FRANÇOIS RABELAIS

Traduzione di
GILDO PASSINI

CAPP. XXI -

CAPITOLO XXI.



Come qualmente Panurgo prende consiglio da un vecchio poeta francese nominato Raminagrobis.



- Io non credeva, disse Pantagruele, di trovar mai uomo tanto ostinato nelle sue manie quanto voi. Tuttavia per chiarire il vostro dubbio m'è avviso che nulla lasciamo intentato. Ascoltate la mia idea. I cigni, sacri ad Apollo, non cantano mai se non vicini a morire, massimamente sul Meandro, fiume della Frigia (dico ciò perché Eliano e Alessandro di Minda scrivono d'averne visti altrove parecchi morire, ma nessuno cantare morendo) onde il canto del cigno è presagio certo della sua morte vicina, né muore cigno se prima non abbia cantato. Similmente i poeti, i quali sono sotto la protezione di Apollo, all'avvicinarsi della morte, di solito diventano profeti e cantano per ispirazione apollinea vaticinando cose future.

Inoltre ho spesso udito dire che tutti i vecchi decrepiti e presso alla fine, facilmente indovinano i casi futuri. Ricordo che Aristofane in qualcuna delle sue commedie chiama i vecchi, Sibille: o de gheron Sibyllia. Infatti, come accade a noi che essendo sul molo e vedendo da lontano marinari e passeggeri dentro le loro navi in alto mare, li guardiamo in silenzio e preghiamo per il loro prospero approdo; ma, quando s'avvicinano al porto ci diamo a salutarli e con parole e con gesti, e ci congratuliamo che siano giunti al posto sani e salvi con noi, così gli angeli, gli eroi, i buoni demoni, secondo la dottrina platonica, quando vedono gli uomini vicini alla morte - porto sicuro e salutare, porto di riposo e di tranquillità fuori del turbamento e delle preoccupazioni terrene - li salutano, li consolano, parlano con loro e cominciano già a comunicar loro l'arte divinatoria.

Io non vi allegherò gli esempi antichi di Isacco, di Giacobbe, di Patroclo verso Ettore, di Ettore verso Achille, di Polinestore verso Agamennone ed Ecuba, di Rodiano celebrato da Posidonio, dell'indiano Calano con Alessandro il Grande, di Orode con Mesenzio e altri: solo voglio menzionarvi il dotto e prode cavaliere Guglielmo di Bellay, signore di Langey che morì presso il monte Tarare, il dieci gennaio dell'anno 1543 di nostra supputazione, secondo il calendario romano, anno climaterico della sua vita. Egli impiegò le tre o quattro ore prima della morte pronunciando parole vigorose, con senso tranquillo e sereno, predicendo ciò che poi in parte abbiamo visto, in parte attendiamo che avvenga, benché allora quelle profezie ci sembrassero alquanto aberranti e strane, non apparendoci causa né segno alcuno che prognosticasse ciò ch'egli prediceva.

Ebbene, abbiamo qui presso la Villaumere un uomo e vecchio e poeta: Raminagrobis il quale sposò in seconde nozze la grande Guora dalla quale nacque la bella Basoche. Ho inteso ch'è in articulo mortis, nell'ultimo momento del suo decesso. Andate a lui e sentite il suo canto. Può darsi che da lui abbiate ciò che cercate; per mezzo suo Apollo risolverà il vostro dubbio.

- Benissimo, rispose Panurgo, orsù Epistemone, andiamoci subito per paura che la morte ci prevenga. Vuoi venire anche tu, Frate Gianni?

- Ma certo, rispose Fra Gianni, e ben volentieri per amore di te, coglioncino, che amo dal profondo del fegato.

Si misero tosto in cammino e arrivando all'ostello poetico, trovarono il buon vecchio in agonia, con aspetto giocondo, faccia aperta, sguardo luminoso.

Panurgo, salutandolo, gli infilò nell'anulare della mano sinistra, come dono, un anello d'oro che recava nel castone un bello e grande zaffiro orientale; poi, a imitazione di Socrate, gli offrì un bel gallo bianco, il quale, posatosi incontinente sul suo letto, colla testa eretta, scosse le penne con grande allegrezza, poi con tono ben alto cantò. Dopo ciò Panurgo pregò cortesemente il poeta di esporgli la sua opinione sul dubbio del desiderato matrimonio.

Il buon vecchio comandò gli portassero inchiostro, penna e carta e, avutili prontamente, scrisse ciò che segue:



Sposatevi, non vi sposate;

Sposandovi sarà ben fatto:

Ma se non vi sposate affatto,

La perfezione voi toccate.



Galoppate, al passo andate,

Indietro andate o avanti a un tratto,

Sposatevi, non vi sposate.



Digiunate, vi rimpinzate,

Disfate ciò ch'era già fatto,

Rifate ciò ch'era disfatto,

Vita e morte gli augurate,

Sposatevi, non vi sposate.



Poi stese loro la mano e disse:

- Andate, ragazzi sotto l'occhio del buon Dio de' cieli e non fastiditemi più con questa faccenda, né con altra qual si sia. Oggi, ultimo giorno e di maggio e di me, ho cacciato fuor di casa con gran fatica e difficoltà un branco di brutte, immonde e pestilenti bestie nere, variegate, fulve, bianche, cinerine, macchiettate, le quali non volevano lasciarmi morire a mio agio e con frodolente punture, con artigliamenti arpiosi, con importunità calabroniche, foggiate nell'officina di non so quale insaziabilità, mi distraevano dal dolce pensiero nel quale riposavo, contemplando, vedendo e già toccando e gustando il bene e la felicità che il buon Dio ha preparato ai suoi fedeli ed eletti nell'altra vita immortale.

Scostatevi dalla loro strada e non vogliate imitarli, più non mi molestate, lasciatemi in silenzio, vi supplico.





CAPITOLO XXII.



Come qualmente Panurgo si dà a patrocinare l'ordine dei frati mendicanti.



Uscendo dalla camera di Raminagrobis, Panurgo come tutto sbigottito disse:

- Io credo, virtù di Dio, ch'egli sia eretico, do l'anima al diavolo se non l'è. Dice male de' buoni padri mendicanti, cordiglieri, giacobini, che sono i due emisferi della cristianità, per la girognomonica circumbilivaginazione dei quali, come per due filopendoli celivagi, tutto l'automatico matagrabolismo della Chiesa romana, quand'essa si sente imberlicuccata da qualche guazzabuglio d'errore o d'eresia, omocentricamente si agita. Ma, per tutti i diavoli, che cosa gli hanno fatto quei poveri diavoli di cappuccini e di minimi? Non sono essi abbastanza disgraziati poveri diavoli? Non sono abbastanza affumicati e profumati di miseria e calamità i poveri cilici, veri estratti di ictiofagia? Dimmi tu Frate Gianni, in fede tua, è egli in istato di salvazione? Se ne va, perdio, dannato come un serpente a trentamila gerle di diavoli. Dir male di quei buoni valorosi pilastri della chiesa! Vorreste chiamar ciò furore poetico? Io non posso esserne soddisfatto: egli pecca villanamente, bestemmia contro religione, ne sono assai scandalizzato.

- Ed io, disse Fra Gianni non me ne curo più che d'un bottone. Essi dicono male di tutti, come tutti dicono male di loro, non chiedo interessi di sorta: pari e patta. Vediamo ciò che ha scritto.

Panurgo lesse attentamente la scrittura del buon vecchio poi disse loro:

- Farnetica il povero beone. Ma poveretto è da scusare così agli estremi com'è. Andiamo a scrivere il suo epitaffio. Grazie alla sua risposta sono tanto saggio che mai ne infornammo poi uno altrettale. Ascoltami, Epistemone, budellone mio, non ti pare ben risoluto nelle sue risposte? Egli è, perdio, un sofista arguto, cavilloso e sempliciotto. Scommetto che è saraceno. Ventre di bue, come si guarda dal prender granchi! Non risponde che per disgiuntive. Ah, non può non dire il vero. Poiché nelle disgiuntive basta che una parte sia vera. Oh quale imbroglione! Per San Jago di Bressuire, è proprio di razza!

- Ma, rispose Epistemone, così procedeva anche Tiresia il grande vaticinatore, all'inizio di tutte le sue divinazioni, dicendo apertamente a quelli che venivano a interrogarlo: "Ciò che dirò avverrà, oppure non avverrà". Ed è questo lo stile de' prudenti pronosticatori.

- Tuttavia, disse Panurgo, Giunone gli sforacchiò entrambi gli occhi.

- In realtà, rispose Epistemone, fu per dispetto che egli avesse sentenziato meglio di lei sul dubbio proposto da Giove.

- Ma, disse Panurgo, che diavolo ha addosso questo, mastro Raminagrobis, che così, senza proposito, senza ragione, senza occasione, dice male dei poveri beati padri giacobini, minori e minimi? Io ne sono fieramente scandalizzato, vi giuro, e non posso darmi pace. Ha peccato gravemente, il suo asino se ne va a trentamila panierate di diavoli.

- Non vi capisco, rispose Epistemone. E voi stesso mi scandalizzate grandemente attribuendo in modo perverso ai frati mendicanti ciò che il buon poeta diceva delle bestie nere, fulve, ecc. Egli non ha inteso usare questa sofistica e fantastica allegoria. Parla con linguaggio assolutamente proprio di pulci, cimici, punteruoli, mosche, zanzare e altrettali bestie, le quali sono talune nere, altre fulve, altre cenerine, altre color marrone o color cuoio; tutte importune, tiranniche e moleste e non pei malati solamente, ma anche per gente sana e vigorosa. Ch'egli abbia per avventura degli ascaridi, lombrichi e vermi nel corpo? Ch'egli patisca per avventura (cosa comune nell'Egitto e luoghi confinanti del mare Eritreo) di qualche puntura alle braccia o alle gambe, di quei dragonetti macchiettati che gli Arabi chiamano venes meden? Voi errate spiegando diversamente le sue parole, e fate torto al buon poeta dicendo male di lui, e ai detti frati imputando loro tale afflizione. Bisogna sempre dare un senso buono a tutte le cose del prossimo.

- Voi m'insegnate, disse Panurgo, a distinguer mosche nel latte! Egli è un eretico, virtù di Dio! Eretico formato, eretico clavellante, eretico da bruciare come un bell'orologetto. Il suo asino trotta verso trentamila carrettate di diavoli. E sapete dove? Corpo di bio, amico mio, dritto dritto sotto la seggetta di Prosperpina, proprio dentro il vaso infernale in cui ella compie l'operazione fecale de' suoi clisteri, al lato sinistro della gran caldaia, a tre tese pressapoco dalle grinfie di Lucifero, volgendo verso la camera nera di Demogorgone. Oh, che villano!





CAPITOLO XXIII.



Come qualmente Panurgo propone di ritornare da Raminagrobis.



- Ritorniamo da lui, disse Panurgo continuando, per indurlo a salvarsi. Andiamo in nome e per la virtù di Dio! Sarà opera di carità di cui ci sarà tenuto conto. Almeno, se perde il corpo e la vita, che non danni il suo asino. Noi lo indurremo a pentirsi del suo peccato, a chieder perdono ai su detti tanto beati padri, assenti e presenti e ne faremo attestazione affinché dopo morte non lo dichiarino eretico e dannato come fecero i folletti per la prevosta d'Orleans. E converrà dar loro soddisfazione dell'oltraggio ordinando per tutti i conventi della provincia quantità di buoni bocconi, di messe, di obitus, di anniversari ecc., e che dal giorno della morte abbiano sempiternamente quintupla pietanza e che il grande otre, pieno del migliore, trotti di mano in mano per la tavola sia dei monaci, de' laici e questuanti, sia de' preti e de' chierici, sia de' novizi e sia de' professi. Così egli potrà aver perdono da Dio... Oh, oh! Io m'inganno, mi smarrisco nei miei discorsi. Il diavolo mi porti se ci vado! Virtù di Dio! la camera è già piena di diavoli. Io li sento già accapigliarsi e battersi in zuffa diabolica a chi prima potrà sorbirsi l'anima Raminagrobisdica, a chi primo la porterà in un lampo a messer Lucifero. Levatevi di là; io non ci vado. Il diavolo mi porti se ci vado! Chi sa se essi giocando di qui pro quo non afferrerebbero in luogo di Raminagrobis, il povero Panurgo ora che non ha più debiti? Più volte lo tentarono quand'ero fallito e indebitato. Levatevi di là, io non ci vado: muoio, perdio, di una furiosa paura. Trovarsi fra diavoli affamati! fra diavoli in fazione! fra diavoli negozianti! Levatevi di là! Io scommetto che solo pel dubbio non assisteranno ai funerali né giacobini, né cordiglieri, né carmelitani, né capuccini, né teatini, né minimi. E buon per loro! Tanto più che nulla ha loro lasciato in testamento.

