STENDHAL (Henri-Marie Beyle)
CRONACHE
ROMANE
Traduzione di Lanfranco
Binni, Simona Vigezzi
e Leonello Prato Caruso
ACQUISTA
IL LIBRO DA GARZANTI
VANINA VANINI
Ovvero
Particolari
sull'ultima vendita
di
carbonari scoperta
negli
Stati del Papa
Era una
sera della primavera del 182... Tutta Roma era in fermento: il duca di B***, il
noto banchiere, dava un ballo nel suo nuovo palazzo di Piazza Venezia. Tutto
quello che le arti d'Italia e il lusso di Parigi e Londra possono offrire di
più splendido era stato riunito per rendere magnifico quel palazzo. L'affluenza
di persone era enorme. Le bionde e riservate bellezze della nobile Inghilterra
si erano date da fare per avere l'onore di partecipare al ballo, ed ora stavano
arrivando a frotte. Le più belle donne di Roma contendevano loro la palma della
bellezza. Una ragazza, senz'altro romana per gli occhi ardenti e i capelli
d'ebano, entrò accompagnata dal padre, seguita dagli sguardi di tutti. Una
singolare fierezza traspariva da ogni suo movimento.
Gli
stranieri che entravano rimanevano visibilmente colpiti dalla magnificenza di
quel ballo. «Nessuna festa di nessun re d'Europa,» dicevano, «può reggere il
confronto con questa.»
I re non
hanno un palazzo in stile romano e sono costretti a invitare le gran dame della
corte; il duca di B*** invece invita solo le belle donne. Quella sera era stato
particolarmente felice nei suoi inviti, e gli uomini sembravano abbagliati. Tra
tante donne notevoli, sorse il problema di decidere quale fosse la più bella:
per un po' la scelta rimase incerta; ma alla fine fu proclamata regina del
ballo la principessa Vanina Vanini, la ragazza dai capelli neri e dagli occhi
di fuoco. Subito gli stranieri e i giovani romani, abbandonando le altre sale,
si affollarono in quella dove lei si trovava.
Suo padre,
il principe Asdrubale Vanini, aveva voluto che prima danzasse con due o tre
sovrani tedeschi. Poi lei accettò gli inviti di alcuni inglesi molto belli e
molto nobili; ma il loro contegno compassato la annoiò.
Sembrò che
si divertisse di più a tormentare il giovane Livio Savelli, che pareva proprio
innamorato. Era il giovane più brillante di Roma, e per di più anche lui era un
principe; ma, se gli avessero dato un romanzo da leggere, dopo venti pagine lo
avrebbe gettato via dicendo che gli faceva venire il mal di testa. Agli occhi
di Vanina, questo era un grave difetto.
Verso la
mezzanotte si diffuse per le sale una notizia che fece molta impressione. Un
giovane carbonaro prigioniero nel forte di Sant'Angelo era fuggito quella sera
stessa, grazie a un travestimento e, per un eccesso di audacia romanzesca,
giunto all'ultimo corpo di guardia del carcere, con un pugnale aveva attaccato
i soldati; a sua volta era stato ferito, gli sbirri gli stavano dando la caccia
per le strade seguendo le tracce del suo sangue, e si sperava di riprenderlo.
Mentre
raccontavano l'episodio, don Livio Savelli, conquistato dalla grazia e dal
successo di Vanina, con cui aveva appena ballato, riaccompagnandola al suo
posto le disse, quasi folle d'amore:
«Ma, di
grazia, chi dunque potrà mai piacervi?»
«Quel
giovane carbonaro che è appena evaso,» gli rispose Vanina; «almeno ha fatto
qualcosa di più che darsi la pena di venire al mondo.»
Il principe
don Asdrubale si avvicinò alla figlia. È un uomo ricchissimo che da vent'anni
non fa i conti con il suo intendente, che gli va prestando le sue stesse
rendite a un interesse molto alto. Se lo incontrate per la strada, potrete
prenderlo per un vecchio attore; non vi accorgerete che le sue mani sono
cariche di cinque o sei anelli enormi, con diamanti giganteschi.
I suoi due
figli si sono fatti gesuiti, e poi sono morti pazzi. Li ha dimenticati; ma lo
infastidisce che la sua unica figlia, Vanina, non voglia sposarsi. Ha già
diciannove anni, ed ha rifiutato i migliori partiti.
Per quale
ragione? La stessa per cui Silla abdicò: il suo disprezzo per i Romani.
Il giorno
dopo quel ballo, Vanina notò che suo padre, l'uomo più distratto del mondo e
che in vita sua non si era mai preoccupato di prendere con sé una chiave, con
molta attenzione chiudeva la porta di una scaletta che portava ad un
appartamento al terzo piano del palazzo. Alcune finestre dell'appartamento
davano su una terrazza adorna di piante d'arancio. Vanina andò a fare qualche
visita in città; al suo ritorno, la vettura rientrò attraverso un cortile del
retro, perché il portone del palazzo era ingombro per i preparativi di una
luminaria. Vanina alzò gli occhi, e con stupore vide che una delle finestre
dell'appartamento che suo padre aveva chiuso con tanta cura era aperta.
Si liberò
della dama di compagnia, salì nelle soffitte del palazzo e finalmente riuscì a
trovare una piccola finestra a grata che dava sulla terrazza degli aranci.
La finestra
aperta che aveva notato era a due passi da lei. Senza dubbio quella camera era
abitata; ma da chi?
Il giorno
dopo, Vanina riuscì a procurarsi la chiave di una porticina che dava sulla
terrazza degli aranci.
Piano piano
si avvicinò alla finestra che era ancora aperta. Si nascose dietro una
persiana. In fondo alla stanza c'era un letto, e nel letto c'era qualcuno. Il
suo primo impulso fu di ritrarsi; ma scorse un abito femminile gettato su una
sedia. Guardando meglio la persona distesa sul letto, vide che era bionda, e
molto giovane. Non dubitò più che fosse una donna. Il vestito sulla sedia era
insanguinato; c'era sangue anche sulle scarpe da donna appoggiate su un tavolo.
La sconosciuta fece un movimento; Vanina vide che era ferita. Un grande panno
macchiato di sangue le fasciava il petto, legato solo da nastri, ed era chiaro
che quella fasciatura non era opera di un chirurgo. Vanina notò che ogni
giorno, verso le quattro, suo padre si chiudeva nel proprio appartamento, e poi
andava dalla sconosciuta; ridiscendeva ben presto, e saliva in carrozza per
andare dalla contessa Vitelleschi. Appena era uscito, Vanina saliva sulla
piccola terrazza da dove poteva scorgere la sconosciuta. La sua sensibilità era
eccitata ed attratta da quella giovane donna così sfortunata; cercava di
indovinarne la vicenda. Il vestito insanguinato sulla sedia sembrava lacerato
da colpi di pugnale. Vanina poteva contarne gli strappi. Un giorno vide la
sconosciuta più distintamente; i suoi occhi azzurri erano fissi al cielo;
sembrava che stesse pregando. Quei begli occhi si riempirono presto di lacrime;
la giovane principessa dovette fare uno sforzo su se stessa per non parlarle.
Il giorno dopo Vanina osò nascondersi sulla terrazza prima che arrivasse suo
padre. Vide don Asdrubale che entrava dalla sconosciuta: portava un piccolo
paniere con delle provviste.
Il principe
sembrava inquieto e quasi non parlò. Parlava così piano che Vanina non riuscì a
sentire le sue parole, sebbene la porta-finestra fosse aperta. Se ne andò quasi
subito. «Questa povera donna deve avere dei nemici terribili,» pensò Vanina,
«se mio padre, di solito così disattento, non osa confidarsi con nessuno e si
preoccupa di salire ogni giorno centoventi scalini.»
Una sera,
mentre Vanina sporgeva pian piano la testa verso la finestra della sconosciuta,
incontrò i suoi occhi, e fu così scoperta. Vanina si gettò in ginocchio ed
esclamò:
«Vi voglio
bene, vi sono amica.»
La
sconosciuta le fece cenno di entrare.
«Vi devo
delle scuse,» esclamò Vanina, «la mia stupida curiosità vi ha certo offeso! Vi
giuro che manterrò il segreto, e, se lo vorrete, non tornerò mai più.»
«E chi
potrebbe non essere felice di vedervi?» disse la sconosciuta. «Abitate in
questo palazzo?»
«Certo,»
rispose Vanina. «Ma vedo che non mi conoscete: sono Vanina, figlia di don
Asdrubale.»
La
sconosciuta la guardò stupita, arrossì, e aggiunse:
«Degnatevi
di farmi sperare che tornerete ogni giorno; ma preferirei che il principe non
sapesse delle vostre visite.»
Il cuore di
Vanina batteva forte; i modi della sconosciuta le sembravano molto distinti.
Questa povera giovane aveva certo offeso qualche potente; forse in un momento
di gelosia aveva ucciso l'amante? Vanina non riusciva a trovare una causa
volgare alla sua disgrazia. La sconosciuta le disse che era stata ferita alla
spalla da un colpo di pugnale penetrato fino al petto, che la faceva soffrire
molto. Spesso si trovava la bocca piena di sangue.
«E non
avete un chirurgo!» esclamò Vanina.
«Sapete
bene che a Roma,» disse la sconosciuta, «i chirurghi sono costretti a fare alla
polizia un rapporto esatto su tutte le ferite che curano. Il principe stesso si
degna di fasciarmi le ferite con questa benda.»
Con una
grazia perfetta la sconosciuta evitava di commuoversi per la propria disgrazia;
Vanina la amava alla follia. Una cosa tuttavia stupì molto la giovane
principessa, e cioè che durante una conversazione tanto seria la sconosciuta
trattenesse a fatica un'improvvisa voglia di ridere.
«Sarei
felice,» le disse Vanina, «di conoscere il vostro nome. »
«Mi chiamo
Clementina.»
«Ebbene,
cara Clementina, tornerò a trovarvi domani alle cinque. »
L'indomani
Vanina trovò la sua nuova amica che stava molto male.
«Vado a
chiamare un chirurgo,» disse Vanina abbracciandola.
«Preferirei
morire,» disse la sconosciuta. «Come potrei compromettere i miei benefattori?»
«Il
chirurgo di monsignor Savelli-Catanzara, il governatore di Roma, è figlio di un
nostro domestico,» insisté Vanina; «ci è fedele e per la sua posizione non teme
nessuno. Mio padre non tiene conto della sua fedeltà; vado a farlo chiamare.»
«Non voglio
nessun chirurgo,» gridò la sconosciuta con una vivacità che stupì Vanina.
«Venite a trovarmi, e se Dio deve chiamarmi a sé morirò felice tra le vostre
braccia.»
Il giorno
dopo la sconosciuta stava ancora peggio.
«Se mi
volete bene,» disse Vanina lasciandola, «accettate un chirurgo.»
«Se viene,
la mia felicità svanisce.»
«Vado a
farlo chiamare,» ribatté Vanina.
Senza dire
niente, la sconosciuta la trattenne, e le prese la mano che coprì di baci.
Seguì un lungo silenzio, la sconosciuta aveva le lacrime agli occhi. Poi lasciò
la mano di Vanina, e con l'aria di chi sta per morire le disse:
«Devo farvi
una confessione. L'altro ieri ho mentito quando ho detto che mi chiamavo
Clementina; sono uno sventurato carbonaro...»
Vanina,
stupita, spinse indietro la sedia e si alzò.
«Sento,»
continuò il carbonaro, «che questa confessione mi farà perdere il solo bene che
mi tiene attaccato alla vita, ma ingannarvi è indegno di me. Mi chiamo Pietro
Missirilli, ho diciannove anni; mio padre è un povero chirurgo di Sant'Angelo
in Vado, e io sono carbonaro. Hanno scoperto la nostra vendita; in catene, dalla Romagna sono
stato portato a Roma. Sepolto in una segreta illuminata giorno e notte da una
lampada, vi ho passato tredici mesi. Un'anima caritatevole ha avuto l'idea di salvarmi.
Mi hanno vestito da donna. Mentre stavo uscendo dalla prigione e passavo
davanti alle guardie dell'ultimo portone, una di loro ha insultato i carbonari,
e io gli ho dato uno schiaffo. Vi assicuro che non è stata una vana bravata, ma
solo un gesto impulsivo. Inseguito nella notte per le strade di Roma, dopo
questa imprudenza, ferito da colpi di baionetta, ormai quasi privo di forze,
salgo in una casa la cui porta era aperta; sento i soldati dietro di me, salto
in un giardino; cado a pochi passi da una donna che stava passeggiando.»
«La
contessa Vitelleschi! l'amica di mio padre,» disse Vanina.
«Come! Lei
ve lo ha detto?» esclamò Missirilli. «Comunque sia, questa signora, il cui nome
non deve essere mai pronunciato, mi salvò la vita. Mentre i soldati entravano
in casa sua per prendermi, vostro padre mi faceva uscire nella sua carrozza. Mi
sento molto male. Da qualche giorno questo colpo di baionetta alla spalla mi
impedisce di respirare. Sto per morire, e disperato, perché non vi vedrò più.»
Vanina
aveva ascoltato con impazienza, uscì rapidamente: Missirilli non scorse nessuna
pietà in quegli occhi così belli, ma solo l'espressione di un carattere altero
che era stato ferito.
Nella notte
giunse un chirurgo; era solo, Missirilli si sentiva disperato; temeva di non
rivedere più Vanina.
Fece
qualche domanda al chirurgo, che lo curò senza rispondere. Lo stesso silenzio
nei giorni seguenti. Gli occhi di Pietro non lasciavano la finestra della
terrazza da cui Vanina era solita entrare; si sentiva molto infelice. Una
volta, verso mezzanotte, gli sembrò di scorgere qualcuno nell'ombra della
terrazza: era Vanina?
Ogni notte
Vanina andava ad appoggiare la guancia contro i vetri della finestra del
giovane carbonaro.
«Se gli
parlo,» si diceva, «sono perduta! no, non devo rivederlo mai più!»
Presa
questa decisione, ricordava suo malgrado l'affetto per quel giovane, quando
così stupidamente lo credeva una donna. Dopo un'intimità così dolce, bisognava
dunque dimenticarlo! Nei suoi momenti più ragionevoli, Vanina era spaventata
dal cambiamento delle proprie idee. Da quando Missirilli si era rivelato, tutte
le cose cui aveva l'abitudine di pensare si erano come ricoperte di un velo ed
apparivano solo in lontananza.
Una
settimana non era ancora passata che Vanina, pallida e tremante, entrò nella
stanza del giovane carbonaro insieme con il chirurgo. Veniva a dirgli che era
opportuno convincere il principe a farsi sostituire da un domestico. Rimase
pochi secondi; ma qualche giorno dopo tornò ancora con il chirurgo, per
umanità. Una sera, benché Missirilli stesse molto meglio e Vanina non avesse
più da temere per la sua vita, osò andarci sola. Vedendola, Missirilli si sentì
al colmo della felicità, ma si preoccupò di nascondere il proprio amore; prima
di tutto, non voleva venire meno alla dignità che si conviene a un uomo.
Vanina, che era entrata da lui con il volto coperto di rossore, e temendo
dichiarazioni d'amore, rimase sconcertata dal tono di amicizia nobile e devota,
ma assai poco tenera, con cui lui la accolse. Se ne andò senza che egli
cercasse di trattenerla.
Qualche
giorno dopo, quando ritornò, stesso comportamento, stesse assicurazioni di
devozione rispettosa e di riconoscenza eterna. Non dovendosi più preoccupare di
porre un freno ai trasporti del giovane carbonaro, Vanina si chiese se non
fosse lei sola ad amarlo. Questa ragazza, fino ad allora così superba, sentì
con amarezza tutta la forza della propria follia. Ostentò allegria ed anche
freddezza, diradò le sue visite, ma non riuscì a non vedere del tutto il
giovane malato.
Missirilli,
ardendo d'amore ma pensando alla propria nascita oscura e alla propria dignità,
si era ripromesso di evitare di parlare d'amore, a meno che Vanina non
rimanesse otto giorni senza vederlo. L'orgoglio della giovane principessa lottò
palmo a palmo.
«Ebbene!»
si disse infine, «se lo vedo è per me, per il mio piacere, e mai gli confesserò
il sentimento che mi ispira.» Faceva lunghe visite a Missirilli, che le parlava
come in presenza di venti persone. Una sera, dopo aver passato la giornata a
detestarlo ed a ripromettersi di essere con lui ancora più fredda e severa del
solito, Vanina gli disse che lo amava. Presto non ebbe più nulla da
rifiutargli.
Se la sua
follia fu grande, bisogna però riconoscere che Vanina si sentì immensamente
felice. Missirilli non pensò più a ciò che credeva di dovere alla propria
dignità di uomo; amò come si ama per la prima volta a diciannove anni e in
Italia. Provò tutti gli scrupoli dell'amore-passione, fino a confessare alla
giovane principessa così fiera la tattica che aveva impiegato per farsi amare.
Era stupito della propria immensa felicità. Quattro mesi passarono molto in
fretta. Un giorno, il chirurgo restituì la libertà al suo malato. «E adesso
cosa faccio?» pensò Missirilli; «restare nascosto nella casa di una delle più
belle ragazze di Roma? E i vili tiranni che mi hanno tenuto in prigione per
tredici mesi senza lasciarmi vedere la luce del giorno crederanno di avermi
piegato! O Italia, sei davvero sventurata se i tuoi figli ti abbandonano per
così poco!»
Vanina non
dubitava che la più grande fortuna di Pietro fosse di starle sempre accanto; lo
vedeva troppo felice; ma una frase del generale Bonaparte risuonava amaramente
nell'animo del giovane, e influiva su tutta la sua condotta nei confronti delle
donne. Nel 1796, mentre il generale Bonaparte stava lasciando Brescia, le
autorità municipali che lo accompagnavano alla porta della città gli dissero
che i bresciani amavano la libertà più di tutti gli altri italiani.
«Sì,»
rispose lui, «amano parlarne alle loro amanti.»
Assai
imbarazzato, Missirilli disse a Vanina:
«Appena
sarà notte, dovrò uscire.»
«Cerca di
rientrare nel palazzo prima dell'alba; ti aspetterò.»
«All'alba
sarò a molte miglia da Roma.»
«Benissimo,»
disse Vanina con freddezza, «e dove andrai?»
«In
Romagna, a vendicarmi.»
«Poiché
sono ricca,» continuò Vanina con estrema calma, «spero che accetterai da me
armi e denaro.»
Missirilli
la guardò per qualche istante senza battere ciglio poi, gettandosi nelle sue
braccia:
«Anima
della mia vita,» le disse, « mi farai dimenticare tutto, anche il mio dovere.
Ma più il tuo animo è nobile e più devi capirmi.»
Vanina
pianse molto, e rimasero d'accordo che lui avrebbe lasciato Roma solo due
giorni dopo.
«Pietro,»
gli disse l'indomani, «mi hai detto spesso che un uomo molto noto, un principe
romano per esempio, che potesse disporre di molto denaro, sarebbe in grado di
rendere i più grandi servigi alla causa della libertà, qualora l'Austria si
trovasse impegnata lontano da noi, in qualche grande guerra. »
«Certamente,»
disse Pietro, stupito.
«Bene! sei
un uomo coraggioso; ti manca soltanto un'alta posizione; ti offro la mia mano e
duecentomila lire di rendita. Ci penso io ad ottenere il consenso di mio padre.»
Pietro si
gettò ai suoi piedi; Vanina era raggiante di gioia.
«Ti amo
appassionatamente,» le disse, «ma io sono un povero servitore della mia patria;
e più l'Italia è sventurata, più devo rimanerle fedele. Per ottenere il
consenso di don Asdrubale, dovrei recitare per molti anni una commedia
vergognosa. Non posso accettare, Vanina.»
Missirilli
si affrettò ad impegnarsi con queste parole. Il coraggio gli stava venendo
meno.
«La mia
sventura,» esclamò, «è che ti amo più della vita, e per me lasciare Roma è il
peggiore dei supplizi. Ah! Perché l'Italia non è libera dai barbari! Con quale
gioia mi imbarcherei con te per andare a vivere in America.»
Vanina era
raggelata. Il rifiuto della sua mano aveva sorpreso il suo orgoglio; ma presto
si gettò nelle braccia di Missirilli.
«Non mi sei
mai piaciuto tanto,» esclamò. «Sì, mio piccolo chirurgo di campagna, sarò tua
per sempre. Sei un grande uomo, come i nostri antichi Romani.»
Tutte le
preoccupazioni per il futuro, tutti i tristi suggerimenti del buon senso
scomparvero; fu un momento di amore perfetto. Quando furono in condizione di
ragionare:
«Sarò in
Romagna subito dopo di te,» disse Vanina. «Mi farò prescrivere i bagni della
Porretta. Mi fermerò nel castello che abbiamo a San Nicolò, vicino a Forlì...»
«Lì passerò
la vita con te!» esclamò Missirilli.
«Il mio
destino ormai è osare tutto,» rispose Vanina con un sospiro. «Mi perderò per
te, ma non importa... Ma tu, potrai amare una donna disonorata?»
«Non sei
forse la mia donna?» disse Missirilli, «una donna adorata per sempre? Saprò
amarti e proteggerti.»
Bisognava
che Vanina si mostrasse in società. Si erano appena lasciati che Missirilli
cominciò a trovare barbara la propria condotta. «Che cosa è poi la patria?» si diceva. «Non è una creatura
cui dobbiamo riconoscenza per qualche beneficio, e che diventa infelice e può
maledirci se manchiamo in qualcosa. La patria e la libertà, sono come il mio mantello; sono
qualcosa che mi è utile, che devo acquistare, è vero, se non l'ho avuta in
eredità da mio padre; ma, in fin dei conti, amo la patria e la libertà perché
mi sono utili. Se non mi servono, se per me diventano come un mantello in
agosto perché comprarle, e ad un prezzo così alto? Vanina è così bella! ha un
carattere talmente singolare! Cercheranno di piacerle, e lei mi dimenticherà.
Quale donna ha avuto un solo amante? Questi principi romani, che come cittadini
disprezzo, hanno tali vantaggi su di me! Devono essere così amabili! E certo
che se parto lei mi dimenticherà, e la perderò per sempre. »
Vanina
venne a trovarlo in piena notte, lui le parlò dell'incertezza in cui era
sprofondato e la discussione alla quale, per amor suo, aveva sottoposto quella
grande parola patria. Vanina era felice. «Se fosse costretto a scegliere tra la patria e
me,» si diceva, «io sarei la preferita.»
L'orologio
della chiesa vicina suonò le tre, era il momento degli ultimi addii. Pietro si
sciolse dalle braccia della sua amica. Stava già scendendo la scaletta quando
Vanina, trattenendo le lacrime, gli disse sorridendo:
«Se fossi
stato curato da una povera donna di campagna, non faresti niente per
ricompensarla? Non cercheresti di pagarla? Il futuro è incerto, stai per andare
tra i tuoi nemici: concedimi tre giorni per riconoscenza, come se fossi una
povera donna, per pagare le mie cure.»
Missirilli
rimase. Finalmente lasciò Roma. Grazie ad un passaporto comprato presso
un'ambasciata straniera, raggiunse la sua famiglia. Fu una grande gioia: lo
credevano morto. I suoi amici vollero celebrare il suo ritorno ammazzando uno o
due carabinieri (è il nome dei gendarmi negli Stati del Papa).
«Non
dobbiamo uccidere, senza che sia necessario, un italiano che sa usare le armi,»
disse Missirilli, «la nostra patria non è un'isola come la felice Inghilterra:
ci mancano soldati, per resistere all'intervento dei re d'Europa.»
Qualche
tempo dopo, Missirilli, messo alle strette dai carabinieri, ne uccise due con
le pistole che Vanina gli aveva dato. Sulla sua testa fu posta una taglia.
Vanina non
si vedeva ancora in Romagna: Missirilli si credette dimenticato. Il suo
orgoglio ne fu ferito: cominciava a pensare molto alla differenza di condizione
sociale che lo separava dalla sua amante. In un momento di tenerezza e di
rimpianto per la felicità passata, pensò di tornare a Roma per vedere cosa
stava facendo Vanina. Questa folle idea stava per sottrarlo a quello che
considerava il proprio dovere, quando una sera la campana di una chiesa della
montagna suonò l'Angelus in modo strano, come se il campanaro fosse distratto.
Era un
segnale di riunione per la vendita carbonara a cui Missirilli si era affiliato appena
arrivato in Romagna. Quella notte si ritrovarono tutti presso un eremo nella
foresta. I due eremiti, addormentati con l'oppio, non si accorsero affatto
dell'uso che si faceva della loro piccola dimora. Missirilli, che vi era
arrivato tristissimo, seppe che il capo della vendita era stato arrestato e che lui,
giovane di appena vent'anni, stava per essere eletto capo di una vendita che comprendeva uomini di più di
cinquant'anni e che erano nelle cospirazioni dalla spedizione di Murat del
1815. Ricevendo questo onore insperato, Pietro si sentì battere il cuore.
Appena fu
solo, decise di non pensare più alla giovane romana che l'aveva dimenticato, e
di consacrare ogni suo pensiero al dovere di liberare l'Italia dai barbari.
Due giorni
dopo, Missirilli vide sul rapporto degli arrivi e delle partenze, che gli
procuravano in quanto capo della vendita, che la principessa Vanina era arrivata nel suo
castello di San Nicolò. La lettura di quel nome lo turbò, più che rallegrarlo.
Invano pensò di garantire la propria fedeltà alla patria impegnandosi a non
volare quella sera stessa al castello di San Nicolò: il timore di trascurare
Vanina gli impedì di compiere con calma i suoi doveri.
La vide il
giorno dopo; lo amava come a Roma. Suo padre, che voleva che si sposasse, aveva
ritardato la sua partenza.
Portava con
sé 2000 zecchini. Questo aiuto imprevisto servì meravigliosamente ad accrescere
il credito di Missirilli nella sua nuova carica. Si ordinarono dei pugnali a
Corfù; fu comprato il segretario privato del legato, che aveva il compito di
perseguitare i carbonari. Fu ottenuta anche la lista dei parroci che facevano
la spia per il governo.
In quel
periodo fu organizzata una delle cospirazioni meno folli che mai siano state
tentate nella sventurata Italia. Non entrerò qui in particolari che sarebbero
fuori luogo. Mi limiterò a dire che se il successo avesse coronato l'impresa,
Missirilli avrebbe potuto rivendicare buona parte della gloria. Grazie a lui,
parecchie migliaia di insorti si sarebbero mossi ad un segnale convenuto, in
armi avrebbero atteso l'arrivo dei capi superiori. Il momento decisivo si stava
avvicinando quando, come sempre accade, la cospirazione fu paralizzata
dall'arresto dei capi.
Appena
giunta in Romagna, Vanina credette di capire che l'amor di patria avrebbe fatto
dimenticare al suo amante ogni altro amore. L'orgoglio della giovane romana ne
rimase ferito. Tentò invano di farsene una ragione; cadde in preda a un cupo
dolore; si sorprese a maledire la libertà.
Un giorno
che era venuta a Forlì per incontrare Missirilli, non riuscì a dominare il
proprio dolore, che fino ad allora era stato controllato dal suo orgoglio.
«Mi ami
come un marito,» gli disse, «questo non fa per me.»
E si mise a
piangere; ma era per la vergogna di essersi abbassata a delle recriminazioni.
Missirilli rispose alle sue lacrime col contegno di un uomo preoccupato. Di
colpo Vanina pensò di lasciarlo e di tornare a Roma. Provò una gioia crudele
nel punirsi della debolezza che l'aveva spinta a parlare. Dopo qualche istante
di silenzio, la sua decisione fu presa; si sarebbe ritenuta indegna di
Missirilli se non lo avesse lasciato. Già godeva della dolorosa sorpresa di lui
quando l'avrebbe cercata invano accanto a sé. Poi l'idea di non essere riuscita
ad ottenere l'amore dell'uomo per il quale aveva fatto tante follie, la
intenerì profondamente. Allora ruppe il silenzio, e fece di tutto per
strappargli una parola d'amore. Lui le disse con tono distratto delle parole
molto tenere, ma fu con un tono ben diversamente profondo che, parlando dei
suoi progetti politici, esclamò con dolore:
«Ah! se
l'impresa fallisce, se il governo la scopre ancora una volta, io abbandono la
partita.»
Vanina
rimase immobile. Da un'ora sentiva che stava vedendo il suo amante per l'ultima
volta. La frase che lui aveva appena detto, gettò una luce sinistra nel suo
animo. Si disse: «I carbonari hanno ricevuto da me molte migliaia di zecchini.
È impossibile dubitare della mia fedeltà alla cospirazione.»
Vanina uscì
dai propri pensieri solo per dire a Pietro: «Vuoi venire a passare
ventiquattr'ore con me nel castello di San Nicolò? La vostra riunione di
stasera non ha bisogno della tua presenza. Domattina, a San Nicolò, potremo
fare una passeggiata; ciò ti calmerà e ti restituirà tutto il sangue freddo di
cui hai bisogno in questa importante circostanza.»
Pietro
acconsentì.
Vanina lo
lasciò per i preparativi del viaggio, chiudendo a chiave, come di consueto, la
cameretta dove l'aveva nascosto.
Corse da
una delle sue cameriere, che l'aveva lasciata per sposarsi e avviare un piccolo
commercio a Forlì.
Giunta
nella casa di questa donna, in fretta scrisse sul margine di un libro di
preghiere, trovato nella camera, l'indicazione esatta del luogo dove quella
notte stessa si sarebbe riunita la vendita dei carbonari. Concluse la sua denuncia con queste
parole: «La vendita è composta di diciannove membri; ecco i nomi e gli indirizzi.»
Scritta la lista, esatta tranne che vi era omesso il nome di Missirilli, disse
alla donna, di cui si fidava:
«Porta
questo libro al cardinale legato; che legga quanto c'è scritto, e te lo
restituisca. Eccoti dieci zecchini, se il legato fa il tuo nome, la tua morte è
certa; ma tu mi salvi la vita, se gli fai leggere la pagina che ho scritto.»
Tutto andò
meravigliosamente bene. Il legato, per paura, non si comportò da gran signore.
Permise alla popolana che chiedeva di parlargli, di apparirgli davanti con il
volto coperto, ma a condizione che avesse le mani legate. In questo stato la
negoziante fu introdotta alla presenza del grande personaggio, che trovò
trincerato dietro un immenso tavolo ricoperto di un tappeto verde.
Il legato
lesse le pagine del libro di preghiere, tenendolo a debita distanza, per paura
di qualche sottile veleno. Lo restituì alla negoziante, e non la fece seguire.
Meno di quaranta minuti dopo aver lasciato il suo amante, Vanina, che aveva
visto tornare la sua ex cameriera, riapparve davanti a Missirilli, convinta che
ormai sarebbe stato tutto per lei. Gli disse che in città c'era un movimento
eccezionale, si vedevano pattuglie di carabinieri in strade dove non andavano
mai.
«Credimi,»
aggiunse, «ci conviene partire subito per San Nicolò. »
Missirilli
acconsentì. A piedi raggiunsero la carrozza della giovane principessa che, con
la sua dama di compagnia, confidente discreta e ben pagata, la stava aspettando
a mezza lega dalla città.
Giunta al
castello di San Nicolo, Vanina, inquieta per la propria condotta, divenne
ancora più tenera con il suo amante. Ma mentre gli parlava d'amore, le sembrava
di recitare una commedia. Nel momento del tradimento non aveva pensato al
rimorso. Stringendo il suo amante tra le braccia, si diceva: «C'è una parola
che potrebbero dirgli, e se questa parola venisse pronunciata lui avrebbe
orrore di me, subito e per sempre.»
In piena
notte, uno dei domestici di Vanina entrò all'improvviso nella camera.
Quest'uomo, senza che lei lo sapesse, era un carbonaro. Missirilli aveva dunque
dei segreti per lei, anche su cose di così poco conto. Vanina fremé. L'uomo
veniva ad avvertire Missirilli che durante la notte, a Forlì, le case di
diciannove carbonari erano state circondate, e loro stessi arrestati mentre
ritornavano dalla vendita. Nonostante fossero stati colti di sorpresa, nove erano
fuggiti. I carabinieri avevano potuto condurne dieci nella prigione della
cittadella. Mentre vi stavano entrando, uno di loro si era gettato nel pozzo,
così profondo, e si era ucciso.
Vanina ne
fu sconvolta; per fortuna Pietro non se ne accorse: avrebbe potuto leggerle il
crimine negli occhi.
«...In
questo momento,» aggiunse il domestico, «la guarnigione di Forlì è disposta in
fila lungo tutte le strade. I soldati sono così vicini l'uno all'altro da
potersi parlare. Gli abitanti possono attraversare la strada solo dove c'è un
ufficiale. »
Uscito
l'uomo, Pietro rimase pensieroso per un attimo:
«Per il
momento non c'è niente da fare,» disse infine.
Vanina si
sentiva morire; tremava sotto lo sguardo del suo amante.
«Ma cos'è
che hai?» le disse lui, poi pensò ad altro, e smise di guardarla. Verso la metà
del giorno seguente, lei si azzardò a dirgli:
«Ecco
un'altra vendita
scoperta; immagino che rimarrai tranquillo per un po'.»
«Molto
tranquillo,»
rispose Missirilli con un sorriso che la fece fremere.
Vanina andò
a fare una visita di dovere al curato del villaggio di San Nicolò, che forse
era una spia dei gesuiti. Rientrando per cena, alle sette, trovò deserta la
stanzetta in cui il suo amante stava nascosto. Fuori di sé, corse a cercarlo
per tutta la casa, non c'era proprio.
Disperata,
ritornò nella stanzetta, e solo allora vide un biglietto; lo lesse:
«Vado a
costituirmi al legato; non ho più speranza nella nostra causa; il cielo è
contro di noi. Chi ci ha traditi? apparentemente quello sciagurato che si è
gettato nel pozzo. Poiché la mia vita non serve alla povera Italia, non voglio
che i miei compagni, vedendo che io solo non sono stato arrestato, possano
credere che li ho venduti. Addio; se mi ami, pensa a vendicarmi. Rovina,
annienta l'infame che ci ha traditi, anche se fosse mio padre.»
Vanina
cadde su una sedia, semisvenuta e in preda ad un dolore immenso. Non riusciva a
pronunciar parola; i suoi occhi erano asciutti e le bruciavano.
«Oh Dio!»
esclamò, «accogliete il mio voto; sì, punirò l'infame che ha tradito; ma prima
bisogna restituire la libertà a Pietro.»
Un'ora
dopo, era in viaggio per Roma. Da molto tempo, suo padre insisteva perché
tornasse. Durante la sua assenza, aveva combinato il suo matrimonio con il
principe Livio Savelli. Appena Vanina fu arrivata, egli gliene parlò con
trepidazione. Con suo grande stupore, lei acconsentì alla prima parola. La sera
stessa, in casa della contessa Vitelleschi, suo padre le presentò quasi
ufficialmente don Livio; lei parlò a lungo con lui. Era il giovane più elegante
e aveva i cavalli più belli; ma, anche se tutti dicevano che era di spirito
vivace, il suo carattere era ritenuto talmente leggero che non era minimamente
sospettato dal governo. Vanina pensò che facendogli perdere la testa, avrebbe
potuto farne un utile agente. Dal momento che era nipote di Monsignor
Savelli-Catanzara, governatore di Roma e ministro della polizia, Vanina pensava
che le spie non avrebbero osato seguirlo.
Dopo aver
trattato molto bene, per qualche giorno, l'amabile don Livio, Vanina gli
annunciò che non avrebbe mai potuto diventare il suo sposo; era troppo leggero,
secondo lei.
«Se non
foste un ragazzo,» gli disse, «gli agenti di vostro zio non avrebbero segreti
per voi. Per esempio, cosa si sta decidendo nei confronti dei carbonari
scoperti ultimamente a Forlì?»
Due giorni
dopo, don Livio venne a dirle che tutti i carbonari catturati a Forlì erano
evasi. Vanina fissò su di lui i suoi grandi occhi neri con un amaro sorriso
carico di disprezzo, e non lo degnò più di una parola per tutta la sera. Due
giorni dopo, don Livio venne a confessarle, arrossendo, che la prima volta
l'avevano ingannato.
«Ma,» le
disse, «mi sono procurato una chiave dell'ufficio di mio zio; dai documenti che
vi ho trovato, ho visto che una congregazione (o commissione) composta dei
cardinali e dei prelati più accreditati si riunisce nel più grande segreto e
delibera sul fatto se convenga processare questi carbonari a Ravenna o a Roma.
I nove carbonari presi a Forlì e il loro capo, un certo Missirilli, che ha
commesso la sciocchezza di costituirsi, in questo momento si trovano nel
castello di San Leo.»
Alla parola
sciocchezza, Vanina strinse con forza il braccio del principe.
«Anch'io,»
gli disse, «voglio vedere i rapporti ufficiali ed entrare con voi nell'ufficio
di vostro zio; avrete letto male.»
A queste
parole, don Livio rabbrividì; Vanina gli chiedeva una cosa quasi impossibile;
ma il carattere bizzarro di quella ragazza raddoppiava il suo amore. Pochi
giorni dopo, Vanina travestita da uomo, con una graziosa livrea di casa
Savelli, poté trascorrere una mezz'ora tra le carte più segrete del ministro
della polizia. Provò un impulso di grande gioia quando scoprì il rapporto
giornaliero sull'imputato Pietro Missirilli. Le tremavano le mani tenendo
quella carta. Rileggendo quel nome fu sul punto di sentirsi male. Uscita dal
palazzo del governatore di Roma, Vanina permise a don Livio di abbracciarla.
«Superate
bene,» gli disse, «le prove a cui vi sottopongo.»
Dopo questa
frase, il giovane principe avrebbe dato fuoco al Vaticano per far piacere a
Vanina. Quella sera, c'era un ballo all'ambasciata di Francia; lei danzò molto
e quasi sempre con lui. Don Livio era ubriaco di felicità, bisognava impedirgli
di pensare.
«Mio padre
qualche volta è strano,» gli disse un giorno Vanina; «stamani ha licenziato due
suoi domestici che sono venuti a piangere da me. Uno mi ha chiesto di essere
sistemato da vostro zio il governatore di Roma; l'altro, che è stato soldato
d'artiglieria sotto i Francesi, vorrebbe essere impiegato a Castel San'Angelo.»
«Li prendo
tutti e due al mio servizio,» disse subito il principe.
«Vi ho
forse chiesto questo?» replicò Vanina con fierezza. «Vi ripeto testualmente la
preghiera di quei due poveretti; devono ottenere ciò che hanno chiesto, e
nient'altro.»
Niente di
più difficile. Monsignor Catanzara era tutt'altro che un uomo leggero, e in casa sua ammetteva
solo persone a lui ben note. Immersa in una vita apparentemente piena di
piaceri, Vanina, tormentata dai rimorsi, era molto infelice. La lentezza degli
avvenimenti la uccideva. L'uomo d'affari di suo padre le aveva procurato del
denaro. Doveva fuggire dalla casa paterna e andare in Romagna, per tentare di
far evadere il suo amante? Anche se quest'idea era assurda, stava per attuarla,
quando il caso ebbe pietà di lei. Don Livio le disse:
«I dieci
carbonari della vendita Missirilli stanno per essere trasferiti a Roma, e dopo la condanna
verranno poi giustiziati in Romagna. Ecco cosa ha ottenuto stasera mio zio dal
Papa. In tutta Roma, noi due soltanto conosciamo questo segreto. Siete
contenta?»
«State
diventando un uomo,» rispose Vanina, «regalatemi il vostro ritratto.»
Il giorno
prima dell'arrivo di Missirilli a Roma, Vanina trovò un pretesto per andare a
Civita Castellana. È nella prigione di quella città che di solito vengono fatti
sostare, per la notte, i carbonari trasferiti dalla Romagna a Roma. Il mattino,
vide Missirilli mentre stava uscendo dalla prigione; era in catene su una
carretta; le sembrò molto pallido, ma per niente scoraggiato. Una vecchia gli
gettò un mazzolino di viole; Missirilli sorrise, ringraziandola.
Vanina
aveva visto il suo amante. I suoi pensieri ripresero vigore; un nuovo coraggio
la animò. Da molto tempo aveva fatto ottenere un buon avanzamento all'abate
Cari, elemosiniere di Castel San'Angelo, dove il suo amante sarebbe stato
rinchiuso; aveva preso come confessore quel buon prete. A Roma, non è cosa da
nulla essere confessore di una principessa, nipote del governatore.
