta, anzi Elena se ne stava al davanzale come se non avesse alcun timore delle zanzare (insetti fastidiosissimi che rovinano le belle serate della campagna romana. A questo punto devo invocare di nuovo l'indulgenza del lettore. Quando si è tentati di conoscere le usanze dei paesi stranieri, bisogna aspettarsi di trovare idee assurde, diversissime dalle nostre). Il signore di Campireali preparò il suo archibugio e quello del figlio. La sera, mentre suonavano le undici e tre quarti, avvertì Fabio, e tutti e due sgusciarono, cercando di non far rumore, sul grande balcone di pietra, al primo piano del palazzo, proprio sotto la finestra di Elena. I massicci pilastri della balaustra di pietra li riparavano fino alla cintola dai colpi di archibugio che qualcuno avrebbe potuto sparare loro da fuori. Suonò mezzanotte; padre e figlio sentirono qualche lieve rumore sotto gli alberi che costeggiavano la via di fronte al palazzo; ma, con loro grande stupore, la finestra di Elena non si illuminò. Quella fanciulla, fino ad allora tanto semplice e che sembrava una bambina per la vivacità del suo comportamento, aveva cambiato carattere da quando era innamorata. Sapeva che la minima imprudenza poteva compromettere la vita del suo amante; un signore potente come suo padre, se avesse ucciso un poveretto come Giulio Branciforte, se la sarebbe cavata scomparendo per tre mesi, magari andando a Napoli, intanto gli amici di Roma avrebbero sistemato la faccenda e tutto sarebbe finito con l'offerta di una lampada d'argento e di qualche centinaio di scudi all'altare della Madonna, allora di moda. La mattina, a colazione, Elena aveva capito dalla faccia del padre che qualcosa lo rendeva furioso, e, da come il padre la guardava quando credeva di non esser notato, aveva pensato che fosse in gran parte per causa sua. Corse tosto a spargere un po' di polvere sul legno dei cinque magnifici archibugi che il padre teneva appesi vicino al letto. E coprì con un leggero strato di polvere anche il pugnale e le spade. Per tutto il giorno fu di una allegria sfrenata, vagava senza posa per tutta la casa, da cima a fondo; si affacciava continuamente alle finestre, decisa a fare a Giulio un segnale negativo, se mai avesse avuto la buona sorte di scorgerlo. Ma inutilmente: il povero ragazzo era stato così profondamente umiliato dalle crudeli parole del ricco signore di Campireali, da non farsi più vedere ad Albano, di giorno; veniva solo la domenica, spinto dal dovere, per la messa nella parrocchia. La madre di Elena, che l'adorava e non sapeva negarle niente, quel giorno uscì con lei tre volte, ma invano: Elena non vide Giulio. Era disperata. E come si sentì quando, andando a controllare verso sera le armi paterne, vide che due archibugi erano stati caricati e che quasi tutti i pugnali e le spade erano stati maneggiati! La distraeva dalla sua mortale inquietudine solo l'estrema attenzione con cui badava a nascondere i suoi sospetti. Ritiratasi nella sua camera alle dieci di sera, chiuse a chiave la porta che comunicava con l'anticamera della madre, poi si appiattì contro la finestra, sdraiandosi per terra, per non essere vista da fuori. È facile immaginare con che ansia sentì suonare le ore; non pensava più a rimproverarsi, come spesso le accadeva, la rapidità con cui si era innamorata di Giulio, e che poteva renderla meno degna di amore agli occhi di lui. Quella giornata fruttò al giovane più di quanto non avrebbero fatto sei mesi di costanza e di giuramenti. «A che serve mentire,» si diceva Elena. «Non l'amo forse con tutta l'anima?»

       Alle undici e mezzo, vide benissimo il padre e il fratello mettersi in agguato sul grande balcone di pietra, sotto la sua finestra. Due minuti dopo che fu suonata mezzanotte al convento dei Cappuccini, sentì anche benissimo i passi del suo innamorato che si fermò sotto il grande leccio; notò con gioia che il padre e il fratello sembravano non essersi accorti di niente. Ci voleva l'ansietà dell'amore per cogliere un rumore così leggero.

       «Ora,» disse fra sé, «mi uccideranno, ma bisogna ad ogni costo che non scoprano la lettera di stasera; perseguiterebbero per sempre il povero Giulio.»