Il diavolo mi porti se ci vado! Se è dannato, suo danno. Perché diceva male dei buoni padri religiosi? Perché li aveva cacciati dalla sua camera proprio quando aveva più bisogno del loro aiuto, delle loro divote preghiere, dei loro santi ammonimenti? Perché non lasciava loro in testamento almeno qualche buon boccone, qualche scorpacciata, qualche imbottitura di ventre, a quella povera gente che non ha che la propria vita in questo mondo? Ci vada chi vuol andarci, ma il diavolo mi porti se ci vado! Se vi andassi il diavolo mi porterebbe via. Canchero! Levatevi di là! Frate Gianni, vuoi tu ora che trentamila carrettate di diavoli ti portino al diavolo? Fa tre cose. Primo: dammi la tua borsa, poiché la croce (delle monete) è contraria al diavolo. E t'avverrebbe ciò che, non è molto, avvenne a Gian Dodin ricevitore di Coudray, al guado della Vède quando i soldati ruppero la passerella.

Il cazzaccio, incontrando sulla riva frate Adamo Couscoil, cordigliere osservantino di Mirabello, gli promise un abito alla condizione che lo portasse sulle spalle a mo' di capra morta, al di là dell'acqua, che il frate era un ribaldaccio in gamba. Il patto fu accordato. Frate Couscoil si scalza fino ai coglioni e si carica addosso il detto supplicante Dodin come un piccolo San Cristoforo. E, come Enea portò fuori dall'incendio di Troia il padre Anchise, così egli portava allegramente Dodin, cantando un bell'Ave maris stella. Quando furono al punto più profondo del guado, sopra la ruota del mulino, gli domandò se aveva danaro addosso. Dodin rispose che ne aveva una bisaccia piena e che per la promessa fatta dell'abito nuovo, stesse pur tranquillo.

- Come? disse Couscoil, sai bene che per capitolo espresso della nostra regola ci è rigorosamente proibito di portare danaro indosso. Disgraziato, che per certo mi hai fatto peccare su questo punto. Perché non lasciasti la tua borsa al mugnaio? Ora sarai punito senza fallo. E se mai potrò averti nel nostro capitolo a Mirabello, avrai dei miserere fino ad vitulos. Detto fatto, si scarica e vi getta Dodin in pien'acqua, a capofitto.

Perciò, fra Gianni, amico mio dolce, affinché i diavoli ti portino via meglio a tuo agio, dammi la tua borsa, non portar croce alcuna su te. Il pericolo è evidente: se hai danaro, e porti croce, essi ti getteranno su qualche roccia come fanno le aquile colle tartarughe per frantumarle, e ben lo seppe la testa pelata del poeta Eschilo. E ti faresti male, amico mio, e assai me ne dorrebbe. Oppure ti lascieranno piombare dentro qualche mare, non so dove, ben lontano come cadde Icaro.

E quel mare sarà detto il Mare Squarciatore.

In secondo luogo non aver debiti, poiché i diavoli amano assai i senza debiti, lo so per esperienza propria, che i furfanti non cessano di starmi attorno e farmi la corte, il che non avveniva quand'ero in fallimento e in debiti. L'anima dei debitori è tutta tisica e discrasiaca. Non è boccon da diavoli.

In terzo luogo colla tua tonaca



E il tuo domino di grobis

Ritorna a Raminagrobis.



M'assumo di pagarti vino e legna se, così come t'ho detto, trentamila barcate di diavoli non ti portino al diavolo. E se, per sicurezza, tu voglia aver compagnia, non venire a cercami, te ne avverto. Levatevi di là, io non ci vado. Il diavolo mi porti se ci vado!

- Oh, quanto a me, rispose Fra Gianni, non ci baderei gran che, purché avessi il mio brando in pugno.

- Giusto, disse Panurgo, tu ne parli come dottor sottile in lardo. Al tempo che studiavo alla scuola di Toledo, il reverendo padre in diavoleria, Picatrix, rettore della facoltà diabologica, ci diceva che per loro natura i diavoli temono lo splendore delle spade, altrettanto quanto lo splendore del sole. Infatti Ercole, scendendo all'inferno a tutti i diavoli, non fece loro tanta paura, coperto solo della sua pelle di leone e colla sua clava, quanto invece Enea che vi discese poi coperto d'armatura risplendente, guarnito del suo brando senza ruggine e forbito in tutto punto, grazie al consiglio della sibilla Cumana. Per questa ragione, forse, il signore Gian Giacomo Trivulzio, in punto di morte a Chartres, domandò la sua spada e morì colla spada nuda in pugno schermeggiando intorno al letto come valoroso cavaliere ch'egli era, e con quella scherma mettendo in fuga tutti i diavoli che lo guatavano al trapasso. Quando si domanda ai massoreti e cabalisti perché i diavoli non entrano mai nel paradiso terrestre, non danno altra ragione se non questa: che alla porta è un cherubino con in mano una spada fiammeggiante. Secondo la vera diabologia di Toledo, confesso che i diavoli, veramente, non possono morire per colpi di spada, ma sostengo, secondo la detta diabologia, che possono soffrire soluzione di continuità, come se tu tagliassi di traverso col tuo brando una fiamma di fuoco ardente o una grossa e oscura colonna di fumo. E strillano come diavoli al sentire questa soluzione che loro è diabolicamente dolorosa.

Quando tu assisti al cozzo di due eserciti, pensi tu, coglionaccio, che il fracasso così grande e orribile che si ode, provenga dalle voci umane? dall'urto delle armature? dal tintinnio delle bardature? dal percuotere delle mazze? dall'incrociarsi delle picche? dallo spezzarsi delle lancie? dal gridar del feriti? dal suono dei tamburi e delle trombe? dal nitrire dei cavalli? dal tuonare degli schioppi e dei cannoni? Sì, non lo nego, anche tutto ciò fa un po’ rumore, mi è forza confessarlo. Ma il grande clamore e fracasso principale proviene dai lamenti e dagli urli dei diavoli, i quali dando la caccia confusamente alle povere anime dei feriti, ricevono colpi di spada improvvisi e soffrono soluzione di continuità nelle loro sostanze aeree e invisibili: come quando mastro Sudicione dà vergate sulle dita a qualche sguattero che pappa i lardi sullo spiedo; e strillano e urlano come diavoli, al par di Marte quando fu ferito da Diomede davanti a Troia, che al dire di Omero gridò in tono più alto e con più orribile clamore che non farebbero diecimila uomini insieme. Ma, ohe! Noi parliamo di armature forbite e di spade risplendenti. Così non è del tuo brando. Il quale per lungo disuso e riposo è, in fede mia più arrugginito che la serratura d'una vecchia dispensa. Pertanto una delle due: o lo dirugginisci appuntino e lo prepari gagliardo, o se lo lasci così arrugginito, guardati dal tornare alla casa di Raminagrobis. Quanto a me non ci vado. Il diavolo mi porti se ci vado!





CAPITOLO XXIV.



Come qualmente Panurgo prende consiglio da Epistemone.



Mentre, lasciata Villaumere, tornavano a Pantagruele, Panurgo lungo la strada si volse a Epistemone e gli disse:

- Compare, mio vecchio amico, vedete la perplessità del mio spirito. Voi, che conoscete tanti buoni rimedi, non sapreste venirmi in aiuto?

Epistemone rispose facendo vedere a Panurgo come la voce pubblica fosse piena di facezie sul suo travestimento e gli consigliava di prendere un po' d'elleboro per purgarsi dell'umore peccante e di rimettersi i vestiti ordinari.

- Epistemone, compare mio, disse Panurgo, m'è saltata la fantasia di sposarmi, ma temo di esser becco e sfortunato nel matrimonio. Pertanto ho fatto voto a San Francesco il Giovane invocato devotamente da tutte le donne a Plessis-le-Tours come fondatore dei buoni uomini, (che esse per natura appetiscono) ho fatto voto di portare occhiali al berretto, di non più portar braghetta alle brache, prima che questa mia perplessità di spirito non sia chiaramente risolta.

- Bello e allegro voto veramente! disse Epistemone. Io mi stupisco di voi e che non rimettiate a posto il vostro giudizio sì ferocemente smarrito. Sentendovi parlare mi viene a mente il voto degli Argivi dalla larga parrucca, i quali avendo perduto la battaglia contro i Lacedemoni nella controversia di Tireo fecero voto di non più portar capelli in testa, finché non avessero ricuperato l'onore e la loro terra; e ricordo il voto anche del burlone spagnuolo Michele Doris che portò alla gamba un pezzo di gambiera. E non so chi dei due sia più degno e meritevole di portar cappuccio verde e giallo con orecchie di lepre, se cioè, quel vanaglorioso campione o l'Enguerrant che ne fa un sì lungo, accurato, e fastidioso racconto dimenticando l'arte e maniera di scrivere storie, insegnata dal filosofo di Samosata.

Infatti, leggendo quella lunga narrazione si pensa debba essere il principio e l'occasione di qualche tremenda guerra o straordinaria mutazione di regni; laddove finiamo per riderci e del benedetto campione, e dell'inglese che lo sfidò e dell'Enguerrant loro tabellione, più bavoso d'un vaso da mostarda.

La burla somiglia a quella della montagna di Orazio, la quale strillava e si lamentava enormemente come donna nei dolori del parto. E alle sue grida e lamentazioni accorse tutto il vicinato in attesa di vedere qualche parto prodigioso, laddove non nacque che un piccolo sorcio.

- Non per questo io sorrido, disse Panurgo - Burlisi chi vuol burlare. Io manterrò il mio voto. Ora da gran tempo voi ed io abbiamo giurato fede e amicizia per Giove Philios, ditemi dunque il vostro parere: devo sposarmi o no?

- Certo, rispose Epistemone, il caso è dubbio; io mi sento troppo insufficiente a risolverlo. E se mai fu vero nell'arte della medicina il detto del vecchio Ippocrate di Lango: giudicare è difficile, in questo caso è verissimo.

Ho bene in mente alcuni discorsi mediante i quali avremmo una determinazione sulla vostra perplessità; ma non mi soddisfano pienamente. Dicono alcuni Platonici che chi può vedere il proprio Genio può intendere il suo destino. Io non comprendo bene la loro disciplina e non sono d'avviso che l'accettiate. V'è molta illusione. L'ho sperimentato in un gentiluomo studioso e curioso nel paese d'Estangorre. Questo è il primo punto.

Ma ve n'è un altro. Se ancora fiorissero gli oracoli di Giove Ammone, di Apollo in Lecadia, in Delfo, Delo, Cirro, Patara, Tegira, Preneste, Licia, Colofone, nella fontana Castalia presso Antiochia in Siria, tra i Branchidi, di Bacco in Dodona, di Mercurio in Faro, presso Patrasso, di Apis in Egitto, di Serapide a Canopo, di Fauno in Menalia e ad Albunea presso Tivoli, di Tiresia ad Orcomeno, di Mopso in Cilicia, di Orfeo a Lesbo, di Trofonio in Leucade, io sarei o non sarei disposto ad andarvi e sentire quale sarebbe il loro giudizio sulla vostra impresa. Ma voi sapete che tutti quegli oracoli son divenuti muti più che pesci, dopo la venuta di quel Re Salvatore col quale sono finiti tutti gli oracoli e tutte le profezie; così come all'apparire del sole splendente, spariscono tutti i fantasmi, lamie, lemuri, lupi mannari, folletti e spiriti delle tenebre. E se pur anche fiorissero, difficilmente consiglierei di prestar fede alle loro risposte. Troppi ne sono stati ingannati.