Il processo
contro i carbonari di Forlì non durò a lungo. Per vendicarsi del loro arrivo a
Roma, che non aveva saputo impedire, il partito ultra ottenne che la
commissione dei giudici fosse composta dei prelati più ambiziosi. La
commissione fu presieduta dal ministro della polizia.
La legge
contro i carbonari è chiara: quelli di Forlì non potevano nutrire alcuna
speranza; tuttavia difesero lo stesso le loro vite con tutti i sotterfugi
possibili. Non solo i loro giudici li condannarono a morte, ma molti proposero
supplizi atroci, come il taglio della mano, ecc. Il ministro della polizia, la
cui carriera era ormai assicurata (perché si lascia quel posto solo per
prendere il cappello cardinalizio), non aveva affatto bisogno di mani mozzate:
portando la sentenza al Papa, fece commutare la pena di tutti i condannati in
qualche anno di carcere. Ad eccezione di Pietro Missirilli. In questo giovane
il ministro vedeva un fanatico pericoloso, e d'altra parte era già stato
condannato a morte per l'uccisione dei due carabinieri di cui abbiamo parlato.
Vanina seppe della sentenza e della commutazione pochi istanti dopo che il
ministro era uscito dall'udienza con il Papa.
Il giorno
dopo, Monsignor Catanzara rientrò nel suo palazzo verso la mezzanotte, e non
trovò il suo cameriere privato; stupito, il ministro suonò più volte;
finalmente apparve un vecchio domestico rimbecillito: spazientito, il ministro
decise di spogliarsi da solo.
Chiuse la
porta a chiave; faceva molto caldo: prese il suo abito e lo gettò ripiegato su
una sedia. Lanciato con troppa forza, l'abito oltrepassò la sedia e andò a
colpire la tenda di mussola della finestra, disegnando la forma di un uomo. Il
ministro si precipitò verso il letto ed afferrò la pistola. Stava tornando
verso la finestra, quando un giovane in livrea gli si avvicinò con la pistola
in pugno. A quella vista, il ministro prese la mira; stava per tirare. Il
giovane gli disse ridendo:
«Come,
Monsignore! non riconoscete Vanina Vanini?»
«Che
significa questo scherzo di cattivo gusto?» replicò il ministro, infuriato.
«Ragioniamo
con calma,» disse la ragazza. «Intanto la vostra pistola è scarica.»
Il
ministro, stupito, constatò che era vero; quindi estrasse un pugnale dalla
tasca del gilet.
Con un
delizioso tono autoritario, Vanina gli disse:
«Sediamoci,
Monsignore.»
E si
sedette tranquillamente su un divano.
«Almeno
siete sola?» disse il ministro.
«Assolutamente
sola, ve lo giuro!» esclamò Vanina.
Il ministro
si preoccupò di verificarlo: fece il giro della stanza e guardò dappertutto;
quindi si sedette su una sedia a tre passi da Vanina.
«Quale
interesse avrei,» disse Vanina con tono dolce e tranquillo, «ad attentare alla
vita di un uomo moderato che probabilmente verrebbe sostituito da qualche uomo
debole dalla testa calda, capace di perdere se stesso e gli altri?»
«Insomma,
che cosa volete, signorina?» disse il ministro irritato. «Questa scena non mi
si addice, ed è ora che finisca.»
«Quello che
sto per dire,» riprese Vanina con alterigia e dimenticando di colpo la sua
cortesia, «interessa voi più che me. C'è chi vuole che il carbonaro Missirilli
abbia salva la vita; se viene giustiziato, non gli sopravviverete di una
settimana. Non ho alcun interesse in questa storia; la follia di cui vi
lamentate, l'ho fatta prima di tutto per divertirmi, e poi per fare un piacere
a una mia amica. Ho voluto,» continuò Vanina, riprendendo il suo tono amabile,
«ho voluto rendere un servizio a un uomo d'ingegno, che presto sarà mio zio ed
è destinato, secondo ogni apparenza, a portare molto in alto la fortuna della
sua casata.»
Il ministro
si rasserenò: la bellezza di Vanina contribuì senz'altro a questo rapido
cambiamento. Era ben nota a Roma l'inclinazione di Monsignor Catanzara per le
belle donne e, nel suo travestimento da valletto di casa Savelli, con le calze
di seta aderenti, la giubba rossa, i calzoni azzurri gallonati d'argento, e la
pistola in mano, Vanina era incantevole.
«Mia cara
futura nipote,» disse il ministro quasi sorridendo, «la vostra è una grande
pazzia, e non sarà l'ultima.»
«Spero che
un personaggio tanto saggio,» rispose Vanina, «saprà mantenere il segreto,
soprattutto con don Livio; e per impegnarvi, caro zio, se mi accordate la vita
del protetto della mia amica, vi darò un bacio.»
Continuando
la conversazione su questo tono leggermente scherzoso, con cui le dame romane
sanno trattare anche gli affari più importanti, Vanina riuscì a dare a questo
colloquio, iniziato con la pistola in pugno, il tono di una visita fatta dalla
giovane principessa Savelli allo zio governatore di Roma.
Ben presto
Monsignor Catanzara, pur respingendo con alterigia l'idea di aver ceduto alla
paura, si mise ad esporre alla nipote tutte le difficoltà che avrebbe
incontrato nel tentativo di salvare la vita di Missirilli. Mentre parlava, il
ministro passeggiava per la stanza con Vanina; prese una caraffa di limonata
che era sul caminetto e ne riempì un bicchiere di cristallo. Lo stava portando
alle labbra quando Vanina lo afferrò e, dopo averlo tenuto in mano per un po',
come per distrazione lo lasciò cadere nel giardino. Un attimo dopo, il ministro
prese un cioccolatino da una bomboniera, Vanina glielo tolse di mano e gli
disse sorridendo:
«Attento,
qui tutto è avvelenato; volevano uccidervi. Io ho ottenuto la grazia per il mio
futuro zio, per non entrare a mani vuote nella famiglia Savelli.»
Monsignor
Catanzara, molto stupito, ringraziò la nipote, e le dette grandi speranze per
la vita di Missirilli.
«Il nostro
accordo è concluso!» esclamò Vanina, «e come prova, ecco la ricompensa,» disse,
abbracciandolo.
Il ministro
accettò la ricompensa.
«Dovete
sapere, mia cara Vanina,» aggiunse, «che io non amo il sangue. D'altra parte,
sono ancora giovane, anche se a voi posso forse sembrare molto vecchio, e può
capitarmi di vivere in un tempo in cui il sangue versato oggi potrebbe
costituire una colpa.»
Suonavano
le due quando Monsignor Catanzara accompagnò Vanina alla porta del suo
giardino.
Due giorni
dopo, quando il ministro si presentò al Papa, assai imbarazzato per il passo
che doveva fare, Sua Santità gli disse:
«Prima di
tutto, devo chiedervi una grazia. Tra quei carbonari di Forlì, ce n'è uno che è
rimasto condannato a morte; quest'idea mi impedisce di dormire: bisogna salvare
quell'uomo.»
Il
ministro, vedendo il Papa già deciso, fece molte obiezioni, e solo alla fine
scrisse un decreto o motu proprio, che il Papa siglò, contrariamente alla consuetudine.
Vanina
aveva pensato che probabilmente avrebbe ottenuto la grazia per il suo amante,
ma che avrebbero tentato di avvelenarlo. Fin dalla vigilia, Missirilli aveva
ricevuto dall'abate Cari, il suo confessore, alcuni pacchetti di gallette, con
la raccomandazione di non toccare il cibo passato dallo Stato.
Vanina,
avendo poi saputo che i carbonari di Forlì sarebbero stati trasferiti nel
castello di San Leo, volle cercare di vedere Missirilli al suo passaggio da
Civita Castellana; giunse in questa città ventiquattro ore prima dei
prigionieri; vi trovò l'abate Cari, che l'aveva preceduta di parecchi giorni.
Aveva
ottenuto dal carceriere che Missirilli potesse ascoltare la messa, a
mezzanotte, nella cappella della prigione. Si giunse più in là: se Missirilli
avesse consentito a lasciarsi legare le braccia e le gambe con una catena, il
carceriere si sarebbe ritirato verso la porta della cappella, in modo da vedere
sempre il prigioniero di cui era responsabile, ma senza poterne udire i
discorsi.
Giunse
finalmente il giorno che doveva decidere della sorte di Vanina. Fin dal
mattino, lei si chiuse nella cappella della prigione. Chi potrebbe dire i
pensieri che la agitarono durante quella lunga giornata? Era stata lei a
denunciare la sua vendita, ed era stata ancora lei a salvargli la vita. Quando la ragione
prendeva il sopravvento in quell'anima tormentata, Vanina sperava ch'egli
avrebbe accettato di lasciare l'Italia insieme con lei: se aveva peccato, lo
aveva fatto per eccesso d'amore. Quando suonarono le quattro, sentì da lontano,
sul selciato, il passo dei cavalli dei carabinieri. Il rumore di ognuno di quei
passi sembrava rimbombarle nel cuore. Ben presto distinse il rotolio delle
carrette che trasportavano i prigionieri. Si fermarono sulla piazzetta davanti
alla prigione; vide due carabinieri sollevare Missirilli, solo su una carretta,
talmente carico di catene da non potersi muovere. «Almeno è vivo,» si disse con
le lacrime agli occhi, «non l'hanno ancora avvelenato!». La sera fu crudele;
solo la lampada dell'altare, posta molto in alto e per la quale il carceriere
risparmiava l'olio, illuminava la tetra cappella. Lo sguardo di Vanina errava
sulle tombe di certi gran signori del medioevo morti nella vicina prigione. Le
loro statue avevano un aspetto feroce.
Ogni rumore
era cessato da tempo; Vanina era immersa nei suoi neri pensieri. Poco dopo i
rintocchi della mezzanotte, credette di udire un rumore leggero come il volo di
un pipistrello. Volle muoversi, e cadde semisvenuta sulla balaustra
dell'altare. In quello stesso istante, due fantasmi le apparvero accanto, senza
che li avesse sentiti entrare. Erano il carceriere e Missirilli, così carico di
catene da sembrare fasciato. Il carceriere scoprì una lanterna e la appoggiò
sulla balaustra dell'altare, di fianco a Vanina, in modo da poter vedere bene il
suo prigioniero. Poi si ritirò sul fondo, vicino alla porta. Appena il
carceriere si fu allontanato, Vanina si gettò al collo di Missirilli.
Stringendolo
tra le sue braccia, non sentì altro che le sue catene fredde e pungenti. «Chi
gli ha messo queste catene?» pensò. Non provò alcun piacere ad abbracciare il
suo amante. A quel dolore ne seguì un altro più acuto; per un attimo credette
che Missirilli conoscesse il suo crimine, tanto glaciale era la sua
accoglienza.
«Mia cara
amica,» le disse finalmente, «mi addolora l'amore che avete per me; invano
cerco di capire che cosa in me abbia potuto ispirarvelo. Credetemi, torniamo a
sentimenti più cristiani, dimentichiamo le illusioni che un tempo ci hanno
travolto; non posso appartenervi. La costante sventura che ha accompagnato le
mie imprese deriva forse dallo stato di peccato mortale in cui mi sono sempre
trovato. E, anche ad ascoltare i soli consigli della prudenza, perché non sono
stato arrestato con i miei amici, nella fatale notte di Forlì? Perché, nel momento
del pericolo, non ero al mio posto? Perché la mia assenza ha potuto autorizzare
i sospetti più crudeli? Avevo un'altra passione, che non era quella della
libertà dell'Italia.»
Vanina non
si riaveva dalla sorpresa che le provocava il cambiamento di Missirilli. Pur
non essendo molto dimagrito, sembrava che avesse trent'anni. Vanina attribuì
questo cambiamento ai maltrattamenti che aveva subito in carcere; scoppiò in
singhiozzi.
«Ah!» gli
disse, «i carcerieri avevano assicurato che ti avrebbero trattato umanamente.»
Il fatto è
che, all'avvicinarsi della morte, tutti i principi religiosi che potevano
accordarsi con la passione per la libertà dell'Italia erano riapparsi nel cuore
del giovane carbonaro. Poco a poco Vanina si accorse che il sorprendente cambiamento
che notava nel suo amante era tutto morale, e niente affatto una conseguenza di
maltrattamenti fisici. Il suo dolore, che credeva già insopportabile, aumentò
ancora.
Missirilli
taceva; Vanina si sentiva soffocare dai singhiozzi. Anch'egli un po' commosso,
disse:
«Se amassi
qualcosa in questo mondo, sareste voi, Vanina; ma, grazie a Dio, non ho più che
uno scopo nella vita: morirò in prigione o nel tentativo di dare la libertà
all'Italia.»
Ci fu
ancora silenzio; Vanina non riusciva proprio a parlare: invano tentò di farlo.
Missirilli continuò:
«Il dovere
è crudele, amica mia; ma se non si soffrisse nel compierlo, in cosa
consisterebbe l'eroismo? Datemi la vostra parola che non cercherete più di
vedermi.»
Per quanto
glielo permetteva la sua catena così stretta, fece un piccolo movimento con la
mano, e tese le dita a Vanina.
«Se
permettete a un uomo che vi fu caro di darvi un consiglio, siate ragionevole e
sposate l'uomo perbene che vostro padre vi ha scelto. Non fategli nessuna
confidenza spiacevole; e non cercate più di rivedermi; ormai siamo estranei
l'uno all'altra. Avete prestato una somma considerevole per servire la patria;
se mai essa sarà liberata dai suoi tiranni, quella somma vi sarà regolarmente
restituita in beni nazionali.»
Vanina era
sconvolta. Mentre le parlava, lo sguardo di Pietro si era acceso solo nel
momento in cui aveva pronunciato la parola patria.
Finalmente
l'orgoglio venne in aiuto della giovane principessa; aveva portato con sé
diamanti e piccole lime. Senza rispondere a Missirilli, glieli offrì.
«Accetto
per dovere,» le disse, «perché devo tentare la fuga; ma non vi vedrò mai più,
lo giuro di fronte a questi vostri nuovi favori. Addio, Vanina; promettetemi di
non scrivermi mai, di non cercare mai di vedermi; lasciatemi tutto alla patria,
io sono morto per voi; addio.»
«No,»
rispose Vanina con furore, «voglio che tu sappia che cosa ho fatto, spinta
dall'amore che provavo per te.»
Allora gli
raccontò tutto quello che aveva fatto da quando Missirilli aveva lasciato il castello
di San Nicolò, per andare a costituirsi al legato.
Finito il
racconto:
«E tutto
questo è niente,» disse Vanina, «ho fatto ben altro, per amor tuo.»
Allora gli
parlò del suo tradimento.
«Ah,
mostro!» gridò Pietro furibondo, gettandosi su di lei, e cercava di colpirla
con le sue catene.
Ci sarebbe
riuscito se il carceriere non fosse accorso alle prime grida, afferrando
Missirilli.
«Tieni,
mostro, non voglio doverti niente,» disse Missirilli a Vanina gettandole
contro, per quanto le catene glielo permettevano, le lime e i diamanti, e
rapidamente si allontanò.
Vanina
rimase inebetita. Tornò a Roma; il giornale oggi annuncia che si è sposata con
il principe don Livio Savelli.
SAN
FRANCESCO A RIPA
Ariste
e Dorante hanno trattato
quest'argomento,
e ciò ha dato a
Erasto
l'idea di trattarlo anche lui.
30
settembre
Traduco da
un cronista italiano il racconto particolareggiato degli amori di una
principessa romana con un Francese. Si era nel 1726, ai primi del secolo
scorso. Tutti gli abusi del nepotismo fiorivano allora a Roma. Mai la corte era
stata più brillante. Regnava Benedetto XIII (Orsini), o meglio suo nipote, il
principe Campobasso, dirigeva in suo nome tutti gli affari grandi e piccoli. Da
ogni parte, gli stranieri affluivano a Roma; i principi italiani, i nobili di
Spagna, ancora ricchi dell'oro del Nuovo Mondo, vi accorrevano a schiere. Qui
tutti i ricchi e i potenti vivevano al di sopra delle leggi. La galanteria e la
magnificenza sembravano la sola occupazione di tanti stranieri e italiani
riuniti.
Le due
nipoti del papa, la contessa Orsini e la principessa Campobasso, si dividevano
la potenza dello zio e gli omaggi della corte. La loro bellezza le avrebbe
fatte notare anche nelle classi più infime della società. La Orsini, come si dice
familiarmente a Roma, era allegra e disinvolta, la Campobasso tenera e pia; ma
quest'anima delicata era capace degl'impeti più violenti. Senza essere nemiche
dichiarate, pur incontrandosi ogni giorno dal papa e vedendosi spesso a casa
loro, queste dame erano rivali in tutto: beltà, ascendente, ricchezza.
La contessa
Orsini, meno bella, ma brillante, frivola, attiva, intrigante, aveva degli
amanti di cui non si curava affatto, e che duravano un giorno soltanto. Era
felice quando poteva vedere duecento persone riunite nelle sue sale, e regnar
su di esse. Si burlava altamente della cugina, la Campobasso, che, dopo essersi
fatta vedere dappertutto, per tre anni di seguito, con un duca spagnolo, aveva
finito per ordinargli di lasciare Roma entro ventiquattr'ore, e sotto pena di
morte. «Dopo quella grande impresa,» diceva l'Orsini, «la mia sublime cugina
non ha più sorriso. Soprattutto da qualche mese è evidente che la povera donna
muore di noia o d'amore, e suo marito, che non è uno sciocco, fa passare questa
noia agli occhi del papa, nostro zio, per profonda devozione. Prevedo che
questa devozione la spingerà a compiere un pellegrinaggio in Spagna».
La
Campobasso non rimpiangeva affatto il suo Spagnolo, che per almeno due anni
l'aveva mortalmente annoiata. Se l'avesse rimpianto, l'avrebbe mandato a
cercare, perché era uno di quei temperamenti naturali e appassionati, come non è raro
incontrarne a Roma. Piena di esaltato fervore religioso, sebbene di ventitré
anni appena e nel pieno fiore della bellezza, talvolta si gettava in ginocchio
davanti allo zio supplicandolo di darle la benedizione papale, che, come troppo pochi sanno,
assolve, anche senza confessione, da ogni peccato, eccetto due o tre particolarmente
atroci. Il buon Benedetto XIII piangeva di commozione. «Alzati, nipote mia, »
le diceva, «tu non hai bisogno della benedizione, tu vali più di me agli occhi
di Dio.»
In questo,
benché infallibile, si sbagliava, al pari di tutta Roma. La Campobasso era
perdutamente innamorata, il suo amante corrispondeva alla sua passione e
tuttavia ella era molto infelice. Da parecchi mesi ormai vedeva quasi tutti i
giorni il cavaliere di Sénecé, nipote del duca di Saint-Aignan, a quel tempo
ambasciatore di Luigi XV a Roma.
Figlio di
una delle amanti del reggente Filippo d'Orléans, il giovane Sénecé godeva in
Francia del più alto favore: per quanto avesse appena ventidue anni, era da
molto tempo colonnello; aveva i modi abituali dell'uomo fatuo, e quanto può
giustificarli, senza però averne il carattere. L'allegria, la voglia di
divertirsi di tutto e sempre, la sventatezza, il coraggio, la bontà,
costituivano i tratti salienti di quel carattere singolare, e si poteva ben
dire, a lode della sua patria, che egli ne era un campione perfetto. La
principessa di Campobasso l'aveva notato a prima vista. «Ma,» gli aveva detto,
«non mi fido di voi, siete un Francese; però vi avverto: il giorno in cui a
Roma si saprà che vi vedo qualche volta in segreto, sarò sicura che l'avrete
detto voi, e non vi amerò più.»
Giocando
con l'amore, la Campobasso era stata presa da vera passione. Anche Sénecé
l'aveva amata, ma la loro relazione durava già da otto mesi, e il tempo, che
raddoppia la passione di un'Italiana, uccide quella di un Francese. La vanità
del cavaliere lo consolava un po' della sua noia; aveva già mandato a Parigi
due o tre ritratti della Campobasso. Del resto, colmato d'ogni sorta di beni e
di privilegi, per così dire fin dall'infanzia, dimostrava la spensieratezza del
suo carattere persino quando si trattava degli interessi della vanità, che di
solito stanno così a cuore ai suoi connazionali.
Sénecé non
comprendeva affatto il carattere della sua amante, e perciò, qualche volta, la
sua bizzarria lo divertiva. Già molto spesso, il giorno della festa di santa
Balbina, di cui ella portava il nome, aveva dovuto vincere gli impeti e i
rimorsi d'una pietà ardente e sincera. Sénecé non le aveva fatto dimenticare
la religione,
come accade con le Italiane del volgo; l'aveva vinta a viva forza, e la lotta
si rinnovava spesso.
Quest'ostacolo,
il primo che questo giovane viziato dalla sorte avesse incontrato in vita sua,
lo divertiva e manteneva viva in lui l'abitudine di mostrarsi tenero e
premuroso con la principessa; ogni tanto, sentiva il dovere di amarla. C'era
un'altra ragione assai poco romantica: Sénecé aveva un unico confidente, ed era
il suo ambasciatore, il duca di Saint-Aignan, cui rendeva qualche servigio per
mezzo della Campobasso, che era informata di tutto. E l'importanza che
acquistava così agli occhi dell'ambasciatore lo lusingava particolarmente.
La
Campobasso, ben diversa da Sénecé, non era affatto sensibile alla condizione
sociale del suo amante. Essere amata, o non esserlo, era tutto per lei. «Gli
sacrifico la mia salvezza eterna,» si diceva; «lui che è un eretico, un Francese,
non può sacrificarmi nulla di simile.» Ma poi il cavaliere compariva, e la sua
gaiezza, così amabile, così inesauribile, eppur così spontanea, stupiva la
Campobasso e l'affascinava. Al suo cospetto, tutto ciò che aveva progettato di
dirgli, tutti i pensieri tetri svanivano. Tale stato, così nuovo per
quell'animo altero, durava ancora a lungo dopo che Sénecé se n'era andato. Alla
fine le parve di non poter pensare, di non poter vivere lontano da Sénecé.
La moda,
che a Roma, per due secoli, s'era ispirata agli Spagnoli, cominciava a seguire
un po' i Francesi. Si cominciava a capire il loro carattere, che porta il
piacere e la felicità dovunque arriva. Quel carattere, allora, si trovava solo
in Francia, e dopo la rivoluzione del 1789 non si trova più in nessun luogo. Il
fatto è che un'allegria così costante ha bisogno di spensieratezza, e in
Francia non esiste più un avvenire sicuro per nessuno, neppure per gli uomini
di genio, se pure esistono.
C'è guerra
aperta fra gli uomini della classe di Sénecé e il resto della nazione. Anche la
Roma di allora era ben diversa da come la si vede oggi. Non s'immaginava
affatto, nel 1726, ciò che sarebbe accaduto sessantasette anni dopo quando il
popolo, pagato da qualche prete, sgozzò il giacobino Basseville, che diceva di
voler incivilire la capitale del mondo cristiano.
Per la
prima volta, accanto a Sénecé, la Campobasso aveva perduto la ragione, si era
sentita ora in paradiso, ora terribilmente infelice per cose che la sua ragione
non poteva approvare. In quell'animo austero e sincero, una volta che Sénecé
ebbe vinto la religione, la quale per lei era ben al di sopra della ragione,
quest'amore si sarebbe innalzato rapidamente fino alla passione più sfrenata.
La
principessa proteggeva monsignor Ferraterra, di cui aveva iniziato la fortuna.
Che cosa provò quando Ferraterra le annunciò che non solo Sénecé andava più
spesso del solito dall'Orsini, ma anche che per causa sua la contessa aveva
appena congedato un famoso castrato, suo amante ufficiale da varie settimane!
La nostra
storia comincia la sera del giorno in cui la Campobasso aveva ricevuto
quest'annuncio fatale.
Se ne stava
immobile in un'immensa poltrona di cuoio dorato. Posate accanto a lei su un
tavolino di marmo nero, due grandi lampade d'argento dal lungo stelo,
capolavori del celebre Benvenuto Cellini, rischiaravano o meglio rivelavano le
tenebre di un'immensa sala, al pianterreno del suo palazzo, ornata di quadri
anneriti dal tempo; perché, già a quell'epoca, il regno dei grandi pittori
poteva dirsi lontano.
Vi fronte
alla principessa quasi ai suoi piedi, su una seggiolina di legno d'ebano
guarnita di ornamenti d'oro massiccio, il giovane Sénecé aveva appena adagiato
la sua elegante persona. La principessa lo guardava, e da quando era entrato
nella sala, invece di volargli incontro e gettarsi nelle sue braccia, non gli
aveva rivolto neppure una parola.
Nel 1726,
Parigi era già la regina delle eleganze nella vita e nella moda. Sénecé si
taceva venire regolarmente per corriere tutto ciò che poteva dar risalto alle
grazie di urlo dei più begli uomini di Francia.
Nonostante
la sicurezza di sé, così naturale in un uomo del suo rango, che aveva fatto le
sue prime esperienze con le bellezze della corte del reggente e sotto la guida
del famoso Canillac, suo zio, uno dei roués del principe, ben presto fu
facile leggere un certo imbarazzo nella fisionomia di Sénecé. I bei capelli
biondi della principessa erano un po' in disordine; i suoi grandi occhi azzurro
cupo erano fissi su di lui: la loro espressione era ambigua. Si trattava di una
vendetta mortale? era soltanto la profonda serietà dell'amore appassionato?
«Così non
mi amate più» ella disse infine con voce soffocata.
Un lungo
silenzio seguì questa dichiarazione di guerra.
Costava
molto alla principessa privarsi della grazia affascinante di Sénecé che, se lei
non gli avesse fatto scene, era sul punto di dirle cento amorose follie; ma era
troppo orgogliosa per differire la spiegazione. Una civetta è gelosa per amor
proprio; una donna galante lo è per abitudine; una donna che ama con sincerità
e passione ha coscienza dei suoi diritti. Quel modo di guardare, caratteristico
della passione romana, divertiva molto Sénecé, che vi scorgeva profondità e
incertezza; vi si vedeva, per così dire, l'anima a nudo. L'Orsini non aveva la
stessa grazia.
Tuttavia,
siccome stavolta il silenzio si prolungava oltre misura, il giovane Francese,
che non era molto abile nell'arte di penetrare i sentimenti nascosti d'un cuore
italiano, vi trovò un'aria di tranquillità e ragionevolezza che lo mise a suo
agio. Del resto, in quel momento, aveva un dispiacere: attraversando le cantine
e i sotterranei che, da una casa vicina al palazzo Campobasso, lo conducevano
in quella sala a terreno, il freschissimo ricamo del suo magnifico abito,
arrivato da Parigi il giorno prima, s'era riempito di ragnatele. La presenza
delle ragnatele lo metteva a disagio, anche perché aveva orrore di
quell'insetto.
Sénecé,
credendo di scorgere una certa calma nell'occhio della principessa, pensava a
come evitare la scenata, a come eludere il rimprovero invece di rispondergli;
ma, indotto alla serietà dalla stizza che provava: «Non sarebbe questa
un'occasione favorevole,» si diceva, «per farle intravvedere la verità? È stata
lei stessa a porre la domanda; ecco già evitata metà della seccatura.
Dev'essere proprio vero che non sono fatto per l'amore. Non ho mai visto niente
di così bello come questa donna dagli occhi strani. Ha cattive maniere, mi fa
passare per sotterranei disgustosi; ma è la nipote del sovrano presso il quale
il re mi ha inviato. Inoltre, è bionda in un paese dove tutte le donne sono
brune: è una grande singolarità. Tutti i giorni sento portare alle stelle la
sua bellezza da persone la cui testimonianza non è sospetta e che sono a mille
miglia dal pensare che stanno parlando al fortunato possessore di tante grazie.
In quanto al potere che un uomo deve avere sulla sua amante, non ho alcuna
preoccupazione a tale riguardo. Se volessi prendermi la pena di dire una parola,
la strapperei al suo palazzo, ai suoi mobili d'oro, al suo zio-re, e tutto ciò
per condurla in Francia, in una provincia sperduta, a vivacchiare tristemente
in una delle mie terre... In fede mia, la prospettiva di simile devozione
m'ispira soltanto la più ferma decisione di non chiedergliela mai. L'Orsini è
assai meno graziosa: mi ama, se mi ama, solo un pochino di più del castrato
Butofaco che ieri le ho fatto mandar via; ma ha pratica del mondo, sa vivere,
da lei si può andare in carrozza. E sono ben sicuro che non mi farà mai
scenate; non mi ama abbastanza per questo.»
Durante
quel lungo silenzio, lo sguardo fisso della principessa non aveva più lasciato
la bella fronte del giovane Francese.
«Non lo
vedrò più,» si disse. E d'un tratto si gettò nelle sue braccia e coprì di baci
quella fronte e quegli occhi che non si arrossavano più di gioia nel rivederla.
Il cavaliere si sarebbe disprezzato, se non avesse dimenticato all'istante
tutti i progetti di rottura; ma la sua amante era troppo profondamente commossa
per dimenticare la sua gelosia. Pochi momenti dopo, Sénecé la guardò con
stupore; lacrime di rabbia le cadevano rapide sulle guance. «Come! diceva a
mezza voce, mi umilio fino a parlargli del suo cambiamento: glielo rimprovero,
io, che mi era giurata di non accorgermene mai! E questa bassezza non è
sufficiente, bisogna pure che ceda alla passione che il suo bel volto m'ispira!
Ah! Vile, vile, vile principessa!... Bisogna finirla.»
Si asciugò
le lacrime e parve riacquistare un po' di calma.
«Cavaliere,
bisogna finirla,» gli disse abbastanza tranquillamente. Vi fate vedere spesso
dalla contessa...» Qui si fece estremamente pallida. «Se l'ami, vacci tutti i
giorni, sia pure; ma non tornare più qui...». S'interruppe come suo malgrado.
Aspettava una parola dal cavaliere; questa parola non fu pronunciata. Continuò
con un piccolo movimento convulso e quasi stringendo i denti: «Sarà la mia
sentenza di morte e la vostra. »
Questa
minaccia pose fine all'incertezza del cavaliere, che fino allora era rimasto semplicemente
stupito della burrasca inaspettata dopo tanto abbandono. Si mise a ridere.
Un rossore
improvviso coprì le gote della principessa, che divennero scarlatte. «La
collera sta per soffocarla,» pensò il cavaliere; «le verrà un colpo
apoplettico. » Si avvicinò per slacciarle la veste; ella lo respinse con una
risolutezza e una forza cui non era abituato. Più tardi Sénecé si ricordò che,
mentre cercava di prenderla fra le braccia, l'aveva sentita parlare fra sé.
Indietreggiò un poco: discrezione inutile, perché sembrava che lei non lo
vedesse più. Con voce bassa e concentrata, come se parlasse al suo confessore,
diceva a se stessa: «M'insulta, mi sfida. Certo, alla sua età e con la naturale
indiscrezione del suo paese, racconterà all'Orsini tutte le indegnità cui mi
abbasso... Non sono sicura di me; non posso neppure impormi di restare
insensibile davanti a questo bel viso...» Qui vi fu un altro silenzio, che
sembrò assai uggioso al cavaliere. Infine la principessa si alzò ripetendo in
tono più cupo: «Bisogna finirla.»
Sénecé, cui
la riconciliazione aveva fatto smettere l'idea d'una spiegazione seria, le
rivolse due o tre frasi spiritose Sti un'avventura di cui si parlava molto a
Roma...
«Lasciatemi,
cavaliere,» gli disse la principessa interrompendolo; «non mi sento bene...»
«Questa
donna si annoia,» si disse Sénecé affrettandosi ad obbedire, «e nulla è
contagioso come la noia.» La principessa l'aveva seguito con gli occhi fino in
fondo alla sala... «E stavo per decidere con tanta leggerezza il mio destino!»
ella disse con un sorriso amaro. «Per fortuna, le sue spiritosaggini fuori
posto mi hanno aperto gli occhi. Quanta fatuità in quest'uomo! Come posso amare
un essere che mi comprende così poco! Vuol divertirmi con una facezia, quando
si tratta della mia vita e della sua!... Ah! Come riconosco bene l'inclinazione
sinistra e cupa che è la mia disgrazia!» E si alzò dalla poltrona con furia.
«Com'erano belli i suoi occhi quando mi ha detto quella frase!... E, bisogna
ammetterlo, l'intenzione del povero cavaliere era gentile. Conosce il mio
carattere infelice; voleva farmi dimenticare il tetro dolore che mi agitava,
invece di chiedermene il motivo. Amabile Francese! In realtà, ho mai conosciuto
la felicità prima di amarlo?»
Si mise a
pensare, deliziata, a tutti i pregi del suo amante. A poco a poco fu indotta a
contemplare le grazie della contessa Orsini. Il suo animo cominciò a veder
tutto nero. I tormenti della più atroce gelosia s'impadronirono del suo cuore.
Realmente, un presagio funesto l'agitava da due mesi; gli unici momenti
tollerabili erano quelli che passava vicino al cavaliere, eppure quasi sempre,
quando non era fra le sue braccia, gli parlava in tono acido.
La serata
fu tremenda per lei. Sfinita e quasi un po' calmata dal dolore, ebbe l'idea di
parlare al cavaliere: «Perché insomma mi ha vista irritata, ma ignora il motivo
delle mie lagnanze. Forse non ama la contessa. Forse va da lei soltanto perché
un forestiero deve conoscere la società del paese in cui si trova, e
soprattutto la famiglia del sovrano. Forse se mi faccio presentare Sénecé, se
può venire apertamente a casa mia, vi passerà ore e ore come dall'Orsini.»
«No,»
esclamò con rabbia, «mi umilierei parlando; mi disprezzerà, ed ecco tutto quel
che ci avrò guadagnato. Il carattere svaporato dell'Orsini che ho tanto spesso
disprezzato, pazza che non ero altro, in realtà è più gradevole del mio, e
soprattutto agli occhi di un Francese. Io sono fatta per annoiarmi con uno
Spagnolo. Che c'è di più assurdo dell'essere sempre seri, come se i fatti della
vita non lo fossero già abbastanza di per sé!... Che sarà di me quando non avrò
più il mio cavaliere per darmi un po' di vita, per infondere nel mio cuore quel
fuoco che gli manca?»
Aveva fatto
chiudere l'ingresso; ma quest'ordine non valeva per monsignor Ferraterra, che
venne a raccontarle che cosa si era fatto dall'Orsini fino all'una del mattino.
Fino allora il prelato aveva secondato in buona fede gli amori della
principessa; ma, da quella sera, non aveva più dubbi che presto Sénecé se la sarebbe
intesa con la contessa Orsini, se pure non era già cosa ratta.
«La
principessa, tutta dedita alla religione,» egli pensava, «mi sarebbe più utile
che nei salotti. Vi sarà sempre qualcuno che ella mi preferirà: e sarà il suo
amante; e se un giorno quest'amante sarà romano, avrà magari uno zio da crear
cardinale. Se la converto, penserà prima di tutto, e con tutto l'ardore del suo
temperamento, al suo direttore spirituale... Che cosa non potrò sperare da lei
presso suo zio!» E l'ambizioso prelato si perdeva in deliziose congetture,
vedeva la principessa gettarsi in ginocchio davanti allo zio per fargli dare il
cappello cardinalizio. Il papa gli sarebbe stato assai riconoscente di quel che
stava per fare... Appena convertita la principessa, avrebbe fatto giungere
sotto gli occhi del papa le prove irrefragabili del suo intrigo col giovane
Francese. Pio, sincero e ostile ai Francesi, qual è Sua Santità, avrà un'eterna
gratitudine per chi avrà fatto finire un intrigo così spiacevole per lui.
Ferraterra apparteneva all'alta nobilità di Ferrara; era ricco, aveva più di
cinquant'anni... Animato dalla prospettiva così vicina della porpora, fece
meraviglie; osò mutare bruscamente tattica con la principessa. Da due mesi
Sénecé la trascurava, ma avrebbe potuto essere pericoloso attaccarlo pensava il
prelato, perché a sua volta, mal comprendendo Sénecé, lo credeva ambizioso.
Il lettore
troverebbe troppo lungo il dialogo tra la giovane principessa, folle d'amore e
di gelosia, e l'ambizioso prelato. Ferraterra aveva esordito con un resoconto
particolareggiato della triste verità. Dopo un inizio così sorprendente, non fu
difficile risvegliare tutti i sentimenti di religione e di appassionata pietà
che erano soltanto assopiti in fondo al cuore della giovane Romana; la sua fede
era sincera.
«Ogni
passione peccaminosa finisce nella sciagura e nel disonore,» le diceva il
prelato.
Era giorno
fatto quando uscì dal palazzo Campobasso. Aveva preteso dalla neo convertita la
promessa di non ricevere Sénecé quel giorno. Questa promessa non era costata
molto alla principessa; credeva d'essere pia, e, in realtà, aveva paura di
rendersi spregevole con la sua debolezza agli occhi del cavaliere.
Questa
decisione si mantenne salda fino alle quattro: era il momento della probabile
visita del cavaliere. Egli passò nella via, dietro il giardino del palazzo
Campobasso, vide il segnale che annunciava l'impossibilità di una visita, e,
tutto contento, se ne andò dalla contessa Orsini.
A poco a
poco la Campobasso si sentì come impazzire. Le idee e le risoluzioni più strane
si succedevano rapidamente. D'un tratto scese la scalinata del suo palazzo come
una forsennata, e salì in carrozza gridando al cocchiere: «Palazzo Orsini.»
L'eccesso
della sua infelicità la spingeva quasi suo malgrado a vedere la cugina. La
trovò in mezzo a cinquanta persone. Tutta la gente di spirito, tutti gli
ambiziosi di Roma, non potendo accedere a palazzo Campobasso, affluivano a
palazzo Orsini. L'arrivo della principessa fece scalpore, tutti si
allontanarono in segno di rispetto; ella non degnò accorgersene: guardava la
sua rivale, l'ammirava. Ogni qualità della cugina era una pugnalata per il suo
cuore. Dopo i primi complimenti l'Orsini, vedendola silenziosa e preoccupata, riprese
una conversazione brillante e disinvolta.
«Come la
sua gaiezza si adatta al cavaliere più della mia folle e noiosa passione!» si
diceva la Campobasso.
In un
inspiegabile trasporto d'odio e di ammirazione, si gettò al collo della
contessa. Non vedeva che le grazie della cugina; sia da vicino che da lontano
le sembravano egualmente adorabili. Paragonava i propri capelli a quelli di
lei, gli occhi, la pelle. Dopo questo strano esame, ebbe orrore e disgusto di
se stessa. Tutto le sembrava adorabile, superiore, nella rivale.
Immobile e
cupa, la Campobasso era come una statua di marmo in mezzo alla folla
gesticolante e rumorosa. Si entrava, si usciva; tutto quel chiasso la
importunava, la offendeva. Ma come rimase quando d'un tratto sentì annunciare
il signor de Sénecé! Avevano convenuto, all'inizio della loro relazione, che in
società egli le avrebbe parlato molto poco, e come si addice a un diplomatico
straniero che incontra appena due o tre volte al mese la nipote del sovrano
presso il quale è accreditato.
Sénecé la
salutò col rispetto e la serietà abituali; poi, tornando dalla contessa Orsini,
riprese il tono di gaiezza quasi intima che si tiene con una donna di spirito
da cui si è ben ricevuti e che s'incontra tutti i giorni. La Campobasso ne fu
costernata. «La contessa mi mostra ciò che avrei dovuto essere,» si diceva.
«Ecco come bisogna essere, ma come io non sarò mai!» Uscì in preda alla più
estrema infelicità cui possa giungere una creatura umana, quasi decisa ad
avvelenarsi. Tutte le gioie che l'amore di Sénecé le aveva dato non avrebbero
potuto compensare il terribile dolore in cui rimase sprofondata per tutta una
lunga notte. Si direbbe che queste anime romane abbiano per la sofferenza
tesori d'energia sconosciuti alle altre donne.
