La fiaba Il piccolo Zaccheo, detto Cinabro (Berlino, presso F. Dummler, 1820) non contiene altro che la pura e semplice elaborazione di un'idea scherzosa. Non poco, dunque, ebbe a stupirsi il suo autore quando s'imbatté in una recensione in cui questo scherzo, buttato giù a cuor leggero, per il divertimento immediato e del tutto privo di altre pretese, veniva analizzato con aria seria e ponderata, e veniva citata ogni possibile fonte cui l'autore potesse essersi rifatto nella sua creazione. Quest'ultimo aspetto fu per lui piacevole, se non altro per il fatto di trarne egli stesso lo stimolo per mettersi alla ricerca di tali fonti, arricchendo in tal modo il proprio sapere... Ma al fine di evitare ora questo genere di malintesi, il curatore di queste pagine intende chiarire in anticipo che La principessa Brambilla, al pari de Il piccolo Zaccheo, non è affatto un libro per gente ben disposta a prendere tutto per vero e sul serio. Il curatore prega tuttavia umilmente quel compiacente lettore, il quale fosse desideroso e pronto a metter da parte per qualche ora la serietà, e ad abbandonarsi al gioco impertinente e capriccioso di uno spiritello a volte forse troppo sfacciato, di non perdere di vista comunque la base del tutto, vale a dire quei fogli di Callot così sovraccaricati in senso fantastico, e inoltre di immaginare che cosa può aspettarsi un musicista da un capriccio.
E se il curatore si permette di riandare con la mente a quel proposito di Carlo Gozzi (nella premessa al Re de' Genj) secondo il quale un intero arsenale di stramberie e di apparizioni di fantasmi non è certo sufficiente per crear l'anima a una fiaba, cosa che può riuscire solo grazie a un fondamento profondo, grazie a un'idea costitutiva elaborata sulla base di una qualsivoglia visione filosofica della vita, ciò può soltanto alludere a quanto egli intendeva fare, e non certo a ciò che gli è riuscito.
Berlino, settembre 1820
CAPITOLO PRIMO
Magici effetti di un elegante costume su una giovane crestaia. - Definizione dell'attore, nel ruolo di primo amoroso. - Sulle smorfie delle ragazze italiane. - Come un omino rispettabile, seduto dentro un tulipano, si dedica alle scienze mentre buone dame lavorano a tombolo tra le orecchie delle mule. - Il ciarlatano Celionati e il dente del principe assiro. - Celeste e rosa. - Pantalone e la fiasca di vino dal sorprendente contenuto.
Calava il crepuscolo, nei conventi suonava l'Ave Maria: la leggiadra e bella fanciulla di nome Giacinta Soardi gettò da parte il ricco abito femminile di pesante raso rosso al cui ricamo aveva attentamente lavorato e, piena di malumore, dall'alta finestra guardò giù nella viuzza stretta e cupa, che era completamente deserta.
La vecchia Beatrice andava intanto raccogliendo con ogni cura i variopinti costumi di ogni sorta che stavano sparsi su tavoli e seggiole nella piccola stanza, e li appendeva in bell'ordine. Con entrambe le mani piantate sui fianchi si mise poi davanti all'armadio aperto, ed esclamò compiaciuta: «Davvero, Giacinta, questa volta siamo state proprio brave; mi pare quasi di avere già davanti agli occhi tutta la gente allegra della sfilata... Certo che Mastro Bescapi non ci aveva mai fatto tante ricche ordinazioni del genere... Ma lui sa bene che la nostra bella Roma quest'anno risplenderà di nuovo in tutto il suo lusso, sfarzo e magnificenza. E stai bene attenta, Giacinta, a come domani, il primo giorno di carnevale, esploderà l'esultanza! E domani... domani Mastro Bescapi ci rovescerà in grembo un'intera manciata di ducati! Vedrai, Giacinta! Ma che cos'hai, bambina mia? Te ne stai lì a testa bassa, tutta imbronciata... arrabbiata? e domani è carnevale!».
Giacinta si era rimessa a sedere sullo sgabello da lavoro e il mento tra le mani, guardava fisso a terra, senza badare alle parole della vecchia. Ma visto che questa non la finiva più di ciarlare degli imminenti divertimenti del carnevale, le disse: «Taci un po', vecchia, e non parlarmi di un tempo che per gli altri può ben essere divertente, ma che a me non porta se non scontento e noia. A che mi serve l'aver lavorato giorno e notte? A che mi servono i ducati di Mastro Bescapi?... Non restiamo noi due comunque povere in canna? E non dobbiamo forse fare in modo che il guadagno di questi giorni ci basti, e a fatica, a sfamarci tutto l'anno? Ti sembra che avanzi qualcosa per divertirci un po'?».
«Questa poi!», replicò la vecchia. «Vorrei proprio sapere che ha a che fare la nostra miseria col carnevale! Come se l'anno scorso non fossimo andate a spasso dalla mattina fino a notte fonda, e io non facessi un gran bel figurone vestita da dottore?... E non ti avevo forse al braccio, con quel costume da giardiniera che eri un amore... hihi! e le più belle maschere non ti venivano dietro, rivolgendoti paroline di zucchero filato? Dunque, non era divertente? E che cosa ci impedisce di fare lo stesso quest'anno? Il mio dottore devo solo spazzolarlo a dovere per far sparire tutte le tracce di quei brutti coriandoli di cui lo avevano ricoperto, e la tua bella giardiniera è ancora lì appesa. Qualche nastro nuovo, qualche fiore fresco... di che altro avete bisogno, madamigella, per apparire bella ed elegante?». «Che dite, vecchia», saltò su Giacinta, «che dite?... Con quei miseri stracci dovrei andarmene a spasso?... No di certo!... Un bel costume da spagnola, ben aderente, che si apra poi in tante pieghe ampie e ricche, con larghe maniche a spacchetti dalle quali escano fuori stupendi merletti... e un cappellino ornato di lunghe piume impertinenti, una cintura, un nastro al collo di rilucenti diamanti... è così che Giacinta vorrebbe sfilare, e poi sedersi davanti a Palazzo Ruspoli... Come accorrerebbero i cavalieri da ogni parte... "Chi è quella dama?... di certo una contessa... o una principessa", e persino Pulcinella per l'ammirazione resterebbe estasiato e dimenticherebbe le sue sfrontate canzonature!». «Vi ascolto», prese a dire la vecchia, «vi ascolto e non credo alle mie orecchie. Dite, da quando vi è entrato in corpo il diavolo stregato dell'orgoglio?... E allora, se davvero pretendete di paragonarvi a contesse e principesse, siate dunque tanto brava da procurarvi uno spasimante che per i vostri begli occhi sappia pescare nella borsa di Fortunatus, e cacciate via il signor Giglio, quello spiantato che, se per caso gli capita di trovarsi in tasca un paio di ducati, spreca tutto in pomate profumate e ghiottonerie, e che con me è ancora in debito di due paoli per un bavero di trina fresco di bucato».
In mezzo a queste chiacchiere, la vecchia aveva sistemato e acceso la lampada. Ma quando la forte luce cadde sul viso di Giacinta, la vecchia si accorse che dagli occhi le scendevano amare lacrime, rotolandole sul volto come perle. «Giacinta», gridò la vecchia, «per l'amor di Dio, che cosa c'è, che hai?... Bambina mia, non volevo certo te la prendessi tanto. Ora calmati, non lavorare così di lena; vedrai che il vestito sarà comunque pronto in tempo». «Ah», sospirò Giacinta, senza levare gli occhi dal lavoro che aveva ripreso in mano, «ah, è proprio il vestito, questo malvagio vestito, che mi ha riempito la mente di tutti questi folli pensieri. Dite, vecchia, avete mai visto in tutta la vostra vita un abito che si possa paragonare a questo per bellezza e magnificenza? Mastro Bescapi ha davvero superato se stesso; doveva essersi impadronito di lui uno spirito straordinario, quando ha tagliato questo raso. E poi i magnifici merletti, le lucenti passamanerie, le pietre preziose che ci ha consegnato per le guarnizioni. Darei tutto l'oro del mondo per sapere chi è la fortunata che si potrà adornare con quest'abito divino». «Ma», la interruppe la vecchia, «che c'importa di questo? Noi facciamo il lavoro e guadagnamo dei soldi. Però è certamente vero che Mastro Bescapi si è comportato in modo così circospetto e segreto, così strano... che deve trattarsi per forza almeno di una principessa, e per quanto io di solito non sia davvero curiosa, questa volta mi piacerebbe proprio che Mastro Bescapi mi dicesse il suo nome, e anzi domani lo metterò alle strette finché non lo tirerà fuori». «Oh no, no», saltò su Giacinta, «io non voglio per nulla saperlo, preferisco immaginare che nessuna donna mortale indosserà mai quest'abito, ma che ho lavorato per adornare una misteriosa fata. Mi sembra già che dalle pietre lucenti mi guardino ridenti ogni sorta di spiritelli, sussurrandomi: "cuci... cuci ancora per la nostra bella regina... noi ti aiutiamo, noi ti aiutiamo!". E quando intreccio i merletti e le passamanerie, mi pare quasi che piccoli e graziosi elfi corrano attorno insieme a gnomi dalla corazza d'oro e... Ahi!», gridò Giacinta, che, proprio guarnendo la scollatura, si era punta un dito tanto forte che il sangue ne usciva come da una fontanella. «Che il cielo ci aiuti!», esclamò la vecchia, «che il cielo ci aiuti! Questo bel vestito!», portando la lampada tanto vicino, che parecchie gocce d'olio vi caddero sopra. «Che il cielo ci aiuti! Questo bel vestito!», le fece eco Giacinta, mezzo morta di spavento. Ma, nonostante fosse certo che tutti e due, il sangue e l'olio erano sgocciolati sul vestito, tuttavia né la vecchia né Giacinta riuscirono a scoprire la più piccola traccia di una macchia. Allora Giacinta riprese rapida a cucire, finché non saltò su con un allegro: «Finito! finito!», tenendo il vestito ben in alto.
«Ah, che bello!», esclamò la vecchia, «ah, è magnifico, splendido! No, cara Giacinta, mai le tue care manine avevano fatto niente di simile... E sai, Giacinta, mi pare proprio che il vestito sia stato tagliato preciso per la tua figura, come se Mastro Bescapi non avesse preso la misura su nessun'altra che te!». «Magari fosse vero!», replicò Giacinta, facendosi sempre più rossa in viso, «tu sogni, vecchia; sono io forse così alta e snella come la signora, per la quale certo dev'essere il vestito?... Prendilo, prendilo, mettilo via con cura fino a domani! E voglia il cielo che alla luce del giorno non venga fuori qualche brutta macchia!... Che faremmo, allora, poverette noi?... Prendetelo dunque!». La vecchia esitava.
«Certo», continuò però Giacinta, osservando l'abito, «certo, mentre ci lavoravo, a volte ho pensato che il vestito dovesse starmi bene. Alla vita potrei ben essere snella abbastanza, e per quel che è della lunghezza...». «Giacintina», esclamò la vecchia con gli occhi scintillanti, «tu indovini i miei pensieri, e io i tuoi... Che lo indossi chi vuole, principessa, regina, fata, non fa differenza, ma la mia Giacintina dev'essere la prima ad adornarsene». «Mai e poi mai», replicò Giacinta; ma la vecchia le prese il vestito dalle mani, lo distese con cura su di una poltrona, e cominciò a scioglierle i capelli, che poi seppe sistemarle ben vaporosi e aggraziati attorno al volto; poi prese dall'armadio il cappellino adorno di fiori e piume con cui, per ordine di Bescapi, avrebbero dovuto abbellire quell'abito, e lo fissò ai riccioli castani di Giacinta. «Bambina mia come ti sta a pennello già il solo cappellino! Ma ora giù quei corsetto!». Così esclamò la vecchia, cominciando a spogliare Giacinta, la quale, tutta piena di incantevole pudore, non osava più contraddirla.