Ricordo inoltre che Agrippina accusò Lollia la bella di aver interrogato l'oracolo d'Apollo Clario per sentire se Claudio imperatore l'avrebbe sposata. Per questo prima fu sbandita, poi tratta a morte ignominiosa.

- Ma, disse, Panurgo facciamo di meglio. Le isole Ogigie non sono lontane dal porto di Saint-Malo; andiamoci dopo aver parlato col nostro Re. In una delle quattro situata più verso ponente, si dice, ed io l'ho letto in buoni autori antichi, che abitano parecchi indovini, vaticinatori e profeti; che ivi abita Saturno legato con belle catene d'oro dentro una roccia d'oro, nutrito d'ambrosia e nettare divino trasmessigli ogni giorno in abbondanza giù dal cielo da non so quale specie d'uccelli (gli stessi corvi forse che nutrivano San Paolo, primo eremita, nel deserto) e che a chiunque lo voglia, predicono apertamente la sorte, il destino e ciò che gli deve avvenire. Nulla infatti filano le Parche, nulla pensa, nulla delibera Giove che il buon padre dormendo non apprenda. Sarebbe gran risparmio di fatica se noi lo consultassimo su questa mia perplessità

- È illusione troppo evidente, disse Epistemone, e favola troppo favolosa. Io non v'andrò.





CAPITOLO XXV.



Come qualmente Panurgo si consiglia con Her Trippa.



- Ma ecco invece, continuò Epistemone, ciò che dovreste fare, se volete darmi ascolto. Qui, presso l'isola Bouchart dimora Her Trippa. Voi sapete come per arte d'astrologia, geomanzia, chiromanzia, metopomanzia, e altre di simil farina, egli predica tutte le cose future; discorriamo della vostra faccenda con lui.

- Non so nulla di tutto ciò, rispose Panurgo, ma ben so che un giorno mentre egli parlava col gran Re di cose celesti e trascendenti, i servitori di corte, per la scala, tra gli usci, cavalcavano in gran sollazzo la donna sua che era belloccia. E lui, che vede senz'occhiali tutte cose, eteree e terrestri, e discorre di tutti i casi passati e presenti, e predice tutto l'avvenire, non riusciva a vedere la donna sua stambureggiata e mai non ne seppe novelle. Tuttavia andiamo pure da lui, se volete. Non s'è imparato mai abbastanza.

L'indomani arrivarono all'abitazione di Her Trippa. Panurgo gli regalò una tonaca di pelli di lupo, una grande spada bastarda ben dorata dal fodero di velluto e cinquanta bei angelotti; poi s'intrattenne famigliarmente con lui sulla sua faccenda. Subito al primo incontro Her Trippa guardandolo in faccia disse:

- Tu hai la metoposcopia e fisionomia d'un becco. Dico becco scandaloso e di dominio pubblico.

Poi considerando la mano destra di Panurgo in ogni parte disse:

- Questa falsa linea che vedo qui sopra il monte di Giove non si trovò mai se non in mani da becco.

Indi con uno stilo, segnò rapidamente un certo numero di punti diversi, li accoppiò per geomanzia e disse:

- È più vero della stessa verità esser cosa certa che tu sarai becco subito dopo che sarai sposato.

Ciò fatto, chiese a Panurgo l'oroscopo della sua natività, e Panurgo avendoglielo fornito, fabbricò prontamente la sua casa del cielo in tutte le sue parti, e considerando la situazione, e gli aspetti nella loro triplicità, gettò un gran sospiro e disse:

- Avevo già predetto apertamente che tu sarai becco, ciò era inevitabile; ne ho qui ora, per soprammercato nuova conferma. Ti assicuro che sarai becco. Inoltre sarai picchiato e derubato da tua moglie: infatti ecco qui la settima casa che presenta aspetti tutti maligni; e in ogni combinazione di segni ecco apparire corna; ecco l'Ariete, il Toro, il Capricorno e altri. Nella quarta casa poi, trovo decadenza di Giove e insieme l'aspetto tetragono di Saturno, associato con Mercurio. Oh, sarai conciato per le feste, galantuomo!

- Io sarò le tue febbri quartane, vecchio matto, sciocco di male burle che tu sei! rispose Panurgo. Quando tutti i becchi del mondo si riuniranno in congresso, tu sarai il portabandiera. Ma donde mi viene questo pellicello qui tra due dita?

E intanto drizzava verso Her Trippa le due prime dita aperte in forma di corna, chiudendo a pugno tutte le altre. Poi disse a Epistemone:

- Ecco qui il vero Ollus di Marziale, il quale si dava tutto a osservare e intendere con passione i mali e le miserie altrui mentre sua moglie si dava sollazzo. Egli, dal canto suo, era più povero di Iro, ma vanitoso, oltracotante, intollerabile più che diciassette diavoli, in una parola ptochalazòn come ben chiamano gli antichi questa marmaglia di tangheracci. Andiamo, andiamo, piantiamo qui questo pazzo furioso, pazzo da catena, e che farnetichi a crepapelle coi suoi diavoli privati. Sì, crederò subito che i diavoli abbian voluto servire un tal briccone! Non sa neanche la prima parola di filosofia che è: CONOSCI TE STESSO; e mentre si gloria di vedere una festuca nell'occhio altrui non vede la grossa trave che copre entrambi gli occhi suoi. Egli non è altro che quel tale Polipragmone che descrisse Plutarco; è una nuova Lamia, la quale nelle case altrui e in pubblico tra il popolino, vedeva più acuto d'una lince, laddove in casa propria era più cieca d'una talpa e non vedeva nulla perché, tornando di fuori, si toglieva dalla testa gli occhi, smontabili come occhiali, e li nascondeva dentro uno zoccolo attaccato alla porta.

A queste parole Her Trippa prese un ramoscello di tamerice.

- Ben scelto, disse Epistemone, Nicandro infatti lo chiama divinatore.

- Volete voi, disse Her Trippa, conoscere la verità più a fondo per piromanzia, per aeromanzia, celebrata da Aristofane nelle Nuvole, per idromanzia, per lecanomanzia, tanto celebrata un tempo dagli Assiri e confermata da Ermolao Barbaro? Ebbene, entro un bacile pieno d'acqua ti mostrerò la tua futura sposa che si sollazza con due villani...

- Quando, disse Panurgo, tu infilerai il naso nel mio culo, ricordati di levarti gli occhiali...

- Per catoptromanzia, continuò Her Trippa, mediante la quale Didio Giuliano imperatore dl Roma prevedeva tutto ciò che doveva accadergli: non ti occorreranno occhiali, la vedrai in uno specchio intenta a farsi bischerare, e la vedrai così chiaramente come se te la mostrassi nella fontana del tempio di Minerva presso Patrasso... Per coscinomanzia, tanto religiosamente osservata un tempo nelle cerimonie dei Romani; prendiamo un crivello e tenagliette e tu vedrai il diavolo a quattro... Per alfitomanzia, designata da Teocrito nella sua Pharmaceutria... e per aleuromanzia, mescolando frumento con farina... Per astragalomanzia: ho qui dentro i dadi belli e pronti.. Per tiromanzia, ed ho all'uopo un formaggio di Brehemont... Per giromanzia; ti farò volteggiare una quantità di cerchi i quali tutti cadranno a sinistra, te l'assicuro... Per sternomanzia: in fede mia, tu hai il petto abbastanza mal proporzionato. Per libanomanzia, e non occorre che un po' d'incenso.. Per gastromanzia della quale usò lungamente a Ferrara, Dama Jacopa di Rovigo, engastrimita... Per cefaleonomanzia, della quale solevano usare i Germani arrostendo una testa d'asino su carboni ardenti; per ceromanzia, mediante cera fusa nell'acqua, vedrai la figura della tua sposa e de' suoi bischeratori... Per capnomanzia: metteremo semenze di papavero e di sesamo sopra carboni ardenti... Per axinomanzia, oh la galante cosa! Provvedi qui solamente una scure e una pietra agata che noi metteremo sulle bragie. Oh, come Omero ne usa bravamente verso gli innamorati di Penelope!.. Per onimanzia adoprando olio e cera; per teframanzia, per cui vedrai cenere in aria rappresentarti la moglie in bello stato; per botanomanzia, ho qui foglie di salvia a proposito; per sicomanzia: oh arte divina! mediante foglie di fico; per ictiomanzia, già tanto celebrata e praticata da Tiresia e Polidamas, con tanta certezza come si faceva un tempo nella fossa Dina, nel bosco sacro ad Apollo, nella terra de' Lici... Per coeromanzia: procuriamo molti maiali; tu ne avrai la vescica... Per cleromanzia: come si trova la fava dentro la torta la vigiglia dell'Epifania... Per antropomanzia, della quale usò Eliogabalo, imperatore di Roma; è un po' fastidiosa ma tu la sopporterai abbastanza, essendo becco predestinato... Per sticomanzia sibillina; per onomatomanzia... che nome hai?

- Masticamerda, rispose Panurgo.

- Oppure per alectriomanzia. Io farò qui bravamente un cerchio che ripartirò, guardandoti e considerandoti, in ventiquattro porzioni eguali. Su ciascuna scriverò una lettera dell'alfabeto, su ciascuna lettera porrò un grano di frumento; poi vi mollerò su un bel gallo vergine. Voi vedrete, ve l'assicuro, che mangerà con virtù fatidica i grani posti sulle lettere: B. E. C. C. O. S. A. R. A. I. come sotto l'imperatore Valente, essendo egli curioso di sapere il nome del successore, il gallo vaticinatore e alectriomante beccò sulle lettere Th.E.O.D.

Oppure vorreste voi chiarirvi per arte d'aruspicina? O per estispicina? per augurio tratto dal volo degli uccelli, dal canto degli usignoli, dal ballo solistimo delle anitre?..

- No, per stronzispicina, rispose Panurgo.

- Oppure per necromanzia?.. Io vi farò resuscitare qui qualcuno morto da poco, come fece Apollonio di Tiana con Achille, come fece la pitonessa in presenza di Saul; il quale morto tutto ci dirà come, per invocazione di Erittone, un defunto predisse a Pompeo ogni fase e la fine della battaglia farsalica. Oppure, se avete paura dei morti, come, per lor natura tutti i becchi, userò solamente la sciomanzia...

- Va al diavolo, pazzo furioso, rispose Panurgo: e fatti lanternare da qualche Albanese; così avrai un cappello a punta. Diavolo, perché non mi consigli anche a tenere uno smeraldo, o la pietra di Hienna sotto la lingua? O a munirmi di lingue d'upupa, o cuori di rane verdi; o a mangiare cuore e fegato di qualche drago, per intendere poi il mio destino dalla voce e dal canto dei cigni e altri uccelli come facevano un tempo gli Arabi in Mesopotamia? Che vada a trenta diavoli il becco, cornuto, marrano, stregone del diavolo, incantatore dell'Anticristo. Torniamocene dal nostro Re. Sono sicuro che non sarà contento di noi, se viene a sapere che siamo venuti qui nell'antro di questo diavolo intonacato. Io mi pento d'esserci venuto e darei volentieri cento nobili... e quattordici plebei se quel tale che un tempo soffiava nel fondo delle mie brache volesse ora colla sua escrezione dipingergli il mostaccio. Oh vero Dio! come m'ha profumato di rabbia, di diavoleria, d'incantesimo e di stregoneria. Che il diavolo lo porti.. Dite amen, e andiamo a bere. Mi ci vorrà due giorni, mi ci vorrà quattro giorni prima che mi rimetta di buon umore.





CAPITOLO XXVI.



Come qualmente Panurgo prende consiglio da Fra Gianni degli Squarciatori.



