william shakespeare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

le gaie mogli di windsoR

 

 

Commedia in 5 atti

 

 

Traduzione e note di Goffredo Raponi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: “The merry wives of windsor

 

note preliminari

 

 

1) Il testo inglese adottato per la traduzione Ź quello dell’edizione curata dal prof. Peter Alexander (W. Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1951-1960, pag. XXXII-1370), con qualche variante suggerita da altri testi. In particolare si Ź tenuto presente, siccome piĚ moderno e aggiornato, quello della piĚ recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” di G. Welles & G. Taylor (Clarendon Press, New York, U.S.A., 1988-1994, pag. XLIX, 1274); quest’ultima comprende anche “I due cugini” (“The Two Kinsmen”) che manca nell’Alexander.

 

2) Il traduttore ha aggiunto di sua iniziativa didascalie e indicazioni sceniche (“stage instructions”) laddove le ha ritenute opportune per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione Ź espressamente ed essenzialmente ordinata ed intesa, il traduttore, nell’accingersi ad essa, essendo convinto della irrappresentabilitą di Shakespeare sulle moderne ribalte.

Si Ź lasciata comunque invariata, all’inizio e alla fine delle scene, o all’entrata ed uscita dei personaggi nel corso d’una scena, la rituale indicazione “Entra”/ “Entrano” (“Enter”) ed “Esce”/ “Escono” (“Exit”/ “Exeunt”); avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita, potendosi dare che il personaggio o i personaggi cui si riferisce si trovino gią in scena all’inizio di questa, o vi restino alla fine.

 

3) Il metro Ź l’endecasillabo sciolto alternato da settenari; altro metro si Ź usato per citazioni, proverbi, canzoni, cabalette e altro, allorché, in accordo col testo, sia stato richiesto uno stacco di stile.

 

4) I nomi dei personaggi che si prestano, sono resi nella forma italiana; quando preceduti da “sir” sono comunque sempre lasciati nella forma inglese. Per esigenze di metrica, i nomi inglesi plurisillabi, che alla pronuncia inglese suonano sdruccioli, bisdruccioli e perfino trisdruccioli - come tutte le parole di questa lingua dalla pronuncia mono-bisillabica (es. WŹstmoreland) - possono essere diversamente accentati nel corpo del verso, secondo la cadenza dello stesso.

 

5) Il traduttore riconosce di essersi avvalso - ed anche largamente, in certi casi - di traduzioni precedenti dalla quali ha preso in prestito, oltre alla interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.

 

nota introduttiva

 

Prima di tutto una parola sul titolo. Questa commedia Ź passata da sempre sui teatri italiani col titolo di “Le allegre comari di Windsor”, dando l’idea, a chi leggesse solo il titolo, che si tratti di qualcosa che abbia a che fare con affari di donnicciuole intriganti e pettegole, questo essendo il significato italiano corrente di “comare”: “appellativo scherzoso o spregiativo per donna curiosa o pettegola”(Dizionario Garzanti, alla voce); e per giunta “allegre”, aggettivo che, unito a “comari” Ź nell’uso corrente sinonimo di “leggere”. L’equivalente inglese di “comare” Ź “gossip”; e, senza scomodare lessici, per Shakespeare “gossip” Ź il tipo di donna che egli stesso delinea nel “Mercante di Venezia” quando fa dire a Solanio (III, 1, vv. 7-10): “I would she were as lying in that, as ever knapp’d ginger or made her neighbours believe she wept for the death of a third husband”. Solanio si riferisce a quello che il suo interlocutore Salerio ha chiamato “my gossip report”, “quello che racconta la mia comare”, circa la catastrofe che ha colpito in mare le navi dell’amico Antonio, e risponde: “Sarebbe meglio che quella comare / si fosse dimostrata in questo caso / altrettanto bugiarda / di quando nega di masticar zenzero / o quando vuol far credere ai vicini / d’aver versato lacrime d’amore / sulla morte del suo terzo marito”.

Per Shakespeare dunque la “comare” Ź la donna pettegola, bugiarda e ipocrita, che mastica zenzero e nega di farlo, e che vuol far credere agli altri di aver pianto sulla morte del suo terzo marito, e non lo ha fatto. Alice Ford e Meg Page non sono nulla di tutto questo: esse sono due signore per bene della borghesia inglese, oneste e virtuose e fedeli mogli di due onorevoli e ricchi mariti, per nulla pettegole, per nulla intriganti, e “allegre” soltanto nell’architettare una beffa ai danni dell’uomo che ha tentato di insidiarne la virtĚ, sir John Falstaff.

ť vero che in un punto (IV, 2, 7) la signora Page si rivolge alla signora Ford chiamandola “comare” (“What hoa, gossip Ford, what hoa!”), ma qui “gossip” Ź nel senso che aveva il termine all’epoca di Shakespeare, e cioŹ quello di “friend”, “chum”, che veniva scambiato solo fra donne (v. “Oxford Universal Dictionary” alla voce).

Dunque niente “comari” e niente “allegre”: il titolo di “Allegre comari” Ź una delle banalitą che nel tempo hanno inseguito ingiustamente in Italia questa commedia di Shakespeare; il quale ha solo voluto far muovere qui sulla scena due “mogli” (“wives”) in vena di dare una lezione di buon costume ad un vecchio farfallone arrugginito; ed Ź riuscito magistralmente nell’intento, scrivendo quasi di getto, e quasi tutta in prosa, una delle sue opere piĚ “teatrali”, sia nella saldezza della struttura scenica che nel ritmo con cui Ź condotta la boccaccesca vicenda; il che spiega la grande fortuna di questa commedia sin dal Seicento, sulle scene inglesi e poi su quelle di tutto il mondo. E ciė malgrado che il lavoro, quanto ad ispirazione poetica e contenuto drammatico, sia una delle piĚ fiacche produzioni del genio shakespeariano

 

Si Ź detto che la commedia fu prodotta “quasi di getto” perché, secondo una congettura raccolta per primo dal Rowe nella sua edizione in 7 volumi dell’opera completa di Shakespeare, e poi ripresa dal Dennis (1712) (John Dennis, “Essay on the Genious of Writing in Shakespeare”, ed. E. N. Nokker, 1939-45), essa fu scritta da Shakespeare in 14 giorni per compiacere ad un espresso desiderio della regina Elisabetta. A questa si dice fosse tanto piaciuto il personaggio di Sir John Falstaff nella prima parte dell’“Enrico IV”, che avrebbe ordinato al poeta di scrivere un lavoro teatrale in cui lo stesso personaggio fosse implicato in un intrigo amoroso. Shakespeare, che era intento alla stesura della seconda parte dell’“Enrico IV”, dovette presumibilmente interrompere questa, per porre mano al nuovo lavoro e completarlo in tempo per la rappresentazione; la cui occasione sarebbe stata la cerimonia, a corte, dell’investitura a cavalieri dell’ordine della “Giarrettiera” di alcuni nobili tra cui il Lord Ciambellano della regina; questi era anche il patrono della compagnia teatrale di cui Shakespeare faceva parte (detta appunto dei “Chamberlain’s Men”). “La Giarrettiera” Ź il nome della locanda dove alloggia il protagonista Sir John Falstaff, e l’ordine aveva la sua sede araldica a Windsor.

Se cosď Ź, la stesura del lavoro non poté farsi piĚ tardi della fine 1596/inizio1597, per essere rappresentata a corte il giorno di San Giorgio patrono d’Inghilterra (23 aprile 1597), giorno nel quale, appunto, la regina conferiva le investiture.

 

* * *

Il lavoro mostra, in realtą, i segni della fretta con cui Ź stato scritto; non solo nel fatto di essere - come si Ź detto - quasi tutto in prosa, ma anche in una certa disarmonicitą inconsueta nel drammatismo di Shakespeare, con episodi che a stento si ricompattano col resto della vicenda, come quello del furto dei cavalli all’Oste della “Giarrettiera” da parte di improbabili ladroni tedeschi, o la scena della lezione di latino al piccolo Guglielmino Page da parte del parroco gallese Don Ugo; i personaggi di Pistola e di Nym sono inspiegabilmente abbandonati dopo il loro balordo colloquio con Ford e Page.

In compenso, la commedia, tra tutte quelle di Shakespeare, fornisce uno spaccato della societą provinciale inglese, “l’unica - come nota il Melchiori (Giorgio Melchiori, “Shakespeare”, Laterza, 1994) - autenticamente inglese, per la sua ambientazione, la sua atmosfera, il muoversi dei personaggi, persino il lor dialogare. La vicenda, infatti, Ź piena di riferimenti a luoghi e persone e usi che dovevano esser familiari ai londinesi del tempo, il dialogo Ź colloquiale, senza alcuna concessione allo stile eufuistico che figura in altre commedie” (pag. 381).

Ciė Ź vero, anche se la trama Ź visibilmente un adattamento alla societą inglese di situazioni gią presenti nella letteratura medioevale. Il tema centrale della beffa intorno agli sfortunati tentativi di seduzione di Sir John Falstaff verso le due mogli, quello della gelosia del marito di una di esse, Ford, era gią abbondantemente sfruttato dalla novellistica italiana. Shakespeare conosceva Boccaccio; ma il particolare del cesto da bucato in cui vien nascosto un incauto corteggiatore per sfuggire alle furie del marito geloso si ritrova tale e quale in una novella della raccolta “Il Pecorone” di Giovanni Fiorentino, che Shakespeare anche conosce, perché da esso attingerą anche la trama del suo “Mercante di Venezia”: Ź la storia di uno studente romano che a Bologna tresca con la moglie del suo maestro, e, sorpreso dal marito di lei, Ź da questa nascosto nel cestone dei panni da bucato.

Ma qui, ancora una volta, Shakespeare assapora, digerisce nella sua anima poetica e adatta al gusto corrente della commedia inglese questi temi della novellistica italiana, e in una eccezionale unitą di tempo e di luogo (tutta l’azione si svolge in tre giorni, e tutta a Windsor), crea il capolavoro che sfiderą il tempo.

La commedia Ź stata infatti sempre popolare in Inghilterra e altrove, nei secoli XVII, XVIII e XIX, senza subire - a differenza di altre - molte manipolazioni. La vicenda ha anche affascinato e ispirato molti musicisti. In Inghilterra, Arthur Sullivan ha intitolato col nome di “The Merry Wives of Windsor” una sua “ouverture”, forse preludio ad una operetta; Edward Elgar vi ha dedicato un studio sinfonico; William Balfe e Henry Bishop vi hanno composto ciascuno un’opera lirica. In Austria, Antonio Salieri, il maestro di Mozart, ha composto, sulla stessa trama, un “Falstaff. In Germania Otto Nikolai le sue “Die Lustige Weiber von Windsor”; in Italia, Giuseppe Verdi il suo ultimo massimo capolavoro, “Falstaff”, su libretto di Arrigo Boito.

 

Personaggi

 

 

Sir John FALSTAFF

 

 

FENTON

 

giovin signore

Roberto ZUCCA

giudice di campagna

Abramo STANGHETTA

 

suo nipote([1])

Frank FORD

Giorgio PAGE

borghesi di Windsor

 

Guglielmino PAGE

 

 

figlio di Giorgio e Meg Page

Don([2]) Ugo EVANS

 

parroco gallese

Dottor CAJUS

 

medico francese

L’OSTE

 

della locanda “La Giarrettiera”

BARDOLFO

PISTOLA

NYM

 

 

uomini al seguito di Falstaff

ROBIN

 

paggio di Falstaff

SIMPLICIO

 

servo di Stanghetta

John RUGBY

 

servo del dottor Cajus

Alice FORD

moglie di Frank Ford

Meg PAGE

moglie di Giorgio Page

Annetta PAGE

sua figlia

 

QUICKLY

governante/factotum del dottor Cajus

 

 

 

SCENA: Windsor e dintorni, in Inghilterra.

ATTO PRIMO

 

 

SCENA I – Windsor, davanti alla casa di Giorgio Page.

 

Entrano il giudice ZUCCA, mastro STANGHETTA e Don Ugo EVANS

 

ZUCCA -

No, don Ugo, non mi convincerete;

porterė la questione all’Alta Corte.([3])

Foss’egli pure venti sir John Falstaff,

non tratterą cosď Roberto Zucca,

scudiero…([4])

 

STANGHETTA -

… e giudice di pace e coram([5])

nella contea del Gloucester.([6])

 

ZUCCA -

Gią, nipote Stanghetta, e costalorum.

 

STANGHETTA -

E “rotulorum” anche, signor parroco,

e gentiluomo nato,

e firma “Armigero”([7]) in ogni atto ufficiale,

concessione, mandato, ricevuta,

obbligazione. “Armigero”, capito?

 

ZUCCA -

Esattamente; cosď faccio infatti,

e cosď sempre da trecento anni

Ź stato fatto.

 

STANGHETTA -

Tutti i successori,

prima di lui l’han fatto;

e cosď possono fare altresď

tutti i suoi avi che vengono dopo,([8])

e possono esibir sul loro stemma

dodici lucci bianchi.

 

ZUCCA -

Un vecchio stemma!

 

EVANS -

Oh, ci stan bene sopra un vecchio stemma

dodici lucci! E meglio se passant.([9])

Son bestioline familiari all’uomo

e simbolo di buon attaccamento.

 

ZUCCA -

I lucci?… Ha detto lucci, lui, non pulci!…

Il luccio Ź un pesce fresco;

salacche sono le vostre sottane!([10])

 

STANGHETTA -

Ed al tuo stemma, zio,

io posso ben aggiungere il mio quarto.

 

ZUCCA -

Lo puoi, certo, sposandoti.

 

EVANS -

“Spogliandosi” piuttosto, se lo “squarta”.([11])

 

ZUCCA -

Come sarebbe?

 

EVANS -

Eh, sď, Vergine santa!

S’egli vi prende un quarto di vestito,

a voi ne restano solo tre quarti,

com’io la vedo… Ma lasciamo andare.

Se sir John Falstaff v’ha recato offesa,

io son uomo di chiesa

e sarei lieto d’interporre azione

perché si giunga a una conciliazione.

 

ZUCCA -

Giudicherą il Consiglio, Ź sedizione!

 

EVANS -

Il Consiglio di casi sediziosi

non giudica; in una sedizione

non c’Ź materia da timor di Dio;

ed il Consiglio s’occupa, attenzione!,

solo di casi di timor di Dio,

e non di sedizione.

Prendete in ciė le vostre precauzioni.([12])

 

ZUCCA -

Ah, mia vita, poter tornare giovane!

La spada metterebbe tutto a posto.

 

EVANS -

ť molto meglio che ci sian gli amici

a fungervi da spada

ed aiutarvi a metter tutto a posto.

Eppoi ho un’altra idea per il cervello

che potrebbe, chissą, non si sa mai,

rivelarsi di buon discernimento…

(A Stanghetta)

Pensavo, sď, a quell’Annetta Page,

la figliola di mastro Giorgio Page…

una verginitą molto piacevole.([13])

 

STANGHETTA -

Miss Anna Page? ť bruna,

e parla con vocetta da donnina.

 

EVANS -

Non potreste desiderar di meglio

al mondo, e in piĚ settecento sterline

d’oro e argento sonanti,

lasciatele, morendo, da suo nonno

- Dio lo faccia risorgere beato! -

per quando compirą diciassett’anni.

Sarebbe buona cosa ora per noi

lasciar da parte le beghe e le ciarle

ed auspicarci invece un matrimonio

tra mastro Abramo e miss Annetta Page.

 

ZUCCA -

Settecento sterline, avete detto,

lasciatele dal nonno?

 

EVANS -

Esattamente,

e qualche penny aggiunto da suo padre.

 

STANGHETTA -

Conosco la ragazza; ha belle doti.

 

EVANS -

Sfido io! Settecento e piĚ sterline…

Altro che belle doti! Anzi, bellissime!

 

ZUCCA -

Bene, rechiamoci da mastro Page.

Ma Falstaff Ź da lui, che voi sappiate?([14])

 

EVANS -

Fi tovrei forse tire una bugia?

Io tisprezzo il bugiardo,

come tisprezzo chi asserisce il falso,

come tisprezzo chi non dice il vero.

Il cavaliere sir John Ź da lui;

ma, vi scongiuro, fatevi guidare

da chi desidera farvi del bene.

Ora pusserė io da mastro Page.

(Si avvicina alla porta di casa Page e bussa)

Ehi, di casa!… Vi benedica il Cielo!

 

PAGE -

(Da dentro)

Chi Ź lą fuori che chiama?

 

EVANS -

La Dio benedizione e il vostro amico,

con il giudice Zucca;

e c’Ź qui il giovane mastro Stanghetta

che vorrebbe parlarvi, all’occorrenza,

d’una certa cosuccia, se vi garba.

