STENDHAL (Henri-Marie Beyle)
RICORDI
DI EGOTISMO
Traduzione di Mariella
di Maio
ACQUISTA
IL LIBRO DA GARZANTI
RICORDI
Lascio
questo esame di coscienza al celebre pittore Abraham Constantin con preghiera
di darlo a qualche stampatore che non sia un bigotto dieci anni dopo di me o di
depositarlo in qualche biblioteca, se nessuno vuole stamparlo. B[envenut]o Cellini
stato pubblicato cinquant'anni dopo la sua morte.
H. BEYLE
CODICILLO
AL TESTAMENTO OLOGRAFO
DEL
SIGNOR H.-M. BEYLE, CONSOLE DI FRANCIA
A
CIVITA-VECCHIA
Io
sottoscritto H.-M. Beyle lascio il presente manoscritto che contiene
chiacchiere sulla mia vita privata al signor Abraham Constantin di Ginevra,
celebre pittore, cavaliere della Legion d'onore, ecc., ecc. Prego il signor
Constantin di dare alle stampe questo manoscritto dieci anni dopo la mia morte.
Lo prego di non cambiare niente; si potranno cambiare soltanto i nomi
sostituendoli con nomi immaginari, per esempio si pu mettere Mme Durand oppure
Mme Delpierre al posto di Mme Doligny o Mme Berthois.
Civita-Vecchia,
24 giugno 1832.
H. BEYLE
Mi
piacerebbe che tutti i nomi venissero cambiati. Si potrebbero rimettere quelli
veri se per caso queste chiacchiere fossero ristampate cinquant'anni dopo la
mia morte.
H. BEYLE
CAPITOLO
I
Per
impiegare il tempo libero in questa terra straniera, ho voglia di scrivere un
breve resoconto di quanto mi accaduto nel mio ultimo viaggio a Parigi dal 21
giugno 1821 al [...] novembre 1830. un periodo di nove anni e mezzo. Sono due
mesi, da quando ho digerito la novit della mia posizione, che vado
rimproverandomi di non intraprendere un lavoro qualunque. Senza lavoro il
vascello della vita umana non ha zavorra. Confesso che il coraggio di scrivere
mi mancherebbe se non pensassi che un giorno questi fogli saranno stampati e
che saranno letti da qualche persona che amo come Mme Roland o il matematico
Gros. Ma gli occhi che leggeranno queste cose si aprono appena alla luce.
Calcolo che i miei lettori futuri abbiano oggi dieci o dodici anni.
Ho tratto
tutto il vantaggio possibile per la mia felicit dalle situazioni in cui il
destino mi ha fatto trovare in questi nove anni passati a Parigi? Che uomo
sono? Ho buon senso? Buon senso con profondit?
Ho un
ingegno notevole? Davvero non ne so nulla. Sono colpito da quel che mi capita
giorno per giorno e penso raramente a questi problemi fondamentali. Perci i
miei giudizi variano come il mio umore. I miei giudizi non sono altro che colpi
d'occhio.
Vediamo se
facendo l'esame di coscienza con la penna in mano arriver a qualcosa di positivo e che resti vero a lungo per me. Cosa penser di ci che
adesso mi sento disposto a scrivere quando lo rilegger nel 1835, se pure vivr
ancora? Sar come per le mie opere stampate? Sento una tristezza profonda
quando le rileggo in mancanza di altri libri.
un mese
che ci penso e provo una vera ripugnanza a scrivere soltanto per parlare di me,
del numero delle mie camicie, delle disavventure del mio amor proprio. D'altra
parte sono lontano dalla Francia, ho letto tutti i libri divertenti che sono
arrivati in questo paese. Il mio cuore era incline a scrivere un libro
d'immaginazione su un intrigo amoroso accaduto a Dresda nell'agosto del 1813 in
una casa accanto alla mia?, ma i doveri minuti della mia funzione
m'interrompono spesso. O per meglio dire, non posso essere mai sicuro,
prendendo i miei fogli, di starci un'ora senza essere interrotto. Questa
piccola contrariet mi spegne l'immaginazione. Quando riprendo la mia finzione,
mi sento disgustato da ci che pensavo. Al che qualche savio obietter che
bisogna vincere se stessi. Rispondo: troppo tardi, ho quarantanove anni. Dopo
tante avventure tempo di pensare a concludere la vita il meno peggio
possibile.
La mia
obiezione principale non era la vanit che c' a scrivere la propria vita. Un libro su un
tale argomento come tutti gli altri; se noioso, viene ben presto dimenticato.
Temevo di sciupare i momenti felici che ho vissuto descrivendoli,
anatomizzandoli. Ma non lo far, salter la felicit.
Il genio
poetico morto, ma il genio del sospetto venuto al mondo. Sono profondamente convinto che
il solo antidoto che possa far dimenticare al lettore gli eterni Io che l'autore scriver, sia una
perfetta sincerit.
Avr il
coraggio di raccontare le cose umilianti senza giustificarle con infiniti
preamboli? Lo spero.
Nonostante
le delusioni della mia ambizione, non considero malvagi gli uomini. Non mi
sento perseguitato da loro, li guardo come macchine che in Francia sono spinte
dalla vanit e
altrove da tutte le passioni, compresa la vanit.
Non conosco
me stesso ed questo che talvolta, quando ci penso di notte, mi rattrista.
Sono buono, cattivo, intelligente, sciocco? Ho saputo trar profitto dalle
circostanze nelle quali mi hanno gettato l'onnipotenza di Napoleone (che sempre
adorai) nel 1810, poi nel 1814 la nostra caduta nel fango, e il nostro sforzo
per uscirne nel 1830? Temo proprio di no; ho agito secondo l'umore, a caso. Se
qualcuno m'avesse chiesto consiglio sulla mia posizione, ne avrei dato molte
volte uno di gran valore: certi amici, rivali spiritosi, mi hanno fatto dei
complimenti a questo proposito.
Nel 1814,
il conte Beugnot, ministro di Polizia, mi offr di dirigere
l'approvvigionamento di Parigi. Non lo sollecitavo, ero in ottima posizione per
accettare. Risposi in modo da non incoraggiare Beugnot, uno che aveva la vanit
di due francesi. Dovette rimanerne sconvolto. L'uomo che ebbe quel posto si
ritirato in capo a quattro o cinque anni, stanco di far quattrini e, stando a
quel che si dice, senza rubare. Il disprezzo estremo che m'ispiravano i Borboni
- per me a quel tempo erano fetida melma - mi fece lasciare Parigi qualche
giorno dopo aver rifiutato l'offerta lusinghiera del conte Beugnot. Il cuore
straziato dal trionfo di tutto ci che disprezzavo e che non potevo odiare
trovava ristoro in quel po' d'amore che cominciavo a provare per la contessa Du
Long, che vedevo tutti i giorni da Beugnot e che dieci anni dopo doveva avere
una parte importante nella mia vita. Lei allora mi notava non tanto per la mia
amabilit quanto per il mio comportamento singolare. Mi vedeva come l'amico di
una donna molto brutta e di forte personalit: la contessa Beugnot. Mi sono
sempre pentito di non averla amata. Che piacere parlare con intimit a una
persona di quella levatura!
Questo
preambolo molto lungo, lo sento da tre pagine; ma devo cominciare da un
argomento cos triste e difficile che gi la pigrizia mi afferra. Ho quasi
voglia di lasciare la penna. Ma al primo momento di solitudine, avrei dei
rimorsi.
Partii da
Milano per Parigi il [...] giugno 1821 con 3.500 franchi, se non mi sbaglio.
L'unica felicit che intravedevo era di farmi saltare le cervella non appena il
denaro fosse finito. Lasciavo dopo tre anni d'intimit una donna che adoravo,
che mi amava e che non si mai data a me. A tanti anni di distanza, cerco
ancora di indovinare i motivi del suo comportamento. Aveva una pessima
reputazione, eppure non aveva avuto che un amante. Ma le signore della buona
societ di Milano si vendicavano della sua superiorit. La povera Mtilde non
fu mai capace di manovrare contro quel nemico, n di disprezzarlo. Forse un
giorno, quando sar molto vecchio, molto freddo, avr il coraggio di parlare
degli anni 1818, 1819, 1820, 1821.
Nel 1821
resistevo a stento alla tentazione di bruciarmi le cervella. Disegnai una
pistola in margine a un brutto dramma d'amore che stavo scribacchiando (ospite
in casa Acerbi). Mi sembra che sia stata la curiosit politica a impedirmi di
farla finita. Forse, senza che me ne rendessi conto, fu anche la paura di farmi
male.
Infine mi
congedai da Mtilde.
Quando
tornerete?, mi disse.
Mai,
spero.
A questo
punto ci fu un'ora di tergiversazioni e di parole vane. Una sola avrebbe potuto
cambiare la mia vita futura. Ma non per molto tempo, ahim! Quell'anima
angelica, chiusa in s bel corpo, ha dato addio alla vita nel 1825.
Infine
partii nello stato che facile immaginare il [...] giugno. Andavo da Milano a
Como, temendo ad ogni istante, anzi credendolo, che sarei tornato indietro.
Quella
citt dove ero convinto di non poter rimanere senza morire, non riuscii ad
abbandonarla senza sentirmi strappare l'anima. Mi sembrava di lasciarvi la
vita, ma che dico? Cos'era mai la vita in confronto a Mtilde? Esalavo l'ultimo
respiro ad ogni passo che facevo per allontanarmene:
Non
respiravo che sospirando.
SHELLEY
Ben presto
fui come istupidito, conversando coi postiglioni e rispondendo con seriet alle
loro riflessioni sul prezzo del vino. Soppesavo con loro le ragioni che
dovevano farlo aumentare di un soldo. La cosa pi terribile era guardarmi
dentro. Passai per Airolo, Bellinzona, Lugano (il suono di questi nomi mi fa
fremere ancora adesso, 20 giugno 1832).
Arrivai al
San Gottardo, allora abominevole (esattamente come le montagne del Cumberland
nel nord dell'Inghilterra, con in pi dei precipizi). Volli attraversare il San
Gottardo a cavallo, con una mezza speranza di cadere, di conciarmi a dovere e
di distrarmi. Bench ex ufficiale di cavalleria, e bench abbia passato la mia
vita a cadere da cavallo, ho orrore delle cadute su pietre che rotolano e
cedono sotto i passi del cavallo.
Il corriere
che mi accompagnava mi trattenne dicendomi che poco gli importava della mia
vita, ma che avrei diminuito il suo guadagno e che nessuno sarebbe pi voluto
andare con lui quando si fosse saputo che uno dei suoi clienti era finito in un
precipizio.
Ma come!
Non avete capito che ho la s[ifilide] e che non posso camminare?.
Arrivai con
il corriere che malediceva la sua mala sorte ad Altdorf. Guardavo ogni cosa con
occhi imbambolati. Sono un grande ammiratore di Guglielmo Tell, anche se gli
scrittori ministeriali di ogni paese sostengono che non sia mai esistito. Mi
sembra che proprio ad Altdorf una brutta statua di Tell con un gonnellino di
pietra mi commosse appunto per la sua bruttezza.
Ecco
dunque, mi dicevo con una dolce malinconia che seguiva per la prima volta a una
secca disperazione, ecco che diventano le cose pi belle agli occhi degli
uomini grossolani! Cos sei tu, Mtilde, nel salotto della signora Traversi!.
La vista di
quella statua mi raddolc un po'. Chiesi dove fosse la cappella di Tell.
La vedrete
domani.
L'indomani
m'imbarcai con una pessima compagnia: degli ufficiali svizzeri della guardia di
Luigi XVIII che andavano a Parigi.
(E qui
quattro pagine di descrizioni da Altdorf a Gersau, Lucerna, Basilea, Belfort,
Langres, Parigi. Interessandomi al morale, la descrizione del fisico
m'infastidisce. Da due anni non ho scritto dodici pagine del genere.)
La Francia
e soprattutto i dintorni di Parigi non mi sono mai piaciuti, il che prova che
sono un cattivo francese e un uomo cattivo, diceva pi tardi Sophie [...]
figliastra di Cuvier. Mi si strinse il cuore andando da Basilea a Belfort e
lasciando le alte, se non belle montagne svizzere, per la spaventosa e piatta
miseria della Champagne. Come sono brutte le donne del villaggio... in calze
turchine e zoccoli. Ma in seguito mi dissi: Che cortesia, che affabilit, che
senso di giustizia nelle loro conversazioni paesane!.
Langres ha
la stessa posizione di Volterra, citt che a quel tempo adoravo. Era stata
teatro di una delle mie imprese pi ardite nella guerra contro Mtilde.
Pensai a
Diderot (figlio, come noto, di un coltellinaio di Langres), pensai a Jacques
le Fataliste,
l'unica delle sue opere che apprezzo, ma che apprezzo molto di pi del Voyage
d'Anacharsis, del
Trait des tudes,
e di cento altri libercoli stimati dai pedanti.
La
disgrazia peggiore, esclamai, sarebbe che quegli uomini cos aridi, gli amici
in mezzo ai quali sto per andare a vivere, indovinassero la mia passione, e per
una donna che non ho avuto!.
Mi dissi
questo nel giugno 1821, e nel giugno 1832 capisco per la prima volta, scrivendo
queste cose, che quella paura, mille volte rinnovata, stata in realt il
principio che ha diretto la mia vita per dieci anni. per questa via che sono
riuscito ad avere dello spirito, cosa sulla quale si concentrava tutto il mio disprezzo a
Milano nel 1818, quando amavo Mtilde.
Entrai a
Parigi che trovai pi che brutta, insultante per il mio dolore, con un'unica
idea: non essere scoperto. In capo a otto giorni,
constatando la mancanza della politica, mi dissi: Approfittare del mio dolore
per u L 18.
Vissi cos
parecchi mesi dei quali non ho ricordi. Tempestavo di lettere gli amici di
Milano per averne indirettamente una mezza parola su Mtilde. Loro che
disapprovavano la mia stupidit, non me ne parlavano mai.
A Parigi
presi alloggio in rue de Richelieu n. 47, all'htel di Bruxelles tenuto da un
certo Petit, ex cameriere di uno dei signori de Damas. La cortesia, la grazia,
il tatto di questo Petit, la sua assoluta mancanza di sentimenti, il suo orrore
per ogni moto profondo dell'anima, il suo vivo ricordo di certe soddisfazioni
della sua vanit di trent'anni prima, la sua impeccabile onest in materia di
denaro, ne facevano ai miei occhi il modello perfetto del francese dei tempi
andati. Gli affidai ben presto i 3000 franchi che mi restavano. Mi volle dare a
tutti costi una ricevuta che smarrii subito, il che lo contrari molto quando,
qualche mese o qualche settimana dopo, ripresi il mio denaro per andare in
Inghilterra dove mi spinse il disgusto mortale che provavo a Parigi.
Ho pochi
ricordi di quel tempo appassionato, sentivo scivolarmi addosso le cose senza
avvertirle o disprezzandole se le intravedevo. Il mio pensiero era in piazza
Belgioioso a Milano. Mi raccoglier per cercare di ricordarmi le case che
frequentavo.
CAPITOLO
II
Ecco il
ritratto di un uomo di valore con il quale ho passato tutte le mie mattinate
per otto anni. Fra noi c'era stima, ma non amicizia.
Avevo
scelto l'htel di Bruxelles perch vi alloggiava il piemontese pi arido, pi
duro, pi somigliante alla Rancune (del Roman comique) che abbia mai incontrato. Il
barone di Lussinge mi stato compagno di vita dal 1821 al 1831. Nato verso il
1785, nel 1821 aveva trentasei anni. Cominci ad allontanarsi da me e a farmi
discorsi scortesi soltanto quando mi feci la reputazione di un uomo di spirito,
dopo la tremenda sciagura del 15 settembre 1826.
Il barone
di Lussinge, piccolo, tozzo, tarchiato, e che non ci vedeva a tre passi di
distanza, era sempre mal messo per avarizia e impiegava le nostre passeggiate a
far bilanci di spese personali per uno scapolo che vive solo a Parigi. Era per
un uomo di una sagacia eccezionale. Nelle mie romanzesche e fervide illusioni,
valutavo trenta, mentre non valevano che quindici, il genio, la bont, la
gloria e la felicit di un tale che passava; lui non li valutava che sei o
sette.
stata
questa la base delle nostre conversazioni per otto anni. Ci cercavamo da un
capo all'altro di Parigi.
Lussinge,
che a quel tempo era sui trentasei o trentasette anni, aveva il cuore e la
testa di un uomo di cinquantacinque. Si commuoveva profondamente solo per i
suoi fatti personali; allora dava di matto, come quando decise di sposarsi. A
parte questo, l'emozione era il bersaglio costante della sua ironia. Non aveva
che un culto: la stima per i suoi nobili natali. E apparteneva in verit a una
famiglia del Bugey che nel cinquecento vi occupava un rango elevato. Aveva
seguito a Torino i duchi di Savoia, divenuti re di Sardegna. Ed in quella
citt che Lussinge era stato educato, nella stessa accademia di Alfieri; l
aveva imparato quella profonda cattiveria piemontese che non ha pari al mondo,
e che tuttavia solo diffidenza verso la sorte e verso gli uomini. Ne ritrovo
non pochi tratti a Roma, ma qui in pi ci sono delle passioni. E in un teatro
pi vasto, una minore meschinit borghese. Non per questo ho amato di meno
Lussinge finch non diventato ricco, poi avaro, pauroso e infine sgradevole
nel parlare e quasi villano nel gennaio 1830.
Aveva una
madre avara, ma soprattutto folle e che era capace di regalare tutto ai preti.
Pens di prender moglie. La madre si sarebbe impegnata con degli atti che le
avrebbero impedito di lasciare le sue sostanze al confessore. Ci divertimmo
molto ai suoi intrighi e alle manovre mentre andava a caccia di una moglie.
Lussinge fu sul punto di chiedere la mano di una graziosa ragazza che gli
avrebbe dato la felicit e avrebbe reso eterna la nostra amicizia: la figlia
del generale Gilly (che in seguito divenne Mme Doin, sposando, mi pare un
avvocato). Ma il generale era stato condannato a morte dopo il 1815, e ci
avrebbe fatto infuriare la nobile baronessa madre. Per puro caso non spos una
gran civetta, che poi divenne Mme Varambon. Alla fine prese in moglie un'oca
perfetta, alta e abbastanza bella se avesse avuto un po' di sale in zucca.
Questa sciocca andava a confessarsi nel salotto di M. de Qulen, arcivescovo di
Parigi. Avevo casualmente qualche informazione sugli amori del detto
Monsignore, che forse allora aveva una storia con Mme de Podenas, dama d'onore
della duchessa di Berry e non so bene se prima o dopo, amante del fin troppo
famoso duca di Ragusa. Un giorno, con un po'd'indiscrezione da parte mia - ed
, credo, uno dei miei tanti difetti - punzecchiavo Mme Lussinge a proposito
dell'arcivescovo. Eravamo dalla contessa d'Avelles.
Cugina,
fate tacere il signor Beyle, esclam furibonda.
Da quel
momento mi stata nemica, anche se ogni tanto la sua strana civetteria faceva
capolino. Ma eccomi imbarcato in un episodio assai lungo. Continuo perch ho
visto Lussinge due volte al giorno per otto anni, e pi in l dovr tornare su
questa alta e florida baronessa, di quasi un metro e ottanta.
Tra la dote
della moglie, il suo stipendio di capo ufficio al ministero di Polizia e le
donazioni della madre, Lussinge metteva insieme 22 o 23000 franchi di rendita
verso il 1828. Da allora in poi fu dominato da un unico sentimento: la paura di
perdere. Disprezzando i Borboni, non quanto me che ho una virtus politica, ma disprezzandoli
perch inetti, arriv a non poter reprimere violenti eccessi di malumore al
racconto della loro incapacit. Vi scopriva d'improvviso un pericolo per le sue
propriet. Ogni giorno ce n'era una nuova, come si pu vedere dai giornali dal
1826 al 1830. La sera, Lussinge andava a teatro e mai in societ; si vergognava
del suo impiego. Ogni mattina ci trovavamo al caff. Gli raccontavo quel che
avevo saputo il giorno prima. Di solito scherzavamo sulla diversit delle
nostre opinioni politiche. Se non vado errato, il 3 gennaio 1830 egli mi sment
su non so quale episodio antiborbonico che avevo saputo a casa di Cuvier, a
quel tempo consigliere di Stato e molto legato al ministero. Questa inezia fu
seguita da un lunghissimo silenzio. Attraversammo il Louvre senza parlare.
Allora io non avevo che lo stretto necessario; lui, come sappiamo, 22000
franchi. Da un anno mi pareva che cercasse di assumere un tono di superiorit
nei miei confronti. Nelle nostre discussioni politiche mi diceva:
Voi, voi
non possedete nulla.
Alla fine
mi risolsi al sacrificio molto penoso di cambiare caff senza dirglielo. Erano
nove anni che andavo tutti i giorni alle dieci e mezzo al caf de Rouen, tenuto
da un certo Pique, un bravo borghese, e dalla sua signora, a quel tempo molto
graziosa e dalla quale mi pare che uno dei nostri comuni amici, Maisonnette,
ottenesse degli appuntamenti a 500 franchi l'uno. Mi ritirai al Lemblin, il
famoso caff dei liberali, anch'esso al Palais-Royal. Vedevo Lussinge soltanto ogni
quindici giorni. Dopo, abbiamo spesso desiderato di riannodare un'intimit che
era divenuta un bisogno per entrambi, ma non ce n' stata la forza. Molte
volte, in seguito. La musica o la pittura, di cui si intendeva, erano per noi
terreni neutri. Ma tutta l'inurbanit dei suoi modi si ripresentava con
asprezza appena cominciavamo a parlare di politica e lo riprendeva la paura per
i suoi 22000 franchi. Non c'era verso di continuare. Il suo buon senso
m'impediva di perdermi nelle mie illusioni poetiche. La mia allegria, perch
divenni allegro o meglio acquistai l'arte di sembrar tale, lo distraeva dal suo
cattivo umore e dalla terribile paura di perdere.
Quando ho
riavuto un modesto impiego nel 1830, credo che abbia trovato il mio stipendio
troppo alto. A conti fatti, dal 1821 al 1828, ho visto Lussinge due volte al
giorno e, a parte l'amore e i progetti letterari di cui non capiva niente,
abbiamo chiacchierato a lungo su ciascuna delle mie azioni, alle Tuileries e
sul quai del Louvre che portava al suo ufficio. Stavamo insieme dalle 11 a
mezzogiorno e mezzo e molto spesso riusciva a distrarmi completamente dalle mie
pene che ignorava.
Finalmente
questo lungo episodio terminato. Ma si trattava del primo personaggio di
queste memorie, di colui al quale pi tardi inoculai in modo cos ameno il mio
frenetico amore per Mme Azur, di cui da due anni l'amante fedele. E quel che
pi comico che riuscito a far diventare fedele anche lei. una delle
francesi meno pupattole che abbia incontrato.
Ma non anticipiamo.
La cosa pi difficile in questa grave storia rispettare l'ordine cronologico.
Siamo
dunque al mese d'agosto 1821, con me che alloggio con Lussinge all'htel di
Bruxelles, che lo seguo alle cinque alla tavola eccellente e ben servita dal
pi compito dei Francesi, M. Petit, e da sua moglie, cameriera di gran classe,
ma sempre imbronciata. Qui Lussinge che, come capisco bene nel 1832, ha sempre
avuto paura di presentarmi ai suoi amici, non pot fare a meno di farmi
conoscere:
1 Un bravo
e amabile giovanotto, bello e senza cervello, Barot, banchiere a Charleville e
occupato a quel tempo a guadagnarsi un patrimonio di 80000 franchi di rendita.
2 Un
ufficiale a mezza paga, decorato a Waterloo e che era del tutto privo d'ingegno
e ancor pi se possibile, d'immaginazione. Uno sciocco, ma di modi
impeccabili e che aveva avuto talmente tante donne che era diventato sincero
sul loro conto. La conversazione di M. Poitevin, lo spettacolo del suo buon
senso assolutamente immune da ogni eccesso dovuto all'immaginazione, le sue
idee sulle donne, i suoi consigli sull'abbigliamento, mi sono stati molto
utili. Credo che quel povero Poitevin avesse 1200 franchi di rendita e un posto
di 1500 franchi. Con questo, era uno dei giovanotti meglio vestiti di Parigi.
Anche se vero che non usciva mai senza una preparazione di due ore e qualche
volta di due ore e mezzo. Aveva avuto un'avventura di due mesi con la marchesa
di Rosine, verso la quale pi in l ho contratto tanti obblighi e che dieci
volte mi sono ripromesso di possedere. Non ci ho mai provato e ho avuto torto.
Lei mi perdonava la mia bruttezza e avrei davvero avuto il dovere di essere il
suo amante. Vedr di saldare questo debito al mio primo viaggio a Parigi. Sar
forse pi sensibile alle mie attenzioni ora che la giovinezza ci ha abbandonati
entrambi. Ma forse m'illudo. Da dieci anni si comporta in modo saggio, ma
secondo me perch se lo impone.