Panurgo, arrabbiato delle filastrocche di Her Trippa, passata la borgata di Huymes, si rivolse a Fra Gianni e gli disse belando e grattandosi l'orecchio sinistro:

- Tienimi un po' allegro, budellone mio, mi sento tutto squintesconcertato lo spirito dai discorsi di quel pazzo indiavolato. Ascolta,

coglion vezzoso,

coglion monachino,

coglion rinomato,

coglion pasticciato,

coglione intrecciato,

coglion piombato,

coglion lattato,

coglion feltrato,

coglion calafatato,

coglion maculato,

coglion rilevato,

coglion di stucco,

coglion grottesco,

coglione arabesco,

coglion d'acciaio,

coglion conciato alla levriera,

coglione assicurato,

coglion garantito,

coglion calandrato,

coglion ricamato,

coglion diasprato,

coglion stagnato,

coglion martellato,

coglion lardellato,

coglion giurato,

coglion borghese,

coglion granato,

coglione d'esca,

coglione arrabbiato,

coglione incatramato,

coglione intabarrato,

coglione appostato,

coglione incappucciato,

coglion desiderato,

coglion verniciato,

coglione d'ebano,

coglion di brasile,

coglion di bosco,

coglion di passo,

coglione a gancio,

coglione a stocco,

coglion sfrenato,

coglion forsennato,

coglion affettato,

coglione ammucchiato,

coglione compassato,

coglion farcito,

coglion paffuto,

coglion forbito,

coglion grazioso,

coglion polverizzato,

coglione intero,

coglion gerundivo,

coglion genitivo,

coglione attivo,

coglion da giganti,

coglion vitale,

coglione ovale,

coglion magistrale,

coglion claustrale,

coglion monacale,

coglion virile,

coglion sottile,

coglion di rispetto,

coglion di ricambio,

coglion di soggiorno,

coglion d'audacia,

coglion massiccio,

coglion lascivo,

coglion manuale,

coglion goloso,

coglione assoluto,

coglion risoluto,

coglion cappuccio,

coglion gemello,

coglion cortese,

coglion turchese,

coglion fecondo,

coglion brillante,

coglion fischiante,

coglion strigliante,

coglion gentile,

coglione urgente,

coglion banale,

coglion lucente,

coglion decente,

coglion bruschetto,

coglione pronto,

coglione impulsivo,

coglion fortunato,

coglion gracchione,

coglion manzalino,

coglione usuale,

coglion d'alto liccio,

coglion squisito,

coglion richiesto,

coglion fanale,

coglion culotto,

coglion vinoso,

coglione guelfo,

coglion di graspo,

coglione orsino,

coglion patronimico,

coglion poppino,

coglion vespino,

coglion alidadato,

coglion amalgamato,

coglione algebrato,

coglion robusto,

coglion venusto,

coglion d'appetito,

coglione insuperabile,

coglion soccorrevole,

coglion gradevole,

coglion memorabile,

coglion notabile,

coglion palpabile,

coglion muscoloso,

coglion bardabile,

coglione sussidiario,

coglione tragico,

coglion satirico,

coglion traspontino,

coglion ripercussivo,

coglion digestivo,

coglione convulsivo,

coglione incarnativo,

coglion ristorativo,

coglion sigillativo,

coglion mascolinante,

coglione ronzinante,

coglion rifatto,

coglione fulminante,

coglion tonante,

coglione scintillante,

coglione arietante,

coglion stridente,

coglione aromatizzante,

coglione diaspermatizzante,

coglione timpanante,

coglion sgargiante,

coglion russante,

coglion pagliardo,

coglion pigliardo,

coglion gagliardo,

coglione dondolante,

coglione sovrapposto,

coglion scappellottante,

coglion frugante,

coglion chiavante,

coglion capovolgente,

mio coglione archibugiante, coglione culettante, frate Gianni, amico mio, io ti ho riverenza ben grande, e ti riservavo come dulcis in fundo. Or dimmi su l'avviso tuo, te ne prego: devo sposarmi o no?

Fra Gianni in tutta giocondità di spirito gli rispose:

- Sposati, per tutti i diavoli, sposati e scampana giù a doppio scampanio di coglioni, e presto, il più presto, dico e intendo, che potrai; e da oggi fino a sera fanne subito scricchiolare banchi e letti. A quando vuoi riservarti, perdio? Non sai che la fine del mondo s'approssima? E che oggi ne siamo vicini due pertiche e mezza tesa più di ier l'altro? L'Anticristo è già nato, me l'han detto. È vero che per ora si contenta di sgraffiare la nutrice e le governanti e non mostra ancora i suoi tesori, essendo piccolo. Ma crescite, è scritto. Nos qui vivimus multiplicamini. È materia di breviario. Finché il sacco di grano non valga tre patacche e la botte di vino sei bianchi. Vorresti ti trovassero i coglioni pieni il giorno del giudizio, dum venerit judicare?

- Tu hai, disse Panurgo, lo spirito molto limpido e sereno, frate Gianni, coglion metropolitano, e parli con garbo. È il caso di Leandro di Abido in Asia, il quale traversando a nuoto l'Ellesponto per visitare l'amica Ero a Sesto, in Europa, pregava Nettuno e tutti gli dei marini:



S'io sia da voi protetto nell'andare

Me n'infischio, al ritorno, d'annegare.



Non voleva morire coi coglioni pieni, ecco. Ed ho intenzione d'ora in avanti, che in tutto il mio territorio di Salmingondino, quando vorranno giustiziare un malfattore, me lo facciano bischerosgocciolare come un onocrotalo talché non gli resti ne' vasi spermatici di che scrivere un y greca. Materia tanto preziosa non ha da essere follemente perduta. Può darsi che generi un uomo. Così potrà morire senza rimpianto, lasciando uomo per uomo.





CAPITOLO XXVII.



Come qualmente Fra Gianni con giocondità consiglia Panurgo.



- Per san Rigomè, disse Fra Gianni, Panurgo, amico mio dolce, io non ti consiglio cosa che non farei io stesso se fossi al tuo posto. Solamente abbi cura e considerazione, di ben collegare e continuare sempre i tuoi colpi. Se li sospendi, sei perduto, poveretto, e t'accadrà ciò che accade alle balie. Se desistono di allattare bimbi, perdono il latte. Così tu, se non eserciti continuamente il bischero, perderà il suo latte e non ti servirà che di tubo pisciatorio e i coglioni del pari non ti serviranno che di sacchetto, te ne avverto, amico mio, perché l'ho sperimentato in parecchi che non poterono quando volevano, perché non agirono quando potevano. Così, per il non uso, vanno perduti tutti i privilegi, come dicono gli uomini di legge. Pertanto, figliolo mio, mantieni in istato di perpetuo esercizio cotesto tuo popolo basso e minuto, troglodita e braghettodita. Provvedi a che non viva, a mo' de' gentiluomini, di pura rendita, senza far nulla.

- No per diana, Frate Gianni, mio coglion sinistro, rispose Panurgo, io ti credo. Tu entri deciso in argomento. Ora senza dubbi e senza ambagi hai disperso ogni timore che poteva intimidirmi. Così ti sia dato dal cielo di operare sempre basso e duro. Stando alle tue parole dunque mi sposerò. Non c'è più dubbio. E quando verrai a visitarmi avrò sempre a tua disposizione belle cameriere e tu sarai protettore di lor sororità. Ecco quanto alla prima parte del sermone.

- Ascolta, disse Fra Gianni l'oracolo delle campane di Varennes. Che dicono esse?

- Oh, le intendo rispose Panurgo. Il loro suono è, per la mia sete, più fatidico dei calderoni di Giove a Dodona. Ascolta: sposar convien, sposar convien: convien convien. Se tu ti sposi, sposi, sposi, ti troverai ben, ben ben, ben ben, sposar convien. Sì sì, t'assicuro che mi sposerò. Tutti gli elementi m'invitano. Considera la mia parola come una muraglia di bronzo.

Quanto al secondo punto, continuò Panurgo, tu mi sembri dubitare alcun poco, anzi diffidare di mia paternità, come se io avessi poco propizio il duro dio de' giardini. Io ti supplico di farmi la grazia di credere ch'io l'ho sempre docile, benevolo, attento, obbediente al mio comando in tutto e per tutto. Basta che gli allenti le briglie, dico il cordoncin della braghetta, che gli mostri la preda e che gli dica: Dagli, compagno! E quand'anche la mia futura sposa fosse ghiotta del piacere venereo quanto fu Messalina, o la marchesa di Winchester in Inghilterra, ti prego di credere che ho di che contentarla anche troppo copiosamente.

Non ignoro ciò che disse Salomone, e parlava, da competente, con conoscenza di causa. Dopo lui Aristotele ha dichiarato esser le donne di lor natura insaziabili; ma io voglio si sappia che il mio ordigno è dello stesso calibro, infaticabile. Non allegarmi qui, a paragone, quel favoloso femminiere di Ercole, né Procolo, o Cesare, o Maometto, che si vanta, nell'Alcorano, di possedere ne' suoi genitali la forza di sessanta calafati. Ha mentito il porcaccione. Non m'allegare quell'Indiano, tanto celebrato da Teofrasto, Plinio e Ateneo, il quale con l'aiuto di certa erba poteva bischerare in un giorno solo, settanta volte e più. Non ne credo un acca. Il numero è ipotetico, ti prego di non credervi. Ti prego di credere invece (e non crederai cosa che non sia vera) che il mio naturale, il sacro Itifallo, il mio "Cotal d'Albingue", è il primo del mondo. Ascoltami, coglioncino: vedesti mai la tonaca del monaco di Castres? Quando la mettevano in qualche casa, sia esposta, sia di nascosto, subito, per la sua virtù orrifica, tutti i contadini e abitanti del luogo andavano in calore, bestie e persone, uomini e donne e persino topi e gatti. Ebbene, ti giuro che un tempo ho scoperto nella mia braghetta una energia anche più strana. Non ti parlerò né di casa, né di capanna, di sermone, né di mercato; ma della Passione che si rappresentava a Saint-Maixant. Entrato un giorno nella platea, subito, per virtù e occulta proprietà della mia braghetta, tutti, attori e spettatori, entrarono in tentazione sì terribile che non vi fu angelo, uomo, diavolo, o diavolessa che non volesse biscottare. Il suggeritore abbandonò il copione, colui che rappresentava San Michele discese dal cielo col meccanismo volante; i diavoli uscirono dall'inferno e vi portarono tutte quelle povere femminette; anche Lucifero si scatenò. Insomma, vedendo quel disordine me ne scappai all'esempio di Catone il Censore, il quale accortosi che la sua presenza disturbava le feste Floreali, rinunziò a esser spettatore.





CAPITOLO XXVIII.



Come qualmente Fra Gianni riconforta Panurgo circa il dubbio delle corna.



- Capisco tutto, disse Fra Gianni, ma il tempo logora ogni cosa. Non v'è marmo, o porfirio che non abbia sua vecchiezza e decadenza. Se non sei ancora a tal punto, fra pochi anni ti udrò confessare che a parecchi spenzolano i coglioni per mancanza di sospensorio. Vedo già del grigio sulla tua testa. La tua barba per il variegar del grigio, del bianco, del marrone, del nero, mi sembra un mappamondo. Guarda qui: qui c'è l'Asia; qui sono il Tigri e l'Eufrate. Ed ecco l'Africa; qui c'è la montagna della Luna. Vedi la palude del Nilo? Di qua è l'Europa. Vedi Teleme? Questo ciuffo tutto bianco sono i monti Iperborei. Corpo della mia sete, amico mio, quando biancheggia la neve sulle montagne (voglio dire testa e mento) non c'è più gran calore nelle valli della braghetta.

- Un accidente! rispose Panurgo. Tu non intendi le topiche. Quando la neve è sulle montagne, la folgore, il lampo, le saette, l'ulcera, i bubboni, il tuono, la tempesta, tutti i diavoli sono per le valli. Vuoi sperimentarlo? Va in Isvizzera e considera il lago di Wunderberlich, a quattro leghe da Berna, volgendo verso Sion. Tu mi rimproveri il pelo grigio e non consideri come io sia della natura dei porri che hanno testa bianca e coda verde, dritta e vigorosa.

