USA INTERNET EXLORER O PER GLI ALTRI BROWSER IL CHARACTER CODING WESTERN (MAC ROMAN)

 

GABRIELE D'ANNUNZIO

 

L'innocente

 


 

 

 

 

 

 

Beati immaculati...

 

Andare davanti al giudice, dirgli: “Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l'ho uccisa. Ho premeditato l'assassinio, nella mia casa. L'ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è l'anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi”. Posso andare davanti al giudice, posso parlargli così?

Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi.

Eppure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno.

A CHI?

 

 


 

 

 

 

 

 

 

Il primo ricordo è questo.

Era di aprile. Eravamo in provincia, da alcuni giorni, io e Giuliana e le nostre due bambine Maria e Natalia, per le feste di Pasqua, in casa di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna, detta La Badiola. Correva il settimo anno dal matrimonio.

Ed erano già corsi tre anni da un'altra Pasqua che veramente m'era parsa una festa di perdono, di pace e d'amore, in quella villa bianca e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche; quando Natalia, la seconda delle mie figliuole, tentava i primi passi, uscita allora allora dalle fasce come un fiore dall'invoglio, e Giuliana si mostrava per me piena d'indulgenza, sebbene con un sorriso un po' malinconico. Io era tornato a lei, pentito e sommesso, dopo la prima grave infedeltà. Mia madre, inconsapevole, con le sue care mani aveva posto un ramoscello d'olivo a capo del nostro letto e aveva riempita la piccola acquasantiera d'argento che pendeva dalla parete.

Ma ora, in tre anni, quante cose mutate! Tra me e Giuliana era avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di lei s'erano andati accumulando. Io l'aveva offesa nei modi più crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidità di piacere, dalla rapidità delle mie passioni, dalla curiosità del mio spirito corrotto. Ero stato l'amante di due tra le sue amiche intime. Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo, imprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il mio disgraziato avversario s'era coperto di ridicolo, per talune circostanze bizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in silenzio.

 

C'erano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerità diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che io sapevo intellettuale.

Anche sapevo che ella riconosceva la superiorità della mia intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le teorie speciose da me esposte più d'una volta in presenza di lei a danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla maggioranza degli uomini. La certezza di non essere giudicato da lei come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei errori. “Anch'ella dunque - io pensavo - comprende che, essendo io diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi, posso giustamente disprezzare l'opinione altrui e vivere nella assoluta sincerità della mia natura eletta.”

Io ero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto. Orgoglioso e curioso di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio, un'abnegazione di me stesso, come non sapevo rinunciare a un'espressione, a una manifestazione del mio desiderio. Ma in fondo a tutte queste mie sottigliezze non c'era se non un terribile egoismo; poiché, trascurando gli obblighi, io accettavo i benefizi del mio stato.

A poco a poco, infatti, di abuso in abuso, io era giunto a riconquistare la mia primitiva libertà col consenso di Giuliana, senza ipocrisie, senza sotterfugi, senza menzogne degradanti. Io mettevo il mio studio nell'esser leale, a qualunque costo, come altri nel fingere. Cercavo di confermare in tutte le occasioni, tra me e Giuliana, il nuovo patto di fraternità, di amicizia pura. Ella doveva essere la mia sorella, la mia migliore amica.

Una mia sorella, l'unica, Costanza, era morta a nove anni lasciandomi in cuore un rimpianto senza fine. Io pensavo spesso, con una profonda malinconia, a quella piccola anima che non aveva potuto offrirmi il tesoro della sua tenerezza, un tesoro da me sognato inesauribile. Fra tutti gli affetti umani, fra tutti gli amori della terra, quello sororale m'era sempre parso il più alto e il più consolante. Io pensavo spesso alla grande consolazione perduta, con un dolore che la irrevocabilità della morte rendeva quasi mistico. Dove trovare, su la terra, un'altra sorella?

Spontaneamente, questa aspirazione sentimentale si volse verso Giuliana. Sdegnosa di mescolanze, ella aveva già rinunziato ad ogni carezza, a qualunque abbandono. Io già da tempo non provavo più neppur l'ombra d'un turbamento sensuale, standole accanto; sentendo il suo alito, aspirando il suo profumo, guardando il piccolo segno bruno ch'ella aveva sul collo, io rimanevo nella più pura frigidità. Non mi pareva possibile che quella fosse la donna medesima che un giorno io aveva veduto impallidire e mancare sotto la violenza del mio ardore.

Io le offersi dunque la mia fraternità; ed ella accettò, semplicemente. Se ella era triste, io era più triste ancóra, pensando che noi avevamo sepolto il nostro amore per sempre, senza speranza di resurrezione; pensando che le nostre labbra non si sarebbero forse unite mai più, mai più. E, nella cecità del mio egoismo, mi parve che ella dovesse in cuor suo essermi grata di quella mia tristezza che io già sentivo immedicabile, e mi parve che ella dovesse anche esserne paga e consolarsene come d'un riflesso del lontano amore.

Ambedue un tempo avevamo sognato non pur l'amore ma la passione fino alla morte, usque ad mortem. Ambedue avevamo creduto al nostro sogno e avevamo proferito piĚ d'una volta, nell'ebrezza, le due grandi parole illusorie: Sempre! Mai! Avevamo perfino creduto all'affinità della nostra carne, a quell'affinità rarissima e misteriosa che lega due creature umane col tremendo legame del desiderio insaziabile; ci avevamo creduto perché l'acutezza delle nostre sensazioni non era diminuita neppure dopo che, avendo noi procreato un nuovo essere, l'oscuro Genio della specie aveva raggiunto per mezzo di noi il suo unico intento.

L'illusione era caduta; ogni fiamma era spenta. La mia anima (lo giuro) aveva pianto sinceramente su la ruina. Ma come opporsi a un fenomeno necessario? Come evitare l'inevitabile?

Era dunque gran ventura che, morto l'amore per le necessità fatali dei fenomeni e quindi senza colpa di alcuno, noi potessimo ancóra vivere nella stessa casa tenuti da un sentimento nuovo, forse non meno profondo dell'antico, certo più elevato e più singolare. Era gran ventura che una nuova illusione potesse succedere all'antica e stabilire tra le nostre anime uno scambio di affetti puri, di commozioni delicate, di squisite tristezze.

Ma, in realtà, questa specie di retorica platonica a qual fine tendeva? Ad ottenere che una vittima si lasciasse sacrificare sorridendo.

In realtą, la nuova vita, non piĚ coniugale ma fraterna, si basava tutta su un presupposto: su l'assoluta abnegazione della sorella. Io riconquistavo la mia libertą, potevo andare in cerca delle sensazioni acute di cui avevano bisogno i miei nervi, potevo appassionarmi per un'altra donna, vivere fuori della mia casa e trovare la sorella ad aspettarmi, trovare nelle mie stanze la traccia visibile delle sue cure, trovare sul mio tavolo in una coppa le rose disposte dalle sue mani, trovare da per tutto l'ordine e l'eleganza e il nitore come in un luogo abitato da una Grazia. Questa mia condizione non era invidiabile? E non era straordinariamente preziosa la donna che consentiva a sacrificarmi la sua giovinezza, paga soltanto di essere baciata con gratitudine e quasi con religione su la fronte altera e dolce?

La mia gratitudine talvolta diveniva così calda che si espandeva in una infinità di delicatezze, di premure affettuose. Io sapevo essere il migliore dei fratelli. Quando ero assente, scrivevo a Giuliana lunghe lettere malinconiche e tenere che spesso partivano insieme con quelle dirette alla mia amante; e la mia amante non avrebbe potuto esserne gelosa, allo stesso modo che non poteva esser gelosa della mia adorazione per la memoria di Costanza.

Ma, sebbene assorto nell'intensitą della mia vita particolare, io non sfuggivo alle interrogazioni che di tratto in tratto mi sorgevano dentro. Perché Giuliana persistesse in quella meravigliosa forza di sacrificio, bisognava ch'ella mi amasse d'un sovrano amore; e, amandomi e non potendo essere se non la mia sorella, doveva portar chiusa in sé una disperazione mortale. - Non era dunque un forsennato l'uomo che immolava, senza rimorso, ad altri amori torbidi e vani quella creatura così dolorosamente sorridente, così semplice, così coraggiosa? - Mi ricordo (e la perversione mia di quel tempo mi stupisce) mi ricordo che tra le ragioni che io dissi a me stesso per acquietarmi, questa fu la più forte: “La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori superati, perché ella avesse occasione d'essere eroica era necessario ch'ella soffrisse quel ch'io le ho fatto soffrire”.

Ma un giorno io m'avvidi ch'ella soffriva anche nella sua salute; m'avvidi che il suo pallore diveniva più cupo e talvolta si empiva come di ombre livide. Più d'una volta sorpresi nella sua faccia le contrazioni d'uno spasimo represso; più d'una volta ella fu assalita, in mia presenza, da un tremito infrenabile che la scoteva tutta e le faceva battere i denti come nel ribrezzo di una febbre subitanea. Una sera, da una stanza lontana mi giunse un grido di lei, lacerante; e io corsi, e la trovai in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva come se avesse inghiottito un veleno. Mi afferrò una mano e me la tenne stretta come in una morsa.

- Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile!

Ella mi guardava, da presso; teneva fissi nei miei occhi i suoi occhi dilatati, che mi parvero nella penombra straordinariamente larghi. E io vedevo in quei larghi occhi passare, come a onde, la sofferenza sconosciuta; e quello sguardo continuo, intollerabile, mi suscitò d'un tratto un terrore folle. Era di sera, era il crepuscolo, e la finestra era spalancata, e le tende si gonfiavano sbattendo, e una candela ardeva su un tavolo, contro uno specchio; e, non so perché, lo sbattito delle tende, l'agitazione disperata di quella fiammella, che lo specchio pallido rifletteva, presero nel mio spirito un significato sinistro, aumentarono il mio terrore. Il pensiero del veleno mi balenò; e in quell'attimo ella non poté frenare un altro grido; e, fuori di sé per lo spasimo, si gittò sul mio petto perdutamente.

- Oh Tullio, Tullio, aiutami! aiutami!

Agghiacciato dal terrore io rimasi un minuto senza poter proferire una parola, senza poter muovere le braccia.

- Che hai fatto? Che hai fatto? Giuliana! Parla, parla... Che hai fatto?

Sorpresa dalla profonda alterazione della mia voce, ella si ritrasse un poco e mi guardò. Io dovevo avere la faccia più bianca e più sconvolta della sua, perché ella mi disse rapidamente, smarritamente:

- Nulla, nulla. Tullio, non ti spaventare. Non è nulla, vedi... Sono i miei soliti dolori... Sai, è una delle solite crisi... che passano. Càlmati.

Ma io, invasato dal terribile sospetto, dubitai delle sue parole. Mi pareva che tutte le cose intorno a me rivelassero l'avvenimento tragico e che una voce interna mi accertasse: “Per te, per te ha voluto morire. Tu, tu l'hai spinta a morire”. E io le presi le mani e sentii che erano fredde, e vidi scendere dalla sua fronte una goccia di sudore...

- No, no, tu m'inganni, - proruppi - tu m'inganni. Per pietą, Giuliana, anima mia, parla, parla! Dimmi: che hai... Dimmi, per pietą: che hai... bevuto?

E i miei occhi esterrefatti cercarono intorno, su i mobili, sul tappeto, dovunque, un indizio.

Allora ella comprese. Si lasciò cadere di nuovo sul mio petto e disse, rabbrividendo e facendomi rabbrividire, disse con la bocca contro la mia spalla (mai, mai dimenticherò l'accento indefinibile), disse:

- No, no, no, Tullio; no.

Ah, che cosa nell'universo puė uguagliare l'accelerazione vertiginosa della nostra vita interiore? Noi rimanemmo in quell'atto, nel mezzo della stanza, muti; e un mondo inconcepibilmente vasto di sentimenti e di pensieri si agitė dentro di me, in un sol punto, con una luciditą spaventevole. “E se fosse stato vero?” chiedeva la voce. “Se fosse stato vero?

Un sussulto incessante scoteva Giuliana, contro il mio petto; ed ella ancóra teneva celata la faccia; ed io sapeva che ella, pur soffrendo ancóra nella sua povera carne, non ad altro pensava che alla possibilità del fatto da me sospettato, non ad altro pensava che al mio folle terrore.

Una domanda mi salď alle labbra: “Hai tu mai avuta la tentazione?”. E poi un'altra: “Potrebbe essere che tu cedessi alla tentazione?”. Né l'una né l'altra proferii; eppure mi parve ch'ella intendesse. Ambedue oramai eravamo dominati da quel pensiero di morte, da quell'imagine di morte; ambedue eravamo entrati in una specie di esaltazione tragica, dimenticando l'equivoco che l'aveva generata, smarrendo la conscienza della realtà. Ed ella a un tratto si mise a singhiozzare; e il suo pianto chiamò il mio pianto; e mescolammo le nostre lacrime, ahimè! che erano così calde e che non potevano mutare il nostro destino.

Seppi, dopo, che già da alcuni mesi la travagliavano malattie complicate della matrice e dell'ovaia, quelle terribili malattie nascoste che turbano in una donna tutte le funzioni della vita. Il dottore, col quale volli avere un colloquio, mi fece intendere che per un lungo periodo io doveva rinunziare a qualunque contatto con la malata, anche alla più lieve delle carezze; e mi dichiarò che un nuovo parto avrebbe potuto esserle fatale.

Queste cose, pure affliggendomi, mi alleggerirono di due inquietudini: mi persuasero che io non avevo colpa nello sfiorire di Giuliana e mi diedero un modo semplice di poter giustificare davanti a mia madre la separazione di letto e gli altri mutamenti avvenuti nella mia vita domestica. Mia madre appunto era per arrivare a Roma dalla provincia, dove ella, dopo la morte di mio padre, passava la maggior parte dell'anno con mio fratello Federico.

Mia madre amava molto la giovine nuora. Giuliana era veramente per lei la sposa ideale, la compagna sognata pel suo figliuolo. Ella non riconosceva al mondo una donna piĚ bella, piĚ dolce, piĚ nobile di Giuliana. Ella non concepiva che io potessi desiderare altre donne, abbandonarmi in altre braccia, dormire su altri cuori. Essendo stata amata per venti anni da un uomo, sempre con la stessa devozione, con la stessa fede, sino alla morte, ella ignorava la stanchezza, il disgusto, il tradimento, tutte le miserie e tutte le ignominie che si covano nel talamo. Ella ignorava lo strazio che io avevo fatto e facevo di quella cara anima immeritevole. Ingannata dalla dissimulazione generosa di Giuliana, credeva ancóra nella nostra felicità. Guai s'ella avesse saputo!

Io era ancóra in quell'epoca sotto il dominio di Teresa Raffo, della violenta avvelenatrice che mi dava imagine dell'amasia di Menippo. Ricordate? Ricordate le parole di Apollonio a Menippo nel poema inebriante? “O beau jeune homme, tu caresses un serpent; un serpent te caresse!

Il caso mi favorì. Per la morte d'una zia, Teresa fu costretta ad allontanarsi da Roma e a rimanere assente qualche tempo. Io potei con una insolita assiduità presso mia moglie riempire il gran vuoto che la “Biondissima” partendo lasciava nelle mie giornate. E non era ancóra svanito in me il turbamento di quella sera; e qualche cosa di nuovo, indefinibile, da qualche sera ondeggiava tra me e Giuliana.

Poiché le sofferenze fisiche di lei aumentavano, io e mia madre potemmo con molta fatica ottenere che ella si sottoponesse all'operazione chirurgica richiesta dal suo stato. L'operazione portava per seguito trenta o quaranta giorni di assoluto riposo nel letto e una convalescenza prudente. Già la povera malata aveva i nervi estremamente indeboliti ed irritabili. I preparativi lunghi e fastidiosi la estenuarono e la esasperarono al punto che ella più d'una volta tentò di gittarsi giù dal letto, di ribellarsi, di sottrarsi a quel supplizio brutale che la violava, che l'umiliava, che l'avviliva...

- Di', - mi chiese un giorno, con la bocca amara - se tu ci pensi, non hai ribrezzo di me? Ah, che brutta cosa!

E fece un atto di disgusto su sé medesima; e s'accigliò, e si ammutolì.

Un altro giorno, mentre io entravo nella sua stanza, ella si accorse che un odore mi aveva ferito. Gridò, fuori di sé, pallida come la sua camicia:

- Vattene, vattene, Tullio. Ti prego! Parti. Ritornerai quando sarò guarita. Se tu rimarrai qui, mi prenderai in odio. Sono odiosa così; sono odiosa... Non mi guardare.

E i singhiozzi la soffocarono. Poi, in quello stesso giorno, dopo qualche ora, mentre io tacevo credendo ch'ella fosse per assopirsi, uscì in queste parole oscure, con l'accento strano di chi parla in sogno:

- Ah, se davvero l'avessi fatto! Era un buon suggerimento...

- Che dici, Giuliana?

Ella non rispose.

- A che pensi, Giuliana?

Non rispose se non con un atto della bocca, che voleva essere un sorriso e non poté.

Mi parve di comprendere. E un'onda tumultuosa di rammarico, di tenerezza e di pietą mi assalse. E tutto avrei dato perché ella avesse potuto leggermi l'anima, in quel momento, perché ella avesse potuto raccogliere intera la mia commozione irrivelabile, inesprimibile e quindi vana. “Perdonami, perdonami. Dimmi quello che io debbo fare perché tu mi perdoni, perché tu dimentichi tutte le cattive cose... Io tornerė a te, non sarė d'altri che di te, per sempre. Te sola veramente io ho amata, nella vita; amo te sola. Sempre la mia anima si volge a te, e ti cerca, e ti rimpiange. Te lo giuro: lontano da te, non ho provato mai nessuna gioia sincera, non ho avuto mai un attimo di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu sola, al mondo, hai la bontą e la dolcezza. Tu sei la piĚ buona e la piĚ dolce creatura che io abbia mai sognata: sei l'Unica. E ho potuto offenderti, ho potuto farti soffrire, ho potuto farti pensare alla morte come a una cosa desiderabile! Ah, tu mi perdonerai, ma io non potrė mai perdonarmi; tu dimenticherai, ma io non dimenticherė. Sempre mi parrą d'essere indegno; neppure con la devozione di tutta la mia vita mi parrą di averti compensata. Da ora innanzi, come un tempo, tu sarai la mia amante, la mia amica, la mia sorella; come un tempo, tu sarai la mia custode, la mia consigliera. Io ti dirė tutto, ti svelerė tutto. Sarai la mia anima. E guarirai. Io, io ti guarirė. Tu vedrai di quali tenerezze io sarė capace per medicarti... Ah, tu le conosci. Ricėrdati! Ricėrdati! Anche allora tu fosti malata e me solo volesti per medicarti; e io non mi mossi mai dai tuo capezzale, né di giorno, né di notte. E tu dicevi: - Sempre Giuliana se ne ricorderà, sempre. - E tu avevi le lacrime negli occhi, e io te le bevevo tremando. - Santa! Santa! - Ricòrdati. E quando ti leverai, quando sarai convalescente, andremo laggiù, torneremo a Villalilla. Tu sarai ancóra un poco debole, ma ti sentirai tanto bene. E io ritroverò la mia gaiezza d'una volta, e ti farò sorridere, ti farò ridere. Tu ritroverai quelle tue belle risa che mi rinfrescavano il cuore; tu ritroverai quelle tue arie di fanciulla deliziose, e porterai ancóra la treccia giù per le spalle come mi piaceva. Siamo giovani. Riconquisteremo la felicità, se tu vorrai. Vivremo, vivremo...” Così, dentro di me, le parlavo; e le parole non uscivano dalle mie labbra. Pur essendo commosso e avendo gli occhi umidi, io sapevo che la commozione era passeggera e che quelle promesse erano fallaci. E anche sapevo che Giuliana non si sarebbe illusa e che mi avrebbe risposto con quel suo tenue sorriso sfiduciato, già altre volte comparsole su le labbra. Quel sorriso significava: “Sì, io so che tu sei buono e che vorresti non farmi soffrire; ma tu non sei padrone di te, non puoi resistere alle fatalità che ti trascinano. Perché vuoi tu che io m'illuda?”.

Tacqui, in quel giorno; e nei giorni che seguirono, pur ricadendo piĚ volte nella stessa confusa agitazione di ravvedimenti e di propositi e di sogni vaghi, non osai parlare: “Per tornare a lei, tu devi abbandonare le cose in cui ti compiaci, la donna che ti corrompe. Ne avrai la forza?”. Io rispondevo a me stesso: “Chi sa!”. E aspettavo di giorno in giorno questa forza che non veniva; aspettavo di giorno in giorno un evento (non sapevo quale) che provocasse la mia risoluzione, che me la rendesse inevitabile. E m'indugiavo a imaginare, a sognare la nostra vita nuova, la lenta rifioritura del nostro amore legittimo, il sapore strano di certe sensazioni rinnovate. “Noi andremmo dunque laggiĚ, a Villalilla, nella casa che conserva le nostre piĚ belle memorie; e saremmo noi due soltanto, perché lasceremmo Maria e Natalia con mia madre alla Badiola. E la stagione sarebbe mite; e la convalescente si appoggerebbe sempre al mio braccio, pei sentieri conosciuti, dove ogni nostro passo risveglierebbe una memoria. Ed io vedrei di tratto in tratto sul suo pallore diffondersi qualche lieve fiamma subitanea; ed ambedue saremmo, l'uno verso l'altra, un poco timidi; sembreremmo qualche volta pensierosi; eviteremmo qualche volta di guardarci negli occhi. Perché? E un giorno, sentendo piĚ forte la suggestione dei luoghi, io ardirei parlarle delle nostre piĚ folli ebrezze di quei primi tempi. - Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi? - E a poco a poco ambedue sentiremmo in noi il turbamento crescere, divenire insostenibile; e ambedue, nel tempo medesimo, perdutamente, ci stringeremmo, ci baceremmo in bocca, crederemmo venir meno. Ella, ella sď verrebbe meno; e io la sosterrei nelle mie braccia chiamandola con nomi suggeriti da una tenerezza suprema. Ella riaprirebbe gli occhi, leverebbe tutto il velo del suo sguardo, fisserebbe un istante su me la sua stessa anima; mi parrebbe trasfigurata. E cosď saremmo ripresi dall'antico ardore, rientreremmo nella grande illusione. Ambedue saremmo tenuti da un pensiero unico, assiduo; saremmo agitati da un'ansietą inconfessabile. Io le chiederei tremando: - Sei guarita? - Ed ella dal suono della mia voce comprenderebbe la domanda celata in quella domanda. E risponderebbe, senza potermi nascondere il brivido: - Non ancóra! - E la sera, dividendoci, rientrando nelle nostre stanze separate, ci sentiremmo morire d'angoscia. Ma una mattina, con uno sguardo impreveduto, i suoi occhi mi direbbero: - Oggi, oggi... - Ed ella, paventando quel divino e terribile momento, con qualche pretesto puerile mi sfuggirebbe, protrarrebbe la nostra tortura. Direbbe ella: - Usciamo; usciamo... - Usciremmo: in un pomeriggio velato, tutto bianco, un poco snervante, un poco soffocante. Cammineremmo a fatica. Comincerebbero a cadere, su le nostre mani, sul nostro viso, gocce di pioggia tiepide come lacrime. Io direi, con la voce alterata: - Rientriamo. - E, presso la soglia, all'improvviso, la prenderei su le mie braccia, la sentirei abbandonarsi come esanime, la porterei su per le scale senza avvertire alcun peso. - Dopo tanto! Dopo tanto! - La violenza del desiderio sarebbe in me attenuata dalla paura di farle male, di strapparle un grido di dolore. - Dopo tanto! - E i nostri esseri, all'urto di una sensazione divina e terribile, non provata né imaginata mai, si struggerebbero. Ed ella, dopo, mi parrebbe quasi morente, con la faccia tutta molle di pianto, pallida come il suo guanciale.”

Ah, così mi parve, morente mi parve, quella mattina, quando i dottori l'addormentavano col cloroformio ed ella, sentendosi sprofondare nell'insensibilità della morte, due o tre volte tentò di alzare le braccia verso di me, tentò di chiamarmi. Io uscii dalla stanza, sconvolto; e intravidi i ferri chirurgici, un specie di cucchiaio tagliente, e la garza e il cotone e il ghiaccio e le altre cose preparate su un tavolo. Due lunghe ore, interminabili ore, aspettai, esacerbando la mia sofferenza con l'eccesso delle imaginazioni. E una disperata pietà strinse le mie viscere d'uomo, per quella creatura che i ferri del chirurgo violavano non soltanto nella carne miserabile ma nell'intimo dell'anima, nel sentimento più delicato che una donna possa custodire: - una pietà per quella e per le altre, agitate da aspirazioni indefinite verso le idealità dell'amore, illuse dal sogno capzioso di cui il desiderio maschile le avvolge, smanianti d'inalzarsi, e così deboli, così malsane, così imperfette, uguagliate alle femmine brute dalle leggi inabolibili della Natura; che impone a loro il diritto della specie, sforza le loro matrici, le travaglia di morbi orrendi, le lascia esposte, a tutte le degenerazioni. E in quella e nelle altre, rabbrividendo per ogni fibra, io vidi allora, con una lucidità spaventevole, vidi la piaga originale, la turpe ferita sempre aperta “che sanguina e che pute”...

Quando rientrai nella stanza di Giuliana, ella era ancóra sotto l'azione dell'anestetico, senza conoscenza, senza parola: ancóra simile a una morente. Mia madre era ancóra pallidissima e convulsa. Ma pareva che l'operazione fosse riuscita bene; i dottori parevano soddisfatti. L'odore del iodoformio impregnava l'aria. In un canto, la monaca inglese empiva di ghiaccio una vescica; l'assistente ravvolgeva una fascia. Le cose tornavano nell'ordine e nella calma, a poco a poco.

L'inferma rimase a lungo in quel sopore; la febbre comparve leggerissima. Nella notte però ella fu presa da spasimi allo stomaco e da un vomito infrenabile. Il laudano non la calmava. E io, fuori di me, allo spettacolo di quello strazio inumano, credendo ch'ella dovesse morire, non so più che dissi, non so più che feci. Agonizzai con lei.

Nel giorno seguente, lo stato dell'inferma migliorò; e poi, di giorno in giorno, andò ancóra migliorando. Le forze lentissimamente tornavano.

Io fui assiduo al capezzale. Mettevo una certa ostentazione nel ricordare a lei, con i miei atti, l'infermiere d'una volta; ma il sentimento era diverso, era sempre fraterno. Spesso io avevo lo spirito preoccupato da qualche frase d'una lettera dell'amante lontana, mentre leggevo a lei qualche pagina d'un libro preferito. L'Assente era indimenticabile. Talora però, quando nel rispondere a una lettera mi sentivo un po' svogliato e quasi tediato, in certe strane pause che nella lontananza ha anche una passione forte, io credevo questo un indizio di disamore; e ripetevo a me stesso: “Chi sa!”.

Un giorno, mia madre disse a Giuliana, in mia presenza:

- Quando ti leverai, quando ti potrai muovere, andremo tutti insieme alla Badiola. Non è vero, Tullio?

Giuliana mi guardò.

- Sì, mamma - risposi, senza esitare, senza riflettere. - Anzi, io e Giuliana andremo a Villalilla.

Ed ella di nuovo mi guardò; e sorrise, d'un sorriso impreveduto, indescrivibile, che aveva una espressione di credulità quasi infantile, che somigliava un poco a quello d'un bambino malato a cui sia fatta una grande insperata promessa. Ed abbassò le palpebre; e continuò a sorridere, con gli occhi socchiusi che vedevano qualche cosa lontana, molto lontana. E il sorriso s'attenuava, s'attenuava, senza estinguersi.