Il giorno
seguente, Sénecé ripassò e vide il segnale negativo. Già se ne andava tutto
allegro, eppure era un po' piccato. «Sicché l'altro giorno mi avrebbe dato il
congedo? Voglio vederla piangere,» disse la sua vanità. Provava una lieve
sfumatura d'amore nel perdere per sempre una donna così bella, nipote del papa.
Lasciò la carrozza, s'inoltrò nei sotterranei sudici che tanto gli
dispiacevano, e spinse la porta della grande sala a pianterreno dove la
principessa lo riceveva.
«Come!
osate comparire qui!» disse attonita la principessa.
«Questo
stupore manca di sincerità,» pensò il giovane Francese; «lei si trattiene in
questa stanza solo quando mi aspetta. »
Il
cavaliere le prese la mano; ella fremette. I suoi occhi si riempirono di
lacrime; il cavaliere la trovò così bella, che ebbe un istante d'amore. Ella,
da parte sua, dimenticò tutti i giuramenti che per due giorni aveva fatto alla
religione; e si gettò nelle sue braccia, pienamente felice: «Ecco la felicità
di cui d'ora in poi godrà l'Orsini!» Sénecé, mal comprendendo, come al solito,
l'anima romana, credette che volesse separarsi da lui amichevolmente, rompere
con tatto. «Non mi conviene, visto che sono addetto all'ambasciata del re,
avere per nemica mortale (perché tale sarebbe) la nipote del sovrano presso il quale
sono impiegato.» Tutto fiero del felice risultato cui credeva di giungere,
Sénecé si mise a ragionare. Avrebbero vissuto nella più piacevole unione;
perché non sarebbero stati molto felici? In realtà, cosa si poteva
rimproverargli? L'amore avrebbe ceduto il posto a una buona e tenera amicizia.
Reclamò con insistenza il privilegio di tornare ogni tanto là dove si
trovavano; i loro rapporti avrebbero sempre mantenuto una dolce intimità...
Sulle prime
la principessa non lo capì. Quando, con orrore, l'ebbe capito, restò in piedi,
immobile, gli occhi fissi. Infine, a quell'ultima uscita sulla dolce
intimità dei loro rapporti, l'interruppe con una voce che sembrava venirle dal profondo del
petto, e parlando lentamente:
«In altre
parole mi trovate, dopotutto, abbastanza graziosa da potermi tenere come una
sgualdrina a vostro servizio!»
«Ma, cara e
buona amica, l'amor proprio non è forse salvo?» replicò Sénecé, a sua volta
veramente sorpreso. «Come potrebbe passarvi per la testa di lamentarvi? Per
fortuna la nostra relazione non è mai stata sospettata da nessuno. Sono uomo
d'onore; vi do di nuovo la mia parola che nessun essere vivente sospetterà
della gioia di cui ho goduto.»
«Neanche
l'Orsini?» aggiunse ella in tono gelido, che ingannò ancora il cavaliere.
«Vi ho mai
nominato,» disse ingenuamente il cavaliere, «le persone che ho potuto amare
prima d'essere vostro schiavo?»
«Con tutto
il rispetto per la vostra parola d'onore, questo è un rischio che non voglio
correre,» disse la principessa con aria risoluta, che infine cominciò a
sorprendere un po' il giovane Francese. «Addio! cavaliere...» E, dato che egli
si allontanava piuttosto indeciso: «Vieni, dammi un bacio,» gli disse.
Era
visibilmente commossa; poi gli disse in tono fermo: «Addio, cavaliere...»
La
principessa mandò a cercare Ferraterra. «È per vendicarmi,» gli disse. Il
prelato ne fu contentissimo. «Si comprometterà; è mia per sempre.»
Due giorni
dopo, siccome il caldo era opprimente, Sénecé andò a prendere aria al Corso,
verso mezzanotte. Vi trovò tutto il bel mondo di Roma. Quando volle riprendere
la vettura, il suo lacchè gli rispose a fatica: era ubriaco; il cocchiere era
scomparso; il lacchè gli disse, parlando stentatamente, che il cocchiere aveva
attaccato briga con un nemico.
«Ah! Il mio
cocchiere ha dei nemici!» disse Sénecé ridendo.
Mentre
tornava a casa, era appena a due o tre strade oltre il Corso, si accorse che lo
seguivano. Erano quattro o cinque uomini, che si fermavano quando lui si
fermava, ricominciavano a camminare quando lui camminava. «Potrei scantonare e
tornare al Corso per un'altra strada,» pensò Sénecé. «Bah! questi tangheri non
ne valgono la pena; sono bene armato.» Aveva in mano il pugnale snudato.
Percorse,
tra questi pensieri, due o tre vie appartate e sempre più solitarie. Sentiva
quegli uomini affrettare il passo. In quel momento, alzando gli occhi, notò
dritto davanti a sé una piccola chiesa officiata da frati dell'ordine di San
Francesco, dalle cui vetrate usciva un singolare splendore. Si precipitò verso
la porta, e bussò molto forte col manico del suo pugnale. Gli uomini che
sembravano inseguirlo erano a cinquanta passi. Si misero a correre nella sua
direzione. Un frate aprì la porta; Sénecé si precipitò in chiesa; il frate
richiuse la sbarra di ferro. Nello stesso momento, gli assassini presero a
calci la porta. «Empi!» disse il frate. Sénecé gli diede uno zecchino.
«Decisamente ce l'avevano con me,» disse.
La chiesa
era illuminata da almeno un migliaio di ceri.
«Come! Un
servizio a quest'ora!» egli disse al frate.
«Eccellenza,
c'è una dispensa dell'eminentissimo cardinal vicario. »
Tutta
l'angusta navata della piccola chiesa di San Francesco a Ripa era occupata da un catafalco
sontuoso; si cantava l'ufficio dei morti.
«Chi è
morto? qualche principe?» disse Sénecé.
«Senza
dubbio,» rispose il prete, «perché non si è badato a spese: ma son tutti denari
e cera perduti: il signor decano ci ha detto che il defunto è morto in
peccato.»
Sénecé si avvicinò:
vide stemmi di forma francese; la sua curiosità raddoppiò; si avvicinò ancora e
riconobbe le proprie armi! C'era un'iscrizione latina:
Nobilis
homo Johannes Norbertus Senece eques decessit Romae.
«Nobile e potente signore Giovanni
Norberto di Sénecé, cavaliere, deceduto a Roma.»
«Sono il
primo uomo,» pensò Sénecé, «che abbia avuto l'onore di assistere alle proprie
esequie. A quanto ne so, soltanto l'imperatore Carlo V si è concesso questo
piacere... Ma non tira buon vento per me in questa chiesa.»
Diede un
altro zecchino al sagrestano.
«Padre,»
gli disse, «fatemi uscire da una porta posteriore del convento.»
«Molto
volentieri,» disse il frate.
Appena in
strada, Sénecé, che aveva una pistola in ciascuna mano, si mise a correre a
perdifiato. Ben presto sentì dietro di sé della gente che lo inseguiva.
Arrivando vicino al suo palazzo, vide la porta chiusa e un uomo fermo lì
davanti. «Ecco il momento dell'assalto», pensò il giovane Francese; già si
preparava a uccidere l'uomo con una pistolettata, quando riconobbe il suo
cameriere.
«Aprite la
porta,» gli gridò.
Era aperta;
entrarono in fretta e la richiusero.
«Ah!
signore, vi ho cercato dappertutto; ci sono tristissime notizie: il povero
Giovanni, il vostro cocchiere, è stato ucciso a coltellate. Gli uomini che
l'hanno ucciso vomitavano imprecazioni contro di voi. Signore, vogliono
attentare alla vostra vita...»
Mentre il
cameriere parlava, otto colpi di trombone partiti insieme da una finestra che
dava sul giardino, stesero morto Sénecé accanto al suo cameriere; ciascuno era
trapassato da più di venti pallottole.
Due anni
dopo, la principessa Campobasso era venerata a Roma come modello della più
profonda pietà religiosa, e da molto tempo monsignor Ferraterra era cardinale.
Perdonate
gli errori dell'autore.
VITTORIA
ACCORAMBONI
Duchessa
di Bracciano
Sfortunatamente
per me e per il lettore, questo non è un romanzo, ma la fedele traduzione di un
racconto assai serio scritto a Padova nel dicembre 1585.
Qualche
anno fa mi trovavo a Mantova; cercavo degli schizzi e dei quadretti alla
portata dei miei modesti mezzi ma li volevo solo di pittori anteriori al 1600;
intorno a quei periodo si spense definitivamente l'originalità italiana già
compromessa dalla caduta di Firenze nel 1530.
Invece di
quadri, un vecchio patrizio molto ricco e molto avaro mi fece offrire, a caro
prezzo, dei vecchi manoscritti ingialliti dal tempo; chiesi di scorrerli. Egli
acconsentì aggiungendo che si fidava della mia onestà, che non avrei ricordato
gli aneddoti piccanti che avrei letto, qualora non avessi acquistato i
manoscritti.
A questa
condizione, che accettai, scorsi, con grave danno per la mia vista, tre o
quattrocento volumi in cui erano stati raccolti, due o tre secoli prima,
racconti di tragiche avventure, lettere di sfida relative a duelli, trattati di
pace tra nobili confinanti, memorie su ogni sorta di soggetto, ecc. Per questi
manoscritti il vecchio proprietario chiedeva una cifra enorme. Dopo una lunga
trattativa, acquistai a caro prezzo il diritto di far copiare certe brevi
storie che mi piacevano e che mostravano i costumi dell'Italia nel 1500. Ne ho
ventidue volumi in folio, e il lettore sta per leggere proprio una di quelle
storie fedelmente tradotta, sempre che ne abbia la pazienza. Conosco la storia
del secolo XVI in Italia e credo all'autenticità di ciò che segue. Ho faticato
assai per fare in modo che la traduzione di quell'antico stile italiano, grave,
diretto, sovranamente oscuro e pieno di allusioni ai fatti e alle idee correnti
durante il pontificato di Sisto V (nel 1585), non presentasse i riflessi della
maniera letteraria moderna e delle idee del nostro secolo spregiudicato.
L'ignoto
autore del manoscritto è un personaggio circospetto, non giudica mai un fatto,
mai lo anticipa; sua unica preoccupazione è la verità del racconto. Se talvolta
è pittoresco, senza volerlo, ciò accade perché intorno al 1585 la vanità non
avvolgeva ancora ogni azione umana di un'aureola di affettazione; si riteneva
di non poter agire sul prossimo a meno di non essere estremamente chiari.
Intorno al 1585 nessuno pensava a rendersi amabile attraverso la parola, ad
eccezione dei buffoni di corte e dei poeti. Non si diceva ancora: «Morirò ai
piedi di Vostra Maestà,» quando si erano appena fatti preparare i cavalli per
scappare; era un genere di tradimento che non era stato ancora inventato. Si
parlava poco, e ognuno ascoltava con estrema attenzione quello che gli veniva
detto.
Così, o
benevolo lettore, non cercare qui uno stile piccante, rapido, brillante di fresche
allusioni ai sentimenti in voga; non attenderti soprattutto le travolgenti
emozioni di un romanzo alla George Sand; questa grande scrittrice avrebbe fatto
un capolavoro con la vita e le sventure di Vittoria Accoramboni. Il racconto veritiero che vi presento
può offrire solo i vantaggi più modesti della storia. Quando per caso,
trovandoci in viaggio sul far della notte, ci accade di riflettere sulla grande
arte di conoscere il cuore umano, le circostanze della storia che segue
potranno costituire la base di molti giudizi. L'autore dice tutto, spiega
tutto, non lascia spazio all'immaginazione del lettore; scriveva dodici giorni
dopo la morte dell'eroina.
Vittoria
Accoramboni nacque da una famiglia molto nobile, in una piccola città del ducato
di Urbino, chiamata Gubbio. Fin dall'infanzia fu notata da tutti per la sua
rara e straordinaria bellezza; ma la bellezza era l'ultima delle sue grazie:
non le mancava niente di quanto può fare ammirare una fanciulla di nobile
nascita; ma niente fu così degno di nota in lei, e - possiamo dirlo - niente fu
tanto prodigioso tra le sue molte qualità straordinarie quanto un certo fascino
che fin dal primo momento conquistava il cuore e l'animo di ognuno. Questa
semplicità, che dava un grande valore alle sue più piccole parole, non era
turbata da alcun sospetto di artificio; subito si provava fiducia in questa
dama dotata di una bellezza tanto straordinaria. A vederla soltanto, sarebbe
stato possibile resistere, con grande sforzo, a un tale incanto; ma se poi la
si sentiva parlare, e soprattutto se capitava di conversare con lei, era
assolutamente impossibile sottrarsi ad un fascino talmente straordinario.
Molti
giovani cavalieri della città di Roma, dove abitava suo padre e dove si può
vedere il suo palazzo, in piazza dei Rusticucci, presso San Pietro,
desiderarono ottenere la sua mano. Ci furono molte gelosie e rivalità; alla
fine i genitori di Vittoria preferirono Felice Peretti, nipote del cardinale
Montalto, che fu poi papa Sisto V, felicemente regnante.
Felice,
figlio di Camilla Peretti, sorella del cardinale, prima si era chiamato
Francesco Mignucci; prese il nome di Felice Peretti quando fu solennemente
adottato dallo zio.
Vittoria,
facendo il suo ingresso in casa Peretti, vi portò, senza sospettarlo, quella
superiorità che possiamo definire fatale, e che la accompagnava in ogni luogo;
e possiamo certo dire che per non adorarla bisognava non averla mai vista.
L'amore che suo marito provava per lei rasentava la follia; la suocera Camilla
e lo stesso cardinale Montalto sembravano non avere altra preoccupazione al
mondo che quella di indovinare i gusti di Vittoria, per cercare subito di
soddisfarli. Tutta Roma si stupì che quel cardinale, noto per l'esiguità del
suo patrimonio e per il suo orrore nei confronti di ogni genere di lusso,
provasse un tale piacere nel prevenire ogni desiderio di Vittoria. Giovane,
splendente di bellezza, amata da tutti, le sue fantasie erano talvolta molto
costose. Dai suoi nuovi parenti Vittoria riceveva gioielli di grandissimo
valore, perle, insomma tutto quanto si potesse trovare di più raro presso gli
orefici di Roma, che in quel tempo erano assai ben forniti.
Per amore
di quest'amabile nipote, il cardinale Montalto, così noto per la sua severità,
trattò i fratelli di Vittoria come se fossero suoi nipoti. Ottavio Accoramboni,
appena compiuti i trent'anni, per suo intervento fu nominato vescovo di
Fossombrone, designato dal duca di Urbino e incaricato dal papa Gregorio XIII;
Marcello Accoramboni, giovane di carattere focoso, accusato di molti crimini, e
attivamente ricercato dalla corte, a fatica era sfuggito a processi che potevano costargli
la morte. Protetto dal cardinale, poté riacquistare una certa tranquillità.
Un terzo
fratello di Vittoria, Giulio Accoramboni, non appena il cardinale ne fece
richiesta, fu ammesso dal cardinale Alessandro Sforza ai primi onori della sua
corte.
In una
parola, se gli uomini potessero misurare la propria felicità non secondo
l'infinita insaziabilità dei desideri, ma secondo il godimento reale dei
benefici che già possiedono, il matrimonio di Vittoria con il nipote del
cardinale Montalto sarebbe potuto sembrare agli Accoramboni il massimo della
felicità umana. Ma il desiderio insensato di profitti immensi ed incerti può
volgere gli uomini più favoriti dalla fortuna verso idee strane e piene di
pericoli.
È vero che
se qualcuno dei parenti di Vittoria, come molti a Roma sospettarono, contribuì
a liberarla di suo marito per il desiderio d'una più grande fortuna, ebbe modo
di riconoscere ben presto quanto sarebbe stato più saggio contentarsi dei
vantaggi moderati di una situazione gradevole, e che era destinata a
raggiungere presto il vertice di quanto possa desiderare l'ambizione umana.
Mentre
Vittoria viveva da regina nella sua casa, una sera che Felice Peretti si era
appena messo a letto con sua moglie, gli fu consegnata una lettera da una certa
Caterina, nata a Bologna e cameriera di Vittoria. La lettera era stata portata
da un fratello di Caterina, Domenico d'Acquaviva, soprannominato il Mancino. Quell'uomo era bandito da Roma
per molti crimini; ma, su preghiera di Caterina, Felice gli aveva procurato la
potente protezione dello zio cardinale, e il Mancino veniva spesso nella casa di
Felice, che se ne fidava pienamente.
La lettera
di cui parliamo portava la firma di Marcello Accoramboni, quello che fra tutti
i fratelli di Vittoria era più caro a suo marito. Viveva per lo più nascosto
fuori Roma; però talvolta si azzardava ad entrare in città, e allora trovava
rifugio nella casa di Felice.
Con la
lettera consegnata a quell'ora insolita, Marcello chiedeva aiuto al cognato
Felice Peretti; lo scongiurava di soccorrerlo, e aggiungeva che lo stava
aspettando presso il palazzo di Montecavallo, per una cosa della massima
urgenza.
Felice
informò la moglie della strana lettera che gli avevano consegnato, poi si
vestì, prendendo come arma solo la spada. Accompagnato da un solo domestico che
portava una torcia accesa, stava per uscire quando si imbatté nella madre
Camilla, e in tutte le donne della casa - tra loro anche Vittoria -; tutte lo
scongiuravano di non uscire ad un'ora così tarda. Siccome non cedeva alle loro
preghiere si gettarono in ginocchio e, con le lacrime agli occhi, lo
supplicarono di ascoltarle. Quelle donne, e soprattutto Camilla, erano
terrorizzate dai racconti dei fatti strani che capitavano ogni giorno e
rimanevano impuniti in quei tempi del pontificato di Gregorio XIII, pieni di
disordini e delitti inauditi. Inoltre erano colpite da un'idea: quando Marcello
Accoramboni si azzardava a entrare in Roma, non aveva l'abitudine di far
chiamare Felice, e un tale passo - a quell'ora di notte - sembrava loro
assolutamente strano.
Con tutto
l'ardore della sua età, Felice non si arrese a questi timori; quando poi seppe
che la lettera era stata portata dal Mancino, che amava molto e che aveva
aiutato, niente poté più trattenerlo e uscì di casa.
Come si è
detto, era preceduto da un solo domestico che portava una torcia accesa; ma il
povero giovane aveva appena fatto qualche passo sulla salita di Montecavallo
che cadde colpito da tre colpi di archibugio. Gli assassini, vedendolo a terra,
gli si gettarono sopra, e lo crivellarono di pugnalate, fino a che non furono
sicuri che fosse proprio morto. La fatale notizia fu subito portata alla madre
e alla moglie di Felice, e attraverso loro giunse allo zio cardinale.
Il
cardinale, senza mutare espressione, senza manifestare la minima emozione, si
fece subito rivestire, e poi raccomandò a Dio se stesso e quella povera anima
(presa così alla sprovvista). Si recò quindi dalla nipote e, con una gravità
ammirevole e un'aria di profonda pace, frenò le grida e i pianti femminili che
cominciavano a risuonare in tutta la casa. Il suo potere su quelle donne fu
talmente efficace che, da quel momento e anche quando il cadavere fu portato
fuori della casa, non si vide né si udì da parte loro niente che andasse al di
là di ciò che accade nelle famiglie più controllate, per le morti più previste.
Quanto al cardinale Montalto, nessuno poté sorprendere in lui i segni, anche
moderati, del dolore più semplice; niente parve cambiato nell'ordine e
nell'apparenza esteriore della sua vita. Roma ne fu presto convinta, mentre
scrutava con la solita curiosità i più piccoli movimenti di un uomo così
profondamente offeso.
Accadde per
caso che, l'indomani stesso della morte violenta di Felice, venisse convocato
in Vaticano il concistoro (dei cardinali). In tutta la città non ci fu un uomo
che non pensasse che, almeno in quel primo giorno, il cardinale Montalto si
sarebbe esentato da quella pubblica funzione. Infatti, là sarebbe dovuto
comparire sotto gli occhi di tanti e così curiosi testimoni! Sarebbero stati
spiati i più piccoli movimenti di quella debolezza naturale ma che è così
opportuno nascondere da parte di un personaggio che da un posto eminente aspira
ad un altro più eminente ancora; tutti ammetteranno che non è conveniente che
un uomo che ha l'ambizione di elevarsi sopra tutti gli altri uomini si dimostri
poi simile a loro.
Ma le
persone che la pensavano così si ingannarono due volte, perché innanzitutto il
cardinale Montalto fu tra i primi a comparire nella sala del concistoro, e poi
perché riuscì impossibile anche ai più attenti scoprire in lui un qualsiasi
segno di sensibilità umana. Al contrario, con le sue risposte a quei colleghi
che, a proposito di un avvenimento così crudele, cercarono di offrirgli parole
di consolazione, seppe stupire chiunque. La fermezza e l'apparente
impassibilità della sua anima in una così atroce circostanza divennero subito
l'argomento di cui tutta la città parlava.
È anche
vero che in quello stesso concistoro alcuni, più esperti nell'arte delle corti,
attribuirono quell'apparente insensibilità non a una mancanza di sentimento ma
ad una grande dose di simulazione; e quel punto di vista fu presto condiviso
dalla folla dei cortigiani, convinti che fosse utile non mostrarsi
eccessivamente colpito da un'offesa il cui autore era senz'altro potente e
avrebbe potuto forse, più tardi, ostacolargli l'ascesa alla dignità suprema.
Quale che
fosse la causa di quella totale apparente insensibilità, è certo che ciò
provocò stupore nell'intera Roma e nella corte di Gregorio XIII. Ma, per
tornare al concistoro, quando, riuniti tutti i cardinali, il papa entrò nella
sala, egli volse subito gli occhi verso il cardinale Montalto, e si vide Sua
Santità piangere; in quanto al cardinale, i suoi tratti non persero la loro
abituale impassibilità.
Lo stupore
raddoppiò quando, nello stesso concistoro, il cardinale Montalto, andò secondo
il suo turno ad inginocchiarsi davanti al trono di Sua Santità, per rendergli
conto degli affari di cui era incaricato, e il papa, prima di dargli la parola,
non poté trattenere i singhiozzi. Quando Sua Santità fu in grado di parlare,
cercò di consolare il cardinale promettendogli che sarebbe stata fatta pronta e
severa giustizia di un così grave delitto. Ma il cardinale, dopo aver
ringraziato molto umilmente Sua Santità, lo supplicò di non ordinare inchieste
su quanto era accaduto, affermando che per parte sua perdonava di cuore al
responsabile, chiunque fosse. E, subito dopo questa preghiera, espressa in
poche parole, il cardinale passò ad esaminare gli affari di cui era incaricato,
come se non fosse accaduto niente di straordinario.
Gli occhi
di tutti i cardinali presenti al concistoro erano fissi sul papa e su Montalto;
e, sebbene sia certamente assai difficile ingannare l'occhio esperto dei
cortigiani, nessuno osò dire che il volto del cardinale Montalto avesse tradito
la minima emozione assistendo così da vicino ai singhiozzi di Sua Santità che,
a dire il vero, era completamente sconvolto. Questa insensibilità stupefacente
del cardinale Montalto non si smentì mai durante tutto il tempo della sua
relazione a Sua Santità. Al punto che il papa stesso ne rimase colpito e,
terminato il concistoro, non poté fare a meno di dire al cardinale di San
Sisto, il nipote favorito:
«Veramente,
costui è un gran frate!»
Il
comportamento del cardinale Montalto rimase lo stesso nei giorni successivi.
Ricevette, secondo l'uso, le visite di condoglianza dei cardinali, dei prelati
e dei principi romani, e con nessuno di loro, quali che fossero i suoi rapporti
con lui, si lasciò andare alla minima parola di dolore o di lamento. Con tutti,
dopo un breve ragionamento sull'instabilità delle cose umane, confortato ed
avvalorato da sentenze e citazioni tratte dalle Sacre Scritture o dai testi dei
Padri, presto cambiava discorso e si metteva a parlare delle notizie della vita
cittadina o degli affari particolari del personaggio con cui si trovava,
proprio come se avesse voluto consolare i suoi consolatori.
Roma era
soprattutto curiosa di quello che sarebbe accaduto durante la visita che doveva
fargli il principe Paolo Giordano Orsini, duca di Bracciano, al quale la voce
pubblica attribuiva la morte di Felice Peretti. Il popolo pensava che il
cardinale Montalto non avrebbe potuto stare così vicino al principe, e
parlargli faccia a faccia, senza lasciar trasparire qualche indizio dei propri
sentimenti.
Quando il
principe si recò dal cardinale, c'era una folla enorme in strada e presso la
porta; un grande numero di cortigiani riempiva tutte le stanze della casa,
tanto grande era la curiosità di osservare in volto i due interlocutori. Ma, né
nell'uno né nell'altro, nessuno poté notare qualcosa di particolare. Il cardinale
Montalto si uniformò a quanto prescrivevano le regole della corte; il suo volto
assunse un'espressione di viva cordialità, e il suo modo di rivolgere la parola
al principe fu estremamente affabile.
Un attimo
dopo, risalendo in carrozza, il principe Paolo, solo con i suoi cortigiani
intimi, non poté fare a meno di dire, ridendo: «In fatto è vero che costui è
un gran frate!»
come se avesse voluto confermare la verità della frase sfuggita al papa qualche
giorno prima.
I saggi
hanno pensato che la condotta tenuta in quella circostanza dal cardinale
Montalto gli abbia aperto la via del trono; molti infatti si fecero di lui
quest'idea: che, sia per natura sia per virtù, non potesse o non volesse
nuocere a nessuno, benché avesse molti motivi di essere irritato.
Felice
Peretti non aveva lasciato niente di scritto a proposito di sua moglie; perciò
essa fu costretta a tornare nella casa dei genitori. Il cardinale Montalto le
fece consegnare, prima della partenza, i vestiti, i gioielli, e in genere tutti
i regali che lei aveva ricevuto durante il matrimonio con suo nipote.
Tre giorni
dopo la morte di Felice Peretti, Vittoria, accompagnata dalla madre, andò a
stabilirsi nel palazzo del principe Orsini. Alcuni dissero che le due donne furono
spinte a questo passo dalla preoccupazione per la loro sicurezza personale,
perché la corte
sembrava ritenerle come colpevoli di complicità con l'omicidio commesso, o
almeno di esserne state a conoscenza prima dell'esecuzione; altri pensarono (e
ciò che accadde più tardi sembrò confermare quest'idea) che fossero state
indotte a questo per concludere il matrimonio col principe, che aveva promesso
a Vittoria di sposarla non appena non avesse più marito.
Tuttavia,
né allora né più tardi, non si è mai saputo niente di chiaro sull'autore della
morte di Felice, benché tutti sospettassero di tutti. Ma i più attribuivano
quella morte al principe Orsini; tutti sapevano che era stato innamorato di
Vittoria, ne aveva dato segni inequivocabili; e il matrimonio che seguì ne fu
una grande prova, perché la donna era di una condizione talmente inferiore che
soltanto la passione d'amore poteva elevarla fino alla parità matrimoniale. Il
popolo non fu affatto sviato da questi suoi pensieri da una lettera,
indirizzata al governatore di Roma, e che fu divulgata pochi giorni dopo il
fatto. La lettera era scritta a nome di Cesare Palantieri, un giovane di
carattere focoso e che era stato bandito dalla città.
Nella
lettera, Palantieri diceva che non era necessario che sua signoria
illustrissima si desse la pena di cercare altrove l'autore della morte di
Felice Peretti, dal momento che l'aveva fatto uccidere proprio lui, in seguito
a certe controversie intercorse tra loro qualche tempo prima.
Molti
pensarono che quell'assassinio non era stato commesso senza il consenso della
famiglia Accoramboni, e i fratelli di Vittoria furono accusati di essere stati
sedotti dall'ambizione della parentela con un principe così ricco e potente. Fu
accusato soprattutto Marcello, a causa dell'indizio fornito dalla lettera che
aveva fatto uscire di casa lo sventurato Felice. Si parlò male anche di
Vittoria, quando la si vide accettare di andare ad abitare nel palazzo Orsini
come futura sposa, proprio subito dopo la morte del marito. Si sosteneva che
era assai improbabile che una persona arrivasse così, in un batter d'occhio, a
servirsi delle armi corte, senza aver mai fatto uso, almeno per un po', delle
armi lunghe.
L'istruttoria
sul delitto fu condotta da monsignor Portici, governatore di Roma, per ordine
di Gregorio XIII. Ci si trova soltanto che quel Domenico, soprannominato Mancino, arrestato dalla corte, confessa, e senza aver subito la
tortura (tormentato), nel secondo interrogatorio, in data 24 febbraio 1582:
«Che la
madre di Vittoria fu la causa di tutto, e che fu assecondata dalla cameriera di Bologna che, subito dopo il
delitto, si rifugiò nella cittadella di Bracciano (appartenente al principe
Orsini e in cui la corte non osò entrare), e che gli esecutori del crimine furono Marchione di
Gubbio e Paolo Barca di Bracciano, lancie spezzate (soldati) di un signore del
quale, per degne ragioni, non si è inserito il nome.»
A queste degne
ragioni si
aggiunsero, credo, le preghiere del cardinale Montalto, che chiese con
insistenza che le ricerche non procedessero oltre, e in effetti del processo
non si parlò neanche più. Il Mancino fu messo fuori di prigione con il precetto (ordine) di tornare
immediatamente al suo paese, pena la vita, e di non allontanarsene mai senza un
apposito permesso. La scarcerazione di quest'uomo avvenne nel 1583, il giorno
di San Luigi, e poiché quel giorno era anche quello della nascita del cardinale
Montalto, quella circostanza mi conferma l'idea che la faccenda si sia conclusa
così per suo intervento. Sotto un governo debole come quello di Gregorio XIII,
un tale processo poteva avere conseguenze molto spiacevoli e senza
contropartita.
Le ricerche
della corte furono
così sospese, ma il papa Gregorio XIII non volle acconsentire a che il principe
Paolo Orsini, duca di Bracciano, sposasse la vedova Accoramboni. Sua Santità,
dopo aver inflitto a quest'ultima una specie di prigione, al principe e alla
vedova dette il precetto di non contrarre matrimonio senza un apposito permesso suo
O dei suoi successori.
Gregorio
XIII morì (all'inizio del 1585), e poiché alcuni dottori in legge, consultati
dal principe Paolo Orsini, avevano risposto che secondo loro il precetto era annullato dalla morte di chi
l'aveva imposto, egli decise di sposare Vittoria prima dell'elezione del nuovo
papa. Ma il matrimonio non poté essere celebrato così presto come il principe
desiderava, in parte perché egli voleva il consenso dei fratelli di Vittoria (e
avvenne che Ottavio Accoramboni, vescovo di Fossombrone, non volle mai
concedere il suo), e in parte perché non si riteneva che l'elezione del
successore di Gregorio XIII potesse avvenire tanto rapidamente. Il fatto è che
il matrimonio si fece nello stesso ,giorno in cui venne eletto papa il
cardinale Montalto, così interessato a questa vicenda, cioè il 24 aprile 1585,
sia per effetto del caso, sia che il principe volesse dimostrare che non temeva
la corte sotto
il nuovo papa, come non l'aveva temuta sotto Gregorio XIII. Quel matrimonio
offese profondamente l'animo di Sisto V (questo fu il nome scelto dal cardinale
Montalto); egli aveva già abbandonato il modo di pensare che si conviene a un
monaco, ed aveva elevato il suo spirito all'altezza del grado nel quale Dio
l'aveva appena collocato.
Il papa
tuttavia non manifestò alcun segno di collera; solo che, quando il principe
Orsini, quel giorno stesso, si presentò con la folla dei signori romani per
baciargli il piede, e con l'intenzione segreta di leggere nel volto del Santo
Padre che cosa potesse aspettarsi o temere da quell'uomo fino ad allora così
poco conosciuto, si accorse che non era più il tempo di scherzare. Dopo che il
nuovo papa ebbe fissato il principe in un modo singolare, senza rispondere una
sola parola ai complimenti che gli aveva rivolto, decise di indagare
immediatamente quali fossero le intenzioni di Sua Santità nei suoi confronti.
Attraverso
Ferdinando, cardinale de' Medici (fratello della sua prima moglie), e
dell'ambasciatore cattolico, chiese ed ottenne dal papa un'udienza nella sua
camera: lì rivolse a Sua Santità un discorso ben calcolato e, senza neanche
accennare alle cose passate, si rallegrò con lui per la sua nuova dignità, e
gli offrì, da fedelissimo vassallo e servitore, ogni suo avere ed ogni sua
forza.
Il papa lo
ascoltò con la massima serietà, ed alla fine gli rispose che nessuno più di lui
desiderava che la vita e le azioni di Paolo Giordano Orsini fossero nel futuro
degne del sangue Orsini e di un vero cavaliere cristiano; che, quanto al suo
rapporto passato con la Santa Sede e con la persona di lui, papa, nessuno
poteva dirglielo meglio della sua stessa coscienza; che tuttavia lui, principe,
poteva essere certo di una cosa, cioè che nello stesso modo in cui gli
perdonava volentieri ciò che aveva potuto fare contro Felice Peretti e contro
lui stesso cardinale Montalto, così non gli avrebbe perdonato mai quanto
avrebbe potuto fare in avvenire contro il papa Sisto; e che perciò lo impegnava
a cacciare immediatamente dalla sua casa e dai suoi Stati tutti i banditi
(esiliati) e i malfattori ai quali fino ad allora aveva concesso asilo.
Qualunque
tono usasse, Sisto V era sempre di una singolare efficacia, ma, quando era
irritato e minaccioso, si sarebbe detto che i suoi occhi lanciassero folgori.
Sta di fatto che il principe Orsini, da sempre abituato ad essere temuto dai
papi, da questo modo di parlare del papa, tale che non ne aveva mai udito uno
simile nel corso di tredici anni, fu costretto a pensare così seriamente ai
propri affari che, appena uscito dal palazzo di Sua Santità, corse dal
cardinale de' Medici a raccontargli cosa era accaduto. Poi, su consiglio del
cardinale, decise di congedare - senza il minimo indugio - tutti quegli uomini
ricercati dalla giustizia ai quali offriva asilo nel suo palazzo e nei suoi
Stati, e pensò di trovare al più presto un pretesto credibile per uscire
immediatamente dai territori controllati dal potere di un pontefice così
risoluto.
Bisogna
sapere che il principe Paolo Orsini era diventato straordinariamente grasso; le
sue gambe erano più grosse del corpo di un uomo normale, ed una di queste gambe
enormi era colpita dalla malattia chiamata la lupa, chiamata così perché bisogna
nutrirla con una grande quantità di carne fresca, che viene applicata sulla
parte malata; altrimenti l'umore maligno, non trovando carne morta da divorare,
aggredirebbe le carni vive che circondano la piaga.
Il principe
prese a pretesto questa malattia per recarsi ai celebri bagni di Abano, presso
Padova, paese dipendente dalla repubblica di Venezia; partì con la sua nuova
sposa verso la metà di giugno. Abano era per lui un porto molto sicuro;
infatti, da molti anni la casata Orsini era legata alla repubblica di Venezia
da favori reciproci.
Giunto in
quel paese sicuro, il principe non pensò più ad altro che a godere dei piaceri
di diversi soggiorni; a questo scopo affittò tre magnifici palazzi: uno a
Venezia, il palazzo Dandolo, nella via della Zecca; il secondo a Padova, e fu
il palazzo Foscarini, sulla magnifica piazza chiamata l'Arena; scelse il terzo
a Salò, sulla deliziosa riva del lago di Garda: quest'ultimo era appartenuto in
altri tempi alla famiglia Sforza-Pallavicini.
I signori
di Venezia (il governo della repubblica) appresero con piacere l'arrivo di un
tale principe nei loro Stati, e gli offrirono subito una nobilissima condotta (cioè una somma considerevole da
pagarsi annualmente, e che doveva essere usata dal principe per organizzare un
corpo di due o tremila uomini al servizio della Repubblica, di cui avrebbe
avuto il comando). Il principe respinse molto in fretta quell'offerta; fece
rispondere ai senatori che, pur sentendosi portato di cuore a servire la
Serenissima Repubblica, per inclinazione naturale e per tradizione di famiglia,
tuttavia, trovandosi attualmente alle dipendenze del re cattolico non gli
sembrava opportuno accettare un altro ingaggio. Una risposta così decisa
raffreddò alquanto l'animo dei senatori: inizialmente avevano pensato di
riservargli, al suo arrivo a Venezia, accoglienze pubbliche molto onorevoli;
dopo la sua risposta decisero di lasciarlo arrivare come un semplice privato.
Il principe
Orsini, informato di tutto, decise di non andarci neppure, a Venezia. Era già
nei dintorni di Padova: fece un giro per quella splendida contrada, e con tutto
il suo seguito si recò nella casa che gli era stata preparata a Salò, sulle
rive del lago di Garda. Vi passò l'intera estate, tra gli svaghi più gradevoli
e svariati.
Quando
giunse il momento di cambiare (soggiorno), il principe fece qualche breve
viaggio, dopo di che gli sembrò di non sopportar più la fatica come in altri
tempi, temette per la propria salute; infine pensò di andare a passare qualche
giorno a Venezia, ma ne fu sconsigliato da sua moglie, Vittoria, che lo
convinse a rimanere ancora a Salò.
Ci fu chi
pensò che Vittoria Accoramboni si rendesse conto del pericolo che stava
correndo il principe suo marito, e che lo abbia convinto a rimanere a Salò con
l'idea di portarlo più tardi fuori d'Italia, per esempio in qualche libera
città, tra gli Svizzeri; in questo modo, in caso di morte del principe, essa
avrebbe posto in salvo se stessa e i suoi beni personali.
Che questa
congettura fosse fondata o no, il fatto è che non accadde niente di tutto ciò,
perché il principe, trovandosi nuovamente indisposto a Salò, il 10 novembre
ebbe un chiaro presentimento di quanto stava per accadere.
Ebbe pietà
della sua sventurata moglie: la vedeva, nel più bel fiore della gioventù,
restare priva di reputazione e di mezzi, odiata dai principi che regnavano in
Italia, poco amata dagli Orsini e senza la speranza di un nuovo matrimonio dopo
la sua morte. Da signore generoso e leale, di sua iniziativa fece un
testamento, con cui volle garantire la fortuna di quella sventurata. Le lasciò
la notevole somma di 100.000 piastre, oltre a tutti i cavalli, carrozze e
mobili di cui si serviva in quel viaggio. Il resto del patrimonio lo lasciò a
Virginio Orsini, suo figlio unico, che aveva avuto dalla prima moglie, sorella
di Francesco I, granduca di Toscana (la stessa che fece uccidere per infedeltà,
con il consenso dei fratelli di lei).
Ma quanto
sono incerte le previsioni umane! Le disposizioni che Paolo Orsini credeva
dovessero garantire una perfetta sicurezza a quella sventurata giovane donna si
trasformarono per lei in precipizi e rovina.
Firmato il
testamento, il principe si sentì un po' meglio il 12 novembre. La mattina del
13 gli fecero un salasso e i medici, sperando soltanto in una dieta severa,
prescrissero nella maniera più decisa che assolutamente non doveva mangiare.
Ma erano
appena usciti dalla camera che il principe pretese che gli venisse servito il
pranzo; nessuno osò contraddirlo, ed egli mangiò e bevve come d'abitudine.
Appena terminato il pasto, perse conoscenza e due ore prima del tramonto era
morto.
Dopo questa
morte così rapida, Vittoria Accoramboni, accompagnata da suo fratello Marcello
e da tutta la corte del principe defunto, si recò a Padova, nel palazzo
Foscarini, presso l'Arena, lo stesso che il principe Orsini aveva affittato.
Poco dopo
il suo arrivo, fu raggiunta dal fratello Flaminio, che godeva del pieno favore
del cardinale Farnese. Si occupò allora dei passi necessari per ottenere il
pagamento dei lasciti del marito, che ammontavano a 60.000 piastre effettive,
da pagarsi entro due anni, e ciò indipendentemente dalla dote, dalla
contro-dote, da rutti i gioielli e mobili che erano già nelle sue mani. Nel suo
testamento il principe Orsini aveva ordinato che venisse comprato alla
duchessa, a Roma o in qualunque altra città, a sua scelta, un palazzo del
valore di 10.000 piastre ed una vigna (casa di campagna) del valore di 6.000;
aveva inoltre prescritto che si provvedesse alla sua tavola e a tutto il suo
servizio come si conveniva ad una donna del suo rango. Il servizio doveva
essere di quaranta domestici, con un corrispondente numero di cavalli.
