Don Chisciotte della Mancia
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CAPITOLO LXV

TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRĄ CHI LEGGE O SARĄ PER UDIRE CHI SI FARĄ LEGGERE.

CAPITOLO LXV

Allorché don Chisciotte uscì di Barcellona, si voltò a guardare il sito dov'era caduto, e disse: — Qua fu Troia, qua la sventura mia e non la mia viltà mi tolse i trofei e le conquiste; qui la sorte usò meco de' suoi dritti e de' suoi torti, qua si oscurò la luce delle mie prodezze; qua infine cadde la mia ventura per non rialzarsi mai più.»

Qua si oscurò la luce delle mie prodezze; qua infine cadde la mia ventura per non rialzarsi mai più...Ciò udendo Sancio, soggiunse: — Tanto è da bravi cuori, signor mio, l'avere pazienza nelle disgrazie come allegrezza nelle prosperità: e questo lo sostengo per la mia propria esperienza, che se io stava allegro quando ero governatore, non mi abbandono però alla malinconia ora che sono scudiere e a piedi. Ho inteso dire che quella che si chiama Fortuna è femmina briaca e capricciosa, e soprattutto cieca, ond'è che non vede quello che fa, né sa chi abbatta o chi innalzi. — Sancio, tu sputi fuori troppa sapienza, disse don Chisciotte, né so da chi tu abbia imparate tante cose; quello che io debbo dirti si è che non si dà fortuna in questo misero mondo, né le cose che qua giù accadono, buone o cattive, vengono a caso, ma per singolare provvidenza del Cielo; e da ciò nasce quello che si suole d'ordinario dire, che ognuno è l'artefice di sua ventura. Io lo fui della mia, non però colla necessaria prudenza, e quindi mi hanno guidato a mal partito le mie presunzioni; mentre io doveva por mente che la fiacchezza del mio Ronzinante non avrebbe potuto far fronte alla straordinaria grandezza del cavallo di quello della Bianca Luna.

Mi arrischiai al cimento, feci quanto potei, fui scavalcato...Mi arrischiai al cimento, feci quanto potei, fui scavalcato; ma tuttoché io abbia perduto l'onore, non mancherà in me la virtù di mantenere la parola che ho data. Quando io era cavaliere errante, da intraprendente e valoroso accreditavo ogni azione colle mie opere e colle mie mani, e adesso che mi trovo essere cavaliere pedestre, darò credito alle mie parole col fedele adempimento delle promesse. Cammina pertanto, o amico Sancio, e andiamo a compiere nel nostro paese l'anno del noviziato, dove raccoglieremo nuove virtù per tornarcene poi all'esercizio delle armi; ché io non sono per abbandonarlo giammai. — Signore, Sancio rispose, per dire la verità non è cosa troppo gustosa questo camminare a piedi, né si può a questo modo far viaggio sollecito: potremmo lasciare le nostre armi attaccate ad alcuno di questi alberi in cambio di un impiccato; ché montando in sul leardo coi piedi alzati da terra faremmo le giornate corte; mentre il voler pensare che io abbia da andare a piedi e far presto, egli è un volere le cose contro natura. — Tu dici bene, o Sancio, rispose don Chisciotte; si appendano pure le armi mie per insegna, e appiedi od all'intorno di esse incideremo negli alberi ciò che nel trofeo delle armi d'Orlando stava scritto:

Nessun le mova
Che star non possa con Orlando a prova.

— Parmi che tutto questo andrà benissimo, rispose Sancio: e se non fosse che la necessità ci obbliga a tenere con noi Ronzinante, egli sarebbe bene d'impiccarlo esso pure. — Taci, taci, replicò don Chisciotte; che già mi avviso di non volere che s'impicchino né armi, né Ronzinante, acciocché non si dica: A buon servigio mal guiderdone. — Vossignoria, rispose Sancio, parla per eccellenza: perché, secondo il parere dei prudenti, la colpa dell'asino non resta a carico della bardella; e poiché la colpa n'è tutta di vossignoria, perciò ella castighi se stesso e non rovesci la sua collera sulle armi rotte e insanguinate, né sulla docilità del cavallo, né sulla tenerezza dei miei piedi, esigendo che camminino oltre il dovere.»