Quanto mi piacque! Come l'adorai, in quel momento! Come sentii che nulla al mondo vale la semplice commozione della bontà!

Una bontà infinita emanava da quella creatura e mi penetrava tutto l'essere, mi colmava il cuore. Ella stava nel letto supina, rialzata da due o tre guanciali; e la sua faccia dall'abondanza dei capelli castagni un poco rilasciati acquistava una finezza estrema, una specie d'immaterialità apparente. Aveva una camicia chiusa intorno al collo, chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo, prone, così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino.

Presi una di quelle mani (mia madre era già uscita dalla stanza); e dissi sottovoce:

- Torneremo dunque... a Villalilla.

La convalescente disse:

- Sì.

E tacemmo, per prolungare la nostra commozione, per conservare la nostra illusione. Sapevamo ambedue il significato profondo che nascondevano quelle poche parole scambiate sottovoce. Un acuto istinto ci avvertiva di non insistere, di non definire, di non andare oltre. Se avessimo parlato ancóra, ci saremmo trovati davanti alle realtà inconciliabili con l'illusione in cui le nostre anime respiravano e a poco a poco s'intorpidivano deliziosamente.

Quel torpore favoriva i sogni, favoriva gli oblii. Passammo un intero pomeriggio quasi sempre soli, leggendo a intervalli, chinandoci insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga. Avevamo là qualche libro di poesia; e noi davamo ai versi una intensità di significato, che non avevano. Muti, ci parlavamo per la bocca di quel poeta affabile. Io segnavo con l'unghia le strofe che parevano rispondere al mio sentimento non rivelato.

 

Je veux, guidé par vous, beaux yeux aux flammes douces,

 

Par toi conduit, ô main où tremblera ma main,

Marcher droit, que ce soit par des sentiers de mousses

Ou que rocs et cailloux encombrent le chemin;

 

Oui, je veux marcher droit et calme dans la Vie...

 

Ed ella, dopo aver letto, si riabbandonava per un poco su i guanciali, chiudendo gli occhi, con un sorriso quasi impercettibile.

 

Toi la bonté, toi le sourire,

N'es tu pas le conseil aussi,

Le bon conseil loyal et brave...

 

Ma io vedevo sul suo petto la camicia secondare il ritmo del respiro con una mollezza che incominciava a turbarmi come il fievole profumo di ireos esalato dai lenzuoli, e dai guanciali. Desiderai ed aspettai che ella, sorpresa da un subitaneo languore, mi cingesse il collo con un braccio e congiungesse la sua guancia alla mia così ch'io sentissi sfiorarmi dall'angolo della sua bocca. Ella pose l'indice affilato su la pagina e segnò con l'unghia il margine, guidando la mia lettura commossa.

 

La voix vous fut connue (et chère?)

Mais à présent elle est voilée

Comme une veuve désolée...

 

Elle dit, la voix reconnue,

Que la bonté c'est notre vie...

Elle parle aussi de la gloire

D'etre simple sans plus attendre,

Et de noces d'or et du tendre

Bonheur d'une paix sans victoire.

 

Accueillez la voix qui persiste

Dans son naïf épithalame.

Allez, rien n'est meilleur à l'âme

Que de faire une âme moins triste!

 

Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le labbra nel cavo della sua mano, mormorai:

- Tu... potresti dimenticare?

Ella mi chiuse la bocca, e pronunziò la sua gran parola:

- Silenzio.

Entrò mia madre annunziando la visita della signora Tàlice, in quel punto. Io lessi nel volto di Giuliana il fastidio, e anch'io fui preso da un'irritazione sorda contro l'importuna. Giuliana sospirò:

- Oh mio Dio!

- Dille che Giuliana riposa - io suggerii a mia madre con un accento quasi supplichevole.

Ella mi accennò che la visitatrice aspettava nella stanza contigua. Bisognò riceverla.

Questa signora Tàlice era d'una loquacità maligna e stucchevole. Mi guardava di tratto in tratto con un'aria curiosa. Come mia madre per caso, nel corso della conversazione, disse ch'io tenevo compagnia alla convalescente dalla mattina alla sera quasi di continuo, la signora Tàlice esclamò con un tono d'ironia manifesta, guardandomi:

- Che marito perfetto!

La mia irritazione crebbe così che mi risolsi, con un pretesto qualunque, ad andarmene.

Uscii di casa. Incontrai per le scale Maria e Natalia che tornavano accompagnate dalla governante. Mi assalirono secondo il solito, con un'infinità di moine; e Maria, la maggiore, mi diede alcune lettere che aveva prese dal portiere. Tra queste riconobbi sùbito la lettera dell'Assente. E allora mi sottrassi alle moine, quasi con impazienza. Giunto su la strada, mi soffermai per leggere.

Era una lettera breve ma appassionata, con due o tre frasi d'una eccessiva acutezza, quali sapeva trovare Teresa per agitarmi. Ella mi faceva sapere che sarebbe stata a Firenze tra il 20 e il 25 del mese e che avrebbe voluto incontrarmi là “come l'altra volta”. Mi prometteva notizie più esatte pel convegno.

Tutti i fantasmi delle illusioni e delle commozioni recenti abbandonarono a un tratto il mio spirito, come i fiori d'un albero scosso da una folata gagliarda. E come i fiori caduti sono per l'albero irrecuperabili, così furono per me quelle cose dell'anima: mi divennero estranee. Feci uno sforzo, tentai di raccogliermi; non riuscii a nulla. Mi misi a girare per le strade, senza scopo; entrai da un pasticciere, entrai da un libraio; comprai dolci e libri macchinalmente. Scendeva il crepuscolo; s'accendevano i fanali; i marciapiedi erano affollati; due o tre signore dalle loro carrozze risposero al mio saluto; passò un amico a fianco della sua amante che portava tra le mani un mazzo di rose, camminando presto e parlando e ridendo. Il soffio malefico della vita cittadina m'investì; risuscitò le mie curiosità, le mie cupidigie, le mie invidie. Arricchito in quelle settimane di continenza, il mio sangue ebbe come un'accensione subitanea. Alcune imagini mi balenarono lucidissime dentro. L'Assente mi riafferrò con le parole della sua lettera. E tutto il mio desiderio andò verso di lei, senza freno.

Ma quando il primo tumulto si fu placato, mentre risalivo le scale della mia casa, compresi tutta la gravità di quel che era accaduto, di quel che avevo fatto; compresi che veramente, poche ore prima, avevo riallacciato un legame, avevo obbligata la mia fede, avevo data una promessa, una promessa tacita ma solenne a una creatura ancóra debole e inferma; compresi che non avrei potuto senza infamia ritrarmi. E allora io mi rammaricai di non aver diffidato di quella commozione ingannevole, mi rammaricai di essermi troppo indugiato in quel languore sentimentale! Esaminai minutamente i miei atti e i miei detti di quel giorno, con la fredda sottigliezza d'un mercante subdolo il quale cerchi un appiglio per sottrarsi alla stipulazione di un contratto già concordato. Ah, le mie ultime parole orano state troppo gravi. Quel “Tu... potresti dimenticare?” pronunziato con quell'accento, dopo la lettura di quei versi, aveva avuto il valore di una conferma definitiva. E quel “Silenzio” di Giuliana era stato come un suggello.

“Ma” io pensai “questa volta ha ella proprio creduto al mio ravvedimento? Non è ella stata sempre un poco scettica a riguardo dei miei buoni moti?” E rividi quel suo tenue sorriso sfiduciato, già altre volte comparsole su le labbra. “Se ella dentro di sé non avesse creduto, se anche la sua illusione fosse caduta subitamente, allora forse la mia ritirata non avrebbe molta gravità, non la ferirebbe né la sdegnerebbe troppo; e l'episodio rimarrebbe senza conseguenza, e io rimarrei libero come prima. Villalilla rimarrebbe nel suo sogno.” E rividi l'altro sorriso, il sorriso nuovo, impreveduto, credulo, che le era comparso su le labbra al nome di Villalilla. “Che fare? Che risolvere? Come contenermi?” La lettera di Teresa Raffo mi bruciava forte.

Quando rientrai nella stanza di Giuliana, m'accorsi al primo sguardo che ella mi aspettava. Mi parve lieta, con gli occhi lucidi, con un pallore più animato, più fresco.

- Tullio, dove sei stato? - mi domandò ridendo.

Io risposi:

- Mi ha messo in fuga la signora Tàlice.

Ella seguitò a ridere, d'un limpido riso giovenile che la trasfigurava. Io le porsi i libri e la scatola delle confetture.

- Per me? - esclamò, tutta contenta, come una bambina golosa; e si affrettò ad aprire la scatola, con piccoli gesti di grazia, che risollevavano nel mio spirito lembi di ricordi lontani. - Per me?

Prese un bonbon, fece l'atto di portarlo alla bocca, esitò un poco, lo lasciò ricadere, allontanò la scatola; e disse:

- Poi, poi...

- Sai, Tullio, - m'avvertì mia madre - non ha ancóra mangiato nulla. Ha voluto aspettarti.

- Ah, non t'ho ancóra detto... - proruppe Giuliana, divenuta rosea - non t'ho ancóra detto che c'è stato il dottore, mentre eri fuori. Mi ha trovata molto meglio. Potrò alzarmi giovedì. Capisci, Tullio? Potrò alzarmi giovedì...

Soggiunse:

- Fra dieci, fra quindici giorni al piú, potrò anche mettermi in treno.

Soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un tono minore:

- Villalilla!

Ella non aveva dunque pensato ad altro, non aveva sognato altro. Ella aveva creduto; credeva. Io duravo fatica a dissimulare la mia angoscia. Mi occupavo, con soverchia premura, forse, dei preparativi pel suo piccolo pranzo. Io medesimo le misi su le ginocchia la tavoletta.

Ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole che mi faceva male. “Ah, se ella potesse indovinare!” D'un tratto, mia madre esclamò, candidamente:

- Come sei bella stasera, Giuliana!

Infatti, un'animazione straordinaria le avvivava le linee del volto, le accendeva gli occhi, la ringiovaniva tutta quanta. All'esclamazione di mia madre, ella arrossì; e un'ombra di quel rossore le rimase per tutta la sera su le gote.

- Giovedì mi alzerò - ripeteva. - Giovedì, fra tre giorni! Non saprò più camminare...

Insisteva col discorso su la sua guarigione, su la nostra partenza prossima. Chiese a mia madre alcune notizie su lo stato attuale della villa, sul giardino.

- Io piantai un ramo di salice vicino alla peschiera, l'ultima volta che ci fummo. Ti ricordi, Tullio? Chi sa se ce lo ritroverò...

- Sì sì, - interruppe mia madre, raggiante - ce lo ritroverai; è cresciuto; è un albero. Domandalo a Federico.

- Davvero? Davvero? Dimmi dunque, mamma...

Pareva che quella piccola particolaritą in quel momento avesse per lei un'importanza incalcolabile. Ella divenne loquace. Io mi meravigliavo ch'ella fosse cosď a dentro nell'illusione, mi meravigliavo ch'ella fosse cosď trasfigurata dal suo sogno. “Perché, perché questa volta ella ha creduto? Come mai si lascia cosď trasportare? Chi le dą questa insolita fede?” E il pensiero della mia infamia prossima, forse inevitabile, mi agghiacciava. “Perché inevitabile? Non saprė dunque mai liberarmi? Io debbo, io debbo mantenere la mia promessa. Mia madre è testimone della mia promessa. A qualunque costo, la manterrò.” E con uno sforzo interiore, quasi direi con una scossa della conscienza, io uscii dal tumulto delle incertezze; e mi rivolsi a Giuliana, per un moto dell'anima quasi violento.

Ella mi piacque ancóra, eccitata com'era, vivace, giovine. Mi rammentava la Giuliana d'un tempo, che tante volte in mezzo alla tranquillità della vita familiare io aveva sollevata d'improvviso su le mie braccia, come preso da una follia repentina, e portata di corsa nell'alcova.

- No, no, mamma; non mi far più bere - ella pregò, trattenendo mia madre che le versava il vino. - Già ho bevuto troppo, senza accorgermene. Ah questo Chablis! Ti ricordi, Tullio?

E rise, guardandomi dentro le pupille, nell'evocare il ricordo d'amore su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e biondo ch'ella prediligeva.

- Mi ricordo - io risposi.

Ella socchiuse le palpebre, con un leggero tremolio dei cigli. Disse poi:

- Fa caldo qui. È vero? Ho gli orecchi che mi scottano.

E si strinse la testa fra le palme, per sentire il bruciore. Il lume, che ardeva a lato del letto, rischiarava intensamente la lunga linea del viso; faceva rilucere tra il folto de' capelli castagni alcuni fili d'oro chiaro, ove l'orecchio piccolo e fine, acceso alla sommità, traspariva.

A un punto, mentre io aiutavo a sparecchiare (mia madre era uscita, e la cameriera anche, per un momento, e stavano nella stanza attigua), ella chiamò sottovoce:

- Tullio!

E, con un gesto furtivo attirandomi, mi baciò su una gota.

Ora, non doveva ella con quel bacio riprendermi interamente, anima e corpo, per sempre? Quell'atto, in lei così sdegnosa e così fiera, non significava che ella voleva tutto obliare, che aveva già tutto obliato per rivivere con me una vita nuova? Avrebbe potuto ella riabbandonarsi al mio amore con più grazia, con maggior confidenza? La sorella ridiventava l'amante a un tratto. La sorella impeccabile aveva conservato nel sangue, nelle più segrete vene, la memoria delle mie carezze, quella memoria organica delle sensazioni, così viva nella donna e così tenace. Ripensando, quando mi ritrovai solo, ebbi interrottamente alcune visioni di giorni lontani, di sere lontane. “Un crepuscolo di giugno, caldo, tutto roseo, navigato da misteriosi profumi, terribile ai solitarii, a coloro che rimpiangono o che desiderano. Io entro nella stanza. Ella è seduta presso alla finestra, con un libro su le ginocchia, tutta languida, pallidissima, nell'attitudine di chi sia per venir meno. - Giuliana! - Ella si scuote, si risolleva. - Che fai? - Risponde: - Nulla. - E un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passa nei suoi occhi troppo neri.” Quante volte, dal giorno della triste rinunzia, ella aveva patito nella sua povera carne quelle torture? Il mio pensiero s'indugiò intorno alle imagini suscitate dal piccolo fatto recente. La singolare eccitazione mostrata da Giuliana mi rammentò certi esempi della sua sensibilità fisica straordinariamente acuta. La malattia, forse, aveva aumentata, esasperata quella sensibilità. Ed io pensai, curioso e perverso, che avrei veduto la debole vita della convalescente ardere e struggersi sotto la mia carezza; e pensai che la voluttà avrebbe avuto quasi un sapore di incesto. “Se ella ne morisse?” pensai. Certe parole del chirurgo mi tornavano alla memoria, sinistre. E, per quella crudeltà che è in fondo a tutti gli uomini sensuali, il pericolo non mi spaventò ma mi attrasse. Io m'indugiai ad esaminare il mio sentimento con quella specie di amara compiacenza, mista di disgusto, che portavo nell'analisi di tutte le manifestazioni interiori le quali mi paressero fornire una prova della malvagità fondamentale umana. “Perché l'uomo ha nella sua natura questa orribile facoltà di godere con maggiore acutezza quando è consapevole di nuocere alla creatura da cui prende il godimento? Perché un germe della tanto esecrata perversione sàdica è in ciascun uomo che ama e che desidera?”

Questi pensieri, piĚ che il primitivo spontaneo sentimento di bontą e di pietą, questi pensieri obliqui mi condussero in quella notte a raffermare il mio proposito in favore della illusa. L'Assente mi avvelenava anche di lontano. Per vincere la resistenza del mio egoismo, ebbi bisogno di contrapporre all'imagine della deliziosa depravazione di quella donna l'imagine di una nuova rarissima depravazione che io mi promettevo di coltivar con lentezza nella onesta securitą della mia casa. Allora, con quell'arte quasi direi alchimistica che io aveva nel combinare i varii prodotti del mio spirito, analizzai la serie degli “stati d'animo” speciali in me determinati da Giuliana nelle diverse epoche della nostra vita comune, e ne trassi alcuni elementi i quali mi servirono a construrre un nuovo stato, fittizio, singolarmente adatto ad accrescere l'intensità di quelle sensazioni che io voleva esperimentate. Così, per esempio, allo scopo di rendere più acre quel “sapore d'incesto” che m'attraeva eccitando la mia fantasia scellerata, io cercai di rappresentarmi i momenti in cui più profondo era stato in me il “sentimento fraterno” e più schietta mi era parsa l'attitudine di sorella in Giuliana.

E chi s'indugiava in queste miserabili sottigliezze di maniaco era l'uomo medesimo che poche ore innanzi aveva sentito il suo cuore tremare nella semplice commozione della bontą, al lume di un sorriso impreveduto! Di tali crisi contradittorie si componeva la sua vita: illogica, frammentaria, incoerente. Erano in lui tendenze d'ogni specie, tutti i possibili contrarii, e tra questi contrarii tutte le gradazioni intermedie e tra quelle tendenze tutte le combinazioni. Secondo il tempo e il luogo, secondo il vario urto delle circostanze, d'un piccolo fatto, d'una parola, secondo influenze interne assai piĚ oscure, il fondo stabile del suo essere si rivestiva di aspetti mutevolissimi, fuggevolissimi, strani. Un suo speciale stato organico rinforzava una sua speciale tendenza; e questa tendenza diveniva un centro di attrazione verso il quale convergevano gli stati e le tendenze direttamente associati; e a poco a poco le associazioni si propagavano. Il suo centro di gravitą allora si trovava spostato e la sua personalitą diventava un'altra. Silenziose onde di sangue e d'idee facevano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o ad un tratto, anime nuove. Egli era multanime.

Insisto su l'episodio perché veramente segna il punto decisivo.

La mattina dopo, al risveglio, non conservavo se non una nozione confusa di quanto era accaduto. La viltà e l'angoscia mi ripresero appena ebbi sotto gli occhi un'altra lettera di Teresa Raffo, con cui ella mi confermava il convegno a Firenze pel 21, dandomi istruzioni precise. Il 21 era sabato, e giovedì 19 Giuliana si levava per la prima volta. Io discussi a lungo, con me stesso, tutte le possibilità. Discutendo, incominciai a transigere. “Sì, non c'è dubbio: è necessaria una rottura, è inevitabile. Ma in che modo io romperò? con quale pretesto? Posso io annunziare il mio proposito a Teresa con una semplice lettera? La mia ultima risposta era ancóra calda di passione, smaniosa di desiderio. Come giustificare questo mutamento subitaneo? Merita la povera amica un colpo tanto inaspettato e brutale? Ella mi ha molto amato, mi ama; ha sfidato per me, un tempo, qualche pericolo. Io l'ho amata... l'amo. La nostra grande e strana passione è conosciuta; invidiata anche; insidiata anche... Quanti uomini ambiscono a succedermi! Innumerevoli.” Numerai rapidamente i rivali più temibili, i successori più probabili, considerandone le figure imaginate. “C'è forse a Roma una donna più bionda, più affascinante, più desiderabile di lei?” La stessa accensione repentina, avvenuta la sera innanzi nel mio sangue, mi percorse tutte le vene. E il pensiero della rinunzia volontaria mi parve assurdo, inammissibile. “No, no, non avrò mai la forza; non vorrò, non potrò mai.”

Sedata la turbolenza, proseguii il vano dibattito, pur avendo in fondo a me la certezza che, giunta l'ora, non avrei potuto non partire. Ebbi però il coraggio, uscendo dalla stanza della convalescente, essendo ancóra tutto vibrante di commozione, ebbi il supremo coraggio di scrivere a quella che mi chiamava: “Non verrò”. Inventai un pretesto; e, mi ricordo bene, quasi per istinto lo scelsi tale che a lei non sembrasse troppo grave. - Speri dunque che ella non curi il pretesto e t'imponga di partire? - chiese qualcuno dentro di me. Non sfuggii a quel sarcasmo; e un'irritazione e un'ansietà atroci s'impadronirono di me, non mi diedero tregua. Facevo sforzi inauditi per dissimulare, al conspetto di Giuliana e di mia madre. Evitavo studiosamente di trovarmi solo con la povera illusa; e ad ogni tratto mi pareva di leggere nei suoi miti umidi occhi il principio di un dubbio, mi pareva di veder passare qualche ombra su la sua fronte pura.

Il giorno di mercoledì ebbi un telegramma imperioso e minaccioso (non era quasi aspettato?): “O tu verrai o non mi vedrai più. Rispondi”. E io risposi: “Verrò”.

Sùbito dopo quell'atto, commesso con quella specie di sovreccitazione inconsciente che accompagna tutti gli atti decisivi della vita, io provai un particolare sollievo, vedendo gli avvenimenti determinarsi. Il senso della mia irresponsabilità, il senso della necessità di ciò che accadeva ed era per accadere divennero in me profondissimi. “Se, pur conoscendo il male che io faccio e pur condannandomi in me medesimo, io non posso fare altrimenti, segno è che obbedisco a una forza superiore ignota. Io sono la vittima di un Destino crudele, ironico ed invincibile.”

Nondimeno, appena misi il piede su la soglia della stanza di Giuliana, sentii piombarmi sul cuore un peso enorme; e mi soffermai, vacillante, fra le portiere che mi nascondevano. “Basterà ch'ella mi guardi per indovinar tutto” pensai smarrito. E fui sul punto di tornare indietro. Ma ella disse, con una voce che non m'era mai parsa tanto dolce:

- Tullio, sei tu?

Allora feci un passo. Ella gridò, vedendomi:

- Tullio, che hai? Ti senti male?

- Una vertigine... M'è passata già - risposi; e mi rassicurai pensando: “Ella non ha indovinato”.

Ella, infatti, era inconsapevole; e a me pareva strano che così fosse. Dovevo io prepararla al colpo brutale? Dovevo parlare sinceramente o architettare qualche menzogna pietosa?

Oppure dovevo partire all'improvviso, senza avvertirla, lasciandole in una lettera la mia confessione? Qual era il modo preferibile per rendere meno grave a me lo sforzo e meno cruda in lei la sorpresa?

AhimŹ, nel dibattito difficile, per un tristo istinto io mi preoccupavo d'alleggerir me piĚ di lei. E certo avrei scelto il modo della partenza improvvisa e della lettera, se non mi avesse trattenuto il riguardo per mia madre. Era necessario risparmiare mia madre, sempre, ad ogni patto. Anche questa volta non sfuggii al sarcasmo interiore. “Ah, ad ogni patto? Che cuore generoso! Ma pure, via, è così comodo per te il vecchio patto, ed anche sicuro... Anche questa volta, se tu vorrai, la vittima si sforzerà di sorridere sentendosi morire. Confida in lei, dunque, e non ti curare d'altro, cuore generoso.”

L'uomo trova nel sincero e supremo disprezzo di sé medesimo qualche volta, veramente, una particolare gioia.

- A che pensi, Tullio? - mi domandò Giuliana, con un gesto ingenuo appuntandomi l'indice tra l'uno e l'altro sopracciglio come per fermare il pensiero.

Io le presi quella mano, senza rispondere. E il silenzio stesso, che parve grave, bastė a modificare di nuovo l'attitudine del mio spirito; la dolcezza che era nella voce e nel gesto della inconsapevole mi ammollď, mi suscitė quel sentimento snervante da cui hanno origine le lacrime; che si chiama pietà di sé. Provai un acuto bisogno d'essere compassionato. Nel tempo medesimo qualcuno mi suggeriva dentro: “Approfitta di questa disposizione d'animo, senza fare per ora alcuna rivelazione. Esagerandola, tu puoi facilmente giungere fino al pianto. Tu sai bene che straordinario effetto abbia su una donna il pianto dell'uomo amato. Giuliana ne sarà sconvolta; e tu sembrerai essere travagliato da un dolore terribile. Domani poi, quando tu le dirai la verità, il ricordo delle lacrime ti rialzerà nell'animo di lei. Ella potrà pensare: - Ah, dunque per questo ieri piangeva così dirottamente. Povero amico! - E tu non sarai giudicato un egoista odioso; ma sembrerai aver combattuto con tutte le tue forze invano contro chi sa qual potere funesto; sembrerai essere tenuto chi sa da quale morbo immedicabile e portare nel tuo petto un cuore lacerato. Approfitta, dunque, approfitta”.

- Hai qualche cosa sul cuore? - mi domandò Giuliana, con una voce sommessa, carezzevole, piena di confidenza.

Io tenevo il capo chino; ed ero, certo, commosso. Ma la preparazione di quel pianto utile distrasse il mio sentimento, ne arrestė la spontaneitą e ritardė quindi il fenomeno fisiologico delle lacrime. “Se io non potessi piangere? Se non mi venissero le lacrime?” pensai con uno sgomento ridicolo e puerile, come se tutto dipendesse da quel piccolo fatto materiale che la mia volontà non bastava a produrre. E intanto qualcuno, sempre il medesimo, soffiava: “Che peccato! Che peccato! L'ora non potrebbe essere più favorevole. Nella stanza ci si vede appena. Che effetto, un singhiozzo nell'ombra!”.

- Tullio, non mi rispondi? - soggiunse Giuliana, dopo un intervallo, passandomi la mano su la fronte e su i capelli perché io alzassi la faccia. - A me tu puoi dire tutto. Lo sai.

Ah, veramente, dopo d'allora io non ho mai più udita una voce umana di quella dolcezza. Neppure mia madre ha mai saputo parlarmi così.

Gli occhi mi si inumidirono, e io sentii tra i cigli il tepore del pianto. “Questo, questo è il momento di prorompere.” Ma non fu se non una lacrima; e io (umiliante cosa ma pur vera; e in simili meschinità mimiche si rimpicciolisce la maggior parte delle commozioni umane nel manifestarsi) io alzai il viso perché Giuliana la scorgesse e provai per qualche attimo un'ansietà smaniosa temendo che nell'ombra ella non la scorgesse luccicare. Quasi per avvertirla, ritirai il fiato in dentro, forte, come si fa quando si vuol contenere un singhiozzo. Ed ella avvicinando il suo volto al mio per guardarmi da presso, poiché rimanevo muto, ripeté:

- Non rispondi?

E intravide; e, per accertarsi, mi afferrò la testa e me l'arrovesciò, con un gesto quasi brusco.

- Piangi?

La sua voce era mutata.

E io mi liberai all'improvviso, mi levai per fuggire, come uno che non possa più reggere la piena dell'affanno.

- Addio, addio. Lasciami andare, Giuliana. Addio.

E uscii dalla stanza, a precipizio.

Quando fui solo, ebbi disgusto di me.

Era la vigilia d'una solennità per la convalescente. Qualche ora dopo, come mi ripresentai a lei per assistere al piccolo pranzo consueto, la ritrovai in compagnia di mia madre. Appena mi vide, mia madre esclamò:

- Dunque domani, Tullio, giorno di festa.

Io e Giuliana ci guardammo, ambedue ansiosi. Poi parlammo del domani, dell'ora in cui ella avrebbe potuto alzarsi, di tante minute particolarità, con un certo sforzo, un poco distratti. E io m'auguravo, dentro di me, che mia madre non si assentasse.

Ebbi fortuna, perché una sola volta mia madre uscì e rientrò quasi sùbito. Nel frattempo, Giuliana rapidamente mi chiese:

- Che avevi, dianzi? Non me lo vuoi dire?

- Nulla, nulla.