La signora
Vittoria riponeva molte speranze nei favori dei principi di Ferrara, di Firenze
e di Urbino, e in quelli del cardinale Farnese e de' Medici nominati esecutori
testamentari dal defunto principe.
È da notare
che il testamento era stato redatto a Padova e sottoposto ai lumi degli
eccellentissimi Parrizolo e Menocchio, primi professori di quell'università ed
oggi giureconsulti così famosi.
Il principe
Luigi Orsini arrivò a Padova per sbrigare tutto quello che c'era da fare nei
riguardi del duca defunto e della sua vedova, e recarsi quindi ad assumere il
governo dell'isola di Corfù, cui era stato nominato dalla repubblica
serenissima.
Tra la
signora Vittoria e il principe Luigi sorse subito una difficoltà a proposito
dei cavalli del duca defunto; il duca diceva che non erano propriamente dei
mobili, nel senso comune della parola; ma la duchessa dimostrò che dovevano
essere considerati dei veri e propri mobili, e fu convenuto che ne avrebbe
mantenuto l'uso fino ad una decisione ulteriore; essa dette per garante il
signor Soardi di Bergamo, condottiero della Signoria di Venezia, gentiluomo
molto ricco e tra i primi della sua patria.
Sorse
un'altra difficoltà a proposito di una certa quantità di vasellame d'argento
che il duca defunto aveva consegnato al principe Luigi come pegno di una somma
d'argento che questi gli aveva prestato. Tutto fu risolto per via di giustizia,
perché il serenissimo (duca) di Ferrara si adoperava affinché le ultime volontà
del defunto principe Orsini fossero interamente eseguite.
Questo
secondo affare fu discusso il 23 dicembre, che era una domenica.
La notte
seguente, quaranta uomini entrarono nella casa della suddetta signora
Accoramboni. Erano vestiti di abiti di tela di foggia stravagante, e combinati
in modo da non poter essere riconosciuti se non dalla voce; quando si
chiamavano tra loro, ricorrevano a nomi di gergo.
Cercarono
subito la duchessa e, trovatala, uno di loro le disse: «Ora bisogna morire.»
E senza
concederle un solo istante malgrado che lei chiedesse di potersi raccomandare a
Dio, con un pugnale sottile la trafisse sopra il seno sinistro, e - muovendo il
pugnale in ogni direzione - quel crudele chiese più volte alla sventurata di
dirgli se le toccava il cuore; finalmente essa esalò l'ultimo respiro. Intanto
gli altri cercavano i fratelli della duchessa; uno, Marcello, ebbe salva la
vita perché non fu trovato in casa; l'altro fu trafitto da cento colpi. Gli
assassini lasciarono i morti per terra, tutta la casa piena di pianti e grida;
e, dopo essersi impadroniti della cassetta che conteneva i gioielli e il
denaro, se ne andarono. La notizia giunse rapidamente ai magistrati di Padova;
essi fecero riconoscere i corpi, e riferirono a Venezia.
Durante
tutta la giornata di lunedì, immensa fu l'affluenza al suddetto palazzo e alla
chiesa degli Eremiti per vedere i cadaveri. I curiosi erano mossi a pietà, soprattutto
vedendo la duchessa così bella; piangevano la sua sventura, et dentibus
fremebant (e
digrignavano i denti) contro gli assassini; ma non si conoscevano ancora i loro
nomi.
La corte, sospettando - sulla base di
indizi chiari - che la cosa fosse avvenuta su ordine, o almeno con il consenso,
del suddetto principe Luigi, lo fece chiamare, e poiché lui voleva entrare in
corte (nel
tribunale) dell'illustrissimo capitano con un seguito di quaranta uomini
armati, gli vennero chiuse le porte in faccia, e gli fu detto che sarebbe
potuto entrare soltanto con tre o quattro uomini. Ma, nel momento in cui questi
passavano, gli altri si precipitarono dietro di loro, spinsero le guardie ed
entrarono tutti.
Il principe
Luigi, giunto di fronte all'illustrissimo capitano, si lamentò di un tale
affronto, aggiungendo che non era mai stato trattato così da nessun principe
sovrano. L'illustrissimo capitano gli chiese se sapeva qualcosa sulla morte
della signora Vittoria, e cosa era accaduto la notte prima, lui rispose di sì,
che aveva fatto avvisare la giustizia. Si volle mettere per iscritto la sua
risposta; lui rispose che gli uomini del suo rango non erano tenuti a questa
formula e che, per la stessa ragione, non dovevano essere interrogati.
Il principe
Luigi chiese il permesso di inviare un corriere a Firenze con una lettera per
il principe Virginio Orsini, in cui informarlo del processo e del delitto
intervenuto. Mostrò una lettera falsa, che non era quella vera, ed ottenne
quanto chiedeva.
Ma l'uomo
da lui inviato fu arrestato fuori città e accuratamente perquisito; fu trovata
la lettera che il principe Luigi aveva mostrato, ed una seconda nascosta in uno
stivale del corriere, del seguente tenore:
«AL SIGNORE
VIRGINIO ORSINI
Illustrissimo
Signore,
Abbiamo
eseguito quanto era stato convenuto tra noi, e in tal modo che abbiamo
ingannato l'illustrissimo Tondini (evidentemente il nome del capo della corte che aveva interrogato il
principe), tanto che qui vengo considerato l'uomo più onesto del mondo. Ho
fatto la cosa di persona, così non mancate di inviare immediatamente la gente
che sapete.»
La lettera
impressionò i magistrati, che si affrettarono ad inviarla a Venezia; su loro
ordine, le porte della città furono chiuse, e le mura guernite di soldati
giorno e notte. Fu pubblicato un avviso che sanzionava pene severe per chiunque
- sapendo qualcosa degli assassini - non comunicasse alla giustizia quello che
sapeva. Quegli tra gli assassini che avessero testimoniato contro uno di loro
non avrebbero avuto fastidi, anzi avrebbero ricevuto una somma in denaro. Ma,
verso le sette di notte, la vigilia di Natale (il 24 dicembre, verso
mezzanotte), Alvise Bragadin giunse da Venezia con ampi poteri da parte del
Senato, e l'ordine di arrestare vivi o morti, a qualunque costo, il suddetto
principe e tutti i suoi.
Il suddetto
signor avogador Bragadin, il signor capitano e il signor podestà si riunirono
nella fortezza.
Pena il
patibolo (della forca), si ordinò a tutta la milizia a piedi e a cavallo di recarsi bene
armata intorno alla casa del suddetto principe Luigi, che era vicina alla
fortezza e attigua alla chiesa di Sant'Agostino sull'Arena.
Giunto il
giorno (che era quello di Natale), in città fu pubblicato un editto che
esortava i figli di San Marco a correre in armi alla casa del signor Luigi;
coloro che non avessero armi si recassero alla fortezza, dove ne avrebbero
ricevute a volontà; l'editto prometteva una ricompensa di 2000 ducati a chi
avesse consegnato alla corte il suddetto signor Luigi, vivo o morto, e 500 ducati per
ognuno dei suoi. Inoltre, si ordinava a chiunque fosse sprovvisto di armi di
non avvicinarsi alla casa del principe, per non essere di ostacolo a chi
combattesse nel caso che il principe ritenesse opportuno fare qualche sortita.
Nello
stesso tempo, furono piazzati fucili da posizione, mortai e artiglieria più
pesante sulle vecchie mura, di fronte alla casa occupata dal principe, e
altrettanto si fece sulle mure nuove, sulle quali dava la parte posteriore
della casa. Su quel lato era stata disposta la cavalleria, in modo che potesse
muoversi liberamente in caso di necessità. Sulle rive del fiume, tutti erano
impegnati a disporre banchi, armadi, carri e altri mobili adatti a costituire
ripari. In questo modo si pensava di ostacolare i movimenti degli assediati,
qualora prendessero l'iniziativa di marciare in ordine serrato contro il
popolo. Quei ripari dovevano inoltre proteggere gli artiglieri e i soldati dai
colpi di archibugio degli assediati.
Poi furono
piazzate delle barche sulla riva, di fronte e sui fianchi della casa del
principe, cariche di uomini armati di moschetti e di altre armi adatte a
disturbare il nemico qualora tentasse una sortita: contemporaneamente vennero
erette barricate in tutte le strade.
Durante
quei preparativi, arrivò una lettera, scritta in termini assai corretti, in cui
il principe si lamentava di essere giudicato colpevole e di vedersi trattato da
nemico, anzi da ribelle, prima che si fosse tenuto il processo. La lettera era
stata stilata da Liverotto.
Il 27
dicembre, tre gentiluomini, tra i principali della città, furono inviati dai
magistrati al signor Luigi che aveva con sé, nella casa, quaranta uomini, tutti
vecchi soldati esperti nell'uso delle armi.
I tre
gentiluomini dichiararono al principe che i magistrati erano decisi a
catturarlo; lo esortarono ad arrendersi, aggiungendo che, comportandosi in quel
modo, prima si passasse alle vie di fatto, poteva sperare nella loro
misericordia. Il signor Luigi rispose che se, innanzitutto, fossero state tolte
le guardie schierate intorno alla sua casa, si sarebbe recato dai magistrati
per trattare la cosa, accompagnato da due o tre dei suoi ed a condizione di
essere libero di rientrare nella sua casa.
Gli
ambasciatori raccolsero quelle proposte scritte di suo pugno, e tornarono dai
magistrati che rifiutarono le sue condizioni, specialmente su consiglio
dell'illustrissimo Pio Enea e di altri nobili presenti. Gli ambasciatori tornarono
dal principe e gli annunciarono che, se non si fosse semplicemente arreso, gli
avrebbero raso al suolo la casa con l'artiglieria, al che lui rispose che
preferiva la morte a quell'atto di sottomissione.
I
magistrati dettero il segnale della battaglia e, sebbene fosse possibile
distruggere quasi interamente la casa con una sola scarica, si preferì agire
all'inizio con una certa cautela, per vedere se gli assediati avrebbero
accettato di arrendersi.
Questo
piano ha avuto successo, risparmiando a San Marco molto denaro che sarebbe
stato speso per ricostruire le parti distrutte del palazzo attaccato; tuttavia
non è stato approvato da tutti. Se gli uomini del signor Luigi si fossero
decisi senza esitare e si fossero lanciati fuori dalla casa, il successo sarebbe
stato molto incerto. Erano vecchi soldati; non mancavano di munizioni, né di
armi, né di coraggio, e soprattutto un interesse enorme a vincere; non era
forse meglio per loro, se le cose si fossero messe male, morire per un colpo di
archibugio piuttosto che per mano del boia? E poi, con chi avevano a che fare?
con dei poveri assedianti poco pratici di armi, e i signori in questo caso si
sarebbero pentiti della propria clemenza e della propria naturale bontà.
Si cominciò
dunque col tirare sul colonnato di fronte alla casa; poi, tirando sempre più in
alto, fu distrutto il muro della facciata posteriore. Intanto quelli di dentro
tirarono molti colpi di archibugio, senza altro risultato che ferire alle
spalle un popolano.
Il signor
Luigi gridava con grande impeto: «Battaglia! battaglia! guerra! guerra!» Era
occupatissimo a far fondere palle con lo stagno dei piatti ed il piombo dei
vetri delle finestre.
Minacciava
di fare una sortita, ma gli assedianti presero delle nuove misure, e venne
fatta avanzare artiglieria più pesante.
Al primo
colpo che questa tirò, fece crollare un grande pezzo della casa, e un certo
Pandolfo Leupratti da Camerino cadde tra le rovine. Era un uomo molto
coraggioso ed un bandito assai importante. Era bandito dagli Stati della Santa
Chiesa, e sulla sua testa era stata posta una taglia di 400 piastre
dall'illustrissimo signor Vitelli in seguito alla morte di Vincenzo Vitelli,
che era stato attaccato nella sua carrozza e ucciso a colpi di archibugio e di
pugnale, ad opera del principe Luigi Orsini con l'aiuto del suddetto Pandolfo e
dei suoi compagni. Completamente stordito per la caduta, Pandolfo non poteva
muoversi; un servitore dei signori Ca' di Lista, gli si avvicinò armato di
pistola, e molto coraggiosamente gli tagliò la testa che si affrettò a portare
alla fortezza e a consegnare ai magistrati.
Poco dopo,
un altro colpo di artiglieria fece cadere un'ala della casa, e insieme con
quella il conte Montemelino, da Perugia, che morì tra le rovine, completamente
maciullato dal proiettile.
Si vide poi
uscire dalla casa un personaggio chiamato il colonnello Lorenzo, nobile di
Camerino, uomo molto ricco e che in numerose occasioni aveva dato prove di
valore ed era molto stimato dal principe. Egli decise di non morire del tutto
invendicato; volle sparare col suo fucile, ma nonostante la rotella girasse,
accadde che, forse per intervento divino, la polvere non prese fuoco, e in
quell'istante egli ebbe il corpo trapassato da una palla. Il colpo era stato
sparato da un povero diavolo, ripetitore nelle scuole di San Michele. E mentre,
per guadagnarsi la ricompensa promessa, questi si avvicinava per tagliargli la
testa, fu preceduto da altri più svelti e soprattutto più forti di lui, che
presero la borsa, il fucile, il denaro e gli anelli del colonnello, e gli
tagliarono la testa.
Morti
costoro, nei quali il principe Luigi riponeva la maggiore fiducia, egli restò
molto turbato, e non lo si vide più compiere alcun gesto.
Il signor
Filelfi, suo maestro di casa e segretario in abiti civili, da un balcone con un
fazzoletto bianco fece segno che si arrendeva. Uscì e fu condotto alla
cittadella, condotto sottobraccio, come dicono si usi in guerra, da Anselmo Suardo,
luogotenente dei signori (magistrati). Interrogato immediatamente, disse che
non aveva nessuna colpa di quanto era accaduto, perché era giunto solo alla
vigilia di Natale da Venezia, dove si era fermato molti giorni per gli affari
del principe.
Gli
chiesero quanta gente avesse con sé il principe; rispose: venti o trenta
persone.
Gli
chiesero i loro nomi, ed egli rispose che ce n'erano otto o dieci che, essendo
persone di qualità, come lui mangiavano alla tavola del principe, e di questi
conosceva i nomi, ma quanto agli altri, vagabondi e da poco al servizio del
principe, non li conosceva particolarmente.
Fece i nomi
di tredici persone, compreso il fratello di Liverotto.
Poco dopo,
l'artiglieria piazzata sulle mura della città cominciò a sparare. I soldati si
appostarono nelle case adiacenti a quella del principe per impedire la fuga dei
suoi uomini. Il suddetto principe, che aveva corso gli stessi pericoli dei due
di cui abbiamo raccontato la morte, disse a quanti gli stavano intorno di
resistere fino a quando non vedessero uno scritto di suo pugno accompagnato da
un certo segnale; quindi si arrese a quell'Anselmo Suardo già nominato. E
poiché non fu possibile condurlo in carrozza - come era prescritto - a causa
della gran folla di popolo e delle barricate nelle strade, fu deciso che
andasse a piedi.
Camminò in
mezzo agli uomini di Marcello Accoramboni: era circondato dai signori condottieri, il luogotenente Suardo, altri
capitani e gentiluomini della città, tutti bene armati. Dietro a loro, una
buona compagnia di uomini d'arme e soldati della città. Il principe Luigi
camminava vestito di bruno, lo stiletto alla cintura, il mantello rialzato su
un braccio con aria molto elegante; con un sorriso pieno di sdegno disse: «Se
avessi combattuto!»
volendo più o meno far capire che avrebbe vinto. Condotto davanti ai signori,
subito li salutò e disse:
«Signori,
sono prigioniero di questo gentiluomo,» e indicò il signor Anselmo, «e sono
molto dispiaciuto di quanto è successo e che non è dipeso da me.»
Il capitano
ordinò che gli fosse tolto lo stiletto che aveva al fianco; allora si appoggiò
ad un balcone, e cominciò a tagliarsi le unghie con un paio di forbicine che vi
trovò.
Gli
chiesero quali persone si trovavano nella sua casa; tra gli altri nominò il
colonnello Liverotto e il conte Montemelino di cui si è parlato prima,
aggiungendo che avrebbe dato 10.000 piastre per riscattare l'uno, e che per
l'altro avrebbe dato il suo stesso sangue. Chiese di essere messo in un luogo
conveniente ad un uomo della sua condizione. Definito l'accordo, di suo pugno
scrisse ai suoi, ordinando loro di arrendersi, e dette il proprio anello come
segno di riconoscimento. Al signor Anselmo disse che gli donava la sua spada e
il suo fucile, pregandolo, quando si sarebbero trovate le sue armi nella casa,
di servirsene per amor suo, trattandole come armi di un gentiluomo e non di un
qualunque volgare soldato.
I soldati
entrarono nella casa, la perquisirono con cura, e immediatamente si fece
l'appello degli uomini del principe, trentaquattro, che poi furono condotti a
due a due nella prigione del palazzo. I morti furono lasciati in preda ai cani,
e ci si affrettò a render conto di tutto a Venezia.
Ci si
accorse che molti uomini del principe Luigi, complici del fatto, non si
trovavano; fu proibito di dar loro asilo, pena - per chi contravvenisse - la
demolizione della casa e la confisca dei beni; chi li avesse denunciati avrebbe
ricevuto cinquanta piastre.
In questo
modo, se ne trovarono molti.
Da Venezia
fu inviata una fregata a Candia, portando al signor Latino Orsini l'ordine di
tornare immediatamente per un affare di grande importanza, e si ritiene che
perderà il suo incarico.
Ieri
mattina, giorno di Santo Stefano, tutti si aspettavano di veder morire il
suddetto principe Luigi, o di sentir raccontare che era stato strangolato in
prigione; si fu generalmente stupiti che non fosse andata così, visto che non è
un uccello da tenere in gabbia troppo a lungo. Ma la notte seguente fu fatto il
processo, e il giorno di San Giovanni, un po' prima dell'alba, si seppe che il
suddetto signore era stato strangolato ed era morto molto ben disposto. Senza
perdere tempo il suo corpo fu trasportato nella cattedrale, accompagnato dal
clero di quella chiesa e dai padri gesuiti. Per tutto il giorno fu lasciato su
una tavola al centro della chiesa, per servire da spettacolo al popolo e da
esempio agli inesperti.
L'indomani
il suo corpo fu portato a Venezia, come egli aveva ordinato nel suo testamento,
e lì fu sepolto.
Il sabato
furono impiccati due dei suoi uomini; il primo e più importante fu Furio
Savorniano, l'altro un individuo di poco conto.
Il lunedì,
il penultimo giorno dell'anno suddetto, ne furono impiccati tredici tra cui
parecchi che erano nobilissimi; altri due, uno detto il capitano Splendiano e
l'altro il conte Paganello, furono condotti per la piazza e leggermente
attanagliati; arrivati sul luogo del supplizio, furono percossi con le mazze,
ebbero la testa rotta e furono squartati quando erano ancora quasi vivi. Quegli
uomini erano nobili e, prima di darsi al male, erano molto ricchi. Si dice che
il conte Paganello sia stato quello che ammazzò la signora Vittoria, con la
crudeltà che è stata raccontata. A ciò si obietta che il principe Luigi, nella
lettera succitata, dichiara di aver fatto la cosa di sua mano; ma forse fu per
vanagloria, come quella che mostrò a Roma facendo assassinare il Vitelli,
oppure per meritare ancora di più il favore del principe Virginio Orsini.
Il conte
Paganello, prima di ricevere il colpo mortale, fu trafitto a più riprese con un
coltello nella parte sinistra del petto, per toccargli il cuore come lui aveva
fatto a quella povera signora. Perdeva dal petto un fiume di sangue. Visse così
per più di una mezzora, con grande stupore di tutti. Era un uomo di
quarantacinque anni che mostrava una grande forza.
Le forche
dei patiboli sono ancora in piedi per sbrigare i diciannove che restano, il
primo giorno che non sarà di festa. Ma poiché il boia è molto stanco, e il
popolo è come in agonia per aver visto tanti morti, durante questi due giorni
l'esecuzione è rinviata. Non si ritiene che qualcuno venga lasciato in vita.
Forse, tra le persone del seguito del principe Luigi, farà eccezione il solo
signor Filelfi, suo maestro di casa, che si dà un gran da fare, per dimostrare che non ha
preso parte al fatto, e in effetti la cosa è importante per lui.
Anche tra i
più anziani di questa città di Padova, nessuno ricorda che mai, con sentenza
più giusta, si sia proceduto contro la vita di tante persone in una volta sola.
E i signori (di Venezia) si sono procurati fama e reputazione presso le nazioni
più civili.
(Aggiunto
da un'altra mano)
Francesco
Filelfi, segretario e maestro di casa, fu condannato a quindici anni di prigione. Il coppiere
Onorio Adami da
Fermo, come altri due, ad un anno di prigione; altri sette furono condannati alle
galere coi ferri ai piedi; e sette infine furono rimessi in libertà.
I
CENCI
1599
Il don
Giovanni di Molière è senza dubbio galante, ma innanzi tutto uomo di mondo;
prima di abbandonarsi all'inclinazione irresistibile che lo spinge verso le
belle donne, tiene a conformarsi a un certo modello ideale, vuol essere fra
tutti il più ammirato alla corte di un giovane re galante e spiritoso.
Il don
Giovanni di Mozart è già più vicino alla natura, e meno francese, pensa di meno
all'opinione altrui; non si preoccupa, prima di tutto, di parestre, di far bella figura, come dice
il barone di Foeneste del d'Aubigné. Abbiamo solo due ritratti del don Giovanni
italiano, quale dovette mostrarsi in quel bel paese nel XVI secolo, all'alba
della rinascente civiltà.
Di questi
due ritratti, ce n'è uno che non posso assolutamente far conoscere, il nostro
secolo è troppo formalista; gioverà ricordare le famose parole che ho sentito
ripetere tante volte da lord Byron: This age of cant. Quest'ipocrisia così noiosa e che
non inganna nessuno ha l'immenso vantaggio di offrire qualche argomento di
conversazione agli sciocchi: si scandalizzano perché si è osato dire la tal
cosa; perché si è osato ridere della talaltra, ecc. Il suo svantaggio è di
restringere infinitamente il campo della storia.
Se il
lettore ha la bontà di permettermelo, gli presenterò, in tutta umiltà, una
notizia storica sul secondo dei don Giovanni di cui è possibile parlare nel
1837; si chiamava Francesco Cenci.
Perché il
don Giovanni possa esistere, bisogna che nel mondo vi sia l'ipocrisia. Don
Giovanni sarebbe stato un effetto senza causa nell'antichità; la religione era
una festa, esortava gli uomini al piacere; come avrebbe potuto condannare degli
esseri dediti unicamente ad un certo piacere? Solo il governo invitava ad astenersi; proibiva quanto poteva nuocere
alla patria, cioè al beninteso interesse di tutti, e non quel che può nuocere
all'individuo che agisce.
Ad Atene,
chiunque avesse la passione delle donne e molto denaro poteva quindi essere un
don Giovanni, nessuno ci trovava da ridire; nessuno pensava che questa vita è
una valle di lacrime, e che è cosa meritoria infliggersi delle sofferenze.
Non credo
che il don Giovanni ateniese potesse arrivare fino al delitto così rapidamente
come il don Giovanni delle monarchie moderne; gran parte del suo piacere
consiste nello sfidare l'opinione pubblica, mentre, da giovane, ha esordito
immaginando di sfidare soltanto l'ipocrisia.
Violare
le leggi, nella
monarchia tipo Luigi XV, tirare una fucilata a un carpentiere e farlo ruzzolare
giù dal tetto, non è forse una dimostrazione che si vive nella familiarità del
principe, che si ha un'ottima educazione, e ci si burla altamente del giudice? Burlarsi
del giudice non è
forse il primo passo, la prima prova del piccolo don Giovanni al suo debutto?0
Da noi, le
donne non sono più di moda, per questo i don Giovanni sono rari; ma quando ce
n'erano, cominciavano sempre col cercar piaceri molto naturali, pur vantandosi
di sfidare quelle che, nella religione dei contemporanei, sembravano loro delle
idee non fondate sulla ragione. Soltanto più tardi, quando comincia a
pervertirsi, il don Giovanni trova una squisita voluttà nello sfidare le
opinioni che sembrano anche a lui giuste e ragionevoli.
Questo
passaggio doveva essere molto difficile nell'antichità, e solo ai tempi degli
imperatori romani, dopo Tiberio e Capri, si trovano dei libertini che amano la
corruzione per se stessa, cioè per il piacere di sfidare le ragionevoli
opinioni dei loro contemporanei.
Sicché è
alla religione cristiana che va attribuita, a mio avviso, la possibilità del
personaggio satanico di don Giovanni. Fu senza dubbio questa religione a
insegnare al mondo che un povero schiavo, un gladiatore, aveva un'anima
assolutamente eguale, in potenza, a quella dello stesso Cesare; si deve ad
essa, perciò, la comparsa dei sentimenti più delicati; io non dubito, del
resto, che presto o tardi questi sentimenti si sarebbero fatti strada in seno
ai popoli. L'Eneide è già molto più tenera dell'Iliade.
La dottrina
di Gesù era quella dei filosofi arabi suoi contemporanei; l'unica novità che
sia comparsa nel mondo in seguito ai principi predicati da san Paolo, è un
corpo sacerdotale assolutamente separato dal resto dei cittadini, anzi con
opposti interessi.
Questo
corpo si dedicò in modo esclusivo a coltivare e rafforzare il sentimento
religioso;
inventò illusioni e abitudini per commuovere gli spiriti d'ogni classe sociale,
dal rozzo pastore al vecchio cortigiano navigato; seppe legare il suo ricordo
alle dolci impressioni della prima infanzia; non lasciò passare la più piccola
epidemia o la più piccola catastrofe senza approfittarne per raddoppiare la
paura e il sentimento religioso, o almeno per costruire una bella chiesa, come la Salute
a Venezia.
L'esistenza
di questo corpo produsse un mirabile evento: san Leone papa, che resistette
senza forza fisica
al feroce Attila e alle sue schiere di barbari che avevano già atterrito la
Cina, la Persia e le Gallie.
Così, la
religione, come quel potere assoluto temperato da canzonette che si chiamava
«monarchia francese», ha prodotto fenomeni singolari che il mondo, forse, non
avrebbe mai veduto se fosse stato privato di queste due istituzioni.
Fra questi
fenomeni buoni o cattivi, ma sempre singolari e curiosi, e che avrebbero
stupito Aristotele, Polibio, Augusto e gli altri grandi ingegni dell'antichità,
pongo senza esitare il carattere tipicamente moderno di don Giovanni. È,
secondo me, un prodotto delle istituzioni ascetiche dei papi venuti dopo Lutero;
perché Leone X e la sua corte (1506) seguivano press'a poco gli stessi principi
della religione ateniese.
Il Don
Giovanni di
Molière fu rappresentato all'inizio del regno di Luigi XIV, il 15 febbraio
1665; questo sovrano non era ancora bigotto, e tuttavia la censura ecclesiastica
fece sopprimere la scena del povero nella foresta. La censura, per rafforzarsi un
po', voleva persuadere il giovane re, così prodigiosamente ignorante, che la
parola giansenista era sinonimo di repubblicano.
L'originale
è di uno Spagnolo, Tirso de Molina; una compagnia italiana ne recitava
un'imitazione a Parigi verso il 1004, e faceva furore. È probabilmente la
commedia più rappresentata nel mondo. Il fatto è che vi compaiono il diavolo e
l'amore, l'inferno e l'esaltata passione per una donna, cioè quanto vi è di più
terribile e di più dolce per tutti gli uomini che siano appena un po' al di
sopra dello stato selvaggio.
Non
sorprende che la figura di don Giovanni sia stata introdotta nella letteratura
da un poeta spagnolo. L'amore occupa un gran posto nella vita di quel popolo;
laggiù, è una passione vera, che si fa sacrificare, d'imperio, tutte le altre,
e perfino, chi l'avrebbe detto? la vanità! Lo stesso avviene in Germania e in Italia. A ben
vedere, solo la Francia si è completamente liberata da tale passione, che fa
commettere tante follie agli stranieri: per esempio, sposare una ragazza
povera, col pretesto che è bella e se ne è innamorati. In Francia le ragazze
prive di bellezza non sono prive di ammiratori; siamo gente avveduta. Altrove,
sono ridotte a farsi monache, e per questo i conventi sono indispensabili in
Spagna. Le ragazze non hanno dote in quel paese, legge che ha mantenuto il
trionfo dell'amore. In Francia, l'amore non si è forse rifugiato al quinto
piano, cioè tra le ragazze che non si sposano con la mediazione del notaio di
famiglia?
Non è il
caso di parlare del don Giovanni di lord Byron, è soltanto un Faublas, un bel giovane insignificante sul
quale piovono
inverosimili fortune di tutti i generi.
È in
Italia, quindi, e solo nel XVI secolo, che dovette apparire, per la prima
volta, questo carattere singolare. In Italia, dove nel XVI secolo una
principessa diceva, assaporando con delizia un gelato, la sera di una giornata
molto calda: Peccato che non sia un peccato!
Questo
sentimento costituisce, secondo me, la base del carattere di don Giovanni, e,
come si vede, la religione cristiana gli è necessaria.
A questo
proposito un autore napoletano esclama: «È forse una cosa da nulla sfidare il
cielo, e credere che in quello stesso momento il cielo può ridurvi in cenere?
Da qui l'estrema voluttà, a quanto si dice, di avere un'amante religiosa, di
una religiosità ardente, che sa benissimo di far male, e chiede perdono a Dio
con passione, così come pecca con passione».
Immaginiamo
un cristiano estremamente perverso, nato a Roma nel momento in cui il severo
Pio V aveva appena ripristinato o inventato una serie di pratiche minuziose
assolutamente estranee alla semplice morale che chiama virtù solo ciò che è
utile agli nomini.
Un'inquisizione inesorabile, talmente inesorabile che in Italia durò poco, e
dovette rifugiarsi in Spagna, era stata proprio allora rafforzata e faceva
paura a tutti. Per qualche anno, si comminarono gravissime pene per
l'inosservanza o il vilipendio pubblico di quelle piccole pratiche minuziose,
innalzate al rango dei doveri più sacri della religione; quel perverso Romano
avrà alzato le spalle vedendo la massa dei cittadini tremare davanti alle
terribili leggi dell'inquisizione.
«Ebbene!»
si sarà detto, «sono l'uomo più ricco di Roma, capitale del mondo; sarò anche
il più coraggioso; sbeffeggerò pubblicamente tutto ciò che la gente rispetta, e
che è così lontano da quel che si deve rispettare.»
Perché un
don Giovanni, per essere tale, dev'essere uomo di coraggio e possedere lo
spirito lucido e vivo che fa veder chiaro nel moventi delle azioni umane.
Francesco
Cenci si sarà detto: «Con quali azioni eloquenti, io Romano, nato a Roma nel
1527, proprio nei sei mesi in cui i soldati luterani del conestabile di Borbone
vi commisero, contro le cose sante, le più atroci profanazioni; con quali
azioni potrei far risaltare il mio coraggio, e procurarmi, nel modo più
completo, il piacere di sfidare l'opinione pubblica? Come potrei stupire i miei
sciocchi contemporanei? Come potrei procurarmi il vivissimo piacere di sentirmi
diverso da tutto questo volgo?»
Non era
neppur concepibile per un Romano, e un Romano del medioevo, limitarsi a
semplici parole. In nessun paese le fanfaronate sono più disprezzate che in
Italia.
L'uomo che
poteva parlar così a se stesso si chiamava Francesco Cenci: fu ucciso sotto gli
occhi di sua figlia e di sua moglie, il 15 settembre 1598. Nulla di amabile ci
resta di questo don Giovanni, il suo carattere non fu affatto addolcito e sminuito
dal proposito di
essere, prima di tutto, uomo di mondo, come il don Giovanni di Molière.
Pensava
agli altri uomini solo per affermare la sua superiorità su di essi, servirsene
per i suoi disegni o odiarli. Il don Giovanni non ricava mai piacere dalle
simpatie, dalle dolci fantasticherie o illusioni di un cuore tenero. Ha
bisogno, prima di tutto, di piaceri che siano trionfi, che possano esser veduti
dagli altri, che non possano essere negati; gli ci vuole la lista spiegata dall'insolente
Leporello davanti agli occhi della triste Elvira.
Il don
Giovanni romano si è ben guardato dall'insigne goffaggine di fornire la chiave
del suo carattere, e di far confidenze a un lacchè, come il don Giovanni di
Molière; è vissuto senza confidenti, e ha pronunciato soltanto le parole utili
per la realizzazione dei suoi progetti. Nessuno poté vedere in lui quei momenti di
autentica tenerezza e di seducente allegria che ci fanno perdonare al don
Giovanni di Mozart; in una parola, il ritratto che ora vi presenterò è atroce.
Per mia
scelta, non avrei descritto questo carattere: mi sarei accontentato di
studiarlo, perché è più orribile che bizzarro; ma confesso che mi è stato
chiesto da certi compagni di viaggio ai quali non potevo rifiutare nulla. Nel
1823, ebbi la fortuna di visitare l'Italia con persone amabili, e che non
dimenticherò mai; come loro fui affascinato dal meraviglioso ritratto di
Beatrice Cenci, che si vede a Roma, a palazzo Barberini.
La galleria
del palazzo è ora ridotta a sette o otto quadri; ma quattro sono dei
capolavori: prima di tutto il ritratto della celebre Fornarina, l'amante di Raffaello, opera di
Raffaello stesso. Questo ritratto, sulla cui autenticità non può elevarsi alcun
dubbio, perché ne esistono delle copie contemporanee, è tutto diverso dalla figura
che, alla pinacoteca di Firenze, è presentata come il ritratto dell'amante di
Raffaello, ed è stata incisa, sotto questo nome, da Morghen. Il ritratto
fiorentino non è nemmeno di Raffaello. In grazia di questo grande nome, il
lettore vorrà perdonare la piccola digressione?
Il secondo,
prezioso ritratto della galleria Barberini è di Guido; è il ritratto di
Beatrice Cenci, di cui si vedono tante cattive incisioni. Il grande pittore ha
drappeggiato sul collo di Beatrice un lembo di panno insignificante: le ha
avvolto intorno al capo un turbante; avrebbe temuto di spingere la verità fino
all'orrore, se
avesse riprodotto con esattezza l'abito che si era fatta fare per presentarsi
all'esecuzione, e i capelli in disordine di una povera ragazza di sedici anni che
si è appena abbandonata alla disperazione. La testa è soave e bella, lo sguardo
dolcissimo e gli occhi molto grandi: hanno l'aria stupita d'una persona che sia
stata sorpresa nel momento in cui piangeva a calde lacrime. I capelli sono
biondi e molto belli. Questa testa non ha nulla della fierezza romana e della
coscienza delle proprie forze, quale si scorge spesso nello sguardo sicuro «di
una figlia del Tevere,»
come si autodefiniscono con orgoglio le Romane. Purtroppo le mezzetinte hanno
dato nel rosso mattone durante il lungo intervallo di duecentotrentotto anni, che ci separa
dalla catastrofe di cui si leggerà ora il racconto.
Il terzo
ritratto della galleria Barberini è quello di Lucrezia Petroni, matrigna di
Beatrice, che fu giustiziata con lei. È il tipo della matrona romana in tutta
la sua bellezza e fierezza naturale. I lineamenti sono grandi e la carnagione
di smagliante candore, le sopracciglia nere e assai marcate, lo sguardo è
imperioso e nello stesso tempo carico di voluttà. E un bel contrasto con la
figura così dolce, così semplice, quasi germanica della figliastra.
Il quarto
ritratto, brillante per la verità e lo splendore dei colori, è uno dei
capolavori di Tiziano; è una schiava greca che fu l'amante del famoso doge
Barbarigo.
Quasi tutti
gli stranieri che arrivano a Roma si fanno condurre, fin dall'inizio del loro
giro, alla galleria Barberini; sono attirati, soprattutto le donne, dai
ritratti di Beatrice Cenci e della sua matrigna. Ho condiviso la curiosità
comune; poi, come tutti quanti, ho cercato di ottenere visione degli atti di
quel celebre processo. Se si ha tanto credito da ottenerli, si resterà
stupefatti, io credo, leggendo quei documenti, che sono tutti in latino eccetto
le risposte degli accusati, di non trovare quasi la spiegazione degli
avvenimenti. Il fatto è che a Roma, nel 1599, nessuno li ignorava. Ho
acquistato il permesso di copiare un resoconto contemporaneo; ho creduto di
poterlo tradurre senza trasgredire nessuna regola di convenienza; perlomeno
questa traduzione poté essere letta ad alta voce davanti alle signore, nel
1823. Beninteso, il traduttore cessa di essere fedele quando non può più
esserlo: l'orrore avrebbe facilmente il sopravvento sulla semplice curiosità.
Il tristo
personaggio del don Giovanni puro (quello che non cerca di conformarsi a nessun
modello ideale, e che s'interessa all'opinione del mondo solo per oltraggiarla)
è esposto qui in tutto il suo orrore. L'atrocità dei suoi delitti costringe due
donne sventurate a farlo uccidere sotto i loro occhi; queste due donne erano
sua moglie e sua figlia, e il lettore non oserà decidere se furono colpevoli. I
loro contemporanei pensarono che non dovevano morire.
Sono
convinto che la tragedia di Galeotto Manfredi (che fu ucciso da sua moglie,
soggetto trattato dal grande poeta Monti) e tante altre tragedie familiari del
XV secolo, meno conosciute e appena ricordate nelle storie locali delle città
d'Italia, finirono con una scena simile a quella della rocca di Petrella.
Ecco la
traduzione del racconto contemporaneo; è in italiano di Roma, e fu scritto il 14 settembre
1599.
VERIDICA
STORIA
della
morte di Giacomo e Beatrice Cenci, e di Lucrezia Petroni Cenci, loro matrigna,
giustiziati per delitto di parricidio, sabato scorso il settembre 1599, sotto
il regno del nostro santo padre, papa Clemente VIII Aldobrandini.
La vita
esecrabile che sempre condusse Francesco Cenci, nato a Roma, uno dei nostri più
ricchi concittadini, ha finito per portarlo alla rovina. Ha trascinato a morte
prematura i suoi figli, giovani forti e coraggiosi, e sua figlia Beatrice, che,
sebbene portata al supplizio all'età di soli sedici anni (oggi sono passati
quattro giorni), pure era considerata una delle più belle donne degli Stati
pontifici e dell'Italia intera. Si è sparsa la voce che il signor Guido Reni,
un allievo della magnifica scuola bolognese, ha voluto fare il ritratto della
povera Beatrice, venerdì scorso, cioè la vigilia stessa dell'esecuzione. Se
questo grande pittore ha svolto il suo compito come ha fatto per gli altri
dipinti eseguiti nella capitale, i posteri potranno farsi un'idea della
bellezza di quella mirabile giovinetta. Affinché possano anche conservare il
ricordo delle sue inaudite sventure, e della forza sorprendente con cui
quest'anima veramente romana seppe combatterle, ho deciso di scrivere ciò che
ho appreso sul fatto che l'ha condotta a morte, e ciò che ho visto il giorno
della sua gloriosa tragedia.
Le persone
che mi hanno dato tali informazioni erano in posizione tale da conoscere le
circostanze più segrete, che sono ignorate a Roma ancor oggi, benché da sei
settimane non si parli d'altro che del processo dei Cenci. Scriverò con una
certa libertà, sicuro come sono di poter depositare il mio commentario in archivi rispettabili, donde
sarà tratto, certamente, solo dopo la mia morte. Il mio unico dispiacere è di
dover parlare, ma così vuole la verità, contro l'innocenza della povera
Beatrice Cenci, adorata e rispettata da tutti coloro che l'hanno conosciuta,
quanto il suo orribile padre era odiato ed esecrato.
