ATTO TERZO

 

 

SCENA I - La spianata della “Ranocchiara”

 

Don Ugo EVANS, in panni di gamba e farsetto, sta passeggiando, con la spada sguainata in una mano, con un libro aperto nell’altra: piĚ lontano, su una piccola altura, SIMPLICIO, come in vedetta.

 

EVANS -

Insomma, amico di nome Simplicio,

servitore del buon mastro Stanghetta,

da che parte hai cercato mastro Cajus,

sedicente dottore in medicina?

 

SIMPLICIO -

Dappertutto, signore, l’ho cercato:

per via della Pietą,([1]) per via del Parco,

salvo che per le vie della cittą.

 

EVANS -

Ebbene, va’ a cercarlo anche di lą,

lo desidero assai ferventemente.

 

SIMPLICIO -

Bene, signore, vado.

 

(Esce)

 

EVANS -

GesĚ, perdonami, son tutto collera

e son tutto un tremore…

Sarei felice m’avesse ingannato.

Che tristezza, perė!… Dio mi perdoni,

ma glieli rompo in testa i suoi pitali,

se mi cąpita a tiro quello lą…

(Canticchiando)

“Presso le molli sponde

“dei placidi ruscelli

“e intorno ai lor canali

“gorgheggiano gli uccelli

“in dolci madrigali.

“Lą giacigli di rose

“e ghirlande odorose

“faremo a mille a mille…”

Pietą, Signore, mi viene da piangere…

 

“gorgheggiano gli uccelli

“in dolci madrigali…

“… al tempo che sedevo in Babilonia…([2])

“… e ghirlande odorose,

“presso le molli sponde a mille a mille…”

 

Rientra SIMPLICIO

 

SIMPLICIO -

LaggiĚ, Ź lui, viene da questa parte,

don Ugo.

 

EVANS -

Bene. E benvenuto sia.

(Canticchiando)

“… presso le molli sponde

“dei placidi ruscelli…”

Iddio protegga il giusto. Com’Ź armato?

 

SIMPLICIO -

Non ha armi, signore. Non ne vedo.

Viene anche il mio padrone, mastro Zucca

e un altro gentiluomo,

da quella parte, dalla “Ranocchiara”,

al di lą della siepe.

 

EVANS -

La mia tonaca,

dammi qua, per favore, la mia tonaca…

 

(Simplicio raccoglie da terra la tonaca)

 

O se no, tienila tu sulle braccia.

 

(Tira fuori di nuovo il libro e si mette a leggere)

 

Da una staccionata entrano PAGE e ZUCCA; poi

STANGHETTA

 

ZUCCA -

Oh, mastro parroco! Voi qui, don Ugo?

Buongiorno! Chi puė dir non sia miracolo

tener lontan dai dadi un giocatore

e lontano dai libri un erudito?

 

STANGHETTA -

(A parte, sospirando)

… O mia dolce Anna Page!

 

PAGE -

Salve, don Ugo!

 

EVANS -

Dio v’abbia tutti in sua misericordia!

 

ZUCCA -

Come! La spada unita al Sacro Verbo?

Li coltivate insieme, signor Parroco?

 

EVANS -

Ci son cause e ragioni a ciė, signori.

 

PAGE -

Siam venuti a cercarvi tutti in gruppo

per un’opera buona, mastro Parroco.

 

EVANS -

Bene. Di che si tratta?

 

PAGE -

LaggiĚ c’Ź un rispettabile signore

che deve aver subďto da qualcuno

tale offesa da metterlo in conflitto

col buon contegno e con la sua pazienza

come non s’era mai veduto in lui.

 

ZUCCA -

Io sono al mondo da piĚ di ottant’anni

e mai vidi persona del suo rango,

della sua istruzione e compostezza

perder cosď il rispetto di se stessa.

 

EVANS -

Chi Ź costui?

 

PAGE -

Lo conoscete, credo:

Ź mastro dottor Cajus,

il rinomato medico francese.

 

EVANS -

Dio mi pertoni la rappia del cuore,

ma mi fareste cosa piĚ cradita

se mi parlaste di un piatto di porridge!([3])

 

PAGE -

Perché, don Ugo?

 

EVANS -

Perché quello lą

della scienza d’Ippocrate e Galeno

non ne sa piĚ d’un piatto di brodaglia.

Eppoi Ź una canaglia, la piĚ vile

che possiate augurarvi di conoscere.

 

PAGE -

(A Zucca)

Ci scommetto ch’Ź proprio quello l’uomo

col quale il prete si dovrebbe battere.

 

STANGHETTA -

(A parte)

Oh, mia dolce Anna Page!

 

Entrano dal fondo, scavalcando una staccionata, l’OSTE, CAJUS e RUGBY.

Cajus ha la spada sguainata.

 

ZUCCA -

(Indicando Cajus che arriva)

Sembra proprio di sď, da come Ź armato.

Teniamoli a distanza l’un dall’altro.

 

(Va verso il dottor Cajus e gli si para davanti per trattenerlo, mentre Page si para avanti a don Ugo)

 

ZUCCA -

Oh, ecco il dottor Cajus!

 

PAGE -

No, signor Parroco, la spada a posto!

 

ZUCCA -

(A Cajus)

E cosď voi, dottore…

 

OSTE -

Disarmateli!

E poi che se la sbrighino tra loro

a parole, fintanto che vorranno,

sď che restino illese le lor membra

e massacrato solo il nostro inglese.

 

CAJUS -

(Che intanto si Ź avvicinato a don Evans e gli parla in un orecchio)

Perché esitate a battervi con me?

 

EVANS -

(Sottovoce)

Pazientate. Ve lo dirė a suo luogo.

 

CAJUS -

(c.s.)

Siete un vile, parbleu!, ed un furfante

un volgare cagnaccio, una bertuccia!

 

EVANS -

(c.s.)

Cerchiamo di non farci rider dietro

da costoro. Vi voglio essere amico,

e prima o poi ve ne darė ragione.

(Forte)

Io ti fracasso tutti i tuoi pitali

sopra quella tua zucca di furfante,

cosď impari a tener gli appuntamenti!

 

CAJUS -

Diable! Ragazzo, Oste, dite voi

se non l’ho atteso lą, per ammazzarlo,

puntuale al luogo dell’appuntamento!

 

EVANS -

No, com’Ź fero che sono un cristiano,

Ź questo il posto ch’era stabilito.

M’appello al nostro Oste qui presente.

 

OSTE -

E l’Oste dice: pace, Gallia e Gaulia,([4])

Francese e Celto, curatore d’anime

e curator di corpi.

 

CAJUS -

Ah, quest’Ź buona!

Eccellente davvero!

 

OSTE -

Pace, ho detto,

ed ascoltate quello che vi dico.

Sono, sď o no, un politico?

Sono, sď o no, un volpone? Un Machiavelli?

E dovrei perdermi il mio dottore?

No, lui mi dą pozioni ed espulsioni.([5])

E dovrei forse perdermi il mio parroco,

il mio pastore, il mio don Ugo Evans?

No, lui m’insegna il buono ed il cattivo.([6])

(Al dottor Cajus)

Tu, dammi qua la tua mano terrena…

(Gli prende la mano destra)

e tu la tua celeste… ecco, cosď.

(Prende anche la destra di don Ugo e la unisce a quella del dottor Cajus)

Emeriti rampolli della scienza,

son io che v’ho ingannati, tutti e due,

indirizzandovi a posti diversi.

I vostri cuori battono possenti,

la vostra pelle non ha avuto un graffio…

Una bella bevuta di vin cotto,

e chiusa la partita.

(A Page e a Zucca che intanto hanno provveduto a togliere le spade dalle mani dei due contendenti)

Quelle spade

depositatele al monte dei pegni.

Seguitemi, pacifici ragazzi,

seguitemi, seguitemi, seguitemi.

 

ZUCCA -

Mattacchione d’un Oste! Andiamo, gente.

 

STANGHETTA -

(A parte, sospirando)

Ah, la dolce Anna Page!

 

(Escono Zucca, Stanghetta, Page e l’Oste; Cajus e don Ugo restano indietro con Rugby)

 

CAJUS -

Allora l’Oste, se ho capito bene,

s’Ź burlato di noi.

 

EVANS -

ť cosď, infatti,

ci ha presi entrambi come suoi zimbelli.

Voglio perciė che diventiamo amici

e uniamo insieme i nostri due cervelli

per vendicarci di questo rognoso,

verrucoso, tignoso, imbroglionissimo,

untuoso Oste della “Giarrettiera”.

 

CAJUS -

M’associo a voi, parbleu!, con tutto il cuore.

Lui m’ha condotto qui

dicendomi che c’era Annetta Page.

Dunque, parbleu!, ha ingannato anche me.

 

EVANS -

Gli spaccherė la zucca. Andiamo, prego.

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA II - Windsor, una strada presso la casa di Ford.

 

Entrano MEG PAGE e ROBIN: questi la precede di qualche

passo, incedendo sussiegosamente.

 

MEG -

No, no, va’ pure avanti, gallettino.

Tu sei abituato a far da seguito,

ma con me devi far da battistrada.

Che Ź meglio, far da guida agli occhi miei,

o guardar le calcagna del padrone?

 

ROBIN -

Preferisco, in coscienza,

andare avanti a voi, da vero uomo,

che andar da nano dietro al mio padrone.

 

MEG -

Ehi, lą, che adulatore di ragazzo!

Sarai, gią vedo, un vero cortigiano.

 

Entra FORD

 

FORD -

Signora Page! Che piacere incontrarvi!

Dove siete diretta, se m’Ź lecito?

 

MEG -

In coscienza, a vedere vostra moglie.

ť in casa?

 

FORD -

Sď, e tanto affaccendata

quanto le basta per tenersi in piedi

in attesa di qualche compagnia.

Io penso che voi due,

se mai dovessero i vostri mariti

stirar le cuoia, vi risposereste.

 

MEG -

Ah, di questo potete star sicuro…

Due mariti diversi… e un po’ migliori…([7])

 

FORD -

(Indicando Robin)

E da che parte viene

questo bel gallettino giravento?([8])

 

MEG -

Non vi so proprio dire

che accidenti di nome ha la persona

da cui l’ha ricevuto mio marito.

(A Robin)

Ragazzo, come hai detto che si chiama

il cavaliere tuo padrone?

 

ROBIN -

Falstaff.

 

FORD -

Sir John Falstaff?

 

MEG -

Sď quello, proprio quello.

Mai che riesca a ricordarne il nome!

Tra lui e mio marito,

s’Ź creata una tale confidenza…

Allora, vostra moglie Ź in casa?

 

FORD -

Sď.

 

MEG -

(Inchinandosi per partire)

Con licenza, signore.

Non reggo piĚ alla voglia di vederla.

 

(Esce con Robin, entrando in casa Ford)

 

FORD -

Ma Page Ź forse uscito di cervello?

Non ha piĚ occhi? Non ha piĚ giudizio?

O gli sono in letargo, o piĚ non li usa.

Ma come! C’Ź tra i piedi quel ragazzo

che pare fatto apposta

per portare lontano venti miglia

una lettera, e mettertela a segno

come ti centra il bersaglio un cannone

sparando a cento passi di distanza,

e lui par quasi che ci prenda gusto

a propiziar le follie della moglie,

offrendo l’occasione ai suoi capricci!

Ora quella si reca da mia moglie

portando seco il paggetto di Falstaff…

Ma chi non fiuterebbe in questo vento

l’imminente scrosciare d’una pioggia?

Col paggetto di Falstaff… Bell’imbroglio!

Si son scoperte, le mogli ribelli!

Se ne corrono insieme a perdizione!

Bene. Prima sorprendo lui sul fatto,

e poi metto mia moglie alla tortura,

e strappo dalla fronte di Meg Page

il velo d’una falsa pudicizia;

e proclamo lo stesso mastro Page

un Atteone,([9]) cornuto e contento.

E tutto il vicinato, son sicuro,

non potrą che plaudir concordemente

a tal deciso mio comportamento.

(Si odono battere le ore all’orologio di Windsor)

L’orologio mi dą quasi l’avvio,([10])

e la certezza mi sprona ad agire.

Falstaff Ź lą, in casa mia. Ci vado!

 

Fa per partire, ma si trova a faccia a faccia con PAGE, ZUCCA, STANGHETTA, l’OSTE, EVANS, CAJUS e RUGBY, che stanno entrando

 

TUTTI -

Felici d’incontrarvi, mastro Ford!

 

FORD -

Eh, che bella brigata, in fede mia!

Ho in casa delle vere squisitezze.

Venite, favorite tutti, prego!

 

ZUCCA -

Non posso, mastro Ford, vi chiedo scusa.

 

STANGHETTA -

Anch’io devo scusarmi, mastro Ford.

Siamo invitati a pranzo da miss Anna,

e, francamente, non vorrei guastarmela,

per quant’oro si possa immaginare.

 

ZUCCA -

Sapete, abbiam proposto un matrimonio

tra Anna Page e questo mio nipote,

oggi dovremmo avere la risposta.

 

STANGHETTA -

(A Page)

Spero nel vostro assenso, papą Page…

 

PAGE -

Il mio l’avete gią, mastro Stanghetta.

(A Cajus)

Mia moglie sta per voi, mastro dottore.

 

CAJUS -

Eh, certo, Ź me che ama la ragazza!

Cosď mi dice sempre la mia Quickly.

 

OSTE -

E di quel giovanotto, sď, quel Fenton,

che dite, mastro Page?

Quello sa volteggiare, sa ballare,

quello sprizza dagli occhi giovinezza,

compone versi e sa parlar pulito,

ed Ź tutto un profumo aprile-maggio.

Lui la conquisterą, vincerą lui!

Anzi, ce l’ha gią in pugno, l’ha gią vinta!

 

PAGE -

Non con il mio consenso, state certo.

Quel signorino lą non ha un quattrino,

ha fatto parte della compagnia

di scapestrati col principe e Poins;([11])

e poi viene da troppo alta estrazione,

e la sa troppo lunga… Niente, niente.

No, con le dita del mio patrimonio

quello non riannoderą un sol nodo

delle sue sgangherate condizioni.

La vuole? Se la prenda. Ma lei sola:

per i soldi ci vuole il mio consenso,

e questo va in tutt’altra direzione.

 

FORD -

Con tutto il cuore, signori, vi supplico,

resti qualcuno a pranzare con me.

Oltre alla buona tavola,

vi prometto che vi divertirete:

vi mostrerė qualcosa di speciale.

Mastro dottore, su, venite voi,

e voi, don Ugo e mastro Page, venite.

 

ZUCCA -

Allora vi saluto. Arrivederci.

(A parte a Stanghetta)

In casa di suo padre, lui assente,

potremo fare con piĚ libertą

le nostre cose con Annetta Page.

 

(Esce con Stanghetta)

 

CAJUS -

Tu, Rugby, torna a casa. Vengo subito.

 

(Esce Rugby)

 

OSTE -

Arrivederci, cuoricini miei.

Io torno dal mio bravo cavaliere

a bere un buon canaria insieme a lui.

 

FORD -

(Tra sé)

Penso che arrivo io prima di te

a ber con lui canaria in dolci calici;

e gliela fo ballare, la canaria.([12])

(Forte)

Venite allora, amici?

 

TUTTI -

Siam con voi

a veder questa cosa portentosa.

 

(Escono, entrando in casa Ford)

 

 

 

 

SCENA III - In casa di Ford. Sala con tre porte, una delle quali fiancheggiata da due finestre che danno sulla strada.
Un arazzo alla parete di destra, che scende fino a terra.
Una scala porta al piano superiore.

 

ALICE FORD e MEG PAGE sono in scena, affaccendate.

 

ALICE -

(Chiamando)

Ehi, oh!, Gianni, Roberto, sbrigatevi!