       Si fece il segno della croce e, tenendosi con una mano alla ringhiera di ferro della finestra, si affacciò, sporgendosi quanto più poteva verso la strada. Non era ancora passato un quarto di minuto, quando il mazzo, attaccato alla lunga canna, le urtò il braccio. Essa lo afferrò, ma nello staccarlo prontamente dalla canna a cui era fissato, fece batter quella canna contro il balcone di pietra. Immediatamente vennero sparati due colpi di archibugio, a cui seguì un silenzio totale. Il fratello Fabio credendo, nel buio, che ciò che aveva battuto violentemente contro il balcone fosse la fune lungo la quale Giulio scendeva dalla camera della sorella, aveva fatto fuoco verso il balcone di lei; il giorno dopo essa trovò il segno della pallottola che si era schiacciata contro il ferro della ringhiera. Il signore di Campireali aveva sparato in strada, dal balcone di pietra, perché Giulio, nel trattenere la canna che stava per cadere, aveva fatto un po' di rumore. Giulio, dal canto suo sentendo muovere sopra la sua testa aveva indovinato quello che stava per succedere e si era messo al riparo sotto la sporgenza del balcone.

       Fabio ricaricò rapidamente l'archibugio, poi, senza dare ascolto al padre, corse in giardino, aprì pian piano una porticina che dava su una strada laterale e andò, a passi felpati, a gettare un'occhiata alle persone che passeggiavano sotto il balcone del palazzo.

       In quel momento Giulio, che quella sera era in buona compagnia, si trovava a venti passi da lui, incollato contro un albero. Elena, affacciata alla ringhiera e tutta trepida per il suo innamorato, intavolò, a voce molto alta, una conversazione col fratello, che sentiva camminare in strada; gli chiese se avesse ucciso i ladri.

       «Non mi lascio ingannare dalla vostra perfida astuzia,» le gridò quest'ultimo dalla strada che stava perlustrando a gran passi, «anzi preparatevi a piangere, ammazzerò l'insolente che osa dare la scalata alla vostra finestra.»

       Quelle parole erano state appena pronunziate quando Elena sentì la madre bussare alla porta della camera. Allora si affrettò ad aprire, fingendo di meravigliarsi perché la porta era chiusa.

       «Non fingere con me, angelo mio,» le disse la madre; «tuo padre è furibondo e potrebbe ucciderti, vieni con me nel mio letto e, se hai una lettera, dammela, la nasconderò.»

       Elena le disse:

       «Prendi questo mazzo, la lettera è nascosta tra i fiori.»

       La madre e la figlia erano appena a letto, quando il signore di Campireali rientrò nella camera della moglie, veniva dall'oratorio che aveva ispezionato, buttando tutto per aria. Elena fu colpita dal fatto che il padre, pallido come uno spettro, agiva con la lentezza di chi ha già preso una decisione. «Sono morta!» si disse Elena.

       «Ci rallegriamo d'aver figli,» disse il padre, passando vicino al letto della moglie per andare nella camera della ragazza, tremante di rabbia ma dando prova di un perfetto sangue freddo; «ci rallegriamo d'aver figli e invece dovremmo spargere lacrime di sangue quando questi figli sono femmine. Gran Dio! è dunque possibile! La loro leggerezza può disonorare un uomo che in sessant'anni non ha offerto il minimo appiglio alle chiacchiere.»

       Così dicendo entrò nella camera della figlia.

       «Sono perduta,» disse Elena, alla madre, «le lettere sono sotto il piedistallo del crocifisso, accanto alla finestra.»

       Subito, la madre saltò dal letto, corse dietro al marito e si mise a gridargli frasi che lo facessero andare in bestia; ci riuscì. Il vecchio si infuriò, e cominciò a fracassare tutto nella camera della figlia, ma la madre potè sottrarre le lettere senza esser vista. Un'ora dopo, quando il signore di Campireali era rientrato nella sua camera, attigua a quella della moglie, e in casa era tornata la calma, la madre disse alla figlia:

       «Eccoti le lettere, non voglio leggerle, ma pensa a quanto avrebbero potuto costarci! Fossi in te, le brucerei. Vai, dammi un bacio.»