- Vedi, così tu mi guasti la festa.

- No, no. Ti dirò... ti dirò... poi. Non ci pensare, ora; ti prego.

- Sii buono!

Mia madre rientrava con Maria e Natalia. Ma l'accento con cui Giuliana aveva proferito quelle poche parole bastò per convincermi che ella non sospettava la verità. Pensava ella forse che quella tristezza mi venisse da un'ombra del mio passato incancellabile e inespiabile? Pensava che io fossi torturato dal rammarico di averle fatto tanto male e dal timore di non meritare tutto il suo perdono?

Fu ancóra una commozione viva, la mattina dopo (per compiacere il desiderio di lei aspettavo nella stanza prossima), quando mi sentii chiamare dalla sua voce squillante.

- Tullio, vieni.

Ed entrai; e la vidi in piedi, che sembrava più alta, più snella, quasi fragile. Vestita d'una specie di tunica ampia e fluida, a lunghe pieghe diritte, ella sorrideva, esitando, reggendosi appena, tenendo le braccia discoste dai fianchi come per cercare l'equilibrio, volgendosi ora a me ora a mia madre.

Mia madre la guardava con una indescrivibile espressione di tenerezza, pronta a sorreggerla. Io stesso tendevo le mani, pronto a sorreggerla.

- No, no, - ella pregò - lasciatemi, lasciatemi. Non cado. Voglio andare da me fino alla poltrona.

Ella avanzò il piede, fece un passo, pianamente. Aveva nel viso il candore d'una gioia infantile.

- Bada, Giuliana!

Fece ancóra due o tre passi; poi, assalita da uno sbigottimento repentino, dal timor pànico di cadere, esitò un attimo tra me e mia madre, e si gittò nelle mie braccia, sul mio petto, abbandonandosi con tutto il suo peso, sussultando come se singhiozzasse. Ella rideva, invece, un poco soffocata dall'ansia; e, come ella non portava busto, le mie mani la sentirono tutta esile e pieghevole a traverso la stoffa, il mio petto la sentì tutta palpitante e morbida, le mie nari aspirarono il profumo dei suoi capelli, i miei occhi rividero sul suo collo il piccolo segno bruno.

- Ho avuto paura - ella diceva interrottamente, ridendo e ansando - ho avuto paura di cadere.

E, come ella arrovesciava la testa verso mia madre per guardarla, senza staccarsi da me, io scorsi un poco della sua gengiva esangue e il bianco degli occhi e qualche cosa di convulso in tutto il viso. E conobbi che tenevo fra le braccia una povera creatura inferma, profondamente alterata dall'infermità, con i nervi indeboliti, con le vene impoverite, forse insanabile. Ma ripensai la sua trasfigurazione in quella sera del bacio inaspettato; e l'opera di carità e d'amore e d'ammenda, a cui rinunziavo, ancóra una volta m'apparve bellissima.

- Conducimi tu alla poltrona, Tullio - ella diceva.

Sostenendola col mio braccio alle reni, io la condussi piano piano; l'aiutai ad adagiarsi; disposi su la spalliera i cuscini di piume, e mi ricordo che scelsi quello di tono piĚ squisito perché ella vi appoggiasse la testa. Anche, per metterle un cuscino sotto i piedi, m'inginocchiai; e vidi la sua calza di colore gridellino, la sua pianella esigua che nascondeva poco piĚ del pollice. Come in quella sera, ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole. E io m'indugiavo. Accostai un piccolo tavolo da tè, sopra ci posai un vaso di fiori freschi, qualche libro, una stecca d'avorio. Senza volere, mettevo in quelle mie premure un po' di ostentazione.

L'ironia ricominciò. “Molto abile! Molto abile! È utilissimo quel che fai, sotto gli occhi di tua madre. Come potrà ella sospettare, dopo avere assistito a queste tue tenerezze? Quel po' di ostentazione, anche, non guasta. Ella non ha la vista troppo acuta. Séguita, séguita. Tutto va a meraviglia. Coraggio!”

- Oh come si sta bene qui! - esclamò Giuliana con un sospiro di sollievo, socchiudendo i cigli. - Grazie, Tullio.

Qualche minuto dopo, quando mia madre uscì quando rimanemmo soli, ella ripeté, con un sentimento più profondo:

- Grazie.

E alzò una mano verso di me, perché io la prendessi nelle mie. Essendo ampia la manica, nel gesto il braccio si scoperse fin quasi al gomito. E quella mano bianca e fedele, che portava l'amore, e l'indulgenza, la pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, tremò un istante nell'aria verso di me come per l'offerta suprema.

Credo che nell'ora della morte, nell'attimo stesso in cui cesserò di soffrire, io rivedrò quel gesto solo; fra tutte le imagini della vita passata innumerabili, rivedrò unicamente quel gesto.

Quando ripenso, non riesco a ricostruire con esattezza la condizione nella quale mi trovai. Posso affermare che anche allora io comprendevo l'estrema gravità del momento e lo straordinario valore degli atti che si compivano ed erano per compiersi. La mia perspicacia era, o mi pareva, perfetta. Due processi di conscienza si svolgevano dentro di me, senza confondersi, bene distinti, paralleli. In uno predominava, insieme con la pietà verso la creatura che io stava per colpire, un sentimento di acuto rammarico verso l'offerta ch'io stava per respingere. Nell'altro predominava, insieme con la cupa bramosia verso l'amante lontana, un sentimento egoistico esercitato nel freddo esame delle circostanze che potevano favorire, la mia impunità. Questo parallelismo portava la mia vita interna ad una intensità e ad una accelerazione incredibili.

Il momento decisivo era venuto. Dovendo partire al dimani, non potevo temporeggiare più oltre. Perché la cosa non sembrasse oscura e troppo subitanea, era necessario in quella mattina stessa, a colazione, annunziare la partenza a mia madre e addurre il pretesto plausibile. Era necessario anche, prima che a mia madre, dare l'annunzio a Giuliana perché non accadessero contrattempi pericolosi. “E se Giuliana prorompesse, alfine? Se, nell'impeto del dolore e dello sdegno, ella rivelasse a mia madre la verità? Come ottenere da lei una promessa di silenzio, un nuovo atto di abnegazione?” Fino all'ultimo io discussi, dentro di me. “Comprenderà sùbito, alla prima parola? E se non comprendesse? Se ingenuamente mi chiedesse la ragione del mio viaggio? Come risponderei? Ma ella comprenderà. È impossibile che ella non abbia già saputo da qualcuna delle sue amiche, da quella signora Tàlice, per esempio, che Teresa Raffo non è a Roma.”

Le mie forze cominciavano già a cedere. Non avrei potuto più a lungo sostenere l'orgasmo che cresceva di minuto in minuto. Mi risolsi, con una tensione di tutti i miei nervi; e, poiché ella parlava, desiderai che ella medesima mi offrisse l'opportunità di scoccare la freccia.

Ella parlava di molte cose specialmente future, con una volubilità insolita. Quel non so che di convulso in lei, già da me notato prima, mi pareva più palese. Io stavo ancóra in piedi, dietro la poltrona. Fino a quel momento avevo evitato il suo sguardo movendomi ad arte per la stanza, sempre dietro la poltrona, ora occupato a fermare le tende della finestra, ora a riordinare i libri nella piccola scansia, ora a raccogliere di sul tappeto le foglie cadute da un mazzo di rose disfatto. Stando in piedi, guardavo la riga dei suoi capelli, i suoi cigli lunghi e ricurvi, la lieve palpitazione del suo petto, e le sue mani, le sue belle mani che posavano su i bracciuoli, prone come in quel giorno, pallide come in quel giorno quando “soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino”.

Quel giorno! Non era trascorsa neppure una settimana. Perché pareva dunque tanto remoto?

Stando in piedi dietro di lei, in quella tensione estrema, come in agguato, io pensai che forse ella sentiva per istinto sul suo capo la minaccia; e credetti indovinare in lei una specie di vago malessere. Ancóra una volta mi si strinse il cuore, intollerabilmente.

A un punto, infine, ella disse:

- Domani, se starò meglio, tu mi porterai su la terrazza, all'aria...

Io interruppi:

- Domani non sarò qui.

Ella si scosse al suono strano della mia voce. Io soggiunsi, senza attendere:

- Partirò.

Soggiunsi ancóra, con uno sforzo per snodare la lingua, raccapricciato come uno che debba iterare il colpo per finire la vittima:

- Partirò per Firenze.

- Ah!

Ella aveva compreso a un tratto. Si volse con un moto rapido, si torse tutta su i cuscini per guardarmi; e io rividi, per quella torsione violenta, il bianco de' suoi occhi, la sua gengiva esangue.

- Giuliana! - balbettai, senza sapere che altro dirle, chinandomi verso di lei, temendo ch'ella venisse meno.

Ma ella abbassò le palpebre, si ricompose, si ritrasse, si restrinse in sé stessa, come presa da un gran freddo. Rimase così qualche minuto, con gli occhi chiusi, con la bocca serrata, immobile. Soltanto la pulsazione visibile della carotide nel collo e qualche contrazione convulsiva nelle mani davano indizio della vita.

Non fu un delitto? Fu il primo dei miei delitti; e non il minore, forse.

Partii, in condizioni terribili. La mia assenza durò più di una settimana. Quando tornai e nei giorni che seguirono il mio ritorno, io stesso mi meravigliavo della mia sfrontatezza quasi cinica. Ero posseduto da una specie di malefizio che aboliva in me ogni senso morale e mi rendeva capace delle peggiori ingiustizie, delle peggiori crudeltà. Giuliana anche questa volta mostrava una forza prodigiosa; anche questa volta aveva saputo tacere. E m'appariva chiusa nel suo silenzio come in un'armatura adamantina, impenetrabile.

Andò con le figlie e con mia madre alla Badiola. Le accompagnava mio fratello. Io rimasi a Roma.

Da quel tempo incominciò per me un periodo tristissimo, oscurissimo, il cui ricordo ancóra mi riempie di nausea e d'umiliazione. Tenuto da quel sentimento che meglio di ogni altro rimescola il fango essenziale nell'uomo, io patii tutto lo strazio che una donna può fare di un'anima fiacca, appassionata e sempre vigile. Accesa da un sospetto, una terribile gelosia sensuale divampò in me disseccando tutte le buone fonti interiori, alimentandosi di tutto il fecciume che posava nell'infimo della mia sostanza bruta.

Teresa Raffo non m'era parsa mai desiderabile come ora che non potevo disgiungerla da una imagine fallica, da una sozzura. Ed ella si valeva del mio stesso disprezzo per inacerbire la mia brama. Agonie atroci, gioie abiette, sottomissioni disonoranti, patti vili proposti ed accettati senza rossore, lacrime più acri di qualunque tossico, frenesie improvvise che mi spingevano sul confine della demenza, cadute nell'abisso della lussuria così violente che mi lasciavano per lunghi giorni istupidito, tutte le miserie e tutte le ignominie della passione carnale esasperata dalla gelosia, tutte io le conobbi. La mia casa mi divenne estranea; la presenza di Giuliana mi divenne incresciosa. Intere settimane passavano, talvolta, senza che io le rivolgessi una parola. Assorto nel mio supplizio interiore, io non la vedevo, non la udivo. In certi momenti, levando gli occhi su lei, mi meravigliavo del suo pallore, della sua espressione, di certe particolarità del suo volto, come di cose nuove, inaspettate, strane; e non giungevo a riconquistare intera la nozione della realtà. Tutti gli atti della sua esistenza m'erano ignoti. Io non provavo alcun bisogno d'interrogarla, di sapere; non provavo per lei alcuna inquietudine, alcuna sollecitudine, alcun timore. Una durezza inesplicabile mi fasciava l'anima contro di lei. Anche, talvolta, io avevo contro di lei una specie di vago rancore, inesplicabile. Un giorno la sentii ridere; e il suo riso m'irritò, mi fece quasi ira.

Un altro giorno palpitai forte, udendola cantare da una stanza lontana. Cantava l'aria di Orfeo:

 

Che farò senza Euridice?...

 

Era la prima volta, dopo lungo tempo, che ella cantava così, movendosi per la casa; era la prima volta che io la riudiva, dopo lunghissimo tempo. - Perché cantava? Era dunque lieta? A quale affetto del suo animo rispondeva quell'effusione insolita? - Un turbamento inesplicabile mi vinse. Andai verso di lei senza riflettere, chiamandola per nome.

Vedendomi entrare nella sua stanza, ella si stupì; rimase per un poco attonita, in una sospensione manifesta.

- Canti? - io dissi, per dire qualche cosa, impacciato, meravigliato io stesso del mio atto straordinario.

Ella sorrise d'un sorriso incerto, non sapendo che rispondere, non sapendo quale contegno assumere davanti a me. E mi parve di leggere nei suoi occhi una curiosità penosa, già altre volte da me notata fuggevolmente: quella curiosità compassionevole con cui si guarda una persona sospettata di follia, un ossesso. Infatti, nello specchio di contro io scorsi la mia imagine; rividi il mio volto scarno, le mie occhiaie profonde, la mia bocca tumida, quell'aspetto di febricitante che avevo già da qualche mese.

- Ti vestivi per uscire? - le domandai, ancóra impacciato, quasi peritoso, non sapendo che altro dimandare, volendo evitare il silenzio.

- Sì.

Era di mattina; era di novembre. Ella stava in piedi, presso a un tavolo ornato di merletti su cui rilucevano sparse le innumerevoli minuterie moderne destinate alla cura della bellezza muliebre. Portava un abito di vigogna oscuro; e teneva ancóra in mano un pettine di tartaruga bionda con la costola d'argento. L'abito, di foggia semplicissima, secondava la svelta eleganza della persona. Un gran mazzo di crisantemi bianchi le saliva di sul tavolo all'altezza della spalla. Il sole dell'estate di San Martino scendeva per la finestra; e nella luce vagava un profumo di cipria o d'essenza che io non seppi riconoscere.

- Qual è, ora, il tuo profumo? - le domandai.

Ella rispose:

- Crab-apple.

Io soggiunsi:

- Mi piace.

Ella prese di sul tavolo una fiala e me la porse. E io la fiutai a lungo per fare qualche cosa, per avere il tempo di preparare un'altra qualunque frase. Non riuscivo a dissipare la mia confusione, a riconquistare la mia franchezza. Sentivo che ogni intimità fra noi due era caduta. Ella mi pareva un'altra donna. E intanto l'aria di Orfeo mi ondeggiava ancóra su l'anima, m'inquietava ancóra.

 

Che farò senza Euridice?...

 

In quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a tutti quegli oggetti improntati di grazia feminile, il fantasma della melodia antica pareva svegliare il palpito d'una vita segreta, spandere l'ombra d'un non so che mistero.

- Com'è bella l'aria che tu cantavi dianzi! - io dissi, obbedendo all'impulso che mi veniva dalla strana inquietudine.

- Tanto bella! - ella esclamò.

E una domanda mi saliva alle labbra: “Ma perché cantavi?”. La trattenni; e ricercai dentro di me la ragione di quella curiosità che mi pungeva.

Successe un intervallo di silenzio. Ella scorreva con l'unghia del pollice su i denti del pettine, producendo un leggero stridore. (Quello stridore è una particolarità chiarissima nel mio ricordo).

- Tu ti vestivi per uscire. Séguita dunque - io dissi.

- Non ho da mettermi che la giacca e il cappello. Che ora è?

- Manca un quarto alle undici.

- Ah, già così tardi?

Ella prese il cappello e il velo; e si mise a sedere davanti allo specchio. Io la guardavo. Un'altra domanda mi salì alle labbra: “Dove vai?”. Ma trattenni anche questa, benché potesse sembrare naturale. E seguitai a guardarla attento.

Ella mi riapparve quale era in realtą: una giovine signora elegantissima, una dolce e nobile figura, piena di finezze fisiche, e illuminata da intense espressioni spirituali; una signora adorabile, insomma, che avrebbe potuto essere un'amante deliziosa per la carne e per lo spirito. “S'ella fosse veramente l'amante di qualcuno?” allora pensai. “Certo Ź impossibile ch'ella non sia stata molte volte insidiata e da molti. Troppo Ź noto l'abbandono in cui la lascio; troppo son noti i miei torti. S'ella avesse ceduto a qualcuno? O se anche stesse per cedere? S'ella giudicasse alfine inutile e ingiusto il sacrificio della sua giovinezza? S'ella fosse alfine stanca della lunga abnegazione? S'ella conoscesse un uomo a me superiore, un seduttore delicato e profondo che le insegnasse la curiositą del nuovo e le facesse dimenticare l'infedele? Se io avessi gią perduto interamente il suo cuore, troppe volte calpestato senza pietą e senza rimorso?” Uno sgomento subitaneo m'invase; e la stretta dell'angoscia fu cosď forte che io pensai: “Ecco, ora le confesso il mio dubbio. La guarderė in fondo, alle pupille dicendole - Sei ancóra pura? E saprò la verità. Ella non e capace di mentire”. “Non e capace di mentire. Ah, ah, ah! Una donna!... Che ne sai tu? Una donna è capace di tutto. Ricordatene. Qualche volta un gran manto eroico è servito a nascondere una mezza dozzina di amanti. Sacrificio! Abnegazione! Apparenze, parole. Chi potrà mai conoscere il vero? Giura, se puoi, su la fedeltà di tua moglie: non dico su quella d'oggi ma soltanto su quella anteriore all'episodio della malattia. Giura in perfetta fede, se puoi.” E la voce maligna (ah, Teresa Raffo, come operava il vostro veleno!), la voce perfida mi agghiacciò.

- Abbi pazienza, Tullio, - mi disse, quasi timidamente, Giuliana. - Mettimi questo spillo qui, nel velo.

Ella teneva le braccia alzate e arcuate verso la sommità della testa, per fermare il velo; e le sue dita bianche cercavano invano d'appuntarlo. La sua attitudine era piena di grazia. Le sue dita bianche mi fecero pensare: “Quanto tempo è che noi non ci stringiamo la mano! Oh le forti e calde strette di mano che ella mi dava un tempo, come per assicurarmi che non mi serbava rancore di nessuna offesa! Ora forse la sua mano è impura?”. E, mentre le appuntavo il velo, provai una repulsione istantanea al pensiero della possibile impurità.

Ella si levò, e io l'aiutai anche a indossare la giacca. Due o tre volte i nostri occhi s'incontrarono fugacemente; ma ancóra una volta io lessi nei suoi una specie di curiosità inquieta. Ella forse domandava a sé stessa. “Perché è entrato qui? Perché si trattiene? Che significa quella sua aria smarrita? Che vuole da me? Che gli accade?”

- Permetti... un momento - disse, e uscì dalla stanza.

L'udii che chiamava Miss Edith, la governante. Come fui solo, involontariamente i miei occhi andarono alla piccola scrivania ingombra di lettere, di biglietti, di libri. M'avvicinai; e i miei occhi vagarono per un poco su le carte, come tentati di scoprire... “che cosa? forse la prova?”. Ma scossi da me la tentazione bassa e sciocca. Guardai un libro che aveva una coperta di stoffa antica e tra le pagine una daghetta. Era il libro in lettura, sfogliato a metą. Era il romanzo recentissimo di Filippo Arborio, Il Segreto. Lessi sul frontespizio una dedica, di pugno dell'autore: - A voi, Giuliana Hermil, TVRRIS EBVRNEA, indegnamente offro. F. Arborio. Ognissanti '85.

Giuliana dunque conosceva il romanziere? Quale attitudine aveva lo spirito di Giuliana verso colui? Ed evocai la figura fine e seducente dello scrittore, quale io l'aveva veduta in luoghi publici qualche volta. Certo, egli poteva piacere a Giuliana. Secondo alcune voci che erano corse, egli piaceva alle donne. I suoi romanzi, pieni d'una psicologia complicata, talora acutissima, spesso falsa, turbavano le anime sentimentali, accendevano le fantasie inquiete, insegnavano con suprema eleganza il disdegno della vita comune. Un'agonia, La Cattolicissima, Angelica Doni, Giorgio Aliora, Il Segreto davano della vita una visione intensa come d'una vasta combustione dalle figure di bragia innumerevoli. Ciascuno dei suoi personaggi combatteva per la sua Chimera, in un duello disperato con la realtà.

“Non aveva questo straordinario artista, che i suoi libri mostravano quasi direi sublimato in essenza spirituale pura, non aveva egli esercitato il suo fascino anche su me? Non avevo io chiamato quel suo Giorgio Aliora un libro "fraterno"? Non avevo io ritrovato in qualcuna delle sue creature letterarie certe strane rassomiglianze col mio essere intimo? E se appunto questa nostra affinità strana gli agevolasse l'opera di seduzione forse intrapresa? Se Giuliana gli si abbandonasse, avendogli appunto riconosciuta qualcuna di quelle attrazioni medesime per cui io mi feci un tempo da lei adorare?” pensai, con un nuovo sgomento.

Ella rientrò nella stanza. Vedendo quel libro tra le mie mani, disse con un sorriso confuso, con un po' di rossore:

- Che guardi?

- Conosci Filippo Arborio? - io le domandai sùbito, ma senza alcuna alterazione di voce, con il tono più calmo e più ingenuo ch'io seppi.

- Si - ella rispose, franca. - Mi fu presentato in casa Monterisi. È venuto anche qualche volta qui, ma non ha avuto occasione d'incontrarti.

Una domanda mi san alle labbra. “E perché tu non me ne hai parlato?” Ma la trattenni. Come avrebbe ella potuto parlarmene, se da molto tempo io col mio contegno aveva interrotto tra noi ogni scambio di notizie e di confidenze amichevoli?

- ť assai piĚ semplice dei suoi libri - ella soggiunse, disinvolta, mettendosi i guanti con lentezza. - Hai letto Il Segreto?

- Sì, l'ho già letto.

- T'è piaciuto?

Senza riflettere, per un bisogno istintivo di rilevare davanti a Giuliana la mia superiorità, io risposi:

- No. È mediocre.

Ed ella disse alfine:

- Io vado.

E si mosse per uscire. Io la seguii fino all'anticamera, camminando nel solco del profumo ch'ella lasciava dietro di sé fievolissimo, appena appena sensibile. Davanti al domestico, ella disse soltanto:

- A rivederci.

E con un passo leggero varcò la soglia.

Io tornai alle mie stanze. Apersi la finestra, mi affacciai per veder lei nella strada.

Ella andava, col suo passo leggero, sul marciapiede dalla parte del sole: diritta, senza mai volgere il capo da nessuna banda. L'estate di San Martino diffondeva una doratura tenuissima sul cristallo del cielo; e un tepore quieto addolciva l'aria, evocava il profumo assente delle violette. Una tristezza enorme mi piombò sopra, mi tenne abbattuto contro il davanzale; a poco a poco divenne intollerabile. Rare volte nella vita avevo sofferto come per quel dubbio che faceva crollare d'un tratto la mia fede in Giuliana, una fede durata per tanti anni; rare volte la mia anima aveva gridato così forte dietro un'illusione fuggente. Ma dunque era proprio, senza riparo, fuggita? Io non potevo, non volevo persuadermene. Tutta la mia vita d'errore era stata accompagnata dalla grande illusione, che rispondeva non pure alle esigenze del mio egoismo, ma a un mio sogno estetico di grandezza morale. “La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori superati, perché ella avesse occasione d'essere eroica era necessario ch'ella soffrisse quel ch'io le ho fatto soffrire.” Questo assioma con cui molte volte ero riuscito a placare i miei rimorsi, s'era profondamente radicato nel mio spirito, generandovi un fantasma ideale dalla parte migliore di me assunto in una specie di culto platonico. Io dissoluto obliquo e fiacco mi compiacevo di riconoscere nel cerchio della mia esistenza un'anima severa diritta e forte, un'anima incorruttibile; e mi compiacevo d'esserne l'oggetto amato, per sempre amato. Tutto il mio vizio, tutta la mia miseria e tutta la mia debolezza si appoggiavano a questa illusione. Io credevo che per me potesse tradursi in realtà il sogno di tutti gli uomini intellettuali: - essere costantemente infedele a una donna costantemente fedele.

“Che cerchi? Tutte le ebrezze della vita? Esci, va, inèbriati. Nella tua casa, come un'imagine velata in un santuario, la creatura taciturna e memore aspetta. La lampada, dove tu non versi mai una stilla d'olio, rimane sempre accesa.” Non è questo il sogno di tutti gli uomini intellettuali?

Anche: “In qualunque ora, dopo qualunque fortuna, ritornando, tu la ritroverai. Ella era sicura del tuo ritorno ma non ti racconterà la sua attesa. Tu poserai il capo su le sue ginocchia; ed ella ti passerà lungo le tempie l'estremità delle sue dita, per magnetizzare il tuo dolore”.

Ben un tal ritorno era nel mio presentimento: il ritorno finale, dopo una di quelle catastrofi interne che trasformano un uomo. E tutte le mie disperazioni venivano temperate da un'intima confidenza nell'indefettibile rifugio; e in fondo a tutte le mie abiezioni scendeva un qualche lume dalla donna che per amore di me e per opera mia aveva raggiunto il sommo dell'altezza corrispondendo perfettamente a una forma delle mie idealità.

Bastava un dubbio a distruggere ogni cosa in un attimo?

Io riandai tutta la scena passata tra me e Giuliana, dal momento del mio ingresso nella stanza al momento della sua uscita.

Pur attribuendo gran parte dei miei moti intimi a uno speciale stato nervoso transitorio, non potei dissipare la strana impressione esattamente espressa dalle parole: “Ella mi pareva un'altra donna”. Certo, una qualche novità era in lei. Ma quale? La dedica di Filippo Arborio non aveva piuttosto un significato rassicurante? Non riaffermava appunto l'impenetrabilità della TVRRIS EBVRNEA? L'appellativo glorioso era stato suggerito a colui o semplicemente dalla fama di purezza che avvolgeva il nome di Giuliana Hermil o anche da un tentativo d'assalto fallito e forse da una rinunzia all'assedio intrapreso. La Torre d'avorio doveva essere dunque ancóra intatta.

Ragionando cosď per medicare il morso del sospetto, io provavo in fondo a me una vaga ansietą, quasi temessi l'insorgere improvviso d'una qualche obbiezione ironica. “Tu sai: la pelle di Giuliana Ź straordinariamente bianca. Ella Ź proprio pallida come la sua camicia. L'appellativo sacro potrebbe anche nascondere un significato profano..” Ma quell'indegnamente. “Eh, eh, quanti cavilli!”

Un impeto iroso d'insofferenza interruppe quel dibattito umiliante e vano. Mi ritrassi dalla finestra, scossi le spalle, feci due o tre giri per la stanza, apersi un libro macchinalmente, lo respinsi. Ma l'ambascia non diminuiva. “Insomma”, pensai fermandomi come per affrontare un avversario invisibile “tutto questo a che conduce? O ella Ź gią caduta, e la perdita Ź irreparabile; o ella Ź in pericolo, e io nel mio stato presente non posso intervenire per salvarla; o ella Ź pura con la forza di serbarsi pura, e allora nulla Ź mutato. In ogni caso, io non ho alcuna azione da compiere. Ciė che Ź, Ź necessario; ciė che sarą, sarą necessario. Questa crisi di sofferenza passerą. Bisogna aspettare. I crisantemi bianchi sul tavolo di Giuliana, dianzi, com'erano belli! Uscirė per comprarne di simili in gran quantitą. Il convegno con Teresa Ź oggi alle due. Mancano quasi tre ore... Non mi disse ella, l'ultima volta, che voleva trovare il caminetto acceso? Sarą il primo fuoco d'inverno, in una giornata cosď tiepida. Ella Ź in una settimana di bontą, mi pare. Se durasse! Ma io alla prima occasione provocherė Eugenio Egano.” Il mio pensiero seguď il nuovo corso, con qualche arresto repentino, con deviamenti improvvisi. Tra le stesse imagini della voluttą prossima mi balenė un'altra imagine impura, quella temuta, quella a cui volevo sfuggire. Alcune pagine ardite e ardenti della Cattolicissima mi tornarono alla memoria. E dall'uno spasimo sorgeva l'altro. E io confondevo, sebbene con una diversa sofferenza, nella medesima contaminazione le due donne e nel medesimo odio Filippo Arborio ed Eugenio Egano.

