ALEXANDR SERGEEVICH PUSKIN


BIOGRAFIA E OPERE

BORIS GODUNOV

VERSIONE CARTACEA GARZANTI

Traduzione di Silvana de Vidovich

SCENA PRIMA

Il palazzo del Cremlino
20 febbraio, 1598.

I principi Šujskij e Vorotynskij.

VOROTYNSKIJ
Abbiamo l'incarico di governare
insieme la città, ma da sorvegliare,
sembra, non ci sia nessuno: Mosca è
vuota, tutto il popolo ha seguito
il patriarca al monastero. Come pensi
finirà l'agitazione?

ŠUJSKIJ
Come finirà? Facile da prevedere:
il popolo ancora per poco si lamenterà,
Boris ancora per poco storcerà il naso,
come un ubriacone davanti al vino,
ma poi alla fine, umile e benevolo
accetterà di cinger la corona.
E allora - allora, sarà il nostro capo
come prima.

VOROTYNSKIJ
Ma già un mese è trascorso, da quando,
chiuso con la sorella in monastero,
sembra ogni cura terrena aver abbandonato.
Né il patriarca, né i boiari della Duma
son riusciti ancora a persuaderlo;
insensibile ad ogni loro appassionato
invito, non sente né le loro preghiere
né i pianti di tutta Mosca e neppure
la voce del Gran Sinodo.
Invano hanno implorato sua sorella
di benedire il potere di Boris;
la triste monaca-zarina, come lui,
è dura e irremovibile; un'indole che
Boris stesso, del resto, le ha trasmesso.
Ma se realmente si fosse stancato
degli affari di stato e non volesse più
salire sul trono spodestato?
Che diresti?

ŠUJSKIJ
Direi che inutilmente è stato versato
il sangue del piccolo zareviè;
se così fosse, Dimitrij potrebbe vivere ancora.

VOROTYNSKIJ
Che delitto infame! Ma è poi vero
che Boris ha ucciso lo zareviè?

ŠUJSKIJ
E chi, se no?
Chi invano ha corrotto Èepèugov?
Chi ha spedito con Kaèalov
entrambi i due Bitjagovskij? Io a Ugliè
fui mandato per indagare sul posto:
trovai tracce fresche;
la città intera fu testimone del delitto;
tutti i cittadini deposero concordi;
e al rientro una mia sola parola
avrebbe potuto smascherare l'assassino nascosto.

VOROTYNSKIJ
Ma perché, allora, non l'hai distrutto?

ŠUJSKIJ
Allora, lo confesso, mi colpì
la sua calma, la sua insospettabile impudenza,
mi guardava negli occhi, come un innocente,
mi interrogava con dovizia di particolari,
ed io davanti a lui non feci che ripetere
quelle falsità che lui stesso suggeriva.

VOROTYNSKIJ
Fu un errore, principe.

ŠUJSKIJ
Che potevo fare?
Rivelare tutto a Feodor? Ma se lo zar
vedeva solo con gli occhi di Godunov,
sentiva con le sue orecchie,
se anche fossi riuscito a persuaderlo,
Boris l'avrebbe subito dissuaso,
e in carcere sarei finito di sicuro;
poi, al momento giusto, come mio zio,
strangolato m'avrebbero in una buia cella,
di nascosto. Non me ne vanto, ma nel caso,
nessun castigo mi spaventa.
Non sono un vile, ma neppure uno sciocco,
e non vorrei, senza ragione, trovarmi
il cappio al collo.

VOROTYNSKIJ
Che delitto infame! Però, ascolta, forse,
il rimorso tormenta l'assassino.
Di certo, il sangue del giovane innocente
gli impedisce di salire al trono.

ŠUJSKIJ
Ci salirà! Non è poi così timido!
Che onore per noi, per la Russia intera!
Un tartaro, ieri schiavo, genero di Maljuta,
genero di un boia e lui stesso, nel profondo,
boia, porterà la corona e il manto regale
di Monomach...

VOROTYNSKIJ
E non ha neppure nobili natali;
noi siamo più nobili di lui.

ŠUJSKIJ
Già, proprio vero.

VOROTYNSKIJ
Gli Šujskij, i Vorotynskij... loro sì,
va detto, sono dei veri principi.

ŠUJSKIJ
Veri e propri principi, e del sangue
di Rjurik.

VOROTYNSKIJ
Ma, principe, ascolta, noi, avremmo
diritto di succedere a Feodor.

ŠUJSKIJ
Certo, molto più diritto di Godunov.

VOROTYNSKIJ
Senza alcun dubbio!

ŠUJSKIJ
E allora? Visto che Boris continua
a fare il furbo, cerchiamo con astuzia
di fomentare il popolo ad abbandonare
Godunov e ad eleggere zar uno dei tanti
principi che ha a disposizione.

VOROTYNSKIJ
Molti di noi sono diretti discendenti
dei Variaghi, ma siamo incapaci d'opporci
a Godunov; il popolo non sa più vedere
in noi l'antica stirpe dei suoi capi.
Da tempo abbiamo perso i nostri
feudi, da tempo siamo umili vassalli degli
zar. Mentre lui, il popolo ha saputo sedurre
col terrore, l'amore e la gloria.

ŠUJSKIJ (guarda alla finestra)
Lui ha avuto coraggio, ecco tutto... noi
invece... Ma basta! Guarda, il popolo sta
tornando indietro alla rinfusa. Andiamo!
Presto! Sapremo le decisioni prese.

SCENA SECONDA

La piazza rossa.

Il popolo.

UNO
È irremovibile! Ha allontanato da sé
prelati, boiari e patriaca, che invano
ai suoi piedi s'erano piegati;
lo splendore del trono lo spaventa.

UN ALTRO
O Dio mio! Chi ci governerà?
Poveri noi!

UN TERZO
Ma ecco il primo segretario che viene
a riferirci la decisione della Duma.

IL POPOLO
Silenzio! Silenzio! Parla il segretario
Ssst! Ascoltate!

ŠÈELKALOV (dalla scalinata rossa)
È stato unanimemente concordato
di insistere con la preghiera, una volta
ancora, sull'anima afflitta del reggente.
Domani, di nuovo, al Cremlino, il santo
patriarca, dopo le funzioni,
preceduto dalle sacre insegne, con le
icone di Vladimir e del Don, si muoverà;
con lui sarà il Senato, i boiari,
l'ordine dei nobili e i cittadini eletti,
assieme a tutto il popolo ortodosso
moscovita e tutti andremo, di nuovo,
ad implorare la regina che dell'orfana
Mosca abbia pietà e benedica la corona
di Boris. Tornate in pace alle vostre case
e pregate che salga ai cieli la sincera
preghiera di tutti gli ortodossi.

(Il popolo si disperde)

SCENA TERZA

Campo delle Vergini.
Monastero delle Vergini.

Il popolo.

UNO
Sono andati tutti dalla regina
e nella sua cella sono entrati, Boris
col patriarca e una folla di boiari.

UN ALTRO
Si sa qualcosa?

UN TERZO
È ancora irremovibile; ma c'è
speranza.

UNA DONNA (con un bambino)
Non piangere! Su, non piangere!
ecco l'orco che ti porta via! Non piangere!

UNO
Non si potrebbe andare oltre il recinto?

UN ALTRO
Non si può. Anche là nel campo
non c'è posto. Credi, sia facile?
Tutta Mosca s'è ammucchiata qui; guarda:
nel recinto, sui tetti, sui campanili
della cattedrale e sulle cupole, perfino
sulle croci: la gente s'è ammassata ovunque.

IL PRIMO
Però, è bello!

UNO
Cos'è questo baccano?

UN ALTRO
Ascolta! Che significa questo baccano?
La gente urla, cadono tutti come onde,
una fila dopo l'altra... ancora... ancora.
Fratello, tocca a noi, adesso! presto!
In ginocchio!

IL POPOLO (in ginocchio. Urla e pianti)
Abbi pietà di noi, padre! Guidaci!
Sii il nostro padre e il nostro zar!

UNO (sottovoce)
Per cosa piangono?

UN ALTRO
Noi che ne sappiamo? I boiari lo
sanno; loro non sono come noi.

LA DONNA (col bambino)
Allora, che fai? Quando deve piangere,
si calma! Adesso vedi! Ecco l'orco!
Piangi, birbante!

(Appoggia malamente il bambino per terra e lui si mette a piangere)

Finalmente!

UNO
Piangono tutti.
Piangiamo anche noi, fratello!

UN ALTRO
Io ci provo, ma non ci riesco.

IL PRIMO
Nemmeno io. Hai della cipolla
per fregarci gli occhi?

L'ALTRO
No, farò con la saliva.
Ma che succede ancora?

IL PRIMO
E chi li capisce?

IL POPOLO
La corona è sua! È zar! Ha accettato!
Boris è nostro zar! Evviva Boris!

SCENA QUARTA

Il palazzo del Cremlino.

Boris, il patriarca e dei boiari.

BORIS
Tu, padre patriarca e voi tutti, boiari,
nuda è l'anima mia davanti a voi:
avete visto con che paura ed umiltà,
il potere io accetto.
Com'è pesante il mio compito!
Succedo al potentissimo Ivan -
succedo anche allo zar-bambino...
O padre mio, sovrano e giusto!
Guarda dal cielo le lacrime dei tuoi
fedeli, e a colui che hai amato e che
qui, a tanta grandezza, hai innalzato,
manda la santa tua benedizione:
che io governi il mio popolo con gloria
e che sia come te, giusto e clemente.
Da voi, boiari, io m'aspetto sostegno,
servitemi, come serviste lui, quando
assieme a voi spartivo le fatiche, dal
volere del popolo non ancora eletto.

I BOIARI
Non violeremo il giuramento fatto.

BORIS
Andiamo ora a inginocchiarci alle tombe
dei defunti sovrani della Russia;
si inviti, quindi, il popolo a far festa;
si invitino tutti, dal patrizio al mendicante
cieco; libero accesso a tutti, tutti
siano ospiti graditi. (Esce, seguito dai boiari)

VOROTYNSKIJ (trattenendo Šujskij)
Hai indovinato.

ŠUJSKIJ
Che cosa?

VOROTYNSKIJ
Ma qui, giorni or sono, non ricordi?

ŠUJSKIJ
No, non ricordo nulla.

VOROTYNSKIJ
Quando il popolo stava andando
al Campo delle Vergini, tu hai detto...

ŠUJSKIJ
Non è il momento di ricordare,
ti consiglio, anzi, di dimenticare.
Del resto, con quella falsa maldicenza
volevo solo metterti alla prova e
conoscere più a fondo i tuoi segreti pensieri.
Ma ecco che il popolo saluta lo zar,
la mia assenza potrebbe dar nell'occhio.
Lo seguo.

VOROTYNSKIJ
Astuto cortigiano!

SCENA QUINTA

Notte. Una cella nel Monastero dei Miracoli.
Anno 1603.

Padre Pimen, Grigorij che dorme.

PIMEN (scrive alla luce di una lanterna)
Ancora uno, un ultimo episodio
e la mia cronaca sarà finita.
Terminato sarà il compito che Dio,
a me peccatore, ha affidato. Non a caso
m'ha voluto testimone di lunghi anni
e m'ha ispirato nell'arte dello scrivere.
Un giorno, forse, un monaco operoso
troverà il mio zelante, anonimo lavoro;
come me, scossa via dai fogli la polvere
dei secoli, la sua lampada accenderà
e trascriverà i veritieri fatti, perché
i posteri ortodossi conoscano il passato
della loro terra natia, ricordino
i loro grandi zar, per le opere, la gloria
e il loro bene e preghino con umiltà
il Salvatore per i peccati e le malvagie
azioni. In vecchiaia io torno a vivere,
e mi passa davanti tutto il passato -
quanto tempo è trascorso, carico d'avvenimenti
ed agitato come un mare aperto?
Ora tutto è calmo e tranquillo,
pochi volti conserva la mia memoria,
poche parole son giunte fino a me,
il resto è ormai perduto...
ma si fa giorno, la lampada è finita.
Ancora uno, un ultimo episodio... (Scrive)

GRIGORIJ (svegliandosi)
Sempre quel sogno! Possibile? È la terza volta!
Maledetto sogno!... Davanti a una lampada
un vecchio siede e continua a scrivere,
è stanco, tutta la notte non ha chiuso occhio.
Come amo il suo aspetto sereno,
quando, tutto immerso nel passato,
scrive le sue cronache; spesso
vorrei sapere cosa scrive.
Del triste giogo dei tartari?
Delle crudeli punizioni di Ivan?
Delle agitate assemblee di Novgorod?
Della gloria dei padri? Inutile.
Né dalla sua fronte alta, né dal suo sguardo
è possibile leggere i suoi pensieri occulti;
sempre lo stesso aspetto umile, solenne,
simile a un cancelliere di tribunali, incanutito,
sereno guarda i giusti ed i colpevoli,
indifferente ascolta il bene e il male,
senza conoscere né pietà né ira.