       Elena ritornò nella sua camera, sciogliendosi in lacrime; le pareva, dopo le parole materne, di non amare più Giulio. Poi si accinse a bruciare le lettere; ma prima di distruggerle volle rileggerle. E le rilesse tanto, che il sole era già alto nel cielo quando si decise finalmente a seguire il salutare consiglio.

       Il giorno dopo, era una domenica, Elena si incamminò con la madre verso la parrocchia; per fortuna il padre non le seguì. La prima persona che scorse in chiesa, fu Giulio Branciforte. Con uno sguardo si assicurò che non fosse ferito e si sentì al colmo della felicità; gli avvenimenti della notte le sembravano ormai lontani mille miglia. Aveva preparato cinque o sei bigliettini con pezzi di vecchia carta, sporca di terra bagnata, come capita di trovarne per terra in chiesa; quei biglietti contenevano tutti il medesimo avvertimento:

       «Avevano scoperto tutto. meno il suo nome. Che non si facesse più vedere nella via. Si verrà qui spesso».

       Elena lasciò cadere uno di quei pezzetti di carta; un'occhiata avvertì Giulio che lo raccolse e scomparve. Rientrando a casa, un'ora dopo, essa trovò sullo scalone del palazzo un frammento di carta che la colpì perché assomigliava in tutto e per tutto a uno di quelli che aveva usato al mattino.

       Lo afferrò, senza che neppure la madre si accorgesse di niente, e lesse:

       «Fra tre giorni tornerà da Roma, dove deve andare assolutamente. Qualcuno canterà in pieno giorno, al mercato, in mezzo al baccano dei contadini, verso le dieci».

       Quella partenza per Roma parve strana a Elena. «Teme forse i colpi di archibugio di mio fratello?» si chiedeva con tristezza. L'amore perdona tutto, tranne l'assenza volontaria, che è il peggior supplizio. Invece di scorrere in beate fantasticherie e di essere tutta occupata a soppesare le ragioni di amare il proprio innamorato, la vita è agitata da dubbi atroci. «Ma, dopo tutto, posso credere che non mi ami più?» andava ripetendosi Elena nei tre lunghi giorni che durò l'assenza di Branciforte. Tutt'a un tratto una gioia folle spazzò via le sue pene: il terzo giorno, lo vide passeggiare in pieno mezzogiorno, nella via, di fronte al palazzo paterno. Aveva abiti nuovi e bellissimi. Mai la nobiltà del suo portamento e la franchezza spensierata e ardita della sua fisionomia avevano avuto maggior risalto; e mai, prima di quel giorno, si era parlato così tanto della sua povertà. Gli uomini, e soprattutto i giovani continuavano a ripetere quella parola crudele; le donne, e soprattutto le ragazze, non smettevano di lodare il suo bell'aspetto.

       Giulio passeggiò per tutta la giornata in città; sembrava volesse rifarsi dei mesi di reclusione a cui la sua povertà l'aveva condannato. Come si addice a un innamorato, Giulio era ben armato sotto la tunica nuova. Oltre alla daga e al pugnale, aveva indossato il giaco (una specie di lungo corpetto di maglia di ferro, molto scomodo da portare, ma capace di guarire i cuori italiani da una triste malattia che in quel secolo contagiava tutti gravemente, parlo del timore di venir uccisi a un angolo di strada da uno dei propri ben noti nemici). Quel giorno, Giulio sperava di scorgere Elena, e poi gli ripugnava star solo con se stesso nella sua casa isolata: ed ecco perché. Ranuccio, un ex soldato del padre, dopo aver fatto dieci campagne con lui agli ordini di diversi condottieri, e, da ultimo, agli ordini di Marco Sciarra, aveva seguito il capitano quando questi era stato costretto a ritirarsi per le ferite. Il capitano Branciforte aveva le sue ragioni per non vivere a Roma; avrebbe corso il rischio di incontrare i figli di uomini uccisi da lui; persino ad Albano, non aveva nessuna voglia di mettersi completamente alla mercé dell'autorità legale. Invece di comprare o affittare una casa in città, preferì costruirsene una da dove potesse avvistare da lontano i visitatori. Trovò il posto ideale in mezzo alle rovine di Alba: di lì poteva, senza esser scorto da visitatori indiscreti, rifugiarsi nella foresta dove regnava il suo vecchio amico e capo, il principe Fabrizio Colonna. Il capitano Branciforte non si curava minimamente dell'avvenire del figlio. Quando si ritirò dal servizio, appena cinquantenne, ma coperto di ferite, calcolò di avere ancora una decina d'anni di vita e, una volta costruita la casa, spese ogni anno il decimo di quanto aveva ammucchiato nei saccheggi di città e villaggi a cui aveva avuto l'onore di partecipare.