Vero è che riconosco in me qualche segno di vecchiezza, ma verde vecchiezza, dico. Non svelarlo a nessuno: resterà un segreto tra noi due. Gli è che trovo il vino migliore e più saporoso al palato che non solessi. E più che non solessi temo l'incontro del vino cattivo. Nota che ciò indica un non so che di occidente, significa che il mezzodì è passato. E che perciò? sempre gentil compagnone, quanto e più che mai! Non mi sgomento per ciò, corpo del diavolo, non è questo il punto debole. il mio timore è che causa qualche lunga assenza del nostro re Pantagruele, al quale devo far compagnia, andasse pure a tutti i diavoli, la mia sposa avesse a farmi becco. Ecco la parola perentoria: poiché tutti quelli ai quali ne ho parlato, me lo minacciano e affermano che così è predistinato dai cieli.

- Sappi, rispose Fra Gianni che non è becco chi vuol esserlo. Se tu sei becco



Ergo la sposa tua sarà pur bella,

Ergo sarai da lei pur ben trattato;



ergo avrai molti amici; ergo sarai salvo. Son queste topiche monacali. Colle corna varrai di più, peccatore. Non sarai stato mai più a tuo agio. E non ti troverai nulla di diminuito. Anzi i tuoi beni aumenteranno. Se così è predistinato, perché vorresti opporti? Di', coglion dinoccolato, coglion muffito, coglion macerato,

coglion di stoppa,

coglione intirizzito,

coglione intriso d'acqua fresca,

coglion penzolante,

coglion rilassato,

coglione infiacchito,

coglione avvizzito,

coglion sgranato,

coglion dinoccolato,

coglion sfiancato,

coglion lanternato,

coglion prosternato,

coglion smerdato,

coglione arrochito,

coglion blandito,

coglion scremato,

coglion espresso,

coglion soppresso,

coglion malaticcio,

coglion restio,

coglion putativo,

coglione arrotato,

coglion tarlato,

coglion dissoluto,

coglione indolenzito,

coglione infreddato,

coglion dappoco,

coglion discrasiato,

coglion biscariato,

coglion disgraziato,

coglion sugherato,

coglione floscio,

coglione diafano,

coglion sgocciolato,

coglion disgustato,

coglione abortito,

coglion scarafaggiato,

coglion cipollinato,

coglion spigolato,

coglion mitrato,

coglion capitolato,

coglion sindacato,

coglion barattato,

coglion cavillato,

coglion baloccato,

coglion vescicato,

coglione sporco,

coglione sudicio,

coglion vuotato,

coglion grinzoso,

coglione triste,

coglione smunto,

coglion smanicato,

coglion smussato,

coglion verminoso,

coglion penoso,

coglion vescioso,

coglione attrappito,

coglion screpolato,

coglione indisposto,

coglion contuso,

coglion schiacciato,

coglion spadonico,

coglion cancrenoso,

coglion bistoriato,

coglion sgangherato,

coglion rognoso,

coglione ernioso,

coglion varicoso,

cogifon domato,

coglion falsificato,

coglione comodo,

coglion ciccioso,

coglione pelosissimo,

coglion trapanato,

coglione affumicato,

coglion basanato,

coglione allampanato,

coglione evirato,

coglion canzonato,

coglion sfogliettato,

coglion farinato,

coglion marinato,

coglion strippato,

coglion costipato,

coglione annebbiato,

coglion grandinato,

coglign sincopato,

coglion ripoppato,

coglione schiaffeggiato,

coglion buffettato,

coglion tagliuzzato,

coglion cornettato,

coglion ventoso,

coglion risoffiato,

coglion fustato,

coglione inacidito,

coglion da baldoria,

coglion freddoloso,

coglion fistoloso,

coglion scrupoloso,

coglion mortificato,

coglion maleficiato,

coglione rancido,

coglion diminutivo,

coglion consumato,

coglion che suona le ore,

coglione svergognato,

coglion furfante,

coglione affamato,

coglione arrugginito,

coglion macerato,

coglione indagato,

coglion paralitico,

coglion antidatato,

coglion degradato,

coglione monco,

coglione stroppio,

coglion confuso,

coglion di pipistrello,

coglione insipido,

coglione scorreggioso,

coglione oppresso,

coglione abbronzato,

coglione insabbiato,

coglion stracciato,

coglion desolato,

coglione inebetito,

coglion decadente,

coglion cornante,

coglion solecizzante,

coglione appellante,

coglion sottile,

coglion sbarrato,

coglione assassinato,

coglione acciabattato,

coglione svaligiato,

coglione intorpidito,

coglione indolenzito,

coglione annientato,

coglion saziato,

coglion di zero,

coglion scimitarriforme,

coglion gualcito,

coglione estirpato,

coglione senza clientela,

coglionaccio del diavolo, Panurgo, amico mio, poiché sei così predestinato, vorresti far retrogradare i pianeti? scardinare tutte le sfere celesti? proporre deviazione alle Intelligenze motrici? spuntare i fusi, accusare i verticilli, calunniare i rocchetti, rimproverare gli arcolai, condannare i fili, sfilare i gomitoli delle parche? Che ti colgan le febbri quartane, coglione! Faresti peggio dei giganti. Vien qua, cogliaccia. Preferiresti esser geloso senza ragione o becco senza saperlo?

- Non vorrei esser né l'uno, né l'altro, rispose Panurgo. Ma una volta che io sia avvertito, vi metterò buon ordine; salvo il caso che vengano a mancar bastoni a questo mondo. In fede mia, Frate Gianni, il meglio di tutto sarà che non prenda moglie. Ascolta ciò che mi dicono le campane, ora che siamo più vicini: Non sposar, non, non, non, non, non. Se tu ti sposi: non sposar, non, non, non, non, non, te ne pentirai, tirai, tirai: becco sarai. Degna virtù di Dio! Comincio ad arrabbiarmi. Voialtri cervelli intonacati non conoscete rimedio alcuno? La natura ha tanto abbassato gli uomini che l'uomo ammogliato non possa passare in questo mondo senza cadere nei gorghi e pericoli dell'incornamento?

- Ti voglio insegnare, disse Fra Gianni, un espediente mediante il quale mai la tua donna ti farà becco senza tua saputa e tuo consentimento.

- Te ne prego, coglion vellutato, disse Panurgo. Di' su, amico mio.

- Prendi, disse Fra Gianni, l'anello di Hans Carvel gran lapidario del re di Melindo.

Hans Carvel era uomo dotto, esperto, studioso, galantuomo, di buon senso, di buon giudizio, bonario, caritatevole, elemosinatore, filosofo; allegro del resto, buon compagnone, e canzonatore se mai ve ne fu; aveva un po' di pancia, dondolava la testa, era un zinzin corpulento di sua persona. Verso la vecchiaia sposò la figlia del magistrato Concordato, giovane, bella, fresca, galante, avvenente, un po' troppo graziosa verso i vicini e i servitori. Onde avvenne che dopo qualche settimana divenne geloso come una tigre, e lo assalì il sospetto che si facesse stamburare di fuorivia. Per ovviare al malanno egli le faceva un fottio di bei racconti per dimostrarle i disastri dovuti all'adulterio; le leggeva spesso la leggenda delle donne virtuose; le predicava la pudicizia; le compose un libro in lode della fedeltà coniugale, flagellando fieramente la malvagità delle spose viziose; e le regalò una bella collana tutta di zaffiri orientali. Ciò nonostante la vedeva tanto ben disposta e di buon umore coi suoi vicini, che gli cresceva la gelosia di giorno in giorno.

Una notte fra le altre, mentre era coricato con lei e divorato da quella passione, sognò che parlava col diavolo e gli raccontava le sue afflizioni. Il diavolo lo confortava e gli mise nel dito maestro un anello dicendo: "Ti dono questo anello: finché l'avrai in dito, tua moglie non sarà posseduta carnalmente da nessuno senza tua saputa e consentimento.

- Grazie, grazie, Signor Diavolo, disse Hans Carvel. Rinnego Maometto se mai me lo leveranno dal dito".

Il diavolo sparì. Hans Carvel tutto lieto si svegliò e trovò che teneva il dito nella fi... sarmonica della consorte. Dimenticavo di raccontare come la moglie, sentendolo, tirava il culo indietro quasi dicesse: Ohe, ma no, non è codesto che bisogna mettervi, onde Hans Carvel aveva l'impressione che volessero sottrargli l'anello. Non è tal rimedio infallibile? Segui l'esempio, da' retta, e fa' d'aver continuamente l'anello di tua moglie in dito.

Qui ebbe termine il discorso e il cammino.





CAPITOLO XXIX.



Come qualmente Pantagruele chiama a raccolta un teologo, un medico, un legista e un filosofo per risolvere la perplessità di Panurgo.



Arrivati al palazzo raccontarono a Pantagruele le vicende del loro viaggio e gli mostravano il responso di Raminagrobis. Pantagruele, dopo aver letto e riletto, disse:

- Mai non vidi risposta che più mi piaccia. Vuol dire sommariamente che nella faccenda del matrimonio ciascuno dev'essere arbitro de' propri pensieri e deve prender consiglio da se stesso. Tale è sempre stata la mia opinione e così vi dissi la prima volta che me ne parlaste. Ma voi ve ne burlavate tacitamente, me ne ricordo: onde m'accorgo che filautia; amor proprio, vi illude. Ma tentiamo altra via, ed ecco quale: tutto ciò che abbiamo e che siamo consiste in tre cose: anima, corpo, beni. Alla loro conservazione sono destinate tre specie di persone: i teologi all'anima, i medici al corpo, i giureconsulti ai beni. Io propongo che domenica invitiamo qui a desinare un teologo un medico e un giureconsulto. Insieme con loro tratteremo della vostra perplessità.

- Per San Picault, rispose Panurgo, non ne faremo nulla di buono, già lo presento. Vedete come il mondo è scombussolato. Affidiamo l'anima ai teologi che sono, la maggior parte, eretici; il nostro corpo ai medici, che tutti aborrono dalle medicine e mai non ne prendono; i nostri beni agli avvocati che non fanno mai processi tra loro.

- Voi parlate da uomo di corte, disse Pantagruele. Ma io nego il primo punto. Infatti l'occupazione principale, anzi unica e totale de' buoni teologi è di estirpare con fatti, detti, scritti, gli errori e le eresie (ben lungi dall'esserne macchiati) e di piantare profondamente nei cuori umani la vera e viva fede cattolica.

Lodo il secondo punto; infatti i buoni medici provvedono così saggiamente alla parte profilattica e conservatrice della salute, la loro propria, dico, che non hanno bisogno della terapeutica e curativa per medicamenti. Consento sul terzo punto. Infatti i buoni avvocati sono tanto distratti dalle loro patrocinazioni e difese del diritto altrui, che non hanno tempo né agio d'attendere al proprio. Pertanto domenica prossima rappresenterà i teologi il nostro padre Ippotadeo, i medici, il nostro mastro Rondibilis, i legisti, il nostro amico Brigliadoca. Anche sono d'avviso che noi entriamo nella quaterna Pitagorica e prendiamo come quarto il nostro fedele filosofo Trouillogan, tanto più se consideriamo che un filosofo perfetto, qual è Trouillogan, risponde assertivamente ad ogni dubbio proposto. Carpalim, provvedete affinché domenica siano qui tutti e quattro a desinare.

- Io credo, disse Epistemone, che voi non avreste potuto sceglier meglio in tutta la nostra patria. Non solamente per quanto concerne la somma competenza di ciascuno nella sua materia, superiore ad ogni dubbio: ma anche per questo: che Rondibilis è ammogliato e non l'era mai stato; Ippotadeo, non lo fu mai e non lo è; Brigliadoca lo è stato e non lo è, Trouillogan lo è e lo è stato. Io solleverò Carpalim d'una fatica: andrò in persona se non vi spiace, a invitare Brigliadoca, mio antico conoscente, al quale devo parlare per la carriera d'un suo bravo e dotto figliuolo che studia a Tolosa alla scuola del dottissimo e virtuoso Boissonnè.