 

MEG -

Presto, presto, il cestone del bucato.

 

ALICE -

ť pronto… Ohi, Roberto, siete sordi?

 

(Entrano dei servi col cestone della biancheria)

 

MEG -

Avanti, avanti.

 

ALICE -

Qui, posate qui.

 

MEG -

(Ad Alice)

Spiegate loro quel che debbon fare.

Alla svelta, perė.

 

ALICE -

Uh, Santa Vergine!

Dunque, allora, voi due, Roberto e Gianni,

come ho detto, starete lą, in dispensa,([13])

pronti a venire fuori al primo cenno;

e, senza alcun indugio o esitazione,

vi caricate il cesto sulle spalle

e difilato ai prati di Duchet,

dove si trovano le lavandaie,

ed una volta lą, lo rovesciate

sulla riva melmosa del Tamigi.

 

MEG -

Avete inteso bene?

 

ALICE -

Gliel’ho detto e ridetto mille volte:

non han bisogno d’altro.

(Ai due servi)

Andate lą,

e uscite appena sarete chiamati.

 

(Escono i servi)

 

Entra ROBIN

 

MEG -

Ecco il piccolo Robin.

 

ALICE -

Allora, falchettino, che ci dici?

 

RUGBY -

Signora Ford, Sir John, il mio padrone

Ź qui alla vostra porta di servizio,

e chiede di vedervi.

 

MEG -

Senti un po’, pupazzetto da vetrina,([14])

non ci avrai mica scoperte con lui?

 

ROBIN -

Oh, no, posso giurarlo. Il mio padrone

non sa nemmeno che voi siete qui;

vi dico, anzi, che m’ha minacciato

di mettermi per sempre in libertą

se ve n’avessi detto qualche cosa.

Ha giurato di mettermi sul lastrico.

 

MEG -

Bravo ragazzo! La tua discrezione

sarą il tuo sarto: t’avrą guadagnato

un bel farsetto e due gambali nuovi.

Vado a nascondermi.

 

ALICE -

Andate, presto!

(A Robin)

Torna dal tuo padrone

e digli che mi trovo sola in casa.

 

(Esce Robin)

 

Signora Page, ricordatevi bene,

mi raccomando, quando tocca a voi,

d’entrare in scena.([15])

 

MEG -

Contateci pure,

e se dovessi sbagliare, fischiatemi.([16])

 

(Esce)

 

ALICE -

Lo dobbiamo conciare per le feste

questo fetido untuoso viscidume,

questo popone riempito d’acqua;

gl’insegneremo una volta per sempre

a distinguer le tortore dai corvi!

 

Entra FALSTAFF dalla porta opposta a quella da dove Ź uscita Meg

 

FALSTAFF -

“Alfin ti tengo, o mio divin gioiello!”([17])

Ch’io muoia ormai, ché assai avrė vissuto!

D’ogni mia ambizione Ź questo il culmine!

Ora sublime di beatitudine!

 

ALICE -

O soave sir John!

(Si abbracciano)

 

FALSTAFF -

Signora Ford,

io non son uomo da lisciar le donne

o usar con loro dolci paroline.

Ti confesso un colposo desiderio:

vorrei che tuo marito fosse morto.

Proclamerei davanti al Re dei Re

che vorrei fare di te la mia lady.

 

ALICE -

Io, sir John, vostra lady?AhimŹ, sir John,

quale meschina lady sarei io!

 

FALSTAFF -

Che me ne mostri un’altra piĚ regale

l’intera corte di Francia. Il tuo occhio

potrebbe gareggiare col diamante,

la tua fronte ha l’arcuata venustą

che s’addice alla foggia dei capelli,

a carena di nave, a vela al vento,

o ad altra superba acconciatura

ammessa dalla moda di Venezia.

 

ALICE -

Un fazzoletto, sir John, e nient’altro

s’addice alla mia fronte, ed anche quello

nemmeno tanto bene.

 

FALSTAFF -

Avanti a Dio,

sei tiranna a te stessa a dir cosď!

Tu saresti una gran dama di corte,

ed il fermo equilibrio del tuo piede

ti darebbe un incedere armonioso

nel semicerchio del tuo guardinfante.

So ben io quale donna tu saresti,

se Fortuna ti fosse stata amica

per quanto amica t’Ź stata Natura.([18])

Suvvia, non fingere di non saperlo!

 

ALICE -

Oh, nulla c’Ź di questo in me, credetemi.

 

FALSTAFF -

Che cos’Ź allora che di te m’attira?

Questo solo dovrebbe persuaderti

che c’Ź qualcosa in te di straordinario.

Io non uso parole di lusinga,

non so dirti: “Sei questo, sei quest’altro”,

come fan certi mammoletti in boccio

balbettando, che se ne vanno in giro

come femmine in abito maschile

e profumano l’aria come BlĚcklesbury

al tempo delle semplici.([19])

Questo non lo so fare. Ma io t’amo!

Amo te sola, e tu ne sei ben degna!

 

ALICE -

Ah, per pietą, sir John, non m’ingannate!

Ho paura che dentro il vostro cuore

ci sia piuttosto la signora Page.

 

FALSTAFF -

A sentirti dir questo,

Ź come se t’udissi rinfacciarmi

che mi piace d’andare avanti e indietro

all’ingresso del carcere per debiti;

cosa che mi sarebbe piĚ indigesta

che respirare vapori di calce.

 

ALICE -

Sa il cielo quanto v’amo…

e verrą il giorno che l’accerterete.

 

FALSTAFF -

Serbatevi cosď. Ne sarė degno.

 

ALICE -

Degno lo siete gią;

non m’avreste trovata, devo dirlo,

se no, con animo sď ben disposto.

 

Rientra ROBIN

 

ROBIN -

Signora Ford, signora, c’Ź alla porta

madama Page sudata, trafelata,

tutta sconvolta, vuol vedervi subito.

 

FALSTAFF -

Oh, Dio! Non voglio che mi trovi qui!

Mi nascondo… lą, dietro quell’arazzo.

 

ALICE -

Oh, sď, per caritą, che non vi veda!

Quella Ź una donna tanto linguacciuta!

 

(Falstaff va a nascondersi dietro l’arazzo)

 

Entra MEG PAGE

 

Ebbene, che c’Ź dunque? Che succede?

 

MEG -

OhimŹ, signora Ford, che avete fatto?

Siete disonorata, svergognata,

rovinata… per sempre!

 

ALICE -

Ma che dite!

Signora Page, mia cara, che vi prende?

 

MEG -

OhimŹ, signora Ford…

con un tal galantuomo di marito,

dargli questi motivi di sospetto!

 

ALICE -

Motivi di sospetto!… Che motivi?

 

MEG -

Che motivi… E lo chiedete a me?

Ah, che m’ero sbagliata su di voi!

 

ALICE -

Insomma, via, che c’Ź? Di che si tratta?

 

MEG -

Donna, vostro marito sta venendo

insieme a tutte le guardie di Windsor

in cerca di qualcuno: un gentiluomo,

egli dice, che Ź qui, tra queste mura,

e per di piĚ con il vostro consenso,

per profittare della sua assenza

a sconci fini… Siete rovinata!

 

ALICE -

Ah, spero che non sia come voi dite!…

 

MEG -

Pregate il cielo che non sia cosď,

che non l’abbiate in casa, quel signore…

Quello che Ź piĚ che certo

Ź che vostro marito sta arrivando

con mezza Windsor alle sue calcagna,

risoluto a cercar questo qualcuno;

ed io son corsa ad avvertirvi in tempo.

Se vi sentite in tranquilla coscienza,

tanto meglio per voi, ne son felice;

ma se avete un amico dentro casa,

mandatelo, mandatelo via subito!

Non state lď tutta trasecolata,

richiamatevi tutti i vostri spiriti,

difendetevi la reputazione

o vi toccherą dir per sempre addio

alla vostra beata e bella vita!

 

ALICE -

Che devo fare? C’Ź qui un gentiluomo,

un caro amico; e temo piĚ per lui

che per la stessa mia reputazione.

Come faccio?… Darei mille sterline

pur di saperlo lontano da qui.

 

MEG -

Vergogna! Ma non state ad indugiare

adesso tra il “darei” e “non darei”.

Muovetevi! Vostro marito Ź qui.

Escogitate qualche scappatoia:

in casa, qui, non potete nasconderlo…

Ah, come son delusa su di voi!…

Oh, qui c’Ź un un grosso cesto…

Se fosse di statura ragionevole

ci si potrebbe rannicchiare dentro,

e ci buttate sopra i panni sporchi

come dovessero andare al bucato;

anzi, siccome il giorno del bucato

Ź proprio oggi, chiamate due uomini

che lo portino via, dentro quel cesto,

ai prati di Dachet.

 

ALICE -

ť troppo grosso

per entrare lą dentro… Che facciamo?…

 

FALSTAFF -

(Uscendo da dietro l’arazzo)

Vediamo un po’… vediamo…

Ci posso stare, sď, ci posso stare…

(Ad Alice)

Date retta alla vostra amica: c’entro.

 

MEG -

Che! Sir John Falstaff?… Voi!

(A parte, a Falstaff)

ť questo che mi dite, cavaliere,

nella lettera?

 

FALSTAFF -

Io amo te sola,

e nessun’altra. Aiutami a scappare.

Se ce la faccio a infilarmi lą dentro,

ti giuro che mai piĚ…

 

(Entra nel cesto. La due donne lo ricoprono con

biancheria da mandare al bucato)

 

MEG -

(A Robin)

Su, su, ragazzo,

aiutami a coprire il tuo padrone.

(A parte, a Falstaff)

Ipocrita d’un cavaliere!…

 

ALICE -

(Chiamando)

Ehi, voi,

Roberto, Gianni, su, venite fuori!

 

Rientrano i due SERVI

 

Portate via questi panni, ma presto!

Dov’Ź la pertica?…([20]) Su, pelandroni!

Alla lavanderia di Dachet… Su, alla svelta!

 

Mentre i due servi, sollevato il cesto con la pertica e incollatolo stan per uscire, si spalanca la porta che dą sulla strada ed entrano FORD, PAGE, il dottor CAJUS e don Ugo EVANS.

 

FORD -

(Ai tre che lo seguono)

Avanti, avanti, favorite, prego!

E se trovate che i sospetti miei

sono infondati, sghignazzate pure

alle mie spalle, fate pur di me

il vostro spasso. L’avrė meritato.

(Ai servi che stanno uscendo col cesto)

E voi, con quella roba?… Dove va?

 

UN SERVO -

Dove volete che vada? Al bucato.

 

ALICE -

Eh, che t’impicci tu dove lo portano?

T’interessi di panni sporchi adesso?

 

FORD -

Panni sporchi? Ce n’Ź in questa casa,

da farci un bel bucato…([21])

 

(Escono i servi col cestone)

 

Miei signori, stanotte ho fatto un sogno

che desidero proprio raccontarvi…

 

(Distribuisce a ciascuno dei tre delle chiavi)

 

A voi… a voi… a voi…

Sono tutte le chiavi della casa,

salite su alle camere, cercate,

rovistate, frugate dappertutto:

staneremo la volpe, garantito!

Prima perė convien chiudere questa.

 

(Chiude a chiave la porta da cui sono entrati)

 

Ed ora, via alla caccia! Sguinzagliamoci!

 

PAGE -

Mio caro Ford, non v’agitate troppo,

vi puė far male.

 

FORD -

ť vero, mastro Page.

Ma su, salite, vi divertirete!

Seguitemi, seguitemi, signori!

 

(Page, Cajus e don Evans salgono con Ford al piano superiore)

 

MEG -

Cosď ci procuriamo un doppio spasso.

 

ALICE -

Non so che cosa sia piĚ divertente,

la delusione data a mio marito

o quella a sir John Falstaff.

 

MEG -

Poveretto!

Chi lo sa che paura,

quando ha sentito che vostro marito

ha chiesto ai servi quel che c’Ź nel cesto!

 

ALICE -

Ho anche mezza idea

che avrą pure bisogno di lavarsi,

tanto che ad essere buttato in acqua

gli avrą recato un certo beneficio.

 

MEG -

S’impicchi, disonesto manigoldo!

Per me, vorrei che questo trattamento

toccasse a tutti quelli del suo stampo.

 

ALICE -

Mio marito perė qualche ragione

di sospettar che Falstaff era qui,

doveva averla; perché prima d’oggi

non ricordo d’averlo visto mai

cosď accecato dalla gelosia.

 

MEG -

Questo studierė il modo di appurarlo.

Pensiamo adesso a come architettare

qualche altra burla alle spalle di Falstaff;

perché non basta questo solo farmaco

a guarirlo del suo male lascivo.

 

ALICE -

Se gli mandassimo madama Quickly,

quella vecchia carcassa testamatta,

a recargli le nostre vive scuse

per quel bagno forzato,

e a suscitare in lui nuove speranze

per attirarlo in un altro castigo?

 

MEG -

Detto fatto: invitiamolo da noi

domattina alle otto, per scusarci

 

Rientrano, da sopra, FORD, PAGE, CAJUS e EVANS.

 

FORD -

Non s’Ź trovato… Forse quel cialtrone

ha soltanto voluto menar vanto

di cosa che non gli riuscď ottenere.

 

MEG -

(A parte ad Alice)

Avete udito?

 

ALICE -

(Con aria risentita)

Mi trattate bene,

eh, mastro Ford!

 

FORD -

Infatti, molto bene.

 

ALICE -

Ti renda il ciel miglior dei tuoi pensieri.

 

FORD -

Amen.

 

MEG -

A comportarvi in questo modo,

fate torto a voi stesso, mastro Ford.

 

EVANS -

Dio mi pertoni tutti i miei peccati

il ciorno del Ciudizio unifersale,

se nella casa c’Ź anima viva,

sia nelle camere, sia negli armadi,

e sia nei cassettoni…

 

CAJUS -

E cosď a me, parbleu;

nessuno.

 

PAGE -

Che figura, mastro Ford!

Si puė sapere quale Satanasso

v’ha messo in capo certe fantasie?

Non mi vorrei sentire, v’assicuro,

cosď scornato, per tutti i tesori

del castello di Windsor!

 

FORD -

 

Colpa mia, mastro Page, sď, tutta mia,

e tutta mia ne sia la sofferenza.

 

EVANS -

Di fostra sofferenza Ź solo origine

la vostra stessa cattiva coscienza:

vostra moglie Ź una donna costumata.

Ce ne fosse pur una come lei

in mezzo a cinquemila,

che dico, pure in mezzo a cinquecento!

 

CAJUS -

Cosď pare anche me che sia, parbleu.

 

FORD -

Bene, vi avevo promesso un pranzetto.([22])

Prima facciamo due passi nel parco.

Vi prego di volermi perdonare.

Dopo vi spiegherė perché l’ho fatto.

Suvvia, moglie, suvvia, signora Page,

vi prego, perdonatemi…

Con tutto il cuore prego: perdonatemi!

 

PAGE -

(A Cajus ed Evans)

Bene, andiamo, signori.

(A parte ai due)

Ma, intendiamoci:

non cesseremo di prenderlo in giro.

(Forte)

Domani, a casa mia per colazione;

poi si va tutti insieme ad uccellare.

Ho un falco prodigioso, un fruga-fratte.

Vi sta bene?

 

FORD -

Come volete voi.

 

EVANS -

Se c’Ź gią il primo, io sarė il secondo.

 

CAJUS -

E se ci saran gią primo e secondo,

io non mi tiro indietro a fare il terzo.

 

FORD -

Vi prego, mastro Page, accomodatevi.

 

EVANS -

(A parte, a Cajus)

Domani ricordiamoci, vi prego,

di quell’oste, quel lurido furfante.

