PARTE PRIMA
I
Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Tutto era in scompiglio in casa Oblònskij. La moglie aveva saputo che il marito intratteneva una relazione con la governante francese che era stata in casa loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere nella stessa casa con lui. Questa situazione durava già da più di due giorni ed era avvertita in modo doloroso dai coniugi e da tutti i membri della famiglia, nonché dai domestici. Tutti i membri della famiglia e i domestici sentivano che la loro convivenza non aveva più senso e che persone riunite dal caso in una locanda qualsiasi erano più legate fra loro che non essi, familiari e domestici degli Oblònskij. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito non era in casa da più di due giorni. I bambini correvano abbandonati per la casa; la governante inglese aveva litigato con l'economa e scritto un biglietto a un'amica, pregandola di cercarle un nuovo posto; il cuoco se n'era andato già il giorno prima durante il pranzo; la sguattera e il cocchiere si erano licenziati.
Il terzo giorno dopo la lite, il principe Stepàn Arkàdiè Oblònskij - Stìva, com'era chiamato in società - si svegliò alla solita ora, e cioè alle otto del mattino, non però nella camera da letto della moglie ma nel suo studio, sul divano di marocchino. Rigirò il corpo pieno e ben curato sulle molle del divano, come se desiderasse addormentarsi di nuovo a lungo, abbracciò forte il cuscino e vi schiacciò sopra la guancia; ma d'un tratto balzò su, si sedette sul divano e aprì gli occhi.
«Già, già, com'era?» pensò, ricordando il sogno. «Sì, com'era? Ah, ecco! Alàbin dava un pranzo a Darmstadt, no, non a Darmstadt, qualcosa d'americano. Sì, ma Darmstadt, là, era in America. Sì, Alàbin dava un pranzo su tavoli di vetro, sì, e i tavoli cantavano: Il mio tesoro, anzi nemmeno Il mio tesoro, ma qualcosa di meglio, e c'erano poi certe piccole caraffe, e anch'esse erano donne,» si ricordò.
Gli occhi di Stepàn Arkàdiè brillarono gaiamente e, sorridendo, egli si mise a seguire un proprio pensiero. «Sì, era bello, molto bello. C'erano tante altre bellissime cose che non si potevano dire a parole e neppure esprimere da sveglio con pensieri.» E, notata una striscia di luce che trapelava da un lato della tenda di panno, buttò giù gaiamente i piedi dal divano, con essi cercò le pantofole ricamate in marocchino dorato, che gli aveva fatto la moglie (dono per il suo ultimo compleanno), e, secondo una vecchia abitudine che durava da nove anni, allungò il braccio verso il punto dove, nella camera da letto, era appesa la sua vestaglia. E qui a un tratto si ricordò come e perché non aveva dormito nella camera della moglie ma nello studio: il sorriso scomparve dalla sua faccia ed egli corrugò la fronte.
«Ah, ah, ah!...» mugolò, ricordando tutto ciò che era successo. E alla sua immaginazione si presentarono di nuovo tutti i particolari della lite con la moglie, la situazione senza via d'uscita e, più tormentosa di tutto, la propria colpa.
«Sì, lei non perdonerà e non può perdonare. E la cosa più terribile è che la colpa di tutto sono io, sono la colpa ma non sono colpevole. In questo consiste tutto il dramma,» pensò. «Ah, ah, ah!» ripeté ancora con disperazione, ricordando le impressioni per lui più penose di quella lite.
Più spiacevole di tutto era stato il primo momento, quando, di ritorno dal teatro, allegro e contento, con un'enorme pera per la moglie in mano, non aveva trovato la moglie nel salotto; con suo stupore non l'aveva trovata nemmeno nello studio e finalmente l'aveva vista in camera da letto con in mano lo sciagurato bigliettino che aveva fatto scoprire ogni cosa.
Lei, quella Dolly eternamente affaccendata e preoccupata, e non troppo acuta, com'egli la considerava, sedeva immobile con il biglietto in mano e lo guardava con un'espressione di orrore, di disperazione e d'ira.
«E questo cos'è? cos'è?» domandava, mostrando il biglietto.
A questo ricordo, come spesso accade, Stepàn Arkàdiè era tormentato, non tanto dal fatto in sé quanto dal modo in cui aveva risposto alle parole della moglie.
In quel momento gli era successo ciò che succede alle persone che inaspettatamente vengono colte sul fatto in qualcosa di vergognoso. Non aveva saputo preparare il proprio viso di fronte alla situazione in cui era venuto a trovarsi dopo la scoperta della sua colpa, nei confronti della moglie. Invece di offendersi, negare, giustificarsi, chiedere perdono o persino rimanere indifferente - tutto sarebbe stato meglio di ciò che aveva fatto! - il suo viso, del tutto involontariamente («riflessi cerebrali,» pensò Stepàn Arkàdiè, che amava la fisiologia), del tutto involontariamente s'era messo a un tratto a sorridere, d'un sorriso buono e perciò stupido.
Quello stupido sorriso non poteva ora perdonarselo. Vedendo quel sorriso, Dolly aveva sussultato come per un dolore fisico; con l'irascibilità che le era propria, era esplosa in un diluvio di parole cattive ed era scappata via dalla camera. Da quel momento non aveva più voluto vedere il marito.
«Colpa di tutto è stato quello stupido sorriso,» pensava Stepàn Arkàdiè.
«Ma che fare? che fare?» si diceva con disperazione e non trovava risposta.
II
Stepàn Arkàdiè era un uomo sincero con se stesso. Non poteva ingannare se stesso e persuadersi d'esser pentito del proprio comportamento. Non poteva adesso pentirsi del fatto di non esser più innamorato - lui, bell'uomo trentaquattrenne, incline all'amore - di sua moglie, madre di cinque bambini vivi e di due morti, di un anno solo più giovane di lui. Era pentito solamente di non averglielo saputo tener meglio nascosto. Ma sentiva tutto il peso della propria situazione e compativa la moglie, i figli e se stesso. Forse avrebbe saputo nascondere meglio i propri peccati alla moglie se si fosse aspettato che quella notizia le avrebbe fatto tanto effetto. Non si era mai posto con chiarezza questo problema, ma aveva la confusa impressione che la moglie intuisse da tempo che lui non le era fedele e chiudesse un occhio. Gli sembrava persino che lei, consunta, invecchiata, non più bella e in nulla interessante, donna semplice, soltanto buona madre di famiglia, per un senso di giustizia avrebbe dovuto essere indulgente. Era risultato proprio il contrario.
«Ah, è terribile! ahi, ahi, ahi! è terribile!» si ripeteva Stepàn Arkàdiè e non era capace di escogitare nulla. «E come tutto andava bene prima, come si viveva bene! Lei era contenta, felice dei bambini, io non l'ostacolavo in nulla, la lasciavo fare come voleva con i bambini, con la casa. È vero, non è bello che lei sia stata governante in casa nostra. Non è bello! C'è qualcosa di triviale, di volgare nel far la corte alla governante. Ma che governante! (e rammentò vivamente i neri occhi maliziosi di M.lle Roland e il suo sorriso). Finché è stata in casa nostra, però, io non mi sono permesso nulla. E il peggio di tutto è che lei già... Ci voleva proprio tutto questo, manco a farlo apposta! Ahi, ahi, ahi! Ma che fare, che fare?»
Non c'era risposta, eccetto quella generica risposta che la vita dà ai problemi più complicati e insolubili. La risposta è questa: bisogna vivere delle esigenze della giornata, ossia dimenticare. Dimenticare nel sonno non è più possibile, almeno sino a stanotte; non è più possibile ritornare alla musica che cantavano le donne-caraffe; bisogna dunque dimenticare con il sonno della vita.
«Poi si vedrà,» si disse Stepàn Arkàdiè e, alzatosi, indossò la vestaglia grigia con la fodera di seta turchina, chiuse i lacci con un nodo e, inghiottita gran copia d'aria nella sua ampia cassa toracica, col solito passo fermo dei piedi rivolti in fuori, che così leggermente recavano il suo corpo pieno, si avvicinò alla finestra, sollevò la tenda e suonò forte. Al suono del campanello entrò subito il suo vecchio amico, il maggiordomo Matvèj, portando l'abito, le scarpe e un telegramma. Subito dopo Matvèj entrò anche il barbiere con l'occorrente per la barba.
«Ci sono carte d'ufficio?» domandò Stepàn Arkàdiè dopo, aver preso il telegramma, sedendosi davanti allo specchio.
«Sul tavolo,» rispose Matvèj; sbirciò interrogativamente, con un atteggiamento di partecipazione, il padrone, e, dopo aver atteso un poco, soggiunse con un sorriso complice: «Sono venuti da parte del signor cocchiere.»
Stepàn Arkàdiè non rispose nulla e si limitò a sbirciare Matvèj nello specchio: nello sguardo che si scambiarono dentro lo specchio era palese come si intendessero l'un l'altro. Lo sguardo di Stepàn Arkàdiè sembrava domandare: «Perché mi dici queste cose? Non sai forse?»
Matvèj mise le mani nelle tasche della sua giacchetta, tirò indietro una gamba e guardò il suo padrone in silenzio, benevolmente, sorridendo appena.
«Ho dato ordine che vengano domenica prossima e che prima di allora non disturbino se stessi e voi inutilmente,» disse, pronunciando una frase evidentemente preparata.
Stepàn Arkàdiè capì che Matvèj voleva scherzare e attirare l'attenzione su di sé. Aperto il telegramma, lo lesse correggendo con l'intuito le parole come sempre storpiate e la sua faccia si fece raggiante.
«Matvèj, mia sorella Anna Arkàdievna sarà qui domani,» disse, fermando per un attimo la manina lucida e pingue del barbiere che stava tracciando una rosea strada fra le lunghe fedine ricciute.
«Grazie a Dio,» disse Matvèj, con questa risposta mostrando che anche lui, come il suo padrone, capiva il significato di quell'arrivo, e cioè che Anna Arkàdievna, sorella diletta di Stepàn Arkàdiè, poteva favorire la riconciliazione fra marito e moglie.
«Sola o con il consorte?» domandò Matvèj.
Stèpan Arkàdiè non poteva parlare, perché il barbiere era alle prese con il labbro superiore, e si limitò ad alzare un dito. Nello specchio Matvèj annuì con la testa.
«Sola. Devo far preparare di sopra?»
«Riferisci a Dàrija Aleksàndrovna: dove ti ordinerà lei.»
«A Dàrija Aleksàndrovna?» in tono di dubbio ripeté Matvèj.
«Sì, riferisci a lei. Ecco, prendi il telegramma; comunicami poi che cosa ti ha detto.»
«Volete fare una prova,» capì Matvèj, ma disse soltanto: «Sissignore.»
Stepàn Arkàdiè era già lavato e pettinato e si accingeva a vestirsi quando Matvèj ritornò nella stanza con il telegramma in mano, camminando adagio con le scarpe che scricchiolavano. Il barbiere non c'era più.
«Dàrija Aleksàndrovna ha ordinato di riferire che lei parte. Che faccia quel che gli pare, lui, cioè voi,» disse, ridendo soltanto con gli occhi e, messe le mani nelle tasche e piegata la testa da una parte, si mise a fissare il padrone.
Stepàn Arkàdiè tacque. Poi sul suo bel volto apparve un sorriso buono e un po' mogio.
«Eh, Matvèj?» disse, scuotendo il capo.
«Fa niente, signore, tutto si accomoderà,» disse Matvèj.
«Si accomoderà?»
«Proprio così.»
«Credi? Ma chi c'è di là?» domandò Stepàn Arkàdiè sentendo dietro la porta il fruscio d'un abito femminile.
«Sono io,» disse una voce ferma e gradevole di donna, e di dietro la porta si affacciò il viso severo e butterato di Matrëna Filimònovna, la njànja.
«Che c'è, Matrëna?» domandò Stepàn Arkàdiè, andandole incontro sulla porta.
Benché Stepàn Arkàdiè fosse in ogni senso colpevole di fronte alla moglie ed egli stesso lo sentisse, quasi tutti nella casa, persino la njanja, la più grande amica di Dàrija Aleksàndrovna, erano dalla sua.
«E allora?» disse egli tristemente.
«Andate da lei, signore, dichiaratevi ancora colpevole. Forse Dio farà la grazia. Lei soffre molto e fa pena guardarla, e poi tutto in casa va a catafascio. Bisogna aver pietà dei bambini, signore. Riconoscetevi colpevole, signore. Che farci! Chi pecca...»
«Ma non mi riceverà...»
«E voi fate quel che dovete. Dio è misericordioso, pregate Iddio, signore, pregate Iddio.»
«Va bene, vai,» disse Stepàn Arkàdiè arrossendo tutt'a un tratto. «Su, intanto fammi vestire,» si rivolse poi a Matvèj e si tolse risolutamente la vestaglia.
Matvèj già reggeva la camicia pronta, tenuta per il collo, soffiandone via qualcosa d'invisibile, e con evidente piacere ne avvolse il corpo ben curato del padrone.
III
Vestitosi, Stepàn Arkàdiè si spruzzò di profumo, assettò le maniche della camicia, con un gesto abituale distribuì nelle tasche le sigarette, il portafogli, i fiammiferi, l'orologio con la doppia catena e con i ciondoli, e, data una scossa al fazzoletto, sentendosi pulito, profumato, sano e fisicamente felice nonostante il suo guaio, bilanciandosi leggermente su ciascuna gamba si recò nella sala da pranzo, dove già l'aspettava il caffè e, accanto al caffè, le lettere e le carte d'ufficio.
Lesse le lettere. Una era assai spiacevole: da parte di un mercante che comprava il legname nella tenuta della moglie. Vendere quel legname era necessario; ma ora, sinché non si fosse riconciliato con la moglie, non si poteva nemmeno parlare della cosa. Più spiacevole di tutto era il fatto che un interesse economico veniva così a inserirsi nell'imminente questione della riconciliazione con la moglie. E il pensiero che lui potesse lasciarsi guidare da questo interesse, che cercasse di riconciliarsi con la moglie per vendere quel legname, questo pensiero lo offendeva.
Terminate le lettere, Stepàn Arkàdiè spostò verso di sé le carte d'ufficio, sfogliò rapidamente due pratiche, con un grosso lapis fece alcune annotazioni e, allontanate le carte, si dedicò al caffè; dopo il caffè aprì il giornale del mattino ancor fresco e si mise a leggerlo.
Stepàn Arkàdiè riceveva e leggeva un giornale liberale, non estremista, ma della tendenza alla quale si atteneva la maggioranza. E, benché propriamente non lo interessassero né la scienza, né l'arte, né la politica, in tutte queste materie egli si atteneva fermamente alle opinioni a cui si attenevano la maggioranza e il suo giornale, e le cambiava solamente quando la maggioranza le cambiava, ovvero, per dir meglio, neppure le cambiava, ma inavvertitamente cambiavano esse in lui.
Stepàn Arkàdiè non sceglieva né le tendenze, né le opinioni, ma queste tendenze e opinioni venivano a lui, esattamente come egli non sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma prendeva quella che si usava portare. Avere delle opinioni, per lui che viveva in una certa società, posto il bisogno di una certa attività del pensiero che solitamente si sviluppa negli anni della maturità, era altrettanto necessario che avere un cappello. Se pur v'era una ragione per cui preferiva la tendenza liberale a quella conservatrice, alla quale pure si attenevano molti del suo ambiente, questa non stava nel fatto che egli trovasse più ragionevole la tendenza liberale, ma perché essa si confaceva di più al suo modo di vivere. Il partito liberale diceva che in Russia tutto andava male ed effettivamente, Stepàn Arkàdiè aveva molti debiti e decisamente difettava di denaro. Il partito liberale diceva che il matrimonio era un istituto superato e che era necessario riformarlo, ed effettivamente la vita familiare procurava poca soddisfazione a Stepàn Arkàdiè e lo costringeva a mentire e a fingere, il che repugnava alla sua natura. Il partito liberale diceva, o meglio sottintendeva, che la religione era solo un freno per la parte barbara della popolazione, ed effettivamente Stepàn Arkàdiè non poteva sopportare senza aver male alle gambe neppure un breve Te Deum e non poteva capire a che servissero tutte quelle terribili e magniloquenti parole sull'altro mondo quando avrebbe potuto essere così gaio anche vivere in questo. Insieme a ciò, Stepàn Arkàdiè, che amava le celie allegre, provava talvolta gusto a confondere qualche persona tranquilla dicendo che, se si deve andar fieri della stirpe, non bisogna fermarsi a Rjùrik e rinnegare il nostro primo progenitore: la scimmia. Così dunque la tendenza liberale era diventata un'abitudine per Stepàn Arkàdiè ed egli amava il suo giornale, come il sigaro dopo il pranzo, per la leggera nebbia che esso produceva nella sua testa. Lesse l'articolo di fondo nel quale si spiegava che nei nostri tempi non serve assolutamente a nulla lagnarsi che il radicalismo minacci d'inghiottire tutti gli elementi conservatori, e dire che il governo avrebbe il dovere di prendere provvedimenti per soffocare l'idra rivoluzionaria, quando, al contrario, «a nostro avviso, il pericolo non sta in una presunta idra rivoluzionaria, ma nella pertinacia del tradizionalismo che frena il progresso» e così via. Lesse anche un altro articolo, finanziario, nel quale si menzionavano Bentham e Mill e si lanciavano frecciate al ministero. Con la rapidità di comprensione che gli era propria capiva il senso di ogni frecciata: da chi e contro chi e a quale proposito fosse lanciata, e questo come sempre gli procurava un certo piacere. Ma oggi questo piacere veniva avvelenato dal ricordo dei consigli di Matrëna Filimònovna e dal fatto che in casa tutto andava così male. Lesse anche che il conte Beist, a quel che si diceva, era partito per Wiesbaden e che non esistevano più i capelli grigi, e che era in vendita una carrozza leggera, e la proposta di una giovane persona; ma queste informazioni non gli procuravano più il tranquillo ironico piacere di una volta.
Finiti il giornale, la seconda tazza di caffè e il panino al burro, si alzò, scrollò le briciole di pane dal panciotto e, dilatando l'ampio torace, sorrise di gioia non perché avesse nell'animo qualcosa di particolarmente gradevole; il sorriso gioioso era semplicemente prodotto dalla buona digestione.
Ma questo sorriso gioioso gli rammentò subito tutto ed egli rimase pensieroso.
Due voci infantili (Stepàn Arkàdiè riconobbe le voci di Grìša, il maschietto più piccolo, e di Tànja, la bambina più grande) si udirono dietro la porta. Trascinavano qualcosa che poi lasciarono cadere.
«L'avevo detto io che non si possono mettere i passeggeri sul tetto,» gridava in inglese la bambina, «adesso raccoglili!»
«Tutto è scompigliato,» pensò Stepàn Arkàdiè, «i bambini corrono da soli.» E avvicinandosi alla porta li chiamò. Loro lasciarono la scatola che rappresentava il treno ed entrarono dal padre.
La bambina, beniamina del padre, corse dentro senza esitazioni, lo abbracciò e gli si appese ridendo al collo, contenta come sempre dell'odore noto che emanava dalle sue fedine profumate. Dopo averlo finalmente baciato sul viso che si era arrossato per la posizione inclinata e raggiava di tenerezza, la bambina sciolse le braccia e avrebbe voluto correr via, ma il padre la trattenne.
«E la mamma?» domandò, passando la mano sul collo liscio e tenero della figlia. «Buongiorno,» disse poi sorridendo al maschietto che lo salutava.
Si rendeva conto di voler meno bene al bambino e si sforzava sempre di essere imparziale, ma il bambino lo sentiva e non rispose con un sorriso al freddo sorriso del padre.
«La mamma? Si è alzata,» rispose la bambina.
Stepàn Arkàdiè sospirò. «Si capisce: non ha dormito di nuovo tutta la notte,» pensò.
«È di buon umore?»
La bambina sapeva che fra padre e madre c'era stata una lite e che la mamma non poteva essere di buon umore, e che il papà doveva saperlo e che ora fingeva, domandandone con tanta leggerezza. E arrossì per il padre. Immediatamente lui capì e arrossì a sua volta.
«Non lo so,» disse lei. «Non ha detto di studiare, ma ha detto di andare a passeggio con miss Hull dalla nonna.»
«Allora vai, Tanèùroèka mia. Ah no, aspetta,» disse egli, continuando a trattenerla e carezzandole la tenera manina.
Prese dal camino, dove l'aveva messa il giorno prima, una scatola di dolci e ne diede due alla bambina, scegliendo quelli che lei preferiva, un cioccolatino e un fondente.
«Per Griša?» disse la bambina indicando il cioccolatino.
«Sì, sì.» E, dopo averle carezzato ancora una volta la spalla, la baciò alla radice dei capelli e sul collo e la lasciò andare.
«La carrozza è pronta,» disse Matvèj. «E poi c'è una postulante,» aggiunse.
«È molto che è qui?» domandò Stepàn Arkàdiè.
«Una mezz'oretta.»
«Quante volte ti ho ordinato di annunziare subito!»
«Bisognava pur lasciarvi almeno prendere il caffè,» disse Matvèj con quel suo tono amichevolmente burbero contro cui non ci si poteva arrabbiare.
«Be', adesso spicciati a farla entrare,» disse Oblònskij, aggrottandosi per il dispetto.
La postulante, moglie del capitano in seconda Kalìnin, chiedeva cose impossibili e assurde; ma Stepàn Arkàdiè, secondo sua abitudine, la fece accomodare, l'ascoltò attentamente senza interromperla e le diede un consiglio dettagliato: a chi e in qual modo rivolgersi, e le scrisse persino di getto e per bene, con la sua calligrafia grande, distesa, bella e precisa, un biglietto per la persona che poteva aiutarla. Congedata la moglie del capitano in seconda, Stepàn Arkàdiè prese il cappello e si fermò, sforzandosi di ricordare se non avesse dimenticato nulla. Fu chiaro che non aveva dimenticato nulla, eccetto ciò che voleva dimenticare: sua moglie.
«Ah, sì!» Chinò la testa e il suo bel viso assunse un'espressione melanconica. «Andarci o non andarci?» si diceva. E una voce interiore gli diceva che non era il caso di andarci, che nulla avrebbe potuto esserci fuorché falsità; che correggere, rimediare i loro rapporti era impossibile, perché era impossibile rendere di nuovo lei attraente e capace di suscitare amore o trasformare lui in un vecchio non più capace d'amare. Non poteva uscirne altro che falsità e menzogna, e la falsità e la menzogna erano contrarie alla sua natura.
«Eppure una volta o l'altra bisognerà pur farlo; non si può lasciare che le cose rimangano così,» disse, sforzandosi di darsi coraggio. Raddrizzò il petto, tirò fuori una sigaretta, l'accese, aspirò un paio di volte, la gettò nel portacenere di madreperla a conchiglia, a passi rapidi attraversò il salotto buio e aprì l'altra porta che dava nella camera da letto della moglie.
IV
Dàrija Aleksàndrovna, in camicetta e con le trecce di capelli, un tempo folti e belli e adesso ormai radi, appuntate sulla nuca; con il viso smunto e magro, e i grandi occhi spaventati che spiccavano nella magrezza del viso, stava in mezzo agli oggetti sparpagliati nella stanza, davanti a una chiffonnière aperta, dalla quale andava scegliendo qualcosa. Sentendo i passi del marito, si fermò guardando la porta e sforzandosi invano di dare al proprio viso un'espressione severa e sprezzante. Sentiva d'aver paura di lui e d'aver paura dell'imminente incontro. Proprio allora aveva tentato di fare ciò che tentava di fare per la decima volta in quei tre giorni: ritirare le cose sue e dei bambini per portarle dalla madre, e ancora una volta non aveva potuto decidersi a questo; ma anche adesso, come le volte precedenti, diceva a se stessa che le cose non potevano restare così, che lei doveva fare qualcosa, castigarlo, svergognarlo, vendicarsi almeno in minima parte del dolore che lui le aveva dato. Continuava a dirsi che l'avrebbe lasciato, ma sentiva che ciò era impossibile; era impossibile, perché lei non poteva disabituarsi a considerarlo suo marito e ad amarlo. Sentiva inoltre che se lì, in casa sua, riusciva appena a badare ai suoi cinque bambini, essi sarebbero stati ancor peggio là dove sarebbe andata con tutti loro. E proprio in quei tre giorni, il più piccolo si era ammalato perché gli avevano dato del brodo cattivo, mentre gli altri il giorno prima erano rimasti quasi senza mangiare. Lei sentiva che andarsene era impossibile, ma, ingannando se stessa, ritirava lo stesso le sue cose e fingeva di essere in procinto di partire.
Vedendo il marito, affondò le mani in un cassetto della chiffonnière, come per cercarvi qualcosa e si voltò a guardarlo solamente quando lui le fu vicinissimo. Ma il suo viso, al quale voleva conferire un'espressione severa e risoluta, esprimeva lo smarrimento e la sofferenza.
«Dolly!» disse egli con voce sommessa e timida. Infossò la testa nelle spalle e voleva avere un aspetto avvilito e docile, ma irradiava lo stesso freschezza e salute.
Con uno sguardo rapido lei sbirciò dalla testa ai piedi la sua persona raggiante di freschezza e di salute. «Sì, lui è felice e contento!» pensò, «mentre io?... E anche questa sua odiosa bontà, per la quale tutti lo amano e lo lodano tanto, io la odio questa sua bontà,» pensò ancora. La sua bocca si contrasse, il muscolo della guancia si mise a tremare dalla parte destra del volto pallido e nervoso.
«Di che avete bisogno?» disse con voce affrettata, non sua, che veniva dal petto.
«Dolly!» ripeté egli con il tremito nella voce. «Oggi arriva Anna.»
«Be', che m'importa? Io non posso riceverla!» gridò lei.
«Eppure, Dolly, si deve...»
«Andatevene, andatevene, andatevene!» gridò lei senza guardarlo, come se questo grido fosse suscitato da un dolore fisico.
Stepàn Arkàdiè poteva esser calmo quando pensava alla moglie, poteva sperare che tutto si sarebbe accomodato, così come s'era espresso Matvèj, e poteva tranquillamente leggere il giornale e bere il caffè; ma quando vide il viso sofferente e tormentato di lei, quando udì quel suono della voce rassegnato al destino e disperato, gli mancò il fiato, qualcosa gli venne alla gola e i suoi occhi brillarono di lacrime.
«Dio mio, che cosa ho fatto! Dolly! Per amor di Dio... Sai...» ma non poté continuare: un singhiozzo gli si era fermato in gola.
Lei chiuse di scatto la chiffonnière e gli gettò un'occhiata.
«Dolly, che cosa posso dire?... Una cosa sola: perdonami, perdonami... Ricorda, forse che nove anni di vita in comune non possono ripagare un minuto, un minuto...»
Lei aveva abbassato gli occhi e ascoltava, aspettando che cosa lui avrebbe detto, ma a questa parola, come per un dolore fisico, di nuovo le sue labbra si contrassero e di nuovo il muscolo della guancia dalla parte destra della faccia ebbe un guizzo.
«Andatevene, andate via di qui!» gridò con voce ancor più stridula, «e non parlatemi dei vostri trasporti e delle vostre turpitudini!»
Avrebbe voluto allontanarsi, ma barcollò e si aggrappò allo schienale della seggiola per sostenersi. Il viso di lui si dilatò, le labbra si gonfiarono, gli occhi si inondarono di lacrime.
«Dolly!» proferì egli ormai già singhiozzando. «Per amor di Dio, pensa ai bambini, loro non hanno colpa. Il colpevole sono io, castiga me, ordinami di espiare la mia colpa. In ciò che posso sono disposto a tutto! Sono colpevole, non vi sono parole per dire quanto sono colpevole! Ma, Dolly, perdonami!»
Essa si sedette. Lui ne sentiva il respiro pesante, rumoroso, e ne aveva indicibilmente pietà. Varie volte essa volle cominciare a parlare, ma non poté. Lui aspettava.
«Tu ti ricordi dei bambini per giocare con loro, mentre io ricordo e, so che adesso loro sono rovinati,» disse lei, evidentemente pronunciando una delle frasi che aveva detto più di una volta a se stessa in quei tre giorni.
Lei gli aveva dato del «tu» ed egli la guardò riconoscente e si mosse per prenderle una mano, ma lei si schermì con repulsione.
«Io mi ricordo dei bambini e per questo farei qualunque cosa al mondo pur di salvarli, ma non so nemmeno io come salvarli: togliendoli al padre o lasciandoli a un padre dissoluto... Ebbene, ditemi, dopo ciò che... è stato, ci è forse possibile vivere ancora insieme? È forse possibile? Dite dunque, è forse possibile?» ripeté, alzando la voce. «Dopo che mio marito, il padre dei miei figli, intrattiene una relazione amorosa con la governante dei suoi figli...»
«Ma che si può fare? Che fare?» disse lui con voce avvilita, non sapendo nemmeno che cosa diceva e abbassando sempre più la testa.
«Mi fate ribrezzo, ripugnanza!» gridò lei infervorandosi sempre più. «Le vostre lacrime sono acqua fresca! Voi non mi avete mai amato; in voi non c'è un cuore, né nobiltà! Per me siete ripugnante, disgustoso, siete un estraneo per me, sì, completamente un estraneo!» proferì con dolore e con rabbia la parola «estraneo», per lei orrenda.
Egli la guardò e la rabbia che si manifestava sul suo viso lo atterrì e lo meravigliò. Egli non capiva che la sua pietà per lei la esasperava. Essa vedeva in lui la compassione ma non l'amore. «No, lei mi odia. Lei non mi perdonerà,» pensò.
«A terribile! Terribile!» proferì.
Nello stesso momento, nell'altra stanza, probabilmente perché era caduto, strillò un bambino. Dàrija Aleksàndrovna si mise in ascolto e il suo viso a un tratto si addolcì.
Fu palese che le occorse qualche secondo per ritornare in se, come se non sapesse dov'era e che cosa fare; poi, alzandosi in fretta, si mosse verso la porta.
«Eppure a mio figlio vuol bene,» pensò egli, notando il mutamento sul viso di lei al grido del bambino, «a mio figlio; come può dunque odiare me?»
«Dolly, una parola ancora,» proferì, seguendola.
«Se mi seguite, chiamerò gente, i bambini! Che tutti sappiano che siete un mascalzone! Oggi io parto e voi vivete pure qui con la vostra amante!»
E uscì sbattendo la porta.
Stepàn Arkàdiè sospirò, si terse il viso e si mosse a passi silenziosi per uscire dalla stanza. «Matvèj dice che si accomoderà, ma come? Io non ne vedo neppure la possibilità. Ah, ah, che orrore! E come gridava in modo triviale,» diceva a se stesso, ricordando le grida di lei e le parole «mascalzone» e «amante». «E magari le ragazze hanno sentito! Orribilmente triviale, orribile.» Stepàn Arkàdiè indugiò per qualche secondo, si asciugò gli occhi, sospirò e, raddrizzando il petto, uscì dalla stanza.
Era venerdì e in sala da pranzo l'orologiaio tedesco caricava l'orologio. Stepàn Arkàdiè rammentò una propria spiritosaggine a proposito di quest'orologiaio calvo e accurato: che il tedesco «era stato caricato per tutta la vita per caricare orologi», e sorrise. Stepàn Arkàdiè amava le buone celie. «E chi lo sa, forse si accomoderà sul serio! Bell'espressione: si accomoderà,» pensò. «È da raccontare.»
«Matvèj,» gridò, «dunque, insieme a Màrija, prepara tutto di là, nella sala dei divani per Anna Arkàdievna,» disse a Matvèj che era apparso alla sua chiamata.
«Sissignore.»
Stepàn Arkàdiè indossò la pelliccia e uscì sulla soglia.
«Non pranzerete a casa?» disse Matvèj che l'accompagnava.
«Come capiterà. Ecco, prendi per la spesa,» disse, estraendo dieci rubli dal portafogli. «Bastano?»
«Bastino o non bastino, a quanto pare bisogna arrangiarsi,» disse Matvèj sbattendo lo sportello della carrozza e indietreggiando verso l'ingresso.
Dàrija Aleksàndrovna, intanto, calmato il bambino e resasi conto dal rumore della carrozza che lui se n'era andato, ritornò di nuovo in camera da letto. Questo era il suo unico rifugio dalle faccende domestiche che l'assediavano non appena ne usciva. Anche ora, nel breve momento in cui era andata nella camera dei bambini, già l'inglese e Matrëna Filimònovna erano riuscite a porle alcune questioni che non sopportavano indugio e alle quali lei sola poteva rispondere: come vestire i bambini per la passeggiata? Dargli il latte? Mandare a chiamare un altro cuoco?
«Ah, lasciatemi, lasciatemi!» disse lei e, ritornata in camera da letto, stringendo le mani smagrite con gli anelli che scivolavano dalle dita ossute, si sedette di nuovo nello stesso posto dov'era quando aveva parlato con il marito, e si accinse a volgere nella memoria tutto il loro colloquio. «Se ne è andato! Ma con lei l'ha finita?» pensava. «Possibile che la veda ancora? Perché non gliel'ho domandato? No, no, non si può stare insieme. Anche se rimanessimo nella stessa casa, saremmo degli estranei. Per sempre estranei!» Ripeté di nuovo con particolare significato questa parola per lei orribile. «E come l'amavo, Dio mio, come l'amavo!... Come l'amavo! Perché, adesso forse non lo amo? Non lo amo forse più di prima? È terribile soprattutto il fatto che...» cominciò, ma non terminò il proprio pensiero, perché Matrëna Filimònovna si era affacciata alla porta.
«Ordinate almeno di far chiamare mio fratello,» disse, «in ogni caso preparerà il pranzo; altrimenti, come ieri, i bambini resteranno senza mangiare sino alle sei.»
«Ma sì, va bene, adesso vengo e darò disposizioni. Hanno mandato a prendere il latte fresco?»
E Dàrija Aleksàndrovna si tuffò nelle preoccupazioni della giornata e in esse temporaneamente affogò il proprio dolore.
V
Stepàn Arkàdiè aveva studiato bene a scuola grazie alle sue buone attitudini, ma era pigro e monello e perciò era rimasto fra gli ultimi; nonostante la sua vita sempre sregolata, il grado modesto e l'età ancor giovane, occupava tuttavia il posto onorevole, e con un buono stipendio, di dirigente di uno degli uffici amministrativi di Mosca. Aveva ricevuto questo posto per il tramite del marito di sua sorella Anna, Aleksèj Aleksàndroviè Karènin, che occupava uno dei posti più importanti nel ministero dal quale dipendeva l'ufficio; ma se Karènin non avesse nominato suo cognato a quel posto, attraverso un centinaio di altre persone, fratelli, sorelle, parenti, prozii, zii, zie, Stìva Oblònskij avrebbe avuto egualmente quel posto o un altro consimile e i seimila rubli di stipendio che gli erano necessari, giacché i suoi affari, malgrado il considerevole patrimonio della moglie, erano in uno stato rovinoso.
Una buona metà di Mosca e di Pietroburgo era parente e amica di Stepàn Arkàdiè. Egli era nato nell'ambiente di coloro che erano sempre stati o erano divenuti i potenti di questo mondo. Un terzo degli uomini di stato, i vecchi, erano amici di suo padre e lo avevano conosciuto in fasce; un altro terzo gli dava del «tu» e il terzo rimanente era costituito da buoni conoscenti; di conseguenza, i dispensatori di beni terreni sotto forma di posti, appalti, concessioni e simili, gli erano tutti amici e non potevano trascurare uno dei loro; e Oblònskij non aveva dovuto darsi particolarmente da fare per ottenere un posto vantaggioso; aveva dovuto solo non rifiutare, non invidiare, non litigare, non offendersi, cose che egli del resto mai aveva fatto grazie alla sua innata bontà. Gli sarebbe sembrato buffo se gli avessero detto che non avrebbe ottenuto il posto con lo stipendio che gli era necessario, tanto più che lui non pretendeva qualcosa di eccezionale; voleva solamente ciò che ottenevano i suoi coetanei, potendo egli assolvere un ufficio del genere non peggio di chiunque altro.
Non solo a Stepàn Arkàdiè volevano bene tutti coloro che lo conoscevano per il suo carattere buono e allegro e per la sua indubbia onestà, ma in lui, nella sua bella e luminosa figura, negli occhi scintillanti, nei sopraccigli e nei capelli neri, nel colorito bianco e roseo del viso c'era qualcosa che agiva fisicamente in modo amichevole e gaio sulle persone che lo incontravano. «Ah! Stìva! Oblònskij! Eccolo qui!» dicevano quasi sempre con un sorriso di gioia quando lo incontravano. E, se qualche volta succedeva che, dopo una conversazione con lui, risultava che non era accaduto nulla di particolarmente gioioso, l'indomani, due giorni dopo, daccapo tutti si rallegravano nello stesso modo nell'incontrarlo,
Occupando già da più di due anni il posto di dirigente di uno degli uffici amministrativi di Mosca, Stepàn Arkàdiè, oltre all'amore, s'era acquistato anche la stima dei colleghi, dei dipendenti, dei capi e di tutti coloro che avevano a che fare con lui.
Le principali qualità di Stepàn Arkàdiè, che gli avevano meritato questa stima generale in servizio, consistevano in primo luogo nella sua straordinaria indulgenza verso gli altri, che si basava in lui sulla consapevolezza dei propri difetti; in secondo luogo, in un assoluto liberalismo, non quello di cui egli leggeva sui giornali, ma quello che aveva nel sangue e con il quale trattava in modo perfettamente eguale e identico tutte le persone, qualsiasi fosse il loro titolo e il loro stato, e in terzo luogo, ed era l'essenziale, in un'assoluta indifferenza per gli affari di cui si occupava, in seguito alla qual cosa non si entusiasmava mai e non faceva sbagli.
Giunto al luogo del suo impiego, Stepàn Arkàdiè, accompagnato da un usciere reverente, passò con la borsa sottobraccio nel suo piccolo studio, indossò l'uniforme ed entrò in aula. Scrivani e impiegati si alzarono tutti, salutando con lietezza e rispetto. Stepàn Arkàdiè come sempre andò in fretta al suo posto, strinse la mano ai membri del consiglio e sedette. Scherzò e conversò proprio quel tanto che era conveniente e cominciò il lavoro. Nessuno meglio di lui sapeva trovare quel punto limite fra libertà, semplicità e tono ufficiale, che è necessario per potersi piacevolmente occupare degli affari. Il segretario, come tutti del resto nel suo ufficio, si avvicinò in modo lieto e rispettoso con alcune carte e prese a dire, con quel tono familiare-liberale che era stato introdotto proprio da Stepàn Arkàdiè:
«E così abbiamo ottenuto le informazioni dalla direzione provinciale di Penza. Ecco, se non vi spiace...»
«Sono arrivate finalmente?» disse Stepàn Arkàdiè tenendo ferma la carta con un dito. «Ebbene, signori...» E la seduta cominciò.
«Se loro sapessero,» pensava, chinando il capo con aria significativa per ascoltare il rapporto, «che ragazzino colto in fallo era mezz'ora fa il loro presidente!» E gli occhi gli ridevano mentre si leggeva il rapporto. Sino alle due il lavoro doveva procedere senza soste; alle due, intervallo e colazione.
Non erano ancora le due quando la grande porta a vetri dell'aula improvvisamente si apri ed entrò qualcuno. Tutti i membri del consiglio, sotto il ritratto dell'imperatore e al di là dello specchio, si voltarono a guardare la porta, contenti della distrazione; ma l'usciere, che stava accanto alla porta, cacciò subito via colui che era entrato e richiuse la porta a vetri alle sue spalle.
Quando si finì di leggere la pratica, Stepàn Arkàdiè si alzò, stiracchiandosi, e, rendendo omaggio al liberalismo dell'epoca, ancora in aula tirò fuori una sigaretta e si avviò verso il proprio studio. Due suoi colleghi, il vecchio funzionario Nikìtin e il gentiluomo da camera Grinèviè, uscirono con lui.
«Dopo colazione riusciremo a finire,» disse Stepàn Arkàdiè.
«Senz'altro ci riusciremo!» disse Nikìtin.
«Dev'essere un bell'imbroglione quel Fornin,» disse Grinèviè a proposito di una delle persone implicate nella faccenda che avevano in esame.
Alle parole di Grinèviè Stepàn Arkàdiè si aggrottò, facendo con questo sentire che era sconveniente formulare un giudizio prima del tempo e non rispose nulla.
«Chi era entrato?» domandò all'usciere.
«Un tale, vostra eccellenza, senza chiedere permesso, s'è intrufolato dentro mentre io ero voltato. Chiedeva di voi. Gli avevo pur detto: quando usciranno i membri, in tal caso...»
«Dov'è?»
«Forse è uscito nel vestibolo, prima era sempre qui che andava su e giù,» disse l'usciere. «Ecco, è quello,» aggiunge indicando un uomo di robusta corporatura, largo di spalle, con la barba ricciuta, che, senza essersi tolto il berretto di montone, saliva rapido e leggero i gradini consunti della scalinata di pietra. Uno di quelli che scendevano, un funzionario magrolino con la borsa, si fermò e guardò con disapprovazione le gambe di colui che correva e gettò un'occhiata interrogativa verso Oblònskij.
Stepàn Arkàdiè stava in cima alla scala. Il suo viso bonariamente raggiante sopra il colletto ricamato dell'uniforme si illuminò ancor più quando egli riconobbe colui che veniva su di corsa.
«Proprio lui! Lèvin, finalmente!» proferì con un sorriso amichevole e canzonatorio squadrando Lèvin che gli si avvicinava. «Com'è che non hai disdegnato di venirmi a scovare in questa tana?» disse Stepàn Arkàdiè non accontentandosi di una stretta di mano e baciando l'amico. «Eri qui da molto?»
«Sono arrivato adesso e avevo una gran voglia di vederti,» rispose Lèvin, guardandosi attorno con aria timida e insieme inquieta e irata.
«Be', andiamo nel mio ufficio,» disse Stepàn Arkàdiè, che conosceva la timidezza irritabile e piena d'amor proprio del suo amico; e, afferratolo per un braccio, lo trascinò con sé, come per guidarlo in mezzo a dei pericoli.
Stepàn Arkàdiè dava del «tu» a quasi tutti i suoi conoscenti: ai vecchi sessantenni e ai ragazzi di vent'anni, agli attori, ai ministri, ai commercianti e agli aitanti generali, sicché molti di coloro che gli davano del «tu» si trovavano ai due punti estremi della scala sociale e si sarebbero assai stupiti venendo a sapere che attraverso Oblònskij avevano qualcosa in comune. Egli dava del «tu» a tutti quelli con cui aveva bevuto champagne, ma beveva champagne con tutti e perciò, incontrando in presenza dei suoi dipendenti i propri «tu» vergognosi, come chiamava scherzando molti dei suoi amici, con il tatto che gli era proprio sapeva attenuare la sgradevolezza dell'impressione che ciò faceva sui dipendenti. Lèvin non era un «tu» vergognoso, ma con il suo tatto Oblònskij aveva sentito che Lèvin pensava che, di fronte ai dipendenti, egli avrebbe potuto non desiderare di mostrare la propria intimità con lui e perciò si era affrettato a condurlo nel proprio ufficio.
Lèvin aveva quasi la stessa età di Oblònskij e si davano del «tu» non soltanto per via dello champagne. Lèvin era suo compagno e amico della prima giovinezza. Si volevano bene, nonostante la differenza dei caratteri e dei gusti, come si vogliono bene gli amici incontratisi nella prima giovinezza. Ma nonostante questo, come sovente accade fra persone che hanno scelto differenti generi di attività, ciascuno di loro, benché ragionando giustificasse l'attività dell'altro, in cuor suo la disprezzava. A ciascuno sembrava che l'esistenza che conduceva fosse la sola vera vita, e che quella condotta dall'amico fosse solamente una parvenza di vita. Oblònskij non poteva frenare un lieve sorriso canzonatorio alla vista dell'amico. Erano ormai molte volte che l'aveva visto arrivare a Mosca dalla campagna, dove faceva qualcosa, ma che cosa di preciso facesse, questo Stepàn Arkàdiè non aveva mai potuto capirlo bene, né se ne interessava. Lèvin arrivava a Mosca sempre agitato, frettoloso, un poco imbarazzato e irritato da questo suo esser impacciato, e quasi sempre con un'opinione completamente nuova e inaspettata sulle cose. Stepàn Arkàdiè ne rideva ma questo gli piaceva. Proprio nello stesso modo anche Lèvin in cuor suo disprezzava la maniera di vivere cittadina dell'amico e il suo impiego, che considerava una stupidaggine, e ne rideva. Ma la differenza stava nel fatto che Oblònskij, facendo quel che fanno tutti, rideva con sicurezza e benevolenza; Lèvin, invece, senza sicurezza e talvolta con stizza.
«Ti aspettavamo da tempo,» disse Stepàn Arkàdiè, entrando nell'ufficio e liberando il braccio di Lèvin come a mostrare con questo che lì i pericoli erano finiti. «Sono molto, molto contento di vederti,» proseguì. «Be', che fai? Come stai? Quando sei arrivato?»
Lèvin taceva sbirciando le facce per lui sconosciute dei due colleghi di Oblònskij e in modo particolare la mano dell'elegante Grinèviè, con quelle lunghe dita così bianche, con quelle unghie gialle così lunghe e ricurve all'estremità e quegli scintillanti gemelli della camicia così grossi, tanto che quelle mani palesemente assorbivano tutta la sua attenzione e non gli lasciavano libertà di pensare. Oblònskij se ne accorse subito e sorrise.
«Ah sì, permettete che vi presenti,» disse. «I miei colleghi: Filìpp Ivànyè Nikìtin, Michaìl Stanislàviè Grinèviè.» E rivolgendosi a Lèvin: «Un attivista dello zèmstvo, l'uomo nuovo dello zèmstvo, il ginnasta che solleva cinque pudy con una mano, l'allevatore di bestiame, il cacciatore e amico mio Konstantìn Dmìtriè Lèvin, fratello di Sergèj Ivànyè Kòznyšev.»
«Molto lieto,» disse il vecchietto.
«Ho l'onore di conoscere vostro fratello, Sergèj Ivànyè,» disse Grinèviè, porgendo la sua mano sottile con le lunghe unghie.
Lèvin si accigliò, diede la mano con freddezza e subito si rivolse a Oblònskij. Benché avesse un grande rispetto per il proprio fratellastro, scrittore celebre in tutta la Russia, non poteva tuttavia soffrire che gli si rivolgessero non come a Konstantìn Lèvin ma come al fratello del famoso Kòznyšev.
«No, non sono più attivista dello zèmstvo. Mi sono litigato con tutti e non vado più alle riunioni,» disse, rivolgendosi a Oblònskij.
«Hai fatto presto!» disse con un sorriso Oblònskij. «Ma come mai? Perché?»
«Una lunga storia. Una volta te la racconterò,» disse Lèvin, ma si mise a raccontare subito. «Bene, per dirla in breve, mi sono convinto che non esiste nessuna attività degli zèmstvo e non può esistere,» prese a dire come se qualcuno in quel momento l'avesse offeso, «da una parte è un giochetto, giocano al parlamento, e io non sono né abbastanza giovane né abbastanza vecchio per divertirmi con i giochetti; dall'altra parte (e tartagliò) è un mezzo per la coterie del distretto di far soldi. Prima c'erano le tutele, i tribunali, adesso c'è lo zèmstvo, non sotto forma di concussione, ma sotto forma di stipendi immeritati,» disse con ardore, come se qualcuno dei presenti avesse contestato la sua opinione.
«Ehi! Vedo che sei daccapo in una nuova fase, conservatrice adesso,» disse Stepàn Arkàdiè. «Comunque, di questo parleremo dopo.»
«Sì, dopo. Ma io avevo bisogno di vederti,» disse Lèvin, guardando con odio la mano di Grinèviè.
Stepàn Arkàdiè sorrise quasi impercettibilmente.
«Non avevi detto che non avresti mai più indossato un abito europeo?» disse, guardandogli il vestito nuovo, evidentemente di sarto francese. «Già! Vedo bene: una nuova fase.»
Lèvin arrossì tutt'a un tratto, ma non come arrossiscono gli adulti: lievemente; senza neppure accorgersene; bensì come arrossiscono i ragazzi: sentendo di essere ridicoli con la loro timidezza e, a causa di ciò, vergognandosi e arrossendo ancor più, quasi sino alle lacrime. Ed era così strano vedere quel viso intelligente, virile, in uno stato così fanciullesco, che Oblònskij smise di guardarlo.
«Dove ci vedremo allora? Perché io ho molto, molto bisogno di parlare con te,» disse Lèvin.
Oblònskij parve riflettere.
«Senti qui: andiamo a far colazione da Gùrin e là parleremo. Sino alle tre io sono libero.»
«No,» rispose Lèvin dopo averci pensato, «devo ancora andare in un posto.»
«Va bene, allora andremo insieme a pranzo.»
«Pranzare? Ma io non ho bisogno di niente di speciale, soltanto di dire due parole, di farti una domanda, e poi si chiacchiera.»
«E allora dimmi subito queste due parole, e poi converseremo a pranzo.»
«Ecco le due parole,» disse Lèvin, «del resto, niente di speciale.»
Il suo viso a un tratto assunse un'espressione cattiva, che nasceva dallo sforzo di superare la timidezza.
«Che cosa fanno gli Šèerbàckij? Tutto come prima?» disse.
Stepàn Arkàdiè, il quale già da tempo sapeva che Lèvin era innamorato di sua cognata Kitty sorrise in modo appena percettibile e gli occhi gli brillarono.
«Tu hai detto due parole, ma in due parole io non posso risponderti, perché... Scusa un attimo...»
Era entrato il segretario; con familiare deferenza e una certa modesta consapevolezza, comune a tutti i segretari, della propria superiorità sul capo nella conoscenza degli affari, egli si avvicinò con delle carte a Oblònskij e, sotto forma di domanda, si mise a spiegare una determinata difficoltà. Stepàn Arkàdiè, senza averlo ascoltato sino in fondo, posò affettuosamente la mano sulla manica del segretario.
«No, fate piuttosto come vi avevo detto io,» disse, addolcendo con un sorriso l'osservazione e, dopo aver spiegato in breve come vedeva la cosa, allontanò da sé le carte e disse: «Fate dunque così, per piacere, fate così, Zachàr Nikìtiè.»
Il segretario si allontanò confuso. Lèvin, che durante il colloquio con il segretario si era perfettamente ripreso dal suo turbamento, stava in piedi appoggiandosi con entrambe le mani sulla seggiola e sul suo viso c'era un'attenzione ironica.
«Non capisco, non capisco,» disse.
«Che cosa non capisci?» disse Oblònskij, sorridendo in modo altrettanto allegro e tirando fuori una sigaretta. Si aspettava da Lèvin qualche uscita stravagante.
«Non capisco che cosa facciate,» disse Lèvin stringendosi nelle spalle. «Come puoi fare seriamente tutto questo?»
«Perché?»
«Ma perché non c'è nulla da fare!»
«Lo pensi tu, ma noi siamo oberati di lavoro.»
«Cartaceo. Già, ma tu hai un talento per questo.»
«Ossia tu pensi che a me manchi qualcosa?»
«Può darsi di sì,» disse Lèvin. «Comunque ammiro la tua grandezza e mi sento fiero di aver per amico un tal grand'uomo. Non hai risposto però alla mia domanda,» soggiunse con uno sforzo disperato guardando fisso negli occhi di Oblònskij.
«E va bene, e va bene. Aspetta un po' e ci arriverai anche tu. Va bene che hai tremila desjatìny, nel distretto di Karàzin, e questi muscoli, e la freschezza di una bambina di dodici anni, ma verrai anche tu da noi. E quanto a ciò che mi domandavi: cambiamenti non ce ne sono, ma è un peccato che non ti sia fatto vedere per tanto tempo.»
«Perché, che cosa c'è?» domandò Lèvin spaventato.
«No, niente,» rispose Oblònskii. «Ne parleremo. Ma tu per che cosa sei venuto, propriamente?»
«Ah, anche di questo parleremo dopo,» disse Lèvin arrossendo di nuovo sino alle orecchie.
«Su, va bene, ho capito,» disse Stepàn Arkàdiè. «Vedi, ti avrei invitato a casa, ma mia moglie non sta molto bene. Sicché senti: se vuoi vederli, probabilmente oggi loro saranno al giardino zoologico dalle quattro alle cinque. Kitty va a pattinare. Tu vai là, io passerò a prenderti e andremo a pranzare insieme in qualche posto.»
«Magnifico, arrivederci dunque.»
«Bada però, io ti conosco, tu sei capace di dimenticartene o di partire tutt'a un tratto per la campagna!» gridò ridendo Stepàn Arkàdiè.
«No, ti assicuro.»
E, ricordandosi solo quand'era già sulla porta che aveva dimenticato di salutare i colleghi di Oblònskij, Lèvin uscì dall'ufficio.
«Dev'essere un signore molto energico,» disse Grinèviè quando Lèvin fu uscito.
«Sì, bàtjuška,» disse Stepàn Arkàdiè scuotendo la testa, «ecco un uomo felice! Tremila desjatìny nel distretto di Karazin, tutto l'avvenire davanti e quanta freschezza! Mica come noi.»
«Perché vi lagnate, Stepàn Arkàdiè?»
«Perché va male, malissimo,» disse Stepàn Arkàdiè con un pesante sospiro.
VI
Quando Oblònskij aveva domandato a Lèvin per che cosa propriamente fosse arrivato, Lèvin era arrossito e si era infuriato con se stesso perché non poteva rispondergli: «Sono venuto per chiedere la mano di tua cognata», quantunque fosse venuto solamente per questo.
Le case dei Lèvin e degli Šèerbàckij erano vecchie case nobili moscovite ed erano sempre state in stretti e amichevoli rapporti fra loro. Questo legame si era ancor più consolidato durante il periodo degli studi di Lèvin. Egli si era preparato ed era entrato all'università insieme con il giovane principe Šèerbàckij, il fratello di Dolly e di Kitty. In quel periodo Lèvin andava sovente in casa Šèerbàckij e si era innamorato di casa Šèerbàckij. Per quanto possa sembrar strano, Konstantin Lèvin era innamorato proprio della casa, della famiglia, e in particolare della metà femminile della famiglia Šèerbàckij. Lèvin non ricordava la propria madre e l'unica sua sorella era maggiore di lui, sicché in casa Šèerbàckij per la prima volta aveva veduto quell'ambiente di vecchia famiglia nobiliare, educato e retto, del quale lui era stato privato dalla morte del padre e della madre. Tutti i componenti di quella famiglia, in particolare la metà femminile, gli apparivano avvolti da una sorta di misteriosa poetica cortina e non solo non scorgeva in loro alcun difetto, ma sotto questa poetica cortina che li avvolgeva presumeva i sentimenti più elevati e tutte le perfezioni possibili. Per quale motivo quelle tre signorine dovessero parlare un giorno in francese e un giorno in inglese, in determinate ore suonare ora una ora l'altra il pianoforte, i cui suoni si udivano su nella camera del fratello dove gli amici studiavano; per quale motivo venissero tutti quegli insegnanti di letteratura francese, di musica, di disegno e di ballo; per quale motivo in determinate ore tutte e tre le signorine con M.lle Linon si recassero in carrozza al Boulevard Tverskòj nelle loro pelliccette di raso: Dolly con una lunga, Natalie con una semilunga e Kitty con una senz'altro corta, tanto che le sue gambette ben fatte nelle calze rosse attillate erano sotto gli occhi di tutti; per quale motivo dovessero passeggiare per il Boulevard Tverskòj scortate dal domestico con la coccarda d'oro sul cappello, tutte queste cose e molte altre che si facevano nel loro misterioso mondo egli non le capiva, ma sapeva che tutto quello che vi si faceva era magnifico ed era innamorato proprio di tale misteriosità di quanto vi succedeva.
Nel periodo dei suoi studi era stato sul punto di innamorarsi della maggiore, Dolly, ma ben presto lei era stata data in moglie a Oblònskij. Poi aveva cominciato a innamorarsi della seconda. Era come se sentisse di doversi innamorare di una delle sorelle, ma non potesse capir bene di quale. Comunque, anche Natalie, non appena fece la sua comparsa in società, si maritò con il diplomatico Lvov. Kitty era ancora una bambina quando Lèvin terminò l'università. Il giovane Šèerbàckij, entrato nella flotta, era affogato nel Mar Baltico, e i rapporti di Lèvin con gli Šèerbàckij, nonostante la sua amicizia con Oblònskij, si erano diradati. Ma, quando al principio dell'inverno Lèvin era arrivato a Mosca dopo un anno in campagna e aveva visto gli Šèerbàckij, aveva capito di quale delle tre era destinato a innamorarsi.
Sembrerebbe che non vi potesse essere nulla di più semplice per lui, di buona razza, piuttosto ricco che povero, di trentadue anni, che chiedere la mano della principessina Šèerbàckaja; secondo ogni probabilità, lo avrebbero considerato subito un buon partito. Ma Lèvin era innamorato e perciò gli sembrava che Kitty fosse una tal perfezione sotto tutti i riguardi, un essere talmente al di sopra di ogni cosa terrena, e lui invece un essere talmente terreno e basso, da non potersi neppure pensare che gli altri, ed essa per prima, lo giudicassero degno di lei.
Trascorsi due mesi a Mosca come in un fumo, quasi ogni giorno vedendosi con Kitty in società, dove aveva cominciato ad andare per poterla incontrare, Lèvin improvvisamente aveva deciso che la cosa non era possibile ed era ripartito per la campagna.
La convinzione di Lèvin, che la cosa non fosse possibile, si basava sul fatto che agli occhi dei parenti lui doveva essere un partito sconveniente e indegno per l'affascinante Kitty e che Kitty stessa non potesse amarlo. Agli occhi dei parenti lui non aveva alcuna attività precisa e normale e nessuna posizione nel mondo, mentre ora che aveva trentadue anni i suoi compagni erano già chi colonnello e aiutante di campo, chi professore, chi direttore di banca e di ferrovie o presidente d'un ufficio amministrativo, come Oblònskij; lui invece (ed era certo di apparire così agli altri) era un proprietario terriero che si occupava di allevamento di vacche, di caccia alle beccacce e di costruzioni rurali, ossia un ragazzone senza talento, dal quale non era venuto fuori nulla; uno che, secondo le concezioni della società, faceva ciò che fanno le persone buone a nulla.
Nemmeno la misteriosa affascinante Kitty poteva amare un uomo così brutto, quale lui si considerava, e, soprattutto, così sempliciotto, che non spiccava per alcunché. Oltre a ciò, i suoi rapporti di prima con Kitty, rapporti di un adulto verso una bambina, dovuti all'amicizia con il fratello, gli parevano un nuovo ostacolo per l'amore. Un uomo buono e brutto, quale lui si considerava, si poteva, opinava lui, amare come un amico, ma per esser amato dell'amore con il quale lui amava Kitty bisognava essere un bell'uomo e soprattutto un uomo eccezionale.
È vero che aveva sentito dire che le donne spesso amano uomini brutti, semplici, ma non ci credeva, poiché giudicava in base a se stesso, e lui poteva amare solamente donne belle, misteriose ed eccezionali.
Trascorsi due mesi solo in campagna, si era però convinto che il suo non era uno di quegli innamoramenti che aveva sperimentato nella prima giovinezza; che questo sentimento non gli dava un minuto di pace; che non poteva vivere senza aver risolto il problema se lei sarebbe diventata o meno sua moglie; e che la sua disperazione derivava solamente dalla sua immaginazione, che non aveva nessuna prova che gli sarebbe stato opposto un rifiuto. E ora era arrivato a Mosca con la ferma decisione di chiedere la mano di Kitty e di sposarsi, se l'avessero accettato. Oppure... non poteva nemmeno pensare che cosa sarebbe stato di lui se l'avessero respinto.
VII
Giunto a Mosca con il treno del mattino, Lèvin si era fermato presso il fratellastro maggiore in linea materna, Kòznyšev, e, cambiatosi, era entrato nel suo studio con l'intenzione di raccontargli subito perché fosse arrivato e di chiederne il consiglio; ma il fratellastro non era solo. Da lui c'era un famoso professore di filosofia, arrivato da Chàrkov apposta per dirimere un equivoco sorto fra loro a proposito di una questione filosofica molto importante. Il professore conduceva un'ardente polemica contro i materialisti e Sergèj Kòznyšev seguiva con interesse questa polemica; letto l'ultimo articolo del professore, gli aveva scritto in una lettera le sue obiezioni; rimproverava al professore di fare troppe concessioni ai materialisti. E il professore era partito subito per spiegarsi. Si trattava di una questione di moda: c'è un confine fra i fenomeni psichici e fisiologici nell'attività dell'uomo, e dov'è?
Sergèj Ivànoviè accolse il fratello con l'abituale sorriso cortesemente freddo che aveva per tutti e, dopo averlo presentato al professore, continuò la conversazione.
Il piccolo ometto giallo con gli occhiali, con la fronte stretta, si distolse per un momento dalla conversazione per salutare, e continuò il suo discorso senza rivolgere attenzione a Lèvin. Lèvin si sedette in attesa che il professore se ne andasse, ma ben presto prese a interessarsi all'argomento della conversazione.
Lèvin s'era imbattuto sui giornali negli articoli di cui si discuteva, e li aveva letti, interessandosene come d'uno sviluppo delle basi delle scienze naturali, a lui note per aver studiato la materia all'università, ma non aveva mai accostato queste deduzioni scientifiche sull'origine dell'uomo in quanto animale, sui riflessi, la biologia e la sociologia, agli interrogativi sul significato della sua propria vita e della sua propria morte, che negli ultimi tempi gli venivano sempre più spesso in mente.
Ascoltando la conversazione del fratello con il professore, notò che loro collegavano i problemi scientifici con quelli spirituali, certe volte quasi si accostavano a questi problemi, ma ogni volta, non appena si erano veramente avvicinati all'essenziale, secondo quel che a lui sembrava, subito si affrettavano a deviarne e di nuovo si inoltravano nel campo delle discriminazioni sottili, delle riserve, delle citazioni, delle allusioni, dei richiami ai nomi autorevoli, e lui capiva a fatica di che cosa si parlasse.
«Io non posso ammettere,» diceva Sergèj Ivànoviè con la chiarezza e la nitidità dell'espressione e l'eleganza della dizione che gli erano abituali, «io non posso in alcun caso consentire con Keiss, che tutta la mia concezione del mondo esteriore derivi dalle impressioni. Il concetto fondamentale dell'essere non mi è dato attraverso la sensazione, giacché non c'è un organo speciale per trasmettere questo concetto.»
«Sì, ma loro, Wurst e Knaust e Pripàsov, vi risponderanno che la vostra coscienza dell'essere deriva dall'insieme di tutte le sensazioni, che questa coscienza dell'essere è il risultato delle sensazioni. Wurst dice persino apertamente che se non vi è sensazione non vi è nemmeno la nozione dell'essere.»
«Io dico al contrario,» cominciò Sergèj Ivànoviè.
A questo punto però a Lèvin nuovamente parve che loro, dopo essersi avvicinati all'essenziale, di nuovo se ne allontanassero, e si risolse a porre una domanda al professore.
«Di conseguenza, se i miei sensi vengono distrutti, se il mio corpo muore, non vi può più essere nessuna esistenza?» domandò.
Il professore si voltò con dispetto, e come colpito da un dolore mentale per l'interruzione, verso lo strano interlocutore che somigliava più a un burljàk che a un filosofo, e trasferì poi gli occhi su Sergèj Ivànoviè come a domandare: che si può dire? Ma Sergèj Ivànoviè, il quale era ben lontano dal parlare con lo sforzo e l'unilateralità del professore e nella cui testa rimaneva spazio per rispondere al professore e nel contempo per comprendere il semplice e naturale punto di vista dal quale era stata posta la domanda, sorrise e disse:
«Questa questione non abbiamo ancora il diritto di risolverla...»
«Non abbiamo i dati,» confermò il professore e proseguì nelle sue argomentazioni. «No,» disse, «io faccio osservare che se, come dice apertamente il Pripàsov, la sensazione ha come base l'impressione, noi dobbiamo rigorosamente distinguere questi due concetti.»
Lèvin non ascoltò più e si mise ad aspettare che il professore se ne andasse.
VIII
Quando il professore se ne fu andato, Sergèj Ivànoviè si rivolse al fratello:
«Sono molto contento che tu sia arrivato. Ti fermi molto? Come va l'azienda?»
Lèvin sapeva che l'andamento della proprietà poco interessava al fratello maggiore e che lui lo aveva interrogato in proposito soltanto per compiacenza, e perciò rispose solamente in merito alla vendita del frumento e ai soldi.
Lèvin avrebbe voluto dire al fratello della propria intenzione di sposarsi e chiedergli consiglio; a questo era anzi fermamente risolto; ma dopo aver visto il fratello, avere ascoltato la sua conversazione con il professore, e aver poi avvertito il tono involontariamente protettivo con il quale il fratello lo aveva interrogato sulle faccende dell'azienda (la tenuta della madre non era stata divisa e Lèvin amministrava entrambe le parti), aveva concluso che per qualche motivo non poteva cominciare a parlare con il fratello della sua decisione di sposarsi. Sentiva che suo fratello non avrebbe visto la cosa così come egli avrebbe voluto.
«Allora, che fa da voi lo zèmstvo, come va?» domandò Sergèj Ivànoviè, che si interessava molto allo zèmstvo e gli attribuiva grande importanza.
«Sai, a dire il vero non lo so...»
«Come? Non sei membro della direzione?»
«No, non ne faccio più parte, me ne sono andato,» rispose Konstantìn Lèvin, «e non vado nemmeno più alle riunioni.»
«Peccato!» proferì Sergèj Ivànoviè accigliandosi.
Per giustificarsi Lèvin cominciò a raccontare che cosa succedeva alle riunioni nel suo distretto.
«Ecco, è sempre così!» lo interruppe Sergèj Ivànoviè. «Noi russi siamo sempre così. Forse è persino il nostro lato buono: la capacità di vedere i propri difetti, ma noi esageriamo, ci consoliamo con l'ironia che abbiamo sempre pronta sulla punta della lingua. Ti dirò soltanto che, se si dessero a un altro popolo europeo gli stessi diritti che hanno le nostre istituzioni come lo zèmstvo, i tedeschi e gli inglesi saprebbero trarre la libertà, mentre noi non sappiamo che riderne.»
«Ma che vuoi fare?» disse con aria colpevole Lèvin. «Questo è stato il mio ultimo esperimento. E ci ho messo tutta l'anima. Non posso, non sono tagliato per queste cose.»
«Non è che non sei tagliato,» disse Sergèj Ivànoviè, «ma che non prendi le cose dal verso giusto.»
«Può darsi,» rispose Lèvin melanconico.
«Sai che nostro fratello Nikolàj è di nuovo qui?»
Nikolàj era fratello germano e più anziano di Konstantìn Lèvin e fratellastro di Sergèj Ivànovic, un uomo fallito, che aveva sperperato la maggior parte del proprio patrimonio, frequentava i peggiori e più strani ambienti ed era in lite con i fratelli.
«Che cosa dici?» gridò Lèvin con orrore. «Come lo sai?»
«Prokòfij l'ha visto per la strada.»
«Qui, a Mosca? Dov'è? Lo sai?» Lèvin si alzò dalla sedia come accingendosi ad andar via subito.
«Rimpiango d'avertelo detto,» disse Sergèj Ivànovic scuotendo la testa davanti all'agitazione del fratello minore. «Ho mandato qualcuno per sapere dove abita e gli ho mandato anche la sua cambiale a favore di Trubìn che ho pagato io. Ecco che cosa mi ha risposto.»
E Sergèj Ivànoviè porse al fratello un biglietto che stava sotto un fermacarte.
Lèvin lesse ciò che v'era scritto con una strana calligrafia che gli era familiare: «Prego umilmente di lasciarmi in pace. È l'unica cosa che esigo dai miei gentili fratelli. Nikolàj Lèvin.»
Lèvin lesse questo e, senza sollevare la testa, rimase con il biglietto in mano davanti a Sergèj Ivànoviè.
Nella sua anima lottavano il desiderio di dimenticare il disgraziato fratello e la coscienza che questo era male.
«Evidentemente vuole offendermi,» continuò Sergèj Ivànoviè, «ma offendermi non può, mentre io vorrei aiutarlo di tutto cuore ma so che questo non è possibile.»
«Sì, sì,» ripeteva Lèvin. «Io capisco e apprezzo il tuo atteggiamento, ma andrò da lui.»
«Se vuoi, vacci, ma non te lo consiglio,» disse Sergèj Ivànoviè. «Ossia, per quel che mi concerne non ho paura, non riuscirà a metterti in lite con me; ma, per te, il mio consiglio è di non andarci. Non si può aiutarlo. Del resto, fa' come vuoi.»
«Forse non si può aiutarlo, ma io sento, specialmente in questo momento - ma no, è un'altra cosa - sento che non potrei essere tranquillo.»
«Be', questo non lo capisco,» disse Sergèj Ivànoviè. «Una cosa capisco,» soggiunse, «che questa è una lezione di umiltà. Io ho cominciato a considerare diversamente e con maggiore indulgenza ciò che si chiama infamia dopo che nostro fratello è diventato quello che è... Tu sai che cosa ha fatto...»
«Ah, è orribile, è orribile!» ripeté Lèvin.
Avuto dal domestico di Sergèj Ivànoviè l'indirizzo del fratello, Lèvin aveva pensato di andarci subito, ma, riflettendo, s'era deciso a rimandare la visita alla sera. Innanzi tutto, per avere tranquillità d'animo, bisognava risolvere la faccenda per cui era venuto a Mosca. Venendo via dal fratello, Lèvin si recò dunque nell'ufficio di Oblònskij e, avute le informazioni sugli Šèerbàckij, andò dove gli era stato detto che avrebbe potuto trovare Kitty.
IX
Alle quattro, sentendo il cuore che gli batteva, Lèvin discese dalla vettura di piazza accanto al giardino zoologico e si avviò per un viottolo verso le montagne di ghiaccio e il campo di pattinaggio, sapendo con certezza di trovarvi lei, poiché aveva veduto la carrozza degli Šèerbàckij all'ingresso.
Era una giornata limpida, di gelo. All'ingresso stavano file di carrozze, di slitte, di cocchieri e di gendarmi. Un pubblico lindo, con i cappelli che scintillavano sotto il sole forte, brulicava all'ingresso e lungo i viottoli puliti, fra le casette russe con le travi scolpite; le vecchie betulle ricciute del giardino, con tutti i rami piegati sotto il peso della neve, sembravano agghindate in nuove solenni pianete.
Lèvin camminava per il viottolo verso il campo di pattinaggio e si diceva: «Bisogna che non mi agiti, bisogna che mi calmi. Che cos'hai? Che cosa vuoi? Stai zitto, stupido», si rivolgeva al proprio cuore. E quanto più si sforzava di tranquillizzarsi, tanto più gli mancava il respiro. Incontrò un amico che lo chiamò, ma non lo riconobbe neppure. Si avvicinò alle montagne sulle quali cigolavano le catene degli slittini che scendevano e salivano, rumoreggiavano le slitte che rotolavano giù e risuonavano voci allegre. Fece ancora qualche passo e, davanti a lui, si aprì il campo di pattinaggio: subito, fra tutti quelli che pattinavano, riconobbe lei.
Seppe che lei era lì per la gioia e la paura che gli strinsero il cuore. Lei era in piedi, parlava con una signora, all'altra estremità del campo. Nulla pareva esserci di speciale nel suo abito e nel suo atteggiamento, ma per Lèvin riconoscerla in quella folla era facile come riconoscere un roseto fra le ortiche. Tutto veniva illuminato da lei. Era il sorriso che faceva splendere ogni cosa intorno. «Possibile che io possa scender laggiù, sul ghiaccio, avvicinarmi a lei?» pensò. Il luogo dov'era lei gli pareva un santuario inaccessibile e vi fu un attimo in cui per poco non se ne andò via, tanto era il timore. Dovette fare uno sforzo su se stesso, e dirsi che vicino a lei passavano persone d'ogni specie, che anche lui avrebbe potuto esser venuto lì per pattinare. Discese giù, evitando per un bel po' di guardarla, come si evita di guardare il sole; ma, come il sole, la vedeva senza guardarla.
In quel giorno della settimana e in quell'ora della giornata si riunivano sul ghiaccio persone d'una medesima cerchia, che si conoscevano tutte fra loro. C'erano maestri di pattini, che sfoggiavano la loro arte, e principianti che si reggevano alle sedie con timidi goffi movimenti, e ragazzi e uomini anziani che pattinavano a scopo igienico; tutti parevano a Lèvin dei felici eletti, perché erano lì, vicino a lei. Tutti quelli che pattinavano parevano raggiungerla e sorpassarla con assoluta indifferenza, parlavano persino con lei e, del tutto indipendentemente da lei, si divertivano approfittando dell'ottimo ghiaccio e del bel tempo.
Nikolàj Šèerbàckij, cugino di Kitty, in giacchetta corta e pantaloni stretti, sedeva con i pattini ai piedi su una panchina e, vedendo Lèvin, gli gridò:
«Ah, il primo pattinatore della Russia! Siete qui da molto? Il ghiaccio è magnifico, mettetevi i pattini.»
«Non ho con me neppure i pattini,» rispose Lèvin, meravigliandosi del proprio coraggio e della propria disinvoltura in presenza di lei e non perdendola di vista nemmeno per un istante benché non guardasse nella sua direzione. Lei era discosta, e, tenendo ad angolo ottuso le gambe sottili negli alti stivaletti, palesemente intimidita, pattinava verso di lui. La sorpassò un ragazzo in costume russo che agitava disperatamente le braccia e si piegava verso terra. Lei non pattinava con molta sicurezza; tolte le mani dal piccolo manicotto che aveva appeso a un cordoncino, le teneva pronte per ogni evenienza e, guardando verso Lèvin che aveva riconosciuto, sorrideva a lui e alla propria paura. Quando la curva finì, si diede una spinta con la gamba bilanciata e pattinò direttamente verso Šèerbàckij; appoggiatasi a lui con una mano, sorridendo, fece con la testa un cenno di saluto a Lèvin. Era più bella di quanto se la immaginava.
Quando pensava a lei, poteva vivamente immaginarla tutta, in particolare la grazia di quella piccola testolina bionda con una espressione di limpidità e di bontà infantili, così liberamente posata sulle leggiadre spalle di ragazza. L'aria infantile del viso, insieme con la fine bellezza della figura, costituiva il suo particolare fascino, che egli ben ricordava; ma ciò che, come sempre, sorprendeva in lei era l'espressione degli occhi, miti, tranquilli e sinceri, e in special modo il sorriso, che sempre trasportava Lèvin in un mondo incantato dov'egli si sentiva intenerito e placato, come poteva ricordare se stesso nelle rare giornate della sua prima infanzia.
«Siete qui da molto?» disse lei porgendogli la mano. «Vi ringrazio,» aggiunse quando le raccolse il fazzoletto caduto dal manicotto.
«Io? Io da poco, ieri... ossia oggi... sì, sono arrivato,» rispose Lèvin, che per l'emozione non aveva capito subito la sua domanda. «Volevo venire da voi,» disse, ma subito ricordando con quale intenzione l'avesse cercata, si turbò e arrossì. «Non sapevo che pattinaste, e così bene anche.»
Lei lo guardò con attenzione, come se desiderasse capire la causa del suo turbamento.
«Una vostra lode è da tener da conto. Qui s'è mantenuta la leggenda che voi siete il miglior pattinatore,» disse, scuotendo con la piccola mano nel guanto nero gli aghi di brina caduti sul manicotto.
«Sì, una volta pattinavo con gran passione; volevo raggiungere la perfezione.»
«A quanto pare voi fate tutto con passione,» disse lei sorridendo. «Mi piacerebbe tanto vedere come pattinate. Su, mettete i pattini e andiamo a pattinare insieme.»
«Pattinare insieme? Come può esser possibile?» pensò Lèvin guardandola.
«Li metto subito,» disse.
E andò a mettersi i pattini.
«È un pezzo che non venivate da noi, signore,» disse l'uomo dei pattini, reggendogli un piede e avvitando il tacco. «Dopo di voi nessuno dei signori è più stato un campione. Va bene così?» diceva, stringendo la cinghia.
«Bene, bene, presto per favore,» rispondeva Lèvin, trattenendo a fatica un sorriso di felicità che involontariamente gli appariva sul viso. «Sì,» pensava, «questa è vita, questa è felicità! Insieme, ha detto, andiamo a pattinare insieme. Glielo dico adesso? Ma è proprio per questo che ho paura di dirglielo, perché adesso sono felice, felice almeno di speranza... E poi?... Ma devo! devo, devo! Al diavolo la debolezza!»
Si mise in piedi, si tolse il paltò e, presa la rincorsa sul ghiaccio ruvido presso la casetta, di corsa sbucò sul ghiaccio levigato e cominciò a pattinare senza sforzo, quasi accelerando, rallentando e dirigendo la corsa unicamente con la sua volontà. Le si avvicinò con timidezza, ma di nuovo il sorriso di lei lo tranquillizzò.
«Con voi imparerei più presto; non so perché, mi date sicurezza,» gli disse.
«E voi la date a me quando vi appoggiate,» disse lui, ma subito si spaventò di quanto aveva detto e arrossì. Ed effettivamente, non appena ebbe pronunciato queste parole, il sole scomparve dietro le nuvole, il viso di lei perdette la sua tenerezza e Lèvin riconobbe il giuoco che ben conosceva di quel viso, e che denotava uno sforzo di pensiero: sulla liscia fronte di lei era comparsa una piccola ruga.
«C'è qualcosa che vi spiace? Del resto, non ho il diritto di farvi questa domanda,» disse in fretta.
«Perché mai?... No, non ho niente che mi spiaccia,» rispose lei freddamente, e subito aggiunse: «Non avete ancora visto mademoiselle Linon?»
«Ancora no.»
«Andate da lei, vi vuole così bene.»
«Cos'è questo? L'ho rattristata? Signore, aiutami!» pensò Lèvin e corse verso la vecchia francese con i riccioli grigi, seduta su una panchina. Sorridendo e mettendo in mostra i denti finti, lei l'accolse come un vecchio amico.
«E così si cresce,» gli disse, indicando con gli occhi Kitty, «e si invecchia. Tiny bear è già diventata grande!» proseguì la francese ridendo e gli rammentò una sua celia a proposito delle tre signorine che egli chiamava con i nomi dei tre orsi di una fiaba inglese. «Vi ricordate che dicevate così?»
Lui non se ne ricordava affatto, ma già da più di dieci anni lei rideva di quella celia e se ne compiaceva.
«Su, andate, andate a pattinare. E la nostra Kitty ha cominciato a pattinare bene, non è vero?»
Quando Lèvin corse di nuovo da Kitty, il viso di lei non era già più severo; gli occhi avevano il loro sguardo sincero e dolce, ma a Lèvin parve che nella dolcezza di lei vi fosse un'intonazione particolare, di calma meditata. E diventò triste. Dopo aver parlato della vecchia governante, delle sue stranezze, lei lo interrogò sulla sua vita.
«Possibile che non vi annoiate d'inverno in campagna?» disse.
«No, non mi annoio, sono molto occupato,» disse lui, sentendo che lei lo costringeva al suo tono tranquillo, dal quale lui non avrebbe più avuto la forza di uscire, così com'era accaduto al principio dell'inverno.
«Siete venuto per rimanere molto tempo?» gli domandò Kitty.
«Non lo so,» rispose senza pensare a quel che diceva. Gli era venuto il pensiero che, se avesse ceduto a quel suo tono di tranquilla amicizia, di nuovo sarebbe partito senza aver deciso nulla e così decise di ribellarsi.
«Come, non lo sapete?»
«Non lo so. Dipende da voi,» disse, e subito si sentì terrorizzato dalle proprie parole.
Sia che lei non avesse sentito le sue parole, sia che non le avesse volute sentire, fatto sta che parve inciampare, pestando due volte il piedino, e si affrettò a pattinare via da lui. Pattinò verso M.lle Linon, le disse qualcosa e si diresse verso la casetta dove le signore si toglievano i pattini.
«Dio mio, che cosa ho fatto! Signore Dio mio, aiutami, ispirami», disse Lèvin, pregando e nello stesso tempo sentendo il bisogno di un moto violento, prendendo la rincorsa e virando veloce intorno alla pista e su se stesso.
In quel momento uno dei giovani, il migliore dei nuovi pattinatori, uscì dal caffè con la sigaretta in bocca, con i pattini, e, presa la rincorsa, con i pattini si slanciò giù per gli scalini, con gran rumore e sobbalzi. Volò giù e, senza nemmeno cambiare la libera posizione delle braccia, scivolò sul ghiaccio.
«Ah, un nuovo giuoco!» disse Lèvin e corse subito su per fare anche lui il nuovo giuoco.
«Non ammazzatevi, occorre allenamento!» gli gridò Nikolàj Šèerbàckij.
Lèvin salì in cima ai gradini, prese la rincorsa per quanto poté e si lanciò giù, mantenendo con le braccia l'equilibrio in quel movimento insolito. All'ultimo gradino inciampò, ma, sfiorato appena il ghiaccio con una mano, fece un movimento brusco, si raddrizzò e, ridendo, pattinò lontano.
«Che bravo, che caro,» pensava intanto Kitty uscendo dalla casetta con M.lle Linon e guardandolo con un sorriso d'affetto tranquillo, come se fosse un fratello al quale si vuol bene. «E possibile che io sia colpevole, possibile che abbia fatto qualcosa di male? Loro dicono: civetteria. Lo so che non amo lui, eppure con lui mi sento allegra, e lui è così bravo. Solo, perché ha detto quella cosa?...» pensò.
Vedendo Kitty che se ne andava e la madre che l'aspettava sui gradini, Lèvin, ancor tutto rosso dopo il rapido movimento, si fermò e rimase pensieroso. Si tolse i pattini e raggiunse la madre con la figlia all'uscita del giardino.
«Molto lieta di vedervi,» disse la principessa. «Al giovedì, come sempre, noi riceviamo.»
«Allora oggi?»
«Saremo molto lieti di vedervi,» disse in tono asciutto la principessa.
Questo tono asciutto amareggiò Kitty, che non poté trattenersi dal desiderio di cancellare l'impressione di freddezza data dalla madre. Volse la testa e con un sorriso proferì:
«Arrivederci.»
In quel momento entrava nel giardino Stepàn Arkàdiè, con il cappello di traverso, raggiante nel viso e negli occhi, simile a un allegro vincitore. Avvicinatosi però alla suocera, rispose con una faccia triste e contrita alle domande di lei sulla salute di Dolly. Dopo aver parlato a voce bassa e afflitta con la suocera, raddrizzò il petto e prese sotto braccio Lèvin.
«Allora, andiamo?» domandò. «Ho sempre pensato a te e sono molto, molto contento che tu sia arrivato,» disse, guardandolo negli occhi con un fare significativo.
«Andiamo, andiamo,» rispose Lèvin, che era felice e non cessava di sentire dentro di sé il suono della voce che diceva: «Arrivederci», e di vedere il sorriso con il quale ciò era stato detto.
«All'"Inghilterra" o all'"Ermitage"?»
«Per me fa lo stesso.»
«Allora, all'"Inghilterra",» disse Stepàn Arckàdic, scegliendo l'"Inghilterra" perché là, all'"Inghilterra", aveva un debito più grosso che non all'"Ermitage". Per questo riteneva non fosse bene evitare quest'albergo. «Hai una carrozza? Ah, benissimo, perché io ho rimandato la mia.»
Per tutto il tragitto gli amici tacquero. Lèvin rifletteva che cosa significasse quel mutamento sul viso di Kitty, e a volte si rassicurava dicendosi che c'era una speranza, a volte cadeva nella disperazione e vedeva chiaramente che la sua speranza era folle, ma nello stesso tempo si sentiva un uomo del tutto diverso, che non assomigliava più a ciò che era prima del sorriso e delle parole di lei: arrivederci.
Stepàn Arkàdiè durante il tragitto componeva il menu del pranzo.
«Ti piace il rombo, vero?» disse a Lèvin quando stavano per arrivare.
«Che cosa?» domandò a sua volta Lèvin. «Il rombo? Sì, il rombo mi piace tremendamente.»
X
Quando Lèvin entrò nell'albergo con Oblònskij, non poté non notare una certa particolarità d'espressione, come di trattenuto splendore, sul viso e in tutta la figura di Stepàn Arkàdiè. Oblònskji si tolse il paltò e, con il cappello a sghimbescio, passò nella sala da pranzo dando ordini ai tartari che erano accorsi con i frac e le salviette. Salutando a destra e a sinistra i conoscenti che aveva lì come dappertutto e che lo accoglievano con gioia, si avvicinò al buffet, accompagnò la vodka con un pesciolino e disse alla francesina dipinta e piena di nastri, trine e volants, che sedeva alla cassa, qualcosa in modo che anche lei si mise a ridere di cuore. Lèvin invece non bevette la vodka solamente perché gli dava ai nervi quella francesina che pareva tutta fatta di capelli altrui, poudre de riz e vinaigre de toilette. Si affrettò anzi ad allontanarsi da lei come da un luogo sudicio. Tutta la sua anima era colma del ricordo di Kitty e nei suoi occhi splendeva un sorriso di trionfo e di felicità.
«Di qua, vostra eccellenza, prego, qui non, vi disturberanno, vostra eccellenza,» diceva un vecchio tartaro incanutito, con il bacino largo e le falde del frac aperte, che si era appiccicato a loro in modo particolare. «Prego, vostra eccellenza,» disse a Lèvin, dedicandosi, in segno di rispetto per Stepàn Arkàdiè, anche al suo invitato.
Dopo aver steso in un attimo una tovaglia fresca su una tavola rotonda già coperta da un'altra tovaglia e sormontata da un doppiere di bronzo, avvicinò le sedie di velluto e si fermò davanti a Stepàn Arkàdiè con la salvietta e la lista in mano, aspettando gli ordini.
«Se vostra eccellenza ordina un salottino separato, ne avremo subito uno libero: del principe Golìcyn con una signora. Sono arrivate le ostriche fresche.»
«Ah, le ostriche!»
Stepàn Arkàdiè rimase sopra pensiero.
«E se cambiassimo il nostro piano, Lèvin?» disse, fermando il dito sulla carta. E il suo viso esprimeva seria perplessità. «Sono buone le ostriche? Sta' attento, tu!»
«Sono di Flensburg, vostra eccellenza, di Ostenda non ce ne sono.»
«Flensburg o non Flensburg, sono fresche però?»
«Le abbiamo ricevute ieri, eccellenza.»
«E allora, se cominciassimo dalle ostriche e poi cambiassimo tutto il piano? Eh?»
«Per me fa lo stesso. Per me la miglior cosa sono šèi e kaša, ma qui non se ne trova.»
«Kaša à-la-riusse, ordina il signore?» disse il tartaro chinandosi su Lèvin come una balia su un bambino.
«No, a parte gli scherzi, ciò che scegli tu per me va bene. Io ho pattinato e adesso ho voglia di mangiare. E non credere,» soggiunse, avendo notato un'espressione scontenta sul viso di Oblònskij, «che non apprezzi la tua scelta. È con piacere che mangerò bene.»
«Ci mancherebbe altro! Di' quel che vuoi ma questo è uno dei piaceri della vita,» disse Stepàn Arkàdiè. «Su allora, amico mio, dacci due decine, oppure è poco, tre decine di ostriche, una minestra di radiche...»
«Prentanier,» fece eco il tartaro. Ma Stepàn Arkàdiè evidentemente non voleva lasciargli il piacere di designare in francese i piatti.
«Con le radici, sai? Poi un rombo con la salsa densa, poi... del roast-beef, ma bada che sia buono. Un cappone, che dire, e poi frutta in scatola.»
Il tartaro, ricordando l'abitudine di Stepàn Arkàdiè di non designare i piatti in base al menu francese, non gli fece più eco, ma si concesse la soddisfazione di ripetere tutta l'ordinazione secondo la carta: «Sup prentanier, tiurbo sos Bomaršè, pulàrd à l'estregòn, maceduan de fruì...» e subito, come spinto da una molla, deposta la lista rilegata e afferrata un'altra, la carta dei vini, la porse a Stepàn Arkàdiè.
«Che cosa beviamo?»
«Per me quel che vuoi, ma non tanto; dello champagne,» disse Lèvin.
«Come? Per cominciare? Del resto hai ragione, diamine. Ti piace quello col sigillo bianco?»
«Cascè blan?» fece eco il tartaro.
«Ma sì, con le ostriche servi questa marca, e poi si vedrà.»
«Sissignore. Vino da tavola?»
«Del Nuits. Anzi no, meglio il classico Chablis.»
«Sissignore. Comandate il vostro formaggio?»
«Ma sì, del parmigiano. O ne preferisci un altro?»
«No, per me fa lo stesso,» disse Lèvin, incapace di trattenere un sorriso.
E il tartaro corse via con le falde sventolanti e, dopo cinque minuti, fece irruzione con un vassoio di ostriche aperte sui gusci di madreperla e con una bottiglia fra le dita.
Stepàn Arkàdiè spiegazzò il tovagliolo inamidato, se lo infilò nel gilet e, posate tranquillamente le mani, si dedicò alle ostriche.
«Mica male,» diceva, strappando con la forchetta d'argento dalla conchiglia madreperlacea le ostriche che vi guazzavano e inghiottendole una dopo l'altra. «Mica male,» ripeteva, alzando gli occhi umidi e scintillanti ora su Lèvin, ora sul tartaro.
Anche Lèvin mangiava le ostriche, benché il pane bianco con il formaggio gli piacesse di più. Ma era in ammirazione di Oblònskij. Persino il tartaro, aggiustandosi la cravatta bianca, sbirciava Stepàn Arkàdiè con un evidente sorriso di compiacimento dopo aver stappato la bottiglia e versato il vino spumante nelle coppe larghe e sottili.
«A te, però, le ostriche non piacciono poi molto?» disse Stepàn Arkàdiè, sorseggiando la sua coppa, «o sei preoccupato? Eh?»
Avrebbe voluto che Lèvin fosse allegro. Non che Lèvin non fosse contento, ma era imbarazzato. Con quel che aveva nell'animo si sentiva a disagio e in pena nel ristorante, fra i salottini dove si pranzava in compagnia di signore, in mezzo a quel correre e affaccendarsi, a quell'arredamento di bronzi, specchi, lumi a gas, tartari. Tutto questo lo offendeva. Aveva paura di insudiciare ciò che gli colmava l'anima.
«Io? Sì, sono preoccupato; ma oltre a ciò, tutto questo mi mette in imbarazzo,» disse. «Non puoi immaginare come per me, uomo di campagna, tutto questo sia strano, come le unghie di quel signore che ho veduto da te...»
«Sì, ho visto che le unghie del povero Grinèviè ti interessavano molto,» disse ridendo Stepàn Arkàdiè.
«È più forte di me,» rispose Lèvin. «Fai uno sforzo, mettiti nei miei panni, mettiti dal punto di vista di un campagnolo. Noi in campagna teniamo le nostre mani nelle condizioni più adatte per lavorare; per questo ci tagliamo corte le unghie e certe volte rimbocchiamo le maniche. E qui invece la gente si fa crescere apposta le unghie finché resistono e si mette dei piattini per gemelli, in modo che non si possa far più nulla con le mani.»
Stepàn Arkàdiè sorrideva allegramente.
«Sì, questo è un segno dei fatto che non dobbiamo fare lavori grossolani. È il cervello che lavora...»
«Può darsi. E tuttavia per me è una cosa strana, come lo è il fatto che noi, abitanti della campagna, mangiamo in fretta per rimetterci presto al lavoro, mentre adesso tu ed io cerchiamo di impiegare il maggior tempo possibile per saziarci e per questo mangiamo le ostriche...»
«Be', si capisce,» fu d'accordo Stepàn Arkàdiè. «Ma in questo sta lo scopo della civiltà: di tutto fare un piacere.»
«Be', se questo è lo scopo, vorrei essere un selvaggio.»
«Già lo sei un selvaggio. Tutti voi Lèvin siete selvaggi.»
Lèvin sospirò. Si ricordò di suo fratello Nikolàj e provò vergogna e dolore, e si accigliò; ma Oblònskij si mise a parlare di un argomento che lo distrasse subito.
«Allora, vai dai nostri stasera, dagli Šèerbàckij?» disse, allontanando da sé i vuoti gusci rugosi, avvicinandosi il formaggio e facendo brillare gli occhi in modo significativo.
«Sì, ci andrò senz'altro,» rispose Lèvin. «Benché mi sia parso che la principessa mi abbia invitato di malavoglia.»
«Che cosa dici! Che assurdità! È la sua maniera... Su, amico, dacci la minestra!... È la sua maniera, grande dame,» disse Stepàn Arkàdiè. «Verrò anch'io, ma devo andare pure a una prova di canto dalla contessa Bànina. Non è vero che sei un selvaggio? Come spiegare il fatto che sei scomparso da Mosca d'improvviso? Gli Šèerbàckij mi chiedevano di te continuamente, come se io dovessi saperlo. E io so una cosa sola: tu fai sempre ciò che nessuno fa.»
«Sì,» disse Lèvin lentamente e con emozione. «Hai ragione, sono un selvaggio. Solo che la mia selvatichezza non sta nel fatto di esser partito, ma in quello di essere tornato, ora. Ora sono tornato...»
«Oh, che uomo felice!» gli diede corda Stepàn Arkàdiè guardandolo negli occhi.
«Perché?»
«Da certi loro segni conosco i cavalli ardenti, dagli occhi loro i giovani innamorati conosco,» declamò Stepàn Arkàdiè. «Tu hai tutto davanti a te.»
«Perché, tu hai tutto dietro di te?»
«No, forse non dietro di me, ma tu hai l'avvenire mentre io ho il presente, e piuttosto traballante.»
«Perché, che cosa c'è?»
«Ma sì, non va bene. Del resto, di me non voglio parlare e inoltre spiegar tutto non si può,» disse Stepàn Arkàdiè. «Dunque, perché sei venuto a Mosca?.... Ehi, prendi!» gridò al tartaro.
«Lo indovini?» rispose Lèvin senza distogliere da Stepàn Arkàdiè i suoi occhi che scintillavano nel profondo.
«Lo indovino, ma non posso cominciare a parlare di questo. Già da questo puoi vedere se indovino giusto o no,» disse Stepàn Arkàdiè guardando Lèvin con un sottile sorriso.
«Allora, che cosa mi dici?» disse Lèvin con voce tremante, e sentendo che sulla faccia gli tremavano tutti i muscoli. «Tu come vedi la cosa?»
«Io?» disse Stepàn Arkàdiè, «non c'è niente che desidererei più di questo, niente. È la miglior cosa che potrebbe succedere.»
«Ma non ti sbagli? Sai di che cosa stiamo parlando?» proferì Lèvin, figgendo gli occhi nell'interlocutore. «Pensi che sia possibile?»
«Penso che sia possibile. Perché dovrebbe essere impossibile?»
«No, pensi sul serio che sia possibile? No, di' tutto quel che pensi! Bene, e se, se mi aspettasse un rifiuto?... E sono persino sicuro...»
«Perché pensi questo?» disse Stepàn Arkàdiè, sorridendo della sua emozione.
«Certe volte ho questa impressione. Sarebbe orribile, per me e per lei.»
«Via, in ogni caso per la ragazza non ci sarebbe niente di orribile. Ogni ragazza va fiera d'esser chiesta in sposa.»
«Sì, ogni ragazza, ma non lei.»
Stepàn Arkàdiè sorrise. Conosceva così bene il sentimento di Lèvin; sapeva che per lui tutte le ragazze al mondo si dividevano in due specie: la prima specie era quella di tutte le ragazze al mondo eccetto lei, e queste ragazze avevano tutte le debolezze umane ed erano ragazze assai comuni; la seconda specie era lei sola, che non aveva nessuna debolezza ed era al di sopra d'ogni cosa umana.
«Aspetta, prendi la salsa,» disse, trattenendo la mano di Lèvin che respingeva la salsa.
Lèvin si servì docilmente la salsa, ma non lasciò mangiare Stepàn Arkàdiè:
«No, aspetta, aspetta,» diceva. «Cerca di capire che per me questa è una questione di vita o di morte. Non ho mai parlato con nessuno di questo. E con nessuno ne parlerò come faccio con te. Perché tu ed io siamo in tutto estranei: altri gusti, opinioni, tutto, ma io so che tu mi vuoi bene e mi capisci, e per questo ti voglio un bene terribile. Per amor di Dio, però, sii assolutamente sincero.»
«Io ti dico ciò che penso,» disse Stepàn Arkàdiè sorridendo. «Ma ti dirò anche di più: mia moglie, una donna eccezionale...» Stepàn Arkàdiè sospirò, ricordando i propri rapporti con la moglie, e, dopo aver taciuto per un momento, proseguì: «Lei ha il dono della preveggenza. Vede le persone da una parte all'altra, ma questo è poco: sa che cosa succederà, specialmente in questioni di matrimoni. Per esempio, aveva predetto che la Šachòvskaja si sarebbe sposata con Brenteln. Nessuno voleva crederci, eppure è andata così. E lei è dalla tua parte.»
«Cosa vuoi dire?»
«Così, dice che non solo Kitty ti vuol bene, ma che sarà senz'altro tua moglie.»
A queste parole il viso di Lèvin si illuminò di colpo in un sorriso, un sorriso che è prossimo alle lacrime di commozione.
«Lei dice questo!» gridò Lèvin. «L'avevo sempre detto che è un prodigio, tua moglie, sì. Ma ora, basta; non parliamo più di questo,» disse, alzandosi dal posto.
«D'accordo, ma siediti.»
Lèvin però non poteva star seduto. Con i suoi passi fermi andò su e giù un paio di volte per la stanzetta che era come una cella, sbatté le palpebre perché non si vedessero le lacrime e soltanto allora si rimise a sedere a tavola.
«Cerca di capire,» disse, «questo non è amore. Io sono stato innamorato, ma questa è un'altra cosa. Non è un sentimento mio, ma una forza esterna che si è impadronita di me. Ero partito perché avevo deciso che questo era impossibile, capisci, com'è impossibile la felicità, che non esiste sulla terra; ma mi son battuto con me stesso e vedo che senza di questo non c'è vita per me. E bisogna decidere...»
«Ma per quale ragione eri partito?»
«Ah, aspetta! Ah, quanti pensieri! Quante cose bisogna domandare! Ascolta. Tu non puoi immaginare che cosa hai fatto per me con quello che hai detto. Sono così felice da esser persino repugnante, ho dimenticato tutto... Oggi avevo saputo che mio fratello Nikolàj... sai, che è qui... e mi sono dimenticato anche di lui. Mi sembra che anche lui sia felice. È una sorta di pazzia. Ma una cosa è orribile... Ecco, tu sei sposato, tu conosci questo sentimento... La cosa orribile è che noi vecchi, già con un passato... non d'amore ma di peccati... a un tratto ci uniamo con un essere puro, innocente. È una cosa repugnante e per questo non si può non sentirsi indegni.»
«Be', tu di peccati non ne hai molti.»
«Ah, tuttavia,» disse Lèvin, «tuttavia "con repulsione la mia vita leggendo, io fremo e maledico, e amaramente mi dolgo..." Sì.»
«Che vuoi farci, così è fatto il mondo,» disse Stepàn Arkàdiè.
«L'unica consolazione, come in quella preghiera che ho sempre amato, è: "Non perdonarmi per i miei meriti ma per misericordia." Soltanto così anche lei può perdonarmi.»
XI
Lèvin bevette la sua coppa e rimasero in silenzio.
«C'è un'altra cosa che ti devo dire. Conosci Vrònskij?» domandò Stepàn Arkàdiè a Lèvin.
«No, non lo conosco. Perché me lo domandi?»
«Dacci un'altra bottiglia,» si rivolse Stepàn Arkàdiè al tartaro, che aveva riempito le coppe e gironzolava intorno a loro senza che ci fosse alcun bisogno di lui.
«Perché dovrei conoscere Vrònskij?»
«Dovresti conoscere Vrònskij per il fatto che è uno dei tuoi rivali.»
«Chi è questo Vrònskij?» disse Lèvin e, dall'espressione fanciullescamente estatica che poco prima Oblònskij contemplava, il suo viso passò di colpo a un'espressione cattiva e sgradevole.
«Vrònskij è uno dei figli del conte Kirìll Ivànoviè, Vrònskij, e uno dei migliori campioni della gioventù dorata di Pietroburgo. Io l'ho conosciuto a Tver quando mi trovavo là in servizio militare e lui ci veniva per l'arruolamento delle reclute. Terribilmente ricco, bello, grandi relazioni, aiutante di campo dello zar e nello stesso tempo un buon ragazzo, tanto caro. Ma qualcosa di più che semplicemente un buon ragazzo. Come l'ho conosciuto qui, è anche colto e molto intelligente; è un uomo che andrà lontano.»
Lèvin si accigliò e tacque.
«Ebbene, lui è comparso qui poco dopo la tua partenza e, se non m'inganno, è innamorato pazzo di Kitty, e capirai che la madre...»
«Scusami, ma non ci capisco nulla,» disse Lèvin, cupo, aggrottandosi. E immediatamente si ricordò di suo fratello Nikolàj e di quanto egli stesso fosse spregevole per il fatto di essersene dimenticato.
«Aspetta, aspetta,» disse Stepàn Arkàdiè, sorridendo e toccandogli il braccio. «Io ti ho detto ciò che so, e ripeto che in questa cosa così sottile e delicata, per quanto si possa intuire, mi sembra che le chances siano dalla tua parte.»
Lèvin si buttò indietro sulla sedia; la sua faccia era pallida.
«Ti consiglierei però di decidere la cosa al più presto,» continuò Oblònskij, riempiendogli la coppa.
«No, grazie, non posso bere altro,» disse Lèvin allontanando la sua coppa. «Mi ubriacherei... Allora, come te la passi?» proseguì, desiderando palesemente cambiare discorso.
«Ancora una parola: ti consiglio in ogni caso di risolvere la questione al più presto. Oggi. Però, è forse meglio che non ne parli,» disse Stepàn Arkàdiè. «Domani mattina, alla maniera classica, vai a fare la tua domanda, e che Dio ti benedica...»
«Non volevi sempre venire a caccia da me? Vieni questa primavera,» disse Lèvin.
Adesso si pentiva con tutta l'anima d'aver cominciato quella conversazione con Stepàn Arkàdiè. Il suo particolare sentimento era stato offeso dal discorso sulla rivalità di un qualunque ufficiale di Pietroburgo, dalle supposizioni e dai consigli di Stepàn Arkàdiè.
Stepàn Arkàdiè sorrise. Capiva ciò che succedeva nell'animo di Lèvin.
«Un giorno verrò,» disse. «Sì, amico, le donne sono il perno sul quale tutto gira. Anche le mie faccende vanno male, molto male. E tutto per via delle donne. Dimmi sinceramente,» continuò, dopo aver preso un sigaro e tenendo con una mano la coppa, «dammi un consiglio.»
«Ma in che cosa?»
«Ecco in che cosa. Supponiamo che tu sia sposato, che tu voglia bene a tua moglie ma ti sia innamorato di un'altra donna...»
«Scusa, ma questo assolutamente non lo capisco, come... esattamente come non capisco che, dopo essermi saziato, mi possa venir voglia, passando davanti a un fornaio, di rubare una ciambella.»
Gli occhi di Stepàn Arkàdiè brillavano più del solito.
«E perché no? Una ciambella certe volte è così profumata che non si può resistere.
Himmlisch ist's, wenn ich bezwungen
Meine irdische Begier;
Aber noch wenn's nicht gelungen,
Hatt ich auch recht hübsch Plaisir!»
Dicendo questo Stepàn Arkàdiè sorrideva, lievemente. Anche Lèvin non poté non sorridere.
«Sì, ma scherzi a parte,» continuò Oblònskij, «cerca di capire: una donna, una cara e mite creatura che ama, povera, sola, ti ha sacrificato tutto. E adesso, quando tutto è già successo, cerca di capire, l'abbandoni? Certo, separarsi, per non distruggere la vita familiare; ma come si fa a non aver pietà di quest'altra, a non darle aiuto, cercare di conciliare?»
«Be', senti, scusami. Sai, per me tutte le donne si dividono in due specie... ossia no... meglio: ci sono donne e ci sono... Stupende creature cadute io non ne ho mai viste e non ne vedrò, mentre quelle come la francese della cassa, tutta dipinta, con i riccioli, per me sono vermi, e tutte le donne cadute sono eguali.»
«E quella del Vangelo?»
«Ah, smettila! Cristo non avrebbe mai detto quelle parole se avesse saputo come ne avrebbero abusato. Di tutto il Vangelo ricordano solamente quelle parole. Del resto io non dico ciò che penso, ma ciò che sento. Io ho repulsione per le donne cadute. Tu hai paura dei ragni e io di questi vermi. E tu, probabilmente, non hai studiato i ragni e non ne conosci i costumi: così io.»
«È facile parlar così per te; fai come quel signore di Dickens che con la mano sinistra si buttava dietro la spalla destra tutte le questioni imbarazzanti. Ma la negazione di un fatto non è una risposta. Che cosa fare, dimmelo tu, che cosa fare? La moglie diventa vecchia e tu sei pieno di vita. Appena ti guardi intorno, senti che, per quanto tu la stimi, non riesci ad amare con amore la moglie. E poi, a un tratto, ti capita l'amore e sei rovinato, rovinato!» proferì Stepàn Arkàdiè con afflitta disperazione.
Lèvin sogghignò.
«Sì, sei rovinato,» proseguì Oblònskij. «Ma che fare?»
«Non rubare le ciambelle.»
Stepàn Arkàdiè scoppiò a ridere.
«Oh, moralista! Ma cerca di capire che qui ci sono due donne: una insiste soltanto sui suoi diritti, sul diritto al tuo amore, che tu non puoi darle; l'altra ti sacrifica tutto e non chiede nulla. Che cosa devi fare? Come agire? Qui c'è un dramma terribile.»
«Se vuoi che sia sincero a questo proposito, ti dirò che non credo che qui ci sia un dramma. Ed ecco perché. Secondo me, l'amore... entrambi gli amori che, ricordi, Platone definisce nel suo Convito, entrambi gli amori servono da pietra di paragone per gli uomini. Certi uomini ne capiscono soltanto uno, altri soltanto l'altro. E quelli che capiscono soltanto l'amore non platonico parlano a vanvera di dramma. Con un amore del genere non può esservi alcun dramma. "Umilmente vi ringrazio per il piacere, i miei rispetti", ecco tutto il dramma. E per l'amore platonico non può esservi dramma, perché in quest'amore tutto è limpido e puro, perché...»
In questo momento Lèvin si ricordò dei propri peccati e della lotta interiore che aveva vissuto. E, inaspettatamente, soggiunse:
«Del resto, può anche darsi che tu abbia ragione. Può darsi benissimo... Ma io non lo so, davvero non lo so.»
«Ecco, vedi,» disse Stepàn Arkàdiè, «tu sei un uomo tutto d'un pezzo. Questa è la tua qualità e il tuo difetto. Tu sei un carattere tutto d'un pezzo e vuoi che tutta la vita sia costituita da fenomeni tutti d'un pezzo, ma questo non succede. Tu vuoi anche che l'attività di un uomo abbia sempre uno scopo, che l'amore e la vita familiare siano sempre una cosa sola. E questo non succede. Tutta la varietà, tutto il fascino, tutta la bellezza della vita sono fatti di luci e di ombre.»
Lèvin sospirò e non rispose nulla. Pensava a cose sue e non ascoltava Oblònskij.
E a un tratto entrambi sentirono che, benché fossero amici, benché pranzassero insieme e bevessero un vino che avrebbe dovuto avvicinarli ancor più, ognuno pensava invece a cose sue e a ognuno non importava dell'altro. Già più d'una volta Oblònskij aveva provato questo distacco estremo che si produce dopo un pranzo in luogo di un avvicinamento e sapeva che cosa si debba fare in questi casi.
«Conto!» gridò e uscì nella sala adiacente, dove subito incontrò un aiutante di campo che conosceva e con cui si mise a chiacchierare a proposito di un'attrice e di chi la manteneva. E subito, nella conversazione con l'aiutante, Oblònskij sentì un sollievo e un rilassamento dopo la conversazione con Lèvin, il quale lo portava sempre a una troppo alta tensione mentale e spirituale.
Quando il tartaro comparve con il conto di ventisei rubli e varie copeche più il supplemento per la vodka, Lèvin, che in un altro momento, da campagnolo, sarebbe stato terrorizzato da un conto di quattordici rubli a suo carico, ora non vi fece attenzione, pagò e si diresse a casa per cambiarsi e andare dagli Šèerbàckij dove si sarebbe decisa la sua sorte.
XII
La principessina Kitty Šèerbàckaja aveva diciotto anni. Era il primo inverno che si presentava in società. I suoi successi mondani erano superiori a quelli di entrambe le sue sorelle maggiori e anche superiori a quanto si aspettasse la principessa madre. Non solo i giovani che frequentavano i balli moscoviti erano quasi tutti innamorati di Kitty, ma già in quel primo inverno si erano presentati due partiti seri: Lèvin, e subito dopo la sua partenza il conte Vrònskij.
L'apparizione di Lèvin al principio dell'inverno, le sue frequenti visite e l'evidente amore per Kitty erano stati il pretesto per i primi discorsi seri fra i genitori di Kitty sul suo avvenire e per le dispute fra il principe e la principessa. Il principe era dalla parte di Lèvin; diceva di non desiderare di meglio per Kitty. La principessa, invece, con l'abitudine propria alle donne di eludere la questione, diceva che Kitty era troppo giovane, che Lèvin in nulla dava a vedere d'avere intenzioni serie, che Kitty non gli era affezionata, e altre cose ancora; ma non diceva la cosa principale, e cioè che lei attendeva un miglior partito per la figlia, e che Lèvin non le era simpatico, e che lei non lo capiva. Quando poi Lèvin improvvisamente era partito, la principessa ne era stata contenta e aveva detto trionfante al marito: «Vedi che avevo ragione.» Quando poi era comparso Vrònskij, essa era stata ancor più contenta, e si era rafforzata nella sua idea che Kitty dovesse fare non semplicemente un buon matrimonio, ma un matrimonio brillante.
Per la madre non c'era paragone fra Vrònskij e Lèvin. Alla madre non piacevano in Lèvin i suoi giudizi aspri e inconsueti, la sua goffaggine in società, dovuta, come lei pensava, ad orgoglio, e quella sua vita in campagna dedita al bestiame e ai contadini, secondo lei piuttosto selvaggia; assai poco le piaceva inoltre il fatto che lui, innamorato di sua figlia, fosse venuto in casa per un mese e mezzo, come aspettando qualcosa, osservando come se temesse di far troppo onore con la sua domanda di matrimonio, e non capisse che, se si frequenta la casa dove c'è una ragazza da marito, bisogna dichiararsi. E tutt'a un tratto, senza essersi dichiarato, era partito. «Meno male che è così poco attraente che Kitty non si è innamorata di lui,» pensava la madre.
Vrònskij soddisfaceva tutti i desideri della madre. Molto ricco, intelligente, distinto, sulla via di una brillante carriera militare a corte, e uomo affascinante. Non si poteva desiderare nulla di meglio.
Ai balli, Vrònskij faceva la corte a Kitty in modo palese, ballava con lei e veniva in casa; dunque non si poteva dubitare della serietà delle sue intenzioni. Eppure, nonostante questo, per tutto quell'inverno la madre era rimasta in grande agitazione e inquietudine.
La principessa si era sposata trent'anni prima, pronuba una zia. Il fidanzato, del quale si sapeva già tutto in anticipo, era arrivato, aveva visto la fidanzata; loro avevano visto lui; la zia pronuba aveva saputo e riferito l'impressione reciprocamente prodotta; l'impressione era stata buona; poi, il giorno stabilito, l'attesa richiesta ai genitori era stata presentata e accettata. Tutto era avvenuto in modo molto piano e facile. Così almeno sembrava alla principessa. Con le sue figlie, invece, essa aveva sperimentato come non fosse né piana né facile una faccenda che sembrava normalissima, come maritare le figlie. Quanti terrori aveva vissuto, quanti pensieri rimuginato, quanti soldi spesi, quanti urti con il marito per sposare le due maggiori, Dàrija e Natàlija! Adesso, nell'introdurre nel mondo la minore, si rivivevano le stesse paure, gli stessi dubbi, e litigi con il marito ancor più duri che non per le maggiori. Il vecchio principe, come tutti i padri, era particolarmente pedante a proposito dell'onore e della purezza delle sue figlie; era irragionevolmente geloso delle figlie e specialmente di Kitty, la quale era la sua beniamina, e a ogni passo faceva delle scenate alla principessa perché comprometteva la figlia. La principessa era abituata a questo sin dalle prime figlie, ma ora sentiva che la pedanteria del marito aveva maggiore fondamento. Vedeva che negli ultimi tempi molte cose erano cambiate nei costumi della società, che i doveri di una madre erano divenuti ancor più difficili. Vedeva che le coetanee di Kitty formavano una sorta di società, frequentavano certi corsi, trattavano con libertà gli uomini, uscivano sole in carrozza per le strade, molte non facevano l'inchino e, più importante d'ogni altra cosa, erano tutte fermamente convinte che scegliersi il marito fosse affar loro e non dei genitori. «Oggi non ci si marita più come prima,» pensavano e dicevano tutte quelle giovani ragazze e persino tutte le persone anziane. Ma come ci si maritasse oggi, la principessa non riusciva a saperlo da nessuno. L'uso francese - che i genitori decidessero il destino dei figli - non era accettato, veniva condannato. L'uso inglese - completa libertà alla figlia - non era accettato neppur esso e appariva impossibile nella società russa. L'uso russo del pronubato era considerato qualcosa di mostruoso, ne ridevano tutti e per prima la principessa. Ma come si dovesse dar marito o maritarsi nessuno lo sapeva. Tutti quelli con cui la principessa aveva avuto occasione di discorrere di questo, le dicevano la stessa cosa: «Per piacere, ai nostri tempi è ora di abbandonare queste anticaglie. Sono i giovani che si sposano e non i genitori; dunque, bisogna lasciare che i giovani si sistemino come vogliono.» Ma era facile parlare così per chi non aveva figlie, mentre la principessa capiva che con quella facilità di avvicinamento la figlia poteva innamorarsi, innamorarsi di chi non avesse voglia di sposarla o di chi non andasse bene come marito. E, per quanto ammonissero la principessa che ai nostri tempi i giovani devono preparare da sé il proprio destino, essa non ne era convinta, come non si sarebbe convinta che, in qualunque epoca si vivesse, i migliori balocchi per i bambini di cinque anni potevano mai essere delle pistole cariche. Per questo la principessa si inquietava per Kitty ancor più che per le figlie maggiori.
Adesso aveva paura che Vrònskij non si limitasse soltanto a far la corte a sua figlia. Vedeva che la figlia ne era già innamorata, ma si consolava dicendosi che lui era un uomo onesto e perciò non avrebbe fatto quella cosa. Nello stesso tempo però sapeva che con l'attuale libertà di rapporti era facile far girare la testa a una ragazza, e che in genere gli uomini consideravano con leggerezza questa colpa. La settimana prima Kitty aveva raccontato alla madre una sua conversazione con Vrònskij durante una mazurca. Questa conversazione aveva in parte tranquillizzato la principessa; ma del tutto tranquilla non era. Vrònskij aveva detto a Kitty che loro, i due fratelli, erano così avvezzi a sottomettersi in tutto alla loro madre, che certe volte non si risolvevano a intraprendere qualcosa d'importante senza essersi prima consigliati con lei. «E adesso io attendo come una fortuna particolare l'arrivo della mamma da Pietroburgo,» aveva detto lui.
Kitty aveva raccontato questo senza dare alcuna importanza a queste parole. Ma la madre, intendeva la cosa in un altro modo. Sapeva che la vecchia era attesa da un giorno all'altro, che la vecchia sarebbe stata contenta della scelta del figlio, e le sembrava strano che lui, temendo di offendere la madre, non facesse la sua richiesta; desiderava tanto quel matrimonio e, più di tutto, il quietarsi dei propri affanni, che credeva a questo. Per quanto amaro fosse ora per la principessa vedere l'infelicità della figlia maggiore Dolly, che si accingeva a lasciare il marito, l'agitazione per la sorte in via di decidersi della minore assorbiva tutti i suoi sentimenti. Quel giorno, con la comparsa di Lèvin, le si era aggiunta una nuova preoccupazione. Temeva che la figlia, la quale, come le sembrava, per un certo tempo aveva nutrito sentimenti verso Lèvin, per troppa onestà rispondesse con un rifiuto a Vrònskij e in genere che l'arrivo di Lèvin imbrogliasse, frenasse un affare così vicino alla conclusione.
«Allora, è molto che è arrivato?» disse la principessa a proposito di Lèvin, quando esse furono tornate a casa.
«Oggi, maman.»
«Voglio dire una cosa sola,» cominciò la principessa e, dal suo viso serio e animato, Kitty intuì di che cosa si sarebbe trattato.
«Mamma,» disse, facendosi rossa e voltandosi rapidamente verso di lei, «per piacere, per piacere, non dite niente di questo. Io lo so, so tutto.»
Lei desiderava la stessa cosa che desiderava la madre, ma i motivi del desiderio della madre la offendevano.
«Voglio semplicemente dire che, dopo aver dato una speranza a uno...»
«Mamma, colombella, per amor di Dio, non parlate. Fa tanta paura parlar di questo.»
«Non parlerò, non parlerò,» disse la madre vedendo le lacrime sugli occhi della figlia, «una cosa sola, però, anima mia: tu mi hai promesso che con me non avrai segreti. Non ne avrai?»
«Mai, mamma; nessuno,» rispose Kitty arrossendo e guardando diritto in faccia alla madre. «Ma non ho nulla da dire adesso. Io... io... se volessi, io non so che cosa dire e come... non so...»
«No, non può dire il falso con questi occhi,» pensò la madre sorridendo all'agitazione e alla felicità della figlia. La principessa sorrideva di come a lei, poveretta, sembrava enorme e significativo ciò che ora accadeva nell'anima della figlia.
XIII
Dopo il pranzo e sino al principio della serata Kitty provò una sensazione simile a quella che prova un giovane prima della battaglia. Il suo cuore batteva con violenza e i pensieri non riuscivano a fissarsi su nulla.
Sentiva che quella sera, quando tutti e due si sarebbero incontrati per la prima volta, doveva essere decisiva nel suo destino. E incessantemente se li immaginava, ora ciascuno separatamente, ora tutti e due insieme. Quando pensava al passato, si fermava con piacere, con tenerezza sui ricordi dei propri rapporti con Lèvin. I ricordi dell'infanzia e i ricordi dell'amicizia di Lèvin con suo fratello morto davano un particolare fascino poetico ai suoi rapporti con lui. Il suo amore per lei, del quale era sicura, la lusingava e le dava gioia. E le riusciva spontaneo ricordare Lèvin.
Nei ricordi su Vrònskij si mischiava invece qualcosa di imbarazzante benché egli fosse un uomo in sommo grado mondano e sereno; come se ci fosse qualcosa di falso - non in lui, che era tanto semplice e caro - ma in lei stessa, mentre con Lèvin si sentiva assolutamente semplice e chiara. In compenso però, non appena pensava all'avvenire con Vrònskij, le appariva una prospettiva di brillante felicità, mentre con Lèvin l'avvenire si presentava nebuloso.
Salendo di sopra a vestirsi per la serata e data un'occhiata allo specchio, notò con gioia che era in una delle sue buone giornate e in pieno possesso di tutte le sue forze; e questo le era tanto necessario per ciò che l'attendeva: sentiva in sé la calma esteriore e la libera grazia dei movimenti.
Alle sette e mezzo, appena era discesa in salotto, il domestico annunciò: «Konstantìn Dmìtriè Lèvin.» La principessa era ancora nella sua stanza e il principe non era uscito. «Ci siamo,» pensò Kitty e tutto il sangue le affluì al cuore. Si guardò nello specchio e si spaventò del proprio pallore.
Adesso sapeva con certezza che egli era venuto in anticipo apposta per trovarla sola e farle la sua proposta. E solo a questo punto per la prima volta tutta la cosa le apparve sotto un aspetto completamente nuovo, diverso. Solo a questo punto comprese che la questione non riguardava lei sola: con chi sarebbe stata felice e chi avrebbe amato; ma che in quel momento avrebbe dovuto offendere un uomo al quale voleva bene. E offenderlo crudelmente... Per che cosa? Per il fatto che lui, caro, l'amava, era innamorato di lei. Ma non c'era niente da fare, così bisognava, così si doveva.
«Dio mio, possibile che debba essere proprio io a dirgli questo?» pensò. «E che cosa gli dico? Come faccio a dirgli che non lo amo? Non sarebbe la verità. Che cosa gli dirò dunque? Gli dirò che amo un altro? No, questo è impossibile. Me ne vado, me ne vado.»
Stava già avvicinandosi alla porta quando udì i suoi passi. «No! Non è onesto. Che cosa ho da temere? Io non ho fatto niente di male. Quel che sarà, sarà! Dirò la verità. E poi con lui non può essere imbarazzante. Eccolo,» si disse vedendo l'intera forte e timida figura di lui con gli occhi luccicanti rivolti verso di lei. Lo guardò diritto in faccia, come supplicandolo di risparmiarla, e gli porse la mano.
«Non sono venuto all'ora giusta, troppo presto, credo,» disse egli guardando il salotto vuoto. Quando vide che le sue aspettative si erano avverate, che nulla gli impediva di dichiararsi, il suo viso si fece cupo.
«Oh, no,» disse Kitty e si sedette al tavolo.
«Ma ciò che volevo, era proprio trovarvi sola,» cominciò egli senza sedersi e senza guardarla per non perdere coraggio.
«La mamma viene subito. Ieri si è stancata molto. Ieri...»
Essa parlava senza sapere che cosa dicessero le sue labbra e senza distogliere da lui il suo sguardo supplice e carezzevole.
Lui le gettò un'occhiata e lei arrossì e tacque.
«Vi avevo detto di non sapere se ero arrivato per fermarmi molto tempo... che questo dipende da voi...»
Lei chinava sempre più il capo senza sapere che cosa avrebbe risposto a quel che si avvicinava.
«Che questo dipende da voi,» ripeté lui. «Io volevo dire... io volevo dire... Io sono arrivato per questo... che... perché voi siate mia moglie!» proferì senza sapere che cosa dicesse; ma, sentendo che la cosa più terribile era stata detta, si fermò e la guardò.
Lei respirava con difficoltà, senza guardarlo. Si sentiva in estasi. La sua anima era piena di felicità. Non si aspettava certamente che, dichiarandosi, l'amore di lui le avrebbe prodotto una così forte impressione. Si ricordò di Vrònskij. Alzò su Lèvin i luminosi occhi veritieri e, vedendo la sua faccia disperata, rispose in fretta:
«È impossibile... perdonatemi...»
Come gli era stata vicina un minuto prima, com'era stata importante per la sua vita! E come era diventata estranea adesso, e lontana!
«Non poteva essere altrimenti,» disse egli senza guardarla.
Si inchinò e fece per andarsene.
XIV
Ma in quello stesso momento entrò la principessa. Sul suo viso si dipinse il terrore quando li vide soli e vide le loro facce sconvolte. Lèvin le si inchinò e non disse nulla. Kitty taceva senza alzare gli occhi. «Grazie a Dio, ha rifiutato,» pensò la madre e il suo viso si illuminò nel solito sorriso con cui accoglieva gli invitati al giovedì. Si sedette e cominciò a interrogare Lèvin sulla sua vita in campagna. Egli si sedette di nuovo, aspettando l'arrivo degli invitati per andarsene senza farsi notare.
Cinque minuti dopo entrò un'amica di Kitty che l'inverno prima si era sposata, la contessa Nordston.
Era una donna secca, giallognola, con neri occhi brillanti, malaticcia e nervosa. Voleva bene a Kitty e questo suo amore per lei, come sempre l'amore delle donne sposate verso le ragazze, si esprimeva nel desiderio di maritare Kitty secondo il proprio ideale di felicità, e perciò desiderava maritarla a Vrònskij. Lèvin, che al principio dell'inverno essa aveva incontrato spesso da loro, le era sempre stato antipatico. La sua occupazione costante e preferita ogni volta che lo incontrava consisteva nel prenderlo in giro.
«Mi piace quando lui mi guarda dall'alto della sua grandezza; o interrompe la sua intelligente conversazione con me perché sono stupida, oppure usa condiscendenza nei miei confronti. È questo che mi piace moltissimo: che discenda! Sono contentissima che non mi possa soffrire,» diceva di lui.
Aveva ragione, perché effettivamente Lèvin non la poteva soffrire e la disprezzava per ciò di cui lei andava orgogliosa e considerava una qualità: il suo nervosismo, il suo raffinato disprezzo e la sua indifferenza per tutto ciò che è volgare e della vita concreta.
Fra la Nordston e Lèvin si era stabilito quel rapporto che non di rado si incontra in società, per cui due persone, restando esteriormente in rapporti amichevoli, si disprezzano vicendevolmente a tal punto che non possono neppure rivolgersi la parola seriamente, né possono essere offese l'una dall'altra.
La contessa Nordston si avventò subito su Lèvin.
«Ah! Konstantìn Dmìtriè! Siete venuto di nuovo nella nostra corrotta Babilonia,» disse, porgendogli la minuscola mano gialla e rammentandogli le sue stesse parole, dette al principio dell'inverno, secondo cui Mosca era una Babilonia. «Allora, Babilonia s'è ravveduta o vi siete pervertito voi?» soggiunse, voltandosi a guardare Kitty con un sorriso ironico.
«Mi lusinga assai, contessa, che ricordiate così bene le mie parole,» rispose Lèvin, che aveva fatto in tempo a riprendersi e subito, per abitudine, era entrato nel suo atteggiamento di scherzosa ostilità verso la contessa Nordston. «Evidentemente vi fanno molto effetto.»
«Ah, come no! Io trascrivo tutto. Allora, Kitty, sei andata di nuovo a pattinare?»
E si mise a parlare con Kitty. Per quanto imbarazzante fosse per Lèvin andarsene in quel momento, gli era comunque più facile commettere questa sconvenienza che non restare per tutta la serata e veder Kitty che ogni tanto lo sogguardava ed evitava il suo sguardo. Stava per alzarsi, ma la principessa, avendo notato che egli taceva, gli rivolse la parola:
«Siete venuto a Mosca per molto? Perché voi vi occupate dello zèmstvo, no? e non potete restare per molto.»
«No, principessa, non mi occupo più dello zèmstvo,» disse egli. «Sono venuto per qualche giorno.»
«Ha qualcosa di insolito,» pensò la contessa Nordston, scrutando il suo viso serio e severo, «chi sa perché non si ingolfa nei suoi ragionamenti. Ma lo farò venir fuori io. Mi piace troppo fargli fare la figura dello scemo davanti a Kitty, e gliela farò fare.»
«Konstantin Dmìtriè,» gli disse, «spiegatemi per favore - voi che queste cose le sapete - perché da noi, nella campagna di Kalùga, i contadini e le loro donne si son bevuti tutto ciò che avevano e adesso a noi non pagano niente. Perché questo? Ditemelo voi, che lodate sempre tanto i contadini.»
In quel momento nella stanza entrò un'altra signora e Lèvin si alzò.
«Scusatemi, contessa, ma di questo non so davvero nulla e nulla vi posso dire,» disse e si voltò a guardare il militare che era entrato dietro la signora.
«Dev'essere Vrònskij,» pensò Lèvin e, per convincersene, lanciò un'occhiata a Kitty. Lei era già riuscita a gettare uno sguardo a Vrònskij e ora si voltava a guardare Lèvin. Da quel solo sguardo dei suoi occhi, che involontariamente si erano illuminati, Lèvin capì che essa amava quell'uomo, lo capì con la stessa sicurezza che se lei glielo avesse detto con le parole. Ma che uomo era quello?
Adesso - bene o male che fosse - Lèvin non poteva non restare; aveva bisogno di sapere che uomo fosse colui che lei amava.
Vi sono uomini che, incontrando un rivale fortunato in qualsiasi cosa, sono pronti subito a ignorare tutto ciò che di buono c'è in lui e in lui vedere soltanto il male; vi sono uomini che, al contrario, più d'ogni altra cosa desiderano trovare nel loro rivale fortunato le qualità con cui egli li ha vinti e in lui cercano, con una fitta di dolore al cuore, soltanto il bene. Lèvin apparteneva a questi uomini. Ma non gli era difficile trovare il buono e l'attraente in Vrònskij. Esso gli saltò subito agli occhi. Vrònskij era bruno, non alto, di solida corporatura, con un viso benevolo e bello, straordinariamente tranquillo e deciso. Nel suo viso e nella sua figura, dai capelli neri tagliati corti e dal mento rasato di fresco sino all'ampia uniforme nuova fiammante, tutto era semplice e insieme elegante. Ceduto il passo alla signora che entrava, Vrònskij si avvicinò alla principessa e poi a Kitty.
Intanto che le si avvicinava, i suoi begli occhi brillarono con particolare dolcezza, ed egli, chinandosi rispettosamente e cautamente su di lei, le porse la sua mano non grande ma larga, con un sorriso (come parve a Lèvin) appena percettibile di felicità e di esultante modestia.
Dopo aver salutato tutti e aver detto qualche parola, egli si sedette senza aver guardato neppure una volta Lèvin che non distoglieva gli occhi da lui.
«Permettete che vi presenti,» disse la principessa, indicando Lèvin. «Konstantìn Dmìtriè Lèvin. Il conte Aleksèj Kirìllovic Vrònskij.»
Vrònskij si alzò e, guardando amichevolmente Lèvin negli occhi, gli strinse la mano.
«Quest'inverno dovevo pranzare con voi, mi sembra,» disse, sorridendo con il suo sorriso semplice e aperto, «ma siete partito improvvisamente per la campagna.»
«Konstantìn Dmìtriè disprezza e odia la città e noi di città,» disse la contessa Nordston.
«Evidentemente le mie parole vi fanno molto effetto se le ricordate così,» disse Lèvin e, rammentando d'aver già detto questo prima, arrossì.
Vrònskij sbirciò Lèvin e la contessa Nordston e sorrise.
«E voi state sempre in campagna?» domandò. «Penso che d'inverno sia noioso.»
«Non è noioso se si ha da fare, e poi anche a stare soli con se stessi non è noioso,» rispose bruscamente Lèvin.
«A me la campagna piace,» disse Vrònskij, notando il tono di Lèvin ma facendo finta di non essersene accorto.
«Ma spero, conte, che voi non accettereste di vivere sempre in campagna,» disse la contessa Nordston.
«Non lo so, non ho provato a starci molto. Ho provato uno strano sentimento,» continuò. «Mai ho avuto tanta nostalgia della campagna, della campagna russa, con i làpti e i muzikì, come dopo aver vissuto un inverno a Nizza con la mamma. Nizza di per sé è noiosa, sapete. E anche Napoli, Sorrento vanno bene soltanto per poco tempo. E proprio là si ricorda in modo particolarmente vivo la Russia, e precisamente la campagna. Sono come...»
Parlava rivolgendosi a Kitty come a Lèvin e trasferendo da uno all'altro lo sguardo tranquillo e cordiale; diceva evidentemente ciò che gli veniva in testa.
Avendo notato che la contessa Nordston voleva dire qualcosa, si fermò senza terminare la frase che aveva cominciato e si mise attentamente ad ascoltarla.
La conversazione non s'interrompeva un solo momento, sicché la vecchia principessa, che aveva sempre in serbo, in caso di penuria di argomenti, due grossi calibri - l'insegnamento delle lingue classiche e moderne e il servizio militare obbligatorio -, non ebbe nemmeno bisogno di farne uso e la contessa Nordston non ebbe modo di stuzzicare Lèvin.
Lèvin avrebbe voluto entrare nella conversazione generale, ma non ci riusciva; pur dicendosi continuamente: «Adesso me ne vado», non se ne andava, come se aspettasse qualcosa.
La conversazione cadde sui tavolini che girano e sugli spiriti, e la contessa Nordston, che credeva nello spiritismo, si mise a raccontare i prodigi che aveva visto.
«Ah, contessa, portatemici assolutamente, per amor di Dio portatemici! Io non ho mai visto niente di straordinario, benché cerchi sempre dappertutto,» disse sorridendo Vrònskij.
«Va bene, il prossimo sabato,» rispose la contessa Nordston. «Ma voi, Konstantìn Dmìtriè, ci credete?» domandò a Lèvin.
«Perché me lo domandate? Sapete bene che cosa direi.»
«Ma io voglio sentire la vostra opinione.»
«La mia opinione è soltanto questa,» rispose Lèvin, «che questi tavolini che girano dimostrano che la cosiddetta società colta non è al di sopra dei contadini. Loro credono nel malocchio, nella fattura, nei sortilegi, mentre noi...»
«Come? voi non ci credete?»
«Non posso crederci, contessa.»
«Ma se ho visto con i miei occhi?»
«Anche le contadine raccontano d'aver visto con i loro occhi i domovye.»
«Allora voi pensate che io dica il falso?»
Ed essa rise in modo acido.
«Ma no, Màša; Konstantìn Dmìtriè dice che non può credere,» disse Kitty, arrossendo per Lèvin, e Lèvin lo capì, e, arrabbiandosi ancor più, avrebbe voluto rispondere, ma Vrònskij venne in aiuto, con il suo aperto e gaio sorriso, alla conversazione che minacciava di diventare sgradevole.
«Non ammettete nemmeno la possibilità?» domandò. «Perché mai? Eppure noi ammettiamo l'esistenza dell'elettricità che non conosciamo; perché non può esserci una nuova forza, che ci è ancora ignota e che...»
«Quando si trovò l'elettricità,» interruppe in fretta Lèvin, «si scoprì semplicemente un fenomeno e si ignorava di dove provenisse e che cosa producesse, e passarono secoli prima che si pensasse di utilizzarla. Gli spiritisti, al contrario, hanno cominciato con il fatto che i tavolini scrivono per loro, che gli spiriti vengono da loro, e solo in seguito hanno cominciato a dire che questa è una forza ignota.»
Vrònskij ascoltava attentamente Lèvin, come sempre ascoltava, palesemente interessandosi alle sue parole.
«Sì, ma gli spiritisti dicono: adesso noi non sappiamo che forza sia questa, ma una forza c'è ed ecco in quali condizioni agisce. E che gli scienziati scoprano in che cosa consiste questa forza. No, io non vedo perché non possa trattarsi di una nuova forza, dato che...»
«Per il fatto,» interruppe di nuovo Lèvin, «che per quanto riguarda l'elettricità, ogni volta che sfregate della resina contro la lana, si manifesta il fenomeno noto, mentre qui non succede ogni volta e dunque non si tratta di un fenomeno naturale.»
Sentendo probabilmente che la conversazione prendeva un carattere troppo serio per un salotto, Vrònskij non replicò, ma, cercando di cambiare argomento, sorrise gaiamente e si volse verso le signore.
«Su, proviamo subito, contessa,» cominciò; ma Lèvin voleva finire di dimostrare ciò che pensava.
«Io penso,» continuò egli, «che questo tentativo degli spiritisti di spiegare i loro prodigi grazie a una nuova forza sia il meno felice. Loro parlano apertamente di una forza spirituale e vogliono sottoporla a un'esperienza materiale.»
Tutti aspettavano che finisse ed egli lo sentiva.
«E io invece penso che voi sareste un ottimo medium,» disse la contessa Nordston, «in voi c'è qualcosa di esaltato.»
Lèvin spalancò la bocca, avrebbe voluto dir qualcosa, arrossì e non disse nulla.
«Su, principessina, proviamo subito con i tavoli, vi prego,» disse Vrònskij. «Voi permettete, principessa?»
E Vrònskij si alzò cercando con gli occhi un tavolino.
Kitty si alzò dal tavolino e, passando accanto, si incontrò con gli occhi di Lèvin. Con tutta l'anima ne aveva pena, tanto più che lo compiangeva in una disgrazia della quale lei stessa era la causa. «Se mi si può perdonare, perdonatemi,» diceva il suo sguardo, «sono così felice.»
«Odio tutti, e voi, e me stesso,» rispondeva lo sguardo di lui ed egli afferrò il proprio cappello. Ma non era destino che potesse andarsene. Erano sul punto di sistemarsi attorno al tavolino e Lèvin stava per partire quando entrò il vecchio principe, e, salutate le signore, si rivolse a Lèvin:
«Ah!» esordì gioiosamente. «Sei qui da molto? Neppure sapevo che tu fossi qui. Sono molto contento di vedervi.»
Il vecchio principe parlava a Lèvin un po' col «tu» e un po' con il «voi». Abbracciò Lèvin e, parlando con lui, non si accorse di Vrònskij che si era alzato e tranquillamente aspettava che il principe gli si rivolgesse.
Kitty sentiva come la gentilezza di suo padre fosse penosa per Lèvin dopo tutto quel che era successo. Vide anche come suo padre avesse finalmente risposto in modo freddo all'inchino di Vrònskij e come Vrònskij avesse guardato suo padre con amichevole perplessità, sforzandosi di capire e non riuscendo a capire come mai e per quale motivo si potesse essere maldisposti verso di lui, ed arrossì.
«Principe, lasciateci Konstantìn Dmìtriè,» disse la contessa Nordston. «Vogliamo fare un esperimento.»
«Quale esperimento? Far ballare i tavoli? Be', scusatemi, signore e signori, ma secondo me è più divertente giocare all'anellino,» disse il vecchio principe guardando Vrònskij e indovinando che era stato lui a combinare tutto. «Nell'anellino almeno c'è un senso.»
Vrònskij guardò stupito il principe con i suoi occhi fermi e, dopo aver impercettibilmente sorriso, si mise subito a parlare con la contessa Nordston di un grande ballo che si doveva tenere la settimana successiva.
«Voi ci sarete, spero?» chiese a Kitty.
Non appena il vecchio principe si fu allontanato da lui, Lèvin uscì senza farsi notare e l'ultima impressione che gli rimase della serata fu il viso sorridente e felice di Kitty che rispondeva alla domanda sul ballo di Vrònskij.
XV
Quando la serata fu finita, Kitty riferì alla madre la sua conversazione con Lèvin e, nonostante tutta la compassione che provava per Lèvin, la rallegrava il pensiero che le fosse stata fatta una proposta. Non aveva alcun dubbio d'aver agito come bisognava. Ma, a letto, per molto tempo non riuscì a prender sonno. Un'impressione la perseguitava senza tregua. Era la faccia di Lèvin con i sopraccigli aggrottati e con i suoi occhi buoni che guardavano al di sotto di essi in modo cupo e addolorato mentre ascoltava in piedi suo padre e scrutava lei e Vrònskij. E ne provò così pena che le vennero le lacrime agli occhi. Ma subito pensò a colui con il quale l'aveva cambiato. Ricordò vivamente quel volto virile e deciso, quella nobile calma e la bontà che brillava in lui tutto verso tutti; ricordò l'amore per lei di colui che amava e di nuovo si sentì l'anima piena di gioia, e con un sorriso di felicità si adagiò sul guanciale. «Mi fa pena, mi fa pena, ma che farci? Non è colpa mia,» si diceva, ma una voce interiore le diceva ben altro. Di che cosa avesse rimorso: d'aver fatto invaghire Lèvin o d'averlo respinto, non lo sapeva. Ma la sua felicità era avvelenata dai dubbi. «Signore abbi misericordia, Signore abbi misericordia, Signore abbi misericordia!» diceva fra sé mentre si andava addormentando.
Giù, nel piccolo studio del principe, si svolgeva intanto una di quelle scenate che si ripetevano sovente fra i genitori a causa della figlia preferita.
«Che cosa? Ecco che cosa!» gridava il principe agitando le braccia e subito richiudendo la sua vestaglia di vaio. «Che in voi non c'è orgoglio, dignità; che coprite di vergogna e rovinate vostra figlia con queste stupide e vili mene matrimoniali.»
«Ma vi prego, per amor di Dio, principe, che cosa ho fatto?» diceva la principessa quasi piangendo.
Secondo l'abitudine, era andata dal principe per salutarlo, felice e contenta dopo il colloquio con la figlia, e, benché non avesse intenzione di parlargli della proposta di Lèvin e del rifiuto di Kitty, aveva accennato al marito che le sembrava che con Vrònskij la cosa fosse ormai definita, e che si sarebbe risolta non appena fosse arrivata sua madre. E proprio qui, a queste parole, il principe a un tratto aveva preso fuoco e aveva cominciato a gridare parole sconvenienti.
«Che cos'avete fatto? Ecco che cosa: in primo luogo adescate un fidanzato e tutta Mosca ne parlerà, e con ragione. Se date una serata, invitate pure tutti, ma non i fidanzatelli eletti. Invitate tutti quei moscardini (così il principe chiamava i giovanotti di Mosca), invitate un suonatore e che ballino pure, ma non, come oggi, i fidanzatini facendoli stare insieme. Veder questo mi fa schifo, mi fa schifo, e avete raggiunto il vostro scopo, avete fatto girare la testa alla ragazza. Lèvin è mille volte migliore. E quel bellimbusto di Pietroburgo, come lui li fanno a macchina, sono tutti d'uno stampo e tutti canaglie. Ma anche se fosse un principe di sangue, mia figlia non ha bisogno di nessuno!»
«Ma che ho fatto dunque?»
«Hai fatto che...» gridò con ira il principe.
«Lo so che a dar retta a te,» lo interruppe la principessa, «nostra figlia non la sposeremmo mai. Se è così, bisogna andarsene in campagna.»
«Ed è meglio andarci.»
«Aspetta però. Io lusingo qualcuno forse? Io non lusingo nessuno. Ma un giovanotto, e pure ottimo, s'è innamorato, e lei a quanto pare...»
«Sì, ecco, pare a voi! E se lei si innamorasse davvero e lui pensasse di sposarsi quanto ci penso io?... Oh, che non lo vedano i miei occhi!... Ah, lo spiritismo; ah, Nizza; ah, il ballo...» E il principe, immaginando di fare il verso di sua moglie, a ogni parola faceva una riverenza. «Ma ecco, quando avremo fatta l'infelicità di Katènka, quando lei si sarà messa davvero in testa...»
«Ma perché pensi così?»
«Non penso, so; per questo gli occhi li abbiamo noi e non le comari. Io vedo un uomo che ha intenzioni serie, e questo è Lèvin; vedo una quaglia come quel fanfarone che ha soltanto voglia di divertirsi.»
«Be', adesso ti metti in testa certe cose...»
«E te ne ricorderai, ma sarà tardi, come per Dàšenka.»
«Su, va bene, va bene, non parliamone più,» lo fermò la principessa ricordandosi dell'infelice Dolly.
«E benissimo, e addio!»
E, fattosi reciprocamente il segno della croce e baciatisi, ma sentendo che ognuno era rimasto con la propria opinione, i coniugi si lasciarono.
La principessa era fermamente convinta che quella serata aveva deciso la sorte di Kitty e che non vi potevano esser dubbi circa le intenzioni di Vrònskij, ma le parole del marito la turbarono. Ritornata nella sua stanza, esattamente come Kitty, anche lei ripeté varie volte in cuor suo, con terrore di fronte all'avvenire ignoto: «Signore abbi misericordia, Signore abbi misericordia, Signore abbi misericordia!»
XVI
Vrònskij non aveva mai conosciuto vita familiare. In gioventù sua madre era stata una brillante donna di mondo, e durante il periodo del matrimonio, e ancor più dopo, aveva avuto molte avventure note a tutta la società. Lui quasi non si ricordava di suo padre, ed era stato educato nel Corpo dei Paggi.
Uscendo dalla scuola giovanissimo, brillante ufficiale, si era subito instradato sul binario dei ricchi militari di Pietroburgo. Benché di tanto in tanto frequentasse anche la società pietroburghese, tutti i suoi interessi amorosi erano fuori di questa società.
A Mosca aveva sperimentato per la prima volta, dopo la lussuosa e rozza vita di Pietroburgo, il fascino di avvicinare una cara e innocente ragazza che si era innamorata di lui. Non gli passava per la testa che nei suoi rapporti con Kitty potesse esserci qualcosa di cattivo. Ai balli danzava prevalentemente con lei; frequentava la sua casa. Parlando con lei diceva ciò che solitamente si dice in società, ogni sorta di sciocchezze, e tuttavia sciocchezze alle quali involontariamente egli conferiva un significato particolare per lei. Benché non le avesse detto niente che non avrebbe potuto dire davanti a tutti, sentiva che essa si legava sempre più a lui, e, quanto più sentiva questo, tanto più la cosa gli faceva piacere e i suoi sentimenti verso di lei diventavano più teneri. Egli non sapeva che il suo modo di agire nei confronti di Kitty ha un nome preciso, si chiama sedurre le signorine senza avere intenzione di sposarsi, e che il sedurre è una delle cattive azioni più comuni fra i giovani brillanti come era lui. A lui sembrava d'essere stato il primo a scoprire questo piacere e godeva della propria scoperta.
Se avesse potuto sentire che cosa si erano detti quella sera i genitori di lei, se avesse potuto mettersi dal punto di vista della famiglia, e sapere che Kitty sarebbe stata infelice se lui non l'avesse sposata, se ne sarebbe meravigliato molto e non ci avrebbe creduto. Non avrebbe potuto credere che quanto procurava un piacere così grande e buono a lui, e in special modo a lei, potesse essere una cosa cattiva. Ancor meno avrebbe potuto credere al fatto che doveva sposarsi.
Per lui il matrimonio non si era mai presentato come una cosa possibile. Non solo non amava la vita familiare, ma nella famiglia, e in particolare nella parte del marito, secondo la concezione comune a tutto il mondo degli scapoli nel quale viveva, egli immaginava qualcosa di estraneo a sé, di ostile e soprattutto di ridicolo. Sebbene non sospettasse neppure ciò che avevano detto i genitori di lei, uscendo quella sera dagli Šèerbàckij Vrònskij sentiva però che il segreto legame spirituale esistente fra lui e Kitty quella sera si era riconfermato in modo così forte che occorreva fare qualcosa. Ma che cosa si potesse e si dovesse fare non poteva neppure immaginarlo.
«Questo è incantevole,» pensava di ritorno dagli Šèerbàckij e recandone come sempre una gradevole sensazione di purezza e di freschezza, derivata in parte anche dal fatto che non aveva fumato durante l'intera serata, e nello stesso tempo una sensazione nuova di commozione per l'amore di lei verso di lui, «questo è incantevole: che non è stato detto nulla, né da lei né da me, ma ci capivamo talmente in quell'invisibile colloquio di sguardi e di intonazioni, che oggi lei mi ha detto di amarmi in maniera più chiara che mai. E in che maniera cara, semplice e soprattutto fiduciosa! Io stesso mi sento migliore, più puro. Sento che in me c'è un cuore e c'è molto di buono. Quei cari occhi innamorati! Quando lei ha detto: e molto... E allora? Be', niente. Per me è bene ed è bene anche per lei.» E si mise a pensare a dove concludere la serata.
Passò in rassegna con l'immaginazione i posti dove avrebbe potuto andare. «Il club? una partita a bazzica e champagne con Ignàtov? No, non ci vado. Il "Château des fleurs?" Qui troverei Oblònskij, le canzonette e il cancan. No, mi è venuto a noia. Proprio per questo mi piacciono gli Šèerbàckij, che da loro divento migliore. Vado a casa.» Si recò direttamente nella sua camera da Dusseaux, ordinò che gli servissero la cena e poi, svestitosi, appena posata la testa sul cuscino, si addormentò d'un sonno forte e tranquillo, come sempre.
XVII
Il giorno dopo, alle undici del mattino, Vrònskij andò alla stazione della ferrovia di Pietroburgo ad accogliere la madre, e la prima persona nella quale s'imbatté sui gradini della grande scalinata fu Oblònskij, che con lo stesso treno aspettava sua sorella.
«Ah! Vostra eccellenza!» gridò Oblònskij. «Per chi sei qui?»
«Per la mamma,» rispose Vrònskij, sorridendo come tutti quando incontravano Oblònskij, stringendogli la mano, e salendo con lui la scalinata. «Deve arrivare adesso da Pietroburgo.»
«E io ti ho aspettato sino alle due. Dove sei andato dopo gli Šèerbàckij?»
«A casa,» rispose Vrònskij. «A dire il vero, mi sentivo così bene ieri dopo esser stato dagli Šèerbàckij, che non avevo voglia di andare in nessun posto.»
«Da certi loro segni conosco i cavalli ardenti, dagli occhi loro i giovani innamorati conosco,» declamò Stepàn Arkàdiè esattamente come aveva già fatto con Lèvin.
Vrònskij sorrise con l'aria di non negare, ma cambiò subito discorso.
«E tu chi aspetti?» domandò.
«Io? Una bella donna,» disse Oblònskij.
«Ah, così!»
«Honni soit qui mai y pense! Mia sorella Anna.»
«Ah, la Karènina?» disse Vrònski.
«Di certo la conosci, vero?»
«Credo di conoscerla. O forse no... Davvero non me ne ricordo,» rispose Vrònskij in modo distratto, al nome di Karènina, immaginando confusamente qualcosa di presuntuoso e di noioso.
«Ma Aleksèj Aleksàndroviè, il mio famoso cognato, di sicuro lo conosci. Tutto il mondo lo conosce.»
«Vuoi dire che lo conosco di fama e di vista. So che è intelligente, erudito, qualcosa di divino... Ma sai, questo non è nella mia... not in my line,» disse Vrònskij.
«Sì, è un uomo eccezionale; un po' conservatore, ma un'ottima persona,» osservò Stepàn Arkàdiè, «un'ottima persona.» «Bene, tanto meglio per lui,» disse Vrònskij sorridendo. «Ah, sei qui,» si rivolse a un vecchio di alta statura, il domestico della madre, che stava accanto alla porta. «Entra qui.»
«Allora, domenica facciamo una cena per la diva?» disse poi a Oblònskij, prendendolo con un sorriso sotto braccio.
«Certamente. Io raccoglierò le prenotazioni. Ah, ieri hai fatto conoscenza con il mio amico Lèvin?» domandò Stepàn Arkàdiè.
«Come no. Ma se ne è andato presto, non so perché.»
«È un bravo ragazzo,» continuò Oblònskij. «Non è vero?»
«Io non so,» rispose Vrònskij, «perché in tutti i moscoviti, escludendo naturalmente quelli con cui parlo,» intercalò scherzosamente, «ci sia qualcosa di rude. S'inalberano sempre per qualcosa, si arrabbiano, è come se volessero sempre insegnarci qualcosa...»
«È così, è vero, è così...» disse Stepàn Arkàdiè ridendo allegramente.
«Allora, arriva presto?» disse Vrònskij a un ferroviere.
«Il treno è in arrivo,» rispose il ferroviere.