- Fate come vi piace, disse Pantagruele. E vedete se nulla io possa giovare alla carriera del figlio e alla dignità del signor Boissonnè che amo ed onoro come uno de' più valenti che siano oggi nella sua professione. Mi adoprerò per loro assai volentieri.





CAPITOLO XXX.



Come qualmente Ippotadeo, teologo, consiglia Panurgo sulla faccenda del matrimonio.



La domenica seguente appena il desinare fu pronto apparvero i convitati, eccetto Brigliadoca, luogotente di Fonsbeton.

Alla seconda portata, Panurgo, con profonda riverenza disse:

- Signori, non si tratta che d'una parola: Devo sposarmi o no? Se non riuscite voi a sciogliere il dubbio, lo stimerò insolubile come gli Insolubilia di Alliaco. Poiché voi siete tutti eletti, scelti e crivellati, ciascuno rispettivamente alla sua professione, come bei piselli al vaglio.

Padre Ippotadeo, a un invito di Pantagruele, tra il rispetto di tutti i presenti, con modestia incredibile rispose:

- Amico mio, voi ci domandate consiglio, ma primamente conviene chiediate consiglio a voi stesso. Sentite voi nel vostro corpo importunamente gli stimoli della carne?

- Assai fieramente, rispose Panurgo, e non vi dispiaccia padre.

- No, no, amico mio, rispose Ippotadeo. Ma, in questo tormento avete voi da Dio il dono e la grazia speciale della continenza?

- In fede mia, no, rispose Panurgo.

- Ebbene sposatevi amico mio, disse Ippotodeo: assai meglio è sposarsi che ardere in fuoco di concupiscenza.

- Questo è parlar da galantuomo! esclamò Panurgo, senza tanto circumbilivaginare intorno a potta. Grazie grazie, nostro Signor Padre. Io mi sposerò senza dubbio e ben presto. V'invito alle nozze. Faremo baldoria, corpo d'una gallina, voi avrete la mia livrea e mangeremo anche dell'oca, corpo d'un bue, che la mia donna non arrostirà. Vi pregherò inoltre d'iniziar voi la prima danza delle vergini, se vi piacerà farmi grazia e onore in contraccambio. Non resta che un piccolo scrupolo da vincere, un'inezia, meno che niente: non sarò io becco?

- No, per bacco, amico mio, se così piace a Dio, rispose Ippotadeo.

- Oh, che la virtù di Dio m'aiuti! esclamò Panurgo. Dove mi scaraventate voi, buona gente? Alle condizionali, le quali, in dialettica, ammettono tutte le contraddizioni e impossibilità... Se il mio muletto transalpino volasse... il mio muletto transalpino avrebbe le ali! Se a Dio piace, non sarò becco!.. Ma sarò becco, se piace a Dio. Se si trattasse di condizione alla quale potessi ovviare, non mi dispererei affatto, perdiana! Ma voi mi rinviate al consiglio privato di Dio, nella camera dei suoi minuti piaceri. Ma che strada prendete per giungervi voialtri Francesi? Signor padre nostro, io credo una cosa: sarà meglio che non veniate alle nostre nozze. Il baccano e il diavolio de' convitati vi romperebbero tutto il testamento. Voi amate riposo, silenzio, solitudine. Voi non ci verrete credo. E poi voi danzate maluccio e sareste un po' imbarazzato a iniziare il primo ballo. Vi manderò dei ciccioli nella vostra camera, e anche la livrea nuziale. E berrete alla nostra salute se vi piace.

- Amico mio, disse Ippotadeo, prendete in buona parte le mie parole, ve ne prego. Quando vi dico: se piace a Dio, vi faccio forse torto? Parlo male? È questa una condizionale blasfema, o scandalosa? Non è onorare il Signore, creatore, protettore, salvatore? Non è riconoscerlo datore unico d'ogni bene? Non è dichiarare che tutto dipende dalla sua benignità? Che nulla è senza lui, che nulla vale, nulla si può se la sua santa grazia non piove su noi? Non è mettere eccezione canonica a tutte le nostre opere, e rimettere tutti i nostri propositi a ciò che sarà disposto dalla sua santa volontà tanto in cielo come sulla terra? Non è veramente santificare il suo benedetto nome? Amico mio, voi non sarete becco, se piace a Dio. Per sapere poi quale sia il suo piacere non è necessario disperarsi come si trattasse di cosa nascosta, per conoscere la quale sia necessario intendere il suo privato consiglio e penetrare nella camera dei suoi santissimi piaceri. Il buon Dio ci ha fatto questo bene che ce li ha rivelati, annunziati, dichiarati e apertamente descritti nella Santa Bibbia. Là troverete che mai non sarete becco, cioè mai la vostra donna sarà ribalda, se la sceglierete figlia di gente dabbene, istruita in virtù e onestà, e che non abbia praticato né frequentato se non compagnie di buoni costumi, piena d'amore e di timor di Dio, desiderosa di compiacere a Dio per fede e osservanza de' suoi santi comandamenti, timorosa d'offenderlo e di perdere la sua grazia per difetto di fede e per trasgressione della divina sua legge nella quale l'adulterio è rigorosamente proibito, e dove è imposto di accostarsi unicamente al marito, averlo caro, servirlo, amarlo sopra ogni cosa dopo Dio. Per confortare questa discipina voi dal canto vostro coltiverete l'affetto coniugale, continuerete a mantenervi onesto, le darete buon esempio, vivrete pudicamente, castamente, virtuosamente nella vostra casa come volete ch'essa viva dal canto suo; poiché come è detto specchio buono e perfetto non quello che più sia ornato di dorature e di gemme, ma quello che con verità rifletta le forme degli obbietti, così non è più da stimare quella donna la quale sia ricca, bella, elegante, di razza nobile, bensì quella che più si sforza di mettersi nella buona grazia di Dio e conformarsi ai buoni costumi di suo marito. Osservate la luna: essa non prende luce né da Mercurio, né da Giove, né da Marte, né da altro pianeta o stella che sia in cielo; essa non riceve luce che dal sole suo marito e non ne riceve punto più ch'esso ne dia per sua effusione ed aspetto. Così voi sarete per la vostra donna modello ed esempio di virtù e onestà. E continuamente implorerete la grazia di Dio a protezione vostra.

- Voi volete dunque, disse Panurgo, lisciandosi i baffi, che io sposi la donna forte descritta da Salomone?.. Ella è morta, senza alcun dubbio. Io non l'ho mai vista, che ricordi. Dio me lo voglia perdonare. Grazie infinite a ogni modo, padre. Assaggiate qui questa fetta di marzapane, vi aiuterà la digestione; poi berrete una coppa d'ipocrasso chiaretto: è salubre e stomatico. Proseguiamo.





CAPITOLO XXXI.



Come qualmente Rondibilis, medico, consiglia Panurgo.



Panurgo, continuando il discorso disse:

- La prima parola pronunciata da colui che scoglionava i monaci a Saussignac, dopoche ebbe scoglionato il frate Caldorecchio, fu: Agli altri! Io dico del pari: Agli altri! Orsù, nostro signor mastro Rondibilis, spicciatemi: devo sposarmi o no?

- Per l'ambio del mio muletto, rispose Rondibilis, non so proprio che debba rispondere a questo problema. Voi affermate di sentire i pungenti stimoli della sensualità. Io trovo nella scienza di medicina, secondo le risoluzioni degli antichi Platonici, che la concupiscenza carnale si raffrena in cinque modi: primo col vino.

- Lo credo, interruppe Fra Gianni, quando sono sborniato non domando che dormire.

- Intendo, riprese Rondibilis, vino bevuto con intemperanza. Poiché causa l'uso intemperante del vino segue nel corpo umano: raffreddamento del sangue, rilassatezza di nervi, dispersione di semenza genitale, inebetimento dei sensi, alterazione dei movimenti, fenomeni questi, non pertinenti all'atto generativo. Infatti voi vedete Bacco, dio degli ubriaconi, dipinto senza barba, in abito femminile come effeminato, come eunuco, come scoglionato. Altra cosa dicasi del vino preso con temperanza. Ce lo insegna l'antico proverbio il quale dice che Venere s'annoia senza la compagnia di Cerere e di Bacco. Ed era opinione degli antichi, secondo il racconto di Diodoro Siculo, massimamente dei Lampsacesi, come attesta Pausania, che messer Priapo fosse figlio di Bacco e di Venere.

Un secondo freno è in certe droghe e piante le quali rendono l'uomo frigido, maleficiato e impotente alla generazione. Si può farne prova colla nymphea heraclia, il salice d'Ameria, la sementa di canapa, il caprifoglio, il tamerice, l'agnocasto, la mandragora, la cicuta, l'orchide piccola, la pelle d'ippopotamo, e altri ingredienti i quali, nel corpo umano, sia per le loro virtù elementari, che per le loro proprietà specifiche, agghiacciano e mortificano il germe prolifico; o dissipano gli spiriti che dovevano condurlo ai luoghi destinati da natura; o chiudono le vie e condotti pei quali poteva essere espulso. Così per contro, ne abbiamo altre che scaldano, eccitano e abilitano l'uomo all'atto venereo.

- Non ne ho bisogno, grazie a Dio, interruppe Panurgo. E voi, maestro, se non vi spiace? ciò che dico non è per male che vi voglia...

- Un terzo freno, continuò Rondibilis, è la fatica assidua. È in essa tale consumo fisico che il sangue sparso nel corpo per l'alimentazione di ciascun membro, non ha tempo, né modo, né facoltà di produrre quella resudazione seminale e superfluità della concezione terza. La natura se la riserva in modo particolare come troppo più necessaria alla conservazione dell'individuo che alla moltiplicazione della specie e del genere umano. Così è detta casta Diana la quale continuamente s'affatica alla caccia. Così eran detti casti una volta gli accampamenti, nei quali continuamente si esercitavano atleti e soldati. Così, scrive Ippocrate (lib. de aere, aqua et locis) di alcuni popoli della Scizia i quali, al tempo suo erano impotenti al sollazzo venereo più degli eunuchi, perché stavano continuamente a cavallo e in lavoro. Così, per contro, dicono i filosofi esser l'ozio padre della lussuria. Quando si domandava a Ovidio quale fosse la causa per la quale Egisto divenne adultero, non per altro, rispondeva, che perché era ozioso. E chi togliesse l'ozio dal mondo, ben presto vi perirebbero l'arti di Cupido; l'arco, la faretra, le freccie gli sarebbero un inutile peso, né mai più ferirebbe alcuno. Poiché non è mica sì valente arciere da poter ferire le gru volanti per aria e i cervi in corsa pei boschi (come ben facevano i Parti) vale a dire gli uomini affannati al lavoro. Egli li desidera quieti e seduti, coricati e riposati. Infatti Teofrasto a chi gli chiese una volta quali bestie o quali cose pensava fossero gli amori, rispose che erano passioni di spiriti oziosi. Diogene del pari diceva che la puttaneria era occupazione di persone non altrimenti occupate. Perciò lo scultore Canaco di Sicione volendo manifestare che l'ozio, la pigrizia, l'indolenza erano le governanti della ruffianeria fece la statua di Venere seduta, non in piedi come l'avevano fatta tutti i suoi predecessori.