       Comprò la vigna che rendeva a suo figlio trenta scudi l'anno, per rispondere alla battuta maligna di un abitante di Albano che gli aveva detto, un giorno in cui discuteva animatamente degli interessi e dell'onore della città, che spettava proprio a un ricco possidente come lui dar consigli agli anziani di Albano. Il capitano comprò la vigna, e annunziò che ne avrebbe comprate ancora molte altre; poi, incontrando quel maligno in un luogo deserto, lo uccise con un colpo di pistola.

       Dopo otto anni di questa vita, il capitano morì; il suo aiutante di campo, Ranuccio, adorava Giulio; però, stanco di oziare, riprese servizio nella compagnia del principe Colonna. Andava spesso a trovare suo figlio Giulio, come lo chiamava, e, alla vigilia di un pericoloso assalto che il principe doveva sostenere nella fortezza della Petrella, lo portò a combattere con lui. Vedendolo molto coraggioso:

       «Devi esser matto,» gli disse, «e anche ben sprovveduto, per vivere nei pressi di Albano come l'ultimo e il più povero dei suoi abitanti, mentre con le tue imprese e il nome di tuo padre potresti essere nelle nostre file un brillante soldato di ventura, e per di più far fortuna.»

       Queste parole continuavano a tormentare Giulio; sapeva il latino, insegnatogli da un prete; ma, dato che suo padre si era sempre beffato di quanto diceva il prete, a parte il latino, non aveva assolutamente nessuna istruzione. In compenso, disprezzato per la sua povertà, isolato in una casa solitaria, era provvisto di un certo buon senso che, per la sua originalità, avrebbe stupito molti dotti. Per esempio, prima di innamorarsi di Elena, e senza sapere il perché, pur amando moltissimo combattere, provava repulsione per il saccheggio che, agli occhi del capitano suo padre e di Ranuccio, era come la divertente farsa finale che segue la nobile tragedia. Da quando amava Elena, quel buon senso acquisito grazie alle sue riflessioni solitarie era diventato per lui un supplizio. Quell'anima, un tempo tanto spensierata, non osava parlare con nessuno dei suoi dubbi ed era piena di passione e di affanno. Che cosa non avrebbe detto il signore di Campireali, sapendo che era un soldato di ventura? Questa volta i suoi rimproveri sarebbero stati fondati! Giulio aveva sempre contato sul mestiere di soldato, come sicura risorsa quando avesse speso i soldi ricavati dalle catene d'oro e dagli altri gioielli trovati nel forziere del padre. Giulio non si sarebbe fatto scrupolo a rapire, lui così povero, la figlia del ricco signore di Campireali, perché, a quei tempi i padri disponevano dei loro beni come meglio credevano, e il signore di Campireali poteva benissimo lasciare alla figlia mille scudi in tutto. Altri problemi assillavano la mente di Giulio: in che città avrebbe portato la giovane Elena, dopo averla sposata e sottratta al padre? con che denaro l'avrebbe fatta vivere?

       Quando il signore di Campireali gli aveva rivolto il sanguinoso rimprovero che lo aveva tanto colpito, Giulio era rimasto per due giorni in preda alla rabbia e al più vivo dolore: non poteva decidersi né a uccidere l'insolente vecchio, né a lasciarlo vivere. Passava le notti a piangere; finalmente decise di consigliarsi con Ranuccio, l'unico amico che avesse al mondo; ma l'amico l'avrebbe capito? Invano cercò Ranuccio per tutta la foresta della Faggiola, fu costretto a spingersi sulla strada di Napoli, oltre Velletri, dove Ranuccio capeggiava un'imboscata: stava aspettando, con la sua banda, il generale spagnolo Ruiz d'Avalos, che aveva stabilito di andare a Roma per via di terra, senza pensare che poco tempo prima, davanti a molte persone, aveva parlato con disprezzo dei soldati di ventura della compagnia Colonna. Ma quando il suo cappellano gli ricordò molto opportunamente quella circostanza, Ruiz d'Avalos decise di fare armare una barca e andare a Roma per mare.