PIMEN
Ti sei svegliato, fratello.

GRIGORIJ
Benedicimi, o santo padre.

PIMEN
Il Signore ti benedica, ora
e per sempre.

GRIGORIJ
Mentre tu scrivevi senza mai abbandonarti
al sonno, un incubo diabolico la mia pace
turbava ed il maligno mi tormentava.
Ho sognato che una ripida scala
ad una torre mi portava e dall'alto
vedevo Mosca come un formicaio; in basso
il popolo, assiepato in piazza, ridendo
mi segnava a dito ed io provavo paura
e vergogna, poi precipitando a capo in
giù, mi risvegliavo... Per tre volte
sempre lo stesso sogno. Non è strano?

PIMEN
È il tuo giovane sangue che fa scherzi;
prega e pratica il digiuno e i tuoi sonni
saranno pieni di leggere visioni. Ancora
oggi, se indebolito da involontaria
sonnolenza, nella notte non prego a lungo,
il mio sonno di vecchio non è tranquillo,
e mi agito, vedo in sogno ora banchetti rumorosi
ora accampamenti, ora scontri
in battaglia, tutte folli occupazioni
dei miei anni giovanili.

GRIGORIJ
Tu hai trascorso un'allegra gioventù!
Hai combattuto sotto le torri di Kazan',
hai respinto con Šujskij i lituani
hai visto il fasto della corte di Ivan!
Fortunato! Mentre io, fin dall'adolescenza
erro di cella in cella, da povero eremita!
Perché non m'è concesso di lanciarmi
in battaglie, di banchettare alla mensa
dello zar? Da vecchio, poi, come te,
potrei abbandonare le vacuità del mondo,
prendere i voti e ritirarmi in un
tranquillo monastero.

PIMEN
Non lamentarti, fratello, d'aver lasciato
così presto il mondo peccatore, d'aver
avuto dall'alto così poche tentazioni.
Credimi: da sempre prigionieri siamo della
gloria, del lusso e dell'astuto amore delle donne.
Io ho vissuto a lungo e tra molti piaceri,
ma la vera felicità l'ho conosciuta solo
dopo che Dio m'ha condotto al monastero.
Pensa, figlio mio, ai grandi zar.
Chi è più in alto di loro? Solo Dio.
Chi osa ostacolarli? Nessuno. Eppure!
Troppo pesante spesso diventa la corona:
e l'han cambiata con un cappuccio monacale.
Lo zar Ivan, accettando la dura disciplina
del convento, ha cercato la pace.
Il suo palazzo, pieno di superbi cortigiani,
è diventato come un monastero, peccatori
in cilicio e papalina sono come monaci
ubbidienti e lo stesso zar un devoto egumeno.
Io vidi qui, proprio in questa cella
(dove allora viveva il martire Kirill,
un uomo giusto. Quando Dio si degnò di
mostrarmi la nullità degli affanni mondani),
io vidi qui lo zar, stanco di collere e
supplizi. Tranquillo e pensieroso sedeva
in mezzo a noi, che immobili gli stavamo
innanzi, quando con calma prese a parlarci.
All'egumeno e ai suoi fratelli disse:
«Padri miei, verrà un tanto sospirato
giorno in cui io, qui, mi presenterò
ansioso di salvezza. Tu Nikolaj e tu Sergej
e tu Kirill, accogliete tutti il mio solenne
voto spirituale: verrò da voi, dannato peccatore,
per accettare le vostre ascetiche leggi
e prostrarmi ai vostri piedi». Così tra
le lacrime parlava il possente sovrano,
e dolci fluivano le parole dalle sue labbra,
mentre piangeva. E noi tra le lacrime
pregammo che Dio, amore concedesse e pace
all'anima sua tormentata e sofferente.
E suo figlio Feodor? Sul trono, egli pensava
solo a una vita tranquilla da eremita.
Le imperiali stanze trasformato aveva in
celle di preghiera, dove le pesanti angosce
del potere, l'anima sua santa non turbavano.
L'umiltà dello zar piacque al Signore
e la Russia con lui conobbe una serena
gloria, ma nell'ora della sua morte avvenne
un inaudito fatto: al capezzale, visibile
solo allo zar, apparve un uomo avvolto
di luce intensa, col quale Feodor cominciò
a parlare, chiamandolo gran patriarca.
Tutti furono presi da sgomento, quando
intuirono che era una visione celeste,
poiché il santo padre non era lì presente
nella stanza, al cospetto dello zar.
Quando poi spirò, il palazzo si riempì
d'un sacro aroma e il suo volto splendette
come il sole. Non vedremo mai più uno zar
simile. Che disgrazia indicibile, tremenda!
Abbiamo offeso Dio, abbiamo peccato:
nominando nostro sovrano un regicida.

GRIGORIJ
Da molto, santo padre, volevo chiederti
della morte di Dimitrij, lo zareviè;
a quel tempo, dicono, tu eri a Ugliè.

PIMEN
Oh! Ricordo!
Dio volle che io assistessi alla malvagia
azione, al sanguinoso fatto. Allora, ero
stato mandato con un certo incarico nella
lontana Ugliè. Arrivai di notte. Il mattino,
all'ora della messa, sento all'improvviso
un forte scampanio, delle grida e del
rumore. Della gente corre verso il palazzo
della zarina; corro là anch'io dove già
c'è tutta la città. Guardo: lo zareviè con
la gola tagliata giace a terra: la regina
madre, svenuta, è su di lui e la nutrice
singhiozza disperata, mentre il popolo,
furioso, trascina via la spudorata balia
traditrice... Ad un tratto, tra loro,
pallido d'ira, appare il feroce Giuda
Bitjagovskij. «Ecco, ecco l'assassino!»,
un grido unanime risuona e lui in un attimo
scompare. Subito il popolo rincorse i tre
assassini in fuga; presero i furfanti che
s'erano nascosti e li trascinarono davanti
al cadavere ancora caldo del fanciullo,
e - miracolo - il morto all'improvviso
sussultò. «Pentitevi!», urlò loro il popolo:
e sotto la minaccia della scure, gli
assassini si pentirono ed elessero Boris.

GRIGORIJ
Quanti anni aveva lo zareviè assassinato?

PIMEN
Circa sette; oggi avrebbe... (sono
trascorsi dieci anni... no, di più;
dodici anni) sarebbe stato un tuo
coetaneo e sarebbe sul trono; ma Dio
ha voluto diversamente.
Con questa triste storia io concluderò
la mia cronaca; da allora, poco, mi sono
occupato delle vicende del mondo. Tu,
fratello Grigorij, la tua mente hai
coltivato con la cultura e a te io affiderò
il mio lavoro. Nelle ore libere dalle
pratiche spirituali, descrivi, senza
troppe furbizie, tutto ciò di cui sarai
nella tua vita testimone: la guerra e
la pace, il governo dei sovrani,
i miracoli dei santi, le profezie
e i segni celesti. Per me è giunto
il tempo di riposare e di spegnere la
lampada... Suona già il mattutino...
benedici, Signore i tuoi servi!...
Dammi la gruccia, Grigorij. (Si allontana)

GRIGORIJ
Boris, Boris! Tutti tremano dinnanzi
a te, nessuno osa neppure ricordarti
il destino dell'infelice fanciullo,
ma nel frattempo, un eremita, in una
cella oscura, contro di te scrive una
terribile denuncia: tu non scamperai
al giudizio degli uomini, come non
scamperai a quello divino.

SCENA SESTA

Il palazzo del patriarca.

Il patriarca e l'egumeno del Monastero dei Miracoli.

IL PATRIARCA
È proprio fuggito, padre egumeno?

EGUMENO
Sì, santo padre. Già da tre giorni.

IL PATRIARCA
Furfante! Rinnegato! Di che famiglia è?

EGUMENO
Della famiglia degli Otrep'ev, figli di boiari galiziani. Da piccolo è diventato chierico non si sa dove, ha vissuto a Suzdal', nel monastero di Sant'Eufemio, quando poi ne è uscito, è passato per molti eremi e finalmente è giunto alla mia confraternita dei Miracoli; quando ho visto che era ancora giovane e immaturo l'ho affidato alle cure di padre Pimen, un vecchio mite e umile; era anche istruito, leggeva le nostre cronache, componeva canoni per i santi; ma forse non è stato il Signor Iddio a dargli la cultura.

IL PATRIARCA
Ah! Questi saccenti! Cosa va a pensare! Diventerò zar a Mosca! È una diavoleria! Ma non c'è bisogno di parlarne con lo zar; a che scopo turbare il nostro padre-sovrano? Basterà denunciare la fuga al diacono Smirnov e al diacono Efim'ev; che eresia! Diventerò zar a Mosca! Arrestarlo! Bisogna arrestarlo, questo essere abbietto e spedirlo a Solovec, perché si penta per l'eternità. La sua è un'eresia, padre egumeno.

EGUMENO
Una eresia, santo padre, una vera e propria eresia.

SCENA SETTIMA

Il palazzo dello zar.

Due addetti alla mensa.

IL PRIMO
Dov'è il sovrano?

IL SECONDO
Nella sua stanza da letto,
vi si è rinchiuso con un certo mago.

IL PRIMO
È la compagnia che più gradisce:
maghi, indovini, fattucchiere, non fa
che interrogarli, come una fanciulla.
Vorrei proprio sapere, cosa si aspetta?

IL SECONDO
Eccolo che viene. Prova a domandarglielo!

IL PRIMO
Che aria tetra! (Escono)

LO ZAR (entra)
Ho raggiunto il massimo potere;
son già tre anni che governo in pace.
Ma l'anima mia non è felice. Non è
forse così che da giovani ci si innamora
e si spasima d'amore, ma non appena una
rapida conquista ci soddisfa il cuore,
indifferenti ed annoiati, ci deprimiamo?...
È inutile che gli indovini mi promettano
lunghi e lunghi giorni di potere sicuro,
non sono né il potere né la vita a darmi
gioia; prevedo sventure e disgrazie.
Io non sono felice. Pensavo di assicurare
al mio popolo agiatezza e gloria,
di conquistarmi il suo amore con opere
di bene, ma ora non ci penso più:
il volgo odia un potere vivo e reale,
sa amare solo i morti.
Pazzi siamo a lasciare che il favore popolare
e il suo palese osanna turbino il nostro cuore.
Dio sulla terra mandò la carestia,
il popolo moriva tra tormenti e gemiti,
ed io aprii loro i granai, l'oro distribuii,
procurai lavoro a tutti e loro, imbestialiti,
maledirono me! Il fuoco distrusse le loro
case, ed io nuove dimore costruii. E loro
attribuirono a me l'incendio! Questo il giudizio
del volgo: e tu cerca poi il suo amore!
Nella famiglia credetti di trovar conforto,
mia figlia di rendere felice con le nozze,
ma quando la morte, come una tempesta, le rapì
lo sposo... allora, voci maligne accusarono
me, padre infelice, della sua vedovanza!...
Di ogni morto, sono l'assassino misterioso:
io affrettai la morte di Feodor,
io avvelenai la zarina mia sorella,
quell'umile novizia... tutti, io!
Ah! Sento che nulla ci può rasserenare
tra le tristezze di questo mondo;
nulla, nulla... forse, soltanto la coscienza,
che, integra, trionferà sulla malvagità
e la squallida calunnia. Ma se per caso
avrà anche una sola macchia, sarà la fine.
Come piaga pestilenziale, l'anima brucerà,
di veleno si gonfierà il cuore, il rimprovero
rintronerà a martello negli orecchi,
si avrà una gran nausea, girerà la testa,
il sangue offuscherà la vista...
vorrai solo fuggire... ma non sai dove,
che orrore! Miserabile colui che ha
la coscienza sporca.

SCENA OTTAVA

Bettola al confine lituano.

Misail e Varlaam, due monaci vagabondi; Grigorij Otrep'ev, vestito da laico; una ostessa.

OSTESSA
Cosa posso servirvi, reverendi padri?

VARLAAM
Quel che Dio manda, padrona. Non c'è del vino?

OSTESSA
Come no! Padri miei, lo porto subito. (Esce)

MISAIL
Perché sei diventato triste, amico? Siamo al confine lituano, dove desideravi tanto arrivare.

GRIGORIJ
Finché non sarò in Lituania, non sarò tranquillo.

VARLAAM
Che t'ha preso con questa Lituania? Guarda noi, padre Misail e me povero peccatore, appena scappati dal monastero, non abbiamo più pensato a niente. Per noi, Russia o Lituania, fischi o fiasche è la stessa cosa, purché ci sia del vino... ah! Eccolo qua...

MISAIL
Ben detto, padre Varlaam.

OSTESSA (entra)
Ecco qua a voi, padri, bevete alla salute!

MISAIL
Grazie, brava donna, che Dio ti benedica.

(I monaci bevono; Varlaam intona una canzone: «Come una volta nella città di Kazan'»)

VARLAAM (a Grigorij)
Ehi! Perché non ti unisci a noi e non ci dai sotto?