Insomma,
abbandonato da Mme Dar., sulla quale ho contato tanto, devo la pi viva
riconoscenza alla marchesa.
solo
riflettendo per essere in grado di scrivere queste cose che si fa chiaro ai
miei occhi quanto accadeva nel mio cuore nel 1821. Ho sempre vissuto e vivo
ancora giorno per giorno e senza pensare minimamente a ci che far domani. Per
me il progredire del tempo segnato soltanto dalle domeniche durante le quali
solitamente mi annoio e prendo tutto male. Non sono mai riuscito a capire
perch. Nel 1821, a Parigi, le domeniche erano per me davvero orribili. Perduto
sotto i grandi ippocastani delle Tuileries, cos maestosi in quel periodo
dell'anno, pensavo a Mtilde che era solita trascorrere queste giornate a casa
dell'opulenta signora Traversi. Quell'amica funesta che mi odiava, era gelosa
della cugina e che l'aveva persuasa, direttamente e attraverso i suoi amici,
che si sarebbe disonorata se mi avesse preso come amante.
Immerso in
una cupa fantasticheria per tutto il tempo in cui non stavo con i miei tre
amici, Lussinge, Barot e Poitevin, accettavo la loro compagnia soltanto per
distrarmi. Il piacere di essere distratto per un istante dal mio dolore o la
ripugnanza a esserne distratto, dettavano ogni mia azione. Quando uno di quei
signori sospettava che fossi triste, parlavo molto e mi capitava di dire le pi
grandi sciocchezze, di quelle cose che in Francia non si devono dire mai perch
pungono la vanit dell'interlocutore. M. de Poitevin mi faceva pagare cento
volte quelle parole.
Ho sempre
parlato troppo e senza curarmi di alcuna prudenza. Allora parlavo soltanto al
fine di alleviare per un istante un dolore acutissimo, pensando soprattutto ad
evitare di essere rimproverato per aver lasciato un affetto a Milano e di
essere triste per questo, il che avrebbe attirato sulla mia presunta amante dei
lazzi che non avrei potuto sopportare. Dovevo quindi parer davvero matto a
quelle tre persone sprovviste d'ogni immaginazione. Qualche anno dopo ho saputo
che mi consideravano solo estremamente affettato. Mentre scrivo queste cose mi
rendo conto che se il caso, o un po' di prudenza, mi avessero fatto cercare la
compagnia delle donne, nonostante la mia et, la mia bruttezza, ecc., vi avrei
trovato qualche successo e forse qualche consolazione. Ho avuto un'amante solo
per caso nel 1824, tre anni dopo. E fu allora che il ricordo di Mtilde cess
di essere straziante. Divenne per me come un tenero fantasma, profondamente
triste e che al suo apparire mi disponeva in sommo grado alle idee tenere,
buone, giuste, indulgenti.
Fu per me
una fatica ingrata, nel 1821, ritornare per la prima volta nelle case dove ero
stato accolto con grande cortesia quando ero alla corte di Napoleone. Prendevo
tempo, rimandavo continuamente. Alla fine, poich avevo pur dovuto stringere la
mano agli amici che incontravo per strada, si seppe della mia presenza a
Parigi. E si deplor la mia negligenza.
Il conte
d'Argout, mio compagno quando eravamo uditori al Consiglio di Stato, molto
coraggioso, lavoratore infaticabile, ma del tutto sprovvisto d'ingegno, era
pari di Francia nel 1821. Mi diede un biglietto per la Camera dei Pari dove si
istruiva il processo contro un folto gruppo di sciocchi imprudenti e privi di
logica. Mi pare che quella faccenda fosse chiamata la cospirazione del 19 o 29
agosto. Fu proprio per caso che la loro testa non cadde. Vidi l per la prima
volta Odilon Barrot, un ometto dalla barba blu. Era l'avvocato di uno di quei
poveri imbecilli che s'impicciano di cospirazioni non avendo che i due terzi o
i tre quarti del coraggio che ci vuole per questa attivit strampalata. La
logica di Barrot mi colp. Di solito stavo dietro la poltrona del cancelliere
Dambray. Ebbi l'impressione che dirigesse tutti quei dibattimenti con
sufficiente onest per essere un aristocratico.
Aveva lo
stesso stile e le stesse maniere di Petit, il padrone dell'htel di Bruxelles,
ex cameriere in casa Damas. Ma con questa differenza, che Dambray aveva maniere
meno nobili. L'indomani feci l'elogio della sua onest dalla contessa di
Doligny. C'era l'amante di Dambray, un donnone di trentasei anni, freschissima.
Aveva la naturalezza e le forme di Mlle de Contat nei suoi ultimi anni. (Fu
un'attrice inimitabile; se non mi sbaglio, l'avevo seguita molto nel 1803).
Ho fatto
male a non legarmi a quest'amante di Dambray. La mia follia le sarebbe apparsa
un gran segno di distinzione. Mi credeva l'amante o uno degli amanti di Mme
Doligny. In lei avrei trovato il rimedio ai miei mali, ma ero cieco.
Un giorno,
uscendo dalla Camera dei Pari, incontrai mio cugino il barone Martial Daru.
Teneva molto al suo titolo; era l'uomo migliore del mondo, il mio benefattore,
il maestro che mi aveva insegnato, a Milano nel 1800 e a Brunswick nel 1807,
quel poco che so nell'arte di comportarsi con le donne. Nella sua vita ne ha
avute ventidue, e delle pi belle, sempre quanto c'era di meglio nel posto in
cui si trovava. Io ho bruciato i ritratti, capelli, lettere, ecc.
Come!
Siete a Parigi. E da quando?.
Da tre
giorni.
Venite
domani, mio fratello sar molto contento di vedervi....
Quale fu la
mia risposta a un'accoglienza cos amabile e cos amichevole? Sono andato a
trovare quegli ottimi parenti soltanto sei o otto anni dopo. E la vergogna di
non essermi fatto vivo con i miei benefattori mi ha poi impedito di andarvi pi
di una decina di volte prima della loro morte prematura. Verso il 1829 mor il
simpatico Martial Daru, che era diventato grasso e scialbo per l'abuso di
bevande afrodisiache a proposito delle quali gli avevo fatto due o tre scenate.
Qualche mese pi tardi, rimasi di sasso nel mio caff de Rouen, che allora si
trovava all'angolo di rue du Rempart, leggendo sul giornale l'annuncio della
morte del conte Daru. Saltai su un calesse con le lacrime agli occhi e corsi al
n. 81 della rue de Grenelle. Trovai un domestico che piangeva, e piansi a calde
lacrime. Mi sentivo un ingrato. Spinsi al colmo la mia ingratitudine partendo,
se ricordo bene, la sera stessa per l'Italia. Anticipai la mia partenza; sarei
morto di dolore entrando a casa sua. Anche in questo c'era un po' della follia
che mi rendeva cos barocco nel 1821.
Doligny
figlio difendeva anche lui uno di quei poveri imbecilli che avevano voluto
cospirare. Mi vide dal posto che occupava come avvocato, e non ci fu modo di
esimermi dall'andare a trovare sua madre. Aveva un carattere forte, era una
vera donna. Non so perch non approfittai della sua squisita accoglienza per
raccontarle le mie pene e chiederle consiglio. Anche in quell'occasione sfiorai
la felicit, perch la ragione udita dalla bocca di una donna avrebbe avuto su
di me un potere ben diverso da quello che esercitavo su me stesso. Cenavo
spesso da Mme Doligny. Alla seconda o alla terza cena mi invit a colazione con
l'amante di Dambray che era allora cancelliere. Ebbi successo e feci la
sciocchezza di non tuffarmi in mezzo a quella gente amica. Amante felice o
respinto, vi avrei trovato un po' di quell'oblio che cercavo dappertutto e, per
esempio, in lunghe passeggiate solitarie a Montmartre e al Bois de Boulogne. Mi
ci sono sentito cos infelice che da allora ho preso in orrore quei luoghi
ameni. Ma a quel tempo ero cieco. Solo nel 1824, quando il destino mi diede
un'amante, trovai rimedio al mio dolore.
Quel che
sto scrivendo mi sembra molto noioso, se continua cos, questo non sar un
libro, ma un esame di coscienza. Non ho quasi nessun ricordo preciso di quei
tempi di tempesta e di passione.
A vedere
ogni giorno i miei cospiratori alla Camera dei pari, un pensiero mi colpiva
profondamente: u[ccidere] qualcuno a cui non si mai parlato non che un
duello normale. Come mai nessuno di quegli sciocchi ha avuto l'idea d'imitare
L[ouve]l?
Ho ricordi
cos vaghi di quel tempo che in verit non so se ho incontrato nel 1821 o nel
1814 l'amante di Dambray da Mme Doligny.
Nel 1821 mi
pare di non aver visto Doligny che nel suo castello di Corbeil, e inoltre mi
decisi ad andarci solo dopo due o tre inviti.
CAPITOLO
III
L'amore mi
diede nel 1821 una virt molto comica: la castit.
Nonostante
i miei sforzi, nell'agosto del 1821, Lussinge, Barot e Poitevin s'accorsero
della mia malinconia e organizzarono un incontro delizioso con delle
prostitute. Barot, come ho capito in seguito, uno dei migliori talenti di
Parigi per questo genere di piacere piuttosto difficile. Per lui una donna non
donna che una sola volta: la prima. Spende trentamila dei suoi ottantamila
franchi, e di questi trentamila almeno ventimila in prostitute.
Barot
dunque combin una serata con Mme Petit, sua antica amante, alla quale, mi
pare, aveva prestato del denaro per metter su una casa d'appuntamenti (to
raise a brothel)
in rue du Cadran, all'angolo di rue Montmartre, al quarto piano.
Ci doveva
venire Alexandrine, che sei mesi dopo sarebbe stata mantenuta dagli inglesi pi
ricchi e che allora era un'esordiente da soli due mesi. Verso le otto di sera
trovammo un salotto molto grazioso sebbene al quarto piano, champagne
ghiacciato, punch caldo... Finalmente arriv Alexandrine con una cameriera
incaricata di sorvegliarla. Incaricata da chi? L'ho dimenticato. Ma quella
donna doveva essere molto importante perch sul conto della serata vidi che
aveva preso venti franchi. Alexandrine apparve e super ogni aspettativa. Era
una ragazza slanciata, tra i diciassette e i diciotto anni, gi formata, con
degli occhi neri che ho ritrovato in seguito nel ritratto della duchessa
d'Urbino di Tiziano alla galleria di Firenze. Salvo il colore dei capelli, il
suo ritratto che Tiziano ha dipinto. Era dolce, per niente timida, piuttosto
allegra, contegnosa. Gli occhi dei miei compagni diventano come smarriti a
quella vista. Lussinge le offre un bicchiere di champagne che lei rifiuta e
sparisce con lei. Mme Petit ci presenta altre due ragazze niente male. Le
diciamo che lei pi carina. Aveva un piedino graziosissimo. Poitevin se la
porta di l. Dopo un tempo spaventosamente lungo, Lussinge ritorna
pallidissimo.
A voi
Belle. Onore al nuovo arrivato!, esclamano.
Trovo
Alexandrine su un letto, un po' stanca, quasi nello stesso abbigliamento ed
esattamente nella posa della duchessa d'Urbino di Tiziano.
Per dieci
minuti parliamo soltanto. Sono un po' stanca, chiacchieriamo. Tra poco
ritrover il fuoco della giovinezza.
Era
adorabile; forse non ho mai visto niente di tanto grazioso. Nessun eccesso di
dissolutezza, se non negli occhi che poco a poco si riempirono nuovamente di
follia e, se si vuole, di passione.
Feci
cilecca in pieno, fiasco completo. Cercai di risarcirla, lei si prest. Non sapendo bene che
fare, volevo ricominciare con quel gioco di mani, ma lei rifiut. Pareva
sbalordita, le dissi qualche parola gentile data la mia situazione e uscii.
Appena
Barrot prese il mio posto sentimmo degli scoppi di risa che ci arrivarono
attraverso tre stanze. D'un tratto Mme Petit conged le altre ragazze e Barot
ci port Alexandrine
dans
le simple appareil
D'une
beaut qu'on vient d'arracher au sommeil.
La mia
ammirazione per Belle, disse ridendo come un matto, finir col farmelo
imitare. Vengo a rinforzarmi con lo champagne.
Risero per
una ventina di minuti; Poitevin si rotolava sul tappeto. Lo stupore esagerato
di Alexandrine era impagabile. Era la prima volta che qualcuno faceva cilecca
con lei.
Quei
signori volevano convincermi che morivo di vergogna e che quello era il momento
pi infelice della mia vita. Ero sbalordito e niente di pi. Non so perch il
pensiero di Mtilde si era impadronito di me entrando in quella camera di cui
Alexandrine era un cos bell'ornamento.
Insomma per
dieci anni non sono andato a donne nemmeno tre volte. E la prima volta dopo la
bella Alexandrine fu nell'ottobre o nel novembre del 1826, per disperazione.
Ho
incontrato una decina di volte Alexandrine nella splendida carrozza che ebbe un
mese dopo, e ne ho avuto sempre uno sguardo. Dopo cinque o sei anni si
involgarita come tutte le sue colleghe.
Da quel
momento passai per babilano agli occhi di quei tre che per caso erano i miei
compagni di vita. Questa bella fama si diffuse in societ e, bene o male,
durata finch Mme Azur non ha dato conto dei miei fatti e gesta. Quella serata
rinsald molto la mia amicizia con Barot a cui voglio ancora bene e che me ne
vuole. forse il solo francese nel cui castello andrei a passare con piacere
quindici giorni. il cuore pi sincero, il carattere pi schietto, l'uomo meno
spiritoso e meno colto che io conosca. Ma non ha pari nelle sue due specialit:
quella di far denaro senza giocare in Borsa, e quella di attaccar bottone con
una donna a passeggio o a teatro. Specialmente nella seconda.
Ma una
necessit vera e propria. Ogni donna che gli ha usato delle cortesie diventa
per lui come un uomo.
Una sera
Mtilde mi parlava della sua amica, la signora Bignami. Mi raccont una storia
d'amore molto nota, poi aggiunse:
Pensate
che destino: ogni sera il suo amante, uscendo da casa sua, andava da una di
quelle.
Ma quando
fui partito da Milano, capii che quella storiella morale non aveva niente a che
vedere con la signora Bignami. Era un avvertimento a mio uso e consumo.
Infatti
ogni sera dopo aver accompagnato Mtilde dalla cugina, la signora Traversi,
alla quale goffamente avevo rifiutato di farmi presentare, finivo la serata dall'affascinante
e divina contessa Cassera. E per un'altra sciocchezza, molto simile a quella
che ho commesso con Alexandrine, una volta ho rifiutato di diventare l'amante
di questa donna, la pi adorabile forse che abbia conosciuto. E tutto ci per
meritare, agli occhi di Dio, che Mtilde mi amasse. Ho rifiutato, nello stesso
spirito e per lo stesso motivo, la celebre Vigan, che un giorno, mentre tutta
la sua corte scendeva le scale, e c'era tra i cortigiani quell'uomo di spirito
del conte di Saurau, lasci passare tutti per dirmi:
Belle,
dicono che siete innamorato di me.
Si
sbagliano, risposi con un gran sangue freddo, senza nemmeno baciarle la mano.
Questo atto
indegno mi valso l'odio implacabile di quella donna che era tutta cervello.
Non mi salutava pi quando ci incontravamo faccia a faccia in una di quelle
strette vie di Milano.
Ecco tre
grandi sciocchezze. Non mi perdoner mai la contessa Cassera (oggi la donna
pi saggia e pi rispettata del suo paese).
CAPITOLO
IV
Ecco un
altro ambiente, in contrasto con quello del capitolo precedente. Nel 1817 il
conte di Tracy, l'uomo che ho pi ammirato per i suoi scritti, il solo che
abbia provocato in me una vera rivoluzione, venne a trovarmi all'htel
d'Italie, in place Favart. Mai provata una sorpresa pi grande. Adoravo da
dodici anni l'Idologie di quest'uomo che un giorno sar celebre. Gli avevo fatto recapitare
un esemplare dell'Histoire de la peinture en Italie.
Pass
un'ora con me. L'ammiravo tanto che probabilmente feci fiasco per eccesso d'amore. Non mi sono
mai preoccupato di meno di mostrarmi spiritoso o piacevole. Mi accostavo a
quella vasta intelligenza e la contemplavo stupefatto; le chiedevo dei lumi.
D'altro canto, a quel tempo non ero capace di avere dello spirito. La capacit d'improvvisare
controllo e tranquillit non m' venuta che nel 1827.
Destutt de
Tracy, pari di Francia, membro dell'Accademia, era un vecchietto ben fatto e
dal portamento elegante e singolare. Con la scusa che non ci vede, porta
abitualmente una visiera verde. L'avevo visto quando era stato ricevuto
all'Accademia da Sgur, che gli disse una serie di sciocchezze in nome del
dispotismo imperiale. Se non mi sbaglio, era il 1811. Anche se ero molto legato
alla corte, rimasi profondamente disgustato. Stiamo cadendo nella barbarie
militare mi dicevo per diventare tanti generali Grosse. Questo generale, che
incontravo dalla contessa Daru, era uno degli sciabolatori pi stupidi della
guardia imperiale. Ed ancora dire troppo. Aveva l'accento provenzale ed era
smanioso soprattutto di sciabolare i francesi nemici dell'uomo che gli dava da
mangiare. Quel tipo diventato la mia bestia nera, al punto che la sera della
battaglia della Moscova, vedendo a pochi passi da me i resti di due o tre
generali della Guardia, mi venne da dire: Degli insolenti di meno!, frase che
per poco non mi rovin e che era del resto disumana.
M. de Tracy
non ha mai permesso che gli facessero un ritratto. Secondo me somiglia al papa
Corsini, Clemente [...], come lo si pu vedere a Santa Maria Maggiore nella
bella cappella di sinistra, entrando.
I suoi modi
sono impeccabili quando non in preda a un abominevole umor nero. Solo nel
1822 ho capito il suo carattere. un vecchio don Giovanni (vedi l'opera di
Mozart, Molire, ecc.). Si adombra di tutto. Per esempio, nel suo salotto, La
Fayette appariva pi grand'uomo di lui (anche nel 1821). Inoltre, i francesi
non hanno mai apprezzato l'Idologie e la Logique. M. de Tracy stato chiamato all'Accademia da quei
piccoli retori azzimati soltanto come autore di una buona grammatica e per di
pi debitamente ingiuriato da quell'insignificante Sgur, padre di un figlio
ancora pi insignificante, quel tale Philippe che ha descritto le nostre
sventure in Russia per avere una decorazione da Luigi XVIII. Quest'infame
Philippe de Sgur mi servir da modello per il carattere che pi mi ripugna a
Parigi: il ministeriale fedele all'onore in tutto meno che nelle decisioni pi
importanti di una vita. Ultimamente questo Philippe ha sostenuto nei confronti
del ministro Casimir Perier (vedi i Dbats, maggio 1832) la stessa parte che gli aveva valso
il favore di quel Napoleone che egli abbandon cos vigliaccamente, e in
seguito il favore di Luigi XVIII che si trovava bene fra gente tanto vile.
Capiva perfettamente la loro bassezza e la evocava con parole argute al momento
in cui facevano qualcosa di nobile. Forse l'amico di Favras che aspett la
notizia della sua impiccagione per dire: Fate portare in tavola, era conscio di avere una tale
natura. Era senz'altro un uomo capace di confessarsi infame e di ridere della
sua infamia.
So bene che
il termine infame inadatto, ma la bassezza alla Philippe de Sgur stata la
mia bestia nera. Stimo e preferisco cento volte di pi un semplice galeotto, un
semplice assassino che ha avuto un momento di debolezza e che d'altronde era un
morto di fame. Nel 1828 o 26 il buon Philippe era occupato a mettere incinta
una vedova milionaria che aveva sedotto e che stata costretta a sposarlo (Mme
Greffulhe, vedova di un pari di Francia). Ho mangiato qualche volta col
generale Philippe de Sgur alla tavola di servizio dell'imperatore. Allora
Philippe parlava soltanto delle sue tredici ferite, perch quell'animale ha del
coraggio.
Sarebbe un
eroe in Russia, in quei paesi semicivili. In Francia cominciano a capire la sua
bassezza. Le signore Garnett (rue Duphot, n12) volevano portarmi dal fratello
che era loro vicino, al n14, mi sembra. Ma ho sempre rifiutato a causa dello
storico della campagna di Russia.
Il conte di
Sgur, gran maestro di cerimonie a Saint-Cloud nel 1811, quando c'ero io,
moriva dal dispiacere di non essere duca. Per lui era peggio di una disgrazia,
era una sconvenienza. Tutte le sue idee erano nane, ma ne aveva molte e su tutto. Vedeva grossolanit
dappertutto e in tutti, ma con quale grazia non esprimeva il suo sentire!
In quel
pover'uomo mi piaceva l'amore appassionato che la moglie aveva per lui. Del
resto quando gli parlavo mi sembrava di avere a che fare con un Lillipuziano.
Incontravo M. de Sgur, gran maestro di cerimonie dal 1810 al 1814, dai
ministri di Napoleone. Non l'ho pi visto dopo la caduta di quel grande, del
quale egli fu una delle debolezze e una delle disgrazie.
Persino i
Dangeau della corte dell'Imperatore (e ce n'erano molti, per esempio, il mio
amico barone Martial Daru) persino quella gente non poteva fare a meno di
ridere del cerimoniale inventato dal conte di Sgur per il matrimonio di
Napoleone con Maria Luisa d'Austria, e soprattutto per il loro primo incontro.
Per quanto infatuato della sua nuova uniforme regale, Napoleone non pot
trattenersi e ne rise con Duroc che me l'ha raccontato. Credo che niente di
quel labirinto di piccolezze sia stato eseguito. Se avessi qui le mie carte di
Parigi allegherei quel programma a queste frivolezze sulla mia vita.
magnifico a scorrerlo, sembra una presa in giro.
Sospiro nel
1832 dicendomi: Ecco fino a che punto la meschina vanit parigina aveva fatto
scendere un italiano: Napoleone!.
Ma dov'ero
rimasto? Dio mio, come scritto male tutto questo!
Il conte di
Sgur era sublime soprattutto al Consiglio di Stato. Era un Consiglio
rispettabile. Nel 1810 non era un'accozzaglia di tangheri, di Cousin, di
Jacqueminot, di... e di altri ancora pi oscuri (1832). Eccetto i pezzi grossi,
suoi nemici accaniti, Napoleone aveva radunato nel suo Consiglio i cinquanta
francesi meno idioti. C'erano delle sezioni. Qualche volta la sezione della
guerra (dove facevo il mio tirocinio sotto l'ammirevole Gouvion-Saint-Cyr)
aveva a che fare con la sezione degli Interni che ogni tanto Sgur presiedeva.
Non so perch, forse durante l'assenza o la malattia dell'energico Regnault (de
Saint-Jean-d'Angly).
Nelle
questioni pi difficili, per esempio l'arruolamento delle guardie d'onore in
Piemonte, di cui fui tra i relatori minori, l'elegante, il perfetto Sgur, non
trovando una sola idea, spostava in avanti la sua poltrona. Ma lo faceva con un
gesto d'incredibile comicit, afferrandola tra le cosce divaricate.
Dopo aver
riso della sua incapacit, mi dicevo: Ma non sono forse io che ho torto?
Quello il celebre ambasciatore presso la Grande Caterina, colui che rub la
penna all'ambasciatore d'Inghilterra. lo storico di Guglielmo II o III che
sia (non ricordo pi quale, l'amante di quella Lichtenau per cui si batteva Benjamin
Constant).
In giovent
ero portato a rispettare troppo. Quando la mia immaginazione s'impossessava di un dato
personaggio, rimanevo inebetito di fronte a lui: adoravo i suoi difetti.
Ma un Sgur
che guidava Napoleone era, a quel che pare, eccessivamente ridicolo per la mia gullibility.
D'altra
parte dal conte di Sgur, gran maestro di cerimonie (e in ci ben diverso da
Philippe), potevamo aspettarci i comportamenti pi delicati e che, in materia
di donne, arrivavano fino all'eroismo. Trovava anche parole delicate e piene di
grazia, ma bisognava che non fossero al di sopra della statura lillipuziana
delle sue idee.
Ho fatto
malissimo a non coltivare quest'amabile vecchio dal 1821 al 1830. Credo che sia
morto contemporaneamente alla sua rispettabile consorte. Ma ero pazzo, il mio
orrore per ci che vile era diventato passione. Invece di divertirmi, come faccio
adesso di quel che accade alla corte di... . Nel 1817, al mio ritorno
dall'Inghilterra, il conte di Sgur mi aveva fatto avere i suoi complimenti a
proposito di Rome, Naples et Florence, di cui gli avevo fatto recapitare una copia.
In fondo al
cuore, sotto il profilo morale, ho sempre disprezzato Parigi. Per esservi
gradito si doveva essere come M. de Sgur, il gran maestro.
Sotto
l'aspetto fisico Parigi non mi mai piaciuta. Anche verso il 1803, mi faceva
orrore perch non aveva montagne intorno. Le montagne del mio paese (il
Delfinato), testimoni dei moti appassionati del mio cuore durante i primi
sedici anni della mia vita, mi hanno lasciato un bias (un'inclinazione, parola inglese)
da cui non ho potuto mai liberarmi.