 

PAGE -

(Comparendo nel vano della porta)

Felice di veder vossignorie

tutti bene in salute. Oh, mastro Zucca!

Vi ringrazio di quella cacciagione.

 

ZUCCA -

Lieto anch’io di vedervi, mastro Page.

Buon pro vi faccia la mia cacciagione.

Avrei voluto mandarvi di meglio…

ť stata mal cacciata…

E la signora Page? Sta bene spero.

Vi ho sempre molto cari,

e vi ringrazio davvero di cuore.

 

PAGE -

Son io, signore, che ringrazio voi.

 

ZUCCA -

No, son io che vi devo ringraziare,

mio signore, e lo faccio con il cuore,

che lo crediate e no.

 

STANGHETTA -

Ebbene che mi dite, signor Page,

di quel vostro levriero rosso-fulvo?

Ho inteso dire che alle corse, a Cotswold,

s’Ź fatto battere?

 

PAGE -

Vero sď e no;

non si poté giudicare, signore.

 

STANGHETTA -

Evvia, lo so, non lo volete ammettere,

non lo volete!

 

ZUCCA -

Non lo farą mai!

ť colpa vostra, Ź colpa… Il cane Ź buono.

 

PAGE -

Un cagnaccio, signore.

 

ZUCCA -

Un buon cane, signore, ed anche bello…

Per caso, c’Ź sir John Falstaff da voi?

 

PAGE -

ť dentro, sď. Sarei proprio contento,

signore, d’interporre fra voi due

i buoni uffici.

 

EVANS -

Molto pen parlato,

come tofrebbe parlare un cristiano.

 

ZUCCA -

M’ha recato gran torto, mastro Page.

 

PAGE -

E in certo modo ve lo riconosce.

 

ZUCCA -

Riconoscere non Ź riparare.

Che ne dite? M’ha offeso, eh, credetemi,

parola di Roberto Zucca, esquire.

Offeso, eccome!

 

PAGE -

Eccolo che viene.

 

Entra, uscendo dalla casa di Page, FALSTAFF, seguito da BARDOLFO, NYM e PISTOLA

 

FALSTAFF -

Allora, mastro Zucca,

volete querelarmi avanti al re,

a quanto pare?

 

ZUCCA -

Ebbene, cavaliere,

avete bastonato i miei famigli,

m’avete ucciso un cervo

e forzato l’ingresso al padiglione.

 

FALSTAFF -

E baciata la figlia del custode,

non lo dite?

 

ZUCCA -

Un’inezia per voi, eh!?

Ma dovrete rispondermene, eccome!

 

FALSTAFF -

S’Ź per rispondervi, lo faccio subito:

ho fatto tutto quel che avete detto.

Va bene?

 

ZUCCA -

Questo lo dirą il Consiglio.

 

FALSTAFF -

Un consiglio, se lo volete, buono,

Ź che Ź meglio per voi che questa roba

non si risappia in giro:

vi rideranno dietro…

 

EVANS -

(Intromettendosi)

Pauca verba,([15])

cavaliere. Poche parole e buone.

 

FALSTAFF -

Poche parole un corno, reverendo!([16])

V’ho forse rotto la testa, Stanghetta?

Che avete a dire voi contro di me?

 

STANGHETTA -

Eh, ce n’avrei parecchio

nella mia testa contro voi, signore,

e contro i vostri soci gabbamondo,

Bardolfo, Nym, Pistola… Loro, sď.

(Li indica uno per uno mentre li nomina)

Prima m’han trascinato in una bettola,

m’han fatto bere fino ad acciuccarmi,

e poi m’han ripulito le saccocce…

 

BARDOLFO -

(Andandogli sotto il naso, e snudando la spada)

Ohi, sagrestano,([17]) bada come parli.

 

STANGHETTA -

(Impaurito dalla reazione di Bardolfo)

Insomma, dico… beh, lasciamo andare…

 

PISTOLA -

(Snudando anche lui la spada)

Come sarebbe a dire, Mefistofelo?

 

STANGHETTA -

Lasciamo andare, insomma… non importa.

 

NYM -

(Snudando anch’egli la spada e ripetendo il gesto di Bardolfo)

Io ti faccio e fettine… pauca, pauca

A fettine… Mi trovi proprio in vena!

 

STANGHETTA -

(Come sentendosi assediato dai tre, cercando soccorso)

Simplicio, il mio valletto…

Ma dov’Ź, dov’Ź andato? Zio, lo sai?

 

EVANS -

(Interponendosi fra Stanghetta e i tre)

Calma, vi prego. Cerchiamo d’intenderci.

Ci son tre arbitri in questa contesa,

se ho ben capito: e cioŹ mastro Page,

fidelicet([18]) il nostro mastro Page;

e ci son io, fidelicet io stesso,

e terzo, ultimamente e finalmente,

il nostro Oste della “Giarrettiera”.

 

 

PAGE -

A noi tre ascoltare e definire

tra loro due.

 

EVANS -

Penissimo.

Io ne faccio ferbale annotazione

sul mio taccuino, e poi decideremo

chi ha ragione e chi ha torto

con la piĚ gran discrezione possibile.

 

FALSTAFF -

Pistola!

 

PISTOLA -

ť tutt’orecchi.

 

EVANS -

“Tutt’orecchi”…

Per il diavolo e per la diavolessa!

Che frase Ź questa?… Questa Ź affettazione!

 

FALSTAFF -

Pistola, Ź vero che hai fatto man bassa,

tu, nella borsa di mastro Stanghetta?

 

STANGHETTA -

Sď, per questi miei guanti, che l’ha fatto…

o ch’io non possa piĚ rimetter piede

nella mia camera… Sette palanche

dai sei scellini ognuna, di buon conio,

e due scellini di Edoardo Sesto([19])

costati due scellini e mezzo al pezzo

da Eddy Miller, sď, per questi guanti!

 

FALSTAFF -

Vero, Pistola?

 

EVANS -

Falso, s’Ź un borseggio.([20])

 

PISTOLA -

(A Stanghetta)

Ah, brutto zoticone di montagna!

(A Falstaff)

Sir John, padrone mio, Ź qui mestieri

ch’io mi degni raccogliere la sfida

ora, di questa sciabola di latta.([21])

(A Stanghetta)

La smentita dalle tua labbra, subito!([22])

Bava e schiuma, tu menti!

 

STANGHETTA -

(Indicando Nym)

Allora Ź stato lui, per questi guanti!

 

NYM -

Chi, io? Attento, amico, a quel che fate,

e a tenere con me modi civili.

Se vi passasse di fare lo sbirro,

vi faccio intrappolare da voi stesso.

E questo Ź quanto.

 

STANGHETTA -

(Indicando Bardolfo)

Allora Ź stato lui,

lui facciarossa, per questo cappello!

Perché se pure non ricordo bene

quello che ho fatto e quel che non ho fatto

quando m’avete fatto ubriacare,

non sono mica un asino, sapete?

 

FALSTAFF -

(A Bardolfo)

E tu, faccia scarlatta, che rispondi?

 

BARDOLFO -

Per parte mia, signore,

vi rispondo che questo gentiluomo

s’era presa una tale acciuccatura

da perder tutte e cinque le sentenze…

 

EVANS -

I cinque sensi, vuoi dire; vergogna,

quale ignoranza!

 

BARDOLFO -

… e ubriaco com’era,

venne, come si dice, alleggerito;

sicché ora le sue supposizioni

vanno a vanvera, in ogni direzione.

 

STANGHETTA -

Va lą che anche voi a un certo punto

parlavate latino, come me…

ma basta, non importa. Fin ch’io viva,

se dovrė ubriacarmi un’altra volta,

sarą in compagnia di gente onesta,

buona e civile; se sarė ubriaco,

sarą con quelli che han timor di Dio,

e non in mezzo a furfanti beoni.

 

EVANS -

Dio t’ascolti; proposito virtuoso.

 

FALSTAFF -

Ecco, signori, l’avete sentito:

smontate tutte le accuse. Va bene?

L’avete ben sentito.

 

Entra, uscendo da casa Page, ANNETTA PAGE,

con vino e bicchieri. Da parti opposte entrano anche ALICE FORD e MEG PAGE.

 

PAGE -

(Ad Annetta)

No, figliola, riporta tutto in casa;

verremo a bere dentro tutti insieme.

(Annetta rientra in casa con vino e bicchieri)([23])

 

STANGHETTA -

O cielo, lei, madamigella Page!

 

PAGE -

(Andando incontro ad Alice Ford)

Signora Ford, salute! Come va?

 

FALSTAFF -

Signora Ford, ma che felice incontro,

parola mia!… Voi permettete, vero?

(Si avvicina ad Alice e la bacia)

 

PAGE -

(A Meg)

Moglie, da’ il benvenuto in casa nostra

a questi gentiluomini… Venite,

abbiamo preparato per la cena

un pasticcio di cacciagione al forno.

Entrate, miei signori, e un buon bicchiere

ci aiuti a dissipare ogni malanimo.

(Entrano tutti in casa Page, eccetto Stanghetta)

 

STANGHETTA -

Preferirei a quaranta scellini

avere qui con me il mio libretto

di canzoni e sonetti…([24])

 

Entra SIMPLICIO

 

Ehi lą, Simplicio!

Dove sei stato tutto questo tempo?

Debbo servirmi da me stesso, io?

Tu hai con te il Libro degli Enigmi,

Ź vero?

 

SIMPLICIO -

Io, il Libro degli Enigmi?…

Ma non l’avete prestato voi stesso

alla signora Alice Pizzacorta([25])

il giorno d’Ognissanti,

la quindicina avanti San Michele?([26])

 

Rientrano, uscendo da casa Page, ZUCCA e EVANS

 

ZUCCA -

Su, nipote, siam qui ad aspettarti.

(Prendendolo sottobraccio)

Eh, senti prima, perė, cocco mio:

qui c’Ź nell’aria una certa proposta,

sď, diciamo, una specie di proposta

lanciata da don Ugo un po’ alla larga…

Mi capisci?…

 

STANGHETTA -

Sď, certo, mio signore:

mi troverete affatto ragionevole:

s’Ź una cosa da fare,

farė tutto, purché sia di ragione.

 

ZUCCA -

Gią, ma capiscimi…

 

STANGHETTA -

ť quel che faccio.

 

EVANS -

(Prendendo anch’egli sottobraccio Stanghetta, dall’altra parte)

Prestate orecchio alle sue suggestioni,

mastro Stanghetta. Penserė io dopo

ad illustrarvi tutta la questione

se avrete la capacitą d’intenderla.

 

STANGHETTA -

No, io farė, vogliate perdonarmi,

come dice lo zio Zucca; lo zio

Ź giudice di pace al suo paese,

ed io son qui da semplice borghese.

 

EVANS -

Ma il punto non Ź questo. La questione

Ź concernente il fostro matrimonio.

 

ZUCCA -

Gią, questo Ź il punto.

 

EVANS -

Sď, il vero punto

Ź questo… con madama Annetta Page.

 

STANGHETTA -

Ebbene, s’Ź cosď, la sposerė,

ad ogni ragionevole domanda.

 

EVANS -

Ma poi saprete farvi voler bene

dalla ragazza? Lasciateci insistere

per saper questo dalla vostra bocca

o, se volete, dalle vostre labbra,

se Ź vero che le labbra,

come sostengono molti filosofi,

sono parti essenziali della bocca.

Ossia, per dirla piĚ precisamente,

vi credete capace

di riversar su lei il vostro bene?

 

ZUCCA -

In altri termini, Abramo Stanghetta,

nipote, senti di poterla amare?

 

STANGHETTA -

Spero, signore, di poterlo fare

come s’addice ad uno affatto incline

ad operare secondo ragione.

 

EVANS -

Eh, santi e sante vergini di Dio!

No, ci dovete dire in positivo

se vi sentite di portar su lei

la vostra propensione.

 

ZUCCA -

Ecco, sď, questo, esattamente questo

devi dire: vuoi tu condurla in moglie,

verso, naturalmente, congrua dote?

 

STANGHETTA -

Anche di piĚ sarei disposto a fare,

se siete voi a chiedermelo, zio,

e se la cosa Ź secondo ragione.

 

ZUCCA -

Eh, non ci siamo. Cerca di capirmi:

quello che faccio io, nipote mio,

lo faccio solamente pel tuo bene.

Ti senti tu di amare la ragazza?

 

STANGHETTA -

Io, se voi lo chiedete, me la sposo;

e se proprio, diciamo, sul principio

non sarą grande amore, con il tempo

il cielo potrą farlo ben decrescere([27])

con piĚ approfondita conoscenza

dopo sposati, e dopo aver avuto

cosď modo migliore di conoscerci.

Vorrei sperare, con l’intimitą,

che possa crescere piĚ repulsione.([28])

Ma se voi dite: “Sposala”,

io la sposo, perché su questo punto

son dissoluto, e dissolutamente([29]).

 

EVANS -

La risposta mi pare assai sensata,([30])

salvo l’orrore di quella parola,

sď, diciamo quel “dissolutamente”

che dovrebbe, secondo il nostro intendere,

suonare invece “risolutamente”.

Ma l’intenzione Ź puona e tanto pasta.

 

ZUCCA -

Sď, penso anch’io che l’intenzione Ź buona.

 

STANGHETTA -

Toh, se no, vorrei essere, impiccato!

 

Rientra ANNETTA PAGE

 

ZUCCA -

Oh, la nostra madamigella Annetta!

Come vorrei aver qualche anno in meno,

se penso a voi, vezzosa damigella!

 

ANNETTA -

Signori, il pranzo Ź gią servito in tavola,

mio padre aspetta le signorie vostre.

 

ZUCCA -

Sono agli ordini suoi, bellezza mia.

 

EVANS -

Oh, penetetto Dio!

Io non foglio mancare al “Benedicite”!([31])

 

(Escono, entrando in casa Page, Zucca e don Evans)

 

ANNETTA -

Vossignoria non vuole favorire?

 

STANGHETTA -

Vi ringrazio di cuore. Sto benissimo.

 

ANNETTA -

Il pranzo aspetta voi di lą, signore.

 

STANGHETTA -

Non ho appetito, grazie… veramente.

(A Simplicio)

Va dentro tu, ragazzo,

e, per quanto tu sia mio servitore,

mettiti agli ordini di mio zio Zucca.

 

(Esce Simplicio, entrando in casa Page)

 

Un giudice di pace

puė sentirsi obbligato qualche volta

con suo nipote che gli cede il servo.

Finché mia madre Ź in vita,

io non posso tenere al mio servizio

piĚ di tre uomini ed un paggetto

Ma che farci? Ed intanto devo vivere

come un pitocco nato gentiluomo.

 

ANNETTA -

Signore, rientrar senza di voi,

non posso; non si siederanno a tavola

finché non arriviate.

 

STANGHETTA -

Veramente,

vi dico, non ho voglia di mangiare.

Come avessi accettato. Vi ringrazio.

 

ANNETTA -

(Spazientita)

Evvia, vi supplico, signore, entrate!

 

STANGHETTA -

Grazie, faccio due passi qui di fuori.

L’altro giorno mi sono fatto male

ad uno stinco nel tirar di scherma

con il mio istruttore… tre stoccate,

per posta un piatto di prugne stufate…([32])

E mentre io gli paro un colpo in testa,

lui mi tira allo stinco… ed in coscienza,

da allora non riesco a sopportare

nemmen l’odore di vivande calde.

(Abbaiare di cani da fuori)

Perché abbaiano tanto questi cani?

Ci son orsi in cittą?

 

ANNETTA -

Credo di sď,

ne ho sentito parlare dalla gente.

 

STANGHETTA -

Io vado matto a vederli combattere;([33])

ma non mi stancherė di protestare,

come tutti, del resto, in Inghilterra,

contro siffatta specie di spettacoli.

Scommetto che a vedere un orso sciolto

voi avreste paura.

 

ANNETTA -

Oh, sď, signore.

 

STANGHETTA -

A me non fanno invece alcun effetto.

Avrė incontrato almeno venti volte

l’orso Sackerson, sciolto,

e l’ho preso perfin per la catena.

Ma le donne sapeste come urlavano

di qua e di lą, in modo da non credersi.

Ma si sa che le donne

quelle bestie non possono soffrirle,

e, in veritą, sono gran brutte bestie.

 

PAGE -

(Affacciandosi alla porta di casa)

Mastro Stanghetta, andiamo, su, venite,

qui siamo tutti fermi ad aspettarvi.

 

STANGHETTA -

Non mangio nulla, vi ringrazio, amico.

 

PAGE -

Ah, questa no, per le sacre scritture!([34])

Non avete alternanza, amico. Andiamo.