GRIGORIJ
Non ne ho voglia.

MISAIL
Fai come vuoi...

VARLAAM
Facciamo festa noi, padre Misail! Forza, un bicchierino per l'ostessa... Però, quando bevo, padre Misail, non mi piacciono gli astemi; una cosa è la sbornia e un'altra la boria; vuoi vivere come noi, avanti, prego - non vuoi, levati di torno, sparisci: preti e buffoni non fanno amicizia.

GRIGORIJ
Bevi e pensa ai fatti tuoi, padre Varlaam! Come vedi, anch'io qualche volta so parlare.

VARLAAM
E perché dovrei pensare ai fatti miei?

MISAIL
Lascialo stare, padre Varlaam.

VARLAAM
E fa anche il difficile! Si è voluto unire a noi, non si sa chi sia, da dove venga - e si dà tante arie; avesse sentito odor di femmina...

(Beve e canta: «Un giovane si è fatto la tonsura»)

GRIGORIJ (all'ostessa)
Dove porta questa strada?

OSTESSA
In Lituania, padron mio, verso le montagne di Luëv.

GRIGORIJ
E sono lontane queste montagne?

OSTESSA
No, non molto! Ci si potrebbe arrivare in serata, ma ci sono i posti di blocco e le sentinelle di guardia dello zar.

GRIGORIJ
I posti di blocco! Che significa?

OSTESSA
Qualcuno è fuggito da Mosca, e hanno ordinato di fermare e perquisire tutti.

GRIGORIJ (tra sé)
Ora sì, che son servito!

VARLAAM
Ehi! Amico, ti stai tutto strusciando con l'ostessa. Ah! Ma allora, più che di vodka, hai bisogno d'una ragazzona; fai pure, fai pure, a ognuno il suo; a me e a padre Misail una sola cosa ci sta a cuore: bere fino alla fine, svuotar il bicchiere, rigirarlo e battere sul fondo.

MISAIL
Ben detto, padre Varlaam...

GRIGORIJ
Ma chi cercano? Chi è fuggito da Mosca?

OSTESSA
Lo sa Iddio, forse un ladro, o un brigante - io so soltanto che adesso di qui non passa più una persona onesta - e il risultato? Niente; non acciufferanno nemmeno un diavolo pelato: come se per la Lituania, l'unica strada fosse quella maestra! Basta svoltare da qui a sinistra, passare attraverso il bosco lungo il sentiero, fino alla cappella che sta sul ruscello di Èekan, poi dritto per tutta la palude fino a Chlopino e di là verso Zachar'evo; a quel punto qualsiasi ragazzo ti può portare fino alle montagne di Luëv. Le sentinelle non sanno far altro che maltrattare i passanti e derubare noi poveracci.

(Si sente del rumore)

Che c'è ancora? Ah! Eccoli, i maledetti! C'è la pattuglia.

GRIGORIJ
Padrona! Ci sarebbe qui in casa un posticino?

OSTESSA
No, non c'è, mio caro. Mi ci nasconderei anch'io. Dicono di venire solo per la ronda, invece ti tocca servir loro vino, pane e chissà cos'altro ancora. Che crepino, quei dannati! Ah! se...

(Entrano le guardie)

UNA GUARDIA
Salute, padrona!

OSTESSA
Benvenuti, cari ospiti, prego, favorite!

L'ALTRA GUARDIA (alla prima)
Ah! Ma qui si fa bisboccia: potremmo approfittarne. (Ai monaci) E voi chi siete?

VARLAAM
Servi di Dio, umili frati, giriamo per i villagi a raccogliere l'elemosina dei cristiani per il convento.

LA GUARDIA (a Grigorij) E tu?

MISAIL
Un nostro compagno...

GRIGORIJ
Sono un contadino del villaggio; ho accompagnato questi padri fino alla frontiera e adesso me ne torno a casa.

MISAIL
Così, hai cambiato idea...

GRIGORIJ (sottovoce)
Taci!

GUARDIA
Padrona! Tira fuori dell'altro vino! Berremo e faremo due chiacchiere con i padri.

L'ALTRA GUARDIA (sottovoce)
Il giovanotto, sembrerebbe al verde, non c'è niente da portargli via; i vecchi, invece...

LA PRIMA GUARDIA
Taci, adesso arriviamo anche a loro. E allora, padri, come vanno gli affari?

VARLAAM
Male, figlio mio, male. I cristiani sono diventati avari; amano il danaro e lo nascondono. Danno poco a Dio. Gli ha preso a tutti una gran smania. Si danno tutti un gran da fare col commercio; pensano alla ricchezza terrena e non alla salvezza dell'anima. Cammini e preghi, cammini e preghi e qualche volta in tre giorni tiri su solo tre monete. È così, un vero peccato! Passa una settimana, poi un'altra, guardi la borsa e hai così poco che ti vergogni di presentarti al monastero; che fai allora? Dal dolore anche il resto ci beviamo; è una disgrazia e basta. Va male, vuol dire che è arrivata la nostra ultima ora...

OSTESSA (piange)
Dio abbi pietà di noi e salvaci!

(Mentre Varlaam parla, la prima guardia continua a fissare con attenzione Misail)

PRIMA GUARDIA
Alecha! Ce l'hai con te il decreto dello zar?

SECONDA GUARDIA
Sì, ce l'ho.

PRIMA GUARDIA
Dammelo un po' qua!

MISAIL
Perché mi guardi così fisso?

PRIMA GUARDIA
Ecco perché: è fuggito da Mosca un certo eretico, Griška Otrep'ev. Ne hai sentito parlare?

MISAIL
No!

GUARDIA
Non ne sai niente? D'accordo. Ma lo zar ha ordinato di acciuffarlo e di impiccarlo. Questo lo sai?

MISAIL
No, non lo so.

GUARDIA (a Varlaam)
Sai leggere?

VARLAAM
Da giovane, sì, ma l'ho dimenticato.

GUARDIA (a Misail)
E tu?

MISAIL
Dio non me l'ha concesso.

GUARDIA
Ecco, tieni il decreto dello zar.

MISAIL
Per farne cosa?

GUARDIA
Mi dà l'idea che questo eretico fuggiasco, questo ladro, questo farabutto sia tu.

MISAIL
Io? Ma ti prego! Che dici?

GUARDIA
Fermo. Chiudi la porta. Staremo a vedere.

OSTESSA
Ah! Sono dei maledetti aguzzini, nemmeno un vecchio lasciano in pace!

GUARDIA
Chi sa leggere qui?

GRIGORIJ (facendo un passo avanti)
Io, so leggere.

GUARDIA
Tieni, allora! E da chi hai imparato?

GRIGORIJ
Dal nostro sagrestano.

OSTESSA (gli dà il decreto)
Leggi, allora, ad alta voce.

GRIGORIJ (legge)
«L'indegno novizio Grigorij, della famiglia degli Otrep'ev, appartenente al Monastero dei Miracoli, è caduto in eresia e ha osato, istigato dal diavolo, turbare la santa comunità con ogni sorta di tentazioni e trasgredendo la legge. Secondo le informazioni, sembra che quel dannato Griška sia fuggito verso il confine lituano...».

GUARDIA (a Misail)
Non sei tu, quello?

GRIGORIJ
«Lo zar dà ordine di catturarlo...».

GUARDIA
E di impiccarlo.

GRIGORIJ
Qui non si dice di impiccarlo.

GUARDIA
Menti: non si scrive mica ogni parola. Leggi: catturarlo e impiccarlo.

GRIGORIJ
«E impiccarlo. Questo ladro di Griška è sui... (guarda Varlaam) cinquant'anni. Di statura media, è pelato, con una barba bianca, una grossa pancia...».

(Tutti guardano Varlaam)

PRIMA GUARDIA
Ragazzi! Costui è Griška! Prendetelo! Legatelo! Non c'avevo pensato, non l'avrei mai detto.

VARLAAM (strappando il foglio dalle mani di Grigorij)
Lasciatemi, figli di cane! Ma che Griška! Cinquant'anni, barba bianca, pancia grossa! Eh, no! Fratello, sei ancora giovane per farla a me. È da un pezzo che non leggo e me la cavo male, ma vedrò di farcela, visto che si tratta di finire sulla forca. (Legge sillabando) «Ha, ve-ven-t'an-ni». Ehi, tu, fratello, dove c'è scritto cinquanta? Vedi? Venti.

SECONDA GUARDIA
Sì, io ricordo venti. Così ci avevano detto.

PRIMA GUARDIA (a Grigorij)
Tu, fratello, devi essere proprio un burlone.

(Per tutto il tempo della lettura, Grigorij rimane in piedi a testa bassa, nascondendo una mano)

VARLAAM (continua)
«È basso di statura, ha un ampio torace, un braccio più corto dell'altro, gli occhi azzurri, i capelli rossi, un neo sulla guancia e un altro sulla fronte». Amico, non sei per caso tu, costui?

(Grigorij estrae all'improvviso un pugnale; tutti indietreggiano e lui salta dalla finestra)

LE GUARDIE
Prendilo! Prendilo!

(Tutti corrono in una grande confusione)

SCENA NONA

Mosca. La casa di Šujskij.

Šujskij, molti ospiti. Una cena.

ŠUJSKIJ
Ancora del vino. (Si alza, seguito da tutti)
Allora, graditi ospiti,
l'ultima coppa! Recita la preghiera, ragazzo!

RAGAZZO
O re dei cieli, eterno e onnipresente,
ascolta la preghiera dei tuoi servi:
per il nostro sovrano ti preghiamo,
per lo zar, da te eletto, devoto
autocrate dei cristiani tutti,
proteggilo a palazzo, sul campo di battaglia,
nei viaggi e nel suo letto.
Concedigli la vittoria sui nemici,
che sia famoso dall'uno all'altro mar,
che la sua famiglia di salute prosperi
e che i suoi cari rami diano ombra
all'intero orbe terrestre; e verso noi,
suoi servi, sia sempre, come prima,
generoso, clemente e tollerante;
che fino a noi giungano le sorgenti
della sua inesauribile saggezza;
levando in alto il calice regale,
di questo ti preghiamo, o re dei cieli.

ŠUJSKIJ (beve)
Viva il grande sovrano!
Miei cari ospiti, vi saluto;
vi ringrazio di non aver sdegnato
la mia ospitalità. Addio! Buon sonno.

(Gli ospiti escono e lui li accompagna fino alla porta)

PUŠKIN
Ce n'è voluto perché se ne andassero; pensavo già, principe Vasilij Ivanoviè, che non saremmo riusciti a parlare tra di noi.

ŠUJSKIJ (ai servi)
Perché ve ne state lì, a bocca aperta? Sempre ad ascoltare i padroni. Sparecchiate e andatevene! Che cosa c'è, Afanasij Michajloviè?

PUŠKIN
Cose sensazionali a dir poco!
Mio nipote, Gravila Puškin, oggi,
da Cracovia m'ha mandato un messo.

ŠUJSKIJ
Beh!

PUŠKIN
Una strana notizia, mi scrive.
Il figlio del Terribile... aspetta!

(Va verso la porta e dà un'occhiata)

L'adolescente regale,
per volere di Boris ucciso...

ŠUJSKIJ
Questa non è una novità.

PUŠKIN
Aspetta: Dimitrij è vivo.

ŠUJSKIJ
Ecco qua! Questa è una notizia!
Lo zareviè è vivo! È veramente miracoloso.
Tutto qui?

PUŠKIN
Ascolta fino in fondo.
Chiunque esso sia: lo zareviè scampato,
uno spirito con le sue sembianze,
un coraggioso farabutto, o un usurpatore
spudorato, il fatto è che c'è un Dimitrij.

ŠUJSKIJ
Non può essere.

PUŠKIN
L'ha visto Puškin stesso, quando
è arrivato a corte la prima volta
e, passando in mezzo ai nobili lituani,
dritto è entrato nella stanza del re.

ŠUJSKIJ
Ma chi è costui? Da dove viene?

PUŠKIN
Non si sa.
È noto solo ch'era un servo
di Wisznewiecki e che, malato,
si confidò al suo padre confessore;
il suo padrone, venuto a conoscenza
del segreto, di lui si prese cura,
lo guarì e con lui partì per Sigizmund.

ŠUJSKIJ
E cosa si dice di questo temerario?

PUŠKIN
Si dice sia affabile, furbo e intelligente,
che piaccia a tutti. Ha incantato gli esuli
di Mosca. Se la intende con la Chiesa
latina. Il re, l'ha in grazia, e dicono,
ch'abbia promesso di aiutarlo.

ŠUJSKIJ
È tutto un tal bailamme, fratello,
da far girar la testa. Non c'è dubbio
che sia un usurpatore ma il pericolo,
confesso, non è poco. È una notizia
importante! Se arrivasse al popolo,
provocherebbe una gran tempesta.