Ho
cominciato ad apprezzare Parigi solo il 28 luglio 1830. Ancora il giorno delle
ordinanze alle 11 di sera, in casa del conte Ral, mi prendevo gioco del
coraggio dei parigini e della resistenza che ci si aspettava da loro. Credo che
quell'uomo cos allegro e la sua eroica figlia, la baronessa Lacue, non me
l'abbiano ancora perdonato.
Oggi io
apprezzo Parigi. Ammetto che quanto a coraggio deve essere messa al primo
posto, come per la cucina e come per lo spirito. Ma non per questo mi seduce. Mi
pare che ci sia sempre un po' di commedia nella sua virt. I giovani nati a Parigi da padri
provinciali e di maschia energia, quella che ha permesso loro di far fortuna,
mi sembrano fiacchi, attenti soltanto all'apparenza esterna dei loro vestiti, al buon
gusto del loro cappello grigio, alla piega della cravatta, come Fburier,
Viollet-le-Duc, ecc. Non so concepire un uomo senza un po' di maschia
energia, di
costanza e di profondit nelle idee, ecc. Tutte cose rare a Parigi quanto il
tono grossolano o semplicemente duro.
Ma devo
finire qui questo capitolo. Per cercare di non mentire e di non nascondere i
miei difetti, mi sono imposto di scrivere questi ricordi a venti pagine per
volta, come una lettera. Dopo la mia morte si stamper dal manoscritto
originale. Forse in questo modo arriver alla veracit, ma bisogner anche che supplichi
il lettore (che forse nato stamattina nella casa qui accanto) di perdonarmi
certe terribili digressioni.
CAPITOLO
V
Mi accorgo
nel 1832 (in generale la mia filosofia del giorno in cui scrivo, e ne ero ben
lontano nel 1821), mi accorgo dunque che sono stato un mezzo termine tra la grossonalit energica del
generale Grosse o del conte Regnault de Saint-Angly e le grazie un po'
lillipuziane, un po' meschine del signor conte di Sgur o del signor Petit,
padrone dell'htel di Bruxelles, ecc.
Solo per la
bassezza sono stato diverso dai due estremi nei quali mi riconosco. Per
mancanza di abilit, mancanza di destrezza, come mi diceva a proposito dei miei
libri e dell'Institut, M.D. dei Dbats (M. Delcluze), ho perduto cinque o
sei occasioni di afferrare la pi grande fortuna politica, finanziaria o
letteraria. Senza volerlo, tutte queste cose sono venute a bussare alla mia
porta l'una dopo l'altra. Una fantasticheria, tenera nel 1821, e pi tardi
filosofica e malinconica (simile, a parte ogni vanit, a quella di Jacques in As
you like it)
diventata per me un piacere cos grande che, quando un amico mi ferma per
strada, darei un paolo perch non mi rivolgesse la parola. La sola vista di
qualcuno che conosco mi infastidisce. Quando vedo una persona da lontano e so
di doverla salutare, comincio a esserne contrariato a cinquanta passi di
distanza. Invece adoro incontrare amici la sera in societ, il sabato da
Cuvier, la domenica dal signor de Tracy, il marted da Mme Ancelot, il
mercoled dal barone Grard, ecc.
Un uomo con
un minimo di tatto si accorge che m'infastidisce parlandomi per strada. Ecco
uno che poco sensibile ai miei meriti, suggerisce la vanit di quest'uomo ed
ha torto.
Donde la
mia felicit a passeggiare a testa alta in una citt straniera: Lancaster,
Torre del Greco, ecc., dove sono arrivato da un'ora e dove sono sicuro di non
essere conosciuto da nessuno. Da qualche anno questa felicit comincia a
mancarmi. Se non fosse per il mal di mare viaggerei volentieri in America. Lo
credereste? Porterei con piacere una maschera; sarei felice di cambiar nome. Le
Mille e una notte
che adoro occupano pi di un quarto della mia testa. Penso spesso all'anello di
Angelica. Il mio sommo piacere sarebbe di trasformarmi in un lungo tedesco
biondo e camminare cos per Parigi.
Scorrendo
questi fogli, vedo che ero arrivato a M. de Tracy. Questo vecchio signore cos
ben fatto, sempre vestito di nero, con la sua immensa visiera verde e che
davanti al suo camino si poggiava ora su un piede ora sull'altro, aveva un modo
di parlare che era agli antipodi di ci che scriveva. La sua conversazione era
un seguito di osservazioni sottili, eleganti. Aveva orrore di una parola
energica come fosse una bestemmia, eppure scrive come un sindaco di campagna.
La semplicit energica che mi pare io avessi a quel tempo non doveva piacergli
molto. Portavo degli enormi favoriti neri dei quali Mme Doligny mi fece
vergognare solo un anno dopo. Quella testa da macellaio italiano non doveva
piacere molto all'ex colonnello del regno di Luigi XVI.
M. de
Tracy, figlio di una vedova, nato verso il 1765, con trentamila franchi di
rendita. Il suo palazzo era in rue de Tracy vicino a rue Saint-Martin. Fece il
commerciante senza accorgersene come tanta gente ricca del 1780. Costru la sua
strada e vi perdette due o trecentomila franchi e cos via. Tanto che sono
convinto che oggi quest'uomo (cos amabile verso il 1790, quando era l'amante
di Mme Praslin), questo profondo ragionatore abbia ridotto i suoi trecentomila
franchi di rendita a trentamila al massimo.
Sua madre,
donna di raro buon senso, era ben introdotta a corte. Perci a ventidue anni il
figlio divent colonnello e colonnello di un reggimento dove trov tra i
capitani un Tracy, suo cugino, apparentemente nobile quanto lui e al quale non
venne mai in mente di scandalizzarsi nel vedere un bambolotto di ventidue anni
che comandava il reggimento in cui egli serviva.
Quel
bambolotto che, come mi diceva pi tardi Mme de Tracy era capace d'impulsi
ammirevoli, aveva in fondo del buon senso. Questa madre, donna rara, avendo
saputo che a Strasburgo c'era un filosofo (e notate bene che, intorno al 1780,
non si trattava di uno come Voltaire, Diderot, Raynal), avendo saputo, stavo
dicendo, che a Strasburgo c'era un filosofo che analizzava i pensieri
dell'uomo, immagini o segni di tutto ci che ha visto, di tutto ci che ha
sentito, cap che suo figlio avrebbe avuto una bella testa se avesse imparato
la scienza di smuovere queste immagini.
E pensate
che testa poteva avere nel 1785 un gran bel ragazzo, molto nobile, molto
introdotto a corte, con trecentomila franchi di rendita.
La marchesa
de Tracy piazz il figlio in artiglieria, cos fu mandato a Strasburgo per due
anni di seguito. Se mai ci capiter chieder chi fosse quel filosofo tedesco
molto famoso intorno al 1780.
Se non
erro, due anni dopo M. de Tracy era a Rethel col suo reggimento di dragoni mi
pare, cosa da verificare nell'Almanach royal di quegli anni.
I limoni
M. de Tracy
non mi ha mai parlato di questi limoni. Ho saputo questa storia da un altro
misantropo, un ex monaco di nome Jacquemont, uomo di gran valore. Ma M. de
Tracy mi ha raccontato molti aneddoti sulla prima armata della Francia
riformata. La Fayette era il comandante in capo.
Il suo
tenente colonnello voleva portar via il reggimento e farlo emigrare...
Congedo e
duello
Alto e in
cima a quel gran corpo una faccia imperturbabile, fredda, insignificante come
un vecchio quadro di famiglia, una testa ricoperta da una parrucca di capelli
corti, mal fatta. Quell'uomo vestito di un qualunque abito grigio fatto male e
che entrava zoppicando leggermente e appoggiandosi su un bastone nel salotto di
Mme de Tracy che lo chiamava: Mio caro signore con voce incantevole, quello era
il generale La Fayette nel 1821, e tale ce l'ha mostrato il guascone Scheffer
nel suo ritratto molto somigliante.
Il caro
signore di Mme de
Tracy, e detto in quel tono, credo che addolorasse M. de Tracy. Non che La
Fayette se la facesse con sua moglie, o che alla sua et avesse di simili
preoccupazioni. Ma l'ammirazione sincera e mai simulata o esagerata della
signora faceva troppo evidentemente di La Fayette il personaggio pi importante
del salotto.
Per quanto
nel 1821 fossi un novizio (avevo sempre vissuto nelle illusioni dell'entusiasmo
e delle passioni) lo capivo da solo.
Sentii
anche, senza che nessuno me lo facesse notare, che M. de la Fayette era molto
semplicemente un eroe di Plutarco. Viveva alla giornata, senza grandi sforzi
mentali, prendendo al volo, come Epaminonda, la grande azione che gli si
presentava davanti. E nell'attesa, nonostante la sua et (era nato nel 1757
come il suo compagno nel gioco della pallacorda Carlo X) la sua unica
occupazione era di acchiappare da dietro la gonna di qualche bella ragazza (vulgo: toccarle il culo). Di frequente
e senza troppi riguardi.
Aspettando
le grandi azioni che non si presentano tutti i giorni e l'occasione di tastare
le ragazze, cosa che pu succedere solo a mezzanotte e mezzo quando escono, La
Fayette illustrava senza troppa eleganza i luoghi comuni della guardia
nazionale:
buono
quel governo e soltanto quello che garantisce al cittadino la sicurezza sulla
strada maestra, l'uguaglianza davanti al giudice e un giudice abbastanza
illuminato, una moneta di giusto valore, strade passabili, una giusta
protezione all'estero.
Messa cos,
la cosa non tanto complicata.
Dobbiamo
ammettere che c' una bella differenza fra un uomo simile e Sgur, il gran
maestro. La Francia e soprattutto Parigi saranno esecrate dai posteri per non
aver riconosciuto la grandezza di quell'uomo.
Quanto a
me, abituato a Napoleone e a Lord Byron, e aggiunger a Lord Brougham, a Monti,
a Canova, a Rossini, ho subito riconosciuto la grandezza di La Fayette e non ho
mai cambiato idea. L'ho visto nelle giornate di Luglio con la camicia bucata;
accoglieva tutti gli intriganti, gli sciocchi, tutti i retori da quattro soldi.
Io non ho goduto gli stessi favori. Ha chiesto la mia pelle (per favorire un
rozzo segretario, Levasseur). Ma non per questo mi sono offeso o l'ho venerato
di meno, come non mi passa per la mente di bestemmiare contro il sole quando si
copre di una nuvola.
Alla tenera
et di settantacinque anni, La Fayette ha il mio stesso difetto. Si infiamma
per una giovane portoghese di diciotto anni che viene nel salotto di M. de
Tracy come amica delle sue nipoti, le signorine Georges La Fayette, de
Lasteyrie, de Maubourg; immagina che questa portoghese, o qualsiasi altra donna
della stessa giovane et, lo abbia notato, non pensa che a lei, e quel che
pi comico, che spesso ha ragione di immaginarselo. La sua gloria in tutta
l'Europa, l'eleganza fondamentale dei suoi discorsi malgrado l'apparente
semplicit, i suoi occhi che si animano non appena sono a mezzo metro da un bel
seno, tutto contribuisce a fargli trascorrere allegramente i suoi ultimi anni,
con grande scandalo delle signore trentacinquenni (come la marchesa de
Marmier[Choiseul], Mme de Perey e altre) che frequentano quel salotto. Per
tutta questa gente non si pu essere amabili se non con le frasette argute di
Sgur o le riflessioni scintillanti di Benjamin Constant.
La Fayette
molto cortese e persino affettuoso con tutti, ma cortese come un re. Lo dissi un giorno a Mme de
Tracy la quale ne fu irritata quanto pu irritarsi la grazia fatta donna, ma
cap forse da quel giorno che la semplicit energica dei miei discorsi non era
l'ottusit di un Dunoyer, per esempio. Costui era un bravo liberale, oggi
prefetto di Moulins, il meglio intenzionato, il pi eroico forse e il pi
ottuso degli scrittori liberali. E non dir poco, credete a me che sono del
loro partito. L'ammirazione credulona di Dunoyer, redattore del Censeur, e
quella di due o tre della stessa risma, circondava continuamente la poltrona
del generale il quale, appena poteva, li piantava in asso, con loro grande
scandalo, per andare ad ammirare da vicino, e gli occhi gli si infiammavano, le
belle spalle di qualche giovane signora che era arrivata.
Quei poveri
virtuosi
(tutti venduti dopo come dei [...] al ministro Perier, 1832) assumevano un'aria
buffa nel vedersi abbandonati. Io li prendevo in giro e la mia nuova amica se
ne scandalizzava. Ma era ovvio che avesse un debole per me. C' in lui una
scintilla, disse
un giorno a una signora che sembrava fatta apposta per ammirare le frasette
lillipuziane alla Sgur, e che si lamentava con lei della semplicit severa e
franca con la quale le dicevo che tutti quegli ultraliberali erano certamente
rispettabili per la loro alta virt, ma che per il resto erano incapaci di
capire che due pi due fa quattro. La pesantezza, la lentezza, la virt che si
allarma per la minima verit detta agli Americani, di un Dunoyer, di un..., di
un... superano davvero ogni immaginazione. Sono come la mancanza d'idee di un
Ludovic Vitet o di un Mortimer-Ternaux, quella nuova generazione che verso il
1828 venne a rinnovare il salotto Tracy. In mezzo a tutto ci, La Fayette era
ed tuttora un capo politico. Deve aver preso quest'abitudine nel 1789. L'essenziale
di non scontentare nessuno e di ricordarsi tutti i nomi, ed in questo lui
ammirevole. Gli interessi attivi e pressanti di un capo politico allontanano La
Fayette da ogni idea letteraria, di cui lo ritengo del resto incapace. Deve essere questo
il meccanismo che non gli fa avvertire tutta la pesantezza, tutta la noia degli
scritti di Dunoyer e compagni.
Ho
dimenticato di descrivervi il salotto. Sir Walter Scott e i suoi imitatori
avrebbero saggiamente cominciato di l, ma io ho orrore della descrizione
materiale. La noia di doverla fare m'impedisce di scrivere romanzi.
La porta
d'ingresso introduce in una sala di forma allungata in fondo alla quale c' una
grande porta a due battenti sempre aperta. Poi un salotto quadrato abbastanza
ampio con un bel lampadario e sopra il caminetto un piccolo orologio a pendolo
orrendo. Entrando a destra c' un bel divano azzurro sul quale siedono quindici
ragazze dai dodici ai diciotto anni e i loro corteggiatori: Charles de Rmusat,
spiritoso e ancor di pi affettato - una copia del celebre attore Fleury;
Franois de Corcelle con la sua franchezza e rudezza repubblicane.
Probabilmente si venduto nel 1831; nel 1820 gi pubblicava un opuscolo cui
tocc la disgrazia di essere lodato dall'avvocato Dupin (autentico furfante e
conosciuto da me come tale dal 1827). Nel 1821 Rmusat e Corcelle erano molto
stimati e pi tardi hanno sposato due nipoti di La Fayette. Accanto a loro si
mostrava un gelido guascone, il pittore Scheffer. Secondo me, il bugiardo pi
sfrontato e la faccia pi ignobile che conosco. Dopo m'hanno detto che aveva
fatto la corte alla divina..., la maggiore delle nipoti di La Fayette, che ha
sposato il primogenito di Augustin Perier, il pi importante e il pi impalato
dei miei compatrioti. Mi sembra che Mlle Virginie fosse la favorita di Mme de
Tracy.
Accanto
all'elegante Rmusat si vedevano due facce da gesuiti dallo sguardo falso e
obliquo. Quei due erano fratelli e avevano il privilegio di parlare per delle
ore al conte di Tracy. Nel 1821 li adorai con tutto l'ardore della mia et (per
la sua credulit il mio cuore aveva solo ventun'anni). Ma appena capii che
gente fossero, il mio entusiasmo per M. de Tracy si raffredd non poco.
Il maggiore
dei due ha pubblicato una storia sentimentalistica della conquista
dell'Inghilterra a opera di Guglielmo. Thierry dell'Acadmie des
Inscriptions. Ha avuto il merito di restituire l'ortografia autentica ai Clodovei,
ai Chilperici, ai Teodorici e ad altri fantasmi degli albori della nostra
storia. Ha pubblicato un volume meno sentimentale sull'organizzazione dei
comuni in Francia nel Duecento. Un vizio di collegio lo ha fatto diventare
cieco. Suo fratello, pi gesuita di lui (di cuore e di comportamento) bench
liberale come l'altro, fu nominato prefetto di Vesoul nel 1830, e probabilmente
si venduto per le sue prebende, come il suo protettore Guizot.
In perfetto
contrasto con i due fratelli gesuiti, con il pesante Dunoyer, con l'azzimato
Rmusat, c'era il giovane Victor Jacquemont che ha poi viaggiato in India.
Allora era magrissimo, alto circa sei piedi. A quel tempo era completamente
privo di logica e perci misantropo. Con la pretesa di avere molto ingegno,
Jacquemont non voleva darsi la pena di ragionare. Questo autentico francese
considerava letteralmente come un'insolenza l'invito a usare il cervello. Il
viaggio era davvero per lui la sola porta che la vanit lasciasse aperta alla
verit. Del resto, forse mi sbaglio. Victor mi sembra un uomo notevole, come un
intenditore (perdonatemi l'esempio) vede un bel cavallo in un puledro di
quattro mesi che ha le zampe ancora impacciate. Divent mio amico e stamattina
(1832) ho ricevuto una sua lettera dal Kashmir in India.
Il suo
cuore non aveva che un difetto: un'invidia bassa e subalterna per Napoleone.
Una simile invidia era d'altro canto l'unica passione che io abbia mai visto
nel conte de Tracy. Con un piacere indicibile il vecchio filosofo e il grande
Victor raccontavano l'aneddoto della caccia al coniglio offerta da Talleyrand a
Napoleone, allora primo console da sei settimane e che aveva gi atteggiamenti
alla Luigi XVI.
I conigli
d'allevamento e i maiali al Bois de Boulogne.
Victor
aveva il torto di amare molto Mme Lavenelle, moglie di una spia che ha
quarantamila franchi di rendita e che aveva il compito di riferire alle
Tuileries le azioni e le intenzioni del generale La Fayette. Il buffo che il
generale, Benjamin Constant e Bignon confidavano a questo Lavenelle tutte le
loro idee liberali. Come facile immaginare, questa spia, terrorista nel '93,
non parlava che di marciare sul castello per massacrare tutti i Borboni. Sua
moglie era tanto libertina, tanto attratta dal fisico degli uomini, che fin
col rendermi disgustosi i discorsi liberi in francese. Adoro questo genere di conversazione
in italiano. Invece, fin da quando ero un giovanissimo sottotenente del 6
dragoni, mi ha fatto orrore in bocca a Mme Henriet, la moglie del capitano.
Questa Mme Lavenelle secca come una cartapecora, del tutto priva di spirito,
e soprattutto senza passione. Si commuove soltanto per le belle cosce di una compagnia
di granatieri che sfilano nel giardino delle Tuileries in brache di lana
bianca.
Non era
cos un'altra dello stesso genere, Mme Baraguey d'Hilliers che conobbi poco
dopo da Mme Beugnot. E non erano cos a Milano la signora Ruga e la signora
Aresi. Insomma ho orrore delle parole libertine in francese; quel mescolare lo
spirito all'emozione mi esaspera, come mi offende l'orecchio un coltello che
taglia il sughero.
La
descrizione morale di questo salotto forse un po' lunga ma non restano che
due o tre tipi.
L'incantevole
Louise Letort, figlia del generale dei dragoni della guardia, che avevo
conosciuto bene a Vienna nel 1809. Louise che dopo diventata cos bella e che
finora ha conservato un carattere cos poco affettato e cos nobile, nata la
vigilia o l'indomani della battaglia di Waterloo. Sua madre, l'affascinante
Sarah Newton, spos Victor de Tracy, il figlio del pari di Francia e a quel
tempo maggiore di fanteria.
Lo
chiamavamo sbarra di ferro. la definizione del suo carattere. Coraggioso, pi
volte ferito in Spagna sotto Napoleone, ha la disgrazia di vedere il male in
ogni cosa.
Sono otto
giorni (giugno 1832) che il re Luigi Filippo ha sciolto il reggimento
d'artiglieria della guardia nazionale, di cui Victor de Tracy era colonnello.
Da deputato, parla spesso e ha il difetto di essere troppo garbato alla
tribuna. Si direbbe che non osi parlare schietto. Come suo padre, stato
geloso di Napoleone in modo meschino. Adesso che l'eroe morto e sepolto, sta
pi tranquillo. Ma l'eroe era ancora vivo quando entravo per la prima volta nel
salotto di rue d'Anjou. Li ho visti gioire per la sua morte. Quegli sguardi
volevano dire: L'avevamo pur detto che un borghese diventato re non poteva fare
una bella fine.
Sono stato
dieci anni in quel salotto, accolto con gentilezza, stimato, ma ogni giorno
meno legato,
tranne che ai miei amici. uno dei difetti del mio carattere. Perci non
faccio colpa agli uomini della mia carriera poco brillante. E questo nonostante
quello che il generale Duroc ebbe a dirmi due o tre volte del mio talento in
campo militare. Sono soddisfatto d'una posizione inferiore. Molto soddisfatto
soprattutto quando mi trovo, come oggi, a duecento leghe dal mio capo.
Spero
dunque che, se la noia non impedir che questo libro sia letto, non vi si trovi
alcun rancore contro gli uomini. Il loro favore si ottiene solo usando un certo
amo. Quando voglio servirmene riesco a pescare la stima di una o due persone,
ma ben presto mi si stanca la mano. E tuttava nel 1814, quando Napoleone mi
mand nella 7 divisione, la contessa Daru che era moglie di un ministro mi
disse:
Senza
questa maledetta invasione stavate per diventare prefetto di una grande citt.
Mi sembr
di capire che si trattava di Toulouse.
Dimenticavo
uno strano tipo di donna. Ho trascurato di piacerle ed diventata mia nemica.
Mme de Montcertin, alta e ben fatta, timidissima, pigra, molto abitudinaria,
aveva due amanti: uno per la citt e uno per la campagna, tutti e due
sgraziati. Quell'arrangiamento durato non so quanti anni. Credo che il
pittore Scheffer fosse l'amante di campagna; l'amante di citt era l'allora
colonnello, oggi generale Carbonel, guardia del corpo di La Fayette.
Un giorno
le otto o dieci nipoti di Mme de Moncertin le chiesero cos'era l'amore. Lei
rispose:
una cosa
brutta e sporca della quale accusano qualche volta le cameriere e, se sono
riconosciute colpevoli, le mandano via.
Avrei
dovuto essere galante con la Montcertin. Non avrei corso alcun pericolo, non
avrei ottenuto niente perch lei si contentava dei suoi due uomini e aveva una
paura dannata di rimanere incinta. Ma la consideravo una cosa e non una persona. Si vendic
ripetendomi tre o quattro volte alla settimana che ero uno leggero, un pazzo.
Preparava il t ed vero che, spesso, in tutta la serata non le parlavo se non
nel momento in cui mi offriva il t.
Ero
scoraggiato dalla quantit di persone alle quali bisognava domandare come
stavano, entrando in quel salotto.
Oltre alle
quindici o venti nipoti di La Fayette e le loro amiche, quasi tutte bionde dal
colorito smagliante e dal volto banale (vero che io arrivavo dall'Italia) e
che erano schierate sul divano azzurro, bisognava salutare:
La contessa
de Tracy, 63 anni;
Il conte de
Tracy, 60 anni;
il generale
La Fayette;
suo figlio
Georges-Washington La Fayette (vero cittadino degli Stati Uniti d'America, del
tutto immune da ogni pregiudizio nobiliare).
La mia
amica Mme de Tracy aveva un figlio:
Victor de
Tracy, nato verso il 1785,
sua moglie
Mme Sarah de Tracy, giovane e brillante, un modello di delicata bellezza
inglese, un po' troppo magra, e due figlie, le mogli di Georges de La Fayette e
di Laubespin.
Bisognava
salutare anche il lungo M. de Laubespin, autore, in collaborazione con un
monaco che lui sfamava, del Mmorial. Era sempre presente e diceva otto o dieci parole per
sera.
Ho
scambiato per molto tempo la moglie di Georges de La Fayette con una suora che
Mme de Tracy s'era presa in casa per carit. Con quell'aspetto, ha delle idee
rigide e ostinate da giansenista. E aveva almeno quattro o cinque figlie. Mme
de Maubourg, figlia di La Fayette, ne aveva cinque o sei. Mi ci sono voluti
dieci anni per distinguere l'una dall'altra tutte queste bionde che dicevano
cose del tutto per bene, ma per quanto mi riguarda da dormirci in piedi, abituato com'ero
agli occhi loquaci e al carattere deciso delle belle milanesi, e prima ancora
all'adorabile semplicit delle buone tedesche. (Sono stato intendente a Sagan,
Slesia, e a Brunswick).