La crisi passė, lasciandomi nell'animo una specie di vaga disistima mista di rancore verso la sorella. Io mi allontanai sempre più, mi feci sempre più duro, più incurante, più chiuso. La mia trista passione per Teresa Raffo divenne sempre più esclusiva, occupò tutte le mie facoltà, non mi diede un'ora di tregua. Io era veramente un ossesso, un uomo invaso da una diabolica follia, corroso da un morbo ignoto e spaventevole. I ricordi di quell'inverno sono confusi nel mio spirito, incoerenti, interrotti da strane oscurità, rari.

In quell'inverno non incontrai mal a casa mia Filippo Arborio; poche volte lo vidi in luoghi publici. Ma una sera lo trovai in una sala d'armi; e là ci conoscemmo, fummo presentati l'uno all'altro dal maestro, scambiammo qualche parola. La luce del gas, il rimbombo del tavolato, il tintinno e il luccichio delle lame, le varie pose incomposte o eleganti degli schermitori, lo scatto rapido di tutte quelle gambe inarcate, l'esalazione calda e acre di tutti quei corpi, i gridi gutturali, le interiezioni veementi, gli scoppi di risa ricompongono con una singolare evidenza nel mio ricordo la scena che si svolgeva intorno a noi mentre eravamo l'uno al conspetto dell'altro e il maestro pronunziava i nostri nomi. Rivedo il gesto con cui Filippo Arborio si levò la maschera mostrando il viso acceso, tutto rigato di sudore. Tenendo da una mano la maschera e dall'altra il fioretto, s'inchinò. Ansava troppo, affaticato e un po' convulso, come chi non ha la consuetudine dell'esercizio muscolare. Istintivamente, pensai ch'egli non era un uomo temibile sul terreno. Affettai anche una certa alterigia; a studio non gli rivolsi neppure una parola che si riferisse alla sua celebrità, alla mia ammirazione; mi contenni come mi sarei contenuto verso un qualunque ignoto.

- Dunque, - mi chiese il maestro sorridendo - per domani?

- Sì, alle dieci.

- Vi battete? - fece l'Arborio con una curiosità manifesta.

- Sì.

Egli esitò un poco; quindi soggiunse:

- Con chi? se non sono indiscreto.

- Con Eugenio Egano.

M'accorsi ch'egli desiderava di sapere qualche cosa di più, ma che lo tratteneva il mio contegno freddo e in apparenza disattento.

- Maestro, un assalto di cinque minuti - io dissi, e mi volsi per andare nello spogliatoio. Giunto su la soglia, mi soffermai a guardare indietro e scorsi l'Arborio che aveva ripreso a schermire. Un'occhiata mi bastò per conoscere ch'egli era mediocrissimo in quel giuoco.

Quando incominciai l'assalto col maestro, sotto gli occhi di tutti i presenti, s'impadronì di me una particolare eccitazione nervosa che raddoppiò la mia energia. E sentivo su la mia persona lo sguardo fisso di Filippo Arborio.

Dopo, nello spogliatoio, ci ritrovammo. La stanza troppo bassa era già piena di fumo e d'un odore umano acutissimo, nauseante. Tutti là dentro, nudi, nelle larghe cappe bianche, si strofinavano il petto, le braccia, le spalle, con lentezza, fumando, motteggiando ad alta voce, dando sfogo nel turpiloquio alla loro bestialità. Gli scrosci della doccia si alternavano con le grasse risa. E due o tre volte, con un indefinibile senso di repulsione, con un sussulto simile a quello che mi avrebbe dato un violento urto fisico, io intravidi il corpo smilzo dell'Arborio, a cui i miei occhi andavano involontariamente. E di nuovo l'imagine odiosa si formò.

Non ebbi, dopo d'allora, altra occasione d'avvicinare colui e neppure d'incontrarlo. Né me ne curai. Né in seguito fui colpito da alcuna apparenza sospetta nella condotta di Giuliana. Di là dal cerchio sempre più angusto in cui mi agitavo, nulla era per me chiaramente sensibile, intelligibile. Tutte le impressioni estranee passavano sul mio spirito come gocciole d'acqua su una lastra arroventata, o rimbalzando o dissolvendosi.

Gli eventi precipitarono. Su lo scorcio di febbraio, dopo un'ultima e vergognosa prova, avvenne tra me e Teresa Raffo la rottura definitiva. Io partii per Venezia, solo.

Rimasi lą circa un mese, in uno stato di malessere incomprensibile; in una specie di stupefazione che le caligini e i silenzii della laguna addensavano. Non altro conservavo in me che il sentimento della mia esistenza isolata, tra i fantasmi inerti di tutte le cose. Per lunghe ore non altro sentivo che la fissitą grave, schiacciante, della vita e il piccolo battito di un'arteria nella mia testa. Per lunghe ore mi teneva quel fascino strano che esercita su l'anima come su i sensi il passaggio continuo e monotono di qualche cosa indistinta. Piovigginava. Le nebbie su l'acqua prendevano talvolta forme lugubri, camminando come spettri con un passo lento e solenne. Spesso nella gondola, come in una bara, io trovavo una specie di morte imaginaria. Quando il rematore mi chiedeva in che luogo dovesse condurmi, io facevo quasi sempre un gesto vago; e comprendevo dentro di me la disperata sinceritą delle parole: “Dovunque, fuori del mondo!”.

Tornai a Roma negli ultimi giorni di marzo. Avevo della realtà un senso nuovo, come dopo una lunga eclisse della conscienza. Una timidezza, uno smarrimento, una paura senza ragione mi prendevano talvolta all'improvviso; e mi sentivo debole come un fanciullo. Guardavo intorno a me di continuo, con un'attenzione insolita, per riafferrare il significato vero delle cose, per coglierne i giusti rapporti, per rendermi conto di ciò che era mutato, di ciò che era scomparso. E, come a poco a poco rientravo nell'esistenza comune, si ristabiliva nel mio spirito l'equilibrio, si ridestava qualche speranza, risorgeva la cura dell'avvenire.

Trovai Giuliana molto abbattuta di forze, alterata nella salute, triste come non mai. Poco parlammo e senza guardarci dentro alle pupille, senza aprire i nostri cuori. Ambedue cercavamo la compagnia delle due bambine; e Maria e Natalia in una felice inconsapevolezza riempivano i silenzii con le loro fresche voci. Un giorno Maria domandò:

- Mamma, andremo quest'anno, per Pasqua, alla Badiola?

Io risposi, invece della madre, senza esitare:

- Sì, andremo.

Allora Maria si mise a saltare per la stanza, in segno di gioia, trascinando la sorella. Io guardai Giuliana.

- Vuoi che andiamo? - le chiesi, timido, quasi con umiltà.

Ella consentì col capo.

- Vedo che tu non stai bene - soggiunsi. - Anche io non sto bene... Forse la campagna... la primavera...

Ella era distesa in una poltrona, tenendo le mani bianche posate lungo i bracciuoli; e la sua attitudine mi ricordò un'altra attitudine: quella della convalescente nel mattino della levata ma dopo l'annunzio.

Fu decisa la partenza. Ci preparammo. Una speranza luceva nel profondo della mia anima, e io non osavo mirarla.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I.

 

Il primo ricordo è questo.

Intendevo, quando ho incominciato il racconto, intendevo: questo è il primo ricordo che si riferisce alla cosa tremenda.

Era di aprile, dunque. Eravamo da alcuni giorni alla Badiola.

- Ah, figliuoli miei, - aveva detto mia madre, con la sua grande ingenuità - come siete sciupati! Ah quella Roma, quella Roma! Bisogna che restiate qui con me, in campagna, molto tempo, per rimettervi... molto tempo...

- Sì - aveva detto Giuliana, sorridendo - sì, mamma, resteremo quanto vorrai.

Quel sorriso ridivenne frequente su le labbra di Giuliana, in presenza di mia madre; e, sebbene la malinconia degli occhi rimanesse inalterabile, era così dolce quel sorriso, era così profondamente buono che io stesso mi lasciai illudere. Ed osai mirare la mia speranza.

Nei primi giorni, mia madre non si distaccava mai dalle care ospiti; pareva che volesse saziarle di tenerezza. Due o tre volte io la vidi, palpitando d'una commozione indefinibile, io la vidi accarezzare con la sua mano benedetta i capelli di Giuliana. Una volta la udii che chiedeva:

- Ti vuol sempre lo stesso bene?

- Povero Tullio! Sì - rispose l'altra voce.

- Dunque, non è vero...

- Che?

- Quello che mi hanno riferito.

- Che ti hanno riferito?

- Nulla, nulla... Credevo che Tullio ti avesse dato qualche dispiacere.

Parlavano nel vano di una finestra, dietro le cortine ondeggianti, mentre di fuori stormivano gli olmi. Io mi feci innanzi, prima che s'accorgessero di me; sollevai una cortina, mostrandomi.

- Ah, Tullio! - esclamò mia madre.

E si scambiarono uno sguardo, un po' confuse.

- Parlavamo di te - soggiunse mia madre.

- Di me! Male? - chiesi con un'aria gaia.

- No, bene - disse Giuliana, sĚbito; e io colsi nella sua voce l'intenzione, ch'ella certo ebbe, di rassicurarmi.

Il sole d'aprile batteva sul davanzale, riluceva nei capelli grigi di mia madre, svegliava qualche tenue bagliore su le tempie di Giuliana. Le cortine candidissime ondeggiavano, si riflettevano nei vetri luminose. I grandi olmi dello spiazzo, coperti di piccole foglie nuove, producevano un susurro, ora leggero ora forte, alla cui misura le ombre or meno or più si agitavano. Dal muro stesso della casa, ammantato di violacciocche innumerevoli, saliva un profumo pasquale, quasi un vapore invisibile di mirra.

- Com'è acuto quest'odore! - mormorò Giuliana, passandosi le dita su i sopraccigli e socchiudendo le palpebre. - Stordisce.

Io stavo tra lei e mia madre, un poco indietro. Una voglia mi venne, di chinarmi sul davanzale cingendo l'una e l'altra con le mie braccia. Avrei voluto mettere in quella semplice familiarità tutta la tenerezza che mi gonfiava il cuore e far intendere a Giuliana una moltitudine di cose inesprimibili e riconquistarla intera con quell'unico atto. Ma ancóra mi tratteneva un senso di temenza quasi puerile.

- Guarda, Giuliana, - disse mia madre, indicando un punto del colle - la tua Villalilla. La scorgi?

- Sì, sì.

Ella, schermendosi dal sole con la mano aperta, aguzzava la vista; e io, che la osservavo, notai un piccolo tremito nel suo labbro inferiore.

- Distingui il cipresso? - le chiesi, volendo aumentare con la domanda suggestiva il suo turbamento.

E io rivedevo nella mia imaginazione il vecchio cipresso venerabile che aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua cima.

- Sì, sì, lo distinguo... appena.

Villalilla biancheggiava a mezzo dell'altura, molto lontana, in un pianoro. La catena dei colli si svolgeva d'innanzi a noi con un lineamento nobile e pacato, per ove gli oliveti avevano un'apparenza di straordinaria leggerezza somigliando a un vapore verdegrigio cumulato in forme costanti. Gli alberi in fiore, bianchi e rosei trionfi, interrompevano l'uguaglianza. Il cielo pareva di continuo impallidire, come se nella sua liquidità un latte di continuo si diffondesse e si dileguasse.

- Andremo a Villalilla dopo Pasqua. Sarà tutta fiorita - io dissi, tentando di rimettere in quell'anima il sogno che le avevo strappato brutalmente.

E osai accostarmi, cingere con le mie braccia Giuliana e mia madre, chinarmi sul davanzale tenendo la mia testa tra l'una e l'altra testa; in modo che i capelli dell'una e dell'altra mi sfioravano. La primavera, quella bontą dell'aria, quella nobiltą dei luoghi, quella placida trasfigurazione di tutte le creature per una virtĚ materna, e quel cielo divino pel suo pallore, piĚ divino come piĚ si faceva pallido, mi davano un senso di vita cosď nuovo che io pensai tremando dentro di me: “Ma Ź possibile? Ma Ź possibile? Ma dunque, dopo tutto quel che Ź accaduto, dopo tutto quel che ho sofferto, dopo tante colpe, dopo tante vergogne, io posso ancóra trovare nella vita questo sapore! Io posso ancóra sperare, posso ancóra avere il presentimento di una felicità! Chi dunque mi ha benedetto?”. Pareva che tutto il mio essere si alleggerisse, espandendosi, dilatandosi oltre i suoi confini, con una vibrazione sottile, rapida e incessante. Nulla può dare un'idea di ciò che diveniva in me la sensazione minima prodotta da un capello che mi sfiorava la guancia.

Rimanemmo alcuni minuti in quell'attitudine, senza parlare. Gli olmi stormivano. Il tremolio innumerevole dei fiori gialli e violacei, che ammantavano il muro sotto la finestra, incantava le mie pupille. Un profumo denso e caldo saliva nel sole, col ritmo di un alito.

A un tratto, Giuliana si sollevò, si ritirò, smorta, con qualche cosa di torbido negli occhi, con la bocca sforzata come da una nausea, dicendo:

- Quest'odore è terribile. Dà il capogiro. Mamma, non fa male anche a te?

E si volse per andarsene; diede qualche passo incerto, vacillante; poi si affrettò, uscì dalla stanza, seguita da mia madre.

Io le guardai allontanarsi per la fuga delle porte, ancóra tenuto da un resto della sensazione primitiva, trasognato.

 

 

II.

 

La mia confidenza nell'avvenire aumentava di giorno in giorno. Non mi ricordavo quasi più di nulla. La mia anima troppo affaticata si dimenticava di soffrire. In certe ore di completo abbandono tutto si dileguava, si distendeva, si fondeva, si immergeva nella fluidità originale, diveniva irriconoscibile. Poi, dopo questi strani dissolvimenti interiori, mi pareva che un altro principio di vita entrasse in me, che un'altra forza mi possedesse.

Una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, inconscienti, istintive componeva la mia esistenza reale. Tra l'esterno e l'interno si stabiliva un giuoco di minime azioni e di minime reazioni istantanee che fremevano in infinite ripercussioni; e ciascuna di queste ripercussioni incalcolabili si convertiva in un fenomeno psichico stupendo. Tutto il mio essere veniva alterato da ciò che passava nell'aria, da un soffio, da un'ombra, da un bagliore.

Le grandi malattie dell'anima come quelle del corpo rinnovellano l'uomo; e le convalescenze spirituali non sono meno soavi e meno miracolose di quelle fisiche. Davanti a un arbusto fiorito, davanti a un ramo coperto di minute gemme, davanti a un rampollo nato su un vecchio tronco quasi estinto, davanti alla più umile fra le grazie della terra, alla più modesta fra le trasfigurazioni della primavera, io mi soffermavo, semplice, candido, attonito!

Uscivo spesso con mio fratello al mattino. In quell'ora tutto era fresco, facile, libero. La compagnia di Federico mi purificava e mi fortificava come la buona brezza selvaggia. Aveva allora ventisette anni Federico; aveva vissuto quasi sempre nella campagna, d'una vita sobria e laboriosa; pareva portare in sé raccolta la mite sincerità terrestre. Egli possedeva la Regola. Leone Tolstoj, baciandolo su la bella fronte serena, lo avrebbe chiamato suo figliuolo.

Andavamo per i campi senza mèta, di rado ragionando. Egli lodava la fertilità dei nostri dominii, mi spiegava le innovazioni introdotte nelle culture, mi mostrava i miglioramenti. Le case dei nostri contadini erano larghe, ariose, linde. Le nostre stalle erano piene di un bestiame sano e ben pasciuto. Le nostre cascine erano in un ordine perfetto. Spesso, nel cammino, egli s'arrestava per osservare una pianta. Le sue mani virili erano di una delicatezza estrema quando toccavano le piccole foglie verdi in cima ai rametti novelli. Talvolta passavamo attraverso un frutteto. I peschi, i peri, i meli, i ciliegi, i prugni, gli albicocchi portavano su le loro braccia milioni di fiori; giù per la trasparenza dei petali rosei ed argentei, la luce si cangiava quasi direi in una umidità divina, in una cosa indescrivibilmente vaga e benigna; tra i minimi intervalli delle ghirlande leggere, il cielo aveva la vivente dolcezza di uno sguardo.

Egli diceva, imaginando il pensile tesoro futuro, mentre io lodavo i fiori:

- Vedrai, vedrai i frutti.

“Io li vedrė” ripetevo dentro di me. “Vedrė cadere i fiori, nascere le foglie, crescere i frutti, colorirsi, maturarsi, distaccarsi.” Questa assicurazione, gią passata per la bocca di mio fratello, aveva per me un'importanza grave, come se si riferisse a non so quale felicitą promessa e attesa, la quale appunto dovesse svolgersi in quel periodo del parto arboreo, nel tempo che corre tra il fiore e il frutto. “Prima che io abbia manifestato il mio proposito, a mio fratello par gią naturale che io rimanga ormai qui, nella campagna, con lui, con nostra madre; poiché egli dice che io vedrė i frutti dei suoi alberi. Egli Ź sicuro che io li vedrò! Dunque è proprio vero che è incominciata una vita nuova per me, e che questo sentimento ch'io ho dentro di me non m'inganna. Infatti, tutto ora si compie con una facilità strana, insolita, con un'abbondanza d'amore. Come amo Federico! Non l'ho mai amato così.” Tali erano i miei soliloquii interiori, un po' slegati, incoerenti, qualche volta puerili per una singolare disposizione d'animo che mi portava a vedere in qualunque fatto insignificante un segno favorevole, un pronostico benigno.

Il gaudio mio più intenso era nel sapermi lontano dalle cose passate, lontano da certi luoghi, da certe persone, inaccessibile. Assaporavo talvolta la pace della campagna primaverile raffigurandomi lo spazio che mi divideva dal mondo oscuro dove io avevo tanto sofferto e di dolori tanto cattivi. Una paura indefinita mi stringeva ancóra, talvolta, e mi faceva cercare con sollecitudine intorno a me le prove della sicurtà presente, mi spingeva a mettere il braccio sotto il braccio di mio fratello, a leggere negli occhi di lui l'affetto indubitabile e tutelare.

Io confidavo in Federico, ciecamente. Avrei voluto essere da lui non soltanto amato ma dominato; avrei voluto cedere la primogenitura a lui più degno e star sommesso al suo consiglio, riguardarlo come la mia guida, obedirgli. Al suo fianco non avrei più corso il pericolo di smarrirmi, poiché egli conosceva la via diritta e camminava per quella con un passo infallibile; ed egli anche aveva il braccio possente e mi avrebbe difeso. Era l'uomo esemplare: buono, forte, sagace. Nulla per me uguagliava in nobiltà lo spettacolo di quella giovinezza devota alla religione del “conscientemente bene operare”, dedicata all'amore della Terra. Parevano i suoi occhi aver assunto un limpido color vegetale dalla contemplazione assidua delle cose verdi.

- Gesù della Gleba - io lo chiamai un giorno, sorridendo.

Era un mattino pieno d'innocenza, uno di quei mattini che dànno imagine delle albe primordiali nell'infanzia della Terra. Sul limite di un campo, mio fratello parlava a un gruppo di agricoltori. Parlava in piedi, avanzando di tutto il capo gli astanti; e il suo gesto calmo dimostrava la semplicità delle sue parole. Uomini vecchi incanutiti nella saggezza, uomini maturi già prossimi al limitare della vecchiaia ascoltavano quel giovine. Tutti portavano su i loro corpi nodosi la traccia della grande comune opera. Poiché nessun albero era da presso, poiché il frumento era umile nei solchi, le loro attitudini apparivano integre nella santità della luce.

Come mi vide muovere verso di lui, mio fratello licenziò i suoi uomini per venirmi incontro. Allora spontanea mi uscì dalle labbra la salutazione:

- Gesù della Gleba, osanna!

Egli aveva per tutti gli esseri vegetali una diligenza infinita. Nulla sfuggiva alle sue pupille acute, quasi onniveggenti. Nelle nostre corse mattutine, si soffermava ad ogni tratto per liberare da una chiocciola, da un bruco, da una formica una piccola foglia. Un giorno, senza badarci, camminando, battevo le erbe con la punta del bastone; e le tenere cime verdi recise ad ogni colpo s'involavano. Egli ne soffriva perché mi tolse di mano il bastone ma con un gentile atto; ed arrossì, pensando forse che quella sua misericordia mi sarebbe parsa una esagerata morbidezza sentimentale. Oh quel rossore su quel volto così maschio!

Un altro giorno, mentre spezzavo a un melo qualche ramo fiorito, sorpresi negli occhi di Federico un'ombra di rammarico. Sùbito tralasciai, ritrassi le mani, dicendo:

- Se ti dispiace...

Egli si mise a ridere forte.

- Ma no, ma no... Spoglia pure tutto l'albero.

Intanto il ramo già rotto, ritenuto da alcune delle sue vive fibre, penzolava lungo il fusto; e, proprio, quella frattura umida di linfa aveva un aspetto di cosa dolente; e quei fiori esili, un po' carnicini, un po' bianchi, simili a ciocche di rose scempie, che portavano un germe omai condannato, avevano all'aria un tremolio incessante.

Io dissi allora, come ad attenuare la crudezza di quella manomessione:

- È per Giuliana.

E, strappando le ultime fibrille vive, distaccai il ramo già rotto.

 

 

III.

 

Non quel ramo solo portai a Giuliana, ma molti altri. Tornavo alla Badiola sempre carico di doni floreali. Una mattina, avendo su le braccia un fascio di spine albe, incontrai nel vestibolo mia madre. Ero un poco ansante, accaldato, agitato da una leggera ebrezza. Domandai:

- Dov'è Giuliana?

- Su, nelle sue stanze - ella rispose, ridendo.

Io feci di corsa le scale, attraversai il corridoio, entrai franco nell'appartamento, chiamai:

- Giuliana, Giuliana! Dove sei?

Maria e Natalia mi uscirono incontro con grandi feste, rallegrate alla vista dei fiori, irrequiete, folli.

- Vieni, vieni, - mi gridarono - la mamma è qui, nella camera da letto. Vieni.

E io varcai quella soglia palpitando più forte; mi trovai alla presenza di Giuliana sorridente e confusa: le gittai il fascio ai piedi.

- Guarda!

- Oh, che cosa bella! - esclamò, chinandosi sul fresco tesoro odorante.

Portava una delle sue ampie tuniche preferite, d'un verde eguale al verde d'una foglia d'aloe. Non ancóra pettinati, i suoi capelli erano mal trattenuti dalle forcine; le coprivano la nuca, le nascondevano gli orecchi, in dense matasse. L'effluvio della spina, un odor misto di timo e di mandorla amara, la investiva tutta, si diffondeva per la camera.

- Bada di non pungerti - io le dissi. - Guarda le mie mani.

E le mostrai le scalfitture ancóra sanguinanti, come per rendere più meritoria l'offerta. “Oh se ella ora mi prendesse le mani” pensai. E mi passò su lo spirito, vago, il ricordo di un giorno lontanissimo in cui ella mi aveva baciate le mani scalfite dalle spine e aveva voluto suggere le stille di sangue che spuntavano l'una dopo l'altra. “Se ella ora mi prendesse le mani e in questo solo atto mettesse tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono!”

Io avevo di continuo, in quei giorni, l'aspettazione d'un momento simile. Non sapevo veramente da che mi venisse una tal fiducia; ma ero sicuro che Giuliana si sarebbe ridonata a me, così, o prima o poi, con un solo semplice atto silenzioso in cui ella avrebbe saputo mettere “tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono”.

Ella sorrise. Un'ombra di sofferenza apparve sul suo volto troppo bianco, ne' suoi occhi troppo incavati.

- Non ti senti un poco meglio, da che sei qui? - le domandai accostandomi.

- Sì, sì, meglio - ella rispose.

Dopo una pausa:

- E tu?

- Oh, io sono già guarito. Non vedi?

- Sì, è vero.

Quando mi parlava, in quei giorni, mi parlava con una esitazione singolare che per me era piena di grazia ma che ora m'Ź impossibile definire. Pareva quasi ch'ella fosse di continuo occupata a trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa. Inoltre, la sua voce era, se si puė dir cosď, piĚ feminile; aveva perduta la primitiva fermezza e una parte di sonorità; s'era velata come quella d'uno strumento con la sordina. Ma, essendo ella dunque verso di me in tutte le sue espressioni tanto mite, che cosa ancóra c'impediva di stringerci? Che cosa manteneva ancóra tra lei e me quell'intervallo?

In quel periodo che rimarrà nella storia della mia anima sempre misterioso, la mia nativa perspicacia sembrava interamente abolita. Tutte le mie terribili facoltà analitiche, quelle stesse che mi avevano dato tanti spasimi, sembravano esauste. La potenza delle facoltà inquiete pareva distrutta. Innumerevoli sensazioni, innumerevoli sentimenti di quel tempo mi riescono ora incomprensibili, inesplicabili, perché non ho alcuna guida per rintracciarne l'origine, per determinarne la natura. Una discontinuità, un difetto di fusione, è tra quel periodo della mia vita psichica e gli altri.

Udii una volta raccontare, nel corso di una favola, che un giovine principe, dopo un lungo pellegrinaggio avventuroso, giunse infine al conspetto della donna che egli aveva con tanto ardore cercata. Tremava di speranza il giovine, mentre la donna gli sorrideva da vicino. Ma un velo rendeva intangibile la donna sorridente. Era un velo d'ignota materia, così tenue che si confondeva con l'aria; eppure il giovine non poté stringere l'amata a traverso un tal velo.

Questa imaginazione mi aiuta un poco a rappresentarmi il singolare stato in cui mi trovavo allora, a riguardo di Giuliana. Io sentivo che qualche cosa, inconoscibile, manteneva ancora tra lei e me l'intervallo. Ma, nel tempo medesimo, confidavo nel “semplice atto silenzioso” che, o prima o poi, doveva distruggere l'ostacolo e rendermi felice.

Come mi piaceva intanto la camera di Giuliana! Era tappezzata d'un tessuto chiaro, un po' invecchiato, a fiorami assai sbiaditi, e aveva un'alcova profonda. Come la profumavano le spine albe!

Ella disse, troppo bianca:

- È acuto questo odore. Dà alla testa. Non lo senti?

E andò verso una finestra per aprirla. Poi soggiunse:

- Maria, chiama Miss Edith.

La governante comparve.

- Edith, vi prego, portate questi fiori nella stanza del pianoforte. Metteteli nei vasi. Badate di non pungervi.

Maria e Natalia vollero portare una parte del fascio. Rimanemmo soli. Ella andò ancóra verso la finestra; si appoggiò al davanzale, volgendo le spalle alla luce.

Io dissi:

- Hai qualche cosa da fare? Vuoi che me ne vada?

- No, no. Resta pure. Siediti. Raccontami la tua passeggiata di stamani. Fin dove sei giunto?