PUŠKIN
Una tempesta tale, da mettere in
pericolo la corona stessa dello zar Boris.
Ma se lo merita! Governa su di noi come
lo zar Ivan. (Dio ce ne scampi!)
Qual è il vantaggio di non vedere
manifeste punizioni, di non cantare
in pubblico, davanti al palo insanguinato,
inni a Gesù, di non essere bruciati
in piazza, se poi lo zar col suo scettro
non fa che attizzare il fuoco? Siamo,
forse, sicuri di questa nostra povera vita?
Ogni giorno ci attende una disgrazia,
il carcere, la Siberia, la clausura o
i ceppi, mentre nell'entroterra,
si muore di fame o sulla forca.
Dove sono le nostre famiglie più illustri?
Dove sono i principi Sickij, Šestunov,
Romanov, speranze della nostra patria?
In carcere, condannati all'esilio.
Aspetta e avrai la stessa sorte!
È poco? Dimmi! In casa nostra, come
in Lituania, circondati siamo di servi
infidi; tutte lingue pronte a tradire,
ladri comprati dal governo. Dipendiamo
dal primo servo che ci vien voglia di punire.
Anche il giorno di San Giorgio ha pensato
bene d'abolire. Non siamo padroni delle
nostre terre. Pròvati a cacciar via un
pelandrone! Nolente o volente ti tocca
mantenerlo; pròvati a cambiare un bracciante!
Vai dritto al Tribunale dei servi!
Nemmeno sotto lo zar Ivan, si è mai sentita
una cosa simile! E il popolo sta meglio?
Chiedeteglielo! Ci provi l'usurpatore
a ripristinare il vecchio giorno di
San Giorgio, vedrai che finimondo!

ŠUJSKIJ
Hai ragione, Puškin.
Ma sai? Di tutto questo è meglio tacere
fino al momento giusto.

PUŠKIN
Inteso.
Tienilo per te. Sei una persona accorta.
Sono sempre felice di parlare con te,
se qualcosa a volte mi tormenta,
non posso non parlartene. Inoltre, oggi,
il tuo miele e la tua birra vellutata
m'hanno sciolto la lingua.
Addio, dunque, principe.

ŠUJSKIJ
Addio, fratello, arrivederci. (Accompagna Puškin)

SCENA DECIMA

Il palazzo dello zar.
Lo zareviè disegna una carta geografica.

La zarevna e la sua nutrice.

KSENIJA
Mio dolce fidanzato, figlio bellissimo di re, non a me sei toccato in sorte, alla tua promessa sposa, ma a una buia tomba in un paese straniero. Io non potrò mai trovare pace, ti piangerò in eterno.

NUTRICE
Oh zarevna! Le lacrime d'una fanciulla sono come la rugiada; sorge il sole e asciuga la rugiada. Avrai un altro fidanzato bello e gentile. Lo amerai, mia adorata piccola e dimenticherai il tuo figlio di re.

KSENIJA
No, nutrice, io gli sarò fedele anche se è morto.

(Entra Boris)

LO ZAR
Che c'è Ksenija? Che c'è mia cara?
Appena fidanzata e già vedova triste!
Non fai che piangere per quella morte.
Figlia mia cara! Non mi è stato dato
d'essere io l'autore della vostra
felicità. Forse, ho adirato i cieli
e non son riuscito a renderti felice.
Ma tu che sei innocente, perché devi
soffrire? E tu, figlio mio, che stai
facendo? Che cos'è questo?

FEODOR
È la carta della Moscovia; il nostro
regno da un capo all'altro. Ecco vedi:
qui c'è Mosca, e qui Novgorod, qui Astrachan.
Questo è il mare e questi i fitti boschi
di Perm. Questa invece è la Siberia.

LO ZAR
E questo che serpeggia
come un ricamo?

FEODOR
È il Volga.

LO ZAR
Che bello! Questo è il risultato di
un fruttuoso studio! Con un solo sguardo
tu puoi cogliere dall'alto l'intero regno,
coi suoi confini, i fiumi e le città.
Studia, figlio mio: la scienza ci accorcia
le esperienze dell'effimera vita.
Un giorno, e forse anche presto, tutte
le terre che tu, ora, sulla carta,
con tanta abilità hai disegnato,
saranno tutte sotto il tuo potere.
Studia, figlio mio, e più lucidamente
e facilmente affronterai il tuo lavoro
di sovrano.

(Entra Semën Godunov)

Ecco Godunov col suo rapporto.

(A Ksenija) Anima mia, vai nella tua stanza
addio, mia cara, che ti conforti Iddio.

(Ksenija e la nutrice escono)

Cos'hai da dirmi, Semën Nikitiè?

SEMËN GODUNOV
Oggi, verso l'alba, il maggiordomo
del principe Vasilij e il servo di Puškin
da me sono arrivati con una denuncia.

LO ZAR
Beh!

SEMËN GODUNOV
Il servo di Puškin per primo m'ha riferito
che ieri, in mattinata, era giunto a casa
loro un messo da Cracovia e che dopo
un'ora, senza una lettera, era stato
rimandato indietro.

LO ZAR
Catturate il messo.

SEMËN GODUNOV
Lo stanno già inseguendo.

LO ZAR
Di Šujskij che mi dici?

SEMËN GODUNOV
Ieri sera ha avuto ospiti a cena:
i due Miroslavskij, i Buturlin,
Michail Saltykov, oltre a Puškin
e ad altri amici ancora. Si sono
lasciati tardi. Solo Puškin è rimasto
a parlare a lungo col padrone di casa.

LO ZAR
Mandate subito a chiamare Šujskij.

SEMËN GODUNOV
Sire, è già qui.

LO ZAR
Fatelo entrare. (Godunov esce)

LO ZAR
Rapporti con la Lituania? Che significa?
Non mi piace la famiglia ribelle dei Puškin,
ma nemmeno di Šujskij c'è da fidarsi:
è ambiguo, ma audace e astuto...

(Entra Šujskij)

Devo parlarti, principe. Ma, pare
che anche tu sia venuto per affari:
voglio, perciò, prima ascoltare te.

ŠUJSKIJ
E sia, mio sovrano: è mio dovere
informarti d'una notizia importante.

LO ZAR
Ti ascolto.

ŠUJSKIJ (a bassa voce, indicando Feodor)
Ma, sovrano...

LO ZAR
Lo zareviè può sapere ciò che
il principe Šujskij ha da comunicare. Parla.

ŠUJSKIJ
Zar, ci è giunta notizia dalla Lituania...

LO ZAR
Che, Puškin, ieri ha ricevuto un messo.

ŠUJSKIJ
Sa tutto! Pensavo, sire, che ancora
tu non sapessi questo segreto.

LO ZAR
Non ce n'è bisogno, principe, le notizie
le voglio immaginare; altrimenti non
potremmo riconoscere alcuna verità.

ŠUJSKIJ
Io so soltanto che a Cracovia
è comparso un usurpatore,
dal re e dai nobili appoggiato.

LO ZAR
Ma che si dice. Chi è costui?

ŠUJSKIJ
Lo ignoro.

LO ZAR
Ma... in che senso è pericoloso?

ŠUJSKIJ
Il tuo potere, zar, è forte e sicuro,
con la clemenza e la generosità sei
riuscito a conquistarti i cuori dei
tuoi servi. Ma tu stesso sai che
il volgo stolto è mutevole, ribelle
e superstizioso, pronto a credere ad
ogni vacua illusione, a seguire ogni
momentanea suggestione, è sordo e
indifferente alla verità, crede
però alle favole.
Ama gli sfrontati e gli audaci,
se, dunque, questo sconosciuto vagabondo
varcherà i confini della Lituania,
una folla di pazzi lo seguirà in nome
di Dimitrij redivivo.

LO ZAR
Di Dimitrij!... Come? Di quel fanciullo?
Di Dimitrij!... Zareviè, lasciaci soli!

ŠUJSKIJ
È diventato rosso! Saranno guai!

FEODOR
Sire, permettimi di...

LO ZAR
Non è possibile, figlio mio, vai! (Feodor esce)
Di Dimitrij!

ŠUJSKIJ
Non sapeva niente.

LO ZAR
Ascolta, principe: si prendano subito
misure, affinché la Russia difenda i suoi
confini con la Lituania e che nessuno
varchi la frontiera; la lepre in fuga
dalla Polonia non deve rifugiarsi
qui da noi; e il corvo la Cracovia
non deve abbandonare. Vai.

ŠUJSKIJ
Vado.

LO ZAR
Aspetta. Non ti pare una notizia
un po' curiosa? Si è mai sentito
dire che i morti escano dalle tombe
per interrogare gli zar legittimi,
nominati ed eletti da tutto il popolo,
incoronati dal grande Patriarca?
Non è ridicolo? Eh! Perché non ridi?

ŠUJSKIJ
Io, sovrano?...

LO ZAR
Ascolta, principe Vasilij:
quando seppi che avevano... che
quell'adolescente aveva, non si sa
come, perduto la vita, tu fosti mandato
ad indagare; ora ti scongiuro per la
croce di Dio, di dirmi in coscienza
la verità: tu riconoscesti il fanciullo
ucciso, non fu sostituito? Rispondi.

ŠUJSKIJ
Ti giuro...

LO ZAR
No, Šujskij, non giurare,
rispondi, piuttosto, era lo zareviè?

ŠUJSKIJ
Era lui.

LO ZAR
Rifletti, principe. Ti prometto clemenza,
non ti punirò inutilmente per avermi
mentito. Ma se ora tu giochi d'astuzia
con me, giuro, sulla testa di mio figlio,
che avrai un'orrenda punizione, tanto
che lo stesso zar Ivan Vasil'iè
si rivolterà nella tomba dall'orrore.

ŠUJSKIJ
La punizione non è nulla, peggio è non
goder più della tua stima; io giocare
d'astuzia con te? Come avrei potuto esser
così cieco da non riconoscere Dimitrij?
Per tre giorni nella cattedrale feci la
veglia al suo cadavere, accompagnato da
tutta Ugliè. Tredici corpi, dilaniati
dalla folla, giacevano accanto a lui,
in stato di avanzata putrefazione,
mentre il volto infantile dello zareviè
era luminoso, fresco e sereno, come se
dormisse. La ferita profonda non s'era
ancora chiusa, ma i tratti del suo volto
erano immutati. No, mio sovrano, non c'è
dubbio: Dimitrij dorme nella tomba.

LO ZAR (con voce tranquilla)
Basta; allontanati. (Šujskij esce)
Che angoscia!... Devo riprendere fiato...
Sentivo il sangue salirmi di colpo in viso
e pesantemente rifluire... Ecco perché, da
tredici anni sogno sempre un bambino
ucciso! Certo! Ora capisco. Ma chi è questo
mio terribile avversario? Chi è contro di me?
Solo un nome, un'ombra - possibile che
un'ombra mi strappi la porpora? O che una
diceria tolga l'eredità ai miei figli?
Sono pazzo. Di cosa dovrei spaventarmi?
Se soffio su questo spettro - sparisce.
È deciso: non mostrerò paura.
Ma nulla va trascurato...
Oh! Come pesi corona di Monomach!

SCENA UNDICESIMA

Cracovia. La casa di Wisznewiecki.

L'Usurpatore e Pater Czernikowski.

L'USURPATORE
No, padre mio, non ci saranno difficoltà,
conosco la spirito del mio popolo;
la sua devozione non conosce fanatismi;
l'esempio dello zar per lui è sacro.
La tolleranza è sempre indifferente.
Ti garantisco che prima di due anni
l'intero mio popolo e tutta la Chiesa
del Nord riconosceranno il potere del
successore di Pietro.

PATER
Sant'Ignazio ti protegga
quando giungeranno altri tempi.
Nel frattempo, serba nell'anima,
zareviè, i semi della grazia celeste.
Talvolta il dovere spirituale ci obbliga
a fingere col mondo dei dannati;
gli uomini giudicano le tue parole, le tue
azioni, ma le tue intenzioni le vede solo Dio.

L'USURPATORE
Amen. Chi è là?

(Entra un servo)

Dite pure che ricevo.

(Si aprono le porte ed entra una folla di polacchi)

Compagni! Domani, lasceremo
Cracovia. Mniscek, resterò da te
a Sambor, tre giorni. So che il tuo
ospitale castello splende di nobile
magnificenza ed è noto per la sua
giovane padrona. Io spero di vedere
l'incantevole Marina. E voi amici miei,
lituani e russi, voi, che insieme contro
il nemico comune e contro il mio
perfido assassino, avete levato
le fraterne insegne, siete di sangue
slavo e io presto guiderò le vostre
temibili schiere nell'agognata battaglia.
Ma tra voi, vedo volti nuovi.

GAVRILA PUŠKIN
Sono venuti a chiedere alla tua grazia
una spada da mettere al tuo servizio.

L'USURPATORE
Mi fate felice, ragazzi.
Avvicinatevi, amici! Ma, dimmi,
Puškin, chi è quel bel giovane?