Quarto freno è lo studio fervente, causa di grande consumo degli spiriti vitali, talché non ne resta da sospingere ai luoghi destinati la resudazione genitale e da gonfiare il nervo cavernoso che ha per ufficio di lanciarla fuori per la propagazione dell'umana natura. Per convincersi che così sia, basta contemplare la figura di un uomo intento a qualche studio; vedrete in lui tutte le arterie del cervello tese come la corda d'una balestra per fornirgli destramente spiriti sufficienti a riempire i ventricoli del senso comune, dell'immaginazione, dell'apprendimento, del raziocinio e della risoluzione della memoria e ricordazione e agilmente correre dall'uno all'altro pei condotti manifesti in anatomia sopra la fine del reticolato meraviglioso dove terminano le arterie, le quali prendendo origine dall'armadio sinistro del cuore, affinano gli spiriti vitali in lunghi giri per ridurli animali. Onde in tale persona studiosa vedrete sospese tutte le facoltà naturali e cessare tutti i sensi esteriori; in breve voi lo giudicherete non essere vivente in se stesso, ma essere astratto fuor di sé in estasi e riconoscerete che Socrate non abusava del termine quando diceva: filosofia altro non è che meditazione di morte. Per questo probabilmente Democrito si accecò, meno stimando la perdita della vista che la diminuzione delle sue contemplazioni che egli sentiva interrompersi per la distrazione degli occhi. Così è detta vergine Pallade, dea della sapienza, tutrice delle persone studiose; così sono vergini le Muse: così le Grazie conservano pudicizia eterna. E mi ricordo aver letto che Cupido, interrogato una volta dalla madre Venere, perché non assalisse le Muse, rispose che le trovava tanto belle, tanto linde, tanto oneste, tanto pudiche e continuamente occupate, l'una nella contemplazione degli astri, l'altra nel calcolo dei numeri, l'altra nella misurazione dei corpi geometrici, l'altra nelle invenzioni retoriche, l'altra nella composizione poetica, l'altra nella musica, che avvicinandosi a loro, allentava l'arco, chiudeva la faretra ed estingueva la sua fiaccola, per vergogna e timore di nuocere loro. Poi levava la benda dagli occhi per vederle bene in faccia e udire i loro piacevoli canti e odi poetiche. E vi trovava il più gran diletto del mondo talché, ben lungi dal volerle assalire o distrarre dai loro studi, spesso si sentiva tutto rapito dalle loro bellezze e buone grazie e s'addormentava a quell'armonia.

In questo capitolo comprendo ciò che scrisse Ippocrate nel libro sopra detto parlando degli Sciti; e nel libro intitolato De Genitura, dove dice che sono impotenti a generare tutti gli uomini nei quali siano state tagliate le arterie parotidi che sono a lato delle orecchie; e ciò per la ragione anzidetta quando vi parlavo della risoluzione degli spiriti e del sangue spirituale del quale sono ricettacoli le arterie; egli sostiene anche che grande porzione della genitura sorge dal cervello e dalla spina dorsale.

Il quinto freno è l'atto venereo.

- Qui vi attendevo, interruppe Panurgo, ed ecco quello che va bene a me. Usi dei precedenti chi vorrà.

- Ed è questo, disse Fra Gianni, ciò che Fra Scillino, priore di San Vittore, presso Marsiglia, chiama: macerazione della carne. E io penso, come l'eremita di Santa Redegonda sopra Chinon, che in nessun modo gli eremiti della Tebaide potrebbero più idoneamente domare la porca sensualità e deprimere la ribellione della carne, che usando la detta macerazione venticinque o trenta volte al giorno.

- Io vedo, riprese Rondibilis, che Panurgo è ben proporzionato nelle membra sue, negli umori ben temperato, negli spiriti ben complesso, in età giusta, in tempo opportuno ed equamente volenteroso di prender moglie; se incontra donna di temperamento simile, essi genereranno figlioli degni di qualche monarchia oltremarina. Il meglio di tutto sarà far presto per vedere i figli a posto.

- Monsignor Maestro nostro, disse Panurgo, mi sposerò, mi sposerò, non dubitate, e ben presto. Mai più di ora m'ha sollecitato questa pulce che ho nell'orecchio. V'impegno per la festa: vi faremo baldoria e mezzo, ve lo prometto. Voi ci condurrete la vostra signora, se vi piace, colle sue vicine, s'intende. Ma niente gioco di villano!





CAPITOLO XXXII.



Come qualmente Rondibilis dichiara esser l'incornamento appannaggio naturale del matrimonio.



- Rimane, continuò Panurgo, un ultimo, trascurabile punto da considerare. Avrete visto una volta sul gonfalone di Roma: S. P. Q. R. che significa Si Peu Que Rien, insomma una bazzeccola: sarò becco?

- Porto di grazia! - esclamò Rondibilis - che cosa mi domandate? Se sarete becco? Amico mio, io sono ammogliato, voi lo sarete fra poco. Ebbene, incidete questa parola nel vostro cervello con stile di ferro: ogni uomo maritato corre pericolo d'esser becco. Le corna sono appannaggio naturale del matrimonio. Come l'ombra segue il corpo, così le corna seguono gli ammogliati. E quando voi udrete dire di qualcuno queste due parole: è ammogliato, se voi affermate: dunque è, o è stato, o sarà, o può esser becco, voi non passerete per inesperto nell'architettura delle conseguenze naturali.

- Ipocondria di tutti i diavoli! gridò Panurgo, che cosa mi dite voi?

- Amico mio, rispose Rondibilis, Ippocrate andando un giorno da Lango a Polistilo per visitare il filosofo Democrito, scrisse una lettera a Dionisio, vecchio amico suo, pregandolo di accompagnare, durante l'assenza, sua moglie presso il padre e la madre, gente onorata e di ottima fama, non volendo che essa restasse sola in casa. E tuttavia ch'egli vigilasse su lei accuratamente e spiasse quale condotta teneva colla madre e quali persone fossero andate a visitarla presso i parenti. Non, scriveva Ippocrate, non che io diffidi della sua virtù e pudicizia in passato ben sperimentata e accertata, questo no; ma essa è donna. Ecco tutto.

Amico mio, la natura delle donne ci è rappresentata dalla luna oltre che in altre cose anche in questa: che si celano, si dominano, dissimulano alla vista e presenza dei mariti. Ma lontani i mariti, prendono la rivincita, si danno bel tempo, girano, trottano, depongono la loro ipocrisia e si dichiarano. Proprio come la luna che in congiunzione col sole non appare né in cielo né in terra; ma in opposizione, essendone più lontana, risplende nella sua pienezza ed appare intera specialmente la notte. Così sono tutte le donne: donne.

Quando dico donna, dico un sesso tanto fragile, tanto variabile, tanto mutevole, tanto incostante e imperfetto, che la natura (con rispetto parlando e tutta reverenza) quando ha fabbricato la donna mi pare abbia smarrito quel buon senso onde avea creato e formato tutte le cose. E, dopo averci pensato cinque e seicento volte, non so che altro concludere se non che la natura fucinando la donna si è curata assai più del diletto sociale dell'uomo, e della perpetuità della specie umana che della perfezione individuale muliebre. Certo Platone non sa in quale categoria collocarle: se degli animali ragionevoli o delle bestie brute. Infatti la natura ha posto dentro il loro corpo in luogo segreto e intestino, un animale, che so io? un organo, che gli uomini non hanno, nel quale talora sono generati certi umori salsi, nitrosi, boragginosi, acri, mordicanti, pungenti, solleticanti amaramente; e causa il pungere e guizzare doloroso di questi umori, (poiché tale organo è tutto nervoso e di sentimento vivacissimo) tutto il loro corpo n'è scosso, i sensi rapiti, gli affetti sospesi, i pensamenti confusi. A tal segno che se la natura non avesse loro spruzzato la fronte d'un po' di pudore, voi le vedreste come forsennate inseguir la braghetta più spaventosamente che mai non facessero le Proetidi, le Mimallonidi, e le Tiadi bacchiche il giorno dei baccanali. Poiché il sopradetto terribile animale, ha connessione con tutte le parti principali del corpo com'è evidente in anatomia.

Lo chiamo animale secondo la dottrina sia degli Accademici come dei Peripatetici.

Poiché se movimento proprio è indizio certo di cosa animata, come scrive Aristotele, e tutto ciò che da sé si muove è detto animale, a buon diritto Platone chiama animale quell'organo riconoscendo in esso movimenti proprii di soffocazione, di precipitazione, di corrugazione, di indignazione; e movimenti così violenti che bene spesso tolgono alla donna ogni altro senso e movimento, come se si trattasse di lipotimia, sincope, epilessia, apoplessia, e la fanno apparire veramente come morta. Inoltre, a quanto possiamo rimarcare, esso discerne gli odori, e le donne lo sentono ripugnare ai puzzolenti, inclinare agli aromatici. Io so che Claudio Galeno si sforza di provare che non esistono movimenti propri e di per sé, ma per accidenti, so che altri della sua dottrina s'affannano a dimostrare non essere in esso discernimento sensitivo di odori, bensì efficacia diversa, procedente dalla diversità delle sostanze odorifere. Ma se voi esaminate diligentemente e pesate sulla bilancia di Crisolao gli argomenti e ragioni loro, troverete che in questa materia, come in altre, molto essi hanno parlato con leggerezza e più per desiderio di contraddire i predecessori che per ricerca di verità.

Non m'inoltrerò più innanzi in questa disputa. Dirò solamente non esser piccolo il merito delle donne oneste le quali hanno vissuto pudicamente e senza biasimo e hanno avuto la virtù di sottomettere quello sfrenato animale all'obbedienza della ragione. E finirò aggiungendo che saziato quell'animale (se sazio può esser mai) grazie all'alimento che la natura gli ha preparato nell'uomo, sono tutti i suoi particolari movimenti quieti, tutti i suoi appetiti assopiti, tutte le sue furie calmate. Non vi stupite pertanto se siamo in perpetuo pericolo d'esser becchi noi che non abbiamo ogni giorno di che appagare e soddisfare le sue voglie.

- Virtù d'altri che d'un piccolo pesce! esclamò Panurgo, ma voi non ci avete rimedio alcuno nell'arte vostra?

- Sì certo, amico mio, rispose Rondibilis, e rimedio ottimo del quale uso anch'io, e si trova scritto in un autore celebre d'oltre mille ottocento anni fa. Ora ve lo dico...

- Per la virtù di Dio, interruppe Pamurgo, voi siete un gran galantuomo ed io vi amo a più non posso... Assaggiate, anima mia, un po' di questa torta di cotogne: le cotogne chiudono bravamente l'orifizio del ventricolo causa la stiticità gioiosa ch'è in esse, e aiutano la concozione prima. Ma che sto io predicando a chi la sa più lunga di me? Aspettate che vi riempia questo nappo nestoriano. Volete ancora un sorso d'ipocrasso bianco? Non abbiate paura dell'angina. Non v'è dentro né squinanthum, né zenzero, né gran di paradiso. Non v'è che bel cinnamomo scelto e bello zucchero fino insieme col buon vin bianco del fondo della Devinière presso la pianta del gran corniolo, sopra il noce groliero.





CAPITOLO XXXIII.



Come qualmente Rondibilis insegna il rimedio alle corna.



- Al tempo, riprese Rondibilis, che Giove faceva l'inventario della sua casa olimpica e il calendario di tutti i suoi dei e dee, avendo stabilito per ciascuno di essi il giorno e la stagione della sua festa, assegnato il luogo per gli oracoli e pellegrinaggi, fissato norme pei loro sacrifici...

- Fece egli, per avventura, interruppe Panurgo, come Tinteville,vescovo d'Auxerre? il nobile pontefice amava il buon vino come s'addice a ogni uomo dabbene; pertanto aveva egli gran riguardo e cura del germoglio, antenato di Bacco. Ora avvenne che per anni parecchi vide il germoglio lamentevolmente perduto causa il gelo, le brine, nebbie, galaverne, freddo, grandine e altre calamità avvenute per le feste dei Santi Giorgio, Marco, Vitale, Eutropio, Filippo, per Santa Croce, l'Ascensione e altre che cadono al tempo in cui il sole passa sotto il segno del Toro. E allora egli si fece l'idea che i santi suddetti fossero santi grandinatori, gelatori e guastatori di gemme; onde voleva trasferire le loro feste nell'inverno; fra Natale e la Typhaine (così chiamava egli la madre dei tre Re) dando loro licenza con grande onore e rispetto di grandinare in quella stagione e gelare finché volessero, non essendo il gelo allora dannoso, anzi evidentemente profittevole ai germogli. E voleva mettere al loro posto le feste dei Santi Cristoforo, Giovanni Decollato, Maddalena, Anna, Domenico, Lorenzo, vale a dire collocare mezzagosto a maggio. Niun rischio di gelo a quelle feste, tanto è vero che nessun mestiere è allora tanto ricercato come di gelatiere, sorbettiere, fabbricante di giuncate, preparatore di frascati e di vin fresco.