Indicava sempre più l'avvicinarsi del treno il movimento per i preparativi nella stazione, il correre dei facchini, l'apparizione dei gendarmi e dei ferrovieri, l'affluire di coloro che aspettavano. Attraverso la bruma gelida si vedevano gli operai in pellicciotto e stivali morbidi di feltro, che passavano sopra le rotaie delle deviazioni di linea. Si udiva il fischio di una locomotiva su rotaie lontane e l'avanzare di qualcosa di pesante.
«No,» disse Stepàn Arkàdiè, che aveva una gran voglia di raccontare a Vrònskij delle intenzioni di Lèvin nei confronti di Kitty. «No, tu non hai apprezzato come si deve il mio Lèvin. È un uomo molto nervoso e accade che si renda antipatico, ma in compenso sa essere anche molto caro. È un carattere così onesto, leale, e un cuor d'oro. Ma ieri c'erano motivi particolari,» continuò Stepàn Arkàdiè con un sorriso significativo, dimenticando completamente la sincera compartecipazione provata il giorno prima per il proprio amico e provandola ora nello stesso modo, ma per Vrònskij. «Sì, c'era un motivo per cui poteva essere o particolarmente felice o particolarmente infelice.»
Vrònskij si fermò e domandò direttamente:
«Cioè che cosa? O ieri ha fatto una proposta di matrimonio alla tua belle-soeur...»
«Può darsi,» disse Stepàn Arkàdiè. «Infatti ho supposto qualcosa del genere, ieri. Sì, se è andato via presto e per di più era di cattivo umore, vuol dire che è stato così... È innamorato da tanto tempo e mi fa una gran pena.»
«Così dunque!... Comunque io penso che lei possa contare su un partito migliore,» disse Vrònskij e, raddrizzando il petto, si rimise a camminare. «Comunque, non lo so,» soggiunse. «Sì, è una situazione penosa! È per questo che la maggioranza preferisce aver a che fare con donnine allegre. Qui l'insuccesso dimostra soltanto che non avevi abbastanza soldi, mentre nell'altro caso è in giuoco la tua dignità. Ma ecco il treno.»
Effettivamente in lontananza già fischiava la locomotiva. Pochi minuti dopo la banchina tremò, e, sbuffando vapore che il gelo costringeva verso il basso, la locomotiva passò davanti a loro con lo stantuffo della ruota centrale che si tendeva e distendeva in modo lento e regolare, e con il macchinista imbacuccato e coperto di brina che salutava; e, dietro il tender, scuotendo sempre più lentamente e vigorosamente la banchina, cominciò a sfilare il bagagliaio con un cane che guaiva; finalmente, sussultando prima di fermarsi, si avvicinarono i vagoni dei passeggeri.
Dopo aver fischiato, un aitante capotreno saltò giù mentre il convoglio era ancora in moto, e dietro di lui cominciarono a scendere uno dopo l'altro i passeggeri frettolosi: un ufficiale della guardia che si teneva impettito e si guardava intorno severamente; un mercantuccio con una bisaccia, irrequieto e allegramente sorridente; un contadino con il sacco in spalla.
Vrònskij, stando a fianco di Oblònskij, osservava i vagoni e quelli che ne uscivano e si era completamente dimenticato di sua madre. Ciò che ora aveva saputo a proposito di Kitty lo eccitava e lo rallegrava. Il suo petto involontariamente si raddrizzava e gli occhi gli brillavano. Si sentiva vincitore.
«La contessa Vrònskaja è in quello scompartimento,» disse l'aitante capotreno avvicinandosi a Vrònskij.
Le parole del capotreno lo risvegliarono e lo obbligarono a ricordarsi della madre e dell'imminente incontro con lei. In cuor suo egli non stimava la madre e, senza rendersene conto, non l'amava, benché, secondo le concezioni dell'ambiente in cui viveva, per la sua stessa educazione non potesse immaginare altri rapporti con la madre che non fossero in sommo grado, sottomessi e rispettosi, e tanto più esteriormente sottomessi e rispettosi quanto meno in cuor suo egli la stimava e l'amava.
XVIII
Vrònskij seguì il capotreno nella carrozza e, all'ingresso dello scompartimento, si fermò per cedere il passo alla signora che ne usciva. Con il tatto abituale all'uomo di mondo, un solo sguardo all'aspetto di quella signora bastò a Vrònskij per stabilirne l'appartenenza all'alta società. Si scusò e fece per entrare nello scompartimento, ma sentì il bisogno di darle un'altra occhiata: non perché fosse molto bella, non per l'eleganza e la grazia modesta che erano palesi in tutta la sua figura, ma perché nell'espressione del viso attraente, quando essa gli era passata accanto, c'era qualcosa di particolarmente carezzevole e tenero. Quando si voltò a guardarla anche lei volse il capo. I suoi occhi grigi, scintillanti, che parevano scuri a causa dei folti sopraccigli, si fermarono in modo amichevole e attento sul viso di lui come se essa lo riconoscesse, ma poi si portarono subito sulla folla che si avvicinava come per cercare qualcuno. In quel breve sguardo Vrònskij riuscì a notare una vivacità contenuta che guizzava sul viso e si librava fra gli occhi scintillanti e un sorriso appena percettibile che increspava le labbra vermiglie. Come se ci fosse in lei qualcosa che sovrabbondava, che riempiva talmente il suo essere da esprimersi al di fuori della sua volontà, ora nello scintillio degli occhi, ora nel sorriso. Volutamente lei spense la luce negli occhi, ma essa continuava a risplendere contro il suo volere nel sorriso appena percettibile.
Vrònskij entrò nello scompartimento. Sua madre, una vecchietta secca con gli occhi e i riccioli neri, strizzò le palpebre scrutando il figlio e sorridendo leggermente con le labbra sottili. Alzatasi dal divano e passata alla cameriera una borsa a sacco, diede la piccola mano secca al figlio e, sollevando la testa di lui dalla mano, lo baciò in viso.
«Hai ricevuto il telegramma? Stai bene? Grazie a Dio.»
«Avete fatto buon viaggio?» disse il figlio, sedendosi accanto a lei e involontariamente restando in ascolto della voce femminile dietro la porta. Sapeva che era la voce della signora che aveva incontrato nell'entrare.
«Comunque non sono d'accordo con voi,» diceva la voce della signora.
«È l'opinione di Pietroburgo, signora.»
«Non di Pietroburgo, ma semplicemente delle donne,» rispondeva lei.
«Ebbene, permettete che vi baci la mano.»
«Arrivederci, Ivàn Petròvic. E guardate se mio fratello è qui e mandatelo da me,» disse la signora proprio sulla porta, e rientrò nello scompartimento.
«Allora, avete trovato vostro fratello?» domandò la Vrònskaja rivolgendosi alla signora.
Vrònskij ricordò adesso che quella era la Karènina.
«Vostro fratello è qui,» disse alzandosi. «Scusate se non vi ho riconosciuta, ma la nostra conoscenza è stata così breve,» proseguì inchinandosi, «che sicuramente voi non vi ricordate di me.»
«Oh no,» disse lei, «vi avrei riconosciuto, perché con vostra mamma durante tutto il viaggio abbiamo parlato solamente di voi», e permise finalmente alla vivacità che voleva esternarsi di esprimersi in un sorriso. «E mio fratello ancora non viene.»
«Chiamalo tu, Alësa,» disse la vecchia contessa.
Vrònskij discese sulla banchina e gridò:
«Oblònskij! Qui!»
Ma la Karènina non rimase ad attendere il fratello, bensì, avendolo visto, con passo deciso uscì dal vagone. Non appena il fratello le fu vicino, con un movimento che colpì Vrònskij per la sua decisione e la sua grazia, gli cinse il collo con il braccio sinistro, lo attrasse rapidamente a sé e lo baciò con forza. Vrònskij la guardava senza abbassare gli occhi e sorridendo senza sapere neppure lui perché. Essendosi però ricordato che la madre lo aspettava, entrò nella vettura.
«Il vero che è molto carina?» disse la contessa a proposito della Karènina. «Suo marito l'ha fatta sedere vicino a me e ne sono stata molto contenta. Abbiamo chiacchierato durante tutto il viaggio. Bene, e tu, si dice... vous filez le parfait amour. Tant mieux, mon cher, tant mieux!»
«Non so a che cosa alludiate, maman!» rispose il figlio con freddezza. «Ebbene, maman, andiamo.»
La Karènina entrò di nuovo nello scompartimento per salutare la contessa.
«Ebbene, contessa, voi avete trovato vostro figlio ed io mio fratello,» disse con gaiezza. «E tutte le mie storie del resto erano esaurite; non avrei avuto altro da raccontarvi.»
«Eh, no,» disse la contessa prendendola per mano, «con voi avrei fatto anche il giro del mondo senza annoiarmi. Voi siete una di quelle care donne con cui è piacevole parlare e tacere. E a vostro figlio, ve ne prego, non pensateci: non è mica possibile non separarsi mai.»
La Karènina stava immobile, tenendosi in posizione straordinariamente diritta e i suoi occhi sorridevano.
«Anna Arkàdievna,» spiegò al figlio la contessa, «ha un bambino di otto anni, mi pare, e non si è mai separata da lui e continua a tormentarsi per averlo lasciato.»
«Sì, con la contessa abbiamo parlato tutto il tempo, io di mio figlio e lei del suo,» disse la Karènina e di nuovo il sorriso ne illuminò il volto, un sorriso carezzevole che si riferiva a lui.
«Probabilmente questo vi avrà molto annoiato,» disse egli afferrando subito al volo la palla di civetteria che lei gli aveva lanciato. Ma evidentemente lei non voleva continuare la conversazione su quel tono e si rivolse alla vecchia contessa.
«Addio, mia giovane amica,» rispose la contessa. «Lasciatemi baciare il vostro bel visetto. Vi dico apertamente, alla buona, da vecchia, che mi sono innamorata di voi.»
Per quanto ufficiale fosse questa frase, la Karènina evidentemente vi credette di cuore e se ne rallegrò. Arrossì, si chinò leggermente, porse il proprio viso alle labbra della contessa, poi di nuovo si raddrizzò e, sempre con il medesimo sorriso che si muoveva fra le labbra e gli occhi, tese la mano a Vrònskij. Egli strinse la piccola mano che gli veniva offerta e si rallegrò come, di qualcosa di particolare dell'energica stretta con cui lei scosse la sua mano con forza e con ardire. Poi essa uscì con l'andatura rapida che sosteneva in modo così stranamente leggero il suo corpo piuttosto pieno.
«Molto carina,» disse la vecchia.
La stessa cosa pensava suo figlio. L'accompagnò con gli occhi finché la sua graziosa figura non scomparve e allora sul suo volto rimase fermo un sorriso. Dal finestrino la vide mentre si avvicinava al fratello, gli metteva la mano su un braccio e cominciava a parlargli animatamente di qualcosa che in modo palese non aveva nulla a che fare con lui, Vrònskij, e questo gli parve seccante.
«Allora, maman, state veramente bene?» ripeté, rivolgendosi alla madre.
«Tutto bene, benissimo. Alexandre è stato tanto caro. Anche Marie è diventata bella. È molto interessante lei.»
E si mise daccapo a raccontare di ciò che più la interessava: il battesimo della nipote per cui era andata a Pietroburgo, e della speciale benevolenza dello zar verso il figlio maggiore.
«Ecco anche Lavrèntij,» disse Vrònskij guardando dal finestrino, «adesso andiamo pure se non vi dispiace.»
Il vecchio maggiordomo che aveva viaggiato con la contessa comparve nello scompartimento ad annunciare che tutto era pronto e la contessa si alzò per uscire.
«Andiamo, ormai c'è poca gente,» disse Vrònskij.
La cameriera afferrò una sacca e il cagnolino; il maggiordomo e un facchino, gli altri bagagli. Vrònskij prese sotto braccio la madre, ma, quando stavano già uscendo dal vagone, improvvisamente si videro passar vicino di corsa alcune persone con le facce spaventate. Passò di corsa anche il capostazione con il suo berretto di colore inconsueto. Evidentemente era successo qualcosa di insolito. La gente del treno tornava indietro di corsa. «Che c'è?... Che c'è?... Dove?... S'è buttato sotto?... È stato schiacciato!» si udiva dire fra quelli che passavano.
Anche Stepàn Arkàdiè e la sorella che gli dava il braccio ritornarono indietro con la faccia spaventata e si fermarono evitando la gente all'ingresso del vagone.
Le signore entrarono nel vagone, mentre Vrònskij e Stepàn Arkàdiè seguirono la gente per sapere i particolari della disgrazia.
Un guardiano, fosse ubriaco o troppo imbacuccato contro il forte gelo, non aveva sentito un treno che retrocedeva ed era stato investito.
Ancor prima che tornassero Vrònskij e Oblònskij le signore seppero questi particolari dal maggiordomo.
Oblònskij e Vrònskij avevano visto entrambi il cadavere sfigurato. Oblònskij visibilmente soffriva. Corrugava la fronte e sembrava sul punto di piangere.
«Ah, che orrore! Ah, Anna, se tu avessi visto! Ah, che orrore!» diceva.
Vrònskij taceva e il suo bel viso era serio ma perfettamente calmo.
«Ah, se aveste visto, contessa,» diceva Stepàn Arkàdiè. «E sua moglie è qui... È terribile vederla... Si è gettata sul cadavere. Dicono che era il solo sostentamento di una famiglia enorme. Che orrore!»
«Non si può far qualcosa per lei?» disse la Karènina con un bisbiglio emozionato.
Vrònskij la guardò e subito uscì dallo scompartimento.
«Vengo subito, maman,» aggiunse, voltandosi sulla soglia.
Quando ritornò dopo qualche minuto, Stepàn Arkàdiè già discorreva con la contessa di una nuova cantante, mentre la contessa sbirciava impaziente la porta aspettando il figlio.
«Adesso andiamo,» disse Vrònskij entrando.
Uscirono tutti insieme. Vrònskij andava avanti con la madre. Dietro camminava la Karènina con il fratello. All'uscita si avvicinò a Vrònskij il capostazione che lo aveva rincorso.
«Voi avete consegnato duecento rubli al mio aiutante. Favorite indicare a chi li destinate.»
«Alla vedova,» disse Vrònskij stringendosi nelle spalle. «Non capisco che bisogno ci sia di domandarlo.»
«Li avete dati voi?» gridò da dietro Oblònskij e, stringendo il braccio alla sorella, soggiunse: «Molto bello! Molto bello! Non è vero che è un bravo ragazzo? I miei rispetti, contessa.»
E lui e la sorella si fermarono cercando la cameriera.
Quando uscirono, la carrozza dei Vrònskij era già partita. La gente che usciva faceva ancora commenti su ciò che era successo.
«Ecco una morte terribile!» disse un signore passando vicino. «Dicono che sia stato tagliato in due.»
«Io penso al contrario che sia la migliore, istantanea,» osservò un altro.
«Chi sa poi perché non prendono provvedimenti,» disse un terzo.
La Karènina salì in carrozza e Stepàn Arkàdiè vide con stupore che le sue labbra tremavano e che tratteneva a stento le lacrime.
«Che cos'hai, Anna?» domandò quando si furono allontanati di qualche centinaio di sàzen.
«È un brutto presagio,» disse lei.
«Che stupidaggini!» disse Stepàn Arkàdiè. «Tu sei arrivata, ecco l'essenziale. Non puoi immaginare quanto io speri in te.»
«Ma tu conosci Vrònskij da molto tempo?» domandò lei.
«Sì. Sai, noi speriamo che sposi Kitty.»
«Sì?» disse piano Anna. «Bene, adesso parlami di te,» soggiunse, scuotendo la testa come se volesse fisicamente scacciare qualcosa che la disturbava. «Parliamo delle tue faccende. Ho ricevuto la tua lettera ed eccomi arrivata.»
«Sì, ogni speranza è in te,» disse Stepàn Arkàdiè.
«Su, raccontami tutto.»
E Stepàn Arkàdiè si mise a raccontare.
Giunti davanti alla casa, Oblònskij fece scendere la sorella, sospirò, le strinse la mano e si diresse in ufficio.
XIX
Quando Anna entrò nella stanza, Dolly era seduta nel piccolo salotto con un bambino biondo e paffuto che già assomigliava al padre e ascoltava la sua lezione di lettura francese. Il bambino leggeva rigirando fra la mano un bottone della giacchetta che si teneva appena attaccato e cercando di strapparlo. La madre gli allontanò varie volte la mano, ma la manina paffuta si attaccava daccapo al bottone. La madre strappò il bottone e se lo mise in tasca.
«Stai fermo con le mani, Grìša,» disse e si accinse nuovamente alla sua coperta, un vecchio lavoro che riprendeva sempre nei momenti difficili e che adesso eseguiva nervosamente, annodando con un dito e contando i nodi. Benché il giorno prima avesse ordinato di dire a suo marito che non le importava se la sorella di lui arrivasse o meno, aveva preparato tutto per l'arrivo e aspettava con agitazione la cognata.
Dolly era annientata dal suo dolore, tutta assorbita da esso. Nondimeno ricordava che Anna, la cognata, era la moglie di una delle persone più importanti di Pietroburgo e una grande dame pietroburghese. E, grazie a tale circostanza, non aveva messo in atto quanto aveva detto al marito, ossia non aveva dimenticato che sarebbe arrivata la cognata. «Sì, in fin dei conti Anna non ha colpa di nulla,» pensava Dolly. «Di lei non so nulla che non sia più che buono, e nei miei confronti da lei non mi è venuto che affetto ed amicizia.» Il vero che, per quanto poteva ricordare l'impressione ricevuta a Pietroburgo dai Karènin, non le era piaciuta la loro casa; c'era qualcosa di falso in tutto l'impianto della loro vita familiare. «Ma per che cosa mai non dovrei riceverla? Purché non le salti in testa di consolarmi!» pensava Dolly. «Tutte le consolazioni, e le esortazioni, e i perdoni cristiani, tutto questo l'ho già ripensato mille volte e tutto questo non serve a nulla.»
In tutti quei giorni Dolly era stata sola con i bambini. Parlare del suo dolore non voleva e parlare di cose indifferenti, con quell'angoscia in cuore non poteva. Sapeva che in un modo o nell'altro avrebbe detto tutto ad Anna ed ora la rallegrava il pensiero di come l'avrebbe detto, ora la irritava la necessità di parlare della propria umiliazione con lei, sorella di lui, e di ascoltare da lei frasi fatte di esortazione e di consolazione.
Come succede spesso, guardando l'orologio l'aspettava da un momento all'altro, ma si lasciò scappare proprio il momento in cui l'ospite arrivò, poiché non aveva udito il campanello.
Sentendo il fruscio dell'abito e dei passi leggeri già sulla soglia, si voltò a guardare e involontariamente sul suo viso smunto non si espresse la gioia ma lo stupore. Essa si alzò e abbracciò la cognata.
«Come, sei già arrivata?» disse baciandola.
«Dolly, come sono contenta di vederti!»
«Anch'io sono contenta,» disse Dolly, sorridendo debolmente e sforzandosi di capire dall'espressione del viso di Anna se sapesse. «Di sicuro lo sa,» pensò notando una partecipazione dolente sul viso di Anna. «Su, andiamo, ti accompagno nella tua camera,» proseguì, cercando di allontanare per quanto possibile il momento della spiegazione.
«Questo è Grìša? Dio mio, com'è cresciuto!» disse Anna e, dopo averlo baciato, senza distogliere gli occhi da Dolly, si fermò e arrossì. «No, permettimi di stare qui.»
Si tolse il fazzoletto, il cappello e, avendolo impigliato in una ciocca dei suoi capelli neri che ricadevano dappertutto, scuotendo la testa liberò la capigliatura.
«Tu sei raggiante di felicità e di salute!» disse Dolly quasi con invidia.
«Io?... Sì,» disse Anna. «Dio mio, Tànja! Ha la stessa età del mio Serëža,» soggiunse, rivolgendosi alla bambina che entrava di corsa. La prese in braccio e la baciò. «Una bambina deliziosa, una delizia! Mostrameli tutti.»
Li nominò tutti e non ricordava soltanto i nomi, ma gli anni, i mesi, i caratteri, le malattie di tutti i bambini e Dolly non poteva non apprezzar questo.
«Su, allora andiamo da loro,» disse. «Vàsja ora dorme, peccato.»
Dopo aver visto i bambini, si sedettero ormai sole in salotto, davanti al caffè. Anna afferrò il vassoio, ma poi lo scostò.
«Dolly,» disse, «lui mi ha detto.»
Dolly guardò con freddezza Anna. Ora si aspettava delle frasi convenzionali di solidarietà, ma Anna non disse nulla del genere.
«Dolly cara!» disse, «non voglio parlarti in suo favore, né consolarti; non si può. Ma ho pena per te, mia cara, ho pena con tutta l'anima!»
Sotto i folti sopraccigli dei suoi occhi splendenti apparvero le lacrime. Si sedette più vicino alla cognata e le prese la mano con la sua piccola mano energica. Dolly non si schermì, ma il suo volto non cambiò la propria espressione asciutta. Essa disse:
«Consolarmi non si può. Tutto è perduto dopo ciò che è successo, tutto è finito!»
E, non appena ebbe detto questo, l'espressione del suo viso a un tratto si addolcì. Anna sollevò la secca magra mano di Dolly, la baciò e disse:
«Ma che cosa fare, Dolly, che cosa fare? Come è meglio agire in quest'orribile situazione? Ecco a che cosa si deve pensare.»
«Tutto è finito e non c'è più niente da fare,» disse Dolly. «E la peggior cosa, cerca di capirmi, è che io non posso lasciarlo; ci sono i figli e io sono legata. Ma vivere con lui non posso, vederlo per me è un tormento.»
«Dolly, colombella, lui mi ha detto, ma io voglio sentire da te, dimmi tutto.»
Dolly la guardò interrogativamente.
Sul viso di Anna erano visibili una partecipazione e un amore senza infingimenti.
«Permetti,» disse improvvisamente Dolly. «Ma comincerò dal principio. Tu sai come mi sono sposata. Con l'educazione di maman non solo ero ingenua, ero stupida. Non sapevo nulla. Dicono, lo so, che i mariti raccontano alle mogli la loro vita di prima, ma Stìva...» ella si corresse: «Stepàn Arkàdiè non mi ha detto niente. Tu non ci crederai, ma sinora io avevo creduto d'essere l'unica donna che lui avesse conosciuto. Così ho vissuto per otto anni. Capisci dunque, che non solo non sospettavo infedeltà, ma la ritenevo impossibile, ed ecco, immaginati, con idee simili, a un tratto sapere tutto l'orrore, la bassezza... Cerca di capirmi. Essere completamente convinta della propria felicità e a un tratto...» continuò Dolly, trattenendo i singhiozzi, «e ricevere una lettera... una lettera di lui alla sua amante, alla mia governante. No, è troppo orribile!» Estrasse frettolosamente il fazzoletto e se ne coprì il viso. «Capirei ancora se si fosse innamorato,» proseguì dopo una pausa, «ma ingannarmi con premeditazione, con astuzia... e con chi?... Continuare a essere mio marito e insieme stare con lei... è orribile! Tu non puoi capire...»
«Oh no, io capisco! Capisco, cara Dolly, capisco,» disse Anna stringendole una mano.
«E tu credi che lui capisca tutto l'orrore della mia, situazione?» continuò Dolly. «Per nulla affatto! Lui è felice e contento.»
«Oh no!» la interruppe in fretta Anna. «Lui fa pena, è annichilito dal rimorso...»
«Ma è capace di rimorso?» interruppe Dolly, scrutando attentamente il viso della cognata.
«Sì, io lo conosco. Non potevo guardarlo senza provare compassione. Noi lo conosciamo tutte e due. È buono, ma è orgoglioso, e adesso è così umiliato. Soprattutto, quel che mi ha commossa (e qui Anna intuì l'essenziale che poteva commuovere Dolly) è che lo tormentano due cose: che si vergogna dei bambini e il fatto che, amando te... sì, sì, amandoti più di ogni cosa al mondo,» disse affrettandosi a interrompere Dolly che voleva ribattere, «ha fatto male a te, ti ha uccisa. "No, no, lei non mi perdonerà," continua a dire.»
Dolly guardava pensierosa lontano dalla cognata mentre ne ascoltava le parole.
«Sì, capisco che la sua situazione è orribile; per il colpevole è peggio che non per l'innocente,» disse, «se sente che tutto il male viene dalla sua colpa. Ma come perdonare, come posso essere di nuovo sua moglie dopo di lei? Vivere con lui adesso per me sarebbe un tormento proprio perché io amo il mio finito amore per lui...»
E i singhiozzi troncarono le sue parole.
Ma, come se lo facesse apposta, ogni volta che si raddolciva, ricominciava daccapo a parlare di ciò che la irritava.
«Lei è giovane, capisci, è bella,» continuò. «Ma tu capisci, Anna, da chi sono state prese la mia gioventù e la mia bellezza? Da lui e dai suoi figli. Io ho finito di servirgli e in questo servizio se ne è andata tutta me stessa, e, si capisce, adesso per lui è più piacevole un essere volgare ma più fresco. Probabilmente fra di loro parlavano di me, o, ancor peggio, mi ignoravano; capisci?» E i suoi occhi di nuovo si accesero d'odio. «E, dopo tutto questo, viene a dirmi... E io dovrei credergli? Mai. No, ormai tutto è finito, tutto quello che costituiva una consolazione, una ricompensa delle fatiche, delle sofferenze... Ci crederai? Adesso stavo facendo studiare Grìša: prima questa era una gioia, adesso è una tortura. Perché mi do da fare, mi affanno? Perché i bambini? La cosa terribile è che tutt'a un tratto la mia anima si è rovesciata, e invece dell'amore, della tenerezza che avevo per lui, c'è soltanto rancore, sì, rancore. Io lo ucciderei e...»
«Anima mia, Dolly, io capisco, ma non torturarti. Sei così offesa, così eccitata, che molte cose non le vedi come sono.»
Dolly si calmò e per un paio di minuti tacquero.
«Che fare, pensaci, Anna, aiutami. Io ho pensato e ripensato su tutto e non vedo niente.»
Anna non poteva escogitar nulla, ma il suo cuore reagiva in modo diretto a ogni parola, a ogni espressione del viso della cognata.
«Io dico una cosa sola,» cominciò Anna, «io sono sua sorella, conosco il suo carattere, questa capacità di dimenticare tutto, tutto (essa fece un gesto davanti alla fronte), questa capacità di lasciarsi trasportare in modo completo, ma anche di pentirsi completamente. Adesso lui non crede, non capisce come ha potuto fare ciò che ha fatto.»
«No, lui capisce, ha capito!» interruppe Dolly. «Ma io... tu ti dimentichi di me... forse io sto meglio?»
«Aspetta. Quando lui mi parlava, te lo confesso, io non capivo ancora tutto l'orrore della tua situazione. Vedevo soltanto lui e il fatto che una famiglia era sconvolta; lui mi faceva pena, ma, dopo aver parlato con te, come donna vedo un'altra cosa; vedo le tue sofferenze e non so dirti come abbia pena per te! Ma, Dolly, anima mia, io capisco perfettamente le tue sofferenze, eppure una cosa non so: io non so... non so quanto amore ci sia ancora per lui nella tua anima. Questa è una cosa che sai tu: se ce n'è abbastanza da poter perdonare. Se c'è, perdona!»
«No,» cominciò Dolly, ma Anna la interruppe baciandole ancora una volta la mano.
«Io conosco il mondo più di te,» disse. «Conosco gli uomini come Stìva, so come considerano queste cose. Tu dici che con lei parlava di te. Questo non è successo. Questi uomini commettono infedeltà, ma il focolare domestico e la moglie per loro sono una cosa sacra. Quelle donne per loro restano una cosa da disprezzare e non disturbano la famiglia. Loro tracciano una specie di linea invalicabile fra la famiglia ed esse. Questo io non lo capisco, ma è così.»
«Sì, ma lui la baciava...»
«Dolly, aspetta, anima mia. Io ho visto Stìva quando era innamorato di te. Ricordo il tempo in cui veniva da me e piangeva parlandomi di te, e quale poesia e cosa elevata eri tu per lui, e so che quanto più viveva con te tanto più in alto tu salivi ai suoi occhi. Ricordo che certe volte ridevamo di lui, perché ad ogni parola aggiungeva: "Dolly è una donna eccezionale." Per lui tu sei sempre stata e resti una divinità, mentre questo innamoramento non è della sua anima...»
«Ma se questo invaghimento si ripete?»
«Non può, se ci capisco qualcosa...»
«Sì, ma tu perdoneresti?»
«Non lo so, non posso giudicare... No, posso,» disse Anna dopo aver pensato; e, colta con il pensiero la situazione e soppesatala su una bilancia interiore, soggiunse: «No, posso, posso, posso. Sì, io perdonerei. Non sarei più la stessa, sì, ma perdonerei e perdonerei come se questo non fosse successo, non fosse affatto successo.»
«Be', si capisce,» interruppe in fretta Dolly come se dicesse una cosa che aveva pensato più d'una volta, «altrimenti non sarebbe nemmeno un perdono. Se si deve perdonare, bisogna farlo in modo completo, completo. Su, andiamo, ti accompagno nella tua stanza,» disse alzandosi e durante il tragitto abbracciò Anna. «Mia cara, come sono contenta che tu sia arrivata. Mi sento meglio, tanto meglio.»
XX
Anna trascorse tutta la giornata a casa, cioè dagli Oblònskij, e non ricevette nessuno, dato che alcuni conoscenti, avendo saputo del suo arrivo, erano venuti già quel giorno. Anna passò tutta la mattina con Dolly e con i bambini. Mandò soltanto un biglietto al fratello dicendogli di venire assolutamente a pranzo a casa. «Vieni, Dio è misericordioso,» scrisse.
Oblònskij pranzò a casa; la conversazione fu generica e la moglie parlò con lui dandogli del «tu», cosa che prima non accadeva. Nei rapporti fra moglie e marito rimaneva sempre la medesima estraneità, ma ormai non si parlava già più di separazione e Stepàn Arkàdiè vedeva la possibilità di una spiegazione e di una riconciliazione.
Subito dopo il pranzo venne Kitty. Essa conosceva Anna Arkàdievna, ma molto poco, e ora si era recata dalla sorella non senza paura di come l'avrebbe accolta quella dama del gran mondo di Pietroburgo che tutti lodavano tanto. Ad Anna Arkàdievna però Kitty piacque e lei lo vide subito. Anna evidentemente ammirava la sua bellezza e la sua giovinezza, e Kitty non fece in tempo a rassicurarsi che già si sentiva non solo sotto la sua influenza, ma innamorata di lei, come accade alle ragazze d'innamorarsi delle signore sposate e più anziane. Anna non sembrava una dama di mondo, o la madre di un bambino di otto anni; sembrava Piuttosto una ragazza di vent'anni, per l'agilità dei suoi movimenti, la freschezza e la vivacità che erano impresse sul suo volto e sgorgavano nel sorriso, nello sguardo; solo negli occhi c'era un'espressione seria e a volte triste, che colpì e attrasse Kitty. Kitty sentiva che Anna era assolutamente semplice e non nascondeva nulla, ma che aveva in se un altro mondo più elevato, d'interessi inaccessibili a lei, complessi e poetici.
Dopo il pranzo, quando Dolly si ritirò nella sua camera, Anna si alzò in fretta e si avvicinò al fratello che aveva acceso il sigaro.
«Stìva,» gli disse, ammiccando allegramente, facendogli il segno della croce e indicando la porta con gli occhi. «Vai e che Dio ti aiuti.»
Egli capì, gettò via il sigaro e scomparve dietro la porta.
Quando Stepàn Arkàdiè fu uscito, essa ritornò al divano dove stava prima seduta, attorniata dai bambini. I bambini avevano visto che la mamma voleva bene a quella zia, e inoltre essi stessi sentivano in lei un fascino particolare, e così i due maggiori, e dietro a loro anche i minori, come spesso accade ai bambini, già prima del pranzo si erano appiccicati alla nuova zia e non se ne distaccavano. Fra loro era nato una specie di giuoco consistente nel sedere il più vicino possibile alla zia, nel toccarla, nel tenere la sua piccola mano e baciarla, nel giocare con il suo anello o almeno toccare il falpalà del suo abito.
«Su, su, così com'eravamo seduti prima,» disse Anna Arkàdievna sedendosi al proprio posto.
E di nuovo Grìša ficcò la testa sotto il braccio di lei e l'appoggiò sull'abito, raggiante d'orgoglio e di felicità.
«Quando ci sarà un ballo dunque?» si rivolse essa a Kitty.
«La settimana prossima, e sarà un ballo magnifico. Uno di quei balli a cui ci si diverte sempre.»
«Esistono balli dove ci si diverte sempre?» disse Anna con affettuosa ironia.
«È strano ma esistono. Dai Bobrìšèev ci si diverte sempre, dai Nikìtin anche, mentre dai Mezkòv ci si annoia sempre. Non l'avete mai notato?»
«No, anima mia, per me ormai non ci sono balli dove mi diverta,» disse Anna, e Kitty vide nei suoi occhi quel mondo particolare che non le era accessibile. «Per me ce ne sono dove faccio meno fatica e mi annoio di meno...»
«Come può essere che voi vi annoiate a un ballo?»
«Perché mai io non dovrei annoiarmi a un ballo?» domandò Anna.
Kitty notò che Anna sapeva quale sarebbe stata la risposta.
«Perché siete sempre la migliore di tutte.»
Anna sapeva arrossire. Arrossì e disse:
«In primo luogo, non lo sono mai; in secondo luogo, anche se fosse così, che me ne farei?»
«Verrete a questo ballo?» domandò Kitty.
«Penso che sarà impossibile non andarci. Prendi questo,» disse a Tànja che tirava un anello che scivolava con facilità dal suo bianco dito affusolato.
«Sarò molto contenta se ci verrete. Mi piacerebbe tanto vedervi a un ballo.»
«Almeno, se dovrò andarci, mi consolerà il pensiero che questo a voi fa piacere... Grìša, non tirare, ti prego, già così son tutti spettinati,» disse, aggiustandosi una ciocca di capelli fuori posto con cui Grìša giocava.
«Al ballo io vi immagino in lilla.»
«Perché poi proprio in lilla?» domandò Anna sorridendo. «Su, bambini, andate, andate. Mi sentite? Miss Hull vi chiama per il tè,» disse staccando da sé i bambini e avviandoli verso la sala da pranzo. «Ma io so perché voi mi invitate al ballo. Da questo ballo vi attendete molto e vorreste che tutti fossero presenti, tutti partecipassero.»
«Come lo sapete? Sì.»
«Oh! Com'è bella la vostra età,» continuò Anna. «Ricordo e conosco quella nebbia azzurra, simile a quella che c'è sulle montagne in Svizzera. Quella nebbia che ricopre tutto nell'età beata in cui sta appena terminando l'infanzia, e da quell'immenso cerchio, felice, allegro, il cammino si fa sempre più stretto, ed è allegro e doloroso insieme entrare in questa galleria benché essa sembri luminosa e magnifica... Chi non è passato attraverso questo?»
Kitty sorrideva in silenzio. «Ma come ci è passata lei? Come desidererei conoscere tutta la sua storia,» pensò Kitty ricordandosi dell'aspetto per nulla poetico di Aleksèj Aleksàndroviè, il marito di lei.
«Io so qualcosa. Stìva mi ha detto, e mi congratulo con voi: lui mi piace molto,» continuò Anna. «Ho incontrato Vrònskij alla stazione.»
«Ah, era là?» domandò Kitty arrossendo. «Ma che cosa vi ha detto Stìva?»
«Stìva mi ha raccontato tutto. E io sono stata molto contenta. Ieri ho viaggiato con la madre di Vrònskij,» continuò, «e la madre non ha smesso un momento di parlarmi di lui; è il suo beniamino; so come siano parziali le madri, ma...»
«Che cosa vi ha raccontato sua madre?»
«Ah, molte cose! E io so che lui è il suo beniamino, ma comunque si vede che è un vero cavaliere... Bene, per esempio, mi ha raccontato che lui voleva dare tutto il patrimonio al fratello, che già da bambino ha fatto qualcosa di eccezionale, ha salvato una donna che annegava. Insomma, un eroe,» disse Anna, sorridendo e ricordando i duecento rubli che Vrònskij aveva elargito alla stazione.
Ma non raccontò di quei duecento rubli. Per un qualche motivo non le piaceva ricordarsi di ciò. Sentiva che in questo c'era qualcosa che la riguardava, ed era qualcosa che non avrebbe dovuto essere.
«Mi ha pregato tanto di andare da lei,» continuò Anna, «e io sono contenta di rivedere quella vecchietta; domani andrò da lei. Però, grazie a Dio, Stìva si trattiene a lungo nello studio da Dolly,» soggiunse cambiando discorso e alzandosi, come sembrò a Kitty, come scontenta di qualcosa.
«No, prima io! No, io!» gridarono i bambini che avevano terminato il tè e correvano verso zia Anna.
«Tutti insieme!» disse Anna e corse loro ridendo incontro, e abbracciò e fece ruzzolare tutto quel mucchio di bambini brulicanti che pigolavano d'entusiasmo.
XXI
Per il tè dei grandi Dolly uscì dalla sua camera. Stepàn Arkàdiè non si faceva ancora vedere. Doveva essere uscito dalla camera della moglie passando per il retro.
«Ho paura che di sopra avrai freddo,» osservò Dolly rivolgendosi ad Anna, «vorrei spostarti in basso e così saremo più vicine.»
«Ah, per favore, non preoccupatevi per me,» rispose Anna scrutando il viso di Dolly e cercando di capire se vi fosse stata o no riconciliazione.
«Qui avrai troppa luce,» rispose la cognata.
«Ti dico che io dormo dappertutto e sempre come un ghiro.»
«Che cosa c'è?» domandò Stepàn Arkàdiè, uscendo dallo studio e rivolgendosi alla moglie.
Dal suo tono sia Kitty sia Anna capirono che la riconciliazione era avvenuta.
«Voglio spostare Anna al piano di sotto, ma bisogna appendere le tendine. Nessuno lo sa fare, bisogna che lo faccia io,» rispose Dolly rivolgendosi a lui.
«Dio sa se si sono riconciliati del tutto,» pensò Anna sentendo il tono di lei, freddo e calmo.
«Ah, basta, Dolly, non crear sempre difficoltà,» disse il marito. «Se vuoi, faccio io tutto...»
«Sì, devono essersi riconciliati,» pensò Anna.
«So bene come farai tutto,» rispose Dolly, «dirai a Matvèj di fare quel che non si può fare, e poi te ne andrai e lui imbroglierà tutto», e l'abituale sorriso ironico corrugò le estremità delle labbra di Dolly mentre diceva questo.
«Piena riconciliazione, piena, piena,» pensò Anna, «grazie a Dio!» e, rallegrandosi del fatto d'esserne stata la causa, si avvicinò a Dolly e la baciò.
«Nient'affatto; perché ci disprezzi tanto, me e Matvèj?» disse Stepàn Arkàdiè, sorridendo appena percettibilmente e rivolgendosi alla moglie.
Per tutta la sera, come sempre, Dolly fu leggermente ironica verso il marito e Stepàn Arkàdiè allegro e contento, ma non tanto da mostrare d'aver dimenticato la propria colpa dopo il perdono.
Verso le nove e mezzo la conversazione serale della famiglia Oblònskij davanti alla tavola del tè, particolarmente lieta e gradevole, fu turbata da un avvenimento apparentemente assai semplice; eppure questo semplice avvenimento in qualche modo parve a tutti strano. Mentre discorrevano di comuni conoscenti di Pietroburgo, Anna si era alzata con un gesto rapido.
«Ce l'ho nel mio album,» aveva detto. «Sì, e, a proposito, vi mostro anche il mio Serëža,» aveva aggiunto con un orgoglioso sorriso materno.
Verso le nove, l'ora in cui di solito si congedava dal figlio e sovente lo metteva a letto lei stessa prima di andare a un ballo, si sentiva triste per il fatto di trovarsi così lontana da lui; di qualunque cosa si parlasse, non faceva che ritornare con il pensiero al suo ricciuto Serëža. Così, ora le era venuta voglia di guardare la sua fotografia e di parlare di lui. Approfittando del primo pretesto, si era alzata e, con il suo passo leggero e deciso, era andata a prendere l'album. La scala che portava di sopra, nella sua camera, dava sul pianerottolo della grande scalinata d'ingresso riscaldata.
Mentre usciva dal salotto, si sentì in anticamera il campanello.
«Chi può essere?» disse Dolly.
«Per venire a prendermi è presto, e per una nuova visita è tardi,» osservò Kitty.
«Di sicuro sono carte mandate dall'ufficio,» aggiunse Stepàn Arkàdiè. Nel momento in cui Anna passava vicino alla scalinata, il domestico corse di sopra per annunciare il visitatore, mentre il visitatore stava in piedi accanto alla lampada. Guardando giù, Anna riconobbe subito Vrònskij e a un tratto nel suo cuore si agitò una strana sensazione di piacere e nello stesso tempo di paura di qualcosa. Egli era in piedi, senza essersi tolto il paltò, e stava tirando fuori di tasca qualcosa. Quando essa fu a metà scala, alzò gli occhi, la scorse e nell'espressione del suo viso nacque qualcosa di vergognoso e di spaventato. Chinato leggermente il capo, essa passò avanti e, subito dopo di lei, si udì la voce rumorosa di Stepàn Arkàdiè che invitava lui a entrare e la voce sommessa, dolce e tranquilla di Vrònskij che ricusava.
Quando Anna ritornò con l'album, egli non c'era già più e Stepàn Arkàdiè raccontò che era passato di lì per informarsi a proposito di un pranzo che loro davano l'indomani per una celebrità di passaggio.
«E non ha voluto entrare a nessun costo. È un uomo un po' strano,» soggiunse Stepàn Arkàdiè.
Kitty arrossì. Pensava di aver capito perché lui fosse venuto e non fosse entrato. «È stato da noi,» pensò, «e non mi ha trovata e ha pensato che fossi qui, ma non è entrato perché ha pensato che fosse troppo tardi e c'era qui Anna.»
Tutti si scambiarono un'occhiata senza dir nulla e si misero a guardare l'album di Anna.
Non c'era nulla di strano o eccezionale nel fatto che una persona passasse da un amico alle nove e mezzo per informarsi sui dettagli di un pranzo in progetto e non entrasse, eppure ciò parve strano a tutti. E più di tutti fu Anna ad avere l'impressione che fosse strano e non fosse bene.
XXII
Il ballo era appena cominciato, quando Kitty entrò con la madre nella grande scalinata inondata di luce, e cosparsa di fiori e di domestici incipriati in caffettano rosso. Dalle sale giungeva il brusio di un movimento uniforme come quello di un alveare, e mentre loro si aggiustavano le acconciature e gli abiti davanti allo specchio del pianerottolo, si udirono dalla sala i suoni cauti e precisi dei violini dell'orchestra che cominciava il primo valzer. Un vecchietto in borghese, che ravviava davanti a un altro specchio le piccole tempie grigie ed esalava odor di profumi, si imbatté in loro sulla scalinata e cedette il passo, visibilmente ammirato di Kitty che non conosceva. Un giovane senza barba, uno di quei giovanotti di mondo che il vecchio principe Šèerbàckij chiamava zerbinotti, con un panciotto esageratamente aperto, aggiustandosi nel camminare la cravatta bianca, le salutò e, dopo esser corso avanti, ritornò indietro e invitò Kitty per la quadriglia. La prima quadriglia era già stata concessa a Vrònskij; ella dovette concedere a quel giovane la seconda. Un militare che si abbottonava un guanto si tirò da parte presso la porta e contemplò la rosea Kitty lisciandosi i baffi.
Benché la toilette, la pettinatura e tutti i preparativi per il ballo fossero costati a Kitty grandi fatiche e riflessioni, ora, nel suo complicato abito di tulle con il trasparente rosa, ella entrava nel ballo in modo così semplice e disinvolto da parere che tutte quelle roselline, quelle trine, tutti i particolari della toilette non fossero costati né a lei né ai suoi familiari nemmeno un istante d'attenzione, come se fosse nata in quel tulle, in quelle trine, con quell'alta pettinatura, con la rosa e le due foglioline in cima.
Quando la vecchia principessa, prima di entrare in sala, volle aggiustarle un nastro della cintura che si era rigirato, Kitty si schermì. Sentiva che tutto su di lei doveva esser bello e leggiadro di per sé, e che non c'era bisogno di aggiustar nulla.
Kitty era in una delle sue giornate felici. L'abito non stringeva in nessun posto, in nessun punto pendeva la berta di pizzo, le roselline non si erano gualcite e non si erano staccate; le scarpine rosa sugli alti tacchi ricurvi non stringevano ma rallegravano il piedino. Le folte bande dei capelli biondi posticci si mantenevano come naturali sulla piccola testolina. Tutti e tre i bottoni si erano allacciati senza rompersi sull'alto guanto che le cingeva il braccio senza alterarne la forma. Il vellutino nero del medaglione circondava il collo con tenerezza particolare. Questo vellutino era una meraviglia, e a casa, guardandosi il collo nello specchio, Kitty aveva sentito che quel vellutino parlava. In tutto il resto potevano ancora esserci dubbi, ma il vellutino era una meraviglia. Kitty sorrise anche qui, al ballo, dopo avergli dato un'occhiata nello specchio. Sulle braccia e sulle spalle nude Kitty sentiva un freddo come di marmo, una sensazione che le piaceva in modo particolare. I suoi occhi brillavano e le labbra vermiglie non potevano non sorridere per la consapevolezza di quanto erano attraenti. Non era ancora entrata in sala, non ancora aveva raggiunta la folla - tutta tulle, nastri, trine, fiori - delle dame che aspettavano l'invito al ballo (Kitty non si confondeva mai in questa folla), che già l'avevano invitata a un valzer, e l'aveva invitata il miglior cavaliere, il cavaliere più importante secondo la gerarchia dei balli, un famoso direttore di danze, gran cerimoniere, uomo ammogliato, bello e prestante, Egòruška Korsùnskij. Lasciata in quel momento la contessa Banìna, con la quale aveva ballato il primo valzer, contemplando il proprio dominio e cioè le varie coppie che erano uscite a ballare, egli aveva visto Kitty entrare ed era corso verso di lei con quella particolare andatura sciolta propria soltanto ai direttori di danze e, fatto un inchino, senza neppure chiederle se lo desiderasse, sollevò il braccio per cingerle la vita sottile. Lei si volse a guardare a chi dare il ventaglio e la padrona di casa glielo prese sorridendo.
«Che bello che siate arrivata in tempo,» le disse egli, cingendole la vita, «che maniera, venire in ritardo.»
Piegato il braccio sinistro, essa lo posò sulla spalla di lui e i piccoli piedini nelle scarpine rosa si mossero veloci, leggeri e ritmati a tempo di musica sul parquet lucido.
«Ballare il valzer con voi è un riposo,» le disse egli lanciandosi nei primi passi ancora non rapidi del valzer. «Una magnificenza, che leggerezza, précision,» continuò, dicendo ciò che diceva a quasi tutte le sue conoscenti.
Lei sorrise alla lode e continuò a scrutare la sala al di sopra della spalla di lui. Non era una novellina, per la quale tutti i visi al ballo si fondono in un'unica impressione magica; né una ragazza usa ai balli, per la quale tutti i visi del ballo son così noti da esser venuti a noia; era a mezzo fra questi due casi: era eccitata, ma nello stesso tempo si dominava abbastanza per poter osservare. Nell'angolo sinistro della sala vide che si era raggruppato il fiore della società. C'era la bella Lidie, la moglie di Korsùnskij, tanto scollata da rasentare l'impossibile; c'era la padrona di casa, e luccicava con la sua calvizie Krìvin, il quale si trovava sempre dov'era il fiore della società; da quella parte guardavano i giovani senza osare avvicinarsi e lì lei rintracciò con gli occhi Stìva e poi scorse l'affascinante figura e la testa di Anna che indossava un abito nero di velluto. Anche lui era lì. Kitty non lo vedeva dalla sera in cui aveva respinto Lèvin. Con i suoi occhi presbiti lo riconobbe subito e notò anche che lui la guardava.
«Allora, ancora un giro? Non siete stanca?» disse Korsùnskij leggermente ansante.
«No, vi ringrazio.»
«Dove volete che vi accompagni?»
«La Karènina è laggiù... accompagnatemi da lei.»
«Dove vorrete.»
E Korsùnskij riprese a ballare il valzer, ma moderando il passo e dirigendosi senz'altro verso la folla che era nell'angolo sinistro della sala, mentre andava dicendo: «Pardon, mesdames, pardon, pardon, mesdames»; e, bordeggiando in un mare di trine, di tulle e di nastri senza impigliarsi nemmeno in una piuma, fece bruscamente girare la sua dama in modo che le si scoprirono le gambe sottili nelle calze traforate e lo strascico si spalancò a ventaglio coprendo le ginocchia di Krìvin. Korsùnskij fece un inchino, raddrizzò il petto aperto e le diede la mano per accompagnarla da Anna Arkàdievna. Kitty tolse arrossendo lo strascico dalle ginocchia di Krìvin e, un po' stordita, si guardò attorno per cercare Anna. Anna non era in lilla, come assolutamente voleva Kitty, ma indossava un abito nero di velluto, con la scollatura bassa, che scopriva le sue spalle piene e tornite, come d'avorio antico, e il seno e le braccia rotonde dal minuscolo polso sottile. Tutto l'abito era ornato di merletto veneziano. In testa, sui capelli neri, tutti suoi, aveva una piccola corona di violette e un'altra eguale sul nastro nero della cintura, fra le trine bianche. La pettinatura non dava nell'occhio. Si notavano soltanto, e l'abbellivano, i corti anelli capricciosi dei capelli ricciuti che sempre le sfuggivano sulla nuca e sulle tempie. Sul forte collo tornito c'era un filo di perle.
Kitty vedeva Anna ogni giorno, era innamorata di lei e non riusciva a immaginarsela che in lilla. Ma ora, vedendola in nero, sentì che non ne aveva compreso tutto il fascino. Ora lei le apparve completamente nuova e inaspettata. E capì ora che Anna non poteva essere in lilla e che il suo fascino stava proprio nel fatto che essa non si lasciava dominare dalla sua toilette, che la toilette non poteva mai prendere risalto a spese di lei. Neppure l'abito nero con le lussuose trine risaltava su di lei; era solamente una cornice, e risaltava lei sola, semplice, naturale, elegante, e nel contempo gaia e animata.
Era in piedi, come sempre tenendosi straordinariamente ritta, e, quando Kitty si avvicinò al gruppo, stava parlando con il padrone di casa volgendo leggermente la testa verso di lui.
«No, non sarò io a gettar la pietra,» gli rispose, «benché non capisca,» continuò, stringendosi nelle spalle, e subito rivolgendosi a Kitty con un fine sorriso di protezione. Dopo aver esaminato la sua toilette con un furtivo sguardo femminile, fece un movimento con la testa, appena percettibile ma comprensibile per Kitty, in segno d'approvazione. «Anche in sala voi entrate danzando,» aggiunse.
«È una delle mie più fedeli aiutanti,» disse Korsùnskij inchinandosi ad Anna Arkàdievna che ancora non aveva visto. «La principessina contribuisce a rendere il ballo allegro e stupendo. Anna Arkàdievna, un giro di valzer,» disse, inchinandosi.
«Ah, vi conoscete?» domandò il padrone di casa.
«Chi è che non conosciamo? Mia moglie ed io siamo come i lupi bianchi, tutti ci conoscono,» rispose Korsùnskij. «Un giro di valzer, Anna Arkàdievna.»
«Io non ballo, quando si può non ballare,» disse lei.
«Ma adesso non è possibile,» rispose Korsùnskij.
In quel momento si avvicinò Vrònskij.
«Bene, se oggi non si può non ballare, allora andiamo,» disse lei senza notare l'inchino di Vrònskij e sollevando in modo rapido la mano sulla spalla di Korsùnskij.
«Perché è scontenta di lui?» pensò Kitty, avendo notato che Anna intenzionalmente non aveva risposto all'inchino di Vrònskij. Vrònskij si avvicinò a Kitty ricordandole la prima quadriglia e rammaricandosi di non aver avuto il piacere di vederla in tutto quel tempo. Mentre lo ascoltava, Kitty guardava con ammirazione Anna che ballava. Si aspettava che lui la invitasse a un valzer, ma egli non la invitò e lei lo guardò in modo stupito. Egli arrossì e si affrettò a invitarla al valzer, ma aveva appena abbracciata la vita sottile e fatto il primo passo, che a un tratto la musica si fermò. Kitty guardò il viso di lui, che era a così breve distanza dal suo, e per molto tempo in seguito, anche dopo molti anni, quello sguardo pieno d'amore con cui allora lei lo guardò e a cui egli non rispose, ferì il suo cuore di dolorosa vergogna.
«Pardon, pardon! Un valzer, un valzer!» gridò dall'altra parte della sala Korsùnskij e, afferrata al volo la prima signorina che gli capitò, si rimise a ballare.
XXIII
Vrònskij fece qualche giro di valzer con Kitty. Dopo il valzer, Kitty si avvicinò alla madre, ed aveva fatto appena in tempo a scambiare qualche parola con Nordston che già Vrònskij venne a cercarla per la prima quadriglia. Durante la quadriglia non fu detto nulla di significativo; si svolse una conversazione saltellante, ora sui Korsùnskij, marito e moglie, che egli descrisse in modo assai divertente come cari bambinoni quarantenni, ora sul futuro teatro pubblico; solo una volta il discorso la toccò sul vivo, quando lui domandò di Lèvin e subito aggiunse che gli era piaciuto molto. Ma Kitty non si aspettava di più dalla quadriglia. Attendeva invece con cuore trepidante la mazurca. Le sembrava che tutto dovesse decidersi nella mazurca. Il fatto che durante la quadriglia egli non l'avesse invitata per la mazurca non la preoccupava. Era sicura che avrebbe ballato la mazurca con lui, come nei balli precedenti, e rifiutò la mazurca a cinque cavalieri, dicendo che era impegnata. Tutto il ballo sino all'ultima quadriglia fu per Kitty un sogno incantato di colori gioiosi, di suoni e di movimenti. Non ballava solo quando si sentiva troppo stanca e aveva bisogno di riposo. Ma, ballando l'ultima quadriglia con uno dei noiosi giovanotti ai quali non si poteva dir di no, le capitò di essere vis-à-vis con Vrònskij e Anna. Non aveva più incontrato Anna da quando era arrivata, e ancora una volta la vide ora completamente nuova e inaspettata. Vide in lei i segni, che ben conosceva, dell'eccitazione causata dal successo. Vide che Anna era ebbra del vino dell'esaltazione che lei stessa aveva suscitato. Conosceva questa sensazione e conosceva i suoi sintomi, e li vide in Anna: vide il fulgore tremante e balenante negli occhi, e il sorriso di felicità e di eccitazione che involontariamente le piegava le labbra, e la grazia misurata, la sicurezza e la leggerezza dei movimenti.
«Chi?» si domandò. «Tutti oppure uno?» E, senza porgere aiuto al giovanotto con cui ballava, che stava sulle spine perché aveva perduto il filo del discorso e non era capace di riafferrarlo, e obbedendo esteriormente ai gridi gaiamente chiassosi e imperiosi di Korsùnskij, che lanciava i ballerini ora in un grand rond ora nella chaine, rimase ad osservare mentre il suo cuore si stringeva sempre, più. «No, non è l'ammirazione della folla che l'ha inebriata, ma l'entusiasmo di uno solo. Ma chi è? Possibile che sia lui?» Ogni volta che lui parlava con Anna, negli occhi di lei si accendeva un lampo di gioia e un sorriso di felicità piegava le sue labbra vermiglie. Era come se facesse uno sforzo su di sé per non mostrare al di fuori questi segni di gioia, ma essi emergevano da soli sul suo viso. «Ma lui che fa?» Kitty lo guardò e si spaventò. Ciò che a Kitty già appariva così chiaramente nello specchio della faccia di Anna, essa lo vide anche in lui. Dove erano più i suoi modi sempre calmi e decisi e l'espressione spensieratamente calma del viso? No, ogni volta che si rivolgeva a lei, egli piegava un po' la testa come se desiderasse caderle ai piedi, e nel suo sguardo c'era solamente un'espressione di ubbidienza e di paura. «Non voglio offendere,» sembrava dire ogni volta il suo sguardo, «ma voglio salvarmi e non so come.» Sul suo viso c'era un'espressione che lei prima non aveva mai visto. Loro parlavano di comuni conoscenti, conducevano la più insignificante delle conversazioni, ma a Kitty sembrava che ogni parola che si dicevano decidesse del destino loro e suo. E lo strano era che, quantunque essi effettivamente parlassero di com'era ridicolo Ivan Ivànovic con il suo francese e di come per la Elèckaja si sarebbe potuto trovare un partito migliore, queste parole avevano tuttavia per loro un significato ed essi lo avvertivano, come Kitty. Tutto il ballo, il mondo intero, tutto si coprì di nebbia nell'anima di Kitty. Soltanto la severa scuola di educazione per cui era passata la sosteneva ora e la obbligava a fare ciò che da lei si esigeva, ossia ballare, rispondere alle domande, parlare e anche sorridere. Ma prima che cominciasse la mazurca, quando già avevano cominciato a spostare le sedie e alcune coppie si erano avviate dalle piccole sale nella grande, su Kitty si abbatté un momento di disperazione e di terrore. Aveva respinto cinque cavalieri e adesso non ballava la mazurca. Non c'era nemmeno speranza che la invitassero proprio perché aveva troppo successo in società e a nessuno poteva venire in mente che non l'avessero ancora invitata. Bisognava dire alla madre che non si sentiva bene e andare a casa, ma per far questo le mancava la forza. Si sentiva annientata.
Si rifugiò in un piccolo salotto e si abbandonò su una poltrona. L'aerea gonna dell'abito si sollevò come una nuvola intorno alla sua vita sottile; una mano nuda, magra, delicata, di ragazza, abbandonata e inerme, affondava nelle pieghe della rosea gonna; nell'altra teneva il ventaglio e con movimenti veloci e corti faceva vento al viso accaldato. Ma nonostante quest'aspetto di farfalla appena posatasi su uno stelo d'erba e pronta a librarsi e ad aprire le ali iridate, una disperazione terribile le serrava il cuore.
«O forse mi sbaglio, forse non c'è stato niente di questo?»
E si rimise a ricordare tutto quel che aveva visto.
«Kitty, che cosa succede?» disse la contessa Nordston avvicinandosi senza far rumore, sul tappeto. «Non capisco.»
A Kitty tremò il labbro inferiore; essa si alzò in fretta.
«Kitty, non balli la mazurca?»
«No, no,» disse Kitty con voce tremante di lacrime.
«Lui l'ha invitata alla mazurca davanti a me,» disse la Nordston, sapendo che Kitty avrebbe capito chi era lui e chi lei. «Lei ha detto: non ballate con la principessina Šèerbàckaja?»
«Ah, per me fa lo stesso!» rispose Kitty.
Nessuno fuorché lei capiva la sua situazione, nessuno sapeva che ieri lei aveva respinto un uomo che forse amava e l'aveva respinto perché aveva creduto a un altro.
La contessa Nordston rintracciò Korsùnskij, con il quale aveva cominciato a ballare la mazurca, e gli ordinò di invitare Kitty. Kitty ballò nella prima fila e per sua fortuna non ebbe bisogno di parlare, perché Korsùnskij per tutto il tempo non fece che correre dirigendo il suo regno. Vrònskij e Anna stavano quasi di fronte a lei. Lei li vedeva con i suoi occhi presbiti, li vedeva da vicino quando si incontrarono nelle coppie e, quanto più li vedeva, tanto più si convinceva che si era compiuta la sua disgrazia. Vedeva che essi si sentivano soli in quella sala affollata. E sulla faccia di Vrònskij, sempre così ferma e indipendente, vedeva quell'espressione di smarrimento e di sottomissione che già l'aveva colpita e che assomigliava all'espressione di un cane intelligente quando si sente in colpa.
Anna sorrideva e il sorriso si trasmetteva a lui. Lei si faceva pensierosa ed egli diventava serio. Una sorta di forza soprannaturale attirava gli occhi di Kitty verso il viso di Anna. Lei era incantevole nel suo semplice abito nero, incantevoli erano le sue braccia piene con i braccialetti, incantevole il solido collo con il filo di perle, incantevoli i capelli inanellati della pettinatura scompigliata, incantevoli i graziosi leggeri movimenti dei piccoli piedi e delle mani, incantevole quel bel volto nella sua animazione; eppure c'era qualcosa di orribile e di crudele nel suo incanto.
Kitty la ammirava ancor più di prima e soffriva sempre più. Si sentiva schiacciata e il suo viso esprimeva questo. Quando Vrònskij la vide scontrandosi con lei nella mazurca non la riconobbe subito tanto era cambiata.
«Un ballo magnifico!» le disse tanto per dire qualcosa.
«Sì,» rispose lei.
Verso la metà della mazurca, ripetendo una complicata figura inventata da Korsùnskij, Anna uscì nel centro del circolo, prese due cavalieri e chiamò a sé una signora e Kitty. Avvicinandosi Kitty la guardò spaventata. Anna la guardava socchiudendo gli occhi e sorrise nello stringerle la mano. Ma, avendo notato che la faccia di Kitty aveva risposto al suo sorriso soltanto con una espressione di disperazione e di stupore, si volse dall'altra parte e si mise a parlare allegramente con l'altra signora.
«Sì, in lei c'è qualcosa di estraneo, di diabolico e di incantevole,» si disse Kitty.
Anna non voleva restare a cena, ma il padrone di casa cominciò a pregarla.
«Basta, Anna Arkàdievna,» prese a dire Korsùnskij, nascondendo il braccio nudo di lei sotto la manica del suo frac. «Che idea ho avuto per il cotillon! Un bijou!»
E a poco a poco cominciò a spostarsi cercando di trascinarla con sé. Il padrone di casa sorrideva approvando.
«No, non resto,» rispose Anna sorridendo; ma nonostante il sorriso, sia Korsùnskij che il padrone di casa compresero dal tono risoluto con cui lei rispondeva che non sarebbe rimasta.
«No, già così ho ballato più a Mosca al vostro ballo che in tutto l'inverno a Pietroburgo,» disse Anna, voltandosi a guardare Vrònskij che le stava accanto. «Bisogna che riposi prima del viaggio.»
«Avete proprio deciso di partire domani?» domandò Vrònskij.
«Sì, credo,» rispose Anna come meravigliandosi dell'ardire della domanda; ma mentre lei diceva questo, egli si sentì scottare dall'irrefrenabile tremante fulgore degli occhi e del sorriso.
Anna Arkàdievna non restò a cena e se ne andò.
XXIV
«Sì, in me c'è qualcosa di antipatico, di scostante,» pensava Lèvin uscendo da casa Šèerbàckij e dirigendosi a piedi dal fratello. «Non vado bene per la gente. Orgoglio, dicono. No, non ho neppure orgoglio. Se avessi orgoglio non mi sarei messo in questa situazione.» E si immaginò Vrònskij, felice, buono, intelligente e calmo, che probabilmente non si era mai trovato nell'orribile situazione in cui egli si trovava quella sera. «Sì, lei deve scegliere lui. Così doveva essere e io non ho da lagnarmi di nessuno e di nulla. La colpa è mia. Che diritto avevo di pensare che lei avrebbe voluto unire la sua vita alla mia? Chi sono io? E che cosa? Un uomo insignificante, che non è necessario a niente e a nessuno.» Si ricordò di suo fratello Nikolàj e si fermò con gioia su questo ricordo. «Non ha forse ragione lui che al mondo tutto è cattivo e sporco? Forse noi non giudichiamo giustamente nostro fratello Nikolàj. Si capisce, dal punto di vista di Prokòfij, che l'ha visto con la pelliccia strappata e ubriaco, lui è un uomo spregevole; ma io lo conosco altrimenti. Io conosco la sua anima e so che noi gli assomigliamo. E invece di andarlo a cercare, sono andato a pranzare e poi sono venuto qui.»
Lèvin si avvicinò a un lampione, lesse l'indirizzo del fratello, che aveva nel portafogli, e chiamò una vettura di piazza. Durante tutto il lungo tragitto per andare dal fratello, rammentò in modo vivo gli avvenimenti che conosceva della vita dì Nikolàj. Rammentò che il fratello, all'università e nell'anno dopo l'università, nonostante le irrisioni dei compagni, era vissuto come un monaco, adempiendo rigorosamente i riti della religione, il servizio divino, i digiuni, ed evitando ogni piacere, soprattutto le donne; e come poi a un tratto si fosse stancato, si fosse accostato alle persone più infime, abbandonandosi alla più dissoluta sfrenatezza. Ricordò poi la storia del ragazzo, che aveva portato via dalla campagna per educarlo e in un accesso di rabbia aveva picchiato tanto da avere un processo con l'accusa di lesioni. Ricordò poi la storia del baro con il quale aveva perso soldi, dato una cambiale e poi sporto querela dimostrando che quello l'aveva imbrogliato. (Erano i soldi che aveva pagato Sergèj Ivànyè.) Poi ricordò che una volta aveva passato la notte in guardina per atti di violenza. Ricordò il vergognoso processo che aveva intentato al fratello Sergèj Ivànyè perché costui non gli avrebbe pagato la sua parte della tenuta materna; e l'ultima impresa, quando era andato in servizio nel Territorio occidentale e qui era finito sotto processo per aver percosso un superiore... Tutto questo era terribilmente abietto, ma a Lèvin non appariva assolutamente così abietto come doveva apparire a chi non conosceva Nikolàj Lèvin, non conosceva tutta la sua storia, non conosceva il suo cuore.
Lèvin ricordò come, al tempo in cui Nikolàj era nel suo periodo di religiosità, di digiuni, di monaci, di servizi divini, in cui cercava nella religione un aiuto, un freno alla sua natura passionale, nessuno l'aveva non solo aiutato, ma tutti, ed egli pure, avevano riso di lui. Lo punzecchiavano, lo chiamavano Noè, monaco, e quando s'era stancato, nessuno l'aveva aiutato, ma tutti gli avevano voltato le spalle con orrore e repulsione.
Lèvin sentiva che il fratello Nikolàj, nella sua anima, nel fondo stesso della sua anima, nonostante tutta la mostruosità della sua vita, non era più ingiusto delle persone che lo disprezzavano. Non era colpa sua l'esser nato con quel carattere sfrenato e la mente premuta da qualcosa. Da parte sua aveva sempre voluto essere buono. «Gli spiattellerò tutto, lo obbligherò a spiattellarmi tutto e gli mostrerò che gli voglio bene e perciò lo capisco,» decise fra sé Lèvin giungendo dopo le dieci all'albergo indicato sull'indirizzo.
«Di sopra, al 12 e al 13,» rispose il portiere alla domanda di Lèvin.
«È in casa?»
«Dovrebbe essere in casa.»
La porta del numero 12 era socchiusa e, levitando in una striscia di luce, ne usciva un denso fumo di tabacco ordinario e leggero e si udiva una voce sconosciuta a Lèvin; ma Lèvin seppe subito che il fratello era lì, perché sentì il suo tossicchiare.
Quando varcò la soglia, la voce sconosciuta diceva:
«Tutto dipende dalla misura in cui l'affare sarà condotto in modo ragionevole e consapevole.»
Konstantìn Lèvin sbirciò dentro la porta e vide che chi parlava era un giovane in poddëvka con un enorme casco di capelli, mentre una giovane donna butterata, con un vestito di lana senza polsi e colletto, stava seduta sul divano. Il fratello non si vedeva. Konstantìn si sentì stringere il cuore al pensiero che suo fratello vivesse in un simile ambiente di gente estranea. Nessuno l'aveva sentito e Konstantìn, mentre si toglieva le calosce, ascoltò ciò che diceva il signore in poddëvka. Costui parlava di una certa impresa.
«Eh, se le prenda il diavolo, le classi privilegiate,» proferì tossicchiando la voce del fratello. «Màša. Procuraci da cenare e dacci del vino, se ne è rimasto, altrimenti mandane a prendere.»
La donna si alzò, uscì al di là del tramezzo e scorse Konstantìn.
«C'è un signore, Nikolàj Dmìtriè,» disse
«Chi vuole?» disse rabbiosamente la voce di Nikolàj Lèvin.
«Sono io,» rispose Konstantìn Lèvin uscendo alla luce.
«Chi io?» ripeté ancor più rabbiosamente la voce di Nikolàj. Lo si udì alzarsi rapidamente e impigliarsi in qualcosa e poi Lèvin vide dinanzi a sé, sulla soglia, l'enorme, magra, curva figura, tanto nota e che pure lo colpì per la sua selvatichezza e il suo aspetto malaticcio, del fratello con i suoi grandi occhi spaventati.
Era ancor più magro di tre anni prima, quando Konstantìn Lèvin lo aveva visto per l'ultima volta. Indossava una finanziera corta. Sia le mani che la sua ossatura grossa sembravano ancor più enormi. I capelli erano diventati più radi, mentre sulle labbra penzolavano gli stessi baffi dritti, e sempre gli stessi suoi occhi guardavano in maniera strana e ingenua l'intruso.
«Ah, Kòstja!» proferì egli a un tratto, riconoscendo il fratello, e i suoi occhi si illuminarono di gioia. Ma, in quello stesso attimo, egli si voltò a guardare il giovane e fece quel suo movimento convulso, così noto a Konstantìn, con la testa e con il collo, come se la cravatta lo strangolasse; e tutt'altra espressione, selvaggia, sofferente e crudele si fissò sul suo viso scarno.
«Ho scritto a voi, come a Sergèj Ivànyè, che non vi conosco e non voglio conoscervi. Che vuoi, di che cosa avete bisogno?»
Egli era tutt'altro da come se lo immaginava Konstantìn. Ciò che c'era di più pesante e cattivo nel suo carattere, ciò che rendeva tanto difficili i rapporti con lui, veniva dimenticato da Konstantìn Lèvin quando pensava a lui; ma ora, quando vide la sua faccia, in particolare quel volger convulso della testa, si ricordò di tutto questo.
«Non c'è assolutamente nulla per cui abbia bisogno di vederti,» rispose timidamente. «Sono semplicemente venuto a trovarti.»
La timidezza del fratello evidentemente addolcì Nikolàj. Egli contrasse le labbra.
«Ah, sei venuto così?» disse. «Bene, entra, siediti. Vuoi cenare? Màša, porta tre porzioni. No, aspetta. Sai chi è questo?» domandò, rivolgendosi al fratello e indicando il signore in poddëvka. «È il signor Krìckij, amico mio sin dai tempi di Kiev, un uomo assai notevole. Naturalmente la polizia lo perseguita, perché non è un vigliacco.»
E, secondo il suo vezzo, si voltò a guardare tutti quelli che si trovavano nella stanza. Vedendo che la donna sulla porta s'era mossa per uscire, le gridò: «Aspetta, ti ho detto.» E con quell'incapacità, con quell'incoerenza di eloquio che Konstantìn conosceva così bene, voltandosi di nuovo a guardar tutti, si mise a raccontare al fratello la storia di Krìckij: come lo avessero espulso dall'università perché aveva organizzato una società di soccorso per gli studenti poveri e le scuole domenicali, e come poi fosse entrato in una scuola popolare come maestro e come anche di là l'avessero cacciato e come poi l'avessero processato per qualcosa.
«Siete dell'università di Kiev?» disse Konstantìn Lèvin a Krìckij per rompere l'imbarazzato silenzio che era seguito.
«Sì, ero dell'università di Kiev,» disse imbronciato e con ira Krìckij.
«E questa donna,» lo interruppe Nikolàj Lèvin, indicandola, «è la compagna della mia vita, Màrija Nikolàevna. L'ho presa da una casa», e dicendo questo storse il collo. «Ma io l'amo e la rispetto, e chiunque voglia trattare con me,» soggiunse alzando la voce e accigliandosi, «è pregato di amarla e di rispettarla. È lo stesso che se fosse mia moglie, assolutamente lo stesso. Sicché adesso sai con chi hai a che fare. E se credi di abbassarti, ecco la porta.»
E di nuovo i suoi occhi percorsero tutti interrogativamente.
«Perché mi abbasserei, non capisco.»
«Allora, Màša, ordina di portare la cena: tre porzioni, vodka e vino... No, aspetta... No, niente... Vai.»
XXV
«Dunque vedi,» prosegui Nikolàj Lèvin corrugando la fronte con sforzo e contraendosi. Evidentemente gli riusciva difficile ponderare che cosa dire e fare. «Ecco, vedi...» e indicò in un angolo della stanza certi spezzoni di ferro legati con funi. «Vedi questa roba? È il principio di una nuova impresa a cui ci accingiamo. Quest'impresa è una cooperativa artigiana di produzione...»
Konstantìn quasi non ascoltava. Sbirciava la faccia malata, con i segni della tisi, del fratello, e ne aveva sempre più pena e non riusciva ad ascoltare quel che il fratello gli raccontava della cooperativa. Vedeva che quella cooperativa era, per il fratello, solo un'ancora di salvezza di fronte al disprezzo verso se stesso. Nikolàj Lèvin continuava intanto a parlare:
«Tu sai che il capitale schiaccia il lavoratore; i lavoratori, i contadini, da noi sopportano tutto il peso del lavoro e sono messi in una condizione tale che, per quanto si affatichino, non possono uscire dalla loro situazione bestiale. Tutti i margini del salario, con cui potrebbero migliorare la loro situazione, procurarsi tempo libero e dunque istruzione, tutto l'eccedente della paga gli vien tolto dai capitalisti. E la società è fatta in modo che quanto più essi lavorano, tanto più si arricchiscono i commercianti, i proprietari di terre, e loro rimangono sempre bestie da soma. Quest'ordine si deve cambiare,» concluse, e guardò interrogativamente il fratello.
«Sì, naturalmente,» disse Konstantìn sbirciando il rossore che traspariva alla base degli zigomi sporgenti del fratello.
«Per questo noi organizziamo una cooperativa di fabbri, dove tutta la produzione, e il profitto, e, principalmente, gli strumenti di produzione, tutto sia in comune.»
«Dove sarà la cooperativa?» domandò Konstantìn Lèvin.
«Nel villaggio di Vozdrèm, in provincia di Kazàn.»
«Ma perché in un villaggio? Nei villaggi, mi sembra, c'è già molto da fare. E poi, perché una cooperativa di fabbri in un villaggio?»
«Perché i contadini oggi sono altrettanto schiavi di quanto lo erano in passato, ed è per questo che a voi e a Sergèj Ivànyè dispiace che li si voglia tirar fuori da questa schiavitù,» disse Nikolàj Lèvin, irritato dall'obiezione.
Konstantìn Lèvin sospirò, osservando nel frattempo la stanza, cupa e sudicia. Questo sospiro parve irritare ancor più Nikolàj.
«Conosco le aristocratiche opinioni di Sergèj Ivànyè, nonché tue. So che lui impiega tutte le sue energie mentali per giustificare il male presente.»
«No, ma perché parli di Sèrgèj Ivànyè?» disse Lèvin sorridendo.
«Sergèj Ivànic? Ah, ecco perché!» al nome di Sergèj Ivànic gridò improvvisamente Nikolàj Lèvin, «ecco perché... Ma che dire? Una cosa sola... Perché sei venuto da me? Tu disprezzi tutto questo, e va benissimo, ma vattene con Dio, vattene!» gridò alzandosi dalla sedia. «Vattene, vattene!»
«Io non disprezzo affatto,» disse timidamente Konstantìn Lèvin. «Io non discuto nemmeno.»
In quel momento ritornò Màrija Nikolàevna. Nikolàj Lèvin si voltò adirato verso di lei. Rapidamente lei gli si avvicinò e bisbigliò qualcosa.
«Non sto bene e sono diventato irritabile,» proferì Nikolàj Lèvin calmandosi e respirando faticosamente, «e poi tu mi parli di Sergèj Ivànyè e del suo articolo. È una tale assurdità, una tale menzogna, un tale ingannar se stessi. Che cosa può scrivere della giustizia un uomo che non sa che cosa sia? Voi avete letto il suo articolo?» disse rivolgendosi a Krìckij e sedendosi di nuovo al tavolo, dove, per fare spazio, spostò le sigarette che lo riempivano, sparpagliate, quasi a metà.
«Non l'ho letto,» disse in modo cupo Krìckij, il quale evidentemente non voleva entrare nel discorso.
«Perché?» se la prese ora con Krìckij Nikolàj Lèvin, irritato.
«Perché non ritengo necessario perdere il tempo in queste cose.»
«Cioè, permettete, come fate a sapere che perdete tempo? Per molti quell'articolo è inaccessibile, ossia è superiore a loro. Ma per me è diverso, io vedo in trasparenza i suoi pensieri e so perché tutto questo non val niente.»
Tutti tacquero. Krìckij si alzò lentamente e prese il berretto.
«Non volete cenare? E va bene, addio. Domani venite con il fabbro.»
Appena Krìckij fu uscito, Nikolàj Lèvin sorrise e ammiccò.
«Anche lui è cattivo,» disse. «Perché io vedo...»
Ma in quel momento Krìckij lo chiamò dalla porta.
«Che occorre ancora?» disse egli e uscì per raggiungerlo in corridoio. Rimasto solo con Màrija Nikolàevna, Lèvin si rivolse a lei.
«E voi siete da molto tempo con mio fratello?» le disse.
«È già il secondo anno. La sua salute è peggiorata molto. Beve tanto,» essa disse.
«Che cosa beve?»
«Beve vodka e gli fa male.»
«Ne beve molta?» bisbigliò Lèvin.
«Sì,» disse essa sbirciando timidamente la porta dove era apparso Nikolàj Lèvin.
«Di che cosa parlavate?» disse egli, accigliandosi e portando gli occhi spaventati dall'uno all'altra. «Di che cosa?»
«Di nulla,» rispose Konstantìn confondendosi.
«Se non volete dirlo, fate come vi pare. Solo che non c'è motivo che tu parli con lei. Lei è una ragazza di strada e tu sei un signore,» proferì contraendo il collo. «A quel che vedo, hai capito tutto e consideri con pietà i miei traviamenti,» disse ancora alzando la voce.
«Nikolàj Dmìtriè, Nikolàj Dmìtriè,» bisbigliò di nuovo Màrija Nikolàevna avvicinandosi a lui.
«E va bene, va bene!... Ma la cena? Ah, eccola qui,» disse egli vedendo il cameriere con il vassoio. «Qui, metti qui,» proferì rabbiosamente e subito prese la vodka, ne riempì un bicchierino e bevve avidamente. «Bevi, ne vuoi?» disse, rivolgendosi al fratello e diventando subito gaio. «Bene, basta con Sergèj Ivànyè. Comunque sono contento di vederti. Checchè se ne dica, in fondo non siamo estranei. Ma su, bevi. Raccontami: che cosa fai?» proseguì masticando avidamente un pezzo di pane e versandosi un altro bicchierino. «Come vivi?»
«Vivo solo in campagna, come vivevo anche prima, mi occupo dell'azienda,» rispose Konstantìn sbirciando con orrore l'avidità con cui suo fratello beveva e mangiava, ma sforzandosi di nascondere la propria attenzione.
«Perché non prendi moglie?»
«Non m'è capitato,» rispose Konstantìn arrossendo.
«Come mai? Per me è finita! Ormai la mia esistenza è rovinata. L'ho detto e lo dico ancora: che se mi avessero dato la mia parte quando mi occorreva, tutta la mia vita sarebbe stata diversa.»
Konstantìn Dmìtriè si affrettò a cambiare discorso.
«Lo sai che il tuo Vanjùška fa l'impiegato da me a Pokròvskoe?» disse.
Nikolàj torse il collo e si fece pensieroso.
«Ma raccontami: che cosa si fa a Pokròvskoe? Allora, è sempre in piedi la casa, e le betulle, e la nostra stanza di studio? E Filipp, il giardiniere, possibile sia ancora vivo? Come ricordo il capanno e il divano! Bada, sai, non cambiare nulla nella casa, ma sposati presto e rimetti tutto com'era prima. Allora verrò da te se tua moglie sarà buona.»
«Ma vieni adesso da me,» disse Lèvin. «Come ci sistemeremmo bene!»
«Ci verrei da te, se sapessi che non ci trovo Sergèj Ivànyè.»
«Non lo troverai. Io vivo completamente separato da lui.»
«Sì, ma per quanto tu dica, devi scegliere fra me e lui,» disse Nikolàj, guardando timidamente il fratello negli occhi. Quella timidità commosse Konstantìn.
«Se vuoi che mi confessi con te a questo proposito, ti dirò che nella tua lite con Sergèj Ivànyè non prendo le parti né dell'uno né dell'altro. Avete torto entrambi. Tu hai torto più in modo esterno, e lui più in modo interno.»
«Ah, ah! L'hai capito questo, questo l'hai capito?» gridò con gioia Nikolàj.
«Ma io personalmente, se vuoi saperlo, tengo più alla tua amicizia, perché...»
«Perché, perché?»
Konstantìn non poteva dire che ci teneva perché Nikolàj era infelice e aveva bisogno di amicizia. Ma Nikolàj capì che voleva dire proprio questo e, aggrottandosi, ritornò alla vodka.
«Basta, Nikolàj Dmìtriè!» disse Màrija Nikolàevna protendendo il braccio nudo e paffuto verso la brocca.
«Lascia! Non seccare! Ti ammazzo!» gridò egli.
Màrija Nikolàevna sorrise d'un sorriso mite e buono, che si trasmise anche a Nikolàj, e prese la vodka.
«Tu credi che lei non capisca nulla?» disse Nikolàj. «Tutto questo lei lo capisce meglio di tutti noi. È vero che in lei c'è qualcosa di buono, di caro?»
«Non eravate mai stata a Mosca prima?» le disse Konstantìn, tanto per dire qualcosa.
«Ma non darle del "voi". Questo le fa paura. Nessuno mai le ha dato del "voi" eccetto il giudice di pace quando la giudicavano perché voleva andarsene via dalla casa di corruzione. Dio mio, che assurdità ci sono al mondo!» gridò a un tratto: «Questi nuovi istituti, questi giudici di pace, lo zèmstvo, che mostruosità!»,
E cominciò a raccontare i suoi urti con le nuove istituzioni.
Konstantìn Lèvin lo ascoltava, e quella negazione d'ogni significato alle istituzioni sociali, che egli condivideva con lui e sovente esternava, ora tuttavia gli era sgradevole sulle labbra del fratello.
«All'altro mondo capiremo tutto questo,» disse scherzando.
«All'altro mondo? Oh, non mi piace l'altro mondo! Non mi piace,» disse Nikolàj, fermando gli occhi selvaggi e spaventati sulla faccia del fratello. «Perché, anche se sembra che sarebbe bello andarsene da tutto questo abominio e questa confusione nostra e degli altri, io ho paura della morte, ho una paura tremenda della morte.» Egli rabbrividì. «Ma bevi qualcosa. Vuoi dello champagne? Oppure andiamo in qualche posto. Andiamo dagli zingari! Sai, ho imparato ad amar molto gli zingari e le canzoni russe.»
Cominciava ad aver la lingua impastata, e si mise a saltare da un argomento all'altro. Con l'aiuto di Màša, Konstantìn lo persuase a non andare in nessun posto e lo mise a letto completamente ubriaco.
Màša promise di scrivere a Konstantìn in caso di necessità e di persuadere Nikolàj Lèvin ad andare a vivere dal fratello.
XXVI
Il mattino dopo Konstantìn partì da Mosca, e verso sera arrivò a casa. Durante il viaggio, nel treno, conversò con i vicini di politica, delle nuove ferrovie; come gli era già accaduto a Mosca, avvertiva, soverchianti, una specie di confusione di idee, e scontentezza di sé, e vergogna per qualcosa; ma quando discese alla sua stazione e riconobbe Ignàt, il cocchiere orbo, con il colletto del caffettano sollevato, e nella fioca luce che cadeva dalle finestre della stazione scorse la sua slitta con i tappeti, i suoi cavalli con le code legate, bardati con anelli e fiocchi, e il cocchiere Ignàt, ancor mentre si sistemavano, gli raccontò le novità campagnole - l'arrivo dell'imprenditore, e che la Pava si era sgravata -, egli sentì che la confusione si schiariva un poco e la vergogna e la scontentezza passavano da sole. Questo lo sentì al solo veder Ignàt e i cavalli; ma quando indossò il pellicciotto di montone che gli avevano portato, si sedette imbacuccato nella slitta, e partì, pensando alle disposizioni che avrebbe dovuto dare in campagna e guardando il bilancino slombato ma baldanzoso - era stato un cavallo da sella del Don - cominciò a comprendere in tutt'altra maniera ciò che gli era accaduto. Adesso voleva soltanto essere migliore di quanto fosse stato prima. Innanzi tutto, da quel giorno decise che non avrebbe più sperato nella felicità straordinaria che prima si attendeva dal matrimonio, e perciò non avrebbe così spregiato il presente. In secondo luogo, non si sarebbe mai più lasciato trascinare dalla schifosa passione, il cui ricordo lo aveva tanto tormentato quando si accingeva a fare la sua proposta. Poi, ricordando suo fratello Nikolàj, decise fra sé che non si sarebbe mai più permesso di dimenticarlo, che lo avrebbe seguito e non l'avrebbe perso di vista, per esser pronto ad aiutarlo quando si fosse trovato male. E ciò sarebbe stato presto, egli lo sentiva. Poi, anche il discorso del fratello sul comunismo, che allora aveva preso così alla leggera, adesso lo costrinse a riflettere. Egli riteneva assurda l'idea di trasformare le condizioni economiche, ma aveva sempre sentito l'ingiustizia del proprio superfluo in confronto alla povertà del popolo, ed ora decise fra sé che per sentirsi pienamente nel giusto, anche se prima lavorava molto e non viveva nel lusso, adesso tuttavia avrebbe lavorato ancor più e si sarebbe concesso ancor meno lusso. E gli sembrava così facile far tutto questo, che trascorse tutto il tempo del tragitto nelle più piacevoli fantasticherie. Con un buon sentimento di speranza in una vita nuova e migliore giunse così alle nove di sera alla propria casa.
Dalle finestre della camera di Agàfija Michàjlovna la vecchia njànja che svolgeva in casa sua funzioni di economa cadeva la luce sulla neve dello spiazzo davanti la casa. Essa non dormiva ancora. Kuzmà, svegliato da lei, corse sull'ingresso a piedi scalzi e sonnolento. Anche il bracco Làska saltò fuori e per poco non buttò a terra Kuzmà; si mise a guaire, a strofinarsi contro le sue ginocchia, ad alzarsi sulle zampe, desiderando e non osando mettergli le zampe anteriori sul petto.
«Siete tornato presto, bàtjuška,» disse Agàfija Michàjlovna.
«Mi annoiavo, Agàfija Michàjlovna. In casa d'altri si sta bene, ma nella propria meglio,» le rispose e passò nello studio.
Lo studio venne lentamente illuminato da una candela che vi portarono. Emergevano i noti particolari: le corna di cervo, gli scaffali con i libri, lo specchio, la stufa con lo sfiatatoio che da tempo doveva esser riparato, il divano del padre, il grande tavolo; sul tavolo, un libro aperto, un portacenere rotto, un quaderno con la sua scrittura. Quando vide tutto questo, lo assalì un attimo di dubbio nella possibilità di costruire la nuova vita che aveva sognato per strada. Tutte queste tracce della sua vita parvero afferrarlo e dirgli: «No, tu non te ne andrai da noi e non sarai un altro, ma resterai quale eri: con i dubbi, con l'eterna scontentezza di te, con i vani tentativi di correggerti e le cadute e l'eterna attesa di una felicità che non hai e che per te è impossibile.»
Ma questo dicevano le sue cose, mentre un'altra voce nell'anima diceva che non bisogna restar schiavi del passato e che di se stessi si può fare tutto ciò che si vuole. E, obbedendo a questa voce, egli si avvicinò all'angolo dove teneva due pesi da un pud e cominciò a sollevarli ginnasticamente, cercando di mettersi in uno stato di alacrità fisica. Dietro la porta scricchiolarono dei passi. Egli posò in fretta i pesi.
Entrò il fattore e disse che tutto, grazie a Dio, andava bene, ma comunicò che il grano saraceno nel nuovo essiccatoio s'era bruciato. Questa notizia irritò Lèvin. Il nuovo essiccatoio era stato costruito e in parte inventato da lui. Il fattore era sempre stato contrario a questo essiccatoio e adesso annunciava con segreta esultanza che il grano saraceno si era bruciato. Lèvin, invece, era fermamente convinto che, se si era bruciato, ciò era successo soltanto perché non erano state prese le misure che egli aveva ordinato centinaia di volte. Ne fu indispettito e fece una reprimenda al fattore. Ma c'era un evento importante e gioioso: s'era sgravata Pava, la vacca più bella, costosa, acquistata all'esposizione.
«Kuzmà, dammi il pellicciotto. E voi fate prendere una lanterna, andrò a dare un'occhiata,» disse al fattore.
La stalla per le vacche pregiate era subito dietro la casa. Passando attraverso il cortile vicino al mucchio di neve nei pressi dei lilla, egli si avvicinò alla stalla. Si sentì odore di tiepido vapore di letame quando si aprì la porta ghiacciata, e le vacche, stupite dalla luce insolita della lanterna, si agitarono sulla paglia fresca. Balenò l'ampia liscia groppa pezzata dell'olandese, Berkut, il toro, stava disteso con il suo anello nel labbro e fece per alzarsi, ma cambiò idea e soffiò soltanto un paio di volte quando gli passarono accanto. La rossa beltà, Pava, enorme come un ippopotamo, era voltata di tergo e nascondeva la vitellina a chi entrava, e la stava annusando.
Lèvin entrò nel recinto, esaminò Pava e fece alzare sulle sue lunghe zampe vacillanti la vitellina pezzata in bianco e rosso. Agitata, Pava fu lì per muggire, ma si quietò quando Lèvin le spinse vicino la vitella, e, con un pesante sospiro, si mise a leccarla con la lingua ruvida. La vitella, cercando, urtava con il muso sotto l'inguinaia della madre e faceva girare il codino.
«Ma fa' un po' di luce qui, Fëdor, qui la lanterna,» disse Lèvin esaminando la vitella. «Assomiglia alla madre! Anche se di mantello è come il padre. Molto bella. Lunga e lattaiola. Vero che è bella, Vasìlij Fëdòrovic» si rivolse al fattore, sentendosi ormai completamente riconciliato con lui per il grano saraceno, nella gioia per la vitella.
«Da chi avrebbe dovuto prendere per esser brutta? Ma Semën l'imprenditore è venuto il giorno dopo la vostra partenza. Bisognerà mettersi d'accordo con lui, Konstantìn Dmìtriè,» disse il fattore. «Vi ho già riferito della macchina.»
Bastò questa questione per reintrodurre Lèvin in tutti i dettagli dell'azienda, che era grande e complessa; dalla stalla egli si recò direttamente in ufficio, e, dopo aver parlato con il fattore e con Semën, l'imprenditore, ritornò a casa e passò direttamente di sopra nel salotto.
XXVII
La casa era grande, antica, e Lèvin, benché vivesse solo, la riscaldava e occupava tutta. Sapeva che questo era stupido, sapeva che non era nemmeno una cosa ben fatta, e era contraria agli attuali suoi nuovi piani, ma quella casa era tutto un mondo per Lèvin. Era il mondo in cui erano vissuti ed erano morti suo padre e sua madre. Essi vi avevano vissuto quella vita che a Lèvin pareva l'ideale d'ogni perfezione, e che egli sognava di rinnovare con sua moglie, con la sua famiglia.
Lèvin ricordava appena sua madre. La nozione di lei era per lui un ricordo sacro e la sua futura moglie doveva essere, secondo la sua immaginazione, una ripetizione di quell'incantevole ideale di donna che era stata per lui sua madre.
Non solo non poteva immaginare l'amore per una donna al di fuori del matrimonio, ma prima immaginava la famiglia, e solamente in seguito la donna che gli avrebbe dato una famiglia. Per questo le sue idee sul matrimonio non erano simili alle idee della maggioranza della gente, per la quale il matrimonio era uno dei molti affari della vita sociale; per Lèvin esso era l'affare principale della vita, dal quale dipendeva tutta la felicità di essa. E ora bisognava rinunciarvi.
Quando entrò nel piccolo salotto, dove beveva sempre il tè, e si sedette nella sua poltrona con un libro, e Agàfija Michàjlovna gli portò il tè e, con il suo solito: «E io mi siedo, bàtjuška», si sedette su una sedia accanto alla finestra, egli sentì che, per quanto fosse strano, non si era congedato dai suoi sogni e che non poteva vivere senza di essi. Con lei o con un'altra questo si sarebbe realizzato. Leggeva il libro, pensava a quel che leggeva, fermandosi per ascoltare Agàfija Michàjlovna che chiacchierava senza posa; e, nello stesso tempo, alla sua immaginazione si presentavano senza alcun nesso varie scene dell'azienda e della futura vita familiare. Egli sentiva che nel profondo della sua anima qualcosa si fissava, si dimensionava e si assestava.
Ascoltava il discorso di Agàfija Michàjlovna - come e qualmente Prochor avesse dimenticato Iddio, e con i soldi che gli aveva donato Lèvin per comperare un cavallo bevesse a più non posso e avesse picchiato a morte la moglie -, ascoltava e leggeva il libro e insieme seguiva il corso dei pensieri che gli suscitava la lettura. Era un libro di Tyndall sul calore. Ricordava le proprie critiche a Tyndall per una sua certa presunzione che egli derivava dalla sua destrezza di sperimentatore, per il fatto che gli mancava una concezione filosofica. A un tratto, gli balenò un pensiero che gli diede gioia: «Fra due anni avrò nella mandria due olandesi, anche Pava può darsi che viva ancora, dodici giovani figlie di Berkut, e aggiungerci a far bella mostra queste tre: che meraviglia!» e riprese di nuovo il libro.
«Via, va bene, l'elettricità e il calore sono la stessa cosa; ma è possibile mettere una grandezza in luogo di un'altra in un'equazione per risolvere un problema? No. E allora? Il nesso fra tutte le forze della natura si sente anche così, d'istinto... Sarà bello, quando la figlia di Pava sarà già una vacca pezzata di bianco e rosso, e tutta la mandria, cui sono da aggiungere queste tre... Ottimo! Uscire con la moglie e gli ospiti a incontrare la mandria... Mia moglie dirà: "Io e Kòstja abbiamo tirato su questa vitella come un bambino." "Come vi può interessare tanto una cosa simile? dirà un ospite." "Tutto ciò che interessa lui, interessa anche me." Ma lei chi sarà?» Ed egli si rammentò di quel che era successo a Mosca... «Ebbene, che fare?... Io non ne ho colpa. Ma adesso tutto andrà in modo nuovo. È un'assurdità che la vita non lo consenta, che il passato non lo consenta. Bisogna battersi per vivere meglio, assai meglio...» Alzò la testa e si fece assorto. La vecchia Làska, che non aveva ancor digerito la gioia del suo arrivo ed era scappata ad abbaiare in cortile, ritornò scodinzolando e recando con sé l'odore dell'aria di fuori; gli si accostò, ficcò la testa sotto il suo braccio, guaendo, lamentosamente e chiedendo che lui la carezzasse.
«Le manca solo la parola,» disse Agàfija Michàjlovna. «Ed è un cane... Perché capisce bene che il padrone è arrivato, ma è triste.»
«Perché triste?»
«Credi che io non lo veda, bàtjuška? Ormai è tempo che conosca i signori. Fin da piccola sono cresciuta fra i signori. Ma non è niente, bàtjuška. Purché ci sia salute e coscienza pulita.»
Lèvin la guardava con attenzione, meravigliandosi di come lei avesse capito i suoi pensieri.
«Ebbene, porto ancora del tè?» disse essa e, presa la tazza, uscì.
Làska insisteva a infilare la testa sotto il suo braccio. Lui la carezzò e subito essa si arrotolò a ciambella ai suoi piedi, poggiando la testa su una zampa posteriore che sporgeva. E, a significare che adesso tutto andava bene e felicemente, aprì leggermente la bocca, fece schioccare le labbra e, composte meglio queste labbra attaccaticce intorno ai vecchi denti, si acquetò in una beata tranquillità. Lèvin seguì attentamente quest'ultimo suo movimento.
«Anch'io così!» si disse, «anch'io così! Fa nulla... tutto va bene.»
XXVIII
Dopo il ballo, di mattino presto, Anna Arkàdievna mandò al marito un telegramma per avvertirlo che partiva da Mosca quel giorno stesso.
«No, devo, devo partire,» spiegava alla cognata il mutamento delle sue intenzioni con il tono di chi si ricorda di tante cose da non poterle contare, «no, è meglio oggi!»
Stepàn Arkàdiè non pranzava in casa, ma promise di venire alle sette per accompagnare la sorella.
Anche Kitty non venne, avendo mandato un biglietto in cui diceva d'avere mal di testa. Dolly e Anna pranzarono sole con i bambini e con l'inglese. Forse perché i bambini sono incostanti, oppure molto sensibili, e avevano sentito che Anna quel giorno era tutt'altra da quella che era quando avevan preso a volerle tanto bene, che essa già non si occupava più di loro, fatto sta che smisero di netto il loro giuoco con la zia e il loro amore verso di lei, e non li interessava per nulla che lei partisse. Per tutta la mattina Anna fu occupata nei preparativi per la partenza. Scrisse biglietti ai conoscenti di Mosca, annotò i suoi conti e fece i bagagli. In genere a Dolly pareva che non fosse d'umore tranquillo, ma in quell'umore teso che anche lei conosceva bene in se stessa, e che non prende senza motivo, e per lo più nasconde la scontentezza di sé. Dopo il pranzo Anna andò a vestirsi nella sua camera, e Dolly le andò dietro.
«Come sei strana, oggi!» le disse.
«Io? Trovi? Non sono strana, ma sono cattiva. A volte mi capita. Non ho voglia che di piangere. È una cosa molto stupida, ma poi passa,» disse rapidamente Anna e chinò il viso, che era arrossito, su un piccolo sacchetto nel quale stava riponendo la cuffietta da notte e dei fazzoletti di batista. I suoi occhi scintillavano in modo particolare e si velavano incessantemente di lacrime. «Avevo così poca voglia di partire da Pietroburgo e adesso non ho voglia di partire di qui.»
«Tu sei venuta e hai fatto un'opera buona,» disse Dolly scrutandola attentamente.
Anna la guardò con occhi bagnati di lacrime.
«Non dir questo, Dolly. Io non ho fatto, né avrei potuto far nulla. Mi meraviglio spesso perché la gente si è messa d'accordo per viziarmi. Che cosa ho fatto e che cosa potevo fare? Sei tu che, in cuor tuo, hai trovato abbastanza amore per perdonare...»
«Senza di te, Dio sa che cosa sarebbe stato! Come sei felice, Anna!» disse Dolly. «Nella tua anima tutto è limpido e bello.»
«Ognuno ha i suoi skeletons nell'anima, come dicono gli inglesi.»
«Quali skeletons vuoi aver tu? Tutto in te è così limpido.»
«Ci sono!» disse Anna d'improvviso e inaspettatamente, dopo le lacrime, un sorriso malizioso e buffo le increspò le labbra.
«E va bene, ma allora i tuoi skeletons sono buffi e non tetri,» disse Dolly sorridendo.
«No, sono tetri. Sai perché parto oggi e non domani? Questa confessione che mi opprimeva voglio farla a te,» disse Anna con decisione, rovesciandosi indietro nella poltrona e guardando dritto negli occhi di Dolly.
E, con sua meraviglia, Dolly vide che Anna era diventata rossa sino alle orecchie, sino alle fluenti ciocche di capelli neri sul collo.
«Sì,» continuò Anna. «Sai perché Kitty non è venuta a pranzo? È gelosa di me. Io ho rovinato... per colpa mia questo ballo per lei è diventato un tormento, invece d'essere una gioia. Ma davvero, davvero, io non ne ho colpa, oppure soltanto un poco,» disse, strascicando con voce sottile la parola «poco».
«Oh, come hai detto questo nello stesso modo di Stìva!» disse ridendo Dolly.
Anna si offese.
«Oh, no! oh, no! Io non sono Stìva,» disse, accigliandosi. «Ti dico questo, perché non mi permetto di dubitare nemmeno per un istante di me stessa.»
Ma, nell'istante in cui proferiva queste parole, Anna avvertiva che esse non erano vere; non solo dubitava di sé, ma sentiva un'agitazione al pensiero di Vrònskij, e partiva prima di quanto avesse voluto solamente per non incontrarlo più.
«Sì, Stìva mi ha detto che hai ballato con lui la mazurca e che lui...»
«Non puoi immaginarti che cosa buffa sia venuta fuori. Io pensavo soltanto di combinare un matrimonio, ed eccoti d'improvviso tutt'altra cosa. Forse, senza volerlo...»
Arrossì e si fermò.
«Oh, loro lo sentono subito!» disse Dolly.
«Ma io sarei disperata se ci fosse qualcosa di serio da parte sua,» la interruppe Anna. «E sono persuasa che tutto questo sarà dimenticato e Kitty smetterà di odiarmi.»
«Del resto, Anna, a dirti la verità, io non desidero molto questo matrimonio per Kitty. Ed è meglio che si sia dissolto se lui, Vrònskij, ha potuto innamorarsi di te in un sol giorno.»
«Ah, Dio mio, sarebbe una cosa così stupida!» disse Anna e di nuovo un intenso rossore di piacere emerse sul suo viso quando sentì enunciare a parole il pensiero che la teneva occupata. «E così parto dopo essermi fatta di Kitty, che mi piaceva tanto, una nemica. Ah, com'è cara! Ma tu rimedierai, Dolly? Vero?»
Dolly poteva a stento trattenere un sorriso. Amava Anna, ma le faceva piacere constatare che anche lei aveva delle debolezze.
«Una nemica? Non può essere.»
«Desidererei tanto che voi tutti mi voleste bene come ve ne voglio io; e adesso ho imparato a volervene ancora di più,» disse Anna con le lacrime agli occhi. «Ah, come sono sciocca oggi!»
Si passò il fazzoletto sul viso e cominciò a vestirsi.
Mancava poco alla partenza quando giunse, in ritardo, Stepàn Arkàdiè, con la faccia rossa e allegra e un odore di vino e di sigaro.
La sensibilità di Anna si era comunicata anche a Dolly e, quando essa abbracciò per l'ultima volta la cognata, le mormorò:
«Ricorda, Anna: io non dimenticherò mai ciò che hai fatto per me. E ricorda che ti ho voluto bene e ti vorrò sempre bene come al migliore degli amici!»
«Non capisco perché,» proferì Anna, baciandola e nascondendo le lacrime.
«Tu mi hai capita e mi capisci. Addio, delizia mia!»
XXIX
«Ebbene, tutto è finito e sia lodato Iddio!» fu il primo pensiero che venne ad Anna Arkàdievna quando ebbe salutato per l'ultima volta il fratello, che sino al terzo segnale le aveva sbarrato con la sua persona l'ingresso nella vettura. Si sedette sul divano, accanto ad Ànnuška e si voltò a guardare nella penombra del vagone letto. «Grazie a Dio, domani vedrò Serëža e Alesèj Aleksàndroviè, e ricomincerà la mia vecchia buona e solita vita.»
Sempre in quello stato d'animo di tensione in cui s'era trovata per tutto il giorno, Anna si sistemò con cura e piacere per il viaggio; con le sue piccole mani destre aprì e richiuse il sacchetto rosso, tirò fuori un piccolo cuscino, se lo mise sulle ginocchia e, avvolte con cura le gambe, si accomodò tranquillamente. Una signora malata si metteva già a letto. Due altre signore presero a conversare con lei, e una grassa vecchia andava avvolgendosi le gambe e faceva considerazioni sul riscaldamento. Anna rispose alcune parole alle signore, ma, prevedendo una conversazione non interessante, pregò Ànnuška di tirar fuori la lanterna da viaggio, la appese al bracciolo della poltrona, e tolse dalla sua borsa il tagliacarte e un romanzo inglese. In un primo tempo, non riuscì a leggere. Dapprima la disturbarono l'andirivieni e il chiasso; poi, quando il treno si mosse, non si poteva non porgere orecchio ai rumori; poi la neve che sbatteva contro il finestrino di sinistra e si appiccicava al vetro, e la vista del capotreno imbacuccato che passò accanto tutto coperto di neve da una parte, e i discorsi sulla terribile tormenta che infuriava fuori, distrassero la sua attenzione. In seguito tutto fu sempre eguale; sempre lo stesso scuotimento con i colpi, la stessa neve al finestrino, gli stessi subitanei passaggi da un calore che faceva sudare al freddo e poi di nuovo al calore, lo stesso balenare dei medesimi volti nella penombra e le stesse voci, e Anna prese a leggere e capire quel che leggeva. Ànnuška sonnecchiava già, tenendo il sacchetto rosso sulle ginocchia con le sue larghe mani dentro i guanti, uno dei quali era strappato. Anna Arkàdievna leggeva e capiva, ma le dispiaceva leggere, ossia seguire il riflesso della vita altrui. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa. Se leggeva che l'eroina del romanzo accudiva a un malato, le veniva voglia di camminare a passi silenziosi nella stanza del malato; se leggeva che un membro del parlamento teneva un discorso, aveva voglia di esser lei a pronunciare il discorso; se leggeva che Lady Mary inseguiva un branco a cavallo e stuzzicava la cognata e stupiva tutti con il suo coraggio, aveva voglia di fare lo stesso. Ma non poteva fare nulla e, maneggiando il coltellino liscio con le sue piccole mani, si imponeva di leggere.
L'eroe del romanzo aveva già cominciato a raggiungere la sua felicità inglese: il titolo di baronetto e un possedimento, e Anna desiderava andare con lui in quel possedimento, quando a un tratto sentì che lui avrebbe dovuto vergognarsi e che lei si vergognava proprio di questo. Ma di che cosa lui doveva vergognarsi? «Di che cosa mi vergogno io?» si domandò con offeso stupore. Lasciò il libro e si distese sullo schienale della poltrona, stringendo con forza con entrambe le mani il tagliacarte. Non c'era nulla di cui vergognarsi. Riandò a tutti i suoi ricordi di Mosca. Erano tutti belli, gradevoli. Ricordò il ballo, ricordò Vrònskij e il suo viso innamorato e sottomesso, ricordò tutti i propri rapporti con lui: non c'era nulla di cui vergognarsi. E tuttavia proprio a questo punto dei ricordi la sensazione di vergogna si faceva più forte, come se una voce interna, proprio a questo punto, quando lei si ricordava di Vrònskij, le dicesse: «Caldo, caldissimo, bruciante.» «E con questo?» si disse risolutamente, cambiando posizione nella poltrona. «Che vuol dire questo? Perché, io ho forse paura di guardare in faccia a questo? E allora? Possibile che fra me e quest'ufficiale ancora ragazzo esistano e possano esistere altri rapporti che non quelli che si hanno con qualsiasi conoscente?» Sorrise con disprezzo e riprese nuovamente il libro, ma ormai non riusciva più, veramente, a capire quel che leggeva. Fece passare il tagliacarte sul vetro, poi ne avvicinò la liscia e fredda superficie a una guancia e per poco non scoppiò a ridere forte dalla gioia che l'aveva presa a un tratto senza motivo. Sentiva che i suoi nervi si tendevano sempre di più come corde su cavicchi che si avvitavano. Sentiva che i suoi occhi si aprivano sempre più, che le dita delle mani e dei piedi si muovevano nervosamente, che dentro qualcosa le soffocava il respiro, e che tutte le immagini e i suoni in quella penombra vacillante la colpivano con straordinaria intensità. Incessantemente l'assalivano momenti di dubbio se il treno procedesse in avanti o indietro o fosse completamente fermo. Era Ànnuška quella accanto a lei o un'estranea? «Che cosa c'è lì, sul bracciolo, è una pelliccia o una bestia? E sono io che sto qui? Proprio io o un'altra?» La spaventava abbandonarsi a quest'oblio. Ma qualcosa la risucchiava in esso e, a suo arbitrio, lei poteva abbandonarvisi o trattenersi. Si alzò per ritornare in sé, gettò via il plaid e tolse la pellegrina dall'abito pesante. Per un momento ritornò in sé e capì che l'uomo magro che era entrato, con il lungo cappotto di manchino cui mancava un bottone, era il fuochista, che egli guardava il termometro, che con lui avevano fatto irruzione dentro la porta il vento e la neve; ma poi tutto si confuse di nuovo... Quell'uomo dalla lunga vita si mise a rosicchiare qualcosa sulla parete, la vecchia si mise a protendere le gambe su tutta la lunghezza dello scompartimento e lo riempì di una nuvola nera; poi qualcosa si mise a stridere e a rintronare in modo terribile, come se sbranassero qualcuno; poi una luce rossa abbagliò gli occhi; poi tutto fu nascosto da un muro. Anna sentì che precipitava. La voce di un uomo imbacuccato e coperto di neve le gridò qualcosa sopra l'orecchio. Essa si alzò e ritornò in sé; capì che erano arrivati a una stazione e che quello era il capotreno. Chiese ad Ànnuška di darle la pellegrina che si era tolta e il fazzoletto, se li mise e si diresse verso la porta.
«Volete uscire?» domandò Ànnuška.
«Sì, voglio prendere una boccata d'aria. Qui fa molto caldo.»
E aprì la porta. La tormenta e il vento le si scagliarono contro e si misero a litigare con lei per lo sportello. E questo le parve allegro. Aprì la porta e uscì. Il vento pareva aspettare solo lei, fischiò di gioia e avrebbe voluto afferrarla e portarla via, ma lei si aggrappò con una mano a una colonnina fredda e, trattenendo l'abito, discese sulla banchina e passò dietro il vagone. Il vento era forte sulla scaletta, ma sulla banchina dietro i vagoni c'era bonaccia. Con piacere, a pieni polmoni, aspirò l'aria nevosa, gelata, e, stando in piedi accanto al vagone, osservava la banchina e la stazione illuminata.
XXX
Una tormenta terribile si avventava e fischiava fra le ruote dei vagoni, lungo le colonne dietro l'angolo della stazione. I vagoni, le colonne, la gente, tutto quel che si vedeva era completamente coperto di neve da una parte e se ne ricopriva sempre più. La tormenta si calmava per un istante, ma poi si abbatteva di nuovo con raffiche così forti che sembravano irresistibili. Intanto alcune persone correvano, dandosi allegramente la voce, scricchiolando sulle assi della banchina, e incessantemente aprendo e chiudendo grandi porte. L'ombra piegata in due di un uomo scivolò sotto i suoi piedi e si udirono i suoni di un martello sul ferro. «Manda il telegramma!» echeggiò una voce arrabbiata dall'altra parte della tenebra tempestosa. «Favorite qui! numero 28!» gridarono ancora varie voci e passarono correndo uomini imbacuccati coperti di neve. Le passarono vicino due signori con il focherello delle sigarette in bocca. Essa respirò ancora una volta per riempirsi d'aria a sazietà, e aveva già tolto una mano dal manicotto per aggrapparsi alla colonnina ed entrare nel vagone, quando un uomo in paltò militare, proprio accanto a lei, le nascose la luce vacillante della lanterna. Lei si volse a guardare e nel medesimo istante riconobbe la faccia di Vrònskij. Portata una mano alla visiera, egli si inchinò dinanzi a lei e domandò se non avesse bisogno di qualcosa, in che cosa potesse servirla. Senza risponder nulla lei lo osservò per un tempo abbastanza lungo e, benché egli fosse in ombra, vide o le parve di vedere persino l'espressione del suo viso e degli occhi. Era di nuovo quell'espressione di reverente entusiasmo che aveva avuto tanto effetto su di lei il giorno prima. Più di una volta in quegli ultimi giorni e anche appena or ora si era detta che Vrònskij per lei era uno delle centinaia di giovanotti eternamente identici che si incontrano dappertutto, che lei non si sarebbe mai permessa anche soltanto di pensare a lui; ma ora, nel primo istante dell'incontro, la prese un sentimento di gioioso orgoglio. Non aveva bisogno di domandare perché egli fosse lì. Lo sapeva con la stessa sicurezza che se egli le avesse detto che era lì per essere dov'era lei.
«Non sapevo che foste in viaggio. Perché siete in viaggio?» disse, lasciando cadere la mano che stava per aggrapparsi alla colonnina. E sul suo viso splendevano l'animazione e una gioia incontenibile.
«Perché sono in viaggio?» ripeté egli, guardandola proprio negli occhi. «Voi lo sapete, io sono in viaggio per essere dove siete voi,» disse, «non posso fare altrimenti.»
E in quel momento, come se avesse sormontato un ostacolo, il vento sparpagliò la neve dai tetti dei vagoni, sconquassò una lastra di ferro divelta, e in testa al treno mugghiò lamentoso e cupo il fischio pesante della locomotiva. Tutto l'orrore della tormenta le parve adesso ancor più magnifico. Egli aveva detto la stessa cosa che l'anima di lei desiderava, e di cui però essa aveva paura con la ragione. Non rispose nulla e sul suo viso egli vide una lotta.
«Perdonatemi se vi spiace quel che vi ho detto,» cominciò egli in modo sottomesso.
Aveva parlato in modo cortese, rispettoso, ma così fermo e ostinato, che per molto tempo lei non poté rispondere nulla.
«È male quello che dite ed io vi prego, se siete un galantuomo, dimenticate ciò che avete detto, come lo dimenticherò io,» disse infine.
«Io non dimenticherò mai nemmeno una vostra parola, nemmeno un vostro gesto, e non posso...»
«Basta, basta!» gridò essa, sforzandosi invano di conferire un'espressione severa al proprio viso che egli scrutava avidamente. E, aggrappatasi con una mano alla fredda colonnina, salì la scaletta ed entrò svelta nell'ingresso della carrozza. Ma in quel piccolo ingresso si fermò, riflettendo nella sua immaginazione sull'accaduto. Pur non ricordando né le proprie parole né quelle di lui, con il sentimento capì che quella conversazione di un minuto li aveva terribilmente avvicinati; e ne fu spaventata e felice. Dopo aver sostato qualche secondo essa entrò nel vagone e si sedette al proprio posto. Quello stato di tensione che prima l'aveva tormentata non solo si rinnovò, ma si esasperò, e giunse al punto da farle temere che da un momento all'altro si spezzasse in lei qualcosa di troppo teso. Non dormì tutta la notte. Ma nella tensione e nelle fantasticherie che riempivano la sua immaginazione c'era qualcosa di gioioso, di bruciante e di eccitante. Verso la mattina Anna si assopì, sempre seduta nella poltrona, e quando si svegliò, tutto era già bianco, chiaro, e il treno si avvicinava a Pietroburgo. Subito i pensieri della casa, del marito, del figlio, e le preoccupazioni della giornata che l'aspettava, l'assediarono.
A Pietroburgo, non appena il treno si fermò e lei ne discese, la prima faccia che richiamò la sua attenzione fu la faccia del marito. «Ah, Dio mio! Perché gli sono venute quelle orecchie?» pensò, guardando la sua figura fredda e rappresentativa, e specialmente le cartilagini delle orecchie, che ora l'avevano colpita e che sostenevano le falde del cappello rotondo. Scorgendola, egli le venne incontro, atteggiando le labbra al sorriso ironico che gli era consueto e guardando verso di lei con i grandi occhi stanchi. Una certa sensazione sgradevole le strinse il cuore quando incontrò lo sguardo tenace e stanco di lui, come se si aspettasse di vederlo diverso. In particolare la colpì la sensazione di scontentezza di sé che provava nell'incontrarsi con lui. Era una sensazione di vecchia data, ormai nota, simile allo stato di finzione che provava nei rapporti con il marito; ma prima non se ne era mai accorta, mentre ora ne fu consapevole in modo chiaro e doloroso.
«Sì, come vedi, un marito affettuoso, affettuoso come al secondo anno di matrimonio, bruciava dal desiderio di vederti,» disse egli con la sua voce lenta e sottile e con il tono che adoperava quasi sempre con lei, un tono di irrisione verso chi avesse parlato così per davvero.
«Serëža sta bene?» domandò lei.
«E questa è tutta la ricompensa,» disse egli, «per il mio ardore? Sta bene, sta bene...»
XXXI
Durante tutta quella notte Vrònskij non tentò nemmeno di addormentarsi. Sedeva nella sua poltrona, ora fissando gli occhi dritto dinanzi a sé, ora guardando chi entrava e chi usciva, e se anche prima egli colpiva e inquietava le persone che non lo conoscevano con il suo aspetto di incrollabile tranquillità, adesso sembrava ancor più orgoglioso e autosufficiente. Guardava le persone come se fossero cose. Un giovanotto nervoso, impiegato al tribunale distrettuale, che sedeva di fronte a lui, per quest'aspetto prese a odiarlo. Il giovanotto accendeva la sigaretta alla sua, attaccava con lui discorso e persino lo urtava per fargli sentire che non era una cosa ma un uomo, eppure Vrònskij lo guardava esattamente come se fosse una lanterna e il giovanotto faceva smorfie sentendo che andava perdendo il dominio di sé sotto la pressione di quel misconoscimento di sé in quanto essere umano.
Vrònskij non vedeva nulla e nessuno. Si sentiva un re, non perché credesse d'aver prodotto impressione su Anna - ancora non credeva a questo -, ma perché l'impressione che lei aveva prodotto su di lui gli dava felicità e orgoglio.
Che cosa sarebbe venuto fuori da tutto questo non lo sapeva e nemmeno ci pensava. Sentiva che tutte le sue energie, sinora rilassate e disperse, si erano fuse in una cosa sola e con una forza terribile erano dirette verso un unico beato fine. Ed era felice di questo. Sapeva soltanto che le aveva detto la verità, che andava dov'era lei, che tutta la felicità della vita, l'unico senso della vita adesso li trovava nel veder lei e nell'ascoltare lei. E, quando era disceso dal vagone a Bologòvo per bere dell'acqua di seltz e aveva visto Anna, involontariamente la sua prima parola le aveva detto proprio ciò che egli pensava. Ed egli fu felice di aver detto questo, che adesso lei lo sapesse e ci pensasse. Non dormì tutta la notte. Ritornato nel suo vagone, di continuo ricordò tutte le situazione in cui l'aveva veduta, tutte le parole di lei, e nella sua immaginazione sfilavano le scene d'un possibile futuro, facendogli mancare il cuore.
Quando uscì dalla carrozza a Pietroburgo, dopo la notte insonne si sentiva vivace e fresco come dopo un bagno freddo. Si fermò presso il proprio vagone, aspettando che lei passasse. «La vedrò ancora una volta,» si disse involontariamente sorridendo, «vedrò la sua andatura, il suo viso; forse mi dirà qualcosa, volterà la testa, mi guarderà, sorriderà.» Ma, ancor prima di veder lei, vide suo marito, che il capostazione accompagnava con deferenza in mezzo alla folla. «Ah, sì, il marito!» Soltanto ora, per la prima volta Vrònskij capiva con chiarezza che il marito era una persona collegata con lei. Sapeva che lei aveva un marito, ma non credeva nella sua esistenza e vi credette completamente soltanto allorché lo vide, con la sua testa, con le sue spalle e le gambe nei pantaloni neri; in particolare, allorché vide come il marito le prendesse tranquillamente la mano con un senso di proprietà.
Vedendo Aleksèj Aleksàndroviè con la sua faccia fresca all'uso di Pietroburgo e la sua figura severamente sicura di sé, con il cappello rotondo, la schiena un po' sporgente, credette in lui e provò una sensazione sgradevole, simile a quella che proverebbe un uomo torturato dalla sete e che, raggiunta infine una sorgente, in questa sorgente trovasse un cane, una pecora o un maiale che avesse bevuto e intorbidato l'acqua. L'andatura di Aleksèj Aleksàndroviè, che muoveva il bacino e le gambe tutto d'un pezzo, offese in special modo Vrònskij. Egli riconosceva solamente a se stesso il diritto assoluto di amarla. Ma lei era sempre la medesima, e la vista di lei agì su di lui sempre nel medesimo modo, animandolo fisicamente, eccitandolo e riempiendo di felicità la sua anima. Ordinò al domestico tedesco, che accorreva verso di lui dalla seconda classe, di prendere i bagagli e di andare, ed egli si avvicinò a lei. Vide il primo incontro del marito con la moglie e notò con la penetrazione dell'innamorato i segni del leggero imbarazzo con cui essa parlava al marito. «No, lei non lo ama e non può amarlo,» decise fra sé.
Già mentre si avvicinava ad Anna Arkàdievna da dietro, notò con gioia che lei aveva sentito il suo avvicinarsi e stava per voltarsi, e, riconosciutolo, si era nuovamente rivolta al marito.
«Avete passato bene la notte?» disse, inchinandosi a lei e al marito insieme, e lasciando ad Aleksèj Aleksàndroviè la facoltà di prender per sé quell'inchino e di riconoscerlo o non riconoscerlo, secondo come gli fosse piaciuto.
«Vi ringrazio, benissimo,» rispose lei.
Il suo viso sembrava stanco, e non c'era in esso quel giuoco dell'animazione che si manifestava ora nel sorriso, ora negli occhi; ma per un istante, in uno sguardo verso di lui, qualcosa balenò nei suoi occhi, e, benché quella luce si spengesse subito, egli fu felice di tale istante. Essa diede un'occhiata al marito per vedere se conoscesse Vrònskij. Aleksèj Aleksàndroviè guardava Vrònskij con disappunto, cercando distrattamente di ricordare chi fosse. La calma e la sicurezza di sé di Vrònskij qui s'imbatterono, come la falce sulla pietra, nella fredda sicurezza di sé di Aleksèj Aleksàndroviè.
«Il conte Vrònskij,» disse Anna.
«Ah! Noi ci conosciamo, mi pare,» disse con indifferenza Aleksèj Aleksàndroviè, tendendo la mano. «All'andata hai viaggiato con la madre, e al ritorno con il figlio,» disse, pronunciando distintamente, come se regalasse un rublo a ogni parola. «Probabilmente venite da una licenza, no?» disse ancora e, senza aspettare risposta, si rivolse alla moglie nel suo tono scherzoso: «Allora, si sono versate molte lacrime a Mosca per la separazione?»
Parlando così alla moglie, faceva sentire a Vrònskij che desiderava restar solo e, rivoltosi a lui, si toccò il cappello; ma Vrònskij si rivolse ad Anna Arkàdievna:
«Spero di aver l'onore di venire da voi,» disse.
Aleksèj Aleksàndroviè guardò Vrònskij con gli occhi stanchi.
«Molto lieto,» disse freddamente, «riceviamo il lunedì.» Poi, congedato definitivamente Vrònskij, disse alla moglie: «Meno male che avevo una mezz'ora di tempo per venirti a prendere, così ho potuto mostrarti il mio affetto,» sempre nello stesso tono scherzoso.
«Ormai sottolinei troppo il tuo affetto perché io lo apprezzi,» disse lei nel medesimo tono scherzoso, prestando involontariamente ascolto al rumore dei passi di Vrònskij che camminava dietro di loro. «Ma che m'importa?» pensò e si mise a domandare al marito come avesse trascorso il tempo Serëža in sua assenza.
«Oh, benissimo! Mariette dice che è stato molto carino e... ti debbo dare un dispiacere... non aveva nostalgia di te, non così come tuo marito. Ma ancora una volta merci, amica mia, per avermi regalato una giornata. Il nostro caro samovàr sarà entusiasta. (Chiamava samovàr la famosa contessa Lìdija Ivànovna, perché si agitava e si scaldava sempre per tutto.) Ha chiesto di te. E sai, se posso osare darti un consiglio, faresti bene ad andar da lei oggi. Perché le fa sempre male il cuore per qualsiasi motivo. Adesso, oltre a tutti i suoi fastidi, si occupa anche della riconciliazione degli Oblònskij.»
La contessa Lìdija Ivànovna era un'amica di suo marito e centro di uno dei circoli della società mondana di Pietroburgo, con il quale Anna, attraverso il marito, era legata più che con ogni altro.
«Ma se le ho scritto.»
«Ma lei ha bisogno di saper tutto in dettaglio. Vacci, se non sei stanca, amica mia. Bene, Kondràtij ti farà avere la carrozza e io andrò al comitato. Così ricomincerò a non pranzare più solo,» proseguì Aleksèj Aleksàndroviè in tono non più scherzoso. «Non ci crederai come sono abituato a...»
E, stringendole lungamente la mano, con un sorriso particolare la fece accomodare in carrozza.
XXXII
La prima persona che accolse Anna in casa fu il figlio. Le balzò incontro sulla scala, nonostante il grido della governante, e gridò con disperata esultanza: «Mamma, mamma!» Corse sino a lei e le si appese al collo.
«Ve l'avevo detto che era la mamma!» gridava alla governante. «Io lo sapevo!»
Anche il figlio, proprio come il marito, produsse in Anna un sentimento che assomigliava alla delusione. Se lo immaginava meglio di quanto fosse in realtà. Doveva scendere sino alla realtà per godere di lui così com'era. Ma anche qual era, era delizioso con i suoi riccioli biondi, gli occhi azzurri e le gambette piene e ben fatte nelle calze attillate. Anna provava un piacere quasi fisico nella sensazione della sua vicinanza e delle sue carezze, e un placamento morale quando incontrava il suo sguardo semplice, fiducioso e amorevole, e ascoltava le sue domande ingenue. Tirò fuori i regali mandati dai figli di Dolly e raccontò al figlio che a Mosca c'era una bambina che si chiamava Tànja e che Tànja sapeva leggere e insegnava persino agli altri bambini.
«Allora io son peggiore di lei?» domandò Serëža.
«Per me sei migliore di tutti al mondo.»
«Questo lo so,» disse Serëža sorridendo.
Anna non aveva fatto ancora in tempo a bere il caffè, che annunciarono la contessa Lìdija Ivànovna. La contessa Lìdija Ivànovna era una donna alta, grassa, con una faccia di un color giallo malaticcio e stupendi neri occhi pensosi. Anna le voleva bene, ma quel giorno era come se la vedesse per la prima volta in tutti i suoi difetti.
«Ebbene, amica mia, avete portato il ramoscello d'olivo?» domandò la contessa Lìdija Ivànovna non appena entrò nella stanza.
«Sì, è finito tutto, ma non era così grave come pensavamo,» rispose Anna. «In genere, la mia belle-soeur è troppo precipitosa.»
Ma la contessa Lìdija Ivànovna, che si interessava di tutto ciò che non la riguardava, aveva l'abitudine di non ascoltare mai ciò che la interessava; essa interruppe Anna:
«Sì, al mondo c'è tanto dolore e tanto male, e io oggi sono così estenuata.»
«Come mai?» domandò Anna cercando di trattenere un sorriso.
«Comincio a essere stanca di spezzare invano lance per la giustizia, e a volte mi sento completamente snervata. L'affare delle sorelline (era un'istituzione filantropica, religioso-patriottica) procedeva già a meraviglia, ma con questi signori non è possibile far nulla,» aggiunse la contessa Lìdija Ivànovna con buffa rassegnazione al destino. «Si sono aggrappati all'idea, l'hanno mutilata e poi ragionano con tanta piccineria e meschinità. Due o tre persone, fra cui vostro marito, capiscono tutta l'importanza di questa cosa, mentre gli altri la lasciano cadere. Ieri Pràvdin mi ha scritto...»
Pràvdin era un noto panslavista all'estero, e la contessa Lìdija Ivànovna raccontò il contenuto della sua lettera.
Poi la contessa raccontò altri dispiaceri e beghe contro l'impresa dell'unificazione delle Chiese e se ne andò di fretta, dato che quel giorno doveva ancora recarsi alla riunione di una società e al Comitato slavo.
«Tutto questo c'era anche prima, ma perché non lo avevo notato?» si disse Anna. «Oppure oggi lei è molto irritata? Del resto, è ridicolo: il suo scopo è la virtù, lei è una cristiana, ma si arrabbia sempre, e tutti per lei sono nemici, e sempre nemici in cristianità e virtù!»
Dopo la contessa Lìdija Ivànovna venne un'amica, la moglie di un direttore, e raccontò tutte le novità cittadine. Alle tre se ne andò anche lei promettendo di venire a pranzo. Aleksèj Aleksàndroviè era al ministero. Rimasta sola, Anna impiegò il tempo prima del pranzo per assistere al pranzo del figlio (lui mangiava a parte) e per mettere in ordine le sue cose, leggere e rispondere ai biglietti e alle lettere che le si erano ammucchiati sul tavolo.
La sensazione di irragionevole vergogna e l'agitazione che aveva provato durante il viaggio erano completamente scomparse. Nelle condizioni abituali di vita si sentiva di nuovo ferma e irreprensibile.
Con meraviglia si ricordò dello stato d'animo del giorno prima. «Che cos'è successo? Nulla. Vrònskij ha detto una stupidaggine a cui è facile por fine, e io ho risposto così come si doveva. Parlare di questo a mio marito non si deve e non si può. Parlare di questo vuol dire dare importanza a una cosa che non ne ha.» Si ricordò come una volta avesse raccontato la quasi dichiarazione che le aveva fatto a Pietroburgo un giovane dipendente di suo marito, e come Aleksèj Aleksàndroviè avesse risposto che, vivendo in società, ogni donna può esser esposta a questo, ma che egli si affidava pienamente al tatto di lei, e mai si sarebbe permesso di umiliare lei e se stesso con la gelosia. «Dunque, non c'è motivo di parlarne? Sì, grazie a Dio, non c'è nemmeno niente da dire,» disse a se stessa.
XXXIII
Aleksèj Aleksàndroviè ritornò dal ministero alle quattro, ma, come succedeva spesso, non fece in tempo a passar da lei. Passò nello studio per ricevere i postulanti che attendevano, e firmare alcune carte portate dal capogabinetto. Verso il pranzo (dai Karènin pranzavano sempre circa tre persone) arrivarono: una vecchia cugina di Aleksèj Aleksàndroviè, il direttore del dipartimento con la moglie e un giovanotto raccomandato ad Aleksèj Aleksàndroviè per un impiego. Anna uscì in salotto per intrattenerli. Alle cinque in punto l'orologio di bronzo in stile Pietro I non aveva ancora finito di battere il quinto colpo, che entrò Aleksèj Aleksàndroviè in cravatta bianca e frac con due decorazioni, giacché subito dopo il pranzo doveva andarsene. Ogni minuto della vita di Aleksèj Aleksàndroviè era occupato e prestabilito. E per riuscire a fare ciò che ogni giorno gli competeva, egli si atteneva alla più severa puntualità. «Senza fretta e senza riposo» era il suo motto. Egli entrò nella sala, salutò tutti e si sedette in fretta, sorridendo alla moglie.
«Sì, la mia solitudine è finita. Non puoi credere come sia seccante (egli marcò la parola "seccante") pranzare da soli.» A pranzo parlò con la moglie delle cose di Mosca, domandò con un sorriso ironico di Stepàn Arkàdiè; ma la conversazione fu prevalentemente generica, su argomenti d'ufficio o cittadini, di Pietroburgo. Dopo il pranzo egli trascorse una mezz'ora con gli ospiti e, dopo aver stretto nuovamente con un sorriso la mano alla moglie, uscì e si recò al consiglio. Anna non andò per questa volta né dalla principessa Betsy Tverskàja, che, avendo saputo del suo arrivo, l'aveva invitata per la sera, né a teatro dove quel giorno aveva un palco. Non ci andò principalmente perché l'abito sul quale contava non era pronto. In genere, occupandosi del suo abbigliamento dopo che gli ospiti se ne furono andati, Anna rimase assai indispettita. Prima della partenza per Mosca, lei, che in genere era maestra nel vestirsi senza spendere molto, aveva dato alla sarta tre vestiti da rimodernare. Bisognava rifare i vestiti in modo che non si riconoscessero e dovevano esser pronti già da tre giorni. Saltò fuori che due vestiti non erano pronti affatto e uno non era stato rifatto così come voleva Anna. La sarta venne per spiegarsi, affermando che così sarebbe stato meglio, e Anna si accalorò tanto che poi ebbe vergogna nel ricordarsene. Per calmarsi definitivamente andò nella stanza del bambino e trascorse tutta la sera con il figlio, lo mise lei stessa a letto, gli fece il segno della croce e gli rimboccò la coperta. Era contenta di non esser andata in nessun posto e di aver passato così bene la sera. Si sentiva così leggera e tranquilla, e vedeva chiaramente che tutto ciò che in treno le era apparso tanto importante era soltanto uno dei soliti insignificanti casi della vita mondana, e che non c'era nulla di cui vergognarsi per lei, né di fronte a chicchessia, né di fronte a se stessa. Si sedette presso il caminetto con il romanzo inglese e aspettò il marito. Alle nove e mezzo precise si udì la sua scampanellata ed egli entrò nella stanza.
«Finalmente sei tu!» disse lei, tendendogli la mano.
Egli le baciò la mano e le si sedette accanto.
«In complesso vedo che il tuo viaggio è andato bene,» le disse.
«Sì, molto,» rispose essa e si mise a raccontargli tutto di nuovo: il suo viaggio con la Vrònskaja, il suo arrivo, l'incidente alla stazione. Poi raccontò la propria impressione di pena, prima per il fratello e poi per Dolly.
«Io non sono dell'opinione che si possa scusare un uomo simile, anche se è tuo fratello,» disse Aleksèj Aleksàndroviè severamente.
Anna sorrise. Aveva capito che egli aveva detto questo appunto per mostrare che le considerazioni di parentela non potevano trattenerlo nel manifestare la propria opinione sincera. Conosceva questo tratto in suo marito e le piaceva.
«Sono contento che tutto sia finito felicemente e che tu sia arrivata,» continuò egli. «Ebbene, che cosa dicono laggiù della nuova tesi che ho fatto passare al consiglio?»
Anna non aveva sentito dir nulla di questa tesi e si vergognò d'aver potuto dimenticare così facilmente una cosa che per lui era tanto importante.
«Qui, al contrario, ha fatto molto rumore,» disse lui con un sorriso compiaciuto.
Lei vedeva che Aleksèj Aleksàndroviè voleva comunicarle qualcosa di piacevole per lui a questo proposito, e, facendogli delle domande, lo indusse a raccontare. Con lo stesso sorriso compiaciuto, egli parlò delle ovazioni che aveva ricevuto a causa della tesi che aveva fatto approvare.
«Ne sono stato molto, molto contento. Questo dimostra che da noi comincia finalmente a prender piede un'opinione ragionevole e ferma su questa questione.»
Finito di bere il suo secondo bicchiere di tè con la panna e il pane, Aleksèj Aleksàndroviè si alzò e si recò nel suo studio.
«E tu non sei andata in nessun posto; probabilmente ti sarai annoiata?» disse.
«Oh, no!» rispose lei, alzandosi dopo di lui e accompagnandolo attraverso la sala nello studio. «Che cosa leggi adesso?» domandò.
«Adesso leggo Duc de Lille, Poésie des enfers,» rispose. «Un libro assai notevole.»
Anna sorrise, come si sorride delle debolezze delle persone amate, e, messo il braccio sotto quello di lui, lo accompagnò sino alla porta dello studio. Conosceva la sua abitudine di leggere la sera, divenuta una necessità. Sapeva che, nonostante gli impegni d'ufficio che assorbivano quasi tutto il suo tempo, egli considerava proprio dovere seguire tutto ciò che di notevole appariva nella sfera intellettuale. Sapeva anche che lo interessavano realmente i libri politici, filosofici, teologici, che l'arte gli era per natura completamente estranea, ma che nonostante ciò, o meglio proprio per ciò, Aleksèj Aleksàndroviè non si lasciava sfuggire nulla di quel che faceva rumore in questo campo e considerava proprio dovere leggere tutto. Sapeva che nel campo della politica, della filosofia, della teologia, Aleksèj Aleksàndroviè dubitava o cercava; ma che nelle questioni dell'arte e della poesia, e specialmente della musica, della cui comprensione era completamente privo, aveva le convinzioni più ferme e definite. Amava parlare di Shakespeare, di Raffaello, di Beethoven, del significato delle nuove scuole di poesia e di musica, che erano in lui tutte classificate con chiarissima logicità.
«Bene, che Dio sia con te,» disse essa alla porta dello studio, dove già erano stati preparati per lui un paralume sulla candela e una brocca d'acqua presso la poltrona. «Io scriverò a Mosca.»
Egli le strinse la mano e la baciò di nuovo.
«Però è un brav'uomo, leale, buono, e importante nel suo campo,» si disse Anna ritornando in camera sua, come difendendolo di fronte a qualcuno che lo accusava e diceva che non si poteva amarlo. «Ma perché ha quelle orecchie che sporgono in maniera così strana? O si è tagliato i capelli?»
Alle dodici in punto, mentre Anna era ancora seduta davanti allo scrittoio e stava terminando la lettera a Dolly, si udirono dei passi regolari in pantofole, e Aleksèj Aleksàndroviè, lavato e pettinato, con un libro sotto il braccio, si accostò a lei.
«È ora, è ora,» disse, sorridendo in modo particolare, e passò in camera da letto.
«E quale diritto aveva lui di guardarlo così?» pensò Anna, ricordando lo sguardo di Vrònskij ad Aleksèj Aleksàndroviè.
Spogliatasi, entrò in camera da letto, ma sul suo viso non solo non c'era l'animazione che durante il suo soggiorno a Mosca non faceva che zampillare dai suoi occhi e dal sorriso, ma, al contrario, il fuoco adesso sembrava in lei spento o nascosto chi sa dove, lontano.
XXXIV
Partendo da Pietroburgo, Vrònskij aveva lasciato il suo grande appartamento sulla Morskàja al suo amico e compagno prediletto Petrìckij.
Petrickij era un giovane tenente, di famiglia non particolarmente distinta e non solo non ricco ma pieno di debiti, sempre ubriaco alla sera e sovente messo agli arresti per varie storie, buffe e sporche, ma amato dai compagni come dai superiori. Giungendo dalla ferrovia al suo appartamento verso le undici, Vrònskij vide all'ingresso una carrozza da nolo che conosceva. Subito dietro la porta, alla sua scampanellata, udì una risata maschile e il balbettio d'una voce di donna, e il grido di Petrìckij: «Se è qualche manigoldo, non fatelo passare!» Vrònskij ordinò all'attendente di non annunciarlo ed entrò alla chetichella nella prima stanza. La baronessa Šilton, amica di Petrìckij, scintillante in un'abito di raso lilla e nel vermiglio viso di bionda, era seduta davanti al tavolo rotondo e faceva il caffè, e riempiva come un canarino tutta la stanza del suo chiacchiericcio parigino. Sedevano accanto a lei Petrìckij col paltò e il capitano di cavalleria Kameròvskij in uniforme completa, presumibilmente reduci dal servizio.
«Bravo! Vrònskij!» gridò Petrìckij saltando in piedi e facendo chiasso con la seggiola. «Il padrone in persona! Baronessa, del caffè per lui dalla caffettiera nuova. Non ti si aspettava! Spero che tu sia contento dell'ornamento del tuo studio,» disse, indicando la baronessa. «Vi conoscete, vero?»
«Altro che!» disse Vrònskij sorridendo gaiamente e stringendo la piccola manina della baronessa. «Come no! una vecchia amica.»
«Voi tornate a casa dal viaggio,» disse la baronessa, «e allora io scappo. Ah, me ne vado sull'istante se disturbo.»
«Dove siete, siete a casa vostra, baronessa,» disse Vrònskij. «Salve, Kameròvskij,» soggiunse, stringendo freddamente la mano di Kameròvskij.
«Ecco, voi non sapete mai dire cose così carine,» si rivolse la baronessa a Petrìckij.
«No, perché mai? Dopo mangiato anch'io ne dico non peggiori.»
«Ma dopo mangiato non c'è merito! Bene, allora vi darò il caffè, andate a lavarvi e a mettervi in ordine,» disse la baronessa, sedendosi di nuovo e girando affaccendata una viterella della nuova caffettiera. «Pierre, datemi il caffè,» si rivolse poi a Petrickij, che chiamava Pierre dal suo cognome Petrickij senza celare i propri rapporti con lui. «Ne aggiungo.»
«Lo rovinerete.»
«No, non lo rovino! Bene, e la vostra sposa?» disse a un tratto la baronessa, interrompendo la conversazione di Vrònskij con il compagno. «Noi qui vi abbiamo ammogliato. Avete portato la vostra sposa?»
«No, baronessa. Zingaro son nato e zingaro morirò.»
«Tanto meglio, tanto meglio. Datemi la mano.»
E la baronessa, senza lasciar andare Vrònskij, si mise a raccontargli con tono scherzoso i suoi ultimi progetti di vita, chiedendo il suo consiglio.
«Lui continua a non volermi dare il divorzio! E io che cosa devo fare? (Lui era suo marito.) Adesso Voglio cominciare il processo. Voi che cosa mi consigliate? Kameròvskij, badate dunque al caffè: è scappato; vedete bene che io sono occupata! Voglio il processo perché mi occorre il mio patrimonio. Capite che stupidaggine, io gli sarei infedele,» disse con sprezzo, «e per questo lui vuole usufruire della mia proprietà.»
Vrònskij ascoltava con piacere quell'allegro cicalare di una donna carina, le dava corda, le dava consigli mezzo scherzosi e assunse subito il tono che gli era abituale quando si rivolgeva alle donne di questo genere. Nel suo mondo di Pietroburgo tutte le persone si dividevano in due specie assolutamente opposte. Una specie inferiore: persone volgari, stupide e soprattutto ridicole, che credono che un marito solo debba vivere con una moglie sola, con la quale è sposato; che una ragazza debba essere innocente, la moglie pudica, l'uomo virile, temperato e fermo; che bisogna educare i figlioli, guadagnarsi il proprio pane, pagare i debiti, e altre sciocchezze del genere. Questa era la specie degli uomini fuori di moda, e ridicoli. Ma c'era un'altra specie di uomini, uomini veri, di cui facevano parte loro tutti, nella quale bisognava soprattutto essere eleganti, belli, magnanimi, audaci, allegri, darsi a ogni passione senza arrossire, e ridere di tutto il resto.
Vrònskij era rimasto stordito soltanto nel primo momento, dopo le impressioni di un mondo del tutto diverso che recava con sé da Mosca; ma subito, come se avesse infilato i piedi in vecchie pantofole, entrò nel suo allegro e piacevole mondo di prima.
Il caffè finì per non esser fatto, ma spruzzò tutti e scappò e produsse appunto quel che occorreva, ossia diede pretesto per chiasso e risa, e si versò su un tappeto di pregio e sull'abito della baronessa.
«Bene, adesso addio, altrimenti voi non vi laverete più, e io avrò sulla coscienza il peggior delitto di un uomo elegante, la sporcizia. Allora mi consigliate di mettergli il coltello alla gola?»
«Assolutamente, e in modo che la vostra manina sia il più vicino possibile alle sue labbra. Lui bacerà la vostra manina e tutto finirà felicemente,» rispose Vrònskij.
«Allora, stasera al Teatro francese.» E, frusciando con l'abito, essa scomparve.
Anche Kameròvskij si alzò e Vrònskij gli diede la mano senza aspettare che se ne andasse e si diresse nel bagno. Mentre si lavava, Petrìckij gli descrisse in brevi tratti la propria situazione, per quel che era mutata dopo la partenza di Vrònskij. Soldi non ne aveva. Suo padre aveva detto che non gliene avrebbe dati e non avrebbe pagato i debiti. Il sarto voleva farlo mettere in prigione, e c'era anche un altro che minacciava di farlo imprigionare senza fallo. Il comandante del reggimento aveva dichiarato che se quegli scandali non cessavano, bisognava dare le dimissioni. La baronessa gli era venuta a noia come una radice amara specialmente per il fatto che voleva sempre dargli dei soldi; ma c'era un'altra, lui l'avrebbe mostrata a Vrònskij, una meraviglia, un incanto; in severo stile orientale, «genere schiava Rebecca, capisci». Anche con Berkòšev ieri aveva litigato e lui voleva mandare i padrini, ma, si capisce, non ne sarebbe venuto fuori nulla. Ma in genere tutto era magnifico e straordinariamente allegro. E, senza lasciare che il compagno approfondisse i particolari della sua situazione, Petrìckij si buttò a raccontargli tutte le novità interessanti. Ascoltando i racconti così noti di Petrìckij provava la gradevole sensazione d'esser tornato alla sua solita e spensierata vita di Pietroburgo.
«Non può essere!» gridò, lasciando andare il pedale del lavandino con cui innaffiava il suo collo rosso e sano. «Non può essere!» gridò alla notizia che Lora si era messa con Milèev e aveva piantato Fertingòv. «E lui è sempre così stupido e contento? Be', e Buzulùkov che fa?»
«Ah, con Buzulùkov c'è stata una storia, una delizia!» gridò Petrìckij. «Sai che la sua passione sono i balli e che lui non si lascia scappare nemmeno un ballo di corte. È andato al gran ballo con l'elmo nuovo. Hai visto i nuovi cimi? Sono molto belli, più leggeri. Appena è lì... No, ascolta.»
«Ma sto ascoltando,» rispose Vrònskij strofinandosi con un asciugamano a spugna.
«Passa una granduchessa con un ambasciatore e, per sua sfortuna, vengono a parlare dei nuovi elmi. La granduchessa voleva appunto mostrare un nuovo elmo... Vedono lì la nostra colombella. (Petrìckij rappresentò l'altro che se ne stava lì con l'elmo.) La granduchessa gli chiede di dargli l'elmo, lui non lo dà. Che succede? Loro non fanno che ammiccargli, strizzargli l'occhio, aggrottar le sopracciglia. Dallo. Non lo dà. Resta impalato. Puoi immaginarti... Ma quello... come si chiama... vuol già prendergli l'elmo... no, non glielo dà!... Quello lo strappa, lo porge alla granduchessa. "Ecco, questo è il nuovo," dice la granduchessa. Capovolge l'elmo e, puoi immaginarti: ciac! giù una pera, caramelle, due libbre di caramelle!... Le aveva raccolte in giro, la colombella!»
Vrònskij rideva a crepapelle. E poi ancora per un bel pezzo, già parlando d'altro, continuò, ogni volta che si ricordava dell'elmo, a ridere di cuore, della sua sana risata, mettendo in mostra i suoi forti denti compatti.
Sapute tutte le novità, con l'aiuto del domestico, Vrònskij si vestì in uniforme e andò a presentarsi in servizio. Dopo essersi presentato aveva intenzione di andare dal fratello, poi da Betsy, e infine di fare alcune visite per cominciare a prendere contatto con l'ambiente in cui avrebbe potuto incontrare la Karènina. Come sempre a Pietroburgo, uscì di casa per non farvi ritorno sino a tarda notte.
PARTE SECONDA
I
Alla fine dell'inverno, in casa Šèerbàckij, si tenne un consulto per esaminare in quali condizioni si trovasse la salute di Kitty, e decidere cosa si dovesse fare per ristabilire le sue forze, che si andavano indebolendo. Essa era malata e con l'avvicinarsi della primavera la sua salute era divenuta peggiore. Il dottore di casa le aveva dato olio di fegato di merluzzo, poi del ferro, poi del nitrato d'argento, ma, poiché né la prima, né la seconda, né la terza cosa erano state d'aiuto e poiché egli consigliava di recarsi in primavera all'estero, era stato invitato un dottore celebre. Il celebre dottore, un uomo non ancora vecchio e molto prestante, aveva richiesto di visitare la malata. Aveva insistito, parve con particolare compiacimento, sul fatto che il pudore verginale è solamente un residuo di barbarie e che non c'è nulla di più naturale nel fatto che un uomo non ancora vecchio palpi una giovane ragazza nuda. Egli trovava questo naturale, perché lo faceva ogni giorno e non ci sentiva nulla e non pensava, come gli pareva, niente di male, e perciò considerava il pudore di una ragazza non soltanto un residuo di barbarie ma anche un'offesa a lui stesso.
Si erano dovuti sottomettere, giacchè, sebbene tutti i dottori avessero studiato alla stessa scuola, sugli stessi libri, conoscessero la stessa scienza, e sebbene alcuni dicessero che quel celebre dottore era un cattivo dottore, in casa della principessa e nel suo ambiente, chi sa perché, si riteneva che quel celebre dottore conoscesse lui solo qualcosa di particolare e lui solo potesse salvare Kitty. Dopo una visita minuziosa e la percussione della malata, sconvolta e smarrita per la vergogna, il celebre dottore, lavatesi con gran cura le mani, era in piedi in salotto e parlava con il principe. Ascoltando il dottore, il principe aggrottava i sopraccigli e tossicchiava. Da uomo vissuto, non stupido e non malato, egli non credeva nella medicina e in cuor suo si infuriava per tutta quella commedia, tanto più che forse era il solo a capire la causa della malattia di Kitty. «Bello spaccone,» pensava, applicando mentalmente questo termine del gergo dei cacciatori al dottore, e ascoltando la sua chiacchierata sui sintomi della malattia della figlia. Il dottore, intanto, reprimeva a fatica un'espressione di disprezzo verso quel vecchio gentiluomo, e si abbassava a fatica al livello della sua capacità di comprensione. Capiva che con il vecchio era inutile parlare e che in quella casa il capo era la madre. Davanti a lei, appunto, intendeva sparpagliare le sue fole. In quel momento la principessa entrò nel salotto con il dottore di famiglia. Il principe si allontanò, sforzandosi di non far notare quanto per lui fosse ridicola tutta quella commedia. La principessa era smarrita e non sapeva che cosa fare. Si sentiva colpevole di fronte a Kitty.
«Allora, dottore, decidete il nostro destino,» disse la principessa. «Ditemi tutto.» «C'è speranza?» avrebbe voluto dire, ma le sue labbra tremarono e non poté proferire questa domanda. «Allora, dottore?...»
«Ora, principessa, conferirò con il collega e poi avrò l'onore di riferirvi la mia opinione.»
«Allora dobbiamo lasciarvi?»
«Come gradite.»
La principessa uscì con un sospiro.
Quando i dottori rimasero soli, il dottore di casa si mise timidamente a esporre la propria opinione, la quale consisteva in questo, che c'era un principio di processo tubercolare, ma... eccetera. Il celebre dottore lo ascoltava e, a metà del discorso dell'altro, guardò il suo grosso orologio d'oro.
«Già,» disse. «Ma...»
Il dottore di casa tacque rispettosamente a metà discorso.
«Come sapete, noi non possiamo determinare l'inizio di un processo tubercolare; prima che appaiano le caverne non c'è nulla di definito. Possiamo però avere il sospetto. E le indicazioni ci sono: cattiva alimentazione, eccitamento nervoso e così via. La questione si pone così: avendo il sospetto di un processo tubercolare, che cosa occorre fare per sostenere l'alimentazione?»
«Ma voi sapete che in questi casi si nascondono sempre cause morali, spirituali,» si permise di interloquire con un sorriso fine il dottore di casa.