Quest'uomo,
che, non si può negarlo, aveva ricevuto in sorte una sagacia e una bizzarria
sorprendenti, era figlio di monsignor Cenci, il quale, sotto Pio V Ghislieri,
si era innalzato alla carica di tesoriere (ministro delle finanze). Questo santo papa, tutto
preso, com'è noto, dal suo giusto odio contro l'eresia e dal rafforzamento
della sua mirabile inquisizione, ebbe solo disprezzo per l'amministrazione
temporale del suo Stato, di modo che monsignor Cenci, che fu tesoriere per
qualche anno prima del 1572, poté lasciare a quell'uomo orribile che fu suo
figlio e padre di Beatrice, una rendita netta di 160.000 piastre (circa
2.500.000 franchi del 1837).
Francesco
Cenci, oltre a questo grande patrimonio, aveva una fama di coraggio e di
prudenza che, quando era giovane, nessun altro Romano poté eguagliare; e questa
fama gli dava tanto più credito alla corte del papa e presso tutto il popolo,
in quanto le azioni criminali che cominciavano ad essergli imputate erano solo
del genere che il mondo perdona facilmente. Molti Romani ricordavano ancora,
con amaro rimpianto, la libertà di pensiero e d'azione di cui si era goduto al
tempo di Leone X, che ci fu tolto nel 1513, e di Paolo III, morto nel 1549. Si
cominciò a parlare, sotto quest'ultimo papa, del giovane Francesco Cenci a
causa di certi strani amori, portati a buon fine con mezzi ancora più strani.
Sotto Paolo
III, tempo in cui si poteva ancora parlare con una certa libertà, molti
dicevano che Francesco Cenci era avido soprattutto di stravaganze, che
potessero dargli peripezie di nuova idea, sensazioni nuove e inquietanti, essi si basano
sul fatto che, nei suoi libri contabili, sono state trovate voci come questa:
«Per le
avventure e peripezie di Toscanella, 3.500 piastre (circa 60.000 franchi del 1837) e non
fu caro.»
Forse,
nelle altre città d'Italia, si ignora che la nostra sorte e la nostra
esistenza, a Roma, cambiano secondo il carattere del papa regnante. Così, per
tredici anni, sotto il buon papa Gregorio XIII Buoncompagni, tutto era permesso
a Roma; chi voleva faceva pugnalare il suo nemico, e non era affatto
perseguito, purché si comportasse in modo da non dare nell'occhio. A
quest'eccesso d'indulgenza seguì un eccesso di severità durante i cinque anni
di regno del grande Sisto V, di cui è stato detto, come dell'imperatore
Augusto, che bisognava non venisse mai o restasse per sempre. Allora si videro
giustiziare dei disgraziati per assassinii o avvelenamenti dimenticati da dieci
anni, ma che essi avevano avuto la sfortuna di confessare al cardinal Montalto,
poi Sisto v.
Fu
soprattutto sotto Gregorio XIII che si cominciò a parlare molto di Francesco
Cenci; aveva sposato una donna ricchissima, e quale si conveniva a un signore
così accreditato; ella morì dopo avergli dato sette figli. Poco dopo la sua
morte, Cenci sposò in seconde nozze Lucrezia Petroni, di rara bellezza e
celebre soprattutto per la smagliante bianchezza della sua carnagione, ma un
po' troppo pingue, difetto comune alle nostre Romane. Da Lucrezia non ebbe
figli.
La colpa
minore che si potesse addebitare a Francesco Cenci, fu la propensione a un
amore infame; la più grande fu quella di non credere in Dio. In vita sua non fu
mai visto entrare in una chiesa.
Messo tre
volte in prigione per i suoi amori illeciti, se la cavò dando 200.000 piastre
ai favoriti dei dodici papi sotto i quali visse successivamente (200.000
piastre fanno circa 5.000.000 del 1837).
Ho visto
Francesco Cenci solo quando aveva già i capelli brizzolati, sotto il regno di
papa Buoncompagni, quando tutto era consentito a chi osava. Era un uomo alto
circa cinque piedi e quattro pollici, assai ben fatto, benché troppo magro;
aveva fama di essere estremamente forte, forse era lui stesso a far correre
questa voce; aveva gli occhi grandi ed espressivi, ma la palpebra superiore era
un po' troppo cascante; aveva il naso troppo pronunciato e troppo grosso, le
labbra sottili e un sorriso pieno di fascino. Questo sorriso diventava
terribile quando fissava lo sguardo sui suoi nemici; appena era commosso o
irritato, tremava in un modo eccessivo, tale da disturbarlo. L'ho visto quando
ero giovane, sotto il papa Buoncompagni, andare a cavallo da Roma a Napoli,
senza dubbio per qualche suo amoretto; attraversava i boschi di San Germano e
della Faggiola senza preoccuparsi affatto dei briganti, e dicevano che ci
mettesse meno di venti ore. Viaggiava sempre solo, e senza avvertire nessuno;
quando il suo primo cavallo era stanco, ne comprava o ne rubava un altro.
Appena gli facevano qualche difficoltà, non faceva nessuna difficoltà, lui, a
dare una pugnalata. Ma è anche vero che al tempo della mia giovinezza, cioè
quando egli aveva quarantotto o cinquant'anni, nessuno era abbastanza ardito da
resistergli. Il suo più grande piacere era quello di sfidare i nemici
Era molto
conosciuto su tutte le strade degli Stati di Sua Santità; pagava con
generosità, ma era anche capace, due o tre mesi dopo aver subito un affronto,
di spedire uno dei suoi sicari per uccidere la persona che l'aveva offeso.
L'unica
azione virtuosa che abbia compiuto in tutta la sua lunga vita, è stata quella
di costruire, nel cortile del suo vasto palazzo presso il Tevere, una chiesa
dedicata a san Tommaso e per giunta fu spinto a questa bella azione dallo
strano desiderio di avere sotto gli occhi le tombe di tutti i suoi figli, per i
quali nutrì un odio eccessivo e contro natura, fin dalla loro più tenera
infanzia, quando ancora non potevano averlo offeso in alcun modo.
È là che
voglio metterli tutti, diceva spesso, con un sorriso amaro, agli operai che
impiegava per costruire la sua chiesa. Mandò i tre figli più grandi, Giacomo,
Cristoíoro e Rocco, a studiare all'università di Salamanca in Spagna. Una volta
che furono in quel paese lontano, prese un gusto maligno a non rifornirli mai
di denaro, di modo che quei poveri giovani, dopo aver indirizzato al padre una
quantità di lettere, che restarono tutte senza risposta, furono ridotti alla
miserabile necessità di tornare in patria facendosi prestare piccole somme di
denaro o mendicando lungo la strada.
A Roma,
trovarono un padre più rigido e severo, più aspro che mai, che, nonostante le
sue immense ricchezze, non volle né vestirli né dar loro i soldi necessari per
acquistare i cibi più grossolani. Quegli sventurati furono costretti a
ricorrere al papa, che obbligò Francesco Cenci ad assegnar loro una piccola
pensione. Con questo modestissimo aiuto si separarono da lui.
Poco dopo,
a causa dei suoi amori illeciti, Francesco fu messo in prigione per la terza e
ultima volta; allora i tre fratelli chiesero udienza al santo padre, il papa
attualmente regnante, e lo pregarono tutti Insieme di far morire Francesco
Cenci, loro padre, che, dissero, disonorava la loro casata. Clemente VIII ne
aveva una gran voglia, ma non volle seguire il suo primo impulso, per non dar
soddisfazione a quei figli snaturati, e li cacciò con ignominia dalla sua
presenza.
Il padre,
come abbiamo detto prima, uscì di prigione dando una grossa somma di denaro a
chi poteva proteggerlo. È comprensibile che l'insolita iniziativa dei tre figli
maggiori dovesse accrescere ancora l'odio che nutriva per i suoi figli. Li
malediva ad ogni momento, grandi e piccoli, e tutti i giorni riempiva di
bastonate le sue due povere figlie, che abitavano con lui nel palazzo.
La più
grande, benché strettamente sorvegliata, si diede tanto da fare, che riuscì a
far presentare una supplica al papa; scongiurò Sua Santità di darle marito, o
di metterla in un monastero. Clemente VIII ebbe pietà delle sue sventure, e la
sposò a Carlo Gabrielli, appartenente alla più nobile famiglia di Gubbio; Sua
Santità obbligò il padre a darle una grossa dote.
A questo
colpo imprevisto, Francesco Cenci andò su tutte le furie, e per impedire che
Beatrice, diventando più grande, avesse l'idea di seguire l'esempio della
sorella, la sequestrò in un appartamento del suo immenso palazzo. Là, nessuno
ebbe il permesso di vedere Beatrice, che a quel tempo aveva appena quattordici
anni, ed era già in tutto lo splendore di una meravigliosa bellezza. Possedeva
soprattutto una gaiezza, un candore, e un senso comico che non ho mai visto in
nessun altro. Francesco Cenci le portava egli stesso da mangiare. Probabilmente
fu allora che il mostro se ne innamorò, o finse d'innamorarsene, per tormentare
la sua disgraziata figlia. Le parlava spesso del perfido tiro che la sorella
maggiore gli aveva giocato, e, andando in collera al suono delle proprie
parole, finiva col coprire di botte Beatrice.
Nel
frattempo, Rocco Cenci, suo figlio, fu ucciso da un norcino, e l'anno seguente
Cristoforo Cenci fu ucciso da Paolo Corso, di Massa. In tale occasione, egli
mostrò la sua nera empietà, perché ai funerali dei suoi figli non volle
spendere nemmeno un baiocco per i ceri. Nell'apprendere la sorte del figlio
Cristoforo, esclamò che avrebbe potuto gustare un po' di gioia solo quando
tutti i suoi figli fossero stati seppelliti, e che, quando l'ultimo fosse
morto, voleva, in segno di esultanza, dar fuoco al suo palazzo. Roma si stupì
di queste parole, ma si aspettava qualunque cosa da un tale uomo, che si
gloriava di sfidare tutti e perfino il papa.
(Qui
diventa assolutamente impossibile seguire il narratore romano nel racconto
assai oscuro delle stranezze con cui Francesco Cenci cercò di stupire i suoi
contemporanei. Sua moglie e la sua sventurata figlia furono, secondo ogni
apparenza, vittime delle sue idee abominevoli).
Tutte
queste cose non gli bastarono; tentò con le minacce, e ricorrendo alla forza,
di violentare la propria figlia Beatrice, che era già grande e bella; non si
vergognò d'infilarsi nel suo letto, completamente nudo. Passeggiava con lei
nelle sale del suo palazzo, tutto nudo; poi, la conduceva nel letto di sua
moglie, affinché alla luce delle lampade la povera Lucrezia potesse vedere ciò
che faceva con Beatrice.
Dava ad
intendere a quella povera ragazza una tremenda eresia, che oso a stento
riferire, cioè che, quando un padre conosce la propria figlia, i figli che
nascono sono necessariamente dei santi, e che tutti i più grandi santi venerati
dalla Chiesa sono nati in questo modo, vale a dire il nonno materno è stato
anche il loro padre.
Quando
Beatrice resisteva ai suoi esecrabili voleri, la picchiava crudelmente, di modo
che la povera ragazza, non potendo reggere a una vita così infelice, ebbe
l'idea di seguire l'esempio datole da sua sorella. Indirizzò al nostro santo
padre il papa una supplica molto dettagliata; ma a quanto sembra Francesco
Cenci aveva preso le sue precauzioni, perché non risulta che questa supplica
sia mai giunta nelle mani di Sua Santità; almeno è stato impossibile ritrovarla
nella segreteria dei Memoriali, quando Beatrice era in prigione e il suo difensore aveva
assoluta necessità di questo documento; avrebbe potuto provare in qualche modo
gli inauditi eccessi che furono commessi nella rocca di Petrella. Non sarebbe
stato evidente a tutti che Beatrice Cenci si era trovata costretta alla
legittima difesa? Questo memoriale parlava anche in nome di Lucrezia, matrigna
di Beatrice.
Francesco
Cenci venne a conoscenza di questo tentativo, e si può immaginare con che
collera raddoppiò i maltrattamenti contro quelle due sventurate.
La vita
divenne per loro assolutamente insopportabile, e allora, vedendo bene che non
avevano niente da sperare dalla giustizia del sovrano, i cui cortigiani erano
corrotti dai ricchi doni di Francesco, ebbero l'idea di prendere l'estrema
decisione che le ha portate alla rovina, ma che pure ha avuto il vantaggio di
por fine alle loro sofferenze in questo mondo.
Bisogna
sapere che il famoso monsignor Guerra andava spesso a palazzo Cenci; era di alta
statura, un gran bell'uomo, e aveva avuto in sorte la singolare capacità di
sapersi trar d'impaccio con un garbo tutto speciale, a qualunque cosa volesse
applicarsi. Si è supposto che amasse Beatrice e progettasse di lasciare la mantelletta e di sposarla; ma per quanto
fosse estremamente attento a celare i suoi sentimenti, era aborrito da
Francesco Cenci, che gli rimproverava d'essere stato molto legato con tutti i
suoi figli. Quando monsignor Guerra veniva a sapere che il signor Cenci era
uscito dal suo palazzo, saliva nell'appartamento delle signore e passava molte
ore a discorrere con loro e ad ascoltare le loro lagnanze contro gli
incredibili maltrattamenti cui entrambe erano esposte. Sembra che Beatrice, per
prima, osò parlare a viva voce a monsignor Guerra del progetto che avevano
formulato. Col tempo, anch'egli vi diede mano; e, sollecitato con insistenza a
varie riprese da Beatrice, consentì infine a comunicare questo strano disegno a
Giacomo Cenci, senza il cui consenso non si poteva far nulla, perché era il
fratello maggiore e il capofamiglia dopo Francesco.
Fu
facilissimo attirarlo nel complotto; era molto maltrattato da suo padre, che
non gli dava alcun aiuto, cosa tanto più grave per Giacomo in quanto era
sposato e aveva sei figli. Scelsero, per riunirsi e parlare del modo di
uccidere Francesco, l'appartamento di monsignor Guerra. L'affare fu trattato
con tutte le debite forme, e in tutto si sentì il parere della matrigna e della
ragazza. Quando infine la decisione fu presa, si scelsero due vassalli di
Francesco Cenci, che avevano concepito contro di lui un odio mortale. Uno si
chiamava Marzio; era un uomo coraggioso, molto attaccato agli sventurati figli
di Francesco, e, per far qualcosa che riuscisse loro gradito, acconsentì a
partecipare al parricidio. Olimpio, il secondo, era stato scelto come
castellano della rocca di Petrella, nel regno di Napoli, dal principe Colonna;
ma, godendo di un credito onnipotente presso il principe, Francesco Cenci
l'aveva fatto cacciare.
Si presero
tutti gli accordi con questi due; siccome Francesco Cenci aveva annunciato che,
per evitare l'aria cattiva di Roma, sarebbe andato a trascorrere l'estate
successiva nella rocca di Petrella, si pensò di riunire una dozzina di banditi
napoletani. Olimpio s'incaricò di trovarli. Si decise di farli nascondere nelle
foreste vicine alla Petrella, e di avvertirli del momento in cui Francesco
Cenci si sarebbe messo in cammino; essi l'avrebbero rapito sulla strada,
annunciando poi alla famiglia che l'avrebbero liberato dietro forte riscatto.
Allora i figli sarebbero stati obbligati a tornare a Roma per raccogliere la
somma chiesta dai briganti; avrebbero finto di non poter trovare subito tale
somma, e i briganti, come avevano minacciato, non vedendo arrivare il denaro,
avrebbero ucciso Francesco Cenci. In tal modo, nessuno sarebbe stato indotto a
sospettare i veri autori della sua morte.
Ma giunta
l'estate, quando Francesco Cenci partì da Roma per la Petrella, la spia che
doveva avvisare della sua partenza avvertì troppo tardi i banditi appostati nel
bosco, e questi non ebbero il tempo di scendere sulla strada maestra. Cenci
arrivò senza inconvenienti alla Petrella; i briganti, stanchi di aspettare una
preda incerta, andarono a rubare altrove per conto proprio.
Da parte
sua, Cenci, vecchio avveduto e sospettoso, non si azzardava mai ad uscire dalla
fortezza. E poiché il suo cattivo umore aumentava con gli acciacchi dell'età,
che gli erano insopportabili, rincarava gli atroci maltrattamenti che faceva
subire alle due povere donne. Sosteneva che esse si rallegravano della sua debolezza.
Beatrice,
spinta agli estremi dalle cose orribili che doveva sopportare, fece chiamare
sotto le mura della rocca Marzio e Olimpio. Durante la notte, mentre suo padre
dormiva, parlò con loro da una finestra bassa e buttò giù delle lettere
indirizzate a monsignor Guerra. Per mezzo di queste lettere, convennero che
monsignor Guerra avrebbe promesso a Marzio e Olimpio mille piastre se si
fossero incaricati personalmente di uccidere Francesco Cenci. Un terzo della
somma doveva esser pagato a Roma, prima del fatto, da monsignor Guerra, e gli
altri due terzi da Lucrezia e Beatrice, quando, a cose fatte, sarebbero state
padrone della cassaforte di Cenci.
Si
accordarono, inoltre, perché la cosa avesse luogo il giorno della natività
della Vergine, e a questo scopo gli uomini furono abilmente introdotti nella
fortezza. Ma Lucrezia fu trattenuta dal rispetto dovuto a una festa della
Madonna, e costrinse Beatrice a differire di un giorno, per non commettere un
doppio peccato.
Fu dunque
il 9 settembre 1598, in serata, che madre e figlia somministrarono con grande
destrezza dell'oppio a Francesco Cenci, e quell'uomo, così difficile da
ingannare, cadde in un sonno profondo.
Verso
mezzanotte, Beatrice introdusse di persona nella fortezza Marzio e Olimpio; poi
Lucrezia e Beatrice li condussero nella camera del vecchio, che dormiva
profondamente. Qui li lasciarono, perché portassero a termine ciò era stato
convenuto, e andarono ad aspettare in una camera attigua. Ad un tratto videro
tornare i due, pallidi e come fuori di sé.
«Che c'è di
nuovo?» esclamarono le donne.
«Che è una
bassezza e una vergogna,» risposero quelli, «uccidere un povero vecchio
addormentato! la pietà ci ha impedito di agire.»
Sentendo
questa scusa, Beatrice s'indignò e cominciò ad ingiuriarli, dicendo:
«Dunque,
voialtri uomini, ben preparati a quest'azione, non avete il coraggio di
uccidere uno che dorme! Tanto meno osereste guardarlo in faccia se fosse
sveglio! Ed è per questo risultato che osate prendere del denaro! Ebbene!
poiché la vostra viltà lo richiede, io stessa ucciderò mio padre; e, quanto a
voi, non vivrete a lungo!
Incoraggiati
da queste poche parole fulminanti, e temendo una diminuzione del prezzo
convenuto, gli assassini rientrarono risolutamente nella stanza, seguiti dalle
donne. Uno di essi aveva un grande chiodo che posò verticalmente sull'occhio
del vecchio addormentato; l'altro, che aveva un martello, gli fece entrare il
chiodo nella testa. Fecero entrare allo stesso modo un altro grande chiodo
nella gola, sicché quella povera anima, carica di tanti peccati recenti, fu
portata via dai diavoli; il corpo si dibatté, ma invano.
A cose
fatte, la giovane diede ad Olimpio una grossa borsa piena di denaro; diede a
Marzio un mantello di panno guarnito di un gallone d'oro, che era appartenuto a
suo padre, e li congedò.
Le donne,
rimaste sole, cominciarono col tirar via il grande chiodo infilato nella testa
del cadavere e quello che era nel collo; poi, avviluppato il corpo in un lenzuolo,
lo trascinarono attraverso una lunga serie di camere fino a una galleria che
dava su un giardinetto abbandonato. Di là, gettarono il corpo su un grande
sambuco che cresceva in quel luogo solitario. Siccome c'erano dei gabinetti
all'estremità della piccola galleria, sperarono che, quando il giorno seguente
si fosse trovato il corpo del vecchio caduto fra i rami del sambuco, si sarebbe
pensato che gli era scivolato un piede, e che era caduto andando al gabinetto.
La cosa
andò precisamente come avevano previsto. La mattina, quando il cadavere fu
scoperto, si levò un gran clamore nella rocca; esse non mancarono di gettare
alte grida, e di piangere la morte tristissima di un padre e di uno sposo. Ma
la giovane Beatrice aveva il coraggio del pudore offeso, e non la prudenza
necessaria nella vita; già al mattino, aveva dato a una donna che lavava la
biancheria nella rocca un lenzuolo macchiato di sangue, dicendole di non
stupirsi di tanto sangue, perché, tutta la notte, aveva sofferto di una grande
perdita, di modo che, per il momento, tutto andò bene.
Fu data
onorevole sepoltura a Francesco Cenci, e le donne tornarono a Roma a godere di
quella tranquillità che per tanto tempo avevano desiderato invano. Si credevano
felici per sempre, perché non sapevano cosa stava succedendo a Napoli.
La
giustizia di Dio, non volendo che un parricidio così atroce restasse impunito,
fece sì che, appena in quella capitale si seppe quanto era avvenuto nella rocca
di Petrella, il giudice principale avesse dei dubbi, e mandasse un commissario
reale per ispezionare il corpo e far arrestare i sospetti.
Il
commissario reale fece arrestare tutti quelli che abitavano nella fortezza.
Tutta quella genta fu condotta a Napoli in catene; e nulla parve sospetto nelle
deposizioni, se non che la lavandaia disse d'aver ricevuto da Beatrice un
lenzuolo o più lenzuola insanguinati. Le chiesero se Beatrice avesse cercato di
spiegare quelle grandi macchie di sangue: ella rispose che Beatrice aveva
parlato di un un'indisposizione naturale. Le domandarono se macchie di tale
grandezza potevano essere causate da un'indisposizione del genere; ella rispose
di no, le macchie sul lenzuolo erano di un rosso troppo vivo.
Si mandò
immediatamente quest'informazione alla giustizia di Roma, e tuttavia passarono molti
mesi prima che si pensasse, qui da noi, a far arrestare i figli di Francesco
Cenci. Lucrezia, Beatrice e Giacomo avrebbero potuto fuggire mille volte, sia
andando a Firenze col pretesto di qualche pellegrinaggio, sia imbarcandosi a
Civitavecchia; ma Dio negò loro questa salutare ispirazione.
Monsignor
Guerra, avvertito di ciò che avveniva a Napoli, mise subito in moto degli
uomini, incaricandoli di uccidere Marzio e Olimpio; ma solo Olimpio poté essere
ucciso a Terni. La giustizia napoletana aveva fatto arrestare Marzio, che fu
condotto a Napoli, dove all'istante confessò ogni cosa.
Questa
terribile deposizione fu mandata immediatamente alla giustizia di Roma, la
quale infine si decise a far arrestare e condurre alla prigione di Corte
Savella Giacomo e Bernardo Cenci, gli unici figli maschi sopravvissuti di
Francesco, come pure Lucrezia, la sua vedova. Beatrice rimase nel palazzo di
suo padre, custodita da una grossa squadra di sbirri. Marzio fu fatto venire da
Napoli, e chiuso anche lui nella prigione Savella; qui fu messo a confronto con
le due donne, che negarono tutto tenacemente, e Beatrice in particolare non
volle mai riconoscere il mantello gallonato che aveva donato a Marzio. Questi,
entusiasmato dalla meravigliosa bellezza e dalla stupefacente eloquenza della
giovane mentre rispondeva al giudice, negò tutto quello che aveva confessato a
Napoli. Fu messo alla tortura, non confessò nulla, e preferì morire fra i
tormenti; giusto omaggio alla bellezza di Beatrice!
Dopo la
morte di quell'uomo, siccome il delitto non era stato provato, i giudici
ritennero che non vi fossero ragioni sufficienti per mettere alla tortura né i
due figli di Cenci, né le due donne. Furono condotti tutti e quattro a Castel
Sant'Angelo, dove passarono vari mesi molto tranquillamente.
Tutto
sembrava finito, e nessuno a Roma dubitava più che quella ragazza così bella,
così coraggiosa, e che aveva suscitato un così vivo interesse, non sarebbe
stata messa ben presto in libertà, quando disgraziatamente la giustizia riuscì
ad arrestare il brigante che a Terni aveva ucciso Olimpio; condotto a Roma,
l'uomo confessò tutto.
Monsignor
Guerra, così
stranamente compromesso dalla confessione del brigante, fu invitato a comparire
nel più breve termine; la prigione era certa, e probabilmente la morte. Ma
quell'uomo straordinario, cui il destino aveva concesso il dono di saper fare
bene ogni cosa, riuscì a salvarsi in un modo che ha del miracoloso. Era
considerato il più bell'uomo della corte papale, ed era troppo conosciuto a
Roma per poter sperare di fuggire; del resto, le porte erano ben guardate, e
probabilmente fin dal momento della citazione la sua casa era stata
sorvegliata. Bisogna sapere che era molto alto, aveva il viso di perfetta
bianchezza, una bella barba bionda e splendidi capelli dello stesso colore.
Con
rapidità incredibile, corruppe un carbonaio, prese i suoi abiti, si fece rasare
la testa e la barba, si tinse il viso, comprò due asini, e si mise a battere le
strade di Roma, e a vendere carbone zoppicando. Seppe prendere, con
meravigliosa abilità, una cert'aria grossolana ed ebete, e andava gridando
dappertutto la sua mercanzia con la bocca piena di pane e cipolla, mentre
centinaia di sbirri lo cercavano non soltanto a Roma, ma anche su tutte le
strade. Infine, quando la sua faccia fu ben nota alla maggior parte degli
sbirri, osò uscire da Roma, spingendo sempre davanti a sé i due asini carichi
di carbone. Incontrò parecchi drappelli di guardie che non si sognarono di
fermarlo. Da allora, si è avuta da lui una sola lettera; sua madre gli ha
mandato del denaro a Marsiglia, e si suppone che faccia la guerra in Francia,
come soldato.
La
confessione dell'assassino di Terni e la fuga di monsignor Guerra, che suscitò
a Roma uno straordinario scalpore, rinfocolarono talmente i sospetti e anche
gli indizi contro i Cenci, che essi furono fatti uscire da Castel Sant'Angelo e
riportati nella prigione Savella.
I due
fratelli, messi alla tortura, furono ben lontani dall'imitare la grandezza
d'animo del brigante Marzio; ebbero la pusillanimità di confessare tutto. La
signora Lucrezia Petroni era così abituata alla mollezza e agli agi del gran
lusso, e del resto era di corporatura così pesante, che non poté sopportare la
tortura della corda; disse tutto ciò che sapeva.
Ma non fu
lo stesso per Beatrice Cenci, giovane donna piena di vivacità e di coraggio. Né
le buone parole né le minacce del giudice Moscati riuscirono a piegarla. Ella
sopportò il supplizio della corda senza scomporsi nemmeno per un momento, e con perfetto
coraggio. Mai il giudice poté indurla a una risposta che la compromettesse
minimamente; anzi, con la sua vivacità piena di spirito, sconcertò del tutto il
celebre Ulisse Moscati, il giudice incaricato d'interrogarla. Egli fu tanto
sorpreso dal comportamento della ragazza, che credette opportuno fare un
completo rapporto a Sua Santità Clemente VIII, felicemente regnante.
Sua Santità
volle vedere gli atti del processo e studiarlo. Temeva che il giudice Ulisse
Moscati, così celebre per la profonda dottrina e la superiore sagacia della sua
mente, fosse stato soggiogato dalla bellezza di Beatrice, e la risparmiasse
negli interrogatori. Per questa ragione Sua Santità gli tolse la direzione del
processo, e la diede a un altro giudice più severo. Infatti, questo barbaro
ebbe il coraggio di tormentare senza pietà un così bel corpo ad torturam capillorum (cioè Beatrice Cenci fu sottoposta
alla tortura d'esser sospesa per i capelli).
Mentre era
attaccata alla corda, il nuovo giudice fece comparire davanti a Beatrice la sua
matrigna e i fratelli. Appena Giacomo e la signora Lucrezia la videro:
«Il peccato
è stato commesso,» le gridarono; «bisogna fare anche la penitenza, e non
lasciarsi straziare il corpo per una vana ostinazione.»
«Dunque
volete coprire di vergogna la nostra casa,» rispose la ragazza, «e morire con
ignominia? Siete in grande errore; ma, poiché lo volete, così sia.»
E,
voltandosi verso gli sbirri:
«Staccatemi,»
disse, «e mi sia letto l'interrogatorio di mia madre, approverò quel che
dev'essere approvato, e negherò quel che dev'essere negato.»
Così fu
fatto; ella confessò tutto quel che era vero. Subito furono tolte le catene a
tutti, e siccome erano cinque mesi che non vedeva i suoi fratelli, ella volle
pranzare con loro, e tutti e quattro trascorsero una lietissima giornata.
Ma il
giorno dopo furono separati di nuovo; i due fratelli furono portati alla
prigione di Tordinona, e le donne restarono nella prigione Savella. Il nostro
santo padre, visto il documento autentico che conteneva le confessioni di
tutti, ordinò che fossero immediatamente attaccati alla coda di cavalli
selvaggi, e così messi a morte.
Tutta Roma
fremette nell'apprendere questa severa sentenza. Un gran numero di cardinali e
di principi andarono a inginocchiarsi davanti al papa, supplicandolo di permettere
a quegli sventurati di presentare la loro difesa.
«E loro,
hanno dato al vecchio padre il tempo di presentare la sua?» rispose il papa
indignato.
Infine, per
grazia speciale, concesse una dilazione di venticinque giorni. Subito i primi
avvocati di Roma si misero a scrivere per questa causa, che aveva riempito la città di pietà e
di commozione. Il venticinquesimo giorno, comparvero tutti insieme davanti a
Sua Santità. Nicolò De' Angelis parlò per primo, ma aveva appena letto due
righe della sua difesa, che Clemente VIII l'interruppe:
«A Roma,
dunque,» esclamò, «si trovano degli uomini che uccidono il proprio padre, e poi
degli avvocati che li difendono!»
Tutti
ammutolirono, quando Farinacci osò prendere la parola.
«Santissimo
Padre,» egli disse, «non siamo qui per difendere il crimine, ma per provare, se
possiamo, che uno o più di questi sventurati sono innocenti del crimine.»
Il papa gli
fece segno di parlare, ed egli parlò per tre lunghe ore, dopo di che il papa
prese le scritture di tutti e li congedò. Mentre se ne andavano, l'Altieri era
l'ultimo della fila; ebbe paura di essersi compromesso, e andò a inginocchiarsi
davanti al papa, dicendo: «Non potevo esimermi dal comparire in questa causa,
poiché sono avvocato dei poveri.» Il papa gli rispose: «Non ci meravigliamo di
voi, ma degli altri.»
Il papa non
volle andare a letto, ma passò tutta la notte a leggere le arringhe degli
avvocati, facendosi aiutare in questo lavoro del cardinale di San Marcello; Sua
Santità parve talmente commosso, che molti concepirono qualche speranza per la
vita in quegli infelici. Per salvare i figli maschi, gli avvocati gettavano
tutta la colpa su Beatrice. Siccome al processo era stato provato che parecchie
volte suo padre aveva impiegato la forza nei suoi disegni criminali, gli
avvocati speravano che l'assassinio le sarebbe stato perdonato, trovandosi in
un caso di legittima difesa; se era così, e l'autore principale del crimine
aveva salva la vita, come avrebbero potuto essere puniti con la morte i suoi
fratelli, che erano stati istigati da lei?
Dopo quella
notte dedicata ai suoi doveri di giudice, Clemente VIII ordinò che gli accusati
fossero ricondotti in prigione, e messi in segreta. Questa circostanza diede grandi
speranze a Roma, che in tutto il processo non vedeva che Beatrice. Si era
accertato che ella aveva amato monsignor Guerra, ma senza mai trasgredire le
regole della più rigida virtù: non si poteva quindi, per amore di giustizia,
imputarle i crimini di un mostro; e si voleva punirla perché aveva esercitato
il diritto di difendersi! Che si sarebbe fatto se avesse acconsentito?
Bisognava che la giustizia umana venisse ancora ad accrescere la sventura di
una creatura così amabile così degna di pietà e già così infelice? Dopo una
vita tanto triste, che aveva accumulato su di lei ogni genere di disgrazia
prima che compisse sedici anni, non aveva infine diritto a giorni meno atroci?
Tutti, a Roma, sembravano incaricati della sua difesa. Non sarebbe stata
perdonata se, la prima volta che Francesco Cenci aveva tentato il crimine, lo
avesse pugnalato?
Papa
Clemente VIII era mite e misericordioso. Cominciavamo a sperare che,
vergognandosi un po' dell'impulso che gli aveva fatto interrompere la difesa
degli avvocati, avrebbe perdonato a chi aveva respinto la forza con la forza,
non, a dire il vero, al momento del primo delitto, ma quando si tentava di
commetterlo di nuovo. Tutta Roma era in ansia quando il papa fu informato della
morte violenta della marchesa Costanza Santa Croce. Suo figlio Paolo Santa
Croce aveva ucciso a pugnalate quella dama di sessant'anni, perché non voleva
promettere di lasciargli in eredità tutti i suoi beni. Il rapporto aggiungeva
che Santa Croce si era dato alla fuga, e che non c'era speranza di arrestarlo.
Il papa si ricordò del fratricidio dei Massimi commesso poco tempo prima.
Desolato per la frequenza degli assassini commessi su parenti stretti Sua
Santità pensò che non gli fosse consentito il perdono. Quando ricevette quel
fatale rapporto su Santa Croce, il papa si trovava nel palazzo di Monte
Cavallo, il 6 settembre, per essere più vicino, la mattina dopo, alla chiesa di
Santa Maria degli Angeli, dove doveva consacrare vescovo un cardinale tedesco.
Il venerdì
alle 22 (4 della sera) fece chiamare Ferrante Taverna, governatore di Roma, e
gli disse queste precise parole:
«Vi
rimettiamo l'affare dei Cenci, affinché giustizia sia fatta per vostra cura e
senza alcun indugio.»
Il governatore tornò al suo
palazzo molto turbato dall'ordine che aveva ricevuto; stilò subito la sentenza
di morte, e riunì una congregazione per deliberare sulle modalità
dell'esecuzione.
Sabato
mattina, 11 settembre 1599, i primi signori di Roma, membri della confraternita
dei confortatori,
si recarono alle due prigioni, a Corte Savella, dov'erano Beatrice e la sua matrigna,
e a Tordinona, dove si trovavano Giacomo e Bernardo Cenci. Per tutta la notte
dal venerdì al sabato, i signori romani che avevano saputo quel che stava
accadendo non fecero altro che correre dal palazzo di Monte Cavallo a quelli
dei più autorevoli cardinali, per ottenere almeno che le donne fossero
giustiziate all'interno della prigione, e non su un infame patibolo; e che si
facesse grazia al giovane Bernardo Cenci, che, appena quindicenne, non poteva
aver partecipato a nessun complotto. Soprattutto il nobile cardinale Sforza si
è distinto per il suo zelo durante quella notte fatale, ma, benché principe
così potente, non ha potuto ottenere nulla. Il delitto di Santa Croce era un
delitto vile, commesso per denaro, mentre il crimine di Beatrice fu commesso
per salvare l'onore.
Mentre i
cardinali più potenti facevano tanti passi inutili, Farinacci, il nostro grande
giurista, ebbe l'audacia di farsi strada fino al papa; arrivato davanti a Sua
Santità, quest'uomo sorprendente fu così abile da toccare la sua coscienza, e
infine, a furia di insistere, gli strappò la vita di Bernardo Cenci.
Quando il
papa pronunciò questa grande parola, potevano essere le quattro del mattino
(del sabato 11 settembre). Tutta la notte si era lavorato, sulla piazza di
ponte Sant'Angelo, ai preparativi della crudele tragedia. Però tutte le copie
necessarie della sentenza di morte non poterono esser terminate che alle cinque
del mattino, di modo che soltanto alle sei fu dato il fatale annuncio a quei
poveri sventurati che dormivano tranquillamente.
La ragazza,
sulle prime, non riusciva nemmeno a trovare la forza di vestirsi. Gettava grida
acute e continue, e si abbandonava senza ritegno alla più atroce disperazione.
«Com'è
possibile, ah! mio Dio!» esclamava, «che così all'improvviso io debba morire?»
Lucrezia
Petroni, invece, disse solo parole molto dignitose; prima pregò in ginocchio,
poi esortò tranquillamente sua figlia a recarsi con lei nella cappella, dove
entrambe dovevano prepararsi al grande passaggio dalla vita alla morte.
Quelle
parole resero a Beatrice tutta la sua tranquillità; tanto si era mostrata
eccitata e furiosa nel primo momento, altrettanto fu calma e ragionevole non
appena la matrigna richiamò quella grande anima a se stessa. Da allora in poi,
fu uno specchio di coraggio che tutta Roma ammirò.
Chiese un
notaio per fare testamento, e ciò le fu accordato. Dispose perché il suo corpo
fosse seppellito a San Pietro in Montorio; lasciò 300.000 franchi alle Stimmatine (religiose delle Stimmate di San
Francesco); questa somma deve servire alla dote di cinquanta ragazze povere.
Tale esempio commosse la signora Lucrezia, che, anche lei, fece testamento e
ordinò che il suo corpo fosse portato a San Giorgio; lasciò 500.000 franchi in
elemosina a questa chiesa, e dispose altri pii legati.
Alle otto,
si confessarono, ascoltarono la messa, e ricevettero la santa comunione. Ma
prima di andare a messa, la signora Beatrice pensò che non fosse conveniente comparire sul patibolo,
davanti a tutto il popolo, con i ricchi abiti che portavano. Ordinò due vesti,
una per lei, l'altra per sua madre. Queste vesti furono fatte come quelle delle
monache, senza ornamenti sul petto e sulle spalle, soltanto pieghettate con
larghe maniche. La veste della matrigna era di tela di cotone nera; quella
della giovane di taffetà azzurro con una grossa corda che stringeva la cintura.
Quando
portarono i vestiti, la signora Beatrice, che era in ginocchio, si alzò e disse alla
signora Lucrezia:
«Signora
madre, l'ora della nostra passione si avvicina; sarà bene che ci prepariamo,
che mettiamo questi altri abiti, e che ci aiutiamo per l'ultima volta a
vestirci l'un l'altra.»
Sulla
piazza di ponte Sant'Angelo era stato innalzato un grande patibolo con un ceppo
e una mannaja
(specie di ghigliottina). Verso le tredici (le otto del mattino), la compagnia
della Misericordia recò il suo grande crocifisso alla porta della prigione.
Giacomo Cenci uscì per primo dalla prigione; s'inginocchiò devotamente sulla
soglia, disse le sue preghiere, e baciò le sante piaghe del crocefisso. Era
seguito da Bernardo Cenci, il suo giovane fratello, che aveva anche lui le mani
legate e una tavoletta davanti agli occhi. La folla era enorme, e vi fu un
tumulto a causa di un vaso che cadde da una finestra, quasi sulla testa di uno
dei penitenti che teneva una torcia accesa accanto allo stendardo.
Tutti
guardavano i due fratelli, quando all'improvviso si fece avanti il fiscale di
Roma, e disse:
«Signor
Bernardo, Nostro
Signore vi fa grazia della vita; sottomettetevi ad accompagnare i vostri
parenti e pregate Dio per loro.»
Subito i
suoi due confortatori gli tolsero la tavoletta che aveva davanti agli occhi. Il carnefice
stava sistemando sul carretto Giacomo Cenci, e gli aveva tolto l'abito per
poterlo attanagliare. Quando il carnefice arrivò a Bernardo, verificò la firma dell'atto
di grazia, lo slegò, e, poiché era senz'abito dovendo essere suppliziato, il
carnefice lo mise sul carretto e lo avvolse nel ricco mantello di panno
gallonato d'oro. (Si è detto che era lo stesso dato da Beatrice a Marzio dopo
l'azione nella rocca di Petrella). L'immensa folla che era in strada, alle
finestre e sui tetti, d'un tratto si commosse; si sentiva un rumore sordo e
profondo, si cominciava a dire che il ragazzo era stato graziato.
I canti dei
salmi iniziarono e la processione si avviò lentamente attraverso piazza Navona
verso la prigione Savella. Giunta che fu alla porta della prigione, lo
stendardo si fermò, le due donne uscirono, fecero l'atto di adorazione ai piedi
del crocefisso, e poi s'incamminarono a piedi l'una dopo l'altra. Erano vestite
come si è detto, la testa coperta da un gran velo di taffetà che arrivava fin
quasi alla vita.