PUŠKIN
Il principe Kurbskij.

L'USURPATORE
Un nome importante!

(A Kurbskij) Sei parente dell'eroe di Kazan'?

KURBSKIJ
Sono suo figlio.

L'USURPATORE
È ancora vivo?

KURBSKIJ
No, è morto.

L'USURPATORE
Grande mente! Uomo di battaglia e di consiglio!
Ma da quando si presentò nell'antica
città di Olga, assieme ai lituani,
deciso a vendicare i torti subiti,
la fama su di lui si spense.

KURBSKIJ
Mio padre,
trascorse in Volinia il resto della vita,
nelle terre donategli da Batorij.
Solitario e tranquillo, nelle scienze
cercò conforto ma quella serena occupazione
non lo consolava; ricordava la patria
della giovinezza e fino alla morte
ne ebbe una forte nostalgia.

L'USURPATORE
Sfortunato guerriero! Come luminosa fu
l'alba della sua agitata e tempestosa vita.
Sono felice, nobile cavaliere, che
il suo sangue si riconcili con la patria.
Le colpe dei padri non vanno ricordate;
pace ai morti! Avvicinati, Kurbskij,
qua la mano! Non è strano che il figlio
di Kurbskij riporti al trono, chi? - ma,
certo, il figlio di Ivan...
Tutto è a mio favore; gli uomini e il destino.
E tu chi sei?

UN POLACCO
Sobanski, un libero gentiluomo polacco.

L'USURPATORE
Gloria e onore a te, figlio della libertà!
Gli si anticipi un terzo della paga.
Ma questi chi sono? Riconosco i loro abiti,
sono della mia patria. Sono dei nostri.

CHRUŠÈOV (saluta, inchinandosi rispettosamente)
Sì, sovrano, padre nostro. Siamo i tuoi
servi fedeli, perseguitati. Caduti
in disgrazia, da Mosca siamo fuggiti,
per venire da te, nostro zar, pronti ad
offrirti la vita; che i nostri corpi
servano da gradini per il tuo trono di re.

L'USURPATORE
Coraggio, martiri innocenti,
lasciate che io arrivi fino a Mosca
e, allora, Boris, pagherà per tutto.
Tu chi sei?

KARELA
Un cosacco. Mandato a te dal Don,
dagli eserciti liberi, dai valorosi atamani,
dai cosacchi dell'alto e basso fiume,
per vedere i tuoi limpidi occhi di zar
e inchinarmi a te, a nome loro.

L'USURPATORE
Conoscevo la gente del Don. Non dubitavo
di vedere nelle mie file le loro insegne.
Ringraziamo il nostro esercito alleato.
Sappiamo come oggi, ingiustamente,
i cosacchi siano oppressi e perseguitati,
ma se Dio ci aiuterà a salire sul trono
dei nostri padri, restituiremo gli antichi
diritti al nostro fedele e libero Don.

UN POETA (si avvicina inchinandosi profondamente e afferrando Griška per il lembo dell'abito)
Gran principe, esimio figlio di re!

L'USURPATORE
Che vuoi?

IL POETA (gli porge un foglio)
Accettate con benevolenza
questo povero frutto del mio umile lavoro.

L'USURPATORE
Cosa vedo? Dei versi latini?
Cento volte è sacra l'unione tra spada e lira,
un unico alloro le cinge in perfetta armonia.
Io sono nato nel cielo del Nord,
ma mi è nota la voce della musa latina,
e amo i fiori del Parnaso.
Io credo nelle profezie degli aedi.
No, non è vano l'entusiasmo che batte
nei loro cuori ardenti: un'azione ha successo,
e loro, già, l'han resa famosa!
Avvicinati amico. Per mio ricordo,
accetta questo dono. (Gli dà un anello)
Quando per me si compirà il destino,
quando la corona dei miei avi
cingerò, spero nuovamente d'ascoltare
la tua dolce voce, il tuo inno ispirato.
Musa gloriam coronat, gloriaque musam.
Dunque, amici, a domani, arrivederci!

TUTTI
In marcia! In marcia! Evviva Dimitrij,
evviva il grande principe di Mosca!

SCENA DODICESIMA

Il castello del voivoda Mniszek a Sambor.
Una fila di stanze illuminate. Musica.

Wisznewiecki, Mniszek.

MNISZEK
Parla solo con la mia Marina,
si occupa solo di lei...
si arriverà, di certo, a un matrimonio;
beh! Wisznewiecki, confessalo, avresti
mai detto che mia figlia sarebbe diventata
una zarina, eh!?

WISZNEWIECKI
Sì, sono miracoli... e tu, Mniszek,
avresti mai pensato che un mio servo
sarebbe salito sul trono di Mosca?

MNISZEK
Ma come si comporta, dimmi, la mia
Marina? Io l'ho soltanto messa in guardia:
attenta che Dimitrij non ti sfugga...
Ora è fatta! Lui è già nelle sue reti.

(La musica suona una polka. L'Usurpatore entra, formando con Marina la prima coppia)

MARINA (sottovoce a Dimitrij)
Sì, domani sera, alle undici, nel viale
dei tigli, sarò accanto alla fontana.

(Si separano. Entra un'altra coppia)

UN CAVALIERE
Cos'ha trovato in lei, Dimitrij?

UNA DAMA
Come? La bellezza!

CAVALIERE
Si, una ninfa di marmo: gli occhi
senza sorriso, le labbra senza vita...

(Un'altra coppia)

LA DAMA
Lui non è bello ma ha un aspetto piacevole,
si vede che è di sangue reale.

(Un'altra coppia)

LA DAMA
A quando le manovre?

CAVALIERE
Quando lo zareviè lo vorrà.
Noi siamo pronti, ma è chiaro che
la signorina Mniszek, con Dimitrij
ci tiene qui prigionieri.

LA DAMA
Prigionia piacevole.

CAVALIERE
Naturalmente, se voi...

(Si separano, le stanze si svuotano)

MNISZEK
Noi, vecchi, non balliamo più,
il frastuono della musica più non ci
attira e mani graziose più non
stringiamo né baciamo. Oh! Non ho
dimenticato le follie di un tempo!
Ma ora non è più come prima: i giovani,
ahimé, non sono più tanto audaci,
e la bellezza non è più così felice.
Confessalo, amico: c'è una grande malinconia.
Ma lasciamoli e andiamo, amico mio,
a farci stappare una vecchia bottiglia
di vino ungherese, tutta ricoperta di muffa,
e gustiamoci insieme, noi due da soli, in
qualche posticino, questo nettare fragrante,
questo liquore, denso come l'olio;
e nel frattempo parliamo di varie cose.
Andiamo, dunque, amico.

WISZNEWIECKI
Buona idea, amico, andiamo!

SCENA TREDICESIMA

Notte. Un giardino. Una fontana.

L'USURPATORE (entra)
Ecco la fontana: lei verrà qui.
Io non credo d'esser nato pauroso,
ho visto la morte da vicino e
davanti a lei non ho tremato.
Mi ha minacciato un'eterna reclusione,
m'hanno dato la caccia ma non mi sono
perso d'animo e con coraggio sono
sfuggito alla prigionia.
Che cosa, allora, adesso, angustia
il mio respiro? Cosa significa questo
incontrollabile tremore? Forse è il brivido
dei miei desideri repressi? No! È paura!
Per un giorno intero ho atteso questo
segreto incontro con Marina, ho riflettuto
su quanto le dirò, su come sedurre la sua
mente altera, su come chiamarla zarina di Mosca.
Ma ora non ricordo nulla, più non ritrovo
le parole preparate; l'amore sconvolge
la mia fantasia... Ma c'è qualcosa... là...
che si muove... un fruscio... più nulla...
No! È l'insidiosa luce della luna
e il leggero soffio della brezza!

MARINA (entra)
Zareviè!

L'USURPATORE
Lei!... Il sangue mi si è fermato.

MARINA
Dimitrij! Voi?

L'USURPATORE
Magica e dolce voce! (Le va incontro)
Sei tu, finalmente? Qui, con me,
sola, protetta dalla notte serena!
Come lento è trascorso il noioso giorno.
Come lento si è spento il crepuscolo serale.
Quanto a lungo ho atteso nel buio della notte.

MARINA
Le ore volano e per me il tempo è prezioso;
ti ho dato appuntamento qui, non per sentire
i teneri discorsi di un amante. Non servono
parole. Io credo al tuo amore; ma ascolta:
ho deciso di unire al tuo destino incerto
e tempestoso, il mio; perciò ho pieno diritto
di esigere da te, Dimitrij, una cosa:
esigo che tu mi apra le speranze, le intenzioni
e perfino le più segrete paure della tua anima;
affinché io possa, al tuo fianco, con
coraggio entrare nella vita, non come
ignara fanciulla, schiava dei futili desideri
del marito, non come tua concubina,
ma come tua degna consorte,
aiutante dello zar di Mosca.

L'USURPATORE
Oh! Lascia che almeno per un'ora
io dimentichi le ansie e le angosce
del mio destino. E tu, dimentica
d'aver davanti lo zareviè. Marina!
Guardami come l'amante, da te scelto,
felice anche solo d'un tuo sguardo.
Oh! Ascolta le preghiere d'amore,
lascia che io esprima ciò di cui
il mio cuore trabocca.

MARINA
Non è il momento, principe. Tu indugi
e nel frattempo si raffredda la fedeltà
dei tuoi seguaci, di ora in ora i pericoli
e le difficoltà si fanno più difficili e
pericolosi, circolano già voci ambigue
e continuano a verificarsi fatti nuovi;
e Godunov prende le sue misure...

L'USURPATORE
Che c'entra Godunov? Dipende, forse, da lui
il tuo amore, unica mia felicità?
No, no! Io indifferente, ora, guardo
il suo trono, il potere regale.
Il tuo amore... senza questo, che senso
hanno per me la vita, lo splendore
della gloria e l'impero russo?
Nella remota steppa, in una povera capanna,
tu per me, vali la corona degli zar.
Il tuo amore...

MARINA
Vergognati! Non dimenticare
il tuo sacro e alto incarico:
la tua carica deve esserti più preziosa
d'ogni gioia e d'ogni lusinga della vita;
ad esse tu nulla puoi paragonare.
Io non darò la mia mano a un giovane
focoso, vittima folle della mia bellezza,
sappilo, io la darò solennemente
all'erede del trono moscovita,
allo zareviè, salvato dal destino.

L'USURPATORE
Non tormentarmi, incantevole Marina,
non dire che tu non hai scelto me,
ma il mio potere. Marina! Tu non sai
che dolore tu fai al mio cuore.
Come! Allora... che dubbio orribile!
Dimmi: se il cieco destino non m'avesse
dato nobili natali; se non fossi
il figlio di Ivan, quel fanciullo
dimenticato ormai dal mondo,
allora... allora... mi ameresti?

MARINA
Tu sei Dimitrij, non puoi essere diverso
ed io non posso amare un altro.

L'USURPATORE
No, basta!
Non posso dividere con un morto
l'amore d'una donna che gli appartiene.
No! Basta fingere! Dirò tutta la verità;
sappi dunque, il tuo Dimitrij da tempo
è morto e sepolto e non risorgerà;
vuoi, invece sapere chi sono io?
Te lo dirò: sono un povero monaco che,
stanco della forzata vita monastica,
quando ancora portavo il saio, ho osato
concepire un progetto e preparare al mondo
un miracolo; fuggito, poi, di cella,
riparai in Ucraina, in uno dei suoi villaggi
in rivolta, dove appresi a cavalcar e a tirar
di spada; venni qui da voi e con il nome
di Dimitrij ingannai gli stolti polacchi.
Cos'hai da dire, superba Marina?
Sei contenta della mia confessione?
Ma perché taci?

MARINA
Che vergogna! Che sventura per me!

(Silenzio)

L'USURPATORE (sottovoce)
Dove mi ha spinto l'impeto della rabbia!
Forse, ho distrutto, per sempre,
la mia fortuna, con tanta fatica costruita.
Che cosa ho fatto, pazzo?
(A voce alta) Vedo, vedo:
tu ti vergogni d'un amore non nobile.
Pronuncia, allora, la parola fatale;
nelle tue mani ora è il mio destino.
Decidi: aspetto. (Si getta in ginocchio)

MARINA
Alzati! Povero usurpatore.
Non crederai che ti basti inginocchiarti
per intenerire il mio cuore vanitoso?
Quasi fossi una fanciulla fragile e credulona!
Ti sbagli, amico: ai miei piedi ho visto
nobili cavalieri e conti;
io non ho freddamente respinto le loro
preghiere, perché un povero monaco...

L'USURPATORE (si alza)
Non disprezzare il giovane usurpatore,
forse, lui ha nascoste virtù,
degne del trono moscovita,
degne della tua mano preziosa...

MARINA
Degne della forca vergognosa, insolente!