«Sì, s'intende,» rispose il dottore celebre dopo aver guardato di nuovo l'orologio. «Mi scuso: è già stato messo il Ponte Jaùzskij oppure bisogna ancora fare il giro?» domandò. «Ah! è stato messo. Allora, posso esserci in venti minuti. Dicevamo dunque, che la questione si pone così: sostenere l'alimentazione e curare i nervi. Una cosa è legata all'altra, bisogna agire sulle due parti del circolo.»
«Ma il viaggio all'estero?» domandò il dottore di casa.
«Io sono nemico dei viaggi all'estero. E guardate un po': se c'è un inizio di processo tubercolare, cosa che non possiamo sapere, il viaggio all'estero non giova. È necessario un mezzo che sostenga l'alimentazione e non nuoccia.»
E il celebre dottore espose il suo piano di cura con le acque di Soden, lo scopo principale della cui prescrizione risiedeva evidentemente nel fatto che esse non potevano nuocere.
Il dottore di casa lo ascoltò sino in fondo con attenzione e rispetto.
«Ma in favore del viaggio all'estero io metterei il cambiamento di abitudini, l'allontanamento dalle condizioni capaci di suscitar ricordi. E poi la madre lo desidera,» disse infine.
«Ah! Be', in questo caso, che dire, che vadano pure; quei ciarlatani tedeschi non faranno altro che nuocerle... Bisogna che si attengano... Be', se è così che vadano pure.»
Egli guardò daccapo l'orologio.
Il celebre dottore annunciò alla principessa (lo suggerì un senso di convenienza) che aveva bisogno di vedere ancora una volta la malata.
«Come! visitarla un'altra volta!» esclamò con orrore la madre.
«Oh no, ho bisogno di alcuni dettagli, principessa.»
«Accomodatevi.»
E la madre, seguita dal dottore, entrò nel salotto dov'era Kitty. Dimagrita e arrossata, con un particolare luccichio negli occhi in seguito alla vergogna subita, Kitty era in piedi in mezzo alla stanza. Quando entrò il dottore, avvampò tutta e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Tutta la sua malattia e la cura le apparivano una cosa così stupida, persino ridicola! La cura le pareva altrettanto ridicola che voler mettere insieme i cocci di un vaso infranto. Il suo cuore era infranto. Cosa volevano curare con le pillole e la polverina? Ma non si poteva offendere la madre, tanto più che la madre si sentiva in colpa.
«Abbiate la compiacenza di sedervi, principessina,» disse il dottore celebre.
Con un sorriso egli si sedette di fronte a lei, le prese il polso e si mise daccapo a farle noiose domande. Essa gli rispondeva, ma a un tratto si arrabbiò e si alzò.
«Scusatemi, dottore, ma davvero questo non condurrà a nulla. Mi avete domandato tre volte la stessa cosa.»
Il celebre dottore non si offese.
«Irritazione nervosa,» disse alla principessa quando Kitty fu uscita. «Del resto, io ho finito...»
E di fronte alla principessa, come di fronte a una donna eccezionalmente intelligente, il dottore definì scientificamente lo stato della principessina e concluse con le indicazioni sul modo di bere quelle acque, delle quali non c'era alcun bisogno. Alla domanda se dovessero andare all'estero il dottore si sprofondò in meditazioni, come per risolvere un arduo problema. La decisione infine venne esposta: andarci e non dar retta ai ciarlatani, ma rivolgersi in tutto a lui.
Appena il dottore se ne fu andato fu come se fosse accaduto qualcosa di allegro. La madre si fece gaia tornando dalla figlia, e Kitty fece finta d'esser gaia anche lei. Sovente ora, quasi sempre, le capitava di dover fingere.
«Davvero sto bene, maman. Ma se voi volete partire, partiamo!» disse, e cercando di mostrare che si interessava all'imminente viaggio, si mise a parlare dei preparativi per la partenza.
II
Dopo il dottore venne Dolly. Essa sapeva che quel giorno doveva tenersi il consulto e, benché avesse lasciato di recente il letto dopo il parto (aveva partorito una bambina alla fine dell'inverno), benché avesse molte pene e affanni suoi, lasciato il neonato lattante e una sua bambina ammalata, era venuta per sapere della sorte di Kitty che si decideva quel giorno.
«E allora?» disse entrando nel salotto e non togliendosi il cappello. «Siete tutti contenti. Dunque va bene?»
Provarono a raccontarle che cosa aveva detto il dottore, ma risultò che, sebbene il dottore avesse parlato molto bene e a lungo, non era assolutamente possibile riferire che cosa avesse detto. L'unica cosa interessante era che si fosse deciso di andare all'estero. Dolly involontariamente sospirò. La sua migliore amica, la sorella, partiva. E la sua vita non era allegra. I rapporti con Stepàn Arkàdiè, dopo la conciliazione, erano divenuti umilianti. La saldatura fatta da Anna si era dimostrata precaria e l'accordo familiare si era spezzato di nuovo nello stesso punto. Non c'era nulla di preciso, ma Stepàn Arkàdiè non era quasi mai a casa, anche denari non ce n'erano quasi mai, e i sospetti d'infedeltà tormentavano costantemente Dolly; ma ormai essa li allontanava da sé temendo la sofferenza della gelosia, che già aveva sperimentato. Il primo scoppio di gelosia, una volta superato, non poteva più ripetersi e persino la scoperta di un'infedeltà non poteva ormai più agire su di lei come la prima volta. Una tale scoperta ora l'avrebbe semplicemente privata delle abitudini familiari, e così essa permetteva che la si ingannasse, disprezzando lui e più di tutto se stessa per questa debolezza. Le cure di una famiglia così grande inoltre la tormentavano incessantemente: ora la nutrizione del neonato non andava, ora la njànja se ne andava, ora, come attualmente, si ammalava uno dei bambini.
«Ebbene, come stanno i tuoi?» domandò la madre.
«Ah, maman, di pene noi ne abbiamo molte. Lilly si è ammalata e io ho paura che sia scarlattina. Adesso sono uscita per venire a informarmi, ma poi mi chiuderò in casa senza più uscire, se, Dio me ne scampi, è davvero scarlattina.»
Appena il dottore se ne fu andato, anche il vecchio principe uscì dal suo studio e, dopo aver offerta la sua guancia a Dolly e aver parlato con lei, si rivolse alla moglie:
«Come si è deciso, partite? Bene, e di me che intendete fare?»
«Penso che tu debba rimanere, Aleksàndr,» disse la moglie.
«Come volete.»
«Maman, ma perché il papà non può venire con noi?» disse Kitty. «Per lui sarà più divertente, e anche per noi.»
Il vecchio principe si alzò e carezzò con una mano i capelli di Kitty. Essa sollevò il viso e, sorridendo forzatamente, lo guardò. Le era sempre sembrato che lui la capisse meglio di tutti in famiglia, anche se parlava poco con lei. Come minore, era la beniamina del padre e le sembrava che il suo amore per lei lo rendesse perspicace. Quando adesso il suo sguardo si incontrò con gli occhi azzurri e buoni di lui, che la guardava attentamente, le sembrò che egli la vedesse da parte a parte e comprendesse tutto il male che le accadeva. Arrossendo si protese verso di lui in attesa di un bacio, ma egli le diede soltanto un colpetto sui capelli e disse:
«Questi stupidi chignons! A tua figlia vera non ci arrivi; sono i capelli di qualche buona donna defunta che carezzi. Allora, Dolynka,» si rivolse poi alla figlia maggiore, «che fa il tuo bel tipo?»
«Niente, papà,» rispose Dolly, comprendendo che si trattava del marito. «Esce sempre e io quasi non lo vedo.»
«Come, non è ancora andato in campagna per vendere il legname?»
«No, fa sempre preparativi.»
«Ah così!» proferì il principe. «Allora devo prepararmi anch'io? Ai vostri ordini,» disse, rivolgendosi alla moglie e sedendosi. «E tu, Kàtja, senti che devi fare,» soggiunse rivolto alla figlia minore, «una volta o l'altra, un bel giorno svegliati e di' a te stessa: ma io sono sanissima e contenta, e andiamo di nuovo a spasso nel gelo con il papà di mattina presto. Eh?»
Ciò che aveva detto il padre pareva molto semplice, ma a queste parole Kitty si confuse e si smarrì come un delinquente colto in fallo. «Sì, lui sa tutto, capisce tutto, e con queste parole mi dice che, per quanto sia una vergogna, bisogna vivere e vincere la propria vergogna.» Non poté farsi animo per rispondere qualcosa. Stava per cominciare, ma a un tratto scoppiò in pianto e corse via dalla stanza.
«Ecco i tuoi scherzi!» si avventò sul marito la principessa. «Tu sei sempre...» e cominciò a rimproverarlo.
Il principe ascoltò abbastanza a lungo i rimproveri della principessa e rimase zitto, ma il suo viso si faceva sempre più scuro.
«Fa così pena, poverina, fa così pena, e tu non senti che le fa male ogni accenno a ciò che ne è stato la causa. Ah! sbagliarsi così sul conto della gente!» disse la principessa e dal cambiamento del suo tono Dolly e il principe capirono che parlava di Vrònskij. «Non capisco perché non ci siano leggi contro esseri così disgustosi e ignobili.»
«Ah, almeno non avessi ascoltato!» proferì tetramente il principe, alzandosi dalla poltrona e come desiderando uscire, ma si fermò sulla soglia. «Le leggi ci sono, mammina, e, già che mi ci hai portato, te lo dirò io chi è colpa di tutto: tu, tu, e tu sola. Leggi contro siffatti bellimbusti ci sono sempre state e ci sono! Sissignora, se non fosse per quel che c'è stato e non ci doveva essere, anche se sono un vecchio io l'avrei sfidato a duello, quel damerino. Sì, e adesso curatela, portatevi a casa questi ciarlatani.»
Il principe pareva avesse da dire ancora molte cose, ma, non appena la principessa sentì il suo tono, come succedeva sempre nelle questioni serie, si quietò immediatamente e si pentì.
«Alexandre, Alexandre,» mormorò agitandosi e si mise a piangere.
Non appena essa si mise a piangere, anche il principe si calmò. Egli si avvicinò a lei:
«Su, basta, basta! Anche per te è penoso, lo so. Che fare? Non è poi una gran disgrazia. Dio è misericordioso... grazie...» diceva senza sapere neppure lui che cosa dicesse e rispondendo al bacio lacrimoso della principessa, che aveva sentito sulla propria mano. E uscì dalla stanza.
Già quando Kitty era uscita in lacrime dalla stanza, con la sua materna familiare esperienza Dolly aveva visto subito che c'era un'opera femminile da compiere e si era preparata a compierla. Si tolse il cappello e, rimboccandosi moralmente le maniche, si preparò ad agire. Durante l'offensiva della madre contro il padre si era sforzata di trattenere la madre per quanto lo permetteva il rispetto filiale. Durante lo scoppio del principe aveva taciuto; provava vergogna per la madre e affetto verso il padre per la sua bontà subito riapparsa; ma, quando il padre se ne andò, si accinse a fare la cosa più importante, quella che ci voleva: andare da Kitty e tranquillizzarla.
«Ve lo volevo dire da tempo, maman: sapete che Lèvin voleva fare una proposta di matrimonio a Kitty quando è stato qui l'ultima volta? L'aveva detto a Stìva.»
«E con questo? Non capisco...»
«Sicché forse Kitty lo ha respinto?... Non ve ne ha parlato?»
«No, non ha detto nulla né dell'uno né dell'altro; è troppo orgogliosa. Ma io so che tutto viene da quello...»
«Sì, immaginatevi se ha respinto Lèvin, e lei non l'avrebbe respinto se non ci fosse stato l'altro, io lo so... E poi quello l'ha ingannata in modo così orribile.»
Alla principessa faceva troppa paura pensare quanto fosse colpevole di fronte alla figlia e si adirò.
«Ah, ormai non ci capisco più niente! Oggi tutti vogliono viver troppo di testa loro, non dicono niente alla mamma, e poi ecco...»
«Maman, io vado da lei.»
«Vai. Te lo proibisco forse?» disse la madre.
III
Entrando nel piccolo studio di Kitty - una stanzetta carina, rosea, con bamboline vieux saxe - Dolly si ricordò che l'anno passato avevano arredato insieme quella stanzetta, con tanta gioia e tanto amore, con la Kitty com'era ancora due mesi prima, giovanile, rosea e allegra. Le si gelò il cuore quando vide Kitty, seduta su una sedia bassa, la più vicina alla porta, che puntava gli occhi immobili su un angolo del tappeto. Kitty guardò la sorella e l'espressione fredda e un po' severa del suo viso non cambiò.
«Adesso andrò via e mi chiuderò in casa e tu non potrai venire da me,» disse Dàrija Aleksàndrovna, sedendosi accanto a lei. «Vorrei parlare con te.»
«Di che cosa?» domandò in fretta Kitty, alzando spaventata la testa.
«Di che cosa se non del tuo dolore?»
«Io non ho nessun dolore.»
«Basta, Kitty. Come fai a pensare che io possa non sapere? So tutto. E, credimi, è una cosa così insignificante. Ci siamo passate tutte.»
Kitty taceva e il suo viso aveva un'espressione seria.
«Lui non merita che tu soffra per causa sua,» continuò Dàrija Aleksàndrovna affrontando senz'altro la cosa.
«Sì, perché lui mi ha disprezzata,» proferì Kitty con voce sorda. «Non parlare! Ti prego, non parlare!»
«Ma chi ti ha detto quetso! Nessuno lo ha detto. Sono sicura che lui era innamorato di te ed è rimasto innamorato, ma... »
«Ah, la cosa più terribile per me sono queste commiserazioni!» gridò Kitty, tutt'a un tratto arrabbiandosi. Si rigirò sulla sedia, arrossì e si mise a muovere velocemente le dita, stringendo ora con una mano, ora con l'altra la fibbia della cintura. Dolly conosceva quest'abitudine della sorella di acchiappare tutto con le mani quando si accalorava; sapeva che nei momenti di foga Kitty era capace di trascendere e di dire molte cose inutili e sgradevoli, e volle calmarla, ma ormai era troppo tardi.
«Che cosa, che cosa vuoi farmi sentire, che cosa?» disse Kitty rapidamente. «Che ero innamorata di un uomo che non ne voleva sapere di me e che muoio d'amore per lui? E mi dice questo una sorella che pensa di... di... compatire!... Ma io non voglio queste compassioni e queste finzioni!»
«Kitty, tu sei ingiusta.»
«Perché mi torturi?»
«Ma io, al contrario... Vedo che sei addolorata...»
Nella sua collera Kitty però non l'ascoltava.
«Non ho nulla di cui affliggermi e consolarmi. Sono talmente orgogliosa che non mi permetterò mai di amare un uomo che non mi ama.»
«Ma io non lo dico neppure... Una cosa sola: dimmi la verità,» proferì Dàrija Aleksàndrovna prendendola per mano, «dimmi: Lèvin ti ha detto?...»
L'accenno a Lèvin parve privare Kitty dell'ultimo dominio di sé; essa balzò dalla sedia e, gettando a terra la fibbia e facendo dei gesti veloci con le mani, si mise a dire:
«Che c'entra adesso anche Lèvin? Non capisco perché tu abbia bisogno di tormentarmi! Ho detto e ripeto che sono orgogliosa e non farò mai quello che fai tu per tornare a un uomo che ti ha tradita, che ha amato un'altra donna. Io questo non lo capisco, non lo capisco! Tu puoi ma io non posso!»
E, dopo aver detto queste parole, guardò la sorella, e, vedendo che Dolly taceva chinando tristemente il capo, Kitty, invece di uscire dalla stanza, come aveva intenzione di fare, si sedette vicino alla porta e chinò la testa coprendosi la faccia con il fazzoletto.
Il silenzio durò un paio di minuti. Dolly pensava a sé. Quella sua umiliazione, che sentiva sempre, ricordatagli ora dalla sorella, si era ridestata in lei, in modo particolarmente doloroso. Non si aspettava una simile crudeltà dalla sorella, e si adirò con lei. Ma a un tratto udì un fruscio d'abito e, insieme, il rumore di un singhiozzo trattenuto ma prorompente e le braccia di qualcuno cinsero da sotto il suo collo. Davanti a lei stava Kitty in ginocchio.
«Dolinka, sono tanto, tanto infelice!» mormorò essa in tono di colpa.
E il caro viso coperto di lacrime si nascose nella gonna dell'abito di Dàrija Aleksàndrovna.
Come se le lacrime fossero l'indispensabile olio senza del quale non poteva felicemente procedere la macchina dei rapporti fra le due sorelle, dopo le lacrime esse si misero a parlare non di ciò che le interessava; ma, anche parlando di cose marginali, si capirono l'un l'altra. Kitty comprese che le parole da lei dette in quel momento di collera a proposito dell'infedeltà del marito di Dolly, e della sua umiliazione, avevano colpito profondamente nel cuore la povera sorella, ma che essa le aveva perdonato. Dolly, da parte sua, capì tutto ciò che voleva sapere; si persuase che le sue intuizioni erano giuste, che il dolore, l'inguaribile dolore di Kitty consisteva proprio nel fatto che Lèvin l'aveva chiesta in moglie e lei l'aveva respinto, mentre Vrònskij l'aveva ingannata, e che lei era pronta ad amare Lèvin e a odiare Vrònskij. Kitty non disse una parola di questo; parlò soltanto del proprio stato d'animo.
«Io non ho nessun dolore,» disse, ormai calma, «ma tu puoi capire che tutto per me è diventato disgustoso, odioso, volgare; tutto, e in primo luogo, io stessa. Non puoi immaginarti che pensieri ripugnanti ho su tutto.»
«Ma quali pensieri ripugnanti puoi avere tu?» domandò Dolly sorridendo.
«I più ripugnanti e volgari; non ti posso dire. Non è malinconia, non è noia, ma assai peggio. Come se tutto quel che c'era di buono in me, tutto si sia nascosto, e sia rimasto soltanto ciò che è più ripugnante. Be', come dirti?» continuò, vedendo perplessità negli occhi della sorella. «Adesso il papà ha cominciato a dirmi... mi sembra che lui pensi soltanto che ho bisogno di sposarmi. La mamma mi porta a un ballo: mi pare che mi ci porti soltanto per farmi sposare al più presto e liberarsi di me. Lo so che non è vero, ma non posso scacciare questi pensieri. I cosiddetti fidanzati non li posso vedere. Ho l'impressione che mi prendano le misure. Prima, andare in qualche posto in abito da ballo era per me un piacere, mi ammiravo; adesso mi vergogno, sono impacciata. Be', che vuoi! Il dottore... Eh...»
Kitty s'ingarbugliò; voleva dire ancora che, da quando le era accaduto questo cambiamento, Stepàn Arkàdiè le era diventato insopportabilmente antipatico e non lo poteva vedere senza associargli le immagini più volgari e indecenti.
«Eh sì, tutto mi appare sotto l'aspetto più volgare e ripugnante,» continuò essa. «È la mia malattia. Chi sa, forse passerà...»
«E tu non pensare...»
«Non posso. Soltanto coi bambini sto bene, soltanto da te.»
«Peccato che tu non possa venir da me.»
«No, ci vengo. Io ho già avuto la scarlattina e persuaderò maman.»
Kitty insistette nella sua idea e andò a stare dalla sorella e, per tutto il tempo della scarlattina, che venne realmente, curò i bambini. Le due sorelle portarono felicemente a guarigione tutti e sei i bambini, ma la salute di Kitty non migliorò e, verso la quaresima, gli Šèerbàckij partirono per l'estero.
IV
L'alta società di Pietroburgo è in realtà una sola; tutti si conoscono e persino si frequentano. Ma questa vasta cerchia ha le sue particolari suddivisioni. Anna Arkàdievna aveva amici e stretti legami in tre ambienti diversi. Uno era l'ambiente burocratico, ufficiale di suo marito, costituito dai suoi colleghi, e dipendenti, legati e divisi fra loro nel modo più vario e capriccioso secondo le condizioni sociali. Anna adesso poteva ricordare a fatica il senso di rispetto quasi religioso che aveva avuto nei primi tempi per queste persone. Adesso le conosceva tutte, come ci si conosce a vicenda in un capoluogo distrettuale; sapeva che abitudini e che debolezze avesse ognuno, quale scarpa stringesse il piede di un altro; conosceva i rapporti che intrattenevano fra loro e con il centro principale; sapeva da che parte stesse ognuno, e in che cosa e con chi ognuno consentisse o dissentisse; ma quell'ambiente di interessi governativi, maschili, non l'aveva mai potuta interessare, nonostante i suggerimenti della contessa Lìdija Ivànovna, e lo evitava.
Un altro ambiente, più vicino ad Anna, era quello attraverso il quale Aleksèj Aleksàndroviè aveva fatto la sua carriera. Centro di quest'ambiente era la contessa Lìdija Ivànovna. Era un ambiente di vecchie brutte donne, virtuose e pie, e di uomini intelligenti, sapienti e ambiziosi. Uno degli uomini intelligenti che vi appartenevano definiva questo ambiente «la coscienza della società pietroburghese». Aleksèj Aleksàndroviè teneva assai a questa gente, e Anna, che sapeva così bene familiarizzare con tutti, nei primi tempi della sua vita a Pietroburgo, qui s'era trovata degli amici, Ora invece, al suo ritorno da Mosca, esso le era divenuto insopportabile. Le pareva che sia lei, sia tutti loro fingessero, e cominciò a sentire tanta noia e imbarazzo in questa compagnia, che si recava il meno possibile dalla contessa Lidija Ivànovna.
Il terzo ambiente, infine, dove lei aveva relazioni, era propriamente il gran mondo: il mondo dei balli, dei pranzi, delle toilettes brillanti, il mondo che si appoggiava con una mano alla corte per non abbassarsi sino al demi-monde, che i membri di quest'ambiente credevano di disprezzare ma con il quale avevano in comune gusti non solo simili ma identici. Il suo legame con quest'ambiente era tenuto attraverso la principessa Betsy Tverskàja, moglie d'un suo cugino, la quale aveva centoventimila rubli di rendita e, sin dalla prima apparizione di Anna in società, aveva preso a volerle particolarmente bene, le stava dietro e l'attirava nel suo ambiente, ridendo del circolo della contessa Lìdija Ivànovna.
«Quando sarò vecchia e brutta, diventerò anch'io così,» diceva Betsy, «ma per voi, per una donna giovane e carina è ancor presto per andare in quell'ospizio.»
Nei primi tempi Anna aveva evitato per quanto poteva questo mondo della principessa Tverskàja, giacché esso esigeva spese al di sopra dei suoi mezzi, e poi dentro di sé preferiva il primo; ma, dopo il viaggio a Mosca, avvenne il contrario. Sfuggiva i suoi amici morali e frequentava il gran mondo. Qui incontrava Vrònskij e in questi incontri provava una gioia emozionante. Molto spesso ella incontrava Vrònskij da Betsy, che era nata Vrònskaja e gli era cugina. Vrònskij era dovunque potesse incontrare Anna, e ogni volta che poteva le parlava del suo amore. Essa non gli dava alcun pretesto, ma ogni volta che lo incontrava nella sua anima si accendeva quello stesso sentimento di animazione che l'aveva presa quel giorno in treno quando l'aveva visto per la prima volta. Sentiva lei stessa che al vederlo la gioia splendeva nei suoi occhi e piegava le sue labbra in un sorriso, e non poteva spegnere l'espressione di questa gioia.
Nei primi tempi Anna sinceramente credeva di esser scontenta di lui perché egli si permetteva di perseguitarla; ma, poco dopo il suo ritorno da Mosca, venuta a una serata dove pensava di incontrarlo, mentre egli non c'era, dalla tristezza che s'impadronì di lei capì chiaramente che stava ingannando se stessa, che quella persecuzione non solo non le dispiaceva ma formava tutto l'interesse della sua vita.
La celebre cantante cantava per la seconda volta e tutto il gran mondo era a teatro. Avendo visto la cugina dalla sua poltrona di prima fila, Vrònskij entrò da lei nel palco senza aspettare l'intervallo.
«Perché non siete venuto a pranzo?» essa gli disse. «Mi meraviglio di questa chiaroveggenza; degli innamorati,» soggiunse con un sorriso in modo che lui solo sentisse: «Lei non c'era. Ma venite dopo l'opera.»
Vrònskij la guardò interrogativamente. Lei chinò il capo. Con un sorriso egli la ringraziò e le sedette accanto.
«Ah, come ricordo le vostre canzonature!» continuò la principessa Betsy che trovava un piacere particolare nel seguire i progressi di quella passione. «Dove è andato a finire tutto questo! Siete preso, mio caro.»
«Ma io non desidero altro che esser preso,» rispose Vrònskij con il suo tranquillo benevolo sorriso. «Se mi lamento è solo perché sono stato preso troppo poco, a dir la verità. Comincio a perdere la speranza.»
«Quale speranza potete avere?» disse Betsy, offendendosi per la sua amica; «entendons nous...» Ma nei suoi occhi saltellava un focherello che diceva come lei capisse molto bene, e precisamente come lui, quale speranza, egli potesse avere.
«Nessuna,» disse Vrònskij ridendo e mettendo in mostra i suoi denti regolari. «Scusate,» soggiunse, prendendo il binocolo dalle mani di lei e mettendosi a osservare al di là della sua spalla nuda l'ordine opposto di palchi. «Temo che sto diventando ridicolo.»
Sapeva molto bene che, agli occhi di Betsy e di tutte le persone di mondo, non rischiava di diventare ridicolo. Sapeva molto bene che, agli occhi di queste persone, la parte di amante sfortunato di una ragazza e in genere di una donna libera può esser ridicola; ma che la parte di un uomo che corteggia una donna sposata e che mette ogni impegno, e la propria vita in giuoco, per trascinarla all'adulterio - questa parte ha qualcosa di bello, di grandioso e non può mai essere ridicola; perciò abbassò il binocolo con un sorriso orgoglioso e allegro che gli guizzava sotto i baffi e guardò la cugina.
«Ma perché non siete venuto a pranzo?» disse lei ammirandolo.
«Questo ve lo devo raccontare. Ero occupato, in che? Ve lo do a indovinare fra cento, fra mille... non indovinerete. Riconciliavo un marito con l'offensore di sua moglie. Sì, davvero!»
«E allora, li avete riconciliati?»
«Quasi.»
«Bisogna che me lo raccontiate,» disse essa alzandosi. «Venite nell'altro intervallo.»
«Non posso; vado al Teatro francese.»
«Scappate via dalla Nilsson?» domandò con orrore Betsy, che tuttavia non avrebbe mai saputo distinguere la Nilsson da una qualsiasi corista.
«Che farci? Là ho un appuntamento, sempre per questa mia impresa di pacificatore.»
«Beati i pacificatori, essi si salveranno,» disse Betsy, ricordando qualcosa di simile che aveva sentito da qualcuno. «Su, allora sedetevi, raccontatemi di che si tratta.»
E si sedette di nuovo.
V
«È una cosa un po' scabrosa, ma così carina che ho una voglia tremenda di raccontarla,» disse Vrònskij guardandola con gli occhi che ridevano. «Non farò nomi.»
«Ma io indovinerò, tanto meglio.»
«Ascoltate dunque: due giovanotti allegri vanno in carrozza...»
«Ufficiali del vostro reggimento, no?»
«Non ho detto ufficiali, semplicemente due giovanotti che avevano fatto colazione...»
«Traducete: che avevano bevuto.»
«Può darsi. Vanno a pranzo da un compagno nella più gaia disposizione d'animo. E vedono che una donna carina li sorpassa in vettura, si volta, e, almeno così gli sembra, fa cenno e ride. Loro, si capisce, dietro di lei. Galoppano a spron battuto. Con loro stupore, la bella si ferma proprio davanti all'ingresso della stessa casa dove loro eran diretti. La bella sale di corsa al piano superiore. Essi vedono soltanto delle labbruzze vermiglie sotto un corto velo e dei magnifici piccoli piedini.»
«Lo raccontate con tanto sentimento che mi pare che uno di quei due siate voi.»
«Cosa mi avevate detto or ora? Bene, i giovanotti entrano dal compagno; c'è un pranzo d'addio. Qui, appunto, bevono forse troppo, come sempre ai pranzi d'addio. E, a pranzo, domandano chi abiti di sopra in quella casa. Nessuno lo sa e soltanto il domestico del padrone, alla loro domanda se di sopra abitino delle mademoiselles, risponde che lì ce ne sono molte. Dopo il pranzo i giovanotti vanno nello studio del padrone e scrivono una lettera alla sconosciuta. Scrivono una lettera appassionata, una dichiarazione, e portano loro stessi la lettera di sopra per chiarire ciò che nella lettera potrebbe apparire non del tutto comprensibile.»
«Perché mi raccontate simili porcherie? E poi?»
«Suonano. Esce una cameriera, loro danno la lettera e assicurano la ragazza che entrambi sono così innamorati che moriranno lì per lì sulla porta. La ragazza, perplessa, conduce delle trattative. A un tratto compare un signore con le fedine a salsicciotti, rosso come un gambero; dichiara che in casa non abita nessuno fuorché sua moglie e caccia via entrambi.»
«Come fate a sapere che aveva le fedine, come avete detto, a salsicciotti?»
«Sentite, oggi sono andato a rappacificarli.»
«Be', e allora?»
«Ecco che viene il più interessante. Salta fuori che si trattava della felice coppia d'un consigliere titolare e d'una consiglieressa titolare. Il consigliere titolare sporge querela e io divento pacificatore, e quale! Vi assicuro che Talleyrand non è niente in confronto a me.»
«Ma in cosa consiste la difficoltà?»
«Ecco, state a sentire... Noi ci siamo scusati come si conviene: "Siamo disperati, preghiamo di scusare il disgraziato equivoco." Il consigliere titolare con i salsicciotti comincia a rabbonirsi, ma desidera pure lui esprimere i propri sentimenti e, non appena comincia a esprimerli, ecco che comincia anche a scaldarsi e a dire insolenze, e io devo di nuovo mettere in moto tutte le mie capacità diplomatiche. "Sono d'accordo che la loro azione non è bella, ma vi prego di prendere in considerazione l'equivoco, la giovinezza, e poi i giovanotti avevano appena pranzato. Voi capite. Sono pentiti con tutta l'anima, pregano di perdonare la loro colpa." Il consigliere titolare si addolcisce di nuovo: "D'accordo, conte, e son pronto a perdonarli, ma capite che mia moglie, mia moglie, una donna onesta, è sottoposta alle persecuzioni, alle villanie e alle impertinenze di ragazzacci qualsiasi, verg..." E voi capite, quel ragazzaccio era lì e io dovevo riconciliarli. Metto di nuovo in atto la diplomazia e daccapo, quando bisogna concludere tutto l'affare, il mio consigliere titolare si scalda, diventa rosso, i salsicciotti si sollevano, e io di nuovo devo mettere in opera le mie sottigliezze diplomatiche.»
«Ah, ve la vogliamo raccontare!» si rivolse ridendo Betsy a una signora che entrava nel suo palco. «Mi ha fatto tanto ridere.»
«Allora, bonne chance,» soggiunse, porgendo a Vrònskij un dito libero dal ventaglio che teneva in mano, e abbassando con un movimento delle spalle il corpetto del vestito che si era sollevato, per essere, come occorreva, completamente nuda quando si fosse portata avanti, verso il parapetto, alla luce del gas e agli occhi di tutti.
Vrònskij andò al Teatro francese, dove aveva effettivamente bisogno di vedere il comandante del reggimento - il quale non perdeva una sola rappresentazione di quel teatro - allo scopo di parlare con lui della sua opera di paciere che lo teneva occupato e lo divertiva già da due giorni. In questa faccenda era immischiato Petrìckij, al quale egli voleva bene, e un altro, entrato nel reggimento da poco, bravo ragazzo, ottimo compagno, il giovane principe Kèdrov. Ma, soprattutto, qui era in ballo il buon nome del reggimento.
Entrambi erano nello squadrone di Vrònskij. Al comandante del reggimento si era presentato un funzionario, il consigliere titolare Venden con un reclamo contro i suoi ufficiali che gli avevano offeso la moglie. La sua giovane moglie, come aveva raccontato Venden, che era sposato da sei mesi, si trovava in chiesa con la mamma e, sentendo un malore dovuto a un suo particolare stato, non aveva più potuto rimanere in piedi ed era andata a casa con la prima vettura di piazza veloce che le era capitata. A questo punto avevano cominciato a inseguirla gli ufficiali, lei si era spaventata e, sentendosi ancor più male, era corsa su per le scale a casa. Venden in persona, ritornato dal tribunale, aveva sentito il campanello e certe voci, era uscito e, vedendo gli ufficiali ubriachi con la lettera, li aveva spinti fuori. Ora esigeva una severa punizione.
«No, dite quel che volete,» osservò il comandante del reggimento a Vrònskij, dopo averlo invitato presso di sé. «Petrìckij sta diventando impossibile. Non passa settimana senza una storia. Questo funzionario non abbandonerà la cosa, andrà avanti.»
Vrònskij vedeva tutti gli aspetti incresciosi della faccenda; dato che in questo caso non poteva aver luogo un duello, bisognava far di tutto per rabbonire il consigliere titolare e soffocare la faccenda. Il comandante del reggimento aveva chiamato Vrònskij perché lo conosceva come un uomo nobile e intelligente, e, soprattutto, come un uomo che aveva caro l'onore del reggimento. Discussero e decisero che Petrìckij e Kèdrov dovevano recarsi con Vrònskij dal consigliere titolare, a scusarsi. Il comandante del reggimento e Vrònskij capivano entrambi che il nome di Vrònskij e il monogramma di aiutante di campo dovevano contribuire al rabbonimento del consigliere titolare. Ed effettivamente questi due mezzi si erano dimostrati in parte efficaci; ma il risultato della pacificazione rimaneva dubbio, come appunto raccontava Vrònskij.
Giunto al Teatro francese, Vrònskij si appartò nel ridotto col comandante del reggimento e gli raccontò i suoi successi e insuccessi. Dopo aver ponderato tutto, il comandante decise di lasciar cadere la faccenda, ma poi, per divertirsi, si mise a interrogare Vrònskij sui particolari del suo appuntamento e per un pezzo non poté trattenersi dal ridere, ascoltando da Vrònskij come e qualmente il consigliere titolare, che ormai si era placato, a un tratto si fosse di nuovo scaldato ricordando i particolari della cosa, e come Vrònskij, destreggiandosi all'ultima mezza parola di conciliazione, si fosse ritirato spingendo davanti a sé Petrìckij.
«Brutta storia, ma esilarante. Kèdrov non può certamente battersi con quel signore! Si scaldava proprio tanto?» domandò ancora, ridendo. «Ma che ve ne sembra oggi di Claire? Una meraviglia!» disse, alludendo alla nuova attrice francese «Per quanto la si veda, ogni giorno è nuova. Soltanto i francesi sono capaci di questo.»
VI
La principessa Betsy uscì dal teatro senza aspettare la fine dell'ultimo atto. Era appena entrata nella sua toilette, per cospargere la sua lunga faccia pallida di cipria, spalmarvela, accomodare l'acconciatura e ordinare il tè nel salotto grande, che già, una dopo l'altra, le carrozze cominciarono ad arrivare alla sua enorme casa sulla Bolšàja Morskàja. Gli ospiti scendevano sulla larga scalinata e un portiere obeso - che la mattina leggeva dietro la porta di vetro i giornali a edificazione dei passanti - apriva senza rumore l'enorme porta facendo passare coloro che arrivavano.
Quasi nello stesso momento entrarono nel grande salotto con le pareti scure, i tappeti lanosi e la tavola vividamente illuminata e scintillante sotto le luci delle candele con il biancore della tovaglia, l'argento del samovàr e la porcellana trasparente del servizio da tè, da una parte la padrona di casa con l'acconciatura rinfrescata e il viso rifatto, e dall'altra gli ospiti.
La padrona di casa si sedette al samovàr e si tolse i guanti. Spostando le sedie con l'aiuto di invisibili domestici, la compagnia si distribuì dividendosi in due parti: vicino al samovàr con la padrona di casa, e all'estremità opposta del salotto, accanto alla bella moglie di un ambasciatore, in velluto nero e con nere sopracciglia marcate. In entrambi i centri, come avviene sempre nei primi minuti, la conversazione procedeva a sbalzi, interrotta dagli incontri, dai saluti, dall'offerta del tè, come in cerca di qualcosa su cui fermarsi.
È straordinariamente brava come attrice; si vede che ha studiato Kaulbach,» diceva un diplomatico nel circolo della moglie dell'ambasciatore, «avete notato com'è caduta...»
«Ah, vi prego, non parliamo della Nilsson. Su di lei non si può dir niente di nuovo,» disse una signora bionda grassa e rossa, senza sopracciglia e senza chignon, in un vecchio abito di seta. Era la principessa Mjàgkaja, famosa per la sua semplicità e la volgarità dei tratto, e soprannominata enfant terrible. La principessa Mjàgkaja sedeva nel mezzo dei due circoli e, tendendo l'orecchio, interveniva ora in questo ora in quello. «Quest'oggi tre persone mi hanno detto questa stessa frase a proposito di Kaulbach, come se si fossero messe d'accordo. E non so perché la frase sia loro piaciuta tanto.»
La conversazione fu interrotta da quest'osservazione e si dovette inventare daccapo un nuovo argomento.
«Raccontateci qualcosa di divertente, ma non di cattivo,» disse la moglie dell'ambasciatore, grande maestra di quella conversazione elegante che in inglese vien detta small-talk, rivolgendosi al diplomatico il quale pure non sapeva ormai come cominciare.
«Dicono che sia molto difficile, che soltanto quel che è cattivo fa ridere,» cominciò con un sorriso. «Ma proverò. Datemi un argomento. Tutto sta nell'argomento. Se l'argomento c'è, ricamarci sopra è facile. Penso spesso che i famosi parlatori del secolo scorso oggi sarebbero in difficoltà a parlare con intelligenza. Tutto ciò che è intelligente è venuto tanto a noia...»
«Già detto da lungo tempo,» lo interruppe ridendo la moglie dell'ambasciatore.
La conversazione era incominciata in modo simpatico, ma, proprio perché era già troppo simpatica, si arrestò di nuovo. Si dovette ricorrere a un mezzo sicuro, che non tradisce mai: la maldicenza.
«Non trovate che in Tuškèvic ci sia qualcosa di Louis XV?» disse il diplomatico, indicando con gli occhi un bel giovane biondo che stava in piedi accanto alla tavola.
«Oh sì! È nello stesso stile del salotto, per questo viene qui così spesso.»
Questa conversazione si mantenne, perché si parlava per allusioni proprio di ciò di cui non si poteva parlare in quel salotto, ossia dei rapporti di Tuškèvic con la padrona di casa.
Vicino al samovàr e alla padrona di casa, intanto, la conversazione, dopo aver oscillato nello stesso modo per un certo tempo intorno a tre argomenti inevitabili: l'ultima novità mondana, il teatro e la condanna del prossimo, divenne anche qui stabile essendo caduta sull'ultimo argomento, ossia sulla maldicenza.
«Avete sentito, anche la Maltìšceva - non la figlia, ma la madre - si fa un abito diable rose.»
«Non può essere! No, questo è delizioso!»
«Mi stupisco come con la sua intelligenza - perché non è stupida - non veda com'è ridicola.»
Ciascuno aveva qualcosa da dire a condanna e irrisione della disgraziata Maltìšceva, e la conversazione scoppiettò allegramente come un falò che si accenda.
Il marito della principessa Betsy, un grassone bonario, appassionato collezionista di gravures, avendo saputo che la moglie aveva ospiti, prima di andare al club passò in salotto. Sul tappeto morbido egli si avvicinò silenziosamente alla principessa Mjàgkaja.
«Come vi è parsa la Nilsson?» disse.
«Ah, ma è questa la maniera di avvicinarsi di soppiatto? Come mi avete spaventata,» rispose essa. «Vi prego, non parlate con me dell'opera o di musica: non ne capite niente. È meglio che mi abbassi io e parli con voi delle vostre maioliche e gravures. Be', quale nuovo tesoro avete comprato di recente al mercato della roba usata?»
«Volete che ve lo mostri? Ma non ci capite un acca.»
«Mostratemelo. Io ho imparato da quei, come si chiamano... banchieri... loro hanno magnifiche gravures. Ce le hanno mostrate.»
«Come, siete stata dagli Schützburg?» domandò la padrona di casa di là del samovàr.
«Ci siamo stati, ma chère. Hanno invitato mio marito e me a pranzo, e hanno detto che la salsa a quel pranzo costava mille rubli,» disse ad alta voce la principessa Mjàgkaja, sentendo che tutti l'ascoltavano; «ed era una salsa disgustosa, una roba verde. Bisognava invitarli e io ho fatto una salsa da ottantacinque copeche e tutti sono stati molto contenti. Io non posso fare salse da mille rubli!»
«È unica!» disse la padrona di casa.
«Sorprendente!» disse qualcun altro.
L'effetto prodotto dai discorsi della principessa Mjàgkaja era sempre lo stesso, e il segreto dell'effetto che lei produceva stava nel fatto che, quantunque come ora non parlasse del tutto a proposito, diceva però delle cose semplici che avevano un senso. Nella società in cui viveva simili parole producevano l'effetto dello scherzo più spiritoso. La principessa Mjàgkaja non poteva capire perché facesse tanto effetto, ma sapeva che era così, e ne approfittava.. Poiché, durante il discorso della principessa Mjàgkaja, tutti l'avevano ascoltata e la conversazione vicino alla moglie dell'ambasciatore si era interrotta, la padrona di casa volle unire tutta la compagnia in un sol gruppo e si rivolse alla moglie dell'ambasciatore:
«Non volete proprio del tè? Dovreste passare qui da noi.»
«No, stiamo tanto bene qui,» rispose con un sorriso la moglie dell'ambasciatore e continuò la conversazione cominciata.
La conversazione era molto piacevole. Criticavano i Karènin, marito e moglie.
«Anna è cambiata molto dopo il suo viaggio a Mosca. C'è qualcosa di strano in lei,» disse una sua amica.
«Il principale cambiamento è che ha portato con sé l'ombra di Aleksèj Vrònskij,» disse la moglie dell'ambasciatore.
«E allora? Grimm ha una favola: l'uomo senza ombra, l'uomo privo d'ombra. E per lui è il castigo di qualcosa. Non ho mai potuto capire in che consista il castigo. Ma si vede che per una donna è spiacevole esser senza ombra.»
«Sì, ma le donne con l'ombra di solito finiscono male,» disse l'amica di Anna.
«Vi venisse la pepita alla lingua,» disse a un tratto la principessa Mjàgkaja, sentendo quelle parole. «La Karènina è una donna meravigliosa. Suo marito non mi piace, ma lei mi piace molto.»
«Perché non vi piace suo marito? È un uomo così notevole,» disse la moglie dell'ambasciatore. «Mio marito dice che in Europa ci sono pochi uomini di stato come lui.»
«Anche a me mio marito dice lo stesso, ma io non gli credo,» disse la principessa Mjàgkaja. «Se i nostri mariti non parlassero, noi vedremmo ciò che è, e Aleksèj Aleksàndroviè secondo me è semplicemente stupido. Io lo dico bisbigliando... Non è vero che tutto diventa chiaro? Prima, quando mi ordinavano di trovarlo intelligente, continuavo a cercare e trovavo che ero stupida io, dato che non vedevo la sua intelligenza; ma, non appena ho detto "è stupido", ma piano, tutto è diventato così chiaro, non è vero?»
«Come siete cattiva oggi!»
«Per nulla. Non ho altra via d'uscita. Uno di noi due è stupido. E voi sapete che una cosa simile non si può mai dire di se stessi.»
«Nessuno è contento del suo patrimonio e ognuno è contento della sua mente,» disse il diplomatico con un motto francese.
«Già, già, proprio così,» precipitosamente gli si rivolse la principessa Mjàgkaja. «Ma il fatto è che Anna io non ve la concedo. È così simpatica, carina. Che deve fare se tutti sono innamorati di lei e la seguono come ombre?»
«Ma io non ci penso nemmeno di biasimarla,» si giustificò l'amica di Anna.
«Se a noi non succede d'esser seguite come ombre da nessuno, questo non ci dà il diritto di biasimare.»
E, dopo aver conciato per le feste l'amica di Anna, la principessa Mjàgkaja si alzò e, insieme con la moglie dell'ambasciatore, si unì alla tavolata dove si svolgeva una conversazione generale sul re di Prussia.
«Di chi stavate parlando male?» domandò Betsy.
«Dei Karènin. La principessa descriveva la figura di Aleksèj Aleksàndroviè,» rispose la moglie dell'ambasciatore, sedendosi con un sorriso alla tavola.
«Peccato che noi non abbiamo sentito,» disse la padrona di casa, gettando uno sguardo verso la porta d'ingresso. «Ah, eccovi qui anche voi, finalmente!» si rivolse poi con un sorriso a Vrònskij che entrava.
Non solo Vrònskij conosceva tutti, ma ogni giorno incontrava coloro che vedeva ora qui, e perciò entrò con i modi tranquilli con cui si entra in una stanza da gente che si è appena lasciata.
«Di dove vengo?» rispose alla domanda della moglie dell'ambasciatore. «Che fare, bisogna confessarlo. Dai "Bouffes". Per la centesima volta e sempre con rinnovato piacere. Una delizia! So che è vergognoso, ma all'opera mi addormento mentre ai "Bouffes" rimango a sedere fino all'ultimo momento e mi diverto. Quest'oggi...»
Nominò un'attrice francese e avrebbe voluto parlar di lei, ma la moglie dell'ambasciatore lo interruppe con scherzoso orrore:
«Vi prego, non raccontate di quell'orrore.»
«Bene, non lo farò, tanto più che tutti conoscono questi orrori.»'
«E tutti ci andrebbero se fosse un'usanza accettata come l'opera,» rincarò la principessa Mjàgkaja.
VII
Alla porta si udirono dei passi e la principessa Betsy, sapendo che era la Karènina, diede un'occhiata a Vrònskij. Egli guardava la porta e il suo viso aveva una strana, nuova espressione. Guardava con gioia, in modo attento e nello stesso tempo timido, colei che entrava e si alzò in piedi lentamente. Anna entrò nel salotto. Tenendosi come sempre straordinariamente eretta, con il suo passo rapido, fermo e leggero, che la distingueva dall'andatura delle altre dame di mondo, e senza cambiare la direzione del suo sguardo, essa fece i pochi passi che la separavano dalla padrona di casa, le strinse la mano, sorrise, e con questo sorriso si voltò verso Vrònskij. Vrònskij s'inchinò profondamente e le avvicinò una sedia.
Essa rispose soltanto con un chinar del capo, arrossì e aggrottò le sopracciglia. Ma subito, facendo un cenno rapido ai conoscenti e stringendo le mani tese, si rivolse alla padrona:
«Ero dalla contessa Lìdija e volevo venir prima, ma poi mi sono trattenuta. Da lei c'era sir John. È molto interessante.»
«Ah, è quel missionario?»
«Sì, raccontava in modo molto interessante della vita degli indiani.»
La conversazione, interrotta dall'arrivo, si dipanò di nuovo, come la fiamma di una lampada sulla quale si soffi.
«Sir John! Sì, sir John. Io l'ho visto. Parla bene. La Vlàsieva è innamoratissima di lui.»
«Ma è vero che la Vlàsieva minore sposa Topòv?»
«Sì, dicono che ormai la cosa sia decisa.»
«Mi meraviglio dei genitori. Dicono che sia un matrimonio per passione.»
«Per passione? Che idee antidiluviane avete! Chi parla di passione oggi» disse la moglie dell'ambasciatore.
«Che farci? È una vecchia stupida moda che ancora non va in disuso,» disse Vrònskij.
«Tanto peggio per chi si attiene a una moda simile. Io conosco matrimoni felici soltanto per ragionamento.»
«Sì, ma in compenso quanto spesso la felicità dei matrimoni per ragionamento vola via come la polvere, proprio perché compare quella passione che non avevano ammesso!» disse Vrònskij.
«Ma noi chiamiamo matrimoni per ragionamento quelli in cui tutti e due i coniugi han già fatto follie. È come la scarlattina, bisogna passarci.»
«Allora bisogna imparare a inoculare l'amore artificialmente, come il vaiolo.»
«In gioventù io sono stata innamorata d'un sacrestano,» disse la principessa Mjàgkaja. «Non so se questo mi abbia aiutato.»
«No, senza scherzi, io penso che per conoscere l'amore bisogna sbagliarsi e poi correggersi,» disse la principessa Betsy.
«Anche dopo il matrimonio?» disse scherzosamente la moglie dell'ambasciatore.
«Non è mai tardi per pentirsi,» disse il diplomatico con un proverbio inglese.
«Ecco appunto,» fece eco Betsy. «Bisogna sbagliarsi e correggersi. E voi che cosa ne pensate?» si rivolse essa ad Anna, che ascoltava in silenzio quella conversazione con un sorriso duro e appena percettibile sulle labbra.
«Io penso,» disse Anna, giocando con un guanto che aveva tolto, «io penso... se ci sono tanti ingegni quante teste, allora ci sono anche tanti generi d'amore quanti cuori.»
Vrònskij guardava Anna e aspettava con il cuore sospeso quel che avrebbe detto. Sospirò come dopo un pericolo quando lei pronunciò queste parole.
A un tratto Anna si rivolse a lui:
«Ho ricevuto una lettera da Mosca. Mi scrivono che Kitty Šèerbàckaja è molto malata.»
«Possibile?» disse Vrònskij aggrottando i sopraccigli.
Anna lo guardò severamente.
«Questo non v'interessa?»
«Al contrario, molto. Che cosa precisamente vi scrivono, se si può saperlo?» domandò egli.
Anna si alzò e si avvicinò a Betsy.
«Datemi una tazza di tè,» disse, fermandosi dietro la sua sedia.
Mentre la principessa Betsy le versava il tè, Vrònskij si avvicinò ad Anna.
«Che cosa vi scrivono dunque?» ripeté.
«Io penso spesso che gli uomini non capiscono che cos'è nobile o meno, anche se ne parlano sempre,» disse Anna senza rispondergli. «Volevo dirvelo da molto tempo,» aggiunse, e, fatti alcuni passi, si sedette presso il tavolo d'angolo con gli album.
«Non capisco bene il significato delle vostre parole,» disse egli porgendole la tazza.
Essa guardò il divano vicino a sé ed egli immediatamente vi si sedette.
«Sì, io volevo dirvelo,» disse senza guardarlo. «Voi avete agito male, male, molto male.»
«Credete che non sappia d'aver agito male? Ma chi è la causa per cui ho agito così?»
«Perché mi dite questo?» disse essa gettandogli un'occhiata severa.
«Voi lo sapete perché,» rispose egli con ardire e gioia, incontrando lo sguardo di lei e non abbassando gli occhi.
Non lui, ma essa fu turbata.
«Questo dimostra soltanto che non avete cuore,» disse. Ma il suo sguardo diceva come lei sapesse che lui aveva un cuore e per questo ne avesse paura.
«Ciò di cui parlavate adesso è stato uno sbaglio, e non amore.»
«Dovreste ricordare che io vi ho proibito di pronunciare questa parola, questa ripugnante parola,» disse Anna trasalendo; ma subito sentì che con quella frase: vi ho proibito, dimostrava di riconoscersi certi diritti su di lui e con ciò stesso lo incoraggiava a parlare d'amore. «Già da molto tempo vi volevo dir questo,» continuò, guardandolo con decisione negli occhi e fiammeggiando tutta del rossore che le bruciava il viso, «ma oggi sono venuta apposta, sapendo che vi avrei incontrato. Sono venuta per dirvi che questo deve finire. Io non ho mai arrossito di fronte a nessuno, e voi mi costringete a sentirmi colpevole di qualcosa.»
Egli la guardò e rimase colpito dalla nuova bellezza spirituale del suo viso.
«Che cosa volete da me?» disse in modo semplice e serio.
«Voglio che andiate a Mosca e chiediate perdono a Kitty,» disse lei.
«Voi non volete questo,» disse egli.
«Se voi mi amate, come dite,» bisbigliò essa, «fate in modo che io sia tranquilla.»
Il viso di lui si illuminò.
«Non sapete forse che per me voi siete tutta la vita; ma io non conosco tranquillità e non posso darvela. Tutto me stesso, l'amore... sì. Io non posso pensare a voi e a me separatamente. Voi ed io per me siamo una cosa sola. E non vedo per l'avvenire possibilità di tranquillità né per me, né per voi. Vedo la possibilità della disperazione, della sventura... oppure vedo la possibilità della felicità, di quale felicità!... Non è possibile forse?» aggiunse con le sole labbra, ma essa udì.
Essa tendeva tutte le forze della mente per dire ciò che bisognava, ma invece di questo fermò su di lui il suo sguardo, pieno d'amore, e non rispose nulla.
«Ecco!» pensava egli, esultante. «Quando già mi disperavo e quando sembrava che non dovesse mai venire una fine, ecco! Lei mi ama. Lei lo confessa.»
«Allora, fate questo per me, non ditemi mai queste parole, e saremo buoni amici,» disse essa a parole, mentre tutt'altro diceva il suo sguardo.
«Amici non saremo, lo sapete anche voi. Ma se saremo i più felici o i più infelici degli esseri, questo è in vostro potere.»
Essa voleva dire qualcosa, ma egli la interruppe.
«Io chiedo una cosa sola, chiedo il diritto di sperare, di soffrire, come adesso; ma, se anche questo non è possibile, ordinatemi di sparire ed io sparirò. Voi non mi vedrete più se la mia presenza vi è penosa.»
«Io non voglio cacciarvi.»
«Solo non cambiate nulla. Lasciate tutto com'è,» disse egli con voce tremante. «Ecco vostro marito.»
Effettivamente, in quel momento Aleksèj Aleksàndroviè entrava nel salotto con la sua andatura calma e goffa.
Gettato uno sguardo alla moglie e a Vrònskij, si avvicinò alla padrona di casa e, sedutosi davanti a una tazza di tè, si mise a parlare con la sua voce lenta, sempre nitida, nel suo abituale tono scherzoso, prendendo in giro qualcuno.
«Il vostro Rambouillet è al completo,» disse, abbracciando con lo sguardo tutta la compagnia, «le grazie e le muse.»
Ma la principessa Betsy non poteva soffrire quel suo tono, sneering, come lei lo chiamava, e, da padrona di casa intelligente, lo portò subito verso un discorso serio sul servizio militare generale e obbligatorio. Aleksèj Aleksàndroviè si appassionò subito alla conversazione e, ormai seriamente, si mise a difendere il nuovo editto di fronte alla principessa Betsy che lo attaccava.
Vrònskij e Anna continuavano a star seduti al piccolo tavolo.
«Questo diventa sconveniente,» mormorò una signora, indicando con gli occhi la Karènina, Vrònskij e il marito di lei.
«Che cosa vi avevo detto?» rispose l'amica di Anna.
Ma non queste signore soltanto, quasi tutti coloro che erano nel salotto, persino la principessa Mjàgkaja e la stessa Betsy, sbirciarono varie volte i due che si erano isolati dal circolo comune, come se ciò desse loro fastidio. Il solo Aleksèj Aleksàndroviè non guardò neppure una volta da quella parte e non fu distratto dal suo interesse per la conversazione iniziata.
Notando la spiacevole impressione prodotta su tutti, la principessa Betsy mise al suo posto un'altra persona che ascoltasse Aleksèj Aleksàndroviè e si accostò ad Anna.
«Mi stupisco sempre della lucidità e della precisione con cui si esprime vostro marito,» disse. «I concetti più trascendentali mi diventano accessibili quando parla lui.»
«Oh sì!» disse Anna, splendendo in un sorriso di felicità e non comprendendo nemmeno una parola di ciò che le aveva detto Betsy. Passò alla grande tavola e prese parte alla conversazione generale.
Aleksèj Aleksàndroviè, dopo esser rimasto una mezz'ora, si avvicinò alla moglie e le propose di andare a casa insieme; ma lei, senza guardarlo, rispose che sarebbe rimasta a cena. Aleksèj Aleksàndroviè salutò e uscì.
Il vecchio, grasso tartaro, cocchiere della Karènina, con una giacca lustra di pelle, tratteneva a stento il cavallo di sinistra che, intirizzito, si impennava all'ingresso. Un servitore, dritto in piedi, teneva aperto lo sportello. Dritto in piedi stava il portiere, tenendo la porta esterna. Anna Arkàdievna staccava con la piccola mano svelta i pizzi della manica da un gancio della pelliccia e, a testa china, ascoltava con rapimento ciò che le diceva Vrònskij che l'accompagnava.
«Voi non avete detto niente; supponiamo, io non pretendo nulla,» diceva, «ma voi sapete che non dell'amicizia ho bisogno, per me è possibile una sola felicità nella vita, questa parola che voi amate così poco... sì, l'amore...»
«L'amore...» ripeté lei lentamente, con voce interiore, e a un tratto, nello stesso momento in cui staccò il pizzo, aggiunse: «Io non amo questa parola, perché per me significa troppo, molto di più di quanto voi possiate capire», e lo guardò in faccia. «Arrivederci!»
Gli porse la mano e, con passo rapido ed elastico, passò davanti al portiere e scomparve nella carrozza.
Il suo sguardo, il contatto della mano lo bruciarono. Egli baciò il proprio palmo nel punto in cui lei l'aveva toccato, e andò a casa, felice della consapevolezza che quella sera si era avvicinato al raggiungimento del suo scopo più che non negli ultimi due mesi.
VIII
Aleksèj Aleksàndroviè non aveva trovato nulla di speciale e di sconveniente nel fatto che sua moglie sedesse con Vrònskij a un tavolo separato e conversasse animatamente di qualcosa; ma aveva notato che agli altri nel salotto questa era sembrata per qualche motivo una cosa particolare e sconveniente e perciò era sembrata sconveniente anche a lui. Decise che bisognava parlarne alla moglie.
Ritornato a casa, Aleksèj Aleksàndroviè passò nel suo studio, come faceva di solito, e si sedette in poltrona, aprendo nel punto segnato dal tagliacarte un libro sul papismo, e lesse sino all'una, come faceva di solito; solo che di tanto in tanto si fregava la fronte alta e scuoteva il capo come per cacciar via qualcosa. Alla solita ora si alzò e fece la sua toilette notturna. Anna Arkàdievna non c'era ancora. Con il libro sotto il braccio egli andò di sopra; ma quella sera, invece dei soliti pensieri e considerazioni sugli affari d'ufficio, i suoi pensieri erano pieni della moglie e di qualcosa di spiacevole che la riguardava. Contrariamente alla sua abitudine non si mise a letto, e, incrociate le mani dietro la schiena, si diede a camminare avanti e indietro per le stanze. Non poteva coricarsi, sentendo che prima aveva bisogno di meditare sulla circostanza sopravvenuta poco prima.
Quando Aleksèj Aleksàndroviè aveva deciso fra sé che bisognava parlare con la moglie, questo gli era sembrato assai facile e semplice; ma adesso, quando si mise a meditare sulla circostanza da poco sopravvenuta, la cosa gli parve molto complicata e spinosa.
Aleksèj Aleksàndroviè non era geloso. La gelosia, secondo la sua convinzione, offende la moglie, e nella moglie si deve aver fiducia. Perché si dovesse aver fiducia, cioè la piena sicurezza che la sua giovane moglie l'avrebbe sempre amato, egli non se lo domandava; ma non sentiva sfiducia perché aveva fiducia, e diceva a se stesso che bisognava averne. Ora invece, benché la sua convinzione che la gelosia sia un sentimento vergognoso e che bisogna aver fiducia non fosse distrutta, sentiva di trovarsi faccia a faccia con qualcosa di illogico e di assurdo, e non sapeva che cosa bisognasse fare. Aleksèj Aleksàndroviè si trovava faccia a faccia con la vita, con la possibilità che sua moglie amasse qualcuno che non era lui, e questo gli sembrava molto assurdo e incomprensibile, perché questo era la vita stessa. Aleksèj Aleksàndroviè aveva vissuto e lavorato per tutta la sua vita nelle sfere burocratiche, che avevano a che fare con i riflessi della vita. E ogni volta che si scontrava con la vita stessa, si tirava da parte. Ora provava una sensazione simile a quella che proverebbe un uomo il quale abbia tranquillamente valicato un abisso sopra un ponte e, a un tratto, veda che quel ponte è demolito e lì c'è un precipizio. Questo precipizio era la vita, il ponte era la vita artificiale che aveva vissuto Aleksèj Aleksàndroviè. Per la prima volta doveva interrogarsi sulla possibilità che sua moglie amasse qualcuno, e ciò lo atterrì.
Senza essersi svestito, camminava avanti e indietro con il suo passo regolare sul parquet sonoro della sala da pranzo illuminata da una sola lampada, sul tappeto del salotto buio, dove la luce si rifletteva solamente nel suo grande ritratto fatto da poco, che stava appeso sopra il divano, e attraverso lo studio di lei, dove ardevano due candele illuminando i ritratti di parenti e amiche e i bei ninnoli, che egli ben conosceva da tempo, della scrivania di lei. Attraverso la stanza di lei arrivava sino alla porta della camera da letto e ritornava di nuovo indietro.
Su ogni tratto della sua passeggiata, e per lo più sul parquet della luminosa sala da pranzo, egli si fermava e si diceva: «Sì, questa cosa si deve decidere e far cessare; occorre dire la propria opinione al riguardo, e la propria decisione.» E tornava indietro. «Ma dire che cosa? E quale decisione?» si diceva nel salotto e non trovava risposta. «Ma in fin dei conti,» si domandava prima della svolta verso lo studio, «che cos'è successo? Niente. Lei ha parlato a lungo con lui. E con questo? Con chi non parla una donna in società? E poi, esser geloso significa umiliare se stessi e lei,» si diceva entrando nello studio di lei; ma questo ragionamento, che prima per lui aveva tanto peso, adesso non pesava e non significava nulla. E dalla porta della camera da letto ritornava nuovamente verso la sala; ma, non appena entrava nel salotto buio, una certa voce gli diceva che non era così e se gli altri avevano notato questo significava che qualcosa c'era. E daccapo in salotto si diceva: «Sì, questa cosa si deve decidere e far cessare, e occorre dire la propria opinione...» E di nuovo in salotto, prima di voltarsi, si domandava: come decidere? E poi si domandava: che cos'è successo? E rispondeva: niente, e si ricordava che la gelosia è un sentimento che umilia la moglie, ma poi in salotto si convinceva daccapo che qualcosa era successo. I suoi pensieri, come il corpo, compivano un giro completo senza imbattersi in nulla di nuovo. Egli se ne accorse, si terse la fronte e si sedette nello studio di lei.
Qui, guardando il tavolo con un tampone di malachite e un biglietto incominciato, i suoi pensieri a un tratto cambiarono. Cominciò a pensare a lei, a ciò che lei pensava e sentiva. Per la prima volta si immaginò in modo vivo la vita personale di lei, i pensieri di lei, i desideri di lei, e il pensiero che lei potesse e dovesse avere una sua vita particolare gli parve così terribile che si affrettò a scacciarlo. Questo era l'abisso nel quale gli faceva paura guardare. Trasferirsi con il pensiero e con il sentimento in un altro essere era un'azione spirituale estranea ad Aleksèj Aleksàndroviè. Egli considerava quest'azione spirituale una fantasticheria nociva e pericolosa.
«E la cosa più orribile,» pensava, «è che proprio adesso, quando si avvicina alla fine la mia opera (pensava al progetto che attualmente stava facendo passare), quando ho bisogno di tutta la tranquillità e la forza d'animo, adesso mi si rovescia addosso quest'ansia insensata. Ma che fare? Io non sono di quelle persone che sopportano l'inquietudine e le ansie e non hanno la forza di guardarle in faccia.»
«Devo riflettere, decidere e respingere,» proferì ad alta voce.
«I problemi dei suoi sentimenti, di ciò che è accaduto o può accadere nella sua anima non sono affar mio, sono affari della sua coscienza, di pertinenza della religione,» si disse, sentendo un sollievo nella consapevolezza d'aver trovato quel punto delle norme del codice nella cui sfera rientrava la sopravvenuta circostanza.
«Pertanto,» si disse Aleksèj Aleksàndroviè, «i problemi dei suoi sentimenti e così via sono problemi della sua coscienza, la quale non mi può riguardare. Il mio dovere invece si definisce in modo chiaro. Come capo della famiglia, io sono la persona obbligata a guidarla, e perciò, in parte, una persona che risponde; io devo indicare il pericolo che vedo, mettere in guardia e persino impiegare l'autorità. Io devo parlarle.»
E nella testa di Aleksèj Aleksàndroviè si configurò chiaramente tutto ciò che ora avrebbe detto alla moglie. Riflettendo su ciò che avrebbe detto, si rammaricò di dover impiegare il proprio tempo e le forze dell'intelligenza ad usi domestici, in modo così poco appariscente; ma, nonostante ciò, la forma e lo svolgimento del discorso da fare gli si composero nella testa in modo chiaro e netto, come una relazione. «Devo dire ed enunciare quanto segue: in primo luogo, spiegazione del significato dell'opinione pubblica e delle convenienze; in secondo luogo, spiegazione religiosa del significato del matrimonio; in terzo luogo, se necessario, indicazione dell'infelicità che può derivare per il figlio; in quarto luogo, indicazione della sua propria infelicità.» E, incrociate le dita le une nelle altre, con i palmi in giù, Aleksèj Aleksàndroviè le tirò e le dita scricchiolarono nelle giunture.
Questo gesto, la cattiva abitudine di riunire le mani e di far scrocchiare le dita, lo tranquillizzava sempre e gli dava quell'esattezza che ora gli era così necessaria. All'ingresso si sentì il rumore di una carrozza in arrivo. Aleksèj Aleksàndroviè si fermò in mezzo alla sala.
Passi femminili salivano la scala. Aleksèj Aleksàndroviè, pronto per il suo discorso, stava in piedi, stringendo le dita incrociate e aspettando se in qualche punto avrebbero ancora scricchiolato. Una giuntura scricchiolò.
Ancora, dal rumore dei passi leggeri sulla scala, egli udì l'avvicinarsi di lei, e, benché fosse soddisfatto dei proprio discorso, ebbe paura della spiegazione imminente...
IX
Anna camminava con la testa china, giocherellando con le nappine del cappuccio. Il suo viso splendeva d'un vivido fulgore, ma questo fulgore non era allegro: ricordava il fulgore terribile di un incendio in mezzo a una notte oscura. Vedendo il marito, sollevò la testa e, come svegliandosi, sorrise.
«Non sei a letto? Che miracolo!» disse, si tolse il cappuccio e, senza fermarsi, andò avanti, nella toilette. «È ora, Aleksèj Aleksàndroviè,» disse poi da dietro la porta,
«Anna, ho bisogno di parlare con te.»
«Con me?» disse lei con stupore, uscì dalla porta e lo guardò. «Cos'è mai? Di che cosa si tratta?» domandò, sedendosi. «Bene, parliamo dunque, se è così necessario. Ma sarebbe meglio andare a dormire.»
Anna diceva ciò che le veniva sulle labbra e, ascoltando se stessa, per prima si stupiva della propria capacità di mentire. Come erano semplici, naturali le sue parole e come sembrava che lei avesse semplicemente voglia di dormire! Si sentiva rivestita della corazza impenetrabile della menzogna. Sentiva che qualche forza invisibile la aiutava e la sosteneva.
«Anna, io debbo metterti in guardia,» disse egli.
«Mettermi in guardia?» disse lei. «In che cosa?»
Guardava in modo così semplice, così allegro, che chi non la conosceva come la conosceva suo marito, non avrebbe potuto notare nulla di innaturale né nei suoni, né nel senso delle sue parole. Ma per lui che la conosceva, che sapeva come, quando egli si coricava cinque minuti più tardi, lei lo notava e gliene domandava la causa; per lui, il quale sapeva che lei gli comunicava subito tutte le sue gioie, l'allegria o il dolore, per lui, veder adesso che lei non voleva notare il suo stato d'animo, non voleva dire una sola parola su di sé, significava molto. Egli vedeva che la profondità dell'anima di lei, che prima gli era stata sempre aperta, ora gli era chiusa. Non solo: dal suo tono vedeva che lei non era neppure turbata da questo, ma pareva anzi dirgli apertamente: sì, è chiusa e così dev'essere e sarà d'ora innanzi. Adesso egli provava un sentimento simile a quello che proverebbe un uomo il quale ritornasse a casa e trovasse la propria casa sbarrata. «Ma forse si potrà ancora ritrovare la chiave,» pensò Aleksèj Aleksàndroviè.
«Voglio metterti in guardia in questo,» disse egli a voce bassa, «che, per sconsideratezza e leggerezza, tu puoi dare in società il pretesto per parlar di te. La tua conversazione troppo animata di stasera con il conte Vrònskij (pronunciò questo nome con fermezza e dopo una tranquilla pausa) ha richiamato l'attenzione.»
Parlava e intanto guardava gli occhi di lei, ridenti e ora per lui terribili nella loro impenetrabilità, e, parlando, sentiva tutta l'inutilità delle proprie parole.
«Tu sei sempre così,» rispose lei come se non lo capisse affatto e, di tutto ciò che lui aveva detto, capisse intenzionalmente soltanto le ultime cose. «Ora ti secca che io sia triste, ora ti secca che sia allegra. Non mi sono annoiata. Questo ti offende?»
Aleksèj Aleksàndroviè trasalì e piegò le mani per farle scrocchiare.
«Ah, per piacere, non farle scricchiolare, mi dà così fastidio,» disse Anna.
«Anna, ma sei tu?» disse Aleksèj Aleksàndroviè, facendo uno sforzo su se stesso e trattenendo il movimento delle mani.
«Ma che cos'è tutto questo?» disse lei con sincera e comica stupefazione. «Che cosa vuoi da me?»
Aleksèj Aleksàndroviè tacque e con una mano si fregò la fronte e gli occhi. Vedeva che invece di ciò che voleva fare, ossia mettere in guardia sua moglie da uno sbaglio agli occhi del mondo, involontariamente si agitava per ciò che riguardava la coscienza di lei e lottava contro un muro creato dalla sua immaginazione.
«Ecco che cosa ho l'intenzione di dirti,» continuò in modo freddo e tranquillo, «e ti prego di starmi a sentire. Come sai, io considero la gelosia un sentimento offensivo e umiliante, e non mi permetterò mai di farmi guidare da tale sentimento; ma ci sono determinate leggi di convenienza che non si possono impunemente trasgredire. Quest'oggi io non l'ho notato, ma, a giudicare dall'impressione prodotta sui presenti, tutti hanno notato che tu ti comportavi e ti contenevi in un modo che assolutamente non era quello che si può desiderare.»
«Decisamente non ci capisco niente,» disse Anna, stringendosi nelle spalle. «Per lui fa lo stesso,» pensò. «Ma in società l'hanno notato e questo lo inquieta.» «Tu non stai bene, Aleksèj Aleksàndroviè,» soggiunse, si alzò e avrebbe voluto uscire per la porta, ma egli si mosse in avanti come desiderando fermarla.
La sua faccia era brutta e cupa, come Anna non l'aveva mai vista. Essa si fermò e, reclinando il capo indietro, da un lato, con la sua mano svelta cominciò a togliere le forcine.
«Va bene, io ascolto: sentiamo quello che viene dopo,» proferì in modo calmo e con scherno. «E ascolto persino con interesse, Perché vorrei capire di che si tratta.»
Parlava e si stupiva di questo tono naturalmente calmo e giusto con il quale parlava, e della scelta delle parole che adoperava.
«Di entrare in tutti i particolari dei tuoi sentimenti non ho il diritto e, del resto, ritengo ciò inutile e persino dannoso,» cominciò Aleksèj Aleksàndroviè. «Scavando nella nostra anima, spesso ne dissotterriamo cose che lì sotto sarebbero rimaste inosservate. I tuoi sentimenti sono affari della tua coscienza; ma di fronte a te, di fronte a me e di fronte a Dio, io ho il dovere di indicarti i tuoi obblighi. La nostra vita è legata, e non è legata dagli uomini ma da Dio. Solamente un delitto può lacerare questo legame e un delitto di tal genere comporta un grave castigo.»
«Non capisco nulla. Ah, Dio mio, e come ho sonno per disgrazia!» disse essa, frugando rapidamente con la mano nei capelli e cercando le forcine che vi erano rimaste.
«Anna, per amor di Dio, non parlare così,» disse egli mitemente. «Può darsi che io mi sbagli, ma credi che ciò che dico, lo dico tanto per me quanto per te. Sono tuo marito e ti amo.»
Per un istante il viso di lei si chinò e si spense la scintilla ironica nello sguardo; ma la parola «amo» la indignò di nuovo. Essa pensò: «Ama? Può amare lui forse? Se non avesse mai sentito che esiste l'amore, mai avrebbe usato questa parola. Lui non sa nemmeno che cosa sia l'amore.»
«Aleksèj Aleksàndroviè, davvero, io non capisco,» disse. «Precisa quel che ritieni...»
«Permetti, lasciami parlare. Io ti amo. Ma io non parlo di me: i protagonisti qui sono nostro figlio e tu stessa. Può darsi benissimo, ripeto, che le mie parole ti sembrino completamente inutili e fuor di luogo; può darsi che siano suscitate da un mio errore. In tal caso, ti prego di scusarmi. Ma, se tu stessa senti che vi è anche il minimo fondamento, allora ti prego di riflettere e, se il cuore te lo dice, di esprimermi...»
Aleksèj Aleksàndroviè, senza neppure accorgersene, non diceva assolutamente ciò che aveva preparato.
«Io non ho niente da dire. E poi...» disse a un tratto essa in fretta, trattenendo a fatica un sorriso, «ma dawero, è ora di dormire.»
Aleksèj Aleksàndroviè sospirò e, senza dir più nulla, si diresse in camera da letto.
Quando lei vi entrò, egli era già coricato. Le sue labbra erano serrate in modo severo e gli occhi non guardavano verso di lei. Anna si coricò nel suo letto e, da un momento all'altro, aspettava che lui si mettesse a parlare. Aveva paura di questo e nello stesso tempo lo desiderava. Ma lui taceva. Essa attese a lungo, immobile; ormai lo aveva dimenticato. Pensava all'altro, lo vedeva, e sentiva che a questo pensiero il suo cuore si riempiva di emozione e di gioia colpevole. A un tratto udì un fischio di naso, regolare e tranquillo. Al primo momento era come se Aleksèj Aleksàndroviè si spaventasse del proprio fischio, e allora si fermava; ma poi, lasciati passare due respiri, il fischio echeggiava con nuova, tranquilla ritmicità.
«È tardi, è tardi, è tardi ormai,» bisbigliò essa con un sorriso. Giacque a lungo immobile con gli occhi aperti e le sembrava di vedere nel buio il loro fulgore.
X
Da quella sera cominciò una nuova vita per Aleksèj Aleksàndroviè e per sua moglie. Non accadde niente di speciale. Anna andava come sempre in società, particolarmente spesso andava dalla principessa Betsy e si incontrava con Vrònskij dappertutto. Aleksèj Aleksàndroviè vedeva questo, ma non poteva far nulla. A tutti i suoi tentativi di provocarla a una spiegazione, lei gli contrapponeva il muro impenetrabile di una sorta d'allegro stupore. Di fuori era come prima, ma i loro rapporti interni erano completamente mutati. Aleksèj Aleksàndroviè, un uomo così forte nell'attività statale, in questo si sentiva impotente. Come un bue, con la testa docilmente china, aspettava la mazza che sentiva già sollevata sopra di sè. Ogni volta che cominciava a pensare a questo, sentiva che bisognava tentare ancora una volta, che con la bontà, con la tenerezza, con la persuasione c'era ancora una speranza di salvarla, di obbligarla a ritornare in sè, e ogni giorno si disponeva a parlarle. Ma ogni volta che incominciava a parlare con lei, sentiva che quello spirito del male e dell'inganno che si era impossessato di lei, si impossessava anche di lui, e con lei diceva cose completamente diverse da quelle che voleva dire. Senza volerlo le parlava con il suo abituale tono di scherno verso chi parlasse così. Ma in quel tono non era possibile dire ciò che era necessario dire.
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XI
Ciò che per quasi un intero anno per Vrònskij aveva formato l'unico esclusivo desiderio della sua vita, che aveva preso il posto di tutti i suoi precedenti desideri; ciò che per Anna era stato un sogno di felicità, impossibile, orribile e tanto più affascinante, questo desiderio era soddisfatto. Pallido, con la mascella inferiore che gli tremava, egli era in piedi al di sopra di lei e la supplicava di calmarsi, non sapendo neppur lui in che cosa e come.
«Anna! Anna!» diceva con voce tremante. «Anna, per amor di Dio!»
Ma quanto più forte egli parlava, tanto più in basso essa chinava la sua testa, un tempo orgogliosa, allegra, e ora invece vergognosa, e tutta lei si piegava e, dal divano dov'era seduta, cadeva sul pavimento, ai piedi di lui; e sarebbe caduta sul tappeto se egli non l'avesse tenuta.
«Dio mio! Perdonami!» diceva singhiozzando, stringendo le mani di lui al proprio petto.
Si sentiva talmente criminale e colpevole che non le restava altro che umiliarsi e chieder perdono; e nella vita ormai, eccetto lui, non aveva nessuno, sicché era a lui che rivolgeva la sua preghiera di perdono. Guardandolo, sentiva fisicamente la propria umiliazione e non poteva dir più nulla. Egli invece sentiva ciò che deve sentire un assassino quando vede il corpo da lui privato della vita. Questo corpo da lui privato della vita, era il loro amore, il primo periodo del loro amore. C'era qualcosa di orribile e di ripugnante nel ricordo di ciò per cui si era pagato quel terribile prezzo della vergogna. La vergogna di fronte alla propria nudità spirituale soffocava lei e si comunicava a lui. Ma, nonostante tutto l'orrore dell'assassino davanti al corpo dell'ucciso, questo corpo si deve tagliare a pezzi, nascondere, si deve fruire di ciò che l'assassino ha acquistato con l'assassinio.
E con accanimento, quasi si direbbe con passione, l'assassino si getta su questo corpo, e lo trascina, e lo taglia; così anche lui copriva di baci il viso di lei e le spalle. Lei gli teneva una mano e non si muoveva. Sì, questi baci sono ciò che è stato comperato con questa vergogna. Sì, e questa sola mano, che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Essa sollevò quella mano e la baciò. Egli si abbassò sulle ginocchia e volle vedere il suo viso, ma lei lo nascondeva e non diceva nulla. Finalmente, come avendo fatto uno sforzo su di sé, essa si alzò e lo respinse. Il suo viso era sempre egualmente bello, ma tanto più faceva pena.
«Tutto è finito,» disse essa. «Io non ho altro all'infuori di te. Ricordalo.»
«Non posso non ricordare ciò che è la mia vita. Per un istante di questa felicità...»
«Quale felicità!» disse essa con repulsione e orrore, e l'orrore involontariamente si comunicò a lui. «Per amor di Dio, non una parola, una parola di più.»
Si alzò in fretta e si allontanò da lui.
«Non una parola di più,» ripeté, e si congedò da lui con un'espressione per lui strana di fredda disperazione sul volto. Sentiva che in quel momento non poteva esprimere con le parole il sentimento di vergogna, di gioia e di orrore di fronte a quell'ingresso in una nuova vita, e non voleva parlare di questo, render volgare questo sentimento con parole imprecise. Anche in seguito, però, il secondo e il terzo giorno, non soltanto essa non trovò le parole con le quali avrebbe potuto esprimere tutta la complessità di questi sentimenti, ma non trovava neppure i pensieri con i quali riflettere fra sé su tutto ciò che aveva nell'anima.
Essa si diceva: «No, adesso non posso pensare a questo; dopo, quando sarò più tranquilla.» Ma questa tranquillità per pensieri non veniva mai; ogni volta che le si presentava il pensiero di ciò che aveva fatto e di ciò che le sarebbe accaduto e di ciò che doveva fare, l'assaliva il terrore e scacciava via da sé tali pensieri.
«Dopo, dopo,» diceva, «quando sarò più tranquilla.»
Nel sonno, in compenso, quando non aveva potere sui propri pensieri, la situazione le appariva in tutta la sua mostruosa nudità. Un sogno la visitava quasi ogni notte. Sognava che tutti e due insieme erano suoi mariti, che tutti e due le prodigavano le loro carezze. Aleksèj Aleksàndroviè piangeva, baciandole le mani, e diceva: com'è bello adesso! E Aleksèj Vrònskij era lì e anche lui era suo marito. E lei, meravigliandosi che prima questo le sembrasse impossibile, spiegava a entrambi ridendo che così era molto più semplice e che adesso tutti e due erano contenti e felici. Ma questo sogno la opprimeva come un incubo, ed essa si svegliava in preda al terrore.
XII
Ancora nei primi tempi dopo il ritorno da Mosca, quando Lèvin ogni volta rabbrividiva e arrossiva ricordando l'onta del rifiuto, egli diceva a se stesso: «Arrossivo e rabbrividivo e consideravo tutto perduto anche quando presi uno in fisica e rimasi nel secondo corso; mi consideravo perduto anche dopo che compromisi la causa della sorella, che mi era stata affidata. E con questo? Adesso che sono passati gli anni, me ne ricordo e mi meraviglio che tali cose abbiano potuto addolorarmi tanto. Lo stesso sarà anche di questo dolore. Passerà il tempo e io diventerò indifferente ad esso.»
Ma passarono tre mesi ed egli non divenne indifferente ad esso, e ricordarsene era doloroso come nei primi giorni. Non poteva tranquillizzarsi, Perché proprio lui, che aveva sognato così lungamente la vita familiare e si era sentito così maturo per essa, non era ancora ammogliato e si trovava più lontano che mai dal matrimonio. Egli stesso sentiva morbosamente, come lo sentivano tutti coloro che lo circondavano, che alla sua età era male per un uomo esser solo. Ricordava che, prima di partire per Mosca, una volta aveva detto al suo bovaro Nikolàj, un contadino ingenuo con il quale amava discorrere: «Ebbene, Nikolàj! voglio prender moglie», e Nikolàj gli aveva risposto in fretta, come d'una cosa sulla quale non può esservi alcun dubbio: «Ed è tempo da un pezzo, Konstantìn Dmìtriè.» Ma il matrimonio adesso era più lontano da lui di quanto mai lo fosse stato. Il posto era occupato, e quando ora, nella sua immaginazione, egli metteva a questo posto qualcuna delle ragazze sue conoscenti, sentiva che ciò era assolutamente impossibile. Inoltre, il ricordo del rifiuto e della parte che aveva recitato in questa occasione lo torturava con la vergogna. Per quanto si dicesse che a questo riguardo non aveva alcuna colpa, questo ricordo, parimenti ad altri ricordi vergognosi dello stesso genere, lo costringeva a rabbrividire e ad arrossire. C'erano state nel suo passato, come per ogni persona, cattive azioni delle quali era consapevole e per le quali la coscienza lo tormentava; ma il ricordo delle cattive azioni non lo tormentava neanche lontanamente come questi ricordi da nulla, ma vergognosi. Queste ferite non si rimarginavano mai. E, alla pari con questi ricordi, stavano adesso il rifiuto e la situazione pietosa in cui aveva dovuto apparire agli altri quella sera. Tuttavia il tempo e il lavoro compirono la loro opera. I ricordi penosi andarono sempre più cancellandosi per effetto degli avvenimenti, così modesti e pure così importanti, della vita di campagna. Ogni settimana che passava, ricordava Kitty sempre più di rado. Attendeva con impazienza la notizia che essa si era già sposata o doveva sposarsi a giorni, sperando che tale notizia, come l'estrazione di un dente, lo avrebbe completamente guarito.
Intanto venne la primavera, magnifica, amichevole, senza le attese e gl'inganni primaverili, una di quelle primavere rare delle quali si rallegrano insieme le piante, gli animali e gli uomini. Questa magnifica primavera rese ancor più alacre Lèvin e lo rafforzò nel proposito di rinnegare tutto il passato per costruire in modo fermo e indipendente la propria esistenza solitaria. Benchè molti dei progetti con cui era ritornato in campagna non fossero stati nemmeno messi in atto, l'essenziale, tuttavra, la purezza di vita era stata da lui rispettata. Non provava quella vergogna che solitamente lo tormentava dopo una caduta e poteva guardare la gente negli occhi con ardire. In febbraio aveva ricevuto da Màrjia Nikolàevna una lettera in cui si diceva che la salute di suo fratello Nikolàj era peggiorata, ma che egli non voleva curarsi; in seguito a questa lettera Lèvin era andato a Mosca dal fratello, e gli era riuscito di convincerlo a sentire un dottore e a recarsi alle acque, all'estero. Aveva convinto così bene il fratello anche ad accettare in prestito il denaro per il viaggio - e ciò senza irritarlo - che sotto questo riguardo era contento di sè. Oltre alla gestione dell'azienda, che in primavera esigeva particolari cure, oltre alla lettura, Lèvin, durante l'inverno, aveva messo mano a un'opera di economia, la cui novità consisteva nel fatto che il carattere del lavoratore veniva assunto come un dato assoluto nell'economia, come il clima e il terreno, e dove, di conseguenza, tutte le tesi della scienza economica non venivano dedotte dai soli dati del terreno e del clima, bensì dai dati del terreno, del clima e di un determinato immutabile carattere del lavoratore. Sicchè, nonostante la solitudine, o per effetto della solitudine, la sua vita era straordinariamente piena e soltanto di rado provava il desiderio insoddisfatto di comunicare i pensieri che gli vagavano nella testa a qualcun altro che non fosse Agàfija Michàjlovna, benchè anche con lei non di rado gli accadesse di ragionare di fisica, di teoria economica, e, in particolare, di filosofia; la filosofia costituiva la materia preferita di Agàfija Michàjlovna.
La primavera tardò a lungo a scoprirsi. Nelle ultime settimane di quaresima fece un tempo sereno, gelido. Di giorno, al sole, disgelava, ma di notte toccava i sette gradi; la neve era così indurita che andavano con i carri senza seguir la strada. A Pasqua nevicò. Poi, tutt'a un tratto, il secondo giorno della settimana santa, soffiò un vento tiepido, avanzarono nubi, e per tre giorni e tre notti cadde una pioggia tiepida e impetuosa. Il giovedì il vento avanzò una fitta nebbia grigia come per nascondere i misteri dei mutamenti che si compivano nella natura. Nella nebbia si riversarono acque, scricchiolarono e si spostarono i massi di ghiaccio, più veloci si mossero i torbidi spumeggianti torrenti, e a sera, proprio in cima alla Kràsnaja Gòrka, si lacerò la nebbia, le nuvole fuggirono via a pecorelle, si rasserenò e si aprì la vera primavera. Al mattino, il fulgente sole che si era levato divorò rapidamente la sottile crosta di ghiaccio che aveva coperto le acque, e tutta l'aria tiepida vibrò delle evaporazioni della terra rianimata che la riempivano. Rinverdì l'erba vecchia e la nuova che spuntava ad aghi, si gonfiarono le gemme del viburno, del ribes e della viscosa betulla da spirito; e su un ramo cosparso di fiori d'oro cominciò a ronzare un'ape rimasta fuori, che svolazzava nei paraggi. Allodole invisibili presero a trillare sopra il velluto della verzura e la stoppia gelata; si misero a piangere le pavoncelle sulle bassure e sulle paludi, invase da un'acqua bruna non ancora riassorbita, e passarono alte in volo con primaverile stridio le gru e le oche. Muggì sui pascoli il bestiame spelacchiato, che solo in certi punti non aveva ancora mudato; presero a giocare gli agnelli dalle zampe storte intorno alle madri belanti che perdevano il pelo; i ragazzi lesti di gambe cominciarono a correre per i sentieri che si asciugavano mantenendo le impronte dei piedi nudi; crepitarono sullo stagno le gaie voci delle donne con le tele, e per i cortili risuonarono le asce dei contadini che aggiustavano gli aratri e gli erpici. Era venuta la vera primavera.
XIII
Lèvin mise gli stivali alti e, per la prima volta, non la pelliccia, ma la poddëvka di panno e si incamminò per il podere, scavalcando i ruscelli che ferivano gli occhi con il loro scintillio sotto il sole, posando il piede ora sul ghiaccio, ora sul fango attaccaticcio.
La primavera è la stagione dei progetti e dei propositi. E Lèvin, uscendo all'aperto, come un albero in primavera che ancora non sa dove e come cresceranno i giovani germogli e i rami racchiusi nelle gemme turgide, non sapeva bene egli stesso a quali imprese si sarebbe ora accinto nell'amata azienda; si sentiva però pieno dei migliori progetti e propositi. Innanzi tutto passò a dare uno sguardo al bestiame. Le vacche erano state fatte uscire nel recinto: calde di sole e splendenti nel liscio mantello di muda recente, muggivano chiedendo d'andare nei campi. Dopo aver ammirato delle vacche che conosceva sin nei minimi particolari, Lèvin ordinò di condurle nei campi e di far uscire nel recinto i vitelli. Il pastore corse allegramente a prepararsi per andare nei campi. Le vaccare, sollevando le gonne, guazzando nel fango con i piedi scalzi, ancor bianchi, non abbronzati, correvano con rami secchi in mano dietro i vitelli muggenti e ebbri per la gioia della primavera, sospingendoli nel cortile.
Dopo essersi compiaciuto della crescita di bestiame di quell'anno, che era stata insolitamente buona - i vitelli precoci erano come una vacca da lavoro, mentre la figlia di Pava, sui tre mesi, era della statura di quelle di un anno, - Lèvin ordinò di portar fuori la mangiatoia e di dare il fieno al di là delle grate. Ma si scoprì che nel recinto, tenuto d'inverno fuori uso, le grate fatte fin dall'autunno si erano rotte. Egli mandò a chiamare il falegname, che secondo le istruzioni avrebbe dovuto lavorare a una trebbiatrice. Ma si scoprì che il falegname stava riparando gli erpici, che avrebbero dovuto essere riparati sin da carnevale. Questo irritò molto Lèvin. Era seccante che si ripetesse quell'eterno disordine dell'azienda contro il quale da tanti anni egli lottava con tutte le sue forze. Le grate, come venne a sapere, inutili d'inverno, erano state trasportate nella stalla dei cavalli da tiro e qui rotte, giacché appunto erano state costruite leggere, per i vitelli. Da ciò risultò poi che gli erpici e tutti gli strumenti agricoli, che era stato ordinato di esaminare e di riparare durante l'inverno, e per i quali erano stati ingaggiati appositamente tre falegnami, non erano stati riparati, e gli erpici si trovavano ancora in riparazione adesso che bisognava andare a erpicare. Lèvin mandò a chiamare l'amministratore, ma subito dopo si recò lui stesso a cercarlo anche di persona. L'amministratore, che splendeva anche lui come tutto splendeva in quella giornata, veniva dall'aia con un pellicciotto di montone guarnito d'agnellino indosso e andava spezzando una pagliuzza fra le mani.
«Perché il falegname non è alla trebbiatrice?»
«Eh già, ve lo volevo riferire ieri: bisogna riparare gli erpici. È quasi tempo di arare.»
«E allora d'inverno che si è fatto?»
«Ma voi per che cosa volete il falegname?»
«Dove sono le grate del recinto dei vitelli?»
«Ho ordinato di metterle al loro posto. Che volete fare con questa gente!» disse l'amministratore con un vago gesto della mano.
«Non con questa gente, ma con quest'amministratore!» disse Lèvin, riscaldandosi. «Per che cosa vi tengo allora!» gridò. Ma, ricordando che così non rimediava nulla, si fermò a metà discorso e si limitò a sospirare. «Ebbene, si può seminare?» domandò dopo aver taciuto un momento.
«Domani o doman l'altro dietro Tùrkino si potrà.»
«E il trifoglio?»
«Ho mandato Vasìlij e Mìška a seminare. Solo che non so se passeranno: c'è fango.»
«Su quante desjatìny?»
«Sei circa.»
«Perché non su tutte?» gridò Lèvin.
Che seminassero il trifoglio soltanto su sei e non su venti desjatìny era una cosa ancor più seccante. La seminagione del trifoglio, secondo la teoria come secondo la sua personale esperienza, era buona solamente quando veniva fatta il più presto possibile, quasi ancora sulla neve. E mai Lèvin aveva potuto ottener questo.
«Non c'è gente. Che cosa mi ordinate di fare con questa gente? Tre non sono venuti. Ecco, anche Semën...»
«Be', avreste potuto toglierli dalla paglia.»
«Ho tolto appunto anche quelli.»
«Ma dov'è la gente allora?»
«Cinque fanno la composta (questo significava il terriccio composto, concimato). Quattro trasportano l'avena; purché non si metta a germogliare, Konstantìn Dmìtriè.»
Lèvin sapeva benissimo che quel «purché non si metta a germogliare» voleva dire che l'avena inglese da semenza l'avevano già rovinata, daccapo non avevano fatto ciò che egli aveva ordinato.
«Ma ve l'avevo detto ancor di quaresima, tromboni!...» gridò.
«Non inquietatevi, faremo tutto a tempo.»
Lèvin fece un gesto di rabbia con la mano, andò ai granai a dare un'occhiata all'avena e ritornò alla stalla. L'avena non si era ancora rovinata. Ma gli operai la rimuovevano con le pale, mentre si poteva farla scendere direttamente nel granaio inferiore e, date disposizioni in proposito e tolti di lì due operai per la semina del trifoglio, Lèvin si rabbonì della sua rabbia contro l'amministratore. E poi, la giornata era così bella che non ci si poteva arrabbiare.
«Ignàt!» gridò al cocchiere che, con le maniche rimboccate, lavava una carrozza vicino al pozzo. «Sellami...»
«Chi ordinate di sellare?»
«Be', magari Kòlpik.»
«Agli ordini.»
Mentre sellavano il cavallo, Lèvin chiamò nuovamente l'amministratore che gironzolava ben in vista, per far la pace con lui, e si mise a parlargli degli imminenti lavori primaverili e dei progetti per l'azienda.
Cominciare al più presto il trasporto del letame affinché tutto fosse finito avanti la prima falciatura. E con gli aratri arare senza interruzioni il campo lontano per mantenerlo come maggese nero. Portar via tutto il fieno non a mezzadria, ma con i braccianti.
L'amministratore ascoltava attentamente e, a quel che si vedeva, faceva sforzi per approvare i propositi del padrone; ma comunque aveva quell'aria sfiduciata e depressa che Lèvin così ben conosceva e che sempre lo irritava. Quest'aria diceva: tutto questo va bene, ma sarà come Dio vorrà.
Nulla amareggiava tanto Lèvin come questo tono. Ma era il tono comune a tutti gli amministratori, almeno quelli che aveva conosciuto. Tutti avevano il medesimo atteggiamento verso i suoi propositi; per questo ormai egli non si arrabbiava nemmeno più, ma si amareggiava e si sentiva ancor più eccitato alla lotta contro questa specie di forza primordiale, che non sapeva definire altrimenti che con quel «come Dio vorrà» e che costantemente gli si contrapponeva.
«Come ce la faremo, Konstantìn Dmìtriè?» disse l'amministratore.
«Perché non dovreste farcela?»
«Bisogna assolutamente ingaggiare ancora un'altra quindicina di lavoratori. Ma non ci vengono. Sono stati qui oggi, per l'estate chiedono settanta rubli.»
Lèvin tacque. Di nuovo gli si contrapponeva quella forza. Egli sapeva che per quanto si sforzasse, non potevano ingaggiare più di quaranta, trentasette, trentotto lavoratori al prezzo giusto,«quaranta se ne ingaggiavano, ma di più no. E nondimeno non poteva non lottare.
«Mandate a Sury, a Cefiròvka, se non verranno. Bisogna cercare.»
«Per mandare, mando,» disse melanconicamente Vasìlij Fëdorovic. «Ma ci sono anche i cavalli che son deboli.»
«Ne compreremo. Perché io lo so,» aggiunse, ridendo, «voi puntate sempre sul meno e sul peggio, ma quest'anno non vi lascerò fare a modo vostro. Farò tutto io.»
«Mi pare che anche così, voi dormite poco. Si lavora più allegramente, sotto l'occhio del padrone...»
«Sicché seminano il trifoglio oltre il Berëzovyj Dol? Andrò a vedere,» disse Lèvin, sedendosi sul piccolo sauro Kòlpik, che il cocchiere gli aveva condotto.
«Attraverso il torrente non passerete, Konstantìn Dmìtriè,» gridò il cocchiere.
«Be', per il bosco allora.»
E con l'ambio arzillo della buona cavallina rimasta tanto tempo ferma, che sbuffava sulle pozzanghere e tirava la briglia, Lèvin si avviò per il fango del cortile, oltre il portone, verso la campagna.
Se Lèvin si era rallegrato nei cortili delle vacche e delle granaglie, ancor più si rallegrò nella campagna. Traversando il bosco, dov'erano rimaste chiazze di neve che andavano svanendo, dondolandosi ritmicamente all'andatura del suo cavallino, Lèvin aspirava l'odore tiepido, che aveva ancora un alito di frescura, e si rallegrava di ogni suo albero con il muschio che riviveva sulla corteccia e con le gemme turgide. Quando sbucò di là del bosco, davanti a lui, su un immenso spazio, come un liscio tappeto di velluto, si distesero i prati, senza spiazzi vuoti e pozzanghere, solo macchiati qua e là negli avvallamenti dai resti della neve che si scioglieva. Non lo adirarono né la vista d'un cavallo contadino e di uno stallone tosato che calpestavano i suoi prati (ordinò a un contadino che aveva incontrato di mandarli via), né la risposta canzonatoria e stupida del contadino Ipàt, che aveva incontrato e al quale aveva domandato: «Allora, Ipàt, presto si semina?» «Bisogna prima arare, Konstantìn Dmìtriè,» rispose Ipàt. Quanto più andava innanzi, tanto più diventava gaio e i progetti per l'azienda gli apparivano uno migliore dell'altro: piantare giunchi lungo tutti i campi secondo le linee meridiane in modo che la neve non vi rimanesse a lungo; dividerli in sei campi da concime e tre d'avvicendamento con la coltivazione dell'erba, costruire una stalla all'estremo limite del campo e scavare uno stagno, e per la concimazione costruire dei recinti trasportabili per il bestiame. E allora trecento desjatìny di frumento, cento di patate e centocinquanta di trifoglio, senza stancare neppure una desjatìna.
Con tali sogni, facendo voltare con cautela il cavallo fra i solchi per non calpestare i suoi prati, si avvicinò ai lavoratori che seminavano il trifoglio. Il carro con le sementi era fermo non sulla proda, ma sul campo arato, e il frumento invernale era solcato dalle ruote e scavato dalle zampe del cavallo. Tutti e due i lavoratori sedevano sulla proda, probabilmente fumando la pipa in comune. La terra dentro il carro, con la quale erano mescolate le sementi, non era impastata, ma s'era scaldata o raggrumata per il gelo. Vedendo il padrone, l'operaio Vasìlij si avviò verso il carro e Mìška si diede a seminare. Non era bene questo, ma Lèvin raramente si adirava con i lavoratori. Quando Vasìlij si avvicinò, Lèvin gli ordinò di portare il carro alla proda.
«Fa nulla, padrone, si rimarginerà,» rispose Vasìlij.
«Per favore, non sentenziare,» disse Lèvin, «ma fa' ciò che ti dicono.»
«Sissignore,» rispose Vasìlij e pose mano alla testa del cavallo. «Ma le sementi, Konstantìn Dmìtriè,» disse con adulazione, «son di prima qualità. Solo che camminare è uno strazio! Tiri su quindici chili per ogni làpot.»
«E perché non avete setacciato la terra?» disse Lèvin.
«Ma noi la gramoliamo,» rispose Vasìlij, prendendo un pugno di sementi e triturando la terra fra i palmi delle mani.
Vasìlij non aveva colpa se gli avevano messo della terra non setacciata, ma comunque era una cosa spiacevole.
Avendo già più di una volta sperimentato con profitto un mezzo che conosceva per soffocare il proprio dispetto e per rendere buono tutto ciò che pareva cattivo, Lèvin adoperò anche adesso questo mezzo. Guardò come marciava a grandi passi Mìška, smuovendo enormi zolle di terra che gli si appiccicavano a ogni piede, smontò da cavallo, tolse a Vasìlij il sacco delle sementi e andò a seminare.
«Dove ti sei fermato?»
Vasìlij indicò un segno fatto con il piede e Lèvin si incammino, così come sapeva, a seminare il terriccio con le sementi. Camminare era difficile, come in una palude, e Lèvin, fatto un solco, cominciò a sudare, e, fermatosi, restituì il sacco con le sementi.
«Be', signore, bada di non prendertela con me quest'estate per questo solco,» disse Vasìlij.
«Perché?» disse allegramente Lèvin, già sentendo l'effetto del mezzo che aveva adoperato.
«Sì, ecco, lo vedrete quest'estate. Sarà differente. Guardate un po' qui, dove ho seminato la primavera scorsa. Come ho tenuto la distanza! Perché io, Konstantìn Dmìtriè, vi dico io che mi do da fare come per mio padre carnale. A me per primo non piace far male e non lo permetto nemmeno agli altri. Il padrone sta bene, si sta bene pure noi. Appena dai un'occhiata laggiù,» disse Vasìlij, indicando il campo, «il cuore si rallegra.»
«Che bella primavera, Vasìlij.»
«Ma sì, una primavera simile i vecchi non la ricordano. Ecco, ero a casa, e pure là da noi il vecchio ha seminato tre stai di frumento. Lui dice che mica lo si distinguerà dalla segale.»
«E voi, è un pezzo che avete cominciato a seminar frumento?»
«Ma siete stato voi a insegnarcelo l'anno passato; e me ne avete pure regalato due misure. Un quarto l'abbiamo venduto e tre stai li abbiamo seminati.»
«Su, guarda, sminuzza i grumi,» disse Lèvin avvicinandosi al cavallo, «e tieni d'occhio Mìška. E se verrà su bene, avrai cinquanta copeche per desjatìna.»
«Umilmente ringrazio. Noi, mi pare, già così siamo molto contenti di voi.»
Lèvin montò a cavallo e andò sul campo dov'era il trifoglio dell'anno prima, e poi su quello che era stato arato per il grano marzuolo.
Il trifoglio per stoppia veniva su magnificamente. Era già tutto ravvivato e verdeggiava vigorosamente dietro gli steli spezzati del frumento dell'anno prima. Il cavallo vi sprofondava sino al ginocchio, e ogni sua zampata schioccava strappandosi dalla terra mezzo sgelata. Per il terreno lavorato dall'aratro non si poteva assolutamente passare: reggeva soltanto dov'era rimasto del ghiaccio; mentre nei solchi che sgelavano la zampa sprofondava oltre il ginocchio. L'aratura era magnifica; entro due giorni si sarebbe potuto erpicare e seminare. Tutto era stupendo, tutto era allegro. Lèvin tornò indietro attraverso il torrente, sperando che l'acqua fosse scemata. Ed effettivamente passò a guado e spaventò due anitre. «Ci devono essere anche le beccacce,» pensò e proprio alla svolta vicino a casa incontrò il guardaboschi, il quale confermò la sua supposizione a proposito delle beccacce.
Lèvin si diresse verso casa al trotto per fare in tempo a pranzare e a preparare il fucile per la sera.
XIV
Avvicinandosi a casa nella più gaia disposizione d'animo, Lèvin udì uno scampanellio dalla parte dell'ingresso principale.
«Ma è qualcuno che viene dalla ferrovia,» pensò, «è proprio l'ora del treno da Mosca... Chi può essere? E se fosse mio fratello Nikolàj? Ha pur detto: forse parto per le acque o forse vengo da te.» In un primo momento provò paura e dispiacere al pensiero che la presenza del fratello Nikolàj gli avrebbe rovinato quella felice disposizione primaverile. Ma ebbe vergogna di questo sentimento, e subito fu come se gli aprissero spiritualmente le braccia, e con gioia intenerita aspettò e ormai desiderò con tutta l'anima che fosse il fratello. Incitò il cavallo e, sbucato dietro l'acacia, vide una tròjka di posta della stazione ferroviaria che si avvicinava e un signore in pelliccia. Non era il fratello. «Ah, se fosse qualche persona simpatica con cui conversare,» pensò.
«Ah!» gridò con gioia Lèvin, alzando entrambe le braccia. «Ecco un ospite gradito! Ah, come sono contento di vederti!» gridò, riconoscendo Stepàn Arkàdiè.
«Così probabilmente saprò se lei si è già sposata, oppure quando si sposerà,» pensò.
E in quella stupenda giornata primaverile sentì che il ricordo di lei non gli faceva più male.
«Che, non mi aspettavi?» disse Stepàn Arkàdiè, sbucando dalla slitta, con schizzi di fango alla radice del naso, su una guancia e sui sopraccigli, ma splendente di gioia e salute. «Sono venuto, uno per vederti,» disse, abbracciandolo e baciandolo, «due per fermarmi un po' e andare a caccia, e tre per vendere il bosco a Ergušòvo.»
«Magnificamente! Ma che primavera, eh? Come mai sei arrivato in slitta?»
«Con il carro è ancora peggio, Konstantìn Dmìtriè,» rispose il postiglione che lo conosceva.
«Ebbene, sono molto, molto contento di vederti,» disse Lèvin, sorridendo sinceramente con un sorriso infantilmente gioioso.
Accompagnò il proprio ospite nella camera per i forestieri, dove vennero portate le cose di Stepàn Arkàdiè: un sacco, un fucile nel fodero, una borsa per i sigari, e, lasciatolo a lavarsi e a cambiarsi, passò intanto all'amministrazione per dire dell'aratura e del trifoglio. Agàfija Michàjlovna, sempre molto preoccupata dell'onore della casa, lo accolse in anticamera con varie domande sul pranzo.
«Fate come volete, ma il più presto possibile,» disse egli e andò dall'amministratore.
Quando ritornò, Stepàn Arkàdiè, lavato, pettinato e raggiante nel suo sorriso, usciva dalla porta della sua stanza e andarono insieme di sopra.
«Bene, come sono contento d'esser giunto sin qui da te! Adesso capirò in che cosa consistono i misteri che tu compi qui. No, davvero, ti invidio. Che casa, com'è bello tutto! È luminoso, allegro!» diceva Stepàn Arkàdiè, dimenticando che non sempre era primavera e limpide giornate come ora. «E la tua njànja che delizia! Sarebbe più desiderabile una graziosa cameriera in grembiulino, ma con il tuo stile monacale e austero questo va molto bene.»
Stepàn Arkàdiè raccontò molte novità interessanti e in particolare la novità, per Lèvin interessante, che suo fratello Sergèj Ivànoviè si preparava per quell'estate a venir da lui in campagna.
Non una parola disse Stepàn Arkàdiè a proposito di Kitty e in genere degli Šèerbàckij; trasmise semplicemente i saluti della moglie. Lèvin gli fu grato per la sua delicatezza e fu molto contento dell'ospite. Come sempre, durante la sua solitudine gli si era accumulata un'infinità di pensieri e di sentimenti che non poteva trasmettere a quelli che lo circondavano; e adesso riversava su Stepàn Arkàdiè e il poetico giubilo della primavera e i progetti per l'azienda, e pensieri e osservazioni sui libri che aveva letto, e, in particolare, l'idea della propria opera, il cui fondamento, benché egli stesso non se ne accorgesse, era dato dalla critica di tutte le vecchie opere d'economia. Stepàn Arkàdiè, sempre simpatico, sempre pronto a capir tutto al primo accenno, in questa sua visita era particolarmente simpatico, e Lèvin notò in lui un nuovo tratto che lo lusingò: di stima e come di affetto nei propri confronti.
Gli sforzi di Agàfija Michàjlovna e del cuoco affinché il pranzo fosse particolarmente buono, ebbero come risultato solamente che tutti e due gli amici affamati, sedutisi davanti all'antipasto, si rimpinzarono di pane e burro, mezzi uccelletti e funghi salati, e ancor questo: che Lèvin ordinò di servire la minestra senza i pirozkì, con i quali il cuoco avrebbe voluto particolarmente stupire l'ospite. Ma Stepàn Arkàdiè, benché uso a ben altri pranzi, trovò tutto eccellente: e il succo d'erbe, e il pane, e il burro, e specialmente gli uccelletti, e i funghi, e la zuppa di ortiche, e il pollo in salsa bianca, e il vino bianco di Crimea: tutto era eccellente e stupendo.
«Ottimo, ottimo,» diceva, accendendo una grossa sigaretta dopo l'arrosto. «Son qui da te come se fossi sceso su una riva tranquilla da un piroscafo, dopo il fracasso e il rullio. Così tu dici che anche l'elemento "lavoratore" in sé dev'essere studiato e deve guidare nella scelta dei procedimenti dell'economia. In questo io sono un profano; ma mi sembra che la teoria e la sua applicazione avranno un'influenza anche sul lavoratore.»
«Sì, ma aspetta: io non parlo dell'economia politica, io parlo della scienza dell'economia agricola. Essa dev'essere come le scienze naturali e osservare i fenomeni dati e il lavoratore nei suoi aspetti economici, etnografici...»
In quel momento entrò Agàfija Michàjlovna con la marmellata.
«Eh, Agàfija Michàjlovna,» le disse Stepàn Arkàdiè, baciandosi le punte delle dita paffute, «che uccelletti avete, che sughino d'erbe!... Ebbene, non sarà ora, Kòstja?» aggiunse.
Lèvin diede un'occhiata nella finestra al sole che tramontava dietro le cime nude del bosco.
«È ora, è ora,» disse. «Kuzmà, fa' attaccare il calesse!» e corse da basso.
Stepàn Arkàdiè, sceso di sotto, tolse egli stesso con cura la fodera di tela dalla cassetta verniciata e, apertala, si mise a montare il suo fucile costoso, di nuovo tipo. Kuzmà, che già fiutava una buona mancia, non si allontanava da Stepàn Arkàdiè e gli mise le calze e gli stivali, cosa che Stepàn Arkàdiè gli lasciò fare assai volentieri.
«Kòstja, se viene il mercante Rjabìnin, perché gli avevo detto di venir oggi, ordina di riceverlo e di farlo aspettare...»
«Ma tu vendi il bosco a Rjabìnin?»
«Sì, lo conosci?»
«Come no, lo conosco. Con lui ho avuto un affare "positivamente e definitivamente".»
Stepàn Arkàdiè scoppiò a ridere. «Definitivamente e positivamente» erano le parole predilette del mercante.
«Sì, lui parla in modo straordinariamente buffo. E lei ha capito dove va il padrone!» aggiunse, dando dei colpetti con la mano a Làska che gironzolava intorno a Lèvin mugolando e leccandogli ora la mano, ora gli stivali e il fucile.
Il calesse era già accanto all'ingresso quando uscirono.
«Ho ordinato di attaccare anche se non è lontano; o vogliamo andare a piedi?»
«No, meglio in calesse,» disse Stepàn Arkàdiè avvicinandosi alla dolguša. Vi si accomodò, si avvolse le gambe in un plaid tigrato e si accese un sigaro. «Come fai a non fumare! Il sigaro non è nemmeno solo un piacere, ma il coronamento e il segno del piacere. Questa sì che è vita! Come si sta bene! Così vorrei vivere io!»
«E chi te lo impedisce?» disse Lèvin sorridendo.
«No, tu sei un uomo felice. Tutto quel che ami lo hai. Ami i cavalli e li hai; i cani, e li hai; la caccia, ce l'hai; l'azienda di campagna, hai pure quella.»
«Forse perché gioisco di ciò che ho, non rimpiango nemmeno ciò che non ho,» disse Lèvin, ricordandosi di Kitty.
Stepàn Arkàdiè capì, lo guardò, ma non disse nulla.
Lèvin era riconoscente a Oblònskij, perché, con il suo tatto di sempre, avendo notato che Lèvin temeva il discorso sugli Šèerbàckij, non diceva nulla di loro; ma ormai Lèvin aveva voglia di sapere ciò che tanto lo tormentava, anche se non osava cominciare il discorso.
«E allora, come vanno i tuoi affari?» disse, dopo aver riflettuto quanto fosse male da parte sua pensare solamente a se stesso.
Gli occhi di Stepàn Arkàdiè brillarono allegramente.
«Tu, già, non ammetti che possano piacere le ciambelle quando si ha la razione assegnata; secondo te, è un delitto; ma io non ammetto la vita senza amore,» disse, interpretando a modo suo la domanda di Lèvin. «Che vuoi farci, sono stato creato così. E, davvero, si fa tanto poco male ad altri con questo e tanto piacere invece a sé...»
«Perché, c'è forse qualcosa di nuovo?» domandò Lèvin.
«C'è, amico mio! Ecco, vedi, tu conosci il tipo di donne di Ossian... delle donne che vedi in sogno... Ma queste donne esistono anche da svegli... e queste donne sono terribili. La donna, vedi, è una materia che, per quanto la studi, sarà sempre qualcosa di completamente nuovo.»
«Sicché è meglio non studiarla.»
«No. Un matematico ha detto che il piacere non sta nella scoperta della verità, ma nel cercarla.»
Lèvin ascoltava in silenzio: malgrado tutti i suoi sforzi, non riusciva a trasportarsi nell'animo del suo amico, a comprendere i suoi sentimenti e il fascino dello studio di questo tipo di donne.
XV
Il luogo della caccia era non lontano, su un fiumicello in un boschetto di pioppi. Arrivati al bosco, Lèvin scese dalla vettura e condusse Oblònskij nell'angolo di una radura muschiosa e pantanosa, che si era già liberata della neve. Ritornò poi indietro all'altra estremità, verso una betulla gemina e, appoggiato il fucile alla biforcazione del ramo inferiore, secco, si tolse il caffettano, si mise una cintura e provò la libertà di movimento delle braccia.
La vecchia, canuta Làska, che lo seguiva passo passo, si sedette prudentemente di fronte a lui e tese, le orecchie. Il sole scendeva dietro un gran bosco; alla luce del tramonto, le betulle sparpagliate nel boschetto di tremuli, si disegnavano nettamente con i loro rami penzolanti dalle gemme gonfie, pronte a scoppiare.
Dal bosco fitto, dov'era rimasta ancora la neve, l'acqua scorreva appena percettibile in stretti tortuosi rigagnoli. Piccoli uccelli cinguettavano e di tanto in tanto volavano di albero in albero.
Negli intervalli di assoluto silenzio si udiva il fruscio delle foglie dell'anno prima, che si muovevano per lo sgelo del terreno e il crescere delle erbe.
«Che bello! Si sente e si vede come cresce l'erba!» si disse Lèvin, notando una foglia bagnata color ardesia, che si era mossa accanto a un ago d'erba giovane. Era in piedi, ascoltava e guardava giù, ora l'umida terra muschiosa, ora Làska che stava in ascolto, ora il mare delle nude cime del bosco che si stendeva davanti a lui, sotto il monte, ora il cielo che scolorava, velato da bianche strie di nubi. Uno sparviero, agitando lentamente le ali, passò volando alto sopra un bosco lontano; un altro ne passò con lo stesso volo e nella stessa direzione, e scomparve. Gli uccelli nel boschetto cinguettavano sempre più forte e più indaffarati. Non lontano gridò un gufo, e Làska, trasalendo, fece prudentemente alcuni passi e, piegata la testa da un lato, si mise in ascolto. Di là dal fiumicello si udì il cuculo. Per due volte echeggiò con il solito verso e poi si arrochì, sembrò confondersi e barbugliò.
«Che bello! già il cuculo!» disse Stepàn Arkàdiè, uscendo da dietro un cespuglio.
«Sì, lo sento,» rispose Lèvin, rompendo con rammarico il silenzio del bosco con la sua voce a lui stesso sgradita. «Fra poco ci siamo, ormai.»
La figura di Stepàn Arkàdiè si ritirò di nuovo dietro il cespuglio e Lèvin vide soltanto il vivido focherello di un fiammifero, subito dopo sostituito dal carbone rosso della sigaretta e da un piccolo fumo turchino.
«Cik! cik!» scattarono i cani del fucile alzati da Stepàn Arkàdiè.
«E questo grido di chi è?» domandò Oblònskij, richiamando l'attenzione di Lèvin su un ululio protratto, come se un puledro nitrisse per giuoco con voce sottile.
«Ah, non lo sai? È la lepre maschio. Ma basta parlare! Senti, volano!» quasi gridò Lèvin, alzando i cani.
Si udiva un sibilo lontano, sottile, ed esattamente nel solito intervallo di due secondi, così noto ai cacciatori: un secondo, un terzo sibilo e, dopo il terzo, era già percettibile uno squittio.
Lèvin guardò a destra, a sinistra; ed ecco che davanti a lui, nel cielo d'un turchino torbido, sopra i teneri germogli delle cime dei tremuli che si fondevano insieme, apparve un uccello in volo. Esso volava dritto verso di lui: le note ormai vicine dello squittio, simile al lacerare continuo di un tessuto ben teso, echeggiarono proprio sopra il suo orecchio; già si vedeva il lungo becco e il collo dell'uccello, e, nel momento in cui Lèvin prese la mira, dietro il cespuglio dove stava Oblònskij, sfavillò un lampo rossastro; l'uccello si abbassò come una freccia e salì di nuovo in alto. Di nuovo sfavillò un lampo e si udì un colpo; e, sbattendo le ali, come sforzandosi di mantenersi in aria, l'uccello si fermò, rimase per un attimo fermo e si abbatté pesantemente sul terreno pantanoso.
«L'ho mancato, possibile?» gridò Stepàn Arkàdiè, che non poteva vedere per via del fumo.
«Eccolo!» disse Lèvin, indicando Làska che portava l'uccello ucciso al padrone, tenendo un'orecchia sollevata e agitando in alto la punta della coda lanosa, a passo lento, come desiderando prolungare il piacere e come sorridendo. «Be', sono contento che ti sia riuscito,» disse poi, già provando nel medesimo tempo un sentimento di invidia per non esser riuscito lui a uccidere quella beccaccia.
«Una brutta cilecca dalla canna destra,» rispose Stepàn Arkàdiè, caricando il fucile. «Sst... passano.»
Si udivano infatti fischi penetranti, che rapidamente si susseguivano. Due beccacce, giocando e inseguendosi e fischiando senza squittire, arrivarono in volo proprio sopra le teste dei cacciatori. Echeggiarono quattro spari e, come rondini, le beccacce compirono una rapida voluta e scomparvero alla vista.
La caccia fu magnifica. Stepàn Arkàdiè uccise altri due capi, e due Lèvin, ma uno non si ritrovò. Cominciava a far scuro. La chiara argentea Venere già splendeva bassa ad occidente, dietro le betulle, con il suo tenero fulgore; e, alto ad oriente, già cangiava con i suoi rossi fuochi il tetro Arturo. Sopra la sua testa Lèvin scopriva e smarriva le stelle dell'Orsa. Le beccacce avevano ormai smesso di volare; ma Lèvin decise di aspettare ancora, finché Venere, che lui vedeva sotto un ramo di betulla, fosse passata al di sopra di esso e finché fossero state chiare dappertutto le stelle dell'Orsa. Venere era già passata al di sopra del ramo, il carro dell'Orsa con il suo timone si scorgeva già intero sul cielo d'un azzurro cupo, ma egli continuava ad aspettare.
«Non è ora?» domandò Stepàn Arkàdiè.
Nel bosco c'era già silenzio e non si muoveva nemmeno un uccellino.
«Restiamo ancora,» rispose Lèvin.
«Come vuoi.»
Adesso erano a una quindicina di passi l'uno dall'altro.
«Stìva!» disse a un tratto inaspettatamente Lèvin, «perché non mi dici se tua cognata si è già sposata o quando si sposa?»
Lèvin si sentiva tanto fermo e calmo, che nessuna risposta, pensava, avrebbe potuto agitarlo. Ma non si sarebbe mai aspettato quel che gli rispose Stepàn Arkàdiè.
«Non ci ha pensato e non ci pensa affatto di sposarsi, è molto malata e i dottori L'hanno mandata all'estero. Si teme persino per la sua vita.»
«Ma che dici!» gridò Lèvin. «Molto malata? Che cosa le è successo?. Com'è...»
Mentre essi dicevano questo, drizzando le orecchie, Làska si volse a guardare su in alto il cielo, e poi loro con aria di rimprovero.
«Bel momento han trovato per chiacchierare,» pensava. «E quella vola... Eccola, proprio così. Se la lasceranno scappare...» pensava Làska.
Ma, in quello stesso istante, entrambi a un tratto udirono il fischio penetrante che parve frustarli sull'orecchio, ed entrambi a un tratto afferrarono i fucili, e due colpi echeggiarono nello stesso istante. La beccaccia che volava in alto chiuse nello stesso attimo le ali e cadde nella macchia piegando i germogli sottili.
«Ottimamente! Insieme!» gridò Lèvin e corse con Làska nella macchia a cercare la beccaccia. «Ah sì, che cosa c'era che mi è spiaciuto?» si ricordò. «Sì, Kitty è malata... E che fare, è un gran peccato,» pensò.
«Ah, l'hai trovata! Brava Làska,» disse, togliendole dalla bocca l'uccello caldo e mettendolo nel carniere quasi colmo. «L'ho trovata, Stìva!» gridò.
XVI
Ritornando a casa, Lèvin domandò tutti i particolari della malattia di Kitty e dei progetti degli Šèerbàckij e, benché si vergognasse a confessarlo, ciò che riseppe gli fece piacere. Piacere anche perché c'era ancora una speranza, e ancor più piacere perché aveva male lei, quella che gli aveva fatto tanto male. Ma, quando Stepàn Arkàdiè cominciò a parlare delle cause della malattia di Kitty, e fece il nome di Vrònskij, Lèvin lo interruppe:
«Io non ho alcun diritto di sapere i particolari di famiglia; e a dire il vero, nemmeno alcun interesse.»
Stepàn Arkàdiè sorrise in modo appena percettibile, cogliendo il cambiamento subitaneo e a lui così ben noto sul viso di Lèvin, che si era fatto tanto tetro quanto era allegro un minuto prima.
«Hai già del tutto concluso con Rjabìnin a proposito del bosco?» domandò Lèvin.
«Sì, ho concluso. Un prezzo magnifico, trentottomila. Otto di anticipo e gli altri in sei anni. Mi son dovuto dar da fare per molto tempo. Nessuno dava di più.»
«Questo significa che hai dato via il bosco gratis,» disse cupamente Lèvin.
«Cioè, perché gratis?» disse Stepàn Arkàdiè con un sorriso benevolo, sapendo che ormai per Lèvin tutto sarebbe stato mal fatto.
«Perché il bosco vale almeno cinquecento rubli la desjatìna,» rispose Lèvin.
«Ah, eccoli questi proprietari di terre!» disse scherzosamente Stepàn Arkàdiè. «Questo vostro tono di disprezzo per noi di città!... Ma, quando c'è da concludere un affare, noi lo facciamo sempre meglio. Credimi, ho calcolato tutto,» disse, «e il bosco è stato venduto in maniera assai vantaggiosa, tanto che ho paura che quello persino rifiuti. Questo non è mica legname da costruzione,» disse Stepàn Arkàdiè, desiderando con la parola da costruzione persuadere completamente Lèvin quanto fossero ingiusti i suoi dubbi, «ma più che altro da ardere. E non dà più di trenta sàzeni per desjatìna, mentre lui mi ha pagato sui duecento rubli.»
Lèvin sorrise con disprezzo. «La conosco,» pensò, «questa maniera, non di lui solo, ma di tutti gli abitanti di città, che, dopo esser stati in campagna un paio di volte in dieci anni e aver notato due o tre parole campagnole, le adoperano a proposito e a sproposito, fermamente convinti di saper ormai tutto. Da costruzione... non dà più di trenta sàzeni. Spiffera parole, ma non ne capisce niente.»
«Io non mi metto a insegnarti che cosa devi scrivere là nel tuo ufficio,» disse, «ma, se ne ho bisogno, chiedo a te. E tu invece sei così sicuro di capire tutto questo scibile dei boschi. Non è facile. Hai contato gli alberi?»
«Come contare gli alberi?» disse ridendo Stepàn Arkàdiè, sempre desiderando togliere l'amico dalla sua cattiva disposizione d'animo. «Contar le sabbie, i raggi dei pianeti benché potrebbe un alto ingegno...»
«Eh, sì, ma l'alto ingegno di Rjabìnin può. E non c'è un mercante che comperi senza contare, purché non glielo diano gratis come fai tu. Conosco il tuo bosco. Ogni anno ci vado a caccia, e il tuo bosco vale cinquecento rubli in denaro sonante, mentre lui te ne ha dati duecento a rate. Significa che tu gli hai regalato trentamila rubli.»
«Be', basta divagare,» disse in modo lamentoso Stepàn Arkàdiè, «perché, allora, nessuno me li dava?»
«Perché lui è in connivenza con i mercanti; ha pagato perché stiano zitti. Io ho avuto a che fare con tutti loro, li conosco. Capisci che non sono commercianti, ma profittatori. Nemmeno l'affrontano un affare dove gli venga il dieci, il quindici per cento, ma aspettano di comprare un rublo per venti copeche.»
«Su, basta! Sei di cattivo umore.»
«Per nulla,» disse cupamente Lèvin mentre arrivavano a casa.
Davanti all'ingresso c'era già una carretta rifinita senza economia di ferro e cuoio, con un cavallo ben pasciuto attaccato con solidi finimenti a corregge larghe. Nella carretta era seduto un commesso, che faceva da cocchiere a Rjabìnin, fortemente stretto da una cintura e fortemente iniettato di sangue. Rjabìnin era già in casa e venne incontro agli amici in anticamera. Era un uomo alto e magro di mezza età, con i baffi, un mento rasato e sporgente, e torbidi occhi in fuori. Era vestito con una finanziera turchina a larghe falde con i bottoni più in basso del deretano e con alti stivali, raggrinziti sulle caviglie e lisci sui polpacci, ma sopra aveva calzato delle grandi calosce. Si asciugò tutt'in tondo il viso con il fazzoletto e, allacciatasi la finanziera, che anche senza di questo si reggeva assai bene, salutò con un sorriso quelli che entravano, protendendo la mano verso Stepàn Arkàdiè come se volesse acchiappare qualcosa.
«Ah, ecco che siete arrivato anche voi,» disse Stepàn Arkàdiè, dandogli la mano. «Benissimo.»
«Non ho osato disubbidire agli ordini di vostra eccellenza, benché troppo cattiva sia la strada. Positivamente ho fatto tutta la strada a piedi, ma mi son presentato in termine. Konstantìn Dmìtriè, i miei rispetti,» si rivolse egli a Lèvin, sforzandosi di acchiappare anche la sua mano. Ma Lèvin, aggrottandosi, faceva finta di non notare la mano e tirava fuori le beccacce. «I signori si son sollazzati con la caccia? E questo che uccello sarebbe?» aggiunse Rjabìnin, guardando con disprezzo le beccacce, «un sapore l'avrà, si capisce.» E scosse la testa con disapprovazione, come dubitando forte che il giuoco valesse la posta.
«Vuoi andare nello studio?» disse Lèvin in francese a Stepàn Arkàdiè, aggrottandosi in modo tetro. «Passate nello studio, parlerete là.»
«Si può benissimo, dove preferite, signore,» disse Rjabìnin con dignità piena di sprezzo, come desiderando far sentire che per gli altri potevano esserci difficoltà sul come e con chi trattare, ma per lui difficoltà non potevano esservi mai e in nessuna cosa.
Entrando nello studio, Rjabìnin per abitudine si guardò in giro come per cercare l'immagine, ma, non trovandola, non si fece il segno della croce. Esaminò gli armadi e gli scaffali con i libri e, con lo stesso atteggiamento di dubbio che aveva avuto verso le beccacce, sorrise di disprezzo e scosse il capo in segno di disapprovazione, in nessun modo ormai potendo ammettere che il giuoco valesse la posta.
«Ebbene, avete portato i soldi?» domandò Oblònskij. «Sedetevi.»
«Per i soldi noi non ci facciamo aspettare. Son venuto per vederci, per parlare,»
«E di che cosa parlare? Ma sedetevi.»
«Questo si può,» disse Rjabìnin, sedendosi e appoggiandosi nel modo più scomodo alla spalliera della poltrona. «Bisogna ribassare, principe. Sarebbe un peccato. I denari sono pronti definitivamente, sino all'ultima copeca. Per i denari non sono solito fermare le cose.»
Lèvin, che nel frattempo aveva messo il fucile in un armadio, stava già uscendo dalla porta, ma, sentendo le parole del mercante, si fermò.
«Già così avete preso il bosco per niente,» disse. «Lui è venuto da me troppo tardi, altrimenti avrei stabilito io il prezzo.»
Rjabìnin si alzò e in silenzio, con un sorriso, squadrò Lèvín di sotto in su.
«Siete avaro assai, Konstantìn Dmìtriè,» disse con un sorriso, rivolgendosi a Stepàn Arkàdiè, «definitivamente non si può comprar nulla. Ero in trattative per il frumento, dei bei soldi davo.»
«Perché darvi il mio per niente? Non l'ho mica trovato per terra, né rubato.»
«Ve ne prego, al giorno d'oggi rubare è positivamente impossibile. Tutto, al giorno d'oggi; è definitivamente di procedura pubblica, tutto oggigiorno è nobile; altro che rubare. Noi si parlava secondo onore. Per il bosco mettono caro, non si tirano le somme. Prego di cedere almeno una piccolezza.»
«Ma per voi l'affare è chiuso o no? Se è chiuso, non c'è niente da mercanteggiare, ma, se non è chiuso,» disse Lèvin, «il bosco lo compero io.»
Il sorriso a un tratto scomparve dalla faccia di Rjabìnin. Su di essa si stabilì un'espressione da sparviero, rapace e crudele. Con le rapide dita ossute sbottonò la finanziera, mettendo in luce la camicia tenuta fuori dei pantaloni, i bottoni di rame del panciotto e la catena dell'orologio, e tirò rapidamente fuori un vecchio grosso portafogli.
«Vi prego, il bosco è mio,» proferì, rapidamente segnandosi e protendendo la mano. «Prendi i soldi, il bosco è mio. Ecco come commercia Rjabìnin, mica conta gli spiccioli,» disse, aggrottandosi e agitando il portafogli.
«Al tuo posto non avrei fretta,» disse Lèvin.
«Ti prego,» disse Oblònskij con stupore, «io ho dato la mia parola.»
Lèvin uscì dalla stanza sbattendo la porta. Rjabìnin, guardando la porta, scosse la testa con un sorriso.
«Tutta giovinezza, definitivamente solo fanciullaggine. Perché io compero, credete sul mio onore, solo così, sarebbe a dire per il solo vanto, che, ecco, è stato Rjabìnin e non qualcun altro a comprare il bosco di Oblònskij. Nonché, come Dio vorrà, per trovarci un tornaconto. Credete a Dio. Vi prego. Scriviamo il contrattino.»
Un'ora dopo, abbottonatasi accuratamente la veste e agganciati gli uncini della finanziera, il mercante montò con il contratto in tasca sulla sua carretta abbondantemente ferrata e se ne andò a casa.
«Oh, questi signori!» disse al commesso, «tutti d'una stoffa.»
«Così è,» rispose il commesso, passandogli le redini e abbottonando il grembiule di cuoio. «E il vostro affaruccio, Michàil Ignàtiè?»
«Be', be'...»
XVII
Con la tasca gonfia dei titoli di Stato che gli aveva dato il mercante, Stepàn Arkàdiè salì di sopra. L'affare del bosco era concluso, i soldi erano in tasca, la caccia era stata magnifica, e Stepàn Arkàdiè si trovava nella più gaia disposizione d'animo e perciò aveva una gran voglia di disperdere il cattivo umore che aveva assalito Lèvin. Aveva voglia di terminare la giornata, a cena, così piacevolmente com'era cominciata.
Lèvin era davvero di cattivo umore e, nonostante tutto il suo desiderio di essere affettuoso e gentile con il suo caro ospite, non riusciva a vincersi. Lo stordimento della notizia che Kitty non si era sposata cominciava a prenderlo a poco a poco.
Kitty non era sposata ed era malata, malata d'amore per un uomo che l'aveva disdegnata. Quest'offesa pareva ricadere su di lui. Vrònskij aveva disdegnato lei e lei aveva disdegnato lui, Lèvin. Di conseguenza, Vrònskij aveva il diritto di disprezzare Lèvin e perciò era suo nemico. Ma tutto questo Lèvin non lo pensava. Confusamente egli sentiva che in questo c'era qualcosa d'offensivo per lui, e adesso non si arrabbiava per ciò che l'aveva sconvolto, ma si attaccava a tutto quel che gli presentava. Lo irritava la stupida vendita del bosco, l'inganno in cui Oblònskij era caduto e che si era compiuto in casa sua.
«Allora, hai finito?» disse, incontrando di sopra Stepàn Arkàdiè. «Vuoi cenare?»
«Sì, non mi rifiuterò. Che appetito ho in campagna, un prodigio! Come mai non hai offerto da mangiare a Rjabìnin?»
«Ah, che vada al diavolo!»
«Come lo tratti però!» disse Oblònskij. «Non gli hai dato nemmeno la mano. Perché non dargli la mano, poi?»
«Perché io non do la mano a un lacchè e un lacchè è cento volte meglio.»
«Che retrogrado sei, però! E la fusione delle classi?» disse Oblònskij.
«A chi fa piacere fondersi buon pro gli faccia, ma a me ripugna.»
«Vedo che sei decisamente retrogrado.»
«Davvero non ho mai pensato chi io sia. Sono Konstantìn Lèvin e nient'altro.»
«E un Konstantin Lèvin assai di cattivo umore,» disse Stepàn Arkàdiè sorridendo.
«Sì, sono di cattivo umore, e sai perché? Per via, scusami, della tua stupida vendita...»
Stepàn Arkàdiè corrugò benevolmente i sopraccigli, come un uomo che venga offeso e turbato senza motivo.
«Su, basta!» disse. «Quando mai s'è visto che qualcuno abbia venduto qualcosa e subito dopo la vendita non gli abbiano detto: "Questo vale molto di più"? Ma finché si vende, nessuno offre... No, vedo che ce l'hai proprio con quel disgraziato Rjabìnin.»
«Può darsi. E sai per che cosa? Adesso dirai di nuovo che sono un retrogrado o qualche altra strana parola; e comunque mi secca e mi offende vedere quest'impoverimento, che si compie da tutte le parti, della nobiltà, alla quale appartengo e alla quale sono molto contento di appartenere nonostante la fusione delle classi. E quest'impoverimento non è una conseguenza del lusso: questo sarebbe nulla; vivere signorilmente è appunto cosa da nobili, soltanto i nobili sanno farlo. Adesso i contadini intorno a noi fanno incetta di terre, questo non mi offende. Il signore non fa niente, il contadino lavora e soppianta l'uomo ozioso.
Così dev'essere. E io sono molto contento del contadino. Ma mi offende guardare quest'impoverimento dovuto a una certa qual, non so come dire, ingenuità. Un affittuario polacco ha comperato qui a metà prezzo una magnifica tenuta da una signora che vive a Nizza. Qui per un rublo danno in affitto a un mercante una desjatìna di terreno che vale dieci rubli. Qui tu hai regalato senza alcuna ragione trentamila rubli a quel furfante.»
«E allora? contare ogni albero?»
«Assolutamente, contarli. Ma tu non li hai contati e Rjabìnin invece li ha contati. I figli di Rjabìnin avranno i mezzi per vivere e istruirsi e i tuoi magari non li avranno!»
«Be', scusami, ma c'è qualcosa di meschino in questo contare. Noi abbiamo le nostre occupazioni, essi le loro e hanno bisogno di profitti. Be', del resto, l'affare è fatto ed è finita. Ma ecco le uova in tegame, la frittura d'uova che più mi piace. E Agàfija Michàjlovna ci darà quel meraviglioso sughino d'erbe...»
Stepàn Arkàdiè si sedette a tavola e cominciò a scherzare con Agàfija Michàjlovna, assicurandola di non aver mangiato da tempo un pranzo e una cena simili.
«Ecco, almeno voi mi lodate,» disse Agàfija Michàjlovna, «ma Konstantìn Dmìtriè, qualunque cosa gli si dia, anche una crosta di pane, mangia e se ne va.»
Per quanto Lèvin si sforzasse di vincersi, era cupo e taciturno. Aveva bisogno di fare una domanda a Stepàn Arkàdiè, ma non poteva decidersi e non trovava né il modo, né il momento di farla. Stepàn Arkàdiè era sceso da basso in camera sua, si era svestito, di nuovo lavato, avvolto in una camicia da notte pieghettata, e coricato, ma Lèvin continuava a indugiare da lui in camera, parlando di varie sciocchezze e non avendo la forza di domandare ciò che voleva.
«Come fanno magnificamente il sapone,» disse, esaminando e scartocciando un pezzo di sapone profumato che Agàfija Michàjlovna aveva preparato per l'ospite ma che Oblònskij non aveva usato. «Guarda, è un'opera d'arte.»
«Sì, adesso in tutto c'è ogni sorta di perfezionamento,» disse Stepàn Arkàdiè sbadigliando in modo molle e beato. «I teatri, per esempio, e quei luoghi di divertimen... ah-ah-ah!» sbadigliò. «La luce elettrica dappertutto... ah-ah!»
«Sì, la luce elettrica,» disse Lèvin. «Sì. Be', ma dov'è Vrònskij adesso?» domandò, posando a un tratto il sapone.
«Vrònskij?» disse Stepàn Arkàdiè, fermando uno sbadiglio, «è a Pietroburgo. È partito poco dopo di te e poi non è più stato una volta a Mosca. E sai, Kòstja, ti dirò la verità,» continuò, appoggiandosi con il gomito al tavolo e poggiando su una mano il suo bel viso arrossato sul quale brillavano come stelle gli occhi buoni, languidi e assonnati. «La colpa è stata tua. Ti sei spaventato del rivale. E io, come ti avevo detto anche allora, io non so dalla parte di chi c'erano più probabilità. Perché non sei andato dritto avanti? Allora ti avevo detto che...» Egli sbadigliò con le sole mascelle, senza aprir la bocca.
«Lo sa o non lo sa che ho fatto domanda di matrimonio?» pensò Lèvin guardandolo. «Sì, c'è qualcosa di furbo, di diplomatico sulla sua faccia», e, sentendo che stava arrossendo, guardò in silenzio Stepàn Arkàdiè negli occhi.
«Se da parte di lei allora c'era qualcosa, era un'attrazione per l'esteriorità,» continuò Oblònskij, «sai, quel perfetto aristocraticismo e la futura posizione in società hanno influito più che su di lei, sulla madre.»
Lèvin si aggrottò. L'offesa del rifiuto, attraverso cui era passato, gli bruciò il cuore come una ferita fresca, appena ricevuta. Ma era a casa e a casa i muri aiutano.
«Aspetta, aspetta,» cominciò a dire, interrompendo Oblònskij, «tu dici: aristocraticismo. Ma permetti di domandarti in che cosa consiste questo aristocraticismo di Vrònskij o di chiunque altro, un aristocraticismo tale per cui si possa disdegnare me? Tu consideri Vrònskij un aristocratico, ma io no. Un uomo il cui padre è venuto fuori dal nulla con l'intrigo, la cui madre Dio sa con chi non ha avuto relazioni... No, scusami, ma io considero aristocratico me stesso e la gente simile a me, che nel passato possono indicare tre o quattro oneste generazioni di famiglie che si trovavano al massimo livello di istruzione (il talento e l'ingegno sono un'altra cosa) e che mai hanno strisciato di fronte a chicchessia, mai hanno avuto bisogno di nessuno; come sono vissuti mio padre, mio nonno. E io ne conosco molti così. A te sembra basso che io conti gli alberi di un bosco, e regali trentamila rubli a Rjabìnin; ma tu riceverai una indennità e non so che altro, mentre io non la riceverò e perciò mi tengo caro quello che mi viene dalla famiglia e quello che ho dal lavoro... Noi siamo aristocratici, e non coloro che possono esistere solamente grazie a donazioni dei potenti di questo mondo e che si possono comperare per una moneta da venti copeche.»
«Ma con chi te la prendi? Io sono d'accordo con te,» disse Stepàn Arkàdiè sinceramente e allegramente, benché sentisse che Lèvin aveva compreso anche lui fra coloro che si potevano comprare per una moneta da venti copeche. L'animazione di Lèvin sinceramente gli piaceva. «Con chi te la prendi? Benché molto di ciò che dici di Vrònskij non sia vero, non è di questo che parlo. Io ti dico apertamente che, al tuo posto, io andrei a Mosca e...»
«No, io non so se lo sai o no, ma per me fa lo stesso. E te lo dico: io ho fatto la mia domanda e ho ricevuto un rifiuto, e adesso per me Katerìna Aleksàndrovna è un ricordo penoso e umiliante.»
«Perché? Guarda che assurdità!»
«Ma non parliamone. Scusami, ti prego, se sono stato villano con te,» disse Lèvin. Adesso, dopo aver detto tutto quel che aveva dentro, era diventato nuovamente quello che era al mattino. «Non sei arrabbiato con me, Stìva? Ti prego, non essere arrabbiato,» disse e, sorridendo, lo prese per una mano.
«Ma no, affatto e non c'è motivo. Sono contento che ci siamo spiegati. E sai, la caccia del mattino di solito è buona. Non ci si potrebbe andare? Così non dormirei neppure e dal luogo della caccia andrei direttamente alla stazione.»
«Magnificamente.»
XVIII
Benché tutta la vita interiore di Vrònskij fosse piena della sua passione, la vita esteriore correva lungo i binari obbligati e immutevoli dei legami e degli interessi di società e del reggimento.
Gli interessi del reggimento occupavano un posto importante nella vita di Vrònskij, sia perché egli amava il reggimento, sia, e ancor di più, perché nel reggimento amavano lui. Nel reggimento non solo amavano Vrònskij, ma lo stimavano ed erano fieri di lui, erano fieri del fatto che quest'uomo, enormemente ricco, con un'istruzione e doti splendide, con la strada aperta a ogni genere di successi, ambizioni e vanità, disdegnasse tutto questo e, fra tutti gli interessi della vita, si prendesse più a cuore di ogni altra cosa il reggimento e i camerati. Vrònskij era consapevole di quest'opinione dei compagni al suo riguardo e, oltre al fatto che amava quella vita, si sentiva anche impegnato a tener fede all'opinione che ci si era fatta su di lui.
Va da sé che non parlava con nessuno dei suoi compagni del proprio amore; non si lasciava scappar nulla nemmeno durante le più forti bevute (del resto, non era mai così ubriaco da perdere il dominio di sé) e tappava la bocca a quei suoi compagni sconsiderati che tentavano di far allusioni alla sua relazione. Ma, benché il suo amore fosse noto a tutta la città - tutti intuivano in modo più o meno giusto le sue relazioni con la Karènina -, la maggior parte dei giovani gli invidiava proprio ciò che era più penoso nel suo amore: l'alta posizione di Karènin, e quindi la risonanza che quel legame aveva nella società.
La maggior parte delle giovani donne che invidiavano Anna, che già da tempo erano annoiate di sentirla definire una donna per bene, ora si rallegravano di ciò che supponevano, e attendevano solamente la conferma del voltafaccia dell'opinione pubblica per scagliarsi su di lei con tutto il peso del loro disprezzo. Esse già preparavano le manciate di fango che le avrebbero gettato addosso quando fosse venuto il momento. La maggior parte delle persone anziane e le persone altolocate erano scontente di quel pubblico scandalo che andava preparandosi.
La madre di Vrònskij, saputo della sua relazione, dapprima ne fu contenta: sia perché nulla, a suo parere, dava il tocco della perfezione a un giovane brillante quanto una relazione nell'alta società, sia perché quella Karènina che tanto le era piaciuta, che tanto aveva parlato del suo figliolo, era, a conti fatti, simile a tutte le donne belle e per bene secondo i concetti della contessa Vrònskaia, Ma, negli ultimi tempi, essa aveva saputo che il figlio aveva rifiutato un posto che gli era stato offerto, e che era importante per la sua carriera, solamente allo scopo di restare nel reggimento, e potersi vedere con la Karènina; aveva saputo che per questo erano scontente di lui certe persone altolocate, e così aveva cambiato opinione. Non le piaceva inoltre il fatto che, a giudicare da tutto ciò che era a sua conoscenza di quella relazione, non si trattava di quella brillante, graziosa relazione mondana che lei avrebbe approvato, ma di una specie di passione alla Werther, disperata, secondo quel che le raccontavano, che poteva trascinare il figlio a fare delle sciocchezze. Lei non lo aveva più visto dal tempo della sua partenza improvvisa da Mosca; tramite il figlio maggiore, chiese che egli venisse da lei.
Anche il fratello maggiore era scontento del minore. Lui non analizzava di che amore si trattasse, piccolo o grande, appassionato o non appassionato, vizioso o non vizioso (egli stesso, pur avendo figli, manteneva una ballerina, ed era quindi indulgente in queste cose), ma sapeva che si trattava di un amore che non piaceva a coloro ai quali occorre piacere, e perciò non approvava la condotta del fratello.
Oltre alle occupazioni mondane e di servizio, Vrònskij aveva un'altra occupazione: i cavalli, dei quali era un appassionato.
Proprio in quell'anno erano state indette le corse a ostacoli per ufficiali. Vrònskij si era iscritto alle corse, aveva acquistato una cavalla inglese purosangue e, nonostante il suo amore, era appassionatamente ma dignitosamente preso dalle imminenti corse.
Queste due passioni non si contrastavano. Al contrario, egli aveva bisogno di un'occupazione e di un interesse indipendenti dal suo amore, in cui rinfrescarsi e riposare dalle impressioni che lo scuotevano troppo.
XIX
Il giorno delle corse, a Kràsnoe Selò, Vrònskij andò prima del solito a mangiare una bistecca nella sala comune della mensa del reggimento. Non aveva bisogno di osservare una dieta molto rigorosa, giacché il suo peso già era sui settantadue chili stabiliti; ma bisognava non ingrassare e perciò evitava i farinacei e i dolciumi. Sedeva con il soprabito sbottonato sul panciotto bianco, appoggiandosi con entrambi i gomiti sulla tavola e, aspettando la bistecca che aveva ordinato, guardava il volume di un romanzo francese che stava sul piatto. Guardava il libro soltanto per non conversare con gli ufficiali che entravano e uscivano, e pensava.
Pensava che Anna gli aveva promesso di dargli appuntamento quel giorno dopo le corse. Ma non la vedeva da tre giorni e, a causa del ritorno del marito dall'estero, non sapeva se quel giorno sarebbe stato possibile o no, e non sapeva nemmeno come venirlo a sapere. L'ultima volta si era visto con lei nella villa della cugina Betsy. Alla villa dei Karènin ci andava invece il più raramente possibile. Ora voleva andarci e meditava sul problema di come farlo.
«Si capisce, dirò che Betsy mi ha mandato a domandare se lei verrà alle corse. Si capisce, andrò,» decise fra sé, sollevando la testa dal libro. E, vivamente immaginandosi la felicità di vederla, si illuminò in viso.
Nella vicina sala dei biliardi si udivano colpi di biglie, vocio e risa. Sulla porta d'ingresso apparvero due ufficiali: uno piuttosto giovane, con un viso delicato, fine, che da poco era entrato nel loro reggimento proveniente dal corpo dei Paggi; l'altro, grassoccio, un vecchio ufficiale con un braccialetto al polso e piccoli occhi nascosti nel grasso.
Vrònskij gettò un'occhiata verso di loro, aggrottò i sopraccigli e, come se non li avesse notati, sbirciando il libro di traverso si mise a leggere e a mangiare insieme.
«Allora? ti metti in forza per il lavoro?» disse l'ufficiale grassoccio, sedendosi accanto a lui.
«Lo vedi,» rispose Vrònskij accigliandosi, pulendosi la bocca ed evitando di guardarlo.
«E non hai paura di ingrassare?» disse quello, girando una sedia per l'ufficiale giovane.
«Cosa?» disse Vrònskij con ira, facendo una smorfia di disgusto e mettendo in mostra i suoi denti regolari.
«Non hai paura di ingrassare?»
«Cameriere, dello Xéres!» disse Vrònskij senza rispondere, e, posato il libro dall'altra parte, continuò a leggere.
L'ufficiale grassoccio prese la carta dei vini e si rivolse all'ufficiale giovane.
«Scegli tu da bere,» disse, passandogli la carta e guardandolo.
«Direi vino del Reno,» disse l'ufficiale giovane, sbirciando timidamente Vrònskij e sforzandosi di afferrare con le dita i baffetti che spuntavano appena. Vedendo che Vrònskij non si voltava, l'ufficiale giovane si alzò.
«Andiamo ai biliardi,» disse.
L'ufficiale grassoccio docilmente si alzò e si diressero verso la porta.
In quel momento entrò nella stanza il capitano Jašvìn, alto e aitante, e, dopo aver fatto dall'alto un cenno sprezzante del capo ai due ufficiali, si avvicinò a Vrònskij.
«Ah! eccolo!» gridò, colpendolo con forza con la sua gran mano sulla spallina. Vrònskij si voltò furente, ma subito la sua faccia si illuminò della tranquilla e ferma affabilità che gli era propria.
«Sei stato intelligente, Alëša,» disse il capitano con sonora voce di baritono. «Adesso mangia e bevi un bicchierino.»
«Ma non ho voglia di mangiare.»
«Ecco gli inseparabili,» aggiunse Jašvìn, guardando ironicamente i due ufficiali che intanto uscivano dalla stanza. E si sedette accanto a Vrònskij, piegando ad angolo acuto i suoi femori troppo lunghi per l'altezza delle sedie e le gambe negli stretti pantaloni da cavallerizzo. «Come mai ieri non sei passato al teatro di Kràsnoe Selò? La Numeròva non era affatto male. Dove sei stato?»
«Ho fatto tardi dai Tvèrskij,» rispose Vrònskij.
«Ah!» fece eco Jašvìn.
Jašvìn, giocatore, crapulone e non soltanto uomo senza regola alcuna ma uomo con regole immorali, era nel reggimento il miglior amico di Vrònskij. Vrònskij lo amava anche per la sua eccezionale forza fisica, che quello per lo più metteva in mostra bevendo come un otre e passando senza sforzo o segni apparenti notti bianche, nonché per la grande forza morale che esibiva nei rapporti con i capi e con i compagni, suscitando verso di sé paura e rispetto, oltre che nel giuoco: egli giocava per decine di migliaia di rubli e sempre, nonostante il vino bevuto, in modo così abile e fermo da esser considerato il primo giocatore al club inglese. In particolare, Vrònskij lo stimava e lo amava, perché sentiva che Jašvìn gli voleva bene non per il suo nome e la sua ricchezza, ma per lui stesso. Fra tutti gli uomini, con lui solo Vrònskij avrebbe voluto parlare del suo amore. Sentiva che solo Jašvìn, pur apparentemente disprezzando ogni sentimento, solo lui - pareva a Vrònskij - potesse capire la forte passione che adesso riempiva tutta la sua vita. Era convinto inoltre che Jašvìn, che certamente non trovava ormai più piacere nel pettegolezzo e nello scandalo, fosse capace di capire quel sentimento così come si doveva, ossia comprendere che quell'amore non era uno scherzo, un divertimento, ma qualcosa di più serio e di più importante.