«Ah!», mormorò la vecchia, «questo collo così delicatamente tornito, questo petto di gigli, queste braccia di alabastro quelle della Venere dei Medici non sono fatte meglio, e Giulio Romano non ne ha dipinte di più belle... Vorrei proprio sapere quale principessa non invidierebbe per questo la mia dolce bambina!». Ma mentre ella faceva indossare alla giovane il magnifico abito, fu come se le venissero in aiuto invisibili spiritelli. Tutto andava a posto e si aggiustava da sé, ogni spillo si sistemava all'istante, ogni piega prendeva da sola il suo verso, era impossibile credere che quell'abito potesse essere stato fatto per qualcun'altra che non Giacinta stessa.
«Oh, santi del Paradiso!», esclamò la vecchia, non appena Giacinta le fu davanti, adornata così splendidamente, «oh, santi del Paradiso! Di certo tu non sei la mia Giacinta... ah... ah... come siete bella, illustrissima principessa!... Ma aspetta... aspetta! Facciamo luce, bisogna illuminare a giorno la nostra stanzetta!». E così dicendo andava raccogliendo tutte le candele benedette che aveva messo da parte alle feste della Madonna, e le accendeva, cosicché Giacinta si trovò circondata da uno splendente bagliore.
Stupita per la grande bellezza di Giacinta, e ancor più per il modo pieno di grazia e di dignità al contempo con cui ella andava su e giù per la stanza, la vecchia congiunse le mani, ed esclamò: «Oh, se solo qualcuno potesse vedervi, se solo il Corso tutto intero potesse ammirarvi!».
In quella si spalancò la porta, e Giacinta fuggì con un grido verso la finestra; dopo essere entrato di due passi nella stanza, un giovane restò immobile e quasi impietrito, come fosse inchiodato al pavimento.
Mentre quel giovane se ne sta lì senza voce e senza moto, tu, amatissimo lettore, lo puoi osservare a tuo agio. Ti renderai conto che può avere appena ventiquattro o venticinque anni, e che ha un aspetto gradevole e garbato. E tuttavia il suo abbigliamento appare strano da descrivere, poiché, nonostante ogni capo per taglio e colore non possa essere criticato, tutto l'insieme non vuole proprio andar d'accordo, e offre un gioco di colori completamente contrastanti. E al contempo, nonostante tutto sia pulito e curato, traspare una certa povertà; ciò si nota dal bavero di pizzo, che deve avere un solo cambio disponibile, e dalle piume, tenute insieme con fil di ferro e spilli, con cui è ornato lo stravagante cappello che porta piantato di traverso in testa. E dunque, benevolo lettore, ti accorgerai subito che il giovane uomo così acconcio altri non può essere che un attore un po' vanesio, i cui meriti non sono troppo apprezzati; e in realtà è davvero così. In poche parole... si tratta di quello stesso Giglio Fava che è ancora in debito di due paoli con la vecchia Beatrice per la lavatura di un bavero di trina.
«Ah, che vedo mai?», declamò in quella Giglio Fava in tono così enfatico quasi fosse in scena al Teatro Argentina, «ah, che vedo mai... È forse un sogno che ancor m'inganna?... No! è proprio lei, la divina... Oserò dunque rivolgermi a lei con le più ardenti parole d'amore?... Principessa... oh, principessa!». «Non fare il furbo», esclamò Giacinta, voltandogli rapida le spalle, «e risparmia le tue buffonate per i prossimi giorni!».
«Forse che non so», replicò Giglio, dopo aver ripreso fiato, con un sorrisetto a denti stretti, «forse che non so che sei tu, mia leggiadra Giacinta, ma dimmi, che significa questo stupendo abito?... Invero non mi sei mai apparsa tanto attraente, non vorrei mai vederti diversa».
«Ah sì?», fece eco Giacinta piena di collera. «E dunque il tuo amore va al mio vestito di raso, al mio cappellino piumato?». E così dicendo sgusciò svelta svelta nella stanzetta accanto, per riuscirne poco dopo, tolto ogni ornamento, con i panni consueti. Nel frattempo la vecchia aveva spento le candele e dato una bella lavata di testa a quel saccente di Giglio, che aveva rovinato la felicità di Giacinta nel provarsi quel bel vestito, destinato a chissà quale nobile dama, e che per di più era stato tanto poco galante da far capire che era stato proprio tale sfarzo ad aumentare il fascino di lei, facendola apparire più desiderabile del solito. Giacinta sopraggiunse a dar man forte alla vecchia, finché il povero Giglio, tutto umiltà e pentimento, riuscì alla fine a mettersi tranquillo e ad assicurare che la causa della sua meraviglia era stata la straordinaria coincidenza di circostanze eccezionali. «Ma lascia che ti racconti!», prese a dire. «Lascia che ti racconti, mia leggiadra bambina, dolce vita mia, il sogno favoloso che ho fatto ieri notte, dopo essermi gettato sul mio giaciglio, stanco e disfatto per aver recitato la parte del principe Taer che, come ben sai, e come il mondo intero sa, io recito in maniera perfetta oltre ogni dire. Mi pareva di stare ancora sulla scena e di litigare ad alta voce con quell'avaraccio dell'impresario, che mi rifiutava ostinatamente un paio di miseri ducati d'anticipo. Costui mi ricopriva di ogni sorta di stupidi rimproveri; ma quando io, per difendermi meglio, volli fare un gesto nobile, la mia mano colpì disavvedutamente la guancia destra dell'impresario, in modo tale che ciò che ne risultò fu il suono e la melodia di un potente ceffone; l'impresario mi si gettò addosso senza mezzi termini con un grosso coltello in mano, io mi scansai, e in quella mi cadde a terra il mio bel berretto da principe che tu stessa, mia dolce speranza, mi hai adornato tanto gentilmente delle più belle piume che mai siano state strappate a uno struzzo. In preda al furore, quel mostro, quel barbaro, vi si gettò sopra, trafiggendolo con il coltello, finché quello non si torse ai miei piedi e morì tra tormentosi lamenti. Io volevo - dovevo - vendicare quell'infelice. Gettato il mantello sul braccio sinistro e brandendo la spada principesca, mi lanciai sull'empio assassino. Quello però fuggì rapido dentro una casa, e con lo schioppo di Truffaldino mi tirò addosso dal balcone. Ma ciò che era strano era il fatto che il lampo dell'arma da fuoco rimanesse a mezz'aria, e che mi rinviasse un bagliore simile a quello di rilucenti diamanti. E quanto più il vapore si diradava, tanto più allora riuscivo a rendermi conto che ciò che avevo scambiato per lo schioppo di Truffaldino altro non era che lo splendido gioiello sul cappellino di una dama... "Oh, voi tutti, dèi santi! oh, voi tutte, potenze celesti!", così una voce dolcissima parlava, anzi! cantava, anzi! esalava un amoroso profumo di suoni e parole... "Oh Giglio!... Mio Giglio!". E io intanto vedevo un essere di tale divina leggiadria, di tale immensa grazia, che l'infocato scirocco di un amore ardente mi corse per tutte le vene e i nervi, e il torrente di fuoco si condensò in lava, sgorgata dal vulcano del mio cuore in fiamme. "Io sono", disse quella dea, avvicinandosi, "sono la principessa..."». «Come?», Giacinta in collera interruppe l'uomo, che era caduto in estasi. «Come? Ti permetti dunque di sognare un'altra che me? Ti permetti di innamorarti solo guardando una stupida, insignificante visione sfuggita allo schioppo di Truffaldino?». E così presero a piovere sul povero Giglio rimproveri e lamenti e ingiurie e imprecazioni, e a nulla valsero le sue proteste e le assicurazioni che la principessa del sogno era vestita esattamente come Giacinta nel momento in cui era entrato. Persino la vecchia Beatrice, che di solito non era molto disposta a prender partito per il signor Taschevuote, come lo chiamava, si sentì alla fine presa da compassione e non dette tregua a quell'ostinata di Giacinta, finché non ebbe perdonato al suo innamorato quel sogno, con la condizione però che non ne facesse mai più parola. La vecchia preparò un buon piatto di maccheroni, e Giglio tirò fuori dalle tasche del mantello un cartoccio di dolci e un altro in cui stava una boccetta riempita di un vino davvero buono, poiché, al contrario del sogno, l'impresario gli aveva veramente anticipato qualche ducato. «Devo ammettere che pensi a me, mio buon Giglio», disse Giacinta, infilandosi nella boccuccia un fruttino candito. Giglio ricevette persino il permesso di baciarle il dito che era stato ferito da quel brutto ago, e così tornarono la gioia e la felicità. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi, e certo dovette essere proprio il diavolo in persona a suggerire a Giglio, dopo che aveva bevuto un paio di bicchieri, l'idea di parlare a questo modo: «Non avrei mai creduto che tu, dolce vita mia, avresti potuto essere così gelosa di me. Ma hai ragione. Io sono infatti di gradevolissimo aspetto, e per natura dotato di ogni sorta di magnifici talenti; e per di più, sono un attore. L'attor giovane, che reciti divinamente come me la parte del principe innamorato, con tutti gli "oh" e gli "ah" che ci vogliono, è un romanzo ambulante, un intrigo a due gambe, una canzone d'amore con labbra per baciare e braccia per stringere, un'avventura fuggita dalla copertina e trasformatasi in vita vera, che resta davanti agli occhi delle più belle anche dopo che hanno chiuso il libro. E per questo che esercitiamo un'irresistibile magia sulle povere donne, le quali vanno pazze per tutto quello che siamo e mostriamo: il nostro animo, i nostri occhi, le nostre false pietre preziose, le piume e i nastri. Non c'è rango che valga, né condizione: lavandaie o principesse... è lo stesso! E dunque ti dico, mia adorata bambina, che se non m'inganna qualche misterioso presentimento, e non mi prende in giro un folletto dispettoso, il cuore di quella bellissima principessa arde davvero d'amore per me. Se ciò si è verificato, o se dovesse ancora verificarsi, allora, mia carissima speranza, non dovrai volermene se io non lascerò inutilizzata la miniera d'oro che mi si apre davanti, se ti trascurerò un poco, perché comunque una poveretta di crestaia...». Giacinta aveva ascoltato con attenzione sempre crescente, avvicinandosi intanto sempre più a Giglio, nei cui occhi sfavillanti si rispecchiava la notturna visione di sogno; ma qui balzò in piedi, e suonò al fortunato innamorato della bellissima principessa un tale ceffone che tutte le stelle di quel misterioso schioppo di Truffaldino si misero a ballare davanti ai suoi occhi; poi scappò svelta in camera. E a nulla servirono più tutte le preghiere e le suppliche. «Ora, da bravo, andatevene a casa, oggi fa le smorfie e non c'è niente da fare», disse la vecchia, illuminando al povero Giglio le strette scale. Ci deve essere qualcosa di veramente particolare nelle smorfie, in quei modi stranamente capricciosi e quasi sgarbati delle giovani fanciulle italiane; i conoscitori assicurano infatti concordi che proprio da questi modi si sprigiona una meravigliosa magia, un fascino a tal punto irresistibile che chi ne è colpito, invece di strappare indignato i suoi legami, Vi si impiglia sempre più, cosicché un amante liquidato bruscamente, invece di dichiarare addio per sempre, continua a sospirare e a supplicare con sempre maggior ardore, come in quella canzone d'amore: "Vien qua, Dorina bella, non far la smorfiosella!". Colui che parla così con te, benevolo lettore, ama credere che tali piaceri nati da dispiaceri possano sbocciare soltanto nel gioioso sud, poiché tali bei fiori di una sostanza tanto pacifica non riescono a veder la luce nel nostro nord. Almeno nel luogo dove vive, egli non può assolutamente paragonare un certo stato d'animo, spesso incontrato nelle fanciullette appena sfuggite all'infanzia, a quella smorfiosa civetteria. Se il cielo ha regalato loro tratti armoniosi del volto, esse li deformano sconvenientemente, e per loro al mondo tutto è in quel momento ora troppo stretto ora troppo largo, e quaggiù sulla terra non v'è posto adatto per la loro svelta figurina, e preferiscono mille volte sopportare il tormento di un paio di scarpe troppo strette che stare a sentire una parola gentile o addirittura arguta, e se la prendono terribilmente a male per il fatto che tutti gli uomini e i giovanotti nel perimetro della città siano innamorati cotti di loro, cosa che poi alla fine condividono perfettamente, senza più inquietarsi per nulla. E non esiste, per questo stato dell'anima del sesso più gentile, alcuna espressione. Il substrato d'impertinenza che vi è contenuto si riflette, come in uno specchio concavo, nei ragazzi in quel periodo che i rozzi maestri di scuola chiamano anni della sguaiataggine. E tuttavia non c'era proprio da rimproverare il povero Giglio se, così straordinariamente eccitato, anche da sveglio sognava di principesse e di avventure meravigliose. Quel giorno stesso infatti, mentre passeggiava per il Corso, sentendosi già a metà principe Taer nel suo aspetto esteriore, ma interamente principe nella sua anima gli erano accadute davvero parecchie avventure.