(Spalanca la porta, si fa da un lato per lasciar

passare Stanghetta che s’Ź deciso a entrare)

 

STANGHETTA -

(Fermandosi sulla porta, complimentoso)

No, prego, prima voi…

 

PAGE -

Andiamo, andiamo!

 

STANGHETTA -

(Ad Annetta)

No, no, non entrerė prima di voi.

Non sia mai ch’io vi faccia un tale sgarbo.

 

ANNETTA -

Signore, per piacere…

 

STANGHETTA -

Beh, obbedisco.

Meglio essere scortese che noioso.

Perė vi fate torto, eh, credetemi.

(Entrano in casa)

 

 

 

 

SCENA II - La stessa

 

Entrano, uscendo da casa Page, don EVANS e SIMPLICIO

 

EVANS -

Mettiti in giro e chiedi della casa

di certo dottor Cajus;

e quale strada fare per andarci.

Abita lą certa madama Quickly,

ch’Ź in qualche modo la sua governante,

perché gli fa da cuoca, balia asciutta,

sguattera, lavandaia, stiratrice.

 

SIMPLICIO -

Vado, signore.

 

EVANS -

Aspetta, c’Ź di piĚ.

Le devi consegnare questa lettera.

Quella donna Ź assai bene ammanicata

con miss Annetta Page, e questa lettera

Ź per pregarla di patrocinare

presso la stessa miss Annetta Page

i desideri del tuo principale.

Corri, da bravo, e vedi di far presto.

Io vado a terminare di pranzare:

c’Ź ancora da venir frutta e formaggi.

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA III - La locanda della “Giarrettiera”

 

FALSTAFF Ź seduto a un tavolo, l’OSTE gli serve del vino.

In piedi, BARDOLFO, NYM, PISTOLA e ROBIN

 

FALSTAFF -

Caro il mio Oste della “Giarrettiera”…

 

OSTE -

Che mi dice il mio dolce cucciolone?

Ditemi, con dottrina e con saggezza.

 

FALSTAFF -

Eh, Oste mio, mi troverė costretto

a licenziar qualcuno del mio seguito.

 

OSTE -

E tu licenziali, mio dolce Ercole!

Mandali tutti a spasso. Trotta, trotta!…

 

FALSTAFF -

Mi spendo gią da te, di solo alloggio,

dieci buone sterline a settimana.

 

OSTE -

Perė ci stai da vero imperatore,

sei un Cesare, un Kaiser, un Visir…

Mi tratterrė Bardolfo al mio servizio;

lo metterė a spillare e tappar botti.

Che mi dici, grande Ettore, va bene?

 

FALSTAFF -

Oste mio caro, fa’ come vuoi tu.

 

OSTE -

Inteso, allora. Che passi da me.

(A Bardolfo)

Ti dirė come far schiumar la birra

e mischiar calce al vin secco di Spagna.

Son uomo di parola. Vieni, seguimi.

 

(Esce)

 

FALSTAFF -

Va’, Bardolfo, da bravo, va’ con lui.

Spillare botti Ź un ottimo mestiere.

Vecchia zimarra fa giacchetta nuova;

servo vizzo fa taverniere fresco.

Va’, va’, Bardolfo, addio.

 

BARDOLFO -

ť il mestiere da me sempre agognato.

Son sicuro che ci farė carriera.

 

(Esce)

 

PISTOLA -

(A Bardolfo mentre esce)

Vile ungherese!([35]) Non vedevi l’ora

di cominciare a manovrar lo zipolo!

 

NYM -

Quello fu concepito in una sbornia;

non ha davvero l’anima di eroe.

Ho concepito bene?([36])

 

FALSTAFF -

Ed io son lieto

d’essermi finalmente liberato

d’un tal contenitore d’infiammabili.([37])

Era troppo scoperto nel rubare;

e nel fare una truffa

era come un cantore principiante,

mai che avesse saputo andare a tempo.

 

NYM -

E certo, nel rubare, la bravura

consiste proprio nel saperlo fare

nell’intervallo d’una semicroma.

 

PISTOLA -

“Rubare…” Abbasso questa parolaccia!

L’uomo saggio lo dice: “trasferire”.

 

FALSTAFF -

Beh, signori, sapete che vi dico?

Io sono quasi a terra coi calcagni.([38])

 

PISTOLA -

Attento non vi vengano i geloni.

 

FALSTAFF -

Non c’Ź proprio rimedio;

devo per forza escogitar qualcosa;

ingegnarmi a trovare un espediente.

 

PISTOLA -

“I corvi giovani voglion beccare.”([39])

 

FALSTAFF -

Chi di voi tre conosce qui in cittą

un certo Ford?

 

PISTOLA -

Ah, lo conosco io;

ed Ź persona di buone sostanze.

 

FALSTAFF -

Miei onesti ragazzi, voglio dirvi

quel che mi va frullando per la testa.

 

PISTOLA -

Un vol di corvi in cerca di becchime.([40])

 

FALSTAFF -

Non Ź il momento di far dello spirito.

ť vero che la mia circonferenza

Ź di circa due yarde in abbondanza;

ma non ho l’intenzione di restringerla,

piuttosto di allargarla. A farla breve,

io sono intenzionato a conquistare

l’amore della moglie di quel Ford;

mi sono accorto che non le dispiaccio:

parla, occhieggia, dardeggia tentazioni.

Io so leggere quello che c’Ź sotto

al suo confidenziale atteggiamento,

le cui piĚ spinte manifestazioni

tradotte in buon volgare

mi dicono: “Io son di sir John Falstaff.”

 

PISTOLA -

(A parte a Nym)

Si vede che se l’Ź studiata bene,

perché dice “volgare “ per “onesto”.

 

NYM -

(c.s. a Pistola)

“L’ancora Ź scesa al fondo”. Ho detto bene?

 

FALSTAFF -

ť lei, per quanto se ne dice in giro,

che governa la borsa del marito,

e lui possiede una legione d’angeli.([41])

 

PISTOLA -

E voi, munito d’altrettanti diavoli,

gridate loro: “Addosso a lei, ragazzo!”

 

NYM -

Mi sollevi l’umore… bene, bene…

Quegli angeli acclimątali da me.([42])

 

FALSTAFF -

(Mostrando loro due buste)

Ho scritto questa lettera per lei,

e un’altra, qui, per la moglie di Page,

la quale anch’essa, ancora di recente,

mi dardeggiava sguardi saporosi,

ammirandomi compiaciuta al massimo,

tutto in giro, con occhi giudiziosi,

posando il loro raggio ora sui piedi

ora sull’imponente mia ventraia…

 

PISTOLA -

(A parte a Nym)

Il sole illuminė la pattumiera!

 

NYM -

(A parte a Pistola)

Ottima, questa! Bravo, ti ringrazio.

 

FALSTAFF -

… percorrendo, cosď, con il suo sguardo

tutto l’esterno della mia persona,

con un’aria di tal concupiscenza,

che mi parve sentire all’improvviso

bruciare dall’ardore di quegli occhi

come dal fuoco d’uno specchio ustorio!

Ecco, questa Ź una lettera per lei;

tiene anch’ella il cordone della borsa

di casa: una regione della Guiana,([43])

tutta oro e tesori in abbondanza.

Vorrė fare ad entrambe da cassiere,

e ne farė la mia tesoreria,

le mie Indie orientali e occidentali,

e farė buon commercio con entrambe.

Va’, Pistola, consegna questa lettera

nelle mani della signora Page;

(A Nym)

e tu quest’altra alla signora Ford.

Ci arricchiamo, ragazzi! ť la fortuna!

 

PISTOLA -

(Rifiutandosi di prendere in consegna la lettera)

Ah, no, sir John, non mi chiedete questo!

Dovrei ridurmi un Pandaro di Troia,([44])

io, con tanto d’acciaio alla mia cintola?

Ma che Lucifero c’inforchi tutti!

 

NYM -

(Restituendo a Falstaff la lettera che aveva gią presa)

Né vorrė io ridurmi cosď in basso.

Riprendetevi questa sporca lettera.

Io voglio conservare intemerata

la mia reputazione, signor mio.

 

FALSTAFF -

(A Robin, consegnandogli la lettera)

Toh, allora, messere, vacci tu

a recar sane e salve queste lettere.

Veleggia tu, mia leggera pinaccia,

per quei lidi dorati…

(A Pistola e Nym)

In quanto a voi,

fior di gaglioffi, fuori dai miei sguardi!

Squagliatevi come acini di grandine.

Andate a trascinare i vostri zoccoli

fuori di qua. Cercate altro covile!

Sir John si mette in linea coi tempi:

da oggi, economia! Alla francese.

Canaglie!… Un paggettino con le falde

Ź tutto quello che mi basta. Fuori!

 

(Esce insieme con Robin)

 

PISTOLA -

I corvi ti divorino la trippa!

Ci sono ancora al mondo, se Dio vuole,

dadi truccati e gente ricca e povera

da poter uccellare da ogni parte;

ed io avrė qualche testone([45]) in tasca

quando tu, vile frigio turcomanno,

non avrai piĚ tre soldi per il lesso!([46])

 

NYM -

Mi frullano pel capo certe idee,

simili a tanti umori di vendetta.

 

PISTOLA -

Pensi di vendicarti?

 

NYM -

Sď, per il firmamento e le sue stelle!

 

PISTOLA -

Col senno o con l’acciaro?

 

NYM -

Con entrambi.

Informerė di questa tresca Page.([47])

 

PISTOLA -

(Declamando)

“Com’io, per parte mia,

“a Ford rivelerė come qualmente,

“Falstąff, vil delinquente,

“abbia di defraudarlo brama ria

“della casta colomba e del suo oro

“il suo letto insozzando di disdoro”.

 

NYM -

Non farė raffreddar questo mio umore,

porterė questo Page a tal bollore,

da fargli usar velenoso liquore.

Giallo di gelosia lo voglio fare;

perché quando mi piglia, Cristo santo,

io son pericoloso. E questo Ź quanto.

 

PISTOLA -

Tu sei il Marte, Nym, degli scontenti.

Io t’asseconderė. All’opra. Avanti!

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA IV - In casa del dottor Cajus

 

Entrano QUICKLY, SIMPLICIO e RUGBY

 

QUICKLY -

Rugby, fammi il piacere,

mettiti di vedetta alla finestra

e sta attento se arriva il mio padrone,

dottor Cajus; perché se quello viene

e trova alcuno in casa, qui succede

che vengono trattati malamente

la pazienza di Dio e il buon parlare.([48])

 

RUGBY -

Mi metto subito in vedetta.

 

QUICKLY -

Bravo.

E questa sera ci berremo insieme

un bel poncino di vinello caldo

sulla brace, mentre si spegne il fuoco.

 

(Esce Rugby)

 

QUICLY -

Un bravo giovanotto questo Rugby…

Volenteroso, pronto, servizievole,

il meglio che si possa avere in casa.

E per nulla pettegolo, vi giuro,([49])

per nulla attaccabrighe…

Solo un po’ troppo incline alla preghiera,

in questo Ź un po’ fissato…

Ma chi non ha difetti?… Sorvoliamo.

(A Simplicio, che sta zitto in un angolo)

Allora avete detto di chiamarvi

Pietro Simplicio?

 

SIMPLICIO -

In mancanza di meglio…

 

QUICKLY -

E siete il servo di mastro Stanghetta?

 

SIMPLICIO -

Sď, in coscienza.

 

QUICKLY -

Chi Ź questo Stanghetta?

Forse quel tipo che se va in giro

con quella barba tonda intorno al viso

che pare la lunetta d’un guantaio?

 

SIMPLICIO -

No, signora, in coscienza, non Ź quello;

Ź uno con una faccetta pallida

ed una barbettina speleggiata

color Caino.([50])

 

QUICKLY -

Un tipo un po’ flemmatico?

 

SIMPLICIO -

Sď, in coscienza, magari un po’ flemmatico,

ma pronto, all’occorrenza, a dar di mano

come chiunque altro, se s’infuria.

Ultimamente, con un guardacaccia

se ne son date di santa ragione.

 

QUICKLY -

Ah, sď, davvero?… Dovrei ricordarmelo…

Non Ź uno che va tutto impettito,

a testa alta?…

 

SIMPLICIO -

Esatto, proprio quello.

 

QUICKLY -

Ah, che non mandi il cielo ad Anna Page

peggior fortuna! Dite al signor parroco,

mastro Evans, che tutto quel che posso

per il vostro padrone, lo farė.

Annetta Page Ź una brava figliola,

e vorrei tanto…

 

Rientra RUGBY precipitosamente

 

RUGBY -

Via, per caritą!

Sta venendo il padrone.

 

(Esce)

 

 

QUICKLY -

Oh, santo cielo! Adesso stiamo freschi!

Correte via di lą, mio bravo giovane,

lą, presto, dentro a questo gabinetto!

(Sospinge Simplicio in uno stanzino)

Non si tratterrą a lungo…

(Chiamando)

Rugby, Rugby!

John Rugby! John! Mi senti?

 

Rientra RUGBY

Presto, John,

 

Entra CAJUS ma Quickly finge di non accorgersene

 

va’ in giro a domandare che Ź successo

al padrone, che ancor non viene a casa…

Ho paura che non si senta bene.

 

(Esce Rugby)

 

(Cantando, sempre fingendo di non aver visto Cajus)

 

“E giĚ, e giĚ, e giĚ…”

 

CAJUS -

Che cos’Ź che cantate?

Non mi piasciono queste sciansciafruscole!

Vi prego, andate nel mio gabinetto,

c’Ź una scatola verde, un boitier vert.([51])

Portatemela. Avete bene inteso?

Una scatola verde.

 

QUICKLY -

Sissignore,

vado a prenderla e ve la porto subito.

(Tra sé, avviandosi verso lo stanzino)

Meno male che non c’Ź andato lui:

se ci trovava dentro il giovanotto

si sarebbe infuriato come un toro.

 

(Esce)

 

CAJUS -

Fé, fé, fé, fŹ… ma foi, il fait fort chaud!

Et je m’en vais ą la cour… La grande affaire!([52])

 

Rientra QUICKLY con un astuccio in mano([53])

 

QUICKLY -

ť questa?

 

CAJUS -

Oui, mets-le ą ma pochette.([54])

Ma sbrigatevi, Quickly!([55]) Dov’Ź Rugby,

quella canaglia?

 

QUICKLY -

(Chiamando)

Ehi, oh, Rugby! Johnny!

 

Rientra RUGBY

 

RUGBY -

Son qui, signore.

 

CAJUS -

Tu ti chiami Johnny,

ma sei proprio uno Zanni!([56])

Prendi la spada e seguimi alla Corte.

 

RUGBY -

ť gią pronta, signore, qui all’ingresso.

 

CAJUS -

Affé, ch’io faccio tardi, dannazione!

Qu’ai-je oublié?…([57]) Ah sď, nel mio stanzino

son rimasti dei semplici.([58])

Non vo’ dimenticarli a nessun costo!

(S’avvia per entrare nello stanzino)

 

QUICKLY -

Oh, poveretta me!…

Ora ci trova dentro il giovanotto,

e s’infuria…

 

CAJUS -

(Apre la porta dello stanzino e vede Simplicio)

Oh, diable, diable, diable!([59])

Che c’Ź qui dentro?… Canaglia! Latron!

Rugby, la spada!

 

QUICKLY -

Padron mio, calmatevi!

 

CAJUS -

Calmarmi, eh? Dovrei star zitto e buono?

 

QUICKLY -

Il giovanotto Ź una persona onesta.

 

CAJUS -

Che ci sta a fare la persona onesta

nel mio stanzino? Una persona onesta

non s’introduce nell’altrui stanzino.

 

QUICKLY -

Vi supplico, non siate sď flemmatico!([60])

Ascoltate la santa veritą:

Ź venuto da me con un messaggio

dalla parte del parroco don Ugo.

 

CAJUS -

Ah!

 

SIMPLICIO -

Sď, in coscienza: per pregare lei…

(Indica Quickly)

 

QUICKLY -

(Interrompendolo)

Zitto, zitto, vi prego!

 

CAJUS -

Zitta voi,

con quella vostra maledetta lingua!

(A Simplicio)

Avanti, fuori tutta la tua storia!

 

SIMPLICIO -

… per pregar questa onesta gentildonna,

la vostra governante,

di mettere una buona parolina

presso madamigella Annetta Page

a favore del mio signor padrone

che avrebbe desiderio di sposarla.

 

QUICKLY -

Questo Ź tutto, né piĚ né meno, lą.

Ma io non me ne impiccio. Non sia mai

ch’io vada a mettere il dito nel fuoco!

 

CAJUS -

Cosď Ź don Ugo che vi manda, eh?

Rugby, Rugby, baillez-moi([61]) un po’ di carta.

(A Simplicio)

E tu rimani ancora un minuto.