Vrònskij non aveva parlato con lui del suo amore, ma sapeva che egli sapeva tutto, capiva tutto come si doveva e gli faceva piacere veder questo dentro i suoi occhi.
«Ah, sì!» disse Jašvìn al sentire che Vrònskij era stato dagli Tvèrskij, e, con un lampo degli occhi neri, si prese il baffo sinistro e si mise a ficcarlo in bocca secondo la sua cattiva abitudine.
«Be', e tu ieri che hai fatto? Hai vinto?» domandò Vrònskij.
«Ottomila. Ma tre non sono buone, difficile che le dia.»
«Be', così puoi perdere anche per me,» disse Vrònskij, ridendo. (Jašvìn aveva scommesso forte su Vrònskij.)
«Non perderò di certo. Machòtin solo è pericoloso.»
E la conversazione passò sull'attesa delle corse del giorno, che era del resto, ora, il solo argomento a cui pensasse Vrònskij.
«Andiamo, io ho finito,» disse Vrònskij; si alzò e si avviò verso la porta. Anche Jašvìn si alzò, allungando le sue gambe enormi e la lunga schiena.
«Per me è ancor presto per pranzare, ma bere bisogna. Vengo subito. Ehi, del vino!» gridò egli con la sua voce famosa per il comando, grossa e sonora da far tremare i vetri. «No, non occorre,» gridò subito dopo. «Tu vai a casa, vengo anch'io con te.»
E andarono via insieme.
XX
Vrònskij stava in un'isba finnica, spaziosa e pulita, divisa in due da un tramezzo. Petrìckij viveva con lui anche al campo. Quando Vrònskij e Jašvìn entrarono nell'isba, Petrìckij dormiva.
«Alzati, basta dormire,» disse Jašvìn, passando di là del tramezzo e scuotendo per la spalla Petrìckij tutto scarruffato, che teneva il naso schiacciato dentro il cuscino.
Petrìckij saltò su in ginocchio tutto d'un colpo e si guardò attorno.
«È stato qui tuo fratello,» disse a Vrònskij. «Mi ha svegliato, che il diavolo se lo porti, e ha detto che verrà di nuovo.» E si gettò nuovamente sul cuscino tirando su la coperta. «Ma piantala, Jašvìn,» disse, arrabbiandosi con Jašvìn che gli tirava via la coperta. «Piantala!» Si girò e aprì gli occhi: «Di' piuttosto cosa c'è da bere; ho una tal porcheria in bocca che...»
«Meglio di tutto della vodka,» fece Jašvìn con voce di basso. «Terèšèenko! Della vodka al signore e dei cetrioli,» gridò, evidentemente compiaciuto di ascoltare la propria voce.
«Della vodka, pensi? Eh?» domandò Petrìckij, facendo smorfie e fregandosi gli occhi. «E tu bevi? Allora berremo insieme! Vrònskij, bevi?» disse ancora, alzandosi e avvolgendosi sotto le ascelle una coperta tigrata.
Uscì sulla porta del tramezzo, alzò le braccia e cominciò a cantare in francese: «"C'era un re a Tu-u-le." Vrònskij, bevi?»
«Levati di torno,» disse Vrònskij, mentre indossava il soprabito che gli porgeva il domestico.
«Dove vai?» gli domandò Jašvìn. «Ecco anche la trojka,» soggiunse, vedendo una vettura che si avvicinava.
«Alla scuderia e poi devo anche andare da Brjànskij per i cavalli,» disse Vrònskij.
Effettivamente Vrònskij aveva promesso di andare da Brjànskij, a dieci verste da Peterhof, e di portargli i soldi per i cavalli; e voleva riuscire a recarsi anche là. Ma i compagni capirono subito che non andava soltanto là.
Petrìckij, continuando a cantare, ammiccò con un occhio e gonfiò le labbra, come dire: lo sappiamo di quale Brjànskij si tratta.
«Bada di non far tardi!» si limitò a dire Jašvìn e, per cambiare discorso: «Allora, il mio lupino fa bene il suo servizio?» domandò, guardando fuori dalla finestra, a proposito di un cavallo da timone che gli aveva venduto.
«Fermati,» gridò Petrickij a Vrònskij che stava già andandosene. «Tuo fratello ha lasciato per te una lettera e un biglietto. Aspetta, dove sono?»
Vrònskij si fermò.
«Su, dove sono?»
«Dove sono? Ecco la questione!» proferì solennemente Petrìckij, facendo passare l'indice dal naso all'insù.
«E parla dunque, che stupidaggine!» disse Vrònskij sorridendo.
«Il camino non l'ho acceso. Devono esser qui in qualche parte.»
«Be', basta dir bugie! Dov'è questa lettera?»
«No, davvero, ho dimenticato. Oppure ho sognato? Aspetta, aspetta! Ma perché arrabbiarsi! Se tu avessi bevuto quattro bottiglie come me ieri, avresti dimenticato dov'eri steso. Aspetta, adesso me lo faccio venire in mente!»
Petrìckij andò dietro il tramezzo e si sdraiò sul suo letto.
«Aspetta! Ero sdraiato così e lui era in piedi lì. Sì-sì-sì-sì... Eccola!» E Petrìckij estrasse la lettera di sotto il materasso dove l'aveva nascosta.
Vrònskij prese la lettera e il biglietto del fratello. Era proprio quel che si aspettava: una lettera della madre con molti rimproveri perché non andava da lei, e un biglietto del fratello, che diceva di volergli parlare. Vrònskij sapeva che era sempre a proposito della stessa cosa. «Che gliene importa!» pensò, e, spiegazzate le lettere, le infilò fra i bottoni del soprabito per leggerle attentamente per strada. Nel vestibolo dell'isba incontrò due ufficiali: uno del suo e il secondo di un altro reggimento.
L'alloggio di Vrònskij era sempre il ricettacolo di tutti gli ufficiali.
«Dove vai?»
«Devo andare a Peterhof.»
«Ma è arrivato il cavallo da Càrskoe?»
«È arrivato, ma io non l'ho ancora visto.»
«Dicono che Gladiator, di Machòtin, si sia azzoppato.»
«Stupidaggini! Solo, come farete a saltare su questo fango?» disse l'altro.
«Ecco i miei salvatori!» gridò Petrìckij, davanti al quale stava l'attendente con la vodka e un cetriolo salato su un vassoio, vedendo quelli che erano entrati. «Ecco, è Jašvìn che dice di bere per rinfrescarsi.»
«Eh, ce l'avete fatta bella ieri,» disse uno dei sopraggiunti, «non ci avete lasciato dormire per tutta la notte.»
«No, sapeste come è andata a finire!» raccontò Petrìckij. «Volkòv si è arrampicato sul tetto e diceva d'esser triste. Io dico: "Attacca la musica, una marcia funebre!" E lui si è addormentato lì sul tetto al suono della marcia funebre.»
«Bevi, bevi assolutamente la vodka e poi acqua di selz e molto limone,» diceva Jašvìn, stando in piedi al di sopra di Petrìckij come una madre che obbliga il bambino a prendere una medicina, «e poi anche un pochino di champagne; così, una piccola bottiglia.»
«Questo sì che è intelligente. Aspetta, Vrònskij; beviamo.»
«No; addio signori, oggi non bevo.»
«E che, ti appesantisci? Be', da soli allora. Dammi l'acqua di selz e il limone.»
«Vrònskij!» gridò qualcuno mentre egli stava già uscendo nel vestibolo.
«Cosa?»
«Dovresti tagliarti i capelli, se no ti pesano, specie sulla pelata.»
Effettivamente Vrònskij cominciava a diventar calvo prima del tempo. Egli scoppiò a ridere gaiamente, mettendo in mostra i suoi denti regolari e, calcato il berretto sulla calvizie, uscì e montò in carrozza.
«Alla scuderia!» disse, e fece per tirar fuori le lettere in modo da leggerle, ma poi ci ripensò per non distrarsi prima della visita al cavallo. «Dopo!...»
XXI
La scuderia provvisoria, una baracca di assi, era stata costruita proprio accanto all'ippodromo e lì doveva esser stato condotto il giorno prima il suo cavallo. Lui non l'aveva ancora visto. In quegli ultimi giorni, per farlo muovere, non l'aveva montato di persona, ma ne aveva incaricato l'allenatore; adesso voleva accertarsi sulle condizioni in cui era arrivato e si trovava il suo cavallo. Appena scese dalla carrozza, il suo garzone di scuderia (groom), il «ragazzo» come si dice, riconosciuta già da lontano la sua vettura, aveva chiamato l'allenatore. L'asciutto inglese in stivali alti e giacchetta corta, con un ciuffo di peli lasciati crescere soltanto sotto il mento, gli venne incontro con il passo incerto dei fantini, tenendo i gomiti larghi e dondolandosi.
«Allora, come va Frou-Frou?» domandò Vrònskij in inglese.
«All right, sir... tutto bene, signore,» proferì in qualche punto dentro la gola la voce dell'inglese. «È meglio che non andiate,» aggiunse, sollevando il cappello. «Ho messo la museruola e il cavallo è inquieto. È meglio che non andiate, questo agita il cavallo.»
«No, io ci vado. Voglio dare un'occhiata.»
«Andiamo,» sempre senza aprire la bocca, e accigliandosi, disse l'inglese; agitando i gomiti, si avviò con il suo passo dinoccolato.
Entrarono nel cortiletto dinanzi alla baracca. Il mozzo di stalla, un ragazzo elegante e robusto, in giacchetta pulita, con la scopa in mano, venne incontro a quelli che entravano e li seguì. Nella baracca c'erano cinque cavalli nei box, e Vrònskij sapeva che quel giorno doveva esserci stato portato e lì trovarsi il suo principale antagonista, Gladiator, il sauro di Machòtin. Ancor più che la sua cavalla Vrònskij aveva voglia di vedere Gladiator, che non aveva mai visto; ma sapeva che, secondo le leggi del codice dell'ippica, non solo non si poteva vederlo, ma era sconveniente anche fare domande. Mentre camminava per il corridoio, il ragazzo aprì la porta del secondo scompartimento a sinistra e Vrònskij scorse un grosso cavallo sauro con le zampe bianche. Sapeva che quello era Gladiator, ma si voltò dall'altra parte con il sentimento di uno che distolga lo sguardo da una lettera altrui aperta, e si avvicinò allo scompartimento di Frou-Frou.
«Qui c'è il cavallo di Ma-k... Mak... non riesco mai a pronunciare questo nome,» disse l'inglese al di sopra della sua spalla, indicando con il dito pollice dall'unghia sudicia lo scompartimento di Gladiator.
«Di Machòtin? Sì, questo è il mio solo serio antagonista,» disse Vrònskij.
«Se montaste lui,» disse l'inglese, «scommetterei per voi.»
«Frou-Frou è più nervosa, lui è più forte,» disse Vrònskij, sorridendo per la lode alla sua abilità di cavallerizzo.
«Con gli ostacoli tutto sta nel modo di cavalcare e nel pluck,» disse l'inglese.
Di pluck, ossia d'energia e d'ardire, Vrònskij non solo se ne sentiva dentro abbastanza, ma, il che era assai più importante, era fermamente convinto che nessuno al mondo potesse avere più pluck di lui.
«E voi siete sicuro che non c'è ancora bisogno di una bella sudata per la cavalla?»
«Non ce n'è bisogno,» rispose l'inglese. «Per favore, non parlate forte. Il cavallo si agita,» aggiunse, accennando con il capo al box, di fronte al quale stavano e dove si sentiva lo scalpitare delle zampe sulla paglia.
Egli aprì la porta e Vrònskij entrò nel box debolmente illuminato da una sola piccola finestruzza. Nel box, calpestando con le zampe la paglia fresca, stava una cavalla baia scura. Dopo essersi guardato intorno nella penombra del box, involontariamente egli abbracciò di nuovo con un solo sguardo generale tutte le forme della sua amata cavalla. Frou-Frou era una cavalla di media altezza e di forme non perfette. Era minuta di ossatura; benché il suo torace sporgesse fortemente, il petto era stretto. Il suo posteriore era un po' basso, e le zampe anteriori, ma specialmente quelle posteriori erano fuori appiombo. I muscoli delle zampe posteriori e anteriori non erano particolarmente grossi, ma, in compenso, il petto della cavalla era notevolmente profondo, cosa che ora colpiva in special modo dato che essa era così asciutta dopo l'allenamento. Gli stinchi, sotto i ginocchi non sembravano più grossi di un dito se visti di fronte, ma erano in compenso straordinariamente larghi se visti di lato. Eccetto le costole, era come se fosse tutta schiacciata nei fianchi e allungata in profondità. Ma aveva in sommo grado una qualità che faceva dimenticare tutti i difetti; questa qualità era il sangue, quel sangue che si fa sentire, secondo l'espressione inglese. I muscoli nettamente emergenti sotto il reticolo delle vene, coperte dalla pelle sottile, mobile e liscia come il raso, parevano duri come osso. La testa asciutta con gli occhi sporgenti, scintillanti e allegri, si dilatava verso le froge frementi, rosse di sangue dentro le cartilagini. In tutta la figura, e specialmente nella sua testa c'era un'espressione risolutamente energica e nello stesso tempo tenera. Era una di quelle bestie che sembra non parlino solamente perché il meccanismo della loro bocca non glielo permette.
A Vrònskij almeno sembrò che essa capisse tutto ciò che egli adesso sentiva, guardandola.
Appena Vrònskij era entrato da lei, essa aveva profondamente inspirato e, torcendo l'occhio sporgente così che la cornea si era iniettata di sangue, aveva guardato dalla parte opposta chi era entrato, scuotendo la museruola e poggiandosi leggermente ora su una ora sull'altra zampa.
«Ecco, vedete com'è agitata,» disse l'inglese.
«Oh, cara! Oh!» disse Vrònskij, avvicinandosi alla cavalla e parlandole, come una carezza.
Ma quanto più si avvicinava, tanto più essa si agitava. Solo quando egli si avvicinò alla sua testa, lei a un tratto si quietò e i suoi muscoli trasalirono sotto il fine tenero pelame. Vrònskij le carezzò il collo robusto, aggiustò sull'alto garrese un ciuffo della criniera caduto dall'altra parte e si accostò con il viso alle narici dilatate, sottili come un'ala di pipistrello. Lei aspirò ed espirò rumorosamente l'aria dalle narici tese, trasalendo; appoggiò l'orecchio aguzzo e protese il forte labbro nero verso Vrònskij, come desiderando afferrarlo per la manica. Ma, ricordandosi della museruola, la scosse e ricominciò daccapo ad appoggiarsi prima sull'una e poi sull'altra delle sue zampe tornite.
«Calmati, cara, calmati!» disse egli, dopo averla ancora carezzata con la mano sulla groppa, e con la gioiosa convinzione che la cavalla fosse nelle condizioni migliori, Uscì dal box.
L'agitazione della cavalla si era comunicata anche a Vrònskij; egli sentiva che il sangue gli affluiva al cuore e che anche lui, come la cavalla, aveva voglia di muoversi, di mordere; era una sensazione di paura e di allegria.
«Bene, allora io spero in voi,» disse all'inglese, «alle sei e mezzo sul posto.»
«Tutto è in ordine,» disse l'inglese. «Ma voi dove andate, milord?» domandò, inaspettatamente adoperando quest'appellativo che non adoperava quasi mai.
Vrònskij alzò la testa con stupore e guardò come lui sapeva guardare, non negli occhi, ma nella fronte dell'inglese, meravigliandosi dell'ardire della sua domanda. Ma avendo capito che l'inglese, facendo questa domanda, non l'aveva considerato come un padrone, ma come un fantino, rispose:
«Devo andare da Brjànskij, fra un'ora sarò a casa.»
«Quante volte oggi mi fanno questa domanda!» si disse e arrossì, cosa che gli accadeva di rado. L'inglese lo guardò attentamente. E, come se sapesse dove andava Vrònskij, aggiunse:
«La prima cosa è essere calmi, prima di montare, non siate di cattivo umore e non agitatevi.»
«All right,» rispose sorridendo Vrònskij e, balzato nella carrozza, ordinò di andare a Peterhof.
Si era appena allontanato di qualche passo, che dai neri nuvoloni che dal mattino minacciavano pioggia, venne un bell'acquazzone.
«Male!» pensò Vrònskij, alzando il mantice della vettura. «Già così c'era fango, ora sarà un vero pantano.» Seduto nell'isolamento della carrozza chiusa, tirò fuori la lettera della madre e il biglietto del fratello, e li lesse.
Sì, era sempre la stessa cosa. Tutti, sua madre, suo fratello, tutti reputavano necessario immischiarsi nei suoi affari di cuore. Questa ingerenza suscitava in lui un sentimento di rabbia, un sentimento che provava di rado. «Che gliene importa? Perché ognuno ritiene doveroso preoccuparsi di me? E perché mi stanno dietro? Perché vedono che questa è una cosa che loro non possono capire. Se fosse la solita volgare relazione mondana, mi lascerebbero in pace. Ma loro sentono che è qualcosa d'altro, che non è un giochetto, che questa donna mi è più cara della vita. E ciò è per loro incomprensibile, e perciò irritante. Qualunque sia e sarà il nostro destino, l'abbiamo fatto noi, e noi non ce ne lamentiamo,» diceva, associando se stesso ad Anna nella parola noi. «No, tutti vogliono insegnarci come dobbiamo vivere. Non hanno neppure idea di che cosa sia la felicità, non sanno che senza quest'amore per noi non c'è né felicità, né infelicità: non c'è la vita,» pensava.
Si adirava contro tutti per quell'ingerenza proprio perché sentiva dentro l'anima, che loro, questi tutti, avevano ragione. Sentiva che l'amore che lo aveva legato ad Anna non era un invaghimento effimero, che passa, come passano le relazioni mondane, senza lasciar altre tracce nella vita dell'uno e dell'altro se non piacevoli o spiacevoli ricordi. Egli sentiva tutto il tormento della propria situazione e di quella di lei, tutta la difficoltà di nascondere il loro amore, di mentire e di ingannare, così in vista come si trovavano agli occhi di tutta la società; e di ingannare, mentire, usare astuzia e pensare continuamente agli altri quando la passione che li legava era così forte che entrambi dimenticavano tutto il resto all'infuori del loro amore.
Ricordò vivamente tutti i casi, che così di frequente si ripetevano, in cui c'era stato bisogno di mentire e di ingannare, cose così avverse alla sua natura; ricordò in modo particolarmente vivo il senso di vergogna che più di una volta aveva notato in lei per questa necessità di mentire e di ingannare. E provò una strana sensazione, che dal tempo del suo legame con Anna talvolta lo assaliva. Era una sensazione di disgusto per qualcosa: se verso Aleksèj Aleksàndroviè, verso di sé, verso tutto al mondo, non lo sapeva bene. Ma egli scacciava sempre lontano da sé questa strana sensazione. E anche adesso, dandosi uno scrollone, continuò il corso dei suoi pensieri.
«Sì, prima lei era infelice, ma orgogliosa e tranquilla; adesso invece non può essere tranquilla e dignitosa, anche se non lo dà a vedere. Sì, bisogna finirla,» decise fra sé.
E per la prima volta gli venne chiaro in mente il pensiero che era necessario far cessare quella menzogna, e quanto prima, tanto meglio. «Abbandonar tutto, lei ed io, e nasconderci chi sa dove, soli con il nostro amore,» disse a se stesso.
XXII
L'acquazzone durò poco; mentre Vrònskij si avvicinava a gran trotto con il cavallo di timone che trascinava quelli di lato, i quali già galoppavano senza redini nel fango, il sole si affacciò di nuovo e i tetti delle dacie, i vecchi tigli dei giardini a entrambi i lati della strada maestra scintillavano d'un luccichio umido, mentre l'acqua gocciolava allegramente dai rami e scorreva giù dai tetti. Egli non pensava già più che quell'acquazzone avrebbe rovinato la pista, ma adesso si rallegrava che, grazie a quell'acquazzone, l'avrebbe certamente trovata in casa, e sola, giacché sapeva che Aleksèj Aleksàndroviè, tornato di recente dalle acque, era rimasto a Pietroburgo.
Sperando di trovarla sola, Vrònskij, come faceva sempre per attirare meno l'attenzione su di sé, scese dalla carrozza prima di attraversare il ponticello e s'incamminò a piedi. Non si recò all'ingresso che dava sulla strada, ma entrò nel cortile.
«È arrivato il signore?» domandò al giardiniere.
«Nossignore. La signora è in casa. Ma favorite dall'ingresso; là c'è gente, apriranno,» rispose il giardiniere.
«No, passerò dal giardino.»
E, certo che fosse sola e desideroso di farle una sorpresa, dato che non aveva promesso di andare quel giorno e probabilmente lei non pensava che lui sarebbe venuto prima delle corse, si avviò verso la terrazza che dava sul giardino trattenendo la sciabola e camminando con cautela sulla ghiaia del viottolo fiancheggiato da fiori. Vrònskij ora aveva dimenticato tutto ciò che aveva pensato durante la strada, quanto grave e difficile fosse la sua situazione. Pensava a una cosa sola: che adesso l'avrebbe veduta non con la sola immaginazione, ma viva, tutta, com'era in realtà. Stava già entrando, poggiando tutto il piede per non far rumore, sugli scalini inclinati della terrazza, quando a un tratto si ricordò quel che sempre dimenticava e che costituiva l'aspetto più tormentoso del suo rapporto con lei: il figlio, con quel suo sguardo interrogativo e, a quel che gli pareva, ostile.
Il ragazzo era l'ostacolo che si frapponeva ai loro rapporti più sovente di tutti gli altri. Quando c'era lui, né Vrònskij, né Anna, non solo non si permettevano di parlare di qualcosa che non avrebbero potuto ripetere davanti a tutti, ma si guardavano dall'alludere a qualsiasi cosa che il ragazzo non avrebbe comunque capito. Non si erano messi d'accordo su questo, ma si era stabilito da sé. Avrebbero ritenuto un'offesa a se stessi ingannare quel ragazzo. Davanti a lui parlavano come conoscenti. Nonostante questa prudenza, Vrònskij spesso vedeva lo sguardo attento e perplesso del ragazzo fisso su di sé, e una strana timidezza, un'instabilità, ora affetto, ora freddezza e ritrosia del ragazzo nei suoi riguardi. Come se il ragazzo sentisse che fra quell'uomo e sua madre c'era un rapporto importante il cui significato egli non poteva comprendere.
Effettivamente il ragazzo sentiva di non poter comprendere quel rapporto e si sforzava e non poteva chiarire a se stesso il sentimento che doveva avere verso quell'uomo. Con la sensibilità propria del bambino verso ogni manifestazione dei sentimenti, vedeva chiaramente che il padre, la governante, la njànja, tutti, non solo non volevano bene a Vrònskij, ma lo guardavano con repulsione e paura, benché non dicessero niente di lui, e che la madre invece lo considerava come il migliore amico.
«Che cosa vuol dire questo? Chi è lui? Come bisogna volergli bene? Se io non capisco, la colpa è mia, oppure sono un ragazzo stupido o cattivo,» pensava il ragazzo; e da ciò derivava la sua espressione indagatrice, interrogativa, in parte ostile, e la timidezza e l'instabilità che tanto imbarazzavano Vrònskij. La presenza di questo ragazzo suscitava sempre e immancabilmente in Vrònskij quella strana sensazione di disgusto senza motivo che egli provava negli ultimi tempi. La presenza di questo ragazzo suscitava in Vrònskij e in Anna una sensazione simile alla sensazione di un navigatore, il quale vede dalla bussola che la direzione in cui velocemente si muove diverge di molto da quella dovuta, ma sa che fermare il movimento non è nelle sue forze, che ogni minuto lo allontana sempre più dalla direzione dovuta, e che confessare a se stesso la deviazione equivale a confessare la propria rovina.
Il ragazzo, con la sua visione ingenua della vita, era la bussola che mostrava l'angolo di deviazione da ciò che essi sapevano ma non volevano sapere.
Questa volta Serëža non era a casa e lei era completamente sola e stava seduta sulla terrazza, aspettando il ritorno del figlio, che era uscito a passeggio ed era stato sorpreso dalla pioggia. Aveva mandato un cameriere e una ragazza a cercarlo e stava aspettando. Vestiva un abito bianco con un largo ricamo, era seduta in un angolo della terrazza dietro i fiori, e non lo sentì. Chinando la sua testa dai riccioli neri, premeva la fronte su un freddo innaffiatoio che stava sui gradini, e con entrambe le sue splendide mani, con gli anelli a lui così noti, tratteneva l'innaffiatoio. La bellezza di tutta la sua figura, della testa, del collo, delle mani, ogni volta colpiva Vrònskij come una cosa inaspettata. Egli si fermò, guardandola con rapimento. Ma, non appena volle fare un passo per avvicinarsi a lei, essa sentì subito il suo avvicinarsi, allontanò l'innaffiatoio e rivolse verso di lui il viso accaldato.
«Che cosa vi è successo? Non state bene?» disse lui in francese, avvicinandosi. Avrebbe voluto correre da lei; ma, ricordandosi che potevano esserci estranei, si voltò verso la porta del balcone e arrossì, come arrossiva ogni volta che sentiva di dover temere e guardarsi attorno.
«No, sto bene,» rispose, alzandosi e stringendo con forza la mano tesa di lui. «Non aspettavo... te.»
«Dio mio! che mani fredde!» disse lui.
«Mi hai spaventata,» disse lei. «Sono sola e aspetto Serëža, è andato a passeggio: arriveranno di qui.»
Ma, benché si sforzasse di esser tranquilla, le sue labbra tremavano.
«Perdonatemi d'esser venuto, ma non potevo trascorrere la giornata senza vedervi,» continuò lui in francese, come faceva sempre, per evitare il voi, troppo freddo e impossibile fra loro, e il tu, pericoloso in russo.
«Perché perdonare? Sono così contenta!»
«Ma state poco bene o siete triste,» continuò lui senza lasciarle la mano e chinandosi su di lei. «A che cosa stavate pensando?»
«Sempre alla stessa cosa,» disse lei con un sorriso.
Diceva la verità. Ogni volta, in qualunque momento le avessero domandato a che cosa pensasse, senza errore avrebbe potuto rispondere: a una cosa sola, alla mia felicità e alla mia infelicità. E ora, quando lui l'aveva colta di sorpresa, pensava precisamente a questo: perché per gli altri, per Betsy per esempio (sapeva della sua relazione con Tuškèvic, tenuta nascosta in società), tutto questo fosse facile, e per lei invece così tormentoso. Quel giorno, per varie considerazioni, questo pensiero la tormentava in modo particolare. Gli domandò delle corse. Egli le rispose e, vedendo che era agitata, cercando di distrarla si mise a raccontarle nel tono più semplice i dettagli dei preparativi.
«Dirlo o non dirlo?» pensava essa, guardandolo negli occhi tranquilli e carezzevoli. «È così felice, così preso dalle sue corse, che non lo capirà come è necessario, non capirà tutta l'importanza per noi di quest'avvenimento.»
«Ma non mi avete detto a che cosa pensavate quando sono entrato,» disse egli, interrompendo il proprio racconto, «vi prego, ditelo!»
Essa non rispose e, chinata un po' la testa, lo guardava di sottecchi in modo interrogativo con i suoi occhi scintillanti sotto le lunghe ciglia. La sua mano, che giocherellava con una foglia strappata, tremava. Egli vide questo e il suo viso espresse quella sottomissione, quella devozione da schiavo che la seduceva tanto.
«Vedo che è successo qualcosa. Posso forse essere un istante tranquillo sapendo che voi avete un dolore che io non condivido? Ditemi, per amor di Dio!» ripeté in modo supplichevole.
«Sì, non gli perdonerei se non capisse tutto il significato di questa cosa. Meglio non parlare, perché metterlo alla prova?» pensava lei, continuando a guardarlo nello stesso modo e sentendo che la sua mano con la fogliolina tremava sempre di più.
«Per amor di Dio!» ripeté lui, prendendole la mano.
«Devo dirlo?»
«Sì, sì, sì...»
«Sono incinta,» disse lei, piano e lentamente.
La fogliolina nella sua mano tremò ancor più forte, ma essa non distoglieva da lui gli occhi per vedere come avrebbe accolto questo. Egli impallidì, avrebbe voluto dir qualcosa, ma si fermò, abbandonò la mano di lei e abbassò la testa. «Sì, ha capito tutta l'importanza di quest'avvenimento,» pensò, e gli strinse la mano con gratitudine.
Ma sbagliava pensando che egli capisse il significato della notizia così come la capiva lei, donna. A quella notizia con decuplicata forza egli aveva sentito un attacco di quella strana sensazione di disgusto verso qualcosa, che l'assaliva negli ultimi tempi; ma, nello stesso tempo, aveva capito che la crisi che desiderava adesso era giunta, che non si poteva più nascondere la cosa al marito, e, in un modo o nell'altro, era necessario spezzare quella situazione innaturale. Oltre a questo, però, gli si era fisicamente comunicata l'agitazione di lei. Egli la guardò con uno sguardo intenerito, docile, le baciò la mano, si alzò e si mise a camminare in silenzio per la terrazza.
«Sì,» disse, avvicinandosi a lei in modo deciso. «Né io, né voi abbiamo considerato i nostri rapporti come un giuoco, e adesso il nostro destino è deciso. È necessario,» disse, guardandosi attorno, «finirla con la menzogna in cui viviamo.»
«Finirla? Ma come finirla, Aleksèj?» disse lei piano. Ora si era calmata e il suo volto splendeva in un tenero sorriso.
«Lasciare il marito e unire la nostra vita.»
«È già unita anche così,» rispose lei in modo appena percettibile.
«Sì, ma del tutto, del tutto.»
«Ma come, Aleksèj, insegnami, come?» disse lei con triste ironia verso la propria situazione senza via d'uscita. «C'è forse una via d'uscita da una situazione simile? Non sono forse moglie di mio marito?»
«Da ogni situazione c'è una via d'uscita. Bisogna decidersi,» disse egli. «Qualsiasi cosa è meglio della situazione in cui tu vivi. Io vedo come ti tormenti per tutto: e per il mondo, e per il figlio, e per il marito.»
«Ah, non per mio marito,» disse essa con un sorriso schietto. «Non so, a lui non penso. Lui non c'è.»
«Tu non parli con sincerità. Io ti conosco. Tu ti tormenti anche per lui.»
«Ma lui neppure lo sa,» disse lei e, a un tratto, un vivo rossore cominciò ad apparirle sul viso; le guance, la fronte, il collo arrossirono e lacrime di vergogna le spuntarono sugli occhi. «Ma non parliamo di lui.»
XXIII
Vrònskij aveva già tentato varie volte, anche se non in modo così deciso come adesso, di indurla a esaminare la propria situazione, e ogni volta si era imbattuto in quella superficialità e leggerezza di giudizi con cui ora lei aveva risposto al suo invito. Come se in ciò vi fosse stato qualcosa che lei non poteva o non voleva chiarire a se stessa; come se ogni volta che cominciava a parlare di ciò, lei, la vera Anna, si ritirasse chi sa dove in se stessa e venisse fuori un'altra donna, strana, a lui estranea, che egli non amava e piuttosto temeva e che gli opponeva resistenza. Ma quel giorno egli decise di dir tutto sino in fondo.
«Che lui lo sappia o no,» disse Vrònskij con il suo abituale tono fermo e tranquillo, «che lui lo sappia o no, questo a noi non importa. Noi non possiamo... voi non potete rimanere così, specialmente adesso.»
«Che cosa bisogna fare, secondo voi?» domandò essa sempre con la stessa leggera ironia. A lei che aveva tanto temuto che lui prendesse alla leggera la sua gravidanza, ora seccava che lui da questo deducesse la necessità di intraprendere qualcosa.
«Rivelargli tutto e lasciarlo.»
«Benissimo; ammettiamo che io faccia questo,» disse essa. «Voi sapete che cosa ne deriverà? Vi dirò tutto sin d'ora», e una luce cattiva si accese nei suoi occhi, sino a un momento prima così teneri. «Ah, voi amate un altro e avete contratto un legame colpevole con lui? (Facendo il verso al marito, esattamente come faceva Aleksèj Aleksàndroviè, essa mise l'accento sulla parola colpevole.) lo vi ho avvertito delle conseguenze dal punto di vista religioso, civile e familiare. Voi non mi avete dato ascolto. Adesso io non posso esporre al disonore il mio nome... e mio figlio,» essa avrebbe voluto dire, ma con il figlio non poteva scherzare, «al disonore il mio nome... e ancora qualcosa di questo genere,» aggiunse. «In genere, con la sua maniera di uomo di stato, lui dirà con chiarezza e precisione che non può lasciarmi libera, ma che prenderà le misure che sono in suo potere per fermare lo scandalo. E farà tranquillamente, diligentemente ciò che avrà detto. Ecco che cosa accadrà. Non è un uomo, ma una macchina, e una macchina cattiva quando si arrabbia,» aggiunse, ricordandosi di Aleksèj Aleksàndroviè con tutti i dettagli della sua figura, della sua maniera di parlare e del suo carattere e facendogli colpa di tutto ciò che poteva trovare in lui di non buono, non perdonandogli nulla a causa di quella terribile colpa di cui essa era colpevole di fronte a lui.
«Ma Anna,» disse Vrònskij con voce persuasiva e dolce, cercando di calmarla, «in ogni caso è necessario dirglielo e poi regolarsi su ciò che lui intraprenderà.»
«Fuggire allora?»
«E perché non fuggire? Io non vedo la possibilità di continuare così. Non per me; vedo che voi soffrite.»
«Sì, fuggire e diventare la vostra amante?» disse Anna con astio.
«Anna!» proferì egli con rimprovero e tenerezza.
«Sì,» continuò essa, «diventare la vostra amante e rovinare tutto...»
Avrebbe voluto dire di nuovo «mio figlio», ma non poté pronunciare questa parola.
Vrònskij non poteva capire come lei, con la sua forte onesta natura, potesse sopportare quella situazione d'inganno e non desiderare di uscirne; ma egli non intuiva che la principale causa di ciò era quella parola figlio, che lei non poteva pronunciare. Quando pensava a suo figlio e ai suoi futuri rapporti con la madre che aveva abbandonato il padre, l'assaliva un tale terrore per ciò che aveva fatto, che essa non ragionava più, ma, come donna, cercava soltanto di tranquillizzarsi con ragionamenti e parole menzognere affinché tutto rimanesse come prima, e in modo da poter dimenticare il terribile problema: che ne sarebbe stato del figlio.
«Io ti prego, ti supplico,» disse essa a un tratto con un tono tutto diverso, sincero e tenero, prendendolo per mano, «non parlare mai di questo con me!»
«Ma Anna...»
«Mai. Lascia fare a me. Conosco tutta la bassezza, tutto l'orrore della mia situazione, ma non è una cosa così facile a decidersi come tu pensi.. Lascia fare a me e da' retta a me. Non parlare mai di questo con me. Me lo prometti?... No, no, promettilo!»
«Prometto tutto, ma non posso esser tranquillo, specialmente dopo ciò che hai detto. Non posso esser tranquillo io quando non puoi esser tranquilla tu...»
«Io!» ripeté essa. «Sì, certe volte mi tormento, ma questo passerà se tu non parlerai mai di questo con me. Quando parli con me di questo, allora sì che mi tormento.»
«Non capisco,» disse egli.
«Io so,» lo interruppe essa, «com'è penoso per la tua natura onesta mentire, e ti compiango. Sovente penso che hai rovinato la tua vita per me.»
«E io ora pensavo la stessa cosa,» disse egli, «come hai potuto per causa mia sacrificare tutto? Non posso perdonarmi che tu sia infelice.»
«Io infelice?» disse essa, avvicinandosi a lui e guardandolo con un esultante sorriso d'amore, «io sono come un essere affamato al quale abbiano dato da mangiare. Può darsi che abbia freddo e che abbia il vestito lacero e che si vergogni, ma è felice. Io infelice? No, ecco la mia felicità...»
Udì la voce del figlio che rientrava e, abbracciata in un rapido sguardo la terrazza, si alzò di scatto. Il suo sguardo si accese del fuoco che egli conosceva, con un gesto rapido essa sollevò le sue belle mani coperte di anelli, gli prese la testa, lo guardò con un lungo sguardo e, avvicinando il proprio viso con le labbra aperte e sorridenti, baciò rapidamente la bocca ed entrambi gli occhi di lui, e lo respinse. Voleva andare, ma egli la trattenne.
«Quando?» proferì in un bisbiglio, guardandola estatico.
«Oggi all'una,» mormorò lei e, con un profondo sospiro, andò incontro al figlio con il suo passo leggero e svelto.
Serëža era stato sorpreso dalla pioggia nel grande giardino e lui e la njànja erano rimasti a sedere sotto una pergola.
«Ebbene, arrivederci,» disse essa a Vrònskij. «Ormai bisogna andare presto alle corse. Betsy ha promesso di venirmi a prendere.»
Dopo aver guardato l'orologio, Vrònskij se ne andò in fretta.
XXIV
Quando Vrònskij aveva guardato l'orologio sul balcone dei Karènin era così turbato e preso dai suoi pensieri, che vedeva le lancette sul quadrante, ma non poteva capire che ora fosse. Uscì sulla strada maestra e si diresse verso la sua carrozza camminando con cautela nel fango. Era a tal punto pieno di Anna che non pensava neppure che ora fosse e se avesse ancora il tempo di andare da Brjànskij. Come succede spesso, gli era rimasta solamente la facoltà esterna della memoria, che indica in quale ordine si è deciso di fare certe cose. Si avvicinò al suo cocchiere che sonnecchiava in serpa sotto l'ombra già obliqua di un fitto tiglio, guardò le colonne cangianti di moscerini che volteggiavano sopra i cavalli sudati, e, destato il cocchiere, saltò in carrozza e ordinò di andare da Brjànskij. Soltanto dopo aver percorso sette verste, ritornò abbastanza in sé per guardare l'orologio e capire che erano le cinque e mezzo e che era in ritardo.
Quel giorno c'erano varie corse: la prima era riservata agli ufficiali della Guardia a cavallo, poi c'era quella su due verste per ufficiali, quella su quattro verste, e infine la corsa in cui correva lui. Alla sua corsa poteva arrivare in tempo, ma, se fosse andato da Brjànskij, avrebbe appena fatto in tempo e sarebbe giunto dopo l'arrivo di tutta la corte. Questo non era bene. Ma aveva dato la parola a Brjànskij di andare da lui e perciò decise di proseguire ordinando al cocchiere di non risparmiare la trojka.
Arrivò da Brjànskij, rimase da lui cinque minuti e galoppò indietro. Questa corsa veloce lo calmò. Tutto ciò che di gravoso c'era nei suoi rapporti con Anna, tutta l'indeterminatezza rimasta dopo la loro conversazione, tutto adesso era saltato via dalla sua testa; con piacere ed emozione adesso pensava alla corsa, al fatto che comunque sarebbe giunto in tempo; e, di tanto in tanto, l'attesa della felicità dell'appuntamento della prossima notte divampava con vivida luce nella sua immaginazione.
La sensazione della corsa imminente s'impadroniva sempre più di lui a mano a mano che entrava in un'atmosfera di gara sorpassando le vetture di coloro che si recavano all'ippodromo dalle ville e da Pietroburgo.
Nel suo alloggio non c'era già più nessuno; tutti erano alle corse, e il suo domestico lo aspettava alla porta. Mentre si cambiava, il domestico gli comunicò che era già cominciata la seconda corsa, che erano venuti molti signori a chiedere di lui e dalla scuderia due volte era venuto di corsa il garzone.
Dopo essersi cambiato senza fretta (mai si affrettava e perdeva il dominio di sé), Vrònskij ordinò di andare alle baracche. Dalle baracche già poteva vedere il mare di carrozze, di pedoni, di soldati, che circondavano l'ippodromo, e le tribune formicolanti di gente. Probabilmente stava svolgendosi la seconda corsa, perché, nel momento in cui egli entrò nella baracca, sentì la campanella. Avvicinandosi alla scuderia s'imbatté in Gladiator, il sauro dalle zampe bianche di Machòtin, che conducevano al campo con una gualdrappa arancione e azzurra e con le orecchie che parevano enormi, orlate di azzurro.
«Dov'è Cord?» domandò allo stalliere.
«Nella scuderia, sta sellando.»
Nel box aperto, Frou-Frou era già sellata. Stavano per portarla fuori.
«Non ho fatto tardi?»
«All right! All right! Tutto in ordine, tutto in ordine,» proferì l'inglese, «non siate agitato.»
Vrònskij abbracciò ancora una volta con lo sguardo le stupende forme, a lui così care, della cavalla che tremava in tutto il corpo, e, staccandosi con uno sforzo da quella vista, uscì dalla baracca. Arrivò alle tribune nel momento migliore per non attirare su di sé l'attenzione di nessuno. Stava per terminare la corsa su due verste e tutti gli occhi erano fissi su un cavalleggero della guardia, in testa, e su un ussaro della guardia, poco dietro, i quali, incitando al massimo i cavalli, si avvicinavano al palo. Dal centro e dall'esterno dell'emiciclo tutti si pigiavano verso il palo e un gruppo di cavalleggeri della guardia, soldati e ufficiali, con rumorose esclamazioni esprimeva la gioia dell'atteso trionfo del proprio ufficiale e compagno. Vrònskij entrò senza farsi notare nel mezzo della folla quasi nel momento in cui echeggiò il suono della campanella che annunciava la fine della corsa e l'alto cavalleggero della guardia, spruzzato di fango, che era arrivato primo, abbandonatosi sulla sella, andava allentando le briglie al suo cavallo grigio, scurito dal sudore e ansante.
Il cavallo, puntando le zampe con, uno sforzo, rallentò il movimento veloce del suo gran corpo e l'ufficiale dei cavalleggeri, come un uomo destato da un pesante sonno, si guardò in giro e sorrise a stento. Lo circondò la folla dei suoi e degli estranei.
Vrònskij evitava di proposito quella folla scelta, del gran mondo, che si muoveva e discorreva con disinvoltura davanti alle tribune. Sapeva che là c'erano la Karènina, e Betsy, e la moglie di suo fratello, e apposta per non distrarsi, non si avvicinava a loro. Ma lo fermavano conoscenti che incontrava di continuo, raccontandogli i particolari delle corse già fatte e domandandogli perché fosse venuto in ritardo.
Quando quelli che avevano corso furono chiamati a una tribuna per ricevere i premi, e tutti si volsero da quella parte, il fratello maggiore di Vrònskij, un colonnello in alta uniforme, Aleksàndr, non alto di statura, tarchiato come Aleksèj ma più bello e colorito, con un naso rosso e un viso aperto da ubriacone, gli si avvicinò.
«Hai ricevuto il mio biglietto?» disse. «Non ti si trova mai.»
Nonostante la vita dissoluta, soprattutto le bevute per le quali era famoso, Aleksàndr Vrònskij era un perfetto gentiluomo di corte.
«L'ho ricevuto e davvero non capisco di che cosa tu ti preoccupi,» disse Aleksèj.
Ora, parlando con il fratello di una cosa per lui assai spiacevole, sapendo che gli occhi di molti potevano esser rivolti verso di loro, aveva un aspetto sorridente come se con il fratello scherzasse a proposito di cose senza importanza.
«Mi preoccupo del fatto che or ora mi è stato fatto notare che tu non c'eri e che lunedì ti hanno incontrato a Peterhof.»
«Ci sono cose che riguardano solamente chi vi è direttamente interessato, e la cosa di cui tu ti preoccupi tanto, è tale...»
«Sì, ma allora non si resta in servizio, non...»
«Ti prego di non immischiarti, e basta.»
La faccia accigliata di Aleksèj Vrònskij impallidì e la sua prominente mascella inferiore tremò, cosa che gli accadeva di rado. Uomo dal cuore assai buono, egli si infuriava di rado, ma quando si infuriava e quando gli tremava il mento, come ben sapeva anche Aleksàndr Vrònskij, era pericoloso. Aleksàndr Vrònskij sorrise gaiamente.
«Volevo soltanto consegnarti la lettera della mamma. Rispondile e non agitarti prima della corsa. Bonne chance,» aggiunse sorridendo e si allontanò.
Ma subito dopo di lui un nuovo saluto amichevole fermò Vrònskij.
«Ora fai finta di non riconoscere gli amici? Salve, mon cher!» cominciò a dire Stepàn Arkàdiè, scintillando anche lì, nello splendore pietroburghese, non meno che a Mosca, con la faccia vermiglia e le fedine lucenti e ben pettinate. «Sono arrivato ieri e sono contentissimo di vedere il tuo trionfo. Quando ci vediamo?»
«Passa domani alla mensa,» disse Vrònskij; si scusò, dandogli una stretta alla manica del paltò e si allontanò verso il centro dell'ippodromo, dove già facevano entrare i cavalli per la grande corsa a ostacoli.
I cavalli che avevano corso, sudati, sfiniti, accompagnati dagli stallieri, venivano ricondotti a casa, e uno dopo l'altro apparivano i nuovi cavalli per la corsa imminente, freschi, per lo più inglesi, incappucciati, con i ventri contratti, simili a strani enormi uccelli. A destra conducevano la magra e bella Frou-Frou, che procedeva come sulle molle sui suoi elastici e abbastanza lunghi pastorali. Non lontano da lei toglievano la gualdrappa all'orecchiuto Gladiator. Le forme grandi, stupende, del tutto regolari dello stallone dalla magnifica groppa e dai pastorali insolitamente corti, che si trovavano proprio al di sopra degli zoccoli, fermarono involontariamente l'attenzione di Vrònskij. Egli avrebbe voluto avvicinarsi alla sua cavalla, ma di nuovo lo trattenne un conoscente.
«Ah, ecco Karènin!» gli disse il conoscente con il quale conversava. «Cerca sua moglie e lei è in mezzo alla tribuna. Non l'avete vista?»
«No, non l'ho vista,» rispose Vrònskij e, senza neppure voltarsi a guardare verso la tribuna nella quale gli avevano indicato la Karènina, si avvicinò alla propria cavalla.
Non fece in tempo a guardare la sella, sulla quale avrebbe voluto dare certi suoi ordini, che i corridori vennero chiamati alla tribuna per l'estrazione dei numeri e la partenza. Con i visi seri, severi, e molti anche pallidi, diciassette ufficiali si raccolsero presso la tribuna ed estrassero i numeri. A Vrònskij toccò il numero sette. Si udì: «In sella!»
Sentendo che insieme agli altri che correvano egli costituiva il centro verso cui erano rivolti tutti gli occhi, Vrònskij si avvicinò alla sua cavalla in quello stato di tensione che lo rendeva di solito lento e calmo nei movimenti. Per la solennità delle corse Cord si era vestito nel suo abito di gala: soprabito nero abbottonato, colletto ben inamidato che gli sosteneva le guance, cappello nero rotondo e stivaloni alla scudiera. Come sempre, era calmo e grave e reggeva lui stesso tutt'e due le briglie della cavalla, standole ritto dinanzi. Frou-Frou continuava a tremare come se avesse la febbre. Il suo occhio pieno di fuoco guardava di traverso Vrònskij che le si avvicinava. Vrònskij infilò un dito nel sottopancia. La cavalla guardò ancor più di sbieco, mostrò i denti e drizzò un'orecchia. L'inglese fece una smorfia con le labbra, che voleva essere un sorriso per il fatto che si controllava il suo modo di sellare.
«Montate, sarete meno agitato.»
Vrònskij si voltò a guardare per l'ultima volta i suoi antagonisti. Sapeva che durante la corsa non li avrebbe più visti. Due già cavalcavano in testa verso il luogo dove dovevano dare il via. Galcìn, uno degli antagonisti pericolosi e amico di Vrònskij, si aggirava intorno a un cavallo baio che non si lasciava montare. Un piccolo ussaro della guardia con i pantaloni stretti andava al galoppo, piegato sulla groppa come un gatto, volendo imitare gli inglesi. Il principe Kuzòvlev sedeva pallido sulla sua cavalla purosangue della scuderia Gràbov, che un inglese conduceva per le briglie. Vrònskij e tutti i suoi compagni conoscevano Kuzòvlev e la sua particolarità: nervi «deboli» e tremendo amor proprio. Sapevano che aveva paura di tutto; aveva paura di montare un cavallo di linea; ma ora, proprio perché c'era da aver paura, perché la gente si rompeva il collo, e a ogni ostacolo stazionavano un dottore, un furgone dell'ambulanza con la croce cucita sopra e una suora di carità, egli si era deciso a correre. Si incontrarono con gli occhi e Vrònskij gli ammiccò con simpatia e approvazione. Uno soltanto egli non vide, il principale antagonista, Machòtin su Gladiator.
«Non abbiate fretta,» disse Cord a Vrònskij, «e ricordate una cosa: non trattenetela e non sollecitatela agli ostacoli, lasciatela fare come vuole.»
«Bene, bene,» disse Vrònskij, afferrando le redini.
«Se è possibile, conducete la corsa; ma non disperate sino all'ultimo momento, anche se foste in coda.»
La cavalla non fece in tempo a muoversi che Vrònskij, con un movimento agile ed energico, montò sulla staffa dentata d'acciaio e, con fermezza e leggerezza, pose il proprio corpo compatto sulla sella di cuoio scricchiolante. Infilando il piede destro nella staffa, con un gesto abituale eguagliò fra le dita le doppie redini e Cord sciolse le mani. Come se non sapesse con quale zampa fare il primo passo, Frou-Frou, tendendo con il lungo collo le redini, si mosse come su molle, facendo oscillare il cavaliere sulla sua schiena flessuosa. Cord, accelerando il passo, le teneva dietro. Agitata, la cavalla tirava le redini ora da una parte, ora dall'altra, cercando di buttar giù il cavaliere, e invano Vrònskij si sforzava di calmarla con la voce e con la mano.
Si erano già avvicinati alla riviera, dirigendosi verso il luogo dove avrebbero dato il via. Molti dei concorrenti erano davanti, molti dietro, quando a un tratto Vrònskij udì dietro di sé sul fango della strada il rumore di un cavallo al galoppo, e lo sorpassò Machòtin sul suo orecchiuto Gladiator dalle zampe bianche. Machòtin sorrise, mettendo in mostra i suoi lunghi denti, ma Vrònskij lo guardò con ira. In genere non lo amava, e ora, considerandolo l'antagonista più pericoloso, era seccato con lui perché gli era galoppato vicino, irritando la sua cavalla. Frou-Frou sollevò la zampa sinistra per il galoppo e fece due piccoli salti, e, arrabbiandosi per le redini tese, passò a un trotto sobbalzante che mandava in alto il cavaliere. Anche Cord si accigliò e quasi correva d'ambio per tener dietro a Vrònskij.
XXV
Gli ufficiali che correvano erano diciassette. La corsa doveva svolgersi su un gran cerchio di forma ellittica di quattro verste, davanti alla tribuna. Sul circuito erano stati disposti nove ostacoli: la riviera, una grande barriera massiccia di circa un metro e quaranta proprio davanti alla tribuna, un fosso asciutto, un fosso con l'acqua, una ripida scarpata, una banchina irlandese (uno degli ostacoli più difficili) che consisteva in un baluardo con una siepe, dietro la quale, invisibile per il cavallo, c'era ancora un fosso, sicché il cavallo doveva saltare entrambi gli ostacoli o ammazzarsi; poi altri due fossi con l'acqua e uno asciutto; la fine della corsa era di fronte alla tribuna. Ma la corsa non cominciava dal cerchio, bensì a cinquanta metri da esso, e su questa distanza c'era il primo ostacolo: la riviera larga due metri e dieci, che i cavalieri potevano saltare o passare a guado a loro piacere.
Per tre volte i cavalieri si allinearono, ma ogni volta il cavallo di qualcuno sopravanzava gli altri, e bisognava ricominciare daccapo. Il colonnello Sèstrin, preposto a dare il via; cominciava già ad arrabbiarsi, quando finalmente, allorché gridò per la quarta volta «via!», i cavalieri partirono.
Tutti gli occhi, tutti i binocoli erano rivolti verso il gruppo variopinto di cavalieri nel momento in cui si mettevano in riga.
«Han dato il via! Corrono!» si sentì dire da tutte le parti dopo il silenzio dell'attesa.
E gruppi di gente e persone isolate cominciarono a correre da un posto all'altro per vedere meglio. Sin dal primo momento il gruppo compatto dei cavalieri si allungò; si videro i cavalieri avvicinarsi alla riviera a due, a tre insieme, e uno dietro l'altro. Agli spettatori parve che si fossero messi al galoppo tutti insieme; ma per i cavalieri c'erano secondi di differenza, che per loro avevano grande importanza.
Agitata e troppo nervosa, Frou-Frou perse il primo momento e vari cavalli si mossero prima di lei; ma, ancor prima d'arrivare alla riviera, trattenendo con tutte le forze la cavalla che puntava sulle redini, Vrònskij ne sorpassò tre con facilità, e davanti a lui restò solamente il sauro Gladiator di Machòtin, che alzava con regolarità e leggerezza la groppa proprio davanti a Vrònskij, e ancor più innanzi la splendida Diana, con sopra il più morto che vivo Kuzòvlev.
Nei primi momenti Vrònskij ancora non era padrone né di se stesso né del cavallo. Sino al primo ostacolo, la riviera, non poté dirigerne i movimenti.
Gladiator e Diana si avvicinarono insieme e, quasi nello stesso istante: hop-hop, si sollevarono sopra la riviera e volarono dall'altra parte; come volando, si librò dietro di loro Frou-Frou, ma nello stesso momento in cui Vrònskij si sentì in aria, a un tratto vide quasi sotto le zampe della sua cavalla Kuzòvlev che si dibatteva insieme con Diana dall'altra parte del fiume (Kuzòvlev aveva lasciato andare le briglie dopo il salto e il cavallo era capitombolato con lui). Questi particolari Vrònskij li venne a sapere soltanto in seguito, mentre adesso vedeva soltanto che, proprio dove si sarebbero posate le zampe di Frou-Frou, poteva capitare una zampa o la testa di Diana. Ma Frou-Frou, come una gatta che cada, fece nel salto uno sforzo con le zampe e la schiena e, superato il cavallo, galoppò oltre.
«Oh, cara!» pensò Vrònskij.
Dopo la riviera Vrònskij divenne pienamente padrone della cavalla e cominciò a trattenerla, proponendosi di saltare la grande barriera dietro Machòtin e di tentare di superarlo solamente sulla successiva distanza di quattrocentocinquanta metri priva di ostacoli.
La grande barriera si trovava proprio davanti alla tribuna dello zar. L'imperatore con l'intera corte, e folle di gente, tutti guardavano loro, lui e Machòtin - che era in testa d'una lunghezza - mentre si avvicinavano al «diavolo» (così era chiamata la barriera massiccia). Vrònskij sentiva quegli occhi fissi su di sé da tutte le parti, ma non vedeva nulla, eccetto le orecchie e il collo della sua cavalla, la terra che gli correva incontro e la groppa e le bianche zampe di Gladiator, che battevano velocemente il tempo davanti a lui e rimanevano sempre alla medesima distanza. Gladiator si sollevò, senza urtare in nulla, agitò la corta coda e scomparve agli occhi di Vrònskij.
«Bravo!» disse una voce.
Nello stesso istante, di fronte agli occhi di Vrònskij, di fronte a lui, balenarono le assi della barriera. Senza il più piccolo mutamento di andatura il cavallo si sollevò sotto di lui; le assi scomparvero e soltanto dietro qualcosa fece rumore. Eccitata da Gladiator che la precedeva, la cavalla si era alzata troppo presto davanti alla barriera e vi aveva urtato con lo zoccolo posteriore. Ma la sua andatura non era cambiata, e Vrònskij, ricevendo in faccia uno schizzo di fango, capì che si trovava ancora alla medesima distanza da Gladiator. Di nuovo vedeva davanti a sé la sua groppa, la corta coda e ancora quelle zampe bianche che non si allontanavano e si muovevano velocemente.
Nello stesso istante in cui Vrònskij pensò che ora bisognava sorpassare Machòtin, Frou-Frou stessa, avendo già capito ciò che egli pensava, senza nessun incitamento accelerò notevolmente e cominciò ad avvicinarsi a Machòtin dalla parte più conveniente, dalla parte della corda. Machòtin però non cedeva la corda. Vrònskij aveva appena pensato che lo si poteva oltrepassare anche dall'esterno quando Frou-Frou cambiò galoppo e cominciò a oltrepassare proprio in questo modo. La spalla di Frou-Frou, che aveva già cominciato a scurirsi per il sudore, si allineò alla groppa di Gladiator. Per un poco galopparono insieme. Ma prima dell'ostacolo al quale si stavano avvicinando, Vrònskij, per non fare il giro largo, cominciò a lavorar di redini, e velocemente sorpassò Machòtin proprio sulla scarpata. Vide di sfuggita il viso di lui inzaccherato di fango. Gli parve persino che gli sorridesse. Aveva oltrepassato Machòtin, ma lo sentì subito dietro di sé mentre udiva senza interruzione proprio dietro la schiena il galoppo eguale e il respiro mozzato, ancora del tutto, fresco, delle narici di Gladiator.
I due ostacoli successivi, il fosso e la barriera, furono sorpassati facilmente, ma Vrònskij cominciò a udire più vicini l'ansito e il galoppo di Gladiator. Dette il via alla cavalla e sentì con gioia che essa accelerava con facilità l'andatura; il rumore degli zoccoli di Gladiator cominciò di nuovo a udirsi alla distanza di prima.
Vrònskij conduceva la corsa: proprio quel che voleva fare e che gli aveva consigliato Cord; adesso era sicuro del successo. La sua agitazione, la gioia e la tenerezza per Frou-Frou diventavano sempre più forti. Avrebbe voluto voltarsi indietro, ma non osava farlo e si sforzava di calmarsi e di non lanciare la cavalla per risparmiarne la riserva di forze, pari, com'egli sentiva, a quella che restava a Gladiator. Rimaneva un solo ostacolo e il più difficile; se l'avesse superato in testa agli altri, sarebbe arrivato primo. Si avvicinava di galoppo alla banchina irlandese. Insieme a Frou-Frou aveva visto la banchina già da lontano e a tutti e due insieme, a lui e alla cavalla, venne un istante di dubbio. Egli notò l'indecisione negli orecchi della cavalla e sollevò lo scudiscio, ma subito sentì che il dubbio era infondato: la cavalla sapeva che cosa bisognava fare. Accelerò, e a tempo, esattamente come pensava lui di fare, prese lo slancio e, spintasi su da terra, si abbandonò alla forza d'inerzia che la trasportò lontano oltre il fossato; e con la stessa cadenza, senza sforzo, senza cambiar passo, continuò poi il galoppo.
«Bravo Vrònskij!» sentì le voci d'un gruppo di persone che sapeva del proprio reggimento e di amici che stavano presso quell'ostacolo; non poté non riconoscere la voce di Jašvìn, ma non lo vide.
«Oh, delizia mia!» pensava di Frou-Frou, tendendo l'orecchio a ciò che avveniva dietro. «Ha saltato!» pensò, sentendo dietro di sé il galoppo di Gladiator. Rimaneva solo l'ultimo fossato pieno d'acqua, largo circa un metro e cinquanta. Vrònskij non lo guardava neppure, ma, desiderando arrivare di gran lunga primo, si mise a lavorar di redini, alzando e abbassando la testa della cavalla in cadenza con il galoppo. Sentiva che la cavalla procedeva con le ultime riserve; non soltanto erano umidi il suo collo e le spalle, ma il sudore usciva a gocce sul garrese, sulla testa, sugli orecchi aguzzi, ed essa aveva il respiro aspro e breve. Ma egli sapeva che queste riserve sarebbero state più che sufficienti per gli ultimi quattrocentocinquanta metri che restavano. Soltanto perché si sentiva più vicino alla terra e per la particolare dolcezza del movimento Vrònskij sapeva quanto la sua cavalla avesse aumentato la velocità. Essa sorvolò il fossato come se nemmeno l'avesse notato. Lo sorvolò come un uccello; ma in quello stesso attimo, con suo terrore, Vrònskij sentì che, non essendo stato capace di secondare il movimento della cavalla, egli, senza nemmeno capire come, aveva fatto un movimento orribile e imperdonabile, abbassandosi sulla sella. A un tratto la sua posizione mutò ed egli capì che era successo qualcosa di terribile. Non poteva ancora rendersi conto di ciò che era successo, che già balenarono accanto a lui le bianche zampe dello stallone sauro e Machòtin gli passò di fianco al gran galoppo. Vrònskij toccò terra con una gamba e la sua cavalla si abbatté su quella gamba. Fece appena in tempo a tirar fuori la gamba, che essa cadde su un fianco, rantolando pesantemente e facendo vani sforzi con il suo sottile collo sudato per sollevarsi; come un uccello ferito a morte, si dibatteva a terra ai suoi piedi. Il goffo movimento fatto da Vrònskij le aveva spezzato la schiena. Ma egli capì questo molto più tardi. Ora vedeva soltanto che Machòtin si allontanava velocemente, e lui, barcollando, era solo, in piedi sulla immobile, fangosa terra, e davanti a lui, respirando pesantemente, giaceva Frou-Frou, e, piegata verso di lui la testa, lo guardava con i suoi splendidi occhi. Tuttora incapace di capire ciò che era successo, Vrònskij tirava la cavalla per la briglia. Essa guizzò di nuovo tutta, come un pesciolino, facendo scricchiolare i cuscini della sella, liberò le zampe anteriori, ma, non avendo le forze per sollevare la groppa, annaspò subito e ricadde di nuovo su un fianco. Con la faccia stravolta dalla passione, pallido e con la mascella inferiore che sussultava, Vrònskij la colpì con il tacco nel ventre e ricominciò a tirarla per le redini. Ma essa non si muoveva e, ficcando il muso nel terreno, guardava il padrone con il suo sguardo parlante.
«Aah!» muggì Vrònskij, afferrandosi la testa. «Aah! che ho fatto!» gridò. «E la corsa è perduta! E la colpa è mia, vergognosa, imperdonabile! E questa povera cara cavalla rovinata! Aah! che ho fatto!»
Gente, un dottore e un infermiere, gli ufficiali del suo reggimento correvano verso di lui. Per sua disgrazia, sentiva di essere incolume e sano. La cavalla si era rotta la schiena e fu deciso di abbatterla. Vrònskij non poteva rispondere alle domande, non poteva parlare con nessuno. Si voltò e, senza raccogliere il berretto che gli era volato via dalla testa, si allontanò dall'ippodromo senza saper neppure dove. Si sentiva infelice. Per la prima volta nella sua vita sperimentava la sventura più grave, una sventura irreparabile e della quale aveva lui la colpa.
Jašvìn lo raggiunse con il berretto, lo accompagnò sino a casa, e mezz'ora dopo Vrònskij ritornò in sé. Ma il ricordo di quella corsa rimase a lungo nella sua anima come il ricordo più penoso e tormentoso della sua vita.
XXVI
I rapporti esteriori di Aleksèj Aleksàndroviè con la moglie erano gli stessi di prima. L'unica differenza stava nel fatto che egli era ancor più occupato di prima. Come anche negli anni precedenti, all'inizio della primavera era andato all'estero alle acque per ristabilire la sua salute ogni anno rovinata dall'intensa fatica invernale e, come al solito, era ritornato in luglio e subito, con aumentata energia, si era rimesso al suo lavoro. Come al solito, sua moglie si era trasferita nella dàèa ed egli era rimasto a Pietroburgo.
Dal tempo della conversazione dopo la serata dalla principessa Tvèrskaja, non aveva più parlato con Anna dei suoi sospetti e della sua gelosia, e quel suo abituale tono di chi recita una parte era quanto mai comodo per gli attuali rapporti con la moglie. Verso la moglie era un po' freddo. Come se avesse verso di lei un leggero malcontento per quella prima conversazione notturna, che essa aveva respinto. Nei suoi rapporti con lei c'era una sfumatura di dispetto, ma non altro. «Tu non hai voluto avere una spiegazione con me,» pareva dire, rivolgendosi a lei mentalmente, «tanto peggio per te. Ora sarai tu a pregarmi, ma io non darò spiegazioni. Tanto peggio per te,» diceva mentalmente come un uomo il quale abbia vanamente tentato di spegnere un incendio e, infuriandosi per i suoi vani sforzi, dica: «Allora tientelo! allora brucia!»
Uomo intelligente e sottile negli affari di stato, egli non capiva però tutta la follia di un simile atteggiamento verso la moglie. Non lo capiva, perché aveva troppa paura di capire la propria attuale situazione, e perché aveva chiusa, nascosta e sigillata nella sua anima la cassetta nella quale teneva i sentimenti verso la famiglia, ossia verso la moglie e il figlio. Egli, padre premuroso, sin dalla fine di quell'inverno era diventato particolarmente freddo con il figlio e aveva con lui lo stesso atteggiamento canzonatorio che aveva con la moglie. «Ah! giovanotto!» diceva, rivolgendosi al figlio.
Aleksèj Aleksàndroviè pensava, e diceva, che mai come in quell'anno aveva avuto tanto lavoro d'ufficio; ma non si rendeva conto che in quell'anno egli stesso si era inventato il lavoro, che questo era uno dei modi per non aprire la cassetta in cui giacevano i sentimenti verso la moglie e il figlio e i pensieri su di loro, i quali però incutevano tanta più paura quanto più a lungo restavano lì a giacere. Se qualcuno avesse avuto il diritto di domandare ad Aleksèj Aleksàndroviè che cosa pensasse della condotta di sua moglie, il mite e pacifico Aleksèj Aleksàndroviè non avrebbe risposto nulla; ma si sarebbe molto infuriato con la persona che gli avesse domandato una cosa simile. Per questo appunto nell'espressione del volto di Aleksèj Aleksàndroviè c'era qualcosa di orgoglioso e di severo quando gli domandavano della salute di sua moglie. Aleksèj Aleksàndroviè non voleva pensare niente sulla condotta e sui sentimenti di sua moglie, e realmente a questo proposito non pensava niente.
La dàèa fissa di Aleksèj Aleksàndroviè era a Peterhof e di solito la contessa Lìdija Ivànovna trascorreva l'estate nello stesso posto, in vicinanza e continui rapporti con Anna. Quell'anno la contessa Lìdija Ivànovna si era rifiutata di stare a Peterhof, non era stata neppure una volta da Anna Arkàdìevna e aveva accennato ad Aleksèj Aleksàndroviè la sconvenienza dell'assiduità di Anna con Betsy e con Vrònskij. Aleksèj Aleksàndroviè l'aveva fermata severamente, enunciando il pensiero che sua moglie era al di sopra d'ogni sospetto, e da allora si era messo a evitarla. Egli non voleva vedere e non vedeva che in società già molti guardavano di traverso sua moglie; non voleva capire e non capiva perché sua moglie avesse particolarmente insistito per trasferirsi a Càrskoe, dove viveva Betsy, e da dove non distava molto il campo del reggimento di Vrònskij. Non si permetteva di pensare a questo e non ci pensava; ma nello stesso tempo, nel fondo della sua anima, pur non dicendo mai questo a se stesso, e non avendo a questo riguardo non solo prove ma neppure sospetti, sapeva senz'ombra di dubbio di essere un marito ingannato e per questo era profondamente infelice.
Quante volte durante i suoi otto anni di vita felice con la moglie, guardando le altrui mogli infedeli e i mariti ingannati, Aleksèj Aleksàndroviè si era detto: «Ma come si può arrivare a una cosa simile? Come non troncare una situazione così indecente?» Ma ora che il malanno era caduto sulla sua testa, non solo non pensava al modo di troncare quella situazione, ma non voleva affatto riconoscerla, non voleva riconoscerla appunto perché era troppo orribile, troppo innaturale.
Dal tempo del suo ritorno dall'estero Aleksèj Aleksàndroviè era stato in dàèa due volte. Una volta aveva pranzato, un'altra volta aveva trascorso la serata con ospiti, ma non aveva mai pernottato, come invece era abituato a fare negli anni precedenti.
Il giorno delle corse fu una giornata molto impegnata per Aleksèj Aleksandrovic; ma, fattosi sin dal mattino l'orario della giornata, egli aveva deciso che subito dopo una colazione fatta di buon'ora, sarebbe andato dalla moglie in villa e di là alle corse; a queste sarebbe stata presente tutta la corte e doveva esser presente anche lui. Dalla moglie sarebbe andato perché aveva deciso di andarci una volta la settimana per convenienza. Inoltre, quel giorno doveva consegnare alla moglie per il quindici del mese, secondo l'ordine stabilito, i denari per le spese.
Con l'abituale dominio sui propri pensieri, dopo aver pensato tutto ciò a proposito della moglie, egli non permise a questi suoi pensieri di estendersi ulteriormente su quanto la riguardava.
Quella mattina Aleksèj Aleksàndroviè fu occupatissimo. La vigilia, la contessa Lìdija Ivànovna gli aveva mandato l'opuscolo di un celebre viaggiatore in Cina con una lettera in cui lo pregava di ricevere personalmente il viaggiatore, un uomo per vari aspetti assai interessante e utile. Aleksèj Aleksàndroviè non aveva fatto in tempo a leggere tutto l'opuscolo la sera e lo terminò quel mattino. Poi si presentarono i postulanti, cominciarono i rapporti, le visite, le nomine, le rimozioni, le distribuzioni di ricompense, di pensioni, di stipendi, la corrispondenza: quel lavoro quotidiano, come lo chiamava Aleksèj Aleksàndroviè, che portava via tanto tempo. Poi vi fu il lavoro personale, la visita del dottore e dell'amministratore. L'amministratore non gli portò via molto tempo. Consegnò soltanto il denaro che occorreva a Aleksèj Aleksàndroviè e gli fece un breve resoconto della situazione degli affari, che non andavano troppo bene, giacché quell'anno a causa dei continui viaggi si era speso di più e c'era un deficit. Ma il dottore, un celebre dottore pietroburghese, che era anche in rapporti di amicizia con Aleksèj Aleksàndroviè, gli portò via molto tempo. Quel giorno Aleksèj Aleksàndroviè neppure lo aspettava, e fu meravigliato del suo arrivo e ancor più del fatto che il dottore lo interrogò molto attentamente sul suo stato, lo auscultò, picchiò e tastò il fegato. Aleksèj Aleksàndroviè non sapeva che la sua amica Lìdija Ivànovna, avendo notato che la salute di Aleksèj Aleksàndroviè quell'anno non era buona, aveva pregato il dottore di andare a visitare il malato. «Fatelo per me,» aveva detto la contessa Lìdija Ivànovna.
«Lo farò per la Russia, contessa,» aveva risposto il dottore.
«È un uomo incomparabile!» aveva detto la contessa. Lìdija Ivànovna.
Il dottore rimase assai scontento di Aleksèj Aleksàndroviè. Trovò il fegato notevolmente ingrossato, la nutrizione diminuita e nessun effetto delle acque. Prescrisse il maggior movimento fisico possibile e quanto meno tensione mentale fosse possibile, e, principalmente, nessun dispiacere, ossia proprio ciò che per Aleksèj Aleksàndroviè era altrettanto impossibile che il non respirare; e se ne andò lasciando in Aleksèj Aleksàndroviè la sgradevole consapevolezza che qualcosa in lui non andava e rimediare non era possibile.
Uscendo da Aleksèj Aleksàndroviè, il dottore si imbatté sulla scala in Sljùdin, il capo-gabinetto di Aleksèj Aleksàndroviè, che ben conosceva. Erano stati compagni d'università e, benché si incontrassero di rado, si stimavano ed erano buoni amici; per questo, a nessuno meglio che a Sljùdin il dottore poteva manifestare la propria sincera opinione sul malato.
«Come sono contento che siate stato da lui,» disse Sljùdin. «Non va bene, e ho l'impressione... Ebbene, che c'è?»
«Ecco che c'è,» disse il dottore, facendo al di sopra della testa di Sljùdin un cenno con la mano al suo cocchiere perché si avvicinasse con la carrozza. «Ecco che c'è,» disse, prendendo nelle sue mani bianche un dito del guanto di pelle e tirandolo. «Provate a spezzare una corda senza tirarla: è molto difficile; ma tiratela sino all'estremo limite e posatevi sopra il peso di un dito, si spezzerà. E per la sua assiduità, per la sua coscienziosità nel lavoro lui è teso sino all'estremo limite; e la pressione esterna c'è, e anche pesante,» concluse il dottore sollevando significativamente le sopracciglia. «Andrete alle corse?» soggiunse, scendendo verso la carrozza che si era avvicinata, «Sì, sì, si capisce, porta via molto tempo,» rispose il dottore a qualcosa che Sljùdin gli aveva detto ed egli non aveva afferrato.
Dopo il dottore, che aveva portato via tanto tempo, si presentò il celebre viaggiatore, e Aleksèj Aleksàndroviè, valendosi dell'opuscolo che, aveva appena letto e della sua precedente conoscenza dell'argomento, sbigottì il viaggiatore per la profondità delle sue conoscenze in materia e per la larghezza illuminata delle sue vedute.
Insieme con il viaggiatore fu annunciato l'arrivo di un maresciallo provinciale della nobiltà, che aveva fatto la sua comparsa a Pietroburgo e con il quale bisognava parlare. Dopo che se ne fu andato, occorse terminare le occupazioni quotidiane con il capo-gabinetto e andare anche da un personaggio autorevole per un affare serio e importante. Aleksèj Aleksàndroviè fece appena in tempo a tornare per le cinque, l'ora del suo pranzo; dopo aver pranzato con il capo-gabinetto, lo invitò ad andare con lui in villa e alle corse.
Senza rendersene conto, adesso Aleksèj Aleksàndroviè cercava di fare in modo che ai suoi incontri con la moglie fosse presente una terza persona.
XXVII
Anna era di sopra, davanti allo specchio, e con l'aiuto di Annuška appuntava l'ultimo nastro al vestito, quando udì all'ingresso un rumore di ruote che schiacciavano la ghiaia.
«Per Betsy è ancor presto,» pensò e, gettata un'occhiata alla finestra, vide la carrozza, e il cappello nero di Aleksèj Aleksàndroviè che ne spuntava fuori, e le sue orecchie a lei così ben note. «Proprio quando non ci voleva; possibile che resti a pernottare?» pensò e le parve così spaventoso e terribile tutto quello che poteva derivarne, che, senza riflettere un istante, con il viso allegro e raggiante uscì per andargli incontro e, sentendosi preda di quello spirito della menzogna e dell'inganno che ormai conosceva, si abbandonò ad esso e cominciò a parlare senza neppure sapere ciò che diceva.
«Ah, com'è carino!» disse, tendendo la mano al marito e salutando con un sorriso Sljùdin che era di casa. «Resti qui per la notte, spero?» fu la prima cosa che le suggerì lo spirito dell'inganno, «e ora andiamo insieme. Peccato soltanto che abbia già promesso a Betsy. Verrà a prendermi.»
Aleksèj Aleksàndroviè si accigliò al nome di Betsy.
«Oh, non starò a dividere le indivisibili,» disse con il suo abituale tono canzonatorio. «Andrò con Michaìl Vasìlievic. Persino i dottori mi ordinano di camminare. Farò la strada a piedi e mi immaginerò di essere alle acque.»
«Non c'è fretta,» disse Anna. «Volete del tè?» e suonò.
«Servite il tè e dite a Serëža che è arrivato Aleksèj Aleksàndroviè. E allora, come va la tua salute? Michaìl Vasìlievic, voi non siete mai stato da me; guardate com'è bello sul mio balcone,» disse, passando col discorso dall'uno all'altro.
Parlava con grande semplicità e naturalezza, ma troppo e troppo in fretta. Lei stessa lo sentiva, tanto più che nello sguardo curioso con cui la sogguardava Michaìl Vasìlievic, notò che egli sembrava osservarla.
Michaìl Vasìlievic uscì però subito sulla terrazza.
Lei si sedette accanto al marito.
«Non hai un bell'aspetto,» disse.
«Sì, oggi è stato da me il dottore e mi ha fatto perdere un'ora. Sento che l'ha mandato qualcuno dei miei amici: la mia salute è talmente preziosa...»
«Certo, ma che cos'ha detto?»
Lo interrogò sulla sua salute e sulle sue occupazioni, lo esortò a riposarsi e venire a stare da lei.
Diceva tutto questo in modo gaio, frettoloso e con un particolare luccichio negli occhi; ma Aleksèj Aleksàndroviè adesso non attribuiva a questo tono di lei alcun significato. Sentiva semplicemente le sue parole e dava loro soltanto quel significato diretto che esse avevano. E le rispondeva semplicemente, benché scherzosamente. In tutta questa conversazione non vi fu nulla di speciale, eppure mai in seguito Anna poté ricordare questa breve scena senza una tormentosa fitta di vergogna.
Entrò Serëža, preceduto dalla governante. Se Aleksèj Aleksàndroviè si fosse dato la pena di osservare, avrebbe notato lo sguardo timido, smarrito, con il quale Serëža guardò il padre e poi la madre. Ma egli non voleva vedere nulla, e non vedeva.
«Ah, il giovanotto! È cresciuto. Davvero, si fa uomo. Salve, giovanotto.»
E tese la mano allo spaventato Serëža.
Serëža, anche prima timido nei confronti del padre, adesso, dopo che Aleksèj Aleksàndroviè s'era messo a chiamarlo giovanotto, e da quando aveva la testa piena dell'enigma se Vrònskij fosse un amico o un nemico, sfuggiva il padre. Come chiedendo protezione, si voltò a guardare la madre. Soltanto con la madre si sentiva bene. Aleksèj Aleksàndroviè, intanto, parlando con la governante, teneva il figlio per una spalla e Serëža si sentiva così tormentosamente a disagio, che Anna vide che stava per piangere.
Anna, che era arrossita nel momento in cui era entrato il figlio, notando che Serëža si sentiva a disagio, balzò su svelta e, baciato il figlio, lo condusse in terrazza rientrando immediatamente.
«Adesso però è ora,» disse, dando un'occhiata al proprio orologio, «come mai Betsy non arriva!...»
«Sì,» disse Aleksèj Aleksàndroviè, e, alzatosi, intrecciò le mani e le fece scricchiolare. «Sono passato da te anche per portarti del denaro, dato che l'usignolo non si nutre di fiabe,» disse. «Ne avrai bisogno, penso.»
«No, non ne ho bisogno... sì, ne ho bisogno,» disse lei, senza guardarlo e arrossendo fino alla radice dei capelli. «Ma tornando dalle corse, passerai di qua, penso.»
«Oh sì!» rispose Aleksèj Aleksàndroviè. «Ma ecco anche la bellezza di Peterhof, la principessa Tverskàja,» soggiunse, guardando fuori della finestra un tiro inglese, con i paraocchi, che si avvicinava; la minuscola carrozza era librata straordinariamente in alto sulle ruote. «Che eleganza! Un incanto! Su, andiamo anche noi allora.»
La principessa Tverskàja non uscì dalla carrozza, ma, davanti all'ingresso, saltò giù solamente il suo lacchè in ghette, pellegrina e cappello nero.
«Io vado, addio!» disse Anna e, dopo aver baciato il figlio, si avvicinò ad Aleksèj Aleksàndroviè e gli tese la mano. «Sei stato molto carino a venire.»
Aleksèj Aleksàndroviè le baciò la mano.
«Bene, arrivederci dunque. Passerai a prendere il tè, benissimo!» disse lei e uscì, raggiante e allegra. Ma, non appena cessò di vederlo, sentì sulla mano il punto che le labbra di lui avevano sfiorato e trasalì di disgusto.
XXVIII
Quando Aleksèj Aleksàndroviè apparve alle corse, Anna era già seduta nella tribuna accanto a Betsy, nella tribuna in cui si riuniva tutta l'alta società. Vide il marito da lontano. Due uomini, il marito e l'amante, erano i due centri della sua vita ed essa ne sentiva la vicinanza senza il soccorso dei sensi esterni. Già da lontano aveva sentito l'avvicinarsi del marito e senza vederlo lo seguì in quelle ondate di folla fra le quali egli si muoveva. Lo vide avvicinarsi alla tribuna, ora rispondendo con indulgenza agli inchini adulatori, ora salutando amichevolmente, distrattamente, gli eguali, ora aspettando con desiderio lo sguardo dei potenti del mondo e togliendo il suo gran cappello tondo che gli schiacciava le estremità delle orecchie. Lei conosceva tutti questi modi e le erano tutti odiosi. «Unicamente ambizione, unicamente desiderio di riuscire: ecco tutto quel che c'è nella sua anima,» pensava, «mentre i ragionamenti elevati, l'amore per la cultura, la religione, tutto questo non è che uno strumento per riuscire.»
Dai suoi sguardi verso la tribuna delle signore (egli guardava proprio verso di lei, ma non aveva riconosciuto la moglie nel mare di mussoline, di nastri, di piume, di ombrellini e di fiori) capì che egli la cercava, ma fece apposta a non accorgersi di lui.
«Aleksèj Aleksàndroviè!» gli gridò la principessa Betsy, «di sicuro non vedete vostra moglie; eccola qui!»
Egli sorrise con il suo sorriso freddo.
«Qui c'è tanto splendore che gli occhi si perdono da ogni parte,» disse e si avviò verso la tribuna. Sorrise alla moglie come deve sorridere un marito che incontra la moglie dopo averla lasciata da poco e salutò la principessa, gli altri conoscenti, a ognuno rendendo il dovuto, ossia scherzando con le signore e scambiando convenevoli con gli uomini. In basso, accanto alla tribuna, stava in piedi un generale aiutante di campo, noto per la sua intelligenza e la sua istruzione, che Aleksèj Aleksàndroviè stimava. Aleksèj Aleksàndroviè si mise a discorrere con lui.
Era l'intervallo e perciò nulla disturbava la conversazione. Il generale biasimava le corse. Aleksèj Aleksàndroviè replicava, difendendole. Anna udiva la sua voce sottile, eguale, senza perdere nemmeno una parola, e ogni parola le sembrava falsa e le feriva dolorosamente l'orecchio.
Quando cominciò la corsa a ostacoli su quattro verste, essa si piegò in avanti e, senza distogliere gli occhi, guardò Vrònskij che si avvicinava al cavallo e vi montava, ascoltando nello stesso tempo quell'odiosa, incessante voce del marito. Si torturava di paura per Vrònskij, ma ancor più la torturava il suono, che le sembrava ininterrotto, della sottile voce del marito con le sue intonazioni conosciute.
«Sono una donna cattiva, sono una donna perduta,» pensava, «ma non mi piace mentire, non sopporto la menzogna, mentre il cibo suo (del marito) è la menzogna. Lui sa tutto, vede tutto; ma che cosa sente se può discorrere così tranquillamente! Se lui mi uccidesse, se uccidesse Vrònskij, lo stimerei. Ma no, a lui occorrono soltanto la menzogna e il decoro,» si diceva Anna, senza sapere che cosa precisamente avrebbe voluto dal marito, come avrebbe voluto vederlo. Non capiva neppure che quella particolare loquacità del marito, che tanto la irritava, era soltanto l'espressione della sua interna angoscia e inquietudine. Come un bambino che si sia fatto male, battendo i piedi mette in movimento i suoi muscoli per soffocare il dolore, così ad Aleksèj Aleksàndroviè era necessario il movimento della mente per soffocare quei pensieri sulla moglie che, in presenza di lei e in presenza di Vrònskij, il cui nome era continuamente ripetuto, pretendevano attenzione. E come per un bambino è naturale battere i piedi, così per lui era naturale parlare bene e con intelligenza. Diceva:
«Il pericolo nelle corse militari, di cavalleria, è una condizione indispensabile. Se l'Inghilterra può vantare le più brillanti imprese di cavalleria della storia militare, ciò è dovuto soltanto al fatto che essa ha sviluppato storicamente in sé questa forza, negli animali e negli uomini. Lo sport, secondo la mia opinione, ha una grande importanza; ma come sempre, noi vediamo solo l'aspetto più superficiale.»
«Non superficiale,» disse la principessa Tverskàja. «Un ufficiale, dicono, si è rotto due costole.»
Aleksèj Aleksàndroviè sorrise, con il suo sorriso che scopriva solo i denti ma non diceva niente di più.
«Ammettiamo, principessa, che ciò non sia superficiale,» disse, «ma profondo. Tuttavia non si tratta di questo», e si rivolse di nuovo al generale con il quale parlava seriamente, «non dimenticate che corrono dei militari, i quali hanno scelto quest'attività, e convenite che ogni vocazione ha il suo rovescio della medaglia. Ciò rientra direttamente negli obblighi del militare. Il mostruoso sport del pugilato o quello dei toreri spagnoli è un segno di barbarie. Ma lo sport specializzato è segno d'evoluzione.»
«No, un'altra volta non ci verrò; mi emoziona troppo,» disse la principessa Betsy. «Non è vero, Anna?»
«Emoziona, ma non ci si può staccare,» disse un'altra signora. «Se fossi stata una romana, non mi sarei lasciata scappare un solo spettacolo del circo.»
Anna non disse nulla; senza abbassare il binocolo, guardava verso un sol punto.
In quel momento attraversò la tribuna un generale di alta statura. Interrotto il discorso, Aleksèj Aleksàndroviè si alzò in fretta ma con dignità e fece un profondo inchino al militare che passava.
«Voi non correte?» scherzò con lui il militare.
«La mia corsa è più ardua,» rispose rispettosamente Aleksèj Aleksàndroviè.
E benché la risposta non significasse nulla, il militare fece finta d'aver sentito un motto intelligente da una persona intelligente, e di aver capito perfettamente la pointe de la sauce.
«Ci sono due categorie,» ricominciò a dire Aleksèj Aleksàndroviè, «gli esecutori e gli spettatori; e l'amore per questi spettacoli è un sicuro segno di basso sviluppo per gli spettatori, sono d'accordo, ma...»
«Principessa, una scommessa!» Si udì dal basso la voce di Stepàn Arkàdiè che si rivolgeva a Betsy. «Per chi tenete?»
«Io e Anna siamo per il principe Kuzòvlev,» rispose Betsy.
«Io per Vrònskij. Un paio di guanti.»
«Vada pure!»
«Che bello spettacolo, vero?»
Aleksèj Aleksàndroviè rimase in silenzio mentre parlavano accanto a lui, ma riprese subito.
«Sono d'accordo, ma i giuochi virili...» fece per continuare.
Ma in quel momento diedero il via ai cavalieri e tutte le conversazioni si interruppero. Anche Aleksèj Aleksàndroviè tacque, e tutti si alzarono e si rivolsero verso il fossato. Aleksèj Aleksàndroviè non si interessava alle corse e perciò non guardava quelli che correvano, ma si mise distrattamente a far vagare sugli spettatori gli occhi stanchi. Il suo sguardo si fermò su Anna.
Il viso di lei era pallido e severo. Evidentemente non vedeva nulla e nessuno fuorché uno solo. La sua mano stringeva febbrilmente il ventaglio ed essa non respirava. Egli la guardò e si affrettò a voltarsi per osservare altri visi.
«Sì, anche quella signora e pure le altre sono molto agitate; è molto naturale,» si disse Aleksèj Aleksàndroviè. Non voleva guardarla, ma il suo sguardo era involontariamente attratto verso di lei. Scrutò nuovamente quel viso, cercando di non leggere ciò che vi era così chiaramente scritto; solo contro la sua volontà vi leggeva con terrore ciò che non voleva sapere.
La prima caduta di Kuzòvlev al fosso agitò tutti, ma Aleksèj Aleksàndroviè vide chiaramente sul volto pallido, trionfante, di Anna, che colui che essa guardava non era caduto. Quando, dopo che Machòtin e Vrònskij ebbero saltato la grande barriera, l'ufficiale che li seguiva cadde proprio lì a testa in giù e si sfracellò a morte e un mormorio di orrore passò per tutto il pubblico, Aleksèj Aleksàndroviè vide che Anna non si era neppure accorta dell'accaduto e faceva fatica a capire di che cosa parlassero intorno. Sempre più spesso e con maggior ostinazione egli la scrutava. Anna, tutta assorbita dallo spettacolo di Vrònskij che galoppava, sentì lateralmente lo sguardo dei freddi occhi del marito fisso su di lei.
Si voltò per un istante, lo guardò interrogativamente e, accigliandosi leggermente, si girò di nuovo.
«Ah, che m'importa,» parve dirgli e non lo guardò più nemmeno una volta.
La corsa fu disgraziata: su diciassette uomini ne caddero e si fecero male più della metà. Alla fine delle corse tutti erano in un'agitazione che aumentò ancor di più per il fatto che l'imperatore era scontento.
XXIX
Tutti esprimevano ad alta voce la loro disapprovazione, tutti ripetevano la frase messa in giro da qualcuno: «Ci manca solo il circo con i leoni», e l'orrore era sentito da tutti, cosicché, quando Vrònskij cadde ed Anna uscì in una forte esclamazione, non vi fu in questo niente di eccezionale. Ma subito dopo sulla faccia di Anna avvenne un cambiamento, che era ormai positivamente sconveniente. Essa si smarrì completamente. Cominciò a dibattersi come un uccello catturato: ora voleva alzarsi e andare chissà dove, ora si rivolgeva a Betsy.
«Andiamo, andiamo,» diceva.
Ma Betsy non la sentiva. Sporgendosi in giù, parlava con un generale che le si era avvicinato.
Aleksèj Aleksàndroviè si accostò ad Anna e le offrì cortesemente il braccio.
«Andiamo, se vi fa piacere,» disse in francese; ma Anna stava ascoltando quel che diceva il generale e non si accorse del marito.
«Anche lui si è rotto una gamba, dicono,» diceva il generale. «Cose da non immaginarsi.»
Anna, senza rispondere al marito, sollevò il binocolo e guardò verso il punto dov'era caduto Vrònskij; ma era così lontano e vi si era affollata tanta gente che non si distingueva nulla. Lei abbassò il binocolo e fece per andarsene; ma in quel momento arrivò al galoppo un ufficiale e riferì qualcosa all'imperatore. Anna si sporse in avanti per ascoltare.
«Stìva! Stìva!» gridò al fratello.
Ma il fratello non la sentiva. Essa fece di nuovo per andarsene.
«Vi offro ancora una volta il mio braccio, se volete andare,» disse Aleksèj Aleksàndroviè, toccandole il braccio.
Essa si scostò da lui con avversione e, senza guardarlo in faccia, rispose:
«No, no, lasciatemi, io rimango.»
Adesso vedeva che dal luogo della caduta di Vrònskij, attraversando il circuito, un ufficiale correva verso la tribuna. Betsy agitò verso di lui il fazzoletto.
L'ufficiale portò la notizia che il cavaliere non si era ucciso, ma che il cavallo si era spezzata la schiena.
Sentito questo, Anna si sedette di colpo e si coprì la faccia con il ventaglio. Aleksèj Aleksàndroviè vide che piangeva e non solo non riusciva a frenare le lacrime, ma nemmeno i singhiozzi che le sollevavano il petto. Egli la nascose con la propria persona, dandole il tempo di riprendersi.
«Per la terza volta vi offro il mio braccio,» disse dopo un certo tempo, rivolgendosi a lei. Anna lo guardava e non sapeva che dire. La principessa Betsy le venne in aiuto.
«No, Aleksèj Aleksàndroviè, io ho accompagnato Anna e ho promesso di riaccompagnarla,» si intromise Betsy.
«Perdonatemi, principessa,» disse egli, sorridendo cortesemente, ma guardandola con fermezza negli occhi, «ma vedo che Anna non sta del tutto bene e desidero che venga con me.»
Anna si voltò spaventata, si alzò docilmente e poggiò la mano sul braccio del marito.
«Manderò qualcuno da lui, mi informerò e manderò da te a dirtelo,» le bisbigliò Betsy.
All'uscita dalla tribuna Aleksèj Aleksàndroviè parlò come sempre con quelli che incontrava, e, come sempre, Anna doveva rispondere e parlare; ma essa non era in sé e camminava come trasognata al braccio del marito.
«S'è ucciso o no? È vero? Verrà o no? Lo vedrò oggi?» pensava.
Sedette in silenzio nella carrozza di Aleksèj Aleksàndroviè e rimase in silenzio anche mentre uscivano dalla folla delle vetture. Nonostante tutto quel che aveva veduto, Aleksèj Aleksàndroviè non si lasciava andare a considerare l'attuale posizione di sua moglie. Vedeva soltanto i segni esteriori. Vedeva che si era comportata in modo sconveniente e considerava proprio dovere dirglielo. Tuttavia gli era molto difficile non dire di più, dire soltanto questo. Aprì la bocca per dirle che si era comportata in modo sconveniente, ma senza volerlo disse tutt'altra cosa.
«Però come siamo tutti inclini a questi spettacoli crudeli,» disse. «Io noto...»
«Che cosa? non capisco,» disse Anna con disprezzo.
Egli si offese e cominciò subito a dire quel che voleva.
«Debbo dirvi,» proferì.
«Eccola, la spiegazione,» pensò lei, ed ebbe paura.
«Debbo dirvi che oggi vi siete comportata in modo sconveniente,» le disse egli in francese.
«In che cosa mi sono comportata in modo sconveniente?» disse lei ad alta voce, voltando di scatto la testa verso di lui e guardandolo dritto negli occhi, ma ormai non più con l'allegria di prima, che celava qualcosa, ma con un fare deciso sotto cui a fatica nascondeva la paura provata.
«Non dimenticate,» le disse egli, indicando il finestrino aperto di fronte al cocchiere.
Si alzò e sollevò il vetro.
«Che cosa avete trovato di sconveniente?» ripeté lei.
«La disperazione che non avete saputo nascondere per la caduta di uno dei cavalieri.»
Si aspettava che, lei replicasse; ma lei tacque, guardando davanti a sé.
«Vi avevo già pregata di comportarvi in società in modo che nemmeno le malelingue potessero dir nulla contro di voi. C'era un tempo in cui io parlavo dei rapporti interiori; ora non ne parlo più. Ora parlo dei rapporti esteriori. Voi vi siete, comportata in modo sconveniente e io desidererei che ciò non si ripetesse.»
Essa non udiva la metà delle sue parole, aveva paura di lui e pensava se era vero che Vrònskij non si era ucciso. Di lui avevano detto che era incolume, mentre il cavallo si era rotto la schiena? Sorrise soltanto in modo ipocrita e ironico, quando lui finì, e non rispose nulla, perché non aveva sentito quel che aveva detto. Aleksèj Aleksàndroviè aveva cominciato a parlare con coraggio, ma quando si era reso chiaramente conto di ciò che diceva, il terrore che lei provava si era comunicato anche a lui. Vide quel sorriso e cadde in uno strano smarrimento.
«Lei sorride dei miei sospetti. Sì, adesso dirà quel che mi ha detto l'altra volta: che i miei sospetti non hanno fondamento, che ciò è ridicolo.»
Adesso che su di lui incombeva la scoperta di tutto, niente egli desiderava tanto quanto che lei gli rispondesse, come l'altra volta, in modo beffardo, che i suoi sospetti erano ridicoli e non avevano fondamento. Così spaventoso era ciò che sapeva, che adesso era pronto a credere a tutto. Ma l'espressione del viso di lei, spaventato e cupo, adesso non prometteva nemmeno l'inganno.
«Può darsi che mi sbagli,» disse. «In tal caso vi prego di scusarmi.»
«No, non vi siete sbagliato,» disse lei lentamente, guardando con disperazione il freddo viso di lui. «Non vi siete sbagliato. Ero disperata e lo sono ancora. Io ascolto voi e penso a lui. Io lo amo, sono la sua amante, non posso più resistere, ho paura, vi odio... Fate di me ciò che volete.»
E, rovesciandosi indietro in un angolo della carrozza, scoppiò in singhiozzi coprendosi il viso con le mani. Aleksèj Aleksàndroviè non si mosse e non cambiò la direzione rettilinea del suo sguardo. Ma tutto il suo viso assunse a un tratto la solenne immobilità di un morto; tale espressione non mutò per tutto il tempo del tragitto sino alla villa. Quando furono vicini a casa, volse verso di lei la testa sempre con la medesima espressione. «Così! Ma io esigo l'osservanza delle forme esteriori sinché,» la sua voce tremò, «sinché non avrò preso le misure atte a salvaguardare il mio onore, e ve le avrò comunicate.»
Discese per primo e la aiutò a uscire. In presenza della servitù le strinse in silenzio la mano, salì in carrozza e partì per Pietroburgo.
Subito dopo venne un domestico da parte di Betsy e portò ad Anna un biglietto:
«Ho mandato da Aleksèj per sapere della sua salute; mi scrive che è sano e salvo ma stravolto.»
«Allora lui verrà!» pensò essa. «Come ho fatto bene a dirgli tutto.»
Diede, un'occhiata all'orologio. Rimanevano ancora tre ore, e il ricordo dei particolari dell'ultimo incontro le accesero il sangue.
«Dio mio, com'è chiaro! È strano, ma io amo vedere il suo viso e amo questa luce fantastica... Il marito! ah, sì... Be', grazie a Dio, con lui tutto è finito.»
XXX
Come in tutti i luoghi dove si raccoglie gente, così anche nella piccola stazione termale tedesca dov'erano arrivati gli Šcerbackij, la società si era, per così dire, cristallizzata alla maniera solita, in base alla quale ciascun membro assume un posto definito e immutabile. Come una particella d'acqua al freddo assume in modo definito e immutabile la forma di un cristallo di neve, esattamente allo stesso modo, nella stazione termale, ogni nuova persona che vi arrivava si fissava subito nel posto che le era proprio.
Fürst Šèerbackij sammt Gemahlin und Tochter, e per l'appartamento che occupavano, e per il nome, e per i conoscenti che avevano trovato, si erano subito cristallizzati nel loro posto definito e predeterminato.
Alle acque quell'anno c'era un'autentica Fürstin tedesca, per il qual fatto la cristallizzazione della società era avvenuta in modo ancor più energico. La principessa russa volle assolutamente presentare alla principessa di sangue reale sua figlia e fin dal giorno dopo adempì questo rito. Kitty fece una profonda e graziosa riverenza nel suo abito estivo ordinato a Parigi, molto semplice e perciò molto grazioso. La principessa di sangue reale disse: «Spero che le rose ritornino presto su quel bel visino», e per gli Šèerbàckij si stabilirono subito fermamente dei binari di vita dai quali non era più possibile uscire. Gli Šèerbàckij fecero anche conoscenza con la famiglia di una lady inglese, e con una contessa tedesca, e con il figlio di lei ferito nell'ultima guerra, e con uno scienziato svedese, e con M. Canut e sua sorella. Ma la cerchia principale degli Šèerbàckij involontariamente si costituì con una signora di Mosca, Màrija Evgénievna Rtìšèeva, con la figlia di costei, che era antipatica a Kitty perché pure lei s'era ammalata d'amore, e con un colonnello moscovita, che Kitty aveva visto e conosciuto sin dall'infanzia in uniforme e spalline, e che qui, con i suoi piccoli occhietti e il collo lasciato scoperto da una cravattina a colori, era straordinariamente ridicolo e noioso per il fatto che non era possibile levarselo di torno. Quando tutto questo fu fermamente stabilito, Kitty cominciò ad annoiarsi molto, tanto più che il principe era partito per Karlsbad e lei era rimasta sola con la madre. Non si interessava ai conoscenti, sentendo che da loro ormai non sarebbe più venuto nulla di nuovo. Per una qualità del suo carattere, nella gente Kitty supponeva sempre quanto può esservi di migliore, e ciò in particolare in quelli che non conosceva. Anche adesso, congetturando chi fosse l'uno e l'altro, quali rapporti intercorressero fra loro, Kitty si immaginava le persone più straordinarie e meravigliose, e trovava conferma nelle proprie osservazioni.
Fra queste persone in modo particolare la interessava una ragazza russa arrivata alle acque con una signora russa malata, la signora Stahl, come la chiamavano tutti. Madame Stahl apparteneva all'alta società, ma era così malata che non poteva camminare e, soltanto in qualche rara bella giornata, si faceva vedere alle acque in carrozzella. Ma non tanto per la malattia, quanto per orgoglio, come spiegava la principessa, madame Stahl non aveva fatto conoscenza con nessuno dei russi. La ragazza russa accudiva a madame Stahl e, inoltre, come aveva notato Kitty, si intratteneva con tutti i malati gravi, che alle acque erano molti, e si curava nel modo più naturale anche di loro. Questa ragazza russa, secondo le osservazioni di Kitty, non era parente di madame Stahl e, nello stesso tempo, non era nemmeno un aiuto retribuito. Madame Stahl la chiamava Vàrenka e gli altri la chiamavano «M.lle Vàrenka». A parte il fatto che a Kitty interessava osservare i rapporti di quella ragazza con la signora Stahl e con le altre persone che lei non conosceva, Kitty, come sovente accade, provava un'inspiegabile simpatia verso M.lle Vàrenka e dagli sguardi che si scambiavano sentiva di piacerle anche lei.
Questa M.lle Vàrenka non soltanto non era più nella prima giovinezza, ma era in un certo senso un essere senza giovinezza: le si potevano dare diciannove come trent'anni. Se si esaminavano i suoi tratti, nonostante il colorito malaticcio del viso, era piuttosto bella che brutta. Sarebbe stata anche ben fatta, se non avesse avuto un corpo troppo secco e una testa sproporzionata per la sua media statura; ma non doveva essere attraente per gli uomini. Assomigliava a un magnifico fiore, ancor pieno di petali ma già sfiorito, senza profumo. Oltre a ciò, essa non poteva essere attraente per gli uomini anche perché le mancava ciò che era persino di troppo in Kitty: un fuoco contenuto di vita, e la consapevolezza di essere attraente.
Sembrava sempre presa da qualcosa su cui non poteva esservi dubbio e pareva perciò che non si potesse interessare di nulla al di fuori di questo. Appunto perché la sentiva all'opposto di sé, Kitty ne era stata particolarmente attratta. Avvertiva che in lei, nel suo modo di vivere, avrebbe trovato un modello di ciò che ora tormentosamente cercava: l'interesse della vita, il valore della vita, al di fuori delle relazioni mondane d'una ragazza con gli uomini, odiose ormai per Kitty, perché le apparivano adesso come una vergognosa esposizione di merce in attesa di acquirenti. Quanto più Kitty osservava la propria sconosciuta amica, tanto più si persuadeva che quella ragazza era l'essere perfetto che lei immaginava, e tanto più era desiderosa di farne la conoscenza.
Le due ragazze si incontravano varie volte al giorno e, a ogni incontro, gli occhi di Kitty dicevano: «Chi siete? Che cosa siete? È vero che siete l'affascinante essere che io mi immagino? Ma non pensate, per amor di Dio,» aggiungeva il suo sguardo, «che io mi permetta di imporvi la mia conoscenza. Semplicemente vi ammiro e vi amo.» «Anch'io vi amo, e voi siete molto, molto cara. E vi amerei ancor di più se ne avessi il tempo,» rispondeva lo sguardo della ragazza sconosciuta. E realmente Kitty vedeva che essa era sempre occupata: conduceva via dalle acque i bambini di una famiglia russa, portava il plaid per una malata e ve l'avvolgeva dentro, cercava di distrarre un malato irritato, sceglieva e comprava per qualcuno i pasticcini per il caffè.
Ben presto, dopo l'arrivo degli Šèerbàckij, alle acque del mattino comparvero altre due persone che attrassero l'attenzione malevola di tutti. Erano: un uomo altissimo e un po' curvo, con mani enormi, con un paltò vecchio troppo corto per lui, con occhi neri, ingenui e insieme terribili, e una donna carina, butterata, vestita assai male e senza gusto. Riconosciute queste persone come russi, Kitty aveva già cominciato nella sua immaginazione a comporre su di loro un bellissimo e commovente romanzo. Ma la principessa, avendo saputo dalla Kurliste, che erano Lèvin Nikolàj e Màrija Nikolàevna, spiegò a Kitty quale cattivo soggetto fosse quel Lèvin, e tutti i sogni su queste due persone scomparvero. Non tanto perché la madre glielo avesse detto, quanto perché era il fratello di Konstantìn, quelle due persone improvvisamente sembrarono a Kitty sommamente antipatiche. Quel Lèvin, con la sua abitudine di muovere convulsamente la testa, suscitava ora in lei un'invincibile repulsione.
Le sembrava che nei suoi grandi occhi terribili, che la seguivano con ostinazione, si esprimesse un sentimento di odio e di dileggio, ed essa evitava di incontrarlo.
XXXI
Era una brutta giornata, la pioggia era caduta per tutta la mattina, e i malati si affollavano con gli ombrelli sotto il portico.
Kitty passeggiava insieme con la madre e con il colonnello di Mosca, che si pavoneggiava allegramente nel suo soprabito all'europea, comprato fatto a Francoforte. Camminavano lungo un solo lato del porticato, cercando di evitare Lèvin che camminava dall'altra parte. Vàrenka, nel suo vestito scuro, con il cappello nero dalle falde ripiegate in giù, passeggiava con una francese cieca per tutta la lunghezza del porticato, e ogni volta che incontrava Kitty, esse si scambiavano uno sguardo di simpatia.
«Mamma, posso rivolgerle la parola?» disse Kitty, seguendo con lo sguardo la sua amica sconosciuta e notando che lei si avvicinava alla fonte e che avrebbero potuto incontrarsi colà.
«Se ne hai tanta voglia, mi informerò prima sul suo conto e l'avvicinerò io,» rispose la madre. «Che cosa hai trovato di speciale in lei? Una dama di compagnia, probabilmente. Se vuoi, farò conoscenza con la signora Stahl. Conoscevo la sua bellesoeur,» soggiunse la principessa, sollevando orgogliosamente la testa.
Kitty sapeva che la principessa era offesa dal fatto che la signora Stahl sembrava evitare di far conoscenza con lei. Kitty non insistette.
«È una meraviglia, com'è cara!» disse, guardando verso Vàrenka mentre essa porgeva il bicchiere alla francese. «Guardate come tutto è semplice, carino.»
«I tuoi engouements mi fanno ridere,» disse la principessa, «no, torniamo indietro piuttosto,» soggiunse, avendo notato che Lèvin muoveva incontro a loro con la sua dama e con un dottore tedesco al quale andava dicendo qualcosa a voce alta e in modo irritato.
Si voltarono per tornare indietro, quando a un tratto sentirono non più un parlar forte, ma gridare. Lèvin, fermatosi, gridava, e anche il dottore si accalorava. Intorno a loro si raccoglieva folla. La principessa e Kitty si allontanarono in fretta, mentre il colonnello si unì alla folla per sapere di che cosa si trattasse.
Dopo qualche minuto il colonnello le raggiunse.
«Cos'era successo?» domandò la principessa.
«Vergogna e infamia!» rispose il colonnello. «Se c'è una cosa che si deve temere, è di incontrare dei russi all'estero. Quel signore alto litigava con il dottore, gli ha detto un sacco di villanie perché quello non lo curerebbe come si deve, e maneggiava il bastone. Una vera infamia!»
«Ah, che cosa sgradevole!» disse la principessa. «Be', ma com'è finito?»
«Meno male che si è intromessa quella... quella con il cappello a fungo. Una russa, mi sembra,» disse il colonnello.
«Mademoiselle Vàrenka?» domandò con gioia Kitty.
«Sì, sì. S'è trovata lì prima di tutti, ha preso quel signore sotto braccio e l'ha portato via.»
«Ecco, mamma,» disse Kitty alla madre, «e poi vi meravigliate che io mi entusiasmi per lei.»
Dal giorno seguente, osservando la sua amica sconosciuta, Kitty notò che M.lle Vàrenka si trovava già, anche con Lèvin e con la sua donna, negli stessi rapporti in cui era con gli altri suoi protégés. Si avvicinava a loro, discorreva, faceva da interprete per la donna che non sapeva parlare nessuna lingua straniera.
Kitty si mise a supplicare ancor più la madre di permetterle di far la conoscenza di Vàrenka. E, per quanto alla principessa fosse sgradevole fare in un certo senso il primo passo per conoscere quella signora Stahl, che si permetteva di insuperbirsi di chi sa che, essa assunse informazioni su Vàrenka e, saputi su di lei particolari dai quali si poteva dedurre che in quella conoscenza non c'era nulla di male, benché pochino anche di buono, essa stessa si accostò per prima a Vàrenka e ne fece la conoscenza.
Scelto il momento in cui sua figlia era andata alla fonte, mentre Vàrenka si era fermata davanti al panettiere, la principessa le si avvicinò.
«Permettetemi di fare la vostra conoscenza,» disse con il suo sorriso dignitoso. «Mia figlia è innamorata di voi,» soggiunse. «Voi forse non mi conoscete. Io...»
«È più che reciproco, principessa,» rispose in fretta Vàrenka.
«Che buona azione avete fatto ieri per il nostro povero compatriota!» disse la principessa.
Vàrenka arrossì.
«Non ricordo, mi sembra di non aver fatto proprio nulla,» disse.
«Come? Avete salvato quel Lèvin da un guaio.»
«Sì, la sua compagne mi ha chiamata, e io ho cercato di calmarlo: è molto malato ed era scontento del dottore. E io ho l'abitudine di curare questi malati.»
«Sì, ho sentito che vivete a Mentone con vostra zia, madame Stahl, mi pare. Conoscevo la sua belle-soeur.»
«No, non è mia zia. La chiamo maman, ma non le sono parente,» rispose Vàrenka, arrossendo nuovamente.
Questo fu detto con tanta semplicità, così cara era l'espressione sincera e aperta del viso di lei, che la principessa capì perché la sua Kitty avesse preso a voler bene a quella Vàrenka.
«Sicché, che fa questo Lèvin?» domandò la principessa.
«Parte,» rispose Vàrenka.
In quel momento, raggiante di gioia perché sua madre aveva fatto conoscenza con la sua sconosciuta amica, dalla fonte si approssimava Kitty.
«Ecco allora, Kitty, il tuo gran desiderio di conoscere mademoiselle...»
«Vàrenka,» suggerì sorridendo Vàrenka, «tutti mi chiamano così.»
Kitty arrossì dalla gioia e, in silenzio, strinse a lungo la mano della sua nuova amica, mano che non rispondeva alla sua stretta ma rimaneva immobile nella sua. La mano non rispondeva alla stretta, ma il viso di M.lle Vàrenka era illuminato da un sorriso calmo, gioioso, anche se un po' triste, che scopriva i denti grandi ma magnifici.
«Anch'io lo desideravo da molto tempo,» disse essa.
«Ma voi siete così occupata...»
«Ah, al contrario, non sono occupata per nulla,» rispose Vàrenka, ma, in quello stesso momento, dovette lasciare le sue nuove conoscenti, perché due bambine russe, figlie di un malato, correvano verso di lei.
«Vàrenka, la mamma chiama!» gridavano.
E Vàrenka andò via con loro.
XXXII
I particolari che la principessa era venuta a sapere sul passato di Vàrenka e sui suoi rapporti con madame Stahl, e sulla stessa madame Stahl, erano i seguenti.
Madame Stahl, della quale certuni dicevano che aveva martoriato il marito mentre altri affermavano che era stato lui a martoriarla con la sua condotta immorale, era sempre stata una donna malata ed esaltata. Quando, ormai divorziata dal marito, aveva partorito il primo bambino, questo era morto subito, e i parenti di lei, conoscendone la sensibilità e temendo che questa notizia la uccidesse, avevano sostituito il bimbo, prendendo la figlia di un cuoco di corte, nata in quella stessa notte e in quella stessa casa a Pietroburgo. Questa era Vàrenka. Madame Stahl aveva saputo in seguito che Vàrenka non era sua figlia, ma aveva continuato a educarla, tanto più che non molto tempo dopo Vàrenka era rimasta completamente orfana.
Madame Stahl già da più di dieci anni viveva stabilmente all'estero, nel sud, senza mai alzarsi dal letto. Vi era chi diceva che la nomea di donna virtuosa, profondamente religiosa, che madame Stahl si era fatta in società, fosse soltanto una facciata, altri dicevano invece che nell'anima sua essa era quale appariva, un essere profondamente morale, che viveva solamente per il bene del prossimo. Nessuno sapeva di quale religione fosse: cattolica, protestante od ortodossa; ma una cosa era certa: si trovava in rapporti d'amicizia con i personaggi più alti di tutte le chiese e le confessioni.
Vàrenka viveva stabilmente all'estero con lei e tutti coloro che conoscevano madame Stahl, conoscevano e amavano M.lle Vàrenka, come tutti la chiamavano.
Saputi tutti questi particolari, la principessa non trovò niente di pregiudizievole in un avvicinamento di sua figlia con Vàrenka, tanto più che Vàrenka aveva i modi e l'educazione migliori: parlava ottimamente il francese e l'inglese e, soprattutto, aveva trasmesso da parte della signora Stahl il suo rammarico d'esser privata, a causa della malattia, del piacere di far la conoscenza della principessa.
Fatta la conoscenza di Vàrenka, Kitty fu ancor più affascinata dalla sua amica, e ogni giorno trovava in lei nuovi pregi.
La principessa, avendo saputo che Vàrenka cantava bene, la pregò di venire a cantare da loro la sera.
«Kitty suona e noi abbiamo un pianoforte, non troppo buono, è vero, ma voi ci procurerete un grande piacere,» disse la principessa con il suo sorriso affettato, che ora riuscì particolarmente sgradevole a Kitty, perché lei aveva notato che Vàrenka non aveva voglia di cantare. Vàrenka, tuttavia, venne la sera e portò con sé un quaderno di musica. La principessa aveva invitato Màrija Evgènievna con la figlia, e il colonnello.
Vàrenka sembrava del tutto indifferente al fatto che vi fossero persone a lei sconosciute e si avvicinò subito al pianoforte. Non sapeva accompagnarsi, ma leggeva magnificamente le note con la voce. Kitty, che suonava bene, l'accompagnava.
«Avete un talento non comune,» le disse la principessa dopo che Vàrenka ebbe cantato meravigliosamente il primo pezzo.
Màrija Evgènievna e la figlia la ringraziarono e la elogiarono.
«Guardate,» disse il colonnello, osservando dalla finestra, «che pubblico si è riunito ad ascoltarvi.»
Effettivamente, sotto le finestre si era raccolta una folla abbastanza numerosa.
«Sono molto contenta che questo vi faccia piacere,» rispose Vàrenka con semplicità.
Kitty guardava con orgoglio la sua amica. Era entusiasta, e della sua arte, e della sua voce, e del suo viso, ma più di tutto era entusiasta dei suoi modi; del fatto che Vàrenka evidentemente non dava alcun peso al proprio canto ed era completamente indifferente alle lodi; pareva solamente chiedere: bisogna cantare ancora o basta così?
«Se fossi io,» pensava Kitty fra sé, «come andrei orgogliosa di questo! Come sarei contenta guardando questa folla sotto le finestre! Mentre per lei è assolutamente lo stesso. La stimola soltanto il desiderio di non rifiutare e di far cosa gradita a maman. Ma che cosa c'è in lei? Che cosa le dà questa forza di spregiare tutto, di essere tranquilla per conto suo? Come desidererei sapere questo e impararlo da lei,» pensava, scrutando quel viso tranquillo. La principessa pregò Vàrenka di cantare ancora, e lei cantò un altro pezzo in modo egualmente tranquillo e limpido e preciso, stando eretta accanto al pianoforte e battendo su di esso il tempo con la sua mano magra e abbronzata.
Il pezzo che seguiva nel quaderno era una canzone italiana. Kitty suonò il preludio e si voltò a guardare Vàrenka.
«Questa saltiamola,» disse Vàrenka arrossendo.
Kitty fermò i suoi occhi sul viso di Vàrenka con un'espressione di spavento e di domanda.
«Un'altra cosa, allora,» disse in fretta, voltando le pagine e comprendendo immediatamente che a quel pezzo era collegato qualcosa.
«No,» rispose Vàrenka, poggiando la propria mano sullo spartito e sorridendo, «no, cantiamo questo.» E cantò in modo altrettanto tranquillo, freddo e preciso di prima.
Quando ebbe finito, tutti di nuovo la ringraziarono e andarono a bere il tè. Kitty e Vàrenka uscirono nel giardinetto che era accanto alla casa.
«È vero che avete qualche ricordo legato a quella canzone?» disse Kitty. «Non me ne parlate,» si affrettò a soggiungere, «ditemi soltanto: è vero?»
«No, perché? Ve ne parlerò,» disse con semplicità Vàrenka e, senza attendere risposta, proseguì: «Sì, è un ricordo, e una volta è stato penoso. Io amavo un uomo e cantavo quel pezzo per lui.»
Kitty guardava Vàrenka con i grandi occhi spalancati, in silenzio, teneramente.
«Lo amavo e lui mi amava; ma sua madre non voleva e lui ha sposato un'altra. Adesso vive non lontano da noi e talvolta lo vedo. Non pensavate che anch'io avessi avuto un romanzo?» disse, e sul suo bel viso balenò fugacemente quella fiammella che, Kitty lo sentiva, un tempo doveva illuminarla tutta.
«Come non lo pensavo? Se io fossi un uomo, non potrei amare nessun'altra dopo aver conosciuto voi. Non capisco soltanto come abbia potuto dimenticarvi e farvi infelice per far piacere alla madre; non aveva cuore.»
«Oh no, è un uomo molto buono e io non sono infelice; al contrario, sono molto felice. Allora, oggi non canteremo più?» aggiunse, dirigendosi verso la casa.
«Come siete buona, come siete buona!» esclamò Kitty e, fermandola, la baciò. «Ah, se potessi assomigliarvi anche solo un poco!»
«Perché dovreste assomigliare a qualcuno? Voi siete buona così come siete,» disse Vàrenka, sorridendo con il suo sorriso mite e stanco.
«No, io non sono affatto buona. Ma ditemi... Aspettate, sediamoci,» disse Kitty, facendola sedere di nuovo sulla panchina accanto a sé. «Dite, possibile che non sia offensivo pensare che un uomo ha disdegnato il vostro amore, che non l'ha voluto?»
«Ma lui non l'ha disdegnato; credo che lui mi amasse, ma era un figlio sottomesso...»
«Sì, ma se non l'avesse fatto per volontà della madre, ma solo così, da sé?...» disse Kitty, sentendo di tradire il proprio segreto e che il suo viso, fiammeggiante di vergogna, già la smascherava.
«Allora avrebbe agito male e io non ne avrei pietà,» rispose Vàrenka, avendo evidentemente capito che ormai non si trattava più di lei ma di Kitty.
«Ma l'offesa?» disse Kitty. «L'offesa non si può dimenticare, non si può dimenticare,» disse ancora, ricordando il proprio sguardo all'ultimo ballo, durante la pausa della musica.
«Dov'è l'offesa? Non siete stata voi ad agir male, no?»
«Peggio che male: vergognosamente.»
Vàrenka scosse la testa e posò la propria mano sulla mano di Kitty.
«Ma vergognosamente in che cosa?» disse. «Non avete certo potuto dire a un uomo indifferente verso di voi che lo amavate.»
«Si capisce, no; io non ho mai detto una sola parola, ma lui lo sapeva. No, no, ci sono sguardi, ci sono modi. Vivessi cent'anni, non dimenticherei.»
«E allora? Non capisco. Il punto è se lo amate adesso oppure no,» disse Vàrenka, chiamando tutto con il suo nome.
«Io lo odio; io non posso perdonare a me stessa.»
«Ma che cosa dunque?»
«La vergogna, l'offesa.»
«Ah, se tutti fossero sensibili come voi,» disse Vàrenka. «Non c'è ragazza che non abbia provato questo. E tutto questo è così poco importante.»
«E che cosa è importante?» domandò Kitty, scrutando il viso di lei con incuriosito stupore.
«Ah, molte cose sono importanti,» disse sorridendo Vàrenka.
«Ma che cosa?»
«Ah, molte cose sono più importanti,» rispose Vàrenka non sapendo che dire. Ma, in quel momento, dalla finestra si udì la voce della principessa:
«Kitty, fa fresco! Prendi uno scialle, o vieni dentro.»
«È vero, è ora!» disse Vàrenka alzandosi. «Io devo ancora andare da madame Berthe; me l'ha chiesto.»
Kitty la teneva per mano e con curiosità appassionata e preghiera le domandava con lo sguardo: «Che cos'è, che cos'è questa cosa più importante di tutto, che dà una simile tranquillità? Voi lo sapete, ditemelo!» Ma Vàrenka non capiva neppure ciò che domandava lo sguardo di Kitty. Ricordava solamente che adesso doveva ancora passare da madame Berthe e arrivare in tempo a casa per il tè di maman, verso le dodici. Entrò in casa, raccolse gli spartiti e, dopo aver salutato tutti, si accinse ad andarsene.
«Permettete che vi accompagni,» disse il colonnello.
«E come potrebbe andar sola adesso che è notte?» ribadì la principessa. «Vi mando almeno Paràša.»
Kitty vedeva che Vàrenka tratteneva a stento un sorriso mentre dicevano che bisognava accompagnarla.
«No, io vado sempre sola e non mi succede mai niente,» disse, prendendo il cappello. E, dopo aver baciato ancora una volta Kitty, ma senza averle detto che cosa era importante, a passo alacre, con la musica sotto il braccio, scomparve nella penombra della notte estiva, portando via con sé il segreto di quello che era importante e che le dava quell'invidiabile tranquillità e dignità.
XXXIII
Kitty fece anche conoscenza con la signora Stahl, e questa conoscenza, insieme con l'amicizia per Vàrenka, non soltanto ebbe su di lei un forte influsso, ma contribuì a consolarla nel suo dolore. Essa trovava consolazione nel fatto che, grazie a questa conoscenza, le si era aperto un mondo completamente nuovo, che non aveva niente in comune con il suo passato, un mondo elevato, meraviglioso, dalla cui altezza si poteva guardare con tranquillità il passato. Le si era rivelato che, oltre alla vita istintiva, cui fino allora Kitty si era abbandonata, c'era una vita dello spirito. Questa vita era rivelata dalla religione, ma da una religione che non aveva niente in comune con quella che Kitty conosceva dall'infanzia, e che si esprimeva nella messa e nei vespri alla «Casa delle vedove», dove si potevano incontrare conoscenti, e nello studiare a memoria con il bàtjuška i testi slavi; questa era invece una religione elevata, misteriosa, connessa a una serie di pensieri e sentimenti meravigliosi, nella quale non solo si poteva credere, perché così era comandato, ma che si poteva amare.
Kitty non apprese tutto questo dalle parole. Madame Stahl parlava con Kitty come con una cara bambina di cui si gode come di un ricordo della propria giovinezza; solamente una volta accennò che in tutte le umane afflizioni danno consolazione soltanto l'amore e la fede, e che per la compassione del Cristo verso di noi non esistono afflizioni insignificanti; subito dopo portò il discorso su altro. Ma Kitty, in ogni suo gesto, in ogni parola, in ogni suo sguardo che essa definiva celeste, specialmente in tutta la storia della sua vita che aveva conosciuto attraverso Vàrenka, in tutto riconosceva «quello che è importante» e che sinora non aveva conosciuto.
Tuttavia, per quanto elevato fosse il carattere di madame Stahl, per quanto commovente fosse tutta la sua storia, elevata e tenera la sua parola, senza volerlo Kitty notava in lei certi tratti che la sconcertavano. Notò che, domandandole dei suoi parenti, madame Stahl aveva sorriso in modo sprezzante, il che era contrario alla bontà cristiana. Notò ancora, una volta che aveva trovato da lei un prete cattolico, che madame Stahl teneva con cura il viso nell'ombra del paralume e sorrideva in modo speciale. Per quanto insignificanti fossero queste due osservazioni, esse la sconcertarono e la fecero dubitare della signora Stahl. In compenso Vàrenka, sola, senza parenti, senza amici, con una triste disillusione, nulla desiderando, nulla rimpiangendo, era proprio quella perfezione che Kitty si permetteva soltanto di sognare. Attraverso Vàrenka aveva capito che bastava solamente dimenticare se stessi e amare gli altri, e si poteva esser tranquilli, felici e meravigliosi. E così voleva essere Kitty. Avendo ora chiaramente capito che cos'era la cosa più importante, Kitty non si accontentò d'entusiasmarsene, ma subito si diede con tutta l'anima a questa nuova vita che le si era rivelata. In base ai racconti di Vàrenka su ciò che facevano madame Stahl e gli altri che lei nominava, Kitty si era già tracciato un piano di vita futura. Anche lei, come la nipote della signora Stahl, Aline, della quale molto le aveva raccontato Vàrenka, avrebbe cercato, dovunque avesse vissuto, gli infelici, li avrebbe aiutati per quanto poteva, avrebbe distribuito il Vangelo, letto il Vangelo ai malati, ai delinquenti, ai morenti. Il pensiero di leggere il Vangelo ai delinquenti, come faceva Aline, seduceva Kitty in particolar modo. Ma tutti questi erano sogni segreti, che Kitty non manifestava né alla madre né a Vàrenka.
Del resto, in attesa del momento in cui poter attuare in grande i suoi piani, anche adesso alle acque, dove c'erano tanti malati e infelici, Kitty trovò facilmente il modo di applicare le sue nuove regole a imitazione di Vàrenka.
Dapprima la principessa notò soltanto che Kitty si trovava sotto la forte influenza del suo engouement, come lei lo chiamava, per la signora Stahl e in particolare per Vàrenka. Vedeva che Kitty non solo imitava Vàrenka nella sua attività, ma senza volerlo ne imitava anche la maniera di camminare, di parlare e di sbatter le palpebre. Ma poi la principessa si accorse che nella figlia, indipendentemente da quell'ammaliamento, si compiva una specie di serio rivolgimento spirituale.
La principessa vedeva che Kitty alla sera leggeva il Vangelo francese che le aveva donato la signora Stahl, cosa che prima non faceva; che evitava i conoscenti mondani e si avvicinava ai malati che erano sotto la protezione di Vàrenka, e in special modo alla povera famiglia di un pittore ammalato, Petròv. Kitty era evidentemente orgogliosa di adempiere i compiti di una suora di carità in quella famiglia. Tutto questo era bene e la principessa non aveva niente in contrario, tanto più che la moglie di Petròv era una donna assolutamente per bene; inoltre la principessa di sangue reale, avendo notato l'attività di Kitty, l'aveva lodata, chiamandola l'angelo consolatore. Tutto questo sarebbe andato benissimo se non vi fosse stato un eccesso. E la principessa vedeva che sua figlia andava a cadere negli estremi, cosa che appunto le fece notare.
«Il ne faut jamais rien outrer,» le diceva.
Ma la figlia non le rispondeva niente; pensava soltanto in cuor suo che non si può parlare di eccessi nell'azione cristiana. Quale eccesso poteva esserci nel seguire una dottrina in cui si comandava di porgere l'altra guancia quando una veniva colpita, e di dare la camicia quando ti toglievano il mantello? Alla principessa quest'eccesso però non piaceva, e ancor meno le piaceva che, come essa sentiva, Kitty non volesse aprirle tutta la sua anima. Effettivamente, Kitty nascondeva alla madre le sue nuove opinioni e sentimenti. Non li nascondeva perché non amasse e non stimasse sua madre, ma solamente perché era sua madre. Li avrebbe manifestati a chiunque piuttosto che alla madre.
«È un bel po' che Anna Pàvlovna non è stata da noi,» disse una volta la principessa a proposito della Petròva. «L'ho invitata. Ma lei pare contrariata da qualcosa.»
«No, io non l'ho notato, maman,» disse Kitty avvampando.
«È molto che non sei stata da loro?»
«Ci prepariamo a fare domani una passeggiata in montagna,» rispose Kitty.
«Perché no, andate,» rispose la principessa, scrutando il viso confuso della figlia e cercando di indovinare la causa di quel turbamento.
Quello stesso giorno Vàrenka venne a pranzo e comunicò che Anna Pàvlovna aveva rinunciato ad andare l'indomani in montagna. E la principessa notò che Kitty era arrossita di nuovo.
«Kitty, non ti è successo qualcosa di spiacevole con i Petròv?» disse la principessa quando rimasero sole. «Perché lei ha smesso di mandare i bambini e di venir da noi?»
Kitty rispose che fra loro non era successo niente e che davvero non capiva perché Anna Pàvlovna fosse come scontenta di lei. Kitty aveva detto la completa verità. Non conosceva la causa del cambiamento di Anna Pàvlovna nei suoi confronti, ma la intuiva. Intuiva una cosa che non poteva dire alla madre, che non diceva neppure a se stessa. Era una di quelle cose che si sanno, ma che non si possono dire neppure a se stessi, tanto è terribile e vergognoso ingannarsi.
Essa rievocò ancora una volta nella sua memoria i suoi rapporti con quella famiglia. Ricordò la gioia ingenua che si manifestava sul viso tondo e benevolo di Anna Pàvlovna nei loro incontri; ricordò le loro trattative segrete a proposito del malato, le congiure per allontanarlo dal lavoro che gli era stato proibito, e portarlo a passeggio; l'attaccamento del bambino più piccolo, che la chiamava «la mia Kitty», e non voleva andare a dormire senza di lei. Come tutto era bello! Poi rammentò la figura magra-magra di Petròv con il suo lungo collo, e il soprabito marrone; i suoi radi capelli ondulati, gli azzurri occhi indagatori, terribili nei primi tempi per Kitty, e i suoi sforzi morbosi per sembrare valido e vivace in presenza di lei. Ricordò il proprio sforzo per superare, all'inizio, la repulsione che provava verso di lui, come verso tutti i tisici, e gli sforzi per escogitare che cosa dirgli. Ricordò lo sguardo timido, commosso, con cui egli la guardava, e la strana sensazione di compassione e di impaccio e poi di consapevolezza della propria virtù, che lei provava in tali occasioni. Come tutto questo era bello! Ma tutto questo era stato nei primi tempi. Ora invece, qualche giorno avanti, tutto era a un tratto cambiato. Anna Pàvlovna accoglieva Kitty con finta cortesia e non cessava di osservare lei e il marito.
Possibile che la commovente gioia del pittore al suo avvicinarsi fosse la causa del raffreddamento di Anna Pàvlovna?
«Sì,» ricordò Kitty, «c'era qualcosa di non naturale in Anna Pàvlovna e di ben diverso dalla sua bontà, quando l'altro giorno ha detto con stizza: "Ecco, non faceva che aspettar voi, senza di voi non voleva bere il caffè, sebbene sia spaventosamente debole."
«Sì, può darsi che le sia spiaciuto anche quando gli ho dato il plaid. Tutto questo è così semplice, ma lui ha preso la cosa con tanto imbarazzo, ha ringraziato così a lungo che anch'io mi sono sentita imbarazzata. E poi quel mio ritratto che ha dipinto così bene. E soprattutto quello sguardo, turbato e tenero! Sì, sì, è così!» si ripeteva Kitty con orrore. «No, questo non può, non deve essere! Lui fa così pena!» si diceva subito dopo.
Questo dubbio avvelenava l'incanto della sua nuova vita.
XXXIV
Già prima che finisse la cura delle acque, il principe Šèerbàckij, che dopo Karlsbad era andato a Baden e a Kissingen da conoscenti russi per far provvista, com'egli diceva, di spirito russo, ritornò dai suoi.
Le opinioni del principe e della principessa sulla vita all'estero erano completamente opposte. La principessa trovava tutto magnifico e, nonostante la sua solida posizione nella società russa, all'estero si sforzava di assomigliare a una signora europea -- che non era, dato che era una vera signora russa -, ciò che talvolta la faceva sentire un po' a disagio. Il principe, al contrario, all'estero trovava tutto pessimo, si sentiva oppresso dalla vita europea, si atteneva alle sue abitudini russe e proprio all'estero cercava deliberatamente di mostrarsi meno europeo di quanto in realtà non fosse.
Il principe tornò dimagrito, con flaccide borse di pelle sulle guance, ma nella più gaia disposizione d'animo. La sua disposizione d'animo si accentuò ancor più quando vide Kitty completamente rimessa. La notizia dell'amicizia di Kitty con la signora Stahl e con Vàrenka e le osservazioni comunicategli dalla principessa su un certo cambiamento avvenuto in Kitty, turbarono il principe e gli destarono il solito sentimento di gelosia verso tutto ciò che appassionava sua figlia all'infuori di lui, nonché il terrore che la figlia sfuggisse alla sua influenza in qualche regione a lui inaccessibile. Ma queste notizie spiacevoli affondarono in quel mare di bonarietà e di allegria che sempre erano in lui e che si erano rafforzate per effetto delle acque di Karlsbad.
Il giorno dopo il suo arrivo il principe andò con la figlia alle acque, col suo lungo paltò, le sue rughe russe e le guance flosce tenute su dal colletto inamidato, nella più gaia disposizione di spirito.
La mattina era splendida; le case linde e allegre con i loro giardinetti, la vista delle serve tedesche dalla faccia rossa, le mani rosse, sature di birra e, allegramente intente al lavoro, e il fulgido sole, rallegravano il cuore; ma quanto più essi si avvicinavano alle acque, tanto più sovente incontravano dei malati, e il loro spettacolo sembrava ancor più desolato immerso nella ben organizzata vita tedesca. Questo contrasto ormai non colpiva più Kitty. Il fulgido sole, l'allegro scintillare del verde, i suoni della musica erano per lei la cornice naturale di tutti quei visi noti, e dei mutamenti in peggio o in meglio, che essa seguiva; ma per il principe la luce e lo splendore del mattino di giugno, e i suoni dell'orchestra, che suonava un allegro valzer alla moda, e soprattutto la vista delle robuste serve, si opponevano come qualcosa di sconveniente e di mostruoso a quei cadaveri convenuti da tutte le parti dell'Europa che si muovevano melanconicamente.
Malgrado il senso di orgoglio, e quasi di un ritorno della giovinezza, che il principe provava quando la figlia preferita camminava al suo braccio, egli provava una sensazione di impaccio e come di vergogna a causa della sua energica andatura, delle sue forti membra ricoperte di grasso. Si sentiva come un uomo spogliato in pubblico.
«Presentami, presentami ai tuoi nuovi amici,» diceva alla figlia, premendole il braccio con il gomito. «Ho finito col voler bene anche a questa tua brutta Soden, dato che ti ha fatto ritornare così in gamba. Soltanto che da voi è triste, triste. Quello chi è?»
Kitty gli nominava i conoscenti e gli sconosciuti che incontravano. Proprio all'entrata del giardino trovarono la cieca madame Berthe con l'accompagnatrice, e il principe si rallegrò dell'espressione commossa della vecchia francese al sentir la voce di Kitty. Essa si mise subito a parlare con lui con l'eccesso di cortesia proprio dei francesi, lodandolo perché aveva una così stupenda figliola e in sua presenza elevando al cielo Kitty e chiamandola tesoro, perla e angelo consolatore.
«Allora lei è il secondo angelo,» disse il principe sorridendo. «Perché lei chiama angelo numero uno mademoiselle Vàrenka.»
«Oh! Mademoiselle Vàrenka è un vero angelo, allez,» ribadì madame Berthe.
Sotto il portico incontrarono anche Vàrenka. Essa si affrettò a venir loro incontro, portando un'elegante borsetta rossa.
«Ecco che anche il papà è arrivato!» le disse Kitty.
Vàrenka fece in modo semplice e naturale, come tutto ciò che lei faceva, un movimento che stava fra l'inchino e la riverenza, e si mise subito a parlare con il principe, come parlava con tutti, in modo disinvolto e semplice.
«Si capisce, io vi conosco, vi conosco bene,» le disse il principe con un sorriso da cui Kitty apprese con gioia che la sua amica era piaciuta al padre. «Dov'è che andate così di fretta?»
«Maman è qui,» disse essa, rivolgendosi a Kitty. «Non ha dormito tutta la notte e il dottore le ha consigliato di uscire. Le porto il lavoro.»
«Così questo sarebbe l'angelo numero uno!» disse il principe, quando Vàrenka fu andata via.
Kitty vide che lui aveva una gran voglia di ridere di Vàrenka, ma che non poteva proprio farlo, perché Vàrenka gli era piaciuta.
«E così vedremo tutti i tuoi amici,» aggiunse, «e anche madame Stahl, se si degnerà di riconoscermi.»
«Perché tu la conoscevi, papà?» domandò Kitty con spavento, notando che, mentre nominava madame Stahl, negli occhi del principe s'era acceso un focherello d'ironia.
«Conoscevo suo marito e un po' anche lei, prima che si iscrivesse fra le pietiste.»
«Che cos'è una pietista, papà?» domandò Kitty, già spaventata dal fatto che ciò che lei apprezzava così altamente nella signora Stahl avesse un nome.
«Neppure io lo so bene. So soltanto che lei ringrazia Dio di tutto, di ogni disgrazia; anche del fatto che le è morto il marito ringrazia Dio, e questo fa un po' ridere, dato che stavano male insieme.»
«E questo chi è? Che viso pietoso!» domandò poi, notando un malato di non alta statura, seduto su una panchina, con un paltò marrone e pantaloni bianchi che facevano strane pieghe sulle ossa delle sue gambe prive di carne.
Quel signore sollevò il cappello di paglia sui radi capelli ondulati, scoprendo una fronte alta, che il copricapo aveva arrossato in modo malsano.
«È Petròv, un pittore,» rispose Kitty arrossendo. «E quella è sua moglie,» soggiunse, indicando Anna Pàvlovna che, come apposta, proprio nel momento in cui loro si avvicinavano, andò dietro un bambino che scappava di corsa per il viale.
«Come fa pena, e che viso simpatico!» disse il principe.
«Perché non ti sei avvicinata? Lui voleva dirti qualcosa, no?»
«Su, andiamo allora,» disse Kitty, voltandosi con decisione.
«Come state oggi?» domandò a Petròv.
Petròv si alzò, appoggiandosi al bastone, e guardò timidamente il principe.
«È mia figlia,» disse il principe. «Permettete che faccia la vostra conoscenza.»
Il pittore s'inchinò e sorrise, scoprendo dei denti bianchi stranamente scintillanti.
«Ieri vi aspettavamo, principessina,» disse a Kitty.
Dicendo questo barcollò e, ripetendo il movimento, si sforzò di far credere che lo aveva fatto apposta.
«Io volevo venire, ma Vàrenka ha detto che Anna Pàvlovna aveva mandato a dire che non sareste venuti.»
«Come, non saremmo venuti?» disse Petròv, arrossendo e subito dopo tossendo; intanto cercava con gli occhi la moglie. «Aneta, Aneta!» proferì ad alta voce e sul suo bianco collo sottile grosse vene si tesero come corde.
Anna Pàvlovna si avvicinò.
«Come mai hai mandato a dire alla principessina che non saremmo venuti!» bisbigliò irritato, ormai senza voce.
«Buon giorno, principessina!» disse Anna Pàvlovna con un sorriso voluto, tanto dissimile dal suo atteggiamento di prima. «Molto piacere di fare la vostra conoscenza,» si rivolse poi al principe. «Vi aspettavamo da tempo, principe.»
«Come mai hai mandato a dire alla principessina che non saremmo venuti?» bisbigliò ancora una volta in modo rauco il pittore, anche più arrabbiato, palesemente irritandosi ancor più perché la voce lo tradiva ed egli non poteva dare alle parole l'espressione che avrebbe voluto.
«Ah, Dio mio! Pensavo che non saremmo venuti,» rispose la moglie con dispetto.
«Come mai, quando...» egli tossì e fece un gesto con la mano.
Il principe sollevò il cappello e si allontanò con la figlia.
«Oh, oh!» sospirò con pena, «oh, che disgraziati!»
«Sì, papà,» rispose Kitty. «Ma bisogna sapere che hanno tre bambini, nessuna persona di servizio e sono quasi senza mezzi. Lui riceve qualcosa dall'Accademia,» raccontò animatamente, cercando di soffocare l'emozione che si era sollevata in lei a causa dello strano cambiamento di Anna Pàvlovna nei suoi riguardi. «Ah, ecco anche madame Stahl,» disse poi, indicando una carrozzina nella quale, sotto un ombrello, qualcosa di grigio e azzurro giaceva in mezzo a cuscini.
Era la signora Stahl. Dietro di lei stava ritto un robusto facchino tedesco che la portava a passeggio. Accanto stava un biondo conte svedese, che Kitty conosceva di nome. Alcuni malati indugiavano presso la carrozzina, guardando quella signora come qualcosa di straordinario.
Il principe si diresse verso di lei, e subito nei suoi occhi Kitty notò quel focherello di scherno che la sconcertava. Egli si avvicinò a madame Stahl e si mise a parlare in quell'ottimo francese che oggi così pochi ormai parlano, in maniera straordinariamente rispettosa e affabile.
«Non so se vi ricordate di me, ma devo rendermi presente alla vostra memoria per ringraziarvi della vostra bontà verso mia figlia,» le disse, togliendo il cappello senza più rimetterlo.
«Il principe Aleksàndr Šèerbàckij,» disse madame Stahl, alzando su di lui gli occhi celesti, nei quali Kitty notò un'ombra di malcontento. «Molto lieta. Ho preso a voler molto bene a vostra figlia.»
«La vostra salute è sempre poco buona?»
«Ormai mi sono abituata,» disse madame Stahl, e presentò al principe il conte svedese.
«Ma siete cambiata pochissimo,» le disse il principe. «Non ho avuto l'onore di vedervi da dieci o undici anni.»
«Sì, Dio dà la croce e dà la forza di portarla. Sovente ci si stupisce perché questa vita tiri avanti... Dall'altra parte!» disse con stizza a Vàrenka, che non le avvolgeva le gambe nel plaid così come lei voleva.
«Per fare del bene, probabilmente,» disse il principe, ridendo con gli occhi.
«Non spetta a noi giudicarlo,» disse la signora Stahl, notando la sfumatura d'espressione che era comparsa sul viso del principe. «Sicché voi mi manderete quel libro, caro conte? Vi ringrazio molto,» disse rivolgendosi al giovane svedese.
«Ah!» esclamò il Principe, scorgendo lì vicino il colonnello moscovita; salutata la signora Stahl, si allontanò con la figlia e con il colonnello moscovita che si unì a loro.
«Questa è la nostra aristocrazia, principe!» disse con il desiderio d'esser beffardo il colonnello moscovita, il quale ce l'aveva con la signora Stahl perché non aveva chiesto di conoscerlo.
«Sempre la stessa,» rispose il principe.
«Ma voi la conoscevate già prima della malattia, principe, cioè prima che si mettesse a letto?»
«Sì. Si è messa a letto dopo,» disse il principe.
«Dicono che non si alzi da dieci anni.»
«Non si alza perché ha una gamba più corta dell'altra. È fatta malissimo...»
«Papà, non può essere!» gridò Kitty.
«Le male lingue dicono così, mia piccola amica. E credimi, la tua Vàrenka deve vederne di tutti i colori,» soggiunse. «Oh, queste dame malate!»
«Oh no, papà!» replicò Kitty con calore. «Vàrenka la adora. E poi lei fa tanto bene! Domandalo a chi vuoi! Lei e Aline Stahl sono conosciute da tutti.»
«Può darsi,» disse egli, premendole con il gomito il braccio. «Ma è meglio quando lo fanno in modo che, anche a domandarlo a tutti, nessuno lo sa.»
Kitty tacque, ma non perché non avesse nulla da dire; neppure a suo padre voleva scoprire i propri segreti pensieri. Però, cosa strana, benché si fosse tanto preparata a non cedere all'opinione del padre, a non dargli accesso nel proprio sacrario, sentiva che quell'immagine divina della signora Stahl che per un mese intero aveva portato nell'animo, adesso era irrimediabilmente scomparsa, come la figura che la fantasia scorge in un vestito abbandonato, che scompare quando capisci che è soltanto un vestito. Era rimasta solo una donna con una gamba più corta, che stava a letto perché era malfatta e torturava la docile Vàrenka perché non le rigirava il plaid così come lei voleva. E nessuno sforzo dell'immaginazione avrebbe potuto ormai far ritornare la signora Stahl di prima.
XXXV
Il principe aveva trasmesso il suo buon umore ai familiari, ai conoscenti e persino all'albergatore tedesco presso cui stavano gli Šèerbàckij.
Ritornato con Kitty dalle acque e invitati per il caffè il colonnello, Màrija Evgènievna e Vàrenka, il principe ordinò di portar fuori, in giardino, il tavolo e le poltrone, e di apparecchiare lì per la colazione. L'albergatore e la servitù si animarono sotto l'influsso della sua allegria, e conoscendo la sua generosità. Mezz'ora dopo, il dottore ammalato di Amburgo, che stava di sopra, guardava con invidia dalla finestra quell'allegra compagnia russa di gente sana che si era riunita sotto il castagno. All'ombra dei cerchi tremolanti delle foglie, davanti alla tavola ricoperta da una tovaglia bianca e cosparsa di caffettiere, pane, burro, formaggio, selvaggina fredda, stava seduta la principessa con un'acconciatura di nastri lilla, distribuendo le tazze e le tartine. All'altra estremità sedeva il principe, che mangiava con soddisfazione e chiacchierava allegramente e rumorosamente. Il principe aveva disposto accanto a sé i propri acquisti: cofanetti scolpiti, gingilli, tagliacarte d'ogni sorta, che aveva comprato in quantità a tutte le acque, e li regalava a tutti, compresa Lischen, la serva, e l'albergatore, con il quale scherzava nel suo comico tedesco, assicurandolo che non le acque avevano guarito Kitty, ma i suoi ottimi piatti e specialmente la minestra con le prugne secche. La principessa prendeva in giro il marito per le sue abitudini russe, ma era vivace e allegra come non era mai stata durante tutto il soggiorno alle acque. Il colonnello sorrideva come sempre agli scherzi del principe; ma sul conto dell'Europa, che riteneva di aver studiato attentamente, teneva le parti della principessa. La buona Màrija Evgènievna moriva dal ridere per tutto ciò che diceva di buffo il principe; perfino Vàrenka, cosa che Kitty non aveva mai visto, lanciava, come con uno sforzo fisico, piccole ma contagiose risate agli scherzi del principe.
Tutto questo divertiva Kitty, ma anche la preoccupava. Con la sua opinione divertita a proposito dei suoi amici e di quella vita da cui lei era tanto presa, il padre le aveva involontariamente posto un problema che Kitty non riusciva a risolvere. A questo problema si aggiungeva poi il mutamento dei suoi rapporti con i Pètrov, che quel giorno si era fatto sentire in modo così palese e spiacevole. Tutti erano allegri, ma Kitty non poteva essere allegra e ciò la tormentava ancor più. Provava una sensazione simile a quella che provava da bambina, quando per castigo veniva chiusa nella sua stanza e sentiva le allegre risate delle sorelle.
«Ma perché hai comprato tutta questa roba?» diceva la principessa, sorridendo e porgendo al marito una tazza di caffè.
«Vai a passeggio, ti avvicini a una bottega, ti chiedono di comprare: "Erlaucht, Excellenz, Durchlaucht." Be', appena dicono: "Durchlaucht", io non resisto più: e così dieci talleri se ne sono andati.»
«E solo per la noia,» disse la principessa.
«Si capisce, per la noia. Una tal noia, cara mia, che non sai dove ficcarti.»
«Come ci si può annoiare, principe? Ci sono tante cose interessanti ora in Germania,» disse Màrija Evgènievna.
«Tutto quel che c'è d'interessante io lo conosco: la minestra con le prugne secche, la salsiccia con i piselli. Conosco tutto.»
«No, sono interessanti le loro istituzioni,» disse il colonnello.
«E che cosa c'è d'interessante? Sono tutti contenti come soldoni di rame; hanno sconfitto tutti. Be', e di che cosa dovrei esser contento io? Io non ho sconfitto nessuno, e anche le scarpe devo togliermele da solo e poi metterle persino fuori della porta. Alla mattina, alzarsi, subito vestirsi e andare nel salone a bere un pessimo tè. È ben altro a casa! Ti svegli senza tanta fretta, ti arrabbi con qualcuno, brontoli, ti schiarisci le idee per benino, mediti a tutto, non ti affanni.»
«Ma il tempo è denaro, questo lo dimenticate,» disse il colonnello.
«Quale tempo? C'è anche del tempo di cui daresti via un mese intero per mezzo rublo, mentre altre volte non c'è denaro che si accetterebbe per una sola mezz'ora. Non è così, Kàtenka? Che hai, così triste?»
«Io, niente.»
«E voi dove andate? State ancora un po' qui seduta,» si rivolse a Vàrenka.
«Devo andare a casa,» disse Vàrenka alzandosi e scoppiando di nuovo a ridere.
Ricompostasi, si congedò ed entrò in casa per prendere il cappello. Kitty le andò dietro. Anche Vàrenka adesso le sembrava un'altra. Non peggiore, ma diversa da come se la immaginava prima.
«Ah, da quanto tempo non ridevo così!» disse Vàrenka, raccogliendo l'ombrellino e la borsa. «Com'è simpatico il vostro papà!»
Kitty taceva.
«Quando ci vedremo?» domandò Vàrenka.
«Maman voleva passare dai Petròv. Voi non ci sarete?» disse Kitty mettendo Vàrenka alla prova.
«Ci sarò,» rispose Vàrenka. «Loro si preparano per la partenza e così ho promesso di aiutarli a fare i bagagli.»
«Bene, verrò anch'io.»
«No, che v'importa?»
«Perché, perché, perché?» si mise a dire Kitty, dilatando gli occhi e afferrando l'ombrello di Vàrenka perché lei non se ne andasse. «No, aspettate, perché?»
«Così; è arrivato vostro papà e poi loro hanno soggezione di voi.»
«No, dovete dirmi perché non volete che io vada spesso dai Petròv. Voi non lo volete, no? Perché?»
«Non ho detto questo,» disse tranquillamente Vàrenka.
«No, per favore, ditelo!»
«Devo dir tutto?» domandò Vàrenka.
«Tutto, tutto!» insistette Kitty.
«Di speciale non c'è niente, ma solo che Michaìl Alecksèeviè (così si chiamava, il pittore) prima voleva partire più presto e adesso non vuole più partire,» disse Vàrenka sorridendo.
«Su, su!» la sollecitò Kitty, guardando torva Vàrenka.
«Be', e chissà perché Anna Pàvlovna ha detto che lui non vuole partire perché siete qui voi. Si capisce, questo era fuor di luogo, ma la lite è nata per via di questo, per causa vostra. E voi sapete come sono irritabili questi malati.»
Kitty, accigliandosi sempre più, taceva; e parlava soltanto Vàrenka, sforzandosi di quietarla e di calmarla e vedendo la crisi che si preparava, non sapeva se di lacrime o di parole.
«Così è meglio che non andiate... E voi cercate di capire, e non offendetevi...»
«E ben mi sta, e ben mi sta!» si mise a dire in fretta Kitty, afferrando l'ombrello dalle mani di Vàrenka e guardando in modo da evitare gli occhi dell'amica.