Era dunque accaduto che presso la Chiesa di San Carlo, proprio là dove via Condotti incrocia il Corso, in mezzo ai pizzicagnoli e ai banchetti di pastasciuttai, aveva issato la sua pedana il celebre signor Celionati, un ciarlatano conosciuto in tutta Roma, che ora arringava il popolo raccoltosi lì attorno con una quantità di fole e fiabe di gatti alati e radici di mandragola e così via, riuscendo in tal modo anche a spacciare un certo rimedio per l'amore infelice e il mal di denti, le estrazioni della lotteria e la podagra. Proprio allora, in lontananza, si fece udire una musica strana di cembali, pifferi e tamburi cosicché la folla si sparpagliò tutt'attorno, correndo e precipitandosi lungo il Corso in direzione di piazza del Popolo, gridando forte: «Guardate, guardate!... Ma che, è già carnevale?... Guardate, guardate!».
La gente aveva ragione; infatti il corteo che attraverso la Porta del Popolo si snodava lentamente lungo il Corso non poteva davvero essere considerato altro che la più straordinaria mascherata che si fosse mai vista. Sulla groppa di dodici piccoli unicorni, candidi come la neve e dagli zoccoli dorati, sedevano figure avvolte in rosse tuniche di raso, le quali suonavano leggiadramente pifferi d'argento, percuotendo cembali e piccoli tamburi. Quasi alla maniera dei Fratelli della Buona Morte, nelle tuniche erano ritagliati soltanto gli occhi e i fori erano bordati di trecce d'oro, cosa che dava all'insieme un aspetto piuttosto strano. Quando il vento sollevava un poco la tunica di uno dei piccoli cavalieri, spuntava fuori una zampa d'uccello, le cui dita erano adorne di anelli di brillanti. Dietro questi dodici graziosi musicisti, due imponenti struzzi venivano trainando un grande tulipano d'oro collocato su un piedistallo con ruote, ove sedeva un piccolo vecchio con una lunga barba bianca, abbigliato di una tunica di stoffa d'argento e con un imbuto pure d'argento ficcato a mo' di berretto sul venerabile capo. Il vecchio, con un gigantesco paio d'occhiali sul naso, leggeva con grande attenzione da un grosso libro che teneva aperto davanti a sé. Egli era seguito da dodici mori riccamente vestiti, armati di lunghe lance e corte sciabole, i quali, ogniqualvolta il vecchietto voltava una pagina producendo un sottile e penetrante: «Kurri - pire - ksi - li - iii», si mettevano a cantare con voce potente: «Bram - bure - bil - bal - Ala monsa Kikiburra - son - ton!». Dietro ai mori, sopra dodici muli il cui colore appariva argento puro, cavalcavano dodici figure, incappucciate quasi come i musicanti, con la differenza che le tuniche dallo sfondo d'argento erano riccamente ricamate di perle e diamanti, e le braccia erano scoperte fino alle spalle. La meravigliosa pienezza e bellezza di queste braccia, adorne dei più magnificenti bracciali, sarebbero bastate a rivelare che sotto le tuniche dovevano nascondersi le più belle dame; ma, per di più, ciascuna lavorava alacremente a tombolo mentre cavalcava, e a tale scopo tra le orecchie delle mule erano fissati grandi cuscini di velluto. Seguiva poi una grossa carrozza che pareva tutta d'oro ed era tirata da otto bellissimi muli coperti di gualdrappe d'oro, i quali a loro volta erano condotti per le briglie ornate di diamanti da piccoli paggi abbigliati con farsetti piumati. Gli animali sapevano scuotere le grandi orecchie con indescrivibile dignità, e intanto si udivano suoni simili a quelli di un'armonica, al che le bestie stesse come pure i paggi levavano un grido intonato a essi, e tutto l'insieme risuonava nel modo più aggraziato. La gente si pigiò attorno alla carrozza cercando di guardarvi dentro, ma non vide altro che il Corso e se stessa, i finestrini infatti altro non erano che specchi. Qualcuno, vedendosi in tal modo riflesso, credette di sedere già dentro la lussuosa carrozza, uscendo per questo fuori di sé dalla gioia, cosa che poi accadde a tutto il popolo radunato, lorché si vide salutato in modo estremamente gentile e accattivante da un piccolo graziosissimo Pulcinella che stava in piedi sul tetto della carrozza. Tra il più sfrenato giubilo generale non si fece quasi più attenzione allo scintillante seguito, formato da altri musicanti, mori e paggi, vestiti come i primi, tra i quali si trovavano però anche alcune scimmie abbigliate con grande buon gusto nei colori più delicati, le quali danzavano con una mimica parlante sulle zampe posteriori, e non avevano uguali nel far capriole di ogni sorta. Così quell'avventura si snodò per il Corso e per le strade fino a piazza Navona, dove si arrestò dinanzi al palazzo del principe Bastianello da Pistoia.
I battenti del palazzo si spalancarono, la folla festante ammutolì di colpo assistendo al miracolo che allora si produsse. Su per lo scalone di marmo e attraverso lo stretto portone si infilò allora senza la minima difficoltà tutto quel corteo, unicorni, cavalli, mule, carrozza, struzzi, dame, mori, paggi, mentre un «Ah!» a mille voci riempì l'aere quando, dopo che furono entrati gli ultimi ventiquattro mori disposti in una scintillante fila, il portone si richiuse infine con un tonante rimbombo.
Il popolo, dopo essere rimasto inutilmente a lungo a guardare pieno di curiosità, e giacché nel palazzo tutto era calmo e silenzioso, considerò divertimento non disdicevole il dar l'assalto a quel luogo da fiaba, e venne disperso dagli sbirri solo con fatica.
Così tutti sciamarono di nuovo sul Corso. Ma dinanzi alla chiesa di San Carlo stava ancora sul suo palchetto, ignorato da tutti, il signor Celionati, che gridava e imprecava infuriato: «Popolo stupido... popolo ignorante!... Gente, come vi salta in mente di mettervi a correre di qua e di là come matti, senza capir nulla di ciò che accade, abbandonando il vostro onesto Celionati?... Qui sareste dovuti restare, per ascoltare dalla bocca del più saggio, del più esperto e iniziato filosofo cosa rappresenti tutto ciò che siete stati a guardare a bocca spalancata, come tanti sciocchi bimbetti!... Ma lo stesso voglio informarvi di tutto... udite... udite... chi davvero è entrato nel Palazzo Pistoia... udite... udite... chi è che ora si fa scuotere la polvere dall'abito in Palazzo Pistoia!». Queste parole arrestarono di colpo il mulinello chiassoso del popolo, che ora si fece attorno al palco di Celionati, guardando all'insù con occhi pieni di curiosità.
«Cittadini di Roma!», esclamò allora con enfasi Celionati.
«Cittadini di Roma! Esultate, giubilate, gettate in aria i cappelli, i berretti, o quel che altrimenti portate in testa! Vi è toccata una gran sorte; perché a penetrare entro le vostre mura è stata la celeberrima principessa Brambilla dalla lontana Etiopia, un miracolo di bellezza e per di più così ricca di incommensurabili tesori, che senza alcuna fatica potrebbe far lastricare tutto il Corso con i più favolosi brillanti e diamanti - e chi può dire, che cosa farà per la vostra gioia!... Io lo so bene, tra di voi si trovano molti che non sono asini, ma che invece sono esperti di storia. Costoro sapranno certo che la serenissima principessa Brambilla è una pronipote del saggio re Cofetua, il quale costruì Troia, e che il suo prozio è il grande re di Serendippo, un signore tanto amichevole, che qui a San Carlo tra di voi, carissimi figlioli, si è spesso e volentieri ben servito di maccheroni!... E aggiungo anche che la nobile signora Brambilla ha avuto per comare di battesimo niente di meno che la regina dei Tarocchi, di nome Tartagliona, e che Pulcinella è stato il suo maestro di mandolino, e così ora ne sapete abbastanza per uscir fuori di cervello... dunque, fatelo, gente! Per virtù delle mie scienze occulte, e della magia bianca, nera, gialla e blu, io so che ella è venuta qui poiché crede di trovare tra le maschere del corteo il suo amico del cuore e fidanzato, il principe assiro Cornelio Chiapperi, il quale ha lasciato l'Etiopia per farsi cavar qui a Roma un dente del giudizio, operazione che io ho felicemente portato a termine!... Guardate qui voi stessi!». Celionati aprì allora una piccola scatolina dorata, ne trasse un bianchissimo e lungo dente aguzzo, tenendolo alzato davanti a sé. Il popolo gridò di gioia e di entusiasmo, acquistando avidamente i modelli del dente principesco, che venivano messi in vendita dal ciarlatano. «Vedete», riprese allora a dire Celionati, «vedete, brava gente, dopo che il principe assiro Cornelio Chiapperi si fu sottoposto all'operazione con fermezza e coraggio, non si sa come né perché, si smarrì... Cercate, brava gente, cercate gente, il principe assiro Cornelio Chiapperi, cercatelo nelle vostre stanze, nelle camere, nelle cucine e nelle cantine, negli armadi e nei cassetti!... Chi lo troverà, e lo ricondurrà incolume alla principessa Brambilla, riceverà una ricompensa pari a cinque volte cento ducati d'oro. Tale è l'enorme cifra che la principessa Brambilla ha messo sulla sua testa, senza contare poi la quantità non trascurabile di intelligenza e di arguzia che contiene... Cercate, gente, cercate! Ma riuscirete voi a scoprire chi sia il principe assiro Cornelio Chiapperi, anche se vi si parasse davanti al naso?... Sì!... E sarete in grado di riconoscere la serenissima principessa Brambilla, anche se fosse qui in carne e ossa in mezzo a voi?... No, non ci riuscirete, se non vi servirete degli occhiali che ha fabbricato il saggio mago indiano Ruffiamonte in persona; e per questo, per puro e semplice amore del prossimo e compassione di voi, ve li voglio offrire, a condizione che non siate avari dei vostri paoli...». Così dicendo, il ciarlatano aprì una cesta, esponendo alla vista una quantità indescrivibile di grossi occhiali.
Se il popolo già si era messo a questionare per accaparrarsi i principeschi denti del giudizio la cosa non poté che peggiorare per gli occhiali. Dagli improperi si passò agli spintoni e alle botte, finché poi, secondo l'uso italiano, non si videro luccicare i coltelli, cosicché gli sbirri dovettero nuovamente intervenire per disperdere il popolo, come era accaduto davanti al Palazzo Pistoia.