M. de Tracy
era stato amico intimo del celebre Cabanis, il padre del materialismo, autore
del Rapport du physique et du moral che era stato la mia bibbia a sedici anni. Mme Cabanis e
sua figlia, che era alta uno e novanta e ci nonostante molto gradevole,
facevano delle apparizioni in questo salotto. M. de Tracy mi port da loro, in
rue des Vieilles-Tuileries, a casa del diavolo; ne fui cacciato dal caldo eccessivo.
A quel tempo avevo tutta la delicatezza di nervi italiana. Una stanza chiusa con dentro
dieci persone sedute bastava per darmi un malessere spaventoso e a farmi quasi
svenire. Pensate a una stanza ben chiusa con un fuoco d'inferno.
Non ho
insistito a sufficienza sulla mia debolezza fisica; il fuoco mi cacci da casa
Cabanis. M. de Tracy non me l'ha mai perdonato. Avrei potuto dire una parola
alla contessa sua moglie, ma a quel tempo ero goffo senza motivo, e lo sono un poco anche adesso.
Nonostante
il suo metro e novanta, Mlle Cabanis cercava marito. Spos un figurino con
parrucca ben curata, un presunto scultore, tal Dupaty, autore del Luigi XIII
della Place Royale, a cavallo su una specie di mulo. Questo mulo era un cavallo
arabo che vedevo spesso da Dupaty. Il povero cavallo si congelava in un angolo
dello studio. Dupaty mi faceva grandi accoglienze perch scrivevo di cose
italiane ed ero autore di una storia della pittura. Sarebbe stato difficile
essere pi per bene e pi sprovvisti di calore, d'imprevisto, di slancio, ecc. di quel
brav'uomo. L'ultimo dei mestieri per quei parigini cos curati, cos lindi e
cos per bene,
la scultura.
Dupaty,
tanto a modo, era inoltre molto coraggioso; avrebbe dovuto restar militare.
Da Mme
Cabanis conobbi un onest'uomo, ma molto borghese e d'idee molto ristrette,
estremamente meticoloso in tutta la sua piccola politica domestica. L'unico
scopo di M. Thurot, professore di greco, era di diventare membro dell'Acadmie
des Inscriptions. Per una spaventosa contraddizione, quest'uomo, che non si
soffiava il naso senza pensare a lusingare qualche vanitoso che potesse
influire a mille leghe di distanza sulla sua nomina all'Acadmie, era ultra-liberale. All'inizio questo ci avvicin,
ma ben presto sua moglie, una borghese alla quale non rivolgevo la parola se
non quando vi ero costretto, mi trov imprudente.
Un giorno
Tracy e Thurot mi interrogarono sulle mie opinioni politiche; me li alienai
entrambi con la mia risposta:
Appena
fossi al potere, ristamperei la lista degli emigrati che hanno dichiarato che
Napoleone, radiandoli, ha usurpato un potere che non aveva. Tre quarti di loro
sono morti; io manderei in esilio gli altri nei dipartimenti dei Pirenei e nei
due o tre l vicino. Farei circondare questi quattro o cinque dipartimenti da
due o tre piccoli eserciti che, per un effetto morale, vi bivaccherebbero
almeno per sei mesi l'anno. Ogni emigrato che si allontanasse sarebbe
inesorabilmente fucilato.
I beni
restituiti da Napoleone sarebbero venduti a lotti non superiori a due iugeri.
Gli emigrati godrebbero di pensioni di mille, duemila, tremila franchi l'anno.
Potrebbero scegliere di vivere all'estero. Ma se girassero il mondo per ordire
intrighi, nessun perdono.
Le facce di
Thurot e di Tracy s'imbronciavano mentre spiegavo il mio piano. Sembravo atroce
a quelle animelle infiacchite dalla cortesia parigina. Era presente una giovane
donna che ammir le mie idee, e soprattutto l'eccesso d'imprudenza a cui mi
lasciavo andare. Vedeva in me l'Huron (romanzo di Voltaire).
L'estrema
benevolenza di questa donna mi ha consolato di tanti insuccessi. Non sono mai
stato davvero il suo amante. Era straordinariamente civetta e occupata ad
agghindarsi. Stava sempre a parlare di begli uomini ed era molto legata a
quanto v'era di pi brillante nei palchi dell'Opera Buffa.
Cerco di
fare in modo che non sia riconoscibile. Se avessi avuto l'accortezza di farle
capire che l'amavo, ne sarebbe stata felice. Ma non l'amavo abbastanza da
dimenticare che non sono bello. Lei l'aveva dimenticato. Una delle volte che
partivo da Parigi, mi disse in mezzo al suo salotto: Ho da dirvi una parola,
e in un corridoio che portava a un'anticamera dove per fortuna non c'era
nessuno, mi baci sulla bocca. Ricambiai con ardore, ma il giorno dopo ero
partito e tutto fin l.
Prima di
arrivare a quel punto, ci eravamo parlati per molti anni, come dicono nella Champagne. A mia
richiesta, mi riferiva fedelmente tutto il male che si diceva di me.
Aveva un
tono seducente, non aveva l'aria n di approvare n di disapprovare. Avere un
tal Ministro di Polizia quanto trovo di pi piacevole negli amori parigini,
altrimenti cos freddi.
Non si ha
idea delle cose atroci che si vengono a sapere. Un giorno lei disse:
Quella
spia del signor..., ha detto a casa Tracy: "Ah! Ecco Beyle con un vestito
nuovo; si vede che la signora Pasta ha avuto una buona entrata".
Questa
idiozia piacque: M. de Tracy non mi perdonava la mia pubblica (quanto
innocente) relazione con quella celebre artista.
Il bello
che Cline, che mi riportava la maldicenza dello spione, era forse lei stessa
gelosa della mia assiduit dalla signora Pasta.
A qualunque
ora finissero le mie serate altrove, andavo dalla Pasta (al n 63 di rue
Richelieu, htel des Lillois, di fronte alla Biblioteca). Abitavo al n. 47, a
un centinaio di passi di l. Seccato dalla collera del portiere che era molto
contrariato di dovermi spesso aprire alle tre di notte, finii per prendere
alloggio nello stesso htel di Mme Pasta. Quindici giorni dopo mi trovai in
ribasso del 70 per cento nel salotto di Mme de Tracy. Feci male a non chiedere
consiglio alla mia amica. A quel tempo la mia condotta non era che un
susseguirsi di capricci. Se fossi stato marchese o colonnello con quarantamila
franchi di rendita, avrei finito col rovinarmi.
Amavo
appassionatamente non la musica, ma unicamente la musica di Cimarosa e di
Mozart. Il salotto della Pasta era il ritrovo di tutti i milanesi che venivano
a Parigi. Da loro qualche volta, per caso, sentivo pronunciare il nome di
Mtilde.
Mtilde a
Milano seppe che passavo la mia vita presso un'attrice. Forse questo la guar
definitivamente.
Non ero in
grado di capirlo. Per un'estate intera ho giocato a faraone dalla Pasta fino al
mattino, in silenzio, estasiato dal sentir parlare milanese, e respirando con
tutti i sensi il pensiero di Mtilde. Salivo nella mia bella camera al terzo
piano e correggevo, con le lacrime agli occhi, le bozze di De l'Amour. un libro scritto a matita a
Milano nei miei intervalli di lucidit. Mi faceva male lavorarci a Parigi; non
ho mai voluto ritoccarlo.
Dicono i
letterati: Nei paesi stranieri si possono avere pensieri ingegnosi, ma solo in
Francia si sa fare un libro. S, se l'unico scopo del libro di far comprendere
un'idea; no, se
si spera allo stesso tempo di far sentire, di dare qualche sfumatura di
emozione.
La regola
francese vale soltanto per un libro di storia quale per esempio l'Histoire
de la Rgence di
Lemontey, di cui ammiravo stamattina lo stile davvero accademico. La prefazione
di Lemontey (un avaro che ho conosciuto bene dal conte Beugnot) pu essere
considerata un modello di un siffatto stile accademico.
Piacerei
sicuramente agli sciocchi, se mi prendessi la pena di aggiustare in tal senso
qualche pagina di questa chiacchierata. Ma forse scrivendo queste cose come una
lettera, a trenta pagine per volta, a mia insaputa, raggiungo la somiglianza.
Ora, prima
di tutto, voglio essere vero. Che miracolo in questo secolo di commedia, in una
societ in cui i tre quarti degli attori sono dei ciarlatani sfrontati come
Magendie o il conte Regnault de Saint-Jean d'Angly, o il barone Grard!
Una delle
caratteristiche del secolo della rivoluzione (1789-1832) che non si ottiene
un gran successo senza una certa dose d'impudicizia e anche di ciarlataneria
vera e propria. Solo La Fayette al di sopra della ciarlataneria che non va
confusa con l'amabile compiacenza, arma necessaria di un capo di partito.
Avevo
conosciuto da Mme Cabanis un uomo che non certo un ciarlatano, Fauriel (ex
amante di Mme Condorcet). Con Mrime e con me, il solo esempio che io
conosca di non-ciarlataneria tra la gente che scrive.
Perci
Fauriel non ha alcuna notoriet. Un giorno il libraio Bossange mi offr
cinquanta esemplari di una delle sue opere se avessi fatto non solo una bella
recensione, ma se fossi riuscito a piazzarla su un certo giornale dove a quel
tempo ero ben accetto (per quindici giorni). Ne fui scandalizzato e decisi di
fare l'articolo in cambio di una sola copia. Ma rapidamente per il disgusto di
corteggiare degli sporchi cialtroni smisi di vedere quei giornalisti e mi
rimprovero ancora di non aver fatto l'articolo.
Ma questo
avveniva nel 1826 o '27. Torniamo al 1821. Fauriel, trattato con disprezzo da
Mme Condorcet al momento della sua morte (fu una donna sensibile solo al
piacere fisico), frequentava assiduamente una piccola strega mezza gobba, Mlle
Clarke.
Questa
inglese aveva un certo ingegno, non lo si pu negare, ma arido, duro, contorto,
come le corna di un camoscio. Fauriel, che allora aveva per me molta stima, mi
condusse da Mlle Clarke. Ci ritrovai il mio amico Augustin Thierry, autore
della storia della conquista di Guglielmo, che l faceva il bello e il cattivo
tempo. Fui colpito dal viso stupendo di Mme Belloc (la moglie del pittore) che
somigliava in modo sbalorditivo a Lord Byron che allora amavo molto. Un uomo
fine, che mi prendeva per un Machiavelli perch tornavo dall'Italia, mi disse:
Non vedete
che con Mme Belloc tempo perduto? Fa all'amore con Mlle Montgolfier (un
orrendo mostricciatolo con begli occhi).
Rimasi a
bocca aperta, e per il mio machiavellismo, e per il mio presunto amore per Mme
Belloc, e ancor di pi per gli amori di costei. Forse c'era qualcosa di vero.
In capo a
un anno o due, Mlle Clarke mi trascin in una disputa di lana caprina, tanto
che smisi di vederla. Fauriel, e questo mi dispiace, si schier dalla sua
parte.
Fauriel e
Victor Jacquemont si pongono a un livello immensamente pi alto di tutte le
persone che ho conosciuto in quei primi mesi del mio ritorno a Parigi. La
contessa de Tracy era almeno alla stessa altezza. In realt stupivo o
scandalizzavo tutti i miei conoscenti. Ero un mostro o un dio. Ancora oggi
tutta la compagnia di Mlle Clarke mi crede fermamente un mostro.
E
soprattutto un mostro d'immoralit. Il lettore sa bene come stanno le cose: ero
andato a donne una sola volta, e forse ricorderete i miei successi con quella
ragazza di celestiale bellezza, Alexandrine.
Ecco la mia
vita a quell'epoca.
Mi alzavo
alle dieci e mi trovavo alle dieci e mezzo al caf de Rouen insieme al barone
di Lussinge e a mio cugino Colomb (uomo integro, giusto, ragionevole, mio amico
dall'infanzia). Il guaio era che queste due persone non capivano proprio niente
della teoria del cuore umano e della sua descrizione mediante la letteratura e
la musica. Per me la conversazione di gran lunga pi interessante il
ragionare all'infinito su questa materia, traendo le conseguenze da ogni
aneddoto nuovo e ben provato. Pi tardi mi sono reso conto che nemmeno Mrime, che
pure stimo tanto, ha gusto per questo genere di conversazione. Vi eccelle
invece il mio amico d'infanzia, l'ottimo Crozet (ingegnere capo del
dipartimento dell'Isre). Ma sua moglie me l'ha portato via da molti anni, per
gelosia della nostra amicizia. Peccato! Che essere superiore sarebbe stato
Crozet se avesse abitato a Parigi! Il matrimonio e soprattutto la provincia
invecchiano un uomo in maniera sorprendente: lo spirito impigrisce e il moto
del cervello a forza di essere infrequente, diventa faticoso e presto
impossibile.
Dopo aver
assaporato un ottimo caff e due brioches, accompagnavo Lussinge al suo
ufficio. Passavamo per le Tuileries e il lungosenna, fermandoci da ogni
venditore di stampe. Il momento pi atroce della giornata cominciava quando
lasciavo Lussinge. Per il gran caldo di quell'anno andavo a cercare un po'
d'ombra e di frescura sotto i grandi ippocastani delle Tuileries. Dato che non
posso dimenticarla, non farei meglio a uccidermi? mi dicevo. Tutto mi era di
peso. Nel 1821 avevo ancora qualche residuo di quella passione per la pittura
italiana che mi aveva spinto a scriverci sopra nel 1816 e nel 18[17]. Andavo al
museo con un biglietto procurato da Lussinge. La vista di quei capolavori mi
ricordava ancora pi intensamente Brera e Mtilde. Quando trovavo in un libro
il nome francese corrispondente cambiavo colore.
Ho pochi
ricordi di quei giorni che si rassomigliavano tutti. Tutto ci che piace a
Parigi mi faceva orrore. Ero liberale, ma trovavo i liberali vergognosamente
sciocchi. Insomma, ho conservato un ricordo triste e doloroso di quanto vedevo
in quel tempo.
Incontravo
continuamente il grosso Luigi XVIII con i suoi occhi bovini, trascinato
lentamente da sei grossi cavalli, e mi faceva particolarmente orrore.
Comprai
qualche dramma di Shakespeare, in edizione inglese a trenta soldi l'uno; li
leggevo alle Tuileries e spesso chiudevo il libro per pensare a Mtilde. La mia
camera solitaria mi spaventava.
Finalmente arrivavano
le cinque; mi precipitavo nella sala da pranzo dell'htel de Bruxelles.
Ritrovavo Lussinge, cupo, stanco, annoiato; il valoroso Barot; l'elegante
Poitevin, e cinque o sei originali da tavola d'albergo, una specie che confina
da una parte col cavaliere d'industria e dall'altra col cospiratore subalterno.
A quella tavola vidi M. Alpy, un tempo aiutante di campo del generale Michaud
che lo mandava a prendergli gli stivali. Fui stupito di rivederlo colonnello e
genero di Kentzinger, ricco, imbecille e sindaco di Strasburgo. Non rivolsi la
parola al colonnello e nemmeno al suocero. Mi colp un uomo magro, abbastanza
alto, giallastro e chiacchierone. C'era un po' del fuoco sacro di Jean-Jacques
Rousseau nelle sue frasi in lode dei Borboni che tutti i commensali trovavano
piatte e ridicole. Aveva il portamento sgraziato di un ufficiale austriaco. Pi
tardi divenne celebre: Courvoisier, il guardasigilli. Lussinge l'aveva
conosciuto a Besanon.
Dopo aver
mangiato, il caff era ancora un buon momento per me. Al contrario della
passeggiata sul Boulevard de Gand, di gran moda e pieno di polvere. Era un vero
supplizio trovarmi in quel ritrovo di elegantoni subalterni, di ufficiali della
guardia, di prostitute d'alto bordo e di borghesi ben vestite, loro rivali.
L
incontravo uno dei miei amici d'infanzia, il conte de Barral, un ottimo ragazzo
che, nipote di un celebre avaro, cominciava a trent'anni a subire i primi
attacchi di questa triste passione. Il marchese di Barral, suo nonno...
Brodo 3 a
mes.
Strenna
padre Domi[nique].
Nel 1810,
se non mi sbaglio, poich Barral aveva perduto al gioco tutto ci che aveva,
gli prestai un po' di denaro e lo costrinsi a partire per Napoli. Quel
galantuomo di suo padre gli passava una pensione di seimila franchi.
Di l a
qualche anno, Barral di ritorno da Napoli mi trov che vivevo con una cantante
che ogni sera, alle undici e mezzo, veniva a infilarsi nel mio letto. Io
rientravo all'una e cenavamo insieme con pernice fredda e champagne. Questa
relazione durata due o tre anni. Mlle B[reyter] era amica della figlia del
celebre Rose, commerciante di calzoni di pelle. Mol, il noto attore, aveva
sedotto le tre sorelle, ragazze deliziose. Una di loro oggi la marchesa di
D... Annette, cadendo sempre pi in basso, viveva a quel tempo con uno della
Borsa. La vantai tanto con Barral che egli se ne innamor. Convinsi la bella
Annette a lasciare lo sporco speculatore. Al 2 del mese, Barral non aveva pi
un soldo. Il primo del mese, tornando dalla sua banca con cinquecento franchi,
andava a disimpegnare il suo orologio e a giocarsi i quattrocento franchi che
gli restavano. Mi diedi da fare, offrii due cene alle parti belligeranti, da
Vry alle Tuileries, e infine persuasi Annette ad amministrare gli affari del
conte ed a vivere saggiamente con lui con i cinquecento franchi che il padre
gli passava. Oggi, 1832, sono dieci anni che la coppia resiste. Purtroppo
Barral diventato ricco: ha almeno ventimila franchi di rendita, e con la
ricchezza gli venuta un'avarizia atroce.
Nel 1817
ero stato innamorato di Annette per quindici giorni; dopo di che avevo scoperto
in lei idee ristrette e parigine. Per me sono il miglior rimedio contro l'amore. La sera,
in mezzo alla polvere del Boulevard de Gand, ritrovavo il mio amico d'infanzia e
la buona Annette. Non sapevo che dire. Morivo di noia e di tristezza; andare a
donne non mi divertiva. Infine, verso le dieci e mezzo, andavo dalla Pasta a
giocare a faraone. E sfortunatamente ci arrivavo per primo ed ero costretto
alla conversazione tutta di cucina di Rachele, madre di Giuditta. Ma parlava in
milanese; qualche volta c'era con lei qualche babbeo arrivato fresco da Milano
e che lei aveva invitato a cena. Chiedevo timidamente notizie di tutte le belle
donne di Milano. Sarei morto piuttosto che nominare Mtilde, ma qualche volta
loro stessi me ne parlavano. Quelle serate facevano epoca nella mia vita.
Finalmente si cominciava a giocare. Allora, immerso in una profonda
fantasticheria, perdevo o guadagnavo trenta franchi in quattro ore.
Avevo abbandonato
a tal punto ogni riguardo per il mio onore che, quando perdevo pi di quanto
avevo in tasca, dicevo a chi vinceva:
Volete che
salga in camera mia?.
Rispondevano:
No, si
figuri!.
E pagavo
solo il giorno dopo. Per questa sciocchezza ripetuta parecchie volte mi feci la
reputazione di uno povero. Me ne sono accorto in seguito, quando l'ottimo Pasta
(marito di Giuditta) si lamentava perch perdevo trenta o trentacinque franchi.
Anche dopo aver aperto gli occhi, non cambiai il mio comportamento.
CAPITOLO
VI
Qualche
volta scrivevo su un libro che compravo una data e l'indicazione del sentimento
che mi dominava. Forse trover qualche data nei miei libri. Non so come mi
venne l'idea di andare in Inghilterra. Scrissi al mio banchiere M[...] di darmi
una lettera di credito di mille scudi su Londra. Mi rispose che nel mio conto
c'erano solo centoventisei franchi. Avevo del denaro non so dove, forse a
Grenoble. Me lo feci mandare e partii.
La prima
idea di Londra mi venne dunque nel 1821. Un giorno, mi sembra verso il 1816 a
Milano, parlavo di suicidio col celebre Brougham (oggi Lord Brougham,
cancelliere d'Inghilterra e che ben presto creper di troppo lavoro).
C' niente
di pi sgradevole, mi disse Brougham, del pensare che tutti i giornali annunceranno
che vi siete fatto saltare le cervella, e che poi frugheranno nella vostra vita
privata per cercarne i motivi?... C' da farsi passar la voglia di ammazzarsi.
Che c' di
pi semplice, risposi del prendere l'abitudine di andar per mare su una barca
da pesca? Un giorno di burrasca, si cade in mare per un incidente.
Questa idea
di andar per mare mi piacque molto. Per me il solo scrittore leggibile era
Shakespeare, e sarebbe stata una festa vederlo rappresentare. Non avevo visto
niente di Shakespeare nel 1817, durante il mio primo viaggio in Inghilterra.
Nella mia
vita non ho amato con passione che:
Cimarosa,
Mozart,
e
Shakespeare.
A Milano,
nel 1820, desideravo farlo mettere sulla mia tomba. Pensavo tutti i giorni a
questa iscrizione, convinto che avrei trovato tranquillit solo nella tomba.
Volevo una piccola lastra di marmo della forma di una carta da gioco.Non
aggiungere segni sconci, ornamenti banali, far incidere questa iscrizione in
lettere maiuscole. Odio Grenoble, sono arrivato a Milano nel maggio 1800, amo
questa citt. Qui ho provato i piaceri pi grandi e i pi grandi dolori. Qui
soprattutto, ed ci che fa una patria, ho provato i primi piaceri. Voglio
invecchiare e morire a Milano.
Quante
volte, cullato su una barca solitaria dalle onde del lago di Como, mi dicevo
estasiato:
Hic
captabis frigus opacum.
Se lascio
scritto come fare questa lastra, perch desidero sia messa nel cimitero di
Andilly, vicino a Montmorency, esposta a levante. Ma soprattutto non desidero
avere nessun altro monumento, niente di parigino, di vaudevillesco, un genere che detesto. Lo
detestavo ancora di pi nel 1821. Lo spirito francese che trovavo nei teatri
parigini quasi mi faceva urlare: Canaglie! canaglie! canaglie! Me ne andavo dopo
il primo atto. Quando la musica francese si univa allo spirito francese, l'orrore arrivava a farmi fare delle
smorfie e a dare spettacolo di me. Una volta Mme de Longueville mi offr il suo
palco al teatro Feydeau. Per fortuna ero solo. Scappai via dopo un quarto d'ora
facendo smorfie ridicole e facendo voto di non ritornare in quel teatro per
almeno due anni: ho mantenuto il giuramento.
Tutto ci
che somiglia ai romanzi di Mme de Genlis, alla poesia di Legouv, Jouy,
Campenon, Treneuil, m'ispirava il medesimo orrore. Nel 1832 un luogo comune,
Tutti la pensano cos. Nel '21 Lussinge si burlava del mio orgoglio
insopportabile quando gli manifestavo il mio odio convulso. Ne concludeva che
certamente Jouy o Campenon dovevano aver fatto una critica sanguinosa di
qualche mia opera. Invece un critico che mi deride m'ispira un sentimento del
tutto diverso. Ogni volta che rileggo la sua critica, mi rimetto a valutare chi
di noi due abbia ragione.
Mi sembra
di essere partito per Londra nel settembre 1821. Per Parigi provavo solo
disgusto. Ero accecato, avrei dovuto chiedere consiglio alla contessa de Tracy.
Quella donna adorabile che amavo come una madre o piuttosto come un'ex bella
donna, ma senza alcuna idea d'amore terrestre, aveva allora sessantatr anni. Avevo
respinto la sua amicizia con la mia scarsa confidenza. Avrei dovuto essere
l'amico, no, l'amante di Cline. Non so se allora avrei fatto una buona
riuscita come amante, ma vedo chiaramente che ero sull'orlo di un'amicizia
intima. Non avrei dovuto rifiutarmi di riprendere i rapporti con la contessa de
Berthois.
Ero
disperato o per meglio dire profondamente disgustato della vita a Parigi, e
soprattutto di me. Mi trovavo tutti i difetti; avrei voluto essere un altro.
Andavo a cercare a Londra un rimedio allo spleen e lo trovai quanto bastava.
Bisognava mettere una collina tra me e l'immagine del duomo di Milano. I drammi
di Shakespeare e l'attore Kean (pronunciare Kn) furono l'evento decisivo.
Trovavo abbastanza spesso in societ persone che mi facevano complimenti su
qualcuna delle mie opere; allora ne avevo scritte ben poche. E dopo il
complimento e la risposta, non sapevamo pi cosa dirci. Quei parigini
complimentosi, che si aspettavano qualche risposta da vaudeville, dovevano trovarmi molto goffo e
forse molto orgoglioso. Sono abituato a sembrare il contrario di quel che sono.
Considero e ho sempre considerato le mie opere come biglietti di lotteria.
M'importa solo di essere ristampato nel 1900. Petrarca contava sul suo poema
latino Africa
e non si curava dei suoi sonetti.