Vàrenka avrebbe voluto sorridere, assistendo all'ira infantile della sua amica, ma temeva di offenderla.
«Come, ben vi sta? Non capisco,» disse.
«Ben mi sta, perché tutto questo era una finzione, perché tutto questo è inventato e non viene dal cuore. Che me ne importava di un estraneo? E così è venuto fuori che sono la causa di un litigio e che ho fatto ciò che nessuno mi chiedeva. Perché tutto è finzione! finzione! finzione!...»
«Ma a quale scopo fingere?» disse piano Vàrenka.
«Ah, che cosa stupida, brutta! Io non ne avevo alcun bisogno... Tutta una finzione!» diceva, aprendo e chiudendo l'ombrello.
«Ma a quale scopo?»
«Per sembrare migliore davanti alla gente, davanti a me stessa, davanti a Dio, per imbrogliare tutti. No, ormai non ci cascherò più! Esser cattiva, ma perlomeno non menzognera, non ingannatrice!»
«Ma chi è un'ingannatrice?» disse Vàrenka con rimprovero. «Voi parlate come se...»
Ma adesso Kitty era in preda al suo attacco di collera e non la lasciò parlare.
«Non parlo di voi, non parlo assolutamente di voi. Voi siete la perfezione. Sì, sì, so che voi siete tutta perfezione; ma che farci se io sono cattiva? Questo non sarebbe successo se io non fossi cattiva. E allora, che io sia pure quella che sono, ma non fingerò. Che me ne importa di Anna Pàvlovna! Che vivano come vogliono e io come voglio io. Io non posso essere un'altra... Non così, non così!...»
«Ma che cosa non dovrebbe essere così?» diceva Vàrenka perplessa.
«Tutto non è come dovrebbe. Io non posso vivere altrimenti che secondo il cuore e voi vivete secondo le regole. Io ho preso ad amarvi così, semplicemente, e voi invece, di certo, solo per salvarmi, per insegnarmi!»
«Siete ingiusta,» disse Vàrenka.
«Ma io non dico nulla degli altri, io parlo di me.»
«Kitty!» si udì la voce della madre, «vieni qui, mostra al papà i tuoi coralli.»
Kitty con aria fiera, senza far la pace con l'amica, prese da un tavolo i coralli che stavano in una scatoletta e andò dalla madre.
«Che ti è successo? Perché sei così rossa?» le dissero padre e madre a una voce.
«Niente,» rispose essa, «vengo, subito», e corse indietro.
«È ancora qui!» pensò. «Che cosa le dirò, Dio mio! che cosa ho fatto, che cosa ho detto? Perché l'ho offesa? Che devo fare? Che cosa le dirò?» pensò e si fermò vicino alla porta.
Vàrenka sedeva al tavolo con il cappello e l'ombrello in mano ed esaminava una molla che Kitty aveva spezzato. Alzò la testa.
«Vàrenka, perdonatemi, perdonate!» mormorò Kitty avvicinandosi. «Io non ricordo più che cosa ho detto. Io...»
«Davvero io non volevo addolorarvi,» disse Vàrenka sorridendo.
La pace fu fatta. Ma, con l'arrivo del padre, Kitty abbandonò quel mondo in cui aveva preso a vivere. Non rinnegò ciò che aveva appreso, ma capì che ingannava se stessa pensando di poter essere quella che voleva essere. Ritornò come in sé; sentiva tutta la difficoltà di mantenersi senza finzione e senza vanteria all'altezza alla quale aveva voluto sollevarsi; sentiva inoltre tutto il peso di quel mondo di dolore, di malattie, di morenti in cui viveva; le sembrarono tormentosi gli sforzi che faceva su se stessa per amare tutto questo, e ben presto ebbe voglia di aria fresca, della Russia, di Ergušòvo, dove, come aveva saputo da una lettera, già era andata sua sorella Dolly con i bambini.
Ma il suo amore per Vàrenka non si era affievolito. Congedandosi, Kitty la pregò di venir da loro in Russia.
«Verrò quando voi vi sposerete,» disse Vàrenka.
«Io non mi sposerò mai.»
«Allora io non verrò mai.»
«E allora io mi sposerò solo per questo. Badate dunque, ricordate la promessa!» disse Kitty.
Le previsioni del dottore si erano avverate. Kitty ritornò a casa, in Russia, guarita. Non era più così spensierata e allegra come prima, ma era tranquilla. I suoi dolori di Mosca erano divenuti un ricordo.
PARTE TERZA
I
Sergèj Ivànoviè Kòznyšev voleva riposarsi dal lavoro intellettuale e, invece di andare come al solito all'estero, verso la fine di maggio arrivò in campagna dal fratello. Secondo le sue convinzioni, la vita migliore era quella di campagna. Adesso era venuto a godersi questa vita dal fratello. Konstantìn Lèvin fu molto contento, tanto più che per quell'estate non aspettava più il fratello Nikolàj. Ma, nonostante il suo amore e la sua stima per Sergèj Ivànoviè, in campagna egli si sentiva a disagio con il fratello. Vedeva con disagio, persino con dispiacere, l'atteggiamento del fratello verso la campagna. Per Konstantìn Lèvin la campagna era un luogo di vita, ossia di gioie, di sofferenze, di lavoro; per Sergèj Ivànoviè, da una parte la campagna era un riposo al lavoro; dall'altra, un utile contravveleno alla corruzione della città, che pur egli accettava con piacere e con consapevolezza dei suoi vantaggi. Per Konstantìn Lèvin la campagna era bella perché vi si svolgeva un lavoro utile; per Sergèj Ivànoviè la campagna era bella specialmente perché vi si poteva e vi si doveva non far niente. Oltre a ciò, anche l'atteggiamento di Sergèj Ivànoviè verso il popolo urtava un po' Konstantìn. Sergèj Ivànoviè diceva di amare e di conoscere il popolo, e sovente conversava con i contadini, cosa che sapeva fare bene, senza fingere e senza posare, e da ognuna di queste conversazioni ritraeva dei dati generali a vantaggio del popolo e a riprova della sua conoscenza del popolo. Un simile atteggiamento verso il popolo non piaceva a Konstantìn Lèvin. Per Konstantìn il popolo era soltanto il collaboratore principale al lavoro comune; inoltre, nonostante tutto il rispetto e un certo innato amore per il contadino, probabilmente, come egli stesso diceva, succhiato col latte della balia contadina, egli, pur apprezzandolo come collaboratore e entusiasmandosi talvolta per la forza, la mitezza, la giustizia di questa gente, assai spesso, quando nell'opera comune si richiedevano altre qualità, si adirava contro il popolo per la sua incuria, la sua sporcizia, l'ubriachezza e la mendacità. Konstantìn Lèvin, se gli avessero domandato se amava il popolo, non avrebbe decisamente saputo cosa rispondere. Amava e non amava il popolo così come gli uomini in genere. Da uomo buono, si capisce, amava più che non amare gli uomini, e così perciò anche il popolo. Ma amare o non amare il popolo, come qualcosa di particolare, egli non poteva, perché non solo viveva con il popolo, non solo tutti i suoi interessi erano legati al popolo, ma considerava anche se stesso parte del popolo e non vedeva in sé e nel popolo alcuna qualità particolare o difetto, né poteva contrapporre se stesso al popolo. Inoltre, benché fosse vissuto lungamente in stretti rapporti con i contadini, come padrone e arbitro, e soprattutto come consigliere (i contadini avevano fiducia in lui e venivano da lui a consigliarsi da quaranta verste di distanza), non aveva un'idea precisa sul popolo, e alla domanda se conoscesse il popolo avrebbe avuto difficoltà a rispondere, come all'altra, se lo amasse o meno. Dire di conoscere il popolo sarebbe stato per lui lo stesso che dire di conoscere gli uomini. Osservava e imparava a conoscere continuamente uomini d'ogni genere, fra cui uomini-contadini, che egli considerava uomini bravi e interessanti, e continuamente notava in loro nuovi tratti, cambiava i suoi precedenti giudizi su di loro e se ne formava dei nuovi.
Sergèj Ivànoviè era l'opposto. Esattamente come amava e lodava la vita di campagna in contrapposizione a un'altra vita che non amava, così amava anche il popolo in contrapposizione a quella classe di persone che non amava, ed esattamente così conosceva il popolo, come qualcosa di contrapposto agli uomini in generale. Nella sua mente metodica si erano chiaramente formate certe idee sulla vita popolare, in parte tratte dalla stessa vita popolare, ma prevalentemente da una contrapposizione. Egli non cambiava mai la propria opinione sul popolo e il proprio atteggiamento di simpatia verso di esso.
Nelle divergenze di giudizio sul popolo che si producevano fra i fratelli, Sergèj Ivànoviè vinceva sempre il fratello appunto per il fatto che Sergèj Ivànoviè aveva concetti ben definiti sul popolo, sul carattere, le qualità e i gusti di esso, mentre Konstantìn Lèvin non aveva alcun concetto definito e immutabile, sicché in queste discussioni Konstantìn veniva sempre colto in contraddizione con se stesso.
Per Sergèj Ivànoviè il fratello minore era un ottimo ragazzo, con il cuore messo bene (com'egli si esprimeva in francese), ma con una mente, sebbene abbastanza svelta, tuttavia soggetta alle impressioni del momento, e perciò piena di contraddizioni. Certe volte spiegava a Konstantìn il significato delle cose con la condiscendenza del fratello maggiore, ma non trovava soddisfazione a discutere con lui, perché lo sbaragliava troppo facilmente.
Konstantìn Lèvin guardava al fratello come a un uomo di immenso ingegno e cultura, nobile nel più alto senso della parola, e dotato della capacità di agire per il bene generale. Ma nel fondo dell'anima sua, quanto più invecchiava e più intimamente conosceva il fratello, tanto più spesso gli passava per la mente che questa capacità di agire per il bene generale, di cui egli si sentiva completamente privo, forse non era neppure una qualità ma, al contrario, una mancanza di qualcosa: una mancanza non di desideri e gusti nobili, onesti, buoni, ma di forza vitale, di ciò che si chiama cuore, di quell'anelito che, fra le innumerevoli strade che si presentano nella vita, spinge l'uomo a sceglierne una e a desiderare questa sola. Quanto più conosceva il fratello, tanto più notava che sia Sergèj Ivànoviè, sia molti altri che agivano per il bene generale, non erano portati a questo dal cuore, ma decidevano con la mente che comportarsi così era bene, e soltanto per questo si comportavano così. Lèvin trovava una conferma a questa supposizione nell'osservare che suo fratello si prendeva altrettanto a cuore le questioni del bene generale e dell'immortalità dell'anima quanto i problemi di una partita a scacchi o l'ingegnoso congegno di una nuova macchina.
Konstantìn Lèvin, inoltre, in campagna si sentiva a disagio con il fratello anche perché in campagna, specialmente d'estate, egli era continuamente preso dall'azienda e la lunga giornata estiva non gli bastava per fare tutto ciò che occorreva, mentre Sergèj Ivànoviè si riposava. Si riposava, ossia non lavorava al suo libro, ma era così abituato all'attività mentale che seguitava a esprimere in bella forma concisa i pensieri che gli venivano in mente, e gli piaceva che ci fosse qualcuno ad ascoltarlo. E il suo più abituale e naturale ascoltatore era il fratello. Di conseguenza, nonostante l'amichevole semplicità dei loro rapporti, Konstantìn provava disagio a lasciarlo solo. A Sergèj Ivànoviè piaceva sdraiarsi al sole sull'erba e restare così a crogiolarsi e a chiacchierare pigramente.
«Non puoi credere,» diceva al fratello, «che piacere sia per me questa pigrizia da ucraino. Neppure un pensiero in testa, neanche a cercarlo col lumicino.»
Ma per Konstantìn Lèvin star seduto e ascoltarlo era una noia, specialmente perché sapeva che, lui assente, trasportavano il letame su un campo non diboscato e Dio sa come l'avrebbero ammucchiato, a non badarci; e non avrebbero svitato i dentali degli aratri, ma li avrebbero strappati, e poi avrebbero detto che gli aratri di ferro erano un'invenzione stupida, e che differenza con l'aratro di Andrej, e così via.
«Ma piantala di andar su e giù con questo caldo,» gli diceva Sergèj Ivànoviè.
«No, devo solo correre un momento all'amministrazione,» diceva Lèvin e scappava sui campi.
II
Ai primi di giugno accadde che la njànja ed economa Agàfija Michàjlovna, portando in cantina, un vaso di funghi che aveva appena salati, scivolò, cadde e si slogò una mano. Venne un medico condotto giovane, chiacchierone, fresco di studi. Osservò la mano, disse che non era slogata, mise delle compresse e, rimasto a pranzo, ne approfittò, con evidente piacere; per conversare con il celebre Sergèj Ivànoviè Kòznyšev; per mostrargli il suo modo illuminato di veder le cose, gli raccontò tutti i pettegolezzi del distretto, lamentandosi della cattiva situazione in cui versava lo zèmstvo. Sergèj Ivànoviè ascoltò attentamente, interrogò e, eccitato dal nuovo ascoltatore, divenne ciarliero e fece alcune osservazioni azzeccate e ponderate, rispettosamente apprezzate dal giovane dottore, e passò a quello stato d'animo vivace, ben noto al fratello, in cui veniva solitamente a trovarsi dopo una conversazione brillante e animata. Quando il dottore se ne fu andato, Sergèj Ivànoviè volle recarsi al fiume con la lenza. Gli piaceva pescare con la lenza e era come orgoglioso di amare un'occupazione così sciocca.
Konstantin Lèvin, che doveva andare all'aratura e sui prati, si offrì di accompagnare il fratello in calesse.
Si era al volgere dell'estate, la stagione dell'anno in cui il raccolto dell'annata è già deciso; cominciano allora le cure della semina dell'anno successivo e si avvicina la mietitura; la segale ha spigato e, grigioverde, si agita al vento con una spiga non turgida, ancora leggera; le verdi avene, con i cespugli d'erba gialla sparsi qua e là, emergono ineguali sulle semine tardive; il saraceno primaticcio già viene a maturazione nascondendo il terreno; i maggesi calpestati dal bestiame sino a diventar pietra, e con i viottoli rimasti intatti dall'aratro, sono arati sino a metà; all'alba, si sente l'odore del letame disseccato che si fonde con quello dolce dell'erba medica; nelle valli, aspettando la falce, si stendono come un mare ininterrotto i prati più curati con i mucchi nereggianti degli steli dell'acetosella estirpata.
Era l'epoca in cui nel lavoro agricolo subentra una breve tregua prima dell'inizio del raccolto, che ogni anno si ripete e ogni anno eccita tutte le forze del contadino. Il raccolto era magnifico e c'erano chiare e calde giornate estive con corte notti rugiadose.
I fratelli dovevano passare attraverso il bosco per avvicinarsi ai prati. Sergèj Ivànoviè, parlando senza tregua, non faceva che ammirare la bellezza del bosco soffocato dal fogliame, indicando al fratello ora un vecchio tiglio, scuro dalla parte in ombra, screziato di stipole gialle e già pronto a fiorire; ora i germogli brillanti di smeraldo dei rami giovani. A Konstantìn Lèvin non piaceva parlare né sentir parlare delle bellezze della natura. Per lui le parole toglievano bellezza a ciò che vedeva. Faceva eco al fratello, ma senza volerlo si era messo a pensare ad altro. Quando ebbero attraversato il bosco, tutta la sua attenzione fu assorbita dalla vista di un maggese su un colle, in un punto giallo d'erba, più in là battuto e tagliato a riquadri, o schiacciato dai mucchi; un tratto era anche arato. Sul campo procedevano in fila dei carri. Lèvin contò i carri e si rallegrò al pensiero che sarebbe stato trasportato tutto quello che si doveva; guardando i prati, cominciò a pensare al problema della falciatura. Alla raccolta del fieno provava sempre qualcosa che lo toccava nel vivo. Accostandosi al prato, Lèvin fermò il cavallo.
Nel folto dell'erba era rimasta ancora la rugiada del mattino, e Sergèj Ivànoviè, per non bagnarsi i piedi, chiese d'esser portato in calesse sul prato sino al cespuglio di citiso, presso cui si pescava il persico. Per quanto a Konstantin Lèvin dispiacesse calpestare la sua erba, entrò nel prato con il calesse. L'erba alta si avvolgeva morbida intorno alle ruote e alle zampe del cavallo, lasciando i suoi semi sui raggi umidi e sui mozzi.
Il fratello si sedette sotto un cespuglio dopo aver districato le lenze, e Lèvin allontanò il cavallo, lo legò ed entrò nell'immenso mare grigio-verde del prato non mosso dal vento. Sul terreno irriguo l'erba serica con i semi maturi gli arrivava sin quasi alla cintola.
Attraversato obliquamente il prato, Konstantìn Lèvin sbucò sulla strada e incontrò un vecchio con un occhio gonfio, che portava un paniere per sciamare le api.
«Che fai? o le hai prese, Fomìè» domandò.
«Macchè prese, Konstantin Mìtric! Magari conservar le nostre almeno. È la seconda volta che la regina mi scappa. Meno male che i ragazzi sono arrivati al galoppo. Da voi arano. Hanno staccato il cavallo, han galoppato.»
«Be', che dici, Fomìè: falciare o aspettare?»
«Macchè! Alla nostra maniera, aspettare fino a san Pietro. Ma voi falciate sempre prima. Ma se Dio vuole, le erbe son buone. Le bestie avranno spazio.»
«E il tempo, che ne pensi?»
«Affar di Dio. Chissà, magari sarà buono.»
Lèvin si avvicinò al fratello. Non pescava nulla, ma Sèrgej Ivànoviè non si annoiava e sembrava nella più gaia disposizione d'animo. Lèvin vide che, sollecitato dalla conversazione con il dottore, aveva ancora voglia di parlare. Lèvin, al contrario, avrebbe voluto andare al più presto a casa per dare disposizioni sulla chiamata dei falciatori per l'indomani, e per risolvere alcuni dubbi sulla falciatura che lo preoccupavano.
«Be', andiamo,» disse.
«Dove vuoi affrettarti? Stiamo un po' qui seduti. Come ti sei inzuppato, però! Anche se non si pesca nulla, si sta bene. Ogni caccia è bella perché si ha a che fare con la natura. Che meraviglia quest'acqua d'acciaio!» disse. «Queste rive erbose,» continuò, «mi ricordano sempre un indovinello, lo conosci? L'erba dice all'acqua: "Ci pieghiamo, ci pieghiamo."»
«No, non lo conosco codesto indovinello,» rispose Lèvin con aria rassegnata.
III
«E sai, pensavo a te,» disse Sergèj Ivànoviè. «È una vergogna quel che succede nel vostro distretto, come mi ha raccontato quel dottore; è un ragazzo tutt'altro che stupido. E io ti ho detto e ti dico: non è bene che tu non vada alle riunioni e in genere ti sia estraniato dall'attività dello zèmstvo. Se le persone per bene si allontanano, si capisce che tutto va Dio sa come. Noi paghiamo denari, e vanno per gli stipendi, e non ci sono né scuole, né infermieri, né levatrici, né farmacie, niente.»
«Ma io ho provato,» rispose Lèvin, piano e svogliato, «non posso! che vuoi farci!»
«Ma che cosa non puoi? Ti confesso che non lo capisco. L'indifferenza, l'incapacità io non l'ammetto; oppure si tratta solo di pigrizia?»
«Né la prima, né la seconda, né la terza. Ho provato e ho visto che non posso fare niente,» disse Lèvin.
Egli non dava gran che ascolto a quel che diceva il fratello. Guardando l'aratura al di là del fiume, distingueva qualcosa di nero, ma non riusciva a capire se fosse un cavallo o l'amministratore a cavallo.
«Perché non puoi fare niente? Hai fatto un tentativo, che secondo te non è riuscito, e così ti rassegni. Non hai amor proprio?»
«L'amor proprio,» disse Lèvin, toccato nel vivo dalle parole del fratello, «io non lo capisco. Se all'università mi avessero detto che gli altri capivano il calcolo integrale e io no, qui era questione d'amor proprio. Ma in questo caso bisogna prima esser convinti d'aver certe capacità per queste cose e, principalmente, che queste cose sono molto importanti.»
«E allora! Questo non è importante forse?» disse Sergèj Ivànoviè, irritato anche dal fatto che il fratello non trovava importante ciò che a lui interessava, e in particolare dal fatto che, com'era evidente, quasi non lo ascoltava.
«A me non sembra importante, non mi prende, cosa vuoi farci?» rispose Lèvin, vedendo alfine che quel che aveva scorto era l'amministratore, e pensando che costui probabilmente aveva mandato via i contadini dall'aratura. Voltavano gli aratri, infatti. «Possibile che abbiano già finito di arare?» concluse mentalmente.
«Via, ascolta però,» disse il fratello maggiore, corrugando il suo bel viso intelligente, «ci sono dei limiti a tutto. È molto bello essere un originale e un uomo sincero e non amare la falsità, tutto questo lo so; ma renditi conto che quello che dici, o non ha senso, o ha un senso molto cattivo. Come fai a trovar poco importante che quel popolo che, come affermi, tu ami...»
«Io non l'ho mai affermato,» pensò Konstantìn Lèvin.
«...muoia senza aiuti? Levatrici improvvisate fanno morire i bambini, il popolo è incrostato d'ignoranza ed in balia del primo scrivano, e mentre a te si dà in mano il mezzo di venire in aiuto, tu ti tiri indietro perché, secondo te, questo non è importante.»
E Sergèj Ivànoviè pose al fratello il dilemma: o sei così poco evoluto che non riesci a vedere ciò che puoi fare, o non vuoi rinunciare alla tua tranquillità, alla tua vanità o che so io, per farlo.
Konstantìn Lèvin sentiva che non gli restava altro che darsi per vinto o confessare una mancanza d'amore per la causa comune. E questo lo offendeva e lo amareggiava.
«E l'uno e l'altro,» disse risolutamente. «Non vedo come si possa...»
«Come? Non si può, ripartendo bene il denaro, dare l'assistenza medica?»
«Non si può, a quanto pare... Sulle quattromila verste quadrate del nostro distretto, con le nostre sacche d'acqua, le nostre tormente, la stagione dei lavori, non vedo possibilità di dare dappertutto l'assistenza medica. E poi, in generale, io non credo nella medicina.»
«Be', permetti, questo è sbagliato... Ti citerò migliaia di esempi... Bene, e le scuole?»
«Perché le scuole?»
«Ma che cosa dici? Si può forse dubitare dell'utilità dell'istruzione? Se è buona per te, lo è anche per tutti.»
Konstantìn Lèvin si sentiva moralmente messo con le spalle al muro e perciò si accalorò e, senza volerlo, palesò la ragione principale della sua indifferenza per la causa generale.
«Può darsi che tutto questo vada bene, ma perché io dovrei preoccuparmi di istituire dei posti medici di cui mai mi servirò, e di scuole dove non manderò i miei figli, dove nemmeno i contadini vogliono mandare i figli, e dove ancora non credo con certezza che occorra mandarli?» disse.
Per un attimo Sergèj Ivànoviè fu stupito da quel modo inaspettato di veder le cose; ma subito preparò un nuovo piano d'attacco. Rimase un po' in silenzio, tirò fuori un amo, lo lanciò in acqua e si rivolse sorridendo al fratello.
«Be', permetti... In primo luogo, il posto medico è servito anche a te. Abbiamo pur mandato a chiamare il dottore dello zèmstvo per Agàfija Michàjlovna.
«Ebbene, io penso che la mano rimarrà storta.»
«Questo è ancora da vedere... E poi un contadino istruito è un lavoratore che ti è più utile e più caro.»
«No, domandalo a chi vuoi,» rispose risolutamente Konstantìn Lèvin, «uno che sa leggere e scrivere, come lavoratore è assai peggiore. Neppure le strade si possono riparare; e i ponti, appena li mettono, se li rubano.»
«Del resto,» disse accigliandosi Sergèj Ivànoviè, che non amava i contraddittori, in specie quando l'interlocutore saltava continuamente di palo in frasca e senza alcun nesso introduceva nuovi argomenti, così che non si sapeva più a che cosa rispondere,
«del resto, non si tratta di questo. Permetti. Riconosci che l'istruzione per il popolo è un bene?»
«Lo riconosco,» disse Lèvin senza pensarci, e subito pensò di non aver detto ciò che pensava. Sentiva che se riconosceva questo, gli avrebbero dimostrato che diceva delle assurdità prive di senso. Come glielo avrebbero dimostrato non sapeva, ma sapeva che senza alcun dubbio ciò gli sarebbe stato logicamente dimostrato e ora aspettava questa dimostrazione.
L'argomento riuscì assai più semplice di quanto si aspettasse Konstantìn Lèvin.
«Se tu riconosci che questo è bene,» disse Sergèj Ivànoviè, «come uomo onesto non puoi non amare e non seguire con simpatia una siffatta causa, e quindi non desiderare di lavorare per essa.»
«Ma io non riconosco ancora per buona questa causa,» disse Konstantìn Lèvin arrossendo.
«Come? Ma se hai detto adesso...»
«Cioè, io non la riconosco né per buona, né per possibile.»
«Questo non puoi saperlo senza aver fatto degli sforzi.»
«Bene, supponiamo,» disse Lèvin, benché non lo supponesse affatto, «supponiamo che sia così; eppure io non vedo perché dovrei occuparmene.»
«Cioè, come sarebbe a dire?»
«No, già che ci siamo messi, a parlarne, spiegamelo dal punto di vista della filosofia,» disse Lèvin.
«Non capisco che cosa c'entri qui la filosofia,» disse Sergèj Ivànoviè, con un tal tono, come parve a Lèvin, da negargli il diritto di ragionare di filosofia. E questo lo irritò.
«Eccome c'entra!» prese a dire, scaldandosi. «Io penso che il motore di tutte le nostre azioni sia comunque la felicità personale. Come nobile, io non vedo oggi nelle istituzioni degli zèmstvo nulla che cooperi al mio interesse. Le strade non sono migliori e non possono esserlo; i miei cavalli mi portano anche per le cattive. Del dottore e del posto medico non ho bisogno, il giudice conciliatore non mi occorre: a lui non mi rivolgo mai e mai mi rivolgerò. Le scuole non solo non mi occorrono, ma mi sono persino dannose, come ti ho detto. Per me l'istituzione degli zèmstvo rappresenta solo un onere di diciotto copeche da pagare per ogni desjatìna, e dei viaggi in città passando la notte in compagnia delle cimici e ascoltando assurdità e porcherie d'ogni genere; l'interesse personale non mi stimola affatto a questo.»
«Permetti,» interruppe con un sorriso Sergèj Ivànoviè, «l'interesse personale non ci stimolava a lavorare per la liberazione dei contadini, eppure abbiamo lavorato.»
«No!» scaldandosi sempre più, interruppe Konstantìn. «La liberazione dei contadini era un'altra faccenda. Qui un interesse personale c'era. Si voleva gettar via quel giogo che opprimeva noi tutti, tutti gli uomini buoni. Ma esser delegato, ragionare su quanti vuotacessi ci vogliono e come far passare i tubi in una città dove non abito; essere giurato e giudicare un contadino che ha rubato un prosciutto, e per sei ore ascoltare tutte le assurdità che macinano i difensori e i procuratori, e come il presidente domanda al mio vecchio Alëška lo Scemo: "Ammettete, signor imputato, il fatto del furto del prosciutto?" "Eh?"»
Konstantìn Lèvin ci prese gusto e si mise a fare la scena del Presidente con Alëška lo Scemo; gli pareva che tutto questo attenesse alla questione.
Ma Sergèj Ivànoviè alzò le spalle.
«Ebbene, che vuoi dire con questo?»
«Voglio dire soltanto che quei diritti che mi... che toccano il mio interesse, li difenderò sempre con tutte le forze; che quando eravamo studenti e i gendarmi facevano le perquisizioni e leggevano le nostre lettere, io ero pronto a difendere con tutte le forze questi diritti, a difendere i miei diritti all'istruzione, alla libertà. M'interessa il servizio militare, che tocca il destino dei miei figli, fratelli, e di me stesso; sono pronto a impegnarmi per ciò che mi riguarda; ma decidere dove distribuire quarantamila rubli di denaro dello zèmstvo oppure giudicare Alëška lo Scemo è una cosa che non capisco e non posso fare.»
Konstantìn Lèvin parlava come se si fosse rotta la diga che finora tratteneva le sue parole. Sergèj Ivànoviè sorrise.
«E domani sarai giudicato tu: ebbene, ti piacerebbe di più se ti giudicassero nella vecchia Camera criminale?»
«Io non sarò giudicato. Non sgozzerò mai nessuno e non ne ho bisogno. Ma insomma!» proseguì, saltando di nuovo a un argomento che non riguardava affatto la questione, «le nostre istituzioni degli zèmstvo e tutto il resto assomigliano alle piccole betulle che ficchiamo in terra in giorni come la Pentecoste perché sembrino un bosco cresciuto da sé in Europa, e io non posso davvero credere in queste betulle e innaffiarle!»
Sergèj Ivànoviè alzò soltanto le spalle, esprimendo con questo gesto il proprio stupore per quelle betulle spuntate ora chissà di dove nella loro discussione, benché avesse capito subito quel che suo fratello voleva dire con questo.
«Permetti, ma così non si può ragionare,» osservò.
Ma Konstantìn Lèvin voleva giustificare quel suo difetto che conosceva, la propria indifferenza alla causa comune, e proseguì.
«Penso,» disse, «che nessuna attività possa esser salda se non ha un fondamento nell'interesse personale. Questa è una verità generale, filosofica,» disse, ripetendo risolutamente la parola filosofica, come desiderando mostrare che anche lui, come ognuno, aveva il diritto di parlare di filosofia.
Ancora una volta Sergèj Ivànoviè sorrise. «Anche lui però ha una certa sua filosofia al servizio delle sue inclinazioni», pensò.
«Su, la filosofia lasciala stare,» disse. «Il compito principale della filosofia di ogni tempo consiste proprio nel trovare quel nesso necessario che esiste fra l'interesse personale e quello generale. Ma codesto non riguarda la questione, mentre la riguarda questo: che io debbo soltanto correggere il tuo paragone. Le betulle non sono conficcate, ma alcune piantate, alcune bisogna trattarle con maggior cura. Hanno un avvenire, si possono dir storici soltanto quei popoli che hanno fiuto per ciò che è importante e significativo nelle loro istituzioni, e se le tengono care.»
E Sergèj Ivànoviè trasportò la questione sul terreno filosofico-storico, inaccessibile a Konstantìn Lèvin, e gli mostrò tutta l'infondatezza del suo punto di vista.
«Per quanto poi riguarda il fatto che a te questo non piace, scusami, ma questa è la nostra pigrizia russa da "signori", e io sono convinto che in te sia un'aberrazione temporanea che passerà.»
Konstantìn taceva. Sentiva di essere sconfitto da tutte le parti, ma nel contempo sentiva che ciò che lui voleva dire non era stato capito dal fratello. Solo non sapeva perché non fosse stato capito: se perché non aveva saputo dire chiaramente ciò che voleva dire, o perché il fratello non aveva voluto capire, o perché non poteva capire. Ma non volle inoltrarsi in questi pensieri e, senza replicare al fratello, si mise a pensare a tutt'altro, a una sua faccenda personale.
Sergèj Ivànoviè avvolse l'ultimo, amo, slegò il cavallo e insieme si avviarono.
IV
La faccenda personale che occupava Lèvin durante la sua conversazione con il fratello era la seguente: l'anno prima, venuto un giorno alla falciatura ed essendosi arrabbiato con l'amministratore, aveva usato d'un suo mezzo per calmarsi: presa la falce di un contadino, si era messo a falciare.
Questo lavoro gli era talmente piaciuto che varie altre volte s'era messo a falciare; aveva falciato per intero il prato davanti alla casa e sin dalla primavera di quell'anno s'era prefisso un piano: falciare con i contadini per giornate intere. Dal momento dell'arrivo del fratello era perplesso: falciare o no? Gli rincresceva lasciare il fratello solo per giornate intere, e aveva paura che il fratello lo prendesse in giro per questo. Ma, passando attraverso il prato, ricordando le impressioni della falciatura, aveva già quasi deciso che avrebbe falciato. Dopo l'irritante conversazione con il fratello si era ricordato di nuovo di tale proposito.
«Mi occorre del movimento fisico, altrimenti è proprio vero che il mio carattere si guasta,» pensò, e decise che avrebbe falciato, per quanto fosse per lui imbarazzante di fronte al fratello e alla gente.
La sera, andò all'amministrazione, diede disposizione per i lavori e mandò per i villaggi a chiamare i falciatori per l'indomani, in modo da falciare il prato Kalìnovyj, il più grande e il migliore.
«E la mia falce mandatela, per favore, da Tit, affinché l'affili e me la porti domani; forse falcerò anch'io,» disse, sforzandosi di non apparir confuso.
L'amministratore sorrise e disse:
«Sissignore.»
La sera, al tè, Lèvin lo disse anche al fratello.
«Sembra che il tempo si sia messo al bello,» disse. «Domani comincio a falciare.»
«Questo lavoro mi piace molto,» disse Sergèj Ivànoviè.
«A me piace terribilmente. Talvolta ho falciato io stesso con i contadini e domani voglio falciare tutto il giorno.»
Sergèj Ivànoviè alzò la testa e guardò il fratello con curiosità.
«Cioè come? Insieme ai contadini, per una giornata intera?»
«Sì, è molto piacevole,» disse Lèvin.
«È stupendo come esercizio fisico, solo è difficile che tu possa resistere,» disse Sergèj Ivànoviè senza ironia.
«Ho provato. In principio è pesante, poi ci si abitua. Penso che non resterò indietro...»
«Ah, così! Ma dimmi, come la prendono i contadini? Probabilmente ridacchiano perché il signore fa lo stravagante.»
«No, non credo; ma è un lavoro così allegro, e nello stesso tempo difficile, che non c'è tempo per pensare.»
«Ma come farai a pranzare con loro? Mandarti laggiù del Lafite e un tacchino arrosto è piuttosto imbarazzante.»
«No, mentre loro si riposano io verrò a casa.»
Il mattino dopo Konstantìn Lèvin si alzò prima del solito, ma le disposizioni da dare per l'azienda lo trattennero e, quando giunse sul prato, i falciatori avevano iniziato la seconda falciata.
Ancor dall'alto gli si scoprì sotto il colle la parte in ombra e già falciata del prato, con l'erba già tagliata che tendeva al grigiastro e i mucchi neri dei gabbani, deposti dai falciatori nel punto di dove si erano mossi per la prima falciata.
A misura che si avvicinava, gli apparivano i contadini che avanzavano uno dietro l'altro in fila digradante e muovevano le falci in modi diversi; chi era con il gabbano, chi con la sola camicia. Ne contò quarantadue.
Si muovevano lentamente nell'ineguale avvallamento del prato, dove c'era una vecchia diga. Lèvin riconobbe alcuni dei suoi. Il vecchio Ermil, con una lunga camicia bianca, che menava la falce stando curvo; Vaska, il giovincello, che stava da Lèvin come cocchiere, che brandiva la falce a tutto braccio. C'era anche Tit, un contadinotto piccolo e magrolino, maestro di Lèvin per la falciatura. Senza piegarsi, egli avanzava come giocando con la falce, con la sua falcata larga.
Lèvin smontò dal cavallo e, legatolo presso la strada, raggiunse Tit. che, presa da un cespuglio una seconda falce, gliela porse. «È pronta, signore; taglia come un rasoio, falcia da sé,» disse Tit, togliendosi con un sorriso il berretto e tendendogli la falce.
Lèvin prese la falce e cominciò a provarla. I falciatori che avevano finito la loro fila, sudati e allegri, uscivano uno dopo l'altro sulla strada e, ridacchiando, salutavano il padrone. Tutti lo guardavano, ma nessuno disse nulla finché, uscendo sulla strada, un vecchio alto con il viso rugoso e glabro, con un giubbotto di montone, non gli si rivolse.
«Attento, padrone, hai preso lo slancio, non restare indietro!» disse, e Lèvin udì una risata trattenuta fra i falciatori.
«Cercherò di non restarci,» disse, mettendosi dietro Tit e aspettando il momento di cominciare.
«Bada,» ripeté il vecchio.
Tit fece posto a Lèvin, che gli si mise al fianco, dietro. L'erba era bassa, di proda, e Lèvin, che non falciava da tempo ed era turbato dagli sguardi rivolti su di lui, nei primi minuti falciò male benché ci desse sotto con forza. Dietro di lui si udirono voci.
«È presa male, il manico alto, guarda come deve chinarsi,» disse uno.
«Poggiati di più con il tallone,» disse un altro.
«Fa nulla, va bene, si allenerà,» continuò il vecchio. «Guarda com'è partito... Pigli la falciata troppo larga, ti stancherai... È il padrone, niente da dire, si dà da fare per sé! Ma guarda come va storto. Per una cosa simile a noi ce le davano sulla schiena.»
L'erba diventò più morbida; Lèvin, ascoltando senza rispondere e cercando di falciare il meglio possibile, teneva dietro a Tit. Erano andati avanti cento passi. Tit camminava sempre, senza fermarsi, senza manifestare la minima fatica; ma Lèvin aveva già il terrore di non resistere, tanto era stanco.
Sentiva ormai di falciare con le ultime forze e si era deciso a pregar Tit di fermarsi. Ma proprio in quel momento Tit si fermò da sé e, chinatosi, prese dell'erba, asciugò la falce e si mise ad affilarla. Lèvin si raddrizzò e, dopo aver sospirato, si voltò a guardare. Dietro di lui procedeva un contadino ed evidentemente anch'egli era stanco, perché subito, senza raggiungere Lèvin, si fermò e prese ad affilare. Tit finì di affilare la sua falce e la falce di Lèvin, e proseguirono.
Alla seconda ripresa fu lo stesso. Tit procedeva, una falcata dopo l'altra, senza fermarsi e senza stancarsi. Lèvin lo seguiva, cercando di non restare indietro, ma ciò gli era sempre più difficile; venne il momento in cui sentì che non gli restavano più forze, ma, in quello stesso momento, Tit si fermò e cominciò ad affilare.
Così passarono la prima falciata. E questa lunga falciata parve particolarmente ardua a Lèvin; ma in compenso, quando fu terminata e Tit, gettatasi la falce in spalla, si avviò a lenti passi a ripercorrere la falciatura sulle orme lasciate dai suoi tacchi, e Lèvin ripercorse allo stesso modo la falciatura propria, benché il sudore gli colasse a rivoli per il viso e gocciolasse dal naso e tutta la sua schiena fosse bagnata, come immersa nell'acqua, si sentiva assai bene. Era allegro soprattutto perché ora sapeva che avrebbe resistito.
La sua soddisfazione era avvelenata soltanto dal fatto che la sua falciatura non era buona. «Occorre spostare meno il braccio e più tutto il torso,» pensò, confrontando la falciata di Tit, che pareva tagliata sul filo, con la propria, dispersa e tracciata in modo ineguale.
Nella prima falciata, come aveva notato Lèvin, Tit aveva proceduto in modo particolarmente spedito, desiderando probabilmente mettere alla prova il padrone, e la falciata era venuta lunga. Le altre furono già più facili, ma nondimeno Lèvin dovette tendere tutte le sue forze per non restar indietro ai contadini.
Non pensava a nulla, nulla desiderava, fuorché non restare indietro ai contadini e finire il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Udiva solamente lo stridio delle falci e vedeva davanti a sé la figura diritta di Tit che si allontanava, il semicerchio arcuato della falcata, le erbe e le corolle dei fiori che si piegavano lente e ondulate intorno alla lama della sua falce e, dinanzi a sé, il termine della falciata, dove sarebbe venuto il riposo.
Senza capire che fosse e di dove arrivasse, nel mezzo del lavoro a un tratto provò una gradevole sensazione di fresco sulle calde spalle sudate. Diede un'occhiata al cielo mentre affilava la falce. Era sopraggiunta una nube bassa e pesante e venivano giù grossi goccioloni di pioggia. Alcuni contadini andarono a prendere i gabbani e se li misero; altri, come Lèvin, si strinsero nelle spalle con gioia sotto la piacevole rinfrescata.
Passarono ancora una falciata e un'altra ancora. Passarono falciate lunghe, corte, con erba buona e cattiva. Lèvin aveva perduto ogni nozione del tempo e non sapeva assolutamente se fosse tardi o ancor presto. Nel suo lavoro adesso aveva cominciato a prodursi un mutamento, che gli procurava un'immensa soddisfazione. Nel mezzo del lavoro lo prendevano momenti in cui dimenticava che cosa facesse, si sentiva leggero, e proprio in quei momenti la sua falciata riusciva quasi altrettanto regolare e buona di quella di Tit. Ma, non appena si ricordava di ciò che faceva e cominciava a sforzarsi di far meglio, subito provava tutta la pesantezza del lavoro e la falciata veniva male.
Passata un'altra falciata, voleva di nuovo riprendere, ma Tit si fermò e, avvicinandosi al vecchio, gli disse piano qualcosa. Entrambi guardarono il sole. «Di che cosa stanno parlando e perché non comincia la falciata?» pensò Lèvin senza pensare che i contadini falciavano senza interruzione già da non meno di quattr'ore ed era tempo per loro di far colazione.
«A far colazione, padrone,» disse il vecchio.
«È forse ora? Bene, a far colazione.»
Lèvin diede la falce a Tit e s'incamminò verso il cavallo, insieme con i contadini che andavano a prendere il pane dov'erano i gabbani, attraverso le falciate leggermente spruzzate di pioggia del lungo spazio lavorato. Soltanto a questo punto capì che non l'aveva azzeccata con il tempo, e la pioggia gli aveva bagnato il fieno.
«Sciuperà il fieno,» disse.
«Fa nulla, padrone, con la pioggia falcia, con il bel tempo rastrella!» disse il vecchio.
Lèvin slegò il cavallo e andò a casa a bere il caffè.
Sergèj Ivànoviè si era appena alzato. Bevuto il caffè, Lèvin andò di nuovo alla falciatura, prima che Sergèj Ivànoviè facesse in tempo a vestirsi e a uscire in sala da pranzo.
V
Dopo colazione Lèvin non capitò più, nella fila, al posto di prima, ma fra il vecchio scherzoso, che l'aveva invitato a esser suo vicino, e un contadino giovane, sposato soltanto dall'autunno, che era venuto a falciare per la prima volta quell'estate.
Il vecchio, tenendosi diritto, procedeva innanzi spedito sulle gambe ricurve con un movimento regolare e ampio; con un gesto esatto e regolare, che evidentemente non gli costava maggior fatica del dimenar le braccia nel camminare, tagliava come giocando una falciata uniforme e alta. Come se non lui, ma la falce tagliente trinciasse da sé l'erba sugosa.
Dietro Lèvin andava il giovane Mìška. Il suo viso gradevole, con i capelli tenuti a posto da un laccio d'erba fresca, era tutto sudato per lo sforzo; ma, non appena lo si guardava, egli sorrideva. Evidentemente era pronto a morire piuttosto di riconoscere che faceva fatica.
Lèvin procedeva fra loro due. Nel pieno della calura non gli sembrava poi molto faticoso falciare. Il sudore che lo inondava gli dava frescura e il sole, che gli scottava la schiena, la testa e il braccio rimboccato sino al gomito, gli dava vigore e tenacia nel lavoro; e sempre più frequenti gli venivano quei momenti di incoscienza quando si poteva non pensare a quel che si faceva e la falce tagliava da sé. Ed erano momenti felici. Ancor più felici erano i momenti in cui, avvicinandosi al fiume, dove terminavano le falciate, il vecchio puliva la falce con l'erba umida e folta, ne risciacquava l'acciaio nell'acqua fresca del fiume, attingeva con la ciotola e l'offriva a Lèvin.
«Su, ecco il mio kvas! Buono, eh?» diceva, ammiccando.
Ed effettivamente Lèvin non aveva mai bevuto una bevanda come quell'acqua tiepida con l'erba che vi galleggiava e con il gusto di ruggine della ciotola di latta. E subito dopo veniva la beata, lenta passeggiata con la mano sulla falce, durante la quale si poteva asciugare il sudore che colava, respirare a pieni polmoni e contemplare tutta la fila dei falciatori che si snodava e ciò che succedeva intorno, nel bosco e nel campo.
Quanto più Lèvin falciava, tanto più spesso sentiva dei momenti di oblio, durante i quali non più le braccia, agitavano la falce, ma la falce trascinava con sé tutto il suo corpo pieno di vita e, come per magia, senza pensarci, il lavoro regolare e preciso si faceva da sé. Erano i momenti più beati.
Era difficile solo quando bisognava far cessare questo movimento diventato inconsapevole e pensare; quando bisognava falciare intorno a un monticello o a un ciuffo di acetosella non estirpata. Il vecchio lo faceva con facilità. Se capitava una zolla rialzata, egli cambiava il movimento e, con il tallone o con l'estremità della falce, pareggiava il monticello con piccoli colpi. E, facendo questo, guardava e osservava sempre ciò che gli si parava dinanzi; ora strappava una radichetta, la mangiava o l'offriva a Lèvin, ora gettava via con la punta della falce un ramo, ora osservava un piccolo nido di quaglia, dal quale proprio di sotto la falce volava via la femmina, ora pigliava una vipera, capitatagli sul cammino, e sollevandola sulla falce come su una forchetta, la mostrava a Lèvin e la buttava via.
Per Lèvin e per il ragazzo giovane dietro di lui queste variazioni di movimento erano difficili. Entrambi, impostati e tesi su una certa falcata, presi dalla foga del lavoro, non avevano la forza di cambiare il movimento e nel contempo di osservare ciò che avevano dinanzi.
Lèvin non si accorgeva del passar del tempo. Se gli avessero domandato da quanto tempo falciava, avrebbe detto mezz'ora, e invece si avvicinava già l'ora del pranzo. Avviandosi per una falciata, il vecchio indicò a Lèvin le bambine e i ragazzi che da varie parti, appena appena visibili, venivano fra l'erba alta e sulla strada verso i falciatori, portando fagottini con il pane e piccoli bricchi tappati con stracci e pieni di kvas, tendendo le loro piccole braccia.
«Guarda gli scarabei che strisciano!» disse, indicandoli; poi guardò il sole facendosi schermo con la mano.
Passarono altre due falciate, il vecchio si fermò.
«Su, padrone, a pranzo!» disse risolutamente. Giunti sino al fiume, i falciatori si diressero, attraverso i prati tagliati, verso i gabbani, presso i quali si erano seduti ad attenderli i fanciulli che avevano portato il desinare. I contadini si riunirono: i più lontani sotto i carri, i più vicini sotto un cespuglio di citiso sul quale avevano gettato dell'erba.
Lèvin si sedette con loro; non aveva voglia di andarsene.
Ogni impaccio di fronte al padrone era già scomparso da un pezzo. I contadini si preparavano a pranzare. Certuni si lavavano, i giovani si bagnavano nel fiume, altri si preparavano un posto per la siesta, scioglievano gli involti con il pane e scoprivano i bricchi con il kvas. Il vecchio sbriciolò del pane in una scodella, lo impastò con il manico del cucchiaio, vi versò dell'acqua della ciotola, tagliò dell'altro pane e, cosparsolo di sale, si mise a pregare verso oriente.
«Prendi, padrone, ecco la mia zuppa,» disse, mettendosi in ginocchio davanti alla scodella.
La zuppa era così gustosa che Lèvin non pensò più di andare a pranzo a casa. Pranzò con il vecchio e si mise a chiacchierare con lui delle sue faccende di casa, prendendovi il più vivo interesse, e gli comunicò tutte le faccende proprie e tutte le circostanze che potevano interessare il vecchio. Si sentiva più vicino a lui che al fratello, e senza volerlo sorrideva per la tenerezza che provava verso quell'uomo. Quando il vecchio si alzò di nuovo, pregò e si sdraiò lì stesso sotto il cespuglio dopo essersi fatto, un cuscino con un mucchietto d'erba, Lèvin fece lo stesso e, nonostante le mosche e le coccinelle, appiccicose e insistenti al sole, che gli facevano solletico al viso sudato e al corpo, si addormentò subito; si destò solamente quando il sole, passando dall'altra parte del cespuglio, cominciò a raggiungerlo. Il vecchio era desto da un pezzo e, seduto, affilava le falci dei giovani.
Lèvin si guardò intorno e non riconobbe il luogo, tanto era cambiato. Un enorme spazio del prato era tagliato e, odorando di erba falciata, brillava di uno splendore particolare, nuovo, agli obliqui raggi del sole che tramontava. I cespugli vicino al fiume, messi a nudo dalla falciatura, e lo stesso fiume, che prima non si vedeva e ora scintillava d'acciaio nelle sue anse, e la gente che si muoveva e si alzava, e l'erta muraglia d'erba dello spazio non falciato, tutto questo era completamente nuovo. Tornato in sé, Lèvin si mise a considerare quanto fosse stato tagliato e quanto ancora si potesse fare nella giornata.
Per esser solo quarantadue persone, avevano svolto una quantità eccezionalissima di lavoro. Tutto il grande prato, che ai tempi della servitù si falciava in due giornate con trenta falci, era ormai falciato. Non tagliati rimanevano gli angoli con le file corte. Ma Lèvin voleva falciare il più possibile in quella giornata ed era indispettito con il sole che calava così presto. Non sentiva nessuna stanchezza; voleva soltanto lavorare ancora e ancor più presto e il più possibile.
«Ebbene, ce la faremo a falciare anche il Màškin Verch?» disse al vecchio.
«Come Dio vorrà, il sole non è alto. C'è un po', di vodka per i ragazzi?»
Durante la merenda, quando si sedettero di nuovo e i fumatori si misero a fumare, il vecchio annunciò ai ragazzi che «a falciare il Màškin Verch, ci sarà la vodka».
«E che, non si ha da falciare? Attacca, Tit! Sbrighiamoci alla svelta! Vai, ti rimpinzi stasera. Attacca!» si udirono voci, e finito in fretta di mangiare il pane, i falciatori si misero in cammino.
«Su, ragazzi, forza!» disse Tit e andò avanti quasi al trotto.
«Vai, vai!» diceva il vecchio, inseguendolo e raggiungendolo con facilità, «taglio! Bada!»
E i giovani e i vecchi falciavano quasi a gara. Ma, per quanto facessero in fretta, non sciupavano l'erba e le falciate si adagiavano in modo egualmente netto e preciso. Un cantuccio che era rimasto in un angolo fu tagliato in cinque minuti. Gli ultimi falciatori terminavano ancora le falciate, mentre già quelli avanti avevano gettato i gabbani sulle spalle e s'incamminavano sulla strada verso il Màškin Verch.
Il sole inclinava già verso gli alberi, quando loro, facendo, risuonare i corni, entrarono nel piccolo burrone boscoso del Màškin Verch. Al centro del valloncello l'erba arrivava alla cintola ed era tenera e morbida, soffice, screziata qua e là di ciuffi di violacciocche.
Dopo un breve consiglio: se prenderlo per lungo o per traverso, Pròchor Ermìlin, anche lui celebre falciatore, un enorme contadino con la barba nera, andò avanti. Andò avanti per una falciata, si voltò indietro, e tutti si allinearono dietro di lui, procedendo in discesa per il valloncello e in salita proprio sotto il margine del bosco. Il sole era calato dietro il bosco. Cadeva già la rugiada e i falciatori erano al sole soltanto sull'altura, mentre nell'avvallamento, di dove saliva vapore, e di lato, camminavano all'ombra, fresca, rugiadosa. Il lavoro ferveva.
L'erba recisa si adagiava in alte falciate con un rumore sugoso e con un odore inebriante. I falciatori che erano uno addosso all'altro nelle corte falciate, si incitavano a vicenda ora facendo risuonare i corni, ora con il tintinnare delle falci che si scontravano, ora con il sibilo della cote sulla falce d'affilare, ora con allegri gridi.
Lèvin procedeva sempre fra il ragazzo e il vecchio. Il vecchio, che aveva indossato il suo giubbotto di montone, era sempre allegro, scherzoso e sciolto nei suoi movimenti. Nel bosco s'incontravano di continuo dei funghi nati in mezzo all'erba sugosa, e che le falci recidevano. Ma il vecchio, incontrando i funghi, ogni volta si chinava, li raccoglieva e metteva dentro la camicia. «Un regalo per la mia vecchia,» diceva.
Per quanto fosse agevole falciare l'erba umida e tenera, era però difficile scendere e salire per i ripidi pendii del burrone. Ma il vecchio non era in imbarazzo. Muovendo la falce sempre nello stesso modo, con il piccolo fermo passo delle sue gambe calzate in grandi lapti, egli si arrampicava lentamente su per l'erta e, pur vacillando con tutto il corpo e con i pantaloni penzolanti sotto la camicia, non tralasciava nel cammino neppure un filo d'erba, neppure un fungo, e intanto continuava sempre a scherzare con i contadini e con Lèvin. Lèvin camminava dietro di lui e spesso pensava che certamente sarebbe caduto, arrampicandosi con la falce su un pendio così scosceso, dove era difficile arrampicarsi anche senza falce; eppure arrivava in cima, e faceva ciò che doveva. Si sentiva come mosso da una qualche forza esterna.
VI
Falciarono il Màškin Verch, terminarono le ultime file, indossarono i gabbani e si incamminarono allegramente verso casa. Lèvin montò a cavallo e, congedatosi con rammarico dai contadini, andò a casa. Dall'alto si voltò a guardare; non li si vedeva già più nella nebbia che saliva dal basso; si udivano solo le allegre voci rozze, le risa e il suono delle falci che sbattevano.
Sergèj Ivànoviè aveva già finito di pranzare da un pezzo e beveva acqua con limone e ghiaccio nella sua stanza, esaminando i giornali e le riviste che aveva appena ricevuto con la posta, quando Lèvin, con i capelli arruffati e appiccicati alla fronte per il sudore, e la schiena e il petto anneriti e bagnati di sudore, irruppe in camera sua con un allegro vociare.
«Abbiamo finito tutto il prato! Ah, che bello, meraviglioso! E tu cos'hai fatto di bello?» disse, avendo completamente dimenticato la sgradevole conversazione della sera prima.
«Mamma mia! che cosa sembri!» disse Sergèj Ivànoviè, guardando con aria scontenta il fratello, al suo entrare. «La porta, chiudi la porta!» gridò. «Ne hai fatte certamente entrare almeno una dozzina.»
Sergèj Ivànoviè non poteva soffrire le mosche e nella sua camera apriva le finestre solo di notte e teneva accuratamente chiusa la porta.
«Perdio, nemmeno una. Se ne ho fatte entrare, le acchiappo. Non puoi credere che piacere! E tu come hai passato la giornata?»
«Io, bene. Ma hai falciato davvero tutto il giorno? Avrai una fame da lupo, penso. Kuzmà ti ha preparato tutto.»
«No, non ho voglia di mangiare. Ho mangiato là. Adesso però vado a lavarmi.»
«Sì, vai, vai, e io verrò subito da te,» disse Sergèj Ivànoviè scuotendo la testa e guardando il fratello. «E vai dunque, fa' presto,» soggiunse, sorridendo, e, raccolti i suoi libri, si preparò a muoversi. Anche lui a un tratto si era sentito allegro e non voleva separarsi dal fratello. «Bene, e durante la pioggia dov'eri?»
«Ma quale pioggia? Appena qualche goccia. Allora vengo subito. E così tu hai passato bene la giornata? Benissimo, allora.» E Lèvin se ne andò a vestirsi.
Cinque minuti dopo i fratelli si ritrovarono in sala da pranzo. Benché a Lèvin sembrasse di non aver voglia di mangiare e si fosse seduto a pranzo solo per non offendere Kuzmà, quando incominciò a mangiare, il pranzo gli parve straordinariamente saporito. Sergèj Ivànoviè lo guardava sorridendo.
«Ah, c'è una lettera per te,» disse. «Kuzmà, portala giù per piacere. E bada di chiudere la porta.»
La lettera era di Oblònskij. Lèvin la lesse ad alta voce. Oblònskij scriveva da Pietroburgo: «Ho ricevuto una lettera da Dolly; è a Ergušòvo, e tutto le va male. Vai da lei, per favore, aiutala con un consiglio, tu sai tutto. Sarà così contenta di vederti. È completamente sola, poveretta. La suocera con tutti gli altri è ancora all'estero.»
«Benissimo! Andrò senz'altro da loro,» disse Lèvin. «O magari ci andiamo insieme. È così brava. Non è vero?»
«Non è lontano da qui?»
«Una trentina di verste. Forse anche quaranta. Ma la strada è ottima. Ci arriveremo come niente.»
«Sono molto contento,» disse Sergèj Ivànoviè sempre sorridendo.
La vista del fratello minore lo disponeva subito all'allegria.
«Hai un bell'appetito però!» disse, guardandogli il viso abbronzato, color rosso scuro, e il collo chino sul piatto.
«Ottimo! Non puoi credere quanto sia utile questo regime contro ogni balordaggine. Voglio arricchire la medicina di un nuovo termine: Arbeitskur.»
«Be', tu non ne hai bisogno, a quanto pare.»
«Ma molti tipi malati di nervi, sì.»
«Già, bisogna sperimentarlo. Sai, avrei voluto venire alla falciatura a guardarti, ma il caldo era così insopportabile che non sono andato oltre il bosco. Sono rimasto seduto e poi attraverso il bosco sono andato al borgo, ho incontrato la tua balia e l'ho sondata a proposito dell'opinione che i contadini hanno di te. Da quel che ho capito non approvano questo. Lei ha detto: "Non è faccenda da signori." In genere mi sembra che nel concetto che ha il popolo siano definite in modo assai fermo le esigenze nei confronti d'una certa, come loro la chiamano, "attività da signori". E non ammettono che i signori escano dal quadro che hanno stabilito loro propria concezione.»
«Può darsi; ma capisci che è un piacere quale nella mia vita non avevo mai provato. E non c'è niente di male, non è vero?» rispose Lèvin. «Che farci, se a loro non garba? Del resto, io penso che non abbia importanza. No?»
«In genere,» continuò Sergèj Ivànoviè, «da quel che vedo, tu sei contento della tua giornata.»
«Molto contento. Abbiamo falciato tutto il prato. E con quale vecchietto ho fatto amicizia! Non puoi immaginarti che delizia!»
«Dunque sei contento della tua giornata. E io pure. In primo luogo, ho risolto due problemi di scacchi, e uno molto carino: si apre con un pedone. Te lo mostrerò. E poi ho pensato alla nostra conversazione di ieri.»
«Che cosa! Alla conversazione di ieri?» disse Lèvin, socchiudendo beatamente gli occhi e riprendendo fiato dopo la fine del pranzo, senza essere assolutamente in grado di ricordare quale fosse stata la conversazione di ieri.
«Trovo che in parte hai ragione. La nostra divergenza sta nel fatto che tu metti come motore l'interesse personale, mentre io suppongo che in ogni uomo che si trovi a un certo livello di cultura debba esserci un certo interessamento al bene generale. Può darsi che tu abbia anche ragione, che sarebbe più desiderabile un'attività materialmente interessata. In genere tu sei una natura troppo prime-sautière, come dicono i francesi; tu vuoi un'attività energica, appassionata o niente.»
Lèvin ascoltava il fratello e non capiva, né voleva capire assolutamente nulla. Aveva solo paura che il fratello gli facesse qualche domanda dalla quale si sarebbe visto che lui non aveva sentito niente.
«Proprio così, amico mio,» disse Sergèj Ivànoviè, toccandogli la spalla.
«Sì, s'intende. Ma cosa mai! Io non m'intesto,» rispose Lèvin con un colpevole sorriso infantile. «Ma di che cosa si discuteva?» pensava intanto. «Si capisce, io ho ragione e pure lui ha ragione, e tutto è magnifico. Bisogna solo che vada in amministrazione a dar ordini.» Si alzò, stirandosi e sorridendo.
Anche Sergèj Ivànoviè sorrise.
«Vuoi fare due passi, andiamo insieme,» disse, non desiderando separarsi dal fratello, dal quale spiravano freschezza e vigore. «Andiamo, passiamo in amministrazione, se ne hai bisogno.»
«Ah, mamma mia!» gridò Lèvin, così forte che Sergèj Ivànoviè si spaventò.
«Che c'è, che hai?»
«Come va la mano di Agàfija Michàjlovna?» disse Lèvin, picchiandosi in fronte. «Me n'ero proprio dimenticato.»
«Molto meglio.»
«Be', faccio comunque una corsa da lei. Sarò di ritorno prima che tu ti sia messo il cappello.»
E correndo giù per le scale fece risuonare i tacchi come nacchere.
VII
Stepàn Arkàdiè era andato a Pietroburgo per assolvere il più naturale dei doveri, noto a tutti i funzionari benché incomprensibile per i non funzionari, il dovere più necessario, senza del quale non si può tenere un impiego: ricordare se stessi al ministero; e nell'assolvere questo dovere, dopo aver preso con sé quasi tutto il denaro che era in casa, passava il tempo allegramente e piacevolmente alle corse e nelle ville; Dolly, intanto, era andata con i bambini a stare in campagna per diminuire per quanto possibile le spese. Era andata a stare nel villaggio di Ergušòvo lo stesso dove in primavera era stato venduto il bosco, che aveva avuto in dote, e che si trovava a cinquanta verste da Pokròvskoe, la proprietà di Lèvin.
A Ergušòvo la grande vecchia casa era da tempo in cattivo stato e già il principe l'aveva riparata e ne aveva ingrandita un'ala. Vent'anni prima, quando Dolly era una bambina, l'ala era spaziosa e comoda benché, come tutte le aggiunte, si trovasse di lato rispetto al viale d'ingresso, e non fosse esposta a mezzogiorno. Ora, poi, quest'ala era vecchia e fatiscente. Quando, in primavera, Stepàn Arkàdiè era andato a vendere il bosco, Dolly l'aveva pregato di dare un'occhiata alla casa e di dar ordini perché si facessero le riparazioni necessarie. Stepàn Arkàdiè che, come tutti i mariti colpevoli, si preoccupava assai delle comodità della moglie, aveva esaminato personalmente la casa e aveva dato disposizioni su tutto ciò che a suo avviso occorreva. A suo avviso, era necessario rivestire di cretonne tutto il mobilio, ripulire il giardino, fare un ponticello presso lo stagno e piantare fiori; ma aveva dimenticato molte altre cose indispensabili, la cui mancanza tormentò poi Dàrija Aleksàndrovna.
Per quanto Stepàn Arkàdiè si sforzasse di essere un padre e un marito premuroso, non riusciva assolutamente a ricordarsi di avere una moglie e dei figli. Aveva gusti da scapolo, e ad essi si conformava. Di ritorno a Mosca, egli aveva dichiarato con fierezza alla moglie che tutto era stato preparato, che la casa era un gioiello e che lui la consigliava assai di andarci. Per Stepàn Arkàdiè la partenza della moglie per la campagna era assai piacevole sotto tutti i riguardi: salute per i bambini, meno spese, e lui più libero. Dàrija Aleksàndrovna, invece, considerava l'andar in campagna d'estate una cosa necessaria per i figli, specialmente per la bambina che non riusciva a rimettersi dopo la scarlattina, e anche come una liberazione dalle piccole umiliazioni, dai piccoli debiti con il legnaiolo, il pescivendolo, il calzolaio, che la facevano soffrire. Oltre a ciò, la partenza le era gradita anche perché sognava di far venire presso di sé in campagna la sorella Kitty, la quale doveva ritornare dall'estero verso la metà dell'estate, e a cui era stato prescritto di fare bagni. Kitty scriveva, dalle acque, che nulla le sorrideva tanto come trascorrere l'estate con Dolly a Ergušòvo, così pieno di ricordi dell'infanzia per tutt'e due.
I primi tempi della vita in campagna furono per Dolly molto difficili. Aveva vissuto in campagna durante l'infanzia e le era rimasta l'impressione che qui ci si potesse liberare da tutti i dispiaceri cittadini, che la vita non vi fosse brillante (a questo Dolly si rassegnava facilmente), ma in compenso a buon mercato e comoda: c'era ogni cosa per stare bene, tutto era a buon mercato, e i bambini sarebbero stati felici. Ma ora, giunta in campagna nelle vesti di padrona di casa, aveva visto che non era affatto come pensava.
Il giorno dopo il loro arrivo venne una pioggia dirotta e nella notte cominciò a gocciolare in corridoio e nella camera dei bambini, tanto che trasportarono i lettini nel salotto. La cuoca non c'era; di dieci vacche, a sentire la vaccara, alcune erano pregne, altre avevano il vitello, altre ancora erano vecchie o avevano il capezzolo stretto; non c'erano latte e burro sufficienti neanche per i bambini. Non c'erano uova. Non si riusciva a trovare una gallina; si arrostivano o bollivano certi galli vecchi, violacei, filacciosi. Non si potevano trovare donne per lavare i pavimenti: erano tutte a raccoglier patate. Non si poteva andare in giro in vettura, perché un cavallo s'impennava e strappava il timone. Un posto dove fare i bagni non c'era, perché tutta la riva del fiume era calpestata dal bestiame ed esposta alla strada; non si poteva nemmeno andare a passeggio, perché il bestiame entrava nel giardino attraverso la siepe spezzata e c'era un toro terribile che muggiva e perciò probabilmente dava cornate. Non c'erano armadi per i vestiti. Quelli che c'erano non si chiudevano e si aprivano da soli quando vi si passava vicino. Non c'erano tegami di ghisa e terrine, non c'era la tinozza per lavare e nemmeno l'asse per stirare nella stanza delle donne.
I primi tempi, fra tutti questi guai, terribili dal suo punto di vista, invece di trovar riposo e tranquillità, Dàrija Aleksàndrovna era disperata: si dava da fare con tutto le sue forze, sentiva che non c'era via d'uscita, e ogni momento doveva trattenere le lacrime che le spuntavano agli occhi. L'amministratore, un ex sottufficiale che Stepàn Arkàdiè aveva preso a benvolere e aveva nominato portinaio per il suo bell'aspetto rispettoso, non prendeva affatto parte alle disgrazie di Dàrija Aleksàndrovna e si limitava a dire rispettosamente: «Non è proprio possibile, è gente così cattiva», e non era d'aiuto in nulla.
La situazione sembrava senza via d'uscita. Ma in casa degli Oblònskij, come in tutte le case con una famiglia numerosa, c'era una persona che non si notava, ma era importantissima e utilissima: Matrëna Filimònovna. Essa calmava la padrona, l'assicurava che tutto si sarebbe accomodato (era una parola sua e da lei l'aveva presa Matvèj) e, senza affrettarsi e senza agitarsi, era la prima ad agire.
Andò subito d'accordo con la moglie dell'amministratore e già il primo giorno prese il tè con lei e con l'amministratore sotto le acacie, ed esaminò tutte le questioni. Ben presto sotto le acacie si istituì il circolo di Matrëna Filimònovna, e qui, attraverso questo circolo, formato dalla moglie dell'amministratore, dallo stàrosta e dal contabile, cominciarono a poco a poco ad appianarsi le difficoltà dell'esistenza, e dopo una settimana effettivamente tutto si accomodò. Ripararono il tetto, trovarono una cuoca, una comare dello stàrosta, comprarono delle galline, le mucche cominciarono a dare il latte, recintarono il giardino con pertiche, il falegname fece un mangano, agli armadi misero dei ganci, ed essi cominciarono a non aprirsi più a capriccio, l'asse da stiro, foderata di panno da soldato, fu distesa dal bracciolo di una poltrona al cassettone, e nella stanza delle donne si sentì odore di ferro da stiro.
«Ecco, vedete! e non facevate altro che disperarvi,» disse Matrëna Filimònovna indicando l'asse.
Costruirono persino uno stabilimento da bagno con paraventi di paglia. Lily cominciò a fare il bagno, e per Dàrija Aleksàndrovna, anche se solo in parte, si realizzarono le sue aspettative di una vita di campagna comoda se pur non tranquilla. Tranquilla, con sei bambini, Dàrija Aleksàndrovna non poteva essere. Uno si ammalava, l'altro poteva ammalarsi, e così via, così via. Ma questi fastidi e queste inquietudini erano per Dàrija Aleksàndrovna l'unica possibile felicità. Se non avesse avuto questo, sarebbe rimasta sola con i suoi pensieri sul marito che non l'amava. Inoltre, per quanto penose fossero per la madre la paura delle malattie, le malattie stesse e l'afflizione di vedere i segni di cattive inclinazioni nei bambini, questi bambini già adesso la ripagavano con piccole gioie per le sue pene. Queste gioie erano così piccole che non si notavano, come l'oro nella sabbia, e nei brutti momenti lei vedeva soltanto i dolori, la sola sabbia; ma c'erano anche momenti belli, quando vedeva soltanto le gioie, il solo oro.
Ora, nella solitudine della campagna, sempre più spesso lei si rendeva conto di queste gioie. Sovente, guardandoli, faceva tutti gli sforzi possibili per convincersi che si sbagliava; che come madre era parziale verso i propri figli; non poteva tuttavia non dirsi che aveva dei bambini deliziosi, tutti e sei, tutti così diversi, ma quali si hanno di rado, e ne era felice e orgogliosa.
VIII
Alla fine di maggio, quando tutto più o meno si era sistemato, ricevette la risposta del marito alle sue lamentele per gli inconvenienti della campagna. Egli le scriveva chiedendo perdono di non aver riflettuto a tutto e prometteva di venire alla prima occasione. Questa occasione non si presentò e sino al principio di giugno Dàrija Aleksàndrovna visse sola in campagna.
Durante il digiuno di san Pietro, la domenica, Dàrija Aleksàndrovna era andata a messa a far fare la comunione a tutti i suoi bambini. Nelle sue intime conversazioni filosofiche con la sorella, con la madre e con gli amici assai spesso Dàrija Aleksàndrovna li stupiva per la sua libertà di pensiero a proposito della religione. Aveva una sua strana religione fondata sulla metempsicosi, nella quale fermamente credeva, poco preoccupandosi dei dogmi della chiesa. Ma in famiglia - e non soltanto per dare l'esempio, bensì con tutta l'anima - osservava rigorosamente tutti i precetti della chiesa; e il fatto che i bambini da circa un anno non avessero fatto la comunione, la preoccupava molto, e, con la piena approvazione e partecipazione di Matrëna Filimònovna, aveva deciso di far questo ora, nell'estate.
Dàrija Aleksàndrovna già da vari giorni aveva cominciato a occuparsi degli abiti dei bambini. Furono cuciti, rifatti e lavati i vestiti, messi fuori gli orli e le finte, attaccati i bottoni e preparati i nastri. Il solo vestito di Tànja, che si era incaricata di cucire la signorina inglese, guastò molto sangue a Dàrija Aleksàndrovna. L'inglese, cucendolo, non aveva fatto le pieghe al posto giusto, aveva tirato troppo in fuori le maniche e pareva aver rovinato completamente il vestito. Esso tirava talmente sulle spalle a Tànja che faceva male a guardarla. Matrëna Filimònovna ebbe però l'idea di accomodarlo con delle finte pieghe, e di aggiungere una pellegrina. La cosa si aggiustò, ma con l'inglese successe quasi una lite. Al mattino, tuttavia, tutto era a posto, e verso le nove - termine fino a cui avevano pregato il bàtjuška di aspettare per la messa - i bambini erano all'ingresso, accanto alla carrozza, raggianti di gioia e tutti in ghingheri, in attesa della madre.
Alla carrozza, in luogo di Vòron che s'impuntava, avevano attaccato, dietro raccomandazione di Matrëna Filimònovna, Bùryj, il cavallo dell'amministratore. Dàrija Aleksàndrovna, trattenuta dalle cure della sua toilette, vestita d'un abito bianco di mussolina, uscì per salire in carrozza.
Dàrija Aleksàndrovna si pettinava e si vestiva con preoccupazione ed emozione. Una volta si vestiva per sé, per essere bella e piacere; poi, quanto più invecchiava, tanto più sgradito le era divenuto vestirsi, perché vedeva com'era imbruttita. Ma ora si vestiva di nuovo con piacere e con emozione. Ora non si vestiva più per sé, per la propria bellezza, ma per non sciupare, come madre di quelle gioie, l'impressione generale. E, guardatasi per l'ultima volta allo specchio, era rimasta contenta di sé. Stava bene. Non così bene come quando, in altri tempi, voleva star bene a un ballo, ma bene per quello scopo che adesso perseguiva.
In chiesa non c'era nessuno oltre ai contadini, ai portieri e alle donne. Ma Dàrija Aleksàndrovna vide, o le parve di vedere, l'ammirazione suscitata dai suoi bambini e da lei stessa. I bambini non solo erano magnifici nei loro vestitini eleganti, ma graziosi per come si comportavano bene. Alëša, è vero, non stava proprio ben dritto: continuamente si voltava e voleva vedere la propria giacchetta da dietro; ma era comunque straordinariamente carino. Tànja si teneva dritta come una grande e badava ai più piccoli. La minore, Lily, era incantevole con il suo ingenuo stupore di fronte a tutto, e fu, difficile non sorridere quando, facendo la comunione, disse: «Please, some more.»
Di ritorno a casa, i bambini sentivano che si era compiuto qualcosa di solenne e furono assai tranquilli.
Tutto andò bene anche a casa; ma, a colazione, Grìša si mise a fischiare e, quel che era peggio di tutto, non ubbidì all'inglese e fu lasciato senza dolce. Dàrija Aleksàndrovna non avrebbe permesso che si giungesse sino a un castigo in un giorno simile, se fosse stata lì; ma bisognava appoggiare la disposizione dell'inglese e così ne confermò la decisione: che Grìša non avrebbe avuto il dolce. Questo sciupò un poco la gioia generale.
Grìša pianse, dicendo che anche Nikolènka aveva fischiato, ma che non lo avevano punito, e che lui non piangeva per il dolce - non gliene importava niente - ma perché erano ingiusti con lui. Questo poi era già troppo triste e dopo aver parlato con l'inglese, Dàrija Aleksàndrovna si decise a perdonare Grìša. Attraversando la sala, poi, vide una scena che riempì il suo cuore di tale gioia da farle spuntare le lacrime agli occhi, e perdonò subito il malandrino.
Il castigato era seduto in sala sulla finestra d'angolo; vicino a lui stava Tànja con il piatto. Col pretesto che voleva fare un pranzo per le bambole, aveva chiesto all'inglese il permesso di portare la propria porzione di dolce nella stanza dei bambini e l'aveva portata invece al fratello. Continuando a piangere sull'ingiustizia del castigo, egli mangiava il dolce e fra i singhiozzi diceva: «Mangialo anche tu, mangiamolo insieme... insieme.»
Su Tànja aveva agito dapprima la compassione per Grìša, poi la consapevolezza della propria buona azione; anche lei aveva le lacrime agli occhi, ma non rifiutava e mangiava la sua parte.
Vedendo la madre, si spaventarono, ma scrutandone il viso, capirono che avevano fatto bene, si misero a ridere e, con le bocche piene di dolce, cominciarono ad asciugare le labbra sorridenti con le mani e impiastricciarono di lacrime e di marmellata i visi raggianti.
«Mamma mia! Il vestito bianco nuovo! Tànja! Grìša!» disse la madre, cercando di salvare il vestito, ma sorridendo con le lacrime agli occhi d'un sorriso beato ed estatico.
Tolsero i vestiti nuovi, fecero mettere alle bambine delle bluse e ai ragazzini delle vecchie giacchette, e fecero attaccare di nuovo, con dispiacere dell'amministratore, Bùryj alla carrozza lunga per andare in cerca di funghi e a fare il bagno. Nella stanza dei bambini si levò un gran rumore di grida entusiaste e non tacque sino alla partenza per il bagno.
Raccolsero un intero paniere di funghi e persino Lily trovò un prugnolo. Prima li trovava miss Hull e glieli mostrava; ma ora era stata lei a trovare un grosso prugnolo e allora fu un solo grido entusiasta: «Lily ha trovato un fungo!»
Poi si recarono in carrozza sino al fiume, misero i cavalli sotto le betulle e andarono a fare il bagno. Il cocchiere Terèntij, legati a un albero i cavalli che si scacciavano i tafani, si sdraiò all'ombra di una betulla schiacciando l'erba e fumò tabacco in foglie, mentre dal luogo del bagno gli giungeva l'incessante gridio dei bambini.
Benché fosse faticoso badare a tutti i bambini e frenare le loro birichinate, benché fosse difficile ricordare senza confonderli tutte quelle calzine, quei pantaloncini, quelle scarpette dei vari piedini e slacciare, sbottonare, allacciare fettucce e bottoncini, Dàrija Aleksàndrovna, che di per sé aveva sempre amato fare il bagno, e lo riteneva utile per i bambini, di nulla godeva tanto come di quel bagno insieme con tutti i figli. Toccare tutte quelle gambette paffute, prendere fra le braccia e immergere quei corpicini ignudi e sentire le strida ora gioiose, ora spaventate; vedere quei visi ansanti, con gli occhi aperti, spaventati e allegri, quei suoi piccoli cherubini che si spruzzavano, per lei era una gioia grande.
Quando già una metà dei bambini fu rivestita, al bagno si avvicinarono e si fermarono timidamente delle donne contadine vestite a festa, che andavano a raccogliere l'erba egizia e l'euforbia. Matrëna Filimònovna ne chiamò una per darle da stendere un lenzuolo e una camicia caduti in acqua, e Dàrija Aleksàndrovna si mise a conversare con le donne. Le donne, che prima ridevano nascondendosi il viso con la mano e non capivano le domande, ben presto si fecero coraggio e cominciarono a parlare, conquistando subito Dàrija Aleksàndrovna con la sincera ammirazione che dimostravano per i bambini.
«Che bellezza sei, bianca come lo zucchero,» disse una, ammirando Tànecka e crollando il capo. «Magra però...»
«Sì, è stata malata.»
«Guarda, han fatto il bagno anche a quello,» disse un'altra a proposito del bimbo lattante.
«No, ha solo tre mesi,» rispose con orgoglio Dàrija Aleksàndrovna.
«Vedi!»
«E tu hai bambini?»
«Quattro ne avevo, due sono rimasti: un maschietto e una bimba. L'ho svezzata ch'era carnevale.»
«E quanto ha?»
«Va per i due anni.»
«E perché l'hai allattata per tanto tempo?»
«L'usanza nostra: tre quaresime...»
E la conversazione divenne quanto mai interessante per Dàrija Aleksàndrovna: come era andato il parto? che malattie avevano avuto i bambini? dov'era il marito? veniva a casa spesso?
Dàríja Aleksàndrovna non aveva voglia di staccarsi dalle donne, tanto era interessante per lei la conversazione con loro, tanto erano identici i loro interessi. Ma la cosa più piacevole per Dàrija Aleksàndrovna era il fatto di veder chiaramente come tutte quelle donne più di ogni cosa fossero ammirate che lei avesse tanti bambini e che fossero così belli. Le donne fecero anche ridere Dàrija Aleksàndrovna e offesero l'inglese, perché era stata la causa di quella risata per lei incomprensibile. Una delle donne giovani osservava l'inglese, che si vestiva dopo tutti gli altri, e quando questa si mise addosso la terza sottana, non poté trattenersi dall'osservare: «Vedi quante ne mette, non finisce più di metterne!» disse, e tutte scoppiarono a ridere.
IX
Circondata da tutti i bambini che avevano fatto il bagno e avevano ancora la testa bagnata, Dàrija Aleksàndrovna, con un fazzoletto in capo, era già giunta con la carrozza vicino a casa, quando il cocchiere disse:
«C'è un signore che arriva, mi pare quello di Pokròvskoe.»
Dàrija Aleksàndrovna gettò un'occhiata davanti a sé e si rallegrò vedendo, in cappello e cappotto grigio, la nota figura di Lèvin che camminava incontro a loro. Era sempre contenta di vederlo, ma adesso era particolarmente contenta che la vedesse lui in tutta la sua gloria. Nessuno più di Lèvin poteva capire la sua grandezza.
Vedendola, egli si trovò davanti a uno dei quadri della propria familiare felicità immaginata per l'avvenire.
«Siete davvero come una chioccia, Dàrija Aleksàndrovna.»
«Ah, come sono felice!» disse lei, porgendogli la mano.
«Felice, ma non mi avevate fatto sapere d'esser qui. C'è da me mio fratello. Solo da Stìva ho ricevuto un biglietto che eravate qui.»
«Da Stìva?» domandò con stupore Dàrija Aleksàndrovna.
«Sì, scrive che siete venuta qui e pensa che mi permetterete di aiutarvi in qualche modo,» disse Lèvin e, detto questo, a un tratto si turbò e, interrotto il discorso, continuò a camminare in silenzio accanto alla carrozza strappando i germogli dei tigli e spezzandoli con i denti. Si era turbato, avendo supposto che a Dàrija Aleksàndrovna sarebbe spiaciuto l'aiuto di un estraneo in cose che avrebbero dovuto esser fatte da suo marito. A Dàrija Aleksàndrovna effettivamente non piaceva quel modo di Stepàn Arkàdiè di addossare le proprie faccende familiari agli estranei. Anche per questa sua finezza di intuito, per questa delicatezza Dàrija Aleksàndrovna voleva bene a Lèvin.
«S'intende che ho capito,» disse Lèvin, «che ciò significa solo che voi volevate vedermi e ne sono molto contento. S'intende, immagino che per voi, padrona di casa cittadina, qui sia un posto selvaggio e, se è necessario, sono tutto ai vostri ordini.»
«Oh no!» disse Dolly. «I primi tempi è stato scomodo, ma ora tutto si è sistemato benissimo grazie alla mia vecchia njànja», e indicò Matrëna Filimònovna, la quale capiva che si parlava di lei e sorrideva allegramente e bonariamente a Lèvin. Essa lo conosceva e lo considerava un buon fidanzato per la signorina, e desiderava che la faccenda si concludesse.
«Vogliate sedervi, ci stringeremo in qua,» gli disse.
«No, farò due passi. Bambini, chi viene con me per arrivar prima dei cavalli?»
I bambini conoscevano Lèvin assai poco, non si ricordavano quando mai l'avessero visto, ma non dimostravano nei suoi riguardi quello strano senso di timidezza e di diffidenza che tanto sovente i bambini provano verso gli adulti che fingono, e per la qual cosa tanto sovente e dolorosamente vengono puniti. Il fingere in una qualsiasi cosa può ingannare la persona più intelligente e penetrante; ma anche il bambino più limitato, per quanto ciò venga abilmente nascosto, se ne accorge e se ne ritrae. Quali che fossero i difetti di Lèvin, in lui non c'era neppure il segno di finzione, e perciò i bambini gli dimostrarono subito una simpatia pari a quella che scorgevano sul viso della madre. Al suo invito, i due maggiori saltarono subito giù e si misero a correre con lui altrettanto semplicemente come se avessero corso con la njànja, con miss Hull o con la madre. Anche Lily cominciò a chiedere di andar da lui e la madre gliela passò; egli se la mise su una spalla e corse con lei.
«Non abbiate paura, non abbiate paura, Dàrija Aleksàndrovna!» diceva, allegramente sorridendo alla madre, «non si farà del male! Non ve la farò cadere!»
E, vedendo i suoi movimenti agili, forti, prudentemente accorti e fin troppo tesi, la madre si tranquillizzò e sorrise, guardandolo con allegria e approvazione.
Lì, in campagna, con i bambini e con Dàrija Aleksàndrovna che gli era simpatica, Lèvin entrò in quello stato d'animo infantilmente allegro che spesso s'impadroniva di lui, e che piaceva tanto in lui a Dàrija Aleksàndrovna. Correndo con i bambini, egli insegnava loro la ginnastica, faceva ridere miss Hull con il suo cattivo inglese e raccontava a Dàrija Aleksàndrovna delle sue occupazioni in campagna.
Dopo il pranzo, Dàrija Aleksàndrovna, seduta sola con lui sul balcone, si mise a parlare di Kitty.
«Sapete? Kitty verrà qui e passerà con me l'estate.»
«Davvero?» disse egli, accendendosi, e subito, per cambiare discorso, aggiunse: «Così vi debbo mandare due mucche? Se proprio volete che facciamo i conti, favorite pagarmi cinque rubli al mese, se non vi rincresce.»
«No, vi ringrazio. Ormai tutto è a posto.»
«Bene, allora darò un'occhiata alle vostre mucche e, se permettete, darò disposizioni come nutrirle. Tutto sta nel foraggio.»
E Lèvin, unicamente per stornare il discorso, espose a Dàrija Aleksàndrovna i principi dell'industria del latte, che presuppone che ogni mucca sia considerata una macchina per la trasformazione del foraggio in latte e così via.
Diceva questo e intanto appassionatamente desiderava ascoltare altri particolari su Kitty, e nel contempo ne aveva paura. Aveva paura che andasse distrutta la sua tranquillità, raggiunta con tanta fatica.
«Sì, ma tutte queste disposizioni vanno seguite, e chi lo farà?» rispose di malavoglia Dàrija Aleksàndrovna.
Per merito di Matrëna Filimònovna le faccende domestiche erano andate così bene a posto, che Dàrija Aleksàndrovna non aveva voglia di cambiar nulla; inoltre aveva poca fiducia nella competenza di Lèvin in fatto di agricoltura. La questione le sembrava assai più semplice: occorreva soltanto - come spiegava Matrëna Filimònovna - dare a Petrùcha e a Belopàchaja più da mangiare e da bere, e che il cuoco non portasse via dalla cucina gli avanzi per darli alla mucca della lavandaia. Questo era chiaro. I ragionamenti sul mangime, farinaceo ed erbaceo, erano invece dubbi e confusi. L'essenziale, però, era che aveva voglia di parlare di Kitty.
X
«Kitty mi scrive che nulla desidera tanto come la solitudine e la tranquillità,» disse Dolly dopo il silenzio che era sopravvenuto.
«E come va la sua salute, meglio?» domandò Lèvin con emozione.
«Grazie a Dio, s'è completamente ristabilita. Io non avevo mai creduto che fosse malata di petto.»
«Ah, sono molto contento!» disse Lèvin e a Dolly parve di vedere qualcosa di commovente e di inerme sul suo viso mentre diceva questo e la guardava in silenzio.
«Sentite, Konstantìn Dmìtriè,» disse Dàrija Aleksàndrovna, sorridendo con il suo sorriso buono e un po' canzonatorio, «perché siete arrabbiato contro Kitty?»
«Io? Io non sono arrabbiato,» disse Lèvin.
«No, siete arrabbiato. Perché non siete passato né da noi, né da loro, quando siete stato a Mosca?»
«Dàrija Aleksàndrovna,» disse lui, arrossendo fino alla radice dei capelli, «mi meraviglio persino che voi, con la vostra bontà, non l'abbiate sentito. Come fate a non aver semplicemente un po' di pietà per me, quando sapete...»
«Che cosa so?»
«Sapete che io ho fatto una proposta e che ho avuto un rifiuto,» proferì Lèvin, e tutta la tenerezza che un momento prima sentiva per Kitty lasciò il posto in lui a un sentimento di rancore per l'offesa patita.
«Perché pensate che io lo sappia?»
«Perché tutti lo sanno.»
«In questo poi vi sbagliate; io non lo sapevo, benché l'intuissi.»
«Ah! ebbene, così lo sapete adesso.»
«Io sapevo solo che c'era stato qualcosa che la tormentava terribilmente e che lei mi aveva pregato di non parlare mai di questo. E se non l'ha detto a me, non l'ha detto a nessuno. Ma che cosa c'è stato fra voi? Ditemelo.»
«Vi ho già detto che cosa c'è stato.»
«Quando?»
«Quando sono stato l'ultima volta da voi.»
«E sapete che cosa vi dico,» disse Dàrija Aleksàndrovna, «ho terribilmente, terribilmente compassione di lei. Voi soffrite soltanto per orgoglio...»
«Può darsi,» disse Lèvin, «ma...»
Essa lo interruppe.
«Mentre di lei, poveretta, ho terribilmente, terribilmente compassione. Adesso comprendo tutto.»
«Bene, Dàrija Aleksàndrovna, scusatemi,» disse egli, alzandosi. «Addio! Dàrija Aleksàndrovna, arrivederci.»
«No, aspettate,» disse essa, afferrandolo per una manica. «Aspettate, sedetevi.»
«Vi prego, vi prego, non parliamo di questo,» disse egli, sedendosi e sentendo nel contempo che nel suo cuore si sollevava e si agitava una speranza che gli era sembrata ormai sepolta.
«Se non vi volessi bene,» disse Dàrija Aleksàndrovna, e le spuntarono le lacrime agli occhi, «se non vi conoscessi come
vi conosco...»
Un sentimento che sembrava ormai morto sempre più si rianimava, si sollevava e s'impadroniva del cuore di Lèvin.
«Sì, adesso ho compreso tutto,» continuò Dàrija Aleksàndrovna. «Voi non potete capir questo; per voi uomini, che siete liberi e scegliete, è sempre chiaro chi amate. Ma una ragazza che attende, con il suo pudore femminile, di fanciulla; una ragazza che vede voi, gli uomini, da lontano, prende tutto sulla parola; una ragazza a volte ha e può avere un sentimento tale da non saper che cosa dire.»
«Certo, se il cuore non parla...»
«No, il cuore parla, ma riflettete: voi uomini avete delle intenzioni su una ragazza, andate in casa, l'avvicinate, osservate, aspettate per vedere se troverete ciò che amate e poi, quando siete persuasi di amare, le fate la vostra proposta...»
«Be', non è proprio così.»
«Non importa, voi fate la proposta quando il vostro amore è maturo, o quando, fra due da scegliere, il piatto della bilancia pende di più da una parte. Ma una ragazza non viene interpellata. Si vuole che lei scelga da sé e lei non può scegliere e risponde soltanto: sì o no.»
«Sì, la scelta fra me e Vrònskij,» pensò Lèvin, e il morto che nella sua anima si rianimava morì di nuovo e ora opprimeva soltanto tormentosamente il suo cuore.
«Dàrija Aleksàndrovna,» disse, «così si sceglie un vestito o non so quale acquisto, ma non l'amore. La scelta è stata fatta e tanto meglio... E non vi può essere un bis.»
«Ah, orgoglio, orgoglio!» disse Dàrija Aleksàndrovna, come disprezzandolo per la bassezza di questo sentimento in confronto a quel sentimento, l'altro, che le sole donne conoscono. «Quando voi avete fatto la proposta a Kitty, lei era precisamente nella situazione di non poter rispondere. C'era in lei un dilemma. Il dilemma: voi o Vrònskij. Lui lo vedeva ogni giorno; voi, non vi vedeva da molto. Supponiamo che fosse stata più vecchia... Per me, ad esempio, al suo posto non avrebbe potuto esservi dilemma. Lui mi era sempre stato antipatico, e così appunto è andata a finire.»
Lèvin rammentò la risposta di Kitty. Aveva detto: No, questo non può essere...
«Dàrija Aleksàndrovna,» disse seccato, «apprezzo la vostra fiducia in me, ma penso che vi sbagliate. Comunque, abbia ragione o no, quest'orgoglio che voi tanto disprezzate fa sì che ogni pensiero su Katerìna Aleksàndrovna sia per me impossibile, capite, assolutamente impossibile.»
«Dirò ancora una cosa sola: voi capite che io parlo di una sorella che amo come i miei figli. Io non dico che lei vi ami, ma volevo soltanto dire che il suo rifiuto in quel momento non dimostra nulla.»
«Io non lo so!» disse Lèvin, con eccitazione. «Se sapeste come mi fate male! È lo stesso che se vi fosse morto un bambino e vi dicessero: era così e così e avrebbe potuto vivere e voi ne avreste gioito. Ma lui è morto, morto, morto...»
«Come siete buffo,» disse Dàrija Aleksàndrovna con un triste sorriso, nonostante l'emozione di Lèvin. «Sì, adesso capisco sempre di più,» proseguì pensierosa. «Allora non verrete da noi quando ci sarà Kitty?»
«No, non verrò. S'intende, non eviterò Katerìna Aleksàndrovna, ma, dove potrò, cercherò di risparmiarle il fastidio della mia presenza.»
«Siete molto, molto buffo,» ripeté Dàrija Aleksàndrovna, scrutando con tenerezza il suo viso. «Bene dunque, come se non avessimo detto niente di tutto questo. Perché sei venuta qui, Tànja?» disse in francese alla bambina che era entrata.
«Dov'è la mia paletta, mamma?»
«Ti parlo in francese, e tu fai lo stesso!»
La bambina avrebbe voluto dirlo, ma aveva dimenticato come
si dicesse la parola paletta in francese; la madre gliela suggerì e poi le disse, sempre in francese, dove cercare la paletta. E ciò parve a Lèvin sgradevole.
Adesso tutto, in casa di Dàrija Aleksàndrovna, persino nei bambini, non gli sembrava più tanto simpatico come prima.
«Perché poi parla in francese con i bambini?» pensò. «Com'è innaturale e falso! Persino i bambini lo sentono. Insegnargli il francese e disabituarli alla spontaneità,» pensò fra sé, non sapendo che Dàrija Aleksàndrovna aveva già cambiato idea almeno una ventina di volte a questo proposito e nondimeno, anche se a detrimento della spontaneità, aveva ritenuto necessario istruire con tale sistema i figlioli.
«Ma dove volete andare? Rimanete.»
Lèvin rimase sino al tè, ma la sua allegria era scomparsa e si sentiva a disagio.
Dopo il tè uscì in anticamera per ordinare di far venire i cavalli e, quando tornò, trovò Dàrija Aleksàndrovna agitata, con il viso sconvolto e le lacrime agli occhi. Mentre Lèvin era fuori, era accaduto un avvenimento che per Dàrija Aleksàndrovna aveva a un tratto distrutto tutta la felicità di quella giornata e il suo orgoglio per i bambini. Grìša e Tànja si erano azzuffati per una palla. Dàrija Aleksàndrovna, avendo udito un grido nella stanza dei bambini, era accorsa e aveva visto una scena terribile. Tànja teneva Grìša per i capelli, ed egli, con la faccia alterata dalla cattiveria, la tempestava di pugni dove capitava. Al veder questo, qualcosa si era spezzato nel cuore di Dàrija Aleksàndrovna. Come se la sua vita si fosse abbreviata: capiva che quei suoi figlioli di cui era così orgogliosa non solo erano bambini come ce ne sono tanti, ma anche cattivi, maleducati, con tendenze volgari e crudeli, bambini malvagi.
Non poté più parlare, né pensare ad altro e non poté non raccontare a Lèvin la sua sventura.
Lèvin vedeva che lei era infelice e cercava di consolarla, dicendo che ciò non dimostrava nulla di male, che tutti i bambini si picchiano; ma, dicendo questo, in cuor suo pensava: «No, io non farò il lezioso e non parlerò francese con i miei figli, ma non avrò bambini come questi; bisogna solo non rovinare, non deformare i bambini e allora sono incantevoli. Sì, io non avrò bambini come questi.»
Si congedò e se ne andò, e lei non lo trattenne.
XI
Verso la metà di luglio si presentò da Lèvin lo stàrosta del villaggio di sua sorella, che si trovava a venti verste da Pokròvskoe, con il rendiconto sull'andamento degli affari e particolarmente sulla falciatura. Il principale introito della tenuta della sorella si aveva dai prati irrigui. Negli anni precedenti i contadini rilevavano il fieno pagando venti rubli la desjatìna. Quando Lèvin aveva assunto l'amministrazione della tenuta, esaminata la falciatura, aveva trovato che valeva di più e aveva fissato un prezzo di venticinque rubli la desjatìna. I contadini non avevano pagato questo prezzo e, come sospettava Lèvin, avevano allontanato gli altri compratori. Allora Lèvin si era recato personalmente sul posto e aveva disposto che si raccogliesse il fieno in parte a conto diretto, con dei braccianti, e in parte pagando i falciatori con una quota del fieno raccolto. I contadini avevano ostacolato con tutti i mezzi questa innovazione, ma le cose erano procedute comunque, e nel primo anno dai prati si era ricavato quasi il doppio. Due anni prima e l'anno precedente era continuata la medesima opposizione da parte dei contadini, e il raccolto era stato fatto nello stesso modo. Quell'anno i contadini avevano effettuato loro il raccolto contro un terzo del prodotto, e ora lo stàrosta era venuto ad annunciare che il fieno era pronto e che, paventando la pioggia, aveva fatto venire l'impiegato dell'amministrazione e, in sua presenza, aveva diviso e ammucchiato undici mucchi di fieno per i padroni. Dalle vaghe risposte alla domanda quanto fosse il fieno del prato principale, dalla fretta dello stàrosta che aveva diviso il fieno senza interpellarlo, da tutto il tono del contadino Lèvin capì che in quella divisione del fieno c'era qualcosa di poco pulito; così decise di andare personalmente a controllare la faccenda.
Giunto al villaggio all'ora di pranzo e lasciato il cavallo presso un vecchio che gli era amico, il marito della balia del fratello, Lèvin entrò nell'arniaio del vecchio, desiderando saper da lui i particolari della raccolta del fieno. Il loquace e bel vecchio Parmènyc accolse gioiosamente Lèvin, gli mostrò tutta la sua azienda, raccontò tutti i particolari sulle sue api e sulla sciamatura di quell'anno; ma, alle domande di Lèvin circa la falciatura, rispose di malavoglia e in modo vago. Ciò confermò ancor più Lèvin nelle sue supposizioni. Andò allora sui prati ed esaminò i mucchi. I mucchi non potevano essere da cinquanta carrettate ciascuno e, per cogliere in fallo i contadini, Lèvin ordinò di chiamare subito i carri da fieno, di tirar giù un mucchio e di trasportarlo sotto la tettoia. Il mucchio riempì solamente trentadue carrettate. Ad onta delle assicurazioni dello stàrosta che il fieno, ammassato e compresso nei mucchi, si sarebbe gonfiato, e i suoi spergiuri che tutto era stato fatto secondo i comandamenti di Dio, Lèvin insistette nella sua opinione che il fieno era stato diviso senza il suo ordine e che lui pertanto non accettava quel fieno come rispondente a cinquanta carrettate per mucchio. Dopo lunghe discussioni decisero la questione nel senso che i contadini avrebbero preso per sé quegli undici mucchi, considerandoli di cinquanta carrettate ciascuno, e per la parte dei signori si sarebbe fatta una nuova divisione. Queste trattative e la divisione durarono sino a merenda. Quando l'ultimo fieno fu diviso, Lèvin, affidando il rimanente controllo all'impiegato dell'amministrazione, si sedette su un mucchio segnato con una canna di citiso, ammirando il prato che formicolava di gente.
Davanti a lui, in un'ansa del fiume al di là di un piccolo stagno, una squadra variopinta di donne dalle voci sonore rimuoveva il fieno e l'ordinava in file ondulate color grigio chiaro, che spiccavano sul verde del prato tosato. Sulle orme delle donne camminavano i contadini con i forconi, e dalle onde emergevano alti larghi mucchi rigonfi. Alla sinistra del prato già sgombro rumoreggiavano i carri, e uno dopo l'altro, afferrati a enormi forcate, sparivano i mucchi e, al loro posto, si alzavano pesanti carrettate di fieno profumato che s'inchinavano fin sulle groppe dei cavalli.
«Raccoglierlo prima che si guasti il tempo! Ce ne sarà del fieno!» disse il vecchio, accoccolatosi vicino a Lèvin. «È tè, non fieno! Come quando spargi il grano agli anatroccoli, ecco come lo tiran su!» soggiunse, indicando i mucchi che venivano caricati. «Dall'ora di pranzo ne han portato già via una buona metà.»
«È l'ultimo carro, eh?» gridò poi a un ragazzo che passava accanto, in piedi sul davanti del cassone del carro, e agitava le estremità delle redini di canapa.
«L'ultimo, nonnino!» gridò il ragazzo, trattenendo il cavallo, e, sorridendo, si voltò a guardare la contadina gaia e rubiconda che, pur essa sorridendo, stava seduta dentro il cassone, e poi spronò.
«E questo chi è? Un figlio?» domandò Lèvin.
«Il mio più piccolo,» disse il vecchio con un affettuoso sorriso.
«Che bel ragazzo!»
«Non c'è male.»
«È già ammogliato?»
«Sì, è il terz'anno dal digiuno di san Filippo.»
«Ebbene, e figlioli ce n'è?»
«Macchè figlioli! Per un anno intero non ha capito nulla, e poi si vergognava,» rispose il vecchio. «Eh, il fieno! Vero tè!» ripeté, per cambiar discorso.
Lèvin osservò più attentamente Vànka Parmènov e sua moglie. Non lontano da lui essi caricavano un mucchio. Ivàn Parmènov stava in piedi sul carro, ricevendo, pareggiando e pestando gli enormi cumuli di fieno, che, prima a bracciate e poi con la forca, destramente gli passava la sua giovane bella massaia. La giovane donna lavorava con leggerezza, allegria e destrezza. Il fieno, sparso sul terreno, non veniva subito inforcato. Dapprima lei assestava il mucchio, poi vi conficcava la forca, e con un movimento rapido ed elastico vi si appoggiava con tutto il peso del proprio corpo; quindi, piegando la schiena stretta da una cintura rossa, si raddrizzava e, sporgendo in fuori il seno colmo sotto la pettina bianca, con agile mossa afferrava con le mani la forca e gettava in alto sul carro la forcata. In fretta, palesemente cercando di risparmiarle ogni minuto di fatica superflua, Ivàn allargava le braccia facendosi incontro al mucchio che gli veniva porto, l'afferrava e l'assestava sul carro. Passatogli l'ultimo fieno con il rastrello, la donna scosse via le festuche che le si erano insinuate dentro il collo e, rimesso a posto il fazzoletto rosso sulla fronte bianca, non abbronzata, strisciò sotto il carro per legare il carico. Ivàn la istruiva come dovesse agganciarlo alla freccia e scoppiò a ridere forte a qualcosa che lei gli disse. Nelle espressioni di entrambi i visi si vedeva un amore forte, giovane, che si era destato da poco.
XII
Il carico fu legato. Ivàn saltò giù e condusse per la briglia il buon cavallo sazio. La donna lanciò il rastrello sul carico e di buon passo, agitando le braccia, si avviò verso le donne che si erano riunite come per un trescone. Ivàn, uscito sulla strada, si accodò al convoglio di carri. Le donne con i rastrelli in spalla, scintillando di colori vivaci e strepitando con le voci allegre e sonore, camminavano dietro i carri. Una voce di donna rozza e selvaggia intonò una canzone e cantò sino al ritornello, e concordi, in coro, ripresero daccapo la stessa canzone una cinquantina di voci diverse, sane, grosse e sottili.
Così cantando le donne si avvicinarono a Lèvin e a lui sembrò che gli muovesse addosso una nube, annunciata da un tuono di allegria. La nuvola avanzò, lo afferrò, e il mucchio sul quale era sdraiato, e gli altri mucchi e i carri e tutto il prato con il campo che si perdeva lontano - tutto cominciò a muoversi e a danzare al ritmo di quella selvaggia, ilare canzone accompagnata da grida e fischi. Lèvin sentì invidia per quella sana allegria, ebbe voglia di partecipare a quella gioia di vivere. Ma non poteva far nulla e doveva rimaner sdraiato e guardare e ascoltare. Quando la gente e il canto scomparvero alla vista e all'udito, si impadronì di Lèvin un sentimento pesante di angoscia per la propria solitudine, per il proprio ozio fisico, per la propria estraneità a quel mondo.
Alcuni di quegli stessi contadini che più di tutti avevano discusso con lui per il fieno, che lui aveva offeso o che volevano ingannarlo, quegli stessi contadini allegramente lo salutavano ed evidentemente non avevano e non potevano avere verso di lui alcun rancore e non solo alcun pentimento, ma nemmeno alcuna memoria del fatto d'aver voluto ingannarlo. Tutto questo era sprofondato nel mare dell'allegra fatica comune. Dio ha dato il giorno, Dio ha dato le forze. E il giorno e le forze sono consacrati al lavoro e in esso stesso è la ricompensa. Ma per chi la fatica? Quali saranno i frutti della fatica? Queste sono considerazioni secondarie e insignificanti.
Lèvin spesso ammirava quella vita, spesso provava un sentimento di invidia per la gente che viveva quella vita, ma quel giorno, per la prima volta, specialmente sotto l'impressione della felicità che aveva scorto nei rapporti fra Ivàn Parmènov e la sua giovane moglie, gli venne chiaro il pensiero che dipendeva da lui cambiare la vita così penosa, vuota, artificiale e solitaria che viveva, in quella incantevole e pura vita in comune fatta di lavoro.
Il vecchio che stava seduto con lui già da un pezzo era andato a casa, tutta la gente si era dispersa. Quelli che abitavano vicino erano rincasati, e quelli che stavano lontano si erano raccolti per cenare e pernottare sul prato. Inosservato dalla gente, Lèvin continuava a star sdraiato sul suo mucchio e a guardare, ascoltare e pensare. La gente che era rimasta a passar la notte sul prato non dormì per quasi l'intera breve notte estiva. Prima si sentì un gaio chiacchiericcio generale e risa durante la cena, poi di nuovo canzoni e risa.
Tutta la lunga giornata di lavoro non aveva lasciato in loro altra traccia che la gaiezza. Solo poco prima dell'alba tutto si chetò. Si udivano solamente i rumori notturni, delle inesauribili ranocchie nello stagno, e dei cavalli che sbuffavano sul prato nella nebbia che si levava prima del mattino. Tornato in sé, Lèvin si alzò dal mucchio e, guardate le stelle, capì che la notte era passata.
«Ebbene, e allora cosa farò? Come risolverò tutto questo?» si disse, cercando di esprimere a se stesso quello che aveva pensato e sentito in quella breve notte. Tutto ciò che aveva pensato e sentito si divideva in tre distinte correnti di pensiero. Una era la rinuncia alla sua vecchia vita, alle cognizioni inutili, alla cultura che non serviva a nulla. Questa rinuncia gli procurava piacere ed era per lui semplice e facile. Altri pensieri e altre riflessioni riguardavano la vita che adesso voleva vivere. Sentiva chiaramente la semplicità, la purezza, la legittimità di tale vita ed era convinto che in essa avrebbe trovato quella soddisfazione, quell'acquietamento e quella dignità, la cui mancanza avvertiva così morbosamente. Ma il terzo ordine di pensieri si aggirava sul modo di compiere un simile passaggio dalla vecchia vita alla nuova. E qui non gli si presentava niente di chiaro. «Avere una moglie? Avere un lavoro e una necessità di lavoro? Lasciare Pokròvskoe? Comperare della terra? Iscriversi a un'associazione? Sposare una contadina? E come farò?» domandava daccapo a se stesso, e non trovava risposta. «Del resto, non ho dormito tutta la notte e non posso darmi una risposta chiara,» si disse. «Chiarirò dopo. Una cosa è certa: che questa notte ha deciso del mio destino. Tutti i miei precedenti sogni di una vita familiare sono un'assurdità, non c'entrano,» si disse. «Tutto questo è molto più semplice e migliore...
«Com'è bello!» pensò, guardando la strana conchiglia, come di madreperla, formata dalle bianche nubi a pecorelle, che si era fermata proprio sopra la sua testa in mezzo al cielo. «Come tutto è delizioso in questa deliziosa notte! E quando è riuscita a formarsi quella conchiglia? Poco fa ho guardato il cielo e c'erano solo due strisce bianche. Ecco, proprio nello stesso modo, inavvertitamente, sono cambiate anche le mie idee sulla vita!»
Uscì dal prato e s'incamminò per la strada maestra verso il villaggio. Si era levato un venticello e il tempo era diventato grigio, coperto. Venne quel momento di foschia che di solito precede l'alba, la piena vittoria della luce sull'oscurità.
Rannicchiato su se stesso per la frescura, Lèvin camminava rapidamente e guardava in terra. «Cos'è questo? Viene qualcuno,» pensò, udendo dei sonagli, e sollevò la testa. A una quarantina di passi da lui, sulla grande strada con l'erbetta, sulla quale egli camminava, procedevano verso di lui un tiro a quattro con le valigie sull'imperiale. I cavalli del centro si stringevano all'asse per evitare le carreggiate, ma l'abile cocchiere che sedeva di sghembo a cassetta teneva l'asse sopra una carreggiata, sicché le ruote correvano sul liscio.
Soltanto questo notò Lèvin e, senza pensare chi potesse trovarsi in viaggio, diede uno sguardo distratto alla carrozza.
In un angolo della carrozza sonnecchiava una vecchietta, e accanto al finestrino, evidentemente appena svegliatasi sedeva una ragazza che teneva con tutt'e due le mani i nastri della cuffia bianca. Chiara e pensierosa, tutta pervasa d'una vita interiore bella e complessa ed estranea a Lèvin, guardava al di là di lui il rosso fulgore dell'aurora.
Nello stesso istante in cui questa visione già scompariva, due occhi pieni di verità lo guardarono. Essa lo riconobbe e una gioia stupita illuminò il suo viso.
Non poteva sbagliarsi. Quegli occhi erano unici al mondo. Unico al mondo era l'essere capace di condensare per lui tutta la luce e il senso della vita. Era lei. Era Kitty. Egli capì che stava andando dalla stazione ferroviaria a Ergušòvo. E tutto quel che aveva agitato Lèvin in quella notte insonne, tutte le decisioni che aveva preso, tutto a un tratto scomparve. Egli ricordò con ripugnanza le proprie fantasticherie sullo sposare una contadina. Soltanto là, in quella carrozza che rapidamente si allontanava ed era passata dall'altra parte della strada, là soltanto c'era la possibilità di risolvere l'enigma della sua esistenza che negli ultimi tempi l'aveva così tormentosamente oppresso.
Lei non guardò più. Il rumore delle balestre cessò d'essere percettibile, appena percettibili diventarono i sonagli. Il latrato dei cani indicò che la carrozza aveva attraversato anche il villaggio; intorno rimasero i campi deserti, il villaggio più avanti, e lui, solitario e a tutto estraneo, che camminava solitario per la grande strada abbandonata.
Guardò il cielo, sperando di trovarvi la conchiglia che aveva ammirato e che per lui personificava tutto il corso dei pensieri e dei sentimenti di quella notte. Nel cielo non c'era più niente di simile a una conchiglia. Là, a un'altezza irraggiungibile, si era già compiuto un misterioso cambiamento. Della conchiglia non c'era più traccia e c'era invece un tappeto eguale, disteso su un'intera metà del cielo, di nubi a pecorelle che si andavano sempre più rimpicciolendo. Il cielo si inazzurrava e cominciava a splendere, e con la stessa tenerezza, ma anche con la stessa irraggiungibilità, rispondeva al suo sguardo interrogativo.
«No,» egli si disse, «per quanto sia bella questa vita semplice e laboriosa, io non posso tornarci. Io amo lei.»
XIII
Nessuno, eccetto i più intimi di Aleksèj Aleksàndroviè, sapeva che quest'uomo, apparentemente freddo e ragionatore, aveva ma debolezza che contrastava con l'ordinamento generale del suo carattere. Aleksèj Aleksàndroviè non poteva sentire o vedere con indifferenza le lacrime di un bambino o di una donna. La vista delle lacrime lo metteva in uno stato di smarrimento, ed egli perdeva completamente la facoltà di riflettere. Il capo della sua cancelleria e il segretario lo sapevano e avvertivano le postulanti di non piangere per nessun motivo se non volevano rovinare tutto. «Lui si arrabbia e non sta più ad ascoltarvi,» dicevano. Ed effettivamente, in questi casi il turbamento prodotto in Aleksèj Aleksàndroviè dalle lacrime si esprimeva in un'ira frettolosa. «Io non posso, non posso farci nulla. Favorite uscire!» gridava di solito in questi casi.
Quando, di ritorno dalle corse, Anna gli aveva rivelato i propri rapporti con Vrònskij, e subito dopo, coprendosi la faccia con le mani, era scoppiata a piangere, Aleksèj Aleksàndroviè, nonostante il rancore che provava verso di lei, nello stesso tempo aveva avvertito un flusso di quel turbamento che sempre gli producevano le lacrime. Sapendo questo e sapendo che in quel momento la manifestazione dei propri sentimenti sarebbe stata in contrasto con la situazione, egli si era sforzato di contenere dentro di sé ogni manifestazione, ogni segno di vita, e perciò non si era mosso, né l'aveva guardata. Da questo appunto proveniva quella strana espressione cadaverica sul suo viso, dalla quale Anna era rimasta così colpita.
Arrivati a casa, egli la fece discendere dalla carrozza e, con uno sforzo su se stesso, la salutò con l'abituale deferenza, e disse, senza impegnarsi in nulla, che l'indomani le avrebbe comunicato la propria decisione.
Le parole della moglie, che confermavano i suoi peggiori sospetti, avevano prodotto un dolore atroce nel cuore di Sergèj Aleksàndroviè. Questo dolore era reso ancor più forte dallo strano sentimento di compassione fisica per lei, che gli suscitavano le sue lacrime. Ma, rimasto solo nella carrozza, Aleksèj Aleksàndroviè, con propria meraviglia e gioia, sentì una liberazione totale e da quella compassione e dai sospetti e dai tormenti della gelosia che negli ultimi tempi l'avevano torturato.
Provava la sensazione di chi si sia fatto estirpare un dente che gli doleva da molto tempo. Dopo il terribile dolore e la sensazione che qualcosa di enorme, grosso come tutta la testa, sia stato estirpato dalla mascella, tutt'a un tratto il malato, ancora incredulo della propria felicità, sente che non esiste più quello che per tanto tempo ha avvelenato la sua vita, ha incatenato a sé tutta l'attenzione, e che può nuovamente vivere, pensare e interessarsi ad altro che non il suo dente. Siffatta sensazione provava Aleksèj Aleksàndroviè. Il dolore era stato strano e terribile, ma adesso era passato; egli sentiva di poter di nuovo vivere e non pensare alla moglie soltanto.
«Senza onore, senza cuore, senza religione, una donna corrotta! L'avevo sempre saputo e sempre visto, sebbene, avendo compassione di lei, cercassi di ingannarmi,» si disse. E realmente gli sembrava di aver sempre visto questo; rammentava i particolari della loro vita passata, in cui prima non gli sembrava che ci fosse nulla di cattivo; adesso invece questi particolari chiaramente mostravano che lei era sempre stata corrotta. «Ho sbagliato legando la mia vita a lei; ma nel mio errore non c'è nulla di cattivo e perciò io non posso essere infelice. Il colpevole non sono io,» si disse; «ma lei. Ma lei non ha nulla a che fare con me. Per me non esiste...»
Tutto ciò che sarebbe accaduto a lei e al figlio, verso il quale, esattamente come verso di lei, i suoi sentimenti erano mutati, aveva cessato di interessarlo. L'unica cosa che ora lo interessava era il problema di come scuotersi di dosso nel modo migliore, più decoroso e più comodo per sé, e perciò anche più giusto, il fango di cui lei l'aveva spruzzato con la sua caduta, e di continuare a procedere per il proprio cammino di vita attiva, onesta e utile.
«Io non posso essere infelice per il fatto che una donna spregevole ha commesso un crimine; io devo soltanto trovare la via d'uscita migliore dalla penosa situazione in cui lei mi mette. E la troverò,» si disse, accigliandosi sempre più. «Non sono il primo e non sarò l'ultimo.» E, per non parlare degli esempi storici, a cominciare da Menelao rinfrescato nella memoria di tutti da La bella Elena, nell'immaginazione di Aleksèj Aleksàndroviè sorse tutta una serie di casi recenti di infedeltà delle mogli verso mariti dell'alta società. «Darjàlov, Poltàvskij, il principe Karibànov, il conte Paskùdin, Dram... Sì, anche Dram, un uomo così onesto e attivo... Semënov, Càgin, Sigònin,» ricordava Aleksèj Aleksàndroviè. «Supponiamo che un certo sconsiderato ridicule cada su queste persone, da parte mia in ciò non ho mai visto altro che una sventura e l'ho sempre compatita,» si disse Aleksèj Aleksàndroviè, benché questo non fosse vero ed egli non avesse mai compatito sventure di questo genere, e avesse messo tanto più in alto la propria considerazione di sé quanto più frequenti erano gli esempi di mogli che tradivano i propri mariti. «È una disgrazia che può colpire chiunque. E questa disgrazia ha colpito me. Si tratta soltanto di sopportare nel modo migliore questa situazione.» E si mise a passare in rassegna i particolari del modo di agire delle persone che si erano trovate in una posizione come la sua.
«Darjàlov si è battuto in duello...»
In gioventù il duello era stato un gran pensiero per Aleksèj Aleksàndroviè, proprio perché fisicamente egli era un pavido e lo sapeva bene. Aleksèj Aleksàndroviè non poteva pensare senza spavento a una pistola puntata contro la propria persona, e mai in vita sua aveva usato arma alcuna. In gioventù questo terrore l'aveva sovente costretto a pensare al duello e a immaginare se stesso in una situazione in cui fosse necessario esporre la propria vita al pericolo. Raggiunto il successo e una solida posizione nella vita, egli aveva da tempo dimenticato questo sentimento, ma l'abitudine ad esso ebbe la meglio e il terrore per la propria viltà fu anche ora così forte, che Aleksèj Aleksàndroviè esaminò e carezzò a lungo da tutte le parti con il pensiero il problema del duello, benché sapesse in anticipo che non si sarebbe battuto in nessun caso.
«Senza dubbio, la nostra società è ancora così selvaggia (in Inghilterra è ben diverso), che moltissimi - e nel numero di questi molti c'erano coloro la cui opinione Aleksèj Aleksàndroviè aveva particolarmente cara - vedrebbero con favore un duello; ma quale risultato si otterrebbe? Supponiamo che io lo sfidi a duello,» continuò fra sé Aleksèj Aleksàndroviè e, vivamente immaginandosi la notte che avrebbe trascorso dopo la sfida, e la pistola puntata verso di sé, rabbrividì e capì che mai avrebbe fatto questo, «supponiamo che io lo sfidi a duello. Supponiamo che mi insegnino,» continuò a pensare, «che mi mettano in posizione, io premerò il grilletto,» si disse, chiudendo gli occhi, «e risulterà che l'ho ucciso,» si disse Aleksèj Aleksàndroviè e scosse la testa per scacciare questi stupidi pensieri. «Che senso ha l'uccisione di un uomo per decidere il proprio atteggiamento verso una moglie colpevole e un figlio? Dovrò egualmente decidere che cosa fare con lei. Ma la cosa più probabile, e che senza dubbio accadrebbe, è che io sarei ucciso o ferito. Io, persona innocente, la vittima, ucciso o ferito. Cosa ancor più assurda. Ma questo è il meno; una sfida a duello da parte mia sarebbe un'azione disonesta. Non so forse sin d'ora che i miei amici non mi lascerebbero mai arrivare a un duello; non lascerebbero che la vita di un uomo di stato, indispensabile alla Russia, venga messa in pericolo? Che succederebbe dunque? Succederebbe che io, sapendo in anticipo che la cosa non arriverebbe mai al duello, avrei cercato soltanto di darmi con questa sfida un certo falso prestigio. Ciò è disonesto, è falso, è un ingannar se stesso e gli altri. Il duello è impensabile e nessuno se lo aspetta da me. Il mio fine dev'essere quello di garantire la mia reputazione, che mi occorre per proseguire senza ostacoli nella mia attività.» L'attività di funzionario, che anche prima agli occhi di Aleksèj Aleksàndroviè aveva una grande importanza, ora gli appariva particolarmente significativa.
Dopo aver riflettuto e aver scartato il duello, Aleksèj Aleksàndroviè si rivolse al divorzio: l'altra via d'uscita, scelta da alcuni dei mariti che aveva ricordato. Passando in rassegna nella memoria tutti i casi di divorzio che conosceva (nella più alta società, che egli conosceva assai bene, erano moltissimi), Aleksèj Aleksàndroviè non ne trovò uno solo dove lo scopo del divorzio fosse stato quello che egli si prospettava. In tutti questi casi il marito cedeva o vendeva la moglie infedele, e proprio la parte colpevole, che non aveva diritto di risposarsi, contraeva un nuovo rapporto pseudo legalizzato. Nel proprio caso, poi, Aleksèj Aleksàndroviè vedeva che era impossibile ottenere un divorzio legale, in cui cioè fosse soltanto ripudiata la moglie colpevole. Vedeva che le complesse condizioni di vita in cui egli si trovava non ammettevano la possibilità di quelle prove volgari che la legge esigeva per riconoscere la colpevolezza della moglie; vedeva che un minimo di eleganza, richiesto da tale vita, non ammetteva neppure l'uso di siffatte prove, anche se fosse stato possibile procurarsene, che l'uso di siffatte prove avrebbe fatto scadere più lui che lei nella pubblica opinione.
Un tentativo di divorzio poteva portare soltanto a un processo scandaloso, che per i nemici sarebbe stata una bella occasione per infamare e avvilire la sua alta posizione sociale. Lo scopo principale, invece: definire la situazione con il minimo turbamento, non si raggiungeva nemmeno attraverso il divorzio. Inoltre, con il divorzio, e persino con un tentativo di divorzio, era palese che la moglie rompeva i rapporti con il marito e si univa con l'amante. E nell'anima di Aleksèj Aleksàndroviè, nonostante quella che ora gli pareva un'assoluta indifferenza verso la moglie, nei riguardi di lei era rimasto tuttavia un sentimento: il desiderio che non riuscisse a unirsi senza ostacoli a Vrònskij, che dal crimine non derivassero vantaggi. Questa sola idea irritò talmente Aleksèj Aleksàndroviè che, al solo pensarla, egli mugolò di intimo dolore, e si alzò e cambiò posto nella carrozza, e, accigliato, impiegò parecchio tempo ad avvolgere le sue gambe ossute e infreddolite nel plaid lanoso.
«Oltre ai divorzio formale, si potrebbe anche agire come Karibànov, Paskùdin e quel buon Dram, cioè separarsi dalla moglie,» continuò a pensare, calmatosi; ma anche questa misura presentava gli stessi inconvenienti ignominiosi del divorzio e, in primo luogo, allo stesso modo del divorzio formale, gettava sua moglie negli abbracci di Vrònskij. «No, questo è impossibile, impossibile!» proferì egli ad alta voce, accingendosi daccapo a rigirare il suo plaid. «Io non posso essere infelice, ma anche lei e lui non debbono essere felici.»
Il sentimento di gelosia che l'aveva tormentato quando non sapeva, era finito nell'istante in cui le parole della moglie gli avevano strappato con dolore il dente. Ma quel sentimento era stato sostituito da un altro: dal desiderio che lei non solo non trionfasse, ma che pagasse il fio del suo crimine. Egli non confessava questo sentimento, ma nel profondo della sua anima desiderava che lei soffrisse per aver distrutto la sua pace e il suo onore. E, riesaminate di nuovo le circostanze del duello, del divorzio, della separazione, e di nuovo respintele, Aleksèj Aleksàndroviè si convinse che la via d'uscita era una sola: trattenerla presso di sé, nascondendo al mondo l'accaduto e impiegando tutti i mezzi idonei a far cessare la relazione, e principalmente - cosa che non confessava a se stesso - a punirla. «Devo annunciarle la mia decisione: che, avendo riflettuto sulla grave situazione in cui essa ha posto la famiglia, tutte le altre vie d'uscita sarebbero per entrambe le parti peggiori di uno statu quo esteriore, e che questo io sono disposto a mantenere, sotto la rigorosa condizione che da parte di lei sia eseguita la mia volontà, si metta fine cioè alla relazione con l'amante.» A conferma di questa decisione, quando essa fu ormai definitivamente presa, Aleksèj Aleksàndroviè ebbe un altro importante argomento: «Soltanto con siffatta decisione io agisco anche in conformità alla religione,» si disse; «soltanto con siffatta decisione non respingo da me una moglie colpevole, ma le do la possibilità di correggersi, e inoltre, per quanto potrà riuscirmi penoso, dedico una parte delle mie forze per correggerla e salvarla.» Benché Aleksèj Aleksàndroviè sapesse di non avere alcuna influenza morale sulla moglie, e che da quel tentativo di correzione non sarebbe venuto altro che menzogna; benché in quei momenti penosi, non avesse neppure una volta pensato di cercare una guida nella religione, ora che la sua decisione coincideva con quelle che gli sembrava dovessero essere le esigenze della religione, questa sanzione religiosa della sua decisione gli dava piena soddisfazione e in parte anche lo tranquillizzava. Era per lui motivo di gioia pensare che anche in un così grave problema dell'esistenza, nessuno avrebbe potuto dire che lui non aveva agito conformemente alle regole di quella religione la cui bandiera egli aveva sempre tenuta alta, in mezzo alla freddezza e all'indifferenza generali. Riflettendo agli ulteriori particolari, Aleksèj Aleksàndroviè non vedeva nemmeno perché i suoi rapporti verso la moglie non potessero rimanere quasi gli stessi di prima. Senza dubbio, egli non sarebbe mai stato in grado di restituirle la propria stima; ma non c'era e non poteva esserci alcuna ragione perché egli sconvolgesse la propria vita e soffrisse, per il solo fatto che lei era una moglie cattiva e infedele. «Sì, passerà il tempo, il tempo che tutto accomoda, e si ristabiliranno i rapporti di prima,» si disse Aleksèj Aleksàndroviè, «ossia si ristabiliranno in tal grado, che io non sentirò turbamenti nel corso della mia vita. Lei dev'essere infelice, ma io non sono colpevole e perciò non posso essere infelice.»
XIV
Avvicinandosi a Pietroburgo, Aleksèj Aleksàndroviè non solo era ormai fermamente risoluto in questa decisione, ma aveva persino composto nella sua testa la lettera che avrebbe scritto alla moglie. Entrando nella portineria, diede uno sguardo alle lettere e alle carte recapitate dal ministero e ordinò che gli venissero portate nello studio.
«Rimandare e non ricevere nessuno,» rispose alla domanda del portiere, calcando sulle parole «non ricevere» con una certa soddisfazione, cosa ch'era il segno della sua buona disposizione di spirito.
Nello studio, Aleksèj Aleksàndroviè andò su e giù un paio di volte e si fermò davanti all'enorme scrivania, sopra la quale erano già state accese sei candele da un cameriere entrato prima di lui, fece crocchiare le dita e si sedette, disponendosi a scrivere. Appoggiati i gomiti sul tavolo, piegò la testa di lato, rifletté per un minuto e incominciò a scrivere, senza più fermarsi neanche per un attimo. Le scriveva senza nominarla e in francese, adoperando il pronome «voi», che non ha quel carattere di freddezza che ha invece in russo.
«Nell'ultima nostra conversazione vi ho detto che vi avrei poi comunicato la mia decisione in merito all'oggetto del noto colloquio. Avendo riflettuto attentamente su tutto, scrivo ora al fine di adempiere tale promessa. La mia decisione è la seguente: quali che siano le vostre azioni, io non mi ritengo in diritto di spezzare i vincoli con i quali siamo stati legati da un'autorità che viene dall'alto. La famiglia non può essere distrutta da un capriccio, da un arbitrio o anche dal crimine di uno dei coniugi, e la nostra vita deve procedere come prima. Ciò è necessario per me, per voi, per nostro figlio. Sono pienamente convinto che voi vi siate pentita e che vi pentiate di quanto ha dato motivo alla presente lettera, che collaborerete con me per estirpare alla radice la causa del nostro contrasto, affinché il passato sia dimenticato. In caso contrario, voi stessa potete prevedere ciò che attende voi e vostro figlio. Di tutto questo spero parlarvi più dettagliatamente incontrandovi di persona. Giacché il periodo della villeggiatura è al termine, vi pregherei di trasferirvi a Pietroburgo il più presto possibile, non più tardi di martedì. Saranno date tutte le disposizioni necessarie per il vostro viaggio. Vi prego di notare che attribuisco una particolare importanza all'adempimento di questa mia richiesta. A. Karènin.»
«P.S. Accludo a questa lettera il denaro che potrà essere necessario per le vostre spese.»
Lesse la lettera, e ne rimase contento, in particolare di essersi ricordato di accludere il denaro; non c'era una sola parola crudele, né un rimprovero, ma non c'era nemmeno indulgenza. Soprattutto: c'era un ponte d'oro per il ritorno. Piegata la lettera, spianatala con un grande tagliacarte d'avorio massiccio e messala in una busta insieme con il denaro - con la soddisfazione che sempre gli dava l'uso dei suoi oggetti per scrivere disposti in bell'ordine - suonò il campanello.
«La consegnerai al corriere, ché domani la recapiti ad Anna Arkàdievna in villa,» disse, e si alzò.
«Bene, eccellenza; volete che il tè vi sia servito nello studio?»
Aleksèj Aleksàndroviè ordinò di servirgli il tè nello studio e, giocherellando con il tagliacarte massiccio, andò verso la poltrona, presso la quale era stata preparata la lampada insieme con il libro francese che stava leggendo, che trattava delle Tavole eugubine. Sopra la poltrona era appeso un ritratto di Anna, ovale, in cornice dorata, magnificamente eseguito da un artista celebre. Gli occhi impenetrabili lo fissavano con ironia e sfrontatezza, come l'ultima sera, quella della loro spiegazione. Gli fece un effetto insopportabilmente sfrontato e provocante la vista del merletto nero sul capo, dei capelli neri e della stupenda mano bianca con l'anulare ricoperto di anelli, magnificamente resi dall'artista. Dopo aver guardato il ritratto per circa un minuto, Aleksèj Aleksàndroviè rabbrividì in tal modo che le labbra gli tremarono e produssero il suono «brrr»; ed egli si voltò dall'altra parte. Sedutosi frettolosamente in poltrona, aprì il libro. Provò a leggere, ma non riusciva in alcun modo a rinnovare in sé l'interesse, prima assai vivo, per le Tavole eugubine. Guardava il libro e pensava ad altro. Non pensava, alla moglie, ma a una complicazione sorta negli ultimi tempi nella sua attività di statista, che in quel momento era al centro del suo lavoro. Sentiva ora farsi in sé chiari i termini della questione, e che nella sua testa stava nascendo - lo poteva dire senza vanteria - un'idea fondamentale che doveva districare tutto quell'affare, innalzare lui nella carriera, far cadere i suoi nemici e perciò arrecare grande vantaggio allo Stato. Non appena il cameriere, servito il tè, uscì dalla stanza, Aleksèj Aleksàndroviè si alzò e andò alla scrivania. Spostata nel centro la cartella con gli affari in corso, con un sorriso appena percettibile di compiacimento tirò fuori dal portapenne una matita, e si sprofondò nella lettura del complesso carteggio che si era fatto portare e che riguardava la complicazione. La particolarità di Aleksèj Aleksàndroviè in quanto uomo di stato, quel tratto caratteristico proprio a lui solo - che possiede ogni funzionario che fa carriera - quello che insieme alla sua ostinata ambizione, alla discrezione, all'onestà e alla presunzione, aveva fatto la sua carriera, consisteva nel disprezzo dell'ufficialità cartacea, nella riduzione al minimo della corrispondenza, nell'affrontare per quanto possibile in modo diretto il vivo delle questioni, e nell'economizzare. La complicazione era la seguente. Era successo dunque che nella famosa commissione del 2 giugno era stato sollevato il problema dell'irrigazione delle terre della provincia di Zaràjsk la pratica relativa si trovava nel ministero di Aleksèj Aleksàndroviè e rappresentava un esempio lampante di spese infruttuose e di impostazione cartacea delle cose. Aleksèj Aleksàndroviè sapeva che così stavano le cose. La questione dell'irrigazione delle terre della provincia di Zaràjsk era stata avviata dal predecessore del predecessore di Aleksèj Aleksàndroviè. Era chiaro che per tale affare era stato speso e si spendeva molto denaro, e in modo completamente improduttivo, e tutto quell'affare, evidentemente, non poteva portare a nulla. Aleksèj Aleksàndroviè, entrato in carica, l'aveva capito subito e avrebbe voluto metter le mani in quell'affare; ma nei primi tempi, quando si sentiva, ancora poco saldo, sapeva che esso toccava troppi interessi, ed era quindi irragionevole occuparsene; in seguito, poi, essendosi dedicato ad altre cose, aveva semplicemente dimenticato tutta la faccenda. Come accade a questo genere di affari, esso andava avanti da sé, per forza d'inerzia. (Parecchia gente mangiava su quell'affare, specialmente una famiglia molto morale e musicale: tutte le figlie suonavano strumenti a corda. Aleksèj Aleksàndroviè conosceva quella famiglia ed era padrino di una delle figlie maggiori.) Che un ministero ostile al loro avesse sollevato quella questione era cosa, secondo Aleksèj Aleksàndroviè, disonesta, perché in ogni ministero c'erano affari anche peggiori che tuttavia nessuno, per certe buone creanze impiegatizie, sollevava. Ora però, già che gli avevano gettato il guanto, egli coraggiosamente lo aveva raccolto, e chiedeva la nomina di una commissione speciale per lo studio e la verifica dei lavori della commissione per l'irrigazione dei terreni della provincia di Zaràjsk; ma in compenso non concedeva più grazia alcuna neppure a quei signori. Esigeva inoltre la nomina di un'altra commissione speciale per la questione dell'organizzazione degli allogeni. Il problema dell'organizzazione degli allogeni era stato sollevato per caso nel comitato del 2 giugno; Aleksèj Aleksàndroviè l'aveva sostenuto con energia dato che, per la lamentevole situazione degli allogeni, la cosa non poteva più attendere. Nel comitato tale affare era servito di pretesto a dispute fra vari ministeri. Il ministero ostile ad Aleksèj Aleksàridrovic dimostrava che la situazione degli allogeni era assolutamente florida e la riorganizzazione che si proponeva poteva rovinare la loro floridezza, mentre, se qualcosa di male c'era, ciò derivava soltanto dall'inadempimento dei provvedimenti prescritti dalla legge da parte del ministero di Aleksèj Aleksàndroviè. Adesso Aleksèj Aleksàndroviè aveva intenzione di esigere: in primo luogo, che venisse costituita una nuova commissione alla quale affidare l'indagine sul posto della situazione degli allogeni; in secondo luogo, qualora risultasse che la situazione degli allogeni era effettivamente quale appariva dai dati ufficiali in mano al comitato, che venisse nominata ancora un'altra, nuova commissione scientifica per indagare le cause di questa desolante situazione degli allogeni dai punti di vista: a) politico; b) amministrativo; c) economico; d) etnografico; e) materiale, e f) religioso; in terzo luogo, che venissero richieste al ministero ostile informazioni sui provvedimenti che nell'ultimo decennio erano stati presi da quel ministero per eliminare le condizioni svantaggiose in cui attualmente si trovavano gli allogeni; e, in quarto luogo infine, che si esigesse da parte del ministero una spiegazione del motivo per cui esso, come risultava dalle notizie fornite al comitato sotto i N. 17015 e 18308 del 5 dicembre 1863 e del 7 giugno 1864, aveva agito in modo assolutamente contrario al senso della legge fondamentale e organica, vol... art. 18 e nota all'art. 36. Il viso di Aleksèj Aleksàndroviè si colorì di animazione mentre scriveva, rapidamente, come un appunto per sé, lo schema di queste idee. Riempito un foglio di carta, egli si alzò, suonò e consegnò un biglietto per il direttore della cancelleria affinché gli fossero procurate le informazioni occorrenti. Alzatosi, e fatto un giro per la stanza, diede nuovamente un'occhiata al ritratto, si accigliò e sorrise con disprezzo. Dopo aver letto un poco del libro sulle Tavole eugubine e avervi ripreso interesse, Aleksèj Aleksàndroviè alle undici andò a dormire, e quando, sdraiato nel letto, ricordò l'accaduto con la moglie, esso non gli apparve assolutamente più sotto un aspetto così fosco.
XV
Benché Anna avesse contraddetto con tenacia e irritazione Vrònskij, quando lui le aveva detto che la sua situazione era impossibile e l'aveva esortata a rivelare tutto al marito, nel profondo della propria anima essa considerava la propria situazione falsa, disonesta, e desiderava con tutta l'anima cambiarla. Ritornando con il marito dalle corse, in un momento di agitazione gli aveva detto tutto; nonostante il dolore provato nel far questo, ne era stata contenta. Dopo che il marito l'aveva lasciata, si era detta che era contenta, che adesso tutto si sarebbe definito e che almeno non vi sarebbe più stata menzogna, né inganno. Le sembrava fuor di dubbio che ora la sua situazione si sarebbe definita per sempre. Forse tale nuova situazione sarebbe stata dolorosa, ma almeno chiara, senza ambiguità né menzogna. Il dolore che aveva procurato a se stessa e al marito, pronunciando quelle parole, ora avrebbe avuto la sua ricompensa nel fatto che tutto si sarebbe definito, pensava Anna. Quella stessa sera si trovò con Vrònskij, ma non gli parlò di ciò che era accaduto fra lei e il marito, sebbene occorresse dirglielo per definire la situazione.
Quando si svegliò la mattina dopo, la prima cosa che le venne in mente furono le parole dette al marito; esse le sembrarono così orribili che non riusciva adesso a capire come si fosse potuta decidere a pronunciare quelle strane volgari parole, né riusciva adesso a immaginare che cosa ne sarebbe derivato. Ma le parole erano state dette e Aleksèj Aleksàndroviè era partito senza aver detto nulla. «Io ho visto Vrònskij e non gliel'ho detto. Ancora nel momento in cui se ne andava, volevo farlo tornare indietro e dirglielo, ma ho cambiato idea, perché era strano che non gliel'avessi detto nel primo momento. Perché volevo dirglielo e non gliel'ho detto?» E, in risposta a questa domanda, una bruciante vampa di vergogna si diffuse sul suo viso. Capì ciò che l'aveva trattenuta; capì che si era vergognata. La sua situazione, che la sera prima sembrava chiarita, a un tratto adesso le appariva non soltanto non chiarita, ma senza via d'uscita. Ebbe terrore dell'ignominia, alla quale prima neppure pensava. Non appena pensava a ciò che avrebbe fatto suo marito, le venivano in mente i pensieri più terribili. Le veniva in mente che ora sarebbe giunto l'intendente a cacciarla di casa, che la sua ignominia sarebbe stata rivelata a tutto il mondo. Si domandava dove sarebbe andata quando l'avessero cacciata di casa, e non trovava risposta.
Quando pensava a Vrònskij, le sembrava che egli non l'amasse, che già cominciasse a esser stanco di lei, che non poteva imporglisi; per questo sentiva avversione verso di lui. Le pareva che le parole che aveva detto al marito e che incessantemente ripeteva nella propria immaginazione, le avesse dette a tutti e che tutti le avessero udite. Non poteva decidersi a guardare negli occhi coloro con i quali viveva. Non poteva decidersi a chiamare la cameriera, e ancor meno a scendere di sotto e vedere il figlio e la governante.
La cameriera, che già da un pezzo era in ascolto presso la porta, entrò da sé nella camera. Anna la guardò interrogativamente negli occhi e arrossì spaventata. La cameriera si scusò d'essere entrata, dicendo che le era sembrato avessero suonato. Aveva portato un vestito e un biglietto. Il biglietto era di Betsy. Betsy le rammentava che quella mattina si dovevano incontrare da lei Liza Merkàlova e la baronessa Stolz con i loro corteggiatori, Kalùzskij e il vecchio Strèmov, per una partita di croquet. «Venite almeno a vedere, come studio di costumi. Vi aspetto,» terminava.
Anna lesse il biglietto e sospirò profondamente.
«Non c'è bisogno di nulla, di nulla,» disse ad Ànnuška, che spostava le boccette e le spazzole sul tavolino da toilette. «Vai pure; io mi vesto ed esco. Non c'è bisogno di nulla, di nulla.»
Ànnuška uscì, ma Anna non cominciò a vestirsi; rimase a sedere nella medesima posizione, la testa e le braccia abbandonate; di tanto in tanto sussultava con tutto il corpo, come volesse fare un gesto, dire qualcosa, e poi di nuovo si immobilizzava. Ripeteva senza posa: «Dio mio! Dio mio!» Ma né «Dio», né «mio» avevano per lei alcun significato. Il pensiero di cercar aiuto alla propria situazione nella religione le era altrettanto remoto, benché non avesse mai dubitato della religione in cui era stata educata, che cercar aiuto in Aleksèj Aleksàndroviè. Sapeva in anticipo che l'aiuto della religione era possibile solamente alla condizione di rinunciare a ciò che costituiva per lei tutto il significato della vita. Non solo si sentiva in pena, ma cominciava a provar spavento di fronte al proprio nuovo stato d'animo, che non aveva mai sperimentato. Sentiva che nella sua anima tutto cominciava a sdoppiarsi, come si sdoppiano talvolta gli oggetti negli occhi stanchi. A volte non sapeva di che cosa avesse paura, che cosa desiderasse. Se avesse paura e se desiderasse ciò che era stato o ciò che sarebbe stato, e che cosa precisamente desiderasse, non lo sapeva.
«Ah, ma che cosa sto facendo!» si disse, sentendo a un tratto un dolore ai due lati della testa. Quando rientrò in sé, vide che stringeva con tutt'e due le mani i capelli alle tempie e li tirava. Balzò in piedi e cominciò a camminare.
«Il caffè è pronto, e mademoiselle con Serëža aspetta,» disse Ànnuška, ritornando e ritrovando Anna nella stessa posizione.
«Serëža? Che cosa fa Serëža?» domandò animandosi, Anna; per la prima volta in tutta la mattina si era ricordata dell'esistenza del figlio.
«Ha fatto qualcosa di male, a quel che sembra,» rispose Ànnuška sorridendo.
«Che cosa ha fatto di male?»
«C'erano delle pesche nella stanza d'angolo, e pare che ne abbia mangiata una di nascosto.»
Il ricordo del figlio trasse d'improvviso Anna dalla sensazione, in cui si trovava, di non avere via d'uscita. Si ricordò di quella parte, certo sincera benché anche molto esagerata, che si era assunta negli ultimi anni, di madre che vive per il figlio, e sentì con gioia che disponeva di un dominio indipendente dalla sua posizione verso il marito e verso Vrònskij. Questo dominio era il figlio. In qualunque situazione si fosse trovata, non avrebbe abbandonato il figlio. Anche se il marito l'avesse svergognata e cacciata, anche se Vrònskij si fosse raffreddato nei suoi confronti e avesse continuato a condurre la sua vita indipendente (di nuovo pensò a lui con acredine e rimprovero), lei non avrebbe lasciato il figlio. Lei aveva uno scopo nella vita. E doveva agire, agire, per garantire questa sua posizione verso il figlio, affinché non glielo togliessero. Bisognava anzi agire presto, il più presto possibile, prima che glielo togliessero. Bisognava prendere il figlio e partire. Ecco l'unica cosa che doveva fare adesso. Aveva bisogno di calmarsi e di uscire da quella situazione tormentosa. Le diede questa calma il pensiero di un'azione immediata connessa al figlio, il pensiero di dover subito partire con lui per qualche posto.
Rapidamente si vestì, discese da basso e a passi decisi entrò nel salotto, dove, secondo l'abitudine, l'attendevano il caffè e Serëža con la governante. Serëža, tutto in bianco, era in piedi vicino alla tavola sotto lo specchio e, la schiena e la testa chine, con un'espressione di intensa attenzione che essa ben conosceva in lui, e che lo faceva somigliare al padre, intrecciava dei fiori che aveva portato.
La governante aveva un'aria particolarmente severa. Con voce acuta, come spesso gli accadeva, Serëža gridò: «Ah, mamma!» e si fermò, indeciso se andare verso la madre per salutarla e lasciare i fiori o terminare la coroncina e andare con i fiori.
Dopo aver salutato, la governante si mise a raccontare lungamente e dettagliatamente il misfatto commesso da Serëža, ma Anna non l'ascoltava; pensava se l'avrebbe presa o no con sé. «No, non la prendo,» decise. «Partirò sola, con il bambino.»
«Sì, è molto male,» disse Anna e, preso il figlio per una spalla, lo guardò con uno sguardo non severo ma timido, che turbò e rallegrò il bambino, e lo baciò. «Lasciatelo con me,» disse alla governante meravigliata e, senza abbandonare il braccio del figlio, si sedette alla tavola apparecchiata per il caffè.
«Mamma! Io... io... non...» disse lui, cercando di capire dalla sua espressione che cosa lo aspettasse per via della pesca.
«Serëža,» disse lei, non appena la governante fu uscita dalla stanza, «questo è male, ma tu non lo farai più? Mi vuoi bene?»
Sentiva che le venivano le lacrime agli occhi. «Posso forse non volergli bene?» disse a se stessa, penetrando nello sguardo spaventato e nello stesso tempo lieto del bambino. «E possibile che lui sia d'accordo con il padre per punirmi? Possibile, che non abbia pietà di me?» Le lacrime scorrevano già sul suo viso e, per nasconderle, si alzò con impeto e quasi corse per andare sulla terrazza.
Dopo le piogge temporalesche degli ultimi giorni era venuto un tempo freddo, sereno. Anche sotto il sole vivido, che s'infiltrava fra le foglie lavate, fuori era freddo.
Essa rabbrividì per il freddo e per l'interno spavento, che all'aria pura l'avevano afferrata con nuova forza.
«Vai, vai da Mariette,» disse a Serëža, che era uscito dietro di lei, e si mise a camminare sulla stuoia di paglia della terrazza. «Possibile che loro non mi perdonino, che non capiscano che tutto questo non poteva essere altrimenti?» disse a se stessa.
Fermatasi e gettata un'occhiata alle cime dei pioppi che oscillavano al vento, con le foglie lavate che scintillavano al sole, capì che loro non avrebbero perdonato, che tutto e tutti sarebbero stati spietati verso di lei, come quel cielo, come quel verde. E di nuovo sentì che dentro la sua anima cominciava lo sdoppiamento. «Non bisogna, non bisogna pensare,» disse a se stessa. «Bisogna prepararsi. Per dove? Quando? Chi prendere con me? Sì, a Mosca, con il treno della sera. Ànnuška e Serëža, e le cose più indispensabili. Ma prima bisogna scrivere a tutti e due.» Entrò frettolosamente in casa, nel suo studio, si sedette al tavolo e scrisse al marito:
«Dopo ciò che è successo, non posso più restare nella vostra casa. Parto e prendo con me il figlio. Io non conosco le leggi e perciò non so con quale dei genitori debba stare il figlio; ma lo prendo con me, perché senza di lui non posso vivere. Siate magnanimo, lasciatemelo.»
Sinora aveva scritto rapidamente e con naturalezza, ma l'appello alla sua magnanimità, che lei non gli riconosceva, e la necessità di concludere la lettera con qualcosa di commovente, la fermarono.
«Parlare della mia colpa e del mio pentimento non posso, perché...»
Di nuovo si fermò, non trovando un nesso nei propri pensieri. «No,» si disse, «non c'è bisogno di niente», e, strappata la lettera, la riscrisse escludendo l'accenno alla magnanimità, e la sigillò.
Un'altra lettera si doveva scrivere a Vrònskij. «L'ho detto a mio marito,» scrisse e rimase a lungo seduta non essendo in grado di scriver oltre. Era così volgare, così poco femminile. «E poi che cosa posso scrivergli?» si disse. Di nuovo il colore della vergogna ricoprì il suo viso, le tornò in mente la calma di lui e un sentimento di dispetto nei suoi confronti la indusse a lacerare in piccoli pezzi il foglio con la frase che aveva scritto. «Non c'è bisogno di niente,» si disse e, chiusa la cartella, andò di sopra, annunciò alla governante e alle persone di servizio che quel giorno partiva per Mosca e si accinse subito a fare i bagagli.
XVI
Per tutte le stanze della casa di villeggiatura andavano su e giù portieri, giardinieri e domestici che portavano la roba. Gli armadi e i cassettoni erano aperti; due volte eran corsi alla bottega per lo spago; il pavimento era cosparso di carta di giornali. Due bauli, le sacche e i plaid legati erano stati portati in anticamera. La carrozza padronale e due da nolo erano ferme davanti all'ingresso. Anna, cui il lavoro dei bagagli aveva fatto dimenticare l'interna agitazione, in piedi davanti al tavolo del suo studio stava riempiendo la sacca da viaggio, quando Ànnuška richiamò la sua attenzione sul rumore di una vettura che si avvicinava. Anna diede uno sguardo fuori della finestra e vide presso la scala d'ingresso il corriere di Aleksèj Aleksàndroviè che suonava al portone.
«Vai a vedere che cosa c'è,» disse e, tranquillamente pronta a tutto, si sedette in poltrona incrociando le mani sulle ginocchia. Il domestico portò una grossa busta con l'indirizzo scritto dalla mano di Aleksèj Aleksàndroviè.
«Il corriere ha l'ordine di portare la risposta,» disse.
«Bene,» disse essa; appena il domestico fu uscito, stracciò la busta con mani tremanti. Ne cadde un fascio di banconote non piegate e chiuse in una fascetta incollata. Anna liberò la lettera e si mise a leggerla dalla fine. «Ho fatto i preparativi per il trasferimento; attribuisco importanza alla mia richiesta,» lesse. Corse con gli occhi più avanti, poi indietro, lesse tutto e poi rilesse ancora una volta tutta la lettera dal principio. Quando ebbe finito, sentì che aveva freddo e che su di lei si era abbattuta una sventura terribile, quale non si sarebbe mai aspettata.
Al mattino era pentita di ciò che aveva detto al marito e desiderava una cosa sola, che quelle parole fossero come non dette. Ed ecco che questa lettera considerava come non dette quelle parole e le dava ciò che lei desiderava. Ma adesso questa lettera le appariva più orribile di qualunque cosa potesse immaginare.
«Ha ragione! ha ragione!» si disse. «Si capisce, lui ha sempre ragione, lui è cristiano, lui è magnanimo! Sì, che uomo vile, disgustoso! E questo nessuno all'infuori di me lo capisce e lo capirà; e io non posso spiegarlo. Dicono: è un uomo religioso, morale, onesto, intelligente; ma non hanno visto quello che ho visto io. Loro non sanno che per otto anni lui ha soffocato la mia vita, ha soffocato tutto quel che c'era in me di vivo, che mai una volta ha pensato che io sono una donna viva che ha bisogno d'amore. Non sanno come mi offendeva a ogni passo e rimaneva soddisfatto di sé. E io non mi sono sforzata, sforzata con tutte le forze di trovare una giustificazione alla mia vita? Non ho cercato di amarlo, di amare il figlio quando era ormai impossibile amare il marito? Ma è venuto il momento in cui ho capito che non potevo più ingannare me stessa, che ero viva, che non avevo colpa se Dio mi ha fatto così, che avevo bisogno di amare e di vivere. E adesso? Mi avesse uccisa, avesse ucciso lui, avrei sopportato tutto, perdonato tutto, ma no, lui...