La signora Lucrezia,
nella sua qualità di vedova, portava un velo nero, e babbucce di velluto nero
senza tacco, secondo l'usanza.
Il velo
della giovane era di taffetà azzurro, come la sua veste; aveva poi un gran velo
di drappo d'argento sulle spalle, una gonna di drappo viola, e babbucce di
velluto bianco, allacciate con eleganza e chiuse da cordoncini color cremisi.
Nell'incedere in questo costume, aveva una grazia singolare, e a tutti salivano
le lacrime agli occhi man mano che la vedevano avanzarsi lentamente nelle
ultime file della processione.
Le donne
avevano entrambe le mani libere, ma le braccia legate al corpo, di modo che
ciascuna di loro poteva portare un crocefisso; lo tenevano vicinissimo agli
occhi. Le maniche delle loro vesti erano molto larghe, lasciando scorgere le
braccia, che erano coperte da una camicia stretta ai polsi, come si usa qui.
La signora
Lucrezia, che aveva il cuore meno saldo, piangeva quasi in continuazione; la
giovane Beatrice, invece, mostrava un grande coraggio; e levando gli occhi
verso tutte le chiese davanti a cui passava la processione, s'inginocchiava per
un istante, e diceva con voce ferma: «Adoramus te, Christe!»
Nel
frattempo, il povero Giacomo Cenci veniva suppliziato sul carretto, e mostrava
molta costanza.
La
processione poté attraversare a stento la parte inferiore della piazza di ponte
Sant'Angelo, tanto grande era il numero delle carrozze e la folla del popolo.
Si condussero senza indugio le due donne nella cappella che era stata
preparata; in seguito vi si condusse Giacomo Cenci.
Il giovane
Bernardo, coperto del suo mantello gallonato, fu portato direttamente sul
patibolo; allora tutti credettero che sarebbe stato ucciso, e che non avesse
ricevuto la grazia. Il povero ragazzo ebbe una tale paura, che cadde svenuto al
secondo passo che fece sul patibolo. Lo si fece rinvenire con dell'acqua
fresca, collocandolo poi di fronte alla mannaja.
Il
carnefice andò a prendere la signora Lucrezia Petroni; le sue mani erano legate dietro la
schiena, non aveva più il velo sulle spalle. Apparve sulla piazza accompagnata
dallo stendardo, con la testa avvolta nel velo di taffetà nero; là si
riconciliò con Dio e baciò le sante piaghe. Le dissero di lasciare le babbucce
sul lastricato; poiché era molto corpulenta, fece un po' fatica a salire.
Quando fu sul patibolo e le fu tolto il velo di taffetà nero, soffrì molto
d'esser veduta con le spalle e il petto scoperti; si guardò, poi guardò la mannaja, e, in segno di rassegnazione,
alzò lentamente le spalle; le vennero le lacrime agli occhi, e disse:
«O mio
Dio!... E voi, fratelli miei. pregate per la mia anima!»
Non sapendo cosa dovesse fare,
chiese ad Alessandro, primo carnefice, come doveva comportarsi. Egli le disse
di mettersi a cavalcioni sull'asse del ceppo. Ma questo movimento le parve
offensivo per il pudore, e ci mise molto tempo a farlo. (I particolari che
seguono sono tollerabili per il pubblico italiano, che tiene a sapere ogni cosa
con la massima esattezza; al lettore francese basti sapere che il pudore della
povera donna fece sì che si ferisse al petto; il carnefice mostrò la testa al
popolo e poi l'avvolse nel velo di taffetà nero).
Mentre si
metteva in ordine la mannaja per la ragazza, un'impalcatura carica di curiosi cadde, e
molta gente restò uccisa. Così comparvero dinanzi a Dio prima di Beatrice.
Quando
Beatrice vide lo stendardo tornare verso la cappella per prenderla, disse con
vivacità:
«La mia
signora madre è davvero morta?»
Le
risposero di sì; ella si gettò in ginocchio davanti al crocefisso, e pregò con
fervore per la sua anima. Poi parlò a voce alta e a lungo al crocefisso.
«Signore,
sei ritornato per me, e io ti seguirò di buon grado, non disperando della tua
misericordia per il mio enorme peccato, ecc.»
In seguito
recitò diversi salmi e orazioni, sempre in lode di Dio. Quando infine il
carnefice le comparve davanti con una corda, disse:
«Lega
questo corpo che dev'essere castigato, e libera quest'anima che deve arrivare
all'immortalità e alla gloria eterna. »
Allora si
levò, disse le sue preghiere, lasciò le babbucce in fondo alla scala, e salita
sul patibolo passò lesta la gamba sopra l'asse, posò il collo sotto la mannaja, e si sistemò da sola alla
perfezione per evitare d'esser toccata dal carnefice. Con la rapidità dei suoi
movimenti, evitò che, nel momento in cui le fu tolto il suo velo di taffetà, il
pubblico le vedesse le spalle e il petto. Ci volle molto prima che il colpo
fosse vibrato, perché sopravvenne un inconveniente. Nel frattempo, ella
invocava ad alta voce il nome di Gesù Cristo e della santissima Vergine.
Il corpo
ebbe un grande sussulto al momento fatale. Il povero Bernardo Cenci, che era
sempre rimasto seduto sul patibolo, cadde di nuovo svenuto, e ai suoi confortatori occorse ben più di mezz'ora per
rianimarlo. Allora comparve sul patibolo Giacomo Cenci; ma anche qui bisogna
sorvolare su particolari troppo atroci. Giacomo Cenci fu mazzolato.
Bernardo fu
ricondotto subito in prigione, aveva la febbre alta, gli fu fatto un salasso.
In quanto
alle povere donne, ciascuna fu accomodata nella sua bara, e deposta a qualche
passo dal patibolo, presso la statua di san Paolo che è la prima a destra sul
ponte Sant'Angelo. Restarono lì fino alle quattro e un quarto dopo mezzogiorno.
Intorno ad ogni bara ardevano quattro candele di cera bianca.
In seguito,
con quel che restava di Giacomo Cenci, furono portate al palazzo del console di
Firenze. Alle nove e un quarto di sera, il corpo della giovane, vestito dei
suoi abiti e incoronato di fiori a profusione, fu portato a San Pietro in
Montorio. Era di
un'incantevole bellezza; sembrava che dormisse. Fu sepolta davanti all'altar
maggiore e alla Trasfigurazione di Raffaello da Urbino. Era accompagnata da cinquanta
grandi ceri accesi e da tutti i frati francescani di Roma.
Lucrezia
Petroni fu portata, alle dieci di sera, alla chiesa di San Giorgio. Durante
questa tragedia, la folla era innumerevole; fìn dove poteva spingersi lo
sguardo, si vedevano le strade piene di carrozze e di gente, le impalcature, le
finestre e i tetti coperti di curiosi. Il sole era tanto ardente quel giorno
che molte persone perdettero conoscenza. Un numero infinito prese la febbre; e
quando tutto fu terminato, alle diciannove (le due meno un quarto), e la folla
si disperse, molte persone furono soffocate, altre schiacciate dai cavalli. Il
numero dei morti tu molto considerevole.
La signora Lucrezia Petroni era piuttosto
piccola di statura, e benché avesse cinquant'anni, era ancora molto ben
portante. Aveva bellissimi lineamenti, il naso piccolo, gli occhi neri, il viso
molto bianco dal bel colorito; aveva pochi capelli ed erano castani.
Beatrice
Cenci, che ispirerà un eterno rimpianto, aveva sedici anni giusti; era piccola;
era piacevolmente grassottella e aveva delle fossette in mezzo alle guance, di
modo che, morta e incoronata di fiori, si sarebbe detto che dormisse, e anzi
che ridesse, come le accadeva spesso quando era in vita. Aveva la bocca
piccola, i capelli biondi e naturalmente ricci. Andando alla morte questi
capelli biondi e inanellati le ricadevano sugli occhi, e ciò le dava una certa
grazia e induceva alla compassione.
Giacomo
Cenci era di piccola statura, grosso, col viso bianco e la barba nera; aveva
press'a poco ventisei anni quando morì.
Bernardo
Cenci assomigliava in tutto a sua sorella, e, siccome portava i capelli lunghi
come lei, molta gente, quando comparve sul patibolo, lo scambiò per Beatrice.
Il sole era
stato così ardente, che molti spettatori di questa tragedia morirono durante la
notte, e fra loro Ubaldino Ubaldini, giovane di rara bellezza, che prima godeva
di perfetta salute. Era fratello del signor Renzi, molto conosciuto a Roma.
Così le ombre dei Cenci se ne andarono in buona compagnia.
Ieri,
martedì 14 settembre 1599, i penitenti di San Marcello, in occasione della
festa della Santa Croce usufruirono del loro privilegio per liberare dalla
prigione il signor Bernardo Cenci, che si è obbligato a pagare entro un anno
400.000 franchi alla Santissima Trinità di ponte Sisto.
(Aggiunta
di altra mano)
Da lui
discendono Francesco e Bernardo Cenci, che vivono attualmente.
Il celebre
Farinacci, che, con la sua ostinazione, salvò la vita al giovane Cenci, ha
pubblicato le sue arringhe. Dà soltanto un estratto dell'arringa n. 66, che
pronunciò davanti a Clemente VIII in favore dei Cenci. Quest'arringa, in lingua
latina, riempirebbe sei grandi pagine, e non posso inserirla qui, con mio
rincrescimento; riproduce il modo di pensare del 1599; mi sembra molto
ragionevole. Molti anni dopo il 1599, Farinacci, dando alle stampe le sue
arringhe, aggiunse una nota a quella che aveva pronunciato in favore dei Cenci:
Omnes fuerunt ultimo supplicio affecti, excepto Bernardo qui ad triremes cum
bonorum confiscatione condemnatus fuit, ac etiam ad interessendum aliorum morti
prout interfuit. La
fine di questa nota latina è commovente, ma suppongo che il lettore sia stanco
di una sì lunga storia.
LA
DUCHESSA DI PALLIANO
Palermo,
22 luglio 1838
Non sono un
naturalista, e la mia conoscenza del greco è assai mediocre; lo scopo
principale del mio viaggio in Sicilia non era quello di osservare i fenomeni
dell'Etna, né di far luce, per me o per gli altri, su tutto ciò che gli antichi
autori greci hanno detto dell'isola. Cercavo innanzi tutto il piacere degli
occhi, che è grande in questo singolare paese. Dicono che somigli all'Africa;
ma, per me, è certo che somiglia all'Italia solo per le sue divoranti passioni.
Dei Siciliani si può ben dire che la parola impossibile non esiste per loro, non appena
sono infiammati dall'amore o dall'odio, e l'odio, in questo bel paese, non
sorge mai da motivi d'interesse.
Ho notato
che in Inghilterra, e soprattutto in Francia, si parla spesso della passione
italiana, della
passione sfrenata che esisteva in Italia nei secoli XVI e XVII. Ai giorni
nostri questa bella passione è morta, definitivamente, nelle classi che hanno
subito l'influenza delle usanze francesi e delle mode di Parigi o di Londra.
Si potrebbe
osservare che, dall'epoca di Carlo V (1530), Napoli, Firenze, e anche Roma,
imitarono un po' i costumi spagnoli; ma quelle abitudini sociali così nobili
non erano forse fondate sul profondo rispetto che ogni uomo degno di questo
nome deve ai propri sentimenti? Lungi dal bandire l'energia, esse
l'accentuavano, mentre la prima regola dei fatui imitatori del duca di
Richelieu, verso il 1760, era di non sembrar commossi di nulla. La massima dei dandies inglesi,
che oggi vengono copiati a Napoli a preferenza dei damerini francesi, non è
quella di sembrare annoiati di tutto, superiori a tutto?
Sicché la passione
italiana, da un
secolo a questa parte, non esiste più nella buona società di quel paese.
Per farmi
un'idea di questa passione italiana, di cui i nostri romanzieri parlano con tanta sicurezza,
sono stato obbligato a interrogare la storia; ma la grande storia, scritta da
uomini di talento, e spesso troppo maestosa, non dice quasi nulla di questi
dettagli. Essa non si degna di annotare certe follie, a meno che siano commesse
da re o da principi. Ho dovuto ricorrere alla storia locale di ogni città; ma
sono rimasto spaventato dall'abbondanza dei materiali. Certe piccole città vi
presentano con fierezza la loro storia in tre o quattro volumi stampati in 4°,
e in sette o otto volumi manoscritti; questi, quasi indecifrabili, costellati
di abbreviazioni, con caratteri di forma strana, nei momenti più interessanti
sono pieni di modi dire dialettali, inintelligibili venti leghe più in là.
Perché in tutta questa bella Italia, dove l'amore ha disseminato tanti
avvenimenti tragici, solo in tre città, Firenze, Siena e Roma, si parla press'a
poco come si scrive; dappertutto altrove la lingua scritta è a mille miglia
dalla lingua parlata.
La
cosiddetta passione italiana, cioè la passione che cerca di soddisfarsi, e non già di dare
al vicino un'idea magnifica della nostra persona, comincia con la rinascita della
società, nel XII secolo, e si estingue, almeno nelle classi più elevate, verso
il 1734. A quell'epoca, i Borboni vengono a regnare a Napoli nella persona di
don Carlos, figlio di una Farnese, sposata, in seconde nozze, a Filippo V, il
triste nipote di Luigi XIV, così intrepido sul campo di battaglia, così
annoiato, e così appassionato di musica. È noto che per ventiquattro anni il
sublime castrato Farinelli gli cantò tutti i giorni le sue tre arie predilette,
sempre le stesse.
Uno spirito
filosofico potrebbe trovare curiosi i particolari di una passione vissuta a
Roma o a Napoli, ma confesserò che nulla mi pare più assurdo di quei romanzi
che danno nomi italiani ai loro personaggi. Non è convenuto che le passioni
mutano ogni volta che ci si avvicina di cento leghe al Nord? L'amore è forse lo
stesso a Marsiglia e a Parigi? Tutt'al più si può dire che i paesi soggetti da
lungo tempo allo stesso governo, mostrano nelle abitudini sociali una specie di
somiglianza esteriore.
I paesaggi,
come le passioni, come la musica, cambiano anch'essi appena ci si spinge di tre
o quattro gradi verso il Nord. Un paesaggio napoletano sembrerebbe assurdo a
Venezia, se non fosse cosa convenuta, anche in Italia, ammirare le bellezze
naturali di Napoli. A Parigi, facciamo di meglio: crediamo che l'aspetto delle
foreste e delle pianure coltivate sia lo stesso a Napoli e a Venezia, e
vorremmo che il Canaletto, per esempio, adoprasse assolutamente gli stessi
colori di Salvator Rosa.
Il colmo
del ridicolo non è forse una dama inglese dotata di tutte le perfezioni della
sua isola, ma considerata incapace di dipingere l'odio e l'amore di quell'isola stessa: la signora
Ann Radcliffe, che dà nomi italiani e grandi passioni ai personaggi del suo
celebre romanzo Il confessionale dei penitenti neri?
Non
cercherò affatto di abbellire la semplicità, la rudezza talora urtanti del
racconto fin troppo realistico che sottopongo all'indulgenza del lettore; per
esempio, tradurrò esattamente la risposta della duchessa di Palliano alla
dichiarazione d'amore di suo cugino Marcello Capece. Questa monografia della
famiglia si trova, non so perché, alla fine del secondo volume di una storia
manoscritta di Palermo, sulla quale non posso dare nessuna precisazione.
Il racconto,
che ho molto abbreviato, a malincuore (ho soppresso una quantità di particolari
caratteristici), comprende le ultime vicende della disgraziata famiglia Carafa,
più che la storia avvincente di una sola passione. La vanità letteraria mi dice
che forse non mi sarebbe stato impossibile accrescere l'interesse di varie
situazioni, sviluppando di più, cioè indovinando e raccontando al lettore, nei
particolari, i sentimenti dei personaggi. Ma io, giovane Francese, nato a nord
di Parigi, sono ben certo d'indovinare ciò che sentivano quelle anime italiane
dell'anno 1559? Tutt'al più posso sperare d'indovinare quel che può apparire
elegante e piccante ai lettori francesi del 1838.
Questo modo
appassionato di sentire che regnava in Italia verso il 1559 voleva azioni e non
parole. Si troveranno quindi pochissimi dialoghi nei racconti che seguono. È
uno svantaggio per questa traduzione, abituati come siamo alle lunghe
conversazioni dei nostri personaggi romanzeschi; per loro una conversazione è
una battaglia. La storia per cui reclamo tutta l'indulgenza del lettore mostra
una singolare particolarità introdotta dagli Spagnoli nei costumi italiani.
Non sono
mai uscito dal mio ruolo di traduttore. Il calco fedele dei modi di sentire del
XVI secolo, e anche dei modi di raccontare dello storico che, secondo ogni
apparenza, era un gentiluomo appartenente al seguito della sventurata duchessa
di Palliano, rappresenta, a mio avviso, il pregio principale di questa storia
tragica, se mai essa ne ha uno.
La più
rigida etichetta spagnola regnava alla corte del duca di Palliano. Notate che
ogni cardinale, ogni principe romano aveva una corte simile, e potrete farvi
un'idea dello spettacolo che presentava nel 1559 l'alta società della città di
Roma. Non dimenticate che era il tempo in cui il re Filippo II avendo bisogno
per un suo intrigo del suffragio di due cardinali, diede a ciascuno di essi
200.000 franchi di rendita in benefici ecclesiastici. Roma, benché priva di un
esercito temibile, era la capitale del mondo. Parigi, nel 1559, era una città
di barbari abbastanza inciviliti.
TRADUZIONE
FEDELE DI UNA VECCHIA CRONACA SCRITTA VERSO IL 1566
Giampietro
Carafa, sebbene appartenente a una delle più nobili famiglie del regno di Napoli,
era di modi aspri, rudi, violenti e in tutto degni di un pecoraio. Prese l'abito
lungo (talare) e
in giovane età se ne andò a Roma, dove godette del favore di suo cugino
Oliviero Carafa, cardinale e arcivescovo di Napoli. Alessandro VI, quel grand'uomo,
che sapeva tutto e poteva tutto, lo fece suo cameriere (press'a poco quel che noi
chiameremmo, nel linguaggio attuale, un ufficiale d'ordinanza). Giulio II lo
nominò arcivescovo di Chieti; papa Paolo lo fece cardinale, e infine, il 23
maggio 1555, dopo contese e dispute tremende fra i cardinali rinchiusi in
conclave, fu creato papa col nome di Paolo IV: aveva allora settantotto anni.
Gli stessi che l'avevano appena chiamato al trono di san Pietro fremettero ben
presto, pensando alla durezza e alla fede indomita, inesorabile, del padrone
che si erano dati.
La notizia
di questa elezione inattesa rivoluzionò Napoli e Palermo. In pochi giorni Roma
vide arrivare un gran numero di membri dell'illustre famiglia Carafa. Tutti
furono sistemati; ma, com'è naturale, il papa favorì in modo particolare i suoi
tre nipoti, figli del conte di Montorio, suo fratello.
Don Juan,
il primogenito, già sposato, fu fatto duca di Palliano. Questo ducato,
strappato a Marcantonio Colonna, cui apparteneva, comprendeva molti villaggi e
cittadine. Don Carlos, il secondo dei nipoti di Sua Santità, era cavaliere di
Malta e aveva fatto la guerra; fu creato cardinale, legato di Bologna e primo
ministro. Era un uomo molto risoluto fedele alle tradizioni della sua famiglia,
osò odiare il re più potente del mondo (Filippo II, re di Spagna e delle
Indie), e gli diede prova del suo odio. In quanto al terzo nipote del nuovo
papa, don Antonio Carata, siccome era sposato, il papa lo fece marchese di
Montebello. Infine, volle dare in moglie a Francesco, delfino di Francia e
figlio del re Enrico II una figlia avuta da suo fratello in seconde nozze;
Paolo IV pretendeva di assegnarle in dote il regno di Napoli. togliendolo a
Filippo II, re di Spagna. La famiglia Carafa odiava quel potente sovrano, il
quale, approfittando dei suoi errori, riuscì a sterminarla, come vedrete.
Da quando
era salito al trono di san Pietro, il più potente del mondo, che a quell'epoca
eclissava perfino l'illustre monarca della Spagna, Paolo IV, come si è visto
poi anche nella maggior parte dei suoi successori, dava l'esempio di tutte le
virtù. Fu un gran papa e un gran santo; si sforzò di riformare gli abusi nella
Chiesa e di evitare in tal modo il concilio generale, che da ogni parte veniva
richiesto alla corte di Roma, e che una saggia politica non consentiva di
accordare.
Secondo
l'usanza di quel tempo oggi troppo dimenticato, che non permetteva a un sovrano
di fidarsi di gente che poteva avere interessi diversi dai suoi, gli Stati di
Sua Santità erano governati dispoticamente dai suoi tre nipoti. Il cardinale
era primo ministro e disponeva delle volontà dello zio; il duca di Palliano era
stato creato generale delle truppe della Santa Chiesa, e il marchese di
Montebello, capitano delle guardie di palazzo, vi lasciava entrare solo le
persone a lui gradite. Ben presto quei giovani commisero i maggiori eccessi;
cominciarono con l'appropriarsi dei beni delle famiglie contrarie al loro
governo. Le popolazioni non sapevano a chi ricorrere per ottenere giustizia.
Non solo dovevano temere per i loro beni, ma, orribile a dirsi nella patria
della casta Lucrezia, l'onore delle loro mogli e delle loro figlie non era al
sicuro. Il duca di Palliano e i suoi fratelli rapivano le donne più belle;
bastava che avessero la disgrazia di piacere a quei signori. Si vide, con
stupore, che non avevano alcun riguardo per la nobiltà del sangue, e, peggio
ancora, la sacra clausura dei santi monasteri non era affatto un ostacolo per
loro. Le popolazioni, ridotte alla disperazione, non sapevano a chi far
giungere le loro lagnanze, tanto grande era il terrore che i tre fratelli
avevano ispirato a tutti quelli che si avvicinavano al papa; erano insolenti
perfino con gli ambasciatori.
Il duca
aveva sposato, prima dell'elezione di suo zio, Violante di Cardona, di una
famiglia originaria della Spagna, e che, a Napoli, apparteneva alla più alta
nobiltà.
Essa era
iscritta al Seggio di nido.
Violante,
celebre per la sua rara bellezza e per le grazie che sapeva sfoderare quando
voleva piacere, lo era ancora di più per il suo orgoglio insensato. Ma, ad
esser giusti, sarebbe stato difficile avere un carattere più forte, come
dimostrò bene al mondo non rivelando nulla, prima di morire, al frate
cappuccino che la confessò. Sapeva a memoria e recitava con grazia infinita il
meraviglioso Orlando di messer Ariosto, la maggior parte dei sonetti del divino Petrarca, le novelle
del Pecorone,
ecc., ecc. Ma era ancor più seducente quando degnava intrattenere gli
interlocutori con le idee singolari che il suo spirito le suggeriva.
Ebbe un
figlio che fu chiamato il duca di Cavi. Suo fratello, don Ferrante, conte
d'Alife, andò a Roma, attratto dalla fortunata carriera dei suoi cognati.
Il duca di
Palliano teneva una corte splendida; i giovani delle prime famiglie di Napoli
si disputavano l'onore di farne parte. Fra quelli che gli erano più cari, Roma
assegnò un posto particolare, con la sua ammirazione, a Marcello Capece (del Seggio
di nido), giovane
cavaliere celebre a Napoli per il suo spirito, nonché per la divina bellezza che
aveva ricevuto dal cielo.
La duchessa
aveva come favorita Diana Brancaccio, che a quel tempo era sui trent'anni,
parente prossima della marchesa di Montebello, sua cognata. A Roma si diceva
che, davanti a questa favorita, non aveva più orgoglio; le confidava tutti i
suoi segreti. Ma tali segreti riguardavano solo la politica; la duchessa
suscitava molte passioni, ma non ne condivideva nessuna.
Seguendo i
consigli del cardinal Carafa, il papa fece la guerra al re di Spagna, e il re
di Francia mandò in soccorso del papa un esercito comandato dal duca di Guisa.
Ma dobbiamo
attenerci agli avvenimenti interni della corte del duca di Palliano.
Da molto
tempo Capece sembrava impazzito; lo si vedeva commettere le azioni più
stravaganti; il fatto è che il povero giovane si era appassionatamente
innamorato della duchessa sua signora, ma non osava dichiararsi a lei. Però non disperava del
tutto di ottenere il suo scopo, vedeva la duchessa profondamente irritata
contro un marito che la trascurava. Il duca di Palliano era onnipotente a Roma,
e la duchessa sapeva, senza alcun dubbio, che quasi tutti i giorni le dame
romane più celebri per la loro bellezza andavano a trovare suo marito nel suo
stesso palazzo, ed era un affronto cui ella non poteva abituarsi.
Fra i cappellani
del santo papa Paolo IV c'era un degno religioso con cui egli recitava il
breviario. Questo personaggio, a rischio di rovinarsi, e forse spinto
dall'ambasciatore di Spagna, un giorno osò rivelare al papa tutte le
scelleratezze dei suoi nipoti. Il santo pontefice si ammalò dal dispiacere;
volle dubitare; ma prove schiaccianti gli arrivavano da ogni parte. Il primo
giorno dell'anno 1559 ebbe luogo l'avvenimento che confermò il papa in tutti i
suoi sospetti, e forse fece decidere Sua Santità. Proprio il giorno della
Circoncisione di Nostro Signore, circostanza che aggravò di molto la colpa agli
occhi di un sovrano così pio, Andrea Lanfranchi, segretario del duca di
Palliano, diede una magnifica cena in onore del cardinal Carafa, e volendo che
oltre agli stimoli della gola non mancassero quelli della lussuria, fece venire
a cena la Martuccia, una delle più belle, delle più celebri e ricche cortigiane della
nobile città di Roma. Fatalità volle che Capece, il favorito del duca, lo
stesso che in segreto era innamorato della duchessa, e che era ritenuto il più
bell'uomo della capitale del mondo, da qualche tempo avesse una relazione con
la Martuccia.
Quella sera, la cercò in tutti i luoghi dove poteva sperare d'incontrarla. Non
trovandola da nessuna parte, e avendo appreso che in casa Lanfranchi si teneva
una cena, ebbe il sospetto di quanto stava avvenendo, e verso mezzanotte si
presentò da Lanfranchi, accompagnato da molti uomini armati.
La porta
gli fu aperta, fu invitato a sedersi e a partecipare al festino, ma dopo
qualche parola assai sforzata, egli fece segno alla Martuccia di alzarsi e di uscire con lui.
Mentre ella esitava tutta confusa, prevedendo quel che sarebbe accaduto, Capece
si alzò dal suo posto, e avvicinandosi alla giovane la prese per mano, cercando
di trascinarla con sé. Il cardinale, in onore del quale la donna era venuta, si
oppose vivamente alla sua partenza; Capece insisté cercando di trascinarla
fuori dalla sala.
Il
cardinale primo ministro, che quella sera portava un abito tutto diverso da
quello conforme alla sua alta dignità, pose mano alla spada, e si oppose col
vigore e il coraggio che tutta Roma gli conosceva alla partenza della giovane.
Marcello, ebbro di collera, fece entrare i suoi uomini, ma erano in maggioranza
Napoletani, e quando riconobbero prima il segretario del duca e poi il
cardinale, che il singolare abito aveva loro nascosto sulle prime,
rinfoderarono le spade, non vollero battersi, e s'interposero per appianare il
litigio.
Durante
questo tumulto, Martuccia, che era circondata e che Marcello Capece tratteneva con
la sinistra, fu abbastanza svelta da svignarsela. Appena Marcello si avvide
della sua assenza, le corse appresso, e tutti i suoi lo seguirono.
Ma
l'oscurità della notte autorizzava i racconti più strani, e la mattina del 2
gennaio nella capitale dilagarono le voci sul rischioso combattimento che
avrebbe avuto luogo, si diceva, fra il cardinal nipote e Marcello Capece. Il
duca di Palliano, comandante supremo dell'esercito della Chiesa, credette la
faccenda assai più grave di quanto non fosse, e, poiché non era in buoni
rapporti con suo fratello il ministro, la notte stessa fece arrestare
Lanfranchi, e il giorno dopo, di buonora, anche Marcello fu messo in prigione.
Poi ci si accorse che nessuno aveva perduto la vita, e che quegli arresti non
facevano che aumentare lo scandalo, a tutto danno del cardinale. Ci si affrettò
a rilasciare i prigionieri, e l'immenso potere dei tre fratelli si concentrò
per cercar di mettere a tacere la faccenda. Dapprima sperarono di riuscirvi;
ma, il terzo giorno, tutta la storia arrivò alle orecchie del papa. Egli fece
chiamare i due nipoti, e parlò loro come poteva farlo un principe tanto pio e
così profondamente offeso.
Il quinto
giorno di gennaio, in cui un gran numero di cardinali si riuniva nella
congregazione del Sant'Uffizio, il santo papa parlò per primo di quell'orribile
faccenda; domandò ai cardinali presenti come mai avevano osato non portarla a
sua conoscenza:
«Voi
tacete! eppure lo scandalo riguarda la dignità sublime di cui siete rivestiti!
Il cardinal Carafa ha osato mostrarsi sulla pubblica via vestito di un abito
secolare e con la spada sguainata in mano. E a quale scopo? Per impadronirsi di
un'infame cortigiana?»
Ci si può
immaginare il silenzio di morte che regnava fra tutti i cortigiani durante
quest'invettiva contro il primo ministro. Era un vegliardo di ottant'anni che
si adirava contro un nipote prediletto, fino allora arbitro di tutte le sue
volontà. Nella sua indignazione il papa parlò di togliere al nipote il cappello
cardinalizio.
La collera
del papa fu fomentata dall'ambasciatore del granduca di Toscana, che andò a
lagnarsi con lui di una recente insolenza del cardinale primo ministro. Questo
cardinale, così potente fino allora, si presentò da Sua Santità per il solito
lavoro. Il papa lo lasciò quattro ore di fila in anticamera, ad aspettare sotto
gli occhi di tutti, poi lo mandò via senza volerlo ammettere all'udienza.
Figurarsi come ne soffrì lo smoderato orgoglio del ministro. Il cardinale era
irritato, ma non sottomesso; pensava che un vecchio prostrato dall'età,
dominato per tutta la vita dall'amore che portava alla famiglia, e che infine
era poco abituato a sbrigare gli affari temporali, sarebbe stato obbligato a
ricorrere alle sue prestazioni. La virtù del santo papa ebbe la meglio, egli
convocò i cardinali e, dopo averli guardati a lungo senza parlare, alla fine
scoppiò in lacrime e non esitò a fare una specie di ammenda onorevole:
«La
debolezza dell'età,» disse loro, «e le cure che rivolgo alle cose della
religione, nelle quali, come sapete, intendo distruggere tutti gli abusi, mi
hanno indotto ad affidare la mia autorità temporale ai miei tre nipoti; ne
hanno abusato ed io li scaccio per sempre.»
In seguito
fu data lettura di un breve per cui i nipoti erano spogliati di tutte le loro
dignità, e confinati in miserabili villaggi. Il cardinale primo ministro fu
esiliato a Civita Lavinia, il duca di Palliano a Soriano, e il marchese a
Montebello; con questo breve, il duca era privato dei suoi emolumenti, che
ammontavano a 72.000 piastre (più di un milione del 1838).
Non era
possibile disobbedire a questi ordini severi: i Carafa avevano per nemico e
sorvegliante tutto quanto il popolo di Roma, che li detestava.
Il duca di
Palliano, seguito dal conte d'Alife, suo cognato, e da Leonardo del Cardine,
andò a stabilirsi nel piccolo villaggio di Soriano, mentre la duchessa e sua
suocera andarono ad abitare a Gallese, misera borgata a due leghe appena da
Soriano.
Queste
località sono amene; ma si trattava di un esilio, ed essi si trovavano cacciati
via da Roma dove fino allora avevano regnato con arroganza.
Marcello
Capece aveva seguito la sua signora con gli altri cortigiani nel povero villaggio dov'era stata
esiliata. Invece di ricevere gli omaggi di tutta Roma, questa donna, così
potente pochi giorni prima, e che godeva del proprio rango con tutta
l'esaltazione dell'orgoglio, ormai si vedeva circondata soltanto da semplici
contadini, il cui stesso stupore le rammentava la sua caduta. Non aveva alcuna
consolazione; suo zio era così vecchio che probabilmente sarebbe stato sorpreso
dalla morte prima di richiamare i nipoti, e per colmo di disgrazia i tre
fratelli si detestavano fra loro. Si arrivava perfino a dire che il duca e il
marchese, che non condividevano affatto le focose passioni del cardinale,
spaventati dai suoi eccessi, fossero arrivati al punto di denunciarlo al papa
loro zio.
In mezzo
all'orrore di questa profonda disgrazia, accadde un fatto che, per sfortuna
della duchessa e dello stesso Capece, dimostrò bene che, a Roma, non era stata
una vera passione a spingerlo dietro alla Martuccia.
Un giorno
che la duchessa l'aveva fatto chiamare per dargli un ordine, si trovò solo con
lei, cosa che non succedeva forse neppure due volte in un anno. Quando vide che
non c'era nessuno nella sala dove la duchessa lo riceveva, Capece restò
immobile e silenzioso. Andò verso la porta per vedere se c'era qualcuno che
potesse ascoltarli nella stanza vicina, poi ardì parlare così:
«Signora,
non v'inquietate e non andate in collera per le parole insolite che avrò la
temerità di pronunciare. Da molto tempo vi amo più della vita. Se, con troppa
imprudenza, ho osato contemplare da innamorato le vostre divine bellezze non
dovete darne la colpa a me, bensì alla forza soprannaturale che mi spinge e mi
agita. Sono alla tortura, brucio; non chiedo ristoro dalla fiamma che mi
consuma, ma soltanto che la vostra generosità abbia pietà d'un servitore pieno
di deferenza e di umiltà.»
La duchessa
parve sorpresa e soprattutto irritata:
«Marcello,
che cosa mai hai visto in me,» gli disse, «che ti dia l'ardire di chiedermi
amore? Forse che la mia vita, la mia conversazione si sono talmente allontanate
dalle regole della decenza, che tu abbia potuto sentirti autorizzato a simile
sfrontatezza? Come hai potuto avere la temerità di credere ch'io potessi darmi
a te o a chiunque altro, eccettuato il mio sposo e signore? Ti perdono quel che
mi hai detto, perché penso che tu sia fuor di senno; ma guardati bene dal
ricadere in un simile errore, o ti giuro che ti farò punire insieme per la
prima e per la seconda insolenza.»
La duchessa
si allontanò, presa dalla collera, e in effetti Capece era venuto meno alle
leggi della prudenza; bisognava lasciar indovinare, e non parlare. Egli restò
sconcertato, temendo molto che la duchessa raccontasse la cosa a suo marito.
Ma il
seguito fu ben diverso da quel che temeva. Nell'isolamento di quel villaggio,
la fiera duchessa di Palliano non poté impedirsi di confidare quel che Capece
aveva osato dirle alla sua dama d'onore prediletta, Diana Brancaccio. Era una
donna di trent'anni, divorata da ardenti passioni. Aveva i capelli rossi (lo
storico torna parecchie volte su questa circostanza, che gli sembra spiegare
tutte le follie di Diana Brancaccio). Amava con furore Domiziano Fornari,
gentiluomo al seguito del marchese di Montebello. Voleva prenderlo per marito;
ma il marchese e sua moglie, al quali aveva l'onore d'esser legata da vincoli
di sangue, avrebbero mai consentito a vederla sposare un uomo attualmente al
loro servizio? Quest'ostacolo era insormontabile, almeno in apparenza.
Non c'era
che una probabilità di successo: ottenere una valida protezione da parte del
duca di Palliano, fratello maggiore del marchese, e Diana non era priva di
speranze a tale proposito. Il duca la trattava da parente più che da domestica.
Era un uomo dotato di un certa semplicità di cuore e di una certa bontà, e
teneva infinitamente meno dei suoi fratelli alle regole dell'etichetta. Benché
il duca approfittasse come un giovanotto di tutti i privilegi della sua alta
posizione, e non fosse per nulla fedele alla moglie, tuttavia la amava
teneramente, e, stando alle apparenze, non avrebbe potuto rifiutarle una grazia
se ella gliel'avesse chiesta con una certa insistenza.
La
confessione che Capece aveva osato fare alla duchessa parve una fortuna
inaspettata alla tenebrosa Diana. La sua padrona era stata fino allora di una
virtù esasperante; ma se poteva provare una passione, se commetteva un errore,
in ogni momento avrebbe avuto bisogno di Diana, e questa avrebbe potuto sperare
tutto da una donna di cui conoscesse i segreti.
Invece di
ricordare alla duchessa innanzi tutto ciò che doveva a se stessa, e poi i
pericoli tremendi cui si sarebbe esposta in mezzo a cortigiani così perspicaci,
Diana, trascinata dalla foga della propria passione, parlò alla sua signora di
Marcello Capece, come parlava a se stessa di Domiziano Fornari. Nei lunghi
colloqui di quell'isolamento, ella trovava modo, ogni giorno, di rammentare
alla duchessa le grazie e la bellezza di quel povero Marcello che sembrava così
triste; apparteneva, come la duchessa, alle prime famiglie di Napoli, le sue
maniere erano nobili come il suo sangue, e gli mancavano solo le ricchezze, che
un capriccio della fortuna avrebbe potuto dargli da un giorno all'altro, per
essere in tutto eguale alla donna che osava amare.
Diana si
accorse con gioia che il primo effetto di questi discorsi era quello di
raddoppiare la fiducia che la duchessa le accordava.
Non mancò
di informare Marcello Capece di quanto avveniva. Durante il caldo torrido di
quell'estate, la duchessa passeggiava spesso nei boschi che circondano Gallese.
Al cadere del sole, si recava ad attendere la brezza di mare sulle ridenti
colline che s'innalzano in mezzo a quei boschi, dalla cui sommità si scorge il
mare a meno di due leghe di distanza.
Senza
contravvenire alle rigide leggi dell'etichetta, Marcello poteva ben trovarsi in
quei boschi: dicono che vi si nascondesse, e avesse cura di mostrarsi agli
sguardi della duchessa solo quando era ben disposta dai discorsi di Diana
Brancaccio. Questa faceva un segnale a Marcello.
Diana,
vedendo che la sua padrona stava per dare ascolto alla fatale passione che lei
stessa aveva suscitato nel suo cuore, cedette da parte sua all'amore violento
ispiratole da Domiziano Fornari. Ormai si credeva sicura di poterlo sposare. Ma
Domiziano era un giovane saggio, di carattere freddo e riservato; gli impeti
della sua focosa amante, anziché farlo attaccare di più, gli sembrarono ben
presto sgradevoli. Diana Brancaccio era parente prossima dei Carafa; egli era
sicuro che l'avrebbero pugnalato, alla minima voce che fosse giunta sui suoi
amori al terribile cardinal Carafa, che, sebbene fratello minore del duca di
Palliano, era, in realtà, il vero capo della famiglia.
La duchessa
aveva ceduto da qualche tempo alla passione di Capece, quando un bel giorno
Domiziano Fornari non fu più ritrovato nel villaggio dov'era relegata la corte
del marchese di Montebello. Era scomparso: si seppe più tardi che s'era
imbarcato nel piccolo porto di Nettuno; senza dubbio aveva cambiato nome, e da
allora non si ebbero più sue notizie.
Chi
potrebbe descrivere la disperazione di Diana? Dopo aver ascoltato con bontà i
suoi lamenti contro il destino, un giorno la duchessa di Palliano le lasciò
capire che quest'argomento le sembrava esaurito. Diana si vedeva disprezzata
dal suo amante, il suo cuore era in preda alle più crudeli sofferenze, e trasse
la più strana conclusione da quel momento di noia che la duchessa aveva provato
ascoltando il ripetersi dei suoi lamenti. Diana si persuase che proprio la
duchessa avesse obbligato Domiziano Fornari a lasciarla per sempre, e in più
gli avesse fornito i mezzi per il viaggio. Questa folle idea era fondata solo
su qualche lieve rimprovero che un tempo la duchessa le aveva rivolto. Il
sospetto fu ben presto seguito dalla vendetta. Ella chiese un'udienza al duca e
gli raccontò tutto quel che avveniva tra sua moglie e Marcello. Il duca rifiutò
di prestarvi fede. «Pensate,» le disse, «che da quindici anni non ho avuto il
minimo rimprovero da fare alla duchessa, ella ha resistito alle lusinghe della
corte e alle attrattive della brillante posizione che avevamo a Roma; i
principi più amabili, e il duca di Guisa in persona, generale dell'esercito
francese, hanno perso il loro tempo con lei, e volete che ceda a un semplice
scudiero?»