Due dei
complimentosi mi colpirono. Uno, di cinquant'anni, un uomo alto e bello,
assomigliava in modo incredibile allo Jupiter Mansuetus. Nel '21 ero ancora ebbro del
sentimento che, quattro anni prima, mi aveva fatto scrivere l'inizio del
secondo volume dell'Histoire de la peinture. Quell'uomo cos complimentoso e
cos bello parlava con la leziosit delle lettere di Voltaire. Era stato
condannato a morte a Napoli nel 1800 o nel 1799. Si chiamava Di Fiori ed oggi
il mio amico pi caro. Per dieci anni non ci siamo capiti; a quel tempo non
sapevo come rispondere alle sue piccole tortuosit alla Voltaire.
L'altro
tipo ossequioso aveva bellissimi capelli inglesi, biondi e ricciuti. Poteva
avere trent'anni e si chiamava Edouard Edwards. Pessimo soggetto dei bassifondi
di Londra, era stato commissario di guerra, mi sembra, nell'esercito
d'occupazione comandato dal duca di Wellington. In seguito, quando seppi che
aveva frequentato i bassifondi londinesi, lavorando per i giornali, tentando di
inventare quelche celebre gioco di parole, mi stupii che non fosse cavaliere
d'industria. Il povero Edwards aveva un'altra qualit: era naturalmente e
perfettamente coraggioso. Cos naturalmente che, mentre si vantava di tutto con
una vanit pi che francese, non parlava mai del suo coraggio.
Incontrai
Edwards nella diligenza di Calais. Trovandosi con un autore francese, si
credette obbligato a parlare e per me fu una gioia. Pensavo di distrarmi col
paesaggio. Non c' niente di cos insipido (almeno per me) come la strada che
passa per Abbeville, Montreuil-sur-Mer, ecc. Quelle lunghe strade bianche che
si profilano da lontano su un terreno piattamente ondulato mi avrebbero
riempito d'infelicit senza le chiacchiere di Edwards.
E tuttavia
le mura di Montreuil e il servizio di ceramica del pranzo mi ricordarono
intensamente l'Inghilterra.
Viaggiavamo
con un certo Schmit, ex segretario del pi meschino degli intriganti, il
consigliere di stato Frville che avevo conosciuto da Mme Nardot, al n 4 di
rue Menars. Questo povero Schmit, in origine abbastanza onesto, era diventato
una spia politica. Decazes lo mandava ai congressi, alle acque di
Aix-la-Chapelle. Sempre intrigando e alla fine, credo, rubando, mutando fortuna
ogni sei mesi, un giorno Schmit mi incontr e mi disse che, come matrimonio di convenienza e non d'amore, stava per sposare
la figlia del maresciallo Oudinot, duca di Reggio. Questi a dire il vero ha un
reggimento di figlie e chiedeva ogni sei mesi l'elemosina a Luigi XVIII.
Sposatevi
stasera, amico mio, gli dissi molto stupito.
Ma dopo una
quindicina di giorni venni a sapere che il duca di Decazes era disgraziatamente
venuto a sapere delle sostanze del povero Schmit e si era sentito in obbligo di
informare il suocero. Ma Schmit era un buon diavolo e un buon compagno.
A Calais
feci una grossa sciocchezza. Parlai a tavola come uno che non ha mai parlato da
un anno. Ero molto allegro. Quasi mi ubriacai di birra inglese. Un mezzo
bifolco, un capitano inglese di piccolo cabotaggio, mosse qualche obiezione ai
miei racconti. Gli risposi allegramente e bonariamente. La notte ebbi una
terribile indigestione, la prima della mia vita. Qualche giorno dopo Edwards mi
disse con garbo, cosa in lui molto rara, che avrei dovuto rispondere aspramente
e non allegramente al capitano inglese.
Ho commesso
questo terribile sbaglio un'altra volta, a Dresda nel 1813 nei confronti di
[...] che poi divent pazzo.
Non manco
di coraggio; oggi non mi succederebbe pi. Ma da giovane, quando improvvisavo,
diventavo matto. Ero attento solo alla bellezza delle immagini che cercavo di
rendere. L'avvertimento di Edwards fu per me come il canto del gallo per San
Pietro. Per due giorni cercammo il capitano inglese in tutte le taverne infami
che la gente di quella risma frequenta vicino alla Torre, se non vado errato.
Il giorno
dopo Edwards mi disse con garbo, cortesia e persino con eleganza:
Vedete,
ogni nazione ha il suo modo di battersi; la maniera di noi inglesi barocca,
ecc., ecc.
Alla fine,
il risultato di tutta quella filosofia fu di pregarmi di farlo parlare con il
capitano il quale, c'era da scommettere dieci contro uno, nonostante
l'antipatia nazionale verso i francesi, avrebbe detto che non aveva avuto per
niente l'intenzione di offendermi, ecc., ecc. Ma che se poi ci si doveva
battere, Edwards mi supplicava di permettergli di prendere il mio posto.
Mi state
sfottendo?, gli risposi.
Corsero
parole dure, ma alla fine mi convinse che da parte sua c'era solo un eccesso di
zelo e ci rimetemmo a cercare il capitano. Due o tre volte mi sentii rizzare
tutti i peli delle braccia credendo di riconoscerlo. Ho pensato in seguito che
la cosa mi sarebbe stata difficile senza Edwards; a Calais ero ubriaco di
allegria, di chiacchiere e di birra. Fu la mia prima infedelt al ricordo di
Milano.
Londra mi
commosse per le passeggiate lungo il Tamigi verso Little Chelsea (littl clsi). C'erano casette
fiorite di rosai che furono per me la vera elegia. Per la prima volta questo
genere insipido mi commosse.
Oggi
capisco che la mia anima era sempre molto ammalata. Provavo un orrore quasi
idrofobo alla vista di ogni persona grossolana. La conversazione con un rozzo e
grosso mercante di provincia mi inebetiva e mi rendeva infelice per tutto il
resto della giornata. Per esempio, con il ricco banchiere Charles Durand di
Grenoble che mi parlava amichevolmente. Questa disposizione infantile che mi ha
procurato tanti momenti neri dai quindici ai venticinque anni, mi ritornava con
forza.
2: ero cos
infelice che amavo solo le facce che conoscevo. Ogni faccia nuova, che in
condizioni normali mi diverte, allora mi dava fastidio.
Il caso mi
port al Tavistock Hotel, Covent-Garden. l'albergo dei benestanti che dalla
provincia vengono a Londra. La mia camera, sempre aperta in quel paese del
furto impunito, era larga otto piedi e lunga dieci. Ma in compenso si andava a
mangiare in un salone che poteva avere cento piedi di lunghezza, trenta di
larghezza e venti di altezza. L per cinquanta soldi (due sterline) si mangiava
quel che si voleva e quanto si voleva. Vi preparavano delle bistecche a
volont, o vi mettevano davanti un pezzo di bue arrosto di quaranta libbre con
un coltello ben affilato. Poi arrivava il t per mandar gi tutta quella carne.
Il salone si apriva ad arcate sulla piazza del Covent-Garden. Ogni mattina ci
trovavo una trentina di bravi inglesi che camminavano con gravit, e molti con
l'aria affranta. Nessuna affettazione, n frivolezze rumorose alla francese.
Questo mi piaceva molto; in quel salone mi sentivo meno infelice. Il pranzo non
era un diversivo di un'ora o due, ma mi faceva passare un'ora davvero buona.
Imparai a leggere meccanicamente i giornali inglesi che, in fondo, non
m'interessavano. Pi tardi, nel 1826, sono stato molto infelice su quella
stessa piazza del Covent-Garden, all'Ouxkum Hotel, o un nome altrettanto
sgraziato, all'angolo opposto al Tavistock. Dal 1826 al 1832 non ho sofferto.
Il giorno
del mio arrivo a Londra non davano ancora Shakespeare. Andai all'Haymarket che,
se non mi sbaglio, era aperto. Nonostante la tristezza della sala, mi divertii
abbastanza.
She
stoops to conquer,
commedia di [...] mi divert moltissimo per il gioco di guance dell'attore che
faceva il marito di Miss [...], la quale si umilia per conquistare. un po'
l'argomento delle [...] di Marivaux. Una ragazza da marito si traveste da
cameriera.
Beaux'
Stratagem mi
divert molto. Di giorno vagavo per i dintorni di Londra; andavo spesso a
Richmond.
Questa
famosa terrazza presenta lo stesso movimento di terreno di Saint-Germain-en-Laye.
Ma la vista affonda, da un'altezza probabilmente minore, su prati di un verde
incantevole disseminati di grandi alberi di et venerabile. Invece da
Saint-Germain non si vedono che rocciose aridit. Niente pu eguagliare la
freschezza del verde in Inghilterra e la bellezza degli alberi: tagliarli
sarebbe un crimine e un disonore, mentre al minimo bisogno di denaro, il
proprietario francese vende le cinque o sei grandi querce che si trovano nella
sua tenuta. La vista di Richmond, quella di Windsor, mi ricordavano la mia
adorata Lombardia, i monti della Brianza, Desio, Como, Cadenabbia, il santuario
di Varese, bei paesi che hanno fatto da sfondo ai miei giorni pi belli. Ero
cos folle in quei momenti di felicit che non ne ho quasi nessun ricordo preciso.
Tutt'al pi qualche data per indicare, su un libro comprato di recente, il
luogo dove l'avevo letto. La minima nota a margine fa si che, se mai rileggo in
un qualunque momento quel libro, riprendo il filo delle mie idee e vado
avanti. Se
rileggendo un libro non trovo alcun ricordo, il lavoro tutto da ricominciare.
Una sera,
seduto sul ponte che ai piedi della terrazza di Richmond, leggevo le Memorie della signora Hutchinson, una
delle mie passioni.
Mister
Bell! disse un uomo fermandosi dritto davanti a me.
Era il
signor B [...] che avevo incontrato in Italia, da lady Jersey a Milano. Uomo
molto fine sulla cinquantina, era ammesso nella buona societ anche senza farne
precisamente parte (in Inghilterra le classi sono nettamente distinte come in
India, paese dei paria; vedi La Chaumire indienne).
Avete
visto lady Jersey?.
No, la
conoscevo troppo poco a Milano; e dicono che voialtri viaggiatori inglesi siete
un po' soggetti a perdere la memoria riattraversando la Manica.
Che idea!
Andateci.
Essere
accolto freddamente o semplicemente non essere riconosciuto mi farebbe pi male
di quanto piacere potrebbe darmi l'accoglienza pi calorosa.
Non avete
visto Hobhouse, Brougham?.
Stessa
risposta.
Il signor
B. da perfetto diplomatico mi chiese molte notizie della Francia.
I giovani
della piccola borghesia, che hanno una buona educazione e che non sanno dove
sistemarsi perch si trovano sempre davanti i protetti della Congrgation, finiranno col rovesciare la Congrgation e, all'occasione, i Borboni.
(Poich ci
ha l'aria di una predizione, lascio al lettore benevolo tutta la libert di non
crederci.) Ho messo qui questa frase per potervi aggiungere che il mio assoluto
disgusto per tutto quello di cui parlavo mi dipinse in volto quell'aria infelice
senza la quale in Inghilterra non si ottiene alcuna considerazione.
Quando il
signor B. si rese conto che conoscevo La Fayette, Tracy:
Oh!, mi
disse molto meravigliato e non avete dato una portata pi ampia al vostro
viaggio!,
dipendeva solo da voi cenare due volte la settimana da lord Holland, da lady N
[...], da lady [...].
A Parigi
non ho neppure detto che venivo a Londra. Ho un unico scopo: vedere Shakespeare
a teatro.
Quando B.
ebbe capito bene, credette che fossi diventato pazzo.
La prima
volta che andai al ballo di Almack, il mio banchiere, vedendo il mio biglietto
d'invito, mi disse con un sospiro:
Sono
ventidue anni, signore, che mi do da fare per andarci e voi ci sarete fra
un'ora!.
Poich la
societ divisa in sezioni, come una canna di bamb, il massimo impegno di un
uomo di elevarsi alla classe superiore alla sua, e il massimo sforzo di
questa classe di impedirglielo.
Una volta
sola ho riscontrato in Francia costumi del genere: quando i generali del
vecchio esercito di Napoleone che si erano venduti a Luigi XVIII, cercavano a
forza di bassezze di farsi ammettere nel salotto di Mme de Talaru e di altre
del Faubourg Saint-Germain. Le umiliazioni che quei vili dovettero subire ogni
giorno riempirebbero cinquanta pagine. Il povero Amde de Pastoret, se mai
scrivesse i suoi ricordi, potrebbe raccontarne delle belle. Ebbene! non credo
che i giovani che fanno l'universit nel 1832 siano capaci di sopportare simili
umiliazioni. Commetteranno magari una volta un'azione vile, una scelleratezza,
ma farsi assassinare in questo modo, a colpi di spillo dal disprezzo, una
cosa contro natura per chi non nato nei salotti del 1780, resuscitati tra il
1804 e il 1830.
Questa
bassezza che tutto pu sopportare dalla moglie di un cordon-bleu (Mme Talaru)
ormai apparir soltanto fra i giovani nati a Parigi. E Luigi Filippo ha troppo
poca consistenza perch, per un bel pezzo, salotti del genere possano
ricostituirsi nella capitale.
Probabilmente
il bill di
riforma (giugno 1832) far cessare in Inghilterra la produzione di tipi come il
signor B., che non mi perdon mai di non aver dato una portata pi ampia al mio viaggio. Nel 1821 non
sospettavo nemmeno una cosa che ho capito nel mio viaggio del 1826: che i
banchetti e i balli dell'aristocrazia costano in modo folle, e che sono i soldi
peggio spesi del mondo.
Ho un
debito verso il signor B.: m'insegn a tornare per via d'acqua da Richmond a
Londra; un viaggio delizioso.
Finalmente
il [...] del 1821 annunciarono l'Otello interpretato da Kean. Per poco non fui schiacciato
per conquistarmi un biglietto di platea. La lunga coda mi ricord i bei tempi
della mia giovinezza, quando nel 1800 ci facevamo schiacciare per vedere la
prima di Pinto
(germinale anno VIII). Il disgraziato che vuole un biglietto al Covent-Garden
deve addentrarsi in corridoi tortuosi, larghi tre piedi e rivestiti di tavole
diventate lisce per lo sfregamento degli abiti di quei poveracci degli
spettatori.
Con la
testa piena di idee letterarie, solo dopo che mi fui cacciato per quegli
orrendi corridoi e la collera mi ebbe dato un'energia superiore a quella dei
miei vicini, mi dissi: Per me stasera non possibile nessun piacere. Che
sciocchezza non aver prenotato prima un palco!.
Per
fortuna, appena entrato in platea, le persone con le quali avevo fatto a
spintoni mi guardarono con aria amichevole e bonaria. Ci dicemmo qualche parola
cortese sulle pene sopportate. Sbollita la collera, mi abbandonai interamente
alla mia ammirazione per Kean che conoscevo soltanto attraverso l'entusiasmo
iperbolico del mio compagno di viaggio Edwards. Sembra che Kean sia un eroe da
taverna, un attaccabrighe della specie peggiore.
Glielo
perdonavo facilmente. Se fosse nato ricco o in una famiglia perbene, non
sarebbe Kean, ma un frigido stupido qualsiasi. Le buone maniere delle classi
elevate in Francia, e forse in Inghilterra, bandiscono ogni energia e se per caso esiste la logorano.
Perfettamente educato e perfettamente privo di ogni energia, ecco il tipo che
mi aspetto di vedere quando in casa de Tracy annunciano M. de Syon o qualunque
altro giovanotto del Faubourg Saint-Germain. E per di pi nel 1821 non ero
ancora del tutto preparato a giudicare in pieno la nullit di questi
smidollati. M. de Syon, che frequenta il generale La Fayette e che andato in
America al suo seguito, deve sembrare un mostro d'energia nel salotto di Mme de
Trmolle.
Gran Dio!
Come possibile essere cos insignificanti! come descrivere gente simile! Me
lo chiedevo durante l'inverno del '30 studiando quei giovanotti. A quel tempo
l'unico problema che avevano era il timore che i loro capelli, sistemati in
modo da formare una specie di ciambella da una parte all'altra della fronte,
non venissero in gi.
Il mio
piacere nel vedere Kean si mescol allo stupore. Gli inglesi, popolo stizzoso, hanno gesti molto diversi dai
nostri per esprimere gli stessi moti dell'anima.
Il barone
di Lussinge e l'ottimo Barot mi raggiunsero a Londra; forse Lussinge era venuto
con me. Sfortunatamente ho un gran talento a comunicare i miei gusti. Spesso,
parlando ai miei amici delle mie amanti, li ho fatti innamorare di loro o, quel
che molto peggio, ha fatto innamorare la mia amante dell'amico al quale ero
davvero affezionato. Mi accaduto per Mme Azur e Mrime. Ne fui disperato per
quattro giorni. Quando la disperazione diminu pregai Mrime di rispettare il
mio dolore per quindici giorni.
Per
quindici mesi, mi rispose, quella non mi piace. L'ho vista con le calze
allentate sulle gambe. (en garaude, francese di Grenoble).
Barot, che
fa le cose con metodo e con regola come un commerciante, ci spinse a prendere
un cameriere. Era un inglesino sciocco. Li disprezzo pi degli altri; da loro
la moda non un piacere, ma un dovere serio cui non si pu mancare. Avevo buon
senso per tutto quello che non era legato a certi ricordi; sentii
immediatamente il ridicolo delle diciotto ore di lavoro dell'operaio inglese.
Un povero italiano tutto cencioso pi vicino alla felicit. Ha il tempo di
fare all'amore, si dedica ottanta o cento giorni l'anno a una religione che
tanto pi lo diverte in quanto gli fa un po' di paura. ecc., ecc.
I miei
compagni si prendevano gioco di me. Ma il mio paradosso sta diventando verit a
vista d'occhio, e sar un luogo comune nel 1840. Allora mi consideravano matto
quando aggiungevo:
Il lavoro
eccessivo e massacrante dell'operaio inglese ci vendica di Waterloo e delle
quattro coalizioni. Noi abbiamo seppellito i nostri morti e i nostri superstiti
sono pi felici degli inglesi.
Per tutta
la vita Barot e Lussinge mi riterranno una testa marcia. A dieci anni di
distanza cerco di svergognarli:
Oggi voi
la pensate come la pensavo io a Londra nel 1821.
Lo negano,
e questa pessima reputazione mi sta attaccata addosso. Pensate cosa mi accadeva
quando avevo la disgrazia di parlare di letteratura. Mio cugino Colomb mi ha
creduto a lungo realmente invidioso perch gli dicevo che il Lascaris di Villemain era cos noioso da
far dormire in piedi. Che succedeva poi, Dio mio, quando affrontavo i principi
generali!
Un giorno
stavo parlando del lavoro in Inghilterra e quello sciocco che ci faceva da
cameriere sostenne che avevo offeso l'onore della sua nazione.
Avete
ragione, gli dissi ma siamo sfortunati, non conosciamo persone piacevoli.
Signore,
me ne occupo io. Penser io a contrattare... Non vi rivolgete ad altri; vi
ricatterebbero, ecc., ecc.
I miei
amici ridevano. Cos, per essermi burlato dell'onore di quello sciocco, mi
trovai coinvolto in un incontro con delle prostitute. Niente di pi sgradevole
e disgustoso dei dettagli della contrattazione che il nostro uomo ci costrinse
a subire l'indomani mostrandoci Londra.
Anzitutto
le nostre ragazze abitavano in un quartiere sperduto, Westminster Road, fatto
apposta perch quattro magnaccia di marinai potessero aggredire dei francesi.
Quando ne parlammo a un amico inglese:
State
attenti a questa trappola!, ci disse.
Lo sciocco
ci disse di aver contrattato a lungo perch ci fosse servito il t la mattina
al nostro risveglio. Le prostitute non volevano concederci le loro grazie e il
t per ventuno scellini (venticinque franchi e cinque soldi). Ma alla fine
avevano acconsentito. Due o tre inglesi ci dissero:
Un inglese
non cadrebbe mai in un simile agguato. Sapete che vi porteranno a una lega da
Londra?.
Decidemmo
di non andare. La sera, Barot mi guard. Io lo capii.
Siamo
forti, gli dissi abbiamo delle armi.
Lussinge
non se la sent di venire.
Con Barot
prendemmo una carrozza e attraversammo il ponte di Westminster. Poi ci
cacciammo per certe vie senza case, in mezzo a giardini. Barot rideva.
Se siete
stato cos brillante con Alexandrine in una bella casa al centro di Parigi,
cosa non farete qui?.
Provavo un
disgusto profondo. Se non fosse stato per noia del dopocena a Londra quando non
c' spettacolo come quel giorno, e per quella piccola punta di pericolo,
Westminster Road non mi avrebbe mai visto. Finalmente, dopo aver corso due o
tre volte il pericolo di rovesciarci per quelle strade non lastricate, il
vetturino si ferm bestemmiando davanti a una casa a tre piani che in tutto
poteva essere alta venticinque piedi. Non ho mai visto niente di pi piccolo in
vita mia.
Certamente
non sarei entrato senza l'idea del pericolo. Mi aspettavo di vedere tre infami baldracche.
Invece erano tre ragazzine minute, con bei capelli castani, un po' timide,
molto premurose, pallidissime.
I mobili
erano minuscoli in modo ridicolo. Barot grande e grosso, io sono grosso. Non
sapevamo letteralmente dove sederci; i mobili sembravano fatti per delle
bambole. Avevamo paura di schiacciarli. Le ragazzine si accorsero del nostro
imbarazzo, e il loro aument. Per fortuna Barot ebbe l'idea di parlare del
giardino.
Oh! Ce
l'abbiamo un giardino, dissero, non dico con orgoglio, ma con un po' di gioia
per avere qualcosa di lussuoso da mostrare.
Scendemmo
nel giardino con delle candele per vederci; era lungo venticinque piedi e largo
dieci. Io e Barot scoppiammo a ridere. C'erano tutti gli attrezzi casalinghi di
quelle povere ragazze: la tinozza per il bucato, una vaschetta con un
apparecchio di forma ellittica per fare la birra.
Io ero
commosso e Barot disgustato. Mi disse in francese:
Paghiamole
e tagliamo la corda.
Rimarranno
cos umiliate, risposi.
Bah!
umiliate! le conoscete bene! manderanno a cercare altri clienti se non troppo
tardi, o i loro amanti, se qui le cose vanno come in Francia.
Queste
verit non mi fecero alcuna impressione. La loro miseria, tutti quei mobiletti
molto puliti e molto vecchi mi avevano turbato. Non avevamo ancora finito di
prendere il t che io ero gi in tale intimit da confessar loro nel mio
pessimo inglese la nostra paura di essere assassinati. Ne rimasero sconcertate.
Ma
insomma, aggiunsi la prova che ci siamo ricreduti che ve lo racconto.
Mandammo
via lo sciocco. Allora fu come se mi trovassi con degli amici cari che rivedevo
dopo un anno di viaggio.
Non si
chiudeva nessuna porta: altro motivo di sospetto quando andammo a letto. Ma a
cosa sarebbero servite porte e buone serrature? I leggeri tramezzi a mattoni si
potevano sfondare con un pugno. In quella casa si sentivano tutti i rumori.
Barot, che era salito al secondo piano nella camera sopra la mia, mi grid:
Se vi
assassinano, chiamatemi!.
Volevo
lasciare un po' di luce; ma per pudore la mia nuova amica, peraltro cos buona
e sottomessa, non volle acconsentire. Ebbe un moto di paura molto evidente
quando mi vide che sistemavo pistole e pugnali sul comodino che era a fianco
del letto dall'altra parte della porta. Era carina, piccola, ben fatta,
pallida.
Nessuno ci
assassin. Il giorno dopo rinunciammo al t e mandammo il cameriere a cercare
Lussinge raccomandandogli di portare carne fredda e vino. Comparve prestissimo
con un pranzo squisito e molto meravigliato del nostro entusiasmo.
Le due
sorelle mandarono a chiamare un'amica. Lasciammo del vino e della carne fredda
alle ragazze che rimasero stupefatte.
Credevano
che le prendessimo in giro quando promettemmo di tornare. La mia amica, Miss
[...], mi disse in disparte:
Non uscirei
se potessi sperare che tornerete stasera. Ma la nostra casa troppo povera per
gente come voi.
Per tutto
il giorno non feci che pensare alla serata piacevole, dolce, tranquilla (full
of snugness) che
mi aspettava. Lo spettacolo mi sembr lungo. Barot e Lussinge vollero vedere
tutte le sfrontate damigelle che affollavano il foyer del Covent-Garden.
Finalmente io e Barot arrivammo nella nostra casetta. Quando videro tirar fuori
delle bottiglie di chiaretto e di champagne, quelle poverine spalancarono gli
occhi. Sospetto che non si fossero mai trovate di fronte a una bottiglia ancora
intatta di real champaign, di autentico champagne.
Per fortuna
il tappo della nostra salt; furono tutte contente, ma il loro entusiasmo era
tranquillo e decoroso. Tutto il loro contegno era molto decoroso. Lo sapevamo
gi.