 

CAJUS -

E come no, parbleu!, con tutta l’anima.

 

EVANS -

Pitocchioso furfante!

Permettersi con noi scherzi del genere!

 

(Escono tutti)

 

 

 

 

SCENA IV - Davanti alla casa di Giorgio Page

 

FENTON e ANNETTA sono seduti sotto un albero

 

FENTON -

A tuo padre non vado proprio a genio.

ť inutile, perciė, mia dolce Annetta,

che mi chiedi di andare ancor da lui.

 

ANNA -

Allora?

 

FENTON -

Allora decidi tu stessa.

Dice che son troppo alto di natali

e che, siccome ho tutto sperperato

dei miei averi, spendendo e spandendo,

voglio rimpannucciarmi ora col suo.

Eppoi mi mette avanti altre barriere:

i miei trascorsi di sregolatezze,

le mie poco pulite compagnie…

e dice che per lui non Ź possibile

ch’io t’ami altro che pei tuoi quattrini.([23])

 

ANNA -

Forse Ź nel vero…

 

FENTON -

No, Anna, ti giuro,

cosď potesse esaudire il cielo

i mie voti!… Seppure, lo confesso,

all’inizio gli averi di tuo padre

siano stati la molla che m’ha spinto

a corteggiarti, standoti vicino,

ho scoperto che in te, Annetta mia,

c’Ź piĚ valore di tutto il suo oro

e di tutti i suoi sacchi di monete.

ť la ricchezza che tu porti in te

cui io aspiro.

 

ANNA -

Fenton mio cortese,

conquistatevi il cuore di mio padre,

riprovateci ancora, signor mio.

Se poi, malgrado tutte le occasioni,

malgrado le piĚ umili insistenze,

non s’approderą a nulla, ebbene allora…

 

Si alzano traendosi in disparte e continuando a parlare, quando improvvisamente s’apre la porta di casa Page e ne escono ZUCCA, STANGHETTA e QUICKLY

 

ZUCCA -

(A Quickly, indicando Annetta e Fenton)

Interrompeteli, madama Quickly:

Ora deve parlarle mio nipote.

 

STANGHETTA -

Oh, giusto per scoccar uno-due strali,

cosď, e vedere quello che succede…

 

ZUCCA -

Sď, ma senza lasciarti intimidire.

 

STANGHETTA -

Oh, non Ź lei che mi puė intimidire!

Non Ź questo… ť questione che ho paura.

 

QUICKLY -

(Avvicinandosi ad Annetta)

Ecco, sentite, c’Ź mastro Stanghetta

che vuol dirvi qualcosa.

 

ANNA -

Vengo subito.

(A parte a Fenton)

ť quello il candidato di mio padre.

Ohibė, guardate come un universo

di schifosa bruttezza e di difetti

puė riuscire attraente

grazie a trecento sterline di rendita.

 

QUICKLY -

E come va il mio bravo mastro Fenton?

(Traendolo in disparte)

Di grazia, vorrei dirvi una parola.

 

(Si apparta con Fenton. Annetta va verso Zucca)

 

ZUCCA -

Eccola, viene. Va’ da lei, nipote.

Oh, ragazzo, tu hai avuto un padre.

 

STANGHETTA -

Un padre, sď, madamigella Anna,

l’ho avuto, e qui mio zio puė anche dirvi

un sacco di facezie su di lui…

Vi prego, zio, raccontate a miss Anna

di quella volta che il babbo rubė

due oche dal pollaio… Avanti, zio!

 

ZUCCA -

(Senza curarsi di Stanghetta)

Miss Anna, mio nipote vi vuol bene.

 

STANGHETTA -

Ah, sď, certo, che bene gliene voglio,

come lo voglio a qualunque altra donna

della Contea di Gloucester…

 

ZUCCA -

(c.s.)

… V’assicuro,

vi farą fare vita da signora…

 

STANGHETTA -

E sď, perdio, a corto e lungo termine,

come si spetta ad uno ch’Ź inferiore

d’un sol gradino a quello di scudiero.([24])

 

ZUCCA -

… E vi garantirą un vitalizio

annuo di centocinquanta sterline.

 

ANNA -

Mastro Zucca, lasciate parlar lui,

vi prego.

 

STANGHETTA -

Giusto, sď, ve ne ringrazio!

Vi ringrazio dell’incoraggiamento.

 

ZUCCA -

(A Stanghetta)

Nipote, vuole che le parli tu.

Io vi lascio.

(Si allontana)

ANNA -

Sicché, mastro Stanghetta…

 

STANGHETTA -

Sicché, mia buona signorina Annetta…

 

ANNA -

Qual Ź dunque la vostra volontą?

 

STANGHETTA -

La volontą… la mia… Cuore di Dio,

questa Ź davvero bella!

Io non ho fatto ancora testamento,

deograzia, non son proprio una creatura

cosď male in salute, lode al cielo!([25])

 

ANNA -

Volevo intendere, mastro Stanghetta,

che cos’Ź che volete voi da me.

 

STANGHETTA -

Per parte mia, a dir la veritą,

da voi non voglio nulla… o quasi nulla.

Sono stati mio zio e vostro padre

a prendersi la briga per mio conto;

e, se la cosa si puė fare, bene;

se no, fortuna arriva al preferito.

Essi vi possono spiegare meglio

come stanno le cose.

Domandatelo pure a vostro padre,

vedo che sta venendo.

 

Entrano, uscendo di casa, Giorgio PAGE e la moglie MEG

 

PAGE -

Salute, mastro Adamo.

Anna, figliola mia, vogligli bene.

(Scorgendo Fenton)

Ebbene, che ci fa qui mastro Fenton?

(A Fenton)

Questo trovarvi sempre in casa mia,

signore, non mi torna affatto a genio.

V’ho gią detto, mi pare, e ripetuto

che questa mia figliola Ź gią impegnata.

 

FENTON -

Evvia, buon mastro Page, non arrabbiatevi.

 

MEG -

Mastro Fenton, davvero: per favore,

non venite piĚ dietro alla mia bimba.

 

PAGE -

Non Ź roba per voi!

 

FENTON -

Signore mio,

posso parlarvi almeno un sol momento?

 

PAGE -

ť inutile. Venite, mastro Zucca,

entrate.

(A Stanghetta)

Su, figliolo, favorite.

(A Fenton)

Poiché sapete gią come la penso,

m’infastidite solo, mastro Fenton!

 

(Escono Page, Zucca e Stanghetta, entrando in casa Page).

 

QUICKLY -

(A Fenton)

Ecco, parlate alla signora Page.

 

FENTON -

(A Meg)

Buona signora, io amo vostra figlia

d’un sentimento sď serio ed onesto,

che son costretto a issare il suo vessillo

sopra ogni ostacolo, sgarbo, ripulsa,

senza dover indietreggiare un pollice.

Ch’io abbia almeno il vostro benestare.

 

ANNA -

Madre mia santa, per l’amor di Dio,

non mandatemi sposa a quel babbeo!

 

MEG -

Non ci penso nemmeno, figlia mia.

Per te tua madre ha in mente d’assai meglio.

 

QUICKLY -

Il dottor Cajus, eh?, il mio padrone…

 

ANNA -

Ah, no! Magari sotterrata viva,

e lapidata a morte con i cavoli!

 

MEG -

Beh, mastro Fenton, non vi date pena:

non vi sarė né amica né nemica;

voglio solo sentire da mia figlia

fino a che punto ella sente di amarvi,

e poi deciderė in conseguenza.

Fino allora, signore, arrivederci.

Anna deve rientrare in casa subito,

se non vuol che suo padre vada in bestia.

 

FENTON -

Signora, arrivederci. Addio, Annetta.

 

(Escono, rientrando in casa, Meg e Annetta)

 

QUICKLY -

(A Fenton)

Tutto merito mio. “Eh, no - le ho detto,

non getterete ai cani vostra figlia

dandola ad un babbeo o ad un cerusico!

Ma guardatelo bene, il signor Fenton!”

Tutto merito mio.

 

FENTON -

Te ne ringrazio,

e ti prego portare, appena notte,

questo anello alla mia dolce Nannina.

(Le consegna un anello)

Questo Ź pel tuo disturbo. Arrivederci.

 

(Le dą del denaro ed esce)

 

QUICKLY -

(Seguendolo con lo sguardo)

Ti mandi il cielo la buona fortuna.

Che cuore generoso! Non c’Ź donna

che per un cuore cosď generoso

non passerebbe sul fuoco e sull’acqua…

Eppure non mi spiacerebbe affatto

che l’Annetta l’avesse il mio padrone…

o anche, perché no? mastro Stanghetta…

oppure, sď, questo giovane Fenton.

Farė quanto potrė per tutti e tre,

perché cosď ho promesso,

anche se un po’ di piĚ per mastro Fenton…

Ma che bestia son io, a stare qui

a ciondolarmi cosď fino ad ora!

 

(Esce)

 

 

 

 

SCENA V - La locanda della “Giarrettiera”. Mattina.

 

FALSTAFF sta scendendo dalla sua camera.

 

FALSTAFF -

(Chiamando)

Bardolfo!

 

BARDOLFO -

(Comparendo da una porta)

Son qua, signore. Agli ordini!

 

FALSTAFF -

Vammi a prendere un quarto di vin cotto

ed inzuppaci un buon crostino caldo.

 

(Esce Bardolfo. Falstaff scende e si siede)

 

Sarė dunque vissuto fino ad oggi

per esser trasportato in un cestone

e gettato nell’acqua del Tamigi

come i rifiuti d’una beccheria?…

Ah, mi dovesse ancora capitare

di cader dentro a una simile trappola,

meglio farmi strappare le cervella

e friggerle nel burro a fuoco lento,

per poi buttarle da mangiare ai cani

in regalo per cena a Capodanno!

M’han buttato nel fiume, quei furfanti,

con la stessa svagata noncuranza

che se dovessero affogare in acqua

una covata di catelli ciechi:

e potete capir,([26]) dalla mia mole,

s’io abbia una speciale propensione

ad affogare con facilitą;

fosse pur stato il letto di quel fiume

piĚ profondo del fondo dell’inferno,

si puė star certi che l’avrei toccato;

non fosse stato il livello dell’acqua

cosď basso, sarei certo affogato…

Una morte che aborro, perché l’acqua

ti gonfia piano piano tutto il corpo,

e figurarsi allora che spettacolo

sarei stato, piĚ gonfio che gią sono!

Una montagna di carne, perdio!

 

Rientra BARDOLFO con il vino

 

BARDOLFO -

Monsignore, c’Ź qui madama Quickly

che vorrebbe parlarvi.

 

FALSTAFF -

Vieni, vieni,

fammi prima versare un po’ di vino

sull’acqua del Tamigi. Ho freddo in pancia

manco avessi inghiottito, come pillole,

palle di neve a rinfrescar le reni.

Falla venire.

 

BARDOLFO -

Avanti, buona donna.

 

Entra QUICKLY

 

QUICKLY -

Con permesso… Vi prego di scusarmi…

Buongiorno a vostra signoria illustrissima.

 

FALSTAFF -

(A Bardolfo, dopo aver bevuto tutto)

Porta via questa roba,

e preparami un beverone caldo.

 

BARDOLFO -

Con le uova, signore?

 

FALSTAFF -

No, senza. Niente sperma di pollame

dentro i miei beveraggi.

 

(Esce Bardolfo)

 

(A Quickly)

Che c’Ź dunque?

 

QUICKLY -

Ecco, vengo da vostra signoria

dalla parte della signora Ford.

 

FALSTAFF -

Signora Ford?… Di fiordi n’ho abbastanza

dopo il bagno che ho fatto nel suo fiordo!([27])

Ho piene le budella di quell’acqua!

 

QUICKLY -

AhimŹ, che in tutto questo, monsignore,

la poveretta non ha proprio colpa!

ť furibonda coi suoi servitori

che han male inteso le sue erezioni.([28])

 

FALSTAFF -

E cosď io le mie,

a illudermi di poter costruire

sulle promesse d’una scervellata!([29])

 

QUICKLY -

Ah, la vedeste, com’Ź desolata,

signore, vi si strapperebbe il cuore!

Stamane suo marito va a cacciare;

ella vi prega di tornar da lei,

fra le otto e le nove.

Debbo portarle la risposta subito.

Vi farą piena ammenda, v’assicuro.

 

FALSTAFF -

Va bene. Tornerė a vederla. Diglielo.

E digli pure che rifletta bene

che cos’Ź un uomo e l’umana fralezza;

e giudichi, pertanto, del mio merito.

 

QUICKLY -

Glielo dirė.

 

FALSTAFF -

Fra le nove e le dieci,

hai detto?

 

QUICKLY -

No, fra le otto e le nove.

 

FALSTAFF -

Bene, va’ pure. Non le mancherė.

 

QUICKLY -

La pace sia con vostra signoria.

 

(Esce)

 

FALSTAFF -

Strano che ancora quel mastro Ruscello

non si sia visto; m’ha mandato a dire

che l’avessi aspettato… Eh, quel denaro

mi farebbe assai comodo… Ma eccolo!

 

Entra FORD come mastro RUSCELLO

 

FORD -

Dio vi protegga, illustre cavaliere!

 

FALSTAFF -

Caro signor Ruscello!

Venite per sapere com’Ź andata

con la moglie di Ford?

 

FORD -

Per questo, appunto.

 

FALSTAFF -

Non vi dirė bugia, signor Ruscello.

Sono stato da lei, a casa sua,

all’ora ch’ella aveva stabilito.

 

FORD -

Andato tutto bene?

 

FALSTAFF -

Tutto male,

anzi malissimo, signor Ruscello.

 

RUSCELLO -

Come mai? Ha mutato forse idea?

 

FALSTAFF -

Macché, signor Ruscello, non Ź questo;

Ź che quel gran cornuto del marito

che, geloso com’Ź,

vive continuamente nel sospetto,

s’Ź presentato lą

che c’eravamo appena sbaciucchiati

scambiando qualche dolce parolina…

S’era appena, diciamo, recitato

il breve prologo della commedia,

e arriva lui, portandosi alle spalle

una masnada di suoi compagnacci,

lą richiamati ed istigati apposta

dalla sua furibonda gelosia;

e tutti a rovistare per la casa

in cerca dell’amante della moglie.

 

FORD -

E voi stavate lą?

 

FALSTAFF -

Io stavo lą.

 

FORD -

E lui ha rovistato tutta casa,

senza trovarvi?

 

FALSTAFF -

Fatemi finire.

A un certo punto, per buona fortuna,

arriva lą una tal madama Page

ad avvertire che Ford sta arrivando;

ed a costei salta in testa l’idea

(con la moglie di Ford che, poveretta,

non connetteva piĚ dallo sgomento)

d’infilarmi nel cesto del bucato.

 

FORD -

Nel cesto del bucato?

 

FALSTAFF -

Eh, sď, perdio!

Era proprio il cestone del bucato.

E mi ci hanno cacciato dentro a forza

insieme con camicie, sottovesti,

calzini, calze, tovaglioli sporchi,

mutande, tutta roba unta e bisunta

ch’era, credetemi, mastro Ruscello,

l’accozzaglia piĚ fetida e schifosa

dei piĚ maligni e nauseabondi lezzi

ch’abbian colpito mai narice d’uomo.

 

FORD -

E quanto tempo ci siete rimasto?

 

FALSTAFF -

Eh, perbacco, ma state ora a sentire

tutto quel che ho dovuto sopportare

per cercar di portare quella donna

al malo passo e compiacere a voi.

Cosď inzeppato dentro quel cestone,

dalla padrona furono chiamati

un paio di screanzati villanzoni,

servi di Ford, per trasportarmi via

come fossero panni da lavare

a Dachet, presso i banchi del Tamigi.