Ella pronunziò queste frasi con un po' di precipitazione. Come il parapetto era all'altezza delle reni, ella teneva sul davanzale i gomiti; e il suo busto s'inclinava indietro, entrando nel rettangolo della finestra. La faccia, rivolta verso di me in pieno, si empiva d'ombra, specialmente nel cavo degli occhi; ma i capelli, ricevendo in sommo la luce, formavano una esigua aureola; gli omeri anche in sommo si rischiaravano. Un piede, su cui premeva il peso del corpo, avanzava l'estremità della veste, mostrando un po' della calza cinerina e la babbuccia brillante. Tutta la figura, in quell'attitudine, in quella luce, aveva una straordinaria forza di seduzione. Un lembo di paesaggio turchiniccio e voluttuoso, tra l'uno e l'altro stipite, sfondava pel vano, dietro quella testa.

Allora fu che, d'improvviso, come per una rivelazione fulminea, io rividi in lei la donna desiderabile e nel mio sangue si riaccesero il ricordo e il desiderio delle carezze.

Io le parlavo guardandola fissamente. Come più la guardavo, più mi sentivo turbare; ed ella certo doveva leggere nel mio sguardo, perché l'inquietudine in lei si fece palese. Io pensai con un'acuta ansietà interiore: “Se ardissi? Se m'avanzassi fino a lei e la prendessi fra le mie braccia?”. Anche la franchezza apparente che io cercavo di mettere nei miei discorsi leggeri, m'abbandonò. Mi confusi. Quel disagio divenne insostenibile.

Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di Natalia e di Edith, indistinte.

Io mi levai, m'accostai alla finestra, mi misi a fianco di Giuliana, fui sul punto di chinarmi verso di lei per proferire alfine le parole già tante volte ripetute dentro di me in colloqui imaginarii. Ma il timore di una interruzione probabile mi trattenne. Pensai che quel momento era forse inopportuno, che non avrei avuto forse il tempo di dirle tutto, di aprirle tutto il mio cuore, di raccontarle la mia vita interna delle ultime settimane, la misteriosa convalescenza della mia anima, il risveglio delle mie fibre più tenere, la rifioritura de' miei sogni più gentili, la profondità del mio sentimento nuovo, la tenacità della mia speranza. Pensai che non avrei avuto il tempo di raccontarle i minuti episodii recenti, quelle piccole confessioni ingenue, deliziose all'orecchio della donna che ama, fresche di verità, più persuasive di qualunque eloquenza. Io dovevo infatti riuscire a persuaderla d'una grande e forse per lei incredibile cosa, dopo tante delusioni: riuscire a persuaderla che questo mio ritorno non era ingannevole, ma sincero, definitivo, necessitato da un bisogno vitale di tutto il mio essere. Ella, certo, diffidava ancóra; certo, in questo suo diffidare stava la ragione del suo ritegno. Ancóra fra noi s'intrapponeva l'ombra d'un atroce ricordo. Io dovevo scacciare quell'ombra, ricongiungere la mia anima a quella di lei così strettamente che nulla più potesse intrapporsi. E questo doveva accadere in un'ora favorevole, in un luogo segreto, silenzioso, abitato soltanto dalle memorie: a Villalilla.

Noi tacevamo, intanto, ambedue nel vano della finestra, l'uno a fianco dell'altra. Giungevano dalle stanze contigue le voci di Maria, di Natalia e di Edith, indistinte. Il profumo delle spine albe era vanito. Le tende che pendevano dall'arco dell'alcova lasciavano intravedere il letto nel fondo, ove i miei occhi andavano spesso, curiosi della penombra, quasi cupidi.

Giuliana aveva chinato il capo, perché sentiva anch'ella forse il peso dolce e angoscioso del silenzio. Il vento leggero le agitava su la tempia una ciocca libera. L'irrequietudine di quella ciocca scura, un po' lionata, ove anzi qualche filo alla luce diveniva oro su quella tempia pallida come un'ostia, mi faceva languire. E, guardando, io rividi sul collo il piccolo segno fosco da cui tante volte in altri tempi era partita la favilla della tentazione.

Allora, non potendo più reggere, con un misto di temenza e di ardire, levai la mano per ravviare quella ciocca; e le mie dita tremanti di su i capelli sfiorarono l'orecchio, il collo, ma appena appena, con la più tenue delle carezze.

- Che fai? - disse Giuliana, scossa da un sussulto, volgendomi uno sguardo smarrito, tremando più di me forse.

E si scostò dalla finestra; sentendosi seguire, diede qualche passo come di fuga, perdutamente.

- Ah perché, perché questo, Giuliana? - esclamai, fermandomi.

Ma subito dopo:

- È vero: non sono ancóra degno. Perdonami!

In quel punto le due campane della cappella incominciarono a squillare. E Maria e Natalia si precipitarono nella camera, verso la madre, gridando di gioia; e, l'una dopo l'altra, le s'appesero al collo e le coprirono il viso di baci; e dalla madre passarono a me, e io le sollevai, l'una dopo l'altra, nelle mie braccia.

Le due campane squillavano a furia; tutta la Badiola pareva invasa dal fremito del bronzo. Era il Sabato Santo, l'ora della Risurrezione.

 

 

IV.

 

Nel pomeriggio di quel medesimo sabato, ebbi un accesso di tristezza singolare.

Era giunta la posta alla Badiola; e io e mio fratello, nella sala del bigliardo, davamo una scorsa ai giornali. Per caso mi venne sotto gli occhi il nome di Filippo Arborio, citato in una cronaca. Un turbamento subitaneo s'impadronì di me. Così un lieve urto solleva il fondiglio in un vaso chiarito.

Mi ricordo: era un pomeriggio nebuloso, illuminato come da uno stanco riverbero biancastro. Fuori, innanzi alla vetrata che dava su lo spiazzo, passarono Giuliana e mia madre, l'una a braccio dell'altra, conversando. Giuliana portava un libro; e camminava con un'aria stracca.

Con la inconseguenza delle imagini che si svolgono nel sogno, si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata: Giuliana avanti allo specchio, nel giorno di novembre; il mazzo dei crisantemi bianchi; la mia ansietą nell'udire l'aria di Orfeo; le parole scritte sul frontespizio del Segreto; il colore dell'abito di Giuliana; il mio dibattito alla finestra; il volto di Filippo Arborio, grondante di sudore; la scena dello spogliatoio, nella sala d'armi. Io pensai con un fremito di paura, come uno che si trovi d'improvviso inclinato su l'orlo di una voragine: “Potrei dunque non salvarmi?”.

Sopraffatto dall'ambascia, avendo bisogno d'esser solo per guardare dentro di me, per guardare in faccia la mia paura, io salutai mio fratello, uscii dalla sala, andai nelle mie stanze.

Il mio turbamento era misto d'impazienza irosa. Io ero come uno che, in mezzo al benessere d'una guarigione illusoria, nella ricuperata sicurtà della vita, senta a un tratto il morso del male antico, si accorga di portare ancóra nella sua carne il male inestirpabile e sia costretto ad osservarsi, a sorvegliarsi, per convincersi dell'orrenda verità. “Potrei dunque non salvarmi? E perché?”

Nello strano oblio che tutte le cose passate aveva sommerso, in quella specie di oscuramento che pareva aver invaso un intero strato della mia conscienza, anche il dubbio contro Giuliana, l'odioso dubbio s'era perduto, s'era disciolto. Troppo grande bisogno aveva la mia anima di cullarsi nell'illusione, di credere e di sperare. La mano santa di mia madre, accarezzando i capelli di Giuliana, aveva per me riaccesa intorno a quel capo l'aureola. Per uno di quelli abbagli sentimentali frequenti nei periodi di debolezza, vedendo le due donne respirare nel medesimo cerchio con una concordia così dolce, io le avevo confuse in una medesima irradiazione di purità.

Ora, un piccolo fatto casuale, un semplice nome letto per caso in un diario, il risveglio d'un ricordo torbido erano bastati a sconvolgermi, a sbigottirmi, a spalancarmi d'innanzi un abisso; nel quale io non osavo gittare uno sguardo risoluto e profondo, perché il mio sogno di felicitą mi tratteneva, mi tirava indietro, attaccato a me tenacemente. Ondeggiai prima in un'angoscia fosca, indefinibile, su cui passavano a quando a quando i bagliori temuti. “ť possibile ch'ella non sia pura. E allora? Filippo Arborio o un altro... Chi sa! - Conoscendo la colpa potrei perdonare? - Che colpa? Che perdono? Tu non hai il diritto di giudicarla, tu non hai il diritto di alzare la voce. Troppe volte ella ha taciuto; questa volta dovresti tu tacere. - E la felicitą? - Sogni tu la felicitą tua o quella di entrambi? Quella di entrambi, certo, perché un semplice riflesso della sua tristezza oscurerebbe qualunque tua gioia. Tu supponi che, essendo tu contento, ella sarebbe anche contenta: tu col tuo passato di licenza continua, ella col suo passato di continuo martirio. La felicità che tu sogni riposa tutta su l'abolizione del passato. Perché dunque, se ella veramente non fosse pura, non potresti tu mettere il velo o la pietra su la sua colpa come su la tua? Perché dunque, volendo far dimenticare, non dimenticheresti? Perché dunque, volendo essere un uomo nuovo, disgiunto completamente dal passato, non potresti considerar lei come una donna nuova, nelle condizioni medesime? Una tale ineguaglianza sarebbe forse la peggiore delle tue ingiustizie. - Ma l'Ideale? Ma l'Ideale? La mia felicità sarebbe allora possibile quando io potessi riconoscere in Giuliana assolutamente una creatura superiore, impeccabile, degna di tutta l'adorazione; e nel sentimento infimo di questa superiorità, nella conscienza della sua propria grandezza morale ella appunto troverebbe la massima parte della felicità sua. Io non potrei astrarre dal mio passato né dal suo, perché questa particolare felicità non potrebbe essere senza la nequizia della mia vita anteriore e senza quell'eroismo invitto e quasi sovrumano davanti al cui fantasma la mia anima è rimasta sempre china. - Ma sai tu quanto ci sia d'egoismo in questo tuo sogno e quanto d'elevazione ideale? Meriti tu forse la felicità, questo alto premio? Per quale privilegio? Così dunque il tuo lungo errore ti avrebbe condotto non all'espiazione ma alla ricompensa...”

Io mi scossi, per interrompere il dibattito. “Infine, non si tratta se non di un antico dubbio, assai vago, ora risorto per caso. Questo turbamento irragionevole si dileguerą. Io do consistenza a un'ombra. Fra due, fra tre giorni, dopo Pasqua, andremo a Villalilla; e lą io saprė, io sentirò indubitabilmente il vero. - Ma quella profonda, inalterabile malinconia ch'ella porta negli occhi non Ź sospetta? Quella sua aria smarrita, quella nube d'un pensiero continuo che le pesa tra ciglio e ciglio, quella stanchezza immensa che rivelano certe sue attitudini, quell'ansietą ch'ella non riesce a dissimulare quando tu ti avvicini, non sono sospette?” Tali ambigue apparenze potevano anche spiegarsi in un senso favorevole. Però, sopraffatto da un'onda di dolore più violenta, io mi levai e andai verso la finestra col desiderio istintivo d'immergermi nello spettacolo esterno per trovarvi una rispondenza allo stato del mio spirito o una rivelazione o una pacificazione.

Il cielo era tutto bianco, simile a una compagine di veli sovrapposti in mezzo a cui l'aria circolasse producendo larghe e mobili pieghe. Qualcuno di quei veli pareva a quando a quando distaccarsi, avvicinarsi alla terra, quasi radere la cima degli alberi, lacerarsi, ridursi in lembi cadenti, tremolare a fior del suolo, vanire. Le linee delle alture si volgevano indeterminate verso il fondo, si scomponevano, si ricomponevano, in lontananze illusorie, come un paese in un sogno, senza realità. Un'ombra plumbea occupava la valle, e l'Assòro dalle rive invisibili l'animava de' suoi luccicori. Quel fiume tortuoso, luccicante in quel golfo d'ombra, sotto quel continuo dissolvimento lento del cielo, attirava lo sguardo, aveva per lo spirito il fascino delle cose simboliche, parendo portare in sé la significazione occulta di quello spettacolo indefinito.

Il mio dolore perse a poco a poco l'acredine, divenne pacato, eguale. “Perché aspirare con tanta bramosia alla felicitą, non essendone degno? Perché poggiare tutto l'edifizio della vita futura su un'illusione? Perché credere con una fede cosď cieca in un privilegio inesistente? Forse tutti gli uomini, vivendo, incontrano un punto decisivo in cui ai piĚ sagaci Ź dato di comprendere quale dovrebbe essere la loro vita. Tu gią ti trovasti in quel punto. Ricėrdati dell'istante in cui la mano bianca e fedele, che portava l'amore, l'indulgenza, la pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, tremė nell'aria verso di te come per l'offerta suprema...”

Il rammarico mi gonfiò di lacrime il cuore. Appoggiai i gomiti sul davanzale, mi presi la testa fra le palme; guardando fiso il meandro del fiume in fondo alla valle plumbea, mentre la compagine del cielo si dissolveva senza posa, restai qualche minuto sotto la minaccia d'un castigo imminente, sentii sovra di me pendere una sventura ignota.

Come mi giunse dalla stanza sottoposta il suono del pianoforte, inaspettato, la greve oppressione disparve a un tratto; e mi agitò un'ansia confusa in cui tutti i sogni, tutti i desiderii, tutte le speranze, tutti i rimpianti, tutti i rimorsi, tutti i terrori si rimescolarono con una rapidità inconcepibile, soffocantemente.

Riconobbi la musica. Era una Romanza senza parole che Giuliana prediligeva e che Miss Edith sonava spesso; era una di quelle melodie velate ma profonde in cui pare che l'Anima rivolga alla Vita con accenti sempre diversi una medesima domanda: “Perché hai delusa la mia aspettazione?”.

Cedendo a un impulso quasi istintivo, uscii sollecito, attraversai il corridoio, scesi le scale, mi fermai d'innanzi alla porta d'onde veniva il suono. La porta era socchiusa; m'insinuai senza far rumore; guardai per l'apertura delle tende. Giuliana era lą? - I miei occhi non videro nulla; da prima impregnati di luce, finché non s'adattarono alla penombra, ma mi ferď il profumo acuto delle spine albe, quell'odor misto di timo e di mandorla amara, fresco come un latte selvaggio. Guardai. La stanza era appena illuminata dal chiarore verdognolo che scendeva di tra le stecche delle gelosie. Miss Edith era sola, davanti alla tastiera; e seguitava la sua musica, senza accorgersi di me. La cassa dell'istrumento riluceva nella penombra; i rami delle spine biancheggiavano. In quella quiete raccolta, in quel profumo effuso da rami che mi ricordavano la buona ebrezza matutina e il sorriso di Giuliana e il mio tremito, la Romanza mi parve sconsolata come non mai.

Dov'era Giuliana? Era risalita? Era ancóra fuori?

Mi ritrassi; discesi le altre scale; attraversai il vestibolo senza incontrare nessuno. Avevo un bisogno indomabile di cercarla, di vederla; pensavo che forse il suo solo aspetto mi avrebbe ridata la calma, mi avrebbe fidata la confidenza. Come uscii su lo spiazzo, scorsi Giuliana sotto gli olmi in compagnia di Federico.

Ambedue mi sorrisero. Disse mio fratello, sorridendo, quando fui da presso:

- Parlavamo di te. Giuliana crede che tu ti stancherai presto della Badiola... E i nostri progetti, allora?

- No, Giuliana non sa - io risposi, sforzandomi di riprendere la mia disinvoltura consueta. - Ma tu vedrai. Sono, invece, cosď stanco di Roma... e di tutto il resto!

Guardavo Giuliana. E una mirabile mutazione avvenne nel mio interno, poiché le tristi cose, che fino a quel minuto mi avevano oppresso, ora precipitavano al fondo, si oscuravano, si dileguavano, cedevano il luogo al sentimento salutare che il solo aspetto di lei e di mio fratello bastava a suscitarmi. Ella era seduta, un po' abbandonata su sé stessa, tenendo su le ginocchia un libro che io riconobbi, il libro che io le avevo dato pochi giorni innanzi: La Guerra e la Pace. Tutto in lei, veramente, nell'attitudine e nello sguardo era dolce ed era buono. E nacque in me qualche cosa di simile al sentimento che avrei forse provato se io avessi veduto in quel medesimo luogo, sotto gli olmi familiari che perdevano i loro fiori morti, Costanza adulta, la povera sorella, al fianco di Federico.

Gli olmi piovevano i loro fiori innumerevoli, ad ogni fiato. Era, nella luce bianca, una discesa continua, lentissima di pellicole diafane, quasi impalpabili, che s'indugiavano nell'aria, esitavano, tremolavano come alette di libellule, tra verdognole e biondicce, dando alla vista per quella continuità e per quella labilità una sensazione quasi allucinante. Giuliana le riceveva su le ginocchia, su le spalle; di tratto in tratto faceva un debole gesto per toglierne qualcuna che rimaneva presa nei capelli delle tempie.

- Ah, se Tullio rimarrà alla Badiola - diceva Federico rivolto a lei - faremo grandi cose. Promulgheremo le nuove leggi agrarie; gitteremo le basi della nuova constituzione agraria... Sorridi? Avrai anche tu una parte nella nostra opera. Ti affideremo l'esercizio di due o tre precetti del nostro Decalogo. Anche tu lavorerai. A proposito, Tullio, quando cominceremo questo noviziato? Tu hai le mani troppo bianche. Eh, le punture di certe spine non bastano...

Parlava gaiamente, con quella sua voce limpida e forte che trasfondeva sĚbito in chi l'udiva un senso di sicurtą e di fidanza. Parlava dei suoi disegni vecchi e nuovi; intorno alla interpretazione della legge cristiana primitiva sul lavoro alimentario, con una gravitą di pensiero e di sentimento, temperata da quella gaiezza gioviale, che era come un velo di modestia spiegato da lui medesimo contro la meraviglia e l'elogio di chi l'udiva. Tutto in lui appariva semplice, facile, spontaneo. Questo giovine, per la sola forza del suo spirito illuminato dalla sua bontą nativa, gią da alcuni anni aveva intuita la teoria sociale inspirata a Leone Tolstoj dal moujik Timoteo Bondareff. In quel tempo egli non conosceva neppure La Guerra e la Pace, il gran libro, apparso allora allora nell'Occidente.

- Ecco un libro per te - io gli dissi, prendendo il volume di su le ginocchia di Giuliana.

- Sì; tu me lo darai. Lo leggerò.

- A te piace? - chiese a Giuliana.

- Sì, molto. È triste e consolante, insieme. Amo già Maria Bolkonsky, e anche Pietro Besoukhow...

Io mi posi accanto a lei, sul sedile. Mi pareva di non pensare a nulla, di non avere pensieri ben definiti; ma la mia anima vigilava e meditava. Un contrasto palese era tra il sentimento dell'ora, delle cose circostanti, e il sentimento rappresentato dai discorsi di Federico, da quel libro, dai nomi dei personaggi che Giuliana amava. L'ora finiva lenta e molle, quasi accidiosa, in quel confuso vapore biancastro dove gli olmi a poco a poco si disfioravano. Giungeva fioco il suono del pianoforte, e inintelligibile, aumentando la malinconia della luce, quasi cullando la sonnolenza dell'aria.

Senza piú ascoltare, assorto, io apersi quel libro, lo sfogliai qua e là, scorsi il principio di qualche pagina. M'avvidi che qualche pagina era piegata all'angolo, come per ricordo; qualche altra era solcata da un colpo d'unghia sul margine, secondo la nota consuetudine della lettrice. Volli leggere, allora, curioso, quasi ansioso. Nella scena tra Pietro Besoukhow e il vecchio incognito, alla posta di Torjok, molte frasi erano segnate.

“... La tua vista spirituale si ripieghi sul tuo essere interiore. Domanda a te stesso se tu sei contento di te stesso. A qual esito sei giunto avendo per unica guida il tuo intelletto! Voi siete giovine, voi siete ricco, voi siete intelligente. Che avete fatto di tutti questi doni? Siete contento di voi e della vostra esistenza?

- No, l'aborro.

- Se tu l'aborri, mutala, purìficati; e, secondo che ti trasformerai, imparerai a conoscere la saggezza. Come l'avete voi trascorsa questa esistenza? In orgie, in bagordi, in depravazioni: ricevendo tutto dalla società e nulla dando. Come avete usati i beni di fortuna ricevuti? Che avete fatto pel vostro prossimo? Avete pensato alle vostre migliaia di servi? Li avete aiutati moralmente e materialmente? No; è vero? Avete profittato della loro fatica per vivere una vita corrotta. Avete cercato di adoperarvi a vantaggio del vostro prossimo? No. Avete vissuto nell'ozio. Poi, vi siete ammogliato: avete accettata la responsabilità di servire da guida a una donna giovine. E allora? Invece di aiutarla a trovare la via della verità, l'avete gittata nell'abisso della menzogna e della sciagura...”

Di nuovo, l'insostenibile peso mi piombò sopra, mi schiacciò; e fu uno strazio più atroce di quello già sofferto, perché la vicinanza di Giuliana aumentava l'orgasmo. Il passo trascritto era indicato nella pagina con un solo segno. Certo, Giuliana lo aveva segnato pensando a me, ai miei errori. Ma anche l'ultima riga si riferiva a me, a noi? L'avevo io gittata, era ella caduta “nell'abisso della menzogna e della sciagura”?

Io temevo che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore.

Un'altra pagina era piegata, portava un solco visibilissimo: quella su la morte della principessa Lisa a Lissy-Gory.

“... Gli occhi della morta erano chiusi; ma il suo volto esile non era mutato. Ed ella pareva dire pur sempre: - Che avete voi fatto di me? - Il principe Andrea non piangeva; ma si sentì lacerare il cuore, pensando ch'egli era colpevole di torti omai irreparabili e indimenticabili. Il principe vecchio anche venne, e baciò una delle fragili mani di cera, che stavano incrociate l'una su l'altra. E parve che quel povero esile volto ripetesse anche a lui: - Che avete fatto di me...?”

La dolce e terribile domanda mi ferì come un aculeo. “Che avete fatto di me?” Tenevo gli occhi fissi su la pagina, non osando di volgermi a guardare Giuliana e pur essendo ansioso di guardarla. E avevo paura che ella e Federico udissero i battiti del mio cuore e si volgessero essi a guardar me e scoprissero il mio turbamento. Così forte era il mio turbamento, ch'io credevo di avere il viso scomposto e di non potermi levare e di non poter proferire una sillaba. Un solo sguardo, rapido, obliquo, gittai a Giuliana; e il suo profilo mi s'impresse così che mi parve di continuare a vederlo su la pagina, accanto al “povero esile volto” della principessa morta. Era un profilo pensoso, reso più grave dall'attenzione, ombrato dai lunghi cigli; e le labbra serrate, un po' cadenti all'angolo, parevano involontariamente confessare una stanchezza e una tristezza estreme. Ella ascoltava mio fratello. E la voce di mio fratello mi sonava all'orecchio confusa, mi pareva remota sebbene fosse tanto vicina; e tutti quei fiori degli olmi, che piovevano piovevano senza posa, tutti quei fiori morti, quasi irreali, quasi inesistenti, mi davano una sensazione inesprimibile, come se quella visione fisica mi si convertisse in uno strano fenomeno interno e io assistessi al passaggio continuo di quelle innumerevoli ombre impalpabili in un cielo intimo, nell'intimo dell'anima mia. “Che avete fatto di me?” ripetevano la morta e la vivente, ambedue senza muovere le labbra. “Che avete fatto di me?”

- Ma che leggi, ora, Tullio? - disse Giuliana volgendosi, togliendomi il libro di tra le mani, chiudendolo, posandolo di nuovo su le sue ginocchia, con una specie d'impazienza nervosa.

E sùbito dopo, senza alcuna pausa, come per rendere insignificante quel suo atto:

- Perché non andiamo su, da Miss Edith, a fare un po' di musica? Sentite? Sta sonando, mi pare, la Marcia funebre per la morte di un eroe, quella che piace a te, Federico...

Ed ella tese l'orecchio, in ascolto. Tutt'e tre ascoltammo. Qualche gruppo di note giungeva fino a noi, nel silenzio. Ella non s'era ingannata. Soggiunse, levandosi:

- Andiamo, dunque. Venite?

Io fui l'ultimo ad alzarmi, per vederla d'innanzi a me. Ella non si curò di scuotere dalla sua veste i fiori dell'olmo; che sul terreno intorno avevano composto un tappeto soffice, seguitando a piovere, a piovere senza tregua. In piedi, rimase là qualche istante, a capo chino, a guardare lo strato dei fiori ch'ella scavava e ammonticchiava con la punta sottile della sua scarpetta, mentre anche su lei altri fiori altri fiori seguitavano a piovere a piovere senza tregua. Io non le vedevo la faccia. Era ella intenta a quell'atto ozioso o assorta in una perplessità?

 

 

V.

 

La mattina dopo, tra gli altri portatori di doni pasquali, venne alla Badiola Calisto, il vecchio Calisto, il guardiano di Villalilla, con un fascio enorme di fiori di lilla ancóra freschissimi, fragranti. E volle egli stesso, con le sue proprie mani, offrirlo a Giuliana, rammentandole i bei tempi del nostro soggiorno, pregandola di una visita, di una visita anche breve. - La signora pareva così allegra, così contenta laggiù! Perché non ci tornava? La casa era rimasta intatta, non era mutata in nulla. Il giardino era diventato più folto. Gli alberi di lilla, un bosco! erano in piena fioritura. Non giungeva fino alla Badiola il profumo, verso sera? La casa, il giardino, proprio, aspettavano la visita. Tutti i vecchi nidi sotto le gronde erano pieni di rondinelle. Secondo il desiderio della signora, quei nidi erano stati rispettati sempre come cose sante. Ma, proprio, erano omai troppi. Bisognava ogni settimana adoperare la pala su i balconi, su i davanzali delle finestre. E che stridio dall'alba al tramonto! Quando sarebbe dunque venuta, la signora? Presto?

Io dissi a Giuliana:

- Vuoi che andiamo martedì?

Con un po' d'esitazione, mentre reggeva a fatica il fascio smisurato che quasi le nascondeva il volto, ella rispose:

- Andiamo pure, se vuoi, martedì.

- Verremo martedì, dunque, Calisto - io dissi al vecchio, con un accento di allegrezza così vivace che io stesso ne fui sorpreso, tanto era stato spontaneo e subitaneo il moto dell'animo. - Aspettaci per martedì mattina. Porteremo con noi la colazione. Tu non preparare nulla; hai capito? Lascia la casa chiusa. Voglio aprire io stesso la porta; voglio aprire io stesso le finestre a una a una. Intendi?

Una strana allegrezza, tutta irriflessiva, mi agitava, mi suggeriva atti e parole puerili, quasi folli, che stentavo a rattenere. Avrei voluto abbracciare Calisto, accarezzargli la bella barba bianca, prenderlo a braccio e parlare con lui di Villalilla, delle cose passate, dei “nostri tempi”, abbondantemente, sotto quel gran sole di Pasqua. “Ecco ancóra davanti a me un uomo semplice, sincero, tutto d'un pezzo: un cuore fedele!” io pensavo, guardandolo. E ancóra una volta mi sentivo rassicurato, come se l'affetto di quel vecchio fosse per me un altro buon talismano contro la sorte.