L'USURPATORE
Sono colpevole; sopraffatto dall'orgoglio
ho ingannato Dio e gli zar,
ho mentito al mondo; ma non sta a te, Marina,
punirmi; io davanti a te sono sincero.
No, non potevo ingannare te.
Tu per me eri l'unica cosa sacra,
davanti alla quale non ho osato fingere.
L'amore, il geloso e cieco amore,
solo l'amore mi ha spinto
a confessarti tutto.

MARINA
C'è di che vantarsi! Pazzo!
Chi ha chiesto la tua confessione?
Ma se tu, vagabondo senza nome, hai
potuto tanto miracolosamente accecare
due popoli, avresti dovuto, per lo meno,
essere degno di questo tuo successo
e proteggere il tuo audace inganno con
un segreto eterno, profondo ed inviolabile.
Posso, dunque, io, dimmi, affidarmi a te?
Posso, dimenticando la mia nascita
e il mio pudore verginale, unire il mio
destino al tuo, quando tu stesso con tanta
leggerezza, così sventatamente sveli la tua
vergogna? Per amore, lui s'è lasciato
andare! Mi meraviglio che, per amicizia,
tu ancora non ti sia aperto,
davanti a mio padre, o per gioia
davanti al nostro re, o magari
davanti al nobile Wisznewiecki,
per zelo di fedele servitore.

L'USURPATORE
Ti giuro che tu sola hai potuto
strappare dal mio cuore la confessione.
Ti giuro che mai, da nessuna parte,
in nessuna festa, annebbiato dal vino,
in nessuna intima conversazione tra amici,
né sotto la minaccia d'un pugnale,
né tra le sofferenze della tortura,
la mia lingua svelerà simili segreti.

MARINA
Tu giuri! E io dovrei crederti?
Oh! Ti credo! Ma su cosa, si può sapere,
tu giuri? Forse sul nome di Dio,
come un devoto adepto gesuita?
Oppure sull'amore, come un nobile cavaliere,
o, forse, sulla sola parola di zar,
come figlio di zar? Non è così? Parla!

DIMITRIJ (altero)
L'ombra del Terribile mi ha adottato
dandomi, dalla tomba, il nome di Dimitrij
e ha sconvolto i popoli che m'erano vicini,
predestinandomi Boris come vittima.
Io sono lo zareviè. Basta, è vergognoso
umiliarmi davanti a una superba polacca.
Addio per sempre. Il gioco della cruenta
guerra e i gravi affanni per il mio destino
soffocheranno, spero, la nostalgia d'amore.
O quanto ti odierò, quando si spegnerà
il fuoco della passione vergognosa.
Ora vado. Se in Russia mi spetterà
la rovina o la gloria; se morirò in guerra
da nobile guerriero o sul patibolo in piazza
da delinquente, tu, comunque, non sarai
la mia compagna, con me non dividerai
il mio destino; ma, forse, rimpiangerai
la sorte che ora respingi.

MARINA
E se io, prima, davanti a tutti,
rivelassi il tuo ignobile inganno?

L'USURPATORE
Tu credi che io abbia paura di te?
Che crederanno più a una polacca
che allo zareviè russo? Sappi, allora,
che né il re, né il papa, né la corte
credono alla verità delle mie parole.
Ma a loro che importa se sono Dimitrij, o no?
Sono però un pretesto di guerre e di conflitti.
Questo solo a loro serve e una ribelle,
come te, credimi, la faranno tacere!
Addio!

MARINA
Aspetta zareviè! Sento
finalmente parlare l'uomo non il bambino.
Questo, principe, mi riconcilia a te.
Dimentico il tuo folle ardore
e di nuovo vedo Dimitrij. Ma ascolta:
è tempo, ormai, svegliati, non indugiare oltre;
guida presto l'esercito su Mosca,
ripulisci il Cremlino, sali sul trono
e solo dopo mandami messaggi nuziali;
ma, Dio m'è testimone, finché il tuo piede
non poggerà sui gradini del trono,
finché Godunov non sarà da te spodestato,
non voglio sentire parole d'amore. (Esce)

L'USURPATORE
No, mi è più facile misurarmi con Godunov
o giocar d'astuzia con un gesuita di corte,
che con una donna - al diavolo! Non ci riesco.
Confonde, raggira, s'insinua,
sfugge di mano, sibila, minaccia, morde.
Serpe! Serpe! Tremavo tutto e non a caso.
Per poco non mi distruggeva.
Ma ho deciso: domani muoverò le truppe.

SCENA QUATTORDICESIMA

Il confine lituano.
16 ottobre 1604.

Il principe Kurbskij e l'Usurpatore a cavallo.
Le truppe si stanno avvicinando al confine.

KURBSKIJ (arrivando al galoppo per primo)
Ecco finalmente il confine russo!
Santa Russia, o patria! Sono tuo!
La polvere straniera con disprezzo tolgo
dai miei abiti e con avidità bevo questa
nuova aria di casa... ora l'anima tua,
o padre, avrà di nuovo pace e nella tomba
felici saranno le tue ossa di esule!
Torna a risplendere la nostra atavica spada,
la gloriosa spada, minaccia della fosca Kazan',
la fedele spada, serva degli zar di Mosca,
che ora, in questa sua grande festa
onorerà il sovrano - sua unica speranza!...

L'USURPATORE (avanza lentamente a testa bassa)
Com'è felice! Come la sua anima pura
esulta dalla gioia e per la gloria!
O mio cavaliere, io ti invidio.
Tu, figlio di Kurbskij, cresciuto in esilio,
dimenticate le offese subite dal padre e
riscattata la sua colpa dopo morto,
ti prepari a versare il tuo sangue
per il figlio di Ivan, a restituire
al legittimo zar la patria... Hai ragione,
l'anima tua non può che ardere di gioia.

KURBSKIJ
Non sei anche tu, nel tuo profondo, felice?
Ecco la nostra Russia: è tua, zareviè;
i cuori della gente là t'aspettano:
la tua Mosca, il tuo Cremlino, il tuo regno.

L'USURPATORE
Scorrerà sangue russo, Kurbskij!
Per lo zar avete sguainato le spade,
voi siete puri. Ed io vi guido contro fratelli;
io la Lituania ho chiamato contro la Russia;
io ai nemici indico la strada verso la bella
Mosca!... Che il mio peccato non ricada
su di me ma su di te, Boris regicida!
Avanti!

KURBSKIJ
Avanti! Maledetto Godunov!

(Partono al galoppo. Le truppe superano i confini)

SCENA QUINDICESIMA

La Duma dello zar.

Lo zar, il patriarca e dei boiari.

LO ZAR
Possibile? Uno spretato, un fuggiasco
guida contro di noi schiere assassine
e osa scriverci minacce! Basta!
Bisogna ammansire il folle! Tu Trubeckoj
e tu Basmanov, andate: serve un aiuto
ai miei fedeli voivoda.
Èernigov è assediata dal ribelle.
Salvate la città e i cittadini.

BASMANOV
Sovrano,
non trascorreranno da oggi tre mesi
che più non si parlerà dell'usurpatore;
lo porteremo a Mosca come un mostro
marino, in una gabbia di ferro.
Te lo giuro! (Esce con Trubeckoj)

LO ZAR
Il sovrano di Svezia,
tramite ambasciatori m'ha offerto alleanza,
ma noi non abbiamo bisogno dell'aiuto
straniero, abbiamo abbastanza guerrieri
per respingere i traditori ed i polacchi.
Ho rifiutato.
Šèelkalov! Che si mandi
ovunque a tutti i voivoda l'ordine
di montare a cavallo e che si riprenda
servizio secondo l'uso antico; che dai
monasteri siano prelevati tutti i giovani
chierici. In passato, quando la patria
da una sciagura era minacciata, i monaci
spontaneamente andavano in guerra.
Ma ora non vogliamo allarmarli,
che preghino per noi. Questo è l'ordine
dello zar e la decisione dei boiari.
Risolviamo ora un grave problema:
sapete che l'arrogante usurpatore ha
diffuso ovunque voci tendenziose;
ovunque le lettere da lui mandate
hanno seminato paura e agitazione;
un sedizioso mormorio serpeggia nelle piazze,
c'è un tumulto... che va sedato;
vorrei prevenire le punizioni,
ma come? Decidiamolo adesso. Santo
padre, esprimi per primo il tuo pensiero.

IL PATRIARCA
Benedetto l'altissimo che in te -
grande sovrano - ha infuso clemenza
e mite tolleranza; tu non vuoi la rovina
del peccatore, tu in silenzio attendi
che l'inganno scompaia - scomparirà
e il sole dell'eterna verità
illuminerà tutti.
Il tuo fedele servitore,
giudice poco esperto delle cose del mondo,
osa, oggi, farti sentire la sua voce.
Un figlio del demonio, un dannato spretato,
ha saputo farsi passare tra il popolo per Dimitrij,
del nome dello zareviè s'è spudoratamente
impadronito come di una pianeta rubata:
basterà strappargliela e lui stesso
apparirà in tutta la sua nudità.
Dio stesso ce ne manda il mezzo:
sappi, o sovrano, che sei anni fa,
proprio nell'anno in cui il Signore
benedisse il tuo regno, una volta,
verso sera, venne da me un semplice
pastore, un vecchio venerando che mi
svelò un incredibile segreto:
«In gioventù - mi disse - divenni cieco,
e da allora fino alla vecchiaia più
non distinguevo né il giorno né la notte;
invano io mi curai con erbe e formule
segrete; invano andai a consultare grandi
maghi; invano aspersi i miei occhi spenti
con l'acqua salutare dei sacri pozzi,
non mi mandava Dio la guarigione.
«Persi così alla fine la speranza
e all'oscurità mi abituai, perfino
ciò che già avevo visto più non mi
apparve in sogno; sognavo solo suoni.
«Una volta, nel profondo sonno, sento
una voce infantile che mi dice: "Alzati
vecchio, e vai nella città di Ugliè,
alla Cattedrale della Trasfigurazione;
là prega sulla mia tomba - Dio è misericordioso
io intercederò per te".
«"Ma chi sei?", chiesi alla voce infantile.
«"Sono Dimitrij, lo zareviè. Il re celeste
nella schiera dei suoi angeli m'ha accolto
ed io ora sono un grande mago! Va', vecchio!"
«Io mi svegliai e pensai: possibile che Dio
proprio in tarda età, mi faccia dono
della guarigione? Partirò. E mi avviai
per il lungo viaggio.
«Raggiunsi così Ugliè ed arrivai alla
santa Cattedrale; qui ascolto la messa
e con l'animo tutto infervorato, piango
dolcemente come se con le lacrime, la
cecità scorresse via dai miei occhi.
«Quando la gente stava per defluire, io dissi
a mio nipote: "Ivan, conducimi alla tomba
dello zareviè Dimitrij". Il ragazzo mi guidò
e appena, davanti a quella tomba, recitai
una preghiera, i miei occhi si illuminarono;
vidi la luce del Signore, mio nipote e la
tomba». Ecco, sovrano, quello che il vecchio
mi confidò.

(Tutti sono turbati. Per tutta la durata del racconto, Boris più di una volta si è asciugato il volto con un fazzoletto.)

Mandai allora espressamente dei delegati
ad Ugliè e venni a sapere che molti malati
la medesima grazia avevano ottenuto, proprio
presso la pietra tombale dello zareviè.
Ecco il mio consiglio: trasporta le sante
reliquie al Cremlino nella Cattedrale di
Sant'Arcangelo; il popolo allora vedrà bene
l'inganno di quell'empio farabutto, e
il potere del demonio svanirà come polvere. (Silenzio)

IL PRINCIPE ŠUJSKIJ
Santo padre, chi conosce le vie
dell'Altissimo? Non sta a me, giudicarlo.
Egli può certo dare ai resti di un fanciullo
un sonno eterno e una magica forza,
ma occorre con fredda determinazione
controllare le dicerie del popolo;
in tempi così agitati e burrascosi
perché occuparci di una cosa così seria?
Potrebbero dirci che con cinismo ci
serviamo del sacro per scopi terreni?
Con il popolo in così folli agitazioni,
mentre ci sono già sufficienti scompigli,
non è il momento di sconvolgere la gente
con una sia pur grave, inaspettata novità.
Io stesso capisco che bisogna disperdere
la voce diffusa da quell'empio, ma a questo
fine vi sono altri mezzi più semplici.
Così, o sovrano, quando tu vorrai
io stesso in piazza parlerò al popolo,
placherò la sua follia e svelerò
il malvagio inganno di quel vagabondo.

LO ZAR
E sia! O santo patriarca,
ti prego di venire con me a palazzo:
oggi ho bisogno di parlarti.

(Esce, seguito da tutti i boiari)

UN BOIARO (sottovoce all'altro)
Hai notato come il sovrano è impallidito
e quanto sudore gli scorreva dal volto?

L'ALTRO
Io, confesso, non osavo alzare gli occhi,
non osavo respirare e neppure muovermi.