Quelli mi si issaron sulle spalle

e, uscendo, si trovarono di faccia

quel tanghero geloso del padrone,

che chiese, lď per lď, una-due volte,

che cosa mai portassero nel cesto.

Non vi sto a dir se tremai di paura

al pensiero che a quel pazzo babbeo

venisse in mente di frugar lą dentro;

senonché il Fato, avendo decretato

ch’egli debba restar comunque becco,

gli trattenne la mano. A farla breve,

lui seguita a cercar per tutta casa,

io sguscio fuori con i panni sporchi.

Ma sentite ora il seguito, sentite:

ho sofferto gli spasimi e l’angoscia

di tre diverse morti:

prima, per lo spavento intollerabile

di venire scoperto lď per lď

da un caprone col campanaccio al collo

geloso marcio come quello lą;

seconda, per il rischio di restare

piegato lď, come dentro a una botte,

che con la testa mi toccavo i piedi

curvo come una lama di Bilbao

quando si prova, punta contro manico;

terza ed ultima, per il gran terrore

di rimaner lď dentro soffocato,

come impregnato da una forte essenza

in mezzo a tutti quei luridi panni

emananti un fetore irresistibile

e gią in fermento per il lor grassume…

Figuratevi, un uomo come me,

della mia complessione corporale

che si squaglia al calore come burro,

un uomo ch’Ź un continuo liquefarsi,

un trasudare liquido dai pori…

Insomma, Ź stato proprio per miracolo

se non son morto per soffocamento!

E, al culmine di questo bagno turco,

quand’ero gią stracotto in quel grassume

come dello stufato alla fiamminga,

non mi buttano in acqua nel Tamigi?

E, bollente com’ero,

di colpo raffreddato in acqua gelida,

mi metto a friggere ed a sibilare

come - pensate un po’ mastro Ruscello -

un ferro di cavallo arroventato!

 

FORD -

Son proprio dispiaciuto, cavaliere,

sinceramente che, per causa mia,

voi abbiate sofferto tutto questo.

Debbo pensare allora, cavaliere,

che il mio disegno non ha piĚ speranze?

Non vorrete tentare piĚ con lei?

 

FALSTAFF -

Ah, piuttosto che arrendermi cosď,

signor Ruscello, mi fo buttar vivo

nel cratere dell’Etna,

come lo sono stato nel Tamigi!

Stamane suo marito Ź andato a caccia

ed ho avuto da lei un altro invito:

d’incontraci di nuovo a casa sua,

tra le otto e le nove.

 

FORD -

Poffarbacco!

Son gią passate le otto, sir John!

 

FALSTAFF -

Ah, sď? Bisogna allora che m’affretti.

Passate poi da me con vostro comodo

e potrete sapere com’Ź andata;

cosď coroneremo la conquista

col godervela voi. Per ora addio.

Ve la godrete, sď, mastro Ruscello!

E lo farete cornuto, quel Ford!

 

(Esce)

 

FORD -

Uhm… Ź visione, Ź sogno tutto questo?

Sogno o son desto?… Sveglia, mastro Ford!

Ecco quel che succede ad ammogliarsi.

Ecco quel che vuol dire avere in casa

panni sporchi e cestoni pel bucato!

Eh, ma dovrą sapere chi son io!

Stavolta lo sorprendo, il libertino!

ť in casa mia, non puė scapparmi piĚ,

non Ź possibile; non puė sgusciare

dentro ad un borsellino da due soldi,

oppur dentro al barattolo del pepe!

Stavolta, se il demonio che lo guida

non l’aiuta, lo cerco dappertutto,

nei posti piĚ nascosti, piĚ incredibili!

Se non posso evitare

d’esser quello che sono, mai sarą

ch’io m’assoggetti tanto docilmente

ad esser quello che vorrei non essere.

Se ho corna da venir pazzo furioso,

che si dimostri vero in me quel detto:

“Tanto furioso da incornare tutti!”

 

(Esce)

 

 

ATTO QUARTO

 

 

SCENA I - Windsor, una strada davanti alla casa di Page.

 

MEG PAGE esce di casa con QUICKLY e GUGLIELMINO

 

MEG -

(A Quickly)

Pensi tu ch’egli sia gią a casa Ford?

 

QUICKLY -

Se non c’Ź gią, starą per arrivarci.

Ma, credetemi, Ź proprio fuor dai cąncheri,([30])

per via di quella bagnatura fredda…

Madama Ford vi vuol vedere subito.

 

MEG -

Sarė lą fra un momento. Solo il tempo

d’accompagnare a scuola il mio ragazzo.

Oh, guarda, il suo maestro!

ť giorno di vacanza, a quanto pare.

 

Entra don Ugo EVANS

 

Com’Ź, don Ugo, niente scuola, oggi?

 

EVANS -

No. Per licenza di mastro Stanghetta,

oggi fanno vacanza.([31])

 

QUICKLY -

Benedetto!

 

MEG -

Don Ugo, mio marito

non fa che dirmi che questo ragazzo

non fa nessun progresso nello studio.

Non vorreste di grazia interrogarlo

con qualche domandina di grammatica?

 

EVANS -

Vieni qua, Guglielmino… su la testa!

 

MEG -

Su, su, figliolo, tieni su la testa

e rispondi al maestro, non temere.

 

EVANS -

Quanti numeri ha il nome, Guglielmino?

 

GUGLIELMINO -

Due.

 

QUICKLY -

Ma guarda! Davvero?

Pensavo ce ne fosse uno in piĚ,

perché si dice: “Dio Ź uno e trino”.([32])

 

EVANS -

Silenzio, voi, con queste vostre ciarle!

Guglielmino, come si dice “bello”?

 

GUGLIELMINO -

Pulcher.

 

QUICKLY -

Bella, la pulce?…([33])

Ci son cose piĚ belle, al mondo, eh!

 

EVANS -

Siete una tonna molto sempliciotta.

Silenzio. Guglielmino, cos’Ź lapis?

 

GUGLIELMINO -

Una pietra.

 

EVANS -

E cos’Ź una pietra?

 

GUGLIELMINO -

Un sasso.

 

EVANS -

No, lapis, lapis, ficcatelo in testa.

 

GUGLIELMINO -

Lapis.

 

EVANS -

Cosď va bene. E dimmi un po’,

da chi son dati in prestito gli articoli?

 

GUGLIELMINO -

In prestito gli articoli son dati

dai pronomi, e si posson declinare,

cosď: nominativo singolare;

hic, haec, hoc.

 

EVANS -

Hig, heg, hog, sď, bene, bravo.

Attento adesso: genitivo huius,

accusativo…

 

GUGLIELMINO -

Accusativo hinc.

 

EVANS -

No, ragazzo, ricėrdatelo bene:

accusativo, hung, hang e hog.

 

QUICKLY -

Hang-hog” Ź la pancetta di maiale,([34])

in latino, ve l’assicuro io.

 

EVANS -

Donna, smettetela d’interloquire!

E qual Ź il vocativo, Guglielmino?

 

GUGLIELMINO -

“O”… comincia con “O”…

 

EVANS -

No, Guglielmino,

ricorda bene: il vocativo Ź “caret”.

 

QUICKLY -

“Carota”, sď, Ź una buona radice.

 

EVANS -

E basta, insomma, buona donna!

 

MEG -

Zitta!

 

EVANS -

Genitivo plurale, Guglielmino?

 

GUGLIELMINO -

Il genitivo…

 

EVANS -

Avanti.

 

GUGLIELMINO -

Il genitivo…

il genitivo Ź horum, harum, horum.

 

QUICKLY -

Che parolacce, da insegnare ai bimbi!

 

EVANS -

Tacete, donna, almeno per pudore!

 

QUICKLY -

Fate male a insegnare ad un bimbetto

certe male parole… e chicche e cacche,

gią se l’imparano da loro stessi

fin troppo presto. C’Ź da vergognarsi!([35])

 

EVANS -

Donna, sei matta? Che ne vuoi capire

tu, di casi, di numeri e di generi?

Davvero sei la cristiana creatura

piĚ sciocca che si possa immaginare!

 

MEG -

Ti prego, sta’ tranquilla.

 

EVANS -

Dammi ora, Guglielmino, qualche esempio

della declinazione dei pronomi.

 

GUGLIELMINO -

Oh, quelli proprio non me li ricordo.

 

EVANS -

Son qui, quae, quod, ma se non li ricordi,

i tuoi qui, i tuoi quae ed i tuoi quod,

ti piglierai parecchie sculacciate.

E adesso vattene pure a giocare.

 

MEG -

Ne sa di piĚ di quanto mi pensassi.

 

EVANS -

ť di buona memoria, bene sveglia.

Signora Page, adesso vi saluto.

 

MEG -

Arrivederci, caro reverendo.

 

(Esce don Ugo Evans)

 

Ragazzo, a casa, su. S’Ź fatto tardi.

 

(Escono tutti)

 

 

 

 

SCENA II - In casa di Ford. In un angolo la cesta del bucato.

 

Entrano FALSTAFF e ALICE FORD

 

FALSTAFF -

Signora Ford, il vostro dispiacere

per quello che Ź successo

ha divorato ogni mia sofferenza.([36])

M’accorgo quanto siete rispettosa

nel vostro amore, ed io ve lo ricambio,

voglio che lo sappiate, tale e quale,

non solo quanto a intensitą di sensi,

ma in tutte l’altre forme e rituali

ond’esso si riveste.

Una cosa, perė: siete sicura

quanto a vostro marito?

 

ALICE -

Oh, sď, Ź a caccia,

dolce sir John.

 

LA VOCE DI MEG -

(Da dentro)

Ehi, oh, signora Ford!

 

ALICE -

Presto, sir John, passate in quella stanza!

 

(Falstaff sguscia nella stanza attigua, lasciando tuttavia la porta aperta)

 

Entra MEG PAGE

 

MEG -

Anima mia, chi c’Ź con voi in casa?

 

ALICE -

Nessuno tranne i servi.

 

MEG -

Veramente?

 

ALICE -

Ma sď, certo!

 

MEG -

(Sottovoce)

Parlate un po’ piĚ forte.

 

ALICE -

Ah, son proprio contenta

che non ci abbiate nessuno.

 

MEG -

Perché?

 

ALICE -

Ma perché, cuore mio, vostro marito

Ź nuovamente in preda ai suoi furori;

ed Ź laggiĚ che se la prende calda

con mio marito; e dice peste e corna

di tutti gli uomini che han preso moglie;

maledice le discendenti d’Eva

d’ogni colore, e si batte la fronte

gridando forte “Spuntate! Spuntate!”.

Francamente, qualunque scena pazza

abbia potuto io veder finora,

diviene agli occhi miei

uno spettacolo di tenerezza,

di civiltą e di sopportazione

al confronto di questa sua sfuriata.

Fortuna che il panciuto cavaliere

non Ź qui.

 

ALICE -

Ma perché? parla di lui?

 

MEG -

Anzi, di lui soltanto; e va giurando

che l’altra volta, quando l’han cercato

per tutta casa, gliel’hanno sottratto

sotto gli occhi nascosto dentro un cesto;

e adesso insiste a dire a mio marito

che quello Ź qui di nuovo;

ed ha costretto lui e tutti gli altri

a interromper la caccia, e venir via

per dimostrar fondati i suoi sospetti.

Ma son proprio contenta, se Dio vuole,

che il vostro cavaliere non sia qui:

vedrą cosď la propria insensatezza.

 

ALICE -

Quanto vicino Ź gią, signora Page?

 

MEG -

Starą in capo alla strada…

Ho idea che sarą qui tra pochi istanti.

 

ALICE -

Oh, poveretta me! Son rovinata!

Il cavaliere Ź in casa, qui, davvero!

 

MEG -

Allora siete davvero nei guai

e lui Ź un uomo morto!… Ma che fate?…

Che donna siete?… Mandatelo fuori!

Meglio uno scandalo che un omicidio!

 

ALICE -

Fuori… Ma da che parte puė scappare?

Nasconderlo, piuttosto… Sď, ma dove?

Ficcarlo un’altra volta nella cesta?

 

FALSTAFF -

(Uscendo precipitosamente dall’altra stanza)

Ah, no, eh! Nella cesta non ci torno!

Non posso uscir di qui prima che arrivi?

 

MEG -

AhimŹ, no, sulla porta stan di guardia,

armati di pistola, tre fratelli

di mastro Ford, a che nessuno esca…

se no per voi sarebbe stato facile

scappare… Ma com’Ź che siete qui?

 

FALSTAFF -

Che devo fare, insomma? Arrampicarmi

su per la cappa del camino?

 

MEG -

Ohibė!

Lą scaricano sempre i lor fucili.

Magari introducetevi nel forno.

 

FALSTAFF -

Dov’Ź?

 

ALICE -

ť inutile, ci andrą a guardare,

sicuramente: non c’Ź ripostiglio,

cassone, armadio, pozzo, sotterraneo

che non si sia annotato per memoria

e che non vada certo a ispezionare

ad uno ad uno, inventario alla mano.

Non c’Ź dove nascondersi qui in casa.

 

FALSTAFF -

Allora vado fuori.

 

MEG -

Non sia mai!

Se andate fuori cosď come state,

sir John, potete dirvi un uomo morto…

salvo che non usciate travestito…

 

ALICE -

Travestirlo… Ma come?

 

MEG -

Non lo so,

non c’Ź gonna sď larga che gli vada;

altrimenti con una cuffia in testa,

una sciarpa sul viso ed un fisciĚ

poteva andare…

 

FALSTAFF -

Cuoricini miei,

inventate qualcosa; ogni arditezza

piuttosto che lasciarmi in questo guaio.

 

ALICE -

Di sopra ci sarebbe quella veste

lasciata dalla zia della mia donna,

quella grassona venuta da Brainford…

 

MEG -

Dovrebbe stargli, Ź grassa come lui…

e c’Ź quella sua scuffia con le gale,

e la sciarpa… Sir John, correte sopra!

 

ALICE -

Su, su, dolce sir John… Noi due frattanto

si cerca un panno per coprirvi il viso.

 

MEG -

Ma presto, presto!… Verremo su subito

a travestirvi come si conviene.

Voi cominciate a infilarvi la veste.

 

(Falstaff esce per la scala che porta alle camere)

 

ALICE -

Come vorrei che adesso mio marito

se lo trovasse in faccia in quell’arnese!

Lui, quella vecchia grassona di Brainford

non l’ha potuta mai mandare giĚ,

giura che quella Ź soltanto una strega,

le ha vietato l’ingresso in casa mia

minacciando perfino di picchiarla.

 

MEG -

Lo guidi il cielo allora in faccia a lui,

e guidi il diavolo le bastonate!

 

ALICE -

Ma sta venendo sul serio?

 

MEG -

AhimŹ, sď,

e non fa che parlare della cesta…

Chi sa da chi puė averlo risaputo…

 

ALICE -

Lo scopriremo: ordinerė ai servi

di portar via la cesta, come ieri,

sul punto da incontrare mio marito

sulla porta di casa.

 

MEG -

Gią, ma quello a momenti sarą qui.

Andiamo, andiamo sopra

a travestirlo da strega di Brainford.

 

ALICE -

Prima perė voglio dire ai miei servi

quel che debbono fare con la cesta.

Salite voi: porterė io il panno

con cui si dovrą avvolgere la testa.

 

(Esce)

 

MEG -

Alla forca quest’empio trappolone!

Non l’avremo beffato mai abbastanza.

E mostreremo all’uomo che allegria

“d’oneste femmine onestą comporta.

“Tra le femmine quella Ź la piĚ ria

“che fa la gattamorta”.([37])

 

(Esce salendo le scale)

 

Rientra ALICE con i due SERVI

 

ALICE -

Forza, ragazzi, prendete il cestone

a spalla nuovamente; attenti bene:

ora il padrone Ź alla porta di casa:

se volesse veder quel che c’Ź dentro,

obbeditegli subito. Alla svelta!