 

(Rugby gli porta carta e penna; Cajus si siede a scrivere)

 

QUICKLY -

(Prendendosi da parte Simplicio)

Son contenta che l’abbia presa bene…

Se mai l’avesse presa per traverso,

l’avreste udito urlare non so come.

Quando gli prende Ź proprio malinconico;([62])

ma io, ciononpertanto, giovanotto,

farė ugualmente tutto quel che posso,

non dubitate, pel vostro padrone…

Ma il dottore francese,

per il sď e per il no Ź mio padrone…

cosď posso chiamarlo, capirete,

perché son io che gli tengo la casa,

gli lavo e stiro, gli preparo il pranzo,

gli faccio il pane, gli spillo la birra,

gli rifė il letto… e tutto ciė sa sola.

 

SIMPLICIO -

Un bel peso, per una sola schiena!

 

QUICKLY -

Lo capite anche voi. Eh, sď, un bel carico!

E alzarsi sempre presto la mattina,

e andare a letto sempre a tarda notte.

Ciononpertanto - e ve lo dico piano

in un orecchio, ché non vorrei proprio

che ne nascesse qualche chiacchiericcio -

il mio padrone Ź anch’egli innamorato

di Annetta Page; ma ciononpertanto

io so che cosa ha in mente la ragazza.

Non pende né per l’uno né per l’altro.

 

CAJUS -

(Alzandosi e consegnando a Simplicio una busta)

Ecco, scimmiotto, porta questa lettera

a don Ugo. ť una sfida, sacramento!

Gli taglierė la gola in mezzo al parco!

Gli insegno io a un babbuasso di prete

ad impicciarsi, a fare il faccendiere…

Puoi andartene adesso, fila via:

qui non hai piĚ motivo di restare.

Gli taglio tutti e due i cotiledoni,([63])

per Dio! Non gliene deve rimanere

nemmeno uno da gettare ai cani!

 

(Esce Simplicio)

 

QUICKLY -

Evvia, don Ugo, in fondo, quello lą

parla per un amico.

 

CAJUS -

Che significa?

Non siete voi a dirmi di continuo

che Anna Page Ź mia,

ch’ella Ź per me? L’ammazzo quel pretonzolo!

Sarą il mio Oste della “Giarrettiera”

a misurare l’armi…([64]) Eh, no, per Giuda,

Annetta Page io la voglio per me!

 

QUICKLY -

Ed Ź a voi che vuol bene la ragazza.

Ed andrą tutto bene. Alla buon’ora!([65])

Lasciamo pure chiacchierar la gente!

 

CAJUS -

Rugby, vieni alla Corte insieme a me.

(A Quickly)

Se non avrė Anna Page,

per Dio, vi butterė fuori di casa!

Andiamo, Rugby, stammi alle calcagna.

 

(Esce con Rugby)

 

QUICKLY -

“Se non avrė Anna Page…” Eh, testa d’asino!

No, lo so io quel ch’Anna ha per la testa.

Nessuna donna a Windsor

conosce piĚ di me quello ch’ha in testa

Anna, come nessuno piĚ di me

Ź capace, deograzia, di convincerla.

 

FENTON -

(Da fuori)

Ehi, c’Ź nessuno in casa?

 

QUICKLY -

(Affacciandosi alla finestra)

Chi Ź?… Avvicinatevi, vi prego.

 

FENTON -

(Entrando)

Ecco, son io. Come va, buona donna?

 

QUICKLY -

Tanto meglio se vostra signoria

si degna domandarmelo.

 

FENTON -

Che nuove?

Come sta la vezzosa miss Annetta?

 

QUICKLY -

Per vezzosa, signore, l’Ź davvero,

e virtuosa e gentile, e v’ha nel cuore;

posso dirvelo, visto che ci siete;

e di questo ne rendo lode al cielo.

 

FENTON -

Credete allora ch’io possa sperare?

Che non perderė il tempo a corteggiarla?

 

QUICKLY -

In quanto a questo, signore, in coscienza,

tutto Ź in mano ą Colui che sta lassĚ.

Per me, ciononpertanto, mastro Fenton,

sarei pronta a giurare sulla Bibbia

che siete voi che ella tiene in cuore.

Vossignoria non ha, per avventura,

una verruca qui, sopra la palpebra?

 

FENTON -

Ah, sď, ma che vuol dire?

 

QUICKLY -

Beh, sarebbe una storia troppo lunga…

Sapeste che tipetto Ź quell’Annetta!…

Ma in coscienza vi posso detestare([66])

che non c’Ź al mondo ragazza piĚ onesta.

Su quella vostra verruca, sapete,

siamo state a parlare per un’ora…

Ah, non mi farė mai tante risate

quante ne faccio in compagnia di lei…

anche se qualche volta Ź troppo incline

alla melagonia([67]) ed al sognare.([68])

Ma quanto a voi, beh, andateci sicuro.

 

FENTON -

Bene. La vedrė oggi. Toh, per te.

(Le dą del denaro, che ella prende)

Dille una parolina in mio favore.

E se avessi occasione di vederla

prima di me, salutala per me.

 

QUICKLY -

Se lo farė? Ma certo! Come no?

E la prossima volta, vostro onore,

che ci troviamo soli a tu per tu,

vi dirė bene di quella verruca

e di quant’altri le ronzano intorno.

 

FENTON -

Oh, sď, ma adesso ho fretta. Arrivederci.

 

QUICKLY -

Arrivederci, vostra signoria.

 

(Esce Fenton)

 

In coscienza, un onesto gentiluomo,

il giovanotto; ma Anna non l’ama;([69])

perch’io conosco come nessun altro

quello che Anna ha in testa… Ah, dannazione!

Per stare qui a pensare a tutto questo,

che diavolo avrė mai dimenticato?

 

(Esce)

 

 

ATTO SECONDO

 

 

SCENA I - Davanti alla casa di Page

 

Dalla porta della casa esce MEG PAGE, in cappello, scialle,

e con in mano una lettera

 

 

MEG -

Ma guarda un po’! Me la sarei scampata

dal ricevere lettere amorose

nell’etą verde della mia bellezza,

per cominciare a riceverne adesso?…

(Legge la lettera)

“Non domandatemi per qual ragione

“io v’amo; ché se Ź vero che l’Amore

“usa Ragione per suo puritano,([70])

“mai l’accettė come suo consigliere.

“Voi tanto giovane non siete piĚ,

“né lo sono piĚ io:

“ecco, allora, tra noi c’Ź simpatia.

“Voi siete allegra, cosď lo son io;

“ah, ah! cosď c’Ź ancor piĚ simpatia.

“Voi amate il buon vino, e cosď io;

“dove trovar migliore simpatia?

“Ti basti di sapere, Donna Page,

“se puė bastarti amore di soldato,

“ch’io t’amo. Non dirė: “Pietą di me!”:

“questa non Ź una frase da soldato.

“Ti dico invece: “Amami”, per me.

“tuo fedel servitore,

“mattino, sera e notte, a tutte l’ore

“sempre pronto a combattere per te,

“John Falstaff, cavaliere”.

Ma che razza di Erode di Giudea

Ź mai costui? Ah, mondo, mondo pravo!

Uno che per l’etą,

decrepito, se ne va tutto in pezzi,

mostrarsi come un giovane galletto!

Ma dico io, per l’anima del diavolo,

qual mio sconsiderato atteggiamento

puė mai aver potuto incoraggiare

un siffatto fiammingo ubriacone

a osare d’abbordarmi in questo modo?

M’avrą visto sď e no tre-quattro volte…

Che mai avrė potuto dirgli?

E sď che sono stata sempre parca

d’umore allegro, Dio m’Ź testimone!

Mi vien davvero voglia

di far che si presenti in Parlamento

una legge che detronizzi gli uomini.

Oh, Dio, sapere come vendicarmi!

Perché bisogna pure che lo faccia

con costui; questo Ź poco ma Ź sicuro,

com’Ź sicuro che la sua ventraia

Ź un indecente ammasso di budino!

 

Entra ALICE FORD

 

ALICE -

Signora Page! Credetemi,

stavo appunto venendo a casa vostra.

 

 

MEG -

Ed io, credetemi, signora Ford,

stavo venendo da voi… Ma che avete?

Non mi pare che vi sentiate bene.

 

 

ALICE -

Oh, no, tutt’atro, invece: sto benissimo.

Ho di che darvene dimostrazione.

 

 

MEG -

Eppure… Sarą forse un’impressione

ma non avete l’aria di star bene.

 

 

ALICE -

Ebbene, allora sď; per quanto, dico,

potrei mostrarvi che non Ź cosď.

Signora Page, consigliatemi voi.

 

 

MEG -

Di che si tratta, donna?

 

 

ALICE -

Ah, se sapeste!

Se non fosse per certo mio ritegno,

di quale titolo potrei fregiarmi!

 

 

MEG -

Appendeteli al muro i vostri scrupoli,

e prendetevi il titolo, mia cara.

Scrupoli a parte, ma di che si tratta?

 

 

ALICE -

Se m’acconciassi ad andare all’inferno

per un minuto o due d’eternitą,

mi potrei ritrovar cavalieressa.

 

 

MEG -

Scherzate! Alice Ford cavalieressa?

Questi cavalierati, al giorno d’oggi,

valgono sempre meno;

sicché con esso non alterereste

l’araldica della famiglia vostra.

 

 

ALICE -

Bruciamo il tempo a chiacchiere. Leggete,

leggete qui: apprendete il come e il quando

io potrei diventar cavalieressa.

(Le porge la lettera di Falstaff)

Fino a che avrė occhi per vedere,

diffiderė degli uomini panciuti…

Eppure, questo non trivialeggiava…

lodava la modestia nelle donne

e se ne criticava alcun difetto,

lo faceva con tal garbo e ritegno,

che avrei giurato sentisse di dentro

quel ch’esprimeva con le sue parole;

e invece tra parole e sentimento

c’Ź in lui lo stesso accordo

che c’Ź tra il libro dei salmi di David

e il ritornello di “Maniche verdi”.([71])

Qual tempesta di mare

avrą potuto mai scaraventare

fino ai lidi di Windsor

un cetaceo di quelle proporzioni,

con tonnellate d’olio nella pancia?

Come fare per fargliela pagare?

La via migliore sarebbe, mi pare,

quella di alimentar le sue speranze,

finché il selvaggio fuoco di libidine

non l’abbia sciolto nel suo stesso grasso.

Avete udito mai nulla di simile?

 

 

MEG -

(Confrontando la lettera di Alice con la sua)

Identiche. Diversi solo i nomi:

in questa Ford ed in quest’altra Page.

A vostro gran conforto,

ed a mostrarvi che non siete sola

ad aver, non si sa per qual mistero,

mala reputazione,([72]) ecco la lettera

gemella della vostra.

Ma sia pure la vostra a ereditare

per prima quel blasone,

perché la mia se ne guarderą bene.

Quello di queste lettere, scommetto,

ne avrą presso di sé pronte un migliaio,

col nome del destinatario in bianco;

e queste son seconda tiratura.

Perché le tira al torchio, Ź fuor di dubbio,

senza badare a ciė che mette sotto,

e ci vorrebbe mettere noi due.

Ma piuttosto un gigante vorrei essere,

e restar seppellita sotto il Pelio!([73])

ť piĚ facile al mondo

trovare mille tortore lascive

che un uomo casto.

 

 

ALICE -

(Esaminando le lettere)

Eh, sď, la stessa, identica.

Stessa calligrafia, stesse parole.

Per chi ci prende costui?

 

 

MEG -

Ah, non so.

Mi vien quasi di avermela a dispetto

con me stessa e la mia stessa onestą.

Voglio scrutarmi, analizzarmi tutta

quasi a conoscermi la prima volta;

ché, certo, non avesse egli notato

in me una certa quale propensione

di cui io stessa non son consapevole,

non si sarebbe spinto ad abbordarmi

con una tal furiosa sfrontatezza.

 

 

ALICE -

“Abbordare”, voi dite?

A bordo, a me non ci monta di certo:

sono piĚ che sicura

di saperlo lasciar sopra coperta:

 

 

MEG -

Ed io lo stesso. Se sol faccia tanto

da osar di penetrar nel boccaporto,

ch’io non possa mai piĚ prendere il mare!([74])

Diamogli la lezione che si merita.

Invitiamolo ad un appuntamento

fingendo di gradire la sua corte,

e meniamolo a lungo per il naso,

con ben architettate dilazioni,

fino a fargli impegnare anche i cavalli

a quel bravo Oste della “Giarrettiera”.

 

 

ALICE -

Ah, sono pronta ad agir contro costui

con ogni canagliata;

purché sia tale che non rechi macchia

alla nostra specchiata illibatezza.

Se mio marito, geloso com’Ź,

vedesse questa lettera,

ci troverebbe un’esca a non finire

alla sua gelosia!

 

 

MEG -

Ma, oh, guardate,

eccolo, sta venendo a questa parte

ed insieme con lui Ź mio marito.

Il quale, per fortuna, Ź sď lontano

dal minimo sentor di gelosia

com’io dal dargliene il minimo appiglio:

una distanza, spero, sconfinata.

 

 

ALICE -

Siete una donna fortunata, voi.

 

 

ALICE -

Ma vediamo di combinare insieme

qualcosa pel panciuto cavaliere.

 

(Si ritirano in fondo)

 

Entrano FORD, PAGE, PISTOLA e NYM

 

 

FORD -

(A Pistola)

Beh, spero proprio che non sia cosď.

 

 

PISTOLA -

La speranza, signore, in certe cose

Ź un cane senza coda([75]): sir John Falstaff

concupisce tua moglie.

 

 

FORD -

Bah, mia moglie

non Ź una giovincella nata ieri.

 

 

PISTOLA -

Ma lui le insidie tutte, grandi e piccole,

povere e ricche, giovani e mature,

una per l’altra, indifferentemente:

tutte gli piacciono, insalata mista,

caro Ford, riflettete…

 

 

FORD -

Amar mia moglie, lui?

 

 

PISTOLA -

E con che fegato!

Continuamente in stato di bollore.

Rifletteteci bene; o andrete in giro

come quel celebre mastro Atteone

col suo bravo Medoro alle calcagna.([76])

Ah, che parola odiosa!

 

 

FORD -

Che parola?

 

 

PISTOLA -

Le corna, dico… Addio. Statevi bene.

Ma attenzione, tenete l’occhio vigile,

perché i ladri lavorano di notte.

Attento a voi, ché prima dell’estate

i cuculi cominciano a cantare.([77])

(A Nym)

Andiamo, caporale.

(A Page, indicando Nym)

Dategli retta, Page; parla sensato.

 

 

FORD -

(Tra sé)

Pazienterė. Voglio vederci chiaro.

 

 

NYM -

(A Page, seguitando il discorso di Pistola)

… e quello che vi dico Ź veritą.

L’umor bugiardo non m’Ź mai piaciuto.([78])

Sir John m’ha fatto girare il pallino:

voleva che recassi a vostra moglie

una delle sue lettere umorose.

Ma io son uomo con la spada al fianco,

e so pure adoprarla, all’occorrenza.

Vagheggia vostra moglie. E questo Ź quanto.

Il nome mio Ź caporale Nym;

io parlo e garantisco. ť veritą.

Io son caporal Nym,

e Falstaff concupisce vostra moglie.

Vi saluto. L’odor di pan-di cĚculo

non mi piace, Ź qui c’Ź. Statevi bene.

 

(Esce)

 

 

PAGE -

“L’odor di pan-di-cĚculo”… Che bravo!

Ecco un messere che sa usar l’inglese

come si deve!([79])

 

 

FORD -

(Sempre tra sé)

Terrė d’occhio Falstaff.

 

 

PAGE -

(Tra sé)

Mai sentito un furfante sď ciarliero,

un cosď petulante manigoldo…

 

 

FORD -

(c.s.)

… E se scopro qualcosa… Beh, vedremo.

 

 

PAGE -

(c.s.)

… Né sarė certo io tanto citrullo

da prestar fede a un tale ciarlatano,([80])

venisse pure il prete del paese

a garantirmelo per galantuomo.

 

 

FORD -

(c.s.)

… M’Ź sembrato un brav’uomo…

Beh, staremo a vedere.

 

MEG e ALICE nel frattempo si sono fatte avanti

e hanno sentito tutto

 

 

PAGE -

(Vedendo sua moglie)

Oh, Meg, tu qui?

 

 

MEG -

Dove vai, Giorgio? Senti, ho da parlarti.

 

(Si appartano)

 

 

ALICE -

(Avvicinandosi al marito)

Oh, mio caro, perché cosď imbronciato?

 

 

FORD -

Io imbronciato? Affatto!… Va’, va’ a casa.

 

(Le volge le spalle)

 

 

ALICE -

Eh, tu hai qualche grillo per la testa.