       Appena il capitano Ranuccio ebbe sentito il racconto di Giulio:

       «Descrivimi esattamente,» gli disse, «questo signore di Campireali, perché la sua imprudenza non costi la vita a qualche bravo abitante di Albano. Quando sarà finita, in un modo o nell'altro, la faccenda che ci trattiene qui, te ne andrai a Roma dove avrai cura di farti vedere nelle osterie e in altri luoghi pubblici, in ogni ora della giornata: non devi esser sospettato per via del tuo amore per la ragazza.»

       Giulio faticò molto a placare l'ira del vecchio compagno di suo padre. Dovette mostrarsi offeso.

       «Credi che voglia la tua spada? Come vedi, ho una spada anch'io. Ti chiedo un saggio consiglio.»

       Ranuccio continuava a ripetergli, a conclusione di ogni suo discorso:

       «Sei giovane, non hai ferite; sei stato insultato in pubblico: orbene, un uomo disonorato è disprezzato anche dalle donne.»

       Giulio gli disse che voleva ancora riflettere e interrogare il suo cuore, e, malgrado Ranuccio insistesse per farlo partecipare all'attacco della scorta del generale spagnolo, dove, diceva, avrebbe ricavato onore, nonché dobloni, Giulio se ne tornò solo solo nella sua casupola. Là, il giorno prima che il signore di Campireali sparasse contro di lui un colpo di archibugio, aveva ricevuto la visita di Ranuccio e del suo caporale, di ritorno dalla zona di Velletri. Ranuccio volle vedere ad ogni costo il forziere dove il suo capo, il capitano Branciforte, chiudeva un tempo le catene d'oro e gli altri gioielli che non riteneva opportuno spendere subito dopo una spedizione. Ranuccio vi trovò tre scudi.

       «Ti consiglio di farti frate,» disse a Giulio, «ne hai tutte le virtù: l'amore per la povertà, e qui c'è la prova; l'umiltà, e infatti ti lasci insultare in mezzo alla via da un riccone di Albano; non ti mancano che l'ipocrisia e la gola.»

       Ranuccio mise cinquanta dobloni nel forziere.

       «Ti do la mia parola,» disse a Giulio, «che se tra un mese il signore di Campireali non è sepolto con tutti gli onori dovuti alla sua nobiltà e al suo censo, il mio caporale qui presente, verrà con trenta uomini a demolire la tua casupola e a dar fuoco ai tuoi poveri mobili. Il figlio del capitano Branciforte non deve fare una brutta figura in questo modo, con la scusa che è innamorato.»

       Allorché il signore di Campireali e suo figlio spararono i due colpi di archibugio, Ranuccio e il caporale stavano appostati sotto il balcone di pietra, e Giulio faticò molto a impedir loro di uccidere Fabio, o almeno di rapirlo, quando quest'ultimo fece quell'imprudente sortita, passando dal giardino, come abbiamo raccontato a suo tempo. Ranuccio si lasciò persuadere da questa ragione: non si deve uccidere un giovane che può diventare qualcuno e rendersi utile, quando c'è un vecchio peccatore, più colpevole di lui, buono solo per essere sepolto.

       All'indomani di quell'avventura notturna, Ranuccio sparì nella foresta e Giulio partì per Roma. La gioia di comprarsi un bel vestito con i dobloni avuti da Ranuccio era crudelmente turbata da un'idea davvero singolare per quel tempo e che già lasciava presagire il suo glorioso destino; ripeteva a se stesso: «Elena deve sapere chi sono.» Qualunque altro uomo di quell'età e di quel tempo si sarebbe solo preoccupato di godersi il suo amore e di rapire Elena, senza pensare affatto a quel che ne sarebbe stato di lei sei mesi dopo, né quale opinione avrebbe conservato di lui la fanciulla.