 

PRIMO SERVO -

(Infilando la pertica nei due manici del cestone)

Su, issa, oh!

 

SECONDO SERVO -

C’Ź da pregare il cielo

che non sia carico di cavaliere…

 

PRIMO SERVO -

Speriamo proprio: piuttosto di piombo!

 

Mentre sollevano il cesto si spalanca la porta ed entrano FORD, PAGE, ZUCCA, CAJUS e don Ugo EVANS

 

FORD -

Se poi la cosa risultasse vera,

mastro Page, a che santo v’appigliate

per ripagarmi di tanta irrisione?([38])

(Ai servi che portano il cesto)

GiĚ quel cesto, furfanti!

Vada qualcuno a chiamare mia moglie!

Il cesto dell’amante fortunato!([39])

Ruffiani! ť tutta una cospirazione,

una ganga, un complotto alle mie spalle!

Ma adesso ti svergogno pure il diavolo!

(Chiamando)

Ehi, moglie, dico, vieni avanti, vieni!

Vieni a veder che onesta biancheria

mandi fuori a lavare!

 

PAGE -

Ah, mastro Ford, questo Ź davvero troppo!

Voi non potete restare piĚ a lungo

in questo umor di furia scatenata!

Altrimenti bisognerą legarvi.

 

EVANS -

ť follia capricciosa, questa, diamine!

ť matto da sembrare un cane idrofobo.

 

ZUCCA -

Davvero, mastro Ford, cosď non va.

 

Rientra ALICE FORD

 

FORD -

Ebbene, vieni qua, signora Ford.

Lei, la signora Ford, la donna onesta,

la moglie vereconda, la virtuosa

con quel geloso pazzo per marito!

Erano immotivati i miei sospetti,

non Ź vero?

 

ALICE -

S’Ź della mia virtĚ

che tu sospetti, il ciel m’Ź testimone,

i tuoi sospetti son senza motivo.

 

FORD -

Ah, sď? Faccia di bronzo, insisti pure?

(Butta fuori dal cesto alcuni panni)

Esci fuori, canaglia!

 

PAGE -

Ah, questo Ź troppo!

 

ALICE -

Vergogna! Lascia stare quella roba!

 

FORD -

(Seguitando a buttar fuori panni)

Ora ti scovo io. Vogliamo ridere!

 

EVANS -

ť insensato: folete perquisire

la biancheria di fostra moglie?… Evvia!

 

FORD -

(Ai servi)

Vuotate il cesto, ho detto!

 

ALICE -

Perché? Si puė sapere che t’ha preso?

 

FORD -

Vi giuro, mastro Page,

quant’Ź vero che sono un galantuomo,

non piĚ tardi di ieri, in questo cesto

qualcuno Ź stato fatto uscir di casa.

Perché non potrebb’esserci di nuovo?

Son certo che sia qui, in questa casa.

Le mie informazioni son precise,

e i miei sospetti non sono infondati.

(Ai servi)

Vuotate il cesto, tutto, fino al fondo!

 

ALICE -

(Mentre i servi svuotano il cesto)

E se davvero lą dentro c’Ź un uomo,

spiaccicatelo lď, come una pulce!

 

PAGE -

(Rovesciando la cesta vuotata)

Ecco, non c’Ź nessuno.

 

ZUCCA -

Mastro Ford,

tutto ciė non Ź bello, e vi fa torto.

 

EVANS -

Pregare voi dofete, mastro Ford,

infece d’inseguir le fantasie

del vostro cuore. Questa Ź celosia.

 

FORD -

Bene, quello che cerco non sta qui.

 

PAGE -

Non sta né qui né altrove, mastro Ford:

quello sta solo nel vostro cervello.

 

(I servi portano via il cesto)

 

FORD -

Datemi mano ancora un altro po’

a frugar per la casa;

e se non c’Ź, non abbiate per me

nessun riguardo: ch’io divenga pure

lo zimbello di tutti, e tra la gente

si dica pur: “Geloso come il Ford,

che cercava l’amante della moglie

in un guscio di noce…” Ma, vi prego,

per un’ultima volta assecondatemi:

rovistate di nuovo per la casa.

 

ALICE -

(Chiamando)

Signora Page, olą, venite giĚ

e portate con voi anche la vecchia.

 

FORD -

La vecchia? Quale vecchia?

 

ALICE -

Eh, diamine, la zia della mia donna,

quella vecchia di Brainford.

 

FORD -

Una strega!

Una baldracca! Una vile imbrogliona!

Non avevo interdetto a quella donna

di rimettere piede in casa mia?

ť qui per qualche commissione, eh?

Noi uomini siam proprio degli ingenui,

che non vediamo quello che s’intriga

sotto la professione di veggente:

quella lą traffica con incantesimi,

fatture, sortilegi, cifre magiche

ed altre nefandezze della specie,

al di lą delle nostre conoscenze.

Vieni giĚ, strega! Scendi, fattucchiera!

Avanti, scendi, dico!

(Impugna un bastone)

 

ALICE -

Ma no, marito mio, non far cosď!

E voi, bravi signori,

cercate d’impedirgli con le buone

di bastonare una povera vecchia.

 

(Sul ballatoio compare MEG PAGE con FALSTAFF travestito da donna)

 

MEG -

Venite, madre Pratt,([40])

venite, madre, datemi la mano.

 

(Scendono le scale)

 

FORD -

Ora la pratto io!([41]) Fuori di qui!

 

(Percuote Falstaff col bastone)

 

Fuori di casa mia, strega, megera!

Mucchio di stracci, pattumiera, puzzola,

vecchia rognosa! T’esorcizzo io,

ti leggo io la mano… Toh! Toh! Toh!…

 

(Falstaff, difendendosi come puė, esce scappando)

 

MEG -

Povera donna! Non vi vergognate?

L’avete mezzo ammazzata di botte!

 

ALICE -

Oh, finirą davvero per ucciderla.

Bella prodezza!

 

FORD -

(Accingendosi a salire la scala)

S’impicchi, la strega!

 

EVANS -

Eppure credo anch’io, tra il sď e il no,

che quella donna sia proprio una strega.

Le donne con la barba non mi piacciono,

e in viso a quella, di sotto alla sciarpa,

m’Ź parso di vedere una gran barba.

 

FORD -

(Dal ballatoio)

Non volete seguirmi, miei signori?

Salite, ve lo chiedo per piacere:

solo perché possiate constatare

se sia fondata la mia gelosia.

Se avrė gettato pure questa stavolta

un inutile allarme, non credetemi

quando dovessi abbaiare di nuovo.([42])

 

PAGE -

Ben, secondiamo ancora il suo capriccio

per un momento. Venite, signori.

 

(Salgono di nuovo tutti)

 

MEG -

L’ha bastonato assai pietosamente!

 

ALICE -

Pietosamente? Gliele ha date, diamine,

molto spietosamente, a mio giudizio!

 

MEG -

Pietosamente, in senso religioso:

quel bastone vorrei vederlo appeso

sopra un altare e beatificato,

perché ha reso un servizio sacrosanto.

 

ALICE -

Che ne dite di stargli ancora addosso

e castigarlo in qualche altra maniera,

sotto la nostra franchigia di donne

e della nostra tranquilla coscienza?

 

MEG -

Ormai con lo spavento che s’Ź preso

la foja gli dev’essere passata;

e, se il diavolo non gli ha messo sopra

ipoteca con patto di riscatto,([43])

credo gli sia passata dalla mente

la pretesa di far su noi invasione

come fossimo terra di nessuno.

 

ALICE -

Che ne dite, dobbiamo far sapere

ai mariti come l’abbiam giocato?

 

MEG -

Sď, non foss’altro che per dissipare

le fantasie dal cervello del vostro.

E poi se anch’essi troveranno giusto

che il nostro libertino cavaliere

meriti d’essere ancora scornato,

prenderemo noi due sopra di noi

d’esser ministre dei loro propositi.

 

ALICE -

Scommetto che la loro reazione

sarą quella di svergognarlo in pubblico;

e anch’io son dell’idea che il nostro gioco

debba trovare la sua conclusione

in una pubblica, solenne beffa.

 

MEG -

Bene, allora pensiamo a combinarla;

battiamo il ferro fin ch’Ź ancora caldo.

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA III - La locanda della “Giarrettiera”

 

L’OSTE Ź in faccende, mentre entra BARDOLFO

 

BARDOLFO -

Padrone, quei Tedeschi

chiedon d’avere tre vostri cavalli.

Dicon che il loro duca

deve trovarsi domattina a corte

ed essi devono muovergli incontro.

 

OSTE -

Duca… Che duca puė mai esser questo

che arriva a corte in tanta segretezza?

A corte, io, non ne ho sentito nulla.

Vorrei parlare con questi signori.

Parlano inglese?

 

BARDOLFO -

Sď. Vado a chiamarli.

 

(Esce)

 

OSTE -

I miei cavalli, quelli, se li vogliono,

me li dovran pagare, e come bene!

Hanno avuto per una settimana

tutta per loro questa mia locanda;

sono stato costretto, a causa loro,

a dirottar diversi altri clienti.

Mi devono pagare, e come bene…

Ci penso io a salassarli. Andiamo.

 

(Esce)

 

 

 

 

SCENA IV - In casa di Ford

 

Entrano FORD, PAGE, MEG, ALICE e don EVANS

 

EVANS -

(Indicando Alice Ford)

Questa tonna Ź taffero, tevo tirlo,

la piĚ piena di puon discernimento

sulla quale abbia mai posato gli occhi.

 

PAGE -

(Alle due donne)

E cosď vi mandė queste due lettere

a tutte e due contemporaneamente?

 

MEG -

A un quarto d’ora solo d’intervallo.

 

FORD -

(Inginocchiandosi alla moglie)

Perdono, moglie mia!

D’ora innanzi fa’ tutto quel che vuoi:

sospetterė che il sole sia gelato,

ma non piĚ della tua virtĚ di moglie.

D’ora innanzi l’eretico ch’io ero

avrą la tua onorabilitą

come suo fermo articolo di fede.

 

PAGE -

Bene, bene; ma adesso, mastro Ford,

basta: voi non dovete esagerare

nell’umiliarvi a lei, come dianzi

nell’accusarla. Pensiamo piuttosto

a come combinar la nostra burla;

e sian le nostre mogli

a prepararci questa volta in pubblico

l’occasione con cui spassarci tutti:

diano convegno a quel vecchio grassone

in luogo ove si possa noi sorprenderlo

e castigarlo come si conviene.

 

FORD -

Credo che non ci sia miglior partito

di quello ch’esse stesse hanno proposto.

 

PAGE -

Ossia mandargli a dir da loro due

d’incontrarlo nel parco a mezzanotte?

Bah, si guarderą bene dal venirci.

 

EVANS -

In veritą, se Ź stato, come dite,

scaricato nel fiume e bastonato

ben bene come una vecchia megera,

ho idea che questa volta non verrą.

Penso che la sua carne Ź castigata,

e le sue voglie spente.

 

PAGE -

Anch’io lo credo.

 

MEG -

Voi dovete occuparvi solamente

del trattamento da fargli nel parco;

a farcelo venire Ź affare nostro.

 

ALICE -

C’Ź un’antica leggenda popolare

che narra come Herne il Cacciatore

custode un tempo qui

della Foresta di Windsor, le notti

di pieno inverno, a mezzanotte in punto,

s’aggira intorno ad una grande quercia

con grandi corna in testa

ramificate, e lą dą fuoco all’albero,

e cattura il bestiame,

e munge latte/sangue dalle mucche

e scuote una catena

nel modo piĚ terribile e sinistro.

D’un tale spirito avrete udito

anche voi e saprete come i vecchi,

nella superstiziosa lor follia,

abbiano tramandato come vera

questa storia di Herne il Cacciatore

fino alla nostra etą.

 

PAGE -

Gią, non son pochi infatti oggi coloro

ch’hanno paura a trovarsi a passare

a notte fonda presso quella quercia…

Ma costui?…

 

ALICE -

Questo sarą nostro compito…

di far che Falstaff venga ad incontrarci

vicino a quella quercia,

mascherato da Herne il Cacciatore.

 

PAGE -

Bene, ammettiamo pure ch’egli venga

e accetti di venire in quell’arnese:

quando l’abbiate trascinato lą,

che ne farete? Qual Ź il vostro piano?

 

MEG -

Ci abbiam pensato bene, ed Ź cosď:

mia figlia Annetta con l’altro mio figlio

e tre-quattro ragazzi come loro

si vestiranno, chi bianco, chi verde,

da folletti, da elfi e da fatine

con candeline accese intorno al capo

come corone, e in mano dei sonagli.

Al momento che Falstaff e noi due

c’incontreremo, sbucheranno fuori

d’improvviso da un di quei fossati

fatti per l’uso degli spaccalegna,([44])

cantando a tutto fiato. A quella vista,

noi fuggiremo come impaurite,

ed essi si daranno a circondare

e punzecchiar l’immondo cavaliere,

come si dice facciano le fate;

e insisteranno a chiedergli il perché

dell’aver egli osato calpestare,

in sď profano arnese travestito,

quei sacri lor sentieri

nell’ora del notturno loro sabba.

 

ALICE -

E finché non avrą detto il perché,

le finte fate lo punzecchieranno

e lo bruciacchieranno con le fiaccole.

 

MEG -

E quando alfine avrą detto il perché,

ci mostreremo all’improvviso noi,

gli toglieremo dal capo le corna

e tra sberleffi e frizzi a non finire

lo scorteremo fino a casa, a Windsor.

 

FORD -

Bisognerą perė che quei ragazzi

imparino la parte a perfezione,

altrimenti la burla non riesce.

 

EVANS -

A istruire i ragazzi

sul modo come devon comportarsi

penso io; mi vestirė io stesso

da diavolo,([45]) per bruciacchiare anch’io

con la mia torcia il nostro cavaliere.

 

FORD -

Ma tutto ciė Ź magnifico, eccellente!

Vado a comprare subito le maschere.

 

MEG -

La mia Annetta vestirą di bianco

e farą la regina delle fate.

 

PAGE -

Vado a comprare per questo la seta.

(A parte)

Sarą quello il momento, per Stanghetta,

di fuggirsene via con lei a Eton,

ed andare a sposarla in quella chiesa.

(Forte, alle donne)

Mandate subito l’invito a Falstaff.

 

FORD -

Non c’Ź bisogno. Vado io da lui

sotto le spoglie di mastro Ruscello.

A me confiderą ogni suo intento.

Ma verrą, son sicuro che verrą.

 

MEG -

Ah, quanto a questo non c’Ź nessun dubbio.

Andate, procuratevi i costumi

e gli altri trucchi per la mascherata.

 

EVANS -

All’opra! Ci sarą di che spassarsi,

con quella che sarą, tutto sommato,

nient’altro che un’onesta birbonata.

 

(Escono Page, Ford e don Evans)

 

MEG -

Andate voi, signora Ford, da Quickly

e speditela dritto da sir John

per accertarsi delle sue intenzioni.

 

(Esce Alice Ford)

 

Io, nel frattempo vado dal dottore:

a lui, e nessun altro

va il mio consenso per sposare Annetta.

Quello Stanghetta starą bene a terre,

ma di persona Ź proprio un gran babbeo.

E mio marito che lo preferisce!…

Anche il dottore sta bene a finanze,

del resto, ed ha potenti amici a corte.

ť lui, soltanto lui, che deve averla,

si facessero avanti in ventimila

di lui piĚ meritevoli a richiederla!