Disgrazia
volle che, siccome il duca si annoiava molto a Soriano, il villaggio in cui era
relegato, ad appena due leghe da quello dove abitava sua moglie, Diana potesse
ottenere da lui un gran numero di udienze, senza che la duchessa ne venisse a
conoscenza. Diana aveva un talento straordinario; la passione la rendeva
eloquente. Diede al duca una quantità di dettagli; la vendetta era diventata il
suo unico piacere. Gli ripeteva che, quasi tutte le sere, Capece s'introduceva
in camera della duchessa verso le undici, e non ne usciva che alle due o alle
tre del mattino. Questi discorsi sulle prime fecero così poca impressione al
duca, che non volle darsi la pena di percorrere due leghe a mezzanotte per
andare a Gallese, ed entrare di sorpresa in camera di sua moglie.
Ma una sera
che si trovava a Gallese, e il sole era tramontato ma faceva ancora chiaro,
Diana entrò tutta scarmigliata nel salone dov'era il duca. Tutti si
allontanarono; ella gli disse che Marcello Capece era appena entrato nella
stanza della duchessa. Il duca, certo maldisposto in quel momento, prese il
pugnale e corse alla camera di sua moglie, dove entrò per una porta segreta. Vi
trovò Marcello Capece. In verità, i due amanti cambiarono colore vedendolo
entrare; ma, per il resto, non c'era nulla di reprensibile nella posizione in
cui si trovavano. La duchessa era nel suo letto, occupata ad annotare una
piccola spesa che aveva fatto; una cameriera era nella stanza; Marcello stava
in piedi a tre passi dal letto.
Il duca
furibondo afferrò Marcello alla gola, lo trascinò in un gabinetto vicino, e gli
ordinò di gettare in terra la daga e il pugnale di cui era armato. Dopodiché
chiamò alcuni uomini della sua guardia, da cui Marcello fu immediatamente
condotto nelle prigioni di Soriano.
La duchessa
fu lasciata nel suo palazzo, ma sotto stretta sorveglianza.
Il duca non
era crudele; a quanto sembra ebbe l'idea di nascondere l'ignominiosa faccenda,
per non essere obbligato a prendere le misure estreme che l'onore esigeva da
lui. Volle far credere che Marcello era trattenuto in carcere per tutt'altro
motivo, e prendendo pretesto da certi enormi rospi che Marcello aveva comprato
a caro prezzo due o tre mesi prima, fece dire che il giovane aveva tentato di
avvelenarlo. Ma il vero delitto era troppo ben conosciuto, e il cardinale, suo
fratello, gli fece chiedere quando avrebbe lavato nel sangue dei colpevoli l'affronto
che si era osato fare alla loro famiglia.
Il duca
chiamò al suo fianco il conte d'Alife, fratello di sua moglie, e Antonio
Torando, amico di casa. Tutti e tre, formando una specie di tribunale,
sottoposero a giudizio Marcello Capece, accusato di adulterio con la duchessa.
L'instabilità
delle cose umane volle che il papa Pio IV, succeduto a Paolo IV, appartenesse
alla fazione spagnola. Non poteva rifiutare nulla al re Filippo II, che esigeva
da lui la morte del cardinale e del duca di Palliano. I due fratelli furono
accusati davanti ai tribunali del paese, e le minute del processo che dovettero
subire ci informano su tutte le circostanze della morte di Marcello Capece.
Uno dei
numerosi testimoni ascoltati depone in questi termini:
«Eravamo a
Soriano; il duca, mio signore, ebbe un lungo colloquio con il conte d'Alife...
La sera, molto tardi, scendemmo in un magazzino a pianterreno, dove il duca
aveva fatto preparare le corde necessarie per mettere alla tortura il
colpevole. Eravamo il duca, il conte d'Alife, messer Antonio Torando ed io.»
Il primo
testimonio citato fu il capitano Camillo Grifone, amico intimo e confidente di
Capece. Il duca gli parlò così:
«Dì la
verità, amico mio. Che cosa sai di quel che Marcello ha fatto nella camera
della duchessa?»
«Non so
nulla; da più di venti giorni sono in urto con Marcello.»
Siccome si
ostinava a non dire altro, il signor duca chiamò da fuori alcune delle sue
guardie. Grifone fu legato alla corda dal podestà di Soriano. Le guardie tirarono
le corde, e, in tal modo, sollevarono il colpevole a quattro dita da terra.
Dopo che il capitano fu rimasto così appeso per un buon quarto d'ora, disse:
«Calatemi
giù, dirò quello che so.»
Quando fu
rimesso a terra, le guardie si allontanarono e restammo soli con lui.
«È vero che
parecchie volte ho accompagnato Marcello fino alla camera della duchessa,»
disse il capitano, «ma non so niente di più, perché lo aspettavo in un cortile
lì accanto fin verso l'una del mattino.»
Subito
furono richiamate le guardie, che, per ordine del duca, lo sollevarono di
nuovo, in modo che i suoi piedi non toccavano terra. Ben presto il capitano
esclamò:
«Calatemi
giù; voglio dire la verità. È vero,» continuò,«che, da vari mesi, mi sono
accorto che Marcello fa l'amore con la duchessa, e volevo avvertire Vostra
Eccellenza o don Leonardo. La duchessa mandava tutte le mattina a chieder
notizie di Marcello; gli faceva avere dei regalini, e, fra l'altro, delle
confetture preparate con molta cura e assai costose; ho veduto a Marcello delle
catenine d'oro di mirabile fattura, che aveva ricevuto, evidentemente, dalla
duchessa.»
Dopo questa
deposizione, il capitano fu rispedito in prigione. Si fece entrare il portiere
della duchessa, che disse di non sapere nulla; fu legato alla corda, e
sollevato in aria. Dopo una mezz'ora, disse:
«Calatemi
giù, dirò quello che so.»
Una volta a
terra, sostenne di non sapere niente; fu sollevato di nuovo. Dopo una mezz'ora
lo rimisero giù; spiegò che solo da poco tempo era addetto al servizio
particolare della duchessa. Poiché era possibile che quell'uomo non sapesse
nulla, fu rimandato in prigione. Tutte queste faccende avevano preso molto
tempo a causa delle guardie che venivano fatte uscire ogni volta. Si voleva che
le guardie credessero che si trattava di un tentativo di avvelenamento col
veleno estratto dai rospi.
La notte
era già molto inoltrata quando il duca fece venire Marcello Capece. Uscite le
guardie, e la porta debitamente chiusa a chiave:
«Che cosa
avete da fare,» gli disse, «nella camera della duchessa, per restarvi fino
all'una, alle due e talvolta fino alle quattro del mattino?»
Marcello
negò tutto; furono chiamate le guardie, che lo sollevarono; la corda gli
slogava le braccia; non potendo sopportare il dolore, chiese di essere calato;
lo misero su una sedia; ma una volta lì, si imbrogliò nel discorso, e in realtà
non sapeva quel che diceva. Furono chiamate le guardie che lo sospesero di
nuovo; dopo molto tempo, domandò di essere calato.
«È vero,»
disse, «che sono entrato nell'appartamento della duchessa a quelle ore
indebite; ma facevo l'amore con la signora Diana Brancaccio, una delle dame di
Sua Eccellenza, cui avevo fatto promessa di matrimonio, e che mi ha concesso
tutto, eccetto le cose contrarie all'onore.»
Marcello fu
ricondotto alla sua prigione, dove fu posto a confronto con il capitano e con
Diana, che negò tutto.
In seguito
Marcello fu riportato nella sala bassa; quando fummo vicino alla porta:
«Signor
duca,» disse Marcello, «Vostra Eccellenza ricorderà che mi ha promesso salva la
vita se dico tutta la verità. Non è necessario rimettermi alla tortura; vi dirò
tutto.»
Allora si
avvicinò al duca, e, con voce tremante e articolata a stento, gli disse che era
vero che aveva ottenuto i favori della duchessa. A queste parole, il duca si
gettò su Marcello e lo morse alla guancia; poi snudò il suo pugnale e vidi che
stava per trafiggere il colpevole. Allora dissi che era opportuno che Marcello
scrivesse di suo pugno quanto aveva confessato poco prima; questo documento sarebbe
servito a giustificare Sua Eccellenza. Entrammo nella sala bassa, dove c'era
tutto l'occorrente per scrivere; ma la corda aveva talmente ferito Marcello al
braccio e alla mano, che poté scrivere soltanto queste poche parole: «Sì, ho
tradito il mio signore; sì, gli ho rubato l'onore!»
Il duca
leggeva man mano che Marcello scriveva. A quel punto, si lanciò su Marcello e
gli diede tre pugnalate che gli tolsero la vita. Diana Brancaccio era lì, a tre
passi, più morta che viva, senza dubbio pentendosi mille e mille volte di quel
che aveva fatto.
«Donna
indegna d'esser nata da nobile famiglia,» esclamò il duca, «e unica causa del
mio disonore, cui hai lavorato per servire i tuoi disonesti piaceri, bisogna
che ti ricompensi di tutti i tuoi tradimenti.» Dicendo queste parole, la prese
per i capelli e le segò il collo con un coltello. La sventurata versò un mare
di sangue e infine cadde morta.
Il duca
fece gettare i due cadaveri in una cloaca vicino alla prigione.
Il giovane
cardinale Alfonso Carafa, figlio del marchese di Montebello, l'unico di tutta
la famiglia che Paolo IV avesse tenuto presso di sé, credette di dovergli
raccontare quest'avvenimento. Il papa rispose solo con queste parole:
«E della
duchessa, cosa ne hanno fatto?»
Tutti
pensarono, a Roma, che queste parole dovessero comportare la morte della
sventurata donna. Ma il duca non poteva risolversi a questo grande sacrificio,
sia perché ella era incinta, sia a causa dell'immenso affetto che un tempo
aveva nutrito per lei.
Tre mesi
dopo il grande atto di virtù che il santo papa Paolo IV aveva compiuto
separandosi da tutta la sua famiglia, egli cadde malato; e, dopo altri tre mesi
di malattia, spirò il 18 agosto 1559.
Il
cardinale scriveva lettere su lettere al duca di Palliano, ripetendogli di continuo
che il loro onore esigeva la morte della duchessa. Vedendo che il loro zio era
morto, e non sapendo quale sarebbe stato il pensiero del nuovo papa, voleva che
tutto fosse finito al più presto.
Il duca,
uomo semplice, buono e assai meno scrupoloso del cardinale nelle questioni
d'onore, non poteva decidersi all'estremo, terribile passo che si esigeva da
lui. Ricordava che anche lui aveva commesso molte infedeltà verso la duchessa,
senza darsi la minima pena di nascondergliele, e che tali infedeltà potevano
aver spinto alla vendetta una donna così altera. Al momento stesso di entrare
in conclave, dopo aver ascoltato la messa e ricevuto la santa comunione, il
cardinale gli scrisse ancora che si sentiva tormentato per questi continui
rinvii, e che, se il duca non si decideva finalmente a ciò che l'onore della
casata esigeva, egli non si sarebbe più occupato dei suoi affari, e non avrebbe
mai cercato di essergli utile, né nel conclave, né presso il nuovo papa. Un
motivo estraneo al punto d'onore contribuì forse a far decidere il duca. Benché
la duchessa fosse strettamente sorvegliata, trovò, a quanto dicono, il modo di
far sapere a Marcantonio Colonna, nemico mortale del duca cui era stato dato il
ducato di Palliano, che se Marcantonio avesse trovato il mezzo di salvarle la
vita e di liberarla, lei, da parte sua, gli avrebbe reso il possesso della
fortezza di Palliano, comandata da un uomo che le era devoto.
Il 28
agosto 1559, il duca mandò a Gallese due compagnie di soldati. Il 30, don
Leonardo del Cardine, parente del duca, e don Ferrante, conte d'Alife, fratello
della duchessa, arrivarono a Gallese, e si recarono negli appartamenti della
duchessa per toglierle la vita. Le annunciarono la morte; ella apprese la
notizia senza il minimo turbamento. Volle innanzi tutto confessarsi e ascoltare
la santa messa. Poi, mentre i due signori le si avvicinavano, osservò che non
erano d'accordo fra loro. Chiese se avessero un ordine del duca suo marito per
metterla a morte.
«Sì,
signora,» rispose don Leonardo.
La duchessa
chiese di vederlo; don Ferrante glielo mostrò.
(Trovo nel
processo del duca di Palliano la deposizione dei monaci che assisterono a
questo terribile avvenimento. Tali deposizioni sono molto superiori a quelle degli
altri testimoni, il che deriva, mi sembra, dal fatto che i monaci erano privi
di timore parlando davanti al tribunale, mentre tutti gli altri testi erano
stati più o meno complici del loro padrone.)
Frate
Antonio da Pavia, cappuccino, depone in questi termini:
«Dopo la
messa in cui aveva ricevuto devotamente la santa comunione, e mentre noi la
confortavamo, il conte d'Alife, fratello della signora duchessa, entrò nella
stanza con una corda e una bacchetta di nocciolo grossa come un pollice, lunga
circa mezzo braccio. Coprì gli occhi della duchessa con un fazzoletto, e lei,
con gran sangue freddo, se lo tirò di più sugli occhi, per non vederlo. Il
conte le mise la corda al collo; ma, siccome non andava bene, gliela tolse e si
allontanò di qualche passo; la duchessa, sentendolo muoversi, si tolse il
fazzoletto dagli occhi, e disse:
«"Ebbene!
che facciamo?"
«Il conte
rispose:
«"La
corda non andava bene, vado a prenderne un'altra per non farvi soffrire."
«Dicendo
queste parole, uscì; poco dopo tornò nella stanza con un'altra corda, le
sistemò di nuovo il fazzoletto sugli occhi, le rimise la corda al collo, e
facendo penetrare la bacchetta nel nodo, la fece girare, e strangolò la
sorella. Tutto si svolse, da parte della duchessa, assolutamente sul tono di
una normale conversazione».
Frate
Antonio di Salazar, altro cappuccino, termina la sua deposizione con queste
parole:
«Volevo
allontanarmi dal baldacchino per scrupolo di coscienza, per non vederla morire;
ma la duchessa mi disse: "Non andar via da qui per amor di Dio."»
(Qui il
monaco racconta le circostanze della morte, proprio come le abbiamo riferite or
ora.) E aggiunge: «Ella morì da buona cristiana, ripetendo spesso: Credo,
credo.»
I due
monaci, che a quanto sembra avevano ottenuto dai loro superiori la necessaria
autorizzazione, ripetono nelle loro deposizioni che la duchessa protestò sempre
la sua perfetta innocenza, in tutti i colloqui con loro, in tutte le sue
confessioni, e particolarmente in quella che precedette la messa in cui ella
ricevette la santa comunione. Se fosse stata colpevole, con quell'atto
d'orgoglio si sarebbe dannata all'inferno.
Durante il
confronto di frate Antonio da Pavia, cappuccino, con don Leonardo del Cardine,
il frate dichiarò:
«Il mio
compagno disse al conte che sarebbe stato bene attendere che la duchessa
partorisse; è incinta di sei mesi,» aggiunse, «non bisogna perdere l'anima del
povero piccolo sventurato che porta in seno, bisogna poterlo battezzare.»
Al che il
conte d'Alife rispose:
«Sapete che
debbo andare a Roma, e non voglio comparirvi con questa maschera sul viso (con
quest'affronto invendicato).»
Appena la
duchessa morì, i due cappuccini insistettero perché fosse aperta
immediatamente, per poter impartire il battesimo al bambino; ma il conte e don
Leonardo non ascoltarono le loro preghiere.
Il giorno
seguente, la duchessa fu sepolta nella chiesa locale, con una specie di
cerimonia funebre (ho letto il processo verbale). Quest'avvenimento, che si
venne subito a risapere, fece poca impressione, perché era atteso da molto
tempo; più volte la notizia della sua morte era stata annunciata a Gallese e a
Roma, e del resto un assassinio fuori città e in un periodo di sede vacante non
aveva niente di straordinario. Il conclave che seguì la morte di Paolo IV fu molto
tempestoso, non durò meno di quattro mesi.
Il 26
dicembre 1559, il povero cardinale Carlo Carafa fu obbligato a concorrere
all'elezione di un cardinale sostenuto dalla Spagna e che di conseguenza non
avrebbe potuto rifiutare nessuna delle sanzioni che Filippo II avrebbe
richiesto contro di lui, cardinal Carafa. Il neo eletto assunse il nome di Pio
IV.
Se il
cardinale non fosse stato in esilio al momento della morte di suo zio, sarebbe
stato l'arbitro dell'elezione, o almeno in grado d'impedire la nomina di un
nemico.
Poco dopo
il cardinale fu arrestato, e così pure il duca; l'ordine di Filippo II era
evidentemente di farli morire. Dovettero rispondere a quattordici capi
d'accusa. Furono interrogati tutti coloro che potevano far luce su questi
quattordici capi. Il processo, molto ben fatto, è composto da due volumi
in-folio, che ho letto con molto interesse perché ad ogni pagina vi si
incontrano particolari di costume che gli storici non hanno ritenuto degni
della maestà della storia. Ho notato dettagli molto pittoreschi su un tentato
assassinio diretto, dalla fazione spagnola, contro il cardinal Carafa, allora
ministro onnipotente.
Del resto,
lui e suo fratello furono condannati per delitti che non sarebbero stati tali
per nessun altro, ad esempio, aver dato la morte all'amante di una donna
infedele e alla donna stessa. Qualche anno dopo, il principe Orsini sposò la
sorella del granduca di Toscana, la credette infedele e la fece avvelenare, con
il consenso del granduca suo fratello, proprio in Toscana, e mai la cosa gli fu
imputata a delitto. Molte principesse di casa de' Medici sono morte così.
Quando il
processo dei due Carafa fu terminato, ne fu fatto un lungo riassunto, che, a
varie riprese, fu esaminato da congregazioni di cardinali. È troppo evidente
che, una volta convenuto di punire con la morte l'omicidio che vendicava
l'adulterio, un genere di delitto di cui la giustizia non si occupava mai, il
cardinale era colpevole d'aver perseguitato suo fratello perché commettesse il
crimine, così come il duca era colpevole d'averlo fatto eseguire.
Il 3 marzo
1561, papa Pio IV tenne un concistoro che durò otto ore, alla fine del quale
pronunciò la sentenza contro i Carafa in questi termini: Prout in schedula. (Sia fatto come è richiesto.)
La notte
del giorno seguente, il giudice fiscale mandò a Castel Sant'Angelo il bargello
per far eseguire la sentenza di morte contro i due fratelli, Carlo, cardinal
Carafa, e Giovanni, duca di Palliano. Così fu fatto. Ci si occupò prima del
duca. Egli fu trasferito da Castel Sant'Angelo alle prigioni di Tordinona, dove
tutto era pronto; e fu là che il duca, il conte d Alife e don Leonardo del
Cardine ebbero mozzata la testa.
Il duca
affrontò quel terribile momento non solo come un cavaliere di nobile nascita,
ma anche come un cristiano pronto a sopportare ogni cosa per amore di Dio.
Rivolse belle parole ai suoi due compagni per esortarli alla morte; poi scrisse
a suo figlio.
Il bargello
tornò a Castel Sant'Angelo, e annunciò la morte al cardinal Carata, dandogli
soltanto un'ora per prepararsi. Il cardinale mostrò una grandezza d'animo
superiore a quella di suo fratello, in quanto parlò di meno; le parole sono
sempre una forza che si cerca fuori di se stessi. Fu sentito pronunciare a
bassa voce solo queste parole, al terribile annuncio:
«Io morire!
O papa Pio! o re Filippo!»
Si
confessò; recitò i sette salmi della penitenza, poi si sedette su una sedia, e
disse al carnefice:
«Fate.»
Il
carnefice lo strangolò con un cordone di seta che si ruppe; bisognò
ricominciare due volte. Il cardinale guardò il carnefice senza degnarsi di
pronunciare una parola.
(Nota
aggiunta)
Pochi anni
dopo il santo papa Pio V fece rivedere il processo, che venne cassato; il
cardinale e suo fratello furono reintegrati in tutti gli onori, e il
procuratore generale, che più d'ogni altro aveva contribuito alla loro morte,
fu impiccato. Pio V ordinò la soppressione del processo; tutte le copie
esistenti nelle biblioteche furono bruciate; fu proibito conservarle sotto pena
di scomunica; ma il papa non pensò che lui stesso ne aveva una nella propria
biblioteca, ed è su questa che sono state fatte tutte le copie che si vedono
oggi.
LA
BADESSA DI CASTRO
Palermo,
15 settembre 1838
I
Il
melodramma che tanto spesso ha portato sulla scena i briganti italiani del
Cinquecento, e tutti quelli che hanno parlato di loro senza conoscerli, e ne
hanno data finora un'idea completamente sbagliata. In generale, si può dire che
quei briganti rappresentarono l'opposizione ai governi atroci che, in Italia,
succedettero alle repubbliche medievali. Il nuovo tiranno era stato di solito
il cittadino più ricco della scomparsa repubblica, e abbelliva la città di
chiese magnifiche e di splendidi quadri per conquistare il favore del popolino.
È il caso dei Polentini di Ravenna, dei Manfredi di Faenza, dei Riario di
Imola, dei Cane di Verona, dei Bentivoglio di Bologna, dei Visconti di Milano
e, per finire, dei meno bellicosi e più ipocriti di tutti, i Medici di Firenze.
Nessuno, tra gli storici di quei piccoli stati, ha osato raccontare gli
innumerevoli avvelenamenti e delitti ordinati da quei tirannelli tormentati
dalla paura: tali autorevoli storici erano al loro soldo. Tenete conto che ogni
tiranno conosceva personalmente ogni repubblicano da cui si sapeva detestato
(Cosimo, granduca di Toscana, ad esempio, conosceva lo Strozzi), che molti di
quei tiranni finirono assassinati, e capirete gli odi profondi, l'eterna
diffidenza che diedero tanto animo agli italiani del Cinquecento e tanto
ingegno ai loro artisti. Noterete come queste grandi passioni abbiano impedito
la nascita di quel pregiudizio piuttosto ridicolo chiamato onore, ai tempi di Madame de Sévigné,
che consiste soprattutto nel sacrificare la propria vita per servire il signore
di cui si è sudditi dalla nascita, e per piacere alle dame. Nel Cinquecento, in
Francia, l'attività e il vero merito di un uomo potevano mettersi in luce, e
attirare l'ammirazione, solo mediante azioni coraggiose sul campo di battaglia
o in duello, e siccome alle donne piace il coraggio e soprattutto l'audacia,
esse divennero giudici supremi del valore maschile. Nacque allora la
galanteria, che
portò all'annientamento di tutte le passioni e persino dell'amore, a vantaggio
di quel crudele tiranno a cui tutti obbediamo: la vanità. I re protessero la
vanità, e con ragione; così le onorificenze ebbero un potere incontestato.
In Italia,
un uomo poteva distinguersi per meriti di ogni genere, per il modo con cui maneggiava
la spada o per le scoperte fatte in antichi manoscritti, come Petrarca, idolo
del suo tempo; e una donna del Cinquecento amava un uomo erudito in lettere
greche quanto avrebbe potuto amare un uomo celebre per la bravura militare, e
forse anche di più. Fu un'epoca di passioni e non di consuetudine alla
galanteria.
Ecco la
grande differenza tra Italia e Francia, ecco perché l'Italia ha visto nascere
un Raffaello, un Giorgione, un Tiziano, un Correggio, mentre la Francia
produceva tutti quei bravi capitani del XVI secolo, perfettamente sconosciuti
oggi, pur avendo, ciascuno di loro, ucciso un gran numero di nemici.
Perdonatemi queste crude verità. Comunque sia, le vendette atroci e necessarie dei tiranni italiani del Medioevo
fecero conquistare ai briganti il cuore dei popoli. I briganti erano odiati
quando rubavano cavalli, grano, denaro, in una parola, quanto occorreva loro
per vivere; ma in fondo, il cuore dei popoli era dalla loro parte; e le ragazze
del villaggio preferivano a tutti gli altri il giovane che, una volta almeno
nella vita, era stato costretto ad andare alla macchia, e a rifugiarsi dai briganti in
seguito a qualche imprudenza commessa.
Anche ai
giorni nostri tutti temono di imbattersi nei briganti, ma li commiserano quando
vengono puniti. Perché questo popolo così sagace, così ironico, che ride di
quanto viene pubblicato sotto la censura dei padroni, legge abitualmente poesie
che narrano con fervidi accenti la vita dei briganti più rinomati. Il lato
eroico di queste storie fa vibrare la sua fibra di artista così vivace nelle classi
basse e poi è
tanto stanco delle lodi ufficiali tributate a certe persone, da commuoversi per
tutto ciò che in questo campo non è ufficiale. Bisogna sapere che in Italia il
popolino soffre di cose di cui il viaggiatore non si accorgerebbe mai, anche se
vivesse dieci anni in questo paese. Per esempio, quindici anni fa, prima che la
saggezza dei governi sopprimesse il brigantaggio, non era raro che i briganti
con le loro imprese punissero le iniquità dei governatori di città minori. Quei
governatori, magistrati assoluti con una paga di non più di venti scudi al
mese, sono naturalmente agli ordini della famiglia più influente del posto che,
con questo semplice mezzo, perseguita i propri nemici. I briganti non
riuscivano sempre a punire quel piccoli despoti di governatori, ma almeno si
prendevano gioco di loro e li sfidavano: non è poco agli occhi di questo
spiritoso popolo. Un sonetto satirico lo consola di tutti i mali, ma mai
dimenticò un'offesa. Ecco un'altra differenza capitale fra l'Italiano e il
Francese.
Nel
Cinquecento, quando il governatore di un borgo condannava a morte un poveretto,
preso di mira dalla famiglia più potente, spesso si vedevano i briganti
attaccare la prigione e cercar di liberare l'oppresso. Dal canto suo, la
famiglia potente, non fidandosi troppo degli otto o dieci soldati governativi
incaricati di far la guardia alla prigione, arruolava temporaneamente a sue
spese un drappello di soldati. Questi ultimi, chiamati bravi, bivaccavano nei dintorni della
prigione e si incaricavano di scortare fino al patibolo il povero diavolo di
cui era stata comprata la morte. Se, in seno alla famiglia potente, c'era un
giovane, egli si metteva alla testa di quei soldati improvvisati. Una civiltà
in queste condizioni fa gemere la morale, lo ammetto. Ai nostri giorni c'è il
duello, la noia, e i giudici non si lasciano corrompere; ma quelle usanze
cinquecentesche erano straordinariamente adatte a creare uomini degni di questo
nome.
Molti
storici, lodati ancora oggi dalla monotona letteratura accademica hanno cercato
di nascondere questo stato di cose, che intorno al 1550, temprò tanti grandi
caratteri. A quei tempi, tali prudenti menzogne furono ricompensate con tutti
gli onori di cui potevano disporre i Medici di Firenze, gli Este di Ferrara, i
viceré di Napoli ecc. Un povero storico, il Giannone, ha tentato di svelare la
verità, ma, avendo osato dirne solo una piccolissima parte e avendo per di più
adoperato formule dubitative e oscure, è risultato noiosissimo, ed è anche finito
in prigione, dove è morto, a ottantadue anni, il 7 marzo 1758.
La prima
cosa da fare, se si vuol conoscere la storia d'Italia, è evitare di leggere gli
autori generalmente approvati: nessuno meglio di loro conosceva il prezzo della
menzogna, nessuno più di loro ne sapeva ricavare lauti compensi.
Le prime
storie che sono state scritte in Italia, dopo la gran barbarie del IX secolo,
menzionano già i briganti, anzi ne parlano come se esistessero da tempo
immemorabile. Guardate la raccolta del Muratori. Quando, disgraziatamente per
il bene pubblico, per la giustizia, per il buon governo, ma fortunatamente per
le arti, le repubbliche del Medioevo furono oppresse, i repubblicani più
energici, coloro che amavano la libertà più di quanto l'amassero i loro concittadini,
si rifugiarono nei boschi. Naturalmente il popolo vessato com'era dai Baglioni,
dai Malatesta, dai Medici e così via, amava e rispettava i loro nemici. Le
crudeltà dei tirannelli che succedettero ai primi usurpatori, le crudeltà, per
esempio, di Cosimo, primo granduca di Firenze, che faceva assassinare i
repubblicani rifugiatisi persino a Venezia, persino a Parigi, procurò nuove
reclute ai briganti. Per parlare solo dei tempi in cui visse la nostra eroina,
intorno al 1550, Alfonso Piccolomini, duca di Monte Mariano, e Marco Sciarra
guidavano con successo bande armate che, nei dintorni di Albano sfidavano i
soldati del papa a quei tempi molto valorosi.
Il campo di
azione di quei famosi capi, ancor oggi ammirati dal popolo, andava dal Po e
dalle paludi di Ravenna fino ai boschi che allora coprivano il Vesuvio. La
foresta della Faggiola, celebre per le loro imprese, a cinque leghe da Roma,
sulla strada di Napoli, era il quartier generale di Sciarra che, durante il
pontificato di Gregorio XIII, riunì a volte parecchie migliaia di soldati. La
storia particolareggiata di questo celebre brigante sembrerebbe incredibile
alla generazione attuale, perché non si riuscirebbero mai a capire le
motivazioni dei suoi atti. Solo nel 1592 venne sconfitto. Quando si vide in
condizioni disperate, trattò con la repubblica di Venezia e passò al suo
servizio con i soldati più fedeli o, se vogliamo, più colpevoli. In seguito
alle proteste del governo romano, Venezia, che aveva firmato un trattato con
Sciarra, lo fece assassinare, e mandò i suoi bravi soldati a difendere l'isola
di Candia contro i Turchi. Ma la saggia Venezia sapeva che a Candia si era
diffusa una terribile pestilenza, e in pochi giorni i cinquecento soldati che
Sciarra aveva portato con sé al servizio della repubblica si ridussero a
sessantasette.
La foresta
della Faggiola, i cui alberi giganteschi coprono un antico vulcano, fu l'ultimo
teatro delle imprese di Marco Sciarra. Tutti i viaggiatori vi diranno che è il
posto più bello di quella mirabile campagna romana, il cui tenebroso aspetto
sembra fatto apposta per la tragedia. Essa incorona di un verde cupo le cime
del monte Albano.
Un'eruzione
vulcanica anteriore di molti secoli alla fondazione di Roma ha dato origine a
questa montagna. Essa sorse in un'epoca precedente a tutte le storie, in mezzo
alla vasta pianura che un tempo si stendeva dagli Appennini al mare. Monte
Cavi, che si innalza circondato dalle cupe ombre della Faggiola, ne è il punto
culminante; si vede da tutte le parti, da Terracina e da Ostia come da Roma e
da Tivoli, e sono i colli di Albano, ora coperti di palazzi, che chiudono,
verso mezzogiorno, quell'orizzonte di Roma così celebre agli occhi dei
viaggiatori. Un convento di frati neri ha preso il posto, in cima a Monte Cavi,
del tempio di Giove Fenetrio, dove i popoli latini venivano a celebrare
sacrifici collettivi e a rinsaldare i vincoli di una specie di federazione
religiosa. Protetto dall'ombra di splendidi castagni, il viaggiatore giunge, in
poche ore, ai colossali ruderi del tempio di Giove; ma nell'ombra scura, così
gradevole in quel clima, ancora oggi egli guarda inquieto nel fitto della
foresta; ha paura dei briganti. Arrivati in cima al Monte Cavi, si accende un
fuoco tra i ruderi del tempio, per preparare il cibo. Da quel punto che domina
tutta la campagna romana si vede, a ponente, il mare che sembra a due passi,
benché disti tre o quattro leghe; si distinguono le più piccole barchette; con
un cannocchiale, anche debole, si contano gli uomini che vanno a Napoli col
vapore. Da tutti gli altri lati, la vista spazia su una magnifica pianura che
termina a levante con l'Appennino, sopra Palestrina, e a nord con San Pietro e
gli altri grandi edifici romani. Siccome Monte Cavi non è molto alto, l'occhio
distingue i minimi particolari di questo luogo sublime che potrebbe fare a meno
di illustrazione storica, e tuttavia ogni gruppo di alberi, ogni pezzo di muro
in rovina, che si scorge nella pianura o sulle pendici della montagna, ricorda
una di quelle battaglie, narrate da Tito Livio, mirabili per patriottismo e
coraggio.
Ancora
oggi, per arrivare agli imponenti ruderi del tempio di Giove Fenetrio che ora
fanno da muro di cinta all'orto dei frati neri, si può prendere la via
trionfale,
percorsa un tempo dai primi re di Roma. È lastricata di pietre di forma molto
regolare, e ce ne sono lunghi frammenti, in mezzo alla foresta della Faggiola.
Sull'orlo
del cratere spento che, ora riempito di un'acqua limpida, è diventato il
grazioso lago di Albano, di cinque o sei miglia di circonferenza, così
profondamente incassato nella roccia lavica, si trovava Alba, madre di Roma,
che la politica romana distrusse fin dai tempi dei primi re. Ma le sue rovine
esistono ancora. Qualche secolo dopo, a un quarto di miglio da Alba, sul
versante della montagna che guarda il mare, è sorta Albano, la città moderna,
che però è separata dal lago da una cortina di rocce che nascondono il lago
alla città e la città al lago. Quando la si scorge dalla pianura, i suoi
edifici bianchi si stagliano contro la chioma nera e profonda della foresta
cara ai briganti e continuamente citata, che fa da corona alla montagna
vulcanica.
Albano, che
conta oggi cinque o seimila abitanti, non ne aveva neppure tremila nel 1540,
quando prosperava nei primi ranghi della nobiltà la potente famiglia Campireali
di cui ci accingiamo a raccontar le sventure.
Traduco
questa storia da due voluminosi manoscritti, uno romano, l'altro fiorentino. Mi
sono arrischiato a riprodurne lo stile, simile a quello delle nostre vecchie leggende.
Mi è sembrato che quello così fine e misurato dell'epoca attuale sarebbe andato
poco d'accordo con le azioni narrate e soprattutto con le riflessioni degli
autori. Essi scrivevano intorno all'anno 1598. Invoco l'indulgenza del lettore
per loro e per me.
II
«Dopo aver
narrato tante tragiche storie,» dice l'autore del manoscritto fiorentino,
«terminerò con quella che, fra tutte, mi fa più pena raccontare. Parlerò della
famosa badessa del convento della Visitazione a Castro, Elena di Campireali, il
cui processo e la cui morte fecero tanto parlare l'alta società romana e
italiana. Già verso il 1555, i briganti spadroneggiavano nei dintorni di Roma,
e i magistrati erano venduti alle famiglie potenti. Nel 1572, anno del
processo, Gregorio XIII Buoncompagni salì sul trono di San Pietro. Quel santo
pontefice riuniva in sé tutte le virtù apostoliche, ma al suo governo civile si
possono rimproverare alcune debolezze: non seppe né scegliere giudici onesti,
né reprimere il brigantaggio; si addolorava per i delitti, ma non sapeva
punirli. Gli sembrava di prendersi una responsabilità terribile infliggendo la
pena di morte. Come risultato di questo suo atteggiamento, un numero quasi
infinito di briganti popolava le strade che portano alla città eterna. Per viaggiare
con una certa sicurezza bisognava essere loro amici. La foresta della Faggiola,
a cavallo della strada di Napoli che passa per Albano, era da tempo il quartier
generale di un governo ostile a quello di Sua Santità, e molte volte Roma fu
costretta a trattare, da potenza a potenza, con Marco Sciarra, uno dei re della
foresta. La forza di quei briganti consisteva nell'essere benvoluti dai
contadini del luogo.
«La
graziosa città di Albano, così vicina al quartier generale dei briganti, vide
nascere, nel 1542, Elena di Campireali. Suo padre era considerato il più ricco
patrizio del paese, e, in virtù di ciò, aveva potuto sposare Vittoria Carafa,
che possedeva vasti terreni nel regno di Napoli. Potrei citare qualche vecchio
che è ancora in vita, e ha conosciuto bene Vittoria Carafa e sua figlia.
Vittoria fu un modello di prudenza e di intelligenza, ma, malgrado il suo
genio, non poté impedire la rovina della famiglia. Strano! Le terribili
sventure che saranno il triste argomento del mio racconto non possono, almeno
mi sembra, essere imputate, in particolare, a nessuno dei personaggi che mi
accingo a presentare al lettore: vedo molti sventurati, ma, in verità, non
posso trovare colpevoli. Un'estrema bellezza e un'anima tenera erano due grandi
pericoli per la giovane Elena e un'attenuante per il suo innamorato, Giulio
Branciforte, proprio come l'assoluta mancanza di acume di monsignor Cittadini,
vescovo di Castro, può, almeno fino a un certo punto, scusarlo. Egli doveva la
sua rapida ascesa nella carriera degli onori ecclesiastici all'onestà della sua
condotta, e soprattutto all'aspetto più nobile e al volto più regolarmente
bello che sia dato di incontrare. Trovo scritto di lui che non si poteva
vederlo senza amarlo.
«Siccome
non voglio adulare nessuno, non nasconderò che un santo frate del convento di
Monte Cavi, che spesso era stato sorpreso, nella cella, sollevato di parecchi
piedi dal suolo, come San Paolo, senza che niente altro che la grazia divina
potesse sostenerlo in quella posizione straordinaria, aveva predetto al signore
di Campireali che la sua famiglia si sarebbe spenta con lui, che avrebbe avuto
due soli figli e che entrambi sarebbero periti di morte violenta. Fu per questa
predizione che egli non poté sposarsi in paese e che andò a cercar fortuna a
Napoli, dove ebbe la buona sorte di trovare grandi beni e una donna capace, per
la sua intelligenza, di mutare l'avverso destino, se mai una tale cosa fosse
possibile. Il signore di Campireali era reputato uomo onestissimo e
caritatevole, ma non aveva nessuna attitudine, e così a poco a poco smise di
abitare a Roma e finì per passare quasi tutto l'anno nel palazzo di Albano. Si
dedicava alla coltivazione delle sue terre, situate in quella ricca pianura che
si stende tra la città e il mare. Per consiglio della moglie, diede
un'educazione perfetta al figlio Fabio, giovane orgogliosissimo dei suoi
natali, e alla figlia Elena, vero e proprio miracolo di bellezza, come attesta
ancora oggi il suo ritratto nella collezione Farnese. Dopo aver cominciato a
scrivere la sua storia, sono andato a palazzo Farnese, per contemplare
l'aspetto mortale che il cielo aveva dato a quella donna il cui fatale destino
fece tanto scalpore ai suoi tempi, e ancora oggi ha un posto nella memoria
degli uomini. Il volto è di un ovale allungato, la fronte è spaziosa, i capelli
sono biondo scuro. La sua fisionomia è piuttosto lieta; ella ha grandi occhi
dall'espressione profonda e sopracciglia castane perfettamente arcuate. Le
labbra sono sottilissime e il loro contorno sembra disegnato dal famoso pittore
Correggio. Contemplata in mezzo ai ritratti che la circondano, nella galleria
Farnese, sembra una regina. Accade di rado che un'espressione lieta si
accompagni alla regalità.
«Dopo aver
passato otto interi anni, come convittrice, nel convento della Visitazione
della città di Castro, ora distrutta, dove venivano mandate, a quei tempi, le
figlie di quasi tutti i principi romani, Elena ritornò al paese natale, non
senza lasciare in offerta un magnifico calice, per l'altare maggiore della chiesa.
Appena fu di ritorno ad Albano, suo padre fece venire da Roma, promettendogli
una lauta pensione, il celebre poeta Cechino, già molto anziano; questi adornò
la memoria di Elena dei più bei versi del divino Virgilio e dei suoi famosi
discepoli Petrarca, Ariosto e Dante.»
A questo
punto il traduttore deve saltare una lunga dissertazione sulla gloria che il
Cinquecento attribuiva a ognuno di questi poeti. Probabilmente Elena sapeva il
latino. I versi che le facevano imparare parlavano d'amore, di un amore che ci
sembrerebbe molto ridicolo se lo incontrassimo nel 1839 intendo dire l'amore
appassionato che si nutre di grandi sacrifici, può vivere solo avvolto di
mistero e rasenta sempre le più atroci disgrazie.