Ancóra una volta, dopo la caduta del giorno innanzi, la mia anima si risollevava incitata dalla grande letizia ch'era nell'aria, che splendeva in tutti gli occhi, che emanava da tutte le cose. La Badiola in quella mattina pareva la mŹta di un pellegrinaggio. Nessuno del contado aveva mancato di portare il dono e l'augurio. Mia madre riceveva su le sue mani benedette baci innumerevoli, d'uomini, di donne, di fanciulli. Alla messa celebrata nella cappella assisteva una turba densa che traboccava fuor della soglia dilatandosi per lo spiazzo, religiosa sotto il dėmo ceruleo. Le campane argentine squillavano con un accordo felice, quasi musicale, nell'aria senza mutamento. Su la torre l'inscrizione del quadrante solare diceva: Hora est benefaciendi. E in quella mattina di gloria, in cui pareva salire verso la dolce casa materna tutta la gratitudine dovuta al lungo benefizio, le tre parole cantavano.

Come potevo io dunque conservare dentro di me la perfidia dei dubbi, dei sospetti, delle imagini impure, dei ricordi torbidi? Che potevo io temere, dopo aver veduto mia madre premere più volte le sue labbra su la fronte di Giuliana sorridente? dopo aver veduto mio fratello stringere nella sua mano fiera e leale la gracile mano pallida di quella che era per lui come la seconda incarnazione di Costanza?

 

 

VI.

 

Il pensiero della gita a Villalilla mi occupò per tutto quel giorno e pel giorno seguente, di continuo. Non mai, credo, l'attesa dell'ora stabilita pel primo convegno con un'amante mi aveva data un'ansietà così fiera. “Cattivi sogni, cattivi sogni, soliti effetti dell'esser allucinato!” io giudicavo le angosce del sabato tristo: con una straordinaria leggerezza d'animo, con una volubilità obliosa, posseduto interamente dalla pervicace illusione che scacciata ritornava e distrutta rinasceva sempre.

Lo stesso turbamento sensuale del desiderio concorreva ad oscurare la conscienza, a renderla ottusa. Io pensavo di riconquistare non l'anima sola di Giuliana ma anche il corpo; e nella mia ansietą entrava una parte di orgasmo fisico. Il nome di Villalilla suscitava in me ricordi voluttuosi: ricordi non di mite idillio ma di passione ardente, non di sospiri ma di gridi. Senza accorgermene, io avevo forse acuito e corrotto il mio desiderio con le imagini inevitabili generate dal dubbio; e portavo in me latente quel germe venefico. Infatti, sino allora in me era parsa predominante la commozione spirituale, ed io, aspettando il gran giorno, m'ero compiaciuto in puri colloquii fantastici con la donna da cui volevo ottenere il perdono. Ora invece non tanto vedevo la scena patetica fra me e lei quanto la scena di voluttà, che doveva esserne conseguenza immediata. Il perdono si mutava in abbandono, il bacio trepido su la fronte in bacio cupido su la bocca - nel mio sogno. Il senso sopraffaceva lo spirito. E a poco a poco, per una eliminazione rapida e inarrestabile, una imagine escluse tutte le altre e m'occupò e mi signoreggiò, fissa, lucidissima, esatta nelle minime particolarità. “È dopo la colazione. Un piccolo bicchiere di Chablis è bastato a turbare Giuliana che è quasi un'astemia. Il pomeriggio si fa sempre più caldo; l'odore delle rose, dei giaggioli, dei fiori di lilla si fa violento; le rondini passano e ripassano con un gran garrire assordante. E siamo soli, ambedue invasi da un tremito interiore insostenibile. E io le dico, a un tratto: - Vuoi che andiamo a rivedere la nostra stanza? - È l'antica stanza nuziale che ad arte io ho tralasciato di aprire nel nostro giro per la villa. Entriamo. C'è, là dentro, come un cupo rombo, lo stesso rombo che pare sia in fondo a certe conchiglie sinuose; e non altro è che il rumore delle mie vene. Ed ella anche forse ode quel rombo; e non altro è che il rumore delle sue vene. Tutto il resto è silenzio: pare che le rondini non garriscano più. Io voglio parlare; e, alla prima parola rauca, ella mi cade fra le braccia, quasi svenuta...”

Questa rappresentazione fantastica si arricchiva di continuo, si faceva più complessa, simulava la realità, raggiungeva una evidenza incredibile. Io non riescivo a contenderle il dominio assoluto del mio spirito, pareva che risorgesse in me l'antico libertino, così profondo era il compiacimento che io provavo a contemplare e ad accarezzare l'imagine voluttuosa. La castità mantenuta per alcune settimane, in quella primavera così fervida, produceva ora i suoi effetti nel mio organismo ristorato. Un semplice fenomeno fisiologico mutava completamente il mio stato di conscienza, dava una piega completamente diversa ai miei pensieri, mi trasformava in un altro uomo.

Maria e Natalia avevano mostrata la voglia di accompagnarci nella gita. Giuliana avrebbe voluto consentire. Io mi opposi; adoperai tutta la mia abilità e la mia grazia per raggiungere lo scopo.

Federico aveva proposto: - Martedì io debbo andare a Casal Caldore. Vi accompagno in carrozza sino a Villalilla: voi vi fermate e io proseguo. Poi, la sera, ripassando, vi riprendo in carrozza; e torniamo insieme alla Badiola. - Giuliana, me presente, aveva accettato.

Io pensavo che la compagnia di Federico, almeno nell'andata, non sarebbe stata inopportuna; mi avrebbe anzi tolto da una certa perplessità. Infatti: di che avremmo discorso, se fossimo stati soli, io e Giuliana, in quelle due o tre ore di viaggio? Quale attitudine avrei presa verso di lei? Avrei potuto anche guastare le cose, compromettere il buon esito, o almeno togliere la freschezza alla nostra commozione. Non avevo sognato io di ritrovarmi d'un tratto con lei a Villalilla, come per una magia, e di rivolgerle quivi la mia prima parola tenera e sommessa? La presenza di Federico mi avrebbe dato il modo di evitare i preliminari incerti, i lunghi silenzii tormentosi, le frasi proferite a bassa voce per riguardo agli orecchi del cocchiere, tutte insomma le piccole irritazioni e le piccole torture. Noi saremmo discesi a Villalilla, e là, soltanto là, ci saremmo ritrovati finalmente l'uno a fianco dell'altra, d'innanzi alla porta del paradiso perduto.

 

 

VII.

 

Così fu. M'è impossibile rappresentar con parole la sensazione ch'io provai nell'udire il tintinno delle sonagliere, lo strepito della carrozza che s'allontanava portando Federico verso Casal Caldore. Io dissi a Calisto, prendendo dalle sue mani le chiavi, con un'impazienza manifesta:

- Ora, tu puoi andare. Ti chiamerò più tardi.

E richiusi io stesso il cancello, dietro il vecchio che m'era parso un po' attonito e scontento di quel congedo quasi brusco.

- Ci siamo, alla fine! - esclamai, quando io e Giuliana fummo soli. Tutta l'onda di felicità che m'aveva invaso passò nella mia voce.

Io ero felice, felice, indicibilmente felice; ero posseduto come da una grande allucinazione di felicità inaspettata, insperata, che trasfigurava tutto il mio essere, suscitava e moltiplicava quanto di buono e di giovine era ancóra rimasto in me, m'isolava dal mondo, concentrava a un tratto la mia vita nel cerchio delle mura che chiudevano quel giardino. Le parole mi s'affollavano alle labbra, senza nesso, improferibili; la ragione mi si smarriva tra un balenio fulmineo di pensieri.

Come poteva Giuliana non indovinare quel che avveniva in me? Come poteva non intendermi? Come poteva non esser colpita nel mezzo del cuore dal raggio violento della mia gioia?

Ci guardammo. Vedo ancóra l'espressione ansiosa di quel volto su cui errava un sorriso malsicuro. Ella disse, con la sua voce velata, debole, sempre esitante di quella singolare esitazione già da me notata altre volte, che la faceva sembrare quasi di continuo attenta a trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa, disse:

- Giriamo un poco pel giardino, prima di aprire la casa. Quanto tempo è che non lo rivedo così fiorito! L'ultima volta che ci venimmo fu tre anni fa, ti ricordi? anche d'aprile, nei giorni di Pasqua...

Ella voleva forse dominare il suo turbamento, ma non poteva; voleva forse frenare l'effusione della tenerezza, ma non sapeva. Ella stessa, con le prime parole pronunziate in quel luogo, aveva incominciato ad evocare i ricordi. Si soffermò, dopo alcuni passi; e ci guardammo. Un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passò ne' suoi occhi neri.

- Giuliana! - io proruppi, non reggendo più, sentendomi sgorgare dall'intimo del cuore un flutto di parole appassionate e dolci, provando un bisogno folle d'inginocchiarmi davanti a lei su la ghiaia, e di abbracciarla alle ginocchia e di baciarle la veste, le mani, i polsi, furiosamente, senza fine.

Ella m'accennò che tacessi, con un gesto supplichevole. E seguitò a internarsi pel viale, con un passo più celere.

Portava un abito di panno grigio chiaro ornato di trine più oscure, un cappello di feltro grigio, un ombrellino di seta grigia a piccoli trifogli bianchi. Vedo ancóra la sua persona elegante in quel colore fine e sobrio avanzarsi tra le folte masse degli alberi di lilla che s'inchinavano verso di lei carichi dei loro innumerevoli grappoli fra turchinicci e violetti.

Mancava quasi un'ora al mezzogiorno. Era una mattina calda, d'un caldo precoce, azzurra ma navigata da qualche nuvola molle. I frutici deliziosi, che davano il nome alla villa, fiorivano per ogni dove, signoreggiavano tutto il giardino, facevano un bosco appena interrotto qua e lą da cespugli di rose gialle e da mucchi di giaggioli. Qua e lą le rose si arrampicavano su per i fusti, s'insinuavano tra i rami, ricadevano miste in catene, in ghirlande, in festoni, in corimbi; a piŹ dei fusti le iridi fiorentine elevavano di tra le foglie simili a lunghe spade glauche le forme ampie e nobili dei loro fiori; i tre profumi si mescevano in un accordo profondo che io riconoscevo perché dal tempo lontano era rimasto nella mia memoria distinto come un accordo musicale di tre note. Nel silenzio, non si udiva se non il garrire delle rondini. La casa appena s'intravedeva tra i coni dei cipressi, e le rondini vi accorrevano innumerevoli come le api all'alveare.

Dopo un poco, Giuliana rallentò il passo. Io le camminavo al fianco, così vicino che di tratto in tratto i nostri gomiti si toccavano. Ella guardava intorno a sé con occhi mobili e attenti, come temendo che le sfuggisse qualche cosa. Due o tre volte io sorpresi su le sue labbra l'atto di parlare: il principio di una parola vi si disegnava, senza suono. Io le chiesi a voce bassa, timido, come un amante:

- Che pensi?

- Penso che non avremmo mai dovuto partire di qui...

- È vero, Giuliana.

Le rondini talvolta quasi ci rasentavano, con un grido, rapide e rilucenti come strali pennuti.

- Quanto ho desiderato questo giorno, Giuliana! Ah, tu non saprai mai quanto l'ho desiderato! - io proruppi allora, in preda a una commozione così forte che la mia voce doveva essere irriconoscibile. - Nessuna ansietà, vedi, nessuna ansietà, mai nella vita ho provata eguale a questa che mi divora da ier l'altro, dal momento che tu consentisti a venire. Ti ricordi tu della prima volta che ci vedemmo in segreto, su la terrazza di Villa Oggèri, e che ci baciammo? Ero folle di te: tu te ne ricordi. Ebbene, l'attesa di quella notte mi par nulla al confronto... Tu non mi credi; tu hai ragione di non credermi, di diffidare, ma io voglio dirti tutto, voglio raccontarti quel che ho sofferto, quel che ho temuto; quel che ho sperato. Oh, lo so: quel che ho sofferto è forse poco al confronto di quel che t'ho fatto soffrire. Lo so, lo so; tutti i miei dolori non valgono forse il tuo dolore, non valgono le tue lacrime. Io non ho espiato il mio fallo, e non sono degno d'essere perdonato. Ma dimmi tu, ma dimmi tu quello che io debbo fare perché tu mi perdoni! Tu non mi credi; ma io voglio dirti tutto. Te sola veramente io ho amata nella vita; amo te sola. Lo so, lo so: queste sono le cose che gli uomini dicono, per farsi perdonare; e tu hai ragione di non credermi. Ma pure, vedi, se tu pensi al nostro amore d'una volta, se tu pensi a quei primi tre anni di tenerezza mai interrotta, se tu ti ricordi, se tu ti ricordi, vedi, non è possibile che tu non mi creda. Anche nelle mie peggiori cadute, tu dovevi essere per me indimenticabile; e la mia anima si doveva volgere a te, e ti doveva cercare, e ti doveva rimpiangere, sempre, intendi? sempre. Tu stessa non te n'accorgevi? Quando tu eri per me una sorella, certe volte non t'accorgevi che io morivo di tristezza? Te lo giuro; lontano da te, non ho provato mai una gioia sincera, non ho avuto mai un'ora di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu eri la mia adorazione costante, profonda, segreta. La parte migliore di me è stata sempre tua; e una speranza v'è rimasta sempre accesa; la speranza di liberarmi dai miei mali e di ritrovare il mio primo unico amore intatto... Ah, dimmi che non ho sperato inutilmente, Giuliana!

Ella camminava con estrema lentezza, senza più guardare d'innanzi a sé, a capo chino, troppo bianca. Una piccola contrattura dolorosa le appariva di quando in quando all'angolo della bocca. E poiché ella taceva, incominciò a muoversi in fondo a me un'inquietudine vaga. Un senso vago di oppressione incominciò a venirmi da quel sole, da quei fiori, dai gridi di quelle rondini, da tutto quel riso, troppo aperto, della primavera trionfante.

- Non mi rispondi? - seguitai, prendendole la mano ch'ella teneva abbandonata lungo il fianco. - Tu non mi credi; tu hai perduto qualunque fede in me; tu temi ancóra che io ti deluda; tu non osi di ridonarti perché pensi sempre a quella volta... Sì, è vero: fu la più cruda delle mie infamie. Io n'ho rimorso come d'un delitto; e, anche se tu mi perdonerai, io non potrò mai perdonarmi. Ma non t'accorgesti tu che io ero malato, che io ero demente? Una maledizione mi perseguitava. E da quel giorno io non ebbi più un minuto di tregua, non ebbi più un intervallo di lucidezza. Non ti ricordi? Non ti ricordi? Tu, certo, sapevi che ero fuori di me, in uno stato di demenza; perché tu mi guardavi come si guarda un pazzo. Più d'una volta io sorpresi nel tuo sguardo una compassione penosa, non so che curiosità e che timore. Non ti ricordi com'ero ridotto? Irriconoscibile... Ebbene, io sono guarito, io mi sono salvato, per te. Ho potuto vedere la luce. Finalmente la luce si è fatta. Te sola ho amata nella vita; amo te sola. Intendi?

Pronunziai le ultime parole con una voce più ferma e più lenta, come per imprimerle a una a una su l'anima della donna; e strinsi forte la mano che già tenevo nella mia. Ella si fermò, nell'atto di chi sta per lasciarsi cadere, anelando. Più tardi, soltanto più tardi, nelle ore che seguirono, compresi tutta la mortale angoscia esalata in quell'anelito. Ma allora non altro compresi che questo: “Il ricordo dell'orribile tradimento, evocato da me, le rinnova la sofferenza. Ho toccato piaghe che sono ancóra aperte. Ah, se potessi persuaderla a credermi! Se potessi vincere la sfiducia che la tiene! Non sente ella dunque la verità nella mia voce?”.

Eravamo presso ad un bivio. C'era là un sedile. Ella mormorò:

- Sediamo, un poco.

Sedemmo. Non so s'ella riconobbe sùbito il luogo. Io non lo riconobbi sùbito, smarrito come uno che abbia portata per qualche tempo la benda. Ambedue guardammo intorno; poi ci guardammo, avendo negli occhi lo stesso pensiero. Molte memorie di tenerezza erano legate a quel vecchio sedile di pietra. Il cuore non mi si gonfiò di rammarico ma d'una avidità affannosa, quasi d'un furore di vita, che mi diede in un lampo una visione dell'avvenire fantastica e allucinante. “Ah ella non sa di quali nuove tenerezze io sia capace! Io ho il paradiso per lei nella mia anima!” E l'idealità dell'amore fiammeggiò dentro di me così forte ch'io mi esaltai.

- Tu ti addolori. Ma quale creatura al mondo è stata amata come tu sei amata? Quale donna ha potuto avere una prova di amore che valga questa ch'io ti do? Non avremmo mai dovuto partire di qui, tu dicevi, dianzi. E forse saremmo stati felici. Tu non avresti sofferto il martirio, non avresti versato tante lacrime, non avresti perduto tanta vita; ma non avresti conosciuto il mio amore, tutto il mio amore...

Ella teneva il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; e ascoltava, immobile. I cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi turbava più d'uno sguardo.

- Io, io stesso non avrei conosciuto il mio amore. Quando mi allontanai da te la prima volta, non credevo gią che tutto fosse finito? Cercavo un'altra passione, un'altra febbre, un'altra ebrezza. Volevo abbracciare la vita con una sola stretta. Tu non mi bastavi. E per anni mi sono estenuato in una fatica atroce, oh tanto atroce che n'ho orrore come un forzato ha orrore della galera dove ha vissuto morendo tutti i giorni un poco. E ho dovuto passare d'oscuritą in oscuritą, per anni, prima che si facesse questa luce nella mia anima, prima che questa grande veritą m'apparisse. Non ho amato che una donna: te sola. Tu sola al mondo hai la bontą e la dolcezza. Tu sei la piĚ buona e la piĚ dolce creatura che io abbia mai sognata; sei l'Unica. E tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano... Intendi ora? Intendi? Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano. Ah, dimmi tu: questa rivelazione non vale tutte le tue lacrime? Non vorresti averne versate anche più, anche più, per una tale prova?

- Sì, anche più - ella disse, così piano che appena l'udii. Fu un soffio su quelle labbra esangui. E le lacrime le sgorgarono di tra i cigli, le solcarono le gote, le bagnarono la bocca convulsa, le caddero sul petto ansioso.

- Giuliana, mio amore, mio amore! - gridai, con un brivido di felicità suprema, gittandomi in ginocchio d'innanzi a lei.

E la cinsi con le mie braccia, misi la testa nel suo grembo, provai per tutto il corpo quella tensione smaniosa in cui si risolve lo sforzo vano d'esprimere con un atto, con un gesto, con una carezza l'ineffabile passione interiore. Le sue lacrime caddero su la mia guancia. Se l'effetto materiale di quelle calde gocce viventi avesse corrisposto alla sensazione ch'io n'ebbi, porterei su la mia pelle una traccia indelebile!

- Oh, lasciami bere - io pregai.

E, rilevandomi, accostai le mie labbra ai suoi cigli, le bagnai nel suo pianto, mentre le mie dita smarritamente la toccavano. Una pieghevolezza strana era venuta alle mie membra, una specie di fluidità illusoria per cui non avvertivo più l'impaccio delle vesti. Credevo che mi sarebbe stato possibile circondare, avviluppare tutta quanta la persona amata.

- Sognavi - io le dicevo, avendo in bocca il sapore salso che mi si diffondeva nei precordii (piĚ tardi, nelle ore che seguirono, mi stupii di non aver trovato in quelle lacrime una intollerabile amarezza) - sognavi d'essere tanto amata? Sognavi questa felicitą? Sono io, guardami, sono io che ti parlo cosď; guardami bene, sono io... Se tu sapessi come mi pare strano tutto questo! Se ti potessi dire!... So che ti ho conosciuta prima d'ora, so che ti ho amata prima d'ora; so che ti ho ritrovata. Eppure mi pare di averti trovata soltanto ora, un momento fa, quando tu hai detto: “Sì, anche più...”. Hai detto così è vero? Tre parole sole... un soffio... E io rivivo, e tu rivivi; ed ecco che siamo felici, siamo felici per sempre.

Io le dicevo queste cose con quella voce che ci viene come di lontano, interrotta, indefinibile; che pare giunga all'orlo delle labbra modulata non nella materialità dei nostri organi ma nell'estremo fondo dell'anima nostra. Ed ella, che fino a quel momento aveva versato un pianto silenzioso, ruppe in singhiozzi.

Forte, troppo forte singhiozzava, non come chi sia sopraffatto da una gioia senza limiti ma come chi esali una disperazione inconsolabile. Singhiozzava così forte ch'io rimasi per qualche istante in quello stupore che suscitano le manifestazioni eccessive, i grandi parosismi della commozione umana. Inconscientemente, mi scostai un poco; ma sùbito dopo, notai quell'intervallo che s'era aperto tra lei e me; sùbito dopo, notai che non soltanto il contatto materiale era cessato ma che anche il sentimento di comunione s'era disperso in un attimo. Eravamo pur sempre due esseri ben distinti, separati, estranei. La stessa diversità delle nostre attitudini aumentava il distacco. Ripiegata su sé medesima, premendosi con le due mani il fazzoletto sulla bocca, ella singhiozzava; e ogni singhiozzo le scoteva tutta la persona, pareva rivelarne la fragilità. Io stavo ancóra in ginocchio d'innanzi a lei, senza toccarla; e la guardavo: stupito e pur nondimeno stranamente lucido; attento a sorvegliare tutto ciò ch'era per accadere dentro di me, e pur nondimeno avendo tutti i sensi aperti alla percezione delle cose che mi circondavano. Udivo il singhiozzo di lei e il garrito delle rondini; e avevo la nozione del tempo e del luogo esatta. E quei fiori e quegli odori e quella grande luminosità immobile dell'aria e tutto quel riso della primavera aperto mi diedero uno sgomento che crebbe, che crebbe e diventò una specie di timor pànico, una paura istintiva e cieca a cui la ragione non poté opporsi. E, come scoppia un fulmine in un cumulo di nubi, un pensiero guizzò in mezzo a quello scompiglio pauroso, m'illuminò e mi percosse. “Ella è impura.”

Ah, perché non caddi allora fulminato? Perché non mi si spezzò un viscere vitale e non restai là su la ghiaia, ai piedi della donna che nella fuga di pochi attimi m'aveva sollevato all'apice della felicità e m'aveva precipitato in un abisso di miseria?

- Rispondi - (Le afferrai i polsi, le scopersi la faccia, le parlai da presso; e la mia voce era così sorda che io medesimo appena la udivo tra il romorio del mio cervello.) - rispondi: che è questo pianto?

Ella cessò di singhiozzare, e mi guardò; e gli occhi benché bruciati dalle lacrime, le si dilatarono esprimendo un'ansietà estrema, come se mi avessero veduto morire. Io dovevo aver perduto, infatti, ogni colore di vita.

- È tardi, forse? È troppo tardi? - soggiunsi, rivelando il mio pensiero terribile in quella domanda oscura.

- No, no, no... Tullio, non è... nulla. Tu hai potuto pensare!... No, no... Sono tanto debole, vedi; non sono più come una volta... Non reggo... Sono malata, tu sai; sono tanto malata. Non ho potuto resistere... a quello che mi dicevi. Tu intendi... M'è venuto questo accesso all'improvviso... È una cosa dei nervi... come una convulsione... Si spasima; non si capisce più se si pianga di gioia o di dolore... Ah, mio Dio!... Vedi, mi passa... Alzati, Tullio; vieni qui accanto a me.

Mi parlava con una voce affiochita ancóra dal pianto, interrotta ancóra da qualche singulto; mi guardava con una espressione che io riconoscevo, con una espressione ch'ella aveva avuta già altre volte alla vista della mia sofferenza. Un tempo, ella non poteva vedermi soffrire. La sua sensibilità per questo riguardo era esagerata così che io potevo ottener tutto da lei mostrandomi dolente. Tutto ella avrebbe fatto per allontanare da me una pena, la minima pena. Spesso allora io mi fingevo afflitto, per gioco, per agitarla, per essere consolato come un fanciullo, per avere certe carezze che mi piacevano, per muovere in lei certe grazie che adoravo. Ed ora non appariva ne' suoi occhi la medesima espressione tenera e inquieta?

- Vieni qui accanto a me, siediti. O vuoi che seguitiamo a girare pel giardino? Non abbiamo ancóra veduto nulla... Andiamo verso la peschiera. Voglio bagnarmi gli occhi... Perché mi guardi così? Che pensi? Non siamo felici? Ecco, vedi, incomincio a sentirmi bene, tanto bene. Ma avrei bisogno di bagnarmi gli occhi, il viso... Che ora sarà? Sarà mezzogiorno? Federico ripasserà verso le sei. Abbiamo tempo... Vuoi che andiamo?

Parlava interrottamente, ancóra un po' convulsa, con uno sforzo palese, volendo ricomporsi, riacquistare il dominio su i suoi nervi, dissipare in me qualunque ombra, apparirmi ridente e felice. La trepidazione del suo sorriso negli occhi ancóra umidi e rosei aveva una dolcezza penosa che m'inteneriva. Nella sua voce, nella sua attitudine, in tutta la sua persona era questa dolcezza che m'inteneriva e m'illanguidiva d'un languore un po' sensuale. Mi è impossibile definire la delicata seduzione che emanava da quella creatura su i miei sensi e sul mio spirito, in quello stato di conscienza irresoluto e confuso. Ella pareva dirmi, mutamente: “Io non potrei essere più dolce. Prendimi dunque, già che mi ami; prendimi nelle tue braccia, ma piano, senza farmi male, senza stringermi troppo forte. Oh, io mi struggo d'essere accarezzata da te! Ma credo che tu potresti farmi morire!”. Questa imaginazione mi aiuta un poco a rendere l'effetto ch'ella produceva su me col suo sorriso. Io le guardavo la bocca, quando ella mi disse: - Perché mi guardi così? - Quando ella mi disse: - Non siamo felici? -, io provai il cieco bisogno d'una sensazione voluttuosa nella quale attutire il malessere lasciatomi dalla violenza recente. Quando ella si levò, con un atto rapidissimo io me la presi fra le braccia e attaccai la mia bocca alla sua.

Fu un bacio di amante quello che io le diedi, un bacio lungo e profondo che agitò tutta l'essenza delle nostre due vite. Ella si lasciò ricadere sul sedile, spossata.

- Ah no, no, Tullio: ti prego! Non più, non più! Lasciami prima riprendere un po' di forza - supplicò, stendendo le mani come per tenermi discosto. - Altrimenti non mi potrò più levare di qui... Vedi, sono morta.

Ma in me era avvenuto uno straordinario fenomeno. Tale sul mio spirito quella sensazione quale su una riva un flutto gagliardo che spazzi qualunque traccia lasciando la sabbia rasa. Fu come un annullamento istantaneo; e sùbito uno stato nuovo si formò sotto l'influenza immediata delle circostanze, sotto l'urgenza del sangue riacceso. Non altro più conobbi che questo: - la donna che io desideravo era là, d'innanzi a me, tremante, prostrata dal mio bacio, tutta mia alfine; intorno a noi fioriva un giardino solitario, memore, pieno di segreti; una segreta casa ci aspettava, di là dagli alberi floridi, custodita dalle rondini familiari.

- Credi tu che io non sarei capace di portarti? - dissi, prendendole le mani, intrecciando le mie dita alle sue. - Una volta eri leggera come una piuma. Ora devi essere anche più leggera... Proviamo?

Qualche cosa d'oscuro passò ne' suoi occhi. Ella per un istante parve alienarsi in un suo pensiero, come chi considera e risolve rapidamente. Poi scosse il capo; e arrovesciandosi indietro e appendendosi a me con le braccia stese e ridendo (un poco della sua gengiva esangue apparve nel riso), fece:

- Su, tirami su!