«Come mai non ho indovinato ciò che avrebbe fatto? Avrebbe fatto quel che si confà al suo carattere vile. Lui resterà dalla parte della ragione e farà apparire me ancora peggiore, ancora più bassa di quanto già sono... "Voi stessa potete prevedere ciò che attende voi e vostro figlio,"» ricordò le parole della lettera. «Questa è la minaccia di togliermi il figlio e, probabilmente, in base alla loro stupida legge, è possibile. Ma forse che io non so perché lui dice questo? Lui non crede neanche nel mio amore per il figlio, oppure disprezza (e del resto mi ha sempre canzonato per questo), disprezza questo mio sentimento, ma sa che io non abbandonerò mio figlio, non posso abbandonare mio figlio, che senza mio figlio per me non può esserci vita nemmeno con colui che amo, ma che, abbandonando il figlio e fuggendo da lui, agirei come la donna più abietta e svergognata; lui sa questo e sa che io non avrò la forza di fare una cosa simile.
«"La nostra vita deve procedere come prima,"» Anna ricordò un'altra frase della lettera. «Questa vita era una tortura anche prima, negli ultimi tempi era orribile. Che cosa succederà adesso? E lui sa tutto questo, sa che io non posso pentirmi del fatto che respiro, che amo; sa che non ne verrà fuori altro che menzogna e inganno; ma lui ha bisogno di continuare a torturarmi. Io lo conosco, so che lui nuota e gode nella menzogna come un pesce nell'acqua. Ma no, io non gli concederò questo godimento, romperò questa ragnatela di menzogna in cui vuole impigliarmi; sarà quel che sarà. Tutto è meglio della menzogna e dell'inganno!
«Ma come? Dio mio! Dio mio! C'è mai stata una donna infelice come me?...
«No, la strapperò, la strapperò!» gridò, alzandosi di scatto e trattenendo le lacrime. E andò alla scrivania per scrivergli un'altra lettera. Ma nel profondo della sua anima già sentiva che non avrebbe avuto le forze di strappare nulla, non avrebbe avuto le forze di uscire da quella situazione, per quanto falsa e disonesta fosse.
Si sedette alla scrivania, ma, invece di scrivere, incrociate le braccia, vi posò la testa e si mise a piangere, singhiozzando e scuotendo tutto il petto, come piangono i bambini. Piangeva perché il suo sogno di definire, di rendere chiara la sua posizione era distrutto per sempre. Sapeva sin d'ora che tutto sarebbe rimasto come prima, e sarebbe stato persino molto peggio di prima. Sentiva che quella posizione di cui godeva nel mondo, e che al mattino le era sembrata così poco importante, che quella posizione le era cara, che lei non avrebbe avuto la forza di cambiarla nella posizione ignominiosa della donna che abbandona il marito e un figlio e si unisce con un amante; che, per quanto si fosse sforzata, non sarebbe stata più forte di se stessa. Non avrebbe mai provato la libertà dell'amore ma sarebbe rimasta per sempre una moglie colpevole, sotto la minaccia incessante d'essere smascherata, una moglie che ingannava il marito per un legame vergognoso con un altro uomo, che nulla legava a lei, con il quale non poteva vivere una vita non doppia. Sapeva che così sarebbe stato, e nello stesso tempo ciò era così orribile che non poteva neppure immaginarsi come sarebbe andata a finire. E piangeva, senza trattenersi, come piangono i bambini puniti.
Il rumore dei passi del domestico la obbligò a riprendersi; nascondendo il volto, finse di scrivere.
«Il corriere chiede la risposta,» riferì il domestico.
«La risposta? Sì,» disse Anna, «che aspetti. Suonerò.»
«Che cosa posso scrivere?» pensava. «Che cosa posso decidere da sola? Che cosa so? Che cosa voglio? Che cosa amo?» Di nuovo sentì che nella sua anima cominciava lo sdoppiamento. Di nuovo si spaventò di questa sensazione e si aggrappò al primo pretesto di attività che le capitò e che poteva distrarla dai pensieri su di sé. «Devo vedere Aleksèj (così chiamava Vrònskij nel pensiero), lui solo può dirmi che cosa devo fare. Andrò da Betsy; forse lo vedrò là,» si disse, dimenticando completamente che ancora il giorno prima, quando lei gli aveva detto che non sarebbe andata dalla principessa Tverskàja, lui aveva detto che perciò non ci sarebbe andato neanche lui. Si avvicinò alla scrivania, scrisse al marito: «Ho ricevuto la vostra lettera. A.», e, avendo suonato, consegnò la risposta al domestico.
«Non partiamo,» disse ad Ànnuška che entrava.
«Non partiamo più?»
«No, non disfate i bagagli sino a domani e trattenete la carrozza. Andrò dalla principessa.»
«Quale abito devo prepararvi?»
XVII
Il gruppo che doveva riunirsi dalla principessa Tverskàja per la partita a croquet, a cui Anna era invitata, comprendeva due signore con i loro ammiratori. Queste due signore erano le principali rappresentanti di un nuovo circolo scelto di Pietroburgo che si chiamava, a imitazione dell'imitazione di qualcosa, Les sept merveilles du monde. Tale circolo, di certo elevato, era però assolutamente ostile a quello che Anna frequentava. Oltre a ciò, il vecchio Strèmov, una delle persone influenti di Pietroburgo, ammiratore di Liza Merkàlova, per ragioni d'ufficio era nemico di Aleksèj Aleksàndroviè. Per tutte queste considerazioni Anna non aveva voluto andare, e a questo suo rifiuto si riferivano le allusioni nel biglietto della principessa Tverskàja. Ora invece, nella speranza di vedere Vrònskij, Anna decise di accettare l'invito.
Anna giunse dalla principessa Tverskàja prima degli altri invitati.
Mentre lei entrava, stava entrando anche il domestico di Vrònskij, con le fedine pettinate, somigliante a un gentiluomo di camera. Egli si fermò sulla porta e, toltosi il berretto, le cedette il passo. Anna lo riconobbe e soltanto a questo punto si ricordò che Vrònskij il giorno prima aveva detto che non sarebbe andato. Probabilmente per questo motivo mandava ora un biglietto.
Mentre si toglieva il mantello in anticamera udì il domestico, che pronunciava persino la «r» come un gentiluomo di camera, dire: «Da parte del conte per la principessa», e consegnare il biglietto.
Avrebbe voluto domandare dov'era il suo padrone. Avrebbe voluto tornare indietro e mandargli una lettera affinché venisse da lei, o andare lei stessa da lui. Ma non si poteva fare né l'una, né l'altra, né la terza cosa: già si sentivano i campanelli che annunciavano il suo arrivo e già il domestico della principessa Tverskàja si era messo di fianco presso la porta aperta, aspettando che lei passasse nelle stanze interne.
«La principessa è in giardino, vi annunceranno subito. Volete favorire in giardino?» disse un altro domestico in un'altra stanza.
La situazione di incertezza, di oscurità era la stessa che a casa; ancor peggio, perché non si poteva intraprendere nulla, non si poteva veder Vrònskij, ma bisognava restar lì, in una compagnia estranea e così opposta al suo stato d'animo; ma Anna aveva una toilette che - lo sapeva - le donava; non era sola, intorno c'era quell'abituale solenne atmosfera d'ozio, e così si sentiva meglio che a casa. Non doveva pensare a ciò che doveva fare; tutto si faceva da sé. Incontrata Betsy, che veniva verso di lei con un abito bianco che la colpì per la sua eleganza, Anna le sorrise come sempre. La principessa Tverskàja camminava con Tuškèviè e con una signorina sua parente, che, con grande felicità dei genitori provinciali, trascorreva l'estate presso la famosa principessa.
Probabilmente in Anna c'era qualcosa di particolare, perché Betsy lo notò subito.
«Ho dormito male,» rispose Anna, scrutando il domestico che veniva incontro a loro e, secondo le sue considerazioni, portava il biglietto di Vrònskij.
«Come sono contenta che siate venuta,» disse Betsy. «Sono stanca e proprio adesso volevo bere una tazza di tè, prima che loro arrivino. E voi,» si rivolse a Tuškèviè, «potreste andare con Màša a provare il croquet-ground dove hanno tagliato l'erba. Noi faremo in tempo a fare quattro chiacchiere da sole prendendo il tè, we'll have a cosy chat, non è vero?» si rivolse ad Anna con un sorriso, stringendole la mano che teneva l'ombrellino.
«Tanto più che non posso rimaner molto tempo da voi, è necessario che vada dalla vecchia Vrède. Sono cent'anni che gliel'ho promesso,» disse Anna per la quale la menzogna, estranea alla sua natura, era diventata non solo semplice e naturale in società, ma procurava perfino piacere.
Perché avesse detto questo, che un attimo prima non pensava nemmeno, non avrebbe potuto spiegarlo in alcun modo. L'aveva detto per la sola considerazione che, siccome non vi sarebbe stato Vrònskij, le occorreva garantirsi la libertà, e cercare di vederlo in qualche modo. Ma perché avesse parlato proprio della vecchia damigella d'onore Vrède, dalla quale doveva andare come da molti altri, non avrebbe saputo spiegarlo, e nondimeno, come poi risultò, inventando i più scaltri mezzi per incontrarsi con Vrònskij, non avrebbe potuto escogitare nulla di meglio.
«No, non vi lascerò andare a nessun costo,» rispose Betsy, scrutando attentamente la faccia di Anna. «Davvero, mi offenderei se non vi volessi bene. Come se aveste paura che la mia compagnia possa compromettervi. Per piacere, serviteci il tè nel salottino,» disse, come sempre strizzando gli occhi nel rivolgersi al domestico. Preso da lui il biglietto, lo lesse. «Aleksèj ci ha giocato un brutto scherzo,» disse in francese, «scrive che non può venire,» soggiunse con un tono così naturale e semplice da parere che mai le fosse potuto venire in mente che Vrònskij avesse per Anna altro interesse che quello d'un giocatore di croquet.
Anna sapeva che Betsy sapeva tutto, ma, ascoltandola parlare in sua presenza di Vrònskij, per un istante si convinceva sempre che non sapesse niente.
«Ah!» disse Anna con indifferenza, come fosse poco interessata a ciò e, sorridendo, proseguì: «Come può compromettere qualcuno la vostra compagnia?» Questo giuoco con le parole, questo occultare un segreto, aveva, come per tutte le donne, un grande fascino per Anna. E non la necessità di occultare, non il fine per cui si occultava, ma il processo in sé dell'occultamento l'appassionava. «Io non posso esser più cattolica del papa,» disse. «Strèmov e Liza Merkàlova sono il fior fiore della società. Poi vengono ricevuti dappertutto, e io,» accentuò in particolare l'io, «non sono mai stata severa e intollerante. Semplicemente, ho poco tempo.»
«No, forse voi non volete incontrarvi con Strèmov? Che lui e Aleksèj Aleksàndroviè spezzino pure le lance nel comitato, questo non ci riguarda. Ma in società lui è l'uomo più amabile che io conosca, e un giocatore appassionato di croquet. Adesso lo vedrete. E, nonostante la sua ridicola posizione di vecchio innamorato di Liza, bisogna vedere come se la cava in questa posizione ridicola! È molto carino. E Safò Stolz, non la conoscete? È qualcosa di nuovo, proprio l'ultima moda.»
Betsy diceva questo e intanto, dal suo sguardo allegro e intelligente, Anna sentiva che lei in parte capiva la sua situazione e stava ideando qualcosa. Erano in un piccolo studio.
«Però bisogna scrivere ad Aleksèj», e Betsy si sedette al tavolo, scrisse alcune righe e mise il biglietto in una busta. «Scrivo che venga a pranzo. Ho una signora a pranzo che resta senza cavaliere. Guardate, è persuasivo? Mi scuso, vi lascio per un momento. Voi, per piacere, sigillate e spedite,» disse dalla porta, «io intanto devo dare disposizioni.»
Senza esitare un attimo, Anna si sedette al tavolo con la lettera di Betsy e, senza leggere, aggiunse sotto: «Mi è indispensabile vedervi. Venite vicino al giardino della Vrède. Sarò là alle 6.» Sigillò e Betsy, ritornata, consegnò la lettera in sua presenza.
Effettivamente, bevendo il tè che venne servito su un tavolino-vassoio in un piccolo salotto fresco, fra le due donne si annodò a cosy chat, come aveva promesso la principessa Tverskàja sino all'arrivo degli invitati. Malignarono su coloro che aspettavano e la conversazione si fermò su Liza Merkàlova.
«È molto carina e mi è sempre stata simpatica,» disse Anna.
«Dovete volerle bene. Va pazza per voi. Ieri mi si è avvicinata dopo le corse ed era disperata perché non vi aveva trovato. Dice che siete una vera eroina da romanzo e che se lei fosse un uomo farebbe delle sciocchezze per voi. Quanto a sciocchezze, le dice Strèmov, ne fa egualmente.»
«Ma ditemi, per piacere, io non sono mai riuscita a capirlo,» disse Anna dopo aver taciuto per un certo tempo, con un tono che mostrava chiaramente che la domanda, che si accingeva a fare, era oziosa, ma che quel che domandava era per lei più importante di quanto avrebbe dovuto. «Dite, per favore, quali sono i suoi rapporti con il principe Kalùzskij, quel Mìška? Li ho frequentati poco. Di che si tratta?»
Betsy sorrise con gli occhi e scrutò attentamente Anna.
«È una maniera nuova,» disse. «Tutte loro hanno scelto questa. Hanno buttato le cuffie dietro i mulini. Ma c'è modo e modo di buttarle.»
«Sì, ma quali sono i suoi rapporti con Kalùzskij?»
Betsy inaspettatamente scoppiò in una risata allegra e irrefrenabile, cosa che le succedeva di rado.
«Voi invadete il campo della principessa Mjàgkaja. Questa è una domanda da enfant terrible», e Betsy evidentemente voleva contenersi, ma non poteva e scoppiò in quel riso comunicativo delle persone che ridono raramente. «Chiedetelo a loro,» proferì fra le lacrime del riso.
«No, voi ridete,» disse Anna, pure lei contagiata senza volerlo dal riso, «ma io non sono mai riuscita a capirlo. Quel che non capisco qui è la parte del marito.»
«Il marito? Il marito di Liza Merkàlova le porta i plaid ed è sempre pronto a servirla. E che cosa poi ci sia effettivamente nessuno vuol saperlo. Sapete, nella buona società non si parla e neppure si pensa a certi dettagli della toilette. Così anche per queste cose.»
«Sarete alla festa dei Rolandàki?» domandò Anna per cambiare discorso.
«Non credo,» rispose Betsy e, senza guardare la sua amica, si mise a versare con prudenza il tè profumato nelle piccole tazze trasparenti. Avvicinata la tazza ad Anna, tirò fuori una sigaretta e, introdottala in un bocchino d'argento, si mise a fumare.
«Ecco, vedete, io sono in una condizione felice,» cominciò ormai senza più ridere, dopo aver preso in mano la tazza. «Io comprendo voi e comprendo Liza. Liza è una di quelle nature ingenue che, come i bambini, non capiscono cos'è bene e cos'è male. Almeno, non lo capiva quando era molto giovane. E adesso sa che questa incapacità di capire le si confà. Adesso, forse, fa apposta a non capire,» disse Betsy con un fine sorriso. «E questo le si addice. Vedete, una stessa cosa si può considerare tragicamente e farne un tormento, come si può considerarla con semplicità e perfino con allegria. Forse voi siete incline a considerare le cose troppo tragicamente.»
«Come vorrei conoscere gli altri così come conosco me stessa,» disse Anna in modo serio e pensoso. «Sono peggiore degli altri o migliore? Io credo peggiore.»
«Enfant terrible, enfant terrible!» ripeté Betsy. «Ma eccoli qui.»
XVIII
Si udirono dei passi e una voce d'uomo, poi una voce femminile, e risate; subito dopo entrarono gli attesi invitati: Safò Stolz e un giovanotto raggiante per eccesso di salute, il nominato Vàska. Quest'ultimo, si vedeva che si era nutrito con vantaggio di carne di bue al sangue, tartufi e Borgogna. Vàska si inchinò alle signore guardandole di sfuggita, solo per un attimo. Era entrato nel salotto dietro a Safò e camminava per il salotto dietro di lei, come se a lei fosse stato legato, non ne distoglieva gli occhi scintillanti, con l'aria di volerla divorare. Safò Stolz era una bionda con gli occhi neri. Entrò a piccoli svelti passetti sugli alti tacchi delle scarpette e strinse con forza, mascolinamente, le mani alle signore.
Prima d'allora Anna non aveva mai incontrato quella nuova celebrità e fu colpita e dalla sua bellezza, dall'eccentricità a cui era spinta la sua toilette, e dall'audacia delle sue maniere. Sulla testa dei suoi (e altrui) capelli, d'un colore oro tenero, era stato fatto un tale échafaudage di pettinatura, che la sua testa eguagliava in volume il busto armoniosamente prominente e assai aperto sul davanti. Lo slancio in avanti era del resto tale che a ogni movimento si delineavano sotto il vestito le forme delle ginocchia e della parte superiore delle gambe, e veniva involontariamente da chiedersi dove, in quella ben costruita e oscillante montagna, finisse realmente il suo vero piccolo ed elegante corpo, così scoperto di sopra e così nascosto di dietro e di sotto.
Betsy si affrettò a presentarla ad Anna.
«Potete immaginarvi, per poco non schiacciavamo due soldati,» prese subito a raccontare la Stolz, ammiccando, sorridendo e tirando indietro il suo strascico che al primo momento aveva gettato troppo di lato. «Andavo con Vàska... Ah, ma voi non vi conoscete.» E Safò, pronunciato il suo cognome, presentò il giovanotto e, arrossendo, sonoramente rise del proprio sbaglio, ossia d'averlo chiamato Vàska - con una persona che non lo conosceva.
Vàska si inchinò ancora una volta ad Anna, ma non le disse nulla. Si rivolse a Safò:
«La scommessa. è perduta. Siamo arrivati prima. Pagate,» disse, sorridendo.
Safò si mise a ridere ancor più allegramente.
«Non adesso però,» disse.
«Fa niente, incasserò dopo.»
«Bene, bene. Ah sì!» improvvisamente si rivolse alla padrona di casa, «sono proprio brava... Me n'ero dimenticata... Vi ho portato un ospite. Eccolo.»
Il giovane ospite inatteso, che Safò aveva portato con sé e del quale si era dimenticata, era tuttavia un ospite così importante che, nonostante la sua giovinezza, entrambe le signore si alzarono ad accoglierlo.
Era il nuovo adoratore di Safò. Ed ora, come Vàska, le stava sempre alle calcagna.
Ben presto giunsero il principe Kalùzskij e Liza Merkàlova con Strèmov. Liza Merkàlova era una brunetta magra con un viso di pigro tipo orientale e incantevoli occhi ineffabili, come dicevano tutti. Il carattere della sua toilette (Anna subito lo notò e lo apprezzò) era perfettamente consono alla sua bellezza. Quanto Safò era brusca e concentrata, tanto Liza era morbida e rilassata.
Ma Liza, per il gusto di Anna, era molto più attraente. Betsy aveva detto di lei ad Anna che essa aveva preso il tono della bambina incosciente, ma quando Anna la vide, sentì che non era vero. Era una vera donna incosciente, corrotta, ma cara e mite. È vero che la sua maniera di comportarsi era eguale alla maniera di Safò; precisamente come per Safò, la seguivano come cuciti a lei due adoratori, uno giovane e l'altro vecchio; ma in lei c'era qualcosa che stava al di sopra di ciò che la circondava: in lei c'era il fulgore dell'acqua vera d'un brillante in mezzo ai vetri. Questo fulgore brillava dai suoi occhi incantevoli, realmente inneffabili. Lo sguardo stanco e nel contempo appassionato di quegli occhi, circondati da un cerchio scuro, colpiva per la sua assoluta sincerità. Dopo aver guardato in quegli occhi, a ognuno sembrava d'averla conosciuta tutta e, conosciutala, non poteva non amarla. Alla vista di Anna tutto il suo viso a un tratto s'illuminò di un sorriso gioioso.
«Ah, come sono contenta di vedervi!» disse, avvicinandosi a lei. «Ieri alle corse siete andata via proprio quando io volevo raggiungervi. Avevo tanta voglia di vedervi, ieri. Non è vero che è stata una cosa orribile?» disse, guardando Anna con il suo sguardo che sembrava scoprire tutta l'anima.
«Sì, non mi sarei mai aspettata che fosse così emozionante,» disse Anna, arrossendo.
In quel momento la compagnia si alzò per andare in giardino.
«Io non vengo,» disse Liza, sorridendo e sedendosi vicino ad Anna. «Neppure voi ci andate? Che voglia di giocare a croquet!»
«No, a me piace,» disse Anna.
«Ecco, ecco, come fate a non annoiarvi! A guardar voi viene l'allegria. Voi vivete mentre io mi annoio.»
«Come, vi annoiate? Se siete la più allegra compagnia di Pietroburgo,» disse Anna.
«Forse per quelli che non sono della nostra compagnia è ancora più noioso; ma per noi, per me sicuramente, non è allegro, bensì terribilmente, terribilmente noioso.»
Safò, accesa una sigaretta, andò in giardino con i due giovanotti. Betsy e Strèmov rimasero a bere il tè.
«Come, noioso?» disse Betsy. «Safò dice che loro si sono divertiti molto da voi ieri.»
«Ah, una tale melanconia!» disse Liza Merkàlova. «Dopo le corse siamo andati tutti a casa mia. E sempre gli stessi, sempre gli stessi! Siamo rimasti per tutta la sera sui divani. Che cosa c'è di divertente? No, voi come fate per non annoiarvi?» nuovamente si rivolse ad Anna. «Basta guardarvi per dire: ecco una donna che può essere felice o infelice, ma non si annoia. Insegnatemi, come fate?»
«Non faccio in nessun modo,» rispose Anna, arrossendo a quelle domande insistenti.
«Questo è appunto il miglior modo,» s'immischiò nella conversazione Strèmov.
Strèmov era un uomo sui cinquant'anni, già con molti capelli grigi ma ancor fresco, assai brutto ma con un viso espressivo e intelligente. Liza Merkàlova era una nipote di sua moglie ed egli trascorreva tutte le sue ore libere con lei. Incontrata Anna Karènina, egli che per ragioni d'ufficio era nemico di Aleksèj Aleksàndroviè, da uomo di mondo e intelligente, cercava di esser particolarmente gentile con lei, moglie del suo nemico.
«In nessun modo,» ripeté, sorridendo con finezza, «è il mezzo migliore. Io ve lo dico da un pezzo,» si rivolse a Liza Merkàlova, «che per non annoiarsi non bisogna pensare che ci si annoierà. Allo stesso modo che non bisogna pensare di non addormentarsi se si ha paura dell'insonnia. Appunto questo vi ha detto Anna Arkàdievna.»
«Sarei molto contenta di aver detto questo, perché non solo è intelligente, ma è la verità,» disse Anna sorridendo.
«No, dite, perché non ci si può addormentare e non ci si può non annoiare?»
«Per addormentarsi bisogna lavorare e per divertirsi bisogna anche lavorare.»
«Perché dovrei lavorare quando il mio lavoro non serve a nessuno? E di fingere, non sono capace e non voglio.»
«Siete incorreggibile,» disse Strèmov senza guardarla e si rivolse di nuovo ad Anna.
Incontrando di rado Anna, non poteva dirle altro che banalità, ma egli diceva queste banalità - quando sarebbe andata a Pietroburgo, come le voleva bene la contessa Lìdija Ivànovna - con un'espressione che dimostrava come desiderasse di tutto cuore esserle simpatico e darle prova della propria stima e anche di più.
Entrò Tuškèviè e annunciò che tutta la compagnia aspettava i giocatori di croquet.
«No, non andate via, per piacere,» pregò Liza Merkàlova, avendo saputo che Anna se ne andava. Strèmov si unì a lei.
«È un contrasto troppo grande,» disse, «andare dopo questa compagnia dalla vecchia Vrède. E poi, per lei sarete un'occasione per fare un po' di maldicenza, mentre qui suscitate soltanto altri sentimenti, i più buoni e opposti alla maldicenza,» le disse.
Per un momento Anna si fece pensierosa per l'indecisione. I discorsi lusinghieri di quell'uomo intelligente, l'ingenua infantile simpatia che le manifestava Liza Merkàlova e tutto quell'ambiente mondano che le era così abituale, tutto questo era così leggero, mentre l'aspettava qualcosa di tanto difficile, che per un momento fu indecisa se restare e allontanare ancora il penoso momento della spiegazione. Ma, ricordandosi che cosa l'attendeva quando fosse stata sola a casa se non prendeva nessuna decisione, ricordando quel gesto, per lei terribile anche nel ricordo, di quando si era presa per i capelli con tutt'e due le mani, si scusò e andò via.
XIX
Vrònskij, nonostante la sua vita mondana apparentemente leggera, era un uomo che odiava il disordine. Ancor giovane, nel corpo dei paggi aveva provato l'umiliazione di un rifiuto quando, cacciatosi in un imbroglio, aveva chiesto del denaro in prestito, e da allora non si era più messo neppure una volta in una situazione simile.
Per tenere sempre in ordine i propri affari, era solito isolarsi, quattro o cinque volte all'anno, più spesso o più di rado, secondo le circostanze; in queste occasioni tirava le somme e faceva il suo bilancio. Chiamava questo la resa dei conti, ovvero faire la lessive.
Svegliatosi tardi il giorno dopo le corse, senza radersi né fare il bagno, Vrònskij indossò l'uniforme e, disposti sulla tavola conti, lettere e soldi, si mise al lavoro. Petrìckij, sapendo che in simili frangenti egli era di solito di cattivo umore, destatosi e visto il compagno alla scrivania, si vestì silenziosamente e uscì senza disturbarlo.
Ogni individuo che vive in circostanze complicate, pensa che tale complicazione sia riservata a lui solo. Così pareva anche a Vrònskij. Con intimo orgoglio, e non senza fondamento, egli pensava che chiunque altro da tempo si sarebbe messo nei pasticci e sarebbe stato costretto ad agir male, trovandosi in condizioni altrettanto difficili. Vrònskij sentiva che proprio in un momento come questo per lui era necessario fare i conti e chiarire la propria situazione, se non voleva trovarsi nei pasticci.
La prima cosa a cui Vrònskij si accinse, come la più facile, furono gli affari di denaro. Copiato con la sua scrittura minuta su un foglio di carta da lettere tutto quello che doveva, tirò le somme e trovò che era debitore per diciassettemila rubli e qualche centinaio, che accantonò per chiarezza. Contati i soldi e il libretto bancario, trovò che gli restavano milleottocento rubli; sino all'anno nuovo non si prevedevano incassi. Rifatto il conto dei debiti, Vrònskij lo ricopiò suddividendolo in tre categorie. Alla prima categoria si riferivano i debiti che bisognava pagare immediatamente o per il cui pagamento bisognava in ogni caso avere i soldi pronti affinché in caso di richiesta non vi fosse un solo minuto di indugio. C'erano debiti del genere per circa quattromila rubli: millecinquecento per il cavallo e duemilacinquecento a garanzia del giovane compagno Venèvskij, che in presenza di Vrònskij aveva perduto quei soldi con un baro. Vrònskij avrebbe voluto dare i soldi già allora (perché li aveva), ma Venèvskij e Jašvìn avevano insistito per pagar loro e non Vrònskij, il quale non aveva giocato. Tutto questo era bellissimo, ma Vrònskij sapeva che in quello sporco affare, a cui egli aveva preso parte solamente con l'assumere sulla parola la garanzia di Venèvskij, gli era indispensabile aver pronti quei duemilacinquecento rubli in modo da gettarli al mascalzone e non aver più con lui nessuna discussione. Sicché per questa prima importantissima categoria bisognava avere quattromila rubli. Nella seconda categoria, di ottomila rubli, c'erano i debiti meno importanti. Erano prevalentemente debiti con la scuderia da corsa, con il fornitore d'avena e di fieno, con l'inglese, con il sellaio e così via. Per questi debiti bisognava sborsare subito un duemila rubli, per essere completamente tranquilli. L'ultima categoria di debiti: con i negozi, gli alberghi e il sarto, era tale che non occorreva pensarci.
A conti fatti, occorrevano almeno seimila rubli per le spese correnti, mentre ce n'erano soltanto milleottocento. Per una persona con centomila rubli di reddito (a tanto la gente faceva ammontare il patrimonio di Vrònskij) uno scarto come questo non doveva sembrare affatto preoccupante; ma purtroppo, in realtà lui era ben lontano dall'avere quei centomila rubli. L'immenso patrimonio paterno, che da solo dava sino a duecentomila rubli di reddito annuo, non era stato diviso fra i fratelli. Quando il fratello maggiore si era sposato, avendo un mucchio di debiti, con la principessa Vàrja Cirkòva, figlia di un decabrista, senza patrimonio alcuno, a lui Aleksèj aveva ceduto l'intero reddito dei possedimenti del padre, riservando per sé solamente venticinquemila rubli all'anno. Aleksèj aveva detto allora al fratello che questo denaro gli sarebbe bastato finché non si fosse sposato, cosa che probabilmente non sarebbe accaduta mai. E il fratello, che comandava uno dei reggimenti più dispendiosi e si era sposato da poco, non aveva potuto non accettare quel regalo. La madre, che aveva un patrimonio personale, oltre ai venticinquemila rubli pattuiti, dava annualmente ad Aleksèj altri ventimila rubli: Aleksèj li spendeva tutti. Negli ultimi tempi però, avendo litigato con lui per la sua relazione e la partenza da Mosca, la madre aveva cessato di mandargli questi soldi. Era per questo che Vrònskij, abituato a vivere con quarantacinquemila rubli, avendone ricevuti quell'anno soltanto venticinquemila, ora si trovava in difficoltà. Per uscire da queste difficoltà non poteva chiedere denaro alla madre. L'ultima lettera di lei, ricevuta la vigilia, l'aveva particolarmente irritato: in essa, la madre diceva per allusioni che lei era pronta ad aiutarlo in ogni modo a farsi strada in società e in servizio, ma non per condurre una vita che scandalizzava tutta la buona società. L'intenzione della madre di ricattarlo l'aveva offeso sino in fondo all'anima, rendendolo ancor più freddo verso di lei. Ma non poteva ritrattare la magnanima parola che lo impegnava con il fratello benché adesso sentisse, prevedendo in modo confuso che si potessero verificare certe eventualità nella propria relazione con la Karènina, che questa magnanima parola era stata detta con leggerezza e che a lui non sposato potevano occorrere tutti i centomila rubli di reddito. Ma non si poteva ritrattare. Gli bastava solo ricordare la moglie del fratello - ricordare come quella cara, gentile Vàrja cogliesse ogni occasione per fargli capire che lei era memore della sua magnanimità e l'apprezzava - per rendersi conto che non poteva riprendersi ciò che aveva dato. Ciò era altrettanto impensabile che picchiare una donna, rubare o mentire. Una sola cosa era possibile e si doveva fare, e Vrònskij vi si risolse senza un istante di esitazione: prendere dei soldi a prestito da un usuraio, diecimila rubli, cosa per la quale non vi erano difficoltà; e poi occorreva diminuire in generale le proprie spese e vendere i cavalli da corsa. Deciso ciò, scrisse subito un biglietto a Rolandàki, il quale più di una volta gli aveva proposto di comprare i suoi cavalli. Mandò inoltre a chiamare l'inglese e l'usuraio e distribuì secondo i conti i soldi di cui disponeva. Fatte queste cose, scrisse una risposta fredda e tagliente alla madre. Infine, tolti dal portafogli i tre biglietti di Anna, li rilesse, li bruciò e, ricordando la sua conversazione del giorno prima con lei, si fece pensieroso.
XX
La vita di Vrònskij era particolarmente felice perché egli aveva un proprio codice di norme, che definivano senz'ombra di dubbio ciò che si doveva e ciò che non si doveva fare. Questo codice poneva assai poche condizioni, ma in compenso le norme erano sicure, e Vrònskij, conformandosi al suo codice, non aveva mai nemmeno un istante di esitazione su ciò che doveva esser fatto. Le norme stabilivano senz'ombra di dubbio che bisognava pagare un baro, ma non obbligavano a pagare un sarto; che agli uomini non bisognava mentire, ma si poteva con le donne; che non bisognava ingannare nessuno ma un marito si poteva ingannare; che non si potevano perdonare le offese, ma che si poteva offendere, e così via. Tutte queste norme potevano essere irragionevoli, cattive, ma erano sicure; e Vrònskij, adempiendole, sentiva di esser tranquillo e di poter andare a testa alta. Solo negli ultimi tempi, a proposito dei suoi rapporti con Anna, Vrònskij aveva cominciato a sentire che il suo codice non definiva a pieno tutte le circostanze della vita, e che per l'avvenire si presentavano difficoltà e dubbi in cui Vrònskij non avrebbe più trovato un filo conduttore.
Il suo attuale atteggiamento verso Anna e il marito era per lui semplice e chiaro. Esso era definito in modo chiaro e preciso nelle norme a cui egli si atteneva.
Lei era una donna per bene, che gli aveva donato il proprio amore, e lui l'amava; quindi essa era per lui una donna degna di eguale se non maggior rispetto di una moglie legittima. Si sarebbe fatto tagliare una mano prima di permettersi non solo di offenderla con una parola, con un'allusione, ma anche semplicemente di non dimostrarle tutto il rispetto sul quale può contare una donna.
Anche i rapporti con la società erano chiari. Tutti potevano sapere, sospettare, ma nessuno doveva osar parlare. In caso contrario, egli era pronto a costringere chi avesse parlato a tacere e a rispettare l'inesistente onore della donna che amava.
I rapporti con il marito erano ancora più chiari. Poiché Anna amava Vrònskij, egli riteneva intangibile solo il proprio diritto su di lei. Il marito era soltanto una persona superflua e fastidiosa. Senza dubbio si trovava in una situazione pietosa, ma cosa ci si poteva fare? L'unica cosa cui avesse diritto il marito era di esigere soddisfazione con l'arma alla mano, e a questo Vrònskij era stato pronto sin dal primo istante.
Ma negli ultimi tempi erano apparsi rapporti nuovi, interni, fra lui e lei, i quali spaventavano Vrònskij per la loro indeterminatezza. Soltanto il giorno prima lei gli aveva annunciato di essere incinta. Ed egli aveva sentito che questa notizia, e quel che lei si aspettava da lui, richiedevano qualcosa che non era pienamente definito dal suo codice. In realtà Vrònskij era stato preso alla sprovvista, e nel primo momento, quando lei gli aveva annunciato la propria condizione, il suo cuore gli aveva suggerito l'esigenza che lei lasciasse il marito. Aveva detto questo, ma ora, riflettendo, vedeva chiaramente che sarebbe stato meglio farne a meno, e nello stesso tempo, dicendosi questo, aveva paura che ciò fosse male.
«Se ho detto di lasciare il marito, questo significa unirsi con me. Ma sono pronto a questo? Come la porterò via, adesso che non ho soldi? Supponiamo che possa provvedere... Ma come la porterò via se sono in servizio? Se ho detto questo, devo esser pronto a questo, e per questo bisogna avere soldi e dare le dimissioni.»
E rifletteva. Il problema se dare o non dare le dimissioni l'aveva condotto a un altro interesse, segreto, noto a lui solo, quasi essenziale anche se nascosto, di tutta la sua vita.
L'ambizione era un vecchio sogno della sua infanzia e giovinezza, un sogno che egli non confessava nemmeno a se stesso, ma che era così forte che anche adesso questa passione lottava con il suo amore. I suoi primi passi in società e nel servizio erano stati fortunati, ma due anni prima aveva fatto un errore grossolano. Desiderando mostrare la propria indipendenza e andare avanti, aveva rifiutato un posto che gli era stato offerto, nella speranza che questo rifiuto gli conferisse maggior pregio; risultò invece che era stato troppo audace, e venne messo da parte. Così, fattasi - volente o nolente - una fama di uomo incurante della carriera, egli la sosteneva, comportandosi in maniera assai fine e intelligente, come se non fosse adirato con nessuno, non si ritenesse da alcuno offeso e desiderasse soltanto che lo lasciassero in pace, perché era beato e contento. In sostanza, invece, sin dall'anno prima, quando era partito per Mosca, aveva cessato di esserlo. Sentiva che quella fama di uomo incurante, che potrebbe tutto ma non vuole nulla, cominciava già a sgonfiarsi, che molti cominciavano a pensare che egli in realtà non fosse capace di far nulla, fuorché essere un bravo e onesto ragazzo. La sua relazione con la Karènina, che aveva fatto tanto rumore e richiamava l'attenzione generale, dandogli nuovo splendore, aveva temporaneamente chetato in lui il tarlo dell'ambizione, ma da una settimana questo tarlo si era risvegliato con nuova forza. Un suo compagno d'infanzia, dello stesso ambiente, della stessa società, e suo compagno al corpo dei paggi, Serpuchovskòj, con il quale aveva rivaleggiato in classe, in ginnastica, in birbonate e in sogni d'ambizione, era ritornato in quei giorni dall'Asia Centrale, dopo aver ricevuto laggiù due promozioni e una ricompensa che veniva data di rado a generali così giovani.
Appena arrivato a Pietroburgo, si era cominciato a parlare di lui come di una nuova stella di prima grandezza che si levava. Coetaneo di Vrònskij e compagno di collegio, era generale e aspettava una nomina che poteva aver influenza sul corso degli affari di stato, mentre Vrònskij, benché indipendente, e brillante, e amato da una donna di gran fascino, era tuttavia soltanto un capitano al quale si concedeva di essere indipendente a suo piacimento. «Si capisce, io non invidio e non posso invidiare Serpuchovskòj, ma il suo salire mi mostra che basta aspettare il momento, e la carriera di un uomo come me può esser fatta molto presto. Tre anni fa lui era nella stessa mia condizione. Dando le dimissioni, brucerei le mie navi. Restando in servizio, non perdo nulla. Ha detto lei stessa che non vuole cambiare la propria situazione. Io, certo, con il suo amore, non posso invidiare Serpuchovskòj.» E, arricciandosi con movimento lento i baffi, si alzò dal tavolo e fece un giro per la stanza. I suoi occhi scintillavano in modo particolarmente vivace ed egli sentiva quello stato d'animo fermo, tranquillo e gioioso che lo prendeva ogni volta che la propria posizione gli diventava chiara. Tutto era, come già dopo i conti di poc'anzi, chiaro e netto. Si fece la barba, prese un bagno freddo, si vestì e uscì.
XXI
«Ti cercavo. È durato un bel po' quest'oggi il tuo bucato,» disse Petrìckij. «Be', è finito?»
«Finito,» rispose Vrònskij, sorridendo soltanto con gli occhi e arricciando le punte dei baffi con gran cautela, come se dopo l'ordine in cui erano stati messi i suoi affari, ogni movimento troppo ardito e troppo rapido potesse distruggerlo.
«Dopo, sembra sempre che tu sia venuto fuori dal bagno,» disse Petrìckij. «Vengo da Grìcka (così chiamavano il comandante del reggimento), ti aspettano.»
Senza rispondere, Vrònskij guardò il compagno pensando ad altro.
«Sì, c'è musica da lui?» disse, ascoltando i noti suoni dei bassi di cornetta, delle polche e dei valzer che gli giungevano all'orecchio. «Che festa c'è?»
«È arrivato Serpuchovskòj.»
«Aah!» disse Vrònskij, «e io non lo sapevo.»
Il sorriso brillò ancora più vivace nei suoi occhi.
Una volta deciso con se stesso che era felice del suo amore, di aver sacrificato ad esso la sua ambizione - o almeno assegnatasi questa parte - Vrònskij non poteva ormai più sentire invidia per Serpuchovskòj, né dispetto verso di lui per il fatto che, arrivato al reggimento, non era venuto da lui per primo. Serpuchovskòj era un buon amico, e lui era contento di rivederlo.
«Ah, sono molto contento.»
Il comandante del reggimento Dèmin occupava una grande casa signorile. Tutta la compagnia era nel vasto terrazzo di sotto. Nel cortile, la prima cosa che saltò agli occhi di Vrònskij furono i cantori in uniforme estiva, in piedi accanto a una piccola botte di vodka, e la sana allegra figura del comandante del reggimento circondato dagli ufficiali: uscito sul primo gradino del terrazzo, gridando più forte della musica che suonava una quadriglia di Offenbach, egli stava impartendo degli ordini e faceva gesti ai soldati che stavano in disparte. Un gruppo di soldati, di marescialli e di sottufficiali si avvicinò al terrazzo insieme con Vrònskij. Ritornato alla tavola, il comandante venne poi di nuovo avanti sulla scalinata, con una coppa in mano, e pronunciò il brindisi: «Alla salute del nostro antico compagno e valoroso generale, principe Serpuchovskòj. Urrà!»
Sorridendo, anche lui con una coppa, in mano, Serpuchovskòj avanzò da dietro il comandante.
«Tu diventi sempre più giovane, Bondarènko,» disse a un gagliardo e rubicondo maresciallo raffermato, il quale era in piedi proprio davanti a lui.
Vrònskij non vedeva Serpuchovskòj da tre anni. Con le fedine che si era lasciato crescere egli sembrava più uomo, ma era snello come prima, e come prima colpiva non tanto per la sua bellezza, quanto per la dolcezza e la nobiltà del volto e della figura. L'unico cambiamento che Vrònskij notò in lui era quel fulgore cheto e costante che si dipinge sul volto delle persone che hanno successo, e sono sicure che tale successo è riconosciuto da tutti. Vrònskij conosceva quel fulgore e lo notò subito sul viso di Serpuchovskòj.
Scendendo la scala, Serpuchovskòj vide Vrònskij. Un sorriso di gioia gli illuminò il viso. Fece un cenno in su con la testa, sollevò la coppa, salutando Vrònskij e mostrando con tale gesto che non poteva non avvicinarsi prima al maresciallo, il quale, sull'attenti, atteggiava già le labbra per il bacio.
«Ah, ecco qui anche lui!» gridò il comandante del reggimento. «E Jašvìn mi aveva detto che eri di umor nero.»
Serpuchovskòj baciò il gagliardo maresciallo sulle umide e fresche labbra e, tergendosi la bocca con il fazzoletto, si avvicinò a Vrònskij.
«Eh, come sono contento!» disse, stringendogli la mano e tirandolo in disparte.
«Occupatevi di lui!» gridò a Jašvìn il comandante del reggimento, indicando Vrònskij, e scese giù dai soldati.
«Perché non sei stato alle corse ieri? Pensavo di vederti là,» disse Vrònskij, esaminando Serpuchovskòj.
«Sono venuto, ma tardi. Perdona,» soggiunse, e si rivolse all'aiutante di campo, «per favore, ordinate di distribuire da parte mia a ognuno quel che gli tocca.»
E trasse frettolosamente dal portafogli tre banconote da cento rubli, arrossendo.
«Vrònskij! Qualcosa da mangiare, o da bere?» domandò Jašvìn. «Ehi, da' qui al conte da mangiare! E prendi, bevi.»
La baldoria dal comandante del reggimento durò un bel pezzo.
Bevvero parecchio. Portarono in trionfo e lanciarono in aria Serpuchovskòj. Poi portarono in trionfo il comandante del reggimento. Poi, davanti ai cantori, il comandante in persona ballò con Petrìckij. Infine il comandante, già piuttosto infiacchito, si sedette su una panca in cortile e cominciò a dimostrare a Jašvìn la superiorità della Russia sulla Prussia, specialmente nell'attacco di cavalleria, e la baldoria per un momento si calmò.
Serpuchovskòj entrò in casa, nel gabinetto, per lavarsi le mani e qui trovò Vrònskij; Vrònskij si stava buttando addosso dell'acqua. Toltasi l'uniforme estiva, esposto il rosso collo coperto di peli sotto il getto del rubinetto, frizionava testa e collo con le mani. Terminata l'abluzione, Vrònskij si sedette vicino a Serpuchovskòj. Erano tutti e due seduti lì su un divanetto e fra loro cominciò una conversazione assai interessante per entrambi.
«Sapevo tutto di te attraverso mia moglie,» disse Serpuchovskòj. «Sono contento che tu l'abbia vista spesso.»
«È amica dì Vàrja e sono le uniche donne di Pietroburgo che mi fa piacere incontrare,» rispose sorridendo Vrònskij. Sorrideva perché prevedeva il tema a cui si sarebbe rivolta la conversazione e ciò gli faceva piacere.
«Le uniche?» domandò a sua volta, sorridendo, Serpuchovskòj.
«E anch'io sapevo di te, ma non solo attraverso tua moglie,» disse Vrònskij, tagliando corto a quell'allusione con un'espressione severa del viso. «Sono contentissimo del tuo successo, ma per nulla stupito. Mi aspettavo anche di più.»
Serpuchovskòj sorrise. Quest'opinione su di lui gli faceva palesemente piacere, e non intendeva nasconderlo.
«Al contrario, lo confesso sinceramente, io mi aspettavo di meno. Ma sono contento, molto contento. Sono ambizioso, è il mio debole, e lo confesso.»
«Forse non lo confesseresti, se non avessi successo,» disse Vrònskij.
«Non credo,» di nuovo sorridendo, disse Serpuchovskòj. «Non dirò che non valga la pena vivere senza di questo, ma sarebbe noioso. Si capisce, può darsi che mi sbagli, ma mi sembra di avere certe capacità per la sfera di attività che ho scelto, e che nelle mie mani il potere, qualunque esso sia, se ci sarà, starà meglio che non nelle mani di molti che conosco,» disse ancora con la raggiante coscienza del successo. «E perciò quanto più mi ci avvicino, tanto più sono contento.»
«Forse è così per te, ma non per tutti. Io pensavo lo stesso, ma ecco che vivo e trovo che non vale la pena di vivere soltanto per questo,» disse Vrònskij.
«Ecco che ci siamo! Ecco che ci siamo!» disse ridendo Serpuchovskòj. «Avevo già cominciato a dire che avevo sentito parlare di te, del tuo rifiuto... Si capisce, io ti ho approvato. Ma per tutto c'è un modo. E penso che l'atto in sé sia stato buono, ma che tu non l'abbia fatto come si sarebbe dovuto.»
«Quel ch'è fatto è fatto, e tu sai che io non rinnego mai ciò che ho fatto. E poi mi trovo benissimo.»
«Benissimo per ora. Ma tu non ti accontenterai di questo. A tuo fratello non direi così. È un caro bambino, proprio come il nostro anfitrione. Eccolo!» soggiunse, prestando ascolto a un grido di «urrà», «anche lui si diverte; ma tu non ti accontenti di questo.»
«Non dico che mi accontenti.»
«E poi non si tratta solo di questo. Uomini come te sono necessari.»
«A chi?»
«A chi? Alla società. La Russia ha bisogno di uomini, ha bisogno di un partito, altrimenti tutto va e andrà alla malora.»
«Del genere del partito di Bertènev contro i comunisti russi?»
«No,» disse Serpuchovskòj, accigliandosi per il dispetto di essere sospettato d'una simile stupidaggine. «Tout ça est un blague. Questo c'è sempre stato e sempre ci sarà. Comunisti non ce ne sono. Ma gli uomini dell'intrigo hanno sempre bisogno di inventare un partito nocivo, pericoloso. È una vecchia storia. No, c'è bisogno di un partito di governo, formato di uomini indipendenti, come te e me.»
«Ma perché poi?» Vrònskij nominò alcuni uomini che detenevano il potere. «Perché loro non sarebbero persone indipendenti?»
«Solo perché non hanno o non hanno avuto dalla nascita una posizione d'indipendenza, non sono nati vicino al sole, come noi. Con il denaro o con le benevolenze si possono comperare. E per reggersi loro devono inventare una tendenza. E così si creano un'idea, una tendenza in cui loro stessi non credono, che fa del male; e tutto ciò serve loro solamente per avere una casa dallo stato e uno stipendio. Cela n'est pas plus fine que ça, quando vai a vedere nelle loro carte. Può darsi che io sia peggiore e più stupido di loro, benché non veda perché debba esser peggiore di loro. Ma io e te abbiamo certamente un importante vantaggio, che è più difficile comprarci. E uomini così sono più che mai necessari.»
Vrònskij ascoltava attentamente, ma non tanto lo interessava il contenuto in sé delle parole, quanto quell'atteggiamento di Serpuchovskòj, il quale già pensava di lottare contro il potere e in quel mondo aveva già le proprie simpatie e antipatie, mentre per lui contavano in servizio solamente gli interessi dello squadrone. Vrònskij capì anche come potesse esser forte Serpuchovskòj con la sua indubbia capacità di meditare sulle cose e di comprenderle, con la sua intelligenza e il suo dono della parola, che si incontravano così di rado nel mondo in cui egli viveva. E, per quanto se ne vergognasse, era invidioso.
«Comunque per questo mi manca una cosa essenziale,» rispose, «mi manca il desiderio del potere. C'era, ma è passato.»
«Scusami, questo non è vero,» disse Serpuchovskòj sorridendo.
«No, è vero, è vero. Almeno ora, se debbo esser sincero,» aggiunse Vrònskij.
«Sì, che sia vero adesso è un'altra cosa; ma quest'adesso non durerà sempre.»
«Può darsi,» rispose Vrònskij.
«Tu dici può darsi,» continuò Serpuchovskòj, come intuendo il suo pensiero, «e io ti dico certamente. E per questo appunto volevo vederti. Tu hai agito come bisognava. Questo lo capisco, ma non devi insistere. Ti chiedo solamente carte blanche. Io non ti proteggo... Benché, perché non dovrei anche proteggerti? Tu mi hai protetto tante volte! Spero che la nostra amicizia stia al di sopra di queste cose. Sì,» disse, sorridendogli con tenerezza, come una donna, «dammi carte blanche, esci dal reggimento e ti introdurrò senza che la cosa si noti.»
«Ma capisci, io non ho bisogno di nulla,» disse Vrònskij, «se non che tutto sia come è sempre stato.»
Serpuchovskòj si alzò e si mise dinanzi a lui.
«Tu hai detto, che tutto sia com'è sempre stato. Capisco che cosa significa questo. Ma senti: noi siamo coetanei; forse tu hai conosciuto più donne di me.» Il sorriso e i gesti di Serpuchovskòj dicevano che Vrònskij non doveva temere, che lui avrebbe sfiorato il punto dolente con delicatezza e con tatto. «Ma io sono sposato, e credi pure che, avendo conosciuto soltanto la propria moglie (come qualcuno ha scritto), se la ami, conoscerai tutte le donne meglio che se ne avessi conosciute migliaia.»
«Veniamo subito!» gridò Vrònskij a un ufficiale che si era affacciato nella stanza e li chiamava dal comandante del reggimento.
Adesso Vrònskij voleva ascoltare sino in fondo e sapere che cosa l'altro gli avrebbe detto.
«Ed eccoti la mia opinione. Le donne sono la principale pietra d'inciampo nell'attività dell'uomo. È difficile amare una donna e nello stesso tempo concludere qualcosa. Per questo c'è un solo mezzo d'amare comodamente, senza ostacoli: il matrimonio. Ma come dirti ciò che penso?» disse Serpuchovskòj, cui piacevano i paragoni. «Aspetta, vedi: è come portare un fardeau e fare nello stesso tempo qualcosa con le mani: ciò è possibile se il fardeau è legato sulla schiena; così è il matrimonio. E io ho sentito questo dopo essermi sposato. A un tratto mi si sono liberate le mani. Ma a trascinarsi questo fardeau senza il matrimonio, le mani sono così ingombre che non si può fare nulla. Guarda Mazankòv, Krùpov. Si sono rovinati la carriera per le donne.»
«Quali donne!» disse Vrònskij, ricordando la francese e l'attrice con le quali erano in relazione i due uomini nominati.
«Peggio ancora, se la donna ha una posizione salda nel mondo; peggio ancora. Allora non è più come trascinare un fardeau con le mani, ma è come strapparlo a un altro.»
«Tu non hai mai amato,» disse piano Vrònskij, guardando dinanzi a sé e pensando ad Anna.
«Può darsi. Ma ricorda ciò che ti ho detto. E ancora: le donne sono tutte più materiali degli uomini. Dell'amore noi facciamo qualcosa di immenso, mentre loro sono sempre terre-à-terre.»
«Subito, subito!» si rivolse a un domestico che era entrato. Ma il domestico non era venuto a chiamarli di nuovo, come pensavano. Portava invece un biglietto a Vrònskij.
«L'ha portato un uomo da parte della principessa Tverskàja.» Vrònskij aprì la lettera e diventò rosso.
«M'è venuto mal di testa, vado a casa,» disse a Serpuchovskòj.
«Bene, allora addio. Mi dai carte blanche?»
«Ne parleremo dopo, ti troverò a Pietroburgo.»
XXII
Erano già le cinque passate, e perciò, per arrivare in tempo e non andare con i propri cavalli, che tutti conoscevano, Vrònskij sali sulla vettura a nolo di Jašvìn e ordinò di correre il più possibile. La vecchia carrozza di piazza a quattro posti era spaziosa. Egli si sedette in un angolo, distese le gambe sul sedile davanti e si sprofondò nei suoi pensieri.
La confusa coscienza del chiarimento che aveva portato nelle sue faccende, il confuso ricordo dell'amicizia e della lusinga di Serpuchovskòj, che lo considerava un uomo indispensabile, e, soprattutto, l'attesa dell'incontro - tutto si univa in una generale impressione d'un senso gioioso della vita. Questa sensazione era così forte che senza volerlo egli sorrise. Tirò giù le gambe, mise l'una sul ginocchio dell'altra e, presala fra le mani, palpò l'elastico polpaccio della gamba contusa il giorno prima nella caduta, poi, riversandosi indietro, respirò varie volte a pieno torace.
«Bene, molto bene!» disse a se stesso. Anche prima provava sovente la sensazione gioiosa del proprio corpo, eppure mai aveva amato tanto se stesso, il proprio corpo, come adesso. Gli faceva piacere sentire quel leggero dolore nella forte gamba, gli faceva piacere avvertire il movimento dei muscoli del torace nel respiro. Quella stessa limpida e fredda giornata d'agosto, che aveva suscitato tanto scoramento in Anna, a lui sembrava eccitante e vivificante, e rinfrescava il suo viso e il suo collo scaldati dall'abluzione. Il profumo di brillantina dei suoi baffi gli pareva particolarmente piacevole in quell'aria fresca. Tutto quel che vedeva dal finestrino della carrozza, tutto, in quella fredda aria pulita, in quella pallida luce del tramonto, era fresco, allegro e forte com'era lui: e i tetti delle case, che brillavano ai raggi del sole che si abbassava, e i contorni netti degli steccati e degli angoli delle costruzioni, e le figure dei pedoni e delle vetture che ogni tanto si incrociavano, e l'immobile verde degli alberi e delle erbe, e i campi con i solchi delle patate regolarmente tracciati, e le ombre oblique che cadevano dalle case e dagli alberi e dai cespugli e dagli stessi solchi delle patate. Tutto era bello, come un grazioso paesaggio appena terminato e ricoperto di vernice.
«Vai, vai!» disse al cocchiere, sporgendosi dal finestrino, e, tolta di tasca una banconota da tre rubli, la ficcò in mano al cocchiere che si era voltato a guardarlo. La mano del cocchiere tastò qualcosa vicino al fanale, si udì il sibilo dello knut e la carrozza rotolò via veloce sul liscio selciato.
«Di niente, di niente ho bisogno, fuorché questa felicità,» pensò, guardando il pulsante d'osso del campanello nello spazio fra i due finestrini e immaginandosi Anna così come l'aveva vista l'ultima volta. «E più si va avanti, più l'amo. Ecco qui il giardino della villa governativa della Vrède. E lei qui dove sarà? Dove? Come? Perché mi ha fissato appuntamento qui e mi scrive nella lettera di Betsy?» pensò egli soltanto adesso; ma ormai non c'era più tempo per pensare. Fermò il cocchiere prima di arrivare al viale e, aperto lo sportello, saltò giù dalla carrozza in corsa e s'incamminò per il viale che conduceva alla casa. Nel viale non c'era nessuno; ma, voltatosi a guardare a destra, la vide. Il suo viso era coperto da un velo, ma egli abbracciò con uno sguardo gioioso il movimento particolare, proprio a lei sola, dell'andatura, del declinare delle spalle e della posizione della testa, e subito sentì come una corrente elettrica percorrere il proprio corpo. Con nuova forza sentì se stesso, dai movimenti elastici delle gambe al movimento dei polmoni nel respiro, e qualcosa lo solleticò sulle labbra.
Raggiuntolo, essa gli strinse con forza la mano.
«Non sei arrabbiato perché ti ho fatto venire? Per me era necessario vederti,» disse; e la piega seria e severa delle labbra, che egli vide sotto il velo, cambiò di colpo il suo stato d'animo.
«Io, arrabbiarmi? Ma come hai fatto a venire, dove andavi?»
«Fa lo stesso,» disse lei, poggiando il braccio su quello di lui, «andiamo, ho bisogno di parlarti.»
Egli capì che era successo qualcosa e che quell'incontro non sarebbe stato lieto. In sua presenza non aveva una volontà propria: senza conoscere la causa dell'ansia di lei, già sentiva che la medesima ansia involontariamente si comunicava anche a lui.
«Ma che cosa c'è? che cosa c'è?» domandava, stringendole il gomito con il braccio e sforzandosi di leggerle nel viso i pensieri.
«Ieri non ti ho detto,» cominciò lei, con un respiro rapido e pesante, «che, ritornando a casa con Aleksèj Aleksàndroviè, gli ho rivelato tutto... gli ho detto che non posso essere sua moglie, che... e gli ho detto tutto.»
Fece qualche passo in silenzio, facendosi coraggio, e a un tratto si fermò.
Lui l'ascoltava, involontariamente chinandosi con tutto il corpo, quasi con questo desiderando alleviarle il peso della sua situazione. Ma non appena lei ebbe detto questo, egli a un tratto si raddrizzò e il suo viso assunse un'espressione fiera e severa.
«Sì, sì, è meglio, mille volte meglio! Capisco com'era penoso,» disse.
Ma lei non ascoltava le sue parole, lei leggeva i suoi pensieri nell'espressione del viso. Lei non poteva sapere che l'espressione del suo viso si riferiva al primo pensiero venuto in mente a Vrònskij: l'inevitabilità del duello. A lei non era mai passata per la testa l'idea di un duello e perciò interpretò diversamente quell'effimera espressione di severità.
Ricevuta la lettera dei marito, Anna già sapeva nel profondo dell'anima che tutto sarebbe rimasto come prima e che lei non avrebbe avuto la forza di sacrificare la propria posizione, di abbandonare il figlio e di unirsi con l'amante. Il mattino trascorso dalla principessa Tverskàja l'aveva rafforzata ancor più in quest'idea. Tuttavia l'incontro con Vrònskij era per lei straordinariamente importante. Sperava che quest'incontro avrebbe cambiato la loro situazione e l'avrebbe salvata. Se davanti a quella notizia lui le avesse detto in modo deciso, appassionato, senza un momento di esitazione: «Lascia tutto e fuggi con me», lei avrebbe abbandonato il figlio e sarebbe andata via con lui. Ma quella notizia non produsse in lui quel che essa si aspettava: lui pareva soltanto offeso da qualcosa.
«Non mi era affatto penoso. È avvenuto da sé,» disse con irritazione, «ed ecco...» e tirò fuori dal guanto la lettera del marito.
«Capisco, capisco,» la interruppe lui, dopo aver preso la lettera, cercando di calmarla senza leggerla, «io desideravo una cosa sola, una cosa sola chiedevo: rompere questa situazione per consacrare la mia vita alla tua felicità.»
«Perché mi dici questo?» disse lei. «Posso forse dubitare di questo? Se ne dubitassi...»
«Chi sta venendo qui?» disse a un tratto Vrònskij, indicando due signore che venivano alla loro volta. «Può darsi che ci conoscano», e frettolosamente si diresse verso un viottolo laterale, trascinandola con sé.
«Ah, per me fa lo stesso!» disse lei. Le sue labbra tremarono. E a lui sembrò che gli occhi di lei, di sotto il velo, lo guardassero con una strana cattiveria. «Ti dico che non si tratta di questo, di questo io non posso dubitare; ma ecco che cosa lui mi scrive. Leggi.» Essa si fermò di nuovo.
Di nuovo, come al primo momento, di fronte alla notizia della sua rottura con il marito, Vrònskij, leggendo la lettera, si abbandonò senza volerlo a quell'espressione naturale che suscitava in lui il pensiero dei suoi rapporti con il marito offeso. Ora, mentre aveva fra le mani la sua lettera, senza volerlo si immaginava la sfida che probabilmente quel giorno stesso o l'indomani avrebbe trovato a casa, e persino il duello, durante il quale, con la medesima espressione fredda e orgogliosa che aveva anche adesso sul viso, dopo aver sparato in aria, egli si sarebbe esposto allo sparo del marito offeso. E, a questo punto, gli balenò nella testa ciò che gli aveva detto poco prima Serpuchovskòj e che egli stesso aveva pensato la mattina: che era meglio non legarsi. E sapeva di non poter esprimere a lei questo pensiero.
Letta la lettera, sollevò gli occhi su di lei, e nel suo sguardo non c'era fermezza. Essa capì subito che lui aveva già pensato a questo prima, fra sé. Sapeva che, qualunque cosa egli le avesse detto, non avrebbe detto tutto quel che pensava. E capì che la sua ultima speranza era fallita. Non era ciò che si aspettava.
«Vedi che uomo è,» disse con voce tremante, «lui...»
«Perdonami, ma io sono contento di questo,» la interruppe Vrònskij. «Per amor di Dio, lasciami finire di parlare,» aggiunse, supplicandola di dargli il tempo di spiegare le proprie parole. «Sono contento, perché questo non può, non può assolutamente rimanere così come lui presume.»
«Perché non può?» proferì Anna, trattenendo le lacrime ed evidentemente non attribuendo ormai più alcun significato a ciò che egli avrebbe detto. Essa sentiva che la sua sorte era decisa.
Vrònskij voleva dire che dopo il duello, secondo lui inevitabile, quello stato di cose non poteva continuare, ma disse altro.
«Non può continuare. Spero che adesso lo lascerai. Io spero,» egli si confuse e arrossì, «che tu mi permetterai di organizzare e di pensare alla nostra vita. Domani...» fu per cominciare.
Lei non lo lasciò finire.
«E mio figlio?» gridò. «Vedi che cosa scrive? Bisogna lasciarglielo, e io non posso e non voglio far questo.»
«Ma in nome di Dio, che cos'è meglio? Lasciare il figlio o continuare questa situazione umiliante?»
«Situazione umiliante per chi?»
«Per tutti, e più di tutto per te.»
«Tu dici umiliante... non dire questo. Queste parole per me non hanno senso,» disse essa con voce tremante. Ora non voleva che lui dicesse una cosa non vera. Le rimaneva soltanto l'amore di lui e lei voleva amarlo. «Devi capire che per me, dal giorno che ho cominciato ad amarti, tutto è cambiato. Per me c'è una cosa sola: il tuo amore. Se è mio, mi sento così in alto, così salda, che per me nulla può essere umiliante. Sono orgogliosa della mia situazione, perché... orgogliosa che... orgogliosa...» Non finì di dire di che cosa fosse orgogliosa. Lacrime di vergogna e di disperazione le soffocarono la voce. Si fermò e scoppiò in singhiozzi.
Anch'egli sentì che qualcosa gli veniva su verso la gola, gli dava solletico al naso, e per la prima volta in vita sua si sentì vicino a piangere. Non avrebbe saputo dire che cosa precisamente l'avesse commosso tanto; aveva pietà di lei e sentiva che non poteva aiutarla, e nello stesso tempo sapeva di esser la causa dell'infelicità di lei, di aver fatto qualcosa di male.
«Non è forse possibile il divorzio?» disse debolmente. Senza rispondere, essa scosse la testa. «Non si può prendere forse il figlio e lasciare lui?»
«Sì, ma tutto questo dipende da lui. Adesso devo tornare da lui,» disse essa in modo asciutto. Il suo presentimento che tutto sarebbe rimasto come prima non l'aveva ingannata.
«Martedì sarò a Pietroburgo e tutto si risolverà.»
«Sì,» disse essa. «Ma non parliamo più di questo.»
La carrozza di Anna, che lei aveva mandato via ordinando che si trovasse al cancello del giardino della Vrède, si accostò. Anna si congedò da lui e andò a casa.
XXIII
Il lunedì c'era la solita seduta della commissione del 2 giugno. Aleksèj Aleksàndroviè entrò nella sala della seduta, salutò come al solito i membri e il presidente, e si sedette al suo posto, posando le mani sulle carte preparate dinanzi a lui. Nel numero di quelle carte c'erano anche le informazioni che gli occorrevano e l'abbozzo di schema della dichiarazione che si proponeva di fare. Del resto, le informazioni non gli erano neppure necessarie. Ricordava tutto e non gli occorreva neanche ripetersi nella memoria ciò che avrebbe detto. Sapeva che quando fosse venuto il momento e si fosse trovato davanti l'avversario, il quale si sarebbe sforzato invano di dare al proprio viso un'espressione indifferente, il suo discorso sarebbe fluito da solo meglio di quanto l'avrebbe potuto preparare adesso. Sentiva che il contenuto del suo discorso era così grande, che ogni sua parola avrebbe avuto un significato. Frattanto, ascoltando la solita relazione, aveva l'aria più innocente e inoffensiva. Nessuno avrebbe pensato, guardando le sue mani bianche dalle vene gonfie, che con le lunghe dita tastavano così delicatamente entrambi i bordi del foglio di carta bianca che gli stava davanti, e la sua testa china da un lato con un'espressione di stanchezza, che di lì a poco dalle sue labbra sarebbero fluite parole che avrebbero suscitato una terribile tempesta, indotto i membri a gridare interrompendosi l'un l'altro, e il presidente a esigere il rispetto dell'ordine. Quando la relazione fu finita, con la sua voce tranquilla e sottile Aleksèj Aleksàndroviè annunciò che aveva da comunicare alcune sue considerazioni sulla questione della sistemazione degli allogeni. L'attenzione si rivolse su di lui. Aleksèj Aleksàndroviè tossì e, senza guardare il proprio avversario ma scegliendo, come faceva sempre quando doveva pronunciare un discorso, la prima persona che gli sedeva di fronte - un piccolo vecchietto pacifico che non aveva mai un'opinione propria - cominciò a esporre le proprie considerazioni. Quando si arrivò alla legge fondamentale e organica, l'avversario saltò su e cominciò a replicare. Strèmov, pure lui membro della commissione e pure lui toccato nel vivo, cominciò a giustificarsi; ne venne fuori una seduta tempestosa; Aleksèj Aleksàndroviè trionfò e la sua proposta fu accolta; furono nominate tre nuove commissioni e il giorno dopo in un certo ambiente di Pietroburgo non si parlò d'altro che di questa seduta. Il successo di Aleksèj Aleksàndroviè fu persino maggiore di quello che egli si aspettava.
Il mattino dopo, di martedì, Aleksèj Aleksàndroviè, svegliandosi, ricordò con soddisfazione la vittoria del giorno prima e non poté non sorridere, benché desiderasse sembrare indifferente, quando il direttore della cancelleria, desiderando adularlo, gli riferì le voci che gli erano giunte su quanto era accaduto in commissione.
Occupato con il direttore della cancelleria, Aleksèj Aleksàndroviè dimenticò completamente che quel giorno era martedì, il giorno da lui fissato per l'arrivo di Anna Arkàdievna, e fu meravigliato e spiacevolmente sorpreso quando il domestico venne ad annunciargli l'arrivo di lei.
Anna era arrivata a Pietroburgo la mattina presto; in seguito a un suo telegramma le era stata mandata la carrozza e perciò Aleksèj Aleksàndroviè doveva sapere del suo arrivo. Ma quando lei arrivò non andò a riceverla. Le dissero che egli non era ancora uscito e stava lavorando con il direttore della cancelleria. Lei fece dire al marito che era arrivata, passò nel proprio studio e cominciò a disfare i bagagli, aspettando che egli venisse da lei. Ma passò un'ora ed egli non venne. Lei uscì in sala da pranzo con il pretesto di dare disposizioni e parlava forte apposta, aspettandosi che lui venisse lì; ma egli non uscì, benché lei avesse udito che era venuto sino alla porta dello studio per accompagnare il direttore della cancelleria. Lei sapeva che d'abitudine egli sarebbe andato via presto per recarsi in ufficio, e voleva vederlo prima per definire i loro rapporti.
Fece un giro per sala e si diresse da lui con risolutezza. Quando entrò nello studio, egli era seduto davanti a un piccolo tavolo sul quale appoggiava i gomiti, e guardava tristemente davanti a sé, con l'uniforme d'ufficio indosso, evidentemente pronto a uscire. Lei lo vide prima che egli vedesse lei, e capì che pensava a lei.
Appena la vide, egli fece per alzarsi, cambiò idea, poi la sua faccia si fece di fiamma, cosa che Anna non aveva mai veduto prima, e rapidamente si alzò e le andò incontro, guardando non negli occhi di lei, ma più in alto, sulla fronte e la pettinatura. Le si avvicinò, la prese per mano e la pregò di sedersi.
«Sono molto lieto che siate arrivata,» disse, sedendosi accanto a lei, e, palesemente desiderando dir qualcosa, incespicò. Varie volte volle cominciar a parlare, ma si fermava. Quantunque, preparandosi a quell'incontro, lei si fosse studiata di disprezzarlo e di accusarlo, non sapeva che cosa dirgli e aveva compassione di lui. E così il silenzio si protrasse abbastanza a lungo.
«Serëža sta bene?» disse egli e, senza aspettare la risposta, aggiunse: «Oggi non pranzerò a casa; ora devo uscire.»
«Io volevo andare a Mosca,» disse lei.
«No, avete fatto molto, molto bene a venire,» disse egli e di nuovo tacque.
Vedendo che lui non riusciva a riprendere il discorso, cominciò lei.
«Aleksèj Aleksàndroviè,» disse, scrutandolo e non abbassando gli occhi sotto lo sguardo di lui fisso sulla pettinatura, «io sono una donna colpevole, sono una donna cattiva, ma sono quella che ero prima, quella che vi avevo detto allora, e sono venuta per dirvi che io non posso cambiare niente.»
«Io non vi ho chiesto questo,» disse a un tratto egli, guardandola direttamente negli occhi con decisione e con odio, «così appunto supponevo.» Sotto l'influsso dell'ira era evidentemente di nuovo padrone di tutte le sue facoltà. «Ma, come allora vi ho detto e vi ho scritto,» prese a dire con voce tagliente e sottile, «ripeto adesso che io non sono tenuto a saperlo. Io ignoro questo. Non tutte le mogli sono così brave come voi da affrettarsi a comunicare una così piacevole notizia ai mariti.» Egli accentuò in modo particolare la parola piacevole. «Io ignoro questo finché il mondo non lo sa, finché il mio nome non è disonorato. Quindi vi avverto che i nostri rapporti devono essere quali sono sempre stati, e che solo nel caso che voi vi compromettiate dovrò prendere provvedimenti per tutelare il mio onore.»
«Ma i nostri rapporti non possono essere quali sono sempre stati,» con voce timida cominciò a dire Anna, guardandolo spaventata.
Quando essa aveva visto di nuovo quei gesti tranquilli e aveva udito quella voce acuta, infantile e canzonatoria, la repulsione per lui aveva distrutto in lei la compassione di poco prima; essa aveva ora soltanto paura, ma voleva a qualunque costo chiarire la propria posizione.
«Io non posso essere vostra moglie, quando...» fece per cominciare.
Egli si mise a ridere d'un riso cattivo e gelido.
«Si vede che il genere di vita che avete scelto si è riflesso sulle vostre idee. Io rispetto e disprezzo talmente sia l'uno che l'altro... rispetto il vostro passato e disprezzo il presente... che ero lontano dall'interpretazione che voi avete dato delle mie parole.»
Anna sospirò e abbassò la testa.
«Del resto, non capisco come, facendo mostra di tanta libertà come voi fate,» continuò egli, scaldandosi, «dichiarando apertamente al marito la vostra infedeltà e non trovando in ciò, a quanto sembra, nulla di riprovevole, riteniate riprovevole l'adempimento del vostro dovere di moglie nei riguardi del marito.»
«Aleksèj Aleksàndroviè! Che cosa volete da me?»
«Voglio non incontrare qui quell'uomo e che voi vi comportiate in modo che né il mondo né la servitù possano accusarvi... che voi non lo vediate. Mi pare che non sia molto. E, in compenso di questo, godrete dei diritti di una donna onesta senza adempierne i doveri. Ecco tutto quello che ho da dirvi. Adesso devo andar via. Non pranzo a casa.»
Si alzò e si diresse verso la porta. Anche Anna si alzò. Inchinandosi in silenzio, egli la fece, passare avanti.
XXIV
La notte trascorsa da Lèvin sul covone di fieno non passò per lui invano: l'azienda che mandava avanti gli divenne odiosa e perse per lui qualsiasi interesse. Nonostante il magnifico raccolto, non c'erano mai stati o almeno mai gli era parso che ci fossero stati tanti insuccessi e tante ostilità fra lui e i contadini come in quell'anno; e la causa degli insuccessi e di questa ostilità ora gli era perfettamente comprensibile. Il lavoro fatto in compagnia dei contadini gli aveva lasciato un ricordo bellissimo, e lo aveva avvicinato a loro; al contatto con i contadini, aveva cominciato a invidiare la loro vita, a desiderare di vivere come loro; e nel corso di quella famosa notte, questo proponimento, prima vago come un sogno, si era trasformato in un progetto preciso, i cui particolari d'attuazioni aveva cominciato a meditare. Come conseguenza di tutti questi pensieri, l'opinione di Lèvin sulla proprietà che conduceva mutò radicalmente: finì tutto l'interesse che portava prima ad essa, e comprese che alla base di tutta la questione c'era un suo atteggiamento sbagliato verso i contadini. Le mandrie di vacche selezionate, tutte come la Pava; una buona terra grassa, arata in profondità, i nove campi eguali con i giunchi piantati tutt'attorno, le novanta desjatìny ben concimate, le semine fatte a file regolari, e così via, tutto questo sarebbe stato magnifico se fosse stata opera soltanto di lui, o di lui assieme ai suoi compagni, persone a cui fosse legato da amicizia e simpatia. Ma adesso vedeva chiaramente (e molto lo aveva aiutato a raggiungere questa chiarezza il libro sull'agricoltura a cui stava lavorando, in cui l'elemento principale dell'azienda era il lavoratore), vedeva chiaramente che l'azienda che egli conduceva era soltanto una crudele e testarda lotta fra lui e i lavoratori, dove da una parte, dalla sua parte, c'era una costante, tesa aspirazione a rifare tutto secondo un modello considerato il migliore, e dall'altra parte, invece, c'era l'ordine naturale delle cose. E in tale lotta egli vedeva che, anche con il massimo sforzo da parte sua, e senza alcuno sforzo e neppure intenzione dall'altra parte, si otteneva solamente che l'azienda non andava avanti e si sciupavano del tutto inutilmente magnifici attrezzi, un magnifico bestiame, e la terra. Principalmente, poi, non soltanto andava perduta del tutto inutilmente l'energia a ciò rivolta, ma egli non poteva non sentire, adesso che il senso della sua azienda gli si era messo a nudo, che il fine della sua energia era il più indegno. In sostanza, in che cosa consisteva la lotta? Lui teneva a ogni suo soldo (e non poteva non tenerci, perché bastava che allentasse un poco l'attenzione, e gli sarebbero mancati i soldi per pagare gli operai), e loro tenevano soltanto a lavorare in maniera tranquilla e piacevole, ossia com'erano abituati a fare. Lui aveva interesse che ogni lavoratore rendesse il più possibile, che non si distraesse, che non rompesse i vagli, i rastrelli a cavalli, o le trebbiatrici, che riflettesse a quello che faceva; il lavoratore, invece, voleva lavorare nel modo più gradevole possibile, con respiro, e, soprattutto, senza preoccupazione e lasciandosi andare, senza pensare. Quell'estate Lèvin si era reso conto di ciò ad ogni passo. Aveva mandato a falciare del trifoglio per il fieno, scegliendo le desjatiny cattive, dove erano cresciute la gramigna e l'artemisia, che non servivano per le sementi, e gli avevano falciato senza distinzione le migliori desjatìny da sementi, giustificandosi col dire che così aveva ordinato l'amministratore; poi lo consolavano dicendo che il fieno sarebbe stato ottimo; ma lui sapeva che ciò era avvenuto perché falciare quelle desjatìny era più facile. Aveva mandato una essiccatrice a ventilare il fieno e l'avevano rotta ai primi giri, perché il contadino si infastidiva di sedere a cassetta sotto le ventole che si agitavano sopra di lui. E gli avevano detto: «Favorite non inquietarvi, le donne sparnazzeranno alla svelta.» Gli aratri si erano rivelati inadatti, perché il conducente si era dimenticato di abbassare il dentale, e volendo andare troppo in fretta estenuava i cavalli e rovinava la terra; e anche in questo caso, lo avevano pregato di stare tranquillo. I cavalli li lasciavano andare sul frumento, perché nessun lavoratore voleva fare il guardiano notturno e, nonostante l'ordine di non fare una cosa simile, i lavoratori si davano il turno per la guardia di notte, e Vànka, dopo aver lavorato tutto il giorno, si era addormentato e aveva confessato il suo peccato dicendo: «Come volete voi.» Avevano avvelenato le tre migliori vitelle, lasciandole andare a pascolare, senza abbeverarle, sul guaime del trifoglio, e poi si erano rifiutati di ammettere che si fossero gonfiate per il trifoglio, e per consolarlo gli avevano raccontato che al vicino erano morti centoventi capi in tre giorni. Tutto ciò non avveniva perché qualcuno volesse male a Lèvin o alla sua azienda; al contrario, lui sapeva che gli volevano bene, che lo consideravano un signore «alla buona» (il che era la più alta lode); ma solamente perché loro volevano lavorare allegramente e senza pensieri, e gli interessi suoi non soltanto erano per loro estranei e incomprensibili, ma fatalmente contrapposti ai loro più legittimi interessi. Già da molto tempo Lèvin sentiva scontento per il proprio atteggiamento verso la azienda. Vedeva che la sua barca faceva acqua, ma non trovava e non cercava la falla, forse ingannando volutamente se stesso. Adesso però non poteva più ingannarsi. L'azienda che conduceva era diventata per lui non solo priva di interesse, ma odiosa, ed egli non poteva più occuparsene.
A questo si aggiungeva inoltre la presenza, a trenta verste da lui, di Kitty Šèerbàckaja, che egli voleva e non poteva vedere. Dàrija Aleksàndrovna Oblònskaja, quando era stato da lei, lo aveva invitato ad andare: andarci per rinnovare la sua proposta alla sorella, che, come lei aveva fatto capire, ora l'avrebbe accolta. Lo stesso Lèvin, vista Kitty Šèerbàckaja, aveva capito di non aver cessato d'amarla; ma non poteva andare dagli Oblònskij sapendo che lei era là. Il fatto di averle presentato una proposta e di averne avuto un rifiuto poneva fra lei e lui una barriera insormontabile. «Io non posso chiederle di esser mia moglie soltanto perché lei non può essere la moglie di colui che voleva,» si diceva fra sé. Il pensiero di questo lo rendeva freddo e ostile verso di lei. «Non avrei la forza di parlare con lei senza un sentimento di rimprovero, di guardarla senza rancore, e lei mi odierebbe ancora di più, come del resto deve essere. E poi, come posso ora, dopo ciò che mi ha detto Dàrija Aleksàndrovna, andare da loro? Posso forse fingere d'ignorare quello che lei mi ha detto? E ci andrei con magnanimità: a perdonare, a farle la grazia. Io, di fronte a lei, nella parte di chi perdona e la degna del proprio amore!... Perché Dàrija Aleksàndrovna mi ha detto questo? Avrei potuto vederla per caso e allora tutto sarebbe accaduto da sé, ma adesso questo è impossibile, impossibile!»
Dàrija Aleksàndrovna gli mandò un biglietto, chiedendogli una sella da signora per Kitty. «Mi hanno detto che voi avete una sella,» scriveva. «Spero che la porterete voi stesso.»
Questo poi non lo poteva sopportare. Come poteva, una donna intelligente e delicata umiliare così la sorella! Scrisse dieci biglietti e li stracciò tutti e mandò la sella senza rispondere. Scrivere che ci sarebbe andato non poteva, perché non poteva andarci; scrivere che non poteva andarci perché qualcosa glielo impediva o perché partiva, sarebbe stato ancor peggio. Mandò la sella senza la risposta e, con la coscienza d'aver fatto qualcosa di vergognoso, subito il giorno dopo, consegnata tutta l'azienda, che gli era divenuta odiosa, nelle mani dell'amministratore, decise di recarsi dal suo amico Svijàžskij, che abitava in un distretto lontano e lo aveva pregato di andare a trovarlo e a stare un po' con lui, in realizzazione d'un antico progetto. Era il distretto di Sùrov, dove c'erano magnifiche paludi da beccaccini reali, che da tempo tentavano Lèvin; a causa delle faccende dell'azienda, egli aveva sempre rimandato questo viaggio. Adesso invece era contento di allontanarsi dalla vicinanza degli Šèerbàckij e soprattutto dall'azienda, e poi per andare a caccia, che in tutte le amarezze era sempre stata per lui la consolazione migliore.
XXV
Per andare nel distretto di Sùrov non c'era strada ferrata né postale e Lèvin viaggiava con cavalli propri in tarantàs.
A mezza strada si fermò per custodire i cavalli presso un contadino ricco. Il vecchio calvo, arzillo, con una larga barba rossa, canuta sulle guance, aprì il portone addossandosi allo stipite per lasciar passare il tiro a tre. Dopo aver indicato al cocchiere un posto sotto una tettoia in un grande cortile nuovo, pulito e ben curato, dove c'erano degli aratri di legno bruciacchiati, il vecchio invitò Lèvin nella stanza buona dell'isba. Una giovane donna pulitamente vestita, con gli zoccoli ai piedi scalzi, era china a strofinare il pavimento del vestibolo. Essa si spaventò del cane che era corso dietro Lèvin e mandò un grido, ma subito rise del proprio spavento una volta saputo che il cane non l'avrebbe toccata. Indicata a Lèvin con il braccio nella manica rimboccata la porta della stanza, chinandosi nascose di nuovo il suo bel viso e continuò a lavare.
«Volete il samovàr?» domandò.
«Sì, per piacere.»
La stanza era grande, con una stufa olandese e un tramezzo. Sotto le icone c'erano una tavola ornata di disegni, una panca e due sedie. All'entrata c'era un armadietto con le stoviglie. Le imposte erano chiuse, c'erano poche mosche e tanta pulizia che Lèvin si preoccupò che Làska, la quale lungo la strada aveva corso e si era bagnata nelle pozzanghere, non insudiciasse il pavimento, e le indicò un posto in angolo vicino alla porta. Dopo aver guardato la stanza, Lèvin uscì nel cortile dietro la casa. La graziosa giovane donna in zoccoli corse innanzi a lui a prendere l'acqua al pozzo facendo dondolare i secchi vuoti sulla stanga.
«Spicciati!» le gridò dietro allegramente il vecchio e si avvicinò a Lèvin. «Allora, signore, andate da Nikolàj Ivànoviè Svijàžskij? Anche lui fa qualche volta una capatina da noi,» cominciò, ciarliero, appoggiandosi con i gomiti alla ringhiera della scaletta d'ingresso.
Nel mezzo del racconto del vecchio a proposito della sua conoscenza con Svijàžskij il portone cigolò di nuovo e nel cortile entrarono i lavoratori che venivano dai campi con gli aratri di legno e gli erpici. I cavalli attaccati agli aratri e agli erpici erano ben pasciuti e di grossa taglia. I lavoratori erano evidentemente gente di famiglia: due erano giovani, con camicie d'indiana e berretti; gli altri due erano salariati, con camicie di canapa, uno vecchio e l'altro quasi ancora ragazzo. Allontanandosi dall'ingresso, il vecchio si avvicinò ai cavalli e si accinse a staccarli.
«Che cosa hanno arato?» domandò Lèvin.
«Hanno arato per patate. Pure noi teniamo un po' di terra. Tu, Fedòt, il castrato non lasciarlo andare, ma mettilo alla mangiatoia; ne attaccheremo un altro.»
«Allora, babbo, quei vomeri che avevo ordinato di prendere, li ha portati?» domandò il giovane robusto, di alta statura, evidentemente figlio del vecchio.
«Ne... nella slitta,» rispose il vecchio, arrotolando ad anello le redini che aveva tolto e gettandole a terra. «Metti in ordine intanto che pranzano.»
La graziosa giovane donna attraversò il vestibolo con i secchi pieni che le facevano tendere le spalle. Apparvero da qualche parte altre contadine: alcune giovani e belle, altre di mezza età, e anche delle brutte vecchie, con bambini e senza bambini.
Il samovàr cominciò a brontolare; gli operai e i familiari, governati i cavalli, andarono a pranzare. Lèvin, prese dalla vettura le sue provviste, invitò il vecchio a bere il tè con lui.
«Macchè, oggi s'è già bevuto,» disse il vecchio, palesemente accettando con piacere la proposta., «Ma se è per farvi compagnia...»
Prendendo il tè, Lèvin venne a sapere tutta la storia dell'azienda del vecchio. Dieci anni prima il vecchio aveva preso in affitto centoventi desjatìny da una possidente e l'anno precedente le aveva comprate, affittandone altre trecento da un possidente vicino. Una piccola parte della terra, la più cattiva, la dava in affitto, mentre circa quaranta desjatìny di campi le arava lui stesso con la sua famiglia e due lavoratori salariati. Il vecchio si lagnava che l'azienda andava male. Ma Lèvin capiva che si lagnava solo per decoro e che la sua azienda prosperava. Se fosse andata male, non avrebbe comprato terra a centocinque rubli, non avrebbe dato moglie a tre figli e a un nipote, non avrebbe ricostruito due volte dopo gli incendi, e sempre meglio e meglio. Nonostante le lagnanze del vecchio, si vedeva che egli era giustamente orgoglioso del proprio benessere, orgoglioso dei propri figli, del nipote, delle nuore, dei cavalli, delle mucche, e specialmente del fatto che l'azienda prosperava. Dalla conversazione con il vecchio Lèvin seppe che egli non era restio alle innovazioni. Aveva seminato molte patate, e le sue patate, che Lèvin aveva visto arrivando, già sfiorivano e cominciavano a allegare, mentre da Lèvin appena cominciavano a fiorire. Le patate le arava con l'«aratra», come egli chiamava l'aratro preso in prestito dal possidente. Seminava frumento. Il piccolo dettaglio che, sarchiando la segale, il vecchio nutriva della segale sarchiata i cavalli, colpì particolarmente Lèvin. Quante volte, vedendo quell'ottimo mangime che andava perduto, Lèvin avrebbe voluto raccoglierlo; eppure questo risultava sempre impossibile. Dal, contadino questo invece si faceva ed egli non si stancava di lodare quel foraggio.
«È un lavoro da donnette. Loro portano i mucchi sulla strada e il carro va a prenderli.»
«E da noi possidenti, invece, con i lavoratori va sempre male,» disse Lèvin, porgendogli il bicchiere con il tè.
«Grazie,» rispose il vecchio; prese il bicchiere, ma rifiutò lo zucchero, indicando la zolletta avanzata che già aveva rosicchiato. «E come si fa a mandar avanti la faccenda con i lavoratori?» disse. «Una rovina. Ecco, prendiamo pure gli Svijàžskij. Noi sappiamo che terra è la sua: bella come un papavero, eppure mica può vantarsi tanto del raccolto. Tutta incuria!»
«Ma tu non fai andare l'azienda con i lavoratori?»
«Noi si fa da contadini. A tutto si arriva da soli. Se uno è cattivo, via; ce la sbrighiamo anche da soli.»
«Babbo, Finogèn ha detto che occorre del catrame,» disse entrando la donna con gli zoccoli.
«Proprio così, signore!» disse il vecchio alzandosi, si segnò lentamente e a lungo, ringraziò Lèvin e uscì.
Quando Lèvin entrò nell'isba da lavoro per chiamare il cocchiere, vide tutti gli uomini della famiglia a tavola. Le donne servivano in piedi. Un figlio giovane e robusto, con la bocca piena di kàša, raccontava qualcosa di buffo, e tutti ridevano, e, in maniera particolarmente gaia, la donna con gli zoccoli che scodellava gli šcì nella tazza.
Può darsi bene che il bel viso della donna con gli zoccoli avesse molto contribuito all'impressione di buon ordine prodotta su Lèvin da quella casa di contadini, ma quell'impressione era così forte che Lèvin non riusciva a distaccarsene. E, per tutta la strada dal vecchio sino a Svijàžskij, a ogni minima occasione si ricordava di quest'azienda familiare, come se qualcosa in quella sua impressione richiedesse ancora una particolare attenzione.
XXVI
Svijàžskij era maresciallo della nobiltà nel suo distretto. Era più vecchio di Lèvin di cinque anni e ammogliato da tempo. Nella sua casa viveva una giovane cognata, ragazza molto simpatica a Lèvin. E Lèvin sapeva che Svijàžskij e sua moglie desideravano molto dargli in moglie quella ragazza. Lo sapeva con certezza, come sempre lo sanno i giovanotti «ammogliabili», benché non si sarebbe mai deciso a dir questo a nessuno; e sapeva altresì che, quantunque egli volesse sposarsi, quantunque, in base a tutti i dati, quella ragazza molto attraente dovesse essere una magnifica moglie, la possibilità di sposarsi con lei, anche se non fosse stato innamorato di Kitty Šèerbàckaja, era altrettanto piccola che quella di volarsene in cielo. E questa consapevolezza gli avvelenava il piacere che sperava di avere dalla visita da Svijàžskij.
Ricevuta la lettera di Svijàžskij con l'invito per la caccia, Lèvin aveva pensato subito a questo, e tuttavia aveva deciso che simili mire di Svijàžskij su di lui erano soltanto una sua supposizione su nulla fondata e che perciò ci sarebbe egualmente andato. Inoltre, nel fondo dell'anima aveva voglia di mettere se stesso alla prova, di misurarsi di nuovo nei riguardi di quella ragazza. La vita domestica degli Svijàžskij era poi sommamente piacevole e Svijàžskij stesso, il miglior tipo di amministratore pubblico della provincia che Lèvin conoscesse, era sempre straordinariamente interessante per Lèvin.
Svijàžskij era una di quelle persone, per Lèvin sempre sorprendenti, il cui modo di ragionare, assai coerente, anche se mai libero da pregiudizi, va per conto suo, mentre l'esistenza, straordinariamente definita e ferma nel suo indirizzo, va per la propria strada, in modo del tutto indipendente e quasi sempre opposto al modo di ragionare. Svijàžskij era un uomo straordinariamente liberale. Disprezzava la nobiltà e considerava la maggior parte dei nobili come segreti sostenitori della schiavitù, che non si manifestavano come tali solo per timidezza. Considerava la Russia un paese in rovina, sul genere della Turchia, e il governo della Russia così cattivo, che non si permetteva mai neppure di criticarne seriamente gli atti; nel contempo teneva al suo rango ed era un maresciallo della nobiltà esemplare: in viaggio si metteva sempre il berretto con la coccarda e l'orlo rosso. Egli supponeva che una vita da uomini fosse possibile soltanto all'estero, dove si recava a stare ogni volta che poteva; nel contempo conduceva in Russia un'azienda domestica assai complicata e perfezionata, e con straordinario interesse seguiva e sapeva tutto ciò che accadeva in Russia. Considerava il contadino russo come un gradino intermedio nell'evoluzione dalla scimmia all'uomo; intanto, alle elezioni provinciali, più volentieri di tutti stringeva la mano ai contadini e ne ascoltava le opinioni. Non credeva né al diavolo né all'acqua santa, ma si preoccupava molto del problema di migliorare la vita del clero e di ridurre le parrocchie, e si era battuto inoltre perché nel suo villaggio potesse restare la chiesa.
Nella questione femminile era dalla parte dei più estremisti sostenitori della completa libertà delle donne e in particolare dei loro diritti al lavoro, ma con la moglie viveva in modo tale che tutti ammiravano la loro concorde vita familiare senza figli, e aveva organizzato la vita di sua moglie in modo che essa non faceva né poteva fare nulla eccetto che preoccuparsi, in comune con il marito, di come meglio e più gaiamente passare il tempo.
Se Lèvin non avesse avuto la qualità di vedere le persone dal, lato migliore, il carattere di Svijàžskij non avrebbe presentato per lui nessuna difficoltà né problema; si sarebbe detto: uno sciocco o un briccone, e tutto sarebbe stato chiaro. Ma egli non poteva dire uno sciocco, perché Svijàžskij era indubbiamente una persona non solo molto intelligente, ma molto colta, e che portava la sua cultura con insolita semplicità. Non c'era materia che non conoscesse, ma mostrava il suo sapere solamente quando vi era costretto. Ancor meno Lèvin avrebbe potuto dire che era un briccone, perché Svijàžskij era senza dubbio una persona onesta, buona, intelligente, che faceva allegramente, vivacemente e sistematicamente un lavoro molto apprezzato da tutti quelli che lo circondavano, e di certo non faceva e non poteva fare coscientemente niente di male.
Lèvin cercava di capire e non capiva, e guardava sempre a lui e alla sua vita come a un enigma vivente.
Erano molto amici e perciò Lèvin cercava di interrogare Svijàžskij, di arrivare al fondo della sua visione della vita; ma il tentativo andava sempre a vuoto. Ogni volta che Lèvin si sforzava di penetrare oltre le porte, aperte per tutti, delle stanze da ricevimento della mente di Svijàžskij, notava che Svijàžskij era leggermente turbato; nel suo sguardo si esprimeva uno spavento appena percettibile, come se temesse che Lèvin lo capisse troppo, e opponeva una bonaria e gaia resistenza.
Adesso, dopo la sua delusione per l'azienda, era particolarmente gradito a Lèvin lo stare un po' da Svijàžskij. In primo luogo, la vista di quei due colombi felici, contenti di sé e di tutti, e del loro nido ordinato, gli produceva un effetto rallegrante; ora poi, che era così scontento della propria esistenza, desiderava più che mai scoprire il segreto di Svijàžskij, cos'era che gli dava tanta chiarezza, precisione e allegria nella vita. Lèvin sapeva inoltre che da Svijàžskij avrebbe visto i vicini proprietari terrieri, e lo interessava particolarmente parlare, ascoltare quei discorsi sul raccolto, l'ingaggio dei lavoratori e così via che, Lèvin lo sapeva, erano di solito considerati volgari e trascurabili, ma che ora sembravano a Lèvin molto importanti. «Può darsi che queste cose non fossero importanti al tempo della servitù della gleba, o che non siano importanti in Inghilterra. In entrambi i casi le circostanze sono chiare e definite, ed è forse inutile parlarne; ma da noi, oggi che tutto questo è in pieno rivolgimento ed ha appena cominciato ad assestarsi, la questione di come le cose potranno andare a posto è l'unica questione importante in Russia,» pensava Lèvin.
La caccia si rivelò peggiore di quanto Lèvin si aspettasse. La palude si era prosciugata e di beccacce non ce n'erano affatto. Camminò per tutta la giornata e portò solamente tre capi, ma portò in compenso, come sempre dalla caccia, un eccellente appetito, un ottimo umore e quell'eccitazione mentale, che sempre in lui si accompagnava a un intenso moto fisico. Anche a caccia, nei momenti in cui sembrava che non pensasse a nulla, che è che non è, gli veniva in mente il vecchio con la sua famiglia, e questo pensiero pareva richiedere da lui non solo attenzione, ma anche la soluzione di qualcosa che vi era connesso.
La sera, davanti al tè, in presenza di due proprietari terrieri venuti per certi affari di tutele, si annodò proprio quell'interessante conversazione che Lèvin si aspettava.
Lèvin sedeva al tavolo da tè accanto alla padrona di casa e doveva condurre la conversazione con lei e con la cognata che gli stava di fronte. La padrona era una donna dalla faccia rotonda, bionda e non alta, tutta splendente di fossette e di sorrisi. Attraverso di lei Lèvin cercava di carpire la soluzione di quell'enigma per lui importante rappresentato da suo marito; ma non aveva piena libertà di pensieri, perché si sentiva tormentosamente a disagio. Si sentiva tormentosamente a disagio perché di fronte a lui sedeva la cognata, con un vestito speciale che gli sembrava messo apposta per lui, con una speciale scollatura a trapezio sul seno bianco; quella scollatura quadrangolare, benché il seno fosse molto bianco, o specialmente perché era molto bianco, privava Lèvin della libertà di pensiero. Probabilmente sbagliando, egli si immaginava che quella scollatura fosse stata fatta per lui e non si reputava in diritto di guardarla e si sforzava di non guardarla; ma sentiva di essere colpevole già solo per questo, che la scollatura era stata fatta. A Lèvin sembrava di ingannare qualcuno, di dover spiegare qualcosa, ma che questo qualcosa non si poteva in alcun modo spiegare, e perciò continuamente arrossiva, era inquieto e goffo. La sua goffaggine si comunicava anche alla leggiadra cognata. Ma la padrona sembrava che non se ne accorgesse e facesse apposta a trascinarla nella conversazione.
«Voi dite,» continuò la padrona nel discorso incominciato, «che a mio marito non può interessare tutto quello che è russo. Al contrario, all'estero lui è allegro, ma mai come qui. Qui si sente nel suo mondo. Ha tanto da fare, e poi riesce ad interessarsi di tutto. Ah, non siete stato nella nostra scuola?»
«Ho visto... È una casetta coperta d'edera?»
«Sì, è opera di Nàstja,» disse essa, indicando la sorella.
«Insegnante anche voi?» domandò Lèvin, cercando di non guardare la scollatura, ma sentendo che dovunque guardasse, avrebbe sempre visto la scollatura.
«Sì, ho insegnato anch'io e insegno, ma abbiamo un'ottima insegnante. Abbiamo introdotto anche la ginnastica.»
«No, grazie, non voglio più tè,» disse Lèvin e, sentendo di fare un atto scortese, ma non avendo più la forza di continuare quella conversazione, diventando rosso, si alzò. «Sento un discorso molto interessante,» soggiunse, e si avvicinò all'altra estremità della tavola, dove sedeva il padrone di casa con i due possidenti. Svijàžskij era seduto di fianco alla tavola; con un braccio appoggiato sul gomito faceva ruotare la tazza, con l'altro raccoglieva nel pugno la sua barba, la portava sino al naso e la lasciava di nuovo ricadere, come se l'annusasse. Con gli occhi neri scintillanti guardava in faccia un possidente con i baffi bianchi che si scaldava, e palesemente si divertiva ai suoi discorsi. Il possidente si lagnava del popolo. Lèvin vedeva chiaramente che Svijàžskij aveva una risposta pronta alle lamentele del possidente, tale da distruggere d'un colpo tutto il senso del suo discorso, ma che per la sua posizione non poteva dare quella risposta e ascoltava non senza piacere il comico discorso del suo interlocutore.
Il possidente con i baffi grigi era evidentemente un incallito schiavista, un perpetuo abitante della campagna, fanatico proprietario terriero. Questi segni Lèvin li scorgeva nell'abito: un soprabito fuori moda, logoro, visibilmente inconsueto per un possidente, e nei suoi occhi intelligenti, accigliati, e nella fluida parlata russa, e nel tono imperioso, evidentemente assimilato per lunga esperienza, e nei gesti decisi delle grandi e belle mani abbronzate con il solo vecchio anello nuziale nell'anulare.
XXVII
«Se pur non dispiacesse abbandonare quel che s'è avviato... fatiche se n'è messe molte... pianterei tutto in asso, venderei, me ne andrei, come Nikolàj Ivànyè... a sentir La bella Elena,» disse il possidente con un sorriso piacevole che illuminava la sua vecchia faccia intelligente.
«Eppure non l'abbandonate,» disse Nikolàj Ivànoviè Svijàzskii, «dunque c'è il tornaconto.»
«L'unico tornaconto è che vivo in casa mia, non è roba comprata, affittata. E poi si spera sempre che il popolo metta la testa a posto. Perché, ci credete, è ubriachezza, dissolutezza! Si sono divisi tutto, non c'è un cavallo, una vaccherella. Crepa di fame, ma prendetelo a salario come lavoratore: s'ingegnerà di nuocervi e poi mandarvi pure dal giudice conciliatore.»
«In compenso anche voi lo denuncerete al giudice conciliatore,» disse Svijàžskij.
«Io, denunciarlo? Per nulla al mondo! Si faranno tali discorsi che c'è poco da rallegrarsi della denunzia! Ecco, alla fabbrica, hanno preso l'acconto e se la sono svignata. E che ha fatto il giudice conciliatore? Li ha assolti. Tutto sta ancora in piedi per merito del tribunale del distretto e dell'anziano. Lui li bastona all'uso antico. Ma se mancasse questo, pianta pure tutto! Scappa in capo al mondo!»
Evidentemente il proprietario stuzzicava Svijàžskij, eppure Svijàžskij non solo non si arrabbiava, ma visibilmente si divertiva.
«Eppure noi mandiamo avanti la nostra azienda senza queste misure,» disse, sorridendo, «io, Lèvin, loro.»
Egli indicò l'altro possidente.
«Sì, da Michaìl Petroviè le cose vanno avanti, ma domandategli un po' come. È forse un'azienda razionale?» disse il proprietario, facendo evidente sfoggio della parola «razionale».
«La mia azienda è semplice,» disse Michaìl Petroviè. «Ringrazio Dio. La mia azienda è tutta qui, che sian pronti i soldini per le tasse d'autunno. Vengono i contadini: babbino, padre, salvaci! Be', tutti i miei vicini sono contadini, dispiace. Be', gliene dai per il primo terzo, solo che gli dici: ricordate, ragazzi, io vi ho aiutato, aiuterete pure voi quando ce ne sarà bisogno: la semina dell'avena, la raccolta del fieno, la mietitura, e così si discute quanto debbono dare per la tassa. Ce ne sono che non hanno coscienza neanche fra loro, è la verità.»
Lèvin, che conosceva da un pezzo questi procedimenti patriarcali, scambiò un'occhiata con Svijàžskij e interruppe Michaìl Petroviè rivolgendosi di nuovo al possidente con i baffi grigi.
«Sicché voi come la pensate?» domandò, «come bisogna mandare avanti oggi l'azienda?»
«Ma come per l'appunto fa Michaìl Petroviè: o darla a mezzadria oppure affittarla ai contadini; questo si può, solo che in questa maniera si distrugge la ricchezza generale dello stato. Dove la terra da me rendeva nove con il lavoro dei servi della gleba e una buona amministrazione, a mezzadria rende tre. L'emancipazione ha rovinato la Russia!»
Svijàžskij guardò Lèvin con gli occhi che sorridevano e gli fece persino un cenno ironico appena percettibile; ma Lèvin non trovava ridicole le parole del possidente; le capiva più di quanto non le capisse Svijàžskij. Molto di ciò che disse ancora il possidente, dimostrando perché la Russia era rovinata dall'emancipazione, gli parve persino assai vero, e per lui nuovo e incontestabile. Il possidente evidentemente esprimeva il proprio pensiero, cosa che succede così di rado, e per di più un pensiero al quale non era stato portato dal desiderio di occupare in qualche modo l'intelletto ozioso, ma un pensiero che era nato dalle circostanze della sua vita, che egli aveva covato nella sua solitudine campagnola e meditato da tutti i lati.
«La questione, vedete, sta nel fatto che ogni progresso si compie solo d'autorità,» disse egli, evidentemente desiderando mostrare che non era alieno dall'istruzione. «Prendete le riforme di Pietro, di Caterina, di Alessandro. Prendete la storia europea. Tanto più il progresso nella vita agricola. Anche la patata, essa pure è stata introdotta da noi con la forza. Neppure con l'aratro di legno si è arato sempre. Anch'esso è stato introdotto, forse ai tempi dei principati, ma certamente l'hanno introdotto con la forza. Ora, nella nostra epoca, con la servitù della gleba noi possidenti mandavamo avanti l'azienda con i perfezionamenti: essiccatoi, vagli, concimaie, e tutti gli strumenti, tutto introducevamo grazie alla nostra autorità, e i contadini dapprima si opponevano e poi ci imitavano. Adesso, con la distruzione del sistema della servitù della gleba, ci hanno tolto il potere, e la nostra agricoltura, dove era stata portata a un alto livello, deve abbassarsi al più selvaggio stato primordiale. Così la vedo io.»
«Ma perché mai? Se è razionale, la potete condurre con l'affitto,» disse Svijàžskij.
«Ma se non ho il potere! Con chi mai posso condurla? permettetemi di domandare.»
«Eccola, la forza lavoratrice, il principale elemento dell'economia», pensò Lèvin.
«Con i lavoratori.»
«I lavoratori non vogliono lavorare bene, lavorare con buoni strumenti. Il nostro lavoratore sa fare una cosa sola: ubriacarsi come un maiale, e rovinare tutto ciò che gli date. Abbevera i cavalli al punto di farli scoppiare, una bardatura buona la rompe, una ruota cerchiata ve la cambia e se la vende per bere, nella macchina per la battitura ci getta un perno per romperla. Lo disgusta vedere tutto quello che non è alla sua portata. Per questo si è abbassato tutto il livello dell'agricoltura. Le terre sono abbandonate, si sono coperte di assenzio o sono distribuite ai contadini, e dove producevano un milione, producono qualche centinaio di migliaia di stai di grano; la ricchezza generale è diminuita. Se avessero fatto lo stesso, ma tenendo conto...»
Ed egli cominciò a sviluppare il suo piano di emancipazione nel quale venivano eliminati tutti questi inconvenienti.
Questo a Lèvin non interessava, ma, quando ebbe finito, Lèvin ritornò alla sua prima tesi e, rivolgendosi a Svijàžskij e cercando di indurlo a esprimere un'opinione seria, disse:
«Il fatto che il livello dell'agricoltura si abbassi e che, dati i nostri rapporti con i lavoratori, non vi sia la possibilità di condurre un'azienda in modo vantaggiosamente razionale, è perfettamente vero.»
«Io non trovo,» ribatté ormai seriamente Svijàžskij, «io vedo soltanto che noi non sappiamo condurre un'azienda e che, al contrario, l'agricoltura che conducevano con la servitù della gleba anziché troppo elevata, era troppo bassa. Non abbiamo macchine, né buone bestie da lavoro, né una vera amministrazione, e non sappiamo nemmeno fare i conti. Domandate a un possidente: non sa che cosa gli convenga e che cosa non gli convenga.»
«Contabilità all'italiana,» disse ironicamente il possidente. «In qualunque modo fai i conti, quando ti rovinano tutto, non c'è mai guadagno.»
«Perché rovinano? Una cattiva macchina per battere, la vostra piccola battitrice russa, la spaccano, ma la mia macchina a vapore non la spaccano. Un ronzino russo, di razza da tiro, di quelli da trascinar per la coda, ve lo rovinano, ma adoperate dei percesi o almeno dei veri cavalli da tiro, mica li rovineranno. E così tutto. Bisogna che solleviamo l'azienda a un livello più alto.»
«Ma ci fossero i mezzi, Nikolàj Ivànyè! Voi state bene, ma io che devo mantenere un figlio all'università, mandare i piccoli al ginnasio, i percesi io non li posso acquistare.»
«Ma per questo ci sono le banche.»
«Perché mi vendano all'asta le ultime cose? No, grazie!»
«Io non sono d'accordo che si debba e si possa alzare ancor più il livello dell'azienda domestica,» disse Lèvin. «Io mi occupo di questo e ho i mezzi, ma non ho potuto fare niente. Le banche non so a chi siano utili. Almeno per ciò che mi riguarda, in, qualunque cosa abbia speso i denari nell'azienda, è sempre stato in perdita: il bestiame, perdita; le macchine, perdita.»
«Questa è la verità,» confermò il possidente con i baffi grigi, persino ridendo dalla soddisfazione.
«E io non sono il solo,» continuò Lèvin, «io mi appello a tutti i proprietari che mandano avanti razionalmente la proprietà; tutti, fuorché rare eccezioni, mandano avanti la proprietà in perdita. Ebbene, diteci un po', come va la vostra azienda, rende?» disse Lèvin e subito, nello sguardo di Svijàžskij, notò quella fuggevole espressione di spavento che vi notava ogni volta che tentava di penetrare oltre le stanze da ricevimento della sua mente.
Oltre tutto, questa domanda da parte di Lèvin non era del tutto onesta. Al tè la padrona gli aveva detto poco prima che quell'estate loro avevano fatto venire da Mosca un tedesco esperto di computisteria, il quale per cinquecento rubli di compenso aveva verificato i conti della loro azienda e aveva trovato che aveva tremila rubli e rotti di perdita. Lei non si ricordava la somma precisa, ma sembrava che il tedesco avesse fatto i conti sino al centesimo.
Sentendo parlare dei profitti dell'azienda di Svijàžskij, il possidente sorrise, evidentemente sapendo quale potesse essere il guadagno del maresciallo di nobiltà e suo vicino.
«Forse non rende,» rispose Svijàžskij. «Questo dimostra solamente che io sono un cattivo padrone o che spendo il capitale per aumentare la rendita.»
«Ah, la rendita!» esclamò Lèvin con stizza. «Forse esiste la rendita in Europa, dove la terra è diventata migliore per il lavoro che vi si è investito, ma da noi tutta la terra diventa peggiore con il lavoro che vi si investe, cioè la isteriliscono; dunque non c'è rendita.»
«Come non c'è rendita? È una legge.»
«Allora noi siamo fuori della legge; la rendita per noi non spiega nulla, anzi, al contrario, confonde. No, ditemi piuttosto, come la teoria della rendita può essere...»
«Volete del latte cagliato?» Màša, mandaci qua del latte cagliato o dei lamponi,» disse, rivolgendosi alla moglie. «Quest'anno i lamponi sono molto in ritardo sulla stagione.»
E, nella più piacevole disposizione d'animo, Svijàžskij si alzò e si allontanò, evidentemente supponendo che la conversazione fosse finita proprio nel punto in cui a Lèvin pareva appena incominciare.
Perduto un interlocutore, Lèvin continuò la conversazione con il possidente, cercando di dimostrargli che tutta la difficoltà veniva dal fatto che si volevano ignorare le peculiarità, le abitudini del nostro lavoratore; ma il proprietario terriero, come tutte le persone che pensano in modo elementare e solitario, era duro a capire l'altrui pensiero e particolarmente affezionato al proprio. Insisteva a dire che il contadino russo è un porco e ama la porcheria e che, per farlo uscire dal suo stato di maiale, ci vuole autorità, mentre non ce n'è; ci vuole il bastone, mentre siamo diventati così liberali che tutt'a un tratto abbiamo rimpiazzato il nostro millenario bastone con gli avvocati e le prigioni, con il che contadini puzzolenti e buoni a nulla vengono nutriti di buona zuppa e si calcolano per loro i metri cubi d'aria.
«Perché mai pensate,» diceva Lèvin, cercando di ritornare alla questione, «che non si possa stabilire un rapporto tale con i lavoratori per cui il lavoro diventi produttivo?»
«Con il popolo russo questo non sarà mai! Non c'è autorità,» rispose il possidente.
«Come si possono trovare nuove condizioni?» disse Svijàžskij, che aveva mangiato del latte cagliato, aveva acceso una sigaretta e si era nuovamente avvicinato a quelli che discutevano. «Tutti i possibili rapporti con la forza lavoratrice sono ormai stati definiti e studiati,» disse. «Un residuo di barbarie: la comunità primitiva con la mutua garanzia, si disgrega da sé; la servitù della gleba si è distrutta, rimane solamente il lavoro libero, e le sue forme sono definite e bell'e pronte, e bisogna prenderle. Il giornaliero, il bracciante, il fittavolo, e di qui non si esce.»
«Ma l'Europa è scontenta di queste forme.»
«Scontenta e ne cerca di nuove. E le troverà, probabilmente.»
«Ed è proprio questo che io dico,» rispose Lèvin. «Perché non cercare anche noi da parte nostra?»
«Perché è la stessa cosa che inventare di nuovo i metodi per la costruzione delle ferrovie. Sono pronti, già inventati.»
«Ma se non ci convengono, se sono stupidi?» disse Lèvin.
E daccapo egli notò un'espressione di spavento negli occhi di Svijàžskij.
«Sì, questo: avremo vinto, avremo trovato quel che cerca l'Europa! Tutto questo lo so, ma, scusatemi, voi conoscete tutto quello che è stato fatto in Europa a proposito della questione dell'organizzazione degli operai?»
«No, male.»
«Questa questione adesso occupa le migliori menti d'Europa. La tendenza di Schulze-Delizsch. Poi tutta quell'enorme letteratura sulla questione operaia, la tendenza più liberale di Lassalle... L'organizzazione di Mühlhausen è già un fatto, probabilmente lo sapete.»
«Ne ho un'idea, ma molto confusa.»
«No, lo dite soltanto; probabilmente conoscete tutto questo non peggio di me. o, si capisce, non sono un professore di sociologia, ma questo mi ha interessato, e, davvero, se vi interessa, occupatevene.»
«Ma a che cosa sono arrivati?»
«Mi scuso...»
I possidenti si alzarono, e Svijàžskij, avendo di nuovo fermato Lèvin mentre si accingeva a oltrepassare, secondo la sua spiacevole abitudine, la stanza da ricevimento della sua mente, andò ad accompagnare gli ospiti.
XXVIII
Lèvin quella sera si annoiava in modo insopportabile con le signore: come mai prima lo agitava il pensiero che la scontentezza che egli provava per la sua azienda non era una sua situazione eccezionale, ma uno stato d'animo generale in Russia, e che la creazione di rapporti con i lavoratori tali che essi fossero spinti a lavorare come da quel contadino dal quale si era fermato a metà strada, non era un sogno, ma un compito che era necessario risolvere. E gli sembrava che questo problema si potesse risolvere e che si dovesse tentare di farlo.
Dopo aver salutato le signore e promesso di rimanere ancora l'indomani per tutta la giornata, per andare insieme a cavallo a vedere una frana nel bosco demaniale, prima di coricarsi Lèvin passò nello studio del padrone di casa per prendere dei libri sulla questione operaia, che Svijàžskij gli aveva offerto. Lo studio di Svijàžskij era un'immensa stanza, ammobiliata con armadi pieni di libri e con due tavoli: una massiccia scrivania, che stava in mezzo alla stanza, e un altro rotondo, coperto degli ultimi numeri di giornali e riviste in varie lingue, disposti a raggiera intorno a una lampada. Vicino alla scrivania c'era una scansia con cassetti contrassegnati da etichette dorate e contenenti pratiche di vario genere.
Svijàžskij tirò fuori i libri e si sedette in una sedia a dondolo.
«Che cosa state guardando?» disse a Lèvin che si era fermato accanto al tavolo rotondo e sfogliava le riviste.
«Ah, sì, lì c'è un articolo molto interessante,» disse ancora a proposito della rivista che Lèvin teneva in mano. «Risulta,» soggiunse con allegra animazione, «che il principale responsabile della divisione della Polonia non fu affatto Federico. Risulta...»
E con la chiarezza che gli era propria raccontò in breve quelle nuove scoperte, molto importanti e interessanti. Benché Lèvin fosse soprattutto preso dal pensiero dell'azienda, ascoltando il padrone di casa, si, domandò: «Che cosa si cela in lui? E perché, perché gli interessa la divisione della Polonia?» Quando Svijàžskij finì, senza volerlo Lèvin domandò: «E allora?» Ma non c'era nulla. D'interessante c'era soltanto che «risultava». Svijàžskij tuttavia non spiegò e non ritenne necessario spiegare perché ciò lo interessava.
«Sì, mi ha molto interessato il possidente arrabbiato,» disse Lèvin dopo aver sospirato. «È intelligente e ha detto molte cose vere.»
«Ah, andate un po'! Un incallito sostenitore segreto della servitù della gleba, come tutti loro!» disse Svijàžskij.
«Dei quali voi siete il capo...»
«Sì, solo che io li capeggio dall'altra parte,» disse ridendo Svijàžskij.
«Ecco che cosa mi interessa molto,» disse Lèvin, «Lui ha ragione che la nostra impresa, e cioè un'azienda razionale, non va, che va soltanto l'azienda di tipo usuraio, come da quell'altro bonaccione, oppure la più semplice. Di chi è la colpa?»
«Noi stessi, si capisce. E poi non è vero che non vada. Da Vasìlèikov va.»
«Una fabbrica...»
«Tuttavia non so che cosa vi sorprenda. Il popolo è a un livello così basso di sviluppo materiale e morale che, evidentemente, deve opporsi a tutto ciò che gli è estraneo. In Europa l'agricoltura razionale va, perché il popolo è istruito; dunque, da noi bisogna istruire il popolo, ecco tutto.»
«Ma come istruire il popolo?»
«Per istruire il popolo occorrono tre cose: scuole, scuole e scuole.»
«Ma avete detto voi stesso che il popolo è a un infimo livello di sviluppo materiale. Come possono esser qui d'aiuto le scuole?»
«Sapete, voi mi ricordate la storiella dei consigli al malato: "Dovreste provare un purgante." "Me l'hanno dato: peggio." "Provate le sanguisughe." "Hanno provato: peggio." "Be', allora non vi resta che pregare Dio." "Hanno provato: peggio." E così succede fra noi. Io dico: economia politica; voi dite: peggio. Io dico: socialismo; peggio. Istruzione; peggio.»
«Ma come possono esser d'aiuto le scuole?»
«Gli daranno altri bisogni.»
«Questo poi non l'ho mai capito,» obiettò Lèvin con calore. «Voi dite: le scuole, l'istruzione gli daranno nuovi bisogni. Tanto peggio, perché non sarà in grado di soddisfarli. E in qual modo la conoscenza dell'addizione e della sottrazione e del catechismo lo aiuteranno a migliorare la propria condizione materiale io non riesco a capirlo. L'altro ieri sera ho incontrato una contadina con un lattante e le ho domandato dove andasse. Lei mi dice: "Sono andata dalla mammana, il bambino piangeva sempre, così l'ho portato a curare." Ho domandato cosa avesse fatto la mammana. "Mette il bambino sul trespolo con le galline e borbotta qualcosa."»
«Ecco, vedete, lo dite voi stesso! Perché lei non porti a far curare il bambino che piange sul trespolo occorre...» disse Svijàžskij sorridendo allegramente.
«Ah, no!» disse Lèvin con dispetto, «questa cura per me è soltanto una similitudine della cura del popolo mediante le scuole. Il popolo è povero e incolto, noi vediamo questo così chiaramente come la contadina si rende conto che se il bambino piange non sta bene. Ma in che modo contro questo male, la povertà e l'ignoranza, siano d'aiuto le scuole, non è meno incomprensibile dell'azione che le galline sul trespolo possono esercitare sul bambino. Bisogna rimediare al fatto per cui esso è povero.»
«Be', in questo almeno voi andate d'accordo con Spencer, che pure amate così poco; anche lui dice che l'incivilimento risulta dal benessere, da una vita confortevole, dai frequenti lavacri, come dice lui, non dal saper leggere e far di conto...»
«Bene, ecco cosa vi dico: sono molto contento o, al contrario, molto scontento d'andar d'accordo con Spencer; solo che questo lo so da tempo. Le scuole non sono d'aiuto, ma è d'aiuto un sistema economico in cui il popolo sia più ricco, in cui vi sia più tempo libero; allora ci saranno anche le scuole.»
«Ma in tutta l'Europa adesso le scuole sono obbligatorie.»
«E voi come la vedete, siete d'accordo in questo con Spencer?»
Ma negli occhi di Svijàžskij balenò un'espressione di spavento, ed egli disse sorridendo:
«No, quella storia del bambino che piange è magnifica! Ma l'avete sentita proprio voi?»
Lèvin vide che non avrebbe comunque trovato il nesso fra la vita di quell'uomo e le sue idee. Evidentemente era per lui perfettamente indifferente a che cosa lo portasse il suo ragionamento; gli occorreva soltanto il processo del ragionamento. E gli dispiaceva quando il processo del ragionamento lo portava in un vicolo cieco. Solo questo non gli piaceva e ne rifuggiva portando il discorso su qualcosa di gradevolmente allegro.
Tutte le impressioni di quel giorno, a cominciare dall'impressione del contadino a metà strada, che era servita da base fondamentale a tutte le impressioni e i pensieri della giornata, avevano fortemente agitato Lèvin. Quel caro Svijàžskij che si teneva i pensieri solo per uso pubblico, ed evidentemente aveva chi sa quali altre basi di vita, per Lèvin misteriose, e che nello stesso tempo, con tantissima altra gente, dirigeva l'opinione pubblica mediante idee che gli erano estranee; quel possidente rabbioso che aveva perfettamente ragione nei suoi argomenti suggeriti dalla vita, ma che aveva torto nella sua esasperazione contro un'intera classe, contro la migliore classe della Russia; la personale scontentezza per la propria attività e la confusa speranza di trovare un rimedio a tutto ciò - tutto questo si fondeva in una sensazione di interiore angoscia e di attesa d'una soluzione vicina.
Rimasto nella stanza che gli era stata assegnata, coricato su un saccone a molle, che inaspettatamente lo faceva saltare a ogni movimento di un braccio o di una gamba, Lèvin per molto tempo non dormì. Nessuno dei discorsi con Svijàžskij, benché costui avesse detto molte cose intelligenti, aveva interessato Lèvin; ma gli argomenti del possidente esigevano un esame. Lèvin senza volerlo ricordava tutte le sue parole e correggeva nella propria immaginazione ciò che gli aveva risposto.
«Sì, dovevo dirgli: voi affermate che la nostra agricoltura non va, perché il contadino odia tutti i perfezionamenti e questi si debbono introdurre d'autorità; ma se l'agricoltura non andasse affatto senza questi perfezionamenti, voi avreste ragione; essa però va e va solamente dove l'operaio agisce, conformemente alle proprie abitudini, come da quel vecchio a metà strada. La vostra e nostra comune insoddisfazione per l'agricoltura dimostra che la colpa è nostra, e non dei lavoratori. Già da tempo noi spingiamo a modo nostro, all'europea, senza domandarci quali siano le peculiarità della manodopera. Proviamo a vedere nella manodopera non una forza lavoratrice ideale, ma il contadino russo con i suoi istinti, e organizziamo conformemente a ciò l'azienda. Immaginatevi,» avrei dovuto dirgli, «che la vostra azienda vada avanti come quella del vecchio, che voi abbiate trovato il mezzo di interessare gli operai al successo del lavoro e abbiate introdotto quel minimo di perfezionamenti che anche loro ammettono; ecco che, senza impoverire il terreno, voi riceverete il doppio, il triplo rispetto a prima. Dividete a metà, date la metà alla forza lavoratrice; la differenza che vi rimarrà sarà maggiore, e anche alla forza lavoratrice ne toccherà di più. Ma per far questo bisogna abbassare il livello dell'azienda e interessare gli operai al successo dell'azienda. Come far questo è una questione di dettagli, ma è fuor di dubbio che questo è possibile.»
Questo pensiero mise Lèvin in profonda agitazione. Non dormì una buona metà della notte, meditando sui dettagli per mettere in atto il suo pensiero. Non aveva avuto intenzione di partire l'indomani, ma ora decise che, di buon mattino sarebbe partito per tornare a casa. Per di più, quella cognata con il vestito scollato suscitava in lui una sensazione simile alla vergogna e al pentimento per un'azione cattiva. L'importante era che aveva bisogno di partire senza rimandare: doveva fare in tempo a proporre ai contadini il nuovo progetto prima che si seminasse il grano invernale, in modo da seminare già secondo i nuovi principi. Aveva deciso di riorganizzare in modo radicalmente nuovo l'intera azienda.
XXIX
L'attuazione del piano di Lèvin presentava molte difficoltà, ma egli si batté con quanta forza aveva ed ottenne, se pur non quello che desiderava, tuttavia almeno di poter credere senza ingannarsi che l'impresa valesse la fatica che costava. Una delle principali difficoltà era che l'azienda già procedeva, che non si poteva fermare tutto e ricominciare tutto daccapo, ma bisognava riassestare la macchina mentre era in moto.
Quando, la sera stessa che arrivò a casa, comunicò all'amministratore i suoi progetti, con evidente soddisfazione l'amministratore fu d'accordo con quella parte del discorso la quale dimostrava che quanto era stato fatto sino allora era assurdo e non conveniente. L'amministratore disse che lui lo diceva da un pezzo, ma che non volevano ascoltarlo. Quanto alla proposta fattagli da Lèvin, di prender parte come consocio, insieme con i lavoratori, all'economia aziendale, l'amministratore espresse solamente un grande scoraggiamento e nessuna opinione precisa, ma si mise subito a parlare della necessità di trasportare l'indomani gli ultimi covoni di segale e di mandare a fare la seconda aratura, sicché Lèvin sentì che non era il momento di affrontare la cosa.
Parlando della stessa cosa con i contadini e facendo delle proposte di affitto delle terre a nuove condizioni, si imbatté egualmente nella difficoltà che essi erano così presi dal lavoro corrente della giornata, che non avevano tempo di pensare ai vantaggi e agli svantaggi dell'iniziativa.
L'ingenuo contadino Ivàn il Vaccaro sembrava aver perfettamente capito la proposta di Lèvin, di partecipare con la sua famiglia ai guadagni della stalla, ed era pienamente favorevole all'iniziativa. Ma, quando Lèvin prendeva a descrivere i vantaggi futuri, il viso di Ivàn esprimeva l'ansia e il rammarico di non poter restare ad ascoltare tutto sino in fondo, ed egli si affrettava a trovarsi qualche occupazione che non ammetteva indugio: o afferrava la forca per finire di gettar fuori il fieno dal recinto dei bestiame, o si metteva a versare acqua o ad ammucchiare il letame.
Un'altra difficoltà consisteva nell'invincibile riluttanza dei contadini a credere che lo scopo del padrone potesse essere diverso da quello di spennarli il più possibile. Loro erano fermamente convinti che il suo vero scopo (qualunque cosa egli dicesse) sarebbe stato sempre diverso da ciò che lui diceva. E loro stessi, esprimendosi, dicevano molte cose, ma non dicevano mai in che cosa consistesse il loro vero scopo. Per di più (Lèvin sentiva che il possidente bilioso aveva ragione), come prima e immutabile condizione di qualsiasi accordo, i contadini ponevano quella di non esser costretti a nessun nuovo procedimento nell'azienda e all'uso di nuovi strumenti. Erano d'accordo che l'aratro arava meglio, che l'estirpatrice lavorava con migliore risultato, ma trovavano mille ragioni per cui non si potevano adoperare né l'uno né l'altra, e benché egli fosse convinto che bisognasse abbassare il livello dell'azienda, gli dispiaceva rinunciare a perfezionamenti il cui vantaggio era talmente palese. Nonostante queste difficoltà, ottenne tuttavia ciò che voleva e verso l'autunno la cosa cominciò ad andare, o almeno così gli parve.
In un primo tempo Lèvin aveva pensato di dare in affitto tutta l'azienda, così com'era, ai contadini, ai braccianti e all'amministratore a nuove condizioni di compartecipazione, ma ben presto si persuase che questo era impossibile, e si risolse a suddividere l'azienda. Le stalle, il giardino, l'orto, i prati, i campi, divisi in vari settori, dovevano costituire parti separate. L'ingenuo Ivàn il Vaccaro, che secondo Lèvin aveva capito meglio di tutti la cosa, raccolta intorno a sé un'artèl prevalentemente formata dalla sua famiglia, diventò consocio delle stalle. I campi lontani, che erano rimasti per otto anni incolti sotto gli sterpi, con l'aiuto dell'intelligente legnaiolo Fëdor Rezunòv, furono rilevati da sei famiglie contadine in base ai nuovi principi di compartecipazione, mentre il contadino Šuràev prese alle stesse condizioni tutti gli orti. Il resto rimase ancora come prima, ma questi tre punti erano il principio della nuova organizzazione, e tenevano interamente occupato Lèvin.
Era vero che nelle stalle le cose per il momento non andavano meglio di prima, e Ivàn si opponeva con forza al riscaldamento dei locali per le mucche e alla lavorazione del latte, affermando che una mucca al freddo richiedeva meno foraggio e che il burro di smetàna faceva più volume; inoltre, pretendeva una paga come in passato e non era per nulla interessato dal fatto che il denaro che riceveva non era una paga, ma l'anticipo di una parte del guadagno.
Era vero che il gruppo di Fëdor Rezunòv non aveva riarato con gli aratri prima della semina, come era stato convenuto, giustificandosi col dire che non c'era stato tempo. Era vero che i contadini di quel gruppo, benché avessero accettato di condurre la cosa su nuove basi, dicevano che quella terra era condotta non in comune, ma a mezzadria, e più d'una volta loro e lo stesso Rezunòv avevano detto a Lèvin: «Se prendeste i soldi per la terra, voi sareste più tranquillo e per noi sarebbe una liberazione.» Inoltre, rimandavano sempre con vari pretesti la costruzione, che era stata concordata con loro, di una stalla e di un granaio su quella terra e la tirarono in lungo sino all'inverno.
Era vero che Šuràev avrebbe voluto ricedere a piccoli lotti ai contadini gli orti che aveva preso. Evidentemente aveva capito a rovescio - e, pareva, intenzionalmente a rovescio - le condizioni a cui gli era stata data la terra.
Era vero che sovente, conversando con i contadini e spiegando tutti i vantaggi dell'impresa, Lèvin sentiva che i contadini ascoltavano soltanto il suono della sua voce e pensavano fermamente che, qualunque cosa egli dicesse, loro non si sarebbero fatti ingannare da lui. Sentiva questo in particolare quando parlava con il più intelligente dei contadini, Rezunòv, e negli occhi di Rezunòv notava quel luccichio che mostrava chiaramente e irrisione per Lèvin e la ferma convinzione che, se qualcuno doveva restare ingannato, costui non era certamente lui, Rezunòv,
Eppure, nonostante tutto questo, Lèvin pensava che la cosa andasse e che, tenendo rigorosamente i conti e insistendo nelle sue idee, in futuro avrebbe dimostrato i vantaggi di un simile assetto; allora la faccenda sarebbe proceduta da sé.
Queste faccende, insieme alle cure del resto dell'azienda rimasto nelle sue mani, e al lavoro di tavolino per il suo libro, occuparono, talmente per tutta l'estate Lèvin, che egli quasi non andò a caccia. Alla fine d'agosto, da un loro uomo che era venuto a restituire la sella, seppe che gli Oblònskij erano partiti per Mosca. Sentiva che, non avendo risposto alla lettera di Dàrija Aleksàndrovna, con questa scortesia, della quale non poteva non ricordarsi senza arrossire di vergogna, aveva bruciato le proprie navi e ormai non sarebbe mai più andato da loro.
Esattamente nello stesso modo aveva agito anche con Svijàžskij, essendo partito senza salutare. Ma anche da loro non sarebbe andato mai più. Questo adesso gli era indifferente. La questione della riorganizzazione della sua azienda lo occupava come mai sino allora nessuna cosa in vita sua. Lesse i libri datigli da Svijàžskij e, ordinati quelli che non aveva, lesse anche libri di economia politica e di socialismo sull'argomento, e, come si aspettava, non vi trovò nulla che si riferisse all'opera da lui intrapresa. Nei libri di economia politica, in Mill, per esempio, che studiò per primo e con grande ardore, sperando a ogni istante di trovarvi la soluzione dei problemi che lo interessavano, trovò delle leggi dedotte dalla situazione dell'economia europea, ma non vide affatto perché quelle leggi, inapplicabili in Russia, dovessero essere universali. Lo stesso vide anche nei libri socialisti: o erano fantasie meravigliose ma inapplicabili, di cui si era appassionato già da studente, oppure correzioni, suggerimenti per modificare la situazione europea, con cui il problema agricolo in Russia non aveva nulla in comune. L'economia politica affermava che le leggi secondo cui si era sviluppata e si sviluppa la ricchezza in Europa erano leggi universali e indubitabili. La dottrina socialista affermava che lo sviluppo in base a quelle leggi portava alla rovina. Né l'una né l'altra offrivano non solo una risposta, ma neppure la minima indicazione a ciò che lui, Lèvin, e tutti i contadini russi e i proprietari terrieri dovessero fare dei loro milioni di braccia e di desjatìny affinché fossero più produttive per il benessere generale.
Visto che si era messo in quest'impresa, egli lesse coscienziosamente tutto ciò che si riferiva all'argomento; inoltre, in autunno, voleva andare all'estero per studiare ancora la questione sul posto in modo che non gli succedesse più ciò che gli era successo varie volte in diverse altre questioni. Accadeva infatti che, non appena lui cominciava a capire il pensiero dell'interlocutore e a esporre il suo, improvvisamente gli dicevano: «E Kauffmann, e Johns, e Dubois, e Miceli? Voi non li avete letti. Leggeteli: hanno sviscerato questo problema.»
Vedeva adesso chiaramente che Kauffmann e Miceli non avevano niente da dirgli. Lui sapeva quel che voleva. Lui vedeva che la Russia aveva magnifiche terre, magnifici lavoratori, e che in certi casi, come dal contadino che aveva incontrato in viaggio, i lavoratori e la terra producevano molto, mentre nella maggior parte dei casi, quando si investiva il capitale all'europea, producevano poco; ciò accadeva solamente perché gli operai volevano lavorare e lavoravano bene solamente nel modo che gli era proprio, e questa opposizione non era casuale, ma permanente: era fondata nello spirito del popolo. Lui pensava che il popolo russo, il quale aveva la missione di popolare e lavorare immensi territori vergini, finché queste terre non fossero state conquistate, sapeva quali erano i procedimenti necessari per raggiungere tale scopo, e che questi procedimenti non erano poi affatto così cattivi come si pensava di solito. E voleva dimostrare questo teoricamente in un libro e praticamente nella sua azienda.
XXX
Alla fine di settembre fu trasportato il legname per la costruzione della stalla sul terreno dato all'artèl e fu venduto il burro delle mucche e diviso il guadagno. In pratica, nell'azienda, le cose andavano ottimamente, o almeno così pareva a Lèvin. Per chiarire invece tutta la cosa teoricamente e terminare l'opera che, secondo i sogni di Lèvin, non solo doveva produrre un rivolgimento nell'economia politica, ma distruggere completamente questa scienza e dar principio a una scienza nuova - la scienza dei rapporti del popolo con la terra - mancava soltanto di andare all'estero, studiare sul posto tutto ciò che là era stato fatto in questa direzione, e trovare dimostrazioni convincenti che tutto ciò che vi era stato fatto non era quel che ci voleva. Lèvin aspettava la consegna del frumento per ricevere i soldi e partire. Ma cominciarono le piogge, che non consentivano di raccogliere il grano e le patate rimasti nei campi, e si fermarono tutti i lavori, compreso l'ammasso del frumento. Nelle strade c'era un fango tale che non si poteva passare; due mulini furono portati via dalla piena, e il tempo si faceva sempre peggiore.
Il 30 settembre apparve sin dalla mattina il sole, e, sperando nel tempo, Lèvin cominciò risolutamente a prepararsi per il viaggio. Ordinò di insaccare il frumento, mandò l'amministratore dal mercante per incassare il denaro, ed egli andò in giro per l'azienda a dare le ultime disposizioni prima della partenza.
Dopo aver sbrigato tutte le faccende, fradicio d'acqua che gli scendeva a rivoletti giù per la giacca di pelle dietro il collo e fin nei gambali, e tuttavia nella più alacre ed eccitata disposizione d'animo, Lèvin ritornò verso sera a casa. Il tempo era ancora peggiorato; la grandine sferzava dolorosamente il cavallo, tanto da farlo camminare di traverso: la bestia era tutta bagnata e scuoteva le orecchie e la testa; ma Lèvin, sotto il cappuccio, si sentiva bene e guardava allegramente intorno a sé i torbidi ruscelli che scorrevano lungo le carreggiate, le gocce appese a ogni rametto spoglio, il biancore della grandine non disciolta sulle assi del ponte, il fogliame succoso e ancora carnoso dell'olmo, che si era ammucchiato in uno spesso strato intorno all'albero spoglio. Nonostante la tetraggine della natura circostante, si sentiva particolarmente eccitato. Le conversazioni con i contadini in un villaggio lontano avevano dimostrato che cominciavano ad abituarsi ai loro nuovi rapporti. Il vecchio guardaboschi, dal quale era passato per asciugarsi, evidentemente approvava il piano di Lèvin ed aveva anzi proposto di entrare lui stesso in società per l'acquisto del bestiame.
«Bisogna soltanto procedere tenacemente verso lo scopo, e otterrò quel che voglio,» pensava Lèvin, «certo c'è da lavorare e affaticarsi. Non è una mia faccenda personale, ma è questione del bene generale. Tutta l'agricoltura, soprattutto la situazione di tutto il popolo, deve completamente cambiare. Invece di povertà, la generale ricchezza, l'agiatezza; invece dell'ostilità, la concordia e il legame degli interessi. In una parola, una rivoluzione incruenta, ma una rivoluzione grandissima, dapprima nel piccolo ambito del nostro distretto, poi del governatorato, della Russia, di tutto il mondo. Perché un'idea giusta non può non essere feconda. Sì, questo è uno scopo per il quale vale la pena lavorare. E il fatto che sia io, Kòstja Lèvin, quello stesso che è andato al ballo con la cravatta nera e a cui la Šèerbàckaja ha detto di no, e che è così pietoso e insignificante anche ai propri occhi, - è una cosa che non dimostra nulla. Sono convinto che Franklin si sentiva altrettanto insignificante ed era altrettanto sfiduciato quando considerava se stesso. Questo non significa niente. Anche lui di certo aveva la sua Agàfija Michàjlovna, alla quale confidava i suoi piani.»
Con simili pensieri Lèvin giunse a casa che era già buio.
L'amministratore, che era andato dal mercante, venne e portò una parte dei soldi per il frumento. Il contratto con il guardaboschi era stato fatto, e per strada l'amministratore aveva saputo che in molti altri posti il grano era rimasto nei campi, sicché i loro centosessanta covoni non raccolti erano niente in confronto a ciò che era stato per gli altri.
Dopo aver pranzato, Lèvin si sedette come al solito in poltrona con un libro. Leggendo, continuava a pensare all'imminente viaggio in relazione al suo libro. Quel giorno gli appariva in modo particolarmente chiaro tutto il significato della sua impresa, e nella sua mente si formavano da sé interi periodi che esprimevano l'essenza dei suoi pensieri. «Questo bisogna scriverlo,» pensò. «Deve fare da breve introduzione che prima non ritenevo necessaria.» Si alzò per andare alla scrivania, e Làska, che giaceva ai suoi piedi, stiracchiandosi si alzò pur essa e si voltò a guardarlo, come domandandogli dove si andava. Ma non ci fu tempo per scrivere, perché arrivarono i capoccia a prender ordini e Lèvin uscì con loro in anticamera.
Dopo le consegne, ossia le disposizioni per i lavori dell'indomani, e dopo aver ricevuto tutti i contadini che avevano da parlargli, Lèvin andò nello studio e si mise al lavoro. Làska si accucciò sotto il tavolo; Agàfija Michàjlovna con la calza si sedette al suo posto.
Da qualche tempo scriveva, quando a un tratto Lèvin ricordò con insolita vivezza Kitty, il di lei rifiuto e l'ultimo incontro. Si alzò e cominciò a camminare per la stanza.
«Non c'è ragione di annoiarsi,» gli disse Agàfija Michàjlovna. «Su, perché restate a casa? Dovreste andare alle acque termali, già che vi siete preparato.»
«Parto proprio dopodomani, Agàfija Michàjlovna. Ma bisogna finire il lavoro.»
«Via, che lavoro è il vostro! Già così vi pare d'aver beneficato poco i contadini? E dicono: il vostro signore riceverà per questo una grazia dallo zar. Ed è curioso: perché vi curate tanto dei contadini?»
«Non è per loro che mi preoccupo, lo faccio per me.»
Agàfija Michàjlovna conosceva tutti i particolari dei piani economici di Lèvin. Sovente Lèvin le esponeva minuziosamente i propri pensieri, e non di rado discuteva con lei e non era d'accordo con le sue spiegazioni. Ma adesso essa aveva capito in tutt'altra maniera ciò che lui le aveva detto.
«Alla nostra anima, si sa, bisogna pensarci più che a tutto,» disse con un sospiro. «Guardate Parfèn Denìsyè, che pure era analfabeta, e tuttavia è morto come Dio lo desse a tutti...» disse di un domestico morto da poco. «L'hanno comunicato, gli han dato l'olio santo.»
«Io non parlo di questo,» disse egli. «Dico che lo faccio per mio vantaggio. A me conviene se i contadini lavorano meglio.»
«Ma per quanto voi facciate, se uno è pigro, si scaricherà sempre il ceppo dalle spalle. Se c'è coscienza, lavorerà; ma se non c'è, niente da fare.»
«Sì, ma lo dite anche voi che Ivàn s'è messo a badar meglio alle bestie.»
«Io dico una cosa sola,» rispose Agàfija Michàjlovna, evidentemente non per caso, ma con rigorosa coerenza di pensiero, «voi avete bisogno di prender moglie, ecco cosa!»
L'accenno di Agàfija Michàjlovna proprio a ciò che lui aveva pensato poco prima lo addolorò e lo offese. Lèvin si accigliò e, senza risponderle, si sedette di nuovo al tavolo, ripetendosi tutto quello che aveva pensato dell'importanza del suo lavoro. Soltanto di rado ascoltava nel silenzio il rumore dei ferri di Agàfija Michàjlovna e, ricordando ciò che non voleva ricordare, si accigliava di nuovo.
Alle nove si udì un campanellino e il sordo sussulto di una carrozza sul fango.
«Ecco che ci arrivano degli ospiti, non ci annoieremo,» disse Agàfija Michàjlovna, alzandosi e dirigendosi verso la porta. Ma Lèvin la sorpassò. Il suo lavoro in quel momento era fermo, ed egli era lieto dell'interruzione procuratagli dall'ospite, chiunque fosse.
XXXI
Sceso di corsa sino a metà della scala, Lèvin udì in anticamera un tossicchiare a lui ben noto; ma non lo udì distintamente per via del rumore dei propri passi e sperò d'essersi sbagliato; poi scorse anche tutta la lunga, ossuta figura che conosceva; a quanto sembrava, non era più possibile ingannarsi, eppure egli sperava ancora di sbagliarsi e che quell'uomo lungo che si toglieva la pelliccia e che tossiva non fosse suo fratello Nikolàj.
Lèvin voleva bene a suo fratello, ma stare insieme con lui era sempre una tortura. Ora poi che, sotto l'influsso del pensiero che gli era venuto e dell'accenno di Agàfija Michàjlovna, egli era in uno stato d'animo oscuro e imbrogliato, l'imminente incontro con il fratello gli parve particolarmente penoso. Invece dell'ospite allegro, sano, estraneo, che sperava lo avrebbe distratto nel suo stato di nebulosità spirituale, doveva vedersi con il fratello, il quale gli leggeva dentro da parte a parte, il quale avrebbe smosso in lui tutti i suoi pensieri più intimi, lo avrebbe obbligato a manifestarsi appieno. E di questo non aveva voglia.
Arrabbiandosi con se stesso per questi brutti sentimenti, Lèvin corse in anticamera. Appena vide il fratello da vicino, il suo sentimento di personale delusione scomparve subito e fu sostituito dalla pietà. Per quanto terribile fosse anche prima il fratello con la sua magrezza e il suo aspetto malato, ora era dimagrito ancor più, era ancora più esausto. Era uno scheletro ricoperto di pelle.
Stava in piedi in anticamera, storcendo il collo lungo e magro e strappandone la sciarpa, e sorrideva in modo stranamente pietoso. Vedendo quel sorriso docile e rassegnato Lèvin sentì un convulso prenderlo alla gola.
«Ecco, sono venuto da te,» disse Nikolàj con voce sorda, senza distogliere nemmeno per un istante gli occhi dalla faccia del fratello. «Volevo farlo da un pezzo, ma stavo sempre male. Adesso invece mi sono assai ripreso,» disse ancora, asciugandosi la barba con le lunghe mani magre.
«Sì, sì!» rispose Lèvin. E provò ancor più spavento, quando, baciandosi con il fratello, sentì con le labbra l'aridità della carne di lui e vide da vicino i suoi grandi occhi stranamente luccicanti.
Alcune settimane prima, Lèvin gli aveva scritto che, in seguito alla vendita della piccola parte che fra loro era rimasta indivisa, egli doveva ricevere adesso la propria parte, circa duemila rubli.
Nikolàj disse che ora era venuto a ritirare quel denaro e, soprattutto, a stare un poco nel proprio nido, a toccare la terra per prenderne forze come i giganti, per la sua imminente attività. Benché fosse diventato ancor più curvo, nonostante la magrezza stupefacente rispetto alla sua statura, i suoi movimenti erano come al solito rapidi e impetuosi. Lèvin lo accompagnò nello studio.
Il fratello si cambiò con particolare cura, cosa che prima non accadeva, pettinò i suoi radi capelli lisci e, sorridendo, passò di sopra.
Era dell'umore più affettuoso e allegro, come sovente lo ricordava Lèvin da bambino. Accennò persino a Sergèj Ivànoviè senza rancore. Vedendo Agàfija Michàjlovna, scherzò con lei e le domandò dei vecchi domestici. La notizia della morte di Parfèn Denìsyè gli produsse un cattivo effetto. Sul suo viso si manifestò lo spavento, ma egli si riprese subito.
«Era già vecchio infatti,» disse e cambiò discorso. «Sì, me ne starò qui da te un mese o due e poi, a Mosca. Sai, Mjàgkov mi ha promesso un posto e così entro in un impiego. Adesso sistemerò la mia vita in tutt'altro modo,» continuò. «Sai, ho allontanato quella donna.»
«Màrija Nikolàevna? Come, perché mai?»
«Ah, una donna disgustosa! M'ha dato un mucchio di dispiaceri.» Ma non raccontò quali fossero questi dispiaceri. Non poteva dire che aveva scacciato Màrija Nikolàevna perché il tè che faceva era debole e soprattutto perché aveva cura di lui come di un malato. «E poi, in genere, adesso io voglio completamente cambiar vita. Anch'io, si intende, ho fatto delle sciocchezze, come tutti del resto, ma il patrimonio è l'ultima cosa, non lo rimpiango. Purché ci sia salute, e la salute, grazie a Dio, s'è rimessa.»
Lèvin ascoltava e cercava che cosa dire e non riusciva a pensare a nulla. Probabilmente Nikolàj sentì la stessa cosa e si mise a interrogare il fratello sui suoi affari; e Lèvin fu contento di parlare di sé, perché poteva parlare senza fingere. Raccontò al fratello i propri progetti e le proprie iniziative.
Il fratello ascoltava, ma evidentemente non si interessava a questo.
Quei due uomini erano così affini e intimi l'uno con l'altro, che il minimo gesto, il tono stesso della voce diceva per entrambi più di tutto quel che si può dire con le parole.
Ed entrambi avevano un solo pensiero: la malattia e la prossimità della morte di Nikolàj, che soffocava tutto il resto. Né l'uno, né l'altro però osavano parlarne, e perciò, qualunque cosa dicessero al di fuori dell'unica cosa che li interessava, era tutto menzogna. Mai Lèvin era stato così contento che la serata fosse finita e che si dovesse andare a dormire. Mai, con nessun estraneo, in nessuna visita ufficiale, era stato così innaturale e falso com'era stato quel giorno. E la consapevolezza e il pentimento di questa innaturalezza lo rendevano ancor più innaturale. Aveva voglia di piangere sul suo amato fratello morente, e doveva invece ascoltare e sostenere la conversazione su come egli sarebbe vissuto.
Poiché in casa era umido e una sola stanza era riscaldata, Lèvin mise il fratello a dormire nella propria camera da letto, dietro un tramezzo.
Il fratello si coricò e, sia che dormisse o no, si agitava sempre come un malato, tossiva, e quando non poteva espettorare, brontolava qualcosa. A volte, per la fatica che faceva a respirare, diceva: «Ah, Dio mio!» Oppure, quando il catarro lo soffocava, proferiva con stizza: «Ah, diavolo!» Lèvin non dormì per un pezzo, ascoltandolo. I pensieri di Lèvin erano i più diversi, ma la conclusione di tutti i pensieri era una sola: la morte.
La morte, l'inevitabile fine di tutto, gli si presentava per la prima volta con una forza ineluttabile. E questa morte, che era lì, in quel fratello amato, che gemeva nel sonno e per abitudine invocava indifferentemente ora Dio, ora il diavolo, non era affatto così lontana come gli sembrava prima. Essa era anche in lui stesso, egli lo sentiva. Se non oggi, domani; se non domani, fra trent'anni, non era la stessa cosa? E che cosa fosse questa inevitabile morte non solo egli non lo sapeva, non solo non ci aveva mai pensato, ma neppure sapeva né osava pensarci.
«Io lavoro, io voglio fare qualcosa, e ho dimenticato che tutto finirà, che c'è la morte.»
Stava seduto sul letto nel buio, rannicchiato e tenendosi le ginocchia fra le braccia; e, trattenendo il respiro per la tensione del pensiero, meditava. Ma quanto più tendeva il pensiero, tanto più chiaro gli appariva soltanto che era senza dubbio così, che effettivamente lui aveva dimenticato, trascurato nella vita una piccola circostanza: che sarebbe venuta la morte e tutto sarebbe finito, che non valeva nemmeno la pena di cominciare nulla e che a questo non si poteva in alcun modo rimediare. Sì, era orribile ma era così.
«Eppure io sono ancora vivo. E adesso che fare, che fare?» diceva con disperazione. Accese la candela, si alzò con cautela, andò sino allo specchio e si mise a guardare la propria faccia e i capelli. Sì, sulle tempie c'erano dei capelli bianchi. Aprì la bocca. I molari cominciavano a guastarsi. Scoprì le braccia muscolose. Sì, c'era molta forza. Ma anche Nikolènka, che respirava di là con quel che gli restava dei polmoni, aveva avuto un corpo sano. E a un tratto si ricordò di quando, bambini, andavano a letto insieme e aspettavano soltanto che Fëdor Bogdànyè uscisse dalla porta per buttarsi addosso i cuscini e ridere, ridere irresistibilmente, tanto che nemmeno la paura di Fëdor Bogdànyè poteva fermare quella consapevolezza della felicità di vivere che straripava e spumeggiava. «E adesso quel petto vuoto e quel suo contorcersi... e io, che non so cosa fare, e che ne sarà di me...»
«Haa! ha! Ah, diavolo! Perché giri, perché non dormi?» lo chiamò la voce del fratello.
«Così, non lo so, insonnia.»
«E io dormivo bene, adesso non ho più sudore. Guarda, tasta la camicia. Niente sudore?»
Lèvin tastò, tornò di là del tramezzo, spense la candela, ma per molto tempo ancora non dormì. Cominciava appena a schiarirglisi il problema di come vivere, che ecco gli si presentava un nuovo insolubile problema: la morte.