 

(Esce)

 

 

 

 

SCENA V - La locanda della “Giarrettiera”

 

SIMPLICIO Ź seduto in un canto, come in attesa; entra l’OSTE e lo vede

 

OSTE -

Che vuoi, cafone? Che cerchi, pellaccia?

Parla, fiata, ragiona, sbrigativo,

breve, conciso, spiccio, avanti, parla!

 

SIMPLICIO -

Eh, scusate, signore, sono qui

per dire una parola a sir John Falstaff

da parte del padrone mio Stanghetta.

 

OSTE -

Ecco, quella lassĚ Ź la sua camera,

lą Ź la sua magione, il suo castello,

con letto fisso e lettuccio da campo,

e la parabola del Figliol Prodigo

dipinta alle pareti, ancora fresca.

Sali su, bussa, chiama:

lui ti risponderą con la favella

d’un antropofago. Bussa, ti dico!

 

SIMPLICIO -

Ho appena visto salire da lui

una vecchia, una donna un po’ grassoccia…

Con licenza di vostra signoria

aspetterė quaggiĚ che quella scenda,

perché, se devo proprio esser sincero,

Ź per parlar con lei ch’io sono qui.

 

OSTE -

Eh? Una donna grassoccia?… Santo Dio!

Quella lą mi svaligia il cavaliere!

Meglio avvertirlo.

(Chiamando)

Cavaliere bello!

Sir John onoratissimo, rispondi!

Dą fiato ai tuoi polmoni di soldato!

Sei lassĚ? ť il tuo Oste che t’appella,

il tuo Efesio!([46])

 

FALSTAFF -

(Da sopra, apparendo sul ballatoio)

Che c’Ź, Oste mio?

 

OSTE -

QuaggiĚ c’Ź questo Tartaro-Boemo

che sta aspettando di veder discendere

quella donna grassoccia ch’Ź con te.

Falla scendere, cocco, falla scendere!

Le mie camere son tutte illibate.

Niente tresche da me! Non ti vergogni?

 

FALSTAFF -

C’era, sď, Oste mio, quassĚ con me

una vecchia grassoccia, ma Ź partita.

 

SIMPLICIO -

Con licenza di vostra signoria,

non era quella la strega di Brainford?

 

FALSTAFF -

Sď, proprio lei, perbacco; e tu con lei

che ci avevi a che fare, guscio d’ostrica?

 

SIMPLICIO -

Ecco, il padrone mio, mastro Stanghetta

l’ha vista che passava per la strada

e m’ha ordinato di correrle dietro

per sapere da lei se un certo Nym,

che gli ha rubato una catena d’oro,

l’ha ancora addosso o no, quella catena.

 

FALSTAFF -

Di questo con la vecchia abbiam parlato.

 

SIMPLICIO -

E che ha detto, di grazia, signoria?

 

FALSTAFF -

Che a rubar la catena al tuo padrone

Ź stato quello che gliel’ha rubata,

e nessun altro.

 

SIMPLICIO -

Peccato, signore!

Mi sarebbe piaciuto di parlarci

con quella lą, per chiederle altre cose,

sempre da parte di mastro Stanghetta.

 

FALSTAFF -

Ah, sď? Che cosa, di’.

 

OSTE -

Sputalo fuori!

 

SIMPLICIO -

Non posso sottacerlo([47]), signoria.

 

OSTE -

Sottacilo, o sei un uomo morto.

 

SIMPLICIO -

Ebbene, si trattava di nient’altro

che di madamigella Annetta Page:

di sapere, cioŹ, se la Fortuna

vuole che il mio padrone l’abbia, o no.

 

FALSTAFF -

ť la fortuna sua.

 

SIMPLICIO -

Quale, signore?

 

FALSTAFF -

Quella d’averla o no. Va’ digli questo,

e che cosď m’ha detto quella donna.

 

SIMPLICIO -

Posso osare di dir questo, signore?

 

FALSTAFF -

Ma certo! Osare, osare!

 

SIMPLICIO -

Vi ringrazio di cuore, signoria.

Sarą molto contento il mio padrone

di una tale notizia, certamente.

 

(Esce)

 

OSTE -

(A Falstaff)

Sei un gran sapientone, cocco mio!

Un vero sapientone!

Ma c’era veramente nella camera

su con te quella vecchia fattucchiera?

 

FALSTAFF -

Sď, certo, Oste mio, sď che c’Ź stata.

E m’ha insegnato anche assai piĚ cose

di quante non ne avessi mai apprese

in vita mia. E senza pagar nulla;

anzi, ho buscato io per la lezione.([48])

 

Entra BARDOLFO, inzaccherato e affannato

 

BARDOLFO -

Misericordia, padrone! Una truffa!

Un vero latroneccio!…

 

OSTE -

I miei cavalli!

Ebbene, dove sono i miei cavalli?

Parla, avanti, vassallo: dove sono?

 

BARDOLFO -

Scomparsi, dileguati!… Ladri, ladri!

Avevo appena oltrepassato Eton

in groppa, dietro ad uno di quei tre,

che mi scavallan giĚ dentro un pantano,

e loro via di sprone a gran carriera,

proprio come tre diavoli tedeschi,

tre dottor Faust!

 

OSTE -

O pezzo d’imbecille!

Son solo andati incontro al loro duca,

quelli; che dici che sono scappati?

Son gente onesta i Tedeschi, canaglia!

 

(Entra don Ugo EVANS)

 

EVANS -

Dov’Ź il mio Oste?

 

OSTE -

Che c’Ź, signor mio?

 

EVANS -

Tenete d’occhio i vostri pensionanti:

c’Ź un amico, arrivato di cittą,

che m’ha informato che da queste parti

s’aggirano tre noti truffatori

che si fanno passare per tedeschi

ed han truffato cavalli e denaro

a tutti i locandieri della zona,

a Colebrook, a Maisenhead, a Reading.

Ve lo dico pel vostro bene: attento!

Voi siete un uomo pieno di ciutizio

e di frizzi e d’arguzie, e non sta bene

che restiate truffato. Vi saluto.

 

(Esce)

 

Entra il dottor CAJUS

 

CAJUS -

Dov’Ź il mio Oste de la “JarretiŹre”?

 

OSTE -

ť qui, mastro dottore,

in confusione e dubbioso dilemma.

 

CAJUS -

Non so bene che Ź, ma m’hanno detto

che fate qui grande preparazione

per l’arrivo d’un duca di Jermania.

Per la mia gola, non c’Ź nessun duca

di cui si sappia a corte dell’arrivo.

Ve lo dico pel vostro bene. Adieu.

 

OSTE -

Al ladro! Al ladro!

(A Bardolfo)

Corri, va’, furfante!

(A Falstaff)

Soccorso, cavaliere, son finito!

Son rovinato! Corri, corri, al ladro!

Ah, son proprio finito, rovinato!

 

(Esce, seguďto da Bardolfo)

 

FALSTAFF -

Truffato, eh?!… Vorrei che tutto il mondo

fosse truffato, dopo che io stesso

sono stato truffato e bastonato.

Se alla corte venissero a sapere

com’io son stato metamorfosato,

e come, nelle varie metamorfosi,

sono stato inzuppato e bastonato,

mi farebbero strugger nel mio grasso

a goccia a goccia, fino a farne sego

da unger gli stivali ai pescatori;

mi frusterebbero coi loro lazzi

fino a ridurmi, per la gran vergogna,

come una pera secca.

Decisamente non mi va piĚ bene

dal giorno che barai alla primera.([49])

Avessi ancora fiato per pregare,

reciterei il mea culpa

 

Entra QUICKLY

 

Ancora tu!

Da parte di chi vieni questa volta?

 

QUICKLY -

Da tutte e due le parti, in veritą.

 

FALSTAFF -

Una parte, che se la porti il diavolo,

l’altra, la sua versiera!

Cosď saranno sistemate entrambe.

Ho passato piĚ guai a causa loro

di quanti ne riesca a sopportare

la miserevole fralezza umana!

 

QUICKLY -

E non han forse sofferto anche loro

per tutto quello che v’Ź capitato?

Ah, questo ve lo posso garantire!

E specialmente una, Alice Ford,

povero cuore! Ne ha buscate tante,

ch’Ź tutta un lividume nero e blu

per il corpo, da non vedersi piĚ

la minima chiazzetta di biancore.

 

FALSTAFF -

E a me vieni a parlar di nero e blu?

A me, che sono stato bastonato

fino a vedermi apparir per il corpo

tutti i colori dell’arcobaleno?

E c’Ź mancato poco, per fortuna,

che non fossi scambiato lď per lď,

per la strega di Brainfort e arrestato!

Se non fossi riuscito, come ho fatto

con la mia grande presenza di spirito,

a contraffare i modi e l’andatura

d’una vecchia, quel becero di sbirro

m’avrebbe certamente messo in ceppi

come una volgarissima megera.

 

QUICKLY -

Signore, permettete ch’io vi parli

da solo a solo nella vostra camera,

e allora udrete per filo e per segno

come stanno le cose in realtą;

e son sicura, ve lo garantisco,

che ne sarete lieto e soddisfatto.

Gią questo scritto vi dirą qualcosa.

(Gli consegna un foglio)

Poveri cuori! Ce ne vuol fatica

a combinar di farvi stare insieme!

Per esser contrastati a questo modo,

c’Ź da pensar che uno di voi due

non serva il Cielo come Dio comanda.

 

FALSTAFF -

Va bene, vieni su nella mia camera.

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA VI - La stessa

 

Entrano l’OSTE e FENTON

 

OSTE -

Ah, non ditemi niente, mastro Fenton!

N’ho gią tante pel capo,

che ho voglia di mandar tutto in malora!

 

FENTON -

Eppure mi dovere dare ascolto.

Se mi date una mano in questo affare,

io, parola d’onor di galantuomo,

vi regalo cento sterline d’oro:

piĚ di quanto possiate aver perduto

col furto dei cavalli.

 

OSTE -

Quand’Ź cosď, v’ascolto. Dite pure.

Se non altro, sapete ch’io son uno

che mantengo il segreto. Dite pure.

 

FENTON -

V’ho dato gią sentore, qualche volta,

del mio tenero amore per Annetta,

la figliola di mastro Giorgio Page,

amore che pur ella mi ricambia

per quel tanto che a lei Ź consentito

di dimostrare e a me di vagheggiare.

Ho testé ricevuto una sua lettera

che certamente vi sbalordirą,

perché la burla di cui vi si parla

Ź cosď strettamente collegata

con quanto avevo in mente di proporvi,

che non si puė parlare della prima,

senza svelare l’altra. State attento.

Al centro c’Ź quel grassone di Falstaff.

Vi descrivo perciė, per grandi linee,

l’intero meccanismo della burla.

Questa notte, tra mezzanotte e l’una,

alla quercia di Herne il Cacciatore,

la mia Nannetta dovrą recitare

la parte di regina delle fate…

(la ragione Ź spiegata in questa lettera)

e, cosď travestita, mentre intorno

impazzerą gran tramestio di burle,

il padre l’ha istruita di fuggire

con quel mastro Stanghetta fino a Eton,

e di sposarlo lą immediatamente.

Ed ella ha acconsentito.

Ma sua madre Ź caparbiamente avversa

a queste nozze e ben determinata,

a maritar sua figlia al dottor Cajus;

pertanto ha tutto fatto e predisposto

perché sia questi a fuggire con lei,

e, mentre l’attenzione dei presenti

sarą distratta dalle molte burle,

a condurla diritto alla parrocchia

dove ad attenderli sarą un buon prete

per celebrar lď stesso il matrimonio.

A questo sotterfugio della madre

ella, fingendo d’esser consenziente,

ne ha dato anche promessa al dottore.

Sicché le cose stanno ora cosď:

il padre vuol ch’ella vesta di bianco

e, sď vestita, quando lo Stanghetta

penserą che sia giunto il buon momento,

le andrą vicino, e presala per mano,

le dirą di fuggire insieme a lui.

La madre ha stabilito, dal suo canto,

per farla riconoscer dal dottore,

(dato che tutti saran travestiti,

e porteranno maschere sul volto),

che la sua Anna indossi un’ampia veste

verde, con gale al vento intorno al capo,

e che al momento giusto il dottor Cajus

le dia un pizzicotto sulla mano,

ed a questo segnale convenuto

la giovane ha promesso di seguirlo.

 

OSTE -

Ma la ragazza chi vuole ingannare,

dico, la madre o il padre?

 

FENTON -

L’una e l’altro,

e fuggire con me, caro il mio Oste!

A questo punto, quello che mi manca

Ź che voi, Oste, facciate in maniera

che il vicario si trovi pronto in chiesa,

tra mezzanotte e l’una,

per unir saldamente i nostri cuori

con un legittimo rito nuziale.

 

OSTE -

Bene, mettete a punto il vostro piano.

Io vado dal vicario, ad impegnarlo.

Voi pensate a condurre la ragazza;

il celebrante non vi mancherą.

 

FENTON -

Ve ne sarė eternamente grato.

Ma voglio che di questa gratitudine

fin d’ora abbiate un segno. Ecco, tenete.

 

(Gli dą una borsa di denaro)

 

(Escono)

 

 

ATTO QUINTO

 

 

SCENA I - La locanda delle “Giarrettiera”

 

Entrano FALSTAFF e QUICKLY

 

FALSTAFF -

Ti prego, basta adesso con le chiacchiere.

Va’ pure. Manterrė la mia parola.

Questa Ź la terza volta,

spero che il dispari mi porti bene.

Ma svelta!… Pare che i numeri dispari

abbian qualcosa di virtĚ divina

su nascita, fortuna e morte. Via!

 

QUICKLY -

Vedrė di procurarvi la catena,

e farė anche tutto il mio possibile

per procuravi quel paio di corna.

 

FALSTAFF -

Via via, che il tempo corre!…

Procedi, testa alta e cuor leggero!

 

(Esce Quickly)

 

Entra FORD travestito da Ruscello

 

Pensavo giusto a voi, mastro Ruscello.

Mastro Ruscello, la nostra faccenda

questa notte, o mai piĚ!

Trovatevi, intorno a mezzanotte,

nel parco, presso la quercia di Herne,

e assisterete a delle meraviglie.

 

FORD -

Non siete andato piĚ da lei, signore,

ieri, per quel convegno che diceste?

 

FALSTAFF -

Ci sono andato, sď, mastro Ruscello,

come vedete, da povero vecchio,

per dipartirmene, mastro Ruscello,

ahimŹ, come una povera vecchietta.

Perché ancora una volta suo marito,

quel furfante di Ford, aveva in corpo

il peggior diavolo di gelosia

ch’abbia mai posseduto un energumeno.

Vi dirė che m’ha pure bastonato,

e sodo, in quelle mie donnesche spoglie;

perché a me, come uomo, signor mio,

non fa paura nemmeno un Golia

che mi venisse avanti a mano armata

d’un subbio di telaio tessitore;

perché per me la vita

non Ź che una spoletta di telaio.

Ho fretta, adesso; venite con me;

vi racconterė tutto per la strada.

Dall’etą che strappavo penne alle oche

e mi spassavo a marinar la scuola

e a far girare a frustate la trottola,

non ricordavo che volesse dire

una strigliata simile. Seguitemi.

Vi racconterė cose stravaganti

di questo Ford; del quale questa notte

vorrė pigliarmi un’allegra vendetta

consegnando la moglie in vostre mani.

Seguitemi, perciė, signor Ruscello.

Si preparano strani eventi. Andiamo.

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA II - Il parco di Windsor. Notte.

 

Entrano PAGE, ZUCCA e STANGHETTA

 

PAGE -

Avanti, avanti! al fosso del castello;

resteremo acquattati tutti lą,

fin quando non appariran le luci

delle fiaccole delle nostre fate.

Stanghetta, ricordatevi, figliolo,

di riconoscere bene mia figlia.