Fu il
primo, vero e intimo conforto all'infelicit che avvelenava ogni mio momento di
solitudine. Vedete bene che avevo solo vent'anni nel 1821. Se ne avessi avuto
trentotto, come sembrava provare il mio atto di battesimo, avrei potuto tentare
di trovare questo conforto dalle oneste parigine che mi dimostravano una certa
simpatia. Ma qualche volta dubito che ci sarei riuscito. Quella che chiamiamo
aria del bel mondo, quella che fa che la signora di Marmier ha qualcosa di
diverso dalla signora Edwards, mi pare spesso una detestabile affettazione e
per un istante mi chiude ermeticamente il cuore.
Ecco una
delle mie pi grandi infelicit, la provate anche voi come me? Sono colpito a
morte dalle minime sfumature.
Le maniere
del bel mondo (un po' pi o un po' meno) mi fanno gridare dentro di me: Borghese!
oppure Pupattola del faubourg Saint-Germain!, e immediatamente non ho che disgusto o ironia verso il prossimo.
Si pu
conoscere tutto, tranne se stessi: Sono ben lungi dal credere di conoscere
tutto, aggiungerebbe un uomo compto di quel nobile faubourg, attento ad
evitare il ridicolo. I miei medici, quando sono stato malato, mi hanno sempre
curato con piacere come se fossi un mostro, per la mia eccessiva irritabilit
nervosa. Una
volta, sentivo freddo perch c'era una finestra aperta nella stanza vicina,
anche se la porta era chiusa. Il minimo odore (fuorch i cattivi) mi
indebolisce il braccio e la gamba sinistra e mi spinge a cadere da quel lato.
Ma tutti
questi particolari sono di un abominevole egotismo!.
Certamente,
e cos' mai questo libro se non dell'abominevole egotismo? A che pro sciorinare
le grazie di pedante come faceva Villemain in un articolo di ieri sull'arresto
di Chateaubriand?
Se questo
libro noioso, fra due anni servir al salumaio per incartarci il burro; se
non noioso, si vedr che l'egotismo, ma sincero, una maniera di dipingere il
cuore umano nella cui conoscenza abbiamo fatto passi da gigante dopo il 1721,
data delle Lettres persanes di quel grand'uomo che ho tanto studiato, Montesquieu.
Il
progresso talvolta cos stupefacente che Montesquieu sembra grossolano.
Mi trovavo
tanto bene a Londra da quando potevo passare tranquillamente e paciosamente, e
col mio cattivo inglese, le serate, che lasciai ripartire per Parigi il barone,
richiamato dal suo ufficio, e Barot dai suoi affari di Baccarat e di cardatura.
Non parlavamo di belle arti, e questo stato il mio scoglio maggiore con
questi amici. Credo che gli inglesi siano il popolo pi ottuso e pi barbaro
del mondo. A tal punto che mi sento di scusarli per le infamie di Sant'Elena.
Non se ne
rendevano conto. sicuro che uno spagnolo, un italiano e persino un tedesco si
sarebbero immaginati il martirio di Napoleone. Ma quegli onesti inglesi, che
rasentano
continuamente il pericolo abissale di morire di fame se si scordano per un
istante di lavorare, scacciavano il pensiero di Sant'Elena, come scacciano il
pensiero di Raffaello perch fa perdere del tempo, ed ecco tutto.
Noi tre: io
per la conoscenza di Say e di Smith (Adam), il barone di Lussinge per
l'inclinazione a vedere il male in ogni cosa, Barot per il lavoro (che
trasforma una libbra d'acciaio che vale dodici franchi in tre quarti di libbra
di molle di orologio del valore di dodicimila franchi) formavamo insieme un
viaggiatore abbastanza completo.
Quando
rimasi solo, l'onest della famiglia inglese con diecimila franchi di rendita
entr in contrasto dentro di me con la totale demoralizzazione dell'inglese
che, avendo gusti costosi, si accorto che per soddisfarli deve vendersi al
governo. Il Philippe de Sgur inglese per me l'essere pi vile e assurdo da
ascoltare.
Per il
contrasto di queste idee sono partito come [...], senza sapere se bisognasse
desiderare un Terrore che lavasse le stalle di Augia in Inghilterra.
La povera
prostituta da cui trascorrevo le mie serate mi assicurava che si sarebbe
nutrita di mele e che non mi sarebbe costata niente se l'avessi portata in
Francia.
Sono stato
severamente punito per aver consigliato a una sorella di venire a Milano, mi
pare nel 1816. Mme Prier mi si attaccata come un'ostrica, scaricandomi per
sempre la responsabilit del suo destino. Mme Prier aveva tutte le virt, ed
era abbastanza ragionevole ed amabile. Sono stato costretto a litigare per
liberarmi di quell'ostrica fastidiosamente attaccata alla carena della mia
barca, e che volente o nolente mi rendeva responsabile della sua felicit
futura. Che cosa spaventosa!
Questo
ricordo tremendo mi trattenne dal condurre Miss Appleby a Parigi. Avrei evitato
momenti di umor nero, diabolico. Sfortunatamente ho tanta antipatia per
l'affettazione che mi riesce molto difficile di essere semplice, sincero,
buono, in una parola perfettamente tedesco con una donna francese.
Un giorno
annunciarono che avrebbero impiccato otto poveri diavoli. Secondo me, quando in
Inghilterra impiccano un ladro o un assassino, l'aristocrazia che immola una
vittima alla propria sicurezza, perch stata lei a costringerlo ad essere
scellerato, ecc. Questa verit, oggi tanto paradossale, sar forse un luogo
comune quando si leggeranno queste mie chiacchiere.
Passai la
notte a ripetermi che dovere del viaggiatore vedere simili spettacoli e l'effetto
che producono sul popolo che ha conservato i caratteri del proprio paese (who
has raciness). Il
giorno dopo quando mi svegliarono alle otto, pioveva a dirotto. la cosa che
volevo impormi era cos penosa che mi ricordo ancora quanto fui combattuto. Non
vidi quello spettacolo atroce.
CAPITOLO
VII
Al mio
ritorno a Parigi, verso il mese di dicembre, provavo pi interesse per gli
uomini e le cose. Oggi mi rendo conto del perch. Sapevo che indipendentemente
da quello che avevo lasciato a Milano, potevo trovare da qualche altra parte un
po' di felicit o almeno di svago. Quest'altra parte era la casetta di Miss
Appleby.
Ma non ero
abbastanza assennato da organizzare sistematicamente la mia vita. I miei
rapporti erano sempre guidati dal caso. Per esempio:
C'era una
volta a Napoli un ministro della guerra che si chiamava Micheroux. Se mi
ricordo bene, questo povero ufficiale di ventura era di Liegi. Lasci ai suoi
due figli delle pensioni di corte; a Napoli si conta sui favori del re come su
un patrimonio.
Il
cavaliere Alexandre Micheroux mangiava al n. 47 di rue Richelieu. un bel
giovane che ha l'aspetto flemmatico di un olandese. Era consumato dai
dispiaceri. Al tempo della Rivoluzione del 1820, se ne stava tranquillo a
Napoli ed era monarchico.
Francesco,
principe ereditario e in seguito il pi disprezzato dei Kings, era reggente e protettore
particolare del cavaliere Micheroux. Lo fece chiamare e lo preg, dandogli del
tu, di accettare il posto di ministro a Dresda, al quale l'apatico Micheroux
non teneva affatto. Tuttavia, non avendo il coraggio di dispiacere a un'Altezza
Reale e principe ereditario, and a Dresda. Ben presto, se non mi sbaglio,
Francesco lo esili e lo condann a morte, o almeno gli confisc le sue
pensioni.
Senza avere
ingegno o attitudine per niente, il cavaliere stato il carnefice di se
stesso: ha lavorato per lungo tempo diciotto ore al giorno per diventare
pittore, musicista, filosofo o che so io. Questa educazione era del tutto priva
di logica.
So di
questo suo lavoro stupefacente da un'attrice mia amica che, dalla sua finestra,
vedeva quel bel giovane dipingere dalle cinque del mattino alle cinque del
pomeriggio, e poi leggere per tutta la serata. Di tanto lavoro spaventoso era
rimasta al cavaliere l'arte di accompagnare al piano in modo superlativo e con
un certo buon senso o buon gusto musicale, se proprio volete, per non lasciarsi
abbagliare dalla panna montata e dalle fanfaronate di Rossini. Appena
pretendeva di ragionare, quello spirito fiacco, oberato di falsa cultura,
cadeva nelle pi comiche bestialit. Era buffo soprattutto in politica. Del
resto, non ho visto niente di pi poetico e di pi assurdo del liberale
italiano o carbonaro che affollava i salotti liberali di Parigi dal 1821 al 1830.
Una sera
dopo cena Micheroux sal in camera sua. Due ore dopo, non vedendolo arrivare al
caf de Foy dove chi di noi aveva perduto un caff lo pagava, andammo da lui.
Era svenuto per il dolore. Aveva la scolozione. Dopo aver mangiato, il dolore
locale si era acutizzato; quello spirito flemmatico si era messo a riflettere
su tutte le sue miserie, compresa la mancanza di denaro. Il dolore lo aveva
sopraffatto. Un altro si sarebbe ammazzato. Lui invece si sarebbe accontentato
di morire svenuto se con grande fatica non gli avessimo fatto riprendere i
sensi.
La sua
sorte mi commosse. Forse un po' per la seguente riflessione: Ecco uno che
nonostante tutto pi infelice di me. Barot gli prest cinquecento franchi
che gli sono stati restituiti. L'indomani non mi ricordo se io o Lussinge lo
presentammo alla signora Pasta.
Otto giorni
dopo ci accorgemmo che era diventato il suo amico del cuore. Niente di pi
freddo, di pi ragionevole di quei due l'uno di fronte all'altra. Li ho
incontrati ogni giorno per quattro o cinque anni, e non mi sarei stupito, se
dopo tanto tempo, un mago, rendendomi invisibile, mi avesse dato modo di vedere
che quando erano insieme non facevano all'amore, ma parlavano semplicemente di
musica. Sono sicuro che la signora Pasta, che per otto o dieci anni non solo ha
abitato a Parigi ma vi stata molto alla moda per i tre quarti di questo
periodo, non ha mai avuto un amante francese.
All'epoca
in cui le presentammo Micheroux, il bel Lagrange veniva ogni sera ad annoiarci
per tre ore, seduto accanto a lei sul divano. quel generale che faceva la
parte di Apollo o del bello spagnolo liberato nei balli della corte imperiale.
Ho visto la regina Caroline Murat e la divina principessa Borghese danzare con
lui in costumi da selvagge. uno degli esseri pi vacui del bel mondo, e non
dir poco.
Poich
scivolare su una frase sconveniente per un giovane molto pi funesto di
quanto non gli riesca vantaggioso dire una buona battuta, i posteri, che
saranno forse meno sciocchi, non riusciranno a farsi un'idea del bel mondo.
Il
cavaliere Missirini aveva modi compti, quasi eleganti. Sotto questo aspetto,
era in perfetto contrasto con Lussinge e persino con Barot, il quale solo un
buon ragazzo di provincia che per caso ha guadagnato dei milioni. Le maniere
eleganti di Missirini mi attiravano. Mi resi conto molto presto che era
un'anima perfettamente fredda.
Aveva
imparato la musica come un erudito dell'Acadmie des Inscriptions impara o fa
finta d'imparare il persiano. Aveva imparato ad ammirare questo o quel brano;
per lui la prima qualit di un suono era di essere giusto, di una frase di
essere corretta.
Secondo me,
la prima qualit di gran lunga quella di essere espressivo.
In tutto
quanto nero su bianco, di poter dire con Boileau:
Et mon
vers, bien ou mal, dit toujours quelque chose.
Poich i
miei rapporti con Missirini e la signora Pasta diventavano sempre pi stretti,
andai ad abitare al terzo piano dell'htel des Lillois, di cui quella donna
amabile occup prima il secondo, poi il primo piano.
Ai miei
occhi stata senza vizi e senza difetti, un carattere semplice, lineare,
equilibrato, naturale, e con il pi grande talento tragico ch'io abbia mai
conosciuto.
Per
consuetudine da giovanotto (si ricordi che avevo solo vent'anni nel 1821) in principio
avrei desiderato che s'innamorasse un poco di me che l'ammiravo tanto. Oggi
capisco che era troppo fredda, troppo ragionevole, non abbastanza folle e
tenera perch il nostro legame, se fosse stato d'amore, potesse durare. Da
parte mia sarebbe stata solo un'avventura; lei giustamente indignata avrebbe
rotto ogni rapporto. Perci meglio che la cosa si sia limitata alla pi pura
e devota amicizia da parte mia, e dalla sua, a un sentimento della stessa
natura, ma che ha avuto alti e bassi.
Missirini
che aveva un po' di paura di me invent sul mio conto due o tre buone calunnie
che io logorai
ignorandole. Dopo sei o otto mesi, immagino che la signora Pasta si sar detta:
Ma non ha alcun senso!.
Eppure
rimane sempre qualcosa; ma, in capo a sei o otto anni, quelle calunnie hanno
reso molto serena la nostra amicizia. Non ho mai avuto un momento di collera
contro Missirini. Dopo il trattamento cos regale di Francesco poteva dire,
come non so quale eroe di Voltaire:
Une
pauvret noble est tout ce qui me reste.
e immagino
che la Giuditta,
come la chiamavamo in italiano, gli prestasse delle piccole somme per
preservarlo dalle punte pi acuminate di quella povert.
A quel
tempo non ero molto brillante, e tuttavia mi attiravo gi delle gelosie. M. de
Perey, la spia del gruppo di M. de Tracy, venne a sapere della mia amicizia con
la signora Pasta: quella gente sa tutto dai colleghi. Present la cosa nella
maniera pi odiosa alle dame della rue d'Anjou. La donna pi onesta, la pi
aliena da ogni idea di relazione amorosa, non perdona l'amicizia con
un'attrice. Mi era gi successo a Marsiglia nel 1805; ma allora Mme Sraphie
Tivollier aveva ragione di non volermi pi vedere quando seppe della mia storia
con Mlle Louason (quella donna cos piena di spirito che divenne in seguito Mme
Barkoff).
In rue
d'Anjou, dove in fondo c'erano i miei amici pi rispettabili, nemmeno il
vecchio de Tracy, il filosofo, mi perdon l'amicizia con un'attrice.
Sono
ardente, appassionato, folle, sincero fino all'eccesso nell'amicizia e
nell'amore fino al primo sintomo di freddezza. A quel punto dalla follia di un
sedicenne passo, in un batter d'occhio, al machiavellismo di un cinquantenne e,
in capo a otto giorni, non resta pi che ghiaccio fondente, freddo assoluto. (Mi successo
anche in questi giorni with lady Angelica, maggio 1832.)
Stavo per
dare tutta l'amicizia di cui sono capace alla compagnia dei Tracy, quando mi
resi conto di una superficie di brina. Dal 1821 al 1830 sono stato con loro
soltanto freddo e machiavellico, cio perfettamente prudente. Vedo ancora gli
steli spezzati di varie amicizie che stavano per nascere in rue d'Anjou.
L'eccellente contessa de Tracy, che mi rimprovero amaramente di non aver amato
di pi, non mi fece sentire quella sfumatura di freddezza. E tuttavia io
tornavo per lei dall'Inghilterra con una schiettezza d'animo, un bisogno di
amicizia sincera che si calm per puro consenso, quando decisi di essere freddo e
calcolatore con tutto il resto della compagnia.
In Italia
adoravo l'opera. I momenti pi dolci della mia vita sono stati, senza alcun
confronto possibile, quelli che passavo a teatro. A forza di essere felice alla
Scala (a Milano), ero diventato una specie d'intenditore.
Quando
avevo dieci anni mio padre, che aveva tutti i pregiudizi della religione e
dell'aristocrazia, mi imped con la forza di studiare musica. A sedici imparai
il violino, poi il canto e il clarinetto. Solo con questo sono riuscito ad
emettere suoni che mi davano piacere. Il mio maestro, un tedesco bello e buono
che si chiamava Hermann, mi faceva suonare tenere cantilene. Chi lo sa? Forse
conosceva Mozart. Era il 1797. Mozart era morto da poco.
Ma allora
quel grande nome non mi fu rivelato. Fui travolto da una grande passione per la
matematica; per due anni non ho pensato ad altro. Partii per Parigi, dove
arrivai l'indomani del 18 Brumaio (il 10 novembre del '99), In seguito, quando
ho voluto studiare la musica, mi sono accorto che era troppo tardi da questo
segno: la mia passione diminuiva man mano che aumentava la mia competenza. I
suoni che producevo mi facevano orrore a differenza di tanti esecutori di
quart'ordine, i quali devono quel po' di talento che hanno (e che la sera, in
campagna, fa pure piacere) soltanto al gran coraggio con cui al mattino si
straziano le orecchie. Ma non se le straziano perch... Questo filosofare
potrebbe continuare all'infinito.
Insomma ho
adorato la musica, e con grande felicit in Germania, dal 1806 al 1810. In
Italia, dal 1814 al 1821. Qui potevo discutere di musica con il vecchio Mayer,
il giovane Pacini, con i compositori. Invece gli esecutori, il marchese Carafa,
Viscontini di Milano, trovavano che non avevo il minimo senso comune. come se
oggi mi mettessi a parlare di politica con un sottoprefetto.
Una delle
cose che lasciava stupefatto il conte Daru, vero letterato dalla testa ai
piedi, degno dell'ottusit dell'Acadmie des Inscriptions nel 1828, era che
potessi scrivere una pagina che piacesse a qualcuno. Un giorno compr da
Delaunay, che me l'ha raccontato, un mio libercolo che era esaurito e quindi si
vendeva a quaranta franchi. Il libraio mi disse che il suo stupore era da morir
dal ridere. Come, quaranta franchi!.
Esattamente,
signor conte, e per riguardo a lei. Se non lo comprate a questo prezzo, farete
un favore a chi lo vende.
Possibile!,
diceva l'accademico levando gli occhi al cielo quel ragazzo! ignorante come
una carpa!.
Era in
perfetta buona fede. Chi vive agli antipodi di dove viviamo noi guarda la luna
quando per noi ridotta a una piccola falce e dice: Che luce magnifica!
quasi luna piena! Io e il conte Daru, membro dell'Acadmie franaise, socio
dell'Acadmie des Sciences, ecc., ecc., guardavamo il cuore dell'uomo, la
natura, ecc., da lati diametralmente opposti.
Una delle
cose che meravigliavano Missirini, che abitava nella bella camera accanto alla
mia al secondo piano dell'htel des Lillois, era che qualcuno mi stesse a
sentire quando parlavo di musica. Non riusc a riprendersi dalla sorpresa
quando seppe che avevo fatto un opuscoletto su Haydn. Trovava abbastanza buono
il libro, troppo metafisico, diceva. Ma che avessi potuto scriverlo, che ne
fossi l'autore proprio io che ero incapace di suonare sul pianoforte un accordo
di settima diminuita, questo gli faceva sgranare gli occhi dallo stupore. E i
suoi occhi erano bellissimi, quando per caso avevano un po' di espressione.
Questo
stupore, che ho descritto un po' troppo a lungo, l'ho riscontrato pi o meno in
tutti i miei interlocutori fino all'epoca (1827) in cui mi sono dedicato al mio
ingegno.
Sono come
una donna onesta che si mette a fare la puttana: devo vincere ogni momento il
pudore dell'uomo onesto che ha orrore di parlare di s. Eppure questo libro non
fatto d'altro. Non prevedevo questo inconveniente; forse dovr lasciar
perdere. La sola difficolt che prevedevo era il coraggio di dire la verit su
tutto. Invece questo il meno.
Mi sfuggono
un po' i dettagli su quelle epoche remote. Sar meno arido e meno verboso man
mano che mi avviciner agli anni 1826-1830. A quel tempo, l'infelicit mi
costrinse ad avere dell'ingegno; mi ricordo tutto come fosse ieri.
Per un
disgraziato problema fisico che mi ha fatto passare per bugiardo, stravagante e
soprattutto per un cattivo francese, mi molto difficile godere della musica cantata
in uno dei nostri teatri.
Tuttavia,
come tutti i miei amici del 1821, avevo una grande passione per l'Opera
buffa.
La Pasta vi
cantava Tancredi,
Otello, Romeo
e Giulietta[...]
in maniera che non soltanto non stata mai eguagliata, ma nemmeno prevista dai
compositori di queste opere.
Talma, che
forse i posteri eleveranno su un piedistallo, possedeva l'anima tragica, ma era
cos stupido che cadeva nelle pi ridicole affettazioni. Sospetto che, oltre
all'eclissi totale dell'intelligenza, avesse quel servilismo indispensabile a
intraprendere la strada del successo, e che ho ritrovato con molto dispiacere
persino nell'ammirevole e amabile Branger.
Dunque
Talma fu probabilmente servile, invidioso, basso, strisciante, adulatore, ecc.,
ecc., e forse qualcosa di pi nei confronti di Mme de Stal che, ossessionata
com'era continuamente e stupidamente dalla propria bruttezza (se lecito
parlare di stupidit a proposito di quella donna ammirevole), per sentirsi rassicurata
aveva bisogno di
ragioni palpabili e sempre rinnovate.
Mme de
Stal che, come uno dei suoi amanti, il principe di Talleyrand, possedeva in
modo invidiabile l'arte del successo a Parigi, cap quanto poteva giovarle
mettere il suo sigillo al successo di Talma, che cominciava a diffondersi e,
diventando duraturo, a perdere il carattere poco rispettabile di moda.
Il successo
di Talma inizi con certe audacie; ebbe il coraggio d'innovare, il solo
coraggio che in Francia faccia scalpore. Fu innovatore nel Brutus di Voltaire e subito dopo in quella
povera amplificazione retorica che Charles IX di Chnier.
Un vecchio
e pessimo attore che ho conosciuto, il noioso e monarchico Naudet, fu cos
colpito dal genio innovatore di Talma che pi volte lo sfid a duello. In
verit non so dove avesse preso l'idea e il coraggio d'innovare; come l'ho
conosciuto io, era molto al di sotto di questa capacit.
Nonostante
la sua vociona impostata e l'esibizione affettata e quasi altrettanto noiosa
dei suoi polsi snodati, chi in Francia volesse commuoversi ai bei sentimenti
tragici del terzo atto dell'Hamlet di Ducis o alle belle scene degli ultimi atti di Andromaque, non aveva altra risorsa che
andare a vedere Talma.
Possedeva
l'anima tragica, e a un grado stupefacente. Se ci avesse aggiunto un carattere
semplice e il coraggio di chiedere qualche consiglio, sarebbe arrivato molto
lontano: per esempio, a essere sublime come Monvel nel ruolo di Augusto (Cinna). Parlo qui di cose che ho visto
e visto bene o almeno molto in dettaglio, avendo frequentato con passione il
Thtre Franais.
La fortuna
di Talma, prima che uno scrittore, uomo d'ingegno e che parlava spesso al
pubblico (l'abate Geoffroy) si divertisse a voler distruggere la sua fama, era
stata che a Mme de Stal era convenuto portarlo alle stelle. Quella donna
eloquente si fece carico di spiegare agli sciocchi in che termini dovevano
parlare di Talma. Potete immaginare che non risparmi l'enfasi. Il nome di
Talma ebbe risonanza europea.
La sua
abominevole affettazione divenne invisibile ai francesi che sono dei pecoroni.
La
malinconia vaga e determinata dalla fatalit come in dipe non avr mai un interprete
paragonabile a Talma. Nella parte di Manlius era veramente romano: Prends,
lis, e: Connais-tu
la main de Rutile?
erano una cosa divina. Questo perch non c'era modo di metterci dentro
l'abominevole cantilena del verso alessandrino. Quanta audacia mi ci voleva per
pensare questo nel 1805! Quasi fremo a scrivere tali bestemmie oggi (1832) che
i due idoli sono caduti. Tuttavia nel 1805 predicevo il 1832, e il successo mi
sorprende e mi rend stupide (Cinna).
Mi accadr
lo stesso con la ti...
La
cantilena continua, il vocione, il tremolio dei polsi, l'andatura affettata
m'impedivano di provare cinque minuti di piacere puro vedendo Talma. Ad ogni
istante si doveva scegliere: brutto affare per l'immaginazione, o meglio in
questo caso il ragionamento uccide l'immaginazione. Di perfetto in Talma non
c'era che la sua testa e il suo sguardo vago. Torner su questi grandi
concetti a proposito delle madonne di Raffaello e di Mlle Virginie de La
Fayette (Mme Adolphe Prier), che aveva questo tipo di bellezza a un grado
supremo. Sua nonna, la contessa de Tracy, ne andava molto fiera.
Trovai in
Kean il tragico che mi si confaceva, e lo adorai. Mi riemp gli occhi e il cuore.
Vedo ancora davanti a me Riccardo III e Otello.
Ma il
tragico in una donna, che quello che mi commuove di pi, l'ho trovato
soltanto nella signora Pasta e in lei era puro, perfetto, senza mescolanze. A
casa sua, era silenziosa e impassibile. La sera per due ore era [...].
Rincasando, passava due ore su un divano a piangere e ad avere crisi di nervi.