(A Meg che s’Ź allontanata col marito)

Signora Page, beh, vogliamo andare?

 

 

MEG -

Vengo.

(Al marito)

Giorgio, t’aspetto per il pranzo.

 

Entra dal fondo QUICKLY

 

Oh, guardate chi viene!

Costei ci potrą far da messaggera

col nostro cavaliere da strapazzo.

 

 

ALICE -

Pensavo anch’io a lei, lo credereste?

ť proprio la persona che fa al caso.

 

 

MEG -

(A Quickly che si Ź intanto avvicinata)

Venite a visitar mia figlia Annetta?

 

 

QUICKLY -

Infatti. Come sta la vostra Annina?

 

 

MEG -

Entrate insieme a noi e la vedrete.

Con voi abbiamo poi da dir qualcosa:

una chiacchieratina di un’oretta.

 

(Le tre donne entrano in casa Page)

 

 

PAGE -

E cosď, mastro Ford?

 

 

FORD -

Avete udito

quello che raccontava quel furfante?

 

 

PAGE -

E voi avete udito

quello che mi diceva il suo compagno?

 

 

FORD -

Li credete sinceri?

 

 

PAGE -

S’impiccassero, pezzi di canaglie!

Son lontano dal credere

che il cavaliere giunga fino a tanto.

Dopo tutto, chi sono questi due

che l’accusan d’avere certe mire

verso le nostre mogli?

Due suoi servi, da lui messi alla porta,

autentici furfanti ciarlatani,

ora che si ritrovan senza impiego.

 

 

FORD -

Eran suoi servitori?

 

 

PAGE -

Eh, gią, perdio!

 

 

FORD -

Non Ź che ciė mi renda meno ingrata

tutta questa faccenda. Niente affatto!

E lui dove abita, alla “Giarrettiera”?

 

 

PAGE -

Infatti, proprio lą.

Io, se dovesse avere per la testa

di far vela alla volta di mia moglie,([81])

gliela spedisco incontro a vele sciolte;

ma se riesce ad ottener da lei

piĚ di qualche sonora rispostaccia,

sono pronto a portarmene sul capo

tutte le piĚ vistose conseguenze.([82])

 

 

FORD -

Io, non Ź che sospetti di mia moglie,

ma creare io stesso l’occasione

per farli stare insieme loro due,

mi ripugna soltanto a immaginarlo.

Fidarsi Ź bene e non fidarsi Ź meglio.

E l’idea di portarmi sulla testa

quella robaccia, proprio non mi piace.

L’affare non mi tranquillizza affatto.

 

Entra l’OSTE della “Giarrettiera”, dietro di lui,

arrancando, STANGHETTA

 

 

PAGE -

Eccolo qua, sempre gaio e gioviale,

il nostro Oste della “Giarrettiera”!

Per essere cosď di buona vena

o deve avere del liquore in testa

o danaro abbondante nella borsa.

Salve, il mio caro Oste? Come va?

 

 

OSTE -

Salute, bell’arnese e gran signore!

(Volgendosi indietro a Stanghetta)

Arranca, arranca, cavaliero giudice!([83])

 

 

STANGHETTA -

(Trafelato)

Arrivo, arrivo!… Oh, caro mastro Page,

mille volte buongiorno!… Mastro Page,

non v’andrebbe d’accompagnarvi a noi?

Abbiamo per le mani un certo spasso…

 

 

OSTE -

Diglielo pure, cavaliero giudice,

digli di che si tratta, bricconcello.

 

 

STANGHETTA -

Ecco, signore: ci sarą un duello

tra il reverendo gallese, don Ugo,

e il medico francese, dottor Cajus.

 

 

FORD -

Oste, mio caro, prego, una parola…

 

 

OSTE -

Che c’Ź, mio pacioccone? Dimmi tutto.

 

(Si appartano parlando)

 

 

STANGHETTA -

(A Page)

Non venite con noi

ad assistere a quello che succede?

Questo burlone d’Oste

ha misurato gią le loro spade

e ha dato loro convegno, ho saputo,

in due luoghi diversi. Perché il parroco,

come ho sentito, Ź uno che non scherza.

Vi spiegherė la burla, in che consiste.

 

(Si appartano discorrendo)

 

 

OSTE -

(Venendo avanti con Ford)

Forse che avresti a muovermi lagnanza

contro il mio cavaliere, mio cliente?

 

 

FORD -

No, nessuna lagnanza.

Ma sono disposto a darvi per compenso

un barile di vin secco di Spagna,

se me lo fate incontrare a quattr’occhi

presentandomi, sol cosď, per gioco,

come Ruscello.([84])

 

 

OSTE -

Qua la mano, bello;

avrai flusso e riflusso - dico bene? -

e il tuo nome sarą messer Ruscello.

Vedrai che buontempone, il cavaliere!

(Agli altri)

Allora, “mijn’ heers”,([85]) vogliamo andare?

 

 

STANGHETTA -

Siamo tutti con voi, Oste mio caro!

 

 

PAGE -

Il Francese, da quanto ne ho sentito,

tira bene di spada.

 

 

STANGHETTA -

Boh, ai miei tempi,

avrei saputo mostrarvi di meglio!

Oggi fan tante storie: la distanza,

la stoccata, la finta, e che so io…

Fegato, mastro Page, ci vuole fegato!

(Esibendosi in alcuni passi di scherma)

E zzą, e zzą!… Ho visto anch’io il tempo

quando col mio spadone prolungato

avrei fatto scappare come sorci

anche quattro cristiani grandi e grossi.

 

 

OSTE -

Suvvia, ragazzi, ci vogliamo muovere?

 

 

PAGE -

Andiamo, sď; per quanto, pel mio gusto,

avrei voluto piuttosto vederli

che litigassero solo a parole,

invece di cercar di sbudellarsi.

 

(Escono l’Oste, Page e Stanghetta)

 

 

FORD -

Il caro mastro Page ha un bel mostrarsi

sď goffamente certo di sua moglie

e fidarsi con tanta sicurezza

della fragilitą di lei; per me,

io non mi metto tanto facilmente,

l’animo in pace. Lei s’Ź gią trovata

insieme a lui nella casa di Page,

e che cosa abbian fatto, non lo so.

Ci voglio andare a fondo e veder chiaro.

Intanto voglio scandagliare Falstaff

presentandomi sotto falso nome.

Se scopro ch’ella Ź onesta, tanto meglio;

non sarą stata fatica sprecata.

Se poi dovesse essere altrimenti,

sarą stata fatica bene spesa.

 

(Esce)

 

 

 

 

 

SCENA II - La locanda della “Giarrettiera”

 

Entrano FALSTAFF e PISTOLA

 

FALSTAFF -

Niente, nemmeno un soldo!

 

PISTOLA -

Vi renderė la somma un po’ per volta.

 

FALSTAFF -

Nemmeno un soldo, ho detto. Parlo turco?([86])

 

PISTOLA -

“E allora per me il mondo

“non sarą piĚ che un’ostrica

“da aprire a fil di spada.”

 

FALSTAFF -

Nemmeno un soldo! T’ho gią consentito,

messere, d’impiegare la mia firma

come malleveria per i tuoi debiti.

Tre volte ho scomodato i miei amici

per far sospendere una condanna

a te e al degno tuo compare Nym,

ché altrimenti a quest’ora

vi avrei ben visto in gabbia tutt’e due,

dietro le sbarre come due babbuini.

E finirė all’inferno, certamente,

per aver dichiarato, a giuramento,

ch’eravate due ottimi soldati,

due giovani davvero coraggiosi;

e quando Ź stato che a Donna Brigitta

Ź sparito il ventaglio,

ho dovuto giurare sul mio onore

che a rubarlo non era stato lui.

(Indica Pistola)

 

PISTOLA -

Ne toccaste anche voi la vostra parte:

quindici pence, se non sbaglio; o no?

 

FALSTAFF -

Ragiona, miserabile, ragiona!

Che pretendevi, che arrischiassi l’anima

per la tua bella faccia?…

Insomma, a farla corta tra noi due,

non starmi piĚ incollato alle calcagna:

io non son forca per te; troppo lusso.([87])

A te ci vuole solo un coltelluccio,

e un po’ di gente intorno.

Va’, torna al tuo maniero di Pitch-hatch!([88])

Non hai voluto recar la mia lettera,

eh, furfante?… Ne andava del tuo onore!

O sconfinato abisso di bassezza!

Se ci riesco io, a mala pena,

a mantenere in rigorosi termini

l’onore mio,([89]) sď, io, che qualche volta,

mettendo a parte il mio timor di Dio

e sforzandomi di celar l’onore

sotto il velo della necessitą

m’adatto a deviare, ad aggrapparmi,

ad abbassarmi; e tu, pretenderesti,

pezzo di malcreato farabutto,

nascondere la tua cenciositą,

le tue occhiate da gatto selvatico,

il tuo parlar da bettola,

le tue imprecazioni da screanzato

sotto il comodo usbergo dell’onore!

 

PISTOLA -

(Rinfoderando la spada)

Mi pento… Che volete piĚ da un uomo?

 

Rientra ROBIN

 

ROBIN -

Signore, qui di fuori c’Ź una donna

che chiede di parlarvi.

 

FALSTAFF -

Venga avanti.

 

Entra QUICKLY

 

QUICKLY -

Felice giorno a vostra signoria.

 

FALSTAFF -

Buongiorno, bella sposa.

 

QUICKLY -

Sposa no,

se cosď piaccia a vostra signoria.

 

FALSTAFF -

Bella vergine, allora.

 

QUICKLY -

Ah, questo sď,

posso giurarlo: com’era mia madre

la prima ora ch’io fui concepita.

 

FALSTAFF -

Credo al tuo giuramento. Che vuoi dirmi?

 

QUICKLY -

Ecco, posso far grazia([90])a vostro onore

d’una parola o due?

 

FALSTAFF -

Anche duemila,

e io ti farė grazia di ascoltarle,

bellezza mia!

 

QUICKLY -

Ebbene, mio signore,

c’Ź una certa signora Ford… ma prego,

fatevi piĚ vicino… ecco, cosď.

Io abito con mastro dottor Cajus.

 

FALSTAFF -

Bene, dicevi la signora Ford…

 

QUICKLY -

(Sempre guardinga)

Eh, sď, giustissimo, vossignoria…

Ma di grazia, vossignoria, vi prego,

da questa parte…

 

FALSTAFF -

Ma rassicuratevi!

Non vi sente nessuno, garantisco…

tutta gente di casa, gente mia.

 

QUICKLY -

Ah, davvero? Che Dio li benedica,

e li faccia suoi servi!

 

FALSTAFF -

Vieni al dunque.

Dunque, dicevi, la signora Ford…

 

QUICKLY -

Che perla di creatura, signoria!

Dio Signore, che grande seduttore

Ź vostra signoria! Dio vi perdoni,

a voi e tutti noi, e cosď sia!

 

FALSTAFF -

Ebbene, la signora Ford?… Avanti.

 

QUICKLY -

Ebbene, questo Ź tutto, il tanto e il quanto:

l’avete messa in tale agitazione([91])

da credere davvero ad un miracolo.

Il piĚ bello e galante cortigiano

di quanti se ne vedano qui a Windsor

quando vi siede la corte al completo

non sarebbe, parola, mai riuscito

a metterla in tanta agitazione.

E sď che ce ne son di cavalieri,

e gran signori, e fior di gentiluomini,

coi loro cocchi, un tiro dopo l’altro,

parola mia; e lettere su lettere,

doni su doni… fragranti di muschio

e fruscianti cosď di seta e d’oro,

ve l’assicuro; e tutti un bel parlare,

con accenti preziosi, ricercati;

e un tal contorno di vini e di zuccheri

di cosď raffinata squisitezza

da conquistare il cuore di ogni donna…

Eppure, v’assicuro, mai nessuno

Ź riuscito ad ottener da lei

che dico, un’occhiatina anche fugace…

Ancora stamattina uno di loro

m’ha regalato venti angeli d’oro;([92])

ma io degli angeli di quella specie,

come li chiamano, non faccio conto

se non in via d’innocente onestą.

Ma nemmeno il piĚ splendido dei tanti

Ź mai riuscito a ch’ella, v’assicuro,

accostasse le labbra alla sua coppa.

E sď, che tra loro c’eran conti

e, per di piĚ, della guardia del re.([93])

Ma con lei, garantisco, tutto inutile!

 

FALSTAFF -

E a me che manda a dire per tuo mezzo?

Brevemente, mio buon Mercurio in gonna.([94])

 

QUICKLY -

Che ha ricevuto la vostra missiva

e ve ne rende mille volte grazie,

e poi vi fa sapere che il marito

sarą fuori di casa domattina

dalle dieci alle undici.

 

FALSTAFF -

Dalle dieci alle undici. Va bene.

 

QUICKLY -

Per quell’ora potrete andar da lei,

a veder quel dipinto che sapete.

Mastro Ford, il marito, sarą assente.

Ah, che vita d’inferno con quell’uomo,

povera donna!… Perché Ź gelosissimo,

e le fa vivere, povero cuore,

un’esistenza davvero angosciosa.

 

FALSTAFF -

Dalle dieci alle undici, domani…

Donna, portale intanto il mio saluto,

e rassicurala: non mancherė.

 

QUICKLY -

Ah, dite bene. Ma ho qui con me

altro messaggio per vossignoria.

Madama Page vi manda per mio mezzo

anche lei i saluti piĚ cordiali:

e, fatevelo dire in un orecchio,

Ź una moglie cosď bene educata,

e modesta, e virtuosa che, vi dico,

mai tralascia di dir le sue preghiere

al mattino e alla sera,

come non ce n’Ź un’altra in tutta Windsor.

Ella fa dire a vostra signoria

che suo marito assai difficilmente

resta assente da casa,

ma spera di saper coglier per voi

la propizia occasione…

Ah, signore, non ho mai visto donna

cosď infanatichita per un uomo!…

Ma che diavolo avete addosso, voi,

per stregarle cosď, un qualche filtro?

 

FALSTAFF -

No, questo proprio no, te l’assicuro.

A parte, forse, una certa attrazione

per le mie belle doti personali,

non posseggo altro fascino di sorta…

 

QUICKLY -

Che Dio ve le conservi.

 

FALSTAFF -

Dimmi un po’:

non sarą mica che le due signore

si siano confidate l’una all’altra

di questa loro passione per me?

 

QUICKLY -

Ma volete scherzare, cavaliere?

Non sono cosď sciocche, almeno spero.

Sarebbe un trucco da nulla, sarebbe!

Piuttosto, ecco: la signora Page,

vorrebbe tanto, per tutti gli amori,

che le mandaste quel vostro paggetto;

suo marito ha una tal grande infezione([95])

per quel ragazzo, e, sulla mia parola,

mastro Page Ź una gran brava persona;

non c’Ź donna sposata in tutta Windsor

che conduca miglior vita di lei:

fa quel che vuole, dice quel che vuole,

si compra tutto quello che desidera,

pagando tutto lei; se ne va a letto

e si leva nell’ora a lei piĚ comoda,

fa tutto a modo suo. E se lo merita,

perché non c’Ź una donna in tutta Windsor

che sia di lei piĚ amabile e simpatica.

Le dovete mandare quel paggetto,

non c’Ź che fare.

 

FALSTAFF -

Glielo manderė.

 

QUICKLY -

Subito, allora; anche perché, vedete,

lui vi potrebbe far da messaggero,

ed andare e venire fra voi due…

Perė datevi un codice segreto,

sď da potervi intendere fra voi

senza che quel ragazzo lo capisca…

ť meglio che i ragazzi

certe cose non abbiano a conoscerle;

per noi adulti la cosa Ź diversa:

noi siamo piĚ discreti,

conosciamo, come suol dirsi, il mondo.

 

FALSTAFF -

Va’ ora, addio, salutamele entrambe.

Questa Ź la borsa mia, tutta per te;

te ne resto comunque debitore.

Robin, ragazzo, va’ con questa donna.

 

(Escono Quickly e Robin)

 

Queste notizie, tutte in una volta,

mi fan girar la testa…

 

PISTOLA -

(A parte)

Quella vecchia paranza([96])

Ź uno dei corrieri di Cupido.

PiĚ vele al vento! Avanti, su, inseguiamola!

Apprestatevi ai pezzi! Fate fuoco!

ť la mia preda, quella. O la catturo,

o l’oceano c’inghiotta tutti quanti!

 

(Esce)

 

FALSTAFF -

E non l’avevi detto, vecchio John?

Animo, avanti! Va’ per la tua via!

Questo tuo vecchio corpo

puė procurarti ancor qualche dolcezza.

Avran le donne ancora occhio per te?

Dovrai tu, dopo avere scialacquato

tanto denaro, goderne ora i frutti?