IL PRIMO BOIARO
Il principe Šujskij ci ha salvato. Bravo!

SCENA SEDICESIMA

Una pianura presso Novgorod-Severskij.
21 dicembre 1604.

La battaglia.

SOLDATI (fuggono disordinatamente)
Sciagura! Sciagura! Lo zareviè! I polacchi! Eccoli! Eccoli!

(Entrano i capitani Marzeret e Walter Rozen)

MARZERET
Dove andate? Allons... indietro!

UNO DEI FUGGIASCHI
Che indietro, ci vada lui, se vuole, maledetto mussulmano.

MARZERET
Quoi? Quoi?

UN ALTRO
Qua! Qua! Ti piace eh!, brutto ranocchio, gracidare contro lo zareviè russo; ma noi siamo ortodossi.

MARZERET
Qu'est-ce à dire, ortodossi... Sacrés gueux, maudites canailles! Mordieu, mein herr, j'enrage: on dirait que ça n'a pas des bras pour frapper, ça n'a que des jambes pour foutre le camp.

ROZEN
Es ist Schande.

MARZERET
Ventre-saint-gris! Je ne bouge plus d'un pas puisque le vin est tiré, il faut le boire. Qu'en dites-vous, mein herr?

ROZEN
Sie haben Recht.

MARZERET
Tudieu, il y fait chaud! Ce diable de Samozvanec, comme ils l'appellent, est un bougre qui a du poil au cul. Qu'en pensez vous, mein herr?

ROZEN
Oh, ja!

MARZERET
He! Voyez donc, voyez donc! L'action s'engage sur les derrières de l'ennemi. Ce doit être le brave Basmanov, qui aurait fait une sortie.

ROZEN
Ich glaube das.

(Entrano dei tedeschi)

MARZERET
Ha, ha! Voici nos Allemands. Messieurs!... Mein herr, dites leur donc de se rellier et, sacrebleu, chargeons!

ROZEN
Sehr gut. Halt.

(I tedeschi si schierano)

I TEDESCHI (marciano)
Hilf Gott!

(Scontro. I russi di nuovo fuggono)

I POLACCHI
Vittoria! Vittoria! Gloria allo zar Dimitrij.

DIMITRIJ (a cavallo)
Suonate la ritirata! Abbiamo vinto. Basta: risparmiate il sangue russo. Ritirata!

(Suono di trombe, rullo di tamburi)

SCENA DICIASSETTESIMA

La piazza davanti alla Cattedrale a Mosca.

Il popolo.

UNO
Uscirà presto lo zar dalla Cattedrale?

UN ALTRO
La messa è finita; adesso cantano il Te deum.

IL PRIMO
Allora, l'hanno già scomunicato?

L'ALTRO
Ero sul sagrato, e ho sentito il diacono gridare a gran voce: «Griška Otrep'ev, anatema!».

IL PRIMO
Lo scomunichino pure; lo zareviè non ha niente a che vedere con Otrep'ev.

L'ALTRO
Adesso cantano il requiem allo zareviè.

IL PRIMO
Il requiem a un vivo! Se ne accorgeranno quei senza Dio!

UN TERZO
Ssst! Si sente del baccano. Che sia lo zar?

UN QUARTO
No! È lo scimunito.1

(Entra lo scimunito con in testa un elmo di ferro e tutto legato da catene; è circondato da monelli)

I MONELLI
Nikolka, Nikolka! Testa di ferro!... Trrr...

UNA VECCHIA
Lasciate in pace quest'anima buona, monellacci! Prega per me peccatrice, Nikolka.

LO SCIMUNITO
Dammi, dammi, dammi un copeco.

LA VECCHIA
Eccoti il copeco, ma ricordati di me.

LO SCIMUNITO (si siede per terra e canta)
Splende la luna,
miagola il gattino,
alzati, scimunito
e prega Dio!

(Di nuovo i monelli lo circondano)

UNO DI LORO
Buongiorno Nikolka! Perché non ti cavi il berretto? (Lo colpisce sul copricapo di ferro) Ehi! Suona!

LO SCIMUNITO
E io ho un copeco!

UN MONELLO
Non è vero! Su! Mostracelo!

(Gli strappa la moneta e fugge via)

LO SCIMUNITO (piange)
Hanno preso il mio copeco! Hanno derubato Nikolka.

IL POPOLO
Lo zar! Arriva lo zar!

(Lo zar esce dalla Cattedrale. Un boiaro davanti a lui distribuisce l'elemosina ai poveri. Boiari)

LO SCIMUNITO
Boris, Boris! I ragazzi hanno derubato Nikolka!

LO ZAR
Dategli l'elemosina. Perché piange?

LO SCIMUNITO
Questi monelli hanno derubato Nikolka... Ordina che siano uccisi, come hai fatto col piccolo zareviè.

BOIARI
Va' via scimunito! Arrestatelo!

LO ZAR
Lasciatelo! Prega per me, povero Nikolka. (Esce)

LO SCIMUNITO (dietro di lui)
No, no! Non si può pregare per il re Erode: la Madonna non vuole.

SCENA DICIOTTESIMA

Sevsk.

L'Usurpatore circondato dai suoi fedeli.

L'USURPATORE
Dov'è il prigioniero?

UN POLACCO
Qui.

L'USURPATORE
Lo si porti qui da me.

(Entra un prigioniero russo)

Chi sei?

IL PRIGIONIERO
Rožnov, nobile moscovita.

L'USURPATORE
Sei da molto in servizio?

IL PRIGIONIERO
Da un mese.

L'USURPATORE
Non ti vergogni, Rožnov, d'aver
alzato la spada contro di me?

IL PRIGIONIERO
Che farci? Non l'ho scelto io.

L'USURPATORE
Hai combattuto a Sevsk?

IL PRIGIONIERO
Sono arrivato da Mosca, due settimane
dopo la battaglia.

L'USURPATORE
Cosa fa Godunov?

IL PRIGIONIERO
Era molto turbato
per la perdita della battaglia e la ferita
di Mstislavskij; ha nominato Šujskij
capo dell'esercito.

L'USURPATORE
Ma perché
ha richiamato a Mosca Basmanov?

IL PRIGIONIERO
Lo zar ha reso omaggio ai suoi
servigi con onorificenze e oro.
Basmanov, fa parte, ora, della Duma.

L'USURPATORE
Era più utile in battaglia.
Ma che succede a Mosca?

IL PRIGIONIERO
Tutto tace, grazie a Dio.

L'USURPATORE
Ma, mi aspettano?

IL PRIGIONIERO
Chissà; di te, ora,
non osano molto parlare.
A chi tagliano la lingua e a chi anche
la testa - questa è la realtà!
Ogni giorno una condanna. Le carceri
sono piene zeppe. Di tre persone che
si radunano in piazza, di certo, una è
una spia, e il sovrano, nelle ore d'ozio
interroga lui stesso i delatori.
Tempi brutti; perciò, meglio tacere.

L'USURPATORE
Son proprio da invidiare i sudditi
di Boris! E l'esercito cosa fa?

IL PRIGIONIERO
Che deve fare? È vestito, ben pasciuto
e soddisfatto.

L'USURPATORE
È numeroso?

IL PRIGIONIERO
E chi lo sa.

L'USURPATORE
Saranno trentamila?

IL PRIGIONIERO
Beh, arriva anche a cinquantamila.

(L'Usurpatore si fa pensieroso. Gli astanti si guardano l'un l'altro)

L'USURPATORE
Ma come mi giudicano nel vostro
accampamento?

IL PRIGIONIERO
Parlano della tua clemenza,
e dicono anche (non prendertela) che
sei un brigante, ma di valore.

L'USURPATORE (ridendo)
Se è così, lo dimostrerò coi fatti;
amici, non aspettiamo Šujskij: vi faccio
i miei auguri: domani, la battaglia! (Esce)

TUTTI
Evviva Dimitrij!

IL POLACCO
Domani la battaglia!? Loro sono
cinquantamila e noi, appena quindicimila.
È impazzito.

UN ALTRO
Sciocchezze, amico: un polacco da solo
può sfidare cinquecento moscoviti.

IL PRIGIONIERO
Sì, sfidarli. Quando, poi, ci dovrai
combattere, scapperai davanti al primo.
Gradasso!

IL POLACCO
Se tu avessi la tua spada, insolente...

(Indica la propria spada) te la farei vedere io...

IL PRIGIONIERO
Noi russi, anche senza spada ce la caviamo:
vuoi provare questo? (Mostra il pugno)
Mentecatto.

(Il polacco lo guarda con superbia e in silenzio si allontana. Tutti ridono)

SCENA DICIANNOVESIMA

Il falso Dimitrij, Puškin. Poco lontano a terra giace un cavallo morente.

IL FALSO DIMITRIJ
Mio povero cavallo! Con che fierezza
ha galoppato oggi nell'ultima battaglia,
e con che velocità, benché ferito, m'ha
portato. Povero cavallo!

PUŠKIN (tra sé)
Ecco che cosa lo commuove!
Un cavallo! Mentre l'intero nostro
esercito è perduto.

L'USURPATORE
Senti, forse, si è solo sfiancato
per la ferita e si riprenderà.

PUŠKIN
Macché! Sta per morire.

L'USURPATORE (s'avvicina al cavallo)
Mio povero cavallo, cosa posso fare per te?
Toglierti il morso e rallentare le cinghie.
Che almeno muoia libero.

(Toglie il morso e la sella al cavallo)

(Entrano alcuni polacchi)

Salve, signori!
Perché non vedo, tra voi, Kurbskij?
Ho visto, oggi, come s'è buttato
nel pieno della mischia; un nugolo
di sciabole, come spighe fluttuanti,
lo incalzavano, ma la sua spada era
sempre più in alto e il suo grido
minaccioso tutti gli altri soffocava.
Dov'è, dunque, il mio cavaliere?

UN POLACCO
È caduto sul campo della morte.

L'USURPATORE
Onore al valoroso e pace all'anima sua!
Siamo scampati in pochi alla battaglia.
Traditori! Cosacchi, furfanti! Maledetti!
Voi, voi siete stati la nostra rovina.
Non resistere nemmeno tre minuti!
Prima o poi, li impiccherò io tutti,
furfanti!

PUŠKIN
Di chiunque sia la colpa,
siamo stati sconfitti in pieno,
sterminati.

L'USURPATORE
Stavamo vincendo;
io avevo già sbaragliato l'avanguardia,
quando i tedeschi c'hanno respinto
indietro. Bravi! Per Dio! Proprio, bravi!
Mi piacciono per questo; formeranno,
di sicuro, la mia guardia d'onore.

PUŠKIN
E dove passeremo questa notte?

L'USURPATORE
Qui nel bosco. Non vi pare adatto?
All'alba, in marcia; per pranzo, saremo
a Ryl'sk. Buonanotte.

(Si corica, mette la sella sotto la testa e s'addormenta)

PUŠKIN
Buon riposo, zareviè!
Sgominato, salvo, grazie alla fuga,
è sereno, come un bimbo incosciente;
certo, la provvidenza lo protegge;
e noi, amici, non dobbiamo scoraggiarci.

SCENA VENTESIMA

Mosca. Il palazzo dello zar.

Boris, Basmanov.

LO ZAR
È stato vinto, ma a che è servito?
Di un'inutile vittoria ci siamo rallegrati.
Di nuovo radunerà l'esercito disperso
e dalle mura di Putivl ci minaccerà.
E intanto che fanno i nostri eroi? Fermi
davanti a Krom, dietro un muro marcio
sono derisi da un pugno di cosacchi.
Bella gloria! No, m'hanno deluso; mando
te a prendere il comando su di loro;
ti eleggo voivoda non per lignaggio
ma per le tue capacità; e che il loro
orgoglio soffra per il sopruso. È tempo
ch'io disprezzi il mormorio dell'illustre
volgo e che abolisca abitudini dannose.

BASMANOV
Oh! Sovrano, sia cento volte benedetto
il giorno in cui il libro dell'araldica
assieme alle discordie e all'arroganza
di nascita, dal fuoco sarà distrutto.

LO ZAR
Questo giorno non è lontano;
lascia solo che io prima plachi
il malcontento popolare.

BASMANOV
Non preoccupartene;
il popolo è sempre segretamente incline
alla rivolta; così come un cavallo focoso
morde il freno e il figlio l'autorità paterna
non accetta; ma un cavaliere guida sicuro
il suo cavallo e il figlio si sottomette
al padre.

LO ZAR
Il cavallo a volte sbalza di sella il cavaliere
e non sempre il figlio accetta la volontà
del padre. Noi possiamo tenere a bada
il popolo solo vigilando con severità.
Lo pensava Ivan, mediatore di tempeste,
saggio autocrate e lo pensava anche
il suo crudele nipote. No, il popolo non
sente la clemenza: fagli del bene e non
ti dice grazie; derubalo e puniscilo
e le cose non ti andranno peggio.

(Entra un boiaro)

Cosa c'è?