Mentre avveniva tutto ciò, Giglio Fava, sprofondato in grandi sogni, era rimasto davanti al Palazzo Pistoia e ne fissava le mura, che avevano inghiottito il più bizzarro di tutti i cortei di maschere in quel modo del tutto inesplicabile. Era stranamente impressionato, poiché non riusciva a padroneggiare una sensazione inconsueta, e tuttavia dolce, che si era impadronita completamente del suo animo; e ancora più straordinario era il fatto che egli si vedeva costretto a mettere in relazione il sogno della principessa che, schizzata fuori dalla scintilla dello schioppo, si era gettata nelle sue braccia, con quel fantastico corteo, e anzi aveva anche il presentimento che nella carrozza dai vetri a specchio non sedesse nessun altro che la sua immagine di sogno. Un leggero colpo sulla spalla lo risvegliò dalle sue fantasticherie; davanti a lui stava il ciarlatano
«Ehi», prese a dire Celionati, «ehi, mio buon Giglio, non vi ha fatto davvero bene abbandonarmi, e non comprarmi un dente del giudizio del principe, né un paio d'occhiali magici». «Ma andate via», replicò Giglio, «andatevene via con le vostre bambinate, con tutte queste chiacchiere assurde con cui incantate la gente per rifilargli le vostre cianfrusaglie senza valore!» «Oh, oh», continuò Celionati, «non fate tanto il superbo, mio giovin signore! Vorrei proprio che tra tutte le mie merci, che vi piace di definire senza valore, aveste scelto qualche eccellente arcano, anzi specialmente quel certo talismano che vi darebbe la forza di diventare un attore eccezionale, o almeno un attore sopportabile, visto che al momento attuale vi compiacete di recitare da far pena!». «Che cosa?», esclamò Giglio infuriato, «che cosa? Signor Celionati, voi vi prendete la libertà di giudicarmi un attore da far pietà? Io, che sono l'idolo di Roma?». «Bamboccio!», rispose Celionati senza scomporsi, «bamboccio che non siete altro, son tutte pure illusioni, in cui non c'è una parola di verità. Ma seppure talvolta vi si è dischiuso uno spirito particolare, che vi ha permesso di azzeccare una parte, è però oramai inevitabile che perdiate quel po' di applausi e di fama che vi eravate guadagnato in quel modo. Poiché vedete, voi avete completamente dimenticato il vostro principe, e seppure la sua immagine resti da qualche parte dentro di voi, essa è divenuta così sbiadita, muta e irrigidita, e voi non riuscite più a riportarla in vita. Tutto il vostro spirito è pieno di una strana immagine di sogno, che ora credete sia entrata nel Palazzo Pistoia entro quella carrozza di specchi... Vi rendete conto che io vi leggo nel pensiero?».
Giglio arrossendo abbassò gli occhi. «Signor Celionati», mormorò, «voi siete davvero un uomo ben strano. Dovete certo avere ai vostri ordini forze miracolose, che vi permettono di indovinare i miei pensieri più segreti... E tuttavia continuate a metter su quell'assurda commedia per il popolo... non riesco davvero a far quadrare le cose... comunque... datemi qua un paio di quei vostri occhialoni!».
Celionati scoppiò in una fragorosa risata. «Ecco», esclamò, «ecco come siete tutti quanti! Finché ve ne andate a spasso con la testa sgombra e lo stomaco in buona salute non credete a niente altro che a ciò che toccate con le vostre mani, ma se vi capita un'indigestione del corpo o dello spirito, allora acchiappate avidamente tutto quanto vi viene offerto. Oh oh! Quel professore che ha lanciato la sua scomunica sui miei rimedi, così come su tutti gli altri mezzi simpatetici del mondo, il giorno dopo si trascinava con triste e patetica serietà verso il Tevere per gettare nelle sue acque, come gli aveva consigliato una vecchia mendicante, la sua pantofola sinistra, poiché era convinto di far annegare in tal modo anche una febbre perniciosa, che lo tormentava orribilmente; e quel sapiente signore tra tutti i sapienti signori portava nell'orlo del soprabito della polvere di erba calderina per guadagnarsi la fortuna nel gioco del pallone. Io lo so, signor Fava, con i miei occhiali voi volete guardare la vostra immagine di sogno, la principessa Brambilla; e invece in questo momento non vi riuscirà!... In ogni modo, prendete e provateci!».
Pieno di bramosia, Giglio afferrò i begli occhialoni luccicanti che Celionati gli offriva, e guardò verso il palazzo. Con sua meraviglia, le mura si erano trasformate in trasparente cristallo; ma ciò che si presentò alla sua vista non era altro che un variopinto e confuso intrico di ogni sorta di figure, e soltanto di tanto in tanto una scintilla elettrica attraversava il suo interno, annunciando la stupenda visione che invano sembrava volersi sottrarre a quel folle caos.
«Che tutti i maledetti diavoli dell'inferno vi portino con sé!», gridò allora una voce spaventevole proprio accanto a Giglio che, sprofondato nel suo osservare, si sentì all'istante agguantare per le spalle, «che tutti i maledetti diavoli dell'inferno vi possano...! Voi mi mandate in rovina. Tra dieci minuti devo alzare il sipario; voi avete la prima scena, e ve ne state qui a fissare a bocca aperta, da sciocco e folle, le vecchie mura di questo palazzo disabitato!».
Era l'impresario del teatro in cui recitava Giglio, che era corso per tutta Roma terrorizzato e in preda ai sudori della morte, alla ricerca del suo primo amoroso scomparso, per rintracciarlo infine dove meno se lo aspettava.
«Aspettate un momento!», esclamò Celionati, afferrando all'istante per le spalle con notevole fermezza il povero Giglio, il quale, simile a un palo conficcato a terra, non riusciva più a muoversi, «aspettate un momento!». E poi, a voce più bassa: «Signor Giglio, è possibile che domani, sul Corso, rivediate la vostra immagine di sogno. Ma sareste davvero un gran pazzo se voleste agghindarvi con una bella maschera, che vi sottrarrebbe alla vista della più affascinante. Quanto più essa sarà improvvisata, quanto più sarà brutta, tanto meglio! Un bel nasone, che porti con eleganza e serenità di spirito i miei occhiali! Quelli non dovete proprio dimenticarli!».
Celionati lasciò andare Giglio, e in un batter d'occhio l'impresario filò via con il suo amoroso veloce come il vento.
Il giorno dopo, fin dal mattino Giglio non trascurò di procurarsi un costume che, secondo il consiglio di Celionati, gli apparisse sufficientemente improvvisato e brutto. Uno stravagante cappuccio ornato da due lunghe penne di gallo, e poi una maschera sul viso provvista di un rosso naso a uncino che per la lunghezza spropositata e la forma appuntita superava tutti gli eccessi dei nasi più assurdi, e quindi un corpetto con bottoni enormi, non dissimile da quello di Brighella, una larga spada di legno... Lo spirito di sacrificio di Giglio nel predisporre tutto ciò, si arrestò solo quando arrivò a infilarsi un ampio pantalone a sbuffo che gli ricadeva sulle pantofole, nascondendo il più leggiadro piedistallo su cui avesse mai poggiato e fosse transitato un primo amoroso. «No», esclamò Giglio, «non è possibile che la serenissima non faccia alcun conto di una figura ben proporzionata, e che non se ne scappi via spaventata vedendomi così orribilmente deforme. Voglio proprio imitare quell'attore che, recitando in orribile travestimento la parte del mostro turchino nella commedia di Gozzi, da sotto la variopinta zampa del gatto tigrino riuscì a mostrare la mano bellissima che la natura gli aveva dato, e così, ancor prima della sua trasformazione, seppe conquistarsi il cuore di tutte le dame!... Ciò che a lui riuscì con la mano riesca a me col piede!». E così dicendo, Giglio si infilò un bel paio di pantaloni di seta azzurro cielo adorni di fiocchi rosso scuro, indossandoli su calze rosa e scarpe bianche con vaporosi fiocchi anch'essi rossi: tutto ciò faceva un bellissimo effetto, pur contrastando in modo alquanto stravagante con il resto del suo costume.
Giglio era perfettamente convinto che la principessa Brambilla gli sarebbe andata incontro con tutto il lusso e la magnificenza, circondata dal più splendido seguito; ma poiché non vedeva nulla, pensò che Celionati, dicendo che sarebbe riuscito a scorgere la principessa solo grazie agli occhiali magici, alludesse a chissà quale strano travestimento con il quale la bellissima si fosse camuffata.
Allora Giglio si mise a correre su e giù per il Corso, squadrando da capo a piedi tutte le maschere femminili, senza accorgersi dei punzecchiamenti generali, finché non giunse per caso in un luogo più appartato. «Buon signore, mio caro, mio buon signore!», si sentì chiamare da una voce nasale. Davanti a lui stava un tipo che, per la sua grandiosa comicità, superava tutto quanto egli avesse mai visto di quel genere. La maschera con la barbetta appuntita, gli occhiali, i capelli ispidi, la posizione del corpo tutto ripiegato in avanti per via delle spalle curve e il piede destro avanzato, parevano alludere a Pantalone; ma con tutto ciò non andava certo d'accordo il berretto che spioveva a punta sul davanti, ornato da due penne di gallo. E il corpetto, i calzoni e lo spadino di legno erano chiaramente quelli dell'egregio Pulcinella.
«Buon signore», disse Pantalone (così chiameremo questa maschera, nonostante le varianti del suo costume) a Giglio «mio buon signore! Che lieto giorno è questo, che mi regala il piacere, l'onore di incontrarla! Non potrebbe darsi il caso che lei appartenga alla mia famiglia?»
«Immensamente», replicò Giglio, inchinandosi con cortesia, «immensamente ne sarei felice, poiché lei, mio buon signore, mi piace davvero in modo straordinario, eppur non so proprio come una qualsivoglia parentela...»
«O Dio!», Pantalone interruppe Giglio, «o Dio! Mio buon signore, non è mai stato in Assiria?»
«Come un oscuro ricordo», rispose Giglio, «mi viene in mente che una volta stavo per intraprendere quel viaggio, ma non andai più in là di Frascati, dove quella carogna del vetturino mi buttò fuori davanti alla porta della città, e così il mio naso...»
«O Dio!», esclamò Pantalone, «è dunque vero?... Questo naso, queste penne di gallo... Mio carissimo principe!... Mio Cornelio!... Ma io vedo che lei impallidisce per la gioia di avermi ritrovato... O mio principe! Solo un sorsetto, un sorsetto solo!»...
Così dicendo, sollevò la grossa fiasca che gli stava davanti, e la porse a Giglio. E in quell'istante da essa emanò un sottile vapore rossastro, che si addensò fino a dar forma al soave viso della principessa Brambilla, e la piccola, cara immagine continuò a uscire, ma solo fino alla vita, tendendo le piccole braccine verso Giglio. Questi, ormai del tutto estasiato, esclamò: «Oh, esci dunque completamente fuori, che io possa ammirarti in tutta la tua bellezza!». Allora una voce dura e minacciosa gli risuonò nelle orecchie: «Tu, sciocco bellimbusto con il tuo celeste e rosa, come ti permetti di farti passare per il principe Cornelio!... Vattene a casa, dormici sopra, pezzo di babbeo!». «Screanzato!», urlò Giglio; ma accorsero altre maschere, si misero in mezzo, e Pantalone e la fiasca furono in un attimo scomparsi senza lasciar traccia.
CAPITOLO SECONDO
Di quello strano stato d'animo in cui chi si trova a capitarci si ferisce i piedi su pietre acuminate, dimentica di salutare persone distinte e, correndo, sbatte la testa contro porte chiuse. - Influenza di un piatto di maccheroni sull'amore e l'infatuazione. - Terribili pene dell'inferno degli attori e di Arlecchino. - Come Giglio non trovò la sua fanciulla e venne invece sopraffatto dai sarti e salassato. - Il principe nella bomboniera e l'amata perduta. - Come Giglio volle essere il cavaliere della principessa Brambilla perché gli era cresciuta una bandiera sulla schiena.