Con queste ed altre confabulazioni si consumò tutto quel giorno non solo, ma quattro altri ancora, senzaché accadesse cosa che impedisse il viaggio; ma al quinto giorno, nell'entrare in un paese i viaggiatori trovarono alla porta di un'osteria molta gente, che per essere dì festivo se ne stava colà a sollazzo. Erasi già don Chisciotte avvicinato, quando un contadino con voce alta disse: — Qualcuno di questi due signori che adesso vengono, e che non conoscono le nostre differenze, dirà quello che si debba fare nella nostra scommessa. — Lo dirò volentieri, rispose don Chisciotte, e con equità, quando io sappia di che si tratti. — Il caso è questo, mio buon signore, disse il contadino: un abitante di questo paese, ch'è tanto grasso che pesa dugentosettantacinque libbre, sfidò a correre altro suo vicino, che non ne pesa più di centoventicinque, e fu la condizione che dovessero correre cento passi di carriera carichi di peso uguale; e avendo dimandato allo sfidatore come avessi ad aggiustare il peso, disse che lo sfidato che pesa centoventicinque libbre se ne mettesse addosso centocinquanta di ferro; e così si aggiusterebbero le centoventicinque del magro colle dugentosettantacinque del grasso. — Oh questo no, disse Sancio prima che rispondesse don Chisciotte, e tocca a me che da pochi giorni cessai di essere governatore, come tutti sanno, a decidere questi dubbi e a pronunziare la sentenza su questi litigi. — Decidi pure in buon'ora, Sancio amico, disse don Chisciotte, ché io non mi sento di poter dare i bricioli al gatto: tanto sconvolto e indebolito ho il povero mio cervello. — Con questa persuasione, disse Sancio rivolto ai contadini che gli stavano d'intorno colla bocca aperta, io sono a dirvi che la dimanda del grasso non dà nel verosimile, né ha ombra di giustizia, perché se vero è quello che si suol dire, che lo sfidato ha la scelta delle armi, non è bene che costui le scelga tali che impediscano il conseguimento della vittoria: io porto opinione che il grasso sfidatore si sbucci, mondi, diradi, ripulisca, allestisca, e cavi centocinquanta libbre delle sue carni da questa o quella parte del suo corpo, come meglio gli piace, e restando così sole centoventicinque libbre di peso, si faranno giuste ed eguali le centoventicinque del suo contrario, e a questo modo potranno correre in pari grado. — Viva Dio, disse un contadino, che questo signore ha parlato come un benedetto ed ha pronunciato sentenza da canonico: ma io scommetterei che il grasso non si vorrà levare non che centocinquanta libbre, ma neppure un'oncia sola delle sue carni.

— Il meglio che si potrebbe fare, disse allora un altro, sarebbe che non corressero punto né poco, acciocché il magro non si straccasse col peso, né il grasso si scarnasse, e che si spendesse piuttosto la metà della scommessa in tanto vino, e che menassimo questi signori a qualche osteria dove se ne trova del buono: e mettetemi sopra a me la cappa se piove. — Io, o signori, rispose don Chisciotte, vi ringrazio, ma non posso trattenermi né anche un momento solo, mentre molti pensieri e avvenimenti funesti mi fanno essere scortese; né ora potrei occuparmi di altro che dell'affrettare il mio cammino.»

Diede degli sproni al suo Ronzinante, passò innanzi lasciando tutti maravigliati di avere veduto e notato sì la figura sua stravagante, come l'acutezza del suo servitore; che per tale giudicarono Sancio. Un altro di quei contadini disse:

— Se il servitore è tanto prudente, che cosa sarà mai il padrone? Io giurerei che se vanno a studiare a Salamanca diventano alcadi di Corte, come è bere un uovo; che ogni cosa è burla fuorché lo studiare e ristudiare, e avere favore e ventura; poi, quando l'uomo meno se l'aspetta, si trova con un governo in mano o con una mitra in testa.»