«Ebbene, lui muore, sì, morirà verso la primavera; ebbene, come aiutarlo? Che cosa posso dirgli? Che cosa ne so io, di questo? Avevo persino dimenticato che questa cosa esiste.»
XXXII
Già da tempo Lèvin aveva notato che quando una persona ti mette a disagio con la sua soverchia arrendevolezza e docilità, ben presto diventa insopportabile per il suo soverchio pretendere e cavillare. Sentiva che questo sarebbe successo anche con il fratello. Ed effettivamente la mitezza del fratello Nikolàj non durò a lungo. Sin dal mattino dopo diventò irritabile e mise un gran zelo a prendersela con lui, toccandolo nei punti più dolorosi.
Lèvin si sentiva in colpa e non sapeva trovar rimedio. Sentiva che se entrambi non avessero finto, ma avessero parlato, come si dice, a cuore aperto, e cioè soltanto di quel che precisamente pensavano e sentivano, si sarebbero guardati negli occhi e Konstantìn avrebbe detto: «Tu morirai, morirai, morirai!» e Nikolàj avrebbe risposto: «Lo so che morirò; ed ho paura, ho paura, ho paura!» E non avrebbero detto altro, se avessero parlato a cuore aperto. Ma queste parole non avrebbero aiutato a vivere, e perciò Konstantìn si sforzava di fare ciò che per tutta la sua vita si era sforzato invano di fare - una cosa che, aveva notato, molti sapevano fare così bene e senza di cui non si può vivere -: si sforzava di non dire quel che pensava; ma sentiva di continuo che questo riusciva falso, che suo fratello in ciò lo coglieva in fallo e se ne irritava.
Due giorni dopo Nikolàj invitò il fratello a esporgli daccapo il suo progetto e si mise non solo a condannarlo, ma a confonderlo di proposito con il comunismo.
«Hai preso solo un'idea altrui, ma l'hai deformata e vuoi applicarla all'inapplicabile.»
«Ma io ti dico che non hanno niente in comune. Loro respingono la giustezza della proprietà privata, del capitale, dell'eredità, mentre io, senza negare questo stimolo essenziale (Lèvin era disgustato con se stesso d'usare simili parole, ma da quando s'era appassionato al suo lavoro, senza volerlo aveva cominciato sempre più sovente a usare parole non russe), voglio soltanto organizzare il lavoro.»
«È questo appunto: hai preso un'idea altrui, ne hai tagliato tutto quel che ne costituisce la forza e pretendi che si tratti di qualcosa di nuovo,» disse Nikolàj, torcendo con ira il collo dentro la cravatta.
«Sì, la mia idea non ha niente in comune...»
«Là,» disse Nikolàj Lèvin, facendo brillare gli occhi di cattiveria e sorridendo ironicamente, «là, almeno, c'è il fascino, come dire, geometrico, della chiarezza, dell'incontrovertibilità. Può darsi che sia un'utopia. Ma supponiamo che di tutto il passato si possa fare tabula rasa: niente proprietà, niente famiglia; allora anche il lavoro si organizza su basi nuove. Ma tu non hai nulla...»
«Perché confondi? Io non sono mai stato comunista.»
«E io lo sono stato e trovo che è una cosa prematura, ma ragionevole, e che ha un avvenire, come il cristianesimo nei primi secoli.»
«Io ritengo soltanto che la forza lavoratrice dev'essere considerata dal punto di vista delle scienze naturali, ossia occorre studiarla, riconoscere le sue peculiarità e...»
«Ma è completamente inutile. Questa stessa forza, mano mano che si sviluppa trova le forme per esplicarsi. Dappertutto ci sono stati gli schiavi, poi i metayers, e da noi c'è il lavoro a mezzadria, c'è il fitto, c'è il bracciantato; che cerchi mai?»
A tali parole improvvisamente Lèvin si scaldò, perché nel profondo dell'animo aveva paura che questo fosse vero, vero il fatto che lui voleva stare in equilibrio fra il comunismo e i rapporti di lavoro già stabiliti, e che questo difficilmente fosse possibile.
«Io cerco i mezzi per far sì che, sia io che il lavoratore, si possa lavorare in maniera più produttiva. Voglio organizzare...» rispose con calore.
«Tu non vuoi organizzare niente; semplicemente, come per tutta la tua vita, vuoi far l'originale, vuoi mostrare che non sfrutti i contadini alla buona ma con un'idea.»
«Ebbene, tu la pensi così, e lascia stare!» rispose Lèvin, sentendo che il muscolo della guancia sinistra saltellava senza che riuscisse a fermarlo.
«Tu non avevi e non hai convinzioni; vuoi soltanto consolare il tuo amor proprio.»
«E va bene, ottimamente, e tu lasciami stare!»
«E ti lascerò! Ed è un pezzo che era ora, e vattene al diavolo! E rimpiango molto d'esser venuto!»
Per quanto poi Lèvin avesse cercato di calmare il fratello, Nikolàj non volle sentir nulla, disse che era assai meglio separarsi, e Konstantìn vide che per il fratello la vita era ormai divenuta intollerabile.
Nikolàj era già pronto a partire, quando Konstantìn andò di nuovo da lui, e in modo innaturale gli chiese di scusarlo se in qualche modo l'aveva offeso.
«Ah, magnanimità!» disse Nikolàj e sorrise. «Se vuoi aver ragione, posso farti questo piacere. Hai ragione, e tuttavia io parto!»
Soltanto poco prima della partenza Nikolàj scambiò il bacio con lui e, guardando a un tratto il fratello in modo stranamente serio, gli disse:
«Comunque non serbarmi rancore, Kòstja!» E la sua voce tremò.
Queste furono le uniche parole che vennero dette sinceramente. Lèvin capì che sotto quelle parole si sottintendeva: «Tu vedi e sai che io sto male e forse non ci vedremo più.» Lèvin capì questo e le lacrime gli sgorgarono dagli occhi. Baciò ancora una volta il fratello, ma non poté e non seppe dirgli nulla.
Due giorni dopo la partenza del fratello anche Lèvin partì per l'estero. Incontrando alla ferrovia Šèerbàckij, il cugino di Kitty, Lèvin lo stupì molto con la propria aria tetra.
«Che avete?» gli domandò Šèerbàckij.
«Ma nulla, così, c'è poco di allegro al mondo.»
«Come, poco? Venite con me a Parigi invece di andarvene a Mulhouse. Vedrete che allegria!»
«No, ormai io ho finito. Per me è ora di morire.»
«Questa è bella!» disse ridendo Šèerbàckij. «Io ho appena cominciato.»
«Anch'io la pensavo così fino a poco fa, ma ora so che presto morirò.»
Lèvin aveva detto ciò che veramente pensava in quegli ultimi tempi. In tutto vedeva solamente la morte o l'avvicinarsi a essa. Ma tanto più lo interessava l'impresa a cui si era dato. Bisognava pur finire in qualche modo di spender la vita, finché non fosse giunta la morte. L'oscurità per lui copriva tutto, ma, proprio a causa di questa oscurità, sentiva che l'unico filo conduttore in quell'oscurità era la sua impresa, e con le ultime forze vi si era aggrappato e vi si reggeva.
PARTE QUINTA
I
La principessa Šèerbàckaja pensava che non si potesse celebrare il matrimonio prima della quaresima, alla quale mancavano cinque settimane, perché a quella data il corredo sarebbe stato pronto solo a metà; essa conveniva d'altronde con Lèvin che a rimandare a dopo la quaresima si rischiava che la vecchia zia del principe Šèerbàckij, che era molto malata, morisse, nel qual caso il lutto avrebbe ancora ritardato le nozze. Perciò, dopo aver deciso di dividere il corredo in due parti, piccolo e grande corredo, la principessa acconsentì che le nozze si facessero prima della quaresima. Decise di preparare subito la parte minore del corredo, mentre avrebbe spedito in seguito la maggiore, e si arrabbiò molto con Lèvin per il fatto che lui non si sentiva proprio di risponderle seriamente se fosse d'accordo o no con questa soluzione. D'altronde tale soluzione andava benissimo, in quanto subito dopo il matrimonio i giovani si sarebbero recati in campagna, dove le cose del corredo grande non erano necessarie.
Lèvin seguitava a vivere in quello stato di follia nel quale gli pareva che lui e la sua felicità costituissero il principale e unico scopo di tutto l'esistente, e che adesso per lui non ci fosse bisogno di pensare né di preoccuparsi di niente dato che gli altri pensavano e avrebbero pensato a tutto anche per lui. Non aveva nemmeno progetti o mire di sorta per la vita futura; ne lasciava la decisione agli altri, sapendo che tutto sarebbe stato bellissimo. Suo fratello Sergèj Ivànoviè, Stepàn Arkàdiè e la principessa lo guidavano in quel che doveva fare. Lui si limitava ad essere perfettamente d'accordo in tutto ciò che gli proponevano. Il fratello aveva preso del denaro in prestito per lui; la principessa consigliava di partire da Mosca dopo il matrimonio; Stepàn Arkàdiè suggeriva di andare all'estero. Lui era d'accordo su tutto. «Fate quel che volete, se vi diverte. Io sono felice e la mia felicità non può essere né maggiore né minore, qualunque cosa voi facciate,» pensava. Quando riferì a Kitty il consiglio di Stepàn Arkàdiè di andare all'estero, si stupì assai che lei non fosse d'accordo, ma che nei confronti della loro futura vita avesse alcune idee precise. Lei sapeva che Lèvin in campagna aveva un'impresa, che giudicava molto importante, anche se non faceva alcuno sforzo per capirla. E perciò lei sapeva che la loro casa sarebbe stata in campagna, e desiderava andare, non già all'estero, dove non avrebbe vissuto, ma là dove sarebbe stata la loro casa. Questa intenzione espressa in modo definito stupì Lèvin. Ma, siccome per lui tutto era lo stesso, pregò subito Stepàn Arkàdiè, quasi fosse un suo dovere, di andare in campagna e di prepararvi tutto ciò che sapeva con quel gusto di cui egli era così ricco.
«Però, senti,» disse una volta Stepàn Arkàdiè a Lèvin, ritornando dalla campagna dove aveva sistemato tutto per l'arrivo degli sposi, «hai un certificato che attesti che ti sei confessato?»
«No. Perché?»
«Senza di questo non ci si può sposare.»
«Ahi, ahi, ahi!» gridò Lèvin. «Capisci, saran già nove anni, credo, che non mi son comunicato. Non ci avevo nemmeno pensato.»
«Bravo!» disse ridendo Stepàn Arkàdiè, «e poi dici a me che sono un nichilista! Tuttavia non se ne può fare a meno. Ti devi preparare alla comunione.»
«E quando? Restano solo quattro giorni.»
Stepàn Arkàdiè sistemò anche questo. E Lèvin cominciò a prepararsi alla comunione. Per Lèvin, in quanto persona non credente e nello stesso tempo rispettosa delle credenze degli altri, la presenza e la partecipazione a qualsiasi rito ecclesiastico erano assai penose. Adesso, nello stato d'animo intenerito e sensibile a tutto nel quale egli si trovava, questa finzione appariva a Lèvin non solo penosa, ma assolutamente impossibile. Proprio ora che si sentiva in piena gloria, avrebbe dovuto mentire o compiere un sacrilegio. Lui non si sentiva in grado di fare né l'una né l'altra cosa. Ma, per quanto domandasse a Stepàn Arkàdiè se non si potesse ottenere il certificato senza prepararsi alla comunione, Stepàn Arkàdiè dichiarò che questo era impossibile.
«E poi che cosa ti costa: due giorni? E lui è un vecchietto simpaticissimo, intelligente. Ti strapperà questo dente in modo che non te ne accorgerai nemmeno.»
Assistendo alla prima messa, Lèvin si sforzò di rinfrescare in sè i ricordi giovanili di quel forte sentimento religioso che aveva provato dai sedici ai diciassette anni. Ma si convinse subito che per lui questo era assolutamente impossibile. Si sforzò di guardare a tutto ciò come a un costume privo di senso, vuoto, simile al costume di far visite; ma sentì che anche questo non poteva farlo in alcun modo. Nei confronti della religione, come del resto la maggior parte dei suoi contemporanei, Lèvin si trovava nella condizione più indefinita. Credere non poteva, ma nello stesso tempo non era proprio convinto che tutto ciò fosse sbagliato. Di conseguenza, non essendo in condizione di credere che ciò che faceva avesse un senso, ma non potendo neppure considerarlo con indifferenza, come una vuota formalità, durante tutto il tempo di quella preparazione alla comunione provò una sensazione di disagio e di vergogna; faceva una cosa che lui stesso non capiva e perciò, gli diceva una voce interiore, qualcosa di falso e di non buono.
Durante la funzione ora ascoltava le preghiere, sforzandosi di attribuirvi un significato che non divergesse dalle sue opinioni, ora, sentendo che non poteva capirle e doveva biasimarle, si sforzava di non ascoltarle e si occupava dei propri pensieri, osservazioni e ricordi, che con straordinaria vivezza vagavano nella sua testa durante quell'ozioso stare in piedi in chiesa.
Rimase durante la messa, i vespri e le preghiere della sera, e, il giorno dopo, alzatosi prima del solito, senza bere il tè, giunse alle otto di mattina in chiesa per ascoltare le preghiere del mattino e per la confessione.
In chiesa non c'era nessuno, eccetto un soldato mendicante, due vecchie e i sacrestani.
Un giovane diacono, con le due metà della lunga schiena nettamente delineate sotto la tunica sottile, gli venne incontro e subito, avvicinandosi a un tavolino presso la parete, cominciò a leggere le preghiere. Man mano che leggeva, specialmente alla frequente e veloce ripetizione delle medesime parole: «Signore, abbi pietà», che suonavano «pietasìgn, pietasìgn», Lèvin sentì che il suo pensiero era come chiuso e sigillato, e pensò che non conveniva smuoverlo e stuzzicarlo con questioni e interrogativi, altrimenti ne sarebbe venuta fuori una gran confusione; così, stando in piedi dietro il diacono, continuava, senza ascoltare e senza cercar di capire, a pensare a cose proprie. «È sorprendente quanta espressione ci sia nella sua mano,» pensava, ricordando un episodio del giorno avanti: erano seduti al tavolo d'angolo, e non avevano nulla da dire, come quasi sempre in quel periodo; lei, posata la mano sul tavolo, l'apriva e la chiudeva e rideva da sè guardandone il movimento. Lui aveva baciato quella mano e poi aveva osservato le linee convergenti sul palmo roseo. «Daccapo pietasìgn,» pensò Lèvin, facendosi il segno della croce, inchinandosi e guardando il movimento svelto della schiena del diacono che si inchinava. «Poi lei ha preso la mia mano ed esaminava le linee. "Hai una bella mano," ha detto.» E guardò la propria mano e la corta mano del diacono. «Sì, adesso finirà presto,» pensò. «No, a quanto pare ricomincia daccapo,» pensò, prestando ascolto alle preghiere. «No, finisce; ecco che s'inchina già fino a terra. Questo viene sempre prima che finisca.»
Dopo aver ricevuto senza farsene accorgere un biglietto da tre rubli nella manica di velluto, il diacono disse che l'avrebbe registrato e, facendo baldanzosamente risuonare gli stivali nuovi sui lastroni della chiesa vuota, andò all'altare. Un momento dopo ne spuntò fuori e fece cenno a Lèvin. Il pensiero sino allora sigillato si smosse nella testa di Lèvin, ma egli si affrettò a scacciarlo. «In qualche modo si accomoderà,» pensò e si avviò verso l'ambone. Salì sui gradini e, voltando a destra, vide il prete. Il vecchio prete, con la barba rada e mezzo canuta, con buoni occhi stanchi, stava in piedi davanti a un leggio e sfogliava il messale. Dopo essersi leggermente inchinato a Lèvin, cominciò subito a leggere le preghiere con la solita voce. Terminatele, s'inchinò sino a terra e rivolse il viso verso Lèvin.
«Qui Cristo è invisibilmente presente e accoglie la vostra confessione,» disse, indicando il crocefisso. «Credete voi in tutto quello che ci insegna la santa apostolica Chiesa?» continuò il prete, distogliendo gli occhi dalla faccia di Lèvin e intrecciando le mani sotto la stola.
«Io ho dubitato, io dubito di tutto,» proferì Lèvin con una voce a lui stesso sgradevole e tacque.
Il prete aspettò per alcuni secondi che lui dicesse ancora qualcosa e, chiusi gli occhi, parlando con l'«o» contratto come fanno quelli di Vladìmir, disse:
«I dubbi son propri dell'umana debolezza, ma noi dobbiamo pregare affinché il Signore misericordioso ci renda forti. Quali peccati particolari avete?» aggiunse senza la minima pausa, come se cercasse di non perdere tempo.
«Il mio principale peccato è il dubbio. Io dubito di tutto: vivo nel dubbio.»
«Il dubbio è proprio dell'umana debolezza,» ripetè con le stesse parole il prete. «Ma di cosa dubitate in particolare?»
«Io dubito di tutto. Talvolta dubito persino dell'esistenza di Dio,» disse Lèvin senza volerlo e si spaventò della sconvenienza di quel che diceva. Ma le parole di Lèvin non parvero produrre alcuna impressione sul prete.
«E quali dubbi possono esserci sull'esistenza di Dio?» disse egli frettolosamente, con un sorriso appena percettibile.
Lèvin tacque.
«Quale dubbio potete avere sul Creatore quando contemplate le sue creazioni?» continuò il prete con voce rapida e abituale. «Chi mai ha abbellito d'astri la volta celeste? Chi ha rivestito la terra della sua bellezza? Come si fa senza un Creatore?» disse, gettando un'occhiata interrogativa a Lèvin.
Lèvin sentiva che sarebbe stato inopportuno entrare in dispute filosofiche con il prete e perciò, per tutta risposta, disse solamente quel che si riferiva direttamente alla questione.
«Non lo so,» disse.
«Non lo sapete? E allora come fate a dubitare del fatto che Dio ha creato tutto?» disse il prete con allegra perplessità.
«Non ci capisco nulla,» disse Lèvin, arrossendo e sentendo che le sue parole erano sciocche e che non potevano non esser sciocche in una situazione simile.
«Pregate Dio e chiedete a Lui. Persino i santi padri avevano dubbi e pregavano Dio che fortificasse la loro fede. Il diavolo ha una grande forza, ma noi non dobbiamo cedergli. Pregate Dio, chiedete a Lui. Pregate Dio,» ripetè in fretta.
Il prete tacque per un certo tempo, come se meditasse.
«A quel che ho sentito, voi vi accingete a contrarre matrimonio con la figlia del mio parrocchiano e figlio spirituale, principe Scerbàckij?» aggiunse con un sorriso. «Una magnifica ragazza!»
«Sì,» rispose Lèvin, arrossendo per il prete. «Che bisogno ha di domandar questo in confessione?» pensò.
E, come rispondendo a questo suo pensiero, il prete gli disse:
«Voi vi accingete a contrarre matrimonio, e Dio forse vi gratificherà di una discendenza, non è così? Ebbene, quale educazione potete dare ai vostri piccoli se non vincerete in voi stesso la tentazione del diavolo che vi trascina verso l'incredulità?» disse con un mite rimprovero. «Se amate la vostra prole, da buon padre non desidererete per la vostra creatura soltanto la ricchezza, il lusso, gli onori; voi desidererete la sua salvezza, la sua illuminazione spirituale attraverso la luce della verità. Non è così? Che cosa gli risponderete quando l'innocente piccolo vi domanderà: "Papà! chi ha creato tutto ciò che mi delizia in questo mondo: la terra, le acque, il sole, i fiori, le erbe?" Potrete rispondergli: "Non lo so"? Voi non potete non sapere, quando il Signore Iddio per la sua gran misericordia ve lo ha rivelato. Oppure il vostro bambino vi domanderà: "Che cosa mi aspetta nella vita d'oltretomba?" Che cosa gli direte se non sapete nulla? Come gli risponderete? Lo lascerete in balia delle lusinghe del mondo e del diavolo? Questo non va bene!» disse e si fermò, piegando la testa di lato e guardando Lèvin con buoni occhi miti.
Lèvin ora non rispondeva nulla: non perché non volesse entrare in discussione con il prete, ma perché nessuno gli aveva mai posto simili domande, e, prima che i suoi figli gli ponessero quelle domande, ci sarebbe stato ancora tempo per pensare che cosa rispondere.
«Voi entrate in un periodo della vita,» continuò il prete, «in cui bisogna scegliere una via e attenervisi. Pregate Dio affinché Lui per sua bontà vi aiuti e abbia pietà di voi,» concluse. «Il Signore e Dio nostro Gesù Cristo, con la grazia divina e la liberalità del suo amore per gli uomini, ti perdoni, figliolo... E, terminata la preghiera di assoluzione, il prete lo benedisse e lo congedò.
Ritornato quel giorno a casa, Lèvin provava la sensazione gioiosa di un disagio superato, e per di più superato senza che fosse stato costretto a mentire. Inoltre, sentiva confusamente che quanto diceva quel simpatico e buon vecchietto non era affatto così stupido come gli era parso in principio, e che lì c'era qualcosa da chiarire.
«Si capisce, non adesso,» pensò, «ma una volta o l'altra, poi.» Ancora più di prima, Lèvin avvertiva ora nella sua anima qualcosa di confuso e impuro, e pensava che nei confronti della religione lui si trovava nella stessa condizione che così chiaramente vedeva e non amava in altri, e per la quale aveva rimproverato il suo amico Svijàžskij.
Passando quella sera con la fidanzata da Dolly, Lèvin era particolarmente allegro e, spiegando a Stepàn Arkàdiè lo stato d'animo eccitato in cui si trovava, disse che si sentiva allegro come un cane a cui abbiano insegnato a saltare attraverso un cerchio e che, avendo finalmente capito ed eseguito ciò che da esso si pretendeva, si mette a guaire e, agitando la coda, salta per l'entusiasmo sui tavoli e sulle finestre.
II
Il giorno del matrimonio, secondo l'usanza (la principessa e Dàrija Aleksàndrovna avevano insistito con forza sull'osservanza di tutti gli usi) Lèvin non vide la sua fidanzata e pranzò nel proprio albergo con tre scapoli che si erano raccolti da lui per caso: Sergèj Ivànoviè, Katavàsov, un compagno d'università, ora professore di scienze naturali, che Lèvin, avendolo incontrato per strada, aveva trascinato a casa; e Èìrikov, il cavaliere d'onore delle nozze, giudice di pace a Mosca, compagno di Lèvin nella caccia all'orso. Il pranzo fu molto allegro. Sergèj Ivànòviè era nella migliore disposizione d'animo e si divertiva all'originalità di Katavàsov. Katavàsov, sentendo che la sua originalità veniva apprezzata e capita, ne faceva sfoggio. Èìrikov sosteneva qualsiasi conversazione in modo gaio e bonario.
«Perché, ecco,» diceva Katavàsov, stiracchiando le parole secondo un'abitudine acquisita sulla cattedra, «che ragazzo capace era il nostro amico Konstantìn Dmìtriè Lèvin. Parlo di assenti, perché ormai lui non esiste più. E amava la scienza, allora, terminata l'università; e aveva interessi umani: adesso invece una metà delle sue capacità è rivolta a ingannar se stesso e l'altra a giustificare quest'inganno.»
«Un nemico del matrimonio più deciso di voi non l'ho mai visto,» disse Sergèj Ivànoviè.
«No, io non sono un nemico. Io sono un amico della divisione del lavoro. Gli uomini che non possono far nulla devono fare gli uomini, e gli altri contribuire alla loro istruzione e felicità. Ecco come la intendo io. C'è un mucchio di gente cui piace mischiare questi due mestieri, ma io non sono nel loro numero.»
«Come sarò felice quando saprò che vi sarete innamorato!» disse Lèvin. «Per piacere, invitatemi al matrimonio.»
«Io sono già innamorato.»
«Sì, della seppia. Sai,» si rivolse Lèvin al fratello, «Michaìl Semënyè scrive un'opera sull'alimentazione e...»
«Be', adesso non confondete! Non importa su cosa. Il fatto è... che appunto io amo la seppia.»
«Ma lei non vi impedirà di amare una moglie.»
«Lei non lo impedirà, ma la moglie sì.»
«Perché poi?»
«Ecco, lo vedrete. Voi amate la vostra azienda agricola, la caccia: be', vedrete!»
«Quest'oggi è stato qui Archìp; ha detto che nel Prudnòj c'è un mucchio di alci e due orsi,» disse Èìrikov.
«Eh, ormai li prenderete senza di me.»
«Ecco la verità,» disse Sergèj Ivànoviè. «Ma anche in seguito da' pure l'addio alla caccia all'orso: la moglie non ti lascerà andare!»
Lèvin sorrise. L'immagine della moglie che non l'avrebbe lasciato andare gli faceva così piacere che era pronto a rinunciare per sempre al piacere di vedere gli orsi.
«E tuttavia è un peccato che prendano quei due orsi senza di voi. E vi ricordate l'ultima volta a Chapìlovo? Sarebbe una caccia stupenda,» disse Èìrikov.
Lèvin non lo volle deludere rispondendogli che per lui in nessun posto poteva esserci qualcosa di buono senza Kitty, e perciò non disse nulla.
«Non per niente s'è instaurato quest'uso di dar l'addio alla vita da scapolo,» disse Sergèj Ivànoviè. «Per quanto felici si sia, dispiace tuttavia per la libertà.»
«E confessate: voi provate quel sentimento del fidanzato di Gògol che vuole svignarsela dalla finestra?»
«Certamente, ma non l'ammette!» disse Katavàsov, e scoppiò a ridere forte.
«Be', la finestra è aperta... Andiamo subito a Tver! Una è un'orsa, si può andare nella tana. Davvero, partiamo con il treno delle cinque! E qui si arrangino,» disse Èìrikov, sorridendo.
«Ecco qua, perdio,» disse Lèvin sorridendo, «non riesco a trovar nella mia anima quel sentimento di rimpianto per la mia libertà!»
«Ma nell'anima adesso avete un tal caos che non ci troverete nulla,» disse Katavàsov. «Aspettate quando vi sarete un po' raccapezzato, allora sì che lo troverete!»
«No, almeno un poco dovrei sentire che, oltre al mio sentimento (non voleva dire "amore", davanti a lui)... e alla felicità, tuttavia mi spiace perdere la libertà... Al contrario, sono contento di questa perdita della libertà.»
«Male! Un caso disperato!» disse Katavàsov. «Be', beviamo alla sua guarigione oppure auguriamogli soltanto che almeno una centesima parte dei suoi sogni si avveri. E sarà già una felicità quale non c'è mai stata sulla terra!»
Poco dopo il pranzo gli ospiti se ne andarono per fare in tempo a vestirsi per il matrimonio.
Rimasto solo e ricordando i discorsi di quegli scapoli, Lèvin si domandò ancora una volta se nella sua anima vi fosse quel sentimento di rimpianto della propria libertà di cui loro parlavano. A questa domanda sorrise: «La libertà? Perché la libertà? La felicità è soltanto nell'amare e desiderare, nel pensare con i suoi desideri, con i suoi pensieri, ossia nessuna libertà, ecco la felicità!»
«Ma conosco io i suoi pensieri, i suoi desideri, i suoi sentimenti?» gli mormorò a un tratto una certa voce. Il sorriso scomparve dalla sua faccia ed egli rimase pensieroso. E, a un tratto, l'assalì una strana sensazione. L'assalirono la paura e il dubbio, il dubbio di tutto.
«E se lei non mi ama? E se lei mi sposa solamente per prendere marito? E se non sa neppure lei quello che fa?» si domandava. «Può ritornare in sè e, appena sarà sposata, capirà che non mi ama, né poteva amarmi.» E cominciarono a venirgli pensieri strani, i più cattivi sul conto di lei. Era geloso di Vrònskij, come un anno prima, come se quella sera in cui l'aveva veduta con Vrònskij fosse stato il giorno prima. Sospettava che lei non gli avesse detto tutto.
Saltò su in fretta. «No, così non si può!» si disse con disperazione. «Andrò da lei, domanderò, dirò per l'ultima volta: siamo liberi e non sarebbe meglio fermarci? Tutto è meglio dell'eterna infelicità, della vergogna, dell'infedeltà!!» Con la disperazione in cuore e con rabbia contro tutti gli uomini, contro di sè, contro di lei, uscì dall'albergo e andò da Kitty.
La trovò nelle stanze interne. Era seduta su un baule e dava certe disposizioni alla ragazza, esaminando dei mucchi di abiti disposti sulle spalliere delle sedie e sul pavimento.
«Ah!» gridò vedendolo e si illuminò tutta di gioia. «Come mai tu, voi (sino a quell'ultimo giorno gli dava ora del "tu" ora dei "voi")? Non me l'aspettavo! Sto esaminando i miei abiti di ragazza, a chi questo...»
«Ah! questo è molto bello!» disse lui, guardando cupamente la ragazza.
«Vai, Dunjàša, ti chiamerò poi,» disse Kitty. «Ma tu che hai?» domandò, dandogli risolutamente del «tu», non appena la ragazza fu uscita. Aveva notato la sua strana faccia, agitata e cupa, e le era venuta paura.
«Kitty! Io mi torturo. Non posso torturarmi da solo,» disse lui con disperazione nella voce, fermandosi davanti a lei e guardandola in modo supplichevole negli occhi. Aveva già visto dal suo sincero viso innamorato che non poteva venir fuori nulla di quel che aveva intenzione di dire, e tuttavia aveva bisogno che lei stessa lo persuadesse. «Sono venuto per dire che c'è ancora tempo. Tutto questo si può ancora annullare e correggere.»
«Cosa? Non capisco nulla. Che cosa ti è successo?»
«Quel che ho detto mille volte e non posso non pensare... che io non ti valgo. Tu non potevi acconsentire a sposarmi. Pensaci. Ti sei sbagliata. Pensaci bene. Tu non puoi amarmi... Se... è meglio che tu lo dica,» disse senza guardarla. «Io sarò infelice. Lascia pure che tutti dicano quel che vogliono; è sempre meglio dell'infelicità... Tutto è meglio adesso, finché c'è tempo...»
«Io non capisco,» rispose lei spaventata, «ossia che tu vuoi rinunciare... che non bisogna?»
«Sì, se tu non mi ami.»
«Tu sei impazzito!» gridò lei arrossendo dalla stizza.
Ma la faccia di lui era così pietosa, che lei frenò la propria stizza e, gettati via i vestiti da una poltrona, si sedette vicino a lui.
«Che cosa pensi? Di' tutto.»
«Penso che tu non puoi amarmi. Per che cosa mi puoi amare?»
«Dio mio! Cosa posso mai?...» disse lei, e scoppiò a piangere.
«Ah, che cos'ho fatto!» gridò lui e, mettendosi in ginocchio davanti a lei, cominciò a baciarle le mani.
Quando la principessa dopo cinque minuti entrò nella stanza, li trovò già completamente riconciliati. Kitty non solo l'aveva assicurato che lo amava, ma, rispondendo alla sua domanda per che cosa lo amasse, gli aveva anche spiegato per che cosa. Gli aveva detto che lo amava perché capiva tutto di lui, perché sapeva ciò che gli piaceva, e che tutto quel che piaceva a lui era tutto buono. E questo a lui era sembrato perfettamente chiaro. Quando la principessa entrò da loro, erano seduti l'uno a fianco dell'altro sul baule, esaminavano i vestiti e discutevano sul fatto che Kitty voleva dare a Dunjàša il vestito marrone che portava quando Lèvin le aveva fatto la proposta di matrimonio, e lui insisteva di non dare quel vestito a nessuno e di dare invece a Dunjàša quello azzurro.
«Come fai a non capire? Lei è bruna e non le starà bene... Io ho tenuto conto di tutto.»
Informata perché era venuto, la principessa si arrabbiò mezzo per scherzo e mezzo sul serio e lo spedì a casa a vestirsi invece di impedire a Kitty di pettinarsi, giacché Charles sarebbe venuto subito.
«Già così lei non mangia niente in tutti questi giorni e si è fatta brutta, e tu vieni anche a sconvolgerla con le tue sciocchezze,» gli disse. «Levati dai piedi, levati dai piedi, carissimo.»
Colpevole e svergognato, ma tranquillizzato, Lèvin fece ritorno al suo albergo. Suo fratello, Dàrija Aleksàndrovna e Stepàn Arkàdiè, tutti in gran toilette già lo aspettavano per benedirlo con l'icona. Non c'era tempo da perdere. Dàrija Aleksàndrovna doveva ancora passare a casa a prendere il suo figliolo impomatato e arricciato, che doveva portare l'icona insieme con la fidanzata. Poi si doveva mandare una carrozza a prendere il cavaliere d'onore, e l'altra, che avrebbe portato Sergèj Ivànoviè, bisognava mandarla indietro... Insomma, di cose varie molto complicate ce n'erano tante da fare. E di certo non c'era tempo da perdere, perché erano già le sei e mezzo.
La benedizione con l'icona mancò del tutto di solennità. Stepàn Arkàdiè si mise in una posa comicamente solenne accanto alla moglie, prese l'icona e, ordinando a Lèvin di inchinarsi sino a terra, lo benedisse con un sorriso buono e canzonatorio e lo baciò tre volte; lo stesso fece anche Dàrija Aleksàndrovna e poi si affrettò subito ad andarsene e s'imbrogliò di nuovo nei programmi sui movimenti delle carrozze.
«Bene, ecco allora che cosa faremo: tu vai nella nostra carrozza a prender lui, e Sergèj Ivànoviè... se poi fosse così buono da passare e poi mandarla indietro.»
«Ma certo, sono molto contento.»
«E noi verremo subito con lui. La roba è stata spedita?» disse Stepàn Arkàdiè.
«Spedita,» rispose Lèvin, e ordinò a Kuzmà di aiutarlo a vestirsi.
III
Una folla di gente, specialmente donne, circondava la chiesa illuminata per il matrimonio. Quelli che non erano riusciti a penetrare nel mezzo, si affollavano vicino alle finestre, dandosi spintoni, discutendo e sbirciando attraverso le grate.
Più di venti carrozze erano già state scaglionate dai gendarmi lungo la via. Un ufficiale di polizia, noncurante del gelo, stava ritto all'ingresso, splendendo nella sua uniforme. Ininterrottamente arrivavano altre carrozze e in chiesa entravano ora signore con fiori e con gli strascichi sollevati, ora uomini che si toglievano il chepì o il cappello nero. Nella chiesa erano già accesi entrambi i lampadari e tutte le candele davanti alle immagini sacre. Lo splendore dell'oro sullo sfondo rosso dell'iconostasi, l'intaglio dorato delle icone, e l'argento dei candelabri e dei candelieri, insieme ai lastroni del pavimento, ai tappetini, agli stendardi in alto vicino ai cori, agli scalini dell'ambone, ai vecchi libri anneriti, e alle stole, e alle cotte, tutto era inondato di luce. Nella parte destra della chiesa riscaldata, nella folla di frac e di cravatte bianche, di uniformi e di sete, di velluto, di raso, di capelli, di fiori, di spalle nude e di braccia in guanti lunghi, si svolgeva un chiacchiericcio trattenuto e animato, che si ripercuoteva stranamente nell'alta cupola. Ogni volta che echeggiava lo stridio della porta che veniva aperta, il chiacchiericcio nella folla taceva e tutti si voltavano a guardare, aspettandosi di vedere lo sposo e la sposa che entravano. Ma la porta si era già aperta più di dieci volte e ogni volta era un invitato o un'invitata in ritardo, che si univano alla cerchia degli altri, a destra, o una spettatrice che aveva ingannato o impietosito l'ufficiale di polizia e si aggregava alla folla degli spettatori estranei, a sinistra. Sia i parenti e gli invitati che gli estranei erano ormai passati attraverso tutte le fasi dell'attesa.
Dapprima avevano supposto che lo sposo e la sposa sarebbero arrivati subito, non attribuendo alcuna importanza al leggero ritardo. Poi avevano cominciato a volgere sempre più spesso lo sguardo verso la porta, domandandosi se non fosse accaduto qualcosa. Poi il ritardo diventò ormai imbarazzante e i parenti e gli invitati si sforzavano di far finta di non pensare allo sposo e di essere intenti alla loro conversazione.
Il protodiacono, come a ricordare che il suo tempo era prezioso, tossicchiava impaziente, facendo tremare i vetri delle finestre. Sul coro si sentivano ora le voci che provavano, ora il soffiar di naso dei cantori che si annoiavano. Il prete mandava ogni momento il sacrestano o il diacono a vedere se non fosse arrivato lo sposo, e lui stesso, in tunica viola e con la cintura ricamata, usciva sempre più sovente verso la porta laterale in attesa dello sposo. Infine una delle signore, dopo aver dato un'occhiata all'orologio, disse: «Però è strano!» e tutti gli invitati si misero in agitazione e cominciarono ad esprimere ad alta voce la propria meraviglia e il proprio scontento. Uno dei cavalieri d'onore andò a informarsi che cosa fosse successo. Kitty intanto, già da tempo completamente pronta, con l'abito bianco, il velo lungo e la corona di fiori d'arancio, era in piedi nella sala della casa degli Šèerbàckij con la madrina e la sorella Lvòva, e guardava fuori dalla finestra, aspettando invano già da più di mezz'ora notizie sull'arrivo dello sposo in chiesa dal proprio cavalier d'onore.
Lèvin intanto, in pantaloni ma senza il panciotto e il frac, camminava avanti e indietro per la sua camera d'albergo, affacciandosi continuamente alla porta e guardando nel corridoio. Ma nel corridoio non si vedeva colui che egli aspettava e, ritornando disperato e agitando le braccia, egli si rivolgeva a Stepàn Arkàdiè che fumava tranquillamente.
«C'è mai stato un uomo in una situazione così orribile e idiota!» diceva.
«Sì, è stupido,» confermò Stepàn Arkàdiè, sorridendo in modo rasserenante. «Ma calmati, la porteranno subito.»
«No, ma come!» diceva Lèvin con furore contenuto. «E questi idioti panciotti aperti! È impossibile!» disse ancora, guardando lo sparato gualcito della propria camicia. «E che farò se hanno già portato la roba alla ferrovia!» gridò con disperazione.
«Allora ne metterai una mia.»
«È da un pezzo che bisognava far così.»
«Non sta bene esser ridicoli... Aspetta! Si accomoderà.»
Il fatto era che, quando Lèvin aveva chiesto di vestirsi, Kuzmà, il vecchio suo domestico, aveva portato il frac, il panciotto, e tutto quel che era necessario.
«E la camicia!» aveva gridato Lèvin.
«La camicia l'avete indosso,» aveva risposto Kuzmà con un tranquillo sorriso.
Kuzmà non aveva pensato a lasciar fuori una camicia pulita e, ricevuto l'ordine di riporre tutto e di portarlo dagli Šèerbàckij, dalla cui casa gli sposi partivano quella sera stessa, aveva così fatto, riponendo il tutto fuorché il frac completo. La camicia indossata sin dal mattino era gualcita e impossibile a portarsi con la moda dei panciotti aperti. Mandar dagli Šèerbàckij era lontano. Mandarono a comprare una camicia. Il domestico era tornato: tutto chiuso, domenica. Mandarono da Stepàn Arkàdiè, portarono una camicia: era larga e corta in maniera impossibile. Mandarono finalmente dagli Šèerbàckij a disfare i bagagli. Il fidanzato era atteso in chiesa e invece era lì che camminava per la stanza come una belva in gabbia, guardando nel corridoio e ricordando con orrore e disperazione quel che aveva detto a Kitty e quel che adesso lei poteva pensare di lui.
Finalmente Kuzmà il colpevole, col fiato mozzo, irruppe nella stanza con la camicia.
«L'ho trovata per un filo. Caricavano già sul carro,» disse Kuzmà.
Dopo tre minuti, senza guardar l'orologio per non inasprire le ferite, Lèvin correva per il corridoio.
«Tanto così non rimedi,» disse Stepàn Arkàdiè con un sorriso, tenendogli dietro senza furia. «Si accomoderà, si accomoderà... ti dico.»
IV
«Sono arrivati! Eccolo! Qual è? Quello più giovane, vero? E lei, màtuška, è più morta che viva!» cominciarono a dir nella folla quando Lèvin, incontrata la fidanzata all'ingresso, entrò insieme con lei in chiesa.
Stepàn Arkàdiè raccontò alla moglie il motivo del ritardo, e gli invitati bisbigliavano fra loro sorridendo. Lèvin non notava nulla e nessuno; guardava la sua fidanzata senza distoglierne gli occhi.
Tutti dicevano che lei s'era molto sciupata in quegli ultimi giorni e sotto la corona di sposa non era neanche lontanamente così bella come di solito; ma Lèvin non era di questo parere. Guardava l'alta acconciatura di lei con il lungo velo bianco e i fiori bianchi, il colletto alto a pieghe, che verginalmente chiudeva ai lati e scopriva davanti il suo lungo collo, e la vita meravigliosamente sottile, e gli sembrava che lei fosse più bella che mai, non perché quei fiori, quell'abito ordinato a Parigi, quel velo, aggiungessero qualcosa alla sua bellezza, ma perché, nonostante quel fastoso e voluto abbigliamento, l'espressione del suo viso gentile, del suo sguardo, delle sue labbra, era sempre quella sua peculiare espressione di innocente sincerità.
«Avevo già pensato che tu volessi scappare,» disse lei, e gli sorrise.
«È così idiota quel che mi è successo che fa vergogna a dirlo!» disse lui arrossendo, e dovette rivolgersi a Sergèj Ivànoviè che si era avvicinato.
«Buona la tua storia della camicia!» disse Sergèj Ivànoviè scuotendo la testa e sorridendo.
«Sì, sì,» rispose Lèvin senza comprendere di che cosa gli parlassero.
«Be', Kòstja, adesso bisogna decidere,» disse Stepàn Arkàdiè con un'aria fintamente spaventata, «è una questione importante. Proprio adesso tu sei in grado di valutarne tutta l'importanza. Mi stanno domandando se accendere le candele bruciate o quelle non bruciate. C'è una differenza di dieci rubli,» aggiunse, atteggiando le labbra a un sorriso. «Io ho deciso, ma ho paura che tu non mi dia la tua approvazione.»
Lèvin capì che era uno scherzo, ma non potè sorridere.
«Sicché, allora? Quelle bruciate o quelle non bruciate? Ecco la questione.»
«Sì, sì! Quelle non bruciate.»
«Be', sono molto contento. La questione è decisa!» disse Stepàn Arkàdiè sorridendo. «Come diventa stupida, però, la gente in questa situazione,» disse poi a Èìrikov quando Lèvin, dopo averlo guardato con aria smarrita, si avvicinò alla fidanzata.
«Guarda, Kitty, metti per prima il piede sul tappeto,» disse la contessa Nordston avvicinandosi. «Come state bene!» aggiunse, rivolgendosi a Lèvin.
«Be', niente paura?» disse Màrija Dmìtrievna, una vecchia zia.
«Non hai freddo? Sei pallida. Aspetta, chinati!» disse la sorella di Kitty, Lvòva, e, disponendo a cerchio le piene, bellissime braccia, acconciò a Kitty con un sorriso i fiori sul capo.
Dolly si avvicinò; avrebbe voluto dir qualcosa, ma non potè pronunciar parola, si mise a piangere e poi rise in modo innaturale.
Kitty guardava tutti con occhi assenti, come Lèvin. A tutti i discorsi che le rivolgevano poteva rispondere solamente con il sorriso di felicità che adesso le si addiceva tanto.
Nel frattempo i sacerdoti avevano messo i paramenti e il prete e il diacono si erano portati sino al leggio che stava nel vestibolo della chiesa. Il prete si rivolse a Lèvin dicendogli qualcosa. Lèvin non sentì che cosa aveva detto il prete.
«Prendete per mano la sposa e conducetela,» disse il cavaliere d'onore a Lèvin.
Per un pezzo Lèvin non potè capire che cosa pretendessero da lui. Per un pezzo lo corressero e stavano già per desistere, perché lui la prendeva sempre con la mano sbagliata o le prendeva la mano che non doveva prendere, quando finalmente lui capì che doveva prendere con la mano destra la mano destra di lei, senza cambiar posizione. Quando finalmente prese la sposa per mano come doveva, il prete fece qualche passo davanti a loro e si fermò presso il leggio. Allora la folla dei parenti e dei conoscenti si mosse dietro di loro con un mormorio e un fruscio di strascichi. Qualcuno, chinandosi, accomodò lo strascico della sposa. In chiesa si fece un tale silenzio che si sentiva il cadere delle gocce di cera.
Il vecchio prete con la cotta, con le ciocche canute dei capelli argentei, scintillanti, divisi in due parti dietro gli orecchi, sfogliava qualcosa sul leggio dopo aver liberato le piccole mani senili di sotto la pesante pianeta d'argento con la croce dorata sulla schiena.
Stepàn Arkàdiè gli si avvicinò con cautela, sussurrò qualcosa, e, dopo aver ammiccato a Lèvin, tornò di nuovo indietro.
Il prete accese due candele ornate di fiori, tenendole inclinate nella mano sinistra, sicché la cera ne gocciolava lentamente, e si volse con il viso verso i fidanzati. Il prete era lo stesso che aveva confessato Lèvin. Guardò con uno sguardo stanco e triste il fidanzato e la fidanzata, sospirò, e liberando di sotto la pianeta la mano destra, con essa benedisse il fidanzato ed egualmente, ma con una sfumatura di cauta tenerezza, impose le dita ripiegate sulla testa china di Kitty. Poi porse loro le candele e, preso il turibolo, si allontanò lentamente da loro.
«Possibile che sia vero?» pensò Lèvin e si voltò a guardare la fidanzata. Un po' dall'alto poteva scorgerne il profilo, e, da un movimento appena percettibile delle sue labbra e delle sue sopracciglia, sapeva che aveva sentito il suo sguardo. Lei non si volse, ma l'alto colletto a pieghe si mosse, sollevandosi verso il piccolo orecchio roseo. Egli vide che il respiro le si era fermato nel petto e che nell'alto guanto aveva cominciato a tremare la piccola mano che teneva la candela.
Tutto il trambusto per la camicia, il ritardo, la conversazione con i conoscenti, con i parenti, il loro scontento, la sua situazione ridicola, tutto improvvisamente scomparve ed egli si sentì invaso dalla gioia e dalla paura.
Il bel protodiacono aitante in dalmatica argentea, con i riccioli ondulati spartiti in due parti, si fece avanti baldanzoso e, sollevato con gesto consueto lo stendale su due dita, si fermò di fronte al prete.
«Be-ne-di-ci, Si-gnore!» echeggiarono lentamente le note solenni, facendo vibrare onde d'aria.
«Sia benedetto il Dio nostro sempre, adesso e ognora nei secoli dei secoli,» rispose con voce umile e cantante il piccolo vecchio prete, continuando a sfogliare qualcosa sul leggio. E, riempiendo tutta la chiesa, dalle finestre alle volte, ampio e armonioso si levò, si rafforzò, si arrestò per un istante e morì quietamente il pieno accordo di un coro invisibile.
Pregavano, come del resto sempre, per la pace eterna e per la salvezza, per il sinodo, per l'imperatore; pregavano anche per il servo di Dio Konstantìn e per Katerìna che quel giorno si fidanzavano.
«Affinché sia mandato loro l'amore più perfetto, più pacifico, e ogni aiuto, preghiamo il Signore,» sembrava respirare tutta la chiesa con la voce del protodiacono.
Lèvin ascoltava le parole ed esse lo stupivano. «Come hanno indovinato che ci voleva l'aiuto, proprio l'aiuto?» pensava, ricordando tutte le sue paure e i suoi dubbi recenti. «Che so io? Che posso io in questa cosa terribile,» pensava, «senza un aiuto? Proprio d'un aiuto ho bisogno ora.»
Quando il diacono ebbe finita la preghiera liturgica, il prete si rivolse ai promessi sposi con il libro.
«Dio eterno, che hai raccolto nell'unione quelli che erano lontani,» lesse con mite voce cantante, «e hai stabilito per essi una alleanza indistruttibile d'amore; che hai benedetto Isacco e Rebecca, che hai mostrato ai loro discendenti la Tua promessa: benedici Tu stesso anche questi Tuoi servi, Konstantìn, Katerìna, indirizzandoli verso ogni opera buona. Poiché sei un Dio misericordioso e amante degli uomini, e a Te noi innalziamo gloria, al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli.» «A-men,» si effuse nuovamente nell'aria l'invisibile coro.
«Che hai raccolto nell'unione quelli che erano lontani e hai stabilito un'alleanza d'amore; come sono profonde queste parole e come corrispondono a quel che si sente in questo momento!» pensò Lèvin. «Sente anche lei quel che sento io?»
E, voltatosi, incontrò il suo sguardo.
E dall'espressione di quello sguardo concluse che lei capiva le stesse cose che capiva lui. Ma non era vero; lei non capiva quasi nulla delle parole della funzione. Lei non poteva ascoltarle e capirle: tanto forte era quell'unico sentimento che le riempiva l'anima e si intensificava sempre più. Quel sentimento era la gioia del compimento pieno di quel che già da un mese e mezzo andava compiendosi nella sua anima e che nel corso di tutte quelle sei settimane l'aveva fatta gioire e soffrire. Quel giorno che lei, nel suo abito marrone, gli si era avvicinata in silenzio nella sala della casa sull'Arbàt e si era abbandonata a lui, nella sua anima in quel giorno e in quell'ora si era compiuta una rottura completa con tutta la vita precedente, ed era cominciata una vita completamente diversa, nuova, a lei completamente ignota, anche se in realtà continuava la vecchia vita. Quelle sei settimane erano state il periodo per lei più beato e più tormentoso. Tutta la sua vita, tutti i desideri, le speranze erano concentrati in quell'unico uomo per lei ancora incomprensibile, con il quale si collegava un certo sentimento ancor più incomprensibile, di attaccamento, e insieme di repulsione; eppure, nello stesso tempo, lei aveva continuato a vivere come prima. Vivendo la sua vecchia vita, lei aveva spavento di sè, della propria completa, insormontabile indifferenza per tutto il proprio passato: verso le cose, le abitudini, le persone che le avevano voluto bene e le volevano bene, verso la madre amareggiata da quell'indifferenza, verso il caro tenero padre prima amato più di tutto al mondo. A momenti inorridiva di quest'indifferenza, a momenti gioiva di quel che l'aveva portata a questa indifferenza. Non poteva né pensare, né desiderare nulla all'infuori della vita con quell'uomo; ma questa nuova vita non c'era ancora e lei non poteva nemmeno immaginarsela chiaramente. C'era solo l'attesa: la paura e la gioia del nuovo e dell'ignoto. Ed ecco, fra poco, l'attesa, e l'ignoto, e il pentimento d'aver rinnegato la vita di prima: tutto sarebbe finito e il nuovo sarebbe cominciato. Questo nuovo non poteva non far paura per quanto vi era di ignoto; ma facesse paura o no, esso si era già compiuto sei settimane prima nella sua anima; adesso veniva solamente santificato ciò che già da tempo si era fatto nella sua anima.
Voltatosi di nuovo verso il leggio, il prete afferrò con difficoltà il piccolo anello di Kitty e, chiesta la mano di Lèvin, lo infilò nella prima falange del dito. «Si fidanza il servo di Dio Konstantìn con la serva di Dio Katerìna.» E, infilato l'anello grande nel piccolo dito di Kitty, roseo, commovente per la sua fragilità, il prete proferì la stessa cosa.
Varie volte i fidanzati vollero indovinare che cosa bisognasse fare e ogni volta si sbagliarono e il prete li corresse con un bisbiglio. Dopo aver fatto finalmente quel che bisognava, dopo avergli fatto il segno della croce con gli anelli, egli diede di nuovo a Kitty l'anello grande e a Lèvin quello piccolo; di nuovo essi si imbrogliarono e si passarono due volte l'anello da una mano all'altra senza che ne venisse fuori quel che si richiedeva.
Dolly, Èìrikov e Stepàn Arkàdiè si fecero avanti per correggerli. Vi furono sorrisi, mormorii e scompiglio, ma l'espressione solennemente commossa sui visi dei fidanzati non mutò; al contrario, imbrogliandosi con le mani, loro guardavano in modo ancor più serio e solenne di prima, e il sorriso con cui Stepàn Arkàdiè sussurrò loro che ora ciascuno doveva infilare il proprio anello gli morì involontariamente sulle labbra. Aveva sentito che qualsiasi sorriso li avrebbe offesi.
«Poiché Tu dal principio hai creato il sesso maschile e femminile,» lesse il prete dopo lo scambio degli anelli, «e da Te è congiunta al marito la moglie, a soccorso e concepimento del genere umano. Così Tu stesso, Signore Dio nostro, che hai inviato la verità alla Tua discendenza, e la Tua promessa ai Tuoi servi nostri padri, per generazioni e generazioni, Tuoi eletti: guarda il servo Tuo Konstantìn e la serva Tua Katerìna e conferma la loro unione nella fede, e nella concordia, e nella verità, e nell'amore...»
Lèvin sentiva sempre più che tutti i suoi pensieri sul matrimonio, i suoi sogni sul modo in cui avrebbe costruito la propria vita, tutto questo era una puerilità, e che in realtà si trattava di qualcosa che sinora lui non aveva capito e adesso capiva ancor meno, benché questo qualcosa si compisse su di lui; un fremito sollevava sempre più alto il suo petto, e lacrime ribelli gli venivano agli occhi.
V
Nella chiesa c'era tutta Mosca, parenti e conoscenti. E durante il rito, nella scintillante illuminazione della chiesa, nel cerchio di donne adorne, di ragazze e di uomini in cravatta bianca, frac e uniformi, non smetteva il chiacchiericcio educatamente sommesso, che tenevan vivo prevalentemente gli uomini, mentre le donne erano assorte nell'osservare tutti i particolari di quel rito che le commuove sempre tanto.
Nella cerchia più vicina alla fidanzata c'erano le sue due sorelle: Dolly e la maggiore, la tranquilla e bella Lvòva, che era arrivata dall'estero.
«Come mai Marie è in lilla, quasi nero, a un matrimonio?» diceva la Korsùnskaja.
«Con il colore della sua faccia è l'unica salvezza...» rispondeva la Drubeckàja. «Mi stupisco che abbiano fatto il matrimonio di sera. È da mercanti...»
«È più bello. Anch'io mi sono sposata di sera,» rispose la Korsùnskaja e sospirò, pensando com'era carina quel giorno, com'era buffamente innamorato suo marito e come adesso tutto era diverso.
«Dicono che chi fa da cavaliere d'onore più di dieci volte non si sposa; io volevo esserlo per la decima volta per assicurarmi, ma il posto era già stato occupato,» diceva il conte Sinjàvin alla graziosa principessa Èàrskaja, che aveva delle mire su di lui.
La Èàrskaja gli rispose soltanto con un sorriso. Lei guardava Kitty pensando come e quando sarebbe stata lì in piedi al posto di Kitty con il conte Sinjàvin, e come allora gli avrebbe rammentato la sua celia d'adesso.
Šèerbàckij diceva alla vecchia damigella d'onore Nikolàeva, che aveva intenzione di mettere la corona nuziale sullo chignon di Kitty perché fosse felice.
«Secondo me, è meglio senza lo chignon,» rispose la Nikolàeva, la quale aveva deciso da un pezzo che se il vecchio vedovo su cui lei aveva messo gli occhi l'avesse sposata, il matrimonio sarebbe stato dei più semplici. «Non mi piace questo fasto.»
Sergèj lvànoviè parlava con Dàrija Dmìtrievna, assicurandola per scherzo che si diffonde l'uso di partire dopo le nozze perché gli sposi novelli si vergognano sempre un po'.
«Vostro fratello può essere orgoglioso. È un miracolo quanto è carina lei. Lo invidiate, penso.»
«Io son già passato attraverso questo, Dàrija Dmìtrievna,» rispose lui e la sua faccia inaspettatamente assunse un'espressione seria e triste.
Stepàn Arkàdiè raccontava alla cognata il suo giuoco di parole sul divorzio.
«Bisogna mettere a posto meglio la corona,» rispose lei senza ascoltarlo.
«Che peccato che si sia sciupata così,» diceva la contessa Nordston a Lvòva. «E, comunque, lui non vale un suo dito. Non è vero?»
«No, a me piace molto. E non perché sia il mio futuro beaufrère,» rispose Lvòva. «E come si comporta bene! È così difficile contenersi bene in questa situazione: non esser ridicoli. Ma lui non è ridicolo, non è teso, si vede che è commosso.»
«A quanto pare, voi ve l'aspettavate?»
«Quasi. Lei l'ha sempre amato.»
«Bene, stiamo a vedere chi di loro due metterà per primo il piede sul tappeto. Io l'ho consigliato a Kitty.»
«Fa lo stesso,» rispose Lvòva, «noi siamo tutte mogli docili, l'abbiamo nel sangue.»
«E io invece ho messo apposta il piede prima di Vasìlij. E voi, Dolly?»
Dolly era in piedi vicino a loro, le ascoltava, ma non rispose. Era commossa. Aveva le lacrime agli occhi e non avrebbe potuto dir nulla senza scoppiare a piangere. Era contenta per Kitty e per Lèvin; ritornando con il pensiero al proprio matrimonio, sogguardava Stepàn Arkàdiè che era raggiante, dimenticava tutto il presente e ricordava soltanto il proprio innocente primo amore. Non ricordava soltanto se stessa, ma tutte le donne a lei vicine e note; si ricordò com'erano loro due in quel momento solenne, quando, esattamente come Kitty, stavano sotto la corona nuziale con amore, speranza e paura nel cuore, rinnegando il passato ed entrando nel misterioso futuro. Nel numero di tutte quelle fidanzate che le venivano in mente, ricordò anche la sua cara Anna, del cui divorzio aveva sentito di recente parlare. Anche lei, pura, si era trovata così: con i fiori d'arancio e col velo. E ora?
«Che strano!» mormorò trasognata.
Non soltanto le sorelle, le amiche e le parenti seguivano la funzione in tutti i suoi particolari; le donne estranee, le spettatrici, osservavano, con un'emozione che mozzava il respiro, paurose di perdere ogni movimento, l'espressione della faccia del fidanzato e della fidanzata, e con stizza non rispondevano e non davano ascolto ai discorsi degli uomini, che erano indifferenti e facevano osservazioni scherzose o estranee.
«Perché sembra che pianga? Ci va controvoglia?»
«E come controvoglia con un così bel giovine? Un principe, vero?»
«E quella in raso bianco è la sorella? Su, senti come strilla il diacono: "Che tema suo marito!"»
«Sono del Èùdovo?»
«Del Sinodo.»
«Ho domandato al servo. Dice che adesso se la porta nel suo dominio. È ricco da morire, dicono. Per questo gliel'han data.»
«No, la coppia è bella.»
«Ecco, Màrija Vasìlievna, voi negavate che le carnaline si portino staccate. Guardate un po' quella vestita color pulce, dicono che sia un'ambasciatrice, con quel risvolto... Così, e di nuovo così.»
«Com'è carina la fidanzata, come un'agnellina adorna! Checché diciate, però, fa sempre pena quando una di noi si marita.»
Così si diceva nella folla di spettatrici che erano riuscite a intrufolarsi nella porta della chiesa.
VI
Quando il rito del fidanzamento fu terminato, un chierico distese davanti al leggio in mezzo alla chiesa una pezza di seta rosa, il coro intonò un salmo elaborato e complicato, nel quale il basso e il tenore si rispondevano tra loro, e il prete, voltandosi, indicò ai due, ormai fidanzati, la pezza rosea di stoffa distesa. Per quanto entrambi avessero sentito spesso e molto parlare della credenza che chi mette per primo il piede sul tappeto sarà colui che comanda in famiglia, né Lèvin, né Kitty se ne ricordarono quando fecero quei pochi passi. Non sentirono nemmeno le osservazioni ad alta voce e le discussioni nate dal fatto che, secondo alcuni, lui aveva messo il piede per primo, e secondo altri, tutt'e due insieme.
Dopo le solite domande sul desiderio di unirsi in matrimonio e se non si erano promessi ad altri, e dopo le loro risposte che risuonarono strane a loro stessi, cominciò una nuova funzione. Kitty ascoltava le parole della preghiera, desiderando capirne il significato, ma non ne fu capace. Man mano che si svolgeva il rito, una sensazione di trionfo e di gioia luminosa, sempre più le riempiva l'anima e la privava d'ogni possibilità d'attenzione.
Pregavano «perché fosse loro donata la purezza e il frutto delle viscere a loro sostegno, perché avessero giubilo dalla vista di molti figli e figlie». Si ricordava che Dio aveva creato la donna dalla costola di Adamo e «per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà con la moglie, e saranno due in un'unica carne», e che «questo è un grande mistero»; pregavano perché Dio desse loro la fecondità e la benedizione come a Isacco e a Rebecca, a Giuseppe, a Mosè e a Sefora, e che essi vedessero i figli dei loro figli. «Tutto questo è magnifico,» pensava Kitty ascoltando queste parole, «tutto questo non può essere diversamente», e un sorriso di gioia, che si comunicava involontariamente a tutti quelli che la guardavano, risplendeva sul suo viso ora tutto illuminato.
Quando il prete posò le corone nuziali in testa agli sposi, e il principe Šèerbàckij sostenne quella della figlia con la mano tremante nel guanto a tre bottoni, si udirono consigli:
«Mettetele bene!»
«Mettetemela!» bisbigliò lei sorridendo.
Lèvin si voltò a guardarla e fu colpito dal gioioso splendore che era sul suo viso, e questo sentimento involontariamente si comunicò anche a lui. Come lei, anche lui si sentì pieno di luce e di gioia.
Provarono gioia ad ascoltare la lettura dell'epistola apostolica, e al rimbombo della voce del protodiacono all'ultimo versetto, atteso con tanta impazienza dal pubblico degli estranei. Provarono gioia a bere dalla tazza piatta il tiepido vino rosso con l'acqua, e provarono ancor più gioia quando il prete, gettata via la pianeta e prese entrambe le loro mani nella propria, li condusse attorno al leggio fra gli impeti del basso che cantava l'Isaia giubila! Šèèrbàckij e Èìrikov, che sostenevano le corone, impigliandosi nello strascico della fidanzata, anch'essi sorridendo e rallegrandosi, ora restavano indietro, ora urtavano contro gli sposi alle soste del prete. La scintilla di gioia che si era accesa in Kitty sembrava essersi comunicata a tutti quelli che erano in chiesa. A Lèvin pareva che anche il prete e il diacono avessero voglia di sorridere come lui.
Tolte le corone dalle loro teste, il prete lesse l'ultima preghiera e si congratulò con gli sposi. Lèvin gettò uno sguardo a Kitty: mai sinora l'aveva vista così. Era incantevole per quel nuovo fulgore di felicità che era sul suo viso. Lèvin avrebbe voluto dirle qualcosa, ma non sapeva se tutto era finito. Il prete lo tolse d'impaccio. Sorrise con la sua bocca buona e disse piano:
«Baciate la moglie, e voi baciate il marito», e gli tolse dalle mani le candele.
Lèvin le baciò cautamente le labbra sorridenti, le diede il braccio e, provando la sensazione di una nuova, strana vicinanza a lei, uscì dalla chiesa. Non credeva, non poteva credere che tutto questo fosse vero. Vi credette solamente quando i loro sguardi stupiti e timidi s'incontrarono, perché sentiva che ormai loro erano una cosa sola.
Dopo la cena, quella notte stessa, i giovani sposi partirono per la campagna.
VII
Vrònskij e Anna viaggiavano già da tre mesi insieme per l'Europa. Avevano visitato Venezia, Roma, Napoli ed erano appena arrivati in una piccola città italiana, dove volevano stabilirsi per un certo tempo.
Il bel capocameriere con la scriminatura che cominciava fin dal collo nei folti capelli impomatati, in frac e con un largo sparato bianco di batista alla camicia, con un mazzetto di ciondoli sulla pancetta tondeggiante, ficcate le mani in tasca, socchiusi con disprezzo gli occhi, rispondeva severamente qualcosa a un signore che s'era fermato. Avendo sentito dall'altra parte dell'ingresso dei passi che salivano la scala, il capocameriere si voltò e, avendo visto il conte russo che occupava da loro le migliori camere, tolse rispettosamente le mani dalle tasche e, fatto un inchino, spiegò che il corriere era andato e che la faccenda dell'affitto del palazzo era conclusa. L'amministratore principale era pronto a firmare il contratto.
«Ah! Sono molto contento,» disse Vrònskij. «E la signora è in casa o no?»
«Era andata a passeggio, ma adesso è tornata,» rispose il cameriere.
Vrònskij si tolse dal capo il cappello floscio a larghe falde e si terse con il fazzoletto la fronte sudata e i capelli lunghi fino a coprire metà delle orecchie, e pettinati all'indietro, per nascondere la calvizie. Gettato uno sguardo distratto al signore che stava ancora lì e lo sbirciava, fece per passar oltre.
«Questo signore è russo e chiedeva di voi,» disse il capocameriere.
Con un sentimento misto di stizza per il fatto di non poter sfuggire in nessun posto ai conoscenti, e di desiderio di trovare una distrazione alla monotonia della sua vita, Vrònskij si voltò a guardare meglio il signore che si era allontanato e fermato; e nello stesso istante a entrambi s'illuminarono gli occhi.
«Golenìsèev!»
«Vrònskij!»
Era proprio Golenìsèev, un compagno di Vrònskij nel corpo dei paggi. Nel corpo Golenìsèev apparteneva al partito liberale; era uscito dal corpo con un grado civile e non era mai stato impiegato in nessun posto. I due compagni si erano completamente perduti di vista dopo l'uscita dal corpo e in seguito si erano incontrati una volta sola. In occasione di quell'incontro Vrònskij aveva appreso che Golenìsèev si era scelta un'attività adatta a un intellettuale di tendenze liberali, e per questo disprezzava l'attività e la condizione di Vrònskij. Perciò, Vrònskij aveva allora opposto a Golenìsèev quella resistenza fredda e orgogliosa che lui sapeva opporre alla gente e il cui significato era questo: «Il mio modo di vivere vi può piacere o non piacere, ma per me questo fa assolutamente lo stesso: voi dovete stimarmi se volete la mia compagnia.» Golenìsèev da parte sua era stato di un'indifferenza sprezzante verso Vrònskij. Sembrava che quell'incontro avrebbe dovuto separarli ancor più. Adesso invece si erano fatti raggianti e avevano gridato di gioia riconoscendosi a vicenda. Vrònskij non avrebbe mai pensato che l'avrebbe rallegrato tanto rivedere Golenìsèev; probabilmente non sapeva nemmeno lui quanto si annoiasse. Aveva dimenticato la sgradevole impressione dell'ultimo incontro e tese la mano al compagno d'un tempo con un viso aperto, gioioso. La medesima espressione di gioia prese il posto dell'espressione ansiosa prima dipinta sulla faccia di Golenìsèev.
«Come sono contento d'incontrarti!» disse Vrònskij, mettendo in mostra i suoi forti denti bianchi con un amichevole sorriso.
«E io sento dire "Vrònskij", ma non sapevo quale. Molto, molto contento!»
«Entriamo allora. Be', che cosa fai?»
«È già il secondo anno che vivo qui. Lavoro.»
«Ah!» disse Vrònskij con interesse. «Entriamo dunque.»
E per la solita abitudine dei russi, invece di dire appunto in russo ciò che voleva nascondere alla servitù, si mise a parlare in francese.
«Conosci la Karènina? Viaggiamo insieme. Sto andando da lei,» disse in francese, scrutando attentamente in faccia Golenìsèev.
«Ah! Non sapevo (benché sapesse),» rispose con indifferenza Golenìsèev. «È molto che sei arrivato?» aggiunse.
«Io? Da tre giorni,» rispose Vrònskij, scrutando ancora una volta con attenzione la faccia del compagno.
«Sì, è un uomo per bene e vede la cosa come va vista,» si disse Vrònskij, avendo capito il significato dell'espressione del viso di Golenìsèev e del suo mutar discorso. «Gli si può far conoscere Anna, vede la cosa come va vista.»
In quei tre mesi che aveva trascorso con Anna all'estero, facendo amicizia con nuova gente, Vrònskij si era sempre posto la domanda in qual modo la nuova persona avrebbe considerato i suoi rapporti con Anna, e per lo più incontrava negli uomini una comprensione come si deve. Ma se gli avessero domandato, e avessero domandato a quelli che capivano il «come si deve», in che cosa consistesse questa comprensione, sia lui sia loro sarebbero stati in difficoltà.
In sostanza, quelli che secondo l'opinione di Vrònskij capivano «come si deve» non lo capivano invece affatto, ma si comportavano in genere come si comportano le persone beneducate di fronte a tutte le questioni complicate e insolubili che circondano la vita in tutti i suoi aspetti; si comportavano secondo le convenienze, evitando le allusioni e le questioni spiacevoli. Facevano finta di capire perfettamente il significato e il senso della situazione, di accettarla e persino di approvarla, ma di ritenere inopportuno e superfluo spiegare tutto questo.
Vrònskij intuì subito che Golenìsèev era uno di questi e perciò fu doppiamente contento di vederlo. Effettivamente, quando Golenìsèev fu introdotto dalla Karènina, si comportò con lei come Vrònskij poteva desiderare. Era palese che egli evitava senza il minimo sforzo tutte le conversazioni che avrebbero potuto portare a un disagio.
Lui non conosceva prima Anna e fu colpito dalla sua bellezza e ancor più dalla semplicità con cui lei accettava la propria situazione. Lei arrossì quando Vrònskij introdusse Golenìsèev, e quel rossore infantile che le ricoprì il bel viso aperto piacque a lui in modo straordinario. Ma particolarmente gli piacque il fatto che lei chiamasse subito Vrònskij semplicemente Aleksèj, come facendolo apposta affinché non potessero esserci equivoci davanti a una persona estranea, e dicesse che loro andavano a stare in una casa or ora affittata, che lì chiamavano palazzo. Quest'atteggiamento semplice e franco verso la propria situazione piacque a Golenìsèev. Guardando i modi benevolmente gai ed energici di Anna, conoscendo Aleksèj Aleksàndroviè e Vrònskij, Golenìsèev aveva l'impressione di capirla perfettamente. Gli sembrava di capire ciò che lei stessa non poteva capire: come appunto lei, dopo aver fatto l'infelicità del marito, aver abbandonato lui e il figlio e aver perduto la propria reputazione, potesse sentirsi energicamente gaia e felice.
«È nominato nella guida,» disse Golenìsèev a proposito del palazzo che Vrònskij aveva preso in affitto. «Contiene un magnifico Tintoretto dell'ultimo periodo.»
«Sapete che vi dico? Il tempo è magnifico, andiamoci, diamo un'altra occhiata,» disse Vrònskij, rivolgendosi ad Anna.
«Sono molto contenta, verrò subito, vado a mettermi il cappello. Voi dite che fa caldo?» disse, fermandosi vicino alla porta e guardando Vrònskij con aria interrogativa, e di nuovo un colorito vivace le ricopri il viso.
Vrònskij comprese dal suo sguardo che lei non sapeva in quali rapporti lui volesse stare con Golenìsèev e che aveva paura di non essersi comportata come lui avrebbe voluto.
La guardò con uno sguardo tenero, prolungato.
«No, non troppo,» disse.
E lei ebbe l'impressione di aver capito tutto, specialmente che lui era contento di lei; e, dopo avergli sorriso, con passo rapido uscì dalla stanza.
Gli amici si scambiarono uno sguardo e sui visi di entrambi passò un certo disagio, come se Golenìsèev, che evidentemente aveva ammirato Anna, volesse dire qualcosa su di lei ma non trovasse cosa e Vrònskij desiderasse e temesse la stessa cosa.
«Ecco dunque come va,» cominciò Vrònskij per avviare una conversazione qualsiasi. «Così tu ti sei stabilito qui? Così tu ti occupi sempre della stessa cosa?» continuò, ricordando che gli avevano detto che Golenìsèev scriveva qualcosa...
«Sì, scrivo la seconda parte dei Due princìpi,» disse Golenìsèev, infiammandosi di piacere a quella domanda, «cioè, per esser precisi, ancora non scrivo, ma preparo, raccolgo i materiali. Sarà molto più ampia e abbraccerà quasi tutti i problemi. Da noi, in Russia, non vogliono capire che noi siamo gli eredi di Bisanzio,» cominciò la sua lunga, calorosa spiegazione.
Dapprima Vrònskij si sentì a disagio, perché non conosceva nemmeno il primo saggio dei Due princìpi, del quale l'autore gli parlava come di qualcosa di noto. Ma poi, quando Golenìsèev si mise ad esporre i propri pensieri e Vrònskij potè seguirlo, anche senza conoscere i Due princìpi, lo ascoltò non senza interesse, giacché Golenìsèev parlava bene. Ma Vrònskij era stupito e addolorato dall'agitazione irritata con cui Golenìsèev parlava dell'argomento che lo interessava. Quanto più andava avanti a parlare, tanto più gli si accendevano gli occhi, tanto più frettolosamente replicava ai presunti avversari e tanto più ansiosa e offesa si faceva l'espressione della sua faccia. Ricordando Golenìsèev come un ragazzo magrolino, vivace, benevolo e nobile, sempre il primo della classe nel corpo dei paggi, Vrònskij non poteva assolutamente capire la causa di quell'irritazione e non l'approvava. In particolare non gli piaceva che Golenìsèev, persona della buona società, si mettesse sullo stesso piano di certi scribacchini che lo irritavano, e si infuriasse contro di loro. Ne valeva la pena? Questo a Vrònskij non piaceva, ma, nonostante questo, sentiva che Golenìsèev era infelice e ne aveva pena. L'infelicità, quasi la follia, si scorgeva in quel viso mobile, abbastanza bello, nel momento in cui, senza neppur accorgersi che Anna era venuta, egli continuò a enunciare in modo frettoloso e accalorato le proprie idee.
Quando Anna uscì, in cappello e pellegrina e, giocando con l'ombrellino con un movimento rapido della bella mano, si fermò accanto a lui, Vrònskij si staccò con un senso di sollievo dagli occhi dolenti di Golenìsèev fissamente rivolti su di lui e con nuovo amore guardò la propria incantevole amica, piena di vita e di gioia. Golenìsèev tornò in sè con difficoltà e in un primo tempo fu depresso e cupo, ma Anna, affettuosamente disposta verso tutti (così era in quel periodo), ben presto lo rianimò con il suo modo di fare semplice e allegro. Dopo aver tentato vari argomenti di conversazione, lo indusse a parlare di pittura, un argomento che conosceva bene, e si mise ad ascoltarlo attentamente. Giunsero a piedi sino alla casa presa in affitto e la visitarono.
«Sono molto contenta d'una cosa,» disse Anna a Golenisèev, quando erano ormai di ritorno. «Aleksèj avrà un buon atelier. Prendi assolutamente quella stanzetta,» disse a Vrònskij in russo e dandogli del «tu», poiché aveva già capito che nel loro isolamento Golenìsèev sarebbe divenuto un intimo e che davanti a lui non c'era bisogno di nascondersi.
«Dipingi forse?» disse Golenìsèev, voltandosi rapidamente verso Vrònskij.
«Sì, molto tempo fa ho fatto qualcosa, e adesso ho ricominciato un poco,» disse Vrònskij arrossendo.
«Ha un gran talento,» disse Anna con un sorriso pieno di gioia. «Io, si capisce, non sono un buon giudice! Ma giudici competenti hanno detto la stessa cosa.»
VIII
In quel primo periodo della sua liberazione e di rapida guarigione Anna si sentiva imperdonabilmente felice e piena di gioia di vivere. Il ricordo dell'infelicità del marito non avvelenava la sua felicità. Questo ricordo, da una parte era troppo atroce per pensarvi; dall'altra, l'infelicità di suo marito dava a lei una felicità troppo grande per pentirsi. Il ricordo di tutto quel che le era accaduto dopo la malattia: la riconciliazione con il marito, la rottura, la notizia della ferita di Vrònskij, la sua apparizione, i preparativi per il divorzio, la partenza dalla casa del marito, l'addio al figlio - tutto questo le sembrava un sogno febbrile da cui s'era destata sola con Vrònskij all'estero. Il ricordo del male causato al marito suscitava in lei una specie di disgusto, un sentimento simile a quello che proverebbe una persona nel ricordare come, in procinto di affogare con un altro, avesse strappato via da sè il compagno che si aggrappava a lei. Quell'altro era annegato. Si capisce, era un male, ma era l'unica salvezza ed era meglio non ricordare quegli atroci particolari.
Un solo ragionamento capace di tranquillizzarla le era venuto in mente allora, nel primo momento della rottura, e, quando adesso ricordava tutto il passato, ricordava anche questo solo ragionamento. «Era fatale che facessi l'infelicità di quest'uomo,» pensava, «ma non traggo gioia da quest'infelicità, perché anch'io soffro e soffrirò; io mi sono privata di quel che più di tutto avevo caro: il mio buon nome e mio figlio. Ho agito male e perciò non voglio la felicità, non voglio il divorzio e soffrirò la vergogna e la separazione da mio figlio.» Ma, per quanto volesse sinceramente soffrire, Anna non soffriva. Non c'era nessuna vergogna. Con quel tatto che entrambi avevano in così grande misura, all'estero, evitando le signore russe, loro non si mettevano mai in una posizione falsa e incontravano dappertutto persone che fingevano d'aver perfettamente compreso la loro reciproca posizione meglio di quanto la comprendessero essi stessi. Neppure la separazione dal figlio che amava, in un primo tempo la torturò. La bambina, la figliola di lui, era così cara, e Anna nutriva per lei tanto affetto da quando le era rimasta quell'unica bambina, che di rado si ricordava del figlio.
Il suo desiderio di vita, accresciuto dopo la guarigione, era così forte, e le sue condizioni di esistenza erano così nuove e piacevoli, che Anna si sentiva imperdonabilmente felice. Quanto più conosceva Vrònskij, tanto più lo amava. Lo amava per se stesso e per il suo amore verso di lei. Il possesso completo di lui le dava una continua gioia. La sua vicinanza le procurava sempre nuovo piacere. Tutti i tratti del suo carattere, che lei imparava a conoscere sempre più, erano per lei inesprimibilmente cari. Il suo aspetto esteriore, che con gli abiti borghesi era cambiato, per lei era attraente come per una giovane innamorata. In tutto quello che lui diceva, pensava e faceva, lei vedeva qualcosa di particolarmente nobile ed elevato. Il proprio entusiasmo di fronte a lui sovente persino la spaventava: cercava e non poteva trovare in lui niente che non fosse bellissimo. Non osava mostrargli la consapevolezza della propria nullità di fronte a lui. Le sembrava che, sapendo questo, lui avrebbe potuto disinnamorarsi più presto di lei, e nulla ora lei temeva di più che perdere l'amore di lui, quantunque nulla la facesse temere di questo. Ma lei non poteva non essergli riconoscente per il suo comportamento verso di lei, e non mostrargli quanto lo apprezzasse. Lui, che secondo la sua opinione sarebbe stato portato a svolgere grandi compiti al servizio dello Stato, aveva sacrificato tutte le sue ambizioni per lei, non mostrando mai il minimo rimpianto. Anche più di prima amoroso e rispettoso verso di lei, si preoccupava ad ogni istante che lei non sentisse il disagio della propria situazione. Lui, un uomo così virile, non solo non la contraddiceva mai, ma non aveva volontà propria e sembrava teso unicamente a prevenire i desideri di lei. E lei non poteva non apprezzar questo, sebbene questa stessa tensione dell'attenzione di lui, questa atmosfera di sollecitudine di cui egli la circondava, talvolta le fossero di peso.
Vrònskij intanto, nonostante la piena realizzazione di ciò che aveva così lungamente desiderato, non era del tutto felice. La realizzazione del suo desiderio gli aveva procurato solamente un granello di quella montagna di felicità che si era aspettato, e lui ne aveva coscienza. Gli era apparso chiaro l'eterno errore che fanno gli uomini immaginandosi la felicità come la realizzazione di un desiderio. Nei primi tempi dopo la sua unione con Anna, e dopo aver indossato i vestiti borghesi, aveva avvertito tutto il fascino della libertà in genere, che prima non conosceva, e della libertà d'amore, e ne era stato soddisfatto; ma non per molto. Aveva ben presto sentito che nella sua anima nasceva il desiderio di aver desideri, l'angoscia. Indipendentemente dalla propria volontà cominciò ad aggrapparsi a ogni capriccio passeggero, prendendolo per un desiderio e uno scopo. Bisognava occupare in qualche modo le sedici ore della giornata, giacché all'estero loro vivevano in perfetta libertà, fuori da quella cerchia di doveri sociali che riempiva la sua vita a Pietroburgo. Ai piaceri della vita da scapolo, che avevano occupato Vrònskij nei precedenti viaggi all'estero, non c'era nemmeno da pensare; un unico tentativo di questo genere aveva prodotto in Anna una melanconia inaspettata e stonata con la cena fatta a tarda ora insieme a certi conoscenti. Data l'indeterminatezza della loro posizione non si potevano neppure avere rapporti con la società del luogo e con quella russa. La visita ai monumenti, per non dire che tutto era già stato visto, non aveva per lui, come russo e uomo intelligente, quell'inspiegabile importanza che sanno attribuire a questa cosa gli inglesi.
E come un animale famelico afferra qualsiasi oggetto gli capiti, sperando di trovarvi cibo, così anche Vrònskij, in modo del tutto incosciente, si aggrappava ora alla politica, ora a nuovi libri, ora ai quadri.
Poiché da giovane aveva avuto attitudine alla pittura e poiché, non sapendo dove spendere i propri soldi, aveva cominciato a raccogliere incisioni, si fermò sulla pittura, cominciò a riporre in essa quella riserva insoddisfatta di desideri che esigeva soddisfacimento.
Aveva attitudine a capire l'arte e a imitarla con fedeltà e con gusto, e pensò di possedere ciò che fa un artista; così dopo aver esitato per un certo tempo sul genere di pittura che avrebbe scelto - religioso, storico, di genere o realistico - si accinse a dipingere. Capiva tutti i generi e poteva ispirarsi all'uno e all'altro; ma non pensava che si potesse ignorare affatto quali generi di pittura esistano, e ispirarsi direttamente a ciò che è nell'anima, senza curarsi se quel che si dipinge apparterrà a qualche genere conosciuto. Siccome non sapeva questo e non s'ispirava direttamente alla vita, ma indirettamente alla vita già incarnata nell'arte, si ispirava perciò molto rapidamente e facilmente e in modo altrettanto rapido e facile otteneva che quel che dipingeva fosse assai somigliante al genere che aveva voluto imitare.
Più di tutti gli altri generi gli piaceva quello francese, grazioso e d'effetto, e in questo genere cominciò a dipingere il ritratto di Anna in costume italiano, ritratto che parve a lui e a tutti quelli che lo videro molto ben riuscito.
IX
Il vecchio palazzo abbandonato, con gli alti soffitti stuccati e gli affreschi sui muri, i pavimenti a mosaico, le pesanti tende di damasco giallo alle alte finestre, i vasi sulle mensole e sui caminetti, le porte intagliate e con cupe sale piene di quadri - questo palazzo, dopo che loro vi si trasferirono, con il suo stesso aspetto alimentò in Vrònskij la piacevole ed erronea sensazione di non esser tanto un proprietario terriero russo, un egermejster senza impiego, quanto un illuminato amatore e protettore delle arti e, lui stesso, un artista, sebbene modesto, un uomo che aveva rinunciato al mondo, alle relazioni, all'ambizione per la donna amata.
La parte che si era scelta Vrònskij traslocando nel palazzo riuscì perfettamente e, avendo conosciuto attraverso Golenìsèev alcune persone interessanti, nei primi tempi egli fu tranquillo. Sotto la guida di un professore italiano di pittura dipingeva studi dal vero e si occupava della vita medioevale italiana. La vita italiana del Medioevo negli ultimi tempi aveva talmente affascinato Vrònskij che egli si mise a portare alla maniera medioevale persino il cappello e il plaid sulla spalla, cosa che gli donava molto.
«E noi viviamo e non sappiamo nulla,» disse una volta Vrònskij a Golenìsèev che era venuto a lui di mattina. «Hai visto il quadro di Michàjlov?» disse, porgendogli un giornale russo appena ricevuto e indicandogli un articolo sull'artista russo che viveva in quella stessa città e aveva terminato un quadro sul quale da tempo correvano voci e che era stato già acquistato in anticipo. Nell'articolo c'erano rimproveri al governo e all'accademia per il fatto che un insigne artista era stato privato di ogni incoraggiamento e aiuto.
«L'ho visto,» rispose Golenìsèev. «Si capisce, lui non manca di talento, ma è una tendenza completamente falsa. È sempre la stessa maniera di trattare Cristo e la pittura religiosa alla Ivànov-Strauss-Renan.»
«Che cosa rappresenta il quadro?» domandò Anna.
«Cristo dinanzi a Pilato. Cristo è rappresentato come un ebreo con tutto il realismo della nuova scuola.»
E, portato dalla domanda sul contenuto del quadro a uno dei suoi temi preferiti, Golenìsèev cominciò a esporre:
«Io non capisco come possano sbagliarsi in modo così grossolano. Cristo ha già una sua incarnazione definita nell'arte dei grandi antichi. Dunque, se vogliono rappresentare non il dio, ma il rivoluzionario o il saggio, perché raffigurare Cristo, e non Socrate, Franklin, o Carlotta Corday? Invece loro prendono proprio il personaggio sbagliato, e poi...»
«Ma dite, è vero che questo Michàjlov è così in miseria?» domandò Vrònskij, pensando che, in quanto mecenate russo, lui avrebbe dovuto aiutare l'artista, buono o cattivo che fosse il suo quadro.
«È difficile. È un notevole ritrattista. Avete visto il suo ritratto della Vasìlèikova? Ma sembra che non voglia più dipingere ritratti, e perciò può darsi che appunto sia nel bisogno. Io dico che...»
«Non lo si potrebbe pregare di fare il ritratto di Anna Arkàdievna?» disse Vrònskij.
«Perché il mio?» disse Anna. «Dopo il tuo non voglio nessun altro ritratto. Piuttosto ad Annie (così chiamava la sua bambina). Eccola qui,» soggiunse, dopo aver dato un'occhiata attraverso la finestra alla bella balia italiana che portava la bambina in giardino, e subito, senza farsi notare, volgendosi a guardare Vrònskij. La bella balia, che Vrònskij utilizzava come modella nel dipingere una testa per un suo quadro, era l'unico dolore segreto nella vita di Anna. Vrònskij, dipingendola, ne ammirava la bellezza e il tipo medioevale, e Anna non osava confessare a se stessa che aveva paura di esser gelosa di quella balia e perciò blandiva e viziava sia lei, sia il suo bambino piccolo.
Anche Vrònskij diede un'occhiata fuori dalla finestra, e poi agli occhi di Anna e, voltandosi subito verso Golenìsèev, disse:
«Tu lo conosci, questo Michàjlov?»
«L'ho incontrato. Ma è uno stravagante, e senza la minima istruzione. Sapete, uno di quegli uomini nuovi selvaggi che adesso s'incontrano spesso, uno di quei liberi pensatori che sono educati d'emblée nelle idee dell'incredulità, della negazione, del materialismo. Prima succedeva,» diceva Golenìsèev, senza notare o non desiderando notare che Anna e Vrònskij avevano voglia di parlare, «prima succedeva che il libero pensatore fosse un uomo che, educato nei concetti della religione, della legge, della moralità, giungeva al libero pensiero da solo, con lotta e fatica; ma adesso compare un nuovo tipo di liberi pensatori "naturali", che crescono senza neppur aver sentito che ci sono le leggi della moralità, della religione, che ci sono autorità, e che vengono su negando tutto, come dei selvaggi. Ecco, lui è così. È figlio, mi pare, di un capocameriere di Mosca, e non ha avuto nessuna istruzione. Quando è entrato all'Accademia e si è fatto una reputazione, non essendo un uomo stupido, ha voluto istruirsi. E si è rivolto a quella che gli è sembrata la fonte dell'istruzione: le riviste. Ora, un tempo, un uomo che volesse istruirsi, diciamo un francese, si metteva a studiare tutti i classici, i teologi, i tragici, gli storici, i filosofi, e capite tutto il lavoro intellettuale che doveva compiere. Ma, da noi, uno come Michàjlov, per esempio, s'è imbattuto proprio nella letteratura di negazione, ha assimilato assai rapidamente tutto l'estratto della scienza della negazione, ed eccolo pronto. E non solo: venti anni fa avrebbe trovato in quella letteratura i segni della lotta contro le autorità, contro le concezioni secolari, da questa lotta avrebbe capito che c'era qualcos'altro; adesso invece lui ti capita direttamente su una letteratura in cui non si degnano nemmeno di contestare le vecchie concezioni, ma si dice in partenza: non esiste nulla, évolution, selezione, lotta per l'esistenza, ed è tutto. Io nel mio articolo...»
«Sapete che vi dico,» disse Anna, che già da un pezzo scambiava prudenti occhiate con Vrònskij e sapeva che a Vrònskij non interessava quanto fosse istruito quell'artista, ma era preso soltanto dall'idea di aiutarlo e di ordinargli un ritratto. «Sapete che vi dico?» interruppe risolutamente Golenìsèev che non la finiva più di parlare. «Andiamo da lui!»
Golenìsèev ritornò in sè e acconsentì volentieri. Ma, siccome l'artista abitava in un rione lontano, decisero di prendere una carrozza.
Un'ora dopo, Anna a fianco di Golenìsèev, e Vrònskij nel sedile anteriore della carrozza, si avvicinavano a una brutta casa nuova in un rione lontano. Avendo saputo dalla moglie del portinaio che era uscita incontro a loro, che Michàjlov lasciava entrare nel suo studio, ma che in quel momento era nel suo appartamento, lì a due passi, la mandarono da lui con i loro biglietti da visita, chiedendo il permesso di vedere i suoi quadri.
X
L'artista Michàjlov, come sempre del resto, era al lavoro quando gli portarono i biglietti da visita del conte Vrònskij e di Golenìšèev. La mattina aveva lavorato nello studio a un grande quadro. Venuto a casa, si era arrabbiato con la moglie perché non sapeva destreggiarsi con la padrona di casa che esigeva i soldi.
«Te l'ho detto venti volte, non metterti a dare spiegazioni. Anche così sei scema, ma se cominci a spiegarti in italiano, diventi tre volte scema,» le disse dopo una lunga discussione.
«E tu non lasciar correre sempre; io non ho colpa: se avessi soldi...»
«Lasciami in pace, per l'amor di Dio!» esclamò con le lacrime nella voce Michàjlov e, tappandosi le orecchie, andò nella sua stanza da lavoro al di là di un tramezzo e chiuse la porta dietro di sè. «Sciocca donna!» si disse; si sedette al tavolo e, aperta una cartella, si dedicò subito con particolare foga a un disegno già cominciato.
Non lavorava mai con tanto ardore e successo come quando la sua vita andava male e specialmente quando litigava con la moglie. «Ah! si potesse sprofondare chissà dove!» pensava, continuando a lavorare. Faceva un disegno per una figura d'uomo in preda a un accesso di furore. Il disegno era già fatto, ma lui ne era scontento. «No, quell'altro era meglio... Dov'è?» Andò dalla moglie e, accigliato, senza guardarla, domandò alla bambina più grande dove fosse quel foglio di carta che le aveva dato. La carta con il disegno abbandonato si trovò, ma era insudiciata e macchiata di stearina. Prese comunque il disegno, se lo mise sul tavolo e, allontanatosi e socchiusi gli occhi, cominciò a guardarlo. A un tratto sorrise e agitò le mani con gioia.
«Così, così!» pronunciò, e subito, presa una matita, cominciò a disegnare rapidamente. La macchia di stearina aveva dato un nuovo atteggiamento alla figura.
Ora disegnava questo nuovo atteggiamento e, a un tratto, gli venne in mente la faccia energica, con il mento sporgente, del bottegaio da cui prendeva i sigari, e così disegnò alla sua figura la stessa faccia, lo stesso mento. Scoppiò a ridere dalla gioia. A un tratto, da morta che era, inventata, la figura era divenuta viva e tale che non si poteva ormai cambiare. Quella figura viveva ed era definita in modo preciso e singolare. Si poteva correggere il disegno in base alle esigenze della figura, si potevano, e persino si dovevano, disporre diversamente le gambe, cambiare completamente la posizione del braccio sinistro, mandare indietro i capelli. Ma, facendo queste correzioni, egli non mutava la figura, bensì toglieva soltanto ciò che la nascondeva. Era come se ne togliesse quei veli per cui non era tutta visibile; ogni nuovo tratto non faceva che esprimere ancora meglio tutta la figura in tutta la sua energica forza, così come a un tratto gli era apparsa per via della macchia prodotta dalla stearina. Stava rifinendo con prudenza la figura quando gli portarono i biglietti da visita.
«Subito, subito!»
Andò dalla moglie.
«Su, basta, Sàša, non prendertela!» le disse, sorridendo in modo timido e affettuoso. «Avevi torto tu. Avevo torto io. Metterò tutto a posto.» E, fatta la pace con la moglie, si mise il paltò olivastro dal collo di velluto e il cappello, e andò nello studio. La figura così ben riuscita era già dimenticata. Adesso lo rallegrava e lo emozionava la visita del suo studio da parte di quei russi importanti che arrivavano in carrozza.
Sul suo quadro, quello che adesso stava sul cavalletto, nel profondo dell'anima aveva un solo giudizio: che un quadro simile non l'aveva mai dipinto nessuno. Non pensava che il suo quadro fosse migliore di tutti quelli di Raffaello, ma sapeva che quel che aveva voluto esprimere e aveva espresso in questo quadro, nessuno l'aveva mai espresso. Sapeva questo con certezza e lo sapeva già da tempo, da quando aveva cominciato a dipingerlo; ma i giudizi della gente, qualsiasi fossero, avevano nondimeno per lui un'immensa importanza e lo agitavano sino in fondo all'anima. Ai propri giudici attribuiva sempre una profondità di comprensione maggiore di quella che aveva lui stesso e da loro si aspettava sempre qualcosa che lui stesso non vedeva nel proprio quadro. E sovente nei giudizi degli osservatori gli sembrava di trovare questo qualcosa.
Si avvicinò con passo svelto alla porta del suo studio, e, malgrado la sua agitazione, lo colpì la luce dolce che circondava Anna che era in piedi nell'ombra del portone e ascoltava Golenìšèev che le diceva qualcosa con calore, ma nello stesso tempo desiderava evidentemente osservare l'artista che si avvicinava. Non si accorse neppure come egli avesse afferrato e inghiottito quest'impressione mentre si avvicinava a loro, esattamente come il mento del bottegaio che vendeva i sigari, e l'avesse nascosta chissà dove, in un posto di dove l'avrebbe tirata fuori quando gli fosse servita. I visitatori, già delusi in anticipo da quel che aveva raccontato sull'artista Golenìšèev, furono ancor più delusi dal suo aspetto. Di media statura, tarchiato, con un'andatura saltellante, Michàjlov produsse un'impressione sgradevole con il suo cappello marrone, il paltò olivastro e i pantaloni stretti, mentre già da un pezzo si portavano larghi; e specialmente per la banalità della sua faccia larga e per la sua espressione in cui si mescolavano timidezza e desiderio di mantenere la propria dignità.
«Prego, accomodatevi,» egli disse, cercando d'avere un'aria indifferente, e, entrando nel vestibolo, tirò fuori di tasca una chiave e aprì la porta.
XI
Entrando nello studio, l'artista Michàjlov osservò ancora una volta gli ospiti e annotò mentalmente anche l'immagine della faccia di Vrònskij, specialmente dei suoi zigomi. Benché il suo senso artistico lavorasse senza interruzione, raccogliendo materiale, benché egli sentisse un'agitazione sempre maggiore per il fatto che si avvicinava il momento dei giudizi sul suo lavoro, da segni impercettibili si andava formando con rapidità e finezza un'idea di quelle tre persone. Quello (Golenìšèev) era un russo del posto. Michàjlov non ne ricordava il cognome, né dove l'avesse incontrato e che cosa avesse detto con lui. Ricordava solamente la sua faccia, come ricordava tutte le facce che aveva visto, ma ricordava anche che era una delle facce messe da parte, nella sua immaginazione, nell'enorme reparto delle facce falsamente significative e povere d'espressione. I capelli lunghi e la fronte molto aperta davano una ricchezza esteriore di significati a una faccia in cui c'era soltanto una piccola inquieta espressione infantile, che si concentrava sopra la stretta radice del naso. Vrònskij e la Karènina, secondo le considerazioni di Michàjlov, dovevano essere russi di gran famiglia e ricchi, che non capivano niente d'arte, come del resto tutti i ricchi russi, ma che si fingevano amatori e intenditori. «Di sicuro hanno già visitato tutte le antichità e adesso fanno il giro degli studi dei nuovi artisti, di quel ciarlatano di tedesco e di quello stupido inglese preraffaellita, e da me sono venuti solamente per completare la rassegna,» pensava. Conosceva assai bene la mania dei dilettanti (quanto più intelligenti, tanto peggio) di visitare gli studi degli artisti contemporanei solo per poter dire che l'arte è decaduta e che più si guardano i moderni, più ci si rende conto di quanto siano inimitabili i grandi maestri antichi. Tutto questo se l'aspettava, tutto questo lo vedeva nelle loro facce, lo vedeva nell'indifferente negligenza con cui essi parlavano fra loro, guardavano i fantocci e i busti e passeggiavano liberamente, aspettando che lui scoprisse il quadro. Nonostante questo, però, mentre voltava i suoi studi, sollevava le tendine e toglieva il lenzuolo, sentiva una forte agitazione, tanto più che, sebbene tutti i russi ricchi e di gran famiglia nel suo concetto dovessero essere bestie e idioti, Vrònskij, e più ancora Anna, gli piacevano.
«Ecco, volete favorire?» disse, facendosi da parte con il suo passo saltellante e indicando il quadro. «È l'esortazione di Pilato. Matteo, capitolo 27,» disse, sentendo che le sue labbra cominciavano a tremare per l'agitazione. Si allontanò e si mise dietro di loro.
Nei pochi secondi durante i quali i visitatori guardarono in silenzio il quadro, anche Michàjlov lo guardò, e lo guardò con uno sguardo indifferente, estraneo. In quei pochi secondi era senz'altro persuaso che su di lui sarebbe stato pronunciato, proprio da parte di quei visitatori che un minuto prima aveva così disprezzato, il giudizio più alto e più giusto. Aveva dimenticato tutto quel che pensava prima del suo quadro, in quei tre anni durante i quali l'aveva dipinto; ne aveva dimenticato tutti i pregi, per lui indubitabili; vedeva il quadro con il loro sguardo indifferente, estraneo, nuovo, e non vedeva in esso nulla di buono. In primo piano vedeva la faccia indispettita di Pilato e la faccia tranquilla di Cristo e, in secondo piano, le figure dei servi di Pilato e la faccia di Giovanni che scrutava quel che accadeva. Ogni viso, cresciuto in lui con il proprio particolare carattere, attraverso tanta ricerca, tanti errori e correzioni, ogni viso che gli aveva procurato tanti tormenti e tanta gioia, e tutti quei visi, tante volte cambiati di posto per mantenere l'insieme, tutte le sfumature di colore e di toni, da lui raggiunte con fatica - tutto questo insieme, guardando con i loro occhi, adesso gli sembrava una cosa sciatta, mille volte ripetuta. La faccia che gli era più cara, la faccia di Cristo, il punto focale del quadro, che gli aveva procurato tanto entusiasmo quando lo aveva scoperto, tutto per lui si perdeva ora che guardava il quadro con i loro occhi. Vedeva una ripetizione ben dipinta (anzi nemmeno bene: ora vedeva chiaramente un mucchio di difetti) di quegli infiniti Cristi di Tiziano, Raffaello, Rubens, di quegli stessi guerrieri e Pilati. Tutto questo era sciatto, povero e vecchio, e persino dipinto male: policromo e debole. Avrebbero avuto ragione di dire delle frasi falsamente cortesi in presenza dell'artista e di compiangerlo e riderne quando fossero rimasti soli.
Quel silenzio gli divenne troppo gravoso (benché non fosse durato più di un minuto). Per romperlo e far vedere che non era agitato, fatto uno sforzo su se stesso, si rivolse a Golenìšèev.
«Mi pare di aver già avuto il piacere d'incontrarvi,» gli disse, voltandosi con inquietudine a guardare ora Anna, ora Vrònskij, per non lasciarsi sfuggire neppure un'espressione dei loro visi.
«E come! Ci siamo visti da Rossi, vi ricordate, a quella serata in cui declamava quella signorina italiana, la nuova Rachel,» cominciò a dire disinvolto Golenìšèev, distogliendo senza il minimo rimpianto lo sguardo dal quadro e rivolgendosi all'artista.
Avendo però notato che Michàjlov aspettava un giudizio sul quadro, aggiunse:
«Il vostro quadro è andato molto avanti da quando l'ho visto l'ultima volta. E come allora, anche adesso mi colpisce straordinariamente la figura di Pilato. Si capisce così bene quest'uomo, bravo e buono, ma funzionario sino in fondo all'anima, che non sa quello che fa. Ma mi sembra...»
Tutta la mobile faccia di Michàjlov a un tratto si fece raggiante: gli occhi si illuminarono. Avrebbe voluto dir qualcosa, ma non potè proferir parola per l'emozione e finse di voler tossire. Per quanto infima considerasse la capacità di comprensione di Golenìšèev, per quanto insignificante fosse quella giusta osservazione sulla vera espressione del viso di Pilato come funzionario, per quanto offensivo potesse sembrargli il fatto che fosse enunciata per prima un'osservazione così insignificante, mentre non si parlava delle cose più importanti, Michàjlov fu entusiasta di quell'osservazione. Anche lui della figura di Pilato pensava la stessa cosa che aveva detto Golenìšèev. Il fatto che questa considerazione fosse una dei milioni di altre considerazioni che, come Michàjlov sapeva con certezza, sarebbero state tutte giuste, non diminuiva per lui il significato dell'osservazione di Golenìšèev. Egli volle bene a Golenìšèev per quest'osservazione e, da uno stato di tristezza, passò improvvisamente all'entusiasmo. Subito tutto il quadro prese vita davanti a lui con tutta l'inesprimibile complessità di tutto ciò che è vivo. Michàjlov tentò nuovamente di dire che lui così intendeva Pilato; ma le sue labbra tremarono indocili ed egli non potè parlare. Anche Vrònskij e Anna dicevano qualcosa con quella voce sommessa con cui di solito si parla alle mostre di quadri, in parte per non offendere l'artista, in parte per non dire ad alta voce una sciocchezza che è così facile dire parlando d'arte. Parve a Michàjlov che il quadro avesse fatto impressione anche su di loro. Si avvicinò.
«Com'è sorprendente l'espressione di Cristo!» disse Anna. Di tutto quel che aveva visto, quell'espressione le era piaciuta più di tutto, e lei sentiva che quello era il centro del quadro e che perciò una lode di questo avrebbe fatto piacere all'artista. «Si vede che ha compassione di Pilato.»
Era di nuovo una di quel milione di giuste considerazioni che si potevano trovare nel suo quadro e nella figura di Cristo. Lei aveva detto che Pilato gli faceva pena. Nell'espressione di Cristo doveva esserci anche un'espressione di compassione: egli doveva esprimere l'amore, la calma ultraterrena, la disposizione alla morte, la consapevolezza della vanità delle parole. Si capisce, c'era un'espressione da funzionario in Pilato e di compassione in Cristo, giacché l'uno era la personificazione della carne e l'altro della vita spirituale. Tutto questo e molte altre cose balenarono nel pensiero di Michàjlov. E di nuovo la sua faccia si illuminò d'entusiasmo.
«Sì, e com'è fatta questa figura, quanta aria. Si può girarle intorno,» disse Golenìšèev, palesemente mostrando con quest'osservazione che non approvava il contenuto e il pensiero della figura.
«Sì, una maestria sorprendente!» disse Vrònskij. «Come risaltano queste figure sullo sfondo! Ecco la tecnica,» disse, rivolgendosi a Golenìšèev, e con questo alludendo a una conversazione intercorsa fra loro sul fatto che Vrònskij disperava di acquisire una simile tecnica.
«Sì, sì, sorprendente!» confermarono Golenìšèev e Anna.
Nonostante l'eccitazione in cui si trovava, l'osservazione sulla tecnica aveva dolorosamente ulcerato il cuore di Michàjlov ed egli, gettato uno sguardo iroso a Vrònskij, improvvisamente si accigliò. Sapeva che con quella parola intendevano la capacità meccanica di dipingere e di disegnare, del tutto indipendente dal contenuto. Spesso aveva notato come anche in una vera lode contrapponevano la tecnica al valore intimo dell'opera, come se si potesse dipinger bene quel che era cattivo. Sapeva che occorre molta cautela per togliere i veli, le apparenze che nascondono la realtà vera dell'oggetto, senza nuocere all'opera; ma, secondo lui, ciò non rientrava nel dominio della tecnica. Se a un bambino, o alla sua domestica si fosse rivelato quel che lui aveva visto, anche lei avrebbe saputo far sgusciar fuori ciò che vedeva. E il più esperto e abile pittore-tecnico non avrebbe potuto dipinger nulla con la sola capacità meccanica, se prima non gli si fosse rivelato il contenuto nella sua nettezza. Vedeva inoltre che, se si doveva parlare di tecnica, non lo si poteva lodare per essa. In tutto ciò che dipingeva e aveva dipinto, Michàjlov vedeva difetti che gli ferivano gli occhi, originati dalla mancanza di cautela con cui toglieva i veli e che ormai non poteva più correggere senza rovinare tutta l'opera. E quasi in tutte le figure e le facce vedeva ancora i residui di veli non tolti completamente che sciupavano il quadro.
«L'unica cosa che si può dire, se voi mi permettete di fare quest'osservazione...» osservò Golenìšèev.
«Ah, ne sono molto contento, e ve ne prego,» disse Michàjlov sorridendo ipocritamente.
«Il fatto è che per voi lui è un uomo-dio, e non un dio-uomo. Del resto, so che volevate proprio questo.»
«Non potevo dipingere un Cristo che non ho nell'anima,» disse cupamente Michàjlov.
«Sì, ma in tal caso, se mi permettete di dire il mio pensiero, il vostro quadro è così bello che la mia osservazione non può nuocergli; e poi questa è una mia personale opinione. Per voi è un'altra cosa. Il motivo stesso è un altro. Ma prendiamo Ivànov: se vogliamo ridurre Cristo a personaggio storico, io penso che Ivànov avrebbe fatto meglio a scegliere un altro tema storico, fresco, non sfruttato.»
«Ma se questo è il tema più grande che si presenta all'arte?»
«A cercare se ne troveranno altri. Ma il fatto è che l'arte non tollera interrogativi e ragionamenti. E, davanti al quadro di Ivànov, per il credente e per il non credente si presenta la domanda: questo è un dio o non lo è? domanda che distrugge l'unità dell'impressione.»
«Perché mai? Mi sembra che per le persone colte,» disse Michàjlov, «ormai non ci possano essere dubbi.»
Golenìšèev non fu d'accordo e, attenendosi alla sua prima idea sull'unità d'impressione, necessaria all'arte, sbaragliò Michàjlov.
Michàjlov si agitava, ma non sapeva dir nulla a difesa della propria idea.
XII
Anna e Vrònskij già da un pezzo si scambiavano occhiate, rammaricandosi dell'intelligente verbosità del loro amico; finalmente Vrònskij, senza aspettare il padrone di casa, passò a un altro quadro, piccolo.
«Ah, che incanto, che incanto! Un prodigio! Che incanto!» cominciarono a dire a una voce.
«Che cosa gli è piaciuto tanto?» pensò Michàjlov. Si era persino dimenticato di quel quadro dipinto tre anni prima. Aveva dimenticato tutte le sofferenze e gli entusiasmi vissuti per quel quadro, quando per vari mesi esso solo l'aveva tenuto incessantemente occupato giorno e notte; se n'era dimenticato, come sempre dimenticava i quadri ormai finiti. Non gli piaceva neppure guardarlo e l'aveva esposto solamente perché aspettava un inglese che desiderava acquistarlo.
«Così, un vecchio studio,» disse.
«Com'è bello!» disse Golenìšèev, evidentemente anche lui preso dal fascino del quadro.
Due ragazzi pescavano con la lenza all'ombra di un canneto. Uno, il maggiore, aveva appena gettato l'amo e guardava intento il galleggiante di là di un cespuglio, tutto preso dal suo compito; l'altro, più giovane, era sdraiato sull'erba e poggiava la bionda testa arruffata sulle braccia, guardando con gli azzurri occhi pensosi l'acqua. A cosa pensava?
L'entusiasmo per questo suo quadro rimescolò in Michàjlov l'agitazione di un tempo, ma egli temeva e non amava quest'ozioso sentimento verso ciò che era ormai passato, e perciò, benché quelle lodi gli dessero gioia, voleva distrarre i visitatori verso un terzo quadro.
Ma Vrònskij domandò se il quadro non fosse in vendita. Per Michàjlov, emozionato dai visitatori, il discorso su una questìone di denaro era adesso estremamente spiacevole.
«È esposto per il compratore,» disse cupamente accigliandosi.
Quando i visitatori se ne furono andati, Michàjlov si sedette di fronte al quadro di Pilato e di Cristo e ripetè nella sua mente ciò che era stato detto, o anche non detto, ma sottinteso, da quei visitatori. E, strano: quel che aveva avuto tanto peso per lui mentre essi erano lì ed egli mentalmente si era trasferito nel loro punto di vista, a un tratto perse per lui ogni significato. Egli cominciò a guardare il proprio quadro con il suo sguardo d'artista e rientrò in quella convinzione esclusiva del proprio valore, e quindi anche dell'importanza del quadro, che gli era indispensabile per lavorare.
La gamba di Cristo in scorcio non era tuttavia a punto. Prese la tavolozza e si mise a lavorare. Correggendo la gamba, osservava incessantemente la figura di Giovanni sullo sfondo, figura che i visitatori non avevano notato, ma che, lui lo sapeva, era il vertice della perfezione. Finita la gamba, avrebbe voluto accingersi a questa figura, ma si sentiva troppo agitato per farlo. Lui non poteva lavorare a freddo, ma neanche quando era troppo commosso e vedeva troppo ogni cosa. Esisteva solamente una gradazione, tra la freddezza e l'eccitazione, in cui gli era possibile il lavoro. E quel giorno era troppo agitato. Avrebbe voluto coprire il quadro, ma si fermò e, tenendo con la mano il lenzuolo, sorridendo beatamente, guardò a lungo la figura di Giovanni. Finalmente, come strappandosene con melanconia, calò il lenzuolo e, stanco ma felice, andò a casa.
Vrònskij, Anna e Golenìšèev, ritornando a casa, erano particolarmente animati e allegri. Parlavano di Michàjlov e dei suoi quadri. La parola talento, sotto cui intendevano una facoltà innata, quasi fisica, indipendente dalla mente e dal cuore, e con cui volevano designare tutto ciò che era proprio dell'artista, ricorreva spessissimo nella loro conversazione, giacché serviva loro per designare qualcosa di cui non avevano la minima nozione ma di cui volevano parlare. Dicevano che non si poteva negare che il nostro artista avesse del talento, ma che il suo talento non poteva svilupparsi per difetto d'istruzione: sventura comune ai nostri artisti russi. Il quadro dei ragazzi si era però impresso nella loro memoria e ogni tanto vi ritornavano su.
«Che incanto! Come gli è riuscito, e com'è semplice! Lui non capisce neppure com'è bello. Sì, non bisogna lasciarselo sfuggire e comprarlo,» diceva Vrònskij.
XIII
Michàjlov vendette a Vrònskij il quadro e acconsentì a fare il ritratto di Anna. Il giorno fissato venne e cominciò il lavoro.
Dopo la quinta seduta il ritratto colpì tutti, e in particolar modo Vrònskij, non soltanto per la somiglianza, ma anche per una particolare bellezza. Era strano come Michàjlov avesse potuto cogliere la particolare bellezza di Anna. «Bisognava conoscerla e amarla come l'ho amata io, per trovare quella sua espressione spirituale così cara,» pensava Vrònskij, benché solamente da questo ritratto egli avesse cominciato a conoscere quella cara espressione spirituale di lei. Quell'espressione però era così veritiera, che a lui e agli altri sembrava di conoscerla da molto tempo.
«Io mi batto da tanto tempo e non ho combinato nulla,» diceva del proprio ritratto, «e lui ha guardato e dipinto. Ecco che cosa vuol dire la tecnica.»
«Questo verrà,» lo consolava Golenìšèev, secondo il quale Vrònskij aveva sia il talento, sia soprattutto la cultura, che dà all'arte un alto grado di elevazione. La convinzione di Golenìšèev che Vrònskij avesse talento era sostenuta anche dal fatto che egli aveva bisogno della simpatia e delle lodi di Vrònskij per i suoi articoli e i suoi pensieri, e sentiva che le lodi e l'appoggio dovevano essere reciproci.
In casa altrui e specialmente nel palazzo, da Vrònskij, Michàjlov era tutt'altro uomo che non nel suo studio. Era ostilmente rispettoso, come se temesse l'amicizia con persone che non stimava. Chiamava Vrònskij «vostra eccellenza» e, nonostante gli inviti di Anna e di Vrònskij, non rimase mai a pranzo e non veniva altro che per le sedute. Anna con lui era più cordiale che con gli altri, e riconoscente per il suo ritratto. Vrònskij era più che rispettoso, e evidentemente ambiva ad un giudizio dell'artista sul proprio quadro. Golenìšèev non tralasciava occasione per spiegare a Michàjlov i suoi concetti sull'arte. Ma Michàjlov rimaneva egualmente freddo verso tutti. Anna sentiva dal suo sguardo che a lui piaceva guardarla, ma evitava le conversazioni con lei. Ai discorsi di Vrònskij sulla sua pittura ostinatamente taceva e altrettanto ostinatamente taceva quando gli mostravano il quadro di Vrònskij; inoltre, era chiaro che i discorsi di Golenìšèev gli pesavano, ma non replicava.
Con il suo atteggiamento riservato e spiacevole, quasi ostile, Michàjlov in genere non piacque affatto quando lo conobbero più da vicino. E furono contenti quando le sedute finirono, rimase nelle loro mani un magnifico ritratto ed egli smise di venire.
Golenìšèev per primo espresse il pensiero di tutti, e precisamente che Michàjlov era semplicemente invidioso di Vrònskij.
«Ammettiamo che non sia invidioso, perché ha talento, ma lo irrita che un uomo di corte e ricco, per di più conte (perché loro odiano tutto ciò), faccia senza particolare fatica lo stesso, se non meglio di lui che a questo ha dedicato tutta la sua vita. L'essenziale è l'istruzione che a lui manca.»
Vrònskij difendeva Michàjlov, ma in fondo all'anima credeva a questo, perché, secondo il suo concetto, un uomo di un altro mondo, inferiore, doveva essere invidioso.
Il ritratto di Anna, la stessa cosa dipinta dal vero da lui e da Michàjlov, avrebbe dovuto mostrare a Vrònskij la differenza, ma egli non la vedeva. Dopo Michàjlov smise soltanto di dipingere il suo ritratto di Anna, avendo deciso che ormai era superfluo. Continuava invece il quadro di vita medioevale. Sia lui, sia Golenìšèev, sia in modo particolare Anna, trovavano che era molto bello, perché era molto più simile ai quadri celebri che non il quadro di Michàjlov.
Michàjlov intanto, benché il ritratto di Anna l'avesse molto attratto, fu ancor più contento di loro quando le sedute terminarono e non fu più costretto ad ascoltare le chiacchiere di Golenìšèev sull'arte, e potè dimenticare la pittura di Vrònskij. Sapeva che non si poteva proibire a Vrònskij di divertirsi con la pittura; sapeva che lui e tutti i dilettanti avevano pieno diritto di dipingere quel che gli pareva, eppure la cosa gli seccava. Non si può proibire a un uomo di farsi una grande bambola di cera e di baciarla. Ma se quest'uomo con la bambola venisse a sedersi davanti a un innamorato e si mettesse a carezzare la sua bambola come l'innamorato carezza quella che ama, la cosa sarebbe sgradevole per l'innamorato. La stessa sgradevole sensazione aveva provato Michàjlov alla vista della pittura di Vrònskij; la cosa era per lui ridicola e indisponente, penosa e offensiva.
La passione di Vrònskij per la pittura e per il Medioevo non durò a lungo. Aveva abbastanza gusto per la pittura, e questo non gli permise di finire il quadro. Il quadro si fermò. Confusamente egli sentiva che i difetti di esso, poco percettibili in principio, sarebbero stati rilevanti se avesse continuato. Gli era successa la stessa cosa successa a Golenìšèev, il quale sentiva di non aver nulla da dire e continuamente ingannava se stesso dicendosi che il suo pensiero non era ancora maturo, che lo doveva far maturare e prepare i materiali. Ma questo incattiviva e torturava Golenìšèev, mentre Vrònskij non poteva ingannare e torturare se stesso e soprattutto non poteva incattivirsi. Con la risolutezza di carattere che gli era propria, cessò di occuparsi di pittura senza spiegar nulla e senza giustificarsi.
Ma senza quell'occupazione la vita sua e di Anna, la quale si era stupita della sua disillusione, gli parve così noiosa nella città italiana, il palazzo si fece a un tratto così palesemente vecchio e sudicio, così sgradevoli parvero le macchie sulle tende, le crepe nei pavimenti, lo stucco spaccato sui cornicioni, e così noioso diventò veder sempre quel medesimo Golenìšèev, il professore italiano e il viaggiatore tedesco, che si dovette cambiar vita. Decisero d'andare in Russia, in campagna. A Pietroburgo, Vrònskij aveva intenzione di fare la spartizione dei beni con il fratello; Anna, di vedere il figlio. Avrebbero trascorso l'estate nella grande tenuta avita di Vrònskij.
XIV
Lèvin era sposato da tre mesi. Era felice, ma non della felicità che si aspettava. A ogni passo, trovava una smentita ai suoi sogni di prima, oppure un nuovo incanto inaspettato. Lèvin era felice, ma, entrato nella vita familiare, vedeva a ogni passo che essa non era affatto come se l'era immaginata. A ogni passo provava quel che deve provare un uomo che, dopo aver ammirato il dolce filare d'una barchetta su un lago, ci si siede sopra. Così si accorge che non basta star seduti quieti, senza buttarsi di qua o di là, ma occorre aver sempre presente che sotto la barca c'è l'acqua, e non dimenticare mai dove si vuole andare; e bisogna remare, e le braccia non abituate s'indolenziscono; e insomma, a guardar la cosa da lontano, tutto sembra facile, ma se uno si mette a farla, appare molto difficile, anche se gradevolissima.
Gli accadeva, da scapolo, che guardando l'altrui vita coniugale, le preoccupazioni meschine, i litigi, la gelosia, egli sorridesse in cuor suo di disprezzo. Nella sua futura vita coniugale, secondo la sua convinzione, non solo non avrebbe potuto esserci nulla di simile, ma anche le forme esteriori, gli sembrava, avrebbero dovuto essere in tutto dissimili dalla vita degli altri. E improvvisamente, in luogo di ciò, la sua vita con la moglie non solo non si svolgeva in modo particolare, ma, al contrario, si andava tutta formando di quelle piccolezze più insignificanti che lui prima aveva tanto disprezzato, ma che adesso acquistavano contro la sua volontà un'importanza insolita e incontestabile. E Lèvin vedeva che l'organizzazione di tutte queste piccolezze non era affatto così facile come gli sembrava prima. Benché supponesse di avere idee molto precise sulla vita familiare, come tutti gli uomini, senza volerlo si era rappresentato la vita familiare solamente come il godimento dell'amore, che nulla doveva ostacolare e da cui non dovevano distrarre le preoccupazioni meschine. Secondo la sua idea, lui doveva fare il proprio lavoro e riposar da esso nella felicità dell'amore. Lei doveva esser amata e basta. Ma, come del resto tutti gli uomini, egli dimenticava che anche lei aveva dei compiti da svolgere. E si stupiva che lei, quella poetica incantevole Kitty, potesse non solo nelle prime settimane, ma già nei primi giorni della vita familiare, pensare, ricordare e darsi da fare per le tovaglie, i mobili, i materassi per chi arrivava, per un vassoio, un cuoco, il pranzo, e così via. Già da fidanzato era stato colpito dalla fermezza con cui lei aveva rifiutato di fare il viaggio all'estero e aveva deciso di andare in campagna, come se sapesse che era necessario far qualcosa e, oltre che al suo amore, pensasse anche a altre cose. Questo allora l'aveva offeso e anche adesso varie volte lo offesero le meschine cure e preoccupazioni di lei. E, amandola, benché non ne capisse il perché, benché ridesse di quelle preoccupazioni, non poteva non ammirarle. Rideva di come lei disponeva i mobili portati da Mosca, di come aveva arredato in modo nuovo la propria e la sua stanza, di come appendeva le tende, di come disponeva il futuro locale per gli ospiti, per Dolly, di come aveva messo a posto la stanza per la sua nuova ragazza, di come ordinava il pranzo al vecchio cuoco, di come entrava in discussione con Agàfija Michàjlovna allontanandola dalla dispensa. Vedeva che il vecchio cuoco sorrideva, compiacendosi d'ascoltare i suoi ordini inesperti e impossibili; vedeva che Agàfija Michàjlovna scuoteva in modo pensieroso e affettuoso la testa di fronte alle nuove disposizioni della giovane signora a proposito della dispensa; vedeva che Kitty era straordinariamente carina quando, ridendo e piangendo, veniva da lui ad annunciargli che Màša, la ragazza, era troppo abituata a considerarla una signorina, e perciò nessuno le obbediva. Questo gli sembrava carino, ma strano, e pensava che ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Egli non comprendeva il senso di vertigine che lei provava ora, a potersi ordinare ciò che desiderava, comprare mucchi di caramelle, spendere denari con larghezza e ordinare il dolce che voleva, dopo che a casa sua, qualche volta, aveva avuto voglia di cavolo con il kvas o di caramelle senza poter avere né l'una né l'altra cosa.
Kitty sognava adesso con gioia l'arrivo di Dolly con i bambini, in particolare perché avrebbe ordinato il dolce preferito da ognuno dei bambini e Dolly avrebbe apprezzato il suo nuovo ménage. Non sapeva neppure lei perché e come mai, ma le faccende domestiche l'attiravano irresistibilmente. Istintivamente, all'avvicinarsi della primavera, e in previsione delle brutte giornate, lei costruiva come meglio poteva il proprio nido: aveva fretta di costruirlo e nello stesso tempo di imparare a costruirlo.
Questo meschino affannarsi di Kitty, così opposto all'ideale di una elevata felicità che Lèvin aveva sognato nei primi tempi, fu una delle delusioni; e quel caro affannarsi, di cui egli non capiva il senso ma che non poteva non amare, fu uno dei nuovi incanti.
Un'altra disillusione e un altro incanto erano i litigi. Lèvin non avrebbe mai potuto immaginarsi che fra lui e la moglie potessero esserci rapporti che non fossero teneri, rispettosi, amorosi; e invece, improvvisamente, sin dai primi giorni, litigarono, così che lei gli disse che lui non l'amava, amava solamente se stesso, e si mise a piangere e ad agitar le braccia.
Questo loro primo litigio accadde perché Lèvin era andato a una nuova fattoria e c'era rimasto una mezz'ora di più: voleva passare per la strada più corta e si era perduto. Tornando a casa non faceva che pensare a lei, al suo amore, alla propria felicità, e quanto più si avvicinava, tanto più si accendeva di tenerezza per lei. Era corso dentro la stanza con il medesimo sentimento, e anche più forte, di quando era andato dagli Šèerbàckij a fare la sua richiesta. E, a un tratto, l'aveva accolto un'espressione cupa, come non aveva mai veduto in lei. Aveva voluto baciarla, lei l'aveva respinto.
«Che cos'hai?»
«Tu sei allegro...» aveva cominciato lei, cercando di esser velenosamente calma.
Ma aveva appena aperto la bocca che le sfuggirono parole di rimprovero, di insensata gelosia, di tutto ciò che l'aveva tormentata in quella mezz'ora trascorsa immobile sedendo vicino alla finestra. Soltanto allora egli capì per la prima volta chiaramente quel che non aveva capito quando l'aveva condotta fuori della chiesa dopo le nozze. Capì che non soltanto lei adesso gli era vicina, ma che egli non sapeva dove finisse lei e cominciasse lui. Lo capì dalla tormentosa sensazione di sdoppiamento che provò in quell'istante. Nel primo momento si offese, ma in quello stesso istante sentì che non poteva venir offeso da lei, che lei era lui stesso. Nel primo momento provò una sensazione simile a quella che prova chi, avendo improvvisamente ricevuto un forte colpo alle spalle, si volta con dispetto e desiderio di vendetta per trovare il colpevole, e si accorge d'essersi colpito da solo accidentalmente, e che non c'è nessuno contro cui arrabbiarsi e bisogna sopportare e calmare il dolore.
In seguito non sentì mai più con tanta forza questa sensazione, ma quella prima volta per un bel po' di tempo non potè riaversi. Un sentimento naturale esigeva da lui che si scolpasse, che dimostrasse il torto di lui; ma dimostrarle il suo torto significava farla arrabbiare ancor più e render più grande la rottura che era stata la causa di tutto il dolore. Un sentimento abituale lo spingeva a toglier da sè la colpa e a gettarla su di lei; un altro sentimento, più forte, lo spingeva a sanare la rottura al più presto, il più presto possibile, senza lasciarla aumentare. Rimanere con un'accusa così ingiusta era tormentoso, ma farle male giustificandosi era ancor peggio. Come un uomo oppresso dal dolore nel dormiveglia, voleva strappar da sè, gettar via il punto malato, e, tornato in sè, sentiva che il punto malato era lui stesso. Bisognava soltanto cercar di aiutare il punto malato a sopportare e si sforzò di far questo.
Fecero la pace. Lei, conscia della propria colpa senza però confessarlo, diventò più tenera con lui e provarono una nuova, raddoppiata felicità d'amore. Ma ciò non impediva che questi scontri si ripetessero e persino abbastanza spesso per i motivi più inaspettati e insignificanti. Questi urti avvenivano spesso anche perché loro ancora non sapevano che cosa in realtà avesse importanza per l'altro, e anche perché in quei tempi entrambi erano sovente in cattiva disposizione d'animo. Quando uno era di umore buono, e l'altro di cattivo, si riusciva a mantenere la pace, ma quando erano entrambi di cattivo umore, gli urti avvenivano per cause così incomprensibili nella loro meschinità, che in seguito non riuscivano assolutamente a ricordare i motivi del litigio. È vero che quando erano tutt'e due di buon umorc la gioia della loro vita si raddoppiava, ma quel primo periodo fu difficile.
In tutto quel primo periodo si sentì in modo particolarmente vivo una tensione, come il tendersi da una parte e dall'altra della catena con cui erano legati. In genere quel mese di luna di miele, ossia il mese dopo il matrimonio, dal quale secondo la tradizione Lèvin si aspettava tanto, non solo non fu affatto di miele, ma rimase nei ricordi di entrambi come il periodo più difficile e umiliante della loro vita. Entrambi nella vita che seguì cercarono di cancellare dalla propria memoria tutte le circostanze mostruose, vergognose di quel periodo morboso, in cui tutt'e due erano di rado in uno stato d'animo normale, di rado loro stessi.
Soltanto nel terzo mese di matrimonio, dopo il loro ritorno da Mosca dove erano andati per un mese, la loro vita diventò più piana.
XV
Erano appena arrivati da Mosca ed erano contenti della loro solitudine. Lui era seduto davanti al tavolo nello studio e scriveva. Lei, in quel vestito lilla scuro che aveva portato nei primi giorni del matrimonio e quel giorno aveva indossato di nuovo, e che era a lui particolarmente caro e presente nella memoria, sedeva sul divano, il vecchio divano di pelle che era sempre stato nello studio del nonno e del padre di Lèvin, e ricamava a punto inglese. Lui pensava e scriveva senza cessare di sentire con gioia la presenza di lei. Le occupazioni concernenti l'azienda e il suo libro, nel quale dovevano essere esposte le basi di una nuova economia, non erano state da lui abbandonate; ma se prima queste occupazioni e questi pensieri gli sembravano insignificanti e meschini di fronte alla tenebra che copriva la sua vita, ora gli sembravano altrettanto poco importanti e minuscoli in confronto alla vita futura inondata dalla chiara luce della felicità. Così, continuava le sue occupazioni, ma sentiva che il centro di gravità della sua attenzione si era spostato su altro, e di conseguenza vedeva la cosa in modo completamente diverso e più chiaro. Prima il suo libro era per lui un modo di salvarsi dalla vita: senza quell'opera la sua vita sarebbe stata troppo cupa. Adesso invece queste occupazioni gli erano necessarie perché la vita non fosse troppo uniformemente luminosa. Accintosi di nuovo alle sue carte, rileggendo quel che aveva scritto, si era accorto con piacere che l'opera meritava che egli se ne occupasse, era nuova e utile. Molte delle idee di prima gli parvero superflue ed estremiste, ma molte lacune gli apparvero ora più chiare.
Stava scrivendo un nuovo capitolo sulle sfavorevoli condizioni dell'agricoltura in Russia. Voleva dimostrare che la povertà della Russia non derivava solamente dall'ingiusta distribuzione della proprietà terriera e da un falso indirizzo, ma anche da certi aspetti della civilizzazione straniera che erano stati introdotti in Russia in modo anormale negli ultimi tempi: in specie le vie di comunicazione, le ferrovie, che avevano portato con sè l'accentramento urbano, una crescente brama del superfluo, e inoltre, proprio a danno dell'agricoltura, lo sviluppo dell'industria, del credito e del suo satellite: il giuoco di borsa. Gli sembrava che secondo uno sviluppo normale della ricchezza, questi fenomeni dovessero verificarsi in uno Stato solamente solo quando l'agricoltura fosse già sufficientemente sviluppata e organizzata; che la ricchezza del paese dovesse crescere in modo uniforme, e in particolare che gli altri settori della ricchezza non sopravanzassero l'agricoltura; che in armonia con una certa situazione dell'agricoltura dovessero essere anche le vie di comunicazione a essa corrispondenti. Quindi, pensava, per noi che non abbiamo ancora imparato a sfruttare bene la terra, le ferrovie, prodotto di una necessità politica anziché economica, sono premature, e invece di aiutare l'agricoltura, come da esse ci si aspettava, avendola sopravanzata e avendo suscitato lo sviluppo dell'industria e del credito, l'hanno ostacolata; come lo sviluppo unilaterale e prematuro di un organo in un animale ne ostacola lo sviluppo generale, così, per quanto riguarda lo sviluppo generale della ricchezza in Russia, il credito, le vie di comunicazione, il rafforzamento dell'attività industriale - senza dubbio necessari in Europa dov'erano tempestivi - da noi producono solamente del danno, mettendo in secondo piano il principale problema del momento: l'organizzazione dell'agricoltura.
Mentre lui scriveva le sue cose, lei pensava com'era stato innaturalmente premuroso suo marito verso il giovane principe Èàrskij, che con molto poco tatto aveva fatto il galante con lei alla vigilia della partenza. «È geloso,» pensava. «Dio mio! Com'è caro e sciocco. È geloso di me! Se sapesse che per me loro sono tutti come il cuoco Pëtr,» pensava, guardando con un sentimento per lei strano di proprietà la nuca e il collo rosso di lui. «Benché mi dispiaccia distoglierlo dalle sue occupazioni (ma ne avrà del tempo!), bisogna guardargli il viso; sentirà che lo guardo? Voglio che si volti... Voglio, su!» E aprì ancor più gli occhi volendo con questo rafforzare l'effetto dello sguardo.
«Sì, attirano verso di sè tutte le linfe e danno un falso splendore,» mormorò lui e, cessando di scrivere, sentendo che lei lo guardava e sorrideva, si voltò.
«Che c'è?» domandò, sorridendo e alzandosi.
«S'è voltato,» pensò lei.
«Niente, volevo che ti voltassi,» disse guardandolo e desiderando indovinare se era indispettito o no per il fatto che l'aveva distratto.
«Vedi come si sta bene noi due! Cioè io...» disse Lèvin avvicinandosi e splendendo d'un sorriso di felicità.
«Sto tanto bene! Non andrò in nessun posto, specialmente a Mosca.»
«A che cosa pensavi?»
«Io? Pensavo... No, no, vai a scrivere, non distrarti,» disse Kitty, increspando le labbra, «e io adesso devo ritagliare questi buchetti, vedi?»
Prese le forbici e incominciò a tagliare.
«No, di', che cosa allora?» disse Lèvin, sedendosi vicino a lei e seguendo il movimento circolare delle piccole forbici.
«Ah, che cosa pensavo? Pensavo a Mosca, alla tua nuca.»
«Perché proprio a me una felicità simile? Non è naturale. È troppo bello,» disse Lèvin, baciandole la mano.
«Per me, invece, meglio si sta, più è naturale.»
«E tu hai una trecciolina,» disse lui, volgendole la testa con delicatezza. «Una trecciolina. Vedi, ecco qua. No, no, stiamo lavorando.»
Ma il lavoro, quando Kuzmà entrò ad annunciare che il tè era servito, non continuò, e loro si scostarono di scatto, come colpevoli.
«Sono venuti dalla città?» domandò Lèvin a Kuzmà.
«Sono appena arrivati, fanno la cernita.»
«Vieni presto allora,» gli disse lei, uscendo dallo studio, «altrimenti leggerò le lettere senza di te. E suoniamo a quattro mani.»
Rimasto solo e riposti i suoi quaderni in una borsa nuova acquistata da lei, Lèvin cominciò a lavarsi le mani in un lavandino nuovo con nuovi eleganti accessori, anch'essi apparsi con lei. Sorrideva ai propri pensieri e scuoteva la testa con disapprovazione a questi pensieri; un sentimento simile al rimorso lo tormentava. Nella sua vita di adesso c'era qualcosa di vergognoso, di molle, di capuano, come egli lo definiva fra sè. «Non va bene vivere così,» pensava. «Sono passati quasi tre mesi e io non faccio quasi niente. Oggi mi sono accinto sul serio al lavoro quasi per la prima volta, ebbene? Ho cominciato appena e ho lasciato stare. Anche le mie solite occupazioni, anche queste le ho quasi abbandonate. Nemmeno in giro per l'azienda vado più, né a piedi, né a cavallo. Ora mi fa pena lasciar lei, ora vedo che si annoia. E io pensavo invece che prima del matrimonio la vita fosse così e così, che non contasse, e che dopo il matrimonio cominciasse la vera vita. E presto saranno tre mesi e io non ho mai trascorso il tempo in modo così ozioso e inutile. No, così non è possibile, bisogna cominciare. Lei non ne ha colpa, si capisce. A lei non si poteva rimproverare nulla. Ero io che dovevo essere più fermo, cingere con una barriera la mia indipendenza d'uomo. Se no, così posso prenderci l'abitudine e darla anche a lei... Lei non ne ha colpa, si capisce,» diceva a se stesso.
Ma è difficile per un uomo scontento non rimproverare qualcun altro, e proprio chi gli è più vicino, di ciò che lo rende scontento. E a Lèvin veniva confusamente in testa non che lei fosse colpevole, no, ma che colpevole fosse la sua educazione, troppo superficiale e frivola («Quello stupido d'un Èàrskij: lei, io lo so, voleva ma non sapeva fermarlo»). «Sì, oltre all'interesse per la casa (questo ce l'ha), oltre alla sua toilette e al ricamo inglese, non ha interessi seri. Non l'interessa il mio lavoro, né l'azienda, né i contadini, né la musica, in cui è abbastanza forte, né la lettura. Non fa nulla ed è perfettamente soddisfatta.» In cuor suo Lèvin le rimproverava questo, e non capiva che Kitty stava preparandosi a quel periodo di attività che per lei doveva venire: quando sarebbe stata nel medesimo tempo la moglie, la padrona di casa, e insieme avrebbe portato in sè, nutrito e allevato dei bambini. Non capiva che lei sapeva questo d'istinto e, preparandosi a questa terribile fatica, non si rimproverava per i momenti di spensieratezza e di felicità d'amore di cui adesso allegramente fruiva intessendo il suo nido futuro.
XVI
Quando Lèvin salì di sopra, sua moglie era seduta vicino al nuovo samovàr d'argento e al nuovo servizio da tè, e, fatta sedere a un tavolino la vecchia Agàfija Michàjlovna davanti alla tazza di tè che lei le aveva versato, leggeva una lettera di Dolly con la quale era in continua e fitta corrispondenza.
«Ecco, la vostra signora mi ha fatto sedere; mi ha messo a sedere con lei,» disse Agàfija Michàjlovna, sorridendo benevolmente verso Kitty.
In queste parole Lèvin lesse lo scioglimento del dramma che negli ultimi tempi si era svolto fra Agàfija Michàjlovna e Kitty. Vide che, nonostante tutto il dolore arrecato ad Agàfija Michàjlovna dalla nuova padrona che le aveva tolto le redini del governo, Kitty nondimeno l'aveva vinta e costretta a volerle bene.
«Ecco che ho letto anche una lettera tua,» disse Kitty, porgendogli una lettera sgrammaticata. «È di quella donna, mi pare, di tuo fratello...» disse. «Non l'ho letta tutta. E questa è dei miei e di Dolly. Immaginati! Dolly ha portato Grìša e Tànja a un ballo di bambini dai Sarmàtskij; Tànja era vestita da marchesa.»
Ma Lèvin non l'ascoltava; arrossendo, aveva preso la lettera di Màrija Nikolàevna, l'antica amante del fratello Nikolàj e si era messo a leggerla. Era già la seconda lettera di Màrija Nikolàevna. Nella prima lei aveva scritto che il fratello l'aveva cacciata senza sua colpa e con commovente ingenuità aggiungeva che, sebbene fosse di nuovo in miseria, non chiedeva, non desiderava nulla, ma la uccideva soltanto il pensiero che Nikolàj Dmìtrieviè senza di lei sarebbe perito a causa della debolezza della sua salute, sicché pregava il fratello di sorvegliarlo. Adesso scriveva altro. Aveva trovato Nikolàj Dmìtrieviè, si era messa di nuovo con lui a Mosca ed era andata con lui in una città capoluogo di governatorato dove lui aveva avuto un posto in servizio statale. Che però laggiù lui aveva litigato con il capo ed era ripartito per Mosca, ma durante il viaggio s'era tanto ammalato che difficilmente si sarebbe ormai alzato dal letto, scriveva. «Ha sempre ricordato voi e anche soldi non ce ne sono più.»
«Leggi, Dolly scrive di te,» fece per cominciare Kitty, sorridendo, ma si fermò a un tratto, avendo notato l'espressione mutata della faccia del marito.
«Che hai? Che cosa c'è?»
«Lei mi scrive che Nikolàj, mio fratello, è in punto di morte. Io parto.»
Il viso di Kitty a un tratto cambiò. I pensieri su Tànja vestita da marchesa, su Dolly; tutto questo scomparve.
«Quando partirai?» disse.
«Domani.»
«E io vengo con te, si può?» disse lei.
«Kitty! Via, che cos'è questo?» disse lui con rimprovero.
«Come che cos'è?» domandò Kitty, offesa perché lui accoglieva la sua proposta come di malavoglia e con dispetto. «Perché non dovrei partire? Non ti darò fastidio. Io...»
«Io parto perché mio fratello muore,» disse Lèvin. «Perché tu...»
«Perché? Per lo stesso motivo per cui parti tu.»
«Persino in un momento per me così importante lei pensa soltanto che da sola si annoierà,» pensò Lèvin. E questo motivo, in una faccenda così importante, lo fece arrabbiare.
«È impossibile,» disse severamente.
Agàfija Michàjlovna, vedendo che la cosa andava a finire in un litigio, posò in silenzio la tazza e uscì. Kitty non si accorse neppure di lei. Il tono con cui il marito aveva detto le ultime parole l'aveva offesa soprattutto perché evidentemente lui non credeva a quel che lei aveva detto.
«E io ti dico che se tu partirai, io partirò con te, partirò assolutamente,» prese a dire in fretta e con rabbia. «Perché è impossibile? Perché dici che è impossibile?»
«Perché bisogna andare Dio sa dove, per quali strade, alberghi. Mi sarai d'impiccio,» disse Lèvin, cercando di mantenere il sangue freddo.
«Nient'affatto. Io non ho bisogno di nulla. Dove puoi tu, anch'io...»
«Via, già soltanto per il fatto che là c'è quella donna, con cui tu non puoi far conoscenza.»
«Io non so nulla e non voglio sapere chi c'è là e che cosa. Io so che il fratello di mio marito sta morendo e mio marito va da lui, e io vado con mio marito per...»
«Kitty! Non arrabbiarti. Ma rifletti; questa cosa è così importante che mi fa male pensare che tu vi mescoli un sentimento di debolezza, il desiderio di non restar sola. Bene, se ti annoierai a star sola, vai a Mosca allora.»
«Ecco, tu mi attribuisci sempre dei pensieri cattivi e volgari,» cominciò a dir lei con lacrime d'offesa e d'ira. «Io... non c'è nessuna debolezza... Io sento che il mio dovere è di essere con mio marito quando ha un dolore, ma tu vuoi farmi male apposta, apposta non vuoi capire...»
«No, questo è orribile. Essere una specie di schiavo!» gridò Lèvin, alzandosi e non avendo più la forza di trattenere la propria irritazione. Ma in quello stesso attimo sentì che colpiva se stesso.
«Allora perché ti sei sposato? Saresti libero. Perché, se te ne penti?» cominciò a dir lei, balzò su e corse in salotto.
Quando egli andò a cercarla, Kitty singhiozzava in lacrime.
Cominciò a parlare, desiderando trovare le parole che potessero non dissuaderla, ma anche soltanto calmarla. Ma lei non lo ascoltava e non consentiva in nulla. Egli si chinò su di lei e le prese la mano che faceva resistenza. Baciò la mano, baciò i capelli di lei, baciò di nuovo la mano; lei continuava a tacere. Ma, quando le prese la faccia con tutt'e due le mani e disse: «Kitty!» a un tratto lei tornò in sè, pianse per un po' e fece la pace.
Decisero di partire l'indomani, insieme. Lèvin disse alla moglie di credere che lei desiderava partire solamente per essere utile; fu d'accordo che la presenza di Màrija Nikolàevna presso il fratello non presentava nulla di sconveniente; ma nel fondo dell'anima partiva scontento di sè e di lei. Era scontento di lei perché non aveva saputo indursi a lasciarlo andare almeno in questa occasione (e come era strano per lui pensare che, mentre fino a poco prima non osava credere alla felicità che lei potesse amarlo, adesso si sentiva infelice perché lei lo amava troppo!), e scontento di sè perché non aveva dato prova di forza di carattere. Nel profondo dell'anima era ancor meno d'accordo con il fatto che a lei non dovesse importare della donna che era con il fratello, e pensava con orrore a tutti gli urti che potevano accadere. Già il solo fatto che sua moglie, la sua Kitty, si trovasse nella medesima stanza con una ragazza di strada lo faceva rabbrividire di ribrezzo e di orrore.
XVII
L'albergo del capoluogo di provincia in cui giaceva a letto Nikolàj Lèvin era uno di quegli alberghi provinciali che vengono messi su secondo i nuovi criteri perfezionati, con le migliori intenzioni di pulizia, di comodità e persino d'eleganza, ma che per via del pubblico che li frequenta si trasformano con straordinaria rapidità in sudice bettole con una pretesa di confort moderno, e per questa stessa pretesa diventano ancor peggiori dei vecchi alberghi semplicemente sporchi. Quell'albergo era già in questo stato; e il soldato con la divisa sporca che faceva le veci del portiere fumando una sigaretta all'ingresso, e la scala di ghisa, aperta, tetra e sgradevole, e il cameriere disinvolto con il frac sporco, e la sala comune con un mazzo impolverato di fiori di cera che adornava la tavola, e la sporcizia, la polvere e il disordine dappertutto, e, insieme, un certo nuovo affaccendarsi da stazione ferroviaria dell'albergo, produssero sui Lèvin, dopo la loro vita di giovani sposi, la sensazione più penosa; tanto più che quell'ambiente stonava singolarmente col dolore cui andavano incontro.
Come sempre, dopo la domanda: di qual prezzo desiderassero la camera, risultò che non c'era neanche una camera buona; una camera buona era occupata da un ispettore delle ferrovie; un'altra da un avvocato di Mosca; una terza dalla principessa Astàfieva che veniva dalla campagna. Rimaneva una camera sporca, accanto alla quale promisero di liberarne per la sera un'altra. Irritato con la moglie, perché si avverava quel che lui si era aspettato, e cioè che già al momento dell'arrivo, con il cuore in gola per l'agitazione al pensiero del fratello, avrebbe dovuto occuparsi di lei invece di correre subito dal fratello, Lèvin condusse la moglie nella camera che gli avevano assegnato.
«Vai, vai!» disse lei guardandolo con uno sguardo timido e colpevole.
Lèvin uscì in silenzio dalla porta e lì stesso s'imbattè in Màrija Nikolàevna, che aveva saputo del suo arrivo e non osava entrare da lui. Era esattamente quale l'aveva veduta a Mosca: lo stesso vestito di lana, e le braccia nude, e il collo, e lo stesso viso butterato, benevolmente ottuso, un po' ingrassato.
«Ebbene, allora? Come sta? Che cosa c'è?»
«Molto male. Non si alza. Non fa che aspettar voi. Lui... Voi... siete con vostra moglie.»
Nel primo momento Lèvin non capì che cosa la intimidisse, ma lei glielo spiegò subito.
«Io andrò via, andrò in cucina,» proferì. «Lui sarà contento. Ne ha sentito parlare e la conosce e la ricorda all'estero.»
Lèvin capì che lei alludeva a sua moglie e non seppe che cosa rispondere.
«Andiamo, andiamo!» disse.
Ma si era appena mosso, che la porta della sua camera si aprì e si affacciò Kitty. Lèvin arrossì di vergogna e di stizza per sua moglie, che metteva se stessa e lui in quella situazione penosa; ma Màrija Nikolàevna arrossì ancor più. Si rattrappì tutta e arrossì fino alle lacrime e, afferrate con entrambe le mani le due punte del fazzoletto, le arrotolava con le dita rosse senza sapere che dire e che fare.
Nel primo momento Lèvin vide un'espressione di avida curiosità nello sguardo con cui Kitty guardava quella donna per lei incomprensibile e orribile; ma questo durò soltanto un attimo.
«Ebbene, allora? Come sta lui?» si rivolse essa al marito e poi a lei.
«Ma non si può discorrere in corridoio!» disse Lèvin, voltandosi con irritazione a guardare un signore che in quel momento passava per il corridoio tentennando sulle gambe e andandosene secondo ogni apparenza per i fatti suoi.
«Bene, allora entrate,» disse Kitty rivolgendosi a Màrija Nikolàevna che si era ripresa; ma, notando la faccia spaventata del marito, soggiunse: «Oppure andate, andate, e mandatemi a chiamare», e ritornò dentro la camera. Lèvin andò dal fratello.
Non si aspettava assolutamente ciò che vide e sentì dal fratello. Si aspettava di trovare quello stato di autoinganno che, secondo quanto aveva sentito dire, i tisici hanno così spesso, e che lo aveva così fortemente colpito durante la visita che il fratello gli aveva fatto in autunno. Si aspettava di trovare i segni fisici ancor più definiti della morte che si avvicinava, una maggiore debolezza, una maggiore magrezza, ma tuttavia quasi la stessa situazione. Si aspettava di provare lo stesso sentimento che aveva provato allora, di compassione per la perdita dell'amato fratello e di terrore di fronte alla morte, e ciò soltanto in maggior grado. E si era preparato a questo; ma trovò tutt'altro.
Nella piccola camera sudicia, coperta di sputi sui riquadri dipinti dei muri, dietro un sottile tramezzo oltre il quale si sentiva parlottare, in un'aria satura d'un soffocante odore di impurità, su un letto discosto dalla parete giaceva un corpo sotto una coperta. Un braccio di quel corpo era sopra la coperta, e la mano, enorme come un rastrello, era incomprensibilmente attaccata a un lungo fuso, sottile e uniforme dal principio al centro. La testa era adagiata di fianco sul cuscino. Lèvin poteva vedere i radi capelli sudati sulle tempie e la fronte tesa, quasi trasparente.
«Non può essere che questo corpo orribile sia mio fratello Nikolàj,» pensò Lèvin. Ma si avvicinò di più, vide il viso, e il dubbio non fu ormai più possibile. Nonostante il terribile cambiamento del viso, a Lèvin bastò guardare quegli occhi vivi che si erano levati su chi era entrato, notare il lieve movimento della bocca sotto i baffi appiccicati, per capire la terribile verità: che quel morto corpo era suo fratello vivo.
Gli occhi luccicanti guardarono in modo severo e pieno di rimprovero il fratello che entrava. E subito, attraverso quello sguardo, si stabilì un rapporto vivo fra vivi. Lèvin avvertì un rimprovero nello sguardo fisso su di lui e rimorso per la propria felicità.
Quando Konstantìn lo prese per una mano, Nikolàj sorrise. Il sorriso era debole, appena percettibile e, nonostante il sorriso, l'espressione severa degli occhi non mutò.
«Non ti aspettavi di trovarmi così,» proferì egli con fatica.
«Sì... no,» disse Lèvin, imbrogliandosi nelle parole. «Come mai non me l'hai fatto sapere prima, cioè già durante il periodo del mio matrimonio? Ho chiesto informazioni dappertutto.»
Bisognava parlare per non tacere, e lui non sapeva che cosa dire, tanto più che il fratello non rispondeva nulla, si limitava a guardarlo, senza distogliere gli occhi, ed evidentemente penetrava il significato d'ogni parola. Lèvin comunicò al fratello che sua moglie era venuta con lui. Nikolàj manifestò soddisfazione, ma disse che temeva di spaventarla con il suo stato. Subentrò un silenzio. A un tratto Nikolàj cominciò a muoversi e a dire qualcosa. Dall'espressione del suo viso Lèvin si aspettava qualcosa di particolarmente significativo e importante, ma Nikolàj si mise a parlare della sua salute. Accusava il dottore, si rammaricava che non ci fosse un famoso dottore di Mosca, e Lèvin capì che lui sperava ancora.
Scelto il primo momento di silenzio, Lèvin si alzò, desiderando liberarsi anche solo per un momento da quella sensazione tormentosa, e disse che usciva per chiamare la moglie.
«Sì, va bene; io intanto ordinerò di pulire un poco qui. Qui è sporco e puzza, penso. Màša! metti in ordine qui,» disse con fatica il malato. «E quando avrai messo in ordine, vai via,» aggiunse, guardando interrogativamente il fratello.