Buon corpaccione mio, io ti ringrazio!

Lascia che dicano che sei mal fatto:

se riesci a piacere, che t’importa?

 

Entra BARDOLFO con un bicchiere di vino

 

BARDOLFO -

Sir John, c’Ź fuori tal mastro Ruscello

che sarebbe felice di parlarvi

e di fare la vostra conoscenza;

ed ha mandato a vostra signoria,

per la vostra bevuta mattutina,

un barile di questo vin di Spagna.

 

FALSTAFF -

Ruscello Ź il nome, hai detto?

 

BARDOLFO -

Sď, signore.

 

FALSTAFF -

Fallo entrare.

(Prende il bicchiere dalla mano di Bardolfo e beve)

Ruscelli come questo,

che rovesciano un simile liquore

son sempre benvenuti a casa mia.

 

(Esce Bardolfo)

 

Ah, ah! Madama Ford, madama Page,

v’ho nel mio cerchio, eh?… Andiamo, via!

 

Rientra BARDOLFO con FORD travestito da signor RUSCELLO

 

FORD -

Dio v’assista, signore.

 

FALSTAFF -

E cosď a voi. Volevate parlarmi?

 

FORD -

Vi sarė forse apparso troppo ardito

a presentarmi a voi, cosď, inatteso…

 

FALSTAFF -

Figuratevi! Siete il benvenuto.

Dite piuttosto in che posso servirvi.

(A Bardolfo)

Taverniere, lasciaci soli, prego.

 

(Esce Bardolfo)

 

FORD -

Signore, in me vedete un gentiluomo

che molto ha sperperato in vita sua.

Il mio nome Ź Ruscello.

 

FALSTAFF -

Avrė piacere di meglio conoscervi,

caro signor Ruscello… Accomodatevi,

 

FORD -

Questo Ź anche il mio grande desiderio,

caro sir John. Non vengo per quattrini,

perché, convien che ve lo dica subito,

stimo d’essere in grado di prestarne

piĚ di quanto voi stesso non possiate:

ed Ź questo che m’ha, in un certo verso,

incoraggiato in ora sď importuna

a far questa incursione in casa vostra:

perché, come si dice,

quando Ź il denaro a far da battistrada,

s’apron tutte le strade.

 

FALSTAFF -

Sacrosanto.

L’oro Ź un gran capitano

che marcia sempre in testa, signor mio.

 

FORD -

Ed io n’ho qui tutto un sacchetto pieno,

per veritą, che mi fa un certo ingombro.

Se voleste aiutarmi a liberarmene,

sir John… Prendetene pure metą,

o tutto, ch’io ne resti alleggerito.

 

FALSTAFF -

Non so proprio, signore, per qual merito

io debba farvi da portatesoro.

 

FORD -

Ve lo dirė, se mi darete ascolto.

 

FALSTAFF -

Dite pure, caro signor Ruscello,

sarė lieto di rendervi servizio.

 

FORD -

Sento dire, signore, (sarė breve),

di voi, che siete uomo di cultura,

e vi conosco di fama da tempo,

anche se m’Ź mancato sempre il modo,

per quanto ne sentissi il desiderio,

di far con voi conoscenza diretta.

Vi debbo confessare ora una cosa

nella quale in gran parte s’appalesa

la mia manchevolezza. Ma, sir John,

se aprendo un occhio sulle mie follie

farete di tener l’altro occhio aperto

sul libro delle vostre,

piĚ facilmente vi riuscirą

di passar sopra e indulgere alle mie,

sapendo quanto Ź facile caderci.

 

FALSTAFF -

Benissimo, signore. Proseguite.

 

FORD -

C’Ź qui in cittą una certa gentildonna…

Ford Ź il cognome del marito.

 

FALSTAFF -

Bene.

 

FORD -

Da anni io la corteggio.

E v’assicuro che, tra un dono e l’altro,

m’Ź costata finora una fortuna.

L’ho seguita con un’assiduitą

quasi febbrile, in cerca d’ogni mezzo

per incontrarla, non badando a spese,

cogliendo la pur minima occasione

di poterla veder per pochi istanti;

ho comprato regali a non finire

non solo a lei, ma ho dato largamente

anche a chi mi potesse solo dire

che cosa le riuscisse piĚ gradito.

In breve, l’ho inseguita com’io stesso

ero inseguito dall’amor per lei;

ma, per quanto m’avesse agli occhi suoi

meritato, se non la mia passione,

almeno la mia prodigalitą,

non son riuscito a cavarne nient’altro

se non apprendere, a tutte mie spese,

che l’esperienza Ź un prezioso gioiello,

ma che a me Ź costata un prezzo enorme

e m’ha insegnato a ripeter l’adagio:

“Come ombra amore fugge,

“se vero amor l’insegue;

“insegue chi lo fugge,

“e fugge chi lo insegue”.

 

FALSTAFF -

E non aveste mai, da parte sua,

promessa alcuna di soddisfazione

delle vostre attenzioni?

 

FORD -

Mai, nessuna.

 

FALSTAFF -

E non l’avete mai sollecitata

personalmente a questo fine?

 

FORD -

Mai.

 

FALSTAFF -

Ma che razza d’amore Ź allora il vostro?

 

FORD -

Esso Ź come una casa, molto bella,

ma fabbricata su terreno altrui.

Sicché ho perduto tutto il costruito

per essermi sbagliato dove erigerlo.

 

FALSTAFF -

E a che scopo venite a confessarmelo?

 

FORD -

Quando ve l’avrė detto,

v’avrė detto il perché io sono qui…

A sentir quel che dicono di lei,

mentre con me si mostra sď ritrosa,

cogli altri Ź cosď allegra ed espansiva

da dar motivo e voce a qualche chiacchiera.

Ecco, dunque, sir John,

qual Ź il cuore del mio proponimento:

voi siete un gentiluomo,

d’eccellente lignaggio,

di ammirevoli doti discorsive

e di grande entratura presso il prossimo

pel vostro rango e la vostra persona;

godete di prestigio universale

per l’alte vostre virtĚ di guerriero,

di cortigiano e di uomo di lettere.

 

FALSTAFF -

Oh, signore…

 

FORD -

No, no, dovete credermi.

E, del resto, voi stesso lo sapete.

(Pone sul tavolo la borsa)

Ecco il danaro: spendetelo pure,

dispensatene a vostro piacimento,

e anche piĚ, tutto quello che ho.

Vi chiedo, in cambio, un po’ del vostro tempo:

quanto vi basti ad assediar d’amore

l’onestą della moglie di quel Ford.

Adoperate tutte le risorse

dell’arte vostra di gran seduttore

fino alla conclusiva sua conquista.

Se esiste un uomo al mondo

che sia capace di arrivare a tanto,

e in minor tempo di chiunque altro,

quell’uomo siete voi.

 

FALSTAFF -

Gią, ma mi chiedo come una passione

cosď veemente come quella vostra

possa trar giovamento per se stessa

dal fatto ch’io conquisti per me stesso

quanto desiderate voi per voi.

 

FORD -

Cercate di comprendere il mio piano:

ella si sta rinchiusa

nella fortezza della sua virtĚ

con tanta sicurezza

che non osa, la folle anima mia,

di presentarsi a lei, di starle a fronte;

come fosse una luce troppo vivida

perch’io la possa riguardare in viso.

Ma se potessi presentarmi a lei

con qualche dato sicuro alla mano,

ecco che allora il desiderio mio

avrebbe in suo favore un precedente

da poter invocare in faccia a lei.

Potrei in tal modo trascinarla fuori

dal fortilizio della sua virtĚ,

della sua fama di donna illibata

fedele ai maritali giuramenti,

e fuor dagli altri mille baluardi

che ancora s’ergon, troppo troppo saldi,

di fronte ai miei assalti… Che ne dite?

 

FALSTAFF -

(Prendendo dal tavolo la borsa)

Signor Ruscello, come prima cosa,

accetto, senza tante cerimonie,

questo vostro denaro;

seconda, datemi la vostra mano;

(Gli stringe la destra)

terza, parola mia di gentiluomo,

voi, la moglie di Ford,

ve la godrete a vostro piacimento.

 

FORD -

Oh, signore!…

 

FALSTAFF -

Ve la godrete, ho detto!

 

FORD -

Sir John, allora non badate a spese.

Avrete tutti i soldi che vorrete.

A profusione.

 

FALSTAFF -

E voi a profusione,

signor Ruscello, la moglie di Ford.

Sarė appunto da lei - posso ben dirvelo -

tra poco, per suo stesso appuntamento.

Poc’anzi, prima che arrivaste voi,

prendeva appunto congedo da me

una sua cameriera, una mezzana.

Vi dico che mi troverė con lei

dalle dieci alle undici: a quell’ora

quel geloso babbeo di suo marito

non si troverą in casa.

Voi fatevi vedere questa sera,

e saprete che cosa ho combinato.

 

FORD -

Ah, che fortuna avervi conosciuto!

Ma quel Ford, signoria, lo conoscete?

 

FALSTAFF -

Al diavolo quel povero cornuto!

Non lo conosco; ma gli faccio torto

a dirlo “povero”, ché, come ho inteso,

quello scornacchiatissimo geloso

ha quattrini a palate: ed Ź per questo

che sua moglie m’appare cosď bella.

Ed io la vorrė usare

come la chiave della cassaforte

di quello scornacchiato beccacione;

farė di lei il mio pingue granaio.

 

FORD -

Mi piacerebbe tuttavia, signore,

che voi lo conosceste di persona

quel Ford, non fosse che per evitarlo

qualora lo incontraste.

 

FALSTAFF -

Che s’impicchi

quel vil mercante di burro salato!

Mi basterą gettargli gli occhi addosso

per vedermelo innanzi annichilito;

sono capace di ridurlo un pizzico

solo a rotargli in testa, tra le corna,

il mio bastone, come una girandola.

Mastro Ruscello, tieni per sicuro

ch’io renderė mansueto quel villano,

e che ti porterai sua moglie a letto.

Passa da me prima che faccia notte.

Quel Ford Ź gią un ruffiano

ed io voglio promuoverlo di grado:

cosď che tu potrai considerarlo,

mastro Ruscello, ruffiano e cornuto.

A stasera da me, sull’imbrunire.

 

(Esce con la borsa)

 

FORD -

Qual dannato cialtrone epicureo

Ź mai costui!… M’ha versato in corpo

tanta rabbia, che sento il cuore gonfio,

quasi a scoppiare! E mi vengano a dire

ora che Ź vana gelosia la mia!

ť stata lei a mandarlo a chiamare,

lei a fissare l’ora del convegno,

tutto concluso… Chi l’avrebbe detto!

Ah, l’inferno d’avere al proprio fianco

una moglie infedele!… Ora il mio letto

sarą insozzato, i miei scrigni vuotati,

lacerata la mia reputazione…

Ed io dovrė non soltanto subire

un sď infamante torto,

ma mi dovrė sentire ricoperto

dei piĚ obbrobriosi ed insultanti epiteti

proprio da chi m’infligge questo torto!

E che razza di nomi, parolacce!…

Mammone suona bene;

BelzebĚ, e Lucifero del pari;

e son nomi di diavoli d’inferno.

Ma “becco”, ma “cornuto”, sď, “cornuto”

nemmeno il diavolo ci ha tali nomi!

Page Ź un asino a star cosď sicuro!

Lui ha cieca fiducia nella moglie!

Guai a parlargli d’essere geloso!

Per conto mio, al contrario di lui,

affiderei piuttosto ad un Fiammingo

il mio burro([97]), il mio cacio ad un Gallese,([98])

la fiasca d’acquavite a un Irlandese,([99])

il mio cavallo da portare a spasso

ad un ladrone, che lasciar mia moglie

affidata a se stessa. Quella lą

sotto sotto rimugina, complotta,

trama; perché le donne

quello che frulla loro per la testa

potete star sicuri che lo fanno,

a costo di rimetterci le penne…

E lode a Dio per la mia gelosia!

Alle undici ha detto… Son deciso:

li preverrė, sorprenderė mia moglie,

darė una buona lezione a quel Falstaff,

e riderė sul muso a mastro Page.

Subito! Via! Meglio tre ore prima

che un sol minuto dopo… Ah, vituperio!

“Becco”! “Cornuto”! “Becco”!… Maledetti!

 

(Esce precipitosamente)

 

 

 

 

SCENA III - Aperta campagna presso Windsor

 

Il dottor CAJUS e RUGBY passeggiano su e giĚ,

come in attesa di qualcuno

 

CAJUS -

Rugby!

 

RUGBY -

Padrone?

 

CAJUS -

Che ora s’Ź fatta?([100])

 

RUGBY -

ť gią passata l’ora che don Ugo

doveva stare qui, come promesso.

 

CAJUS -

Bon pour lui!([101]) Si ha salvato la sua vita

a non fenire! Deve avere precato

sulla sua Bibbia, a non venire qui;

ché se fosse venuto,

a quest’ora sarebbe gią spasciato!

 

RUGBY -

ť furbo: sa che vostra signoria

l’avrebbe ucciso, se fosse venuto.

 

CAJUS -

Parbleu, una salacca affumicata

non Ź cosď stramorta, se lo vedo!

Johnny, impugna la spada,

ti fo veder come si fa ad ucciderlo.

 

RUGBY -

AhimŹ, signore, io non so tirare.

 

CAJUS -

Prendi la spada, ho detto, marmottone!

 

(Rugby estrae timidamente il suo spadino, ma lo rinfodera vedendo arrivare l’OSTE con ZUCCA, STANGHETTA e PAGE)

 

OSTE -

(A Cajus)

Dio ti salvi, dottore riverito!

 

ZUCCA -

(c.s.)

Dio ti protegga, mastro dottor Cajus!

 

PAGE -

(c.s.)

Caro mastro dottore!

 

STANGHETTA -

(c.s.)

Buongiorno a voi, signore.

 

CAJUS -

Eh, quanta gente!

Un, due, tre, quattro… Che venite a fare?

 

OSTE -

A vederti duellare, dottor Cajus.

A veder come tiri di fioretto,

a veder come giostri sul terreno,

una mossa di qua, una di lą,

ad ammirare la tua cavazione,

la tua stoccata di terza e di quarta,

il tuo prender distanza, i tuoi affondi,

ť morto il mio Etiope?([102])

ť morto il mio Francisco?([103])

Che dice il mio Esculapio?

Che dice il mio Galeno?([104])

Che dice il mio midollo di sambuco?([105])

ť morta la mia dolce tentazione?([106])

 

 

CAJUS -

Parbleu, Ź il prete piĚ villiacco al mondo,

quello; non ha la faccia di mostrarsi.

 

OSTE -

Il fatto Ź che tu sei, ragazzo mio,

il Sovrano Urinale delle Muse,([107])

un Ettore di Grecia, appetto a lui!

 

CAJUS -

Di grazia, voi mi siete testimoni

che siamo stati qui in sei o sette

ad aspettarlo per due o tre ore,

e non s’Ź presentato.

 

ZUCCA -

ť uomo saggio, lui, mastro dottore;

voi siete medico, e curate i corpi,

egli cura le anime;

se vi battete, andate a contropelo

ciascuno della propria professione.

Non Ź cosď? Che dite, mastro Page?

 

PAGE -

Siete stato anche voi, ai vostri tempi,

un grande spadaccino, mastro Zucca,

prima d’essere giudice di pace.

 

ZUCCA -

Eh, sď, Corpo di Cristo!, mastro Page,

vecchio e uomo di pace come sono,

basta che veda una spada snudata,

subito sento prudermi le dita…

S’ha un bell’essere giudici di pace,

dottori, preti e quant’altro volete:

un po’ di sale c’Ź rimasto sempre

degli anni della nostra giovinezza:

siamo figli di donna, mastro Page.

 

PAGE -

Parole sacrosante, mastro Zucca!

 

ZUCCA -

E cosď sarą sempre, mastro Page.

(A Cajus)

Mastro dottore, son venuto qui

a prendervi per ricondurvi a casa.

Non per niente son giudice di pace.([108])

Vi siete stato sempre un saggio medico,

e don Ugo s’Ź sempre dimostrato

un saggio e tollerante uomo di chiesa.

Ora dovete venire via con me,

mastro dottore.

 

OSTE -

Pardon, signor Giudice.

(Al dottor Cajus)

Una parola, monsieur Acquaminta.([109])

 

CAJUS -

“Acquaminta”?… Che Ź?

 

OSTE -

“Acquaminta”, nel nostro buon volgare

significa “valore”, cocco mio.

 

CAJUS -

Parbleu, allora ho io tanta acquaminta

quanto l’Inglese cagnaccio d’un prete!

Parola mia, gli mozzerė le orecchie!

 

OSTE -

Lui ti sgraffignerą ben bene, bello.