Là passarono quella notte, padrone e servitore, in mezzo alla campagna, a cielo scoperto, e continuando nel dì seguente il viaggio, videro venire alla volta loro un uomo a piedi, con un paio di bisacce al collo, un bastone in mano con puntale di ferro, ed in arnese propriamente da corriere a piedi. Quando fu da vicino, e conobbe don Chisciotte, accelerò tosto il passo, e vennegli frettoloso incontro, e abbracciandolo per la coscia dritta (ché altrimenti fare non poteva), gli disse con segni di grande allegrezza:

— Ah, mio signor don Chisciotte della Mancia! ah che grande contento ha da arrivare fino al cuore del mio signor duca quando sappia che vossignoria torna al suo castello, dove egli sta tuttavia colla mia signora duchessa!

— Amico, io non vi conosco, rispose don Chisciotte, né so chi voi vi siate se voi non me lo dite.

— Io, rispose il corriere, io sono Tosilo, lo staffiere del mio signor duca, quello che non volle combattere con vossignoria quando si trattò del matrimonio della figliuola di donna Rodrighez.

— Dio mi aiuti: disse don Chisciotte: e com'è possibile che voi siate quello che i miei nemici incantatori trasformarono nello staffiere che dite per defraudarmi dell'onore della battaglia?

— Di grazia, non dite questo, mio buon signore, replicò il corriere, che non fu incanto di sorta, né alcuna mutazione di viso, ma io entrai Tosilo staffiere nello steccato, e Tosilo staffiere ne uscii. Allora pensai di maritarmi senza combattere, per essermi piaciuta la giovane, ma il mio pensiero mi riuscì a rovescio, perché non era appena partito vossignoria dal castello, che il mio signor duca mi fece dare di cento legnate per avere trasgredito gli ordini impartitimi prima di entrare in battaglia, e terminò quel negozio. La ragazza si è fatta monaca, donna Rodrighez è tornata in Castiglia, ed io passo adesso a Barcellona per portare un mazzo di lettere al viceré che gli sono dirette dal mio padrone. Se vossignoria volesse bere un poco, io ne ho una zucchetta piena di buono e pretto, sebbene un po' caldo, ed ho alquante scheggie di cacio di Lucardo che farebbero venire la sete ad un addormentato.

— Accetto io l'invito, disse Sancio, e vada il resto della cortesia, e mesca allegramente il buon Tosilo a dispetto di tutti gl'incantatori che stanno nelle Indie.

— Insomma, disse don Chisciotte, tu sei, o Sancio, il più gran ghiottone ed il più gran ignorante che viva. Non capisci tu che questo corriere è incantato, e questo è un Tosilo contraffatto? Sta pure con lui se ti piace, e satollati, ché io mi avvierò innanzi adagio adagio, aspettando che tu mi raggiunga.»

Lo staffiere si mise a ridere, cavò fuori la sua zucca, sbisacciò le scheggie di cacio e un pane, e sdraiatosi con Sancio sull'erba, in santa pace e buona compagnia diedero fondo a tutta la provvigione con sì buon appetito, che leccarono anche il mezzo delle lettere solo perché sapeva di cacio. Tosilo diceva a Sancio:

— Questo tuo padrone, amico mio, deve essere senza dubbio un pazzo.

— Come deve? rispondeva Sancio: egli non deve niente ad alcuno, ché paga ogni cosa, massime quando la moneta è pazzia. Io veggo le cose come sono, ed anche glielo dico, ma a che pro? E adesso tanto peggio ch'ella è finita, perché è stato vinto dal cavaliere dalla Bianca Luna.»

Tosilo voleva esserne informato, ma Sancio gli rispose che sarebbe scortesia il farsi aspettare dal suo padrone, e che se si fossero incontrati un altro giorno, gli avrebbe raccontata ogni cosa. Rizzandosi dall'erba, dopo avere scosso il saio, e le briciole della barba, si mise innanzi il leardo, e dicendo:

— Addio, Tosilo,» raggiunse il padrone, che sotto l'ombra di un albero lo stava aspettando.

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