UN BOIARO
Sono giunti degli ospiti stranieri.

LO ZAR
Vado a riceverli; Basmanov, aspetta.
Resta qui: ho ancora bisogno di parlarti. (Esce)

BASMANOV
Eccelso spirito sovrano!
Se Dio gli concederà di aver la meglio
con quel maledetto Otrep'ev, ancora
molto altro bene ne verrà alla Russia.
La sua mente ha concepito una grandiosa
idea che va tenuta in caldo. Che campo
d'azione mi s'aprirà quando spezzerà
le corna all'aristocrazia boiara!
Io non conosco rivali in guerra;
davanti al trono dello zar sarò il primo...
e forse... Cos'è questo strano rumore?

(Allarme. Boiari e servi di corte corrono in disordine, si scontrano e bisbigliano)

UNO
Un medico!

UN ALTRO
Presto dal patriarca!

UN TERZO
Lo zareviè, chiamate lo zareviè!

UN QUARTO
Un confessore!

BASMANOV
Cos'è successo?

UN QUINTO
Lo zar sta male.

UN SESTO
Lo zar muore.

BASMANOV
Dio!

IL QUINTO
Era seduto sul trono e all'improvviso
è caduto; il sangue gli usciva a fiotti
dalla bocca e dagli orecchi.

(Portano lo zar su una sedia; sono presenti tutta la famiglia reale e tutti i boiari)

LO ZAR
Andatevene tutti - resti con me
solo lo zareviè.

(Tutti si allontanano)

Io muoio;
abbracciamoci, addio, figlio mio: ora
comincerai a regnare tu... o Dio! Dio mio!
Presto sarò davanti a te e l'anima non ho
tempo di purificare con il pentimento.
Ma, figlio mio, io sento che tu mi sei
più caro della salvezza eterna... sia così!
Io sono nato suddito e come tale
nell'oscurità avrei dovuto morire;
ma ho raggiunto la vetta del potere!...
Come? Non domandarlo. Tu sei innocente,
e ora, legalmente, comincerai a regnare.
Io, io solo, risponderò di tutto a Dio...
O figlio mio, non illuderti invano,
non accecarti di tua spontanea volontà;
tu assumi il potere in giorni burrascosi:
è pericoloso questo strano usurpatore,
che si fa forte d'un terribile nome...
Io, da molti anni esperto di governo,
ho potuto sedare tumulti e rivolte;
dinnanzi a me, tremavano dalla paura;
il tradimento non osava alzare la sua voce.
Ma tu, giovane, inesperto sovrano,
come potrai governare sotto la tempesta
e sedare le rivolte e raggirare il tradimento?
Ma Dio è grande! Dà consiglio ai giovani
e dà forza ai deboli... ascolta:
scegliti, innanzitutto, un consigliere,
fidato e di freddi anni maturi,
amato dal popolo e dai boiari,
stimato per nascita o per fama,
Šujskij per esempio. All'esercito ora
serve un capo esperto: manda Basmanov
e con fermezza sopporta il malcontento
dei boiari. Fin da bambino con me sedevi
nella Duma, tu conosci come va il governo;
non mutare il corso delle cose. L'abitudine è
l'anima del potere. Io ora ho dovuto
ripristinare l'esilio e le condanne, ma
tu puoi abolirli; ti benediranno come
benedissero tuo zio, quando salì sul trono
del Terribile. Col tempo e poco a poco
tira di nuovo le briglie del potere.
Ora allentale, senza mai lasciarle andare...
Sii clemente, cortese con gli stranieri,
con fiducia, i favori accetta.
Con severità proteggi l'ordine ecclesiastico;
sii taciturno, la voce dello zar non deve
a vuoto disperdersi nell'aria; come un sacro
suono deve solo annunciare o un gran
dolore oppure una gran festa.
O figlio mio caro, tu entri in quell'età
in cui il volto d'una donna ci fa tremare
il cuore. Conserva la sacra purezza
dell'innocenza e un orgoglioso pudore.
Chi da giovane s'è abituato ad annegare
coi sensi nei piaceri viziosi,
costui, da adulto, sarà cupo e sanguinario
e prima del tempo la sua mente s'annebbierà.
Della tua famiglia, sii sempre il capo;
rispetta tua madre, ma controlla te stesso -
tu sei un uomo e sei lo zar; ama tua sorella,
le sei rimasto solo tu.

FEODOR (in ginocchio)
No, no, vivi e governa a lungo,
noi e il popolo senza di te siamo perduti.

LO ZAR
Tutto è finito, i miei occhi si oscurano,
sento il gelo della tomba...

(Entrano il patriarca, i prelati, seguiti da tutti i boiari. Sorretta per le braccia entra la zarina che singhiozza)

Chi c'è?
Ah! Il saio... Sì. La santa vestizione...
È suonata l'ora, lo zar si fa monaco;
la buia bara sarà la mia cella...
un istante ancora, santo patriarca,
sono ancora zar; ascoltatemi, boiari:
questo è colui al quale io lascio il regno;
baciate, dunque, la croce a Feodor...
Basmanov, amici miei... prima di morire
io vi prego di servirlo con impegno e
con giustizia. È ancora così giovane e
così innocente... Lo giurate?

I BOIARI
Lo giuriamo!

LO ZAR
Sono contento.
Perdonate le mie colpe e i miei peccati,
le offese volontarie e quelle occulte...
Santo padre, avvicinati, sono pronto.

(Inizia il rito della vestizione. Le donne svenute vengono portate fuori)

SCENA VENTUNESIMA

Una tenda.

Basmanov introduce Puškin.

BASMANOV
Entra qui e parla liberamente.
Così è lui che ti manda da me?

PUŠKIN
Offre a te la sua amicizia
e la prima carica, dopo la sua, nel regno
moscovita.

BASMANOV
Ma io già da Feodor sono stato insignito
di un alto grado. Comando l'esercito;
per me egli ha trascurato l'ordine araldico
e l'ira dei boiari - e io gli ho prestato
giuramento.

PUŠKIN
Hai prestato giuramento all'erede
legittimo del trono; ma se un altro
fosse vivo, ancora più legittimo?...

BASMANOV
Senti, Puškin, smettila,
non dire cose senza senso; io so
chi è costui.

PUŠKIN
Russia e Lituania
riconoscono in lui Dimitrij,
ma non insisto su questo.
Forse è il vero Dimitrij;
forse è un usurpatore. Io so
soltanto che prima o poi il figlio
di Boris a lui cederà Mosca.

BASMANOV
Finché resterò dalla parte del giovane
zar, lui non lascerà il trono;
abbiamo, grazie a Dio, sufficienti truppe!
Le rianimerò con la vittoria,
ma voi, chi manderete contro di me?
Il cosacco Karela? Oppure Mniszek?
Siete in molti, no? Ottomila in tutto.

PUŠKIN
Sbagli: non raggiungiamo quella cifra;
io stesso ti dirò che il nostro esercito
non vale nulla; i cosacchi saccheggiano
i villaggi; i polacchi fanno gli arroganti
e bevono; i russi, poi... ma perché parlarne...
con te non giocherò d'astuzia;
sai qual è la nostra forza? Non è l'esercito,
no! E neppure l'appoggio dei polacchi,
ma l'opinione del popolo, sì! Proprio quella!
Ricordi il trionfo di Dimitrij
e le sue pacifiche conquiste, quando
ovunque, senza colpo ferire, le città
a lui s'arrendevano obbedienti, mentre
la plebe incatenava i voivoda ribelli?
Tu stesso hai visto con quanto ardore
il vostro esercito s'è battuto contro di lui;
ma questo quando? Sotto Boris! Ora invece...
No, Basmanov è tardi per discutere e
soffiare sulla fredda cenere della lotta:
la tua ragione e la tua forte volontà non
ti aiuteranno; non è meglio dare per primo
un ragionevole esempio e proclamare zar
Dimitrij e fartelo così amico per sempre?
Che ne pensi?

BASMANOV
Lo saprete domani.

PUŠKIN
Deciditi!

BASMANOV
Addio!

PUŠKIN
Pensaci, allora, Basmanov. (Esce)

BASMANOV
Ha ragione, ha ragione: il tradimento
cresce ovunque. Che devo fare? Devo
aspettare che i ribelli incatenino anche me
e che mi consegnino a Otrep'ev? Non è meglio
prevenire il tempestoso dilagare della corrente
e io stesso... Ma tradire un giuramento!
Meritarsi il disonore per il resto della vita!
Ripagare la fiducia di un giovane sovrano
con un tradimento così orribile!...
Per un esule in disgrazia è facile
tramare congiure e rivolte,
ma per me, per me, favorito dello zar...
Ma la morte... il potere... le sciagure popolari...

(Pensieroso) Qua, presto! Chi c'è di là?

(Fa un fischio) Il mio cavallo!
Suonate l'adunata!

SCENA VENTIDUESIMA

Il luogo del patibolo.

Puškin avanza circondato dal popolo.

IL POPOLO
Lo zarevic ci manda un boiaro.
Ascoltiamo cosa ha da dirci.
Di qua! Di qua!

PUŠKIN (sulla tribuna)
Cittadini di Mosca,
lo zarevic mi ordina d'inchinarmi a voi (Si inchina)
Voi sapete come la provvidenza celeste
abbia salvato lo zarevic da mani assassine;
egli stava per giustiziare il furfante, quando
la giustizia divina ha colpito Boris.
La Russia si è sottomessa a Dimitrij,
Basmanov stesso, profondamente pentito,
ha consegnato il suo esercito per il giuramento.
Dimitrij si presenta a voi con amore e pace.
Per favorire la famiglia dei Godunov
leverete voi la mano contro lo zar
legittimo, nipote di Monomach?

IL POPOLO
No di certo.

PUŠKIN
Cittadini moscoviti!
Il mondo sa quanto avete sofferto
sotto il dominio del crudele impostore;
esilio, condanne, disonore, tasse,
fatica e fame, tutto avete provato.
Dimitrij intende, ora, ringraziare tutti
voi, boiari, nobili, funzionari, militari
stranieri, mercanti e l'intero popolo onesto.
Vorreste voi, folli, resistergli e
protervamente rifiutare la sua benevolenza?
Egli sale sul trono dei suoi padri
accompagnato da un terribile seguito.
Accettate quindi lo zar e rispettate Dio,
baciate la corona al legittimo sovrano;
sottomettetevi, inviate subito a Dimitrij
il metropolita, i boiari, i diaconi e
i fiduciari eletti
che rendano omaggio al padre e al sovrano.

(Scende dalla tribuna)

(Fermento popolare)

IL POPOLO
Perché discutere? Il boiaro ha detto
la verità. Evviva Dimitrij, nostro padre!

UN CONTADINO (sulla tribuna)
Popolo, popolo! Al Cremlino! Al palazzo dello zar!
Andiamo a legare il cucciolo di Boris!

IL POPOLO (procedendo in massa)
Leghiamolo! Anneghiamolo! Evviva Dimitrij!
Morte alla stirpe di Boris Godunov!

SCENA VENTITREESIMA

Il Cremlino. La casa di Boris. Una guardia davanti alla scalinata. Feodor alla finestra.

UN MENDICANTE
Fate la carità, per amore di Cristo!

LA GUARDIA
Vattene via, non è permesso parlare ai prigionieri.

FEODOR
Vattene, vecchio, io sono più povero di te, tu sei libero.

(Ksenija con un velo sulla testa, si avvicina alla finestra)

UNO DEL POPOLO
Fratello e sorella! Poveri ragazzi, come uccelli in gabbia.

UN ALTRO
Perché mai compiangerli? Stirpe maledetta!

IL PRIMO
Il padre era un farabutto, ma i figli sono innocenti.

UN ALTRO
La mela lontano dall'albero non cade.

KSENIJA
Fratello mio! Sembra che stiano venendo da noi dei boiari.

FEODOR
Sono Golicyn e Mosal'skij. Gli altri non li conosco.

KSENIJA
Ahimè! Fratello, mi si gela il cuore.

(Golicyn, Mosal'skij, Molcanov e Serefedinov seguiti da tre arcieri)

IL POPOLO
Largo, largo, arrivano i boiari.

(I boiari entrano in casa)

UNO DEL POPOLO
Cosa sono venuti a fare?

UN ALTRO
Forse per accompagnare Feodor Godunov al giuramento.

UN TERZO
Davvero? Senti che frastuono in casa! Allarme! Se le stanno dando!

IL POPOLO
Senti? Uno strillo! È la voce d'una donna. Entriamo! Le porte sono chiuse. Le grida sono cessate.

(Si aprono le porte. Sulla scalinata appare Mosal'skij)

MOSAL'SKIJ
Popolo! Maria Godunova e suo figlio Feodor si sono avvelenati. Abbiamo visto i loro corpi esanimi.

(Il popolo tace inorridito)

Perché tacete? Gridate: evviva lo zar Dimitrij
Ivanoviè!

(Il popolo rimane in silenzio)