Amato lettore, non dovrai adirarti se colui che ha preso a narrare la storia avventurosa della principessa Brambilla proprio nel modo in cui l'ha trovata accennata negli arditi tratti di penna di Mastro Callot, ti spinge ad abbandonarti di buon grado, e almeno fino alle ultime righe di questo libriccino, al meraviglioso in esso contenuto, per quanto poco tu possa credervi... Ma forse, già nel momento in cui l'intera fiaba si è installata in Palazzo Pistoia, oppure quando la principessa Brambilla è emersa dal vapore azzurrino della damigiana, hai esclamato: «Che assurda pagliacciata!» e hai gettato via di malumore il volumetto, senza curarti delle belle incisioni!... E allora, tutto ciò che sto per dirti al fine di conciliarti con gli strani incantesimi del capriccio di Callot, arriverebbe troppo tardi, e questo sarebbe un bel guaio per me e per la principessa Brambilla! Ma forse non hai perduto la speranza che l'autore, intimidito da chissà quale altra folle creazione, che improvvisamente gli abbia sbarrato la strada e lo abbia costretto ad addentrarsi per una via traversa nel folto della selva, sia ora tornato alla ragione e abbia ripreso l'ampia via maestra, e ciò ti ha forse incoraggiato a continuare la lettura!... Buona fortuna!... Posso soltanto dirti, o benevolo lettore (ma forse tu già lo sai dalla tua stessa esperienza), che di tanto in tanto mi è riuscito di afferrare qualche favolosa avventura proprio nell'istante in cui essa, miraggio dello spirito agitato, stava per dissolversi nel nulla, dandole forma, cosicché ogni occhio dotato di forza visiva adatta a simili fenomeni è riuscito a scorgerla nella vita vera, e proprio perciò a crederle. Forse da qui mi è venuto il coraggio di continuare a coltivare apertamente il mio piacevole rapporto con ogni sorta di avventurose figure e con tante creature abbastanza straordinarie, di invitare persino le persone più serie a far parte di questa bizzarra e variopinta compagnia, e io mi auguro, caro lettore, che tu non prenda questo coraggio per arroganza, bensì per un perdonabile desiderio di attrarti fuori della cerchia ristretta dalla abituale vita quotidiana, e di offrirti un divertimento tutto particolare in un ambito estraneo, ma che tuttavia fa parte di quel regno che lo spirito umano, nella vita e nell'esistenza vere, domina con il suo libero arbitrio... E comunque, se tutto ciò non dovesse bastare, nella paura che ora mi assale, posso soltanto rifarmi a libri serissimi, nei quali accadono cose del tutto simili e sulla cui completa attendibilità non si può sollevare il benché minimo dubbio. In particolare, per quanto riguarda il corteo della principessa Brambilla, che senza difficoltà e con tutto il suo seguito di unicorni, cavalli e vetture è riuscito a passare per gli stretti portali di Palazzo Pistoia, già nella Storia straordinaria di Peter Schlemihl, del cui racconto siamo grati all'audace circumnavigatore del globo Adalbert von Chamisso, si parla di un certo affabile signore in grigio il quale compì un gioco di prestigio da far invidia a qualsiasi magia. Come è noto, egli infatti, su semplice richiesta, tirò fuori tranquillamente e senza alcuna difficoltà cerotto inglese, cannocchiale, tappeto, padiglione e infine carrozza e cavalli dalla stessa tasca della redingote... E dunque, per quel che ne è della principessa... Ma ora basta!... Tuttavia, ci sarebbe ancora da dire che spesso, nella vita, ci troviamo all'improvviso dinanzi alla porta spalancata di un meraviglioso e magico regno, cosicché ai nostri sguardi è consentito insinuarsi nel più intimo recesso di quel potente spirito, il cui respiro ci muove segretamente verso le più strane intuizioni; ma tu, amatissimo lettore, potresti a ragione obiettare di non aver mai veduto sfilare da quella porta un capriccio di tale follia, quale quello che pretendo di aver visto io. E perciò preferisco chiederti se mai nella vita ti sia accaduto di fare un sogno strano, da non potersi attribuire né allo stomaco imbarazzato, né allo spirito del vino o della febbre, ma in cui ti pareva invece che la straordinaria e sublime magica visione, che altrimenti ti aveva parlato solo per lontani presentimenti, in un segreto solidazio con il tuo spirito si fosse impadronita di tutto te stesso, mentre tu, tremante d'amore, non osavi né azzardavi abbracciare la dolce sposa che, ornata di rilucenti gioielli, era entrata nella cupa, sconsolata officina dei pensieri... che però, dinanzi allo splendore della magica visione, s'illuminava di vivi bagliori, mentre tutta la brama, tutta la speranza, l'intimo desiderio di catturare l'inesprimibile, si risvegliavano e crescevano e ardevano in lampi infuocati e tu avresti voluto soccombere in un innominabile dolore, ed essere solo lei, la splendida immagine magica! E serviva forse a qualcosa risvegliarsi dal sogno? Non restavi preda di quel rapimento senza nome, che nella vita esteriore tormenta l'anima con lancinante dolore, non restavi forse in questo stato d'animo? E tutto, intorno a te, non ti appariva deserto, squallido privo di colore? E non vaneggiavi forse che quel sogno fosse la tua vera esistenza, mentre tutto ciò che fino ad allora avevi creduto fosse la tua vita era solo un fraintendimento dei tuoi sensi offuscati? E tutti i tuoi pensieri non si focalizzavano in un unico punto che, calice ardente di un'estrema passione, proteggeva il tuo più dolce segreto dalla cieca, insensata agitazione della vita quotidiana?... Oh! in tale sognante stato d'animo ci si può ben ferire i piedi su pietre acuminate, dimenticare di togliersi il cappello dinanzi a persone di riguardo, dare agli amici il buongiorno a tarda sera, sbattere la testa contro la prima porta che capita, perché ci si dimentica di aprirla; in breve lo spirito porta il corpo come un vestito scomodo, che da ogni parte pare troppo largo, troppo lungo e mal fatto...
È in questa situazione che venne a trovarsi il giovane attore Giglio Fava, dopo aver inutilmente tentato per molti giorni di seguito di trovare la seppur minima traccia della principessa Brambilla. Tutto ciò che di meraviglioso incontrava sul Corso gli pareva soltanto la continuazione di quel sogno che gli aveva portato la bella, la cui immagine sorgeva ora dal mare sconfinato della nostalgia, in cui egli avrebbe voluto perdersi e annegare. Solo il suo sogno era vita, tutto il resto un nulla insignificante e vuoto; e così, ci si può ben immaginare come egli trascurasse completamente il suo mestiere d'attore a tal punto che, invece di pronunciare le battute della sua parte, si metteva a parlare della principessa Brambilla, giurando che avrebbe avuto la meglio sul principe assiro, che anzi egli stesso si sarebbe trasformato in principe, e infine nella ridda dei suoi pensieri si smarrì in un labirinto di discorsi folli e incomprensibili. Tutti lo prendevano ormai per pazzo; e primo fra tutti l'impresario, che alla fine lo licenziò in tronco, e così perse anche la sua magra paga. Quei pochi ducati che costui, per pura generosità, gli aveva buttato lì congedandolo, potevano bastare solo per un breve periodo, e poi c'era da aspettarsi la miseria più nera. Normalmente questa situazione avrebbe causato a Giglio grandi preoccupazioni e timori; ma ora non ci pensava neppure, poiché si librava in un cielo in cui non si ha bisogno dei ducati di questa terra.
Per quanto riguarda i comuni bisogni della vita, che non erano poi gran cosa, Giglio era solito placare la sua fame passando da uno dei tanti fritteroli che, come si sa, piazzano le loro cucine improvvisate in mezzo alla strada. Cosi avvenne che un giorno gli venne voglia di gustare un buon piatto di maccheroni, il cui profumo si spandeva tutt'attorno alla bancarella. Si avvicinò, ma quando fece per pagare il suo frugale pasto e tirò fuori il borsellino, rimase di stucco alla scoperta che dentro non c'era più neanche un baiocco. In quel momento si fece in lui prepotentemente largo il principio terreno, dal quale quello spirituale, per quanto si dia orgogliosamente da fare, viene tenuto in vergognosa schiavitù qui sulla terra. Giglio sentì come mai era accaduto prima che, nonostante fosse pieno dei più sublimi pensieri, desiderava davvero quella bella scodella di maccheroni che gli aveva fatto venire una fame incredibile, e cercò allora di garantire al fritterolo che il caso voleva non avesse con sé il denaro per pagare la pietanza che pensava di gustare, ma certo lo avrebbe fatto un altro giorno. Il cuoco gli rise in faccia, e rispose che anche se non aveva soldi poteva senz'altro soddisfare la sua fame; doveva soltanto lasciargli in pegno il bel paio di guanti che portava, oppure il cappello o la mantellina. Solo allora il povero Giglio vide davvero con chiarezza la terribile situazione in cui si trovava. E vide anche se stesso, mendicante coperto di stracci, ridotto a chiedere un piatto di minestra davanti ai conventi. Ma ancor più forte si sentì colpito al cuore quando, risvegliatosi dai suoi sogni, si accorse solo in quel momento della presenza di Celionati il quale, al suo solito posto dinanzi alla chiesa di San Carlo, intratteneva il popolo con le sue consuete fandonie; vedendolo, costui gli gettò un'occhiata nella quale Giglio credette di leggere un atroce scherno... E la sua stupenda visione di sogno era scomparsa nel nulla, dileguato ogni dolce presagio. Per lui era certo che quel pazzo di Celionati lo aveva ammaliato con ogni sorta di diavolerie e d'incantesimi, e che, sfruttando con sardonico e maligno piacere la sua sciocca vanità, si era preso indegnamente gioco di lui con la storia della principessa Brambilla.
Fuggì via furioso da lì; e non sentiva più neanche la fame, poiché pensava soltanto a come vendicarsi di quel vecchio stregone. Egli stesso non avrebbe saputo dire quale strano sentimento, nonostante tutto il furore e tutta l'ira, si stesse facendo strada nel suo animo, e lo costringesse a fermarsi, quasi che uno sconosciuto incantesimo lo tenesse improvvisamente prigioniero... "Giacinta!", qualcosa gridò in lui. Egli si trovava infatti dinanzi alla casa in cui abitava la fanciulla, le cui ripide scale egli aveva tanto spesso salito nell'ora incantata del crepuscolo. E qui ripensò a come l'illusoria immagine di sogno avesse suscitato all'inizio l'indignazione della fanciulla, a come poi egli l'avesse abbandonata senza più rivederla e senza più pensare a lei, e così aveva perduto l'innamorata, era caduto in disgrazia e in miseria, tutto a causa delle sciagurate e folli burle di Celionati. Completamente immerso nella tristezza e nel dolore non riusciva a tornare in sé, finché non si fece largo la decisione di salire da Giacinta per riconquistarsi la sua benevolenza, costasse quel che costasse... Detto fatto... Ma quando bussò alla porta di Giacinta, all'interno il silenzio rimase di tomba... Avvicinò l'orecchio, ma non si percepiva neanche un respiro. Allora chiamò a voce alta e lamentosa più volte il nome di Giacinta; e quando neppure così ricevette risposta, incominciò a profferire le più toccanti ammissioni della propria follia; e sosteneva che era stato il diavolo in persona ad ammaliarlo, nei panni del maledetto ciarlatano Celionati, terminando poi con le più sperticate assicurazioni del suo profondo rimorso e del suo ardente amore.