 

STANGHETTA -

Non dubitate, ci siamo gią intesi.

Ci siamo dati una parola d’ordine

per riconoscerci l’uno con l’altra.

Io vo da quella vestita di bianco

e dico: “Zitti”; lei risponde: “Baci”.

Ci riconosceremo in questo modo.

 

ZUCCA -

Questo va bene; ma a che cosa serve

che vi diciate questo “zitti” e “baci”?

Non basta il bianco a fartela distinguere?…

Son suonate le dieci.

 

PAGE -

Notte fonda.

Luci e folletti ci staranno bene.

Propizi il cielo questo nostro spasso.

Nessuno qui Ź male intenzionato,

all’infuori del diavolo; ma quello

lo riconosceremo dalle corna.

Su, venite con me.

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA III - Altra parte del parco di Windsor

 

Entrano ALICE, MEG e il dottor CAJUS

 

MEG -

Mastro dottore, allora siamo intesi:

mia figlia Ź quella in verde;

voi, quando sia giunto il buon momento,

la prenderete per mano, e alla svelta

con lei vi recherete alla parrocchia.

Vogliate ora precederci nel parco;

noi due dobbiamo venirci da sole.

 

CAJUS -

So bene quel che devo fare. Adieu.

 

MEG -

Dio v’assista, signore.

 

(Esce Falstaff)

 

Non s’allegrerą tanto mio marito

a vedere scornato sir John Falstaff,

quanto divamperą tutto di rabbia

ad apprendere che mia figlia Annetta

ha sposato il dottore… Ma che importa!

ť meglio una sfuriata passeggera

che un crepacuore per tutta la vita!

 

ALICE -

Ma dove sono Annetta e le fatine?

E il diavolo gallese di don Ugo?

 

MEG -

Sono tutti acquattati in un fossato

poco distante dalla quercia d’Herne,

con le luci protette da uno schermo,

pronti a balzar di fuori nella notte

appena Falstaff ci si farą incontro.

 

ALICE -

Morirą di paura.

 

MEG -

E se non di paura, di vergogna,

con o senza paura scorbacciato.

 

ALICE -

Certo che questa nostra Ź slealtą

verso di lui, per quanto raffinata.

 

MEG -

Nessun rimorso: contro certi tipi

d’immondi libertini come lui,

l’inganno non vuol dire slealtą.

 

ALICE -

ť quasi l’ora. Alla quercia, alla quercia!

 

(Escono)

 

 

 

 

SCENA IV - La stessa

 

Passano, traversando la scena, le fate con le torce accese protette da uno schermo; don Ugo EVANS travestito da diavolo, PISTOLA travestito da Puck; QUICKLY in bianco da regina delle fate; ANNETTA e GUGLIELMINO Page con altri giovinetti con vestiti rossi, verdi, neri, grigi e bianchi.

 

EVANS -

Svelte, svelte, fatine! Su, folletti!

Che ciascuno ricordi la sua parte,

e soprattutto nessuna paura.

Venite, nascondiamoci nel fosso,

e al mio segnale fate come ho detto.

Su, trottare, trottare!

 

(Escono, entrando nel bosco)

 

 

 

 

SCENA V - Il parco presso la quercia di Herne

 

Entra FALSTAFF travestito da Herne il Cacciatore,

con catena in mano e testa di cervo sul capo

 

FALSTAFF -

La campana di Windsor

ha battuto le dodici. ť l’ora.

Ora tutti gli dŹi dal caldo sangue

mi sian propizi. Tu sugli altri, Giove,

che per amore della bella Europa

ti tramutasti in bue, e fu l’amore

a farti mettere le corna in testa…([50])

Non lo scordare… Oh, potenza d’amore,

che fai talvolta d’una bestia un uomo,

e tal’altra tramuti un uomo in bestia!

Perfino cigno, Giove, ti sei fatto,

per Leda…([51]) O, Amore onnipotente!

E c’Ź mancato poco che, per esso,

tu non ti tramutassi in una papera.

Doppio peccato il tuo: la prima volta

assumendo la forma d’un quadrupede

- quadrupedal peccato, Giove mio! -

e la seconda quella d’un volatile

(pensaci, Giove, un peccato volatile!).([52])

S’hanno gli dŹi cosď focosi lombi,

che posson fare i poveri mortali?

Eccomi qui, in questo parco di Windsor,

trasmutato in un cervo e, manco a dirlo,

il piĚ grasso di tutta la foresta.

Stiepiscimi, Giove, questa foja,([53])

o chi potrą altrimenti biasimarmi

se mi si strugge addosso tutto il grasso?

Ma chi viene?… Oh, ecco la mia damma.([54])

 

Entrano, dal fondo, ALICE FORD e MEG PAGE

 

ALICE -

Caro sir John! Sei qui, mio bel cervone?

 

FALSTAFF -

La mia cerbiatta dalla coda nera?([55])

Piova il cielo cantaridi,([56])

tuoni sull’aria di “Maniche verdi”,([57])

e grandini confetti profumati,

nevichi eringi,([58]) e venga una tempesta

di dolci tentazioni!

Io mi rifugio qui!

 

(L’abbraccia)

 

ALICE -

(Respingendolo dolcemente)

Anima mia!

C’Ź la signora Page insieme a me!

 

FALSTAFF -

E spartitemi allora fra voi due,

come un capretto cacciato di frodo,

una coscia a ciascuna.

Io mi tengo per me l’avantorace,

do il deretano al guardiano del parco,

e lascio eredi di queste mie corna

i vostri due mariti. Vi sta bene?

Non sono un uom di bosco?

Non parlo come Herne il Cacciatore?

Eh, stavolta Cupido

s’Ź condotto da bimbo coscienzioso:

finalmente mi dą soddisfazione!

Com’Ź vero che son cuore leale,

siate le benvenute!…

 

(Forti rumori all’interno)

 

Oh, Dio, che c’Ź?

Misericordia! Che fracasso Ź questo?

 

ALICE -

Ah, mi perdoni il cielo i miei peccati!

 

FALSTAFF -

Che vi succede?

 

ALICE/MEG -

Fuggiamo, fuggiamo!

 

(Fuggono via)

 

FALSTAFF -

Credo proprio che il diavolo

abbia deciso di tenermi immune

dal peccato, per tema che, dannandomi,

il grasso mio possa mandargli a fuoco

come un grande falė tutto l’inferno;

se no, quale motivo avrebbe avuto

d’ostacolarmi sempre in questo modo?

 

Entrano don Ugo EVANS, travestito come prima, PISTOLA travestito da Puck;([59]) QUICKLY, ANNETTA PAGE e gli altri travestiti da fate e da folletti, con ceri e torce accese.

 

QUICKLY -

“Fatine nere, grigie, verdi e bianche,

“ombre notturne al lume della luna

“in coro tripudianti, orfane eredi

“d’immutevole sorte, ora ciascuna

“al proprio ufficio. Araldo spiritello,

“adesso a te di fare il loro appello”.

 

PISTOLA/PUCK -

“Elfi, l’appello vostro ora ascoltate.

“Voi gingilli dell’aria, ora tacete.

“Tu, Grillo, te ne andrai saltabeccando

“di Windsor sui camini, e se, spiando,

“troverai fuochi non inceneriti

“e focolai non sgombri né puliti,

“pizzica le massaie con gli spilli

“finché sian livide come mirtilli.

“Alla nostra regina delle fate

“non piacciono le genti trasandate”.

 

FALSTAFF -

Sono fate. Chi parla ad esse, muore.

Chiuderė gli occhi e starė qui accucciato;

occhio d’uomo non deve mai spiare

quel ch’esse fanno.

 

(Si stende a terra bocconi e si copre la faccia con le mani)

 

EVANS -

“Grano di Rosario,

“dov’Ź? Va’ per il mondo,

“e percorrilo tutto a girotondo,

“e lą dove tu scorga una fanciulla

“addormentata come un bimbo in culla,

“dolcemente, perché tre volte pia

“le sue preghiere a Dio ha recitato,

“reca conforto alla sua fantasia

“con un sogno incantato.

“Ma quelle che si fossero addormite

“dei commessi peccati non contrite,

“pinzale tutte, gambe, spalle, bracci,

“schiena, fianchi, polpacci”.

 

QUICKLY -

“All’opra, all’opra, figli delle fate!

“Di Windsor il castello, elfi, frugate,

“all’interno, all’esterno, e seminate

“buona ventura in ogni penetrale,

“sď che fino al Giudizio universale

“esso rimanga in questo suo splendore

“degno del suo signore,

“e questi d’esso. Da voi irrorati

“di balsami e di fiori profumati

“rimangano negli anni

“dell’Ordine([60]) gli illustri ed alti scanni,

“ogni scanno, ogni stemma, ogni elmo eletto

“da lealtą sia sempre benedetto.

“E voi, mie care fate prataiole,

“cantate in coro le vostre carole,

“intrecciando la vostra gaia schiera

“con i legacci della “Giarrettiera”;

“e sotto il vostro andar danzato cresca([61])

“piĚ che in ogni altro prato erbetta fresca.”

“Scrivete: “Honny soit qui mal y pense([62])

“con ciuffi di smeraldi e fiorellini

“bianchi, rossi e turchini,

“come i zaffďri, le perle, i broccati

“che spiccan riccamente arabescati

“sui ginocchi ricurvi e gli schinieri

“di baldi cavalieri,

“ché i fiori son l’inchiostro delle fate.

“Ed ora disperdetevi, sciamate!

“Ma ricordi ciascuna

“non piĚ tardi dello scoccar dell’una

“la danza da intrecciare con fervore

“sotto la quercia d’Herne il Cacciatore.”

 

EVANS -

“Su, per mano, in pell’ordine ed alterne,

“e siano mille lucciole/lanterne

“a cuidar sotto l’albero il concento

“della danza festosa…”

 

(Vede Falstaff accoccolato in terra)

Ma, un momento!…

“qui puzza d’uomo io sento.”

 

FALSTAFF -

(Tra sé)

Mi guardi il cielo dall’elfo gallese,

che non mi venga addosso

e mi muti in un pezzo di formaggio!([63])

 

PISTOLA/PUCK -

(Avvicinandosi a Falstaff)

Verme maligno, fin dalla tua nascita

dal malocchio colpito!

 

QUICKLY -

Spiritelli,

sottoponetegli i polpastrelli

alla prova del fuoco: s’egli Ź casto,

la fiamma si ritrae e non lo tocca;

se trasale, vuol dir che la sua carne

Ź l’albergo d’un’anima corrotta.

 

PISTOLA/PUCK -

Alla prova! Alla prova!

 

EVANS -

Su, vediamo se questo vecchio legno

prende fuoco…

 

(Lo scottano con le torce)

 

FALSTAFF -

Ohi, ohi, ohi!

 

EVANS -

ť corrotto!

Sozzo e corrotto da cattive brame!

Addosso, miei folletti, circondatelo,

intonategli un canto di dileggio

e, danzandogli intorno a piede alterno,

punzecchiatelo a tempo di balletto.

 

(Le fate e i folletti si dispongono intorno a Falstaff, disteso a terra, e cantando lo punzecchiano)

 

 

CANZONE

 

“Vergogna ai turpi ardori

“vergogna alla lussuria:

“solo sanguigna furia

“attizzata nei cuori

“da desideri impuri.

“Se vi soffia il pensiero

“le sue fiamme son vampe

“che salgon fino al cielo.

“Elfi, folletti, fate,

“a turno il pizzicate,

“pinzatelo, scottatelo,

“voltolatelo, fin che le fiammelle

“s’estinguan con la luna e con le stelle.”

 

(Durante il canto Ź entrato, da una parte, il dottor Cajus, che ha rapito una fatina vestita di verde; da un’altra parte Stanghetta, che ha rapito a sua volta una fatina vestita di bianco; poi Fenton, che ha rapito Annetta Page)

 

Al termine del canto si sentono echeggiare nelle vicinanze corni da caccia; a quel suono le fate e gli altri fuggono. FALSTAFF si alza, si toglie dal capo la testa di cervo e sta per andarsene, quando entrano PAGE, MEG PAGE e ALICE

FORD che lo afferrano e lo trattengono.

 

PAGE -

Eh, no, stavolta non ci scapperete!

V’abbiam colto sul fatto, cavaliere!

Non avevate proprio altro sistema

per correre la vostra cavallina

che vestirvi da Herne il Cacciatore?

 

MEG -

(Al marito)

Ti prego, via, non spingere la burla

piĚ oltre di cosď… Caro sir John,

vi piaccion sempre le mogli di Windsor?

(Indicando le corna della testa di cervo che Falstaff ha in mano)

Vedi queste, marito?

Non ti sembra che queste belle corna([64])

meglio s’addicano alla foresta

che non alla cittą?

 

FORD -

Beh, cavaliere, il cornuto chi Ź?

Mastro Ruscello, il cavalier Falstąff

Ź un furfante, un furfante con le corna,

e le sue corna eccole, sono qua;

ed ei di Ford non s’Ź goduto altro

che il cestone dei panni ed il bastone,

oltre ad una ventina di sterline

che dovrą rendere debitamente

a mastro Ford; a garanzia di che

i suoi cavalli son sotto sequestro.

 

ALICE -

La Fortuna, sir John, non ci fu amica.

Non siamo riusciti ad incontrarci

da soli a soli… Devo rinunciare

per sempre a prendervi per mio amante,

ma v’avrė sempre per un caro cervo.([65])

 

FALSTAFF -

Mi comincio ad accorgere

che ho fatto la figura del somaro.

 

FORD -

Del somaro e del bue. Prove alla mano!

 

FALSTAFF -

Non sono dunque fate, tutte queste?

Tre - quattro volte m’Ź venuto in mente

che non dovevan esser vere fate;

ma il mio senso di colpa e la sorpresa

m’hanno bloccato i sensi e la ragione

e m’han fatto apparire realtą

quel ch’era sol grossolana finzione,

sicché a dispetto d’ogni senso logico

ho creduto che fosser fate vere.

Guardate un po’ come l’umano ingegno

si puė smarrire quando Ź volto al male!

 

Rientra don Ugo EVANS non piĚ mascherato

 

EVANS -

Sir John, badate a servire il Signore!

Allontanate le voglie perverse,

e le fate non piĚ vi pungeranno.

 

FORD -

Ben detto, buon don Ugo delle Fate!

 

EVANS -

(A Ford)

Perė anche foi dofete allontanare,

per favore, le vostre celosie.

 

FORD -

Ah, non sospetterė piĚ di mia moglie

almeno fino al giorno in cui, don Ugo,

voi stesso riuscirete a corteggiarla

senza storpiare il nostro bell’inglese!

 

FALSTAFF -

Ho dunque esposto il mio cervello al sole

da farlo rinseccare

fino a non farci restare piĚ niente,

per non aver saputo prevenire

una tal grossolana ciurmeria?

Mi son fatto menare per il naso

da un caprone gallese!

Dovrė dunque incalcarmi sulla testa

uno zucchetto di feltro a sonagli?([66])

Ci manca solo ch’io resti strozzato

da un pezzo di formaggio abbrustolito!([67])

 

EVANS -

Formaccio non Ź puono a fare purro!

E la fostra ventraia Ź tutto purro.

 

FALSTAFF -

(Rifacendogli il verso)

Formaccio e purro, e sď, eh!…

Sicché sarei vissuto fino ad oggi

per esser preso a gabbo da qualcuno

che fa frittelle della nostra lingua!([68])

Ce n’Ź abbastanza per l’umiliazione

di tutti i libertini ed i nottambuli

che vanno in giro per il nostro regno.