E alzata s'abbatté sul mio petto; e questa volta fu ella che mi baciò prima, con una specie di furia convulsa, come presa da una frenesia repentina, quasi volesse in un solo tratto estinguere una sete atrocemente patita.

- Ah, sono morta! - ripeté, quando ebbe distaccata la sua bocca dalla mia.

E quella bocca umida, un po' gonfia, semiaperta, divenuta più rosea, atteggiata di languore, in quel viso così pallido e così tenue, mi diede veramente l'impressione indefinibile d'una cosa che sola fosse rimasta viva nella sembianza d'una morta.

Bisbigliò, levando gli occhi chiusi (i lunghi cigli le tremolavano come se un sorriso esiguo di sotto alle palpebre vi stillasse), trasognata:

- Sei felice?

Io la strinsi al mio cuore.

- Andiamo, dunque. Portami dove vuoi. Reggimi tu un poco, Tullio, perché le ginocchia mi si piegano...

- Alla nostra casa, Giuliana?

- Dove vuoi...

La reggevo forte alle reni con un braccio e la sospingevo. Ella era come una sonnambula. Per un tratto, rimanemmo in silenzio. Ci volgevamo a quando a quando l'uno verso l'altra, nel tempo medesimo, per rimirarci. Ella veramente mi pareva nuova. Una piccolezza fermava la mia attenzione, mi occupava: un piccolo segno appena visibile nella sua pelle, un piccolo incavo nel labbro inferiore, la curva dei cigli, una vena della tempia, l'ombra che cerchiava gli occhi, il lobo dell'orecchio infinitamente delicato. Il granello fosco sul collo era nascosto appena dall'orlo del merletto; ma, per qualche moto che Giuliana faceva col capo, appariva talvolta e poi spariva; e la piccola vicenda incitava la mia impazienza. Ero ebro e pur tuttavia stranamente lucido. Udivo i gridi delle rondini più numerosi e il chioccolìo dei getti d'acqua nella peschiera prossima. Sentivo la vita scorrere, il tempo fuggire. E quel sole e quei fiori e quegli odori e quei romori e tutto quel riso della primavera troppo aperto mi diedero per la terza volta un senso di ansietà inesplicabile.

- Il mio salice! - esclamò Giuliana in vicinanza della peschiera, cessando di appoggiarsi a me, sollecitando il passo. - Guarda, guarda com'è grande! Ti ricordi? Era un ramo...

E soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un accento diverso, a voce bassa:

- Io l'avevo gią riveduto... Tu forse non sai: io ci venni a Villalilla, quella volta.

Non trattenne un sospiro. Ma súbito, come per dissipare l'ombra ch'ella aveva messa tra noi con quelle parole, come per togliersi dalla bocca quell'amarezza, si chinò a una delle cannelle, bevve qualche sorso e risollevandosi fece l'atto di chiedermi un bacio. Aveva il mento bagnato e le labbra fresche. Ambedue, taciti, in quella stretta risolvemmo d'affrettare l'evento omai necessario, la ricongiunzione suprema che tutte le nostre fibre chiedevano. Quando ci distaccammo, ambedue ci ripetemmo con gli occhi la stessa cosa inebriante. Fu straordinario il sentimento che il volto di Giuliana espresse, ma incomprensibile allora per me. Solo più tardi, nelle ore che seguirono, potei comprenderlo; quando seppi che un'imagine di morte e un'imagine di voluttà insieme avevano inebriata la povera creatura e che ella aveva fatto un vóto funebre nell'abbandonarsi al languore del suo sangue. Vedo come se l'avessi d'innanzi, vedrò sempre quel volto misterioso nell'ombra prodotta dalla grande capellatura arborea che ci pioveva sopra. I baleni dell'acqua al sole, guizzando tra i lunghi rami dalle foglie diafane, davano all'ombra una vibrazione allucinante. Gli echi fondevano in una monotonia cupa e continua le voci dei getti sonori. Tutte le apparenze esaltavano il mio essere fuori della realità.

Movendo verso la casa non parlammo. Così intensa era divenuta la mia brama, la visione dell'evento prossimo rapiva la mia anima in un turbine così alto di gioia, così forte era il battito delle mie arterie che io pensai: “È il delirio? Non provai questo la prima notte nuziale; quando misi il piede su la soglia...”. Due o tre volte m'assalì un impeto selvaggio, come un accesso istantaneo di follia, che contenni per prodigio: tale era il mio bisogno fisico di ripossedere quella donna. Anche in lei l'orgasmo doveva essere divenuto insostenibile, perché ella si fermò sospirando:

- Oh mio Dio, mio Dio! È troppo.

Soffocata, oppressa, m'afferrò una mano e se la portò al cuore.

- Senti!

Più che i battiti del suo cuore io seguii la mollezza del suo seno a traverso la stoffa; e le mie dita istintivamente si piegarono a stringere la piccola forma che conoscevano. Vidi negli occhi di Giuliana l'iride perdersi nel bianco sotto le palpebre che si abbassavano. Temendo ch'ella venisse meno, la mantenni, poi la sospinsi, quasi la portai di peso fino ai cipressi, fino a un sedile dove sedemmo ambedue estenuati. Stava d'innanzi a noi la casa, come in un sogno. Ella disse reclinando la testa su la mia spalla:

- Ah, Tullio, che cosa terribile! Non credi anche tu che potremmo morire?

Ella soggiunse, grave, con una voce venutale chi sa da quale profondità dell'essere:

- Vuoi che moriamo?

Il singolare brivido ch'io ebbi mi rivelò che un sentimento straordinario era in quelle parole, forse il sentimento medesimo che aveva trasfigurato il viso di Giuliana sotto il salice, dopo la stretta, dopo la muta risoluzione. Ma anche questa volta non potei comprendere. Soltanto compresi che ambedue eravamo posseduti omai da una specie di delirio e respiravamo in un'atmosfera di sogno.

Come un sogno stava d'innanzi a noi la casa. Su la facciata rustica, per tutte le comici, per tutte le sporgenze, lungo il gocciolatoio, sopra gli architravi, sotto i davanzali delle finestre, sotto le lastre dei balconi, tra le mensole, tra le bugne, dovunque le rondini avevano nidificato. I nidi di creta innumerevoli, vecchi e nuovi, agglomerati come le cellette di un alveare, lasciavano pochi intervalli liberi. Su quegli intervalli e su le stecche delle persiane e su i ferri delle ringhiere gli escrementi biancheggiavano come spruzzi di calcina. Benché chiusa e disabitata, la casa viveva. Viveva d'una vita irrequieta, allegra e tenera. Le rondini fedeli l'avvolgevano dei loro voli, dei loro gridi, dei loro luccichii, di tutte le loro grazie e di tutte le loro tenerezze, senza posa. Mentre gli stormi s'inseguivano per l'aria in caccia con la velocità delle saette, alternando i clamori, allontanandosi e riavvicinandosi in un attimo, radendo gli alberi, levandosi nel sole, gittando a tratti dalle macchie bianche un baleno, instancabili, ferveva dentro ai nidi e intorno ai nidi un'altra opera. Delle rondini covaticce alcune rimanevano per qualche istante sospese agli orifizi; altre si reggevano su le ali brillando; altre s'introducevano a mezzo, lasciando di fuori la piccola coda forcuta che tremolava vivamente, nera e bianca su la mota giallastra; altre di dentro escivano a mezzo, mostrando un po' del petto lustro, la gola fulva; altre, fino allora invisibili, si spiccavano a volo con un grido acutissimo, scoccavano. E tutta quella mobilità alacre ed ilare intorno alla casa chiusa, tutta quella vivacità di nidi intorno al nostro antico nido erano uno spettacolo così dolce, un così fino miracolo di gentilezza che noi per qualche minuto, come in una pausa della nostra febbre, ci obliammo a contemplarlo.

Io ruppi l'incanto, alzandomi. Dissi:

- Ecco la chiave. Che aspettiamo?

- Sì, Tullio, aspettiamo ancóra un poco! - ella supplicò, paventando.

- Io vado ad aprire.

E mi mossi verso la porta; salii i tre gradini che parevano quelli di un altare. Mentre stavo per girare la chiave col tremito del devoto che apre il reliquiario, sentii dietro di me Giuliana che m'aveva seguito furtiva, leggera come un'ombra.

Ebbi un sussulto.

- Sei tu?

- Sì, sono io - bisbigliò ella, carezzevole, spirandomi nell'orecchio il suo alito.

E, standomi alle spalle, mi cinse il collo con le braccia in modo che i suoi polsi delicati s'incrociarono sotto il mio mento.

L'atto furtivo, quel tremolio di riso ch'era nel suo bisbiglio e che tradiva la sua gioia infantile d'avermi sorpreso, quella maniera d'allacciarmi, tutte quelle grazie agili mi ricordarono la Giuliana d'un tempo, la giovine e tenera compagna degli anni felici, la creatura deliziosa dalla lunga treccia, dalle fresche risa, dalle arie di fanciulla. Un soffio della stessa felicità m'investì, sul limitare della casa memore.

- Apro? - domandai, tenendo ancóra la mano su la chiave per girarla.

- Apri - ella rispose, senza lasciarmi, spirandomi ancóra il suo alito nel collo.

Allo stridere che fece la chiave nella serratura, ella mi legò più forte con le braccia, mi si serrò addosso, comunicandomi il suo brivido. Le rondini garrivano sul nostro capo; eppure quel lieve stridore ci parve distinto come in un silenzio profondo.

- Entra - ella mi bisbigliò, senza lasciarmi. - Entra, entra.

Quella voce, proferita da labbra tanto vicine ma invisibili, reale eppure misteriosa, spiratami calda nell'orecchio eppure intima come se mi parlasse nel mezzo dell'anima, e feminina e dolce come nessun'altra voce fu mai, io la odo ancóra, la udrò sempre.

- Entra, entra

Spinsi la porta. Varcammo la soglia, come fusi in una sola persona, pianamente.

L'andito era rischiarato da un'alta finestra rotonda. Una rondine ci svolazzò sul capo garrendo. Levammo gli occhi, sorpresi. Un nido pendeva fra le grottesche della volta. Alla finestra, mancava un vetro. La rondine fuggì via pel varco, garrendo.

- Ora sono tua, tua, tua! - bisbigliò Giuliana, senza distaccarsi dal mio collo ma girando flessuosamente per venirmi sul petto, per incontrare la mia bocca.

A lungo ci baciammo. Io dissi, ebro:

- Vieni. Andiamo su. Vuoi che ti porti?

Sebbene ebro, io mi sentivo nei muscoli la forza di portarla su per le scale in un tratto.

Ella rispose:

- No. Posso salire da me.

Ma non pareva ch'ella potesse, a udirla, a vederla.

Io la cinsi, come prima nel viale: e la sospinsi di gradino in gradino, così sorreggendola. Veramente pareva nella casa fosse quel rombo cupo e remoto che conservano in loro certe conchiglie profonde. Veramente pareva che nessun altro romore dall'esterno vi giungesse.

Quando fummo sul pianerottolo, io non aprii l'uscio di contro; ma volsi a destra pel corridoio oscuro, traendo lei per la mano, senza parlare. Tanto forte ella ansava che mi faceva pena, mi comunicava l'ambascia.

- Dove andiamo? - mi domandò.

Io risposi:

- Alla stanza nostra.

Quasi non ci si vedeva. Io ero come guidato da un istinto. Ritrovai la maniglia; aprii. Entrammo.

L'oscurità era rotta dall'albore che trapelava dagli spiragli; e vi si udiva più cupo il rombo. Io volevo correre verso quegli indizi per fare sùbito la luce, ma non potevo lasciare Giuliana; mi pareva di non potermi distaccare da lei, di non poter interrompere neppure per un attimo il contatto delle nostre mani, quasi che a traverso la cute le estremità vive dei nostri nervi aderissero magneticamente. Ci avanzammo insieme, ciechi. Un ostacolo ci arrestò, nell'ombra. Era il letto, il gran letto delle nostre nozze e dei nostri amori...

Fin dove s'udì il grido terribile?

 

 

VIII.

 

Erano le due del pomeriggio. Tre ore circa erano passate dal momento del nostro arrivo a Villalilla.

Avevo lasciata sola Giuliana per alcuni minuti; ero andato a chiamare Calisto. Il vecchio aveva portato il canestro della colazione; e, non più con sorpresa ma con una certa malizia bonaria, aveva ricevuto un secondo congedo bizzarro.

Stavamo ora, io e Giuliana, seduti a tavola come due amanti, l'uno di fronte all'altra, sorridendoci. Avevamo là vivande fredde, conserve di frutti, biscotti, aranci, una bottiglia di Chablis. La sala, con la sua volta a ornati barocchi, con le sue pareti chiare, con le sue pitture pastorali nei soprapporti, aveva una certa gaiezza antiquata, un'aria del secolo scorso. Pel balcone aperto entrava una luce assai mite, poiché nel cielo s'erano diffuse lunghe vene lattee. Nel rettangolo pallido campeggiava “il vecchio cipresso venerabile che aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua cima”. Più giù, a traverso i ferri curvi della ringhiera appariva la delicata selva di color gridellino, la gloria primaverile di Villalilla. Il triplice profumo, l'anima primaverile di Villalilla, esalava nella calma a onde lente eguali.

Giuliana diceva:

- Ti ricordi?

Ripeteva, ripeteva:

- Ti ricordi?

Le più lontane ricordanze del nostro amore venivano a una a una su la sua bocca, evocate appena con qualche accenno discreto e pur riviventi con una straordinaria intensità nel luogo natale, tra le cose favorevoli. Ma quella sollecitudine affannosa, quel furore di vita, che m'avevano invaso nel giardino alla prima sosta, ora anche mi rendevano quasi insofferente, mi suggerivano visioni dell'avvenire iperboliche da contrapporre ai fantasmi del passato troppo incalzanti.

- Bisogna che noi torniamo qui, domani, fra due, fra tre giorni al più, per rimanere; ma soli. Tu vedi: qui non manca nulla; non è stato portato via nulla. Se tu volessi, potremmo anche rimanere stanotte qui... Ma tu non vuoi! È vero che non vuoi?

Con la voce, col gesto, con lo sguardo io cercavo di tentarla. Le mie ginocchia toccavano le sue ginocchia. Ed ella mi guardava fissamente, senza rispondere.

- Imagini tu la prima sera, qui, a Villalilla? Andar fuori, restar fuori sin dopo l'Ave Maria, vedere le finestre illuminate! Ah, tu intendi bene... I lumi che si accendono in una casa per la prima volta, la prima sera! Imagini? Fino ad ora tu non hai fatto che ricordare, ricordare. Eppure, vedi: tutti i tuoi ricordi non valgono per me un momento di oggi, non varranno un momento di domani. Dubiti tu, forse, della felicitą che abbiamo davanti? Io non t'ho mai amata come t'amo ora, Giuliana; mai mai. Intendi? Io non sono mai stato tuo come ora, Giuliana... Ti racconterė, ti racconterė le mie giornate, perché tu conosca i tuoi miracoli. Dopo tante cattive cose, chi poteva sperare una cosa simile? Ti racconterė... Mi pareva, in certe ore, d'essere tornato al tempo dell'adolescenza, al tempo della prima giovinezza. Mi sentivo candido come allora: buono, tenero, semplice. Non mi ricordavo più di nulla. Tutti tutti i miei pensieri erano tuoi; tutte le mie commozioni si riferivano a te. Certe volte, la vista d'un fiore, d'una piccola foglia, bastava a far traboccare la mia anima, tanto era piena. E tu non sapevi nulla; non t'accorgevi di nulla, forse. Ti racconterò... L'altro giorno, sabato, quando entrai nella tua stanza con quelle spine! Ero timido come un innamorato novello e mi sentivo morire, dentro, dal desiderio di prenderti fra le mie braccia... Non te n'accorgesti? Ti racconterò tutto; ti farò ridere. Quel giorno le cortine dell'alcova lasciavano intravedere il tuo letto. Non potevo distaccare gli occhi di là, e tremavo. Come tremavo! Tu non sai... Già due o tre altre volte io ero entrato nella tua stanza, solo, di nascosto, con una grande palpitazione; ed avevo sollevato le cortine per guardare il tuo letto, per toccare il tuo lenzuolo, per affondare la faccia nel tuo guanciale, come un amante fanatico. E certe notti, quando tutti già dormivano alla Badiola, io mi avventuravo, piano piano, fin quasi alla tua porta; credevo di ascoltare il tuo respiro... Dimmi, dimmi: stanotte potrò venire da te? Mi vorrai? Di': mi aspetterai? Potremmo dormire lontani, stanotte? Impossibile! La tua guancia ritroverà il suo posto sul mio petto, qui... ti ricordi? Come dormivi leggera!

- Tullio, Tullio, taci! - m'interruppe ella, supplichevole, quasi che le mie parole le facessero male.

Soggiunse, sorridendo:

- Bisogna che tu non mi ubriachi così... Te lo dicevo, dianzi. Sono tanto debole; sono una povera malata... Tu mi dài le vertigini. Io non reggo. Vedi come mi hai già ridotta? Mi hai lasciata con mezz'anima...

Ella sorrideva, con un sorriso tenue, stancamente. Aveva le palpebre un poco arrossite; ma sotto quella stanchezza delle palpebre gli occhi le ardevano d'un ardore febrile e mi guardavano di continuo, con una fissità quasi intollerabile sebbene temperata dall'ombra dei cigli. In tutta la sua attitudine era qualche cosa d'innaturale che la mia vista non riusciva a cogliere né il mio spirito a definire. Quando mai la sua fisonomia aveva avuto quel carattere di mistero inquietante? Pareva che di tratto in tratto la sua espressione si complicasse, si oscurasse fino a divenire enigmatica. Ed io pensavo: “Ella è travagliata dal vortice interiore. Non vede ancóra chiaramente in sé medesima quel che è accaduto. Tutto, forse, dentro di lei è sconvolto. La sua esistenza non è mutata in un attimo?”. E quella espressione profonda mi attirava e mi appassionava sempre più. L'ardore del suo sguardo mi penetrava nelle midolle come un fuoco vorace. Benché io la vedessi così affranta, ero impaziente di prenderla ancóra, di beverle tutta l'anima.

- Non mangi nulla - io le dissi, facendo uno sforzo per dissipare il vapore che mi saliva al capo rapidamente.

- Anche tu.

- Almeno bevi un sorso. Non riconosci questo vino?

- Oh, lo riconosco.

- Ti ricordi?

E ci guardammo dentro le pupille, alterati, nell'evocare il ricordo d'amore su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e biondo ch'ella prediligeva.

- Beviamo dunque insieme, alla nostra felicità!

Urtammo i bicchieri ed io bevvi con foga; ma ella non bagnò neppure le labbra, come presa da una ripugnanza invincibile.

- Ebbene?

- Non posso, Tullio.

- Perché?

- Non posso. Non mi forzare. Credo che anche una goccia mi farebbe male.

Ella s'era coperta d'un pallore cadaverico.

- Ma tu ti senti male, Giuliana.

- Un poco. Alziamoci. Andiamo sul balcone.

Cingendola sentii la viva mollezza del suo fianco, poiché nella mia assenza ella s'era liberata del busto. Le dissi:

- Vuoi stenderti sul letto? Tu ti riposerai e io ti starò accanto...

- No, Tullio. Sto già bene, vedi.

E ci fermammo sul limitare del balcone, al conspetto del cipresso. Ella s'appoggiò allo stipite, e posò una mano su la mia spalla.

Dalla sporgenza dell'architrave, di sotto alla cimasa, pendeva un gruppo di nidi. Le rondini vi accorrevano e se ne partivano con un'attività incessante. Ma così piena era la calma del giardino sottoposto, così ferma era la cima del cipresso innanzi a noi, che quei frulli, quei voli, quei gridi mi diedero un senso di fastidio, mi dispiacquero. Poiché tutto s'attenuava, si velava, in quella luce quieta, desiderai una pausa, un lungo intervallo di silenzio, un raccoglimento, per assaporare tutta quanta la soavità dell'ora e della solitudine.

- Ci saranno ancóra gli usignoli? - dissi, ricordando le violente melodie vespertine.

- Chi sa! Forse.

- Cantavano verso sera. Non ti piacerebbe di riudirli?

- Ma a che ora ripasserà Federico?

- Tardi, speriamo.

- Oh sì, tardi, tardi! - ella esclamò, con una sincerità d'augurio così calda ch'io n'ebbi un fremito di gioia.

- Sei felice? - le domandai, cercandole negli occhi la risposta.

- Sì, sono felice - ella rispose, abbassando i cigli.

- Sai che amo te sola, che sono tutto tuo per sempre?

- Lo so.

- E tu ora... come mi ami?

- Come non potrai mai sapere, povero Tullio!

E, dicendo queste parole, ella si staccò dallo stipite e si appoggiò tutta su me con una di quelle sue movenze indescrivibili in cui era quanto di abbandonata dolcezza la più feminina delle creature può emanare verso un uomo.

- Bella! Bella!

Veramente bella appariva, illanguidita, arrendevole, molle, quasi direi fluida così che mi faceva pensare alla possibilità di assorbirla a poco a poco, d'imbevermene. Sul pallore del viso la massa dei capelli rilasciata sembrava che stesse per diffondersi in fiotto. I cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi turbava più d'uno sguardo.

- Anche tu non potrai mai sapere... Se ti dicessi i pensieri folli che mi nascono dentro! È una felicità così grande che mi dà l'angoscia, mi dà quasi il desiderio di morire.

- Morire! - ella ripeté sommessamente, con un sorriso tenue. - Chi sa, Tullio, che io non ti muoia... presto!

- Oh, Giuliana!

Ella si sollevò diritta per guardarmi; e soggiunse:

- Dimmi, che faresti tu se io ti morissi, all'improvviso?

- Bambina!

- Se, per esempio, domani io fossi morta?

- Ma taci!

E io la presi alle tempie e incominciai a baciarla su la bocca, su le gote, su gli occhi, su la fronte, su i capelli, con baci rapidi e leggeri. Ella si lasciava baciare. Anzi, quando io mi arrestai, mormorò:

- Ancóra!

- Ritorniamo nella nostra stanza - io pregai, traendola.

Ella si lasciava trarre.

Anche nella nostra stanza il balcone era aperto. Entrava con la luce l'odore muschiato delle rose gialle che fiorivano là presso. Sul fondo chiaro delle tappezzerie i minuti fiori azzurri erano tanto sbiaditi che appena si vedevano. Un lembo del giardino si rifletteva nello specchio di un armario, sfondando in una lontananza chimerica. I guanti, il cappello, un braccialetto di Giuliana, posati su un tavolo, parevano aver già ridestata là dentro l'amorosa vita di un tempo, aver già diffusa un'aria nuova d'intimità.

- Domani, domani bisogna tornare qui; non più tardi - io dicevo, ardendo d'impazienza, sentendo venire a me da tutte quelle cose non so quale incitazione e quale lusinga. - Bisogna che domani noi dormiamo qui. Tu vuoi; non è vero?

- Domani!

- Ricominciare l'amore, in questa casa, in questo giardino, con questa primavera... Ricominciare l'amore, come se nulla ci fosse noto; ricercare a una a una le nostre carezze e trovare in ognuna un sapore nuovo, come se non le avessimo provate mai; e avere d'innanzi a noi molti giorni, molti giorni...

- No, no, Tullio; non si parla dell'avvenire... Non sai che è un cattivo augurio? Oggi, oggi... Pensa a oggi, all'ora che passa...

Ed ella si strinse a me, perdutamente, con un ardore incredibile, serrandomi a furia di baci la bocca.

 

 

IX.

 

M'è parso di udire i sonagli dei cavalli - fece Giuliana, sollevandosi. - Arriva Federico.

Ascoltammo. Ella doveva essersi ingannata.

- Non è l'ora? - mi domandò.

- Sì, sono quasi le sei.

- Oh, mio Dio!

Ascoltammo di nuovo. Non si udiva alcuno strepito che annunziasse la carrozza.

- Ma è meglio che tu vada a vedere, Tullio.

Uscii dalla stanza: scesi le scale. Vacillavo un poco; avevo una nebbia su gli occhi; mi sembrava che un vapore mi s'involasse dal cervello. Per la piccola porta laterale del muro di cinta, chiamai Calisto che aveva la sua abitazione là presso. Lo interrogai. - La carrozza non si vedeva ancóra.

Il vecchio avrebbe voluto trattenermi a discorrere.

- Sai, Calisto, che torneremo qui probabilmente domani, per rimanerci? - gli dissi.

Alzò le braccia verso il cielo, in segno d'allegrezza.

- Davvero?

- Davvero. Avremo tempo di discorrere! Quando vedi la carrozza, vieni ad avvertirmi. Addio, Calisto.

E lo lasciai per rientrare. Cadendo il giorno, le rondini aumentavano i clamori. L'aria s'era accesa, e gli stormi veementi la fendevano luccicando.

- Ebbene? - mi chiese Giuliana, volgendosi dallo specchio d'innanzi a cui stava già per mettersi il cappello.

- Nulla.

- Guardami. Sono ancóra troppo scapigliata?

- No.

- Ma che viso! Guardami.

Pareva veramente ch'ella si fosse levata dalla bara, tanto era disfatta. I suoi occhi avevano un gran cerchio violaceo.

- Eppure sono viva - ella soggiunse; e volle sorridere.

- Tu soffri?

- No, Tullio. Ma già, non so. Mi pare di essere tutta vuota, di avere la testa vuota, le vene vuote, il cuore vuoto... Tu potrai dire che t'ho dato tutto. Non ho lasciato per me, vedi, che appena appena un'apparenza di vita...

Ella sorrideva, pronunziando tali parole, stranamente; sorrideva d'un sorriso tenue e sibillino che mi turbava a dentro movendo indefinite inquietudini. Troppo ero intorpidito dalla voluttà, troppo ero offuscato dall'ebrezza; e i moti del mio spirito erano perciò pigri, la mia conscienza era ottusa. Non mi penetrava ancóra nessun sospetto sinistro. Pure, io la guardavo con attenzione, la esaminavo angustiato senza sapere perché.

Ella si rivolse allo specchio, si mise il cappello; poi andò verso il tavolo, prese il braccialetto, i guanti.

- Sono pronta - disse.

Parve cercare qualche altro oggetto, con lo sguardo. Soggiunse:

- Avevo un ombrello; è vero?

- Sì, credo.

- Ah, ecco: devo averlo lasciato laggiù, sul sedile, al bivio.

- Andiamo a cercarlo?

- Sono troppo stanca.

- Vado io solo, allora.

- No. Manda Calisto.

- Vado io. Ti coglierò qualche ramo di lilla, un mazzo di rose muscate. Vuoi?

- No. Lascia stare i fiori...

- Vieni qui. Siediti, intanto. Forse Federico tarderà.

Accostai al balcone una poltrona, per lei; ed ella vi si abbandonò.

- Già che scendi - mi disse - guarda se il mio mantello è da Calisto. Non sarà rimasto nella carrozza; è vero? Ho un poco di freddo.

Rabbrividiva infatti.

- Vuoi che ti chiuda il balcone?

- No, no. Lasciami guardare il giardino. A quest'ora, com'è bello! Vedi? Com'è bello!

Il giardino si dorava qua e là, vagamente. Le cime fiorite degli alberi di lilla pendevano in un color paonazzo vivo; e, come il resto dei rami fioriti in una massa tra bigia e turchiniccia ondeggiava all'aria, parevano i riflessi d'una seta cangiante. Su la peschiera i salici di Babilonia inchinavano le loro capellature soavi; e l'acqua vi traspariva col fulgore della madreperla. Quel fulgore immobile e quel gran pianto arboreo e quella selva di fiori così delicata in quell'oro morente componevano una visione maliosa, incantevole, senza realtà.