Allora da sotto risuonò una voce: «Vorrei proprio sapere chi è quell'asino che, qui in casa mia, si scioglie in lamenti e piange prima del tempo, perché ci manca ancora un bel pezzo al mercoledì delle Ceneri!». Era il signor Pasquale, il grasso padrone di casa, che veniva salendo con fatica le scale e che, vedendo Giglio, gli gridò: «Ah, siete voi, signor Giglio? Ditemi un po', chi è lo spirito maligno che vi porta a piagnucolare gli "oh" e gli "ah" di qualche vostra stupida tragedia davanti a questa stanza vuota?». «Stanza vuota?», esclamò allora Giglio, «che stanza vuota? Per tutti i santi del Paradiso, signor Pasquale, ditemi, dov'è Giacinta? Dove si trova, lei, la mia vita, il mio tutto?». Il signor Pasquale fissò Giglio in faccia, e disse poi calmo calmo: «Signor Giglio, io so quel che vi è capitato; tutta Roma ha saputo che avete dovuto abbandonare le scene perché vi ha dato di volta il cervello... Andate dal dottore, andate dal dottore, fatevi salassare un paio di libbre di sangue, mettete la testa sotto l'acqua fredda!». «Se non sono ancora pazzo», replicò Giglio concitato, «se non sono ancora completamente pazzo, lo diventerò presto, se non mi dite all'istante che ne è stato di Giacinta». «Non crederete» continuò il signor Pasquale senza perdere la calma, «non crederete davvero di darmi a bere che non siete al corrente del fatto che, otto giorni fa, Giacinta se n'è andata da casa mia, e che poi la vecchia Beatrice l'ha seguita?».
Ma quando Giglio, fuori di sé dalla collera, gridò: «Dov'è Giacinta?», afferrando violentemente per il bavero il grasso padrone di casa, costui prese a gridare: «Aiuto! aiuto! Assassino!», tanto forte che tutta la casa si mise in agitazione. Allora sbucò uno zoticone d'un servo grande e grosso che, afferrato il povero Giglio e trascinatolo giù per le scale, lo scaraventò fuori dalla casa con una leggerezza tale che sembrava avesse tra le mani una bambola di stracci.
Senza far troppo caso alla brutta caduta, Giglio si rimise in piedi e cominciò a correre, ora davvero spinto attraverso le strade di Roma da una specie di follia. Un certo istinto, che nasceva dall'abitudine, lo portò in teatro, anzi fin dentro i camerini degli attori, proprio mentre suonava l'ora in cui egli era solito affrettarvisi. Soltanto lì si rese conto di dove si trovasse, ma con quale meraviglia, in quel luogo in cui normalmente eroi tragici paludati d'oro e d'argento incedono con assoluta gravità ripetendo versi magniloquenti con i quali si ripromettono di generare nel pubblico meraviglia e furore, si vide invece circondato da Pantalone e da Arlecchino, da Truffaldino e da Colombina, insomma da tutte le maschere della Commedia dell'Arte. Egli restò là, come abbarbicato a terra, a guardarsi attorno con occhi spalancati come uno che, svegliatosi improvvisamente dal sonno, si veda attorniato da una compagnia strana e bizzarra, a lui del tutto ignota.
L'aspetto confuso e preoccupato di Giglio dovette far venire all'impresario una specie di rimorso di coscienza, che lo trasformò all'improvviso in un uomo cordiale e pieno di cuore.
«Dunque vi meravigliate», disse al giovane, «vi meravigliate certo, signor Fava, di trovare qui tutto cambiato dal tempo in cui mi avete abbandonato? Ma vi devo confessare che tutte quelle azioni patetiche, che per solito facevano la fama e il vanto del mio teatro, avevano cominciato ad annoiare il pubblico a un punto tale che anch'io ero preso dallo stesso tedio, anche perché la mia borsa cadeva sempre più in una miserevole condizione di vero e proprio dissanguamento. Allora ho mandato al diavolo tutta quella roba tragica, e ho aperto il mio teatro al libero scherzo, alle aggraziate celie delle nostre maschere, e me ne sono trovato davvero contento!».
«Ah!», esclamò Giglio con le guance infuocate, «ah, signor impresario, ammettette dunque che la mia partenza ha distrutto le vostre tragedie! Con la caduta dell'eroe è venuta meno anche la folla, che prima era animata dal suo respiro?».
«Quanto a questo», replicò l'impresario ridacchiando, «quanto a questo, meglio non andare troppo a fondo! E comunque mi sembrate di malumore, e dunque vi prego, andate giù e guardate la mia pantomima! Forse vi rallegrerà, e forse vi farà anche mutare d'intendimento e tornerete a recitare per me, per quanto in un modo del tutto differente; perché certo sarebbe possibile che... ma ora andate, andate! Eccovi qui una contromarca, venite nel mio teatro ogni volta che vi piace!».
Giglio fece ciò che gli era stato detto, più per cupa indifferenza verso tutto ciò che gli stava intorno che per vero desiderio di assistere alla pantomima.
Non lontano da lui stavano due maschere, sprofondate in una animata conversazione. Giglio udì fare spesso il suo nome; ciò lo risvegliò dal suo torpore, e allora scivolò più vicino, con il cappotto alzato fino agli occhi, a coprire il viso, per poter ascoltare tutto senza esser riconosciuto.
«Avete ragione», diceva una di esse, «è colpa di Fava se in questo teatro non si possono più mettere in scena tragedie. Ma a differenza di voi, questa colpa la cerco e la trovo non nella sua uscita dal teatro, bensì nella sua entrata». «Com'è possibile?», chiese l'altra. «Dunque», continuò la prima, «io da parte mia, nonostante il fatto che egli sia spesso e volentieri riuscito a far furore, ho sempre pensato che fosse l'attore più pietoso che sia mai esistito. Bastano forse due occhi scintillanti, un paio di belle gambe, un abito elegante, penne colorate sul berretto e nastri sgargianti sulle scarpe a fare il giovane eroe tragico? In effetti, quando Giglio appariva sulla scena con quei suoi misurati passettini da ballerino, quando, senza curarsi degli altri attori, faceva l'occhiolino verso i palchi e, fissandosi in una posa stranamente leziosa, dava modo alle belle di ammirarlo, allora davvero mi appariva come un giovane e sciocco galletto variopinto che si pavoneggi al sole. Quando poi, con occhi stralunati, fendendo l'aria con le mani, sollevandosi subito sulle punte dei piedi, o piegandosi in due come un temperino, declamava versi stentati con la sua voce stridula, ditemi, qual umano, ragionevole petto poteva in tal modo commuoversi davvero? Ma noi italiani siamo fatti così; ci piace l'eccesso, che per un momento ci scuote nel profondo, ma che poi disprezziamo, non appena ci accorgiamo che ciò che abbiamo preso per un essere vivo altro non è che una bambola priva di vita che, tirata ad arte dai fili, ci ha ingannato con i suoi bizzarri movimenti. E lo stesso sarebbe successo anche con Fava: poco a poco sarebbe miseramente arrivato alla fine, se non avesse affrettato da se stesso la sua morte precoce». «Mi pare», così l'altra prese la parola, «mi pare che voi giudichiate troppo duramente il povero Fava.
Quando lo definite vanesio e manierato, quando sostenete che egli non ha mai portato sulla scena un personaggio ma solo se stesso, e che ha sempre cercato di strappare applausi in modo anche indecoroso, potete anche aver ragione, ma si deve ammettere che aveva davvero talento, e il fatto che alla fine sia sprofondato nella follia deve muoverci a compassione, tanto più che causa della sua pazzia è stato proprio lo sforzo della recitazione». «Ma questo», replicò la prima ridendo, «questo non lo dovete credere! Potete davvero immaginarvi che Fava sia diventato pazzo per pura e semplice smania amorosa? Egli è convinto che una principessa si sia innamorata di lui, e ora la insegue per mari e per monti... E, al contempo, è diventato povero in canna per la sua fannullonaggine, tanto che oggi ha dovuto lasciare in pegno guanti e cappello a un fritterolo per un piatto di maccheroni al dente». «Ma che dite?», esclamò l'altra maschera, «è mai possibile che sia pazzo a tal punto?... Ma al povero Giglio, che comunque ci ha allietato tante serate, dovremmo in un modo o nell'altro far arrivare un po' d'aiuto. Quel cane d'un impresario, a cui ha fatto entrar in tasca parecchi ducati, dovrebbe metterci del suo e non lasciarlo andare in malora». «Non è necessario», disse la prima maschera, «visto che la principessa Brambilla, che conosce la sua follia e la sua miseria, e che, come tutte le donne, ritiene qualsiasi follia amorosa non soltanto perdonabile, ma anche bella, ed è disposta a indulgere a compassione, gli ha appena fatto arrivare di nascosto un piccolo borsellino pieno di ducati». Udendo le parole dello sconosciuto Giglio infilò meccanicamente e quasi senza accorgersene la mano in tasca e sentì davvero un piccolo borsellino pieno di tintinnanti monete d'oro, che doveva esservi stato messo per volere della sognata principessa Brambilla. Qualcosa di simile a una scossa elettrica gli passò attraverso il corpo. Ma non riuscì a far posto alla gioia per quel miracolo che, proprio nel momento giusto, lo salvava da una situazione disperata, poiché fu preso dai sudori freddi per la paura. Si vide infatti come un giocattolo abbandonato alla mercé di forze ignote, e stava quasi per precipitarsi sulle due maschere sconosciute, ma nello stesso istante si rese conto che esse, dopo quel fatale colloquio, erano scomparse nel nulla.
Di tirar fuori dalla tasca il borsellino, per convincersi ancor più concretamente della sua esistenza, Giglio non osava, temendo che gli si dileguasse tra le mani come un miraggio. E abbandonandosi così completamente ai suoi pensieri, e facendosi intanto sempre più calmo, cominciò a pensare che tutto ciò che era stato portato a credere fosse l'incantesimo di forze magiche e burlone, forse in fondo era solo un semplice scherzo che Celionati, stravagante e capriccioso, dirigeva dalle quinte oscure e profonde mediante fili invisibili solo a lui. Pensò anche che lo sconosciuto stesso avrebbe potuto infilargli il borsellino in tasca nella confusione della folla, e che tutto ciò che costui aveva detto della principessa Brambilla poteva non essere altro che il seguito della burla che Celionati aveva incominciato. Ma proprio mentre nel suo animo tutta la magia si trasformava in modo del tutto naturale in una cosa banale, nella quale egli intendeva risolvere l'intera faccenda, in lui si ravvivò nuovamente tutto il dolore per le ferite infertegli dal suo impietoso critico. Nell'inferno degli attori non possono esistere tormenti più atroci degli attacchi diretti al cuore contro la loro vanità. E la vulnerabilità stessa di questo punto, il sentimento di disarmata debolezza, nell'accresciuto scoramento accresce anche il dolore delle percosse, il quale, se anche egli cerca di reprimerlo o di lenirlo mediante mezzi convenienti, gli fa percepire ancor più quanto sia stato davvero colpito... Così Giglio non riusciva a liberarsi della fatidica immagine del giovane galletto assurdamente variopinto che pieno di sé si pavoneggia al sole e tanto più violentemente si arrabbiava e si rodeva per via di essa, quanto più nel suo animo e pur senza volerlo doveva forse ammettere che la caricatura rispecchiava veramente l'originale.
E certo non si sbaglia a dire che Giglio, nella sua irritazione, non guardò affatto il palcoscenico e non fece attenzione alla pantomima, anche se la sala riecheggiava spesso delle risa, degli applausi, delle urla di gioia degli spettatori.