 

CAJUS -

“Sgraffignerą?”… Che Ź?

 

OSTE -

Vuol dire: “Ti darą soddisfazione”.

 

CAJUS -

Ah, certo, sď, mi dovrą sgraffignare,

perdio se dovrą farlo!

 

OSTE -

E sarė io a costringerlo a tanto

o se ne vada al diavolo, altrimenti!

 

CAJUS -

Per questo, moi vi dico molte grazie!

 

OSTE -

E per di piĚ, mio caro… ma, un momento:

(A parte, agli altri)

mastro Giudice Zucca, mastro Page,

ed anche voi, cavaliero Stanghetta,

andate, per la strada di cittą,

alla spianata della “Ranocchiara”.([110])

 

PAGE -

ť lą don Ugo, vero?

 

OSTE -

Appunto, Ź lą.

Vedete intanto di che umore Ź,

mentr’io, girando per la via dei campi,

vi condurrė il dottore. Siamo intesi?

 

ZUCCA -

(Piano)

Perfettamente.

 

PAGE, ZUCCA e STANGHETTA -

Addio, mastro dottore!

 

(Escono)

 

CAJUS -

Parbleu, quel prete, io, moi, l’ammazzo,

che s’impiccia a parlare di Anna Page

ad uno scimmiottone come quello!

 

OSTE -

E muoia pure il prete.

Ma rinfodera ora l’impazienza;

getta acqua fredda sopra la tua collera

e per i campi vieni dietro a me:

ti condurrė ad un certo casolare

dove madamigella Annetta Page,

partecipa a una festa di campagna.

Lą potrai corteggiarla a tuo talento.

Caccia aperta!([111]) Contento?

 

CAJUS -

Oh, parbleu!

Vi ringrazio; parbleu, vi voglio bene,

e vi procurerė buoni clienti:

gentiluomini, conti, cavalieri

e fior di signoroni, miei pazienti.

 

OSTE -

Ed io piloterė, come compenso,

la tua rotta su miss Annetta Page.([112])

Dico bene?

 

CAJUS -

(Rinfoderando la spada)

Benissimo, parbleu!

 

OSTE -

Allora andiamo, non perdiamo tempo.

 

CAJUS -

(A Rugby)

Ragazzo, mettiti alle mie calcagna.

 

(Escono)

 

 



([1]) I nomi di questi due personaggi, come spesso in Shakespeare, sono due aggettivi di qualitą, coniati ad indicare una qualche caratteristica del personaggio stesso: il primo Ź “Shallow”, che vuol dire “non profondo” nel senso di “vacuo”, “testa vuota” ( “shallow-brained” Ź sinonimo di “Imbecille”); l’altro Ź “Slender”, che vuol dire “sottile”, “magro”, “allampanato” e, figurativamente, “inconsistente”. Il nome italiano del primo, Zucca, Ź ripreso dalla seconda parte dell’“Enrico IV”, dove il personaggio ha una parte piuttosto cospicua e dove Shakespeare mette al suo fianco un altro personaggio comico, il cugino “Silence”, “Silenzio”.

 

([2]) Il testo ha “Sir”: gli Inglesi danno del “sir” ai preti, come noi del “don”.

 

([3])I will make a Star Chamber of it”: “Farė di ciė una questione da Camera Stellata”. Si chiamava “Camera Stellata” (“Star Chamber”) la sala del palazzo reale di Westminster dove sedeva il Consiglio della Corona in funzione di tribunale penale, che da quella camera prendeva il nome.

 

([4])Robert Shallow, esquire”: “esquire” era il titolo onorifico che precedeva, nella gerarchia araldica, quello di “knight”, “cavaliere”; esso spettava di diritto ad alcuni funzionari di nomina regia tra cui i giudici di pace.

 

([5]) Questo “coram” come il successivo “rotulorum” sono corruzioni e contrazioni maccheroniche del linguaggio curialesco: “coram” Ź corruzione del “quorum” della formula “quorum unum vos esse volumus”, “dei quali noi vogliamo che voi siate uno” con la quale il sovrano nominava i suoi dignitari; “costalorum” Ź corruzione di “custos rotulorum”, “custode dei rotuli”, come si chiamavano i preposti alla giustizia (“rotula” erano, nel tardo latino, i cartigli contenenti i testi delle leggi); “rotulorum” Ź ripetizione pappagallesca della stessa parola.

 

([6]) Si legga “Glo-ster” per la metrica.

 

([7]) Cosď nel testo. Il termine inglese “armiger” Ź ognuno che abbia il diritto di fregiarsi di uno stemma nobiliare (“coat of arms”).

 

([8]) ť il primo tocco della imbecillitą di questo personaggio.

 

([9])It agrees well, passant”: “passante” in araldica si dice dell’animale che figura sullo stemma volto a destra e con una delle zampe anteriori alzate nell’atto di “grattare” qualche cosa.

 

([10]) Queste battute dei tre sono in inglese una filza di doppi sensi che dovevano esilarare il pubblico ma che Ź impossibile rendere. Stanghetta ha detto: “… e possono esibir sul loro stemma / dodici lucci bianchi” (“dozen white luces”); Evans intende “luces” per “louses”, “cimici”, e dice che le cimici su un vecchio stemma ci stanno bene (“it agrees well”), meglio se “passanti”. Per conservare alla meglio il bisticcio s’Ź tradotto “louses” con “pulci” e sfruttato l’assonanza con “lucci”. Zucca, a sua volta, ribattendo il frizzo, gioca sul termine “coat”, “stemma”, che Evans, essendo gallese, ha pronunciato “cod”, che vuol dire “sottana”, “tonaca”, e dice che, al contrario del luccio, la “cod” Ź un “salt fish”, una salacca, un baccalą. Al pubblico londinese piaceva ironizzare sul dialetto gallese, e Shakespeare gliene dą buon motivo, creando personaggi che lo parlano, come la lady Mortimer della seconda parte dell’“Enrico IV” e il capitano Fuellen dell’“Enrico V”. In questo stemma con lucci ridicolizzato da Shakespeare i critici hanno creduto di vedere l’allusione ad un episodio della vita del poeta: Ź leggenda - perché non provata da alcun documento - che egli in gioventĚ, quando era ancora nella sua Stratford, avrebbe avuto a che fare con un Sir Thomas Lucy di Charlecote per aver cacciato di frodo nel parco di questi ed avergli ucciso un daino; per sfuggire alle conseguenze giudiziarie della denuncia di questo signore il giovane Shakespeare sarebbe scappato a Londra. Zucca ce l’ha appunto con Falstaff, e vuol querelarlo “davanti la Camera Stellata” perché questi - come dirą piĚ sotto - gli ha ucciso un cervo e forzato l’ingresso del padiglione del parco. La leggenda, cui sembrė credere il Rowe, che la riferď per primo (1700), e tra gli altri, piĚ tardi, il Simmons nella prefazione alla sua edizione shakespeariana del 1825, non ha fondamento storico, essendo stato assodato che all’epoca non esisteva a Charlecote un parco con daini, la famiglia Lucy essendosi lą trasferita assai dopo (cosď l’Alexander nella introduzione alla sua edizione da noi adottata come testo per la traduzione, pag. XII).

 

([11]) Altro bisticcio di doppi sensi: Zucca risponde a Stanghetta il quale gli ha detto che puė aggiungere allo stemma di famiglia il suo “quarto” di nobiltą: “Sď, lo puoi, sposandoti” (“You may, by marrying”); Evans intende “marrying” per “marring”, e poiché pensa a “coat” non come a “stemma” ma come a “vestito”, che Ź l’altro significato della parola, risponde che “togliere a uno un quarto di vestito (squartare) Ź spogliarlo”.

 

([12]) Ossia: attento a non fare passi falsi. Per dire “precauzioni” (“devisaments”) don Evans dice “vizaments”: “Take your vizaments in that”. Don Ugo Evans Ź gallese e la sua parte sul copione Ź scritta con la grafia e le inflessioni di quel dialetto; ma per la palese impossibilitą di renderne minimamente la comicitą, il traduttore ha rinunciato al tentativo, limitandosi, tanto per rendere l’idea, a rafforzare, nella grafia, qualche “v” in “f” e qualche “b” in “p”, qualche “d” in “t”.

 

([13]) “… pretty virginity”: l’astratto per il concreto era un uso letterario del tempo. ť frequente in Shakespeare.

 

([14]) Perché Falstaff debba trovarsi in casa di Giorgio Page, e per giunta con i suoi uomini Bardolfo, Pistola e Nym, e come faccia don Evans a saperlo, non Ź detto; né pare che alcuno se lo sia domandato prima di noi.

 

([15]) Latino per “poche parole”: don Evans Ź prete, e latineggia.

 

([16])Good worts?… Good gabbage!”: don Evans, nel dire prima “poche parole”, ha pronunciato in gallese “worts” per “words”; “worts” Ź parola che non esiste, e Falstaff gli replica con altra espressione: “good gabbage”, di nessun significato specifico, usata generalmente nel senso di: “ma che stai dicendo, che ti salta in mente!” “Reverendo” non Ź nel testo.

 

([17]) Bardolfo dice: “You, Banbury cheese”, “Tu, formaggio di Banbury”: Banbury, cittadina della contea di Oxford, era rinomata per la produzione di formaggi e per lo zelo puritano dei suoi abitanti, sď che nel colloquiare comune l’appellativo “formaggio di Banbury” equivaleva a “puritano”, e dare del puritano ad uno era come dargli dell’ipocrita bigotto baciapile.

 

([18])Videlicet”, latino per “cioŹ”, “vale a dire”.

 

([19])Two Edward shovel-boards”: “shovel-board shilling”era lo scellino coniato da Edoardo VI, detto cosď perché era usato nel gioco del “shovel-board”, che si giocava muovendo monete su una tavola.

 

([20])No, it is false, if it is a pick-purse”: battuta di senso oscuro; forse don Evans vuol dire che poiché Pistola fa il borsaiolo di mestiere, non puė essere accusato di essersi limitato a “ripulire” la borsa di Stanghetta, l’avrebbe rubata tutta.

 

([21]) Pistola si picca di sfoggiare un parlare ricercato, goffamente artificioso: dice “Ź mestieri” per “bisogna”, non dice “labbra” ma “labras”, non dice “spada” ma “bilbo”, che era il nome delle armi bianche per antonomasia, in quanto provenienti da Bilbao, Spagna, dove erano le migliori fabbriche.

 

([22])Word of denial in thy labras here!”: “word of denial” Ź espressione del gergo cavalleresco, per “riparazione verbale dell’offesa”; la si chiedeva all’avversario per evitare il duello.

 

([23]) Si capisce che questa rapida muta apparizione di Annetta Page Ź un abile espediente del commediografo per presentare il personaggio e giustificare tutto quello che di lei si dirą subito dopo.

 

([24]) Si allude verosimilmente ad una pubblicazione assai nota al pubblico perché in voga nelle corti dell’epoca intitolata “Songs and Sonnets”, una specie di antologia di composizioni in rima d’ispirazione petrarchesca pubblicata nel 1557 da Lord Enrico Howard, conte di Surrey.

 

([25])Alice Shortcake”: un altro nome di suggestione umoristica, d’invenzione del poeta, per far ridere il pubblico.

 

([26]) Simplicio, nella sua “semplicitą” mentale, tiene imbrogliato nella mente anche il calendario: Ognissanti (“Allhallwomas”) Ź il primo novembre, San Michele il 27 settembre.

 

([27]) “… yet heaven may decrease it”: Stanghetta sproposita; voleva dire “… may increase it”.

 

([28]) “… more contempt”: Stanghetta voleva dire “more attraction”.

 

([29]) “… I am freely dissolved, and dissolutely”: Stanghetta vuol dire “I am freely resolved, and resolutely”.

 

([30])It is a very discretion answer”: Don Ugo, oltre a pronunciare dure tutte le labiali e le dentali, alla gallese, usa spesso sostantivi come verbi o come aggettivi; cosď qui ha usato “discretion” come aggettivo (“ť una risposta molto discrezione”); altrove dice “to description” per “to describe”, “to affect

 

([31]) Il “Benedicite” Ź la preghiera che i protestanti dicevano, prima di sedersi a mensa, per chiedere a Dio di benedire il cibo.

 

([32]) “… three veneys for a dish of stewed prunes…”: un piatto di prugne stufate (“stewed prunes”) posto sul davanzale della finestra era l’insegna dei bordelli a Londra, e “prugna stufata” era sinonimo di “prostituta”. Qui Stanghetta vuole intendere che l’incontro di scherma con il suo istruttore aveva come posta (a spese naturalmente del perdente), l’amplesso di una prostituta in un bordello. Ma perché Shakespeare metta in bocca a Stanghetta questa lubrica allusione, proprio davanti ad Annetta Page, che poco prima don Evans ha definito “una verginitą assai piacevole”, non si capisce. ť palesemente una concessione, anche se a sproposito, al gusto del pubblico, che Shakespeare fa anche altrove: cfr. in “Enrico IV - Seconda parte”, II, 4, 135: “He lives upon mouldly stewed prunes”; “Misura per misura”, II, 1, 90-91: “… she came in great with child, and longing for stewed prunes”.

 

([33]) I combattimenti di orsi (“bear-baitings”) erano spettacolo frequente per le piazze di Londra. Stanghetta li disapprova nel momento stesso in cui dice che gli piacciono: un altro tratto del personaggio, la ipocrita dabbenaggine.

 

([34])By cock and pie”: “cock and pie” era chiamato volgarmente un breviario di canoni ecclesiastici in uso nell’Europa prima della Riforma. Il nome Ź composto di due termini: “cock” Ź il bersaglio del gioco del “curling”, una specie di “bowling”; “pie” Ź una focaccia composta con un miscuglio di carne, pesce, frutta, verdure, farina. Il termine “cock and pie” voleva definire il breviario come una “miscellanea” di regole buone a tutti gli usi, come la sacre scritture, appunto.

 

([35])O base Hungarian wight!”: “O vile creatura ungherese!”; “Hungarian”, o semplicemente “Hungar”, era sinonimo di “straccione”, con allusione ai soldati inglesi che tornavano in patria, sbandati e laceri, dalla guerra d’Ungheria.

 

([36])Is not the humour conceited?”: il personaggio di Nym ha come caratteristica il vezzo di adoperare la parola “humour” a proposito e a sproposito. Si deve rendere a senso, ogni tentativo di resa letterale essendo impossibile.

 

([37]) “… of this tinder - box”: Bardolfo, per l’alcool che ingurgita, Ź come una scatola contenente materiale infiammabile.

 

([38])I am almost out at heels”: frase idiomatica per “sono spiantato, squattrinato”.

 

([39]) Pistola sentenzia, secondo il suo vezzo. Qui sfoggia il riferimento ad un Salmo della “Vulgata”, il CXLVII, che recita: “…(il Signore) dą la sua pastura al bestiame, ai giovani corvi che gridano”, come per dire a Falstaff di non disperarsi, perché il Signore che sfama le bestie e gli uccelli penserą anche a lui.

 

([40]) Questa battuta Ź invenzione del traduttore. Il testo inglese Ź tutt’altro. Falstaff ha detto: “I will tell you what I am about”, “Vi dirė che cosa sono in procinto (ho in mente) di fare”; ma l’espressione, presa nel suo senso letterale, si puė intendere: “Vi dirė che cosa sono intorno”; e Pistola la riferisce alla circonferenza della pancia di Falstaff e risponde: “Two yards, and no more”, “Non piĚ di due yarde”, che in italiano non avrebbe avuto senso. Per mantenere in qualche modo il gioco, si Ź fatto proseguire a Pistola il riferimento biblico ai corvi.

 

([41]) “… a legion of angels”: l’“angelo” era una moneta d’oro del valore di 10 scellini, chiamata cosď perché recava nel verso l’immagine dell’arcangelo Michele che uccide il drago. Il traslato di Falstaff raffigura la borsa di Ford come il volo di una legione di angeli.

 

([42])The humour rises… Humour me the angels!”: L’orgia di “humours” nel parlare di Nym Ź inesauribile.

 

([43]) “… a region of Guiana”: la Guiana, la vasta regione settentrionale del Sud-America era, al tempo di Shakespeare, meta di colonizzatori e avventurieri perché ritenuta terra di immensi tesori: la stessa che gli Spagnoli chiamarono “El Dorado”.

 

([44]) Pandaro, lo zio di Cressida, che favorď gli amori di costei col principe troiano Troilo, figlio del re Priamo, e divenne per questo leggendario simbolo di ruffianeria. Il personaggio avrą una parte cospicua nella commedia “Troilo e Cressida” dello stesso Shakespeare.

 

([45])Tester I’ll have in pouch when thou shall lack”: “tester” era il nome corrente dello scellino coniato da Enrico VII, detto “testone” perché recava sul recto la testa del re.