Ambedue per qualche minuto rimanemmo taciturni, in potere di quei prestigi. Una malinconia confusa m'invadeva l'anima; l'oscura disperazione che è latente in fondo ad ogni amore umano si moveva dentro di me. Davanti a quello spettacolo ideale, la mia stanchezza fisica, il torpore de' miei sensi, parevano appesantirsi. Mi occupavano il malessere, lo scontento, l'indefinito rimorso che seguono la cessazione delle voluttà troppo acute e troppo lunghe. Io soffrivo.

Giuliana disse, come in un sogno:

- Ecco, ora vorrei chiudere gli occhi e non riaprirli più.

Soggiunse, rabbrividendo:

- Tullio, ho freddo. Va.

Distesa nella poltrona, ella si restrinse in sé stessa come per resistere ai brividi che l'assalivano. Il suo volto, specie intorno alle narici, aveva la trasparenza di certi alabastri lividicci. Ella soffriva.

- Tu ti senti male, povera anima! - io le dissi, accorato, con un po' di sbigottimento, guardandola fiso.

- Ho freddo. Va. Portami il mantello, sùbito... Ti prego.

Corsi giù da Calisto, mi feci dare il mantello; risalii sùbito. Ella aveva fretta d'indossarlo. L'aiutai. Quando si riadagiò nella poltrona, nascondendo le mani dentro le maniche, disse:

- Sto bene, così.

- Vado allora a prendere l'ombrello, laggiù, dove l'hai lasciato?

- No. Che importa?

Io aveva una strana smania di tornare laggiù, a quel vecchio sedile di pietra dove avevamo fatta la prima sosta, dove ella aveva pianto, dove ella aveva pronunziate le tre parole divine: “Sì, anche più...”. Era una tendenza sentimentale? Era la curiosità d'una sensazione nuova? Era il fascino che esercitava su me l'aspetto misterioso del giardino in quell'ora ultima?

- Vado e torno in un minuto - dissi.

Uscii. Come fui sotto il balcone, chiamai:

- Giuliana!

Ella si mostrė. Ho ancóra avanti gli occhi dell'anima, evidentissima, la muta apparizione crepuscolare: quella figura alta, resa piĚ alta dalla lunghezza del mantello amaranto, e sul cupo colore quella bianca bianca faccia. (Le parole di Jacopo ad Amanda si sono legate, nel mio spirito, con l'imagine inalterabile. “Come bianca, questa sera, Amanda! Vi siete voi svenata per colorare la vostra veste?”)

Ella si ritrasse; anzi meglio Ź dire, per esprimere la sensazione ch'io n'ebbi: disparve. Ed io m'avanzai pel viale rapidamente, non avendo la piena consapevolezza di ciė che mi spingeva. Udivo risonare i miei passi nel mio cervello. Tanto ero smarrito che dovetti fermarmi per riconoscere i sentieri. Da che mi veniva quell'agitazione cieca? Da una semplice causa fisica, forse; da uno stato particolare de' miei nervi. Cosď pensai. Incapace d'uno sforzo riflessivo, d'un esame ordinato, d'un raccoglimento, io ero in balia de' miei nervi; su i quali le apparenze si riflettevano provocando fenomeni d'una straordinaria intensitą, come nelle allucinazioni, Ma alcuni pensieri balenavano chiari sopra gli altri, si distinguevano; accrescevano in me quel senso di perplessitą che gią alcuni incidenti impreveduti avevano mosso. - Giuliana in quel giorno non m'era apparsa tale quale avrebbe ella dovuto apparire essendo la creatura ch'io conoscevo, la “Giuliana d'una volta”. Ella non aveva assunto verso di me, in certe date circostanze le attitudini che io m'aspettavo. Un elemento estraneo, qualche cosa d'oscuro, di convulso, di eccessivo, aveva modificata, difformata la sua personalitą. Dovevano queste alterazioni attribuirsi a uno stato morboso del suo organismo? “Sono malata, sono molto malata” ella aveva spesso ripetuto, come per giustificarsi. Certo, la malattia produceva alterazioni profonde, poteva rendere irriconoscibile un essere umano. Ma qual era la sua malattia? L'antica, non distrutta dal ferro del chirurgo, complicata forse? Insanabile? “Chi sa che io non ti muoia presto!” ella aveva detto, con un accento singolare che avrebbe potuto essere profetico. Più d'una volta ella aveva parlato di morte. Sapeva ella dunque di portare in sé un germe letale? Era ella dunque dominata da un pensiero lugubre? Un tal pensiero aveva forse accesi in lei quegli ardori cupi, quasi disperati, quasi folli, tra le mie braccia. La gran luce subitanea della felicità aveva forse reso a lei più visibile e più terribile il fantasma che la perseguitava...

“Ella potrebbe dunque morire! La morte potrebbe dunque colpirla anche tra le mie braccia, in mezzo alla felicitą!” pensai, con una paura che mi agghiacciė tutto e per qualche attimo m'impedď di proseguire, quasi che il pericolo apparisse imminente, quasi che Giuliana avesse presagito il vero quando aveva detto: “Se, per esempio, domani io fossi morta?”.

Il crepuscolo cadeva, umidiccio. Qualche soffio di vento passava tra i cespugli imitando il fruscìo che vi avrebbero messo animali veloci nel trascorrere. Ancóra qualche rondine dispersa gettava un grido, rombando per l'aria come il sasso d'una fionda. Su l'orizzonte occidentale la luce persisteva come il riverbero d'una vasta fucina sinistra.

Giunsi fino al sedile, trovai l'ombrello; non mi indugiai sebbene i ricordi recenti, ancor vivi, ancóra caldi, mi toccassero l'anima. Lą ella s'era lasciata cadere, affievolita, vinta; lą io le avevo detto le parole supreme, le avevo fatto la rivelazione inebriante: “Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano”; lą io avevo raccolto dalle sue labbra quel soffio per cui la mia anima era balzata all'apice della gioia; lą io avevo bevuto le sue prime lacrime, e avevo udito i suoi singhiozzi, e avevo proferito la domanda oscura: “È tardi, forse ? È troppo tardi?”.

Poche ore erano trascorse e tutte quelle cose erano gią cosď lontane! Poche ore erano trascorse e la felicitą pareva gią dileguata! Con un altro senso, non meno terribile, si ripeteva dentro di me la domanda: “È tardi, forse? È troppo tardi?”. E la mia angoscia cresceva; e quella luce dubbia, e quella discesa tacita dell'ombra, e quei rumori sospetti nei cespugli gią intenebrati, e tutte quelle parvenze ingannevoli del crepuscolo presero nel mio spirito un significato funesto. “Se veramente fosse troppo tardi? Se veramente ella si sapesse condannata, sapesse di portare gią dentro di sé la morte? Stanca di vivere, stanca di patire, non sperando piĚ nulla da me, non osando di uccidersi a un tratto con un'arma o con un veleno, ella forse ha coltivato, ha aiutato il suo male, l'ha tenuto nascosto perché si diffondesse, perché s'approfondisse, perché divenisse immedicabile. Ella ha voluto essere condotta a poco a poco, segretamente, verso la liberazione, verso la fine. Sorvegliandosi, ella ha acquistato la scienza del suo male; ed ora sa, è sicura di dover soccombere; sa anche forse che l'amore, la voluttą, i miei baci precipiteranno l'opera. Io torno a lei per sempre; una felicitą insperata le si apre d'innanzi; ella mi ama e sa di essere immensamente amata; in un giorno, un sogno Ź divenuto per noi una realtą. Ed ecco, una parola viene alla sua bocca: - Morire! -” In confuso mi passarono d'innanzi le imagini truci che m'avevano travagliato nelle due ore d'attesa in quella mattina dell'operazione chirurgica, quando m'era parso di avere sotto gli occhi, precise come le figure di un atlante anatomico, tutte le spaventevoli devastazioni prodotte dai morbi nel grembo feminile. E un altro ricordo, anche piĚ lontano, mi tornė portando imagini precise: - la stanza nell'ombra, la finestra spalancata, le tende palpitanti, la fiammella inquieta della candela contro lo specchio pallido, aspetti malaugurosi, e lei, Giuliana, in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva come se avesse inghiottito un veleno... E la voce accusatrice, la medesima voce, anche ripeteva: “Per te, per te ha voluto morire. Tu, tu l'hai spinta a morire”.

Preso da uno sgomento cieco, da una specie di pànico, quasi che quelle imagini fossero tutte realtà indubitabili, io mi misi a correre verso la casa.

Alzando gli occhi vidi la casa inanimata, le aperture delle finestre e dei balconi piene d'ombra.

- Giuliana! - gridai, con un'ambascia estrema, slanciandomi su per i gradini, quasi che temessi di non giungere in tempo a rivederla.

Ma che avevo? Che demenza era quella?

Anelavo, su per le scale quasi buie. Entrai nella stanza a precipizio.

- Che è accaduto? - mi domandò Giuliana, sollevandosi.

- Nulla, nulla... Credevo che tu avessi chiamato. Ho corso, un poco. Tu come stai ora?

- Ho tanto freddo, Tullio; tanto freddo. Sentimi le mani.

Ella mi tese le mani. Erano di gelo.

- Sono tutta gelata, così...

- Mio Dio! Come ti sarà venuto questo freddo? Che potrei fare per riscaldarti?

Non ti prender pena, Tullio. Non è la prima volta... Mi dura ore ed ore. Non c'è nulla che giovi. Bisogna aspettare che passi... Ma perché tarda tanto Federico? È quasi notte.

Ella si riabbandonò alla spalliera, come se avesse consumata tutta la sua forza in quelle parole.

- Ora chiudo - io dissi, volgendomi al balcone.

- No, no; lascia aperto... Non è l'aria che mi dà questo freddo. Ho bisogno, anzi, di respirare... Vieni qui, piuttosto, accanto a me. Prenditi quello sgabello.

Io m'inginocchiai. Ella mi passò la sua mano gelida sul capo, con un gesto fievole, mormorando:

- Povero Tullio mio!

- Ma dimmi, Giuliana, amore, anima, - proruppi, non potendo piĚ reggere - dimmi la veritą! Tu mi nascondi qualche cosa. Qualche cosa tu hai, certo, che non vuoi confessare: un pensiero fisso, qui, nel mezzo della fronte, un'ombra che non t'ha lasciata mai, da che siamo qui, da che siamo... felici. Ma siamo veramente felici? Sei tu, puoi tu essere felice? Dimmi la veritą, Giuliana! Perché vorresti ingannarmi? Sď, Ź vero; tu hai avuto male! tu stai male; Ź vero. Ma non Ź questo, no. È un'altra cosa, che non comprendo, che non conosco... Dimmi la veritą, anche se la veritą dovesse fulminarmi. Stamani, quando tu singhiozzavi, io ti ho chiesto: “È troppo tardi?”. E tu mi hai risposto: “No, no...”. E io ti ho creduta. Ma non potrebbe essere troppo tardi per un'altra ragione? Qualche cosa potrebbe impedirti di godere questa grande felicità che oggi s'è aperta? Intendo: qualche cosa che tu sappia, che sia già nel tuo pensiero... Dimmi la verità!

E la fissai; e, come ella rimaneva muta, a poco a poco non vidi se non gli occhi suoi larghi, straordinariamente larghi, e cupi ed immobili. Tutto disparve, intorno. E io dovetti chiudere le palpebre per dissipare la sensazione di terrore che quegli occhi avevano messa in me. Quanto durò la pausa? Un'ora? Un secondo?

- Sono malata - ella disse alfine, con una lentezza angosciosa.

- Ma come malata? - io balbettai, fuori di me, credendo sentire nel suono di quelle due parole una confessione che corrispondeva al mio sospetto. - Come malata? Da morirne?

Non so in che modo, non so con quale voce, non so con quale atto proferii la domanda estrema; non so veramente neppure se mi uscì intera dalle labbra, se ella la udì intera.

- Tullio, no; non volevo dire questo, no, no... Volevo dire che non è colpa mia se sono così, un poco strana... Non è colpa mia... Bisogna che tu abbia pazienza con me, bisogna che tu mi prenda ora così come sono... Non c'è null'altro, credi; non ti nascondo nulla... Potrò guarire, poi; guarirò... Tu avrai pazienza; è vero? tu sarai buono... Vieni qui, Tullio, anima. Anche tu sei un poco strano, mi sembra; sospettoso... Ti spaventi sùbito; ti fai bianco; chi sa che imagini... Vieni qui, vieni qui; dammi un bacio... Ancóra uno... ancóra uno... Così. Baciami; riscaldami... Ora arriva Federico.

Parlava interrottamente, un po' roca, con quella intraducibile espressione, carezzevole, tenera, inquieta, ch'ella aveva già avuto verso di me alcune ore prima, sul sedile, per calmarmi, per consolarmi. Io la baciavo. Poiché la poltrona era ampia e bassa, ella che era sottile mi fece posto al suo fianco e mi si strinse addosso rabbrividendo e con una mano prese un lembo del suo mantello e mi coprì. Stavamo come in un giaciglio, avvinti, a petto a petto, mescolando gli aliti. E io pensavo: “Se il mio alito, se il mio contatto potessero trasfonderle tutto il mio calore!”. E facevo uno sforzo di volontà illusorio perché la trasfusione avvenisse.

- Stasera - bisbigliai - stasera, nel tuo letto, ti terrò meglio. Tu non tremerai più...

- Sì, sì.

- Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai tutta la notte sul cuore...

- Sì.

- Io ti veglierò, mi beverò il tuo fiato, ti leggerò sul viso i sogni che sognerai. Forse mi nominerai, in sogno...

- Sì, sì.

- Qualche notte, allora, parlavi in sogno. Come mi piacevi! Ah che voce! Tu non puoi sapere... Una voce che tu non hai potuto mai intendere e che io solo ti conosco, io solo... E la riudrė. Chi sa che dirai! Forse mi nominerai. Quanto Ź caro l'atto della tua bocca mentre pronunzia l'u del mio nome! Pare l'accenno di un bacio... Lo sai? E ti suggerirė qualche parola all'orecchio, per entrare nel tuo sogno. Ti ricordi, allora, quando certe mattine indovinavo qualche cosa di quello che tu avevi sognato? Oh, vedrai, anima: sarò più dolce di allora. Vedrai di che tenerezze sarò capace, per guarirti. Tu hai bisogno di tante tenerezze, povera anima...

- Sì, sì - ella ripeteva ad ogni tratto, abbandonatamente, favorendo la mia illusione ultima, aumentando quella specie di ebrietà torpida che mi veniva dalla mia stessa voce e dal credere ch'ella ne fosse cullata come da una cantilena voluttuosa.

- Hai udito? - le chiesi, sollevandomi un poco per ascoltar meglio.

- Che? Arriva Federico?

- No. Ascolta.

Ambedue ascoltammo, guardando verso il giardino.

Il giardino s'era confuso in una massa violacea, rotta ancóra dal luccichio cupo della vasca. Una zona di luce persisteva ai confini del cielo, una larga zona tricolore: sanguigna in basso, poi arancia, poi verde del verde d'un vegetale morente. Nel silenzio crepuscolare una voce liquida e forte risonò, simile al preludio di un flauto.

Cantava l'usignuolo.

- È sul salice - mi susurrò Giuliana.

Ambedue ascoltammo, guardando verso l'estrema zona che impallidiva sotto la cenere impalpabile della sera. La mia anima era sospesa, quasi che da quel linguaggio aspettasse una qualche alta rivelazione d'amore. Che provò in quei minuti d'ascolto, al mio fianco, la povera creatura? A quale sommità di dolore giunse la povera anima?

L'usignuolo cantava. Da prima fu come uno scoppio di giubilo melodioso, un getto di trilli facili che caddero nell'aria con un suono di perle rimbalzanti su per i vetri di un'armonica. Successe una pausa. Un gorgheggio si levò, agilissimo, prolungato straordinariamente come per una prova di forza, per un impeto di baldanza, per una sfida a un rivale sconosciuto. Una seconda pausa. Un tema di tre note, con un sentimento interrogativo, passò per una catena di variazioni leggere, ripetendo la piccola domanda cinque o sei volte, modulato come su un tenue flauto di canne, su una fistula pastorale. Una terza pausa. Il canto divenne elegiaco, si svolse in un tono minore, si addolcì come un sospiro, si affievolì come un gemito, espresse la tristezza di un amante solitario, un desio accorato, un'attesa vana; gittò un richiamo finale, improvviso, acuto come un grido di angoscia; si spense. Un'altra pausa, più grave. Si udì allora un accento nuovo, che non pareva escire dalla stessa gola, tanto era umile, timido, flebile, tanto somigliava al pigolio degli uccelli appena nati, al cinguettio d'una passeretta; poi, con una volubilità mirabile, quell'accento ingenuo si mutò in una progressione di note sempre più rapide che brillarono in volate di trilli, vibrarono in gorgheggi nitidi, si piegarono in passaggi arditissimi, sminuirono, crebbero, attinsero le altezze soprane. Il cantore s'inebriava del suo canto. Con pause così brevi che le note quasi non finivano di spegnersi, effondeva la sua ebrietà in una melodia sempre varia, appassionata e dolce, sommessa e squillante, leggera e grave, e interrotta ora da gemiti fiochi, da implorazioni lamentevoli, ora da improvvisi impeti lirici, da invocazioni supreme. Pareva che anche il giardino ascoltasse, che il cielo s'inchinasse su l'albero melanconico dalla cui cima un poeta, invisibile, versava tali flutti di poesia. La selva dei fiori aveva un respiro profondo ma tacito. Qualche bagliore giallo s'indugiava nella zona occidentale; e quell'ultimo sguardo del giorno era triste, quasi lugubre. Ma una stella spuntò, tutta viva e trepida come una goccia di rugiada luminosa.

- Domani! - io mormorai quasi inconscio, rispondendo a una sollecitazione interiore quella parola che conteneva per me tante promesse.

Poiché per ascoltare ci eravamo sollevati alquanto ed eravamo rimasti qualche minuto in quell'attitudine assorti, io sentii all'improvviso abbandonarsi contro la spalla il capo di Giuliana pesantemente come una cosa inanimata.

- Giuliana! - gridai, sbigottito. - Giuliana!

E, pel moto che io feci, quel capo si arrovesciò indietro pesantemente come una cosa inanimata.

- Giuliana!

Ella non udiva. Scorgendo il pallore cadaverico di quel volto che rischiaravano gli ultimi barlumi gialligni avversi al balcone, io fui percosso dall'idea terribile. Fuori di me, lasciando ricadere su la spalliera Giuliana inerte, non cessando di chiamarla per nome, mi misi ad aprirle l'abito sul petto con le dita convulse, ansioso di sentirle il cuore...

E la voce gaia di mio fratello chiamò:

- Colombi, dove siete?

 

 

X.

 

Ella aveva ricuperata in breve la conoscenza. Appena in grado di reggersi, aveva voluto sùbito montare in carrozza per tornare alla Badiola.

Ora, coperta dei nostri plaids, stava rannicchiata nel suo posto, silenziosa. Io e mio fratello di tratto in tratto ci guardavamo inquieti. Il cocchiere sferzava i cavalli. E il trotto serrato risonava forte su la strada che le siepi qua e là fiorite limitavano, in una sera d'aprile mitissima, sotto un cielo puro.

Di tratto in tratto io e Federico domandavamo:

- Come ti senti, Giuliana?

Ella rispondeva:

- Eh, così... un po' meglio...

- Hai freddo?

- Sì... un poco.

Rispondeva con uno sforzo manifesto. Pareva quasi che le nostre domande la irritassero; tanto che, insistendo Federico a muovere qualche discorso, ella disse alfine:

- Scusa, Federico... Mi dà fastidio parlare.

Essendo spiegato il mantice, ella stava nell'ombra, nascosta, immobile sotto le coperte. Più d'una volta io mi chinai verso di lei per scorgerle il viso, o credendo ch'ella si fosse assopita o temendo ch'ella fosse ricaduta nel deliquio. Tutte le volte ebbi la stessa sensazione inaspettata di sgomento, accorgendomi ch'ella teneva nell'ombra gli occhi sbarrati e fissi.

Seguì un lungo intervallo di silenzio. Anche io e Federico ammutolimmo. Il trotto dei cavalli non mi pareva a bastanza rapido. Avrei voluto ordinare al cocchiere di spingerli al galoppo.

- Sferza, Giovanni!

Erano quasi le dieci quando giungemmo alla Badiola.

Mia madre ci aspettava, in pena per l'indugio. Quando vide Giuliana in quello stato, disse:

- Me l'imaginavo io, che lo strapazzo ti avrebbe fatto male...

Giuliana volle rassicurarla.

- Non è nulla, mamma... Vedrai che domattina starò bene. Un po' di stanchezza...

Ma guardandola alla luce, mia madre esclamò spaventata:

- Dio mio! Dio mio! Tu hai un viso che fa paura... Tu non ti reggi in piedi... Edith, Cristina, presto, correte su a scaldare il letto. Vieni, Tullio, che la portiamo su...

- Ma no, ma no, - insisteva Giuliana, opponendosi - non ti spaventare, mamma, che non è nulla...

- Io vado a Tussi con la carrozza a prendere il medico - propose Federico. - Tra mezz'ora son qui.

- No, Federico, no! - gridò Giuliana; quasi con violenza, come esasperata. - Non voglio. Il medico non può farmi nulla. So io quel che debbo prendere. Ho tutto, su. Andiamo, mamma. Dio mio! Come v'allarmate sùbito! Andiamo, andiamo...

Ed ella parve aver riacquistata la forza a un tratto. Diede alcuni passi, franca. Su per le scale, io e mia madre la sorreggemmo. Nella stanza, ella fu assalita da un vomito convulso che le durò alcuni minuti. Le donne incominciavano a spogliarla.

- Va, Tullio, va - ella mi pregò. - Tornerai dopo a vedermi. Resta qui la mamma, intanto. Non ti prender pena...

Uscii. Rimasi in una di quelle stanze attigue, seduto su un divano, ad aspettare. Ascoltavo il passo delle donne di casa affaccendate; mi rodevo d'impazienza. “Quando potrė rientrare? Quando potrė rimanere solo con lei? La veglierė; starė tutta la notte al suo capezzale. Forse fra qualche ora ella si calmerą, si sentirą bene. Accarezzandole i capelli, forse riescirė ad addormentarla. Chi sa! Dopo un poco, tra la veglia ed il sonno, mi dirą: - Vieni.” Avevo una strana fede nella virtĚ delle mie carezze. Speravo ancóra che quella notte potesse avere una dolce fine. E come sempre, tra le angosce che mi dava il pensiero delle sofferenze di Giuliana, l'imagine sensuale si determinava diventando una visione lucida e durevole. “Pallida come la sua camicia, al chiaror della lampada che arde dietro le cortine dell'alcova, ella si sveglia dopo il primo sonno breve, mi guarda con gli occhi semiaperti, languida, mormorando: - Vieni a dormire anche tu..”

Entrò Federico.

- Ebbene? - disse affettuosamente. - Pare che non sia nulla. Ho parlato con Miss Edith or ora, per le scale. Non vuoi scendere a mangiar qualche cosa? Giù, hanno preparato...

- No, non ho appetito, ora. Forse più tardi... Aspetto che mi chiamino dentro...

- Intanto io vado, se non c'è bisogno di me.

- Va pure, Federico. Scenderò poi. Grazie.

Lo seguii con lo sguardo, mentre s'allontanava. E ancóra una volta mi venne dal buon fratello un sentimento di confidenza; ancóra una volta mi s'allargò il cuore.

Passarono tre minuti circa. L'orologio a pendolo, ch'era su la parete di contro a me, li misurò col suo ticchettio. Le sfere segnavano le dieci e tre quarti. Mentre io mi levavo impaziente per andare verso la stanza di Giuliana, entrò mia madre commossa dicendo sottovoce:

- S'è calmata. Ora ha bisogno di riposo. Povera figliuola!

- Posso andare? - le domandai.

- Sì, va; ma lasciala riposare.

Come io mi mossi, ella mi richiamò.

- Tullio!

- Che vuoi, mamma?

Ella pareva esitante.

- Dimmi... Dal tempo dell'operazione, hai più parlato col dottore?

- Ah, sì, qualche volta... Perché?

- T'ha rassicurato sul pericolo...

Ella esitava.

- ... sul pericolo che potrebbe correre Giuliana, in un altro parto?

Io non avevo parlato col dottore; non sapevo che rispondere. Confuso, ripetei:

- Perché?

Ella esitava ancóra.

- Non ti sei accorto che Giuliana è incinta?

Percosso come da un colpo di maglio nel mezzo del petto, da prima non afferrai la verità.

- Incinta! - balbettai.

Mia madre mi prese le mani.

- Ebbene, Tullio?

- Non sapevo...

- Ma tu mi fai paura. Il dottore dunque...

- Già, il dottore...

- Vieni, Tullio, siediti.

E mi fece sedere sul divano. Mi guardava sbigottita, aspettando che io parlassi. Per qualche attimo, benché io l'avessi lì davanti agli occhi, non la vidi più. Una luce violentissima si fece nel mio spirito, a un tratto; e mi si presentò il dramma.

Chi mi diede la forza di resistere? Chi mi conservò la ragione? Forse nell'eccesso medesimo del dolore e dell'orrore io trovai il sentimento eroico che mi salvò.

Appena riacquistai la sensibilità fisica, la percezione delle cose esteriori, e vidi mia madre che mi guardava da presso con ansia, compresi che prima di tutto bisognava assicurare mia madre.

Le dissi:

- Non sapevo... Giuliana non m'ha detto nulla. Non mi sono accorto di nulla... È una sorpresa... Il dottore, sì, mi parlò di qualche pericolo... Perciò la notizia mi fa quest'impressione... Sai, Giuliana ora è così debole... Ma veramente il dottore non accennò a nulla di troppo grave; perché, essendo riescita l'operazione... Vedremo. Lo chiameremo qui; lo consulteremo...

- Sì, sì; è necessario.

- Ma tu, mamma, sei sicura della cosa? Te l'ha confessata Giuliana, forse? Oppure...

- Io me ne sono accorta, sai, dai soliti segni. È impossibile ingannarsi. Fino a due o tre giorni fa, Giuliana negava o almeno diceva di non esserne certa... Sapendoti così apprensivo, m'ha pregata di non parlartene per ora. Ma io ho voluto avvisarti... Giuliana, tu la conosci, è così trascurata per la sua salute! Vedi: qui, invece di migliorare, mi sembra che vada ogni giorno peggiorando; mentre prima bastava una settimana di campagna per farla rifiorire. Ti ricordi?

- Sì, è vero.

- Le precauzioni, in questi casi, non sono mai troppe. Bisogna che tu ne scriva subito al dottor Vebesti.

- Sì, sùbito.

E, poiché sentivo che non avrei potuto dominarmi più oltre, mi alzai soggiungendo:

- Vado da Giuliana.

- Va; ma stasera lasciala riposare, lasciala tranquilla. Io scendo e poi torno su.

- Grazie, mamma.

E le sfiorai la fronte con le labbra.

- Figlio benedetto! - ella mormorò, allontanandosi.

Su la soglia della porta opposta mi fermai e mi volsi; e vidi sparire quella dolce figura ancóra diritta, così nobile nella veste nera.

Ebbi una sensazione indescrivibile, simile forse a quella che avrei avuta dal crollo fulmineo di tutta la casa. Tutto crollò, ruinò, dentro di me, intorno a me, irresistibilmente.

 

  SECONDA PARTE