La pantomima non rappresentava altro che le avventure amorose, ripetute in cento e cento variazioni, dell'ottimo Arlecchino con la dolce, capricciosa e incantevole Colombina. Già la bella figlia del vecchio e ricco Pantalone aveva rifiutato la sua mano al Cavaliere dalle vesti rilucenti e ornate e al saggio Dottore, dichiarando ai quattro venti che non avrebbe amato e sposato altri che il piccolo, agile uomo dalla faccia nera e dal costume fatto di cento stracci multicolori rattoppati insieme, già Arlecchino aveva preso la fuga insieme alla sua fedele fidanzata e, protetto da un potente incantesimo, era felicemente sfuggito all'inseguimento di Pantalone, di Truffaldino, del Dottore e del Cavaliere. E ora si era arrivati al punto in cui Arlecchino, mentre amoreggiava con la sua fidanzata, veniva sorpreso dagli sbirri, e insieme con lei avrebbe dovuto venir condotto in prigione. Cosa che avveniva davvero; ma proprio nel momento in cui Pantalone con il suo seguito stava per mettere alla berlina la disgraziata coppia, e Colombina, addolorata, implorava in ginocchio e tra mille lacrime la salvezza del suo Arlecchino, questi sguainava la spatola, e da tutte le parti, dalla terra, dall'aria accorrevano graziosissimi, splendenti esseri di bellissimo aspetto, si inchinavano profondamente dinanzi a lui e lo portavano in trionfo insieme a Colombina. Pantalone, rimasto di stucco per la sorpresa, si lasciava ora cadere, completamente distrutto, sulla panchina di pietra che si trovava nella prigione, e invitava il Cavaliere e il Dottore a prendervi anch'essi posto; tutti e tre si mettevano a discutere su cosa ora si potesse fare. Truffaldino si metteva dietro di loro, infilava curioso la testa tra l'uno e l'altro, senza volerne sapere di andarsene, sebbene da tutte le parti gli piovessero sonori ceffoni. Ora però volevano alzarsi, ma si trovavano per incantesimo inchiodati alla panchina, alla quale improvvisamente spuntavano un paio di grandiose ali, e così a bordo di un mostruoso avvoltoio e tra alte grida d'aiuto, l'intera compagnia se ne volava via... Ora il carcere si trasformava in un'ampia sala a colonnato, adorna di ghirlande di fiori, nel cui centro si innalzava un trono coperto di ricchi drappi. Si sentiva poi una bella musica di tamburi, pifferi e cembali. Si avvicinava un luccicante corteo; Arlecchino veniva portato su un palanchino da quattro mori, ed era seguito da Colombina, seduta in un magnifico cocchio trionfale.
Entrambi venivano accompagnati sul trono da ministri dai ricchi abiti, Arlecchino sollevava la spatola come scettro, tutti gli si inginocchiavano davanti rendendogli omaggio, e si scorgeva anche Pantalone con i suoi in mezzo al popolo inginocchiato e osannante. Arlecchino regnava, potente imperatore, insieme alla sua Colombina, su di un regno bello, fantastico, luminoso!
Ma non appena il corteo fu in mezzo alla scena, e Giglio gettò uno sguardo all'insù, pieno di meraviglia e di sorpresa non riuscì più a distoglierlo, poiché vi riconobbe tutti i personaggi del corteo della principessa Brambilla, gli unicorni, i mori, le dame che lavoravano a tombolo tra le orecchie delle mule. Né mancava il venerando dotto e uomo di stato nel tulipano luccicante d'oro, il quale passando aveva alzato gli occhi dal libro e pareva fare amichevoli cenni del capo verso Giglio. Soltanto, al posto della carrozza di specchi tutta chiusa della principessa, Colombina sfilava su un cocchio trionfale aperto.
Nell'animo di Giglio stava per prender forma l'oscuro presentimento che anche questa pantomima potesse essere in misterioso rapporto con tutte le cose straordinarie che gli erano accadute; ma proprio come chi sogna tenta invano di afferrare le immagini che nascono in realtà dal proprio Io, anche Giglio non riusciva ad approdare ad alcun pensiero chiaro circa una possibile relazione tra le due situazioni.
Nel caffè lì accanto Giglio ebbe modo di persuadersi che i ducati della principessa Brambilla non erano un miraggio, ma che anzi avevano suono e conio davvero ottimi. "Hm!", pensò, "Celionati mi ha infilato in tasca il borsellino per grande bontà d'animo e per compassione, ma io voglio saldare il mio debito non appena tornerò a furoreggiare al Teatro Argentina, cosa che certamente avverrà, perché solo l'invidia più feroce, la cabala più implacabile poteva far gridare ai quattro venti che io sia un cattivo attore!". Il sospetto che il denaro provenisse da Celionati aveva le sue buone ragioni d'essere, poiché in realtà il vecchio lo aveva già altre volte aiutato a uscire da situazioni difficili. Ma intanto gli fece un effetto strano quando trovò ricamate sul grazioso borsellino le parole: «Ricordati della tua immagine di sogno!». Egli stava osservando tutto pensieroso l'iscrizione, quando qualcuno gli gridò nell'orecchio: «Alla fine ti trovo, traditore, infedele, mostro di falsità e d'ingratitudine!». Era stato acchiappato da un Dottore sformato per la grassezza, che ora senza tanti complimenti prendeva posto davanti a lui, continuando con ogni sorta di improperi. «Che volete da me? Siete pazzo, folle?», gridò Giglio; ma a quel punto il Dottore si tolse la brutta maschera dal viso, e Giglio riconobbe la vecchia Beatrice. «Per tutti i santi del paradiso!», esclamò Giglio completamente fuori di sé, «siete voi, Beatrice?... E dov'è Giacinta? Dov'è la dolce, leggiadra fanciulla?... Il mio cuore è spezzato per l'amore e la nostalgia! Dov'è Giacinta?». «Chiedete pure», replicò la vecchia scontrosa, «chiedete pure, uomo pazzo e insensato! In prigione sta la povera Giacinta, e lì languisce la sua gioventù, e la causa di tutto questo siete proprio voi. Perché se non avesse avuto la testolina piena di voi, se avesse avuto un po' più di pazienza, non si sarebbe punta il dito cucendo la guarnizione sull'abito della principessa Brambilla, e non vi avrebbe fatto quell'orribile macchia, e così il degno Mastro Bescapi, che il diavolo se lo porti, non avrebbe preteso da lei il risarcimento del danno e poi non l'avrebbe fatta mettere in galera, una volta che non eravamo riuscite a raggranellare il denaro che chiedeva... Voi avreste potuto essere d'aiuto... ma proprio allora il signor fannullone d'un attore ha pensato bene di far fagotto...». «Basta!», Giglio interruppe la vecchia chiacchierona, «è colpa tua, che non sei corsa da me a dirmi tutto. La mia vita per la divina!... Se non fosse già mezzanotte, correrei da quell'odioso Bescapi... questi ducati... la mia bambina sarebbe libera nel giro di un'ora; e allora, che m'importa che sia mezzanotte? Via, via, a salvarla!». E subito Giglio volò via. La vecchia gli rise dietro sorniona...
Ma come spesso accade, quando nella più grande foga di far qualcosa, dimentichiamo proprio l'aspetto più importante, così Giglio, dopo esser corso a perdifiato per le vie di Roma, si rese conto solo allora che avrebbe dovuto informarsi con la vecchia riguardo all'abitazione di Bescapi, che gli era completamente sconosciuta. Ma il caso o il destino vollero tuttavia che egli, capitato alla fine in piazza di Spagna, si trovasse proprio di fronte alla casa di Bescapi quando esclamò ad alta voce: «Lo sa solo il diavolo dove sta di casa Bescapi!». Immediatamente uno sconosciuto lo prese sottobraccio e lo condusse in casa, dicendogli intanto che Mastro Bescapi abitava proprio lì, e che egli poteva senz'altro ancora ritirare la maschera che forse aveva ordinato. Entrato nella stanza, e poiché Mastro Bescapi non era in casa, l'uomo lo pregò di indicargli egli stesso il costume che aveva scelto; forse si trattava di un semplice tabarro, oppure... Ma Giglio agguantò per il collo quell'uomo, che non era altri che un semplice lavorante sarto, parlando così confusamente di macchie di sangue, di prigione, di pagamenti e di liberazione immediata, che il garzone restò a fissarlo negli occhi sbalordito e a bocca aperta, senza esser capace di replicar parola. «Maledetto! Lo fai apposta a non capirmi: portami qui all'istante il tuo padrone, quel cane dannato!». Così gridava Giglio, avvinghiato al garzone. Ma anche qui gli successe come in casa del signor Pasquale. Il garzone strillava in modo tale che da ogni parte accorse gente. Bescapi stesso si precipitò dentro; ma non appena lui scorse Giglio, esclamò. «Per tutti i santi, è l'attore impazzito, il povero signor Fava! Tenetelo, gente, tenetelo forte!». E allora tutti gli furon sopra, facilmente ebbero la meglio, gli legarono mani e piedi, e lo sdraiarono sopra un letto. Bescapi gli si avvicinò; e proprio a lui Giglio si mise a fare mille amari rimproveri per la sua tirchieria, per la sua crudeltà, e parlò dell'abito della principessa Brambilla, della macchia di sangue, del pagamento, e così via. «Calmatevi ora», diceva Bescapi dolcemente, «calmatevi ora dunque, carissimo signor Giglio, fate sparire i fantasmi che vi tormentano! Fra pochi minuti tutto vi apparirà diverso».
Ciò che Bescapi intendeva si vide subito; poiché infatti entrò un chirurgo e, senza far caso alle sue proteste, tagliò al povero Giglio una vena per salassarlo. Stremato per tutti i casi della giornata e per il salasso, il povero Giglio cadde in un sonno profondissimo e simile a un deliquio.
Quando si svegliò, era notte fonda tutt'intorno a lui; solo a fatica gli riuscì di ricordarsi di ciò che gli era accaduto nelle ultime ore; sentì che lo avevano sciolto, ma per la stanchezza non poteva quasi muoversi né fare un gesto. Attraverso una fessura che si trovava forse in una porta entrò infine nella stanza un fioco raggio di luce, e allora gli sembrò di percepire un respiro profondo, e poi un leggero bisbiglio, che piano piano si trasformò in parole comprensibili: «Siete davvero voi, mio carissimo principe?... E in questo stato? Così piccolo, così piccolo, che io credo potreste entrare nella mia bomboniera!... Ma non crediate davvero che io per questo vi stimi o vi consideri di meno; non so forse io che voi siete un signore così amabile e prestante, e che io ora sto solo sognando?... Abbiate dunque soltanto la bontà di mostrarvi a me domani, non foss'altro che con la voce sola!... Gettate il vostro sguardo su questa povera fanciulla, infatti è proprio così che dovrebbe avvenire, altrimenti...» e qui le parole si affievolirono in un confuso bisbiglio... La voce aveva qualcosa di insolitamente dolce, affascinante; Giglio si sentì attraversato da un brivido misterioso; ma proprio mentre cercava con tutte le forze di tendere l'orecchio, quel mormorio, che quasi si poteva paragonare al sussurro di una fonte vicina, lo fece di nuovo cadere in un sonno profondo... Il sole risplendeva chiaro nella stanza quando un tocco leggero destò Giglio dal sonno. Mastro Bescapi stava dinanzi a lui e parlava, prendendogli la mano e ridendo di buon umore: «Non è forse vero che vi sentite meglio, mio caro signore? Ma certo, grazie a Dio! Siete ancora un po' pallido, ma il polso è regolare. Il cielo ha voluto che, in quel terribile attacco di parossismo, vi si conducesse in casa mia e che mi fosse permesso di rendere un piccolo servigio a voi, che io considero il più straordinario attore di Roma, la cui perdita ci ha tutti gettati nella più nera tristezza». Le ultime parole di Bescapi furono davvero un potente balsamo per le sue ferite aperte; e in quella Giglio però fece, tutto serio e cupo: «Signor Bescapi, non ero né malato né pazzo quando entrai in casa vostra. Voi siete stato davvero crudele a far mettere in prigione la mia bellissima fidanzata, la povera Giacinta Soardi, perché non aveva potuto ripagarvi un bell'abito che vi aveva rovinato, ma che dico, santificato, facendovi cadere sopra il suo roseo icòre che sgorgava da una ferita che si era procurata con l'ago da ricamo nel delicato ditino. Ditemi dunque subito quanto pretendete per quell'abito; io vi pagherò questa somma, e poi andremo all'istante a liberare quella dolce, meravigliosa bambina dalla prigione in cui langue a causa della vostra avarizia». Così dicendo, Giglio si alzò dal letto più in fretta che poté, tirando fuori dalla tasca il borsellino pieno di ducati che, se fosse stato necessario, era deciso a vuotare completamente. Ma Bescapi lo fissò allora con occhi spalancati, dicendo: «Come avete potuto mettervi in testa una storia tanto assurda, signor Giglio? Non ne so un accidente di un abito che Giacinta mi avrebbe rovinato, né di una macchia di sangue, né di far andare in prigione qualcuno!». Ma quando Giglio ebbe raccontato di nuovo tutta la storia, così come l'aveva appresa da Beatrice, ed ebbe descritto in particolare il bel vestito che egli stesso aveva visto da Giacinta, allora Mastro Bescapi si disse più che certo che la vecchia si fosse presa gioco di lui; poiché in tutta quella bella storia egli poteva senz'altro dire che non c'era un briciolo di verità, e che oltretutto egli non aveva mai e poi mai dato a Giacinta in lavorazione un abito simile a quello che Giglio credeva di aver visto. Giglio non riusciva a scorgere alcuna malafede nelle parole di Bescapi, perché non si poteva capire come mai costui non avrebbe dovuto prendere il denaro che gli veniva offerto, e così alla fine si convinse che anche qui agiva la potente stregoneria di cui ormai era in balìa. Che altro restava da fare, se non abbandonare la casa di Mastro Bescapi, e restare in attesa della buona sorte che forse avrebbe ricondotto tra le sue braccia la bella Giacinta, per la quale ora ardeva di nuovo d'amore?