Ma al
talento dell'attrice tragica si univa quello della cantante. L'orecchio
perfezionava l'emozione iniziata dagli occhi. E la signora Pasta rimaneva a
lungo, per esempio due o tre secondi nella stessa posizione. stata una
facilitazione o un ostacolo in pi da superare? Ci ho fantasticato sopra molte
volte. Tendo a credere che il fatto di dover rimanere a lungo nella stessa
posizione non comporti n facilitazioni n ostacoli. Per l'anima della signora
Pasta resta la difficolt di concentrare tutta l'attenzione a cantare bene.
Io, il
cavaliere Missirini, Lussinge, Di Fiori, Sutton Sharpe e qualche altro, uniti
dalla comune ammirazione per la gran donna, non smettevamo mai di parlare del modo in cui
aveva interpretato l'ultima volta Romeo, e delle sciocchezze dette in tale occasione da
quei poveri letterati francesi, costretti ad avere un'opinione su una cosa cos
estranea al carattere dei francesi: la musica. L'abate Geoffroy, di gran lunga
il pi intelligente e il pi dotto dei giornalisti, chiamava Mozart senza tanti
complimenti fabbricante di schiamazzi; era in buona fede e non sentiva altri che Grtry e
Monsigny che aveva imparato.
Di grazia,
lettore benevolo, capisci bene questa parola. la storia della musica in
Francia.
Si pensi
alle idiozie che dicevano nel 1822 tutti quei letterati e giornalisti tanto
inferiori a Geoffroy. Hanno raccolto gli articoli di quell'intelligente maestro
di scuola e dicono che sia una raccolta insignificante. Erano divini quando ce
li servivano come improvvisati, due volte alla settimana, e mille volte
superiori agli articoli pesanti di un Hoffmann o di un Fletz che, riuniti,
fanno forse miglior figura dei deliziosi interventi di Geoffroy. A quel tempo
pranzavo al caf Hardy, che era molto di moda, con degli squisiti rognoncini
allo spiedo. Ebbene! i giorni in cui non c'era un articolo di Geoffroy mangiavo
male!
Li faceva
ascoltando la lettura dei temi latini dei suoi scolari nel collegio [...] dove
insegnava. Un giorno alcuni suoi scolari che erano stati mandati a cercare
della birra in un caff vicino alla Bastiglia ebbero la fortuna di trovare un
giornale da cui seppero cosa faceva il loro maestro, che spesso vedevano
scrivere col naso sul foglio, tanto era di vista corta.
Anche Talma
doveva alla sua miopia quel suo sguardo vago, bellissimo, e che rivela tanta
anima (come una mezza concentrazione interiore appena qualcosa d'interessante
non attiri a forza l'attenzione verso l'esterno).
Trovo un
limite al talento della signora Pasta. Non le costava molta fatica interpretare
con naturalezza una grande anima: ce l'aveva cos.
Per
esempio, era avara o, se vogliamo, economa non senza ragione poich aveva un
marito prodigo. Ebbene! in un solo mese fece distribuire duecento franchi a dei
poveri rifugiati italiani. E ce n'erano di ben poco simpatici, fatti apposta
per far passare la voglia della beneficenza. Come il poeta modenese Giannone,
che il cielo abbia piet di lui. Che sguardo aveva!
Di Fiori,
che somiglia come una goccia d'acqua allo Jupiter Mansuetus, condannato a morte a ventitr
anni, a Napoli nel 1799, s'incaricava di distribuire giudiziosamente gli aiuti
della signora Pasta. Lui solo lo sapeva e me l'ha confidato in segreto molto
tempo dopo. La regina di Francia, nel giornale di oggi, ha fatto dar notizia di
un'offerta di settanta franchi in favore di una vecchia (giugno 1832).
CAPITOLO
VIII
Oltre all'impudicizia
di parlare continuamente di s, questo lavoro mi scoraggia anche per un altro
motivo: quante cose ardite e che presento con un certo tremore saranno banali
luoghi comuni dieci anni dopo la mia morte, ammesso che il cielo mi conceda una
vita passabile di ottanta o novant'anni.
D'altro
canto, fa piacere parlare del generale Foy, della signora Pasta, di Lord Byron,
di Napoleone, ecc, di tutti i grandi, o perlomeno delle persone notevoli che ho
avuto la fortuna di conoscere e che si sono degnati di parlare con me!
Ma se il
lettore invidioso come i miei contemporanei, che si consoli: di quei grandi
che ho amato, solo pochi mi hanno capito. Credo addirittura che mi trovassero
pi noioso di chiunque altro; forse non vedevano in me che un esagerato
sentimentale.
davvero
la razza peggiore. Solo da quando sono diventato un uomo di spirito sono stato
apprezzato e molto al di l dei miei meriti. Il generale Foy, la Pasta, Tracy,
Canova non hanno intuito in me (ce l'ho sullo stomaco questa sciocca parola: intuito) un'anima colma di rara bont. Ne
ho il bernoccolo (sistema di Gall), con uno spirito ardente e capace di
comprenderli.
Uno che mi
ha capito forse, tutto sommato, colui che ho amato di pi (incarnava il mio
ideale, come ha detto non so pi quale enfatico idiota): Andrea Corner di
Venezia, che era stato aiutante di campo del Principe Eugenio a Milano.
Nel 1811
ero amico intimo del conte Widmann, capitano della compagnia delle guardie di
Venezia (ero l'amante della sua amante). Ho rivisto a Mosca l'amabile Widmann e
l mi chiese addirittura di nominarlo senatore del regno d'Italia. A quel tempo
tutti credevano che fossi nelle grazie di mio cugino il conte Daru, il quale al
contrario non mi ha mai amato. Nel 1811 Widmann mi fece conoscere Corner, che
mi colp come un bel ritratto di Paolo Veronese.
Dicono che
il conte Corner s' mangiato cinque milioni. Ha gesti della pi rara
generosit, agli antipodi del carattere dell'uomo di mondo francese. coraggioso
ed ha avuto le due croci dalle mani di Napoleone (croce di ferro e legion
d'onore).
Era lui che
diceva candidamente alle quattro di pomeriggio del giorno della battaglia della
Moscova (7 settembre 1812):
Ma questa
dannata battaglia non finisce pi!.
Me lo
raccontarono il giorno dopo Widmann o Migliorini.
Nessuno dei
francesi tanto coraggiosi, ma cos affettati che ho conosciuto allora
nell'esercito, come il generale Coulaincourt, per esempio, o il generale
Montbrun avrebbe osato dire una frase del genere. Nemmeno il duca del Friuli
(Michel Duroc), che aveva un carattere di rara schiettezza. Ma in ci, come
nella capacit di essere divertente, era ben lungi da Andrea Corner.
A quel
tempo quest'uomo amabile era a Parigi senza denaro, e cominciava a perdere i
capelli. Era privo di tutto a trentotto anni, et in cui, se non si hanno pi
illusioni, si comincia a esser punti dalla noia. Per questo (ed il solo
difetto che abbia mai trovato in lui), qualche volta la sera se ne andava in
giro da solo, mezzo ubriaco, nel giardino del Palais-Royal che non era ancora
illuminato. la fine di tutti gli uomini illustri che non hanno fortuna: i
principi spodestati, Pitt di fronte ai successi di Napoleone e alla notizia
della battaglia di Austerlitz.
Lussinge,
l'uomo pi prudente che conoscevo, volendo assicurarsi un compagno per le sue
passeggiate mattutine, era riluttante a presentarmi gente nuova.
Mi condusse
tuttavia da Maisonnette, uno dei tipi pi singolari che abbia conosciuto a
Parigi. bruno, magro, molto piccolo. Sembra uno spagnolo col suo occhio vivo,
il suo coraggio e la sua suscettibilit.
Ci che
Maisonnette ha in comune con i [...], i Vitet, i Lon Pillet, i Saint-Marc
Girardin e altri scrittori venduti al governo, il fatto che riesca a scrivere
in una serata trenta pagine eleganti e verbose per provare una tesi politica su
un appunto che il ministro gli ha mandato quella sera alle sei, prima di andare
a cena. La cosa strana, incredibile, che Maisonnette crede a ci che scrive.
Si innamorato una volta, ma innamorato da perderci la vita, di Decazes, poi
di Villle e poi, mi pare, di Martignac. Almeno quest'ultimo era simpatico.
Molte volte
ho cercato di capire Maisonnette. Mi sembrato di vedere in lui una mancanza
totale di logica e talvolta una capitolazione della coscienza, lo stordimento
di un piccolo rimorso che tentava di affiorare. Tutto questo basato sul grande
assioma: Devo pur vivere.
Maisonnette
non ha alcuna idea dei doveri del cittadino; li considera come io considero i
rapporti dell'uomo con gli angeli in cui credeva cos fermamente Frdric
Ancillon, ora ministro degli Esteri a Berlino (e che conoscevo bene nel 1806 e
nel 1807). Maisonnette ignora i doveri del cittadino, come Dominique quelli
della religione. Se qualche volta, scrivendo cos spesso le parole onore e lealt, lo coglie un'ombra di
rimorso, si assolve nel suo intimo invocando la sua cavalleresca devozione per
gli amici. Se avessi voluto, dopo averlo trascurato sei mesi perch mi
annoiava, avrei potuto farlo alzare alle cinque di mattina per andare a
chiedere un favore per me. Se qualcuno avesse messo in dubbio il suo onore di
uomo di mondo, sarebbe andato a cercarlo fino al polo, per battersi con lui.
Senza mai
sprecare la sua intelligenza dietro alle utopie della felicit pubblica, di una
giusta costituzione, era speciale per sapere tutti i fatti pi minuti. Una sera
io, Lussinge e Gazul parlavamo di M. de Jouy, che era a quel tempo l'autore
alla moda, il successore di Voltaire. Lui si alza e va a cercare in uno dei
suoi voluminosi incartamenti la lettera autografa con la quale Jouy chiedeva ai
Borboni la croce di San Luigi. Non ci mise pi di due minuti a trovare quel
documento che smentiva in modo cos ameno l'intransigente virt del liberale
Jouy.
Maisonnette
non aveva la furfanteria vile e profonda, il perfetto gesuitismo dei redattori
del Journal des Dbats. Per questo ai Dbats erano scandalizzati dei quindici o ventimila franchi che
quell'uomo cos positivo che era Villle dava a Maisonnette.
Quelli di
rue des Prtres lo consideravano uno sciocco, ma il suo stipendio toglieva loro
il sonno, come gli allori di Milziade.
Rimiravamo
la lettera di Jouy e Maisonnette disse:
strano
che i due corifei della letteratura e del liberalismo attuale si chiamino tutti
e due Etienne.
Il signor
de Jouy nacque a Jouy da un borghese che si chiamava Etienne. Con quella
sfrontatezza francese che i poveri tedeschi non riescono a concepire, a
quattordici anni il piccolo Etienne part da Jouy (vicino a Versailles) e and
in India. L si fece chiamare Etienne de Jouy, e infine de Jouy tout court. Divent davvero capitano; poi un
ambasciatore, se non mi sbaglio, lo fece colonnello. Era un uomo di fegato, ma
ha fatto poco o niente nell'esercito. Era molto attraente. Un giorno in India
lui e due o tre suoi amici entrarono in un tempio per sfuggire al caldo
spaventoso. Trovarono la sacerdotessa, una specie di vestale. A de Jouy sembr
una cosa molto divertente renderla infedele a Brahma proprio sull'altare del
suo dio.
Gli Indiani
se ne accorsero, piombarono armati, tagliarono prima i polsi e poi la testa
alla vestale, segarono in due l'ufficiale che accompagnava l'autore di Sylla, il quale dopo la morte
dell'amico riusc a montare a cavallo e galoppa ancora.
Prima che
M. de Jouy applicasse alla letteratura il suo talento per l'intrigo, era
segretario generale della prefettura di Bruxelles verso il 1810. Penso che
fosse l'amante della moglie del prefetto e il factotum di quest'ultimo, M. de
Pontcoulant, un uomo di vero ingegno. Fra tutti e due eliminarono la
mendicit, impresa davvero immensa dovunque e soprattutto in Belgio, paese
eminentemente cattolico.
Quando il
grand'uomo cadde, M. de Jouy chiese la croce di san Luigi; e poich gli
imbecilli che regnavano gliela rifiutarono, cominci a prenderli in giro
servendosi della letteratura. Li ha danneggiati pi di quanto hanno giovato
loro tutti i letterati dei Dbats, pagati tanto lautamente. Si veda nel 1820 il furore dei Dbats contro la Minerve.
M. de Jouy
con il suo Hermite de la Chausse d'Antin, libro tanto consono allo spirito della borghesia
francese e alla stupida curiosit dei tedeschi, s' visto e s' creduto per cinque o sei anni il
successore di Voltaire. E perci ne teneva il busto nel giardino della sua casa
dei Trois-Frres.
Dal 1829 i
letterati romantici, che non sono nemmeno alla sua altezza, lo fanno passare
per il Cotin
del suo tempo (Boileau), e la sua vecchiaia infelicitata (amaregiata) dalla fama stravagante della sua
et matura.
Quando
arrivai nel 1821, condivideva la dittatura letteraria con un altro sciocco
molto pi grossolano, A.-V. Arnault dell'Institut, amante di Mme Brack. L'ho
visto spesso da Mme Cuvier, sorella della sua amante. Aveva lo spirito di un
portiere ubriaco. Tuttavia ha scritto questi versi graziosi:
O
vas-tu, feuille de chne?
Je vais
o le vent me mne.
Li scrisse
il giorno prima di partire per l'esilio. La sventura personale aveva dato un
po' di vita a quell'anima di sughero. L'avevo conosciuto verso il 1811 quando
strisciava bassamente dal conte Daru, che egli ricevette all'Acadmie
franaise. M. de Jouy, molto pi gentile, vendeva i resti della sua maschia
bellezza a Mme Davillier, la pi vecchia e la pi noiosa civetta di quel tempo.
Era, o lo tuttora, molto pi ridicola della contessa Baranguey-d'Hilliers
che, alla tenera et di cinquantasette anni, reclutava amanti tra gli uomini
d'ingegno. Non so se a questo titolo fui costretto a sfuggirle a casa di Mme
Daubignon. Lei si prese quel tanghero di Masson (referendario al Consiglio di
Stato), e quando una mia amica le disse:
Come? Uno
cos brutto!.
L'ho preso
per il suo cervello, rispose.
Il bello
che il malinconico segretario di Beugnot aveva tanto fascino quanto cervello.
Non gli si pu negare l'abilit nel destreggiarsi, l'arte di andare avanti a
forza di pazienza e d'ingoiare rospi, e inoltre delle competenze non in materia
di finanza, ma nell'arte di registrare le operazioni finanziarie dello Stato.
Gli imbecilli confondono le due cose. Mme d'Hilliers, mentre le guardavo le
braccia ancora superbe, mi disse:
Vi
insegner a far fortuna col vostro talento. Da solo vi rompereste la testa.
Non avevo
abbastanza cervello da capirla. Guardavo spesso quella vecchia contessa per i
bei vestiti di Victorine che portava. Amo alla follia un vestito ben fatto, per
me la volutt. Fu la signora N.C.D. a iniziarmi a questo gusto, legato ai
ricordi deliziosi di Cideville.
Fu Mme
Baranguey-d'Hilliers, se non mi sbaglio, a informarmi che l'autore di una
canzone deliziosa che io adoravo e che tenevo in tasca, faceva delle poesiole
per i compleanni di quelle due vecchie scimmie: Jouy e Arnault, e per
l'orribile Mme Davillier. Ecco una cosa che non ho mai fatto, ma non ho fatto
neppure Le Roi d'Yvetot, Le Snateur, La Grand-mre.
Branger,
soddisfatto di essersi guadagnato il titolo (del resto meritato) di grande
poeta adulando quei babuini, non si abbassato ad adulare il governo di Luigi
Filippo al quale tanti liberali si sono venduti.
CAPITOLO
IX
Ma tempo
di tornare al piccolo giardino di rue Caumartin. L ogni sera d'estate ci
aspettavano buone bottiglie di birra fresca che ci versava una donna alta e
bella, Mme Romance, moglie separata di un tipografo imbroglione e amante di
Maisonnette, che l'aveva comprata dal detto marito per due o tremila franchi.
Ci andavamo
spesso io e Lussinge. La sera incontravamo sul boulevard Darbelles, alto sei
piedi, nostro amico d'infanzia, ma molto noioso. Ci parlava di Court de Gbelin
e voleva far carriera con la scienza. Gli andata meglio in un altro campo,
perch adesso ministro. Andava a far visita a sua madre in rue Caumartin; per
sbarazzarci di lui entravamo da Maisonnette.
Quell'estate
cominciavo a riprendere interesse per le cose di questo mondo. Riuscivo a non
pensare pi a Milano per cinque o sei ore di seguito; solo il risveglio era
ancora amaro per me. Qualche volta rimanevo a letto fino a mezzogiorno a
ruminare neri pensieri. Stavo dunque ad ascoltare dalla bocca di Maisonnette la
descrizione di come il potere, sola cosa reale, era distribuito a Parigi nel 1821.
Arrivando
in una citt, chiedo sempre:
1 Quali
sono le dodici donne pi belle;
2 Quali
sono i dodici uomini pi ricchi;
3 Qual'
l'uomo che pu farmi impiccare.
Maisonnette
rispondeva abbastanza bene alle mie domande. Quello che mi stupiva era che nel
suo amore per la parola Re fosse in buona fede.
Che parola
per un francese! mi diceva con entusiasmo e levando al cielo i suoi occhietti
neri e smarriti.
Nel 1811 Maisonnette
era professore di retorica; aveva concesso spontaneamente un giorno di vacanza
ai suoi allievi quando era nato il re di Roma. Nel 1815 aveva scritto un
opuscolo in favore dei Borboni. Decazes lo lesse, convoc il suo autore e lo
fece scrittore politico a ottomila franchi. Oggi Maisonnette molto utile per
un primo ministro: conosce a perfezione come un dizionario tutti i fatti pi
minuti, tutti i retroscena degli intrighi politici di Parigi dal 1815 al 1832.
Non
riuscivo a vedere questo merito, che si scopre soltanto quando si fanno delle
domande. Mi accorgevo unicamente del suo modo incredibile di ragionare.
Mi dicevo:
Chi stanno prendendo in giro? Forse me? Ma a che scopo? Forse Lussinge? O quel
povero giovanotto in redingote grigia e cos brutto col suo naso all'ins?. Quel
giovanotto aveva qualcosa di sfrontato e di molto sgradevole. I suoi occhi
piccoli e inespressivi avevano sempre lo stesso sguardo ed era uno sguardo
cattivo.
Fu la prima
impressione che ebbi di colui che oggi il mio migliore amico. Non sono troppo
sicuro del suo cuore, ma lo sono del suo talento: il conte Gazul, oggi tanto
famoso. Ho ricevuto una sua lettera la settimana scorsa e mi ha riempito di
gioia. Doveva avere diciotto anni perch era nato, mi pare, nel 1804. Sono
portato a credere, con Buffon, che prendiamo molto dalle nostre madri, a parte
ogni facezia sull'incertezza del padre, incertezza molto rara per il
primogenito.
Questa
teoria mi sembra confermata dal conte Gazul. Sua madre ha molto dello spirito
francese e una capacit di ragionare superiore. Come il figlio, mi sembra in
grado di commuoversi una volta all'anno. Trovo il senso dell'arido in molte opere di Gazul, ma gli
faccio credito per l'avvenire.
Al tempo
del bel giardinetto di rue Caumartin era allievo di retorica del pi
abominevole dei maestri. La parola abominevole si stupisce molto nel vedersi
accoppiata al nome di Maisonnette, il migliore degli uomini. Ma tale era il suo
gusto in arte: prima di tutto il falso, il brillante, il vaudevillesco.
Il suo
maestro era Luce de Lancival che ho conosciuto da giovanissimo in casa di
Maisonneuve, il quale non stampava le sue tragedie bench avessero avuto
successo. Quel
brav'uomo mi rese il servizio di dirmi che dovevo avere uno spirito superiore.
Volete
dire un orgoglio superiore, replicava ridendo Martial Daru che mi considerava quasi
uno stupido.
Ma gli
perdonavo tutto: mi portava da Clotilde (a quel tempo prima ballerina
dell'Opra). Qualche volta, e che giorni erano per me! mi trovavo nel suo palco
all'Opra, e davanti a me (eravamo in quattro) lei si vestiva e si svestiva.
Che momento per un provinciale!
Luce de
Lancival aveva una gamba di legno e molta cortesia; per il resto, sarebbe stato
capace di mettere un gioco di parole in una tragedia. M'immagino che Dorat
dovesse pensarla cos nel campo delle arti. Trovo la parola giusta: un
pastore di Boucher. Forse nel 1860 ci saranno ancora dei quadri di Boucher al
museo.
Maisonnette
era stato allievo di Luce, e Gazul di Maisonnette. in questo senso che
Annibale Carracci allievo del fiammingo Calvaert.
Oltre alla
sua passione prodigiosa e altrettanto sincera per il ministro regnante e al suo
coraggio, Maisonnette aveva un'altra qualit che mi piace: riceveva
ventiduemila franchi dal ministro per dimostrare ai francesi che i Borboni
erano adorabili. E se ne mangiava trenta.
Dopo aver
scritto talvolta dodici ore di seguito per convincere i francesi, Maisonnette
andava a trovare una onesta popolana alla quale offriva cinquecento franchi.
Era brutto, piccolo, ma aveva un tale ardore spagnolo che dopo tre visite
quelle signore dimenticavano il suo aspetto singolare e vedevano solo il
sublime del biglietto di cinquecento franchi.
Bisogna che
aggiunga qualcosa per l'occhio di una donna onesta e saggia, se mai un occhio
simile si soffermer su queste pagine. Prima di tutto che cinquecento franchi
nel 1822 sono come mille nel 1872. Poi, che una deliziosa marchettara mi
confess che prima del biglietto di cinquecento franchi di Maisonnette, non
aveva avuto un doppio napoleone.
I ricchi
sono molto ingiusti e ridicoli quando si erigono a giudici sdegnati di tutti i
peccati e i crimini commessi per denaro. Pensate alle bassezze spaventose e
alle decine d'anni di attenzioni che impiegano a corte per ottenere un
portafoglio. Pensate alla vita di Decazes dalla sua caduta nel 1820, dopo
l'azione di Louvel, fino ad oggi.
Eccomi
dunque nel 1822 a passare tre serate alla settimana all'Opera Buffa e una o due
da Maisonnette in rue Caumartin. Quando sto male la sera per me sempre il
momento pi difficile. Quando andavo all'Opera, da mezzanotte alle due ero
dalla signora Pasta con Lussinge, Missirini, Fiori, ecc.
Poco manc
che non avessi un duello con un uomo molto allegro e coraggioso che voleva che
lo presentassi alla Pasta. il simpatico Edwards, il solo inglese che avesse
un carattere gaio. Era stato mio compagno di viaggio in Inghilterra, quello che
a Londra voleva battersi per me.
Non avete
dimenticato che mi aveva avvertito di un'insinuazione offensiva di una specie
di bifolco, capitano di un battello a Calais.
Mi rifiutai
di presentarlo. Era sera e gi alle nove il povero Edwards non era pi l'uomo
della mattina.
Lo sapete,
mio caro B., mi disse, che avrei tutto il diritto di ritenermi offeso?.
Lo sapete,
mio caro Edwards, che io ho tanto orgoglio quanto voi e che la vostra
irritazione mi lascia del tutto indifferente?, ecc., ecc.
La cosa
and molto avanti. Io tiro molto bene, prendo nove pupazzi su dodici. (Prosper
Mrime l'ha visto al tiro al bersaglio del Lussemburgo.) Anche Edwards tirava
bene, forse un po' meno di me.
In
conclusione, questo litigio rinsald la nostra amicizia. Me ne ricordo perch,
sventato com'ero, gli chiesi un giorno o al massimo due giorni dopo di
presentarmi al famoso dottor Edwards, che era suo fratello e del quale si
parlava molto nel 1822. Ammazzava mille rane al mese e dicevano che stava per
scoprire come respiriamo e come curare le malattie di petto delle belle donne.
Sapete bene che il freddo all'uscita dai balli uccide, ogni anno a Parigi,
millecento giovani donne. Cifra ufficiale.
Ora, il
dotto, saggio, tranquillo, studioso dottor Edwards non teneva molto agli amici
del fratello. Anzitutto il dottore aveva sedici fratelli e il mio amico era il
pi scapestrato di tutti. Era stato appunto a causa del suo contegno troppo
spensierato e del suo gusto appassionato per le peggiori facezie, a cui non
rinunciava se gli venivano in mente, che non avevo voluto condurlo dalla Pasta.
Aveva un testone, begli occhi da avvinazzato e i pi bei capelli biondi che ho
mai visto. Senza quella maledetta smania di voler essere spiritoso come un
francese, sarebbe stato una persona amabile, e dipendeva solo da lui aver
successo con le donne come dir parlando di Eugeny. Ma lei adesso cos giovane che
forse non sta bene parlarne in mezzo a queste chiacchiere che forse saranno
stampate dieci anni dopo la mia morte. Se sono venti, tutte le sfumature
della vita
saranno alterate e il lettore non vedr che le masse. E dove diavolo sono le masse in questi giochi della mia penna?
Ci devo pensare.