       Di ritorno a Albano, il pomeriggio stesso del giorno in cui sfoggiava davanti agli occhi di tutti i bei vestiti portati da Roma, Giulio venne a sapere da un suo amico, il vecchio Scotti, che Fabio era uscito dalla città a cavallo, per andare in una tenuta paterna a tre leghe di distanza, nella pianura in riva al mare. Più tardi vide il signore di Campireali incamminarsi, in compagnia di due preti, lungo il magnifico viale di lecci che incorona l'orlo del cratere in fondo al quale si stende il lago di Albano. Dieci minuti dopo, una vecchia si introduceva arditamente nel palazzo Campireali con la scusa di vendere frutta; la prima persona che incontrò fu la cameriera Marietta, intima confidente della sua padrona Elena, ed essa arrossì fino al bianco degli occhi nel vedersi mettere in mano un bel mazzo di fiori. C'era nascosta una lettera smisuratamente lunga: Giulio vi raccontava quello che aveva passato dopo la notte dei colpi di archibugio, ma, per uno strano pudore, non osava confessare ciò di cui ogni altro uomo del suo tempo si sarebbe vantato, vale a dire che era figlio di un capitano famoso per imprese eroiche e che lui stesso si era già distinto per il suo coraggio in più di un combattimento. Gli pareva sempre di sentire i commenti del vecchio Campireali su questi fatti. Bisogna sapere che nel XV secolo le ragazze, ragionando con buon senso repubblicano, stimavano un uomo molto più per le sue azioni che per le ricchezze accumulate dai padri o per le celebri gesta di questi. Ma erano soprattutto le ragazze del popolo a pensarla così. Quelle che appartenevano alle classi ricche o nobili avevano paura dei briganti e, com'è naturale, tenevano in grande considerazione la nobiltà e il censo. Giulio terminava la sua lettera con queste parole: «Non so se i decorosi vestiti che ho portato da Roma vi hanno fatto dimenticare la crudele ingiuria che una persona da voi rispettata mi ha rivolto tempo fa, per il mio misero aspetto; avrei potuto, anzi avrei dovuto vendicarmi, lo esigeva il mio onore; non l'ho fatto pensando alle lacrime che la mia vendetta sarebbe costata a occhi che adoro. Questo vi darà la prova, se per mia disgrazia ne dubitaste ancora, che si può esser poverissimi e aver nobili sentimenti. Del resto, devo svelarvi un terribile segreto, non proverei nessuna pena a dirlo a qualsiasi altra donna, ma non so perché tremo al pensiero di confidarlo a voi. Esso potrebbe, in un solo istante, distruggere il vostro amore per me e neppure i vostri giuramenti basterebbero a rassicurarmi. Voglio leggere nei vostri occhi l'effetto di questa confessione. Uno di questi giorni al cader della notte, verrò a trovarvi nel giardino dietro il palazzo. Quel giorno, Fabio e vostro padre saranno assenti. Quando avrò la certezza che malgrado il loro disprezzo per me, povero giovane malvestito, non potranno toglierci tre quarti d'ora o un'ora per incontrarci, vedrete passare sotto le finestre del palazzo, un uomo che mostrerà ai bambini del paese una volpe addomesticata. Più tardi, quando suonerà l'Ave Maria, sentirete in lontananza un colpo di un archibugio, allora vi avvicinerete al muro del giardino e canterete, se non sarete sola. Se ci sarà silenzio, il vostro schiavo verrà a inginocchiarsi tremante ai vostri piedi e vi racconterà cose che forse vi faranno orrore. Aspettando questo giorno decisivo e terribile per me, non mi arrischierò più a porgervi mazzi di fiori a mezzanotte, ma sempre di notte, verso le due, passerò cantando e voi, chissà, affacciata al grande balcone di pietra, lascerete cadere un fiore colto con le vostre mani in giardino. Saranno forse gli ultimi segni di affetto che darete all'infelice Giulio.»

       Tre giorni dopo il padre e il fratello di Elena erano andati a cavallo nei loro possedimenti sulla costa, da dove sarebbero ripartiti un po' prima del tramonto, per far ritorno a casa verso le due di notte. Ma al momento di mettersi in cammino per tornare, erano spariti i loro due cavalli, e anche tutti quelli della fattoria. Stupitissimi per quell'audace furto, iniziarono le ricerche, i cavalli però furono ritrovati solo l'indomani nella foresta di alberi d'alto fusto, lungo il mare. I due Campireali, padre e figlio, furono costretti a tornare a Albano su un carro di buoi.

       Quella sera, quando Giulio si gettò alle ginocchia di Elena, era quasi notte e la povera ragazza era ben felice di quell'oscurità; per la prima volta era davanti all'uomo che essa amava teneramente, e che lo sapeva, ma al quale non aveva mai rivolto la parola.