Davanti alla porta di Bescapi stava però una persona che Giglio si sarebbe augurato essere mille miglia lontano, vale a dire il vecchio Celionati. «Ehi!», costui chiamò Giglio ridendo, «ehi, siete davvero un'anima buona a voler gettare al vento per la vostra fidanzata, che non è neanche più tale, quei vostri ducati, che la buona sorte vi ha fatto arrivare». «Siete davvero», replicò Giglio, «siete davvero un uomo temibile e crudele!... Cosa vi spinge a immischiarvi nella mia vita? A impadronirvi della mia esistenza?... Vi vantate di un'onniscienza, che credo vi costi ben poca fatica... giacché mi circondate di spie, che sanno di me vita, morte e miracoli... sobillate tutto e tutti contro di me... è a voi che devo la perdita della mia Giacinta, del mio posto... a voi e ai vostri mille malefici». «Ecco qua», esclamò Celionati scoppiando a ridere, «ecco qua il mio bel guadagno a essermi interessato così tanto dell'importantissima persona del signor ex attore Giglio Fava!... E tuttavia, Giglio, ragazzo mio, tu hai davvero bisogno di un tutore che ti riporti sulla retta via, che ti diriga verso uno scopo». «Sono maggiorenne», disse Giglio, «e vi prego, signor ciarlatano, di lasciarmi fare tranquillamente i fatti miei». «Oh, oh!», replicò Celionati, «solo non siate tanto arrogante! E poi? Se io avessi in serbo per te buone, anzi ottime occasioni, se volessi la tua massima felicità sulla terra, se facessi da tramite fra te e la principessa Brambilla?». «Oh Giacinta, Giacinta, oh me infelice, che t'ho perduta! C'è mai stato nella mia vita un giorno più nero e disgraziato di ieri?». Così si lamentava Giglio completamente fuori di sé. «Via, via», disse Celionati cercando di calmarlo, «in fondo la giornata di ieri non è stata del tutto disgraziata. Già i buoni insegnamenti che avete ricevuto in teatro vi sono stati abbastanza salutari, e vi hanno frenato proprio quando stavate per dare in pegno guanti, cappello e mantello per un piatto di maccheroni al dente; e poi avete assistito a quella che si può definire la più straordinaria rappresentazione del mondo, poiché esprime quanto c'è di più profondo senza bisogno di parole; e poi vi siete ritrovato in tasca proprio i ducati che vi mancavano...». «E che venivano da voi, proprio da voi, lo so», lo interruppe Giglio. «E se anche così fosse», proseguì Celionati, «la cosa non cambia affatto; ma basta, voi avete ricevuto l'oro, vi siete rimesso in sesto lo stomaco, siete entrato felicemente in casa di Bescapi, dove vi è stato rifilato un utile e proficuo salasso, e infine avete dormito sotto lo stesso tetto della vostra innamorata!». «Che dite?», saltò su Giglio, «che dite? Con la mia innamorata? con la mia innamorata sotto lo stesso tetto?» «Proprio così», rispose Celionati, «guardate un po' lassù!».
Giglio eseguì, e cento fulmini gli attraversarono il petto quando scorse sul balcone la sua dolce Giacinta, elegantemente vestita e più graziosa, più attraente che mai, e dietro a lei la vecchia Beatrice. «Giacinta, mia Giacinta, dolce vita mia», esplose pieno di passione. Ma Giacinta gli gettò un'occhiata piena di disprezzo, e lasciò il balcone, mentre Beatrice la seguiva all'istante.
«Continua con le sue dannate smorfie», disse Giglio sconsolato; «ma anche questo passerà». «È difficile!», prese a dire Celionati, «poiché, mio buon Giglio, voi certo non sapete che nello stesso momento in cui voi audacemente correvate dietro alla principessa Brambilla, un principe bello e prestante si è invaghito della vostra donna, e a quanto pare...». «Per tutti i diavoli dell'inferno!», gridò Giglio, «quel vecchio diavolo di Beatrice ha fatto da ruffiana; ma io l'avvelenerò con la polvere per i topi, quella vecchia scellerata, e al dannato principe pianterò un coltello nel cuore...». «Lasciate perdere tutto questo!», lo interruppe Celionati, «lasciate perdere, buon Giglio, andatevene tranquillo a casa, e fatevi salassare ancora un poco se vi vengono brutti pensieri! Che Dio vi accompagni. Ci rivediamo presto sul Corso...». E così dicendo Celionati si affrettò ad attraversare la strada.
Giglio restò lì come abbarbicato a terra, gettando sguardi rabbiosi verso il balcone, digrignando i denti e mormorando le più orribili imprecazioni. Ma quando Mastro Bescapi mise la testa fuori dalla finestra, pregandolo comunque di entrare ad aspettare dentro casa la nuova crisi che pareva imminente, Giglio, credendolo unito in complotto con la vecchia ai suoi danni, gli gridò in faccia: «Maledetto ruffiano!», e corse via da lì come impazzito.
Sul Corso incontrò alcuni vecchi compagni, con i quali entrò in una vicina osteria, per far dileguare tutto il suo malumore, tutte le sue pene d'amore, tutta la sua disperazione, nella vampa di un infuocato vino di Siracusa.
Normalmente una decisione del genere non è davvero la più consigliabile; poiché lo stesso fuoco che divora il malumore, divampando indomabile, fa anche sì che dentro bruci tutto ciò che in genere si desidera preservare dalle fiamme; ma per Giglio andò tutto bene. Abbandonandosi con piacere alla gradevole e vivace conversazione con gli attori, a ogni sorta di ricordi di buffe avventure teatrali, egli dimenticò veramente tutte le disgrazie che gli erano successe. Separandosi, si dettero appuntamento per la sera sul Corso, decidendo di comparire con le maschere più pazze che si potessero inventare.
Il costume che aveva già una volta indossato parve a Giglio sufficientemente mostruoso; questa volta però non esitò neanche a infilarsi quello stravagante paio di pantaloni lunghi, e per di più attaccò il mantello a un bastone dietro le spalle, cosicché sembrava quasi che gli fosse spuntata una bandiera sulla schiena. Così acconciato si mise a percorrere le strade avanti e indietro, abbandonandosi allo sfrenato piacere di non preoccuparsi più né per la sua immagine di sogno, né per l'innamorata perduta.
Ma rimase davvero di stucco quando, poco lontano dal Palazzo Pistoia, improvvisamente gli si parò davanti un'alta, nobile figura, che indossava quel magnifico abito, vestita del quale una volta Giacinta l'aveva sorpreso, o meglio, quando scorse davanti a sé la sua immagine di sogno, proprio come se fosse stata vera. Attraverso tutte le membra gli passò come un fulmine; ma egli stesso non sapeva come quell'angoscia, quella paura della passione d'amore che di solito riesce a paralizzare i sensi, di fronte alla superba immagine dell'amata si fossero invece improvvisamente volatilizzate, per far posto a un lieto coraggio e a un tale piacere quali mai aveva provato nel suo animo. Il piede destro in avanti, il petto in fuori, le spalle ben erette, egli si mise subito nella posa più elegante, in cui era solito recitare le parti più straordinarie, si tolse dalla ispida parrucca il berretto con le lunghe e appuntite penne di gallo e iniziò a parlare, mantenendo sempre il tono nasale che si adattava al suo travestimento, e guardando costantemente fissa attraverso gli occhialoni la principessa Brambilla (poiché di lei si trattava, non c'era il minimo dubbio): «La più splendida delle fate, la più nobile delle dee si aggira sulla terra; l'invidiosa cera della maschera nasconde la trionfante bellezza del suo volto, ma dallo splendore che lo circonda si irraggiano mille lampi che colpiscono il petto del vecchio come del giovane, e tutti infiammati d'amore e di passione rendono omaggio alla divina».
«Ma», replicò la principessa, «ma in quale pomposa tragedia siete andato a pescare questo bel modo di parlare, mio caro Pantalon Capitano, o chiunque altri possiate voler impersonare?... Ditemi piuttosto, a quali vittorie alludono i trofei che portate tanto orgogliosamente sulle spalle?». «Nessun trofeo», esclamò Giglio, «perché per la vittoria sto ancora combattendo!... Quella che ho innalzato è la bandiera della speranza, della nostalgica e appassionata bramosia cui mi sono consacrato, il segnale di pericolo della capitolazione incondizionata, l"'abbiate pietà di me" che da queste pieghe deve riuscire a farvi vento. Prendetemi come cavaliere, principessa! Solo allora combatterò, vincerò e porterò trofei, per la miglior fama della vostra grazia e della vostra bellezza». «Se volete esser mio cavaliere», replicò la principessa, «allora armatevi come si conviene! Copritevi il capo d'un elmo minaccioso, afferrate la buona, forte spada! Allora soltanto potrò credervi». «Se volete esser la mia dama», fece eco Giglio, «l'Armida di Rinaldo, siatelo completamente! Toglietevi questi magnifici gioielli che mi disturbano, e mi avvincono come una pericolosa magia. Questa splendente macchia di sangue...». «Siete fuor di senno!», gridò vivacemente la principessa, e allontanandosi rapida piantò lì in asso Giglio.
A Giglio sembrava di non essere stato affatto lui a parlare con la principessa, come se avesse pronunciato del tutto involontariamente cose che neppure lui stesso capiva; ed era quasi sul punto di credere che il signor Pasquale e Mastro Bescapi avessero ragione, quando dicevano che era un po' matto. Ma poiché si stava avvicinando un corteo di maschere che rappresentavano nelle maniere più assurde tutti i parti mal riusciti della fantasia, e poiché egli aveva immediatamente riconosciuto i suoi compagni, gli tornò subito la sua allegria dimenticata. Si mescolò dunque al gruppo che saltava e ballava, gridando forte: «Muoviti, muoviti, pazzo fantasma! Muovetevi, possenti e burloni spiriti dello scherzo più spudorato! Ora sono tutto vostro, e potete considerarmi vostro simile!».
Giglio credette di notare in mezzo ai suoi compagni anche il vecchio dalla cui fiasca era uscita la figura della principessa Brambilla. Ma ancor prima che potesse accertarsene, quello lo aveva afferrato e girato per le spalle, bisbigliandogli nell'orecchio: «Fratellino, t'ho acchiappato! Fratellino, t'ho acchiappato!...».