Credo che
per vendicarsi nobilmente, perch aveva l'anima nobile quando non era offuscata
da cinquanta bicchieri d'acquavite, Edwards ce la mise tutta per riuscire a
presentarmi al dottore.
Trovai un
salottino arciborghese, una donna di gran valore che parlava di morale e che
presi per una quacchera e infine il dottore, un uomo del pi eccezionale valore, nascosto in
un corpo piccolo e mingherlino da cui la vita sembrava scappar via. Non ci si
vedeva in quel salotto di rue Holdar n. 12. Vi fui accolto freddamente.
Che diavolo
d'idea chiedere di essere presentato! Un capriccio imprevisto, una follia. In
fondo, se desideravo una cosa, era di conoscere gli uomini. Forse ogni mese mi
tornava questa idea, ma occorreva che i gusti, le passioni, le cento follie che
mi riempivano la vita, lasciassero tranquilla la superficie dell'acqua perch
quell'immagine potesse apparirvi. Allora mi dicevo: Non sono come... come...,
certi stupidi che conoscevo. Io non scelgo i miei amici.
Prendo a
caso quello che il destino mette sulla mia strada.
Sono stato
orgoglioso di questa frase per dieci anni.
Mi ci sono
voluti tre anni per vincere la ripugnanza e il timore che ispiravo nel salotto
della signora Edwards. Mi prendevano per un don Giovanni (vedi Mozart e
Molire), per un seduttore mostruoso e diabolico. Certo non avrei faticato di
pi a farmi sopportare nel salotto di Mme de Talaru, di Mme Duras o di Mme de
Broglie che riceveva normalmente dei borghesi, oppure di Mme Guizot che mi
piaceva molto (parlo di Mlle Pauline de Meulan), e persino nel salotto di Mme
Rcamier.
Ma nel 1822
non avevo capito appieno l'importanza della risposta a questa domanda su uno
che pubblica un libro che la gente legge:
Che uomo
?
Mi ha
salvato dal disprezzo questa risposta: Va spesso da Mme de Tracy. La societ
del 1829 ha bisogno di disprezzare l'uomo al quale, a torto o a ragione,
riconosce un certo ingegno come scrittore. Essa ha paura, non pi un giudice imparziale.
Che sarebbe accaduto se avessero risposto:
Va spesso
da Mme de Duras (Mlle Kersaint).
Ebbene,
anche oggi che ho capito l'importanza di queste risposte, proprio per questa
importanza che lascerei un salotto alla moda. (Ho abbandonato or ora quello di lady
Holye, nel 1832.)
Rimasi
fedele al salotto del dottor Edwards che non era per niente piacevole, come si
fedeli a un'amante brutta, perch potevo assentarmi tutti i mercoled (era il
giorno della signora Edwards).
Potrei
sopportare tutto per un capriccio del momento, ma se il giorno prima mi dicono:
Domani dovete sopportare un momento di noia, la mia immaginazione ne fa una
cosa mostruosa e mi butterei dalla finestra piuttosto che lasciarmi condurre in
un salotto noioso.
Dalla
signora Edwards ho conosciuto Stritch, un inglese impassibile e triste,
assolutamente onesto, vittima dell'aristocrazia perch era irlandese e
avvocato. Eppure difendeva, come punto d'onore, i pregiudizi seminati e
coltivati dall'aristocrazia nella testa degli inglesi. Ritrovo la stessa
assurdit singolare, mista alla massima onest e delicatezza in Rogers, presso
Birmingham (dal quale ho passato qualche tempo nell'agosto del 1826). In
Inghilterra un carattere molto comune. Quanto alle idee seminate e coltivate dall'aristocrazia
nel proprio interesse, si pu dire, e non poco, che gli inglesi mancano di
logica quasi quanto i tedeschi.
La logica
degli inglesi, tanto ammirevole in campo finanziario e in tutto quanto faccia
produrre denaro alla fine di ogni settimana, si confonde e si smarrisce non
appena ci si innalza ad argomenti un po' astratti e che non producono denaro
direttamente.
Sono diventati imbecilli nei ragionamenti che riguardano l'alta letteratura per
lo stesso meccanismo che procura imbecilli alla diplomazia of the King of
French; si
sceglie soltanto tra un numero limitatissimo di uomini. Un uomo nato per
disquisire sul genio di Shakespeare e di Cervantes (grandi uomini morti lo
stesso giorno, il 16 aprile 16..., se non mi sbaglio) fa il mercante di filo di
cotone a Manchester. Si accuserebbe di perdere tempo se aprisse un libro che
non fosse in rapporto diretto con il cotone e con la sua esportazione in
Germania quando filato, ecc., ecc.
Allo stesso
modo il k[in]g of Fr[ench] sceglie i suoi diplomatici solo tra i giovani di alto
lignaggio o di grandi sostanze. Il talento va cercato dove s' formato Thiers
(venduto nel 1830). figlio di un borghesuccio di Aix-en-Provence.
Arrivato
all'estate del 1822, un anno circa dopo la mia partenza da Milano, pensavo
ormai molto raramente a evitare volontariamente questa gente. La vita mi si
riempiva poco a poco non di cose piacevoli, ma di cose qualsiasi che si
frapponevano fra me e l'ultima felicit che avevo trasformato in oggetto di
culto.
Avevo due
piaceri molto innocenti:
1) Far due
chiacchiere dopo pranzo passeggiando con Lussinge o con qualche altro
conoscente; ne avevo otto o dieci, tutti, come al solito, incontrati per caso;
2) Quando
faceva caldo, andare a leggere i giornali inglesi nel giardino di Galignani.
Rilessi con delizia quattro o cinque romanzi di Walter Scott. Il primo, dove si
trovano Henry Morton e il sergente Boswell (Old Mortality, credo), mi riportava alla mente
i ricordi per me cos vivi di Volterra. L'avevo aperto molte volte per caso
aspettando Mtilde a Firenze, nel gabinetto di lettura di Molini sull'Arno. Lo
lessi come ricordo del 1818.
Ho avuto
lunghe dispute con Lussinge. Sostenevo che un buon terzo dei meriti di sir
Walter Scott si doveva a un segretario che gli abbozzava le descrizioni di
paesaggi dal vero. Lo trovavo, come lo trovo adesso, debole nella
rappresentazione delle passioni, nella conoscenza del cuore umano. I posteri
confermeranno il giudizio dei contemporanei che pongono il baronetto ultra subito dopo Shakespeare?
Io ho in
orrore la sua persona e ho pi volte rifiutato d'incontrarlo (a Parigi per
mezzo di M. Mirbel, a Napoli nel 1832, a Roma [idem]).
Fox gli ha
dato un posto di cinquanta o centomila franchi e di qui egli ha preso le mosse
per calunniare astutamente lord Byron, il quale ha tratto profitto da questa
alta lezione d'ipocrisia: si veda la lettera che lord Byron mi scrisse nel
1823.
Hai mai
visto, lettore benevolo, un baco da seta che ha mangiato a saziet foglie di
gelso? Il paragone non nobile, ma tanto preciso! Quella brutta bestia non
vuole pi mangiare, ha bisogno di arrampicarsi e fabbricare la sua prigione di
seta.
Cos
l'animale che chiamano scrittore. Per chi ha assaporato la profonda occupazione
di scrivere, leggere non pi che un piacere secondario. Tante volte credevo
che fossero le due, guardavo l'orologio: erano le sei e mezzo. Ecco la mia sola
scusa per aver imbrattato tanta carta.
Poich
nell'estate del 1822 andavo riacquistando la salute morale, pensai a far
stampare un libro intitolato L'Amour, scritto a matita a Milano mentre passeggiavo e pensavo a
Mtilde.
Contavo di
riscriverlo a Parigi e ne ha un gran bisogno. Riflettere con un po' di
profondit a queste cose mi rendeva eccessivamente triste. Era come passare la
mano con violenza su una ferita appena cicatrizzata. Trascrivevo a inchiostro
ci che era ancora a matita.
Il mio
amico Edwards mi trov un editore (Mongie) che non mi dette nulla per il
manoscritto e mi promise la met del guadagno, se ce ne fosse stato.
Oggi che il
caso mi ha fatto crescere di grado, ricevo lettere da editori a me ignoti
(giugno 1832, da Thierry, mi pare) che sono pronti a pagare in contanti dei
manoscritti. Non avevo la minima idea di tutto questo meccanismo della bassa
letteratura. Mi ha fatto orrore e mi avrebbe dato il disgusto di scrivere. Gli
intrighi di Hugo (si veda nella Gazette des tribunaux del 1831, se non mi sbaglio, il
suo processo con l'editore Bossan[ge] o Plassan), le manovre di Chateaubriand,
i traffici di Branger, ma questi si possono giustificare. Questo grande poeta
era stato destituito dai Borboni dal suo posto al Ministero degli Interni di
milleottocento franchi.
Re
sciocchi, re...
(Tre
versi di Monti.)
La
stupidit dei B[orboni] risplende alla luce del sole. Se non avessero vilmente
destituito un povero impiegato per una canzone scherzosa pi che maligna, quel
grande poeta non avrebbe coltivato il suo talento e non sarebbe divenuto una
delle leve pi potenti della loro cacciata. Egli ha espresso allegramente il
disprezzo dei francesi per quel trono imputridito. Cos diceva la regina di Spagna,
morta a Roma, l'amica del principe della Pace.
Per caso ho
conosciuto quella corte, ma mi annoia scrivere cose diverse dall'analisi del
cuore umano. Se il destino mi avesse fornito un segretario, sarei stato un
altro tipo di scrittore.
Ne abbiamo
gi abbastanza, dice l'avvocato del diavolo.
Questa
vecchia regina aveva portato a Roma dalla Spagna un vecchio confessore. Il
confessore manteneva la nuora del cuoco dell'Accademia di Francia. Questo
spagnolo decrepito e ancora arzillo commise l'imprudenza di dire (qui non posso
dare particolari divertenti, gli attori sono ancora vivi) che Ferdinando VII
era figlio di un tale e non di Carlo IV: era uno dei peccati della vecchia
regina. Lei era morta. Una spia venne a sapere ci che diceva il prete.
Ferdinando l'ha fatto rapire a Roma, ma invece di farlo avvelenare, per un
contro-intrigo che ignoro, ha fatto rinchiudere il vecchio ai Prsides.
Posso
rivelare qual'era la malattia di quella vecchia regina piena di buon senso?
(L'ho saputo a Roma nel 1817 o 1824). Era la conseguenza di avventure galanti
cos mal curata che non poteva cadere senza rompersi un osso. La poveretta,
essendo regina, si vergognava di accidenti tanto frequenti e non osava farsi
curare seriamente. Mi sono imbattuto in una disgrazia del genere alla corte di
Napoleone nel 1811. Conoscevo, ahim! molto bene l'ottino Cullerier (lo zio, il
padre, il vecchio, insomma; il giovane mi ha l'aria di uno sciocco). Gli portai
tre signore e a due di loro bendai gli occhi (rue de l'Odon n. 26).
Due giorni
dopo mi disse che avevano la febbre (effetto della vergogna e non della
malattia).
Quel
perfetto gentiluomo non alz mai gli occhi per guardarle.
sempre
una bella fortuna per la razza dei Borboni essersi sbarazzati di un mostro come
Ferdinando VII. Quel galantuomo del duca de Laval, ma pur sempre nobile e duca
(il che fa due malattie mentali) mi diceva di essere onorato dell'amicizia di
Ferdinando VII. E tuttavia era stato per tre anni ambasciatore alla sua corte.
Mi ricorda
l'odio profondo di Luigi XVI per Franklin. Il sovrano trov un modo davvero
borbonico di vendicarsi: fece dipingere la faccia del venerabile vegliardo in fondo
a un vaso da notte di porcellana.
Ce lo
raccontava Mme Campan in casa di Mme Cardon (rue de Lille, all'angolo di rue
Bellechasse), dopo il 18 Brumaio. I suoi Mmoires di quell'epoca che leggevamo
dalla Cardon erano ben diversi dalla rapsodia lacrimevole che intenerisce le
ragazze pi distinte del Faubourg Saint-Honor (per la qual cosa una di esse ha
perduto ogni fascino per i miei deboli occhi, verso il 1827).
CAPITOLO
X
Ecco dunque
che avevo trovato un'occupazione per l'estate 1822: correggere le bozze di De
l'Amour stampato
in 12 su carta scadente. Mongie mi giur indignato che l'avevano ingannato
sulla qualit della carta. Nel 1822 non conoscevo gli editori. Avevo avuto a
che fare solo con Pierre Didot, cui pagavo la carta secondo la sua tariffa.
Mongie si faceva le pi grasse risate della mia imbecillit.
Ah! Questo
qui non una volpe! diceva morendo dal ridere e paragonandomi agli Ancelot, ai Vitet, ai
[...] e ad altri mestieranti.
Ebbene, ho
scoperto in seguito che Mongie era di gran lunga l'editore pi onesto. Che dire
del mio amico Sautelet, giovane avvocato, amico mio prima di diventare editore?
Ma il
poveretto s' ammazzato per il dispiacere di essere abbandonato da una ricca
vedova che si chiamava Mme Bonnet o Bourdet, un qualche nome nobile del genere
e che gli aveva preferito un giovane pari di Francia (parola che cominciava ad
avere un suono molto seducente nel 1828). Quel fortunato era, mi pare, M.
Prignon che aveva avuto una storia con la mia amica la signora Vigan, la
figlia del grand'uomo (nel 1820, se mi ricordo bene).
Era molto
pericoloso per me correggere le bozze di un libro che mi ricordava tante
sfumature di sentimenti che avevo provato in Italia. Ebbi la debolezza di
prendere una stanza a Montmorency. Ci arrivavo in due ore la sera con la
diligenza di rue Saint-Denis. In mezzo ai boschi, soprattutto a sinistra
salendo dalla Sablonnire, corregevo le mie bozze. Manc poco che non
impazzissi.
Le folli
tentazioni di ritornare a Milano che tante volte avevo respinte, mi tornavano
con forza straordinaria. Non so come riuscii a resistere. La forza della
passione, che fa s che non guardiamo che una cosa sola, cancella ogni ricordo,
alla distanza in cui trovo da quel tempo. Non mi ricordo distintamente che la
forma degli alberi di quella parte del bosco di Montmorency.
Quella che
chiamano la valle di M[ontmorency] soltanto un promontorio che si protende
verso la valle della Senna e direttamente verso la cupola degli Invalides.
Quando
Lanfranco dipingeva una cupola alta centocinquanta piedi, esagerava alcuni
tratti. L'aria dipinge, diceva. Allo stesso modo, poich verso il 1870 saremo molto pi
scettici di quanto lo siamo oggi sui Kings, sui nobili e sui preti, mi viene la tentazione di
esagerare alcuni tratti contro questi pidocchi della specie umana. Ma resisto,
significherebbe essere infedele alla verit,
Infidle
sa couche.
Cymbeline.
Perch non
ho un segretario al quale dettare fatti, aneddoti e non ragionamenti su queste
tre cose? Ma oggi ho scritto ventisette pagine e sono troppo stanco per
raccontare nei particolari aneddoti veri, di cui sono stato testimone e che mi
si affollano alla memoria.
CAPITOLO
XI
Andavo
abbastanza spesso a correggere le bozze di De l'Amour nel parco di Mme Doligny a
Corbeil. L potevo sfuggire alle tristi fantasticherie. Appena finivo il mio
lavoro, rientravo in salotto.
Nel 1824
sfiorai la felicit. Pensando alla Francia nei sei o sette anni che ho passato
a Milano, sperando di non rivedere Parigi insudiciata dai Borboni, n la
Francia, mi dicevo: Una sola donna avrebbe potuto farmi perdonare a quel
paese, la contessa Fanny Bertois. Nel 1824 l'amavo. Pensavamo l'uno all'altra
da quando l'avevo vista a piedi nudi nel 1814, il giorno dopo la battaglia di
Montmirail o di Champaubert, mentre entrava dalla madre, la M. de N., per
chiedere notizie. Ebbene! Mme Bertois era in campagna dalla sua amica Mme
Doligny. Quando finalmente mi decisi a mostrare il mio muso imbronciato in casa
della Doligny, questa mi disse:
Mme de
Bertois vi ha aspettato. Se n' andata soltanto ieri l'altro a causa di una
orribile disgrazia: ha perduto una delle sue incantevoli figlie.
In bocca a
una donna assennata come Mme Doligny queste parole avevano un significato
importante. Nel 1814 mi aveva detto:
Mme
Bertois sa bene quanto valete.
Nel 1823 o
[18]22 Mme Bertois mi faceva la cortesia di amarmi un po'. Un giorno Mme
Doligny le disse:
Voi
guardate spesso Beyle; se fosse pi slanciato, gi da tempo vi avrebbe detto
che vi ama.
Non era
esatto. La mia malinconia guardava con piacere gli occhi cos belli di Mme
Bertois. Nella mia stupidit non andavo oltre. Non mi dicevo: Perch questa
donna mi guarda? Avevo dimenticato le ottime lezioni d'amore che mi avevano
dato un tempo lo zio Gagnon e il mio amico e protettore Martial Daru. Lo zio
Gagnon, nato a Grenoble verso il 1765, era davvero un uomo affascinante. La sua
conversazione era per gli uomini come un romanzo enfatico ed elegante, ma era
deliziosa per le donne. Era sempre piacevole, delicato, con quelle frasi che
vogliono dir tutto quando si vuole. Non aveva quella gaiezza che mette paura e
che diventata la mia specialit. Era difficile essere pi gradevole e meno
ragionevole dello zio Gagnon. Per questo non ha avuto fortuna con gli uomini. I
giovani lo invidiavano ma non riuscivano ad imitarlo. Le persone mature, come dicono a Grenoble, lo
trovavano leggero.
Parola che distrugge una reputazione. Lo zio, anche se era ultra come tutta la mia famiglia nel
1815 e anche se era emigrato verso il 1792, non mai arrivato ad essere
consigliere della Corte Reale di Grenoble sotto Luigi XVIII. E questo mentre si
riempiva quella Corte di malandrini come il notaio Faure, ecc, ecc. e di gente
che si faceva un vanto di non aver mai letto l'abominevole Codice Civile della
Rivoluzione. In compenso lo zio ha avuto tutte le belle donne che, verso il
1788, facevano di Grenoble una delle pi gradevoli citt di provincia. Il
celebre Laclos che ho conosciuto quando era un vecchio generale d'artiglieria
nel palco dello stato maggiore a Milano e al quale ho fatto la corte per via
delle Liaisons dangereuses, si commosse sapendo che ero di Grenoble.
Mio zio
dunque, quando nel novembre 1799 mi vide partire per l'Ecole polytechnique, mi
prese da parte per darmi due luigi che io rifiutai. Questo gli fece piacere
probabilmente perch teneva sempre due o tre appartamenti in citt e poco
denaro. Dopo di che, assumendo un'aria paterna che mi commosse perch aveva
occhi bellissimi, dei grandi occhi che diventano un po' strabici alla minima
emozione:
Mio caro,
mi disse tu ti credi una gran testa, sei pieno di un orgoglio insopportabile
per i tuoi successi scolastici in matematica, ma tutto questo niente. Nel
mondo si va avanti solo per mezzo delle donne. Ora, tu sei brutto, ma non ti
rimprovereranno mai la tua bruttezza perch molto particolare. Le tue amanti
ti pianteranno e allora tu devi tenere bene a mente questo: che quando si
piantati si cade facilmente nel ridicolo. Dopo di che uno da buttar via agli
occhi delle altre donne del luogo. Entro ventiquattr'ore da quando ti hanno
piantato, fai una dichiarazione a un'altra donna; in mancanza di meglio, falla
ad una cameriera.
Detto
questo mi abbracci e salii sulla diligenza di Lione. Magari mi fossi ricordato
degli ammonimenti di quel grande stratega! Quanti successi mancati! Quante
umiliazioni! Ma se fossi stato abile, sarei disgustato delle donne fino alla
nausea e di conseguenza della musica e della pittura come i miei due
contemporanei, de la Rosire e Perrochin. Sono aridi, disgustati dal mondo,
filosofi. Io invece, per tutto quel che riguarda le donne, ho avuto la fortuna
di rimanere un gonzo come a venticinque anni.
Per questa
ragione non mi far mai saltare le cervella per disgusto di tutto, perch la
vita m' venuta a noia. Nella carriera lettararia vedo ancora una quantit di
cose da fare. Ho tanti lavori in mente da riempirne dieci vite. In questo momento,
nel 1832, il difficile abituarmi a non lasciarmi distrarre dal fatto di dover
spillare una tratta di ventimila franchi al cassiere delle spese centrali del
tesoro a Parigi.
CAPITOLO
XII
Non so chi
mi condusse da M. de L'Etang. Mi sembra che si fosse fatto dare una copia dell'Histoire
de la peinture en Italie con la scusa di una recensione nel Lyce, uno di quei giornali effimeri
che nacquero a Parigi dopo il successo della Edinburgh Review. Volle conoscermi.
In
Inghilterra l'aristocrazia disprezza le lettere. A Parigi danno loro troppa
importanza. Per dei francesi che abitano a Parigi impossibile dire la verit
sulle opere di altri francesi che abitano a Parigi. Mi sono fatto otto o dieci
nemici mortali per aver detto ai redattori del Globe, sotto forma di consiglio e
parlando direttamente con loro, che Le Globe aveva un tono troppo puritano e
che forse mancava un po' di spirito.
Un giornale
letterario e coscienzioso come l'Edinburgh Review potrebbe esistere solo se venisse
stampato a Ginevra e diretto da uno che ha la testa di un commerciante capace
di mantenere il segreto. Il direttore dovrebbe fare ogni anno un viaggio a
Parigi e ricevere a Ginevra gli articoli mese per mese. Dovrebbe saper
scegliere, pagare bene (duecento franchi a foglio stampato) e non far mai il
nome dei suoi redattori.
Mi
condussero dunque da M. de l'Etang una domenica alle due. Lui riceveva a
quell'ora scomoda. Bisognava salire novantacinque gradini, perch teneva le
riunioni al sesto piano di una casa che apparteneva a lui e alle sorelle, in
rue Gaillon. Dalle sue piccole finestre si vedeva soltanto una foresta di
comignoli in gesso nerastro. Secondo me una delle vedute pi brutte, ma le
quattro camerette abitate da de l'Etang erano adorne di incisioni e di oggetti
d'arte curiosi e piacevoli.
C'era un
magnifico ritratto del cardinale Richelieu che guardavo spesso. Accanto c'era
il faccione pesante, massiccio e ottuso di Racine. Quel grande poeta aveva
provato i sentimenti il cui ricordo indispensabile per scrivere Andromaque e Phdre prima di diventare cos grasso.
Da M. de
l'Etang, davanti a un misero fuocherello (perch se ricordo bene fu nel
febbraio 1822 che mi ci portarono) trovai otto o dieci persone che parlavano di
tutto. Fui colpito dal loro buon senso, dall'acume e soprattutto dal tatto
finissimo del padrone di casa che, senza darlo a intendere, dirigeva la
discussione in modo che non parlassero tre alla volta e che non si cadesse in
momenti neri di silenzio.
Non sapr
mai esprimere abbastanza la mia stima per quella compagnia. Non ne ho mai
incontrata un'altra che non dico le fosse superiore, ma che nemmeno le fosse
paragonabile. Rimasi colpito la prima volta e forse venti volte durante i tre o
quattro anni che rimasta in piedi, mi sono sorpreso a provare la stessa
ammirazione.
Una
compagnia simile pu esistere soltanto nella patria di Voltaire, di Molire, di
Courier.
Non pu
esistere in Inghilterra perch in casa di M. de l'Etang avrebbero riso di un
duca come di qualunque altro, e molto di pi di un altro se il duca si fosse
reso ridicolo.
E nemmeno
in Germania dove si troppo abituati a credere con entusiasmo alle sciocchezze
filosofiche alla moda (gli angeli di M. Ancillon). Del resto, a parte
l'entusiasmo, i tedeschi sono troppo stupidi.
Gli
italiani avrebbero dissertato, ognuno avrebbe continuato a parlare per venti
minuti e sarebbe rimasto nemico mortale del suo antagonista nella discussione.
Alla terza seduta avrebbero fatto sonetti satirici l'uno contro l'altro.
Perch in
quel gruppo la discussione era franca e decisa su tutto e con tutti. Da M. de
l'Etang erano tutti cortesi, ma per merito suo. Era spesso costretto a
proteggere la ritirata degli imprudenti che, per cercare un'idea nuova, avevano
tirato fuori un'assurdit troppo grossa.
Con de
l'Etang c'erano Albert Stapfer, J.-J. Ampre, Sautelet, Lussinge.
M. de
l'Etang un carattere del tipo del buon vicario di Wakefield. Ci vorrebbero le
mezze tinte di Goldsmith o di Addison per darne un'idea.
In primo
luogo bruttissimo; specialmente per la fronte bassa e plebea, cosa rara a
Parigi; ben fatto e abbastanza alto.
Ha tutte le
meschinit di un borghese. Se compra per trentasei franchi una dozzina di
fazzoletti dal negoziante all'angolo, due ore dopo convinto che i suoi
fazzoletti siano una rarit e che a nessun prezzo se ne possano trovare di
simili a Parigi.