       Subito le diede un po' di coraggio notare che Giulio era più pallido e tremante di lei. Lì, ai suoi ginocchi, diceva: «In verità non riesco a parlare.» Furono istanti veramente molto felici; si guardavano senza poter articolare una parola, immobili come statue di marmo dall'espressione intensa. Giulio, inginocchiato, stringeva la mano di Elena che, con la testa china, lo fissava attentamente.

       Giulio sapeva bene che i suoi dissoluti amici romani gli avrebbero consigliato di tentare una certa cosa, ma quest'idea gli faceva orrore. Lo scosse da quello stato di estasi e forse dalla più grande felicità che possa dare l'amore, un'altra idea; il tempo fugge; i Campireali si avvicinano al palazzo. Capì che con un'anima scrupolosa come la sua non avrebbe potuto trovare felicità durevole, finché non avesse fatto alla sua amata quella terribile confessione, che gli amici di Roma, avrebbero giudicato un grosso sbaglio.

       «Vi ho parlato di una confessione che forse non dovrei farvi,» disse finalmente a Elena.

       Impallidì e aggiunse a fatica, come se gli mancasse il respiro:

       «Forse vedrò sparire quei sentimenti che sono la speranza della mia vita. Mi credete povero; ma non è tutto: sono un brigante e anche mio padre lo era

       A quelle parole, Elena, che aveva un padre ricco e tutte le paure della sua casta, si sentì mancare, ebbe paura di cadere. «Che tormento sarebbe per il povero Giulio!» pensava: «si crederebbe disprezzato!». Egli era ai suoi ginocchi. Per non cadere, si appoggiò a lui e poco dopo si abbandonò nelle sue braccia, quasi priva di sensi. Come si vede, nel XVI secolo, piacevano le storie d'amore raccontate con esattezza. Perché quelle storie non venivano giudicate con l'intelligenza, dovevano parlare all'immaginazione, e il lettore si identificava passionalmente con gli eroi del racconto. I due manoscritti su cui ci basiamo, e soprattutto quello che contiene alcune espressioni tipiche del dialetto fiorentino, descrivono nei minimi particolari tutti gli incontri successivi. Il pericolo metteva a tacere i rimorsi della fanciulla. Spesso i pericoli furono estremi, ma accrescevano l'ardore di quei due cuori per i quali ogni sensazione amorosa era felicità. Molte volte rischiarono di essere sorpresi dal padre e da Fabio, furibondi di essere gabbati: correva voce che Giulio fosse l'amante di Elena e non riuscivano a sorprenderlo. Fabio, giovane impetuoso e fiero delle sue origini, proponeva al padre di far uccidere Giulio.

       «Finché sarà al mondo,» gli diceva, «la vita di mia sorella sarà in grande pericolo. Chi ci dice che presto l'onore non ci costringa a macchiarci le mani del sangue di questa ribelle? È diventata audace al punto di non negare più il suo amore; l'avete vista voi stesso rispondere ai vostri rimproveri con un cupo silenzio; ebbene! quel silenzio è la condanna a morte di Giulio Branciforte.»

       «Pensate chi era suo padre,» rispondeva il signore di Campireali. «Certo, possiamo facilmente andare a passare due mesi a Roma e, intanto, questo Branciforte sparisce. Ma chi ci dice che il padre, che malgrado i suoi delitti è stato coraggioso e generoso, e ha fatto arricchire molti suoi soldati, pur rimanendo povero, chi ci dice che suo padre non abbia ancora amici, sia nella compagnia del duca di Monte Mariano, sia nella compagnia Colonna, che occupa spesso i boschi della Faggiola, a mezza lega da noi? In questo caso, verremo massacrati tutti senza misericordia, voi, io e forse anche la vostra sventurata madre.»

       Queste argomentazioni, ricorrenti nei colloqui tra padre e figlio, venivano tenute nascoste solo in parte a Vittoria Carafa, la madre di Elena, che era disperata. Fabio e suo padre, dopo molte discussioni, convennero che era disdicevole per il loro onore lasciar che certe voci continuassero a circolare a Albano, tranquillamente. Dato che non era prudente far sparire il giovane Branciforte che, ogn