Tale era
l'amore che a Elena, appena diciassettenne, seppe ispirare Giulio Branciforte.
Era un suo vicino, poverissimo, e abitava in una casupola costruita nella
montagna, a un quarto di lega dalla città, in mezzo alle rovine di Alba e
sull'orlo di un precipizio di centocinquanta piedi, tappezzato d'erba, che
circonda il lago. Quella casupola, contigua alle cupe e magnifiche ombre della
foresta della Faggiola fu poi abbattuta, quando venne costruito il convento di
Palazzuola. Tutto ciò che quel povero giovane possedeva era un aspetto vivace e
sveglio e la spensieratezza sincera con cui sopportava la cattiva sorte. In suo
favore si poteva al massimo dire che aveva un volto espressivo, senza essere
bello. Ma aveva fama di aver combattuto valorosamente al comando del principe
Colonna e tra i suoi bravi, in due o tre imprese molto rischiose. Benché fosse
povero, benché non fosse bello, era, per le ragazze di Albano, il cuore più
ambito da conquistare. Ovunque ben accolto, Giulio Branciforte aveva avuto solo
facili amori, fino al momento in cui Elena tornò dal convento di Castro.
«Quando,
poco dopo, il grande poeta Cechino si trasferì da Roma nel palazzo Campireali,
per insegnare le belle lettere a quella fanciulla, Giulio, che lo conosceva,
gli indirizzò un poemetto in latino, esaltando la fortuna che aveva la sua
vecchiaia di vedere sì begli occhi fissarsi nei suoi, e un animo così puro
esser felice quando egli si degnava di approvarne i pensieri. La gelosia e il
dispetto delle ragazze, oggetto delle sue attenzioni prima del ritorno di
Elena, resero presto inutili tutte le precauzioni da lui prese per celare una
passione nascente e devo dire che quell'amore tra un ragazzo di ventidue anni e
una ragazza di diciassette non fu, fin dall'inizio, vissuto come la prudenza
avrebbe consigliato. Non erano ancora trascorsi tre mesi, quando il signore di
Campireali si avvide che Giulio Branciforte passava troppo spesso sotto le
finestre del suo palazzo (che si vede ancora a metà della grande strada che
sale al lago).»
La
franchezza e la rudezza, conseguenze naturali della libertà ammessa dalle
repubbliche, e l'abitudine alle passioni schiette, non ancora represse dai
costumi monarchici, si manifestarono apertamente nella prima mossa del signore
di Campireali. Il giorno stesso in cui fu colpito dalle frequenti apparizioni
del giovane Branciforte, l'apostrofò in questi termini:
«Come osi
passare di continuo davanti a casa mia e lanciare occhiate impertinenti verso
le finestre di mia figlia, tu che non hai neppure un vestito per coprirti, Se
non temessi che il mio gesto fosse mal interpretato dai vicini ti darei tre
zecchini d'oro, per andare a Roma a comprarti una tunica più decente. Così
almeno i miei occhi e quelli di mia figlia non sarebbero oltraggiati dalla
vista dei tuoi stracci.»
Il padre di
Elena certamente esagerava: i vestiti del giovane Branciforte non erano
stracci, piuttosto erano fatti con tessuto andante; ma benché pulitissimi e ben
spazzolati, bisogna ammettere che apparivano consunti. Giulio rimase così
profondamente ferito dai rimproveri del signore di Campireali che, di giorno,
non si fece più vedere davanti a casa sua.
Come
abbiamo detto, le due arcate, resti di una antico acquedotto, che servivano da
muri maestri alla casa costruita dal padre di Branciforte e da lui lasciata al
figlio, erano ad appena cinque o seicento passi da Albano. Per scendere da
quell'altura alla città moderna, Giulio doveva passare davanti al palazzo
Campireali; Elena notò presto l'assenza di quello strano giovane che, al dire
delle amiche, aveva abbandonato ogni altra relazione, per dedicarsi interamente
alla felicità che sembrava provare nel contemplarla.
Una sera
d'estate, verso mezzanotte, la finestra di Elena era aperta, la fanciulla
respirava la brezza marina che arriva fin sulla collina di Albano, per quanto
una pianura di tre leghe la separi dal mare. La notte era scura, il silenzio
profondo, si sarebbe sentita cadere una foglia. Elena, al davanzale della
finestra, pensava forse a Giulio, quando scorse qualcosa, come l'ala silenziosa
di un uccello notturno, che passava pian piano, proprio di fronte alla
finestra. Si ritrasse spaventata. Non le venne neppure l'idea che quell'oggetto
potesse esserle porto da qualche passante; la sua finestra, al secondo piano
del palazzo, era a più di cinquanta piedi da terra. Tutt'a un tratto le parve
di riconoscere un mazzo di fiori in quella strana cosa che, nel silenzio
profondo, passava e ripassava davanti al davanzale a cui era affacciata, il
cuore le batté violentemente. Quel mazzo sembrava legato in cima a due o tre di
quelle canne,
che sono come lunghi giunchi, simili al bambù, che crescono nella campagna
romana e arrivano fino a venti o trenta piedi di altezza. Per via delle canne
troppo flessibili e della brezza piuttosto forte, Giulio aveva difficoltà a
mantenere il mazzo proprio di fronte alla finestra dove pensava che Elena
stesse affacciata, d'altra parte la notte era così buia che dalla strada non si
riusciva a vedere fino a quell'altezza. Immobile davanti alla finestra, Elena
era profondamente agitata. Prendere quel mazzo, non equivaleva a una
confessione? Del resto essa non provava alcuno di quei sentimenti che una
simile avventura farebbe nascere, oggi, in una fanciulla dell'alta società,
preparata alla vita da una buona educazione. Dato che il padre e il fratello
Fabio erano in casa, il suo primo pensiero fu che il minimo rumore sarebbe
stato seguito da un colpo di archibugio diretto a Giulio ed ebbe pietà del
pericolo che correva quel povero giovane. Il secondo pensiero fu che, pur
conoscendolo pochissimo, egli era l'essere al mondo a cui volesse più bene,
dopo la famiglia. Finalmente, dopo aver esitato qualche minuto, prese il mazzo,
e, toccando i fiori in quel buio fitto, sentì un biglietto attaccato a uno
stelo; corse sullo scalone per leggerlo al chiarore della lucerna accesa
davanti all'immagine della Madonna. «Imprudente!» disse fra sé, quando le prime
righe l'ebbero fatta arrossire di gioia, «se mi scoprono sono perduta, e questo
povero giovane verrà per sempre perseguitato dalla mia famiglia.» Tornò in
camera e accese il lume. Fu un momento delizioso per Giulio che, vergognoso
della sua iniziativa e come per nascondersi, nonostante la notte fonda, si era
appiattito contro il tronco enorme di uno di quei lecci dalle forme bizzarre
che ancora oggi si vedono di fronte al palazzo Campireali.
Nella
lettera, Giulio raccontava con la massima semplicità l'umiliante rimprovero che
gli aveva rivolto il padre di Elena. «E vero, sono povero,» proseguiva «e
difficilmente potreste immaginare fino a che punto. Ho soltanto la mia casa, che
forse avrete notato sotto i ruderi dell'acquedotto di Alba, intorno c'è un
orto, dove io stesso coltivo gli erbaggi di cui mi nutro. Posseggo anche una
vigna che affitto per trenta scudi all'anno. In verità non so perché vi amo,
certo non posso proporvi di venire a condividere la mia miseria. E tuttavia, se
non mi amate, la vita non ha per me più valore; è inutile dirvi che la darei
mille volte per voi. Eppure, prima del vostro ritorno dal convento, questa vita
non era infelice: anzi, era piena delle più brillanti fantasticherie. Così
posso dire che la vista della felicità mi ha reso infelice. Certo, allora
nessuno al mondo avrebbe osato rivolgermi le frasi con cui vostro padre mi ha
marchiato. Mi sarei fatto pronta giustizia col mio pugnale. Allora, col coraggio
e con le armi, mi sentivo pari a tutti, niente mi mancava. Ora tutto è
completamente cambiato: conosco il timore. Ma basta scrivere, forse voi mi
disprezzate. Se invece avete pietà di me, nonostante le misere vesti che mi
coprono, noterete che tutte le sere, quando suona mezzanotte al convento dei
Cappuccini, in cima alla collina, io mi nasconderò sotto il grande leccio, di
fronte alla finestra che fisso continuamente perché penso sia quella della
vostra camera. Se non mi disprezzate come vostro padre, gettatemi un fiore
staccato dal mazzo, ma state attenta che non finisca su un cornicione o un
balcone del palazzo.»
Questa
lettera fu letta e riletta; intanto gli occhi di Elena si riempivano di
lacrime; contemplava con tenerezza quel magnifico mazzo legato con un
robustissimo filo di seta. Tentò di strapparne un fiore, ma non ci riuscì; poi
fu colta dal rimorso. Per le ragazze romane, strappare un fiore, manomettere in
qualunque modo un mazzo dato in segno d'amore, significa mettere quell'amore a
repentaglio. Essa però temeva che Giulio si spazientisse, e corse alla
finestra, ma mentre si affacciava, pensò improvvisamente di essere troppo
visibile, con la lampada che illuminava tutta la camera. Elena non sapeva più
che segnale fare; le sembrava che qualunque gesto avrebbe detto troppo.
Piena di
vergogna, si ritrasse svelta dalla finestra. Ma il tempo passava; ad un tratto,
le venne un'idea che la gettò in un turbamento indicibile: Giulio avrebbe
creduto che lei, come suo padre, lo disprezzava perché era povero! Vide,
appoggiato sul comodino, un pezzetto di marmo prezioso, lo annodò nel
fazzoletto, e gettò quel fazzoletto ai piedi del leccio di fronte alla
finestra. Poi fece a Giulio cenno di allontanarsi; sentì che lui le obbediva,
perché, andandosene, non cercava più di soffocare il rumore dei passi. Quando
egli ebbe raggiunto la vetta della cinta di roccia che separa il lago dalle
ultime case di Albano, Elena lo sentì cantare parole d'amore; gli fece allora
dei cenni di saluto, questa volta meno timidi, poi si mise a rileggere la
lettera.
Il giorno
dopo e i giorni successivi, vi furono altre lettere e incontri simili; ma, dato
che nei villaggi italiani ci si accorge di tutto e Elena era di gran lunga il
miglior partito del paese, il signore di Campireali venne avvertito che tutte
le sere dopo la mezzanotte la camera di sua figlia era illuminata e, cosa ancor
più strana, la finestra era aperta, anzi Elena se ne stava al davanzale come se
non avesse alcun timore delle zanzare (insetti fastidiosissimi che rovinano le belle serate
della campagna romana. A questo punto devo invocare di nuovo l'indulgenza del
lettore. Quando si è tentati di conoscere le usanze dei paesi stranieri,
bisogna aspettarsi di trovare idee assurde, diversissime dalle nostre). Il signore
di Campireali preparò il suo archibugio e quello del figlio. La sera, mentre
suonavano le undici e tre quarti, avvertì Fabio, e tutti e due sgusciarono,
cercando di non far rumore, sul grande balcone di pietra, al primo piano del
palazzo, proprio sotto la finestra di Elena. I massicci pilastri della
balaustra di pietra li riparavano fino alla cintola dai colpi di archibugio che
qualcuno avrebbe potuto sparare loro da fuori. Suonò mezzanotte; padre e figlio
sentirono qualche lieve rumore sotto gli alberi che costeggiavano la via di
fronte al palazzo; ma, con loro grande stupore, la finestra di Elena non si
illuminò. Quella fanciulla, fino ad allora tanto semplice e che sembrava una
bambina per la vivacità del suo comportamento, aveva cambiato carattere da quando
era innamorata. Sapeva che la minima imprudenza poteva compromettere la vita
del suo amante; un signore potente come suo padre, se avesse ucciso un
poveretto come Giulio Branciforte, se la sarebbe cavata scomparendo per tre
mesi, magari andando a Napoli, intanto gli amici di Roma avrebbero sistemato la
faccenda e tutto sarebbe finito con l'offerta di una lampada d'argento e di
qualche centinaio di scudi all'altare della Madonna, allora di moda. La
mattina, a colazione, Elena aveva capito dalla faccia del padre che qualcosa lo
rendeva furioso, e, da come il padre la guardava quando credeva di non esser
notato, aveva pensato che fosse in gran parte per causa sua. Corse tosto a
spargere un po' di polvere sul legno dei cinque magnifici archibugi che il padre
teneva appesi vicino al letto. E coprì con un leggero strato di polvere anche
il pugnale e le spade. Per tutto il giorno fu di una allegria sfrenata, vagava
senza posa per tutta la casa, da cima a fondo; si affacciava continuamente alle
finestre, decisa a fare a Giulio un segnale negativo, se mai avesse avuto la
buona sorte di scorgerlo. Ma inutilmente: il povero ragazzo era stato così
profondamente umiliato dalle crudeli parole del ricco signore di Campireali, da
non farsi più vedere ad Albano, di giorno; veniva solo la domenica, spinto dal
dovere, per la messa nella parrocchia. La madre di Elena, che l'adorava e non
sapeva negarle niente, quel giorno uscì con lei tre volte, ma invano: Elena non
vide Giulio. Era disperata. E come si sentì quando, andando a controllare verso
sera le armi paterne, vide che due archibugi erano stati caricati e che quasi
tutti i pugnali e le spade erano stati maneggiati! La distraeva dalla sua
mortale inquietudine solo l'estrema attenzione con cui badava a nascondere i
suoi sospetti. Ritiratasi nella sua camera alle dieci di sera, chiuse a chiave
la porta che comunicava con l'anticamera della madre, poi si appiattì contro la
finestra, sdraiandosi per terra, per non essere vista da fuori. È facile
immaginare con che ansia sentì suonare le ore; non pensava più a rimproverarsi,
come spesso le accadeva, la rapidità con cui si era innamorata di Giulio, e che
poteva renderla meno degna di amore agli occhi di lui. Quella giornata fruttò
al giovane più di quanto non avrebbero fatto sei mesi di costanza e di
giuramenti. «A che serve mentire,» si diceva Elena. «Non l'amo forse con tutta
l'anima?»
Alle undici
e mezzo, vide benissimo il padre e il fratello mettersi in agguato sul grande
balcone di pietra, sotto la sua finestra. Due minuti dopo che fu suonata
mezzanotte al convento dei Cappuccini, sentì anche benissimo i passi del suo
innamorato che si fermò sotto il grande leccio; notò con gioia che il padre e
il fratello sembravano non essersi accorti di niente. Ci voleva l'ansietà dell'amore
per cogliere un rumore così leggero.
«Ora,»
disse fra sé, «mi uccideranno, ma bisogna ad ogni costo che non scoprano la
lettera di stasera; perseguiterebbero per sempre il povero Giulio.»
Si fece il
segno della croce e, tenendosi con una mano alla ringhiera di ferro della
finestra, si affacciò, sporgendosi quanto più poteva verso la strada. Non era
ancora passato un quarto di minuto, quando il mazzo, attaccato alla lunga
canna, le urtò il braccio. Essa lo afferrò, ma nello staccarlo prontamente dalla
canna a cui era fissato, fece batter quella canna contro il balcone di pietra.
Immediatamente vennero sparati due colpi di archibugio, a cui seguì un silenzio
totale. Il fratello Fabio credendo, nel buio, che ciò che aveva battuto
violentemente contro il balcone fosse la fune lungo la quale Giulio scendeva
dalla camera della sorella, aveva fatto fuoco verso il balcone di lei; il
giorno dopo essa trovò il segno della pallottola che si era schiacciata contro
il ferro della ringhiera. Il signore di Campireali aveva sparato in strada, dal
balcone di pietra, perché Giulio, nel trattenere la canna che stava per cadere,
aveva fatto un po' di rumore. Giulio, dal canto suo sentendo muovere sopra la
sua testa aveva indovinato quello che stava per succedere e si era messo al
riparo sotto la sporgenza del balcone.
Fabio
ricaricò rapidamente l'archibugio, poi, senza dare ascolto al padre, corse in
giardino, aprì pian piano una porticina che dava su una strada laterale e andò,
a passi felpati, a gettare un'occhiata alle persone che passeggiavano sotto il
balcone del palazzo.
In quel
momento Giulio, che quella sera era in buona compagnia, si trovava a venti
passi da lui, incollato contro un albero. Elena, affacciata alla ringhiera e
tutta trepida per il suo innamorato, intavolò, a voce molto alta, una
conversazione col fratello, che sentiva camminare in strada; gli chiese se
avesse ucciso i ladri.
«Non mi
lascio ingannare dalla vostra perfida astuzia,» le gridò quest'ultimo dalla
strada che stava perlustrando a gran passi, «anzi preparatevi a piangere,
ammazzerò l'insolente che osa dare la scalata alla vostra finestra.»
Quelle
parole erano state appena pronunziate quando Elena sentì la madre bussare alla
porta della camera. Allora si affrettò ad aprire, fingendo di meravigliarsi
perché la porta era chiusa.
«Non
fingere con me, angelo mio,» le disse la madre; «tuo padre è furibondo e
potrebbe ucciderti, vieni con me nel mio letto e, se hai una lettera, dammela,
la nasconderò.»
Elena le
disse:
«Prendi
questo mazzo, la lettera è nascosta tra i fiori.»
La madre e
la figlia erano appena a letto, quando il signore di Campireali rientrò nella
camera della moglie, veniva dall'oratorio che aveva ispezionato, buttando tutto
per aria. Elena fu colpita dal fatto che il padre, pallido come uno spettro,
agiva con la lentezza di chi ha già preso una decisione. «Sono morta!» si disse
Elena.
«Ci
rallegriamo d'aver figli,» disse il padre, passando vicino al letto della
moglie per andare nella camera della ragazza, tremante di rabbia ma dando prova
di un perfetto sangue freddo; «ci rallegriamo d'aver figli e invece dovremmo
spargere lacrime di sangue quando questi figli sono femmine. Gran Dio! è dunque
possibile! La loro leggerezza può disonorare un uomo che in sessant'anni non ha
offerto il minimo appiglio alle chiacchiere.»
Così
dicendo entrò nella camera della figlia.
«Sono
perduta,» disse Elena, alla madre, «le lettere sono sotto il piedistallo del
crocifisso, accanto alla finestra.»
Subito, la
madre saltò dal letto, corse dietro al marito e si mise a gridargli frasi che
lo facessero andare in bestia; ci riuscì. Il vecchio si infuriò, e cominciò a
fracassare tutto nella camera della figlia, ma la madre potè sottrarre le
lettere senza esser vista. Un'ora dopo, quando il signore di Campireali era
rientrato nella sua camera, attigua a quella della moglie, e in casa era
tornata la calma, la madre disse alla figlia:
«Eccoti le
lettere, non voglio leggerle, ma pensa a quanto avrebbero potuto costarci!
Fossi in te, le brucerei. Vai, dammi un bacio.»
Elena
ritornò nella sua camera, sciogliendosi in lacrime; le pareva, dopo le parole
materne, di non amare più Giulio. Poi si accinse a bruciare le lettere; ma
prima di distruggerle volle rileggerle. E le rilesse tanto, che il sole era già
alto nel cielo quando si decise finalmente a seguire il salutare consiglio.
Il giorno
dopo, era una domenica, Elena si incamminò con la madre verso la parrocchia;
per fortuna il padre non le seguì. La prima persona che scorse in chiesa, fu
Giulio Branciforte. Con uno sguardo si assicurò che non fosse ferito e si sentì
al colmo della felicità; gli avvenimenti della notte le sembravano ormai
lontani mille miglia. Aveva preparato cinque o sei bigliettini con pezzi di
vecchia carta, sporca di terra bagnata, come capita di trovarne per terra in
chiesa; quei biglietti contenevano tutti il medesimo avvertimento:
«Avevano
scoperto tutto. meno il suo nome. Che non si facesse più vedere nella via. Si
verrà qui spesso».
Elena
lasciò cadere uno di quei pezzetti di carta; un'occhiata avvertì Giulio che lo
raccolse e scomparve. Rientrando a casa, un'ora dopo, essa trovò sullo scalone
del palazzo un frammento di carta che la colpì perché assomigliava in tutto e
per tutto a uno di quelli che aveva usato al mattino.
Lo afferrò,
senza che neppure la madre si accorgesse di niente, e lesse:
«Fra tre
giorni tornerà da Roma, dove deve andare assolutamente. Qualcuno canterà in
pieno giorno, al mercato, in mezzo al baccano dei contadini, verso le dieci».
Quella
partenza per Roma parve strana a Elena. «Teme forse i colpi di archibugio di
mio fratello?» si chiedeva con tristezza. L'amore perdona tutto, tranne
l'assenza volontaria, che è il peggior supplizio. Invece di scorrere in beate
fantasticherie e di essere tutta occupata a soppesare le ragioni di amare il
proprio innamorato, la vita è agitata da dubbi atroci. «Ma, dopo tutto, posso
credere che non mi ami più?» andava ripetendosi Elena nei tre lunghi giorni che
durò l'assenza di Branciforte. Tutt'a un tratto una gioia folle spazzò via le
sue pene: il terzo giorno, lo vide passeggiare in pieno mezzogiorno, nella via,
di fronte al palazzo paterno. Aveva abiti nuovi e bellissimi. Mai la nobiltà
del suo portamento e la franchezza spensierata e ardita della sua fisionomia avevano
avuto maggior risalto; e mai, prima di quel giorno, si era parlato così tanto
della sua povertà. Gli uomini, e soprattutto i giovani continuavano a ripetere
quella parola crudele; le donne, e soprattutto le ragazze, non smettevano di
lodare il suo bell'aspetto.
Giulio
passeggiò per tutta la giornata in città; sembrava volesse rifarsi dei mesi di
reclusione a cui la sua povertà l'aveva condannato. Come si addice a un
innamorato, Giulio era ben armato sotto la tunica nuova. Oltre alla daga e al
pugnale, aveva indossato il giaco (una specie di lungo corpetto di maglia di ferro, molto
scomodo da portare, ma capace di guarire i cuori italiani da una triste
malattia che in quel secolo contagiava tutti gravemente, parlo del timore di
venir uccisi a un angolo di strada da uno dei propri ben noti nemici). Quel
giorno, Giulio sperava di scorgere Elena, e poi gli ripugnava star solo con se
stesso nella sua casa isolata: ed ecco perché. Ranuccio, un ex soldato del
padre, dopo aver fatto dieci campagne con lui agli ordini di diversi condottieri, e, da ultimo, agli ordini di
Marco Sciarra, aveva seguito il capitano quando questi era stato costretto a
ritirarsi per le ferite. Il capitano Branciforte aveva le sue ragioni per non
vivere a Roma; avrebbe corso il rischio di incontrare i figli di uomini uccisi
da lui; persino ad Albano, non aveva nessuna voglia di mettersi completamente
alla mercé dell'autorità legale. Invece di comprare o affittare una casa in
città, preferì costruirsene una da dove potesse avvistare da lontano i
visitatori. Trovò il posto ideale in mezzo alle rovine di Alba: di lì poteva,
senza esser scorto da visitatori indiscreti, rifugiarsi nella foresta dove
regnava il suo vecchio amico e capo, il principe Fabrizio Colonna. Il capitano
Branciforte non si curava minimamente dell'avvenire del figlio. Quando si
ritirò dal servizio, appena cinquantenne, ma coperto di ferite, calcolò di
avere ancora una decina d'anni di vita e, una volta costruita la casa, spese
ogni anno il decimo di quanto aveva ammucchiato nei saccheggi di città e
villaggi a cui aveva avuto l'onore di partecipare.
Comprò la
vigna che rendeva a suo figlio trenta scudi l'anno, per rispondere alla battuta
maligna di un abitante di Albano che gli aveva detto, un giorno in cui
discuteva animatamente degli interessi e dell'onore della città, che spettava
proprio a un ricco possidente come lui dar consigli agli anziani di Albano. Il capitano comprò la
vigna, e annunziò che ne avrebbe comprate ancora molte altre; poi, incontrando
quel maligno in un luogo deserto, lo uccise con un colpo di pistola.
Dopo otto
anni di questa vita, il capitano morì; il suo aiutante di campo, Ranuccio,
adorava Giulio; però, stanco di oziare, riprese servizio nella compagnia del
principe Colonna. Andava spesso a trovare suo figlio Giulio, come lo chiamava, e, alla
vigilia di un pericoloso assalto che il principe doveva sostenere nella
fortezza della Petrella, lo portò a combattere con lui. Vedendolo molto
coraggioso:
«Devi esser
matto,» gli disse, «e anche ben sprovveduto, per vivere nei pressi di Albano
come l'ultimo e il più povero dei suoi abitanti, mentre con le tue imprese e il
nome di tuo padre potresti essere nelle nostre file un brillante soldato di
ventura, e per di
più far fortuna.»
Queste
parole continuavano a tormentare Giulio; sapeva il latino, insegnatogli da un
prete; ma, dato che suo padre si era sempre beffato di quanto diceva il prete,
a parte il latino, non aveva assolutamente nessuna istruzione. In compenso,
disprezzato per la sua povertà, isolato in una casa solitaria, era provvisto di
un certo buon senso che, per la sua originalità, avrebbe stupito molti dotti.
Per esempio, prima di innamorarsi di Elena, e senza sapere il perché, pur
amando moltissimo combattere, provava repulsione per il saccheggio che, agli
occhi del capitano suo padre e di Ranuccio, era come la divertente farsa finale
che segue la nobile tragedia. Da quando amava Elena, quel buon senso acquisito
grazie alle sue riflessioni solitarie era diventato per lui un supplizio.
Quell'anima, un tempo tanto spensierata, non osava parlare con nessuno dei suoi
dubbi ed era piena di passione e di affanno. Che cosa non avrebbe detto il
signore di Campireali, sapendo che era un soldato di ventura? Questa volta i suoi rimproveri
sarebbero stati fondati! Giulio aveva sempre contato sul mestiere di soldato,
come sicura risorsa quando avesse speso i soldi ricavati dalle catene d'oro e
dagli altri gioielli trovati nel forziere del padre. Giulio non si sarebbe
fatto scrupolo a rapire, lui così povero, la figlia del ricco signore di
Campireali, perché, a quei tempi i padri disponevano dei loro beni come meglio
credevano, e il signore di Campireali poteva benissimo lasciare alla figlia
mille scudi in tutto. Altri problemi assillavano la mente di Giulio: in che città
avrebbe portato la giovane Elena, dopo averla sposata e sottratta al padre? con
che denaro l'avrebbe fatta vivere?
Quando il
signore di Campireali gli aveva rivolto il sanguinoso rimprovero che lo aveva
tanto colpito, Giulio era rimasto per due giorni in preda alla rabbia e al più
vivo dolore: non poteva decidersi né a uccidere l'insolente vecchio, né a
lasciarlo vivere. Passava le notti a piangere; finalmente decise di
consigliarsi con Ranuccio, l'unico amico che avesse al mondo; ma l'amico l'avrebbe
capito? Invano cercò Ranuccio per tutta la foresta della Faggiola, fu costretto
a spingersi sulla strada di Napoli, oltre Velletri, dove Ranuccio capeggiava
un'imboscata: stava aspettando, con la sua banda, il generale spagnolo Ruiz
d'Avalos, che aveva stabilito di andare a Roma per via di terra, senza pensare
che poco tempo prima, davanti a molte persone, aveva parlato con disprezzo dei
soldati di ventura della compagnia Colonna. Ma quando il suo cappellano gli
ricordò molto opportunamente quella circostanza, Ruiz d'Avalos decise di fare
armare una barca e andare a Roma per mare.
Appena il
capitano Ranuccio ebbe sentito il racconto di Giulio:
«Descrivimi
esattamente,» gli disse, «questo signore di Campireali, perché la sua
imprudenza non costi la vita a qualche bravo abitante di Albano. Quando sarà
finita, in un modo o nell'altro, la faccenda che ci trattiene qui, te ne andrai
a Roma dove avrai cura di farti vedere nelle osterie e in altri luoghi
pubblici, in ogni ora della giornata: non devi esser sospettato per via del tuo
amore per la ragazza.»
Giulio
faticò molto a placare l'ira del vecchio compagno di suo padre. Dovette
mostrarsi offeso.
«Credi che
voglia la tua spada? Come vedi, ho una spada anch'io. Ti chiedo un saggio
consiglio.»
Ranuccio
continuava a ripetergli, a conclusione di ogni suo discorso:
«Sei
giovane, non hai ferite; sei stato insultato in pubblico: orbene, un uomo
disonorato è disprezzato anche dalle donne.»
Giulio gli
disse che voleva ancora riflettere e interrogare il suo cuore, e, malgrado
Ranuccio insistesse per farlo partecipare all'attacco della scorta del generale
spagnolo, dove, diceva, avrebbe ricavato onore, nonché dobloni, Giulio se ne
tornò solo solo nella sua casupola. Là, il giorno prima che il signore di
Campireali sparasse contro di lui un colpo di archibugio, aveva ricevuto la
visita di Ranuccio e del suo caporale, di ritorno dalla zona di Velletri.
Ranuccio volle vedere ad ogni costo il forziere dove il suo capo, il capitano
Branciforte, chiudeva un tempo le catene d'oro e gli altri gioielli che non
riteneva opportuno spendere subito dopo una spedizione. Ranuccio vi trovò tre
scudi.
«Ti
consiglio di farti frate,» disse a Giulio, «ne hai tutte le virtù: l'amore per
la povertà, e qui c'è la prova; l'umiltà, e infatti ti lasci insultare in mezzo
alla via da un riccone di Albano; non ti mancano che l'ipocrisia e la gola.»
Ranuccio
mise cinquanta dobloni nel forziere.
«Ti do la
mia parola,» disse a Giulio, «che se tra un mese il signore di Campireali non è
sepolto con tutti gli onori dovuti alla sua nobiltà e al suo censo, il mio
caporale qui presente, verrà con trenta uomini a demolire la tua casupola e a
dar fuoco ai tuoi poveri mobili. Il figlio del capitano Branciforte non deve
fare una brutta figura in questo modo, con la scusa che è innamorato.»
Allorché il
signore di Campireali e suo figlio spararono i due colpi di archibugio,
Ranuccio e il caporale stavano appostati sotto il balcone di pietra, e Giulio
faticò molto a impedir loro di uccidere Fabio, o almeno di rapirlo, quando
quest'ultimo fece quell'imprudente sortita, passando dal giardino, come abbiamo
raccontato a suo tempo. Ranuccio si lasciò persuadere da questa ragione: non si
deve uccidere un giovane che può diventare qualcuno e rendersi utile, quando
c'è un vecchio peccatore, più colpevole di lui, buono solo per essere sepolto.
All'indomani
di quell'avventura notturna, Ranuccio sparì nella foresta e Giulio partì per
Roma. La gioia di comprarsi un bel vestito con i dobloni avuti da Ranuccio era
crudelmente turbata da un'idea davvero singolare per quel tempo e che già
lasciava presagire il suo glorioso destino; ripeteva a se stesso: «Elena
deve sapere chi sono.»
Qualunque altro uomo di quell'età e di quel tempo si sarebbe solo preoccupato
di godersi il suo amore e di rapire Elena, senza pensare affatto a quel che ne
sarebbe stato di lei sei mesi dopo, né quale opinione avrebbe conservato di lui
la fanciulla.
Di ritorno
a Albano, il pomeriggio stesso del giorno in cui sfoggiava davanti agli occhi di
tutti i bei vestiti portati da Roma, Giulio venne a sapere da un suo amico, il
vecchio Scotti, che Fabio era uscito dalla città a cavallo, per andare in una
tenuta paterna a tre leghe di distanza, nella pianura in riva al mare. Più
tardi vide il signore di Campireali incamminarsi, in compagnia di due preti,
lungo il magnifico viale di lecci che incorona l'orlo del cratere in fondo al
quale si stende il lago di Albano. Dieci minuti dopo, una vecchia si
introduceva arditamente nel palazzo Campireali con la scusa di vendere frutta;
la prima persona che incontrò fu la cameriera Marietta, intima confidente della
sua padrona Elena, ed essa arrossì fino al bianco degli occhi nel vedersi
mettere in mano un bel mazzo di fiori. C'era nascosta una lettera smisuratamente
lunga: Giulio vi raccontava quello che aveva passato dopo la notte dei colpi di
archibugio, ma, per uno strano pudore, non osava confessare ciò di cui ogni
altro uomo del suo tempo si sarebbe vantato, vale a dire che era figlio di un
capitano famoso per imprese eroiche e che lui stesso si era già distinto per il
suo coraggio in più di un combattimento. Gli pareva sempre di sentire i
commenti del vecchio Campireali su questi fatti. Bisogna sapere che nel XV
secolo le ragazze, ragionando con buon senso repubblicano, stimavano un uomo
molto più per le sue azioni che per le ricchezze accumulate dai padri o per le
celebri gesta di questi. Ma erano soprattutto le ragazze del popolo a pensarla
così. Quelle che appartenevano alle classi ricche o nobili avevano paura dei
briganti e, com'è naturale, tenevano in grande considerazione la nobiltà e il
censo. Giulio terminava la sua lettera con queste parole: «Non so se i decorosi
vestiti che ho portato da Roma vi hanno fatto dimenticare la crudele ingiuria
che una persona da voi rispettata mi ha rivolto tempo fa, per il mio misero
aspetto; avrei potuto, anzi avrei dovuto vendicarmi, lo esigeva il mio onore;
non l'ho fatto pensando alle lacrime che la mia vendetta sarebbe costata a
occhi che adoro. Questo vi darà la prova, se per mia disgrazia ne dubitaste
ancora, che si può esser poverissimi e aver nobili sentimenti. Del resto, devo
svelarvi un terribile segreto, non proverei nessuna pena a dirlo a qualsiasi
altra donna, ma non so perché tremo al pensiero di confidarlo a voi. Esso
potrebbe, in un solo istante, distruggere il vostro amore per me e neppure i
vostri giuramenti basterebbero a rassicurarmi. Voglio leggere nei vostri occhi
l'effetto di questa confessione. Uno di questi giorni al cader della notte,
verrò a trovarvi nel giardino dietro il palazzo. Quel giorno, Fabio e vostro
padre saranno assenti. Quando avrò la certezza che malgrado il loro disprezzo
per me, povero giovane malvestito, non potranno toglierci tre quarti d'ora o
un'ora per incontrarci, vedrete passare sotto le finestre del palazzo, un uomo
che mostrerà ai bambini del paese una volpe addomesticata. Più tardi, quando
suonerà l'Ave Maria, sentirete in lontananza un colpo di un archibugio, allora vi
avvicinerete al muro del giardino e canterete, se non sarete sola. Se ci sarà
silenzio, il vostro schiavo verrà a inginocchiarsi tremante ai vostri piedi e
vi racconterà cose che forse vi faranno orrore. Aspettando questo giorno
decisivo e terribile per me, non mi arrischierò più a porgervi mazzi di fiori a
mezzanotte, ma sempre di notte, verso le due, passerò cantando e voi, chissà,
affacciata al grande balcone di pietra, lascerete cadere un fiore colto con le
vostre mani in giardino. Saranno forse gli ultimi segni di affetto che darete
all'infelice Giulio.»
Tre giorni
dopo il padre e il fratello di Elena erano andati a cavallo nei loro
possedimenti sulla costa, da dove sarebbero ripartiti un po' prima del
tramonto, per far ritorno a casa verso le due di notte. Ma al momento di
mettersi in cammino per tornare, erano spariti i loro due cavalli, e anche
tutti quelli della fattoria. Stupitissimi per quell'audace furto, iniziarono le
ricerche, i cavalli però furono ritrovati solo l'indomani nella foresta di
alberi d'alto fusto, lungo il mare. I due Campireali, padre e figlio, furono
costretti a tornare a Albano su un carro di buoi.
Quella
sera, quando Giulio si gettò alle ginocchia di Elena, era quasi notte e la
povera ragazza era ben felice di quell'oscurità; per la prima volta era davanti
all'uomo che essa amava teneramente, e che lo sapeva, ma al quale non aveva mai
rivolto la parola.
Subito le
diede un po' di coraggio notare che Giulio era più pallido e tremante di lei.
Lì, ai suoi ginocchi, diceva: «In verità non riesco a parlare.» Furono istanti
veramente molto felici; si guardavano senza poter articolare una parola,
immobili come statue di marmo dall'espressione intensa. Giulio, inginocchiato,
stringeva la mano di Elena che, con la testa china, lo fissava attentamente.
Giulio
sapeva bene che i suoi dissoluti amici romani gli avrebbero consigliato di
tentare una certa cosa, ma quest'idea gli faceva orrore. Lo scosse da quello
stato di estasi e forse dalla più grande felicità che possa dare l'amore,
un'altra idea; il tempo fugge; i Campireali si avvicinano al palazzo. Capì che
con un'anima scrupolosa come la sua non avrebbe potuto trovare felicità
durevole, finché non avesse fatto alla sua amata quella terribile confessione,
che gli amici di Roma, avrebbero giudicato un grosso sbaglio.
«Vi ho
parlato di una confessione che forse non dovrei farvi,» disse finalmente a
Elena.
Impallidì e
aggiunse a fatica, come se gli mancasse il respiro:
«Forse
vedrò sparire quei sentimenti che sono la speranza della mia vita. Mi credete
povero; ma non è tutto: sono un brigante e anche mio padre lo era.»
A quelle
parole, Elena, che aveva un padre ricco e tutte le paure della sua casta, si
sentì mancare, ebbe paura di cadere. «Che tormento sarebbe per il povero
Giulio!» pensava: «si crederebbe disprezzato!». Egli era ai suoi ginocchi. Per
non cadere, si appoggiò a lui e poco dopo si abbandonò nelle sue braccia, quasi
priva di sensi. Come si vede, nel XVI secolo, piacevano le storie d'amore
raccontate con esattezza. Perché quelle storie non venivano giudicate con
l'intelligenza, dovevano parlare all'immaginazione, e il lettore si
identificava passionalmente con gli eroi del racconto. I due manoscritti su cui
ci basiamo, e soprattutto quello che contiene alcune espressioni tipiche del
dialetto fiorentino, descrivono nei minimi particolari tutti gli incontri
successivi. Il pericolo metteva a tacere i rimorsi della fanciulla. Spesso i
pericoli furono estremi, ma accrescevano l'ardore di quei due cuori per i quali
ogni sensazione amorosa era felicità. Molte volte rischiarono di essere sorpresi
dal padre e da Fabio, furibondi di essere gabbati: correva voce che Giulio
fosse l'amante di Elena e non riuscivano a sorprenderlo. Fabio, giovane
impetuoso e fiero delle sue origini, proponeva al padre di far uccidere Giulio.
«Finché
sarà al mondo,» gli diceva, «la vita di mia sorella sarà in grande pericolo.
Chi ci dice che presto l'onore non ci costringa a macchiarci le mani del sangue
di questa ribelle? È diventata audace al punto di non negare più il suo amore;
l'avete vista voi stesso rispondere ai vostri rimproveri con un cupo silenzio;
ebbene! quel silenzio è la condanna a morte di Giulio Branciforte.»
«Pensate
chi era suo padre,» rispondeva il signore di Campireali. «Certo, possiamo
facilmente andare a passare due mesi a Roma e, intanto, questo Branciforte
sparisce. Ma chi ci dice che il padre, che malgrado i suoi delitti è stato
coraggioso e generoso, e ha fatto arricchire molti suoi soldati, pur rimanendo
povero, chi ci dice che suo padre non abbia ancora amici, sia nella compagnia
del duca di Monte Mariano, sia nella compagnia Colonna, che occupa spesso i
boschi della Faggiola, a mezza lega da noi? In questo caso, verremo massacrati
tutti senza misericordia, voi, io e forse anche la vostra sventurata madre.»
Queste argomentazioni, ricorrenti nei colloqui tra padre e figlio, venivano tenute nascoste solo in parte a Vittoria Carafa, la madre di Elena, che era disperata. Fabio e suo padre, dopo molte discussioni, convennero che era disdicevole per il loro onore lasciar che certe voci continuassero a circolare a Albano, tranquillamente. Dato che non era prudente far sparire il giovane Branciforte che, ogn