Lèvin non rispose nulla. Uscendo in corridoio, si fermò. Aveva detto che avrebbe portato lì la moglie, ma ora, rendendosi conto della sensazione che aveva provato, decise che, al contrario, si sarebbe sforzato di dissuaderla dal recarsi dall'ammalato. «Perché dovrebbe tormentarsi come me?» pensò.
«E allora? Come sta?» domandò Kitty con la faccia spaventata.
«Ah, è spaventoso, spaventoso! Perché sei venuta con me?» disse lui.
Kitty tacque per alcuni secondi, guardando il marito timidamente e con compassione; poi si avvicinò e si afferrò con entrambe le mani al suo gomito.
«Kòstja! Portami da lui: sarà meno penoso in due. Basta che tu mi porti là, portami, per favore, e tu vai via,» prese a dire. «Capisci che veder te e non veder lui per me è molto più penoso. Forse là potrò esser utile a te e a lui. Per favore, permettilo!» e supplicò il marito come se la felicità della sua vita dipendesse da questo.
Lèvin dovette acconsentire e, ripresosi e avendo ormai completamente dimenticata Màrija Nikolàevna, andò di nuovo dal fratello insieme con Kitty.
Con passo leggero, sogguardando di continuo il marito, e mostrandogli un viso coraggioso e compassionevole, lei entrò nella camera del malato, e, voltandosi senza fretta, chiuse la porta senza rumore. A passi silenziosi si avvicinò rapidamente al malato e, accostandosi in modo che egli non avesse bisogno di voltar la testa, prese subito nella propria giovine fresca mano lo scheletro della mano enorme di lui, la strinse e cominciò a parlare con lui con quella quieta animazione, compassionevole ma non offensiva, propria soltanto alle donne.
«Ci siamo incontrati, ma non ci conoscevamo, a Soden,» disse. «Voi non pensavate che sarei diventata vostra sorella.»
«Non mi avreste riconosciuto, non è vero?» disse lui con un sorriso che si era illuminato all'entrar di Kitty.
«No, vi avrei riconosciuto. Come avete fatto bene a farcelo sapere! Non c'era giorno che Kòstja non vi ricordasse e non si preoccupasse.»
Ma l'animazione del malato non durò a lungo.
Kitty non aveva ancora finito di parlare che sul viso di lui si stabilì di nuovo la severa espressione di rimprovero e d'invidia del morente per il vivo.
«Temo che qui non stiate bene,» disse lei, sottraendosi al suo sguardo attento e osservando la camera. «Bisognerà chiedere al padrone un'altra camera,» disse al marito, «anche per essere più vicini.»
XVIII
Lèvin non poteva guardare tranquillamente il fratello, non poteva esser naturale e tranquillo in sua presenza. Quando entrava dal malato, i suoi occhi e la sua attenzione inconsciamente si ottenebravano, ed egli non vedeva e non distingueva i dettagli della condizione del fratello. Sentiva un odore spaventoso, vedeva sporcizia, disordine, una situazione tormentosa, e gemiti, e sentiva che a questo non si poteva porre rimedio. Non gli passava per la mente di analizzare tutti i particolari della situazione del malato, di pensare come quel corpo giacesse lì, sotto la coperta; come, piegate, fossero disposte quelle gambe smagrite, le cosce, la schiena, e se non fosse possibile disporle meglio, fare qualcosa in modo che stesse, se non meglio, almeno non peggio. Quando cominciava a pensare a tutti questi particolari sentiva un gelo nella schiena. Era indubbiamente convinto che non si potesse far nulla né per prolungare la vita, né per alleviare le sofferenze. Ma la coscienza che lui aveva che qualsiasi aiuto fosse impossibile era avvertita dal malato, e lo irritava. E perciò per Lèvin la cosa era ancor più penosa. Trovarsi nella camera del malato per lui era tormentoso; non trovarvisi, ancor peggio. E con vari pretesti egli usciva di continuo ed entrava di nuovo non avendo la forza di rimaner solo.
Ma Kitty pensava, sentiva e agiva in tutt'altro modo. Alla vista del malato ne aveva avuto compassione. E la compassione nella sua anima femminile non aveva prodotto affatto quel sentimento di orrore e di disgusto che aveva prodotto in suo marito, bensì il bisogno di agire, di sapere tutti i particolari del suo stato e di aiutarlo. E poiché in lei non v'era il minimo dubbio che dovesse aiutarlo, non dubitava nemmeno che ciò non fosse possibile e si era messa subito all'opera. Gli stessi particolari, il cui solo pensiero faceva inorridire il marito, attrassero subito la sua attenzione. Mandò a chiamare il dottore, mandò in farmacia, obbligò la ragazza che era venuta con lei e Màrija Nikolàevna a spazzare, toglier la polvere, lavare; lei stessa lavava, bagnava qualcosa, metteva qualcosa sotto la coperta. Per ordine suo portarono delle cose nella camera del malato, e altre cose portarono via. Lei stessa andò parecchie volte nella propria camera, senza far caso ai signori che incontrava, portando lenzuoli, federe, asciugamani, camicie.
Il cameriere, che serviva il pranzo a certi ingegneri nella sala comune, era venuto varie volte con la faccia arrabbiata al suo richiamo e non aveva potuto non eseguire i suoi ordini, giacché lei li dava con una così affabile insistenza che non era possibile fare altrimenti. Lèvin non approvava tutto questo; non credeva che ne derivasse un qualche giovamento per il malato. Più di tutto temeva che il malato si arrabbiasse. Ma il malato, benché sembrasse indifferente, non si arrabbiava, si vergognava soltanto, e in genere pareva interessarsi di quel che lei faceva intorno a lui. Di ritorno dal dottore, dal quale l'aveva mandato Kitty, Lèvin, aprendo la porta, trovò il malato nel momento in cui, per disposizione di Kitty, gli stavano cambiando la biancheria. Il lungo bianco scheletro della schiena con le enormi scapole sporgenti e le costole e le vertebre che emergevano era denudato, e Màrija Nikolàevna e il cameriere s'erano imbrogliati con una manica della camicia e non riuscivano a infilarvi il braccio lungo e penzolante. Kitty, che si era affrettata a chiuder la porta alle spalle di Lèvin, non guardava da quella parte; ma il malato emise un gemito e lei si diresse rapidamente verso di lui.
«Su, presto,» disse.
«Ma non venite qui,» proferì con ira il malato, «faccio da me...»
«Che cosa dite?» domandò a sua volta Màrija Nikolàevna.
Ma Kitty aveva sentito e capito che lui si vergognava ed era dispiaciuto d'esser nudo davanti a lei.
«Io non guardo, non guardo!» disse, mettendo a posto il braccio. «Màrija Nikolàevna, voi andate dall'altra parte, mettete a posto,» aggiunse.
«Vai, per piacere, nel sacchetto piccolo ho una boccetta,» si rivolse poi al marito, «sai, nel taschino laterale, portamela, per piacere, e intanto qui finiranno di metter in ordine.»
Tornato con la boccetta, Lèvin trovò il malato ormai disteso nel letto, e tutto intorno a lui completamente mutato. L'odore pesante era stato sostituito da un odor d'aceto misto a profumi, che Kitty spruzzava da un tubetto, sporgendo in avanti le labbra e gonfiando le gote vermiglie. Non si vedeva ormai più polvere, sotto il letto c'era un tappeto. Sul tavolo erano accuratamente disposte le boccette e una caraffa, insieme alla biancheria occorrente ripiegata, e al lavoro di ricamo di Kitty. Su un altro tavolo, accanto al letto del malato, c'erano una bevanda, una candela e le polverine. Il malato poi, lavato e pettinato, giaceva fra lenzuola pulite, su cuscini sollevati, con una camicia pulita dal colletto bianco intorno al collo innaturalmente sottile e guardava Kitty senza distogliere gli occhi, con un'espressione nuova di speranza.
Il dottore, che Lèvin aveva trovato al club e aveva condotto lì, non era quello che curava Nikolàj Lèvin e di cui egli era scontento. Il nuovo dottore tirò fuori la cannuccia e auscultò il malato, scosse il capo, prescrisse una medicina e con particolare minuzia spiegò dapprima come prendere la medicina e poi quale dieta osservare. Consigliava uova crude o appena cotte e acqua di selz con latte fresco, ad una certa temperatura. Quando il dottore se ne andò, il malato disse qualcosa al fratello, ma Lèvin distinse soltanto le ultime parole: «la tua Kàtja», e dallo sguardo con cui lui la guardava capì che la lodava. Nikolàj volle vicino a sè anche Kàtja, come preferiva chiamarla.
«Sto già molto meglio,» disse. «Con voi sarei già guarito da un pezzo. Come sto bene!» Le prese la mano e la portò alle labbra, ma, come temendo che questo le dispiacesse, cambiò idea, lasciò la mano e la carezzò soltanto. Kitty prese quella mano con entrambe le sue mani e la strinse.
«Adesso mettetemi sul lato sinistro e andate a dormire,» proferì egli.
Nessuno capì che cosa avesse detto, la sola Kitty capì. Capì perché seguiva senza posa con il pensiero tutto ciò che poteva essergli necessario.
«Sull'altro lato,» disse al marito, «dorme sempre su quello. Fagli cambiar posizione, è spiacevole chiamare la servitù. Io non posso. E voi non potete?» si rivolse a Màrija Nikolàevna.
«Io ho paura,» rispose Màrija Nikolàevna.
Per quanto fosse terribile per Lèvin cingere con le braccia quell'orribile corpo, afferrare sotto la coperta quelle membra di cui nemmeno voleva sapere che esistessero, cedendo alla suggestione della moglie, egli fece quella sua faccia decisa che la moglie conosceva e, infilate le mani, lo afferrò; nonostante la sua forza, fu tuttavia colpito dalla strana pesantezza di quelle membra sfinite. Mentre egli lo voltava e sentiva il proprio collo cinto dall'enorme braccio smagrito, Kitty capovolse rapidamente e senza far rumore il cuscino, lo sprimacciò e vi adagiò la testa del malato e i suoi radi capelli, di nuovo appiccicati alla tempia.
Il malato trattenne nella propria mano la mano del fratello. Lèvin sentiva che Nikolàj voleva fare qualcosa con la mano di lui e che la tirava chi sa dove. Con il cuore che gli mancava, lo lasciò fare. Sì, lui la tirò verso la sua bocca e la baciò. Lèvin fu scosso dai singhiozzi e, non avendo la forza di dir nulla, uscì dalla camera.
XIX
«Hai nascosto queste cose ai saggi e agli intelligenti, e le hai rivelate ai pargoli:» così pensava Lèvin di sua moglie, discorrendo quella sera con lei.
Non perché si ritenesse un saggio aveva pensato alla sentenza evangelica. Non si riteneva un saggio, ma sapeva bene di essere più intelligente della moglie e di Agàfija Michàjlovna e sapeva bene che, quando lui meditava sulla morte, poneva in questa meditazione tutte le forze della sua intelligenza. Sapeva anche che molte grandi menti maschili, di cui aveva letto i pensieri a questo proposito, avevano riflettuto su ciò e tuttavia non avevano capito la centesima parte di quel che ne avevano capito sua moglie e Agàfija Michàjlovna. Per quanto differenti fossero quelle due donne, Agàfija Michàjlovna e Kàtja, come la chiamava suo fratello Nikolàj e come adesso piaceva anche a Lèvin chiamarla, in questo erano assolutamente somiglianti. Entrambe sapevano con certezza che cosa fosse la vita e che cosa fosse la morte, e sebbene non potessero affatto rispondere alle domande che si presentavano a Lèvin, e neppure le capissero, entrambe non dubitavano del significato di quel fenomeno e lo consideravano in modo perfettamente identico, non soltanto fra loro ma condividendo tale concezione con milioni di persone. La prova che loro sapevano fermamente che cosa fosse la morte stava nel fatto che, senza dubitare un momento, sapevano come occorresse agire con i morenti e non ne avevano paura. Lèvin e gli altri invece, benché potessero anche dir molto sulla morte, evidentemente non sapevano che cosa occorresse fare quando la gente muore. Se Lèvin adesso fosse stato solo con il fratello Nikolàj, l'avrebbe guardato con terrore e con ancor maggior terrore avrebbe atteso, senza saper fare nient'altro.
Ma questo era ancor poco: lui non sapeva che cosa dire, come guardare, come camminare. Parlare di cose estranee gli pareva offensivo; non si poteva; parlare della morte, di cose tetre, non si poteva neppure. Tacere, neanche questo si poteva. «Se lo guardo, lui penserà che lo studio, che ho paura; se non lo guardo, penserà che io penso ad altro. Se cammino in punta di piedi, sarà scontento; se poggio tutto il piede, c'è da vergognarsi.» Kitty, invece, evidentemente non pensava e non aveva tempo di pensare a se stessa; essa pensava a lui, perché sapeva ciò che occorreva, e tutto riusciva bene. Raccontava di sè e del suo matrimonio, e sorrideva, lo compativa, lo carezzava, parlava di casi di guarigione, e tutto riusciva bene; dunque, sapeva. La prova del fatto che l'attività sua e quella di Agàfija Michàjlovna non fosse istintiva, animalesca, irrazionale, era che, oltre all'accudirlo fisicamente, ad alleviarne le sofferenze, sia Agàfija Michàjlovna, sia Kitty davano al morente qualcos'altro, più importante delle cure fisiche, qualcosa per l'appunto che non aveva nulla in comune con le condizioni fisiche. Agàfija Michàjlovna, parlando del vecchio che era morto, aveva detto: «Ebbene, grazie a Dio, l'hanno comunicato, gli hanno dato l'estrema unzione, conceda Iddio a ciascuno di morir così.» Esattamente nello stesso modo, oltre a tutte le preoccupazioni per la biancheria, per le piaghe da decubito, per le bevande, sin dal primo giorno Kàtja era riuscita a persuadere il malato della necessità di comunicarsi e di prendere l'estrema unzione.
Tornando dal malato nelle sue due camere per trascorrere la notte, Lèvin si sedette con il capo chino senza sapere che cosa fare. Non soltanto non poteva cenare, disporsi per dormire, riflettere su quel che avrebbero fatto, ma non riusciva nemmeno a parlare con la moglie, e se ne vergognava. Kitty, al contrario, era più attiva del solito. Era persino più animata del solito. Ordinò di portare la cena, disfece lei stessa i bagagli, aiutò lei stessa a fare i letti e non dimenticò di cospargerli di polvere persica. C'erano in lei l'eccitamento e la rapidità di ragionamento che negli uomini compaiono prima della battaglia, di una lotta, nei momenti pericolosi e decisivi della vita, i momenti in cui l'uomo dimostra una volta per sempre il proprio valore, e che tutto il suo passato non è stato vano, ma una preparazione a questi momenti. Tutto il lavoro le riusciva bene e non erano ancora le dodici che tutte le cose erano già messe a posto, con pulizia, con cura, in un certo modo particolare, sicché la camera diventò simile alla casa, alle stanze di lei: i letti rassettati, le spazzole, i pettini, gli specchi esposti, i tovagliolini stesi.
Lèvin trovava che era imperdonabile mangiare, dormire, parlare anche adesso, e sentiva che ogni suo movimento era sconveniente. Lei invece metteva a posto le spazzoline, ma lo faceva in modo che in questo non c'era nulla di offensivo.
Non poterono tuttavia mangiar nulla e per molto tempo non poterono addormentarsi ed anzi per un pezzo non si decisero nemmeno a coricarsi.
«Sono tanto contenta d'averlo persuaso a prendere l'estrema unzione domani,» disse lei, sedendo in camicia davanti al suo specchio pieghevole e pettinando i capelli morbidi e profumati con un pettine fitto. «Non ho mai visto questo, ma so, me l'ha detto la mamma, che ci sono preghiere per la guarigione.»
«Possibile che tu pensi che lui possa guarire?» disse Lèvin, guardando la sottile scriminatura dietro la piccola testa rotonda, che si chiudeva ogni volta che lei passava il pettine.
«L'ho domandato al dottore: lui ha detto che non può vivere più di tre giorni. Ma come possono saperlo loro? Comunque, sono molto contenta d'averlo persuaso,» disse ancora, guardando il marito di fianco, da dietro i capelli. «Tutto può essere,» aggiunse con quell'espressione particolare, un po' furba, che aveva sempre in viso quando parlava di religione.
Dopo il loro colloquio sulla religione quando erano ancora fidanzati, né lui né lei avevano mai ripreso il discorso su di essa, ma lei compiva i suoi riti, e andava in chiesa e pregava, sempre con la medesima tranquilla coscienza che ciò fosse necessario. Nonostante le assicurazioni di lui in contrario, Kitty era fermamente convinta che lui fosse cristiano come lei, e anche migliore di lei, e che tutti i suoi discorsi sulla questione fossero solo una delle sue buffe uscite maschili, come quello che diceva a proposito del suo ricamo: che le brave persone rattoppano i buchi mentre lei li faceva apposta, e così via.
«Sì, quella donna, Màrija Nikolàevna, non sapeva organizzare tutto questo,» disse Lèvin. «E... debbo riconoscere che sono molto, molto contento che tu sia venuta. Tu sei una purezza tale che...» Le prese la mano, ma non la baciò (baciare la mano di lei in quella prossimità della morte gli sembrava sconveniente), ma la strinse soltanto con un'espressione colpevole, guardando gli occhi di lei che si erano illuminati.
«Per te sarebbe stato così tormentoso da solo,» disse Kitty e, sollevando in alto le braccia, che coprirono le sue guance arrossite per la soddisfazione, arrotolò le trecce sulla nuca e le fermò con le forcine. «No,» continuò, «lei non sapeva... Io, per fortuna, ho imparato molte cose a Soden.»
«Possibile che là ci fossero malati simili?»
«Peggio.»
«Per me è orribile il fatto che non posso vederlo così com'era da giovane... Non puoi credere che caro giovane fosse, ma allora io non lo capivo.»
«Ci credo. Sono certa che saremmo stati amici,» disse Kitty e si spaventò di quel che aveva detto, si voltò a guardare il marito e le vennero le lacrime agli occhi.
«Sì, saremmo stati,» disse lui tristemente. «Ecco appunto uno di quegli uomini di cui si dice che non sono fatti per questo mondo.»
«Comunque abbiamo molti giorni davanti a noi, bisogna coricarsi,» disse Kitty, dopo aver dato un'occhiata al suo minuscolo orologio.
XX
LA MORTE
Il giorno dopo comunicarono il malato e gli impartirono l'estrema unzione. Durante il rito Nikolàj Lèvin pregava con ardore. Nei suoi grandi occhi, fissi sull'icona messa sopra un tavolo da giuoco ricoperto da un tovagliolo colorato, si esprimevano una preghiera e una speranza così appassionate, che Lèvin provava orrore a guardar questo. Lèvin sapeva che quella preghiera e quella speranza appassionate rendevano soltanto ancor più penoso per Nikolàj il distacco dalla vita che amava tanto. Lèvin conosceva il fratello e il corso dei suoi pensieri; sapeva che era incredulo non perché la mancanza di fede gli permettesse di vivere più liberamente, ma perché, passo dopo passo, le moderne spiegazioni scientifiche dei fenomeni del mondo avevano eliminato in lui le credenze; e perciò sapeva che quel suo ritorno d'adesso non era giustificato, compiuto attraverso un pensiero analogo, a ritroso, ma solo temporaneo, interessato, con la folle speranza d'una guarigione. Lèvin si rendeva anche conto che Kitty aveva ancor più rafforzato quella speranza con i suoi racconti di guarigioni straordinarie di cui aveva sentito parlare. Tutto questo sapeva Lèvin e gli faceva tormentosamente male vedere quello sguardo supplichevole, pieno di speranza, e quella mano smagrita che si sollevava con fatica e faceva il segno della croce sulla fronte fortemente stirata; vedere quelle spalle sporgenti e quel vuoto petto rantolante che non potevano più contenere in sè quella vita che il malato chiedeva. Durante il rito anche Lèvin pregava e faceva quel che lui, non credente, aveva fatto mille volte. Diceva, rivolgendosi a Dio: «Se esisti, fa' che quest'uomo guarisca (questo s'è pur ripetuto molte volte) e salverai lui e me.»
Dopo l'unzione a un tratto il malato si sentì molto meglio. Non tossì neppure una volta nello spazio di un'ora, sorrideva, baciava la mano di Kitty, ringraziandola fra le lacrime, e diceva di star bene, di non aver male da nessuna parte, e di sentire appetito e forza. Quando gli portarono la minestra, si sollevò persino da solo e chiese ancora una costoletta. Per quanto il suo stato fosse disperato, per quanto fosse evidente al solo guardarlo che non poteva guarire, Lèvin e Kitty durante quell'ora furono nella stessa eccitazione felice e timida per paura di sbagliarsi.
«Meglio?» «Sì, molto.» «Sorprendente.» «Nulla di sorprendente.» «Comunque sta meglio,» dicevano essi in un bisbiglio, sorridendosi a vicenda.
L'illusione fu di breve durata. Il malato si addormentò tranquillamente, ma dopo mezz'ora la tosse lo destò. E a un tratto scomparvero tutte le speranze, in coloro che lo circondavano e in lui stesso. La realtà della sofferenza le distrusse in Lèvin e in Kitty e nel malato stesso senza possibilità di dubbio, persino senza il ricordo delle speranze di poco prima.
Senza neppure menzionare ciò a cui aveva creduto mezz'ora prima, come se fosse persino vergognoso ricordarlo, egli chiese che gli dessero dello iodio per inalazioni in una fiala coperta da un pezzo di carta con dei forellini. Lèvin gli porse il vasetto e lo stesso sguardo di appassionata speranza con cui aveva ricevuto l'unzione, si fissò adesso sul fratello, esigendo da lui la conferma delle parole del dottore, che le inalazioni di iodio fanno miracoli.
«Kàtja non c'è?» disse con un rantolo, e guardandosi in giro, quando Lèvin confermò malvolentieri le parole del dottore. «Non c'è, allora si può dire... Per lei ho fatto questa commedia. È così cara, ma noi due ormai non possiamo ingannarci. Ecco, a questa credo,» disse, e stringendo la fiala con la mano ossuta, cominciò a respirarvi sopra.
Dopo le sette di sera Lèvin prendeva il tè con la moglie nella sua stanza, quando Màrija Nikolàevna accorse da loro ansante. Era pallida e le tremavano le labbra.
«Muore!» sussurrò. «Temo che muoia subito.»
Corsero tutt'e due da lui. Si era sollevato ed era seduto sul letto, appoggiandovisi con un braccio, piegando la lunga schiena e reclinando in basso la testa.
«Che cosa senti?» domandò con un bisbiglio Lèvin dopo un silenzio.
«Sento che me ne vado,» proferì Nikolàj con fatica, ma con straordinaria precisione, spremendo lentamente da sè le parole. Non alzò la testa e rivolse soltanto gli occhi in su, non riuscendo però a raggiungere con essi la faccia del fratello. «Kàtja, vai via!» proferì ancora.
Lèvin saltò su e con un bisbiglio imperioso la obbligò a uscire. «Me ne vado,» disse di nuovo.
«Perché lo pensi?» disse Lèvin, tanto per dire qualcosa.
«Perché me ne vado,» ripetè lui, come se avesse preso ad amare quell'espressione. «È la fine.»
Màrija Nikolàevna gli si avvicinò.
«Dovreste sdraiarvi, stareste meglio,» disse.
«Presto giacerò tranquillo,» disse lui, «morto,» disse ancora con irrisione, con ira. «Be', adagiatemi se volete.»
Lèvin adagiò il fratello sulla schiena, si sedette accanto a lui guardandone il volto senza respirare. Il moribondo giaceva con gli occhi chiusi, ma sulla sua fronte ogni tanto si muovevano i muscoli, come in un uomo che pensi profondamente e intensamente. Senza volerlo Lèvin pensava insieme con lui a quel che adesso si compiva in lui, ma, nonostante tutti gli sforzi del pensiero per procedere insieme con lui, dall'espressione di quel viso tranquillo e severo e dal giuoco del muscolo sopra un sopracciglio vedeva che per il moribondo si andava chiarendo e si sarebbe definitivamente chiarito ciò che per lui sarebbe rimasto oscuro.
«Sì, sì, così,» proferì a intervalli, lentamente, il morente. «Aspettate.» E tacque di nuovo. «Così!» strascicò a un tratto con tono rassicurante, come se per lui tutto si fosse risolto. «0 Signore!» proferì ed emise un pesante sospiro.
Màrija Nikolàevna tastò i suoi piedi.
«Diventano freddi,» bisbigliò.
A lungo, molto a lungo, come sembrò a Lèvin, il malato giacque immobile. Tuttavia era vivo e di tanto in tanto sospirava. Lèvin era stanco per la tensione mentale. Sentiva che, con tutta la tensione della sua mente, non riusciva più a capire ciò che accadeva. Sentiva che già da un pezzo era rimasto indietro al moribondo. Ormai non poteva più pensare alla questione in sè della morte, ma senza volerlo gli venivano pensieri su ciò che adesso avrebbe dovuto fare: chiudere gli occhi, vestire, ordinare la bara. E, strana cosa, si sentiva completamente freddo e non provava né dolore, né senso di perdita, né ancor meno compassione per il fratello. Se adesso aveva un sentimento verso il fratello, era piuttosto d'invidia per la conoscenza che ora il morente possedeva e che lui non poteva possedere.
Rimase ancora a lungo a sedere chino su di lui, aspettando sempre la fine. Ma la fine non veniva. Si aprì la porta e apparve Kitty. Lèvin si alzò per fermarla. Ma, mentre si alzava, sentì un movimento del moribondo.
«Non andar via,» disse Nikolàj, e protese una mano. Lèvin gli diede la sua e fece con ira un gesto alla moglie affinché se ne andasse.
Con la mano del morto nella sua mano rimase a sedere mezz'ora, un'ora, un'altra ora. Ormai non pensava già più alla morte. Pensava a quel che faceva Kitty, chi abitasse nella camera vicina, se il dottore avesse una casa propria. Gli venne voglia di mangiare e di dormire. Liberò con cautela la mano e tastò le gambe. Le gambe erano fredde, ma il malato respirava. Di nuovo Lèvin in punta di piedi fece per uscire, ma il malato di nuovo si mosse e disse:
«Non andar via.»
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Si fece giorno; la situazione del malato era sempre la stessa. Dopo aver liberato pian piano la mano, senza guardare il moribondo, Lèvin andò nella sua camera e si addormentò. Quando si svegliò, invece dell'annuncio della morte del fratello che si aspettava, seppe che il malato era ritornato nelle condizioni di prima. Aveva cominciato di nuovo a sedersi a tossire, aveva ricominciato di nuovo a mangiare, si era messo a parlare e di nuovo aveva cessato di alludere alla morte, aveva di nuovo cominciato a esprimere la speranza di guarigione e si era fatto ancor più irascibile e cupo di prima. Nessuno, né il fratello, né Kitty, potevano calmarlo. Si infuriava con tutti e a tutti diceva cose spiacevoli, rimproverava tutti delle sue sofferenze e pretendeva che gli portassero lì il celebre dottore di Mosca. A tutte le domande che gli facevano su come si sentisse, rispondeva nello stesso modo con un'espressione di rancore e di rimprovero:
«Soffro spaventosamente, insopportabilmente!»
Il malato soffriva sempre di più, specialmente per le piaghe che ormai non si potevano più curare, e sempre di più si arrabbiava con i circostanti, rimproverandoli di tutto e specialmente di non avergli portato lì il celebre dottore di Mosca. Kitty si sforzava in ogni maniera di aiutarlo, di calmarlo; ma tutto era inutile, e Lèvin vedeva che anche lei, benché non lo ammettesse, era fisicamente e moralmente esausta. Quel senso della morte che era stato suscitato in tutti dal suo congedo dalla vita nella notte in cui aveva chiamato il fratello, ora era distrutto. Tutti sapevano che inevitabilmente e presto sarebbe morto, che era già morto a metà. Tutti desideravano una cosa sola: che morisse al più presto, e tutti, nascondendo questo, gli davano boccette di medicine, cercavano medicine, dottori, e ingannavano lui e se stessi e si ingannavano a vicenda. Tutto questo era menzogna, una menzogna disgustosa, offensiva e sacrilega. E Lèvin sentiva in modo particolarmente doloroso questa menzogna, sia per una qualità del suo carattere, sia perché più di tutti amava il morente.
Lèvin, che da tempo era preso dall'idea di conciliare i fratelli almeno prima della morte, aveva scritto al fratello Sergèj Ivànoviè, e, ricevutane la risposta, lesse quella lettera al malato. Sergèj Ivànoviè scriveva che non poteva venire, ma chiedeva perdono al fratello con espressioni commoventi.
Il malato non disse nulla.
«Che cosa devo scrivergli?» domandò Lèvin. «Spero che tu non sia in collera con lui.»
«No, per nulla!» rispose con dispetto Nikolàj a questa domanda. «Scrivigli che mi mandi un dottore.»
Passarono ancora tre giorni tormentosi; il malato era sempre nella stessa condizione. Adesso tutti coloro che lo vedevano provavano il desiderio della sua morte: i camerieri, il padrone dell'albergo, tutti i locatari, il dottore, Màrija Nikolàevna, Lèvin, Kitty. Solo il malato non manifestava questo sentimento ma, al contrario, si arrabbiava perché non gli avevano portato il dottore, e continuava a prendere le medicine, e parlava di vivere. Soltanto in rari momenti, quando l'oppio lo costringeva per un attimo a obliarsi, talvolta diceva nel dormiveglia ciò che più fortemente che in tutti gli altri era nella sua anima: «Ah, venisse almeno la fine!» Oppure: «Quando finirà!»
Intensificandosi in modo uniforme, le sofferenze facevano il loro lavoro e lo preparavano alla morte. Non c'era posizione in cui egli non soffrisse, non c'era momento in cui si obliasse, non c'era punto, membro del suo corpo che non dolesse, non lo torturasse. Persino i ricordi, le impressioni, i pensieri di quel corpo adesso ormai suscitavano in lui la medesima repulsione che gli suscitava il corpo. La vista delle altre persone, i loro discorsi, i suoi stessi ricordi, tutto questo gli procurava solo tormento. I circostanti sentivano questo e inconsciamente non si permettevano davanti a lui né liberi movimenti, né conversazioni, né espressioni dei loro desideri. Tutta la sua vita si fondeva in un solo sentimento di sofferenza e di desiderio di esimersene.
In lui evidentemente si compiva quel rivolgimento che l'avrebbe portato a guardare alla morte come al soddisfacimento dei suoi desideri, come a una felicità. Prima, ogni singolo desiderio suscitato da una sofferenza o da una privazione, la fame, la stanchezza, la sete, veniva soddisfatto con una funzione del corpo che dava piacere; ma adesso la privazione e la sofferenza non ricevevano soddisfazione e il tentativo di soddisfarle suscitava solo nuova sofferenza. Di conseguenza tutti i desideri si fondevano in uno solo: il desiderio di fuggire da tutte le sofferenze e dalla loro fonte, il corpo. Per esprimere questo desiderio di liberazione egli però non aveva parole e quindi non parlava di questo, e ancora, ma solo per abitudine esigeva il soddisfacimento di quei desideri che ormai non potevano più essere esauditi. «Adagiatemi sull'altro fianco,» diceva e subito dopo pretendeva che lo rimettessero come prima: «Datemi del brodo. Portate via il brodo. Raccontate qualcosa, perché state zitti.» E non appena cominciavano a parlare, chiudeva gli occhi e manifestava stanchezza, indifferenza e ripugnanza.
Il decimo giorno dopo l'arrivo nella città, Kitty si ammalò. Le venne mal di testa, vomito, e per tutta la mattina non potè alzarsi dal letto.
Il dottore spiegò che la malattia era prodotta dalla stanchezza, dall'agitazione, e le prescrisse tranquillità.
Dopo il pranzo, tuttavia, Kitty si alzò e andò come sempre con il suo lavoro dal malato. Quando lei entrò egli la guardò severamente e sorrise di disprezzo quando lei disse che era stata male. Quel giorno lui si soffiava continuamente il naso e gemeva lamentosamente.
«Come vi sentite?» gli domandò lei.
«Peggio,» proferì lui con fatica. «Mi fa male!»
«Dove fa male?»
«Dappertutto.»
«Quest'oggi finirà, guardate,» disse Màrija Nikolàevna, sia pure con un bisbiglio, ma in modo che il malato, assai sensibile, come notava Lèvin, dovette sentirla. Lèvin la zittì e si voltò a guardare il malato. Nikolàj aveva udito, ma quelle parole non gli avevano fatto nessuna impressione. Il suo sguardo era sempre lo stesso: accusatore e teso.
«Perché lo pensate?» le domandò Lèvin, quand'essa uscì dietro di lui in corridoio.
«Ha cominciato a spogliarsi,» disse Màrija Nikolàevna.
«Come a spogliarsi?»
«Ecco, così,» disse lei, tirando le pieghe del suo vestito di lana. Effettivamente, anche lui aveva notato che durante tutto quel giorno il malato agguantava quel che aveva indosso e sembrava voler strappar via qualcosa.
La previsione di Màrija Nikolàevna era giusta. Verso notte il malato non aveva più le forze di sollevare le braccia e guardava soltanto dinanzi a sè, senza mutare l'espressione intenta, concentrata dello sguardo. Anche quando il fratello o Kitty si chinavano su di lui in modo che potesse vederli, anche allora guardava in quello stesso modo. Kitty mandò a chiamare il prete per leggere la preghiera degli agonizzanti.
Mentre il prete leggeva la preghiera, il morente non dava alcun segno di vita; gli occhi erano chiusi. Lèvin, Kitty e Màrija Nikolàevna erano in piedi accanto al letto. La preghiera non era ancora stata letta sino alla fine dal prete, che il morente si stirò, sospirò e aprì gli occhi. Il prete, terminata la preghiera, appoggiò la croce alla fronte fredda, poi l'avvolse lentamente nella stola e, dopo aver sostato ancora un paio di minuti in silenzio, toccò la mano enorme che si era fatta fredda ed esangue.
«È spirato,» disse il prete e fece per allontanarsi; ma, improvvisamente, i baffi del morto sino allora appiccicati, si mossero e nel silenzio, dalla profondità del petto, si udirono con chiarezza i suoni netti e distinti:
«Non del tutto... Presto.»
Un momento dopo la faccia si illuminò, sotto i baffi emerse un sorriso, e le donne che si erano raccolte si accinsero indaffarate a vestire il defunto.
La vista del fratello e la vicinanza della morte rinnovarono nell'anima di Lèvin quella sensazione di spavento di fronte all'inesplicabilità, e insieme alla vicinanza e all'inevitabilità della morte, che lo aveva preso quella sera d'autunno in cui il fratello era arrivato da lui. Questa sensazione adesso era ancor più forte di prima; ancor meno di prima egli si sentiva capace di comprendere il senso della morte e ancor più spaventosa gli appariva la sua inevitabilità; ma adesso, grazie alla vicinanza della moglie, questa sensazione non lo induceva alla disperazione; a onta della morte, sentiva la necessità di vivere e di amare. Sentiva che l'amore lo salvava dalla disperazione, e che quest'amore, sotto la minaccia della disperazione, diventava ancor più forte e puro.
Non aveva fatto in tempo a compiersi sotto i suoi occhi un mistero di morte, rimasto inesplicato, che ne sorgeva un altro, non meno inesplicabile, che chiamava all'amore e alla vita.
Il dottore confermò le proprie supposizioni sul conto di Kitty. Il suo malessere derivava dalla gravidanza.
XXI
Dal momento in cui Aleksèj Aleksàndroviè comprese, dalle spiegazioni con Betsy e con Stepàn Arkàdiè, che a lui si chiedeva solo che liberasse della sua presenza sua moglie, e che sua moglie stessa desiderava questo, egli si sentì smarrito, incapace di decidere qualunque cosa da solo; così, non sapendo nemmeno lui che cosa ora volesse, si abbandonò nelle mani di coloro che con tanto piacere si occupavano dei suoi affari, a tutto prese a rispondere con un consenso. Soltanto quando Anna ebbe lasciata la casa, e l'inglese gli fece chiedere se doveva pranzare con lui o separatamente, per la prima volta capì chiaramente la propria situazione e ne ebbe orrore.
La cosa più difficile in quella situazione era che lui non poteva in alcun modo collegare e conciliare il proprio passato con ciò che adesso era. Non lo sconcertava il passato in cui era vissuto felice con la moglie. Aveva già vissuto dolorosamente il passaggio da quel passato alla cognizione dell'infedeltà della moglie; questa situazione era penosa, ma gli era comprensibile. Se la moglie fosse andata via da lui allora, dopo avergli dichiarato la propria infedeltà, sarebbe stato amareggiato, infelice, ma non si sarebbe trovato nella situazione senza via d'uscita e per lui stesso incomprensibile in cui si sentiva ora. Adesso non poteva in alcun modo conciliare il proprio recente perdono, la propria commozione, il proprio amore per la moglie malata e per la bambina altrui con ciò che accadeva ora, cioè con il fatto che, come a ricompensa di tutto questo, lui ora si ritrovava solo, svergognato, deriso, a nessuno necessario e disprezzato da tutti.
I primi due giorni dopo la partenza della moglie Aleksèj Aleksàndroviè ricevette i sollecitatori, il capo del gabinetto, andò al comitato e pranzò alla mensa, come al solito. Senza rendersi conto del perché facesse questo, in quei due giorni tutte le forze della sua coscienza furono tese soltanto allo sforzo per apparire tranquillo e persino indifferente. Rispondendo alle domande su come si dovesse disporre degli oggetti e delle stanze di Anna Arkàdievna, cercò con grande fatica di avere l'aria di un uomo per il quale l'avvenimento accaduto non era imprevisto e non aveva in sè nulla che uscisse dal novero degli eventi consueti, e raggiunse il suo scopo: nessuno potè notare in lui i sintomi della disperazione. Ma il secondo giorno dopo la partenza, quando Kornèj gli tese il conto di un negozio di mode, che Anna aveva dimenticato di pagare, e riferì che il commesso era lì, Aleksèj Aleksàndroviè fece chiamare il commesso.
«Scusate, eccellenza, se oso disturbarvi. Ma se comandate che ci si rivolga alla di lei eccellenza, vogliate compiacervi di comunicare l'indirizzo.»
Aleksèj Aleksàndroviè, come parve al commesso, si fece pensieroso, e a un tratto, voltandosi, si sedette al tavolo. Chinata la testa sulle mani, rimase seduto a lungo in questa posizione; varie volte si sforzò di cominciare a parlare e si fermò.
Avendo compreso i sentimenti del padrone, Kornèj pregò il commesso di venire un'altra volta. Rimasto di nuovo solo, Aleksèj Aleksàndroviè capì che non aveva più le forze di sostenere la parte della fermezza e della calma. Ordinò di staccare i cavalli dalla carrozza in attesa, di non ricevere nessuno, e non uscì a pranzare.
Si era reso conto che non riusciva più a sostenere la pressione generale del disprezzo e dell'accanimento contro di lui, che aveva visto chiaramente sul volto di quel commesso, e di Kornèj, e di chiunque senza esclusione avesse incontrato in quei due giorni. Sentiva che non poteva allontanare da sè il disprezzo della gente, perché quel disprezzo non derivava dal fatto che egli fosse cattivo (in questo caso avrebbe potuto sforzarsi di essere migliore), ma dal fatto che lui era infelice in modo vergognoso e ripugnante. Sapeva che per questo, per il fatto stesso che il suo cuore era dilaniato, loro sarebbero stati spietati nei suoi confronti. Sentiva che la gente lo avrebbe annientato, come i cani dilaniano un cane ferito che guaisce dal dolore. Sapeva che l'unica salvezza dalla gente stava nel nascondere le sue ferite, e questo aveva inconsciamente tentato di fare per due giorni, ma adesso non si sentiva più le forze di continuare questa impari lotta.
La sua disperazione era accresciuta dalla consapevolezza di essere assolutamente solo con il suo dolore. Non soltanto non aveva a Pietroburgo una sola persona alla quale potesse dire ciò che provava, che potesse compatirlo non come alto funzionario, non come membro della società, ma semplicemente come un uomo che soffriva; una persona simile non l'aveva in alcun luogo.
Aleksèj Aleksàndroviè era cresciuto orfano. Erano due fratelli. Del padre non si ricordavano, la madre era morta quando Aleksèj Aleksàndroviè aveva dieci anni. Il patrimonio era piccolo. Uno zio Karènin, funzionario importante e un tempo beniamino dell'imperatore defunto, li aveva educati.
Terminati i corsi al ginnasio e all'università con la medaglia, Aleksèj Aleksàndroviè con l'aiuto dello zio si era subito avviato ad una eminente carriera burocratica, e da allora si era dato esclusivamente alle ambizioni del funzionario. né al ginnasio, né all'università, né poi in servizio, Aleksèj Aleksàndroviè aveva annodato alcun rapporto d'amicizia. Il fratello era stato la persona a lui spiritualmente più vicina, ma dopo aver prestato servizio al ministero degli esteri, e esser vissuto sempre all'estero, era morto poco dopo il matrimonio di Aleksèj Aleksàndroviè.
Durante il periodo in cui era stato governatore, una zia di Anna, ricca signora di provincia, l'aveva fatto incontrare - lui non era più giovane come uomo, ma era giovane come governatore - con sua nipote e lo aveva messo nelle condizioni di dichiararsi o andar via dalla città. Aleksèj Aleksàndroviè aveva esitato a lungo. Allora, gli argomenti a favore e quelli contro questo passo si bilanciavano, anche se mancava la spinta risolutiva capace di costringerlo a tradire la sua regola: astieniti nel dubbio; ma la zia di Anna gli aveva fatto dire per mezzo di un conoscente che lui aveva già compromesso la ragazza e che un dovere d'onore lo obbligava a fare la proposta di matrimonio. Lui aveva fatto la proposta e aveva dato alla fidanzata e alla moglie tutto il sentimento di cui era capace.
L'attaccamento che provava per Anna aveva escluso nella sua anima il residuo bisogno di avere rapporti affettivi con altra gente. Così, ora, fra tutti i suoi conoscenti non ne aveva uno che gli fosse intimo. C'erano molte di quelle che si chiamano conoscenze; ma non c'erano rapporti d'amicizia. Aleksèj Aleksàndroviè aveva molte persone che poteva invitare a casa, a pranzo, cui poteva chiedere simpatia in un affare che lo interessava, una raccomandazione per qualche postulante, con cui poteva sinceramente discutere le azioni di altre persone e del governo supremo; ma i rapporti con queste persone erano contenuti in un campo solo, fermamente definito dall'uso e dall'abitudine. C'era un compagno d'università, al quale si era avvicinato in seguito e con il quale avrebbe potuto parlare di un dolore personale, ma questo compagno era provveditore in una circoscrizione scolastica lontana. Fra le persone che si trovavano a Pietroburgo, più vicini possibili di tutti erano il direttore della cancelleria e il dottore.
Michaìl Vasìlieviè Sljùdin, il direttore della cancelleria, era un uomo semplice, intelligente, buono e morale, e in lui Aleksèj Aleksàndroviè avvertiva una certa simpatia verso la propria persona; ma la loro quinquennale attività in servizio metteva un ostacolo per le spiegazioni intime.
Finita la firma delle carte, Aleksèj Aleksàndroviè tacque a lungo, sbirciando, Michaìl Vasìlieviè, e varie volte tentò di parlare senza riuscirvi. Aveva già preparato la frase: «Avete sentito del mio dolore?». Ma finì con il dirgli, come al solito: «Dunque mi preparerete questo», e così lo congedò.
L'altra persona era il dottore, il quale pure era ben disposto verso di lui; ma fra di loro già da tempo era stato riconosciuto, per tacito accordo, che entrambi erano pieni di cose da fare e sempre con poco tempo a disposizione.
Alle sue amicizie femminili e alla primissima fra esse, la contessa Lidija Ivànovna, Aleksèj Aleksàndroviè non pensava. Tutte le donne, semplicemente in quanto donne, erano per lui terribili e nemiche.
XXII
Aleksèj Aleksàndroviè si era dimenticato della contessa Lìdija Ivànovna, ma lei non si era dimenticata di lui. Proprio in quel penoso momento di disperazione solitaria essa venne da lui ed entrò nel suo studio senza farsi annunciare. Lo trovò nella stessa posizione in cui s'era messo a sedere, con la testa appoggiata su tutt'e due le mani.
«J'ai forcé la consigne,» disse, entrando a passi veloci e respirando affannosamente per l'agitazione e il movimento rapido. «Ho sentito tutto! Aleksèj Aleksàndroviè! Amico mio!» continuò, stringendo forte con tutt'e due le mani la mano di lui e guardandolo negli occhi con i suoi stupendi occhi pensierosi.
Aleksèj Aleksàndroviè si alzò aggrottando le sopracciglia e, liberando la mano dalla stretta di lei, le avvicinò una sedia.
«Volete favorire, contessa? Io non ricevo, perché sono malato, contessa,» disse e le sue labbra tremarono.
«Amico mio!» ripetè la contessa Lìdija Ivànovna senza distogliere da lui gli occhi, e a un tratto le sue sopracciglia si sollevarono con le estremità interne, formando un triangolo sulla fronte; il suo brutto viso giallo diventò ancor più brutto; ma Aleksèj Aleksàndroviè sentì che lei lo compativa ed era sul punto di piangere. E la commozione lo prese: afferrò la mano paffuta della contessa e cominciò a baciarla.
«Amico mio!» disse lei con voce spezzata dall'emozione. «Voi non dovete abbandonarvi al dolore. Il vostro dolore è grande, ma voi dovete trovare una consolazione.»
«Sono distrutto, sono ucciso, non sono più un uomo!» disse Aleksèj Aleksàndroviè lasciando la mano di lei, ma continuando a guardarla negli occhi pieni di lacrime. «La mia situazione è orribile, perché non trovo in nessun posto, nemmeno in me stesso, un punto d'appoggio.»
«Lo troverete!... Non in me, benché vi preghi di credere nella mia amicizia,» disse lei con un sospiro. «Il nostro appoggio è nell'amore, in quell'amore che Egli ci ha insegnato. Il servirlo è un lieve peso,» disse con quello sguardo estatico che Aleksèj Aleksàndroviè conosceva così bene. «Lui vi sosterrà e vi aiuterà.»
Benché la contessa fosse commossa anche dai propri elevati sentimenti, e nelle sue parole si riflettesse quel nuovo atteggiamento mistico ed estatico che da poco si era diffuso a Pietroburgo e che ad Aleksèj Aleksàndroviè sembrava esagerato, pure gli fece piacere udirle.
«Sono debole. Sono distrutto. Non prevedevo nulla e adesso non capisco nulla.»
«Amico mio,» ripetè Lìdija Ivànovna.
«Non la perdita di quel che adesso non c'è, non questo,» continuò Aleksèj Aleksàndroviè. «Io non rimpiango. Ma non posso non vergognarmi dinanzi agli uomini per la situazione in cui mi trovo. È male , ma non posso, non posso.»
«Non voi avete compiuto l'alto gesto del perdono, del quale sono ammirata io come tutti, ma Lui, abitando nel vostro cuore,» disse la contessa Lìdija Ivànovna, sollevando estaticamente gli occhi, «e perciò voi non potete vergognarvi del vostro gesto.»
Aleksèj Aleksàndroviè si accigliò e, piegate le mani, cominciò far scricchiolare le dita.
«Bisogna conoscere tutti i particolari,» disse con voce sottile. «Le forze umane hanno dei limiti, contessa, e io ho trovato il limite delle mie. Oggi, per tutto il giorno, ho dovuto dare disposizioni, disposizioni per la casa, derivanti (calcò sulla parola derivanti) dalla mia nuova, solitaria situazione. La servitù, la governante, i conti... Questo piccolo fuoco mi ha bruciato, non avevo la forza di resistere. A pranzo... per poco ieri non sono fuggito da tavola. Non potevo sopportare il modo in cui mi guardava mio figlio. Lui non mi domandava il significato di tutto questo, ma voleva domandarlo, e io non potevo resistere a quello sguardo. Lui aveva paura di guardarmi, ma questo è poco...»
Aleksèj Aleksàndroviè avrebbe voluto menzionare il conto che gli avevano portato, ma la sua voce tremò ed egli si fermò. Di quel conto, su carta azzurra, per il vestito, per i nastri, non poteva ricordarsi senza provar pietà per se stesso.
«Capisco, amico mio,» disse la contessa Lìdija Ivànovna. «Io capisco tutto. Non in me troverete aiuto e consolazione, ma sono venuta lo stesso per aiutarvi, se posso. Se potessi togliervi tutte queste meschine preoccupazioni umilianti... Capisco che c'è bisogno di una parola femminile, di una guida femminile. Date l'incarico a me?»
Aleksèj Aleksàndroviè le strinse la mano in silenzio e con gratitudine.
«Ci occuperemo insieme di Serëža. Io non sono forte nelle cose pratiche. Ma mi ci metterò, sarò la vostra governante. Non ringraziatemi. Non lo faccio da sola...»
«Non posso non ringraziare.»
«Però, amico mio, non abbandonatevi al sentimento di cui parlavate: vergognarsi di quella che è la più alta vetta per un cristiano! "Chi si umilia, sarà innalzato." E non mi ringraziate. Bisogna ringraziar Lui e chiedere aiuto a Lui. In Lui solo noi troveremo la calma, la consolazione, la salvezza e l'amore,» disse e, alzando gli occhi al cielo, cominciò a pregare, secondo quanto Aleksèj Aleksàndroviè capì dal suo silenzio.
Adesso Aleksèj Aleksàndroviè l'ascoltava e quelle espressioni che prima, senza riuscirgli veramente sgradevoli, gli sembravano però superflue, adesso gli parevano naturali e consolanti. Ad Aleksèj Aleksàndroviè non piaceva quel nuovo spirito entusiastico. Era un credente che si interessava della religione prevalentemente in senso politico, e la nuova dottrina, che si permetteva certe nuove interpretazioni, gli dispiaceva in linea di principio proprio perché apriva le porte alla discussione e all'analisi. Prima aveva avuto un atteggiamento freddo e persino ostile verso questa nuova dottrina e non discuteva mai con la contessa Lìdija Ivànovna, che se ne appassionava, ma evitava con cura mediante il silenzio le sfide di lei. Adesso invece, per la prima volta, ne ascoltava le parole con piacere e interiormente non aveva obiezioni.
«Vi sono molto, molto riconoscente e per le vostre azioni e per le vostre parole,» disse, quando lei finì di pregare.
La contessa Lìdija Ivànovna strinse ancora una volta entrambe le mani del suo amico.
«Ora mi metterò all'opera,» disse con un sorriso, dopo una pausa, tergendosi dal viso i resti delle lacrime. «Vado da Serëža. Mi rivolgerò a voi soltanto in casi estremi.» Si alzò e uscì.
La contessa Lìdija Ivànovna andò nella stanza di Serëža, e qui, bagnando di lacrime le guance del ragazzo spaventato, gli disse che suo padre era un santo e che sua madre era morta.
La contessa Lìdija Ivànovna mantenne la sua promessa. Si assunse effettivamente tutte le cure dell'organizzazione e della direzione della casa di Aleksèj Aleksàndroviè. Ma non aveva esagerato dicendo di non esser forte nelle cose pratiche. Le sue disposizioni si dovevano sempre cambiare, perché erano irrealizzabili, e venivano cambiate da Kornèj, il maggiordomo di Aleksèj Aleksàndroviè, che ora, senza che nessuno se ne rendesse conto, dirigeva la casa di Karènin e, mentre il padrone si vestiva, gli riferiva con calma e prudenza tutto quel che occorreva. Ma l'aiuto di Lìdija Ivànovna fu comunque in sommo grado efficace: essa diede ad Aleksèj Aleksàndroviè un appoggio morale con l'affetto e la stima che aveva per lui; inoltre le piaceva pensare di averlo quasi convertito al cristianesimo, ossia di averlo trasformato, da credente indifferente e pigro, in un ardente e fermo sostenitore di quella nuova interpretazione della dottrina cristiana che negli ultimi tempi era di moda a Pietroburgo. Per Aleksèj Aleksàndroviè era facile lasciarsi persuadere di ciò. Come Lìdija Ivànovna e molte altre persone che condividevano le nuove concezioni, Aleksèj Aleksàndroviè era completamente privo di profondità d'immaginazione, di quella qualità dell'anima grazie alla quale le rappresentazioni suscitate dall'immaginazione si fanno così vive che esigono una corrispondenza nel mondo della realtà. Lui non vedeva nulla d'impossibile e d'incongruente nell'idea che la morte, che per i non credenti esisteva, per lui non esistesse, e che siccome lui possedeva la fede più piena, della cui misura era giudice lui stesso, nella sua anima non ci fosse ormai più peccato e già qui sulla terra egli sperimentasse la salvezza completa.
È vero che Aleksèj Aleksàndroviè confusamente sentiva la superficialità e l'erroneità di questa concezione della fede; e sapeva che quando, non pensando affatto che il suo perdono fosse stato un effetto di una forza superiore, si abbandonava a un sentimento immediato, provava più felicità di quando, come ora, pensava ogni momento che nella sua anima vivesse il Cristo e che firmando certi documenti lui ne adempisse la volontà; ma per lui era indispensabile pensare così, gli era così indispensabile nella sua umiliazione avere quell'altezza, sia pure inventata, dalla quale lui, disprezzato da tutti, poteva disprezzare gli altri, che si aggrappava alla propria fittizia salvezza come alla vera salvezza.
XXIII
La contessa Lìdija Ivànovna, ragazza ancor giovanissima e piena di entusiasmi, era stata data in moglie a un ricco e nobile gaudente, più che bonario e più che dissoluto. Dopo un mese il marito l'aveva abbandonata e alle entusiastiche assicurazioni di tenerezza di lei aveva risposto soltanto con lo scherno e persino con l'avversione, che chi conosceva il buon cuore del conte e non vedeva nessun difetto nell'entusiastica Lìdija, non poteva in alcun modo spiegarsi. Da quel tempo, anche se non erano divorziati, avevano vissuto separati, e quando il marito si incontrava con la moglie, la trattava sempre con quell'immutabile velenoso scherno a tutti incomprensibile.
La contessa Lìdija Ivànovna aveva cessato già da un pezzo d'essere innamorata del marito, ma non aveva cessato da allora di essere sempre innamorata di qualcuno. Le accadeva di essere innamorata di parecchie persone insieme, uomini o donne; le accadeva di essere innamorata di quasi tutte le persone che in qualche maniera eccellevano. Era stata innamorata di tutte le nuove principesse e principi che s'imparentavano con la famiglia dello zar, era stata innamorata d'un metropolita, di un vicario e di un prete. Era stata innamorata di un giornalista, di tre slavi, di Komissàrov, di un ministro, di un dottore, di un missionario inglese e di Kàrenin. Tutti questi amori, ora indebolendosi, ora rafforzandosi, non la disturbavano nel mantenere i più estesi e complicati rapporti di corte e mondani. Ma da quando, dopo la sventura che aveva colpito Karènin, essa l'aveva preso sotto la propria speciale protezione, da quando si occupava della casa di Karènin, prendendosi cura del suo benessere, aveva sentito che tutti gli altri amori non erano veri e che adesso era veramente innamorata del solo Karènin. Il sentimento che ora provava per lui le sembrava più forte di tutti i sentimenti precedenti. Analizzando il proprio sentimento e confrontandolo con quelli di prima, lei vedeva chiaramente che non si sarebbe innamorata di Komissàrov se costui non avesse salvato la vita dell'imperatore, che non si sarebbe innamorata di Rìstiè-Kudžìckij se non fosse stato per la questione slava, ma che amava invece Karènin per lui stesso, per la sua anima elevata e incompresa, per il suono sottile e a lei caro della sua voce con quelle intonazioni strascicate, per il suo sguardo stanco, per il suo carattere e le bianche mani morbide con le vene gonfie. Non soltanto gioiva d'incontrarlo, ma cercava sul suo viso i segni dell'impressione che produceva su di lui. Voleva piacergli non soltanto con i suoi discorsi, ma con tutta la sua persona. Per lui curava ora la propria toilette più di quanto prima avesse mai fatto. Si sorprendeva a far sogni su quel che sarebbe successo se lei non fosse stata maritata e lui fosse stato libero. Arrossiva per l'emozione quando lui entrava nella stanza; non poteva trattenere un sorriso d'entusiasmo quando lui le diceva qualcosa di piacevole.
Già da vari giorni la contessa Lìdija Ivànovna si trovava in grandissima agitazione. Aveva saputo che Anna e Vrònskij erano a Pietroburgo. Bisognava salvare Aleksèj Aleksàndroviè da un incontro con lei, salvarlo dalla tormentosa consapevolezza che quell'orribile donna si trovava nella stessa città e che avrebbe potuto incontrarla ad ogni passo.
Attraverso i suoi conoscenti Lìdija Ivànovna si informava sui movimenti di quelle persone ripugnanti, come lei definiva Anna e Vrònskij, e cercava in quei giorni di fare in modo che il suo amico andasse dove gli fosse impossibile incontrarli. Il giovane aiutante di campo, amico di Vrònskij, attraverso il quale lei riceveva le informazioni e che a sua volta, attraverso la contessa Lìdija Ivànovna, sperava di ricevere una promozione, le disse che loro avevano terminato i propri affari e partivano il giorno dopo. Lìdija Ivànovna aveva già cominciato a calmarsi quando proprio la mattina dopo le portarono un biglietto di cui riconobbe con orrore la scrittura. Era la scrittura di Anna Karènina. La busta era d'una carta grossa come corteccia d'albero; sulla carta gialla oblunga c'era un enorme monogramma e la lettera emanava un magnifico profumo.
«Chi l'ha portata?»
«Un commesso d'albergo.»
La contessa Lìdija Ivànovna per un pezzo non potè mettersi a sedere per leggere la lettera. Per l'agitazione le venne un attacco d'asma, cui andava soggetta. Quando si calmò, lesse la seguente lettera in francese:
«Madame la Comtesse,
i sentimenti cristiani che riempiono il vostro cuore, mi danno l'ardire, che so imperdonabile, di scrivervi. Sono infelice per la separazione da mio figlio. Vi supplico di permettermi di vederlo anche solo una volta, prima della mia partenza. Perdonatemi se mi rivolgo a voi. A voi e non ad Aleksèj Aleksàndroviè solo perché non voglio far soffrire quell'uomo magnanimo, ricordandomi a lui. Conoscendo la vostra amicizia per lui, voi mi capirete. Manderete Serëža da me o devo venire io a casa a una data ora, o mi farete sapere voi quando e dove potrò vederlo fuori di casa? Non penso ad un rifiuto, conoscendo la magnanimità di colui dal quale ciò dipende. Non potete immaginare il desiderio che ho di vederlo, né potete immaginare la gratitudine che il vostro aiuto desterà in me. Anna.»
Tutto in questa lettera irritò la contessa Lìdija Ivànovna: e il contenuto, e l'allusione alla magnanimità, e, in particolare, il tono, così le sembrava, disinvolto.
«Di' che non c'è risposta,» disse la contessa Lìdija Ivànovna, e immediatamente, aperta una cartella, scrisse ad Aleksèj Aleksàndroviè che sperava di vederlo dopo mezzogiorno durante gli auguri a palazzo.
«Ho bisogno di parlare con voi di una cosa importante e triste. Fisseremo il luogo dove poter parlare in libertà: meglio di tutto da me, dove farò preparare il vostro tè. Ciò è indispensabile. Egli ci impone la croce, ma ci dà anche le forze per portarla,» aggiunse, per prepararlo almeno un poco.
La contessa Lìdija Ivànovna scriveva abitualmente anche due o tre biglietti al giorno ad Aleksèj Aleksàndroviè. Amava questo modo di comunicare con lui, perché aveva in sè l'eleganza e il mistero che mancavano nei rapporti personali.
XXIV
Gli auguri erano finiti. Quelli che andavano via, incontrandosi, parlavano dell'ultima novità del giorno, delle ricompense appena ricevute o del trasferimento dei funzionari importanti.
«Dovrebbero fare ministro della guerra la contessa Màrija Borìsovna, e capo di stato maggiore la principessa Vatkòvskaja,» diceva un vecchietto canuto rivolgendosi a un'alta e bella damigella d'onore che gli chiedeva degli spostamenti.
«E me aiutante di campo,» rispose la damigella sorridendo.
«Voi avete già la nomina. All'amministrazione ecclesiastica. E come vostro aiutante: Karènin.»
«Che cosa dicevate di Karènin?» disse il principe.
«Lui e Putjatòv hanno ricevuto l'ordine di Aleksàndr Nèvskij.»
«Pensavo che l'avesse già.»
«No. Guardatelo,» disse il vecchietto, indicando con il cappello ricamato Karènin in un'uniforme di corte e con la nuova fascia rossa a tracolla, che parlava sulla porta della sala con uno dei membri influenti dei consiglio di stato. «È felice e contento come un soldone di rame,» soggiunse, fermandosi per stringere la mano a un bel ciambellano di corporatura atletica.
«No, è invecchiato,» disse il ciambellano.
«Per le preoccupazioni. Non fa che scriver progetti. Adesso non lascerà andare quel malcapitato prima che gli esponga tutto punto per punto.»
«Come invecchiato? Il fait des passions. Penso che adesso la contessa Lìdija Ivànovna sia gelosa di sua moglie.»
«Ma cosa! Per piacere, non parlate male della contessa Lidija Ivànovna.»
«Perché, è forse male che sia innamorata di Karènin?»
«Ma è vero che la Karènina è qui?»
«Cioè, non qui, a corte, ma a Pietroburgo. Ieri l'ho incontrata, con Aleksèj Vrònskij, bras dessus, bras dessous, sulla Morskàja.»
«C'est un homme qui n'a pas...» fece per cominciare il ciambellano, ma si fermò cedendo il passo e salutando un personaggio della famiglia imperiale che passava.
Così, senza posa, si chiacchierava di Aleksèj Aleksàndroviè, criticandolo e prendendolo in giro, mentre lui, sbarrata la strada al membro del consiglio di stato che aveva accalappiato e non smettendo neanche un istante di parlare perché non gli sfuggisse, gli esponeva punto per punto un certo progetto finanziario.
Quasi nello stesso periodo in cui la moglie l'aveva lasciato, ad Aleksèj Aleksàndroviè era accaduta la cosa più amara per un funzionario: il movimento d'ascesa nella carriera si era arrestato. Questo arresto era ormai avvenuto e tutti lo vedevano chiaramente, ma Aleksèj Aleksàndroviè non si rendeva ancora conto che la sua carriera era finita. Fosse l'urto con Strèmov, la disgrazia con la moglie, o semplicemente il fatto che egli aveva raggiunto il limite che gli era predestinato, per tutti comunque in quell'anno era diventato evidente che la sua carriera di funzionario era finita. Occupava ancora un posto importante, era membro di molte commissioni e comitati; ma era un uomo esaurito per intero, e dal quale non ci si aspettava più nulla. Qualunque cosa dicesse, qualunque cosa proponesse, lo ascoltavano come se quello che diceva fosse risaputo da tempo, e privo di utilità.
Ma Aleksèj Aleksàndroviè non se ne rendeva conto e, al contrario, non partecipando più direttamente all'attività governativa, ora vedeva più chiaramente di prima i difetti e gli errori nell'opera degli altri e riteneva suo dovere indicare i mezzi per correggerli. Ben presto, dopo la separazione dalla moglie, aveva cominciato a scrivere il suo primo appunto sul nuovo tribunale, primo dell'innumerevole serie di appunti su tutti i rami dell'amministrazione che era destinato a scrivere, che non servivano a nessuno.
Non soltanto Aleksèj Aleksàndroviè non notava la propria situazione senza speranza nel mondo burocratico e non soltanto non se ne amareggiava, ma era più che mai soddisfatto della propria attività.
«Chi è celibe si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacerGli; ma chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,» dice l'apostolo Paolo, e Aleksèj Aleksàndroviè, che in tutte le cose adesso si lasciava guidare dalla Scrittura, rammentava spesso questa frase. Da quando era rimasto senza moglie, gli pareva di servire il Signore meglio di prima, proprio con quei progetti.
L'evidente impazienza del membro del consiglio, che voleva andarsene, non turbava Aleksèj Aleksàndroviè; egli desistette dalla sua esposizione solo quando il membro, approfittando del passaggio di una persona della famiglia imperiale, scivolò via.
Rimasto solo, Aleksèj Aleksàndroviè chinò la testa, raccogliendo i pensieri, poi distrattamente si guardò in giro e si avviò verso la porta presso cui sperava di incontrare la contessa Lìdija Ivànovna.
«E come son tutti fisicamente forti e sani,» pensò, guardando il possente ciambellano con le fedine profumate e pettinate, e il collo rosso, stretto nell'uniforme, del principe, che sfiorò passando. «È detto giustamente che tutto nel mondo è male,» pensò, guardando ancora una volta di traverso i polpacci del ciambellano.
Mettendo senza fretta un piede dietro l'altro, Aleksèj Aleksàndroviè s'inchinò con la solita aria di stanchezza e di dignità a quei signori che parlavano di lui e, guardando verso la porta, cercò con gli occhi la contessa Lidija Ivànovna.
«Ah! Aleksèj Aleksàndroviè!» disse il vecchietto, facendo scintillare malignamente gli occhi, nel momento in cui Karènin gli passava di fianco e chinava con un gesto freddo il capo. «Non mi sono ancora congratulato con voi,» disse, indicando la fascia appena ricevuta.
«Vi ringrazio,» rispose Aleksèj Aleksàndroviè. «Che magnifica giornata è oggi,» aggiunse, secondo la sua abitudine calcando in modo particolare sulla parola «magnifica».
Sapeva che ridevano di lui, e da loro non si aspettava altro che ostilità; ci era già abituato.
Avendo visto le spalle gialle, sporgenti dal busto, della contessa Lìdija Ivànovna che entrava nella porta, e i magnifici pensierosi occhi di lei che lo chiamavano a sè, Aleksèj Aleksàndroviè sorrise, scoprendo i suoi bianchi denti incorruttibili, e si avvicinò a lei.
La toilette era costata grande fatica a Lìdija Ivànovna, come tutte le sue toilettes in quegli ultimi tempi. Lo scopo della sua toilette era adesso completamente opposto a quello che lei perseguiva trent'anni prima. Allora si agghindava in maniera sfarzosa, e quanto più sfarzosa, tanto meglio. Adesso, al contrario, seguitava come prima ad agghindarsi, ma i suoi ornamenti erano sempre così poco confacenti agli anni e alla figura, che si preoccupava soltanto che il contrasto fra essi e il suo aspetto non fosse troppo orribile. E nei riguardi di Aleksèj Aleksàndroviè otteneva questo scopo: a lui essa sembrava attraente. Per lui era l'unica isola non soltanto di buona disposizione verso di lui, ma d'amore, in mezzo al mare di ostilità e di derisione che lo circondava.
Passando attraverso lo schieramento di sguardi di scherno, egli era naturalmente attratto verso lo sguardo innamorato di lei, come una pianta verso la luce.
«Mi congratulo,» gli disse la contessa, indicando con gli occhi la fascia.
Trattenendo un sorriso di soddisfazione, lui si strinse nelle spalle e chiuse gli occhi, come a dire che ciò non poteva rallegrarlo. La contessa Lìdija Ivànovna invece sapeva bene che quella era una delle sue principali gioie, anche se lui non l'avrebbe mai confessato.
«Come va il nostro angelo?» disse la contessa Lìdija Ivànovna, intendendo Serëža.
«Non posso dire di essere completamente contento di lui,» disse Aleksèj Aleksàndroviè, sollevando le sopracciglia e aprendo gli occhi. «Anche Sìtnikov è scontento di lui. (Sìtnikov era il precettore al quale era stata affidata l'educazione mondana di Serëža.) Come vi avevo detto, in lui c'è una certa freddezza verso quei problemi che devono interessare la mente di ogni uomo e di ogni fanciullo», e Aleksèj Aleksàndroviè cominciò a esporre i propri pensieri sull'unica questione che lo interessasse oltre il servizio: l'educazione del figlio.
Quando Aleksèj Aleksàndroviè, con l'aiuto di Lìdija Ivànovna, era nuovamente tornato alla vita e all'attività, aveva sentito come proprio dovere dedicarsi all'educazione del figlio rimasto nelle sue mani. Non essendosi mai occupato prima di problemi dell'educazione, Aleksèj Aleksàndroviè aveva trascorso un certo tempo nello studio teorico della materia. E, letti alcuni libri di antropologia, di pedagogia e di didattica, si era formato un piano d'educazione e, invitato il miglior pedagogo di Pietroburgo, si era accinto all'opera. Quest'opera lo occupava ora in modo costante.
«Sì, ma il cuore? Io vedo in lui il cuore del padre, e con un cuore simile un bambino non può essere cattivo,» disse la contessa Lìdija Ivànovna con entusiasmo.
«Sì, può darsi... Per quanto mi riguarda, io adempio un mio dovere. Questo è tutto ciò che posso fare.»
«Verrete da me,» disse la contessa Lìdija Ivànovna dopo una pausa, «dobbiamo parlare di una faccenda triste per voi. Io darei tutto per liberarvi dai ricordi, ma gli altri non la pensano così. Ho ricevuto una lettera da lei. Lei è qui, a Pietroburgo.»
A sentir menzionare la moglie, Aleksèj Aleksàndroviè trasalì, ma immediatamente sul suo viso si stabilì quella morta immobilità che esprimeva il senso della assoluta impotenza in quella faccenda.
«Me l'aspettavo,» disse.
La contessa Lìdija Ivànovna lo guardò in modo estatico, e lacrime di rapimento davanti alla grandezza della sua anima le vennero agli occhi.
XXV
Quando Aleksèj Aleksàndroviè entrò nel piccolo e accogliente studio della contessa Lìdija Ivànovna, pieno di antiche porcellane e di ritratti, la padrona non c'era. Si stava cambiando.
Sulla tavola rotonda era stesa la tovaglia e stavano un servizio cinese e una teiera d'argento a spirito. Aleksèj Aleksàndroviè diede un'occhiata distratta agli innumerevoli noti ritratti che ornavano lo studio e, sedutosi alla tavola, aprì il Vangelo che vi era posato. Il fruscio del vestito di seta della contessa lo distrasse.
«Su ecco, adesso ci metteremo a sedere tranquilli,» disse la contessa Lìdija Ivànovna, insinuandosi frettolosamente con un sorriso emozionato fra la tavola e il divano, «e parleremo prendendo il nostro tè.»
Dopo alcune parole di preparazione, la contessa Lìdija Ivànovna, respirando pesantemente e diventando rossa, consegnò nelle mani di Aleksèj Aleksàndroviè la lettera da lei ricevuta.
Letta la lettera, egli tacque a lungo.
«Suppongo di non avere il diritto di rifiutarglielo,» disse timidamente, alzando gli occhi.
«Amico mio! Voi non vedete il male in nessuno!»
«Al contrario, vedo che tutto è male. Ma è giusto questo?...»
Sul suo viso c'era l'indecisione e la ricerca d'un consiglio, di un appoggio e di una guida in una faccenda per lui incomprensibile.
«No,» lo interruppe la contessa Lìdija Ivànovna. «C'è un limite a tutto. Capisco l'immoralità,» disse (non proprio con sincerità, dato che lei in realtà non aveva mai capito che cosa conducesse le donne all'immoralità), «ma non capisco la crudeltà, e verso chi? verso di voi! Come rimanere nella stessa città dove siete voi? No, davvero, più si vive, più s'impara. E io imparo a capire la vostra elevatezza e la sua bassezza.»
«E chi getterà la prima pietra?» disse Aleksèj Aleksàndroviè, evidentemente contento della propria parte. «Io ho perdonato tutto, e perciò non posso privarla di quel che per lei è un'esigenza d'amore, d'amore per il figlio...»
«Ma è amore questo, amico mio? È sincero tutto questo? Ammettiamo, voi avete perdonato, voi perdonate... ma abbiamo il diritto di agire sull'anima di quell'angelo? Lui la considera morta. Prega per lei e chiede a Dio di perdonarle i peccati... E così è meglio. Ma ora che cosa penserà?»
«A questo non avevo pensato,» disse Aleksèj Aleksàndroviè, evidentemente acconsentendo.
La contessa Lìdija Ivànovna si coprì la faccia con le mani e tacque. Pregava.
«Se chiedete il mio consiglio,» disse dopo aver pregato, scoprendo la faccia, «io vi sconsiglio di acconsentire. Non vedo forse come soffrite, come questo ha aperto tutte le vostre ferite? Ma supponiamo: voi, come sempre, vi dimenticate di voi stesso. Ma a che cosa può condurre questo? A nuove sofferenze da parte vostra, a tormenti per il bambino! Se in lei è rimasto qualcosa d'umano, lei stessa non deve desiderarlo. No, senza esitare, io vi sconsiglio e, se voi mi autorizzate, le scriverò.»
Aleksèj Aleksàndroviè acconsentì e la contessa Lìdija Ivànovna scrisse la seguente lettera in francese:
«Signora,
il rivedervi potrebbe portare vostro figlio a porsi delle domande alle quali non si può rispondere senza spingere il suo animo di bambino alla condanna di una persona che per lui deve rimanere sacra: perciò vi prego di comprendere il rifiuto di vostro marito nello spirito dell'amore cristiano. Prego l'Altissimo d'aver misericordia per voi. Contessa Lìdija.»
Questa lettera raggiunse lo scopo recondito che la contessa Lìdija Ivànovna celava anche a se stessa. Essa offese Anna nel profondo dell'anima.
Da parte sua, Aleksèj Aleksàndroviè, ritornato da Lìdija Ivànovna a casa, quel giorno non potè darsi alle sue solite occupazioni e trovare quella tranquillità d'animo di uomo credente e salvato che sentiva prima.
Il ricordo della moglie, che era tanto colpevole di fronte a lui e di fronte alla quale lui era così santo, come giustamente gli diceva la contessa Lìdija Ivànovna, non avrebbe dovuto turbarlo; ma lui non era tranquillo; non riusciva a capire il libro che stava leggendo, non poteva scacciare i ricordi tormentosi dei suoi rapporti con lei, di quegli errori che, come ora gli sembrava, aveva commesso verso di lei. Il ricordo di come aveva accolto, di ritorno dalle corse, la sua confessione d'infedeltà (il fatto, in particolare, d'aver preteso da lei solamente le convenienze esteriori e di non essersi battuto in duello), lo tormentava come un rimorso. Lo tormentava inoltre il ricordo della lettera che le aveva scritto; in particolare il proprio perdono, che non serviva a nessuno, e le proprie preoccupazioni per la bambina non sua gli bruciavano il cuore di vergogna e di pentimento.
Lo stesso sentimento di vergogna e di rimorso provava adesso esaminando tutto il suo passato con lei e ricordando le parole goffe con cui, dopo lunghe esitazioni, le aveva fatto la proposta di matrimonio.
«Ma di che cosa sono colpevole?» si diceva. E questa domanda suscitava sempre in lui un'altra domanda: se sentivano diversamente, se amavano diversamente, se si ammogliavano diversamente quelle altre persone, quei Vrònskij, Oblònskij... quei ciambellani dai grossi polpacci. E gli si presentava tutta una fila di questi uomini succosi, robusti, privi di dubbi, che involontariamente, sempre e dappertutto, attiravano la sua attenzione curiosa. Cacciava via questi pensieri, si sforzava di persuadersi che lui non viveva per la vita effimera di questo mondo, ma per la vita eterna, che nella sua anima stavano la pace e l'amore. Ma l'aver fatto in questa vita effimera e insignificante alcuni errori, così gli sembrava, insignificanti, lo tormentava come se l'eterna salvezza nella quale credeva non esistesse. Ma questa tentazione non durò a lungo e ben presto nell'anima di Aleksèj Aleksàndroviè si ristabilirono quella tranquillità e quell'elevatezza grazie alle quali poteva dimenticare ciò che non voleva ricordare.
XXVI
«E allora, Kapitònyè?» disse Serëža, rosso in viso e allegro, ritornando dalla passeggiata alla vigilia del suo compleanno e dando il cappotto a pieghe all'alto e vecchio portiere, che dall'altezza della sua statura sorrideva all'ometto. «Allora, è venuto oggi l'impiegato con il braccio al collo? Il papà l'ha ricevuto?»
«L'ha ricevuto. Era appena uscito il capo gabinetto che io l'ho annunciato,» disse il portiere, ammiccando allegramente. «Favorite, lo levo io.»
«Serëža!» disse l'istitutore slavo, fermandosi sulla porta che introduceva nelle stanze interne. «Levatelo da solo.»
Ma Serëža, benché avesse sentito la debole voce dell'istitutore, non vi fece attenzione. Stava fermo, tenendosi con una mano alla cintura del portiere, e lo guardava in faccia.
«Allora, e il papà ha fatto per lui quello che occorreva?»
Il portiere fece un cenno affermativo con il capo.
L'impiegato con il braccio al collo, che era andato già sette volte a chieder qualcosa ad Aleksèj Aleksàndroviè, interessava sia Serëža che il portiere. Serëža l'aveva trovato una volta nel vestibolo e l'aveva sentito chiedere lamentosamente al portiere di venir annunciato, dicendo che gli toccava morire insieme con i suoi bambini.
Da allora, dopo aver incontrato ancora una volta l'impiegato nel vestibolo, Serëža aveva preso a interessarsene.
«Be', era molto contento?»
«E come non esser contento! Quasi saltava andandosene via.» «E hanno portato qualcosa?» domandò Serëža dopo una pausa.
«Eh, signore,» disse in un bisbiglio il portiere, scuotendo la testa, «sì, da parte della contessa.»
Serëža capì subito che ciò di cui parlava il portiere era il regalo da parte della contessa Lìdija Ivànovna per il suo compleanno.
«Che cosa dici? Dov'è?»
«Kornèj l'ha portato dentro da papà. Dev'essere una bella cosa!»
«Com'è grande? Così?»
«Più piccola, ma bella.»
«Un libro?»
«No, un oggetto. Andate, andate: Vasìlij Lukìè chiama,» disse il portiere, sentendo i passi dell'istitutore che si avvicinavano e allontanando dolcemente la manina che, dentro il guanto tolto per metà, lo teneva per la cintura; ammiccando, indicò con la testa verso Vùniè.
«Vasìlij Lukìè, subito subito!» rispose Serëža con quel sorriso allegro e amorevole che sempre conquistava lo zelante Vasìlij Lukìè.
Serëža era troppo contento, tutto andava troppo felicemente perché potesse far a meno di condividere con il suo amico portiere un'altra gioia familiare di cui aveva saputo durante la passeggiata al Lètnij Sad da una nipote della contessa Lìdija Ivànovna. Questa gioia gli pareva particolarmente importante per la coincidenza con la gioia del funzionario e con la sua gioia che avessero portato i giocattoli. A Serëža sembrava che quella fosse una giornata in cui tutti dovevano essere felici e contenti.
«Sai che il papà ha ricevuto l'Aleksàndr Nèvskij?»
«E come non saperlo! Sono già venuti a congratularsi.»
«Be', lui è contento?»
«Come non esser contenti del favore dello zar? Vuol dire che l'ha meritato,» disse il portiere in modo serio e severo.
Serëža si fece pensieroso, scrutando la faccia del portiere già studiata nei minimi particolari, e specialmente il mento, che pendeva tra le fedine canute e nessuno vedeva tranne Serëža, che lo guardava dal basso in alto.
«Be', e tua figlia è molto che è stata da te?»
La figlia del portiere era una ballerina del balletto.
«E come può venire nei giorni feriali? Anche loro hanno lo studio. E pure voi avete lo studio, signore, andate.»
Giunto nella stanza, invece di mettersi a sedere alle lezioni, Serëža riferì al maestro le proprie supposizioni: che quel che avevano portato doveva essere una macchina.
«Voi che ne pensate?» domandò.
Ma Vasìlij Lukìè pensava soltanto che bisognava studiare la lezione di grammatica per il maestro che sarebbe venuto alle due.
«No, ditemi almeno, Vasìlij Lukìè,» domandò a un tratto Serëža, ormai seduto al tavolo di lavoro e tenendo in mano un libro, «che cosa c'è di più dell'Aleksàndr Nèvskij? Lo sapete che il papà ha ricevuto l'Aleksàndr Nèvskij?»
Vasìlij Lukiè rispose che al di sopra dell'Aleksàndr Nèvskij c'era il Vladìmir.
«E più su?»
«E più su di tutto l'Andrèj Pervozvànnyj.»
«E ancor più su dell'Andrèj?»
«Non lo so.»
«Come, nemmeno voi lo sapete?» e Serëža, appoggiatosi sui gomiti, si sprofondò in meditazioni.
Le sue meditazioni vertevano sui temi più vari e complicati. Ragionava che suo padre potesse a un tratto ricevere insieme il Vladìmir e l'Andrèj, e come, di conseguenza, quel giorno lui sarebbe stato assai più buono a lezione; e come lui stesso, quando fosse stato grande, avrebbe ricevuto tutte le onorificenze e quello che avrebbero inventato di più su dell'Andrèj. Appena inventato, lui se lo sarebbe meritato. Loro ne avrebbero poi inventato uno ancor più in alto e lui si sarebbe subito meritato anche quello.
In simili meditazioni il tempo passò e, quando venne il maestro, la lezione sui complementi di tempo, di luogo e di modo non era stata preparata e il maestro ne fu non soltanto scontento, ma addirittura addolorato. Quest'afflizione del maestro commosse Serëža. Lui si sentiva in colpa per non aver studiato la lezione; ma, per quanto si sforzasse, non poteva assolutamente farlo; finché il maestro spiegava, gli pareva di capire, ma non appena restava solo, non poteva assolutamente ricordare e capire come un'espressione così corta e facile a intendersi quale «a un tratto» fosse un complemento di modo. E tuttavia gli rincresceva aver addolorato il maestro e voleva consolarlo.
Scelse un momento in cui il maestro guardava in silenzio il libro.
«Michaìl Ivànyè, quand'è il vostro onomastico?» domandò a un tratto.
«Fareste meglio a pensare al vostro lavoro, mentre l'onomastico non ha nessuna importanza per un essere ragionevole. È un giorno come gli altri, nel quale bisogna lavorare.»
Serëža guardò con attenzione il maestro, la sua barba rada, gli occhiali che erano scesi più giù del taglio che aveva sul naso, e si fece così pensieroso che non sentì più nulla di quel che il maestro gli spiegava. Capiva che il maestro non pensava a quel che diceva; lo sentiva dal tono con cui veniva detto. «Ma perché si sono messi tutti d'accordo per parlarmi sempre in questo modo, per dire sempre le cose più noiose e inutili? Perché mi respinge da sè, perché non mi vuol bene?» si domandava con tristezza e non sapeva darsi una risposta.
XXVII
Dopo il maestro c'era la lezione del padre. Poiché il padre non veniva, Serëža sedette al tavolo, gingillandosi con un coltellino, e si mise a pensare. Nel numero delle occupazioni preferite di Serëža c'era la ricerca della madre durante la passeggiata. Lui non credeva alla morte in generale e in particolar modo alla morte di lei - benché Lìdija Ivànovna gli avesse detto che era morta e il padre l'avesse confermato - e perciò, anche dopo quel che gli avevano detto, durante la passeggiata la cercava. Ogni donna dalla figura piena, graziosa, con i capelli scuri, era sua madre. Alla vista di una donna così nella sua anima si sollevava un tal sentimento di tenerezza che lui si sentiva soffocare e gli venivano le lacrime agli occhi. E, da un momento all'altro, si aspettava che gli si avvicinasse, sollevasse il velo. Si sarebbe vista tutta la faccia, lei avrebbe sorriso, l'avrebbe abbracciato, lui avrebbe sentito il suo profumo, avrebbe sentito la dolcezza della sua mano e si sarebbe messo a piangere felice, come una volta, di sera, che si era sdraiato ai suoi piedi e lei gli faceva il solletico e lui rideva e mordeva la sua mano bianca con gli anelli. Poi, quando aveva saputo per caso dalla njànja che sua madre non era morta, e il padre e Lìdija Ivànovna gli avevano spiegato che lei era morta per lui perché era cattiva (alla qual cosa non poteva in nessun modo credere, perché l'amava), continuò a cercarla e ad aspettarla sempre nello stesso modo. Quel giorno al Lètnij Sad c'era una signora con il velo lilla che lui aveva spiato con il cuore che gli veniva meno mentre si avvicinava a loro per il viottolo, aspettandosi che fosse lei. Quella signora non era giunta sino a loro e si era nascosta chi sa dove. Quel giorno Serëža sentiva più forte che mai uno slancio d'amore per lei ed ora, trasognato, in attesa del padre, tagliuzzava tutto l'orlo del tavolo con il coltellino, guardando davanti a sè con gli occhi brillanti e pensando a lei.
«Viene il papà!» lo distrasse Vasìlij Lukiè.
Serëža saltò su, si avvicinò al padre e, baciatagli la mano, lo guardò con attenzione, cercando i segni di gioia per l'Aleksàndr Nèvskij.
«Hai fatto una bella passeggiata?» disse Aleksèj Aleksàndroviè, sedendosi nella sua poltrona, spostando verso di sè il libro dell'Antico Testamento e aprendolo. Benché Aleksèj Aleksàndroviè avesse detto più di una volta a Serëža che ogni buon cristiano deve conoscere a menadito la storia sacra, lui stesso consultava spesso l'Antico Testamento, e Serëža l'aveva notato.
«Sì, è stato molto divertente, papà,» disse Serëža, sedendosi di sbieco sulla sedia e dondolandola, cosa che era proibita. «Ho visto Nàdenka (Nàdenka era la nipote di Lìdija Ivànovna, che veniva educata presso la contessa). Mi ha detto che vi hanno dato una nuova croce. Siete contento, papà?»
«In primo luogo, non dondolarti, per favore,» disse Aleksèj Aleksàndroviè. «E in secondo luogo, non la ricompensa è cara, bensì il lavoro. E io desidererei che tu capissi questo. Ecco, se tu lavorerai, studierai per ricevere una ricompensa, il lavoro ti sembrerà pesante; ma se lavorerai,» disse Aleksèj Aleksàndroviè ricordando come si fosse sorretto con la coscienza del dovere durante il noioso lavoro di quella mattina consistente nella firma di centodiciotto carte, «amando il lavoro, in esso troverai la tua ricompensa.»
Gli occhi scintillanti di tenerezza e di allegria di Serëža si spensero e si abbassarono sotto lo sguardo del padre. Era il solito tono, da tempo conosciuto, con cui il padre lo trattava e che Serëža aveva già imparato a secondare. Il padre parlava sempre con lui - così sentiva Serëža - come se si rivolgesse a qualche ragazzo da lui immaginato, uno di quelli che stanno nei libri, nient'affatto somigliante a Serëža. E Serëža con il padre cercava sempre di fingere d'essere proprio quel ragazzo da libro.
«Lo capisci, spero?» disse il padre.
«Sì, papà,» rispose Serëža, fingendosi il ragazzo immaginario.
Durante la lezione c'erano da ripetere a memoria alcuni versetti del Vangelo, e da ripassare il principio dell'Antico Testamento. Serëža sapeva discretamente i versetti del Vangelo, ma mentre li diceva, si mise a guardare l'osso della fronte del padre, che faceva una brusca piega sulla tempia, si impappinò e confuse un versetto con un altro, che finiva con la stessa parola con cui il primo cominciava. Per Aleksèj Aleksàndroviè era evidente che Serëža non capiva quel che diceva e ciò lo irritò.
Aggrottò le sopracciglia e cominciò a spiegare quel che Serëža aveva sentito già molte volte e non riusciva a ritenere, allo stesso modo che non riusciva a ricordare certe cose che capiva chiaramente: come la questione che «a un tratto» era complemento di modo. Serëža guardava il padre con uno sguardo spaventato e pensava soltanto a una cosa: se il padre gli avrebbe fatto o no ripetere quel che aveva detto, cosa che certe volte succedeva. E questo pensiero spaventava tanto Serëža che egli non capiva più nulla. Ma il padre non lo costrinse a ripetere e passò alla lezione sull'Antico Testamento. Serëža raccontò bene la storia degli avvenimenti, ma quando dovette rispondere alle domande su quel che simboleggiavano alcuni eventi, non rispose niente, sebbene fosse già stato punito per quella lezione. S'impuntò poi del tutto, esitò e prese a tagliuzzare il tavolo e a dondolarsi sulla sedia, quando dovette parlare dei patriarchi antidiluviani. Non ne conosceva nessuno eccetto Enoch, assunto vivo in cielo. Prima ricordava i nomi, ma adesso li aveva completamente dimenticati, anche perché Enoch, che era il suo personaggio preferito in tutto l'Antico Testamento, gli suscitava sempre, con la sua assunzione in cielo da vivo, una lunga concatenazione di pensieri alla quale appunto adesso si abbandonava guardando con gli occhi fissi la catena dell'orologio del padre e il bottone del panciotto abbottonato per metà.
Serëža non credeva assolutamente alla morte, della quale gli parlavano così spesso. Non credeva che le persone a cui voleva bene potessero morire e, in particolar modo, che anche lui sarebbe morto. Questo per lui era assolutamente impossibile e incomprensibile. Eppure gli dicevano che tutti muoiono; lui lo domandava persino alle persone alle quali credeva e queste lo confermavano; anche la njànja lo diceva, benché malvolentieri. Ma Enoch non era morto, dunque non tutti muoiono. «E perché allora chiunque non può meritar tanto davanti a Dio ed esser assunto vivo in cielo?» pensava Serëža. I cattivi, cioè quelli che a Serëža non piacevano, potevano morire, ma tutti i buoni potevano essere come Enoch.
«Su, allora quali sono i patriarchi?»
«Enoch, Enos.»
«Questi li hai già detti. Male, Serëža, molto male. Se non cerchi di sapere quel che è più necessario per un cristiano,» disse il padre, alzandosi, «che cosa mai ti può interessare? Io sono scontento di te, e anche Pëtr Ignàtiè (era l'istitutore più importante) è scontento di te... Devo punirti.»
Il padre e l'istitutore erano scontenti di Serëža ed effettivamente lui studiava molto male. Ma non si poteva assolutamente dire che fosse un ragazzo incapace. Al contrario, era molto più capace dei ragazzi che l'istitutore gli portava come esempio. Dal punto di vista del padre, egli non voleva imparare quel che gli insegnavano; in realtà non poteva impararlo. Non poteva, perché nella sua anima c'erano esigenze per lui più imperiose di quelle enunciate dal padre e dall'istitutore. Queste esigenze erano in contraddizione ed egli lottava contro i suoi educatori.
Aveva nove anni, era un bambino; ma conosceva la propria anima, essa gli era cara, lui la proteggeva come la palpebra protegge l'occhio, e non lasciava entrare nessuno nella sua anima senza la chiave dell'amore. I suoi educatori si lagnavano che lui non voleva studiare, ma la sua anima era colma di sete di conoscere. E imparava da Kapitònyè, dalla njànja, da Nàdenka, da Vasìlij Lukìè, e non dagli insegnanti. L'acqua che il padre e l'istitutore aspettavano per le loro macine, era scorsa già da tempo e lavorava in un altro posto.
Il padre punì Serëža non lasciandolo andare da Nàdenka, la nipote di Lìdija Ivànovna; ma la punizione si volse in bene per Serëža. Vasìlij Lukìè era di buon umore e gli mostrò come si fabbrica un mulino a vento. Tutta la serata passò a lavorare e a fantasticare su un altro mulino a vento più grande, che ci si potesse girar sopra, attaccandosi con le mani, o legandosi alle pale per farsi trasportare in alto. Alla madre Serëža non pensò per tutta la sera, ma, messosi a letto, a un tratto si ricordò di lei e pregò con parole sue perché l'indomani, per il suo compleanno, sua madre smettesse di nascondersi e venisse da lui.
«Vasìlij Lukìè, sapete per che cosa ho pregato in più, fuori del conto?»
«Per studiare meglio?»
«No.»
«Per i giocattoli?»
«No. Non indovinate. Una cosa eccellente, ma è un segreto! Quando si avvererà, ve lo dirò. Non avete indovinato?»
«No, non l'indovino. Ditelo voi,» disse Vasìlij Lukìè sorridendo, cosa che gli succedeva di rado. «Be', coricatevi, spengo la candela.»
«Ma senza candela io vedo ancora meglio quel che vedo e per cui ho pregato. Ah, per poco non dicevo il mio segreto!» disse Serëža, ridendo allegramente.
Quando portarono via la candela, Serëža udì e sentì sua madre. Lei stava china sopra di lui e lo carezzava con uno sguardo pieno d'amore. Ma poi apparvero i mulini a vento, il coltellino, tutto si confuse ed egli si addormentò.
XXVIII
Arrivati a Pietroburgo, Vrònskij e Anna si erano fermati in uno dei migliori alberghi. Vrònskij separatamente, nel piano di sotto, e Anna di sopra, con la bambina, la balia e la ragazza, in un grande appartamento di quattro camere.
Fin dal primo giorno dell'arrivo Vrònskij andò dal fratello. Qui trovò sua madre venuta da Mosca per affari. La madre e la cognata lo accolsero come al solito; gli domandarono del suo viaggio all'estero, parlarono di comuni conoscenti, ma non accennarono neppure con una parola alla sua relazione con Anna. Il fratello invece, venendo da lui la mattina del giorno dopo, gli domandò per primo di lei, e Aleksèj Vrònskij rispose senz'altro che considerava la propria relazione con la Karènina come un matrimonio; che sperava nel divorzio, nel qual caso l'avrebbe sposata, ma che già ora la considerava propria moglie, alla stregua di qualsiasi altra moglie, e lo pregava di riferire così alla madre e a sua moglie.
«Se il mondo non l'approva, per me fa lo stesso,» disse Vrònskij, «ma se i miei parenti vogliono essere in rapporti di parentela con me, devono essere negli stessi rapporti con mia moglie.»
Il fratello maggiore, che rispettava sempre i giudizi del minore, aspettava a sapere se lui avesse ragione o no che la buona società avesse deciso la questione; quanto a lui, da parte sua non aveva nulla in contrario, e insieme con Vrònskij andò da Anna.
Davanti al fratello, come del resto davanti a tutti, Vrònskij diede ad Anna del «voi» e la trattò come una conoscente intima, ma era sottinteso che il fratello conoscesse i loro rapporti e si parlò del fatto che Anna andava nella tenuta di Vrònskij.
Nonostante tutta la sua esperienza mondana, Vrònskij, in seguito alla nuova situazione in cui si trovava, era in uno strano errore. Sembrava che avrebbe dovuto capire come la società fosse preclusa per lui e Anna; invece nella sua testa nascevano certe confuse considerazioni sul fatto che così fosse soltanto nei tempi passati, ma che ora, con il rapido progresso (senza accorgersene, si era fatto sostenitore d'ogni sorta di progresso), il punto di vista della società era cambiato e la questione se loro sarebbero stati accettati o no in società non era ancora decisa. «Si capisce,» pensava, «il mondo della corte non la riceverà, ma le persone intime possono e debbono intender questo come va inteso.»
Si può star seduti per varie ore, incrociando le gambe, in una medesima posizione, se si sa che nulla impedisce di cambiar posizione; ma se un uomo sa che deve star seduto così con le gambe incrociate, gli verranno i crampi, le gambe si tenderanno e si spingeranno verso quel punto dove lui vorrebbe allungarle. Questo era quel che sperimentava Vrònskij rispetto alla società. Benché nel profondo dell'anima sapesse che per loro la società era preclusa, voleva provare se adesso la società non sarebbe cambiata e li avrebbe accettati. Ma ben presto si accorse che, quantunque la società per lui personalmente fosse aperta, per Anna era chiusa. Come nel giuoco a gatto topo, le braccia alzate per lui tosto si abbassavano davanti ad Anna.
Una delle prime signore della società pietroburghese che Vrònskij vide fu sua cugina Betsy.
«Finalmente!» lo accolse lei con gioia. «E Anna? Come sono contenta! Dove vi siete fermati? Immagino che dopo il vostro delizioso viaggio la nostra Pietroburgo per voi sia spaventosa; mi immagino la vostra luna di miele a Roma. E il divorzio? È stato fatto tutto?»
Vrònskij notò che l'entusiasmo di Betsy diminuì quando seppe che il divorzio non c'era ancora.
«Mi getteranno la pietra, lo so,» disse lei, «ma io vado da Anna; sì, ci verrò assolutamente. Non rimarrete molto qui?»
E realmente quello stesso giorno andò da Anna; ma il suo tono era ormai ben diverso da quello di prima. Era evidente che lei andava orgogliosa del proprio coraggio e desiderava che Anna apprezzasse la fedeltà della sua amicizia. Non rimase più di dieci minuti, chiacchierando delle novità mondane, e andandosene disse:
«Non mi avete detto a quando il divorzio. Comunque io ho buttato la mia cuffia al di là del mulino, ma gli altri, quelli che alzano il bavero, vi opporranno un gelo finché non vi sarete sposati. E ora questo è così semplice. Èa se fait. Così partirete venerdì? Peccato che non ci vedremo più.»
Dal tono di Betsy, Vrònskij avrebbe potuto capire che cosa dovesse aspettarsi dalla società; ma fece ancora un tentativo nella sua famiglia. Su sua madre non sperava. Sapeva che la madre, la quale era rimasta così entusiasta di Anna durante la loro prima conoscenza, adesso era implacabile verso di lei perché era stata la causa del dissesto della carriera del figlio. Riponeva però grandi speranze in Vàrja, la moglie del fratello. Gli sembrava che lei non avrebbe scagliato la pietra e sarebbe andata con semplicità e risolutezza da Anna e l'avrebbe accolta.
Fin dal giorno dopo il suo arrivo Vrònskij andò da lei e, trovatala sola, manifestò apertamente il proprio desiderio.
«Tu sai, Aleksèj,» disse essa, dopo averlo ben ascoltato, «come ti voglio bene e come sono pronta a far tutto per te; ma ho taciuto perché sapevo che non posso esser utile a te e ad Anna Arkàdievna» continuò, pronunciando con particolare cura «Anna Arkàdievna». «Non credere, ti prego, che io condanni. Mai! Forse al suo posto avrei fatto lo stesso. Io non entro e non posso entrare nei particolari,» disse ancora, scrutando timidamente la sua faccia scura. «Ma bisogna chiamare le cose per nome. Tu vuoi che io vada da lei, che la riceva e con questo in un certo senso la riabiliti in società; ma devi capire che io non posso far questo. Le figlie mi crescono e io devo vivere in società per mio marito. Bene, io verrò da Anna Arkàdievna; lei capirà che io non posso invitarla a casa mia o che dovrò farlo in modo che lei non vi incontri chi vede la cosa diversamente: e questo la offenderà. Io non posso risollevarla...»
«Ma io non considero che lei sia caduta più in basso di centinaia di donne che voi ricevete!» la interruppe ancor più cupo Vrònskij e si alzò in silenzio, avendo capito che la decisione della cognata era immutabile.
«Aleksèj! Non essere arrabbiato con me. Per piacere, cerca di capire che non è colpa mia,» cominciò a dire Vàrja, guardandolo con un sorriso timido.
«Non sono arrabbiato con te,» disse lui altrettanto cupamente, «ma questo mi fa doppiamente male. Mi fa male anche perché rompe la nostra amicizia. Ammettiamo che non la rompa, comunque la indebolisce. Tu capisci che anche per me non può essere diversamente.»
E con questo se ne andò via.
Vrònskij capì che ulteriori tentativi erano inutili e che bisognava passare quei pochi giorni a Pietroburgo come in una città straniera, evitando qualsiasi rapporto con il mondo di prima, per non esporsi a dispiaceri e a offese che per lui erano così tormentosi. Uno dei principali inconvenienti della situazione di Pietroburgo era che Aleksèj Aleksàndroviè e il suo nome sembravano esser dappertutto. Non si poteva parlare di nulla senza che il discorso deviasse su Aleksèj Aleksàndroviè; non si poteva andare in nessun posto senza incontrarlo. Così almeno pareva a Vrònskij, come a un uomo con un dito malato pare di urtare quasi apposta contro tutto proprio con quel dito.
La permanenza a Pietroburgo pareva a Vrònskij ancor più penosa per il fatto che per tutto il tempo vedeva in Anna un umore nuovo, per lui incomprensibile. A tratti si dimostrava con lui appassionata, ora diventava fredda, irritabile e impenetrabile. Era tormentata da qualcosa e gli nascondeva qualcosa e sembrava non accorgersi degli affronti che avvelenavano la vita di lui, e per lei, con la sua finezza d'intuito, avrebbero dovuto essere ancor più tormentosi.
XXIX
Uno degli scopi del viaggio in Russia era per Anna l'incontro con il figlio. Dal giorno in cui era partita dall'Italia il pensiero di quest'incontro non aveva smesso di agitarla. E quanto più si avvicinava a Pietroburgo, tanto più grande le apparivano la gioia e l'importanza di quest'incontro. Non si domandava come combinare l'incontro. Le sembrava naturale e semplice vedere il figlio quando fosse stata nella stessa città dov'era lui; ma, all'arrivo a Pietroburgo, di colpo le apparve chiara la sua situazione di adesso nella società, e capì che combinare l'incontro era difficile.
Era a Pietroburgo già da due giorni. Il pensiero del figlio non l'abbandonava neppure per un momento, eppure non aveva ancora visto il figlio. Sentiva di non avere il diritto di andare senz'altro in casa, dove poteva incontrare Aleksèj Aleksàndroviè. Potevano non lasciarla entrare e offenderla. Anche soltanto pensare di scrivere e mettersi in rapporti con il marito le riusciva tormentoso; poteva esser calma solamente quando non pensava al marito. Vedere il figlio durante la passeggiata, dopo aver saputo dove andava e quando, per lei era poco; si era così preparata a quest'incontro, aveva bisogno di dirgli tante cose, aveva tanta voglia di abbracciarlo e di baciarlo. La vecchia njànja di Serëža avrebbe potuto aiutarla e istruirla. Ma la njànja non era più in casa di Aleksèj Aleksàndroviè. In queste esitazioni e nella ricerca della njànja erano passati due giorni.
Avendo saputo degli stretti rapporti di Aleksèj Aleksàndroviè con la contessa Lìdija Ivànovna, il terzo giorno Anna si risolse a scrivere a questa una lettera che le costò grande fatica e nella quale diceva intenzionalmente che il permesso di vedere il figlio doveva dipendere dalla magnanimità del marito. Sapeva che se avessero mostrato la lettera al marito, continuando la sua parte di magnanimità, lui non le avrebbe opposto un rifiuto.
Il fattorino che aveva portato la lettera le trasmise la risposta per lei più crudele e inaspettata: che non vi era risposta. Mai si era sentita così umiliata come nel momento in cui, chiamato il fattorino, aveva sentito da lui il racconto particolareggiato di come aveva atteso e di come poi gli avevano detto: «Non ci sarà nessuna risposta.» Anna si sentiva umiliata, offesa, ma vedeva che dal suo punto di vista la contessa Lìdija Ivànovna aveva ragione. Il suo dolore era tanto più forte in quanto era solitario. Non poteva e non voleva farne partecipe Vrònskij. Sapeva che a lui, benché fosse la causa principale della sua infelicità, la questione dell'incontro con il figlio sarebbe sembrata la cosa meno importante. Sapeva che lui non sarebbe mai stato in grado di comprendere tutta la profondità del suo dolore; sapeva che lei lo avrebbe odiato per il tono freddo che lui avrebbe opposto nel sentir accennare alla cosa. E di questo aveva paura più di ogni cosa al mondo; perciò gli nascondeva tutto quel che riguardava il figlio.
Rimasta a casa tutta la giornata, aveva pensato a vari mezzi per incontrarsi con il figlio e si era fermata sulla decisione di scrivere al marito. Stava già componendo la lettera, quando le portarono la lettera di Lìdija Ivànovna. Il silenzio della contessa l'aveva domata e sottomessa, ma la lettera, tutto quel che vi lesse fra le righe, la incollerirono talmente, e così rivoltante le parve quel rancore in confronto alla sua appassionata legittima tenerezza verso il figlio, che si rivoltò contro gli altri e cessò di accusare se stessa.
«Questa freddezza è finzione di sentimenti,» si diceva. «Loro hanno bisogno soltanto di offendermi e di torturare il bambino; e io dovrei sottomettermi. A nessun costo! Lei è peggio di me. Almeno io non mento.» E lì stesso decise che già l'indomani, proprio il compleanno di Serëža, sarebbe andata direttamente in casa del marito, avrebbe corrotto la servitù, avrebbe usato la frode, ma avrebbe visto a qualsiasi costo il figlio e avrebbe distrutto quel mostruoso inganno di cui loro avevano circondato il disgraziato bambino.
Andò in un negozio di giocattoli, acquistò dei giocattoli e meditò il piano d'azione. Ci sarebbe andata di mattina presto, alle otto, quando di sicuro Aleksèj Aleksàndroviè non si era ancora alzato. Avrebbe avuto in mano dei soldi, che avrebbe dato al portiere e al domestico affinché la facessero entrare; e, senza sollevare il velo, avrebbe detto che veniva da parte del padrino di Serëža a far gli auguri e che aveva l'incarico di mettere i giocattoli accanto al letto del figlio. Non preparò soltanto le parole che avrebbe detto al figlio. Per quanto ci pensasse, non riusciva a immaginarle.
Il giorno dopo, alle otto della mattina, Anna uscì sola da una vettura di piazza e suonò all'ingresso grande della sua casa d'un tempo.
«Vai a vedere che cosa vogliono. C'è una signora,» disse Kapitònyè, non ancora vestito, in paltò e soprascarpe, dopo aver guardato dalla finestra la signora velata che stava ritta proprio davanti alla porta.
L'aiutante del portiere, un ragazzo che Anna non conosceva, fece appena in tempo ad aprire la porta, che già lei era entrata e, tirato fuori dal manicotto un biglietto da tre rubli, gliel'aveva frettolosamente ficcato in mano.
«Serëža... Sergèj Aleksàndroviè,» proferì e voleva andare avanti. Dopo aver guadagnato il biglietto, l'aiutante del portiere la fermò vicino alla seconda porta vetrata.
«Chi volete?» domandò.
Lei non udì le sue parole e non rispose nulla.
Avendo notato la confusione della sconosciuta, lo stesso Kapitònyè le venne incontro, la lasciò passare dalla porta e le domandò che cosa desiderasse.
«Da parte del principe Skorodùmov per Sergèj Aleksèeviè,» proferì lei.
«Non è ancora alzato,» disse il portiere, esaminandola attentamente.
Anna non si aspettava che l'ambiente, per nulla cambiato, dell'anticamera della casa in cui aveva abitato per nove anni l'avrebbe impressionata in modo così forte. Nella sua anima, uno dopo l'altro, si sollevarono i ricordi, gioiosi e tormentosi, e, per un istante, essa dimenticò perché fosse lì.
«Volete aspettare?» disse Kapitònyè, togliendole la pelliccia.
Tolta la pelliccia, Kapitònyè la guardò in faccia, la riconobbe e le fece un profondo inchino in silenzio.
«Vi prego, eccellenza,» disse.
Anna avrebbe voluto dir qualcosa, ma la voce si rifiutava di pronunciare qualsiasi suono; dopo aver guardato con colpevole supplica il vecchio, si avviò su per la scala a passi rapidi e leggeri. Piegato tutto in avanti e impigliandosi con le soprascarpe nei gradini, Kapitònyè le corse dietro cercando di oltrepassarla.
«C'è il maestro là, forse non è vestito. Vi annuncio.»
Anna continuava a salire la ben nota scala, senza comprendere che cosa dicesse il vecchio.
«Qui, favorite a sinistra. Scusate se non è pulito. Adesso è in quella che prima era la stanza dei divani,» diceva il portiere riprendendo fiato. «Permettete, abbiate pazienza, eccellenza, do un'occhiata,» disse e, sorpassatala, socchiuse una porta alta e scomparve dietro di essa. Anna si fermò, aspettando. «S'è appena svegliato,» disse il portinaio, uscendo di nuovo dalla porta.
E, nel momento in cui il portiere disse questo, Anna sentì il rumore di uno sbadiglio infantile. Dalla sola intonazione di questo sbadiglio riconobbe il figliolo e lo vide come vivo davanti a sè.
«Lasciami, lasciami, vai!» disse ed entrò nella porta alta. A destra della porta c'era un letto e sul letto stava seduto, sollevandosi, un bambino con indosso la sola camicia sbottonata, e, con il corpicino piegato, stirandosi, finiva di sbadigliare. Nello stesso momento in cui le sue labbra si unirono, esse si atteggiarono a un sorriso beatamente sonnolento e con questo sorriso egli ricadde di nuovo indietro lentamente e con dolcezza.
«Serëža!» mormorò lei, avvicinandosi a lui senza far rumore.
Nel periodo del distacco da lui e in quell'afflusso d'amore che aveva provato tutto quell'ultimo tempo, lei se lo immaginava come un bambino di quattro anni, come più di tutto l'aveva amato. Adesso non era nemmeno più come lei l'aveva lasciato; era ancora più lontano da quello che era stato a quattro anni, era cresciuto ancora e dimagrito. Ma cos'era questo? Com'era affinato il suo viso, corti i suoi capelli! Che braccia lunghe! Com'era cambiato da quando l'aveva lasciato! Eppure era lui, con la forma della sua testa, con le sue labbra, con il suo piccolo collo morbido e le spallucce larghe.
«Serëža!» ripetè proprio sull'orecchio del bambino.
Lui si sollevò di nuovo su un gomito, girò la testa scapigliata da tutt'e due le parti, come cercando qualcosa, e aprì gli occhi. Per alcuni secondi guardò silenziosamente e interrogativamente la madre che stava sopra di lui, poi a un tratto sorrise di beatitudine e, chiusi di nuovo gli occhi che gli si appiccicavano, si lasciò cadere giù, ma non riverso, bensì verso di lei, verso le braccia di lei.
«Serëža! Mio bambino caro!» proferì Anna, sentendosi soffocare e cingendo con le braccia il suo corpo paffuto.
«Mamma!» disse lui, muovendosi sotto le sue mani per toccare quelle mani con le varie parti del corpo.
Sorridendo assonnato, sempre con gli occhi chiusi, attraverso la spalliera del letto si afferrò con le manine paffute alle spalle di lei, si lasciò andare addosso a lei, inondandola di quel caro odor di sonno e di tepore che hanno solamente i bambini e cominciò a fregarsi con il viso contro il suo collo e le sue spalle.
«Lo sapevo,» disse, aprendo gli occhi. «Oggi è il mio compleanno. Lo sapevo che saresti venuta. Adesso mi alzo.»
E, dicendo questo, si addormentava di nuovo.
Anna lo scrutava avidamente; vedeva com'era cresciuto e cambiato in sua assenza. Riconosceva e non riconosceva le sue gambe nude, adesso così lunghe, che si erano liberate della coperta; riconosceva quelle guance smagrite, quei riccioli corti, tagliati, sulla nuca, dove l'aveva baciato così spesso. Tastava tutto questo e non poteva dir nulla; le lacrime la soffocavano.
«Perché piangi, mamma?» disse lui, svegliandosi del tutto. «Mamma, perché piangi?» gridò con voce piagnucolosa.
«Io? no, non piangerò più... Piango dalla gioia. Era tanto tempo che non ti vedevo. Non lo farò più, non lo farò più,» disse, inghiottendo le lacrime e voltandosi dall'altra parte. «Be', adesso tu devi vestirti,» aggiunse, dopo essersi ripresa e aver taciuto un poco, e, senza lasciare la sua mano, si sedette accanto al letto su una sedia dov'erano preparati i vestiti.
«Come fai a vestirti senza di me? Come...» avrebbe voluto cominciare a parlare in modo semplice e allegro, ma non potè e si voltò di nuovo dall'altra parte.
«Non mi lavo con l'acqua fredda, il papà non voleva. E Vasìlij Lukìè non l'hai visto? Verrà. Ma tu ti sei seduta sul mio vestito!» E Serëža scoppiò a ridere.
Lei lo guardò e sorrise.
«Mamma, mammina cara!» gridò lui, gettandosi di nuovo verso di lei e abbracciandola. Come se soltanto ora, dopo aver visto il suo sorriso, avesse chiaramente compreso che cosa succedeva. «Questo no, non ci vuole,» disse, togliendole il cappello. E, come se l'avesse vista un'altra volta ora che era senza cappello, si buttò di nuovo a baciarla.
«Ma che cosa pensavi di me? Non pensavi che fossi morta?»
«Non ci ho mai creduto.»
«Non ci credevi, piccolo mio?»
«Lo sapevo, lo sapevo!» ripeteva lui la sua frase preferita e, afferratale la mano che gli carezzava i capelli, cominciò a premerla con il palmo alla propria bocca e a baciarla.
XXX
Vasìlij Lukìè, intanto, il quale in principio non capiva chi fosse quella signora e aveva poi appreso dalla conversazione che era quella stessa madre che aveva abbandonato il marito e che lui non conosceva essendo entrato nella casa quando lei non c'era già più, era in dubbio se dovesse entrare o no, o avvisare Aleksèj Aleksàndroviè. Considerato infine che il suo dovere era di far alzare Serëža a una certa ora, e che perciò non c'era ragione di distinguere chi fosse seduto di là, fosse la madre o chiunque altro, si vestì, si accostò alla porta e l'aprì.
Ma le carezze della madre e del figlio, il suono delle loro voci e quel che dicevano - tutto questo lo indusse a cambiare intenzione. Scosse la testa, e chiuse la porta sospirando. «Aspetterò ancora dieci minuti,» si disse, tossendo e asciugandosi le lacrime.
Fra la servitù della casa, intanto, c'era grande agitazione. Tutti avevano saputo che era venuta la signora e che Kapitònyè l'aveva lasciata entrare, e che adesso lei era nella stanza del bambino; d'altronde il signore dopo le otto passava sempre di persona nella stanza del bambino, e tutti capivano che un incontro dei coniugi era impossibile e bisognava impedirlo. Kornèj, il maggiordomo, sceso in portineria, domandò chi e come l'aveva lasciata entrare e, saputo che l'aveva accolta e accompagnata Kapitònyè, ora sgridava il vecchio. Il portiere taceva ostinatamente, ma quando Kornèj gli disse che per questo bisognava cacciarlo via, Kapitònyè gli saltò addosso e, agitando le mani davanti alla faccia di Kornèj, cominciò a dire:
«Sì, ecco, tu non l'avresti lasciata entrare! Hai servito dieci anni e fuorché favori non hai avuto altro, e adesso prenderesti su e andresti a dirle: per piacere, fuori dunque! Già, tu la politica la capisci bene! Proprio così! Pensa piuttosto a te stesso, come derubi il padrone e ti porti via le pellicce di procione!»
«Soldato!» disse con spregio Kornèj e si voltò verso la njànja che entrava. «Giudicate voi, Màrija Efìmovna: l'ha fatta entrare, non l'ha detto a nessuno,» le si rivolse Kornèj. «Aleksèj Aleksàndroviè verrà fuori subito, andrà nella stanza del bambino!»
«Bella faccenda!» disse la njànja. «Voi, Kornèj Vasìlieviè, in qualche modo dovreste trattenerlo, il signore, e io corro, in qualche modo la porterò via. Bella faccenda!»
Quando la njànja entrò nella stanza del bambino, Serëža raccontava alla madre com'era caduto insieme a Nàdenka, rotolando dall'alto, e come avessero fatto tre volte la capriola. Lei ascoltava i suoni della sua voce, vedeva il suo viso e il giuoco delle espressioni, sentiva la sua mano, ma non capiva quel che lui diceva. Bisognava andar via, bisognava lasciarlo, - questo soltanto essa pensava e sentiva. Aveva udito anche i passi di Vasìlij Lukìè che si era avvicinato alla porta e aveva tossito, aveva udito i passi della njànja che si avvicinava; ma restava seduta, come impietrita, senza la forza di cominciare a parlare, né di alzarsi.
«Signora, colombella!» cominciò a dire la njànja accostandosi ad Anna e baciandole le mani e le spalle. «Dio ha portato una gioia al nostro festeggiato. Non siete cambiata per nulla.»
«Ah, njànja, cara, non sapevo che foste in casa,» disse Anna, tornata in sè per un momento.
«Non ci sto, sto con una figlia, ma sono venuta a fare gli auguri, Anna Arkàdievna, colombella!»
La njànja a un tratto si mise a piangere e ricominciò a baciarle la mano.
Serëža, splendendo con gli occhi e con il sorriso e tenendosi con una mano alla madre e con l'altra alla njànja, pestava il tappeto con i piccoli piedi nudi e grassocci. La tenerezza dell'amata njànja verso sua madre lo estasiava.
«Mamma! Lei viene spesso da me e quando verrà...» fece per cominciare, ma si fermò, notando che la njànja bisbigliava qualcosa alla madre e sulla faccia della madre si esprimevano spavento e qualcosa di simile alla vergogna, che così poco si addiceva alla mamma.
Lei gli si avvicinò.
«Mio caro!» disse.
Non poteva dire addio, ma l'espressione del suo viso lo diceva e lui lo capì.
«Caro, caro Kùtik!» disse con il nome con cui lo chiamava da piccolo, «non mi dimenticherai? Tu...» ma non potè dir altro.
Quante parole pensò poi che avrebbe potuto dirgli! Ma adesso non sapeva e non poteva dirgli nulla. Lui capì che lei era infelice e lo amava. Capì anche quel che la njànja diceva in un bisbiglio. Aveva sentito le parole: «sempre dopo le otto» e aveva capito che questo era stato detto a proposito del padre e che il padre e la madre non dovevano incontrarsi. Questo lo capiva, ma una cosa non poteva capire: perché sulla sua faccia erano apparsi lo spavento e la vergogna?... Lei non era colpevole, ma aveva paura di lui e si vergognava di qualcosa. Avrebbe voluto fare una domanda che gli avrebbe chiarito questo dubbio, ma non osava farla: vedeva che lei soffriva e ne aveva compassione. Si strinse a lei in silenzio e mormorò:
«Non andartene ancora. Non verrà presto.»
La madre lo allontanò da sè per capire se lui pensava a quel che diceva e nell'espressione spaventata del suo viso lesse che lui non solo parlava del padre ma pareva domandare che cosa dovesse pensare del padre.
«Serëža, mio caro,» disse, «vogligli bene, lui è migliore e più buono di me e di fronte a lui io sono colpevole. Quando sarai cresciuto, giudicherai.»
«Meglio di te non c'è nessuno!...» gridò Serëža con disperazione attraverso le lacrime e, afferratala per le spalle, cominciò con tutte le forze a stringerla a sè con le braccia tremanti per la tensione.
«Anima mia, piccolo mio!» disse Anna e anche lei si mise a piangere debolmente, infantilmente, come piangeva lui.
In quel momento si aprì la porta, ed entrò Vasìlij Lukìè. All'altra porta si udirono dei passi e la njànja disse con un bisbiglio spaventato:
«Viene», e porse il cappello ad Anna.
Serëža si lasciò cadere sul letto e scoppiò in singhiozzi, coprendosi la faccia con le mani. Anna staccò quelle mani, baciò ancora una volta il suo viso bagnato e andò a passi rapidi verso la porta. Aleksèj Aleksàndroviè veniva nella sua direzione. Vistala, si fermò e chinò la testa.
Benché essa avesse appena detto che egli era migliore e più buono di lei, nel rapido sguardo che gli gettò, abbracciando tutta la sua figura in ogni particolare, l'assalì un senso di disgusto e di rancore verso di lui e d'invidia per il figlio. Con un gesto rapido abbassò il velo e, affrettato il passo, uscì di corsa dalla stanza.
Non aveva fatto in tempo a tirar fuori i giocattoli e li riportò a casa così com'erano, quei giocattoli che con tanto amore e tristezza il giorno prima aveva scelto nel negozio.
XXXI
Per quanto fortemente Anna avesse desiderato l'incontro con il figlio, per quanto ci pensasse da tempo e vi si fosse preparata, non si sarebbe mai aspettata che quest'incontro l'avrebbe così fortemente colpita. Ritornata nel suo solitario appartamento d'albergo, per un pezzo non potè capire perché fosse lì. «Sì, tutto è finito e sono di nuovo sola,» si disse e, senza togliersi il cappello, si sedette in una poltrona che stava presso il caminetto. Posati gli occhi immobili sull'orologio di bronzo che stava su un tavolo tra le finestre, si mise a pensare.
La ragazza francese portata dall'estero entrò per proporle di vestirsi. Lei la guardò con stupore e disse:
«Dopo.»
Un cameriere le offrì il caffè.
«Dopo,» disse lei.
La balia italiana, vestita la bambina, entrò con lei e la porse ad Anna. La bambina, come sempre paffuta e ben nutrita, vista la mamma girò i sottili braccini protesi e nudi con i palmi in giù e, sorridendo con la boccuccia sdentata, cominciò, come un pesce fa con le pinne, a remare con i braccini, facendo frusciare le pieghe inamidate del gonnellino ricamato. Non si poteva non sorridere, non baciare la bambina, non si poteva non tenderle il dito, al quale lei si attaccò, stridendo e saltellando con tutto il corpo; non si poteva non tenderle il labbro che lei prese in bocca a mo' di bacio. E tutto questo Anna fece, e la prese fra le braccia, e la fece saltare, e baciò la sua gota fresca e i piccoli gomiti nudi; ma, alla vista di quella bambina, le era ancor più chiaro che il sentimento che provava per lei non era neppure amore in confronto a ciò che sentiva per Serëža. Tutto in quella bambina era carino, ma chi sa perché non prendeva il cuore. Nel primo bambino, benché avuto da un uomo che non amava, erano state riposte tutte le forze d'amore che non avevano ricevuto soddisfacimento; la bambina era stata procreata nelle condizioni più difficili e in lei non era stata riposta nemmeno la centesima parte delle cure che erano state usate al primo. Inoltre, nella bambina tutto era ancora attesa, mentre Serëža era già quasi un uomo, e un piccolo uomo amato; in lui già lottavano pensieri, sentimenti; lui capiva, lui amava, lui la giudicava, pensava Anna, ricordandone le parole e gli sguardi. E lei, non soltanto fisicamente, ma anche spiritualmente, era divisa per sempre da lui, e a questo non si poteva porre rimedio.
Diede la bambina alla balia, la congedò e aprì il medaglione in cui c'era il ritratto di Serëža quando aveva quasi la stessa età della bambina. Si alzò e, toltosi il cappello, prese su un tavolino un album in cui c'erano le fotografie del figlio nelle diverse età. Voleva confrontare le fotografie e cominciò a toglierle dall'album. Le tolse tutte. Ne restava una, l'ultima, la fotografia migliore. Lui sedeva a cavalcioni d'una seggiola, aveva gli occhi aggrottati e sorrideva con la bocca. Era la sua espressione più caratteristica, la migliore. Con le piccole mani agili, che quel giorno si muovevano con una particolare tensione nelle bianche dita sottili, sfiorò varie volte l'angolo della fotografia, ma la fotografia si strappava e lei non riusciva a staccarla. Sul tavolo non c'era il tagliacarte e Anna, estratta la fotografia che stava accanto (era una fotografia di Vrònskij, fatta a Roma, con il cappello tondo e i capelli lunghi), con questa spinse fuori la fotografia del figlio. «Sì, eccolo!» disse, gettando un'occhiata alla fotografia di Vrònskij, e a un tratto si ricordò chi fosse la causa del suo dolore di adesso. In tutta quella mattina non si era ricordata nemmeno una volta di lui. Ma ora, a un tratto, vedendo quella faccia virile, nobile, a lei così nota e cara, sentì un inaspettato slancio d'amore per lui.
«Ma dov'è mai? Perché mi lascia sola con le mie sofferenze?» pensò a un tratto con un sentimento di rimprovero, dimenticando che lei stessa gli aveva nascosto tutto quel che si riferiva al figlio. Mandò da lui a chiedergli di venire immediatamente e lo attese con il cuore che le veniva meno, pensando alle parole con le quali gli avrebbe detto tutto e alle espressioni d'amore di lui che l'avrebbero consolata. Il messo ritornò con la risposta che da lui c'era un ospite, ma che sarebbe venuto subito e aveva ordinato di domandarle se lei poteva riceverlo insieme con il principe Jašvìn arrivato a Pietroburgo. «Non verrà solo e non mi ha veduta dal pranzo di ieri,» pensò lei, «non verrà in modo che io possa dirgli tutto, ma verrà con Jašvìn.» E improvvisamente le venne uno strano pensiero: e se lui non fosse più innamorato di lei?
Passando in rassegna gli avvenimenti degli ultimi giorni, le sembrò di vedere in tutto la conferma di questo strano pensiero: e nel fatto che il giorno prima lui non aveva pranzato in casa, e il fatto che aveva insistito perché a Pietroburgo loro alloggiassero separati, e nel fatto che anche adesso non andava da lei solo, come a evitare un incontro a quattr'occhi.
«Ma allora deve dirmelo. Io ho bisogno di saperlo. Se lo saprò, saprò che cosa fare,» si disse, non avendo la forza di immaginarsi la situazione in cui si sarebbe trovata quando si fosse convinta dell'indifferenza di lui. Pensava che lui si era disinnamorato, si sentiva vicina alla disperazione e, proprio per questo, si sentiva particolarmente eccitata. Suonò alla ragazza e andò nel bagno. Vestendosi, si occupò più che non in tutti quei giorni della propria toilette, come se, dopo essersi disinnamorato di lei, lui potesse di nuovo innamorarsi solo perché lei aveva l'abito e l'acconciatura che le stavano meglio.
Sentì il suono del campanello prima che fosse pronta.
Quando uscì in salotto, non lui ma Jašvìn l'accolse con lo sguardo. Lui stava esaminando le fotografie di suo figlio, che lei aveva dimenticato sul tavolo e non si affrettò a guardarla.
«Ci conosciamo,» disse lei, ponendo la sua piccola mano nella mano di Jašvìn che si era turbato, (il che era così strano con la sua enorme statura e la faccia rozza). «Ci conosciamo dall'anno scorso, alle corse. Date qui,» disse, con un gesto rapido togliendo a Vrònskij le fotografie del figlio che lui stava guardando e sogguardandolo in modo significativo con gli occhi scintillanti. «Quest'anno sono state belle le corse? Invece di queste, io ho visto le gare sul Corso a Roma. A voi del resto non piace la vita all'estero,» aggiunse sorridendo affabilmente. «Io vi conosco e conosco tutti i vostri gusti, anche se ci siamo incontrati così poco.»
«Questo mi dispiace molto, perché i miei gusti per lo più sono cattivi,» disse Jašvìn, mordicchiandosi il baffo sinistro.
Dopo aver parlato per un certo tempo e aver notato che Vrònskij aveva guardato l'orologio, Jašvìn le domandò se sarebbe rimasta ancora per molto a Pietroburgo e, raddrizzata la sua enorme figura, prese il chepì.
«Non per molto, a quanto pare,» disse lei con imbarazzo, dopo aver gettato un'occhiata a Vrònskij.
«Allora non ci rivedremo più?» disse Jašvìn, alzandosi e rivolgendosi a Vrònskij. «Tu dove pranzi?»
«Venite a pranzo da me,» disse con decisione Anna, come arrabbiandosi con se stessa per il proprio imbarazzo, ma diventando rossa, come sempre quando mostrava dinanzi a una nuova persona la sua situazione. «Qui la cucina non è buona, ma per lo meno starete con lui. Di tutti i compagni di reggimento a nessuno Aleksèj vuol bene come a voi.»
«Lietissimo,» disse Jašvìn con un sorriso da cui Vrònskij vide che Anna gli era piaciuta molto.
Jašvìn salutò e uscì, Vrònskij rimase indietro.
«Vai via anche tu?» gli disse lei.
«Sono già in ritardo,» rispose egli. «Vai! Ti raggiungo subito,» gridò poi a Jašvìn.
Lei lo prese per una mano e, senza abbassare gli occhi, lo guardava cercando nella propria mente che cosa dire per trattenerlo.
«Aspetta, ho bisogno di dirti qualcosa», e, presa la sua mano corta, la premette contro la propria guancia. «Sì, non fa nulla che l'abbia invitato a pranzo?»
«Hai fatto benissimo,» disse lui con un sorriso tranquillo, scoprendo i suoi denti fitti e baciandole la mano.
«Aleksèj, tu non sei cambiato verso di me?» disse Anna, stringendogli la mano con entrambe le sue. «Aleksèj, io mi sono sfinita, qua. Quando partiamo?»
«Presto, presto. Tu non puoi credere quanto la nostra vita qui sia pesante anche per me,» disse Vrònskij e ritrasse la mano.
«Be', vai, vai!» disse lei offesa e si allontanò in fretta da lui.
XXXII
Quando Vrònskij ritornò a casa, Anna non c'era ancora. Subito dopo di lui, secondo quel che gli dissero, era venuta una signora ed erano andate via insieme. Il fatto che lei fosse andata via, senza dire dove, il fatto che ancora non fosse rientrata, il fatto che anche al mattino fosse andata in qualche posto senza dirgli nulla, - tutto questo, insieme all'espressione stranamente eccitata del suo viso quella mattina e al ricordo del tono ostile con cui davanti a Jašvìn gli aveva quasi strappato di mano le fotografie del figlio, lo costrinse a riflettere. Decise che era necessario avere una spiegazione con lei. E l'aspettò nel salotto. Anna però non tornò sola, ma condusse con sè una zia, una vecchia zitella, la principessa Oblònskaja. Era stata lei a venire quella mattina e con lei Anna era andata a fare degli acquisti. Anna sembrava non notare l'espressione preoccupata e interrogativa del viso di Vrònskij e gli raccontava gaiamente che cosa aveva acquistato quella mattina. Lui vedeva che in lei accadeva qualcosa di particolare: negli occhi scintillanti, quando si fermavano di sfuggita su di lui, c'era un'attenzione tesa, e nel discorso e nei movimenti c'erano quella rapidità nervosa e quella grazia che nel primo periodo della loro unione lo affascinavano tanto e adesso invece lo allarmavano e lo spaventavano.
Il pranzo fu preparato per quattro. Tutti si erano già riuniti per uscire nella piccola sala da pranzo, quando arrivò Tuškèviè con una commissione per Anna da parte della principessa Betsy. La principessa Betsy pregava di scusarla perché non era venuta a salutarla; stava poco bene, ma pregava Anna di andare da lei fra le sei e mezzo e le nove. Vrònskij diede un'occhiata ad Anna nel sentire quella delimitazione di tempo, che dimostrava come fossero state prese misure affinché lei non incontrasse nessuno; ma Anna parve non averlo notato.
«È un gran peccato che proprio fra le sei e mezzo e le nove io non possa,» disse, sorridendo impercettibilmente.
«Alla principessa dispiacerà molto.»
«Anche a me.»
«Forse andate a sentire la Patti?» disse Tuškèviè.
«La Patti? Mi date un'idea. Ci andrei ma non ho un palco.»
«Io posso procurarlo,» si offrì Tuškèviè.
«Vi sarei molto, molto grata,» disse Anna. «Ma non volete pranzare con noi?»
Vrònskij alzò le spalle in modo appena percettibile. Non capiva il comportamento di Anna. Perché aveva portato quella vecchia principessa, perché faceva restare a pranzo Tuškèviè e, cosa più sorprendente di tutte, perché lo mandava a prendere un palco? Era forse possibile, nella sua situazione, pensare di andare a una serata d'abbonamento della Patti dove ci sarebbe stato tutto il bel mondo che la conosceva? La guardò con uno sguardo serio, ma lei gli rispose con quello stesso sguardo provocante, fra l'allegro e il disperato, di cui gli sfuggiva il significato. A pranzo Anna fu aggressivamente gaia: pareva che civettasse con Tuškèviè e con Jašvìn. Quando si alzarono da tavola e Tuškèviè andò a procurare il palco e Jašvìn uscì a fumare, Vrònskij discese con lui nel proprio appartamento. Dopo esserci rimasto un po' di tempo, corse di sopra. Anna era già vestita d'un abito chiaro di seta, fatto fare a Parigi, con il petto scoperto e un prezioso merletto bianco in testa, che le incorniciava il viso e faceva risaltare in modo particolare la sua luminosa bellezza.
«Andate proprio a teatro?» disse Vrònskij, cercando di non guardarla.
«Perché me lo chiedete con tanto spavento?» disse lei, di nuovo offesa perché lui non la guardava. «Perché mai non dovrei andarci?»
Pareva che non avesse capito il significato delle parole di Vrònskij.
«Si capisce, non c'è nessuna ragione,» disse lui accigliandosi.
«È proprio quel che dico io,» disse lei, non afferrando con intenzione l'ironia del tono di Vrònskij e rimboccando con calma il lungo guanto profumato.
«Anna, per amor di Dio! Che cos'avete?» disse lui, esattamente come una volta le aveva detto il marito per richiamarla alla realtà.
«Non capisco la vostra domanda.»
«Voi sapete che non si può andare.»
«Perché? Non ci andrò sola. La principessa Varvàra è andata a vestirsi, verrà con me.»
Lui alzò le spalle con un'aria di perplessità e di disperazione.
«Ma non sapete forse...» fu per cominciare.
«Ma io non voglio sapere!» quasi gridò lei. «Non voglio. Mi pento forse di quel che ho fatto? No, no e no. E se si ricominciasse daccapo sarebbe lo stesso. Per noi, per me e per voi una sola cosa è importante: se ci amiamo a vicenda. E non ci sono altre considerazioni. Perché abitiamo qui separati e non ci vediamo? Perché non posso andare a teatro? Io ti amo e non m'importa di niente,» disse in russo dopo averlo guardato con un particolare fulgore degli occhi, a lui incomprensibile, «se tu non sei cambiato. Perché non mi guardi?»
Egli la guardò. Vide tutta la bellezza del suo viso e dell'abbigliamento che le stava sempre così bene. Ma adesso proprio la sua bellezza e la sua eleganza erano quel che lo irritava.
«Il mio sentimento non può mutare, voi lo sapete, ma io vi prego di non andare, ve ne supplico,» disse di nuovo Vrònskij in francese con tenera preghiera nella voce ma con freddezza nello sguardo.
Lei non sentiva le parole, ma vedeva la freddezza dello sguardo e rispose con irritazione:
«E io vi prego di dirmi perché non devo andarci.»
«Perché questo vi può arrecare...» ed egli esitò.
«Non vi capisco. Jašvìn n'est pas compromettant, e la principessa Varvàra non è affatto peggio degli altri. Ma eccola qui.»
XXXIII
Per la prima volta Vrònskij provava un sentimento di stizza, quasi di rancore contro Anna per il suo intenzionale non voler capire la propria situazione. Questo sentimento era accentuato ancor più dal fatto che non poteva manifestarle la causa della propria stizza. Se le avesse espresso apertamente quel che pensava, avrebbe detto: «Apparire in teatro in quest'abbigliamento, con la principessa che tutti conoscono, significa non solo riconoscere la propria posizione di donna perduta, ma gettare una sfida al mondo, cioè rinunciarvi per sempre.»
Lui non poteva dirle questo. «Ma come può non capirlo e che cosa le succede?» si diceva. Sentiva come nello stesso tempo la sua stima per lei diminuisse, mentre aumentava la coscienza della sua bellezza.
Tornò accigliato nella sua camera e, sedutosi vicino a Jašvìn che aveva steso le sue lunghe gambe sulla seggiola e beveva cognac con acqua di selz, si fece servire la stessa cosa.
«Tu dici Mogùèij di Lankòvskij. È un buon cavallo e ti consiglio di comprarlo,» disse Jašvìn, dopo aver guardato la faccia scura del compagno. «È cadente di groppa, ma quanto a zampe e testa non si può desiderare di meglio.»
«Penso che lo prenderò,» rispose Vrònskij.
Il discorso sui cavalli lo interessava, ma non riusciva neanche per un istante a dimenticare Anna; ascoltava senza volerlo i rumori dei passi in corridoio e lanciava sguardi all'orologio sul caminetto.
«Anna Arkàdievna ha ordinato di riferire che è andata a teatro.»
Jašvìn, rovesciato ancora un bicchierino di cognac nell'acqua frizzante, bevve e si alzò abbottonandosi.
«Ebbene, andiamo?» disse, sorridendo impercettibilmente sotto i baffi e dando a vedere con quel sorriso che capiva la causa dell'umor nero di Vrònskij, ma non le attribuiva importanza.
«Io non vengo,» rispose cupamente Vrònskij.
«E io devo, l'ho promesso. Be', arrivederci. Se no, vieni in poltrona, prendi la poltrona di Krasìnskij,» aggiunse Jašvìn uscendo.
«No, ho da fare.»
«Con la moglie preoccupazioni, con la non moglie peggio ancora,» pensò Jašvin, uscendo dall'albergo.
Rimasto solo, Vrònskij si alzò dalla sedia e cominciò a camminare per la stanza.
«Oggi cos'è? La quarta serata d'abbonamento... C'è Egòr con la moglie e probabilmente anche la madre. Significa che tutta Pietroburgo è là. Adesso lei è entrata, si è tolta la pelliccia, si è messa in luce. Tuškèviè, Jašvìn, la principessa Varvàra...» andava immaginando. «E io che faccio? Ho paura, oppure ho passato a Tuškèviè l'incarico di proteggerla? Comunque sia, tutto ciò è stupido, stupido... E perché lei mi mette in una simile situazione?» disse, facendo un gesto con la mano.
Con quel movimento s'impigliò nel tavolino sopra il quale stavano l'acqua di selz e la bottiglia del cognac e per poco non la buttò giù. Per afferrare la bottiglia, la fece cadere e per la stizza diede un calcio al tavolino e suonò.
«Se vuoi rimanere al mio servizio,» disse al cameriere che entrava, «ricordati del tuo dovere. Che questo non succeda più. Devi portar via.»
Il cameriere, sentendosi innocente, avrebbe voluto giustificarsi, ma, guardato il signore, capì dalla sua faccia che non c'era da far altro che tacere e, destreggiandosi in fretta, si abbassò sul tappeto e cominciò a separare i bicchierini e le bottiglie interi da quel che era rotto.
«Questo non è affar tuo, manda il domestico perché sgomberi e tu preparami il frac.»
Vrònskij entrò in teatro alle otto e mezzo. Lo spettacolo era già avanzato. Un vecchietto che faceva da maschera tolse a Vrònskij la pelliccia e, riconosciutolo, lo chiamò «vostra eccellenza» e gli disse che non occorreva che prendesse lo scontrino: all'uscita bastava che chiedesse di Fëdor. Nel corridoio illuminato non c'era nessuno eccetto la maschera e due domestici, con le pellicce sul braccio, che ascoltavano vicino alla porta. Di là dalla porta socchiusa si sentivano i suoni dell'orchestra, e una voce femminile che pronunciava distintamente una frase musicale. La porta si aprì lasciando passare una maschera che sgattaiolò via, e la frase, che si avvicinava alla fine, colpì con chiarezza l'udito di Vrònskij. Ma la porta si richiuse immediatamente e Vrònskij non sentì la fine della frase e la cadenza, ma capì dal fragore di applausi al di là della porta, che la cadenza era finita. Quando entrò nella sala vivamente illuminata dai lampadari e dai becchi a gas di bronzo, il rumore continuava ancora. Sulla scena, una cantante con le spalle nude e scintillante di brillanti, piegandosi e sorridendo, raccoglieva con l'aiuto del tenore che la teneva per mano i mazzi di fiori che volavano goffamente al di sopra della ribalta, e si avvicinava a un signore con la riga in mezzo ai capelli lucidi di brillantina, che si protendeva con le lunghe braccia al di là della ribalta con qualcosa in mano; tutto il pubblico, in platea, e nei palchi, si agitava, si spingeva avanti, gridava e applaudiva. Il direttore d'orchestra, sul suo podio, aiutava a porgere i fiori e si accomodava la sua bianca cravatta. Vrònskij entrò nel mezzo della platea e, fermatosi, cominciò a guardarsi intorno. Quel giorno meno che mai rivolse l'attenzione al noto, abituale ambiente, al palcoscenico, a quel fragore, a tutto quel noto, poco interessante, variopinto gregge degli spettatori nel teatro pieno zeppo.
Nei palchi c'erano certe signore, sempre le stesse, con certi ufficiali in fondo ai palchi; le stesse, Dio sa quali, variopinte donne, e uniformi, e finanziere; la stessa folla sporca in loggione, e, in tutta quella folla, nei palchi e nelle prime file, c'era una quarantina di uomini e donne veri. E Vrònskij immediatamente rivolse l'attenzione a questa oasi, e con essa entrò subito in contatto.
L'atto finiva quando lui era entrato e perciò, senza passare nel palco del fratello, andò sino alla prima fila e si fermò vicino alla ribalta insieme con Serpuchovskòj che, piegando un ginocchio e tambureggiando con un tacco contro la ribalta, l'aveva chiamato a sè con un sorriso, dopo averlo visto da lontano.
Vrònskij non aveva ancora veduto Anna; deliberatamente non guardava dalla sua parte. Ma sapeva, dalla direzione degli sguardi, dove fosse. Si guardava attorno senza farsi notare, ma non cercava lei. Aspettandosi il peggio, cercava con gli occhi Aleksèj Aleksàndroviè. Per sua fortuna, questa volta Aleksèj Aleksàndroviè non era a teatro.
«Quanto poco di militare è rimasto in te!» gli disse Serpuchovskòj. «Un diplomatico, un artista, ecco, qualcosa del genere.»
«Sì, appena sono tornato a casa, ho messo il frac,» rispose Vrònskij sorridendo e tirando fuori lentamente il binocolo.
«In questo, lo confesso, ti invidio. Quando torno dall'estero e metto questo,» egli toccò le cordelline, «rimpiango la libertà.»
Serpuchovskòj ormai da tempo aveva rinunciato all'idea di una attività di Vrònskij in servizio, ma gli voleva bene come prima e adesso era particolarmente gentile con lui.
«Peccato, sei arrivato troppo tardi per il primo atto.»
Ascoltando con un orecchio solo, Vrònskij spostava il binocolo dal primo ordine di palchi al secondo e scrutava i palchi. Accanto a una signora in turbante e a un vecchietto calvo che ammiccò furiosamente nella lente del binocolo che si spostava, a un tratto Vrònskij vide la testa di Anna, superba, meravigliosamente bella e sorridente nella cornice di pizzi. Era nel quinto palco di prim'ordine, a venti passi da lui. Era seduta davanti e, voltandosi appena, diceva qualcosa a Jašvìn. L'attaccatura della testa sulle belle e larghe spalle e il fulgore trattenuto ed eccitato dei suoi occhi e di tutto il viso gliela ricordarono tale e quale l'aveva vista al ballo a Mosca. Ma adesso egli sentiva in modo completamente diverso quella bellezza. Nel suo sentimento verso di lei adesso non c'era nulla di misterioso e perciò la sua bellezza, benché lo attraesse assai più fortemente di prima, nello stesso tempo lo offendeva. Lei non guardava dalla sua parte, ma Vrònskij sentiva che lo aveva già visto.
Quando Vrònskij puntò di nuovo il binocolo da quella parte, notò che la principessa Varvàra era particolarmente rossa, rideva in modo innaturale e si voltava ininterrottamente verso il palco vicino; Anna invece, chiuso il ventaglio e picchiettando con esso sul velluto rosso, guardava chi sa dove, ma non vedeva ed evidentemente non voleva vedere quel che succedeva nel palco vicino. Sulla faccia di Jašvin c'era l'espressione che lui di solito aveva quando perdeva al giuoco. Accigliato, egli ficcava sempre più profondamente in bocca il baffo sinistro e guardava di sbieco verso il palco vicino.
In quel palco, a sinistra, c'erano i Kartàsov. Vrònskij li conosceva e sapeva che Anna era in amicizia con loro. La Kartàsova, una donna magra, piccola, era in piedi nel palco e, voltando le spalle ad Anna, si metteva la mantiglia che le porgeva il marito. La sua faccia era pallida e arrabbiata ed essa diceva qualcosa in modo agitato. Kartàsov, un signore grasso e calvo, si sforzava di calmare la moglie, voltandosi di continuo a guardar Anna. Quando la moglie fu uscita, il marito indugiò a lungo, cercando con gli occhi lo sguardo di Anna e desiderando evidentemente salutarla. Ma Anna, facendo evidentemente apposta a non notarlo, voltatasi indietro, diceva qualcosa a Jašvìn chino sopra di lei con la sua testa dai capelli corti. Kartàsov uscì senza aver salutato e il palco rimase vuoto.
Vrònskij non aveva capito che cosa fosse precisamente accaduto fra i Kartàsov e Anna, ma aveva capito che era accaduto qualcosa d'umiliante per Anna. Aveva capito questo sia da quel che aveva visto, sia soprattutto dal viso di Anna, la quale, lui lo sapeva, raccoglieva le ultime sue forze per sostenere la parte che si era assunta. E questa parte di calma esteriore le riusciva perfettamente. Chi non conoscesse lei e il suo ambiente, chi non avesse sentito tutte le espressioni di compassione, di indignazione e di stupore delle donne, perché Anna si era permessa di mostrarsi così in società e di mostrarvisi in modo così appariscente nella sua acconciatura di merletto e in tutta la sua bellezza, avrebbe potuto ammirare la calma e la bellezza di quella donna, e non sospettare che i sentimenti che essa provava ora erano quelli di una persona esposta al palo dell'infamia.
Sapendo che qualcosa era successo, ma non sapendo precisamente cosa, Vrònskij era in preda a un'ansia tormentosa e, sperando di venirne a sapere di più, andò nel palco del fratello. Scelto apposta il passaggio di platea opposto al palco di Anna, mentre usciva si scontrò con il suo antico comandante di reggimento che parlava con due conoscenti. Vrònskij li sentì pronunciare il nome dei Karènin e notò che il comandante di reggimento si affrettò a nominare ad alta voce «Vrònskij» dopo aver dato un'occhiata significativa agli interlocutori.
«Ah, Vrònskij? E quando al reggimento? Non ti possiamo lasciare andar via senza un banchetto. Tu sei uno dei nostri,» disse il comandante.
«Non farò in tempo, è un gran peccato, sarà per un'altra volta,» disse Vrònskij e corse su per la scala verso il palco del fratello.
La vecchia contessa, la madre di Vrònskij, con i suoi riccioli d'acciaio, era nel palco del fratello. Vàrja con la principessa Soròkina gli venne incontro nel corridoio del primo ordine.
Dopo aver accompagnato la principessa Soròkina dalla madre, Vàrja diede il braccio al cognato e si mise subito a parlare con lui di quel che lo interessava. Era agitata come lui di rado l'aveva vista.
«Trovo che questo sia basso e vile, e madame Kartàsova non ne aveva alcun diritto. Madame Karènina...» cominciò.
«Ma che cosa? Io non so.»
«Come, non hai sentito?»
«Capisci che sarò l'ultimo a sentirlo.»
«C'è una persona più cattiva di quella Kartàsova?»
«Ma che cos'ha fatto?»
«Me l'ha raccontato mio marito... Ha offeso la Karènina. Suo marito aveva incominciato a parlare con lei attraverso il palco e la Kartàsova gli ha fatto una scenata. Dicono che abbia detto ad alta voce qualcosa di offensivo e sia uscita.»
«Conte, la vostra maman vi chiama,» disse la principessa Soròkina, affacciandosi alla porta del palco.
«E io sto sempre ad aspettarti,» gli disse la madre, sorridendo ironicamente. «Non ti si vede mai.»
Il figlio vide che essa non poteva trattenere un sorriso di gioia.
«Buona sera, maman. Venivo da voi,» disse con freddezza.
«Come mai non vai a faire la cour à madame Karenine?» soggiunse essa quando la principessa Soròkina si fu allontanata. «Elle fait sensation. On oublie la Patti pour elle.»
«Maman, vi ho chiesto di non parlarmi di questo,» rispose lui, accigliandosi.
«Dico quello che dicon tutti.,»
Vrònskij non rispose nulla e, dopo aver detto qualche parola alla principessa Soròkina, uscì. Sulla soglia incontrò il fratello.
«Ah, Aleksèj!» disse il fratello. «Che bassezza! Una stupida, nient'altro... Adesso volevo andar da lei. Andiamoci insieme.»
Vrònskij non lo ascoltò. A passi veloci andò giù; sentiva di dover far qualcosa, ma non sapeva che cosa. Lo agitavano il risentimento contro di lei, perché lo aveva messo in una situazione così falsa, insieme alla compassione per lei. Discese in platea e si diresse senz'altro verso il palco di prim'ordine di Anna. Vicino al palco c'era Strèmov che conversava con lei in piedi.
«Non ci son più tenori. La moule en est brisé.»
Vrònskij le fece un inchino e si fermò per salutare Strèmov.
«A quel che pare siete arrivato tardi e non avete sentito l'aria più bella,» disse Anna a Vrònskij, dopo avergli dato un'occhiata che a lui parve ironica.
«Sono un cattivo intenditore,» disse lui, guardandola severamente.
«Come il principe Jašvìn,» disse Anna sorridendo, «il quale trova che la Patti canta troppo forte. Vi ringrazio,» disse poi, prendendo nella sua piccola mano dentro il lungo guanto il programma che Vrònskij aveva raccolto e, a un tratto, in quell'istante il suo bel viso ebbe un fremito. Si alzò e andò in fondo al palco.
Avendo notato che nell'atto successivo il palco di lei era rimasto vuoto, Vrònskij, suscitando gli zittii del teatro ammutolito ai suoni di una cavatina, uscì dalla platea e andò a casa.
Anna era già a casa. Vrònskij entrò da lei: era sola e con la medesima acconciatura che aveva a teatro. Sedeva nella prima poltrona presso la parete e guardava dinanzi a sè. Lo guardò e subito riprese la posizione di prima.
«Anna,» disse lui.
«Tu, tu sei colpa di tutto!» gridò lei con lacrime di disperazione e di rabbia nella voce, alzandosi.
«Ti ho pregata, ti ho supplicata di non andare, lo sapevo che per te sarebbe stato spiacevole...»
«Spiacevole!» gridò lei. «Spaventoso! Per tutta la vita, non lo dimenticherò. Ha detto che sedere vicino a me è disonorante.»
«Parole di una donna stupida,» disse Vrònskij, «ma perché rischiare, sfidare...»
«Odio la tua calma. Non dovevi ridurmi a questo. Se tu mi amassi...»
«Anna! Che cosa c'entra qui il mio amore...»
«Sì, se tu mi amassi come ti amo io, se ti torturassi come me...» disse lei, guardandolo con un'espressione di spavento.
Lui ne aveva pietà e nello stesso tempo era indispettito. L'assicurò del proprio amore, perché vedeva che soltanto questo adesso poteva calmarla, e non la rimproverò con parole benché nell'animo suo la rimproverasse.
E quelle assicurazioni d'amore che a lui sembravano così banali da vergognarsi a pronunciarle, lei le beveva con avidità, e a poco a poco si calmava. Il giorno dopo, completamente rappacificati, partirono per la campagna.
ANNA KARENINA IV - V
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