 

MEG -

Ma davvero, sir John,

voi avete pensato che noi due,

quando ci fossimo ancora decise

in un momento di spensieratezza,([69])

a cacciar via dal cuore l’onestą

e, gettato dall’animo ogni scrupolo,

ad aprirci le porte dell’inferno,

che proprio voi avesse destinato

il diavolo a sopir le nostre voglie??

 

FORD -

Che! Un polpettone simile?

Una saccoccia ripiena di stoppa?

 

MEG -

… Uno che par gonfiato con il mantice?

 

PAGE -

… Barbogio, infreddolito, raggrinzito

con tanto di schifoso budellame?

 

FORD -

… E che bestemmia piĚ d’un satanasso?

 

PAGE -

… PiĚ squattrinato e povero di Giobbe?

 

FORD -

… E piĚ perverso della sua versiera?([70])

 

EVANS -

… E dedito al peccato della carne,

alla taverna, al vino, all’idromele

e ad ogni sorta d’altri beveraggi,

al turpiloquio ed alle smargiassate,

a schiamazzi, litigi e chiacchiericci?

 

FALSTAFF -

Tutti contro di me, come un bersaglio!…

Siete in vantaggio, sono sopraffatto,

tanto da non saper piĚ che rispondere

a codesta flanella di Gallese… L’ignoranza

mi fa da contrappeso e mi disarma;

fate pure di me quel che vi pare.

 

FORD -

Perbacco, signor mio, se lo faremo!

Vi condurremo a Windsor,

al cospetto di un tal mastro Ruscello,

al quale avete scroccato denaro

come compenso del fargli da pandaro;

e son convinto che di tutti i guai

che vi son capitati fino qui,

dover restituire quei quattrini

sarą per voi una pena mordente.

 

PAGE -

Tuttavia, cavaliere, stammi allegro!

Questa sera verrai a casa mia

a bere insieme qualcosa di caldo;

e potrai anche farti due risate

sul conto di mia moglie,

com’ella se ne fa ora sul tuo,

annunciandole che mastro Stanghetta

ha sposato sua figlia.

 

MEG -

(Tra sé)

Qualcuno ne potrebbe dubitare…

Se Anna Ź figlia mia,

a quest’ora Ź gią sposa al dottor Cajus.

 

Entra STANGHETTA

 

STANGHETTA -

Uhi, uhi, uhi, papą Page!

 

PAGE -

Che c’Ź, figliolo? Avete fatto tutto?

 

STANGHETTA -

Altro che fatto! Questo Ź un tale imbroglio,

che il piĚ gran genio di questa contea,

m’impiccassero, non ci capirebbe!

 

PAGE -

Capirebbe, figliolo? Ma che cosa!

 

STANGHETTA -

Arrivo a Eton per sposare Annetta,

e mi trovo per mano, in vece sua,

un salamone grasso e grosso tanto…

che non fossimo stati in una chiesa

l’avrei gonfiato, giuro, di cazzotti…

o lui avrebbe cazzottato me.

Dio non mi faccia muovere piĚ un passo,

se non credetti che quello era Annetta;

e invece era un volgare postiglione!

 

PAGE -

Oh, santo Dio! Com’Ź? Ti sei sbagliato?

 

STANGHETTA -

Che domanda! Lo credo bene, sď,

se ho preso un uomo per una ragazza!

E se, mettiamo, l’avessi sposato,

malgrado fosse vestito da donna,

di certo non me lo sarei tenuto…

 

PAGE -

Tutta colpa della tua sbadataggine!

Te l’avevo spiegato tanto bene,

che mia figlia potevi riconoscerla

dal color della veste.

 

STANGHETTA -

Quella bianca!

E verso quella bianca sono andato:

ho detto: “Zitti”, e quello ha detto: “Baci”,

come eravamo intesi Annetta ed io.

E invece quella non era l’Annetta,

ma un uomo, un ragazzotto, un postiglione.

 

MEG -

Giorgio caro, non t’arrabbiare adesso:

io conoscevo il tuo intendimento,

e invece che di bianco, nostra figlia

l’ho vestita di verde, ed a quest’ora

si trova certamente alla parrocchia

col dottor Cajus, e l’avrą sposato.

 

Entra il dottor CAJUS

 

CAJUS -

Madama Page!… Dov’Ź madama Page?

Parbleu, stavolta me l’avete fatta!

Ho sposato un garćon, un giovinetto!

Un paysan, parbleu! un contadino!

Dico un ragazzo, invece di Anna Page!

Eh, sď, parbleu, sono stato truffato!

 

MEG -

Che! Non prendeste con voi quella verde?

 

CAJUS -

La presi, sď, solo ch’era un ragazzo!

Giuro che butto all’aria tutta Windsor!

 

(Esce precipitosamente)

 

FORD -

Strabiliante!… Ma allora Annetta Page,

quella vera, chi l’ha portata via?

 

PAGE -

Il cuor mi dice male… mastro Fenton…

Eccolo, infatti.

 

Entrano FENTON e ANNETTA, abbracciati

 

Ebbene, mastro Fenton!

 

ANNETTA -

Perdono, padre mio! Perdono, madre!

 

PAGE -

Madamigella, ebbene, come mai

non sei andata con mastro Stanghetta?

 

MEG -

Rispondi a me: come mai, ragazzina,

non sei andata con il dottor Cajus?

 

FENTON -

Non state a tormentarla.

Vi dirė tutto io per filo e segno.

Voi avreste voluto maritarla

in un modo quant’altri mai perverso,

dove l’amore non aveva parte.

Vero Ź che noi da tempo

ci eravamo promessi l’uno all’altra,

ed ora siamo stretti da un legame

per cui piĚ nulla potrą separarci.

Benedetta Ź la sua disobbedienza

di figlia; questo inganno non Ź frode,

non Ź rivolta, non Ź irriverenza,

dal momento che sol per questa via

ella avrebbe potuto risparmiarsi

le mille e mille ore empie e dannate

che un matrimonio fatto con la forza

le avrebbe rovesciato sulle spalle.

 

FORD -

(A Meg e Page)

Non state lď di sasso, sbigottiti!

Non c’Ź rimedio: gli affari d’amore

li governa direttamente il cielo.

Coi danari si comprano i terreni,

ma le mogli le vende solo il Fato.

Convien perciė accettare con amore

quello che non puė esser evitato.

 

FALSTAFF -

Quel che dite mi allegra.

Eravate appostato espressamente

per colpirmi; la vostra freccia, vedo,

ha deviato altrove.

 

PAGE -

Del resto, come riparare, Fenton?

Voglia il cielo concederti, oramai,

gioia e salute. Accettiam con amore

quello che non puė essere evitato.

 

FALSTAFF -

(A parte)

Gią, quando i cani cacciano la notte

ogni specie di selvaggina Ź buona!

 

MEG -

Bah, neppur io convien che piĚ mi lagni.

Fenton, ti mandi il cielo

molti giorni felici!… Ora, marito,

torniamo a casa, noi, sir John e tutti,

a ridere di questi nostri scherzi

davanti ad un bel fuoco di campagna.

 

FORD -

E sia. Sir John, sapete che vi dico,

che finirą che voi, malgrado tutto,

avrete mantenuto la parola:

mastro Ruscello passerą la notte

con la moglie di Ford, madama Alice!

 

 

FINE

 

 



 

([1]) Si segue la lezione del Dover-Wilson “Pity-Ward”, in luogo di “pittie-ward” dell’Alexander e di “petty-ward” di altri, che non vogliono dir nulla; “Pity-Ward” Ź la Via della Pietą, a Windsor, dove sorgeva la chiesa della Beata Vergine della Pietą.

 

([2]) Don Evans alterna al suo strambotto - versetti che Shakespeare abilmente modella sullo stile di Christopher Marlowe, assai in voga a quel tempo - un riferimento biblico, parafrasando il Salmo CXXXVI: “Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci sedemmo a piangere nel ricordo di Sion…”.

 

([3]) ť la minestra di cereali mangiata in Inghilterra e in Scozia al mattino per prima colazione; i Gallesi la aborriscono.

 

([4])Peace, I say, Gallia and Gaul”: “Gaul” Ź il nome antico delle popolazioni celtiche che abitavano il Galles, detto perciė “Gaulia”.

 

([5])No, he gives me the potions and the motions”: “motions” sono qui, in termine medico, i movimenti degli intestini che precedono l’espulsione delle feci dopo l’assunzione di “pozioni”.

 

([6])No, he gives me the proverbes and the no-verbs”: “proverbs” sono la saggezza popolare; “no-verbs” son tutte le cose che non si possono fare senza peccare (“verb” in senso figurato Ź tutto ciė ch’Ź importante, soprattutto sul piano spirituale).

 

([7]) “… e un po’ migliori” non Ź nel testo che ha semplicemente “… two other husbands”, ma “migliori” Ź implicito nell’inglese “other”, che distingue nel senso positivo di “finer”, “nicer”. Meg rimprovera implicitamente a Ford di esser troppo e ingiustamente geloso.

 

([8])This pretty weathercock”: “weathercock” Ź la banderuola di ferro girevole, fatta solitamente a foggia di gallo, che sta sulle guglie dei campanili ad indicare la direzione del vento.

 

([9]) V. sopra la nota 76.

 

([10])The clock gives me the cue”: “to give the cue” Ź espressione del linguaggio teatrale: “cue” Ź l’imbeccata, l’ultima parola del personaggio che ha parlato prima, che dą l’entrata al personaggio seguente.

 

([11]) Questa improvvisa chiamata in ballo di personaggi che non sono nel “cast” della commedia, lascia supporre che il pubblico abbia assistito prima alla rappresentazione della prima e seconda parte dell’“Enrico IV”, che Ź stata di poco precedente, come si Ź detto nella “Nota introduttiva”. “Gli scapestrati principe e Poins” (“… the wild Prince and Poins”) sono infatti tra i protagonisti di quel lavoro. Il principe Ź il giovane principe di Galles, Enrico, futuro Enrico V, le cui prodezze di scapestrata gioventĚ, compiute in compagnia di Falstaff, Poins e altri soci della stessa risma, sono appunto argomento delle due parti dell’“Enrico IV”, dove perė non figura affatto un Fenton, come vuole qui Page.

 

([12]) Qui nel testo c’Ź un sofisticato gioco di parole, cosď ermetico e contorto, che Ź difficile credere che il pubblico potesse coglierlo a volo dalla bocca dell’attore. L’Oste ha detto, parlando di Falstaff, “I will… drink canary with him”, dove “canary” Ź il vino spagnolo delle Canarie, assai pregiato all’epoca in Inghilterra; ma “canary” Ź anche “canario” (o, per alcuni, “canaria”), il nome di una danza spagnola dal ritmo assai vivace. Ford commenta cosď tra sé la battuta dell’Oste: “Arrivo io da lui prima di te e gli faccio ballare le canaria (danza), non senza prima aver bevuto con lui la canaria (vino) “in pipe-wine”, dove “pipe-wine” Ź nientemeno il nome di una pianta (“Aristochia Sypho”) che produce calici a coppia.

 

([13]) “… in the brew-house”. the brew-house” era il locale della casa, normalmente attiguo alla cucina, in cui si conservava e spesso si fabbricava la birra.

 

([14])You little Jack-a-Lent”: “Jack-a-Lent” Ź vocabolo creato da Shakespeare; equivale, secondo il glossario dell’Alexander, a “dummy set up at Lent as cockshy”, “pupazzetto esposto in vetrina”.

 

([15])Remember you cue”: per “cue” v. sopra la nota 122.

 

([16]) Meg prosegue il traslato di “cue”: l’attore che non entra a tempo e recita male Ź fischiato.

 

([17])Have I caught thee, my heavenly jewel!”: Ź il primo verso di un canzoniere dal titolo “Astrophel and Stella” di sir Philip Sydney, poeta e drammaturgo contemporaneo di Shakespeare. Nel metterlo in bocca a Falstaff, Ź chiara l’intenzione di Shakespeare di fare il verso alla maniera petrarchesca di quelle composizioni poetiche.

 

([18]) Il tema del contrasto Natura/Fortuna, frequente nella moralistica classica, Ź ripreso sovente da Shakespeare.

 

([19]) “… and smell like Bucklesbury in simple time”: Bucklesbury era la strada della Londra elisabettiana dove si teneva il mercato delle erbe medicinali, dette “semplici”.

 

([20]) “… the cowl-staff”: il lungo bastone da infilare nei due manici del cesto per alzarlo e trasportarlo a spalla.

 

([21]) Il testo Ź tutt’altro. Alice ha detto al marito: “Ci manca adesso che t’interessi di bucato” ed ha usato per “bucato” il termina “buck-washing” (“You were best meddle with buck-washing”); ma “buck” Ź anche appellativo di “animale cornuto” (alce, renna, cervo, daino, bove) e Ford lo coglie per ripetere a se stesso: “Cornuto! Magari potessi lavarmi io delle corna!” (“I would I could wash myself of the buck!”) E insiste: “Cornuto, cornuto, cornuto! sď, cornuto! V’assicuro, cornuto! E di stagione, anche, vedrete”. (“Buck, buck, buck! ay, buck! I warrant you, buck; and of the season too, it shall appear.”).

 

([22])Well, I promised you a dinner”: molti curatori traducono “dinner” per “cena”, ignorando inspiegabilmente: 1) che “dinner” nell’inglese antico Ź “pranzo”; 2) che, comunque, qui siamo a ora di mezzogiorno, l’appuntamento di Alice Ford a Falstaff essendo “dalle dieci alle undici” (del mattino, si capisce).

 

([23]) “… and tells me ’tis a thing impossibile / I should love thee but as a property”, letteralm.: “… e mi dice che Ź impossibile che io possa amarti se non come una proprietą”.

 

([24]) “Ay, by God, that I will, come cut and long-tail, under the degree of esquire”: “tail” in linguaggio giuridico Ź la concessione, da parte del re, ad una persona di un certo ceto sociale ed ai suoi eredi, dell’usufrutto a tempo determinato di un possedimento o dominio agrario della corona. Stanghetta vuol dire che il suo “status” sociale gli dą titolo ad ottenere questo tipo di concessione, essendo egli, di censo, un grado sotto a quello di scudiero (“esquire”).

 

([25]) Bisticcio piuttosto melenso, come il personaggio. Anna gli ha chiesto: “What is you will?” “Will” al singolare Ź “volontą”; ma si dicono “will” anche le “ultima volontą” espresse in testamento; e cosď l’intende Stanghetta.

 

([26]) Falstaff, come spesso i personaggi di Shakespeare, parla al pubblico.

 

([27]) Gioco di parole sul doppio significato di “ford”, che Ź ogni specchio d’acqua da traversare a guado, com’era appunto il luogo sulle rive del Tamigi dove le lavandaie andavano a fare il bucato. Si Ź reso con “fiordo” per assonanza, ma non certo per simiglianza.

 

([28]) Il testo ha “erections”; Quickly, come al solito spropositando, voleva dire “directions”. Ma Falstaff, nella risposta, finge d’intendere proprio “erections”.

 

([29])So did I mine, to build up a foolish woman’s promise”: Falstaff prosegue il traslato introdotto da “erections”: si “erige” una costruzione.

 

([30]) “… he is very-courageous-mad”: altra papera di Quickly, che dice “courageous”, per “outrageously”. Il “fuor dai cancheri” (per assonanza con “fuor dai gangheri”) Ź preso dalla traduzione di Emilio Cecchi e Susi Cecchi-D’Amico (Newton, Roma, 1990).

 

([31]) Stanghetta, come lo zio Zucca, Ź giudice di pace. A quel tempo la scuola era tenuta dal parroco per la parte didattica, ma sorvegliata e amministrata dal giudice di pace.

 

([32]) Il “quibble” del testo Ź un bisticcio. Don Ugo ha chiesto a Guglielmino: “How many numbers is in nouns