 

([46]) “… when thou shall lack”, letteralm.: “… quando tu ne difetterai”.

 

([47])I will discuss the humour of this love to Page”: “discuss” sta qui per “declare” (cfr. in “Enrico V”, IV, 4, 5: “What is thy name? Discuss!”)

 

([48])Here will be an old abusing of God’s patience ande the King’s English”: “the King’s English” era detto l’inglese parlato e scritto correttamente: il dottor Cajus Ź francese, e parla un cattivo inglese, specie quando Ź adirato.

 

([49]) Quickly, come spesso succede in Shakespeare, si rivolge al pubblico.

 

([50]) Era credenza popolare che Caino avesse i capelli color rosso-fulvo: cosď il personaggio appariva nelle rappresentazioni popolari dei “Mistery Plays”.

 

([51]) Il dottor Cajus mischia il francese all’inglese, sicché le sue battute - a somiglianza di quelle del parroco don Evans, che invece Ź gallese - sono infarcite di errori di pronuncia, cui corrisponde una grafia che la traduzione Ź costretta ad ignorare per la gran parte. Il “boitier” non Ź in realtą una scatola, Ź uno scrigno a piĚ scomparti.

 

([52]) “Fé, fé, fé, fŹ, in fede mia, fa un gran caldo! Vado alla Corte… Il grosso affare!”

 

([53]) Che cosa contenga questo astuccio, non Ź detto: Ź verosimilmente soltanto un espediente teatrale per dare al pubblico la “suspense” su quello che farą questo irascibile dottor Cajus: entrerą-non entrerą nel suo gabinetto.

 

([54]) “Mettilo nel mio taschino”. Alcuni testi hanno qui: “Mettez-le ą mon pocket”, altri addirittura “ ą mon tasca”.

 

([55])Depéche, quickly!” nel testo. “Quickly” Ź “presto”, “rapidamente”, ma Ź anche il nome della donna.

 

([56])You are John Rugby, and you are Jack Rugby”: “Jack”, epiteto volgareggiante, Ź una specie di soprannome spregiativo (es. “Jack priest”, “pretonzolo”; “Jack sprat”, “nanerottolo”) che applicato all’uomo puė essere “omuncolo”. S’Ź tradotto con “Zanni” che Ź il nome spregiativo del servo idiota della commedia dell’arte.

 

([57]) “Che cosa ho dimenticato?”

 

([58])Simples”, “semplici” in italiano: cosď erano chiamati nel medioevo i farmaci fatti dagli speziali con erbe medicinali (cfr. anche in “Re Lear”, IV, 4, 14: “… simples operative, whose power will close the eyes of anguish”; e in “Amleto”, IV, 7, 144:”… collected from all simples that have virtue under the moon”).

 

([59]) “Oh, diavolo, diavolo, diavolo!”

 

([60]) Quickly spropositta per vezzo, spesso dice parole di senso contrario a quello che vuol dire. Qui vuol dire: “Non siate cosď irruento, irascibile”, e dice invece: “Non siate cosď flemmatico”.

 

([61]) “Procuratemi”.

 

([62]) Quickly vuol dire il contrario: “infuriato”.

 

([63])I will cut his all two stones… he shall not have a stone to throw at his dog”: il testo inglese gioca sul doppio senso di “stones” che vale “pietre” e “testicoli”. Cajus dice letteralmente: “Gli taglierė tutti e due i testicoli: non gli resterą una pietra da gettare al suo cane”. La traduzione non puė conservare il bisticcio.

 

([64])I have appointed mine Host of the Jarter…”: il participio passato “I have appointed” Ź da intendere: “Ho gią pensato di nominare…”, e non gią “Ho nominato”, perché Cajus non puė aver visto l’oste prima di stilare il biglietto di sfida a don Ugo.

 

([65])What the good-year!”: s’Ź inteso cosď questo rafforzativo colloquiale, senza preciso significato.

 

([66])But I detest”: Quickly vuol dire “I attest”, “posso dichiarare”.

 

([67]) “… she is given too much to allicholy”: “allicholy” Ź parola inventata; Quickly vuol dire “melancholy”.

 

([68]) “… and musing”: “to muse” ha due significati: “riflettere”, “essere assorti”, (“to reflect”), e “borbottare”, “mugugnare” (“to grumble”); qui Ź usato nel primo senso; piĚ sotto (V, 2, 225) quando Meg dice a Fenton “I will muse no further”, nel secondo.

 

([69]) Quickly, dicendo “Anna non l’ama”, non si contraddice da quanto ha detto prima a Fenton; né la frase Ź riferita, come intendono molti, ad alcun altro dei suoi pretendenti, Stanghetta o Cajus. ť nel carattere del personaggio la goffa indecisione delle scelte e delle simpatie, come apparirą chiaro nel monologo alla fine della scena quarta del III atto. In questa commedia, Quickly impersona la ruffiana astuta e benevola della novellistica italiana d’ispirazione boccaccesca, come s’Ź meglio annotato nella nota introduttiva; e, malgrado il nome, il personaggio Ź del tutto diverso dalla Quickly, locandiera a Eastcheap dell’“Enrico IV - Seconda parte”. Tra l’altro, qui ella conosce Falstaff per la prima volta.

 

([70]) “… for his precisian”: “precisian” era l’epiteto che si dava ai puritani, rigorosi osservanti delle regola della forma, e di “puritano” era divenuto sinonimo nel sec. XVI.

 

([71]) “… the tune of “Greensleeves”: probabilmente il titolo di una canzonetta licenziosa dell’epoca, che doveva essere ben conosciuta dal pubblico.

 

([72]) Il testo inglese Ź piuttosto ermetico: “… in this mistery of ill opinions”, “… in questo mistero di cattive opinioni (su di noi)”. S’Ź dovuto rendere a senso.

 

([73]) Il monte della Tessaglia che, secondo il mito greco, i Giganti ribelli a Giove accatastarono sull’altro monte Ossa per dare la scalata al cielo e sotto il quale rimasero seppelliti, fulminati dallo stesso Giove, con l’aiuto di Ercole.

 

([74]) Queste due battute sono costruite su una metafora di “abbordare”: le due donne si paragonano a due vascelli (l’immagine della donna/vascello Ź ricorrente nella Bibbia). Si capisce il loro lascivo sottinteso.

 

([75])Hope is a curtal dog”: “senza coda”, “coda mozza “ (“curtal”) si dice di tutto ciė che Ź corto nello spazio e nel tempo: la speranza dell’uomo fatto becco Ź corta, perché scoprirą presto o tardi la tresca della moglie.

 

([76]) Atteone, il mitico cacciatore mutato in cervo da Artemide per averla spiata nuda al bagno; fu inseguito e sbranato dai propri cani. Medoro Ź il nome d’un cane.

 

([77])Take head ere summer comes, or cuckoo-birds do sing”: il cuculo maschio (“cuculus canorus”) Ź uccello noto per il suo canto nella stagione degli amori. Ma la parola ha una significativa assonanza con “kuckold”, “uomo cornuto”, “becco”(il francese “cocu”), e l’allusione di Pistola Ź evidente.

 

([78]) In realtą Nym dice altra cosa. Dice: “I love not the humour of bread and cheese”; “bread-and-cheese” Ź il nome inglese dell’acetosella, l’acidula pianta erbosa detta anche “pan-di cĚculo “ (“cuckoo-bread flower” in inglese). Ma a tradurre: “L’acetosella non m’Ź mai piaciuta” nessun lettore avrebbe capito.

 

([79])Here is a fellow frights English out of his wits”: letteralm.: “Ecco uno che spaventa l’inglese col suo spirito”, che in inglese significa poco e niente in italiano. Si Ź reso a fiuto.

 

([80])I will not believe such a Cataian…”: “cataian” Ź “cinese” (abitante del Catai, com’era chiamata la Cina): i Cinesi, secondo i racconti che facevano i grandi viaggiatori, erano maestri di astuzie e di raggiri (cfr. in “Dodicesima notte”, II, 3, 80: “My lady is a Cataian”).

 

([81]) “If he should intend this voyage toward my wife…”: Ź ancora la metafora della donna/vascello; “voyage” Ź “viaggio per mare”. Page pensa a Falstaff come ad un altro vascello cui mandare incontro quella della moglie.

Per conservare il traslato s’Ź tradotto il successivo “loose” (“I wouls turn her loose to him”) con “a vele sciolte”.

 

([82]) Il testo ha: “Che ciė si insedii sulla mia testa” (“… let it lie on my head”): cioŹ le corna.

 

([83])Cavaliero” nel testo. Il linguaggio di questo personaggio sta tra il sussiegoso e lo strafottente. Gią il nome ch’egli ha dato alla sua locanda (Windsor era, come si Ź detto, la sede dell’ordine della Giarrettiera) lo caratterizza per questo. Sarą lui l’autore della beffa al dottor Cajus e al parroco don Evans, invitandoli in luoghi diversi per il duello; sarą lui che aiuterą Fenton e Annetta a giocarsi del padre e della madre di costei; sarą infine lui, a sua volta, vittima del furto di cavalli ad opera di ladroni tedeschi.

 

([84]) “… and tell him my name is Brook”: “brook” Ź “piccolo corso d’acqua”, “ruscello”; “Fontana” Ź il nome acquatico inventato da Arrigo Boito nel suo libretto del “Falstaff” per Giuseppe Verdi, ed Ź entrato ormai nell’uso di tutti i traduttori. Ma non s’accorda con la metafora seguente dell’Oste: “Avrai flusso e riflusso”: il ruscello puė avere il suo flusso e riflusso, la fontana no. Dunque, mastro Ruscello, e non mastro Fontana. Per “flusso e riflusso” l’Oste intende dire: “Avrai ingresso da lui per andare e venire”.

 

([85]) Si accetta qui la lezione “mijn’ heers” dell’“Oxford Shakespeare” (cit.) in luogo del meno probabile “ameers” di altri testi (“New Cambridge Shakespeare”) e che molti traducono “emiri”. “Mijn’ heers” Ź fiammingo, e l’Oste, per suo mestiere, Ź poliglotta.

 

([86]) “Parlo turco?” non Ź nel testo.

 

([87]) “Troppo lusso” non Ź nel testo.

 

([88]) ť il nome di un quartiere malfamato di Londra, divenuto sinonimo di “brothel”, “postribolo”.

 

([89]) “… to keep the terms of my honour precise”: l’aggettivo “precise” Ź usato a bella posta: era quello in uso presso i puritani per indicare chi osservava puntigliosamente la rigiditą dei loro costumi. (V. anche sopra la nota 70)

 

([90]) Quickly usa a rovescio anche i termini di cortesia. E Falstaff le fa il verso.

 

([91]) “… you have brought her into such a canary…”: “canary” Ź un altro strafalcione di Quickly, che voleva dire verosimilnente “into such a quandary”, “in tale intricanza d’animo”.

 

([92]) V. sopra la nota 41.

 

([93]) “… nay, which is more, pensioners”: “pensioners” si chiamavano gli ufficiali dell’esercito scelti tra la nobiltą per far parte della guardia personale del re.

 

([94]) “… my good she-Mercury”: Mercurio era il messaggero degli dŹi. Falstaff si sente nell’Olimpo.

 

([95]) “… infection”: Quickly vuol dire “affection”, “affezione”.

 

([96])This pink…”: si adotta “pink”, “barca da pesca”, suggerito dal Walburton, in luogo di “punk”, “bagascia” dell’in-folio, che sembra in veritą improbabile in bocca a Pistola: sia per l’immagine del veliero da guerra, che segue (“PiĚ vele al vento…”), e sia anche perché lo stesso Pistola si accinge a fare di Quickly la sua futura moglie.

 

([97]) I Fiamminghi erano famosi produttori e consumatori di burro.

 

([98]) I Gallesi erano famosi produttori e consumatori di formaggi (v. anche sotto la nota 175). Il testo ha “… il mio cacio al parroco Ugo il Gallese”.

 

([99]) Gli Irlandesi erano famosi bevitori di acquavite.

 

([100])Vas is de clock?”: Cajus Ź francese e, come s’Ź visto, oltre a pronunciare l’inglese come un Francese, usa modi e parole della sua lingua.

 

([101]) “Buon per lui”! Traduce l’esclamazione “By Gar”, che il dottor Cajus ripete come suo intercalare, ma che non significa niente in inglese. In bocca ad un Francese, puė aver valore di interiezione asseverativa, come “parbleu”: Altrove la si Ź resa diversamente.

 

([102]) L’Oste della “Giarrettiera” ha il vezzo di chiamare le persone con appelltivi di paesi, di personaggi storici, di razze; qui chiama il dottor Cajus “Etiope”, alla quinta scena del IV atto (v.16) chiama se stesso “thine Ephesian”, “il tuo Efesio” (non “il tuo Efesiano”, come tradotto da alcuni: Venere che aveva il culto ad Efeso, Ź “Venere Efesia”); piĚ sotto (v.18) chiama Simplicio “this Bohemian-Tartar”. Praz, ripreso dal Lodovici, qui traduce addirittura “il mio alchimista dell’etiope marziale” ( l’etiope marziale era un composto metallico noto agli alchimisti del tempo).

 

([103]) “Francisco” sta evidentemente per “Francese”.

 

([104]) Esculapio e Galeno sono due famosi medici dell’antichitą.

 

([105])My heart of elder?”: il midollo di sambuco Ź morbido e palpabile, simbolo di malleabilitą.

 

([106])Is he dead, bully stale?”: molti curatori intendono qui “stale” per “urina” e traducono “mia dolce urina “(Lodovici.: “il mio eccelso saggiatore di urina stantia”; Baldini: “mia reverendissima urina”, con allusione alla professione di medico del dottor Cajus); il che, francamente, sembra eccessivo, data la sperimentata suscettibilitą del personaggio. “Bully” per l’Oste della “Giarrettiera” Ź un intercalare sovente ripetuto davanti a nomi ed epiteti, e “bully stale” Ź espressione idiomatica per “dolce tentazione” (cfr. la massima “A door without lock ia a stale for a knave”: “Una porta senza serratura Ź una tentazione per un malfattore”.

 

([107])Thou art a Castalion-King-Urinal”: “Castalion” (o “Castalian”) Ź aggettivo da Castalia, come si chiamava una sorgente del Monte Parnaso, sacro alle Muse. “Urinal” Ź forma arcaica di “urinary”, “colui che favorisce l’azione dell’urinare”, cioŹ la fonte cui si abbeveravano le Muse. “Tu, che sei medico, sei il re di quella fonte”, dice l’Oste; dove forse si puė intendere che Shakespeare voglia far dire all’Oste che il dottor Cajus fa tanta paura a don Ugo da farlo “pisciar sotto”; conforta questa supposizione il susseguente epiteto di “Ettore di Grecia” (che poi non era di Grecia ma di Troia, ma l’Oste non bada a certe sottigliezze).

 

([108]) Testo: “I am sworn of the peace”: “Io sono (giudice ) di pace giurato.”

 

([109])Monsieur Mockwater”: “Mockwater” Ź termine che non esiste: l’ha coniato lď per lď l’Oste - sempre pensando al dottor Cajus come ad un “urinary” (v. sopra la nota 107) - componendo insieme “water”, “acqua” e “mock”, prefisso che posto davanti a un sostantivo ha valore peggiorativo-stregiativo (l’urina Ź “acquaccia”). Lo si Ź reso con l’eufemistico “Acquaminta” da “mingere”, “urinare”.

 

([110]) “… through the town to Frogmore”: “Ranocchiara” per “Frogmore” Ź suggerito dal Lodovici (cit.) ed Ź nome quanto mai adatto a localitą silvestre (in Abruzzo, nel parco, c’Ź la “Camosciara”). “Spianata” non Ź nel testo ma Ź implicito: i duelli si tenevano solitamente in radure boschive.

 

([111])Cried game!”: espressione del gergo venatorio; si dice della caccia quando, al suono dei corni che ne annunciano l’apertura, la muta dei cani comincia ad abbaiare.

 

([112])I will be thy adversary toward Anne Page”: non credo proprio che Shakespeare, come intendono molti, abbia voluto far dire all’Oste: “Sarė il tuo avversario verso Anna Page”, nel senso di: “Ostacolerė le tue mosse, le tue faccende con Anna Page”. Il Lodovici, sempre attento, ha un evasivo per quanto improbabile: “Ti servirė la messa presso Anna Page”. Non hanno capito che qui “adversary” Ź usato nella forma singolare di “adversaria”, plurale neutro del latino “adversarius”, “cosa o persona che sta davanti”, con il quale termine gli Inglesi indicavano, nel gergo mercantile, il giornale di bordo. L’Oste vuol dire, nel suo solito parlar fiorito: “In compenso ti piloterė verso Anna Page”.