- Giove, continuò Rondibilis dimenticò nell'elenco delle festività divine quel povero diavolo del dio Beccunzio, il quale in quel momento era assente: si trovava infatti a Parigi, al Tribunale, per sollecitare un porco processo per uno de' suoi sudditi e vassalli. Quando, non so quanti giorni dopo, Beccunzio seppe la birbonata che gli avevano fatta, desistè di sollecitare al Tribunale, preoccupato di non essere escluso dall'elenco e comparve in persona davanti al grande Giove allegando i suoi meriti precedenti e i buoni e piacevoli servigi che altre volte gli aveva reso e chiese istantemente che non lo lasciasse senza festa, senza sacrifizi, senza onore. Giove si scusava rimostrando che tutti i suoi benefizi erano distribuiti e che l'elenco era chiuso. Ma fu tuttavia tanto importunato da messer Beccunzio che alla fine lo incluse nel catalogo e ordinò in terra anche per lui onori, sacrifici, feste.

La sua festa, poiché nessun giorno in tutto il calendario era più vacante, fu abbinata con quella della dea Gelosia, il suo dominio fu stabilito sugli ammogliati, specialmente quelli che hanno belle mogli; i suoi sacrifizi furono: sospetto, diffidenza, malumore, appostamento, ricerca, spionaggio dei mariti sulle mogli, con ordine rigoroso ad ogni marito di riverirlo, onorarlo, celebrare la festa duplice, e compiere i sacrifici su detti sotto pena e minaccia che a coloro non sarebbe stato messer Beccunzio favorevole, aiutatore e soccorrevole, i quali non l'onorassero come è stato indicato; mai il dio non avrebbe tenuto alcun conto di loro, mai non sarebbe entrato nelle loro case, mai non avrebbe frequentato le loro compagnie qualunque invocazione essi gli rivolgessero; ché anzi li avrebbe lasciati marcire eternamente, soli colle loro donne, senza corrivale alcuno e li avrebbe sfuggiti sempiternamente quali eretici e sacrileghi, com'è l'uso degli altri dei verso coloro che debitamente non li onorano; di Bacco verso i vignaiuoli, di Cerere verso gli agricoltori; di Pomona verso i frutticultori; di Nettuno verso i navigatori; di Vulcano verso i fabbri e così degli altri. Fu aggiunta per contro infallibile promessa a quelli i quali avessero osservato com'è detto la sua festa, che avessero tralasciato ogni negozio, e trascurato tutti i loro affari per spiare le loro donne, rinchiuderle e maltrattarle per gelosia, come comporta l'ordinanza de' suoi sacrifizi, che esso sarebbe stato loro continuamente favorevole, li avrebbe amati, frequentati, sarebbe stato giorno e notte nelle loro case; mai non sarebbero stati privi della sua presenza. Ho detto.

- Ah, ah, ah! disse Carpalim ridendo, ecco un rimedio anche più ingenuo di quello di Hans Carvel. Il diavolo mi porti se ci credo. La natura delle donne è cosiffatta che come la folgore non rompe e non brucia se non le materie dure, solide, resistenti, non s'arresta alle cose molli, vuote, cedenti: e brucerà la spada d'acciaio senza danneggiare il fodero di velluto, distruggerà l'ossa del corpo senza toccare la carne che le copre, così le donne non tendono mai il loro spirito, compresso, sottile, contradittorio, se non a cose che sappiano esser loro proibite e vietate.

- Certo, disse Ippotadeo, alcuni dei nostri dottori affermano che la prima donna del mondo, che gli Ebrei chiamano Eva, difficilmente sarebbe entrata mai in tentazione di mangiare il frutto d'ogni scienza, se non le fosse stato proibito. E che sia così, basta considerare come il tentatore raffinato le ricordò alla prima parola la detta proibizione, come volesse inferire: - Ah, ti è proibito? Dunque tu devi mangiarne... o non saresti donna.





CAPITOLO XXXIV.



Come qualmente le donne appetiscono cose proibite.



Al tempo, disse Carpalim, che facevo il ruffiano a Orléans non possedevo color di retorica più efficace, né argomento più persuasivo verso le dame, per trarle nella rete e attrarle all'amoroso gioco, che dimostrando vivacemente, chiaramente, con testimonianze, come i mariti fossero gelosi di loro. Non era invenzione mia. È scritto. E ne abbiamo leggi, esempi, ragioni ed esperienze quotidiane. Quand'esse si sian ficcata quest'idea nella zucca, faranno becchi i loro mariti infallibilmente, per Dio, (senza bestemmiare) dovessero pur compiere ciò che fecero Semiramide, Pasifae, Egesta, le donne dell'isola Mandes in Egitto, blasonate da Erodoto e Strabone, e altre tali cagne mastine.

- Veramente, (a proposito di cose proibite) disse Ponocrate, ho udito raccontare che papa Giovanni XXII passando un giorno per Fontevrault, fu richiesto dalla badessa e dalle discrete monache, di conceder loro un indulto mediante il quale si potessero confessare le une le altre, allegando che le donne di religione hanno qualche piccola debolezza segreta che non possono senza vergogna insopportabile scoprire ai confessori maschi; più liberamente, invece, più famigliarmente se le comunicherebbero le une alle altre sotto il sigillo della confessione.

- Non v'è nulla, rispose il papa, che io volentieri non vi conceda; ma c'è un inconveniente: che la confessione deve restar segreta; voialtre donne a gran fatica la tacereste.

- Tutt'altro, dissero esse; conserveremmo il segreto benissimo e meglio degli uomini.

Un giorno il Santo Padre diede loro in custodia una scatola nella quale aveva fatto mettere un piccolo fanello pregandole garbatamente che la rinchiudessero in qualche luogo sicuro e segreto e promettendo, fede di papa, soddisfare la loro istanza se avessero mantenuto il segreto: proibì tuttavia rigorosamente di aprirla in qualsiasi modo sotto pena di censura ecclesiastica e di scomunica eterna. Non era ancora la proibizione finita ch'esse friggevano dentro dall'ardore di vedere il contenuto, e tardava loro che il papa uscisse dalla porta per precipitarsi a guardare. Il Santo Padre, dopo aver loro impartito la benedizione, si avviò alla sua abitazione. Non era ancora a tre passi dall'abbazia quando le buone dame tutte in folla accorsero per aprire la scatola proibita e vedere ciò che contenesse. L'indomani il papa tornò a visitarle coll'intenzione, a ciò che parve loro, di concedere l'indulto. Ma prima d'entrare in argomento comandò gli si portasse la scatola. Gli fu portata, ma l'uccelletto non c'era più. E allora egli provò loro esser troppo difficil cosa tacere le confessioni, visto che non avevano saputo rispettare per sì breve tempo il segreto della scatola tanto raccomandato.

- Monsignor Maestro nostro, disse Pantagruele, che siate il molto benvenuto. Gran piacere m'è stato l'udirvi e lodo Dio d'ogni cosa. Non vi avevo mai più visto dal giorno che rappresentaste a Montepellier insieme coi nostri vecchi amici Ant. Saporta, Guido Bourguier, Baldassarre Noyer, Tolet, Giovanni Quentin, Francesco Robinet, Giovanni Perdrier e Francesco Rabelais, la morale commedia del marito che aveva sposato una donna muta. La poveretta, grazie all'arte del medico e del chirurgo che le tagliarono un'enciliglotta sotto la lingua, riuscì a parlare. Ma, ricuperata la parola, parlò tanto e tanto che il marito tornò dal medico chiedendo un rimedio per farla tacere. Il medico rispose che l'arte sua ben possedeva rimedi atti a far parlare le donne, non per farle tacere. Rimedio unico contro l'interminabile parlantina della moglie, esser la sordità del marito. Il briccone, per non so quale magia che gli combinarono, divenne sordo. La moglie vedendo ch'era divenuto sordo, ch'ella parlava invano non essendo da lui udita, divenne rabbiosa. Poi, quando il medico domandò il compenso, il marito rispose che era veramente sordo e non intendeva la domanda. Il medico gli gettò addosso non so quale polvere per virtù della quale impazzì. Allora, il marito pazzo e la moglie rabbiosa fecero alleanza insieme e tanto picchiarono il medico e il chirurgo che li lasciarono mezzi morti. Non risi mai tanto come assistendo a quella patelinata

- Ritorniamo a bomba, disse Panurgo. Le vostre parole voltate dal gergo in buon francese, significano insomma che io mi sposi arditamente e non mi curi d'esser becco. Busso a cuori e mi giocate picche! Ah, Monsignor Maestro nostro, credo bene che il giorno delle mie nozze voi sarete impegnato coi vostri clienti e che non potrete assistervi, capisco, vi scuso.



Stercus et urina,

Medici sunt prandia prima;

Ex aliis paleas,

Ex istis collige grana.



- Non è giusto, corresse Rondibilis, il secondo verso è:



Nobis sunt signa, vobis sunt prandia digna.



- Se mia moglie sta male, disse Panurgo...

- Vorrei esaminare l'urina, interruppe Rondibilis, tastarle il polso, e vedere la disposizione del basso ventre e delle parti ombelicali, come ci comanda Ippocrate, (2. Aphorism. 35) prima di procedere più avanti.

- Alto là disse Panurgo, ciò non viene a proposito. È faccenda che riguarda noialtri legisti che abbiamo la rubrica: De ventre inspiciendo. Io le somministrerò un clistere barbarino. Voi non trascurate i vostri affari più urgenti.

Vi manderò a casa dei ciccioli e amici sempre. Poi gli s'avvicinò e gli mise in mano senza dir parola quattro nobili della rosa. Rondilis s'affrettò a intascarli, poi gli disse turbato e come indignato:

- Eh, eh, eh, signor mio non occorreva. Molte grazie a ogni modo: dalle canaglie non accetto mai nulla, nulla mai dai galantuomini rifiuto. Sempre ai vostri comandi.

- A pagamento, disse Panurgo.

- S'intende, rispose Rondibilis.





CAPITOLO XXXV.



Come qualmente Trouillogan filosofo tratta della dlfficoltà del matrimonio.



Finite queste parole, Pantagruele disse a Trouillogan il filosofo:

- La fiaccola, passata di mano in mano è giunta a voi, fedel nostro. A voi ora rispondere. Panurgo deve sposarsi o no?

- L'uno e l'altro, rispose Trouillogan.

- Che mi dite voi? domandò Panurgo.

- Ciò che avete udito, rispose Trouillogan.

- Che cosa ho udito? domandò Panurgo.

- Ciò che ho detto, rispose Trouillogan.

- Ah, ah, siamo a questo punto? domandò Panurgo. Passiamo oltre: Devo dunque sposarmi o no?

- Né l'uno né l'altro, rispose Trouillogan.

- Il diavolo mi porti, disse Panurgo, se non cado in farnetico, e mi possa portar via se ci capisco un'acca! Aspettate: inforcherò gli occhiali all'orecchio sinistro per udirvi più chiaro.

In quel momento, Pantagruele scorse verso la porta della sala il cagnolino di Gargantua, che il vecchio chiamava Kyne perché tale era stato il nome del cane di Tobia. Allora disse ai presenti:

- Alziamoci, il re nostro non è lungi di qui.

Non aveva finito di parlare che Gargantua entrò nella sala del banchetto. Ciascuno si alzò in segno di riverenza. Gargantua, salutati bonariamente i presenti disse:

- Miei buoni amici, voi mi farete il piacere, vi prego, di non lasciare né il vostro posto, né i vostri discorsi. Vogliate portarmi a quest'angolo della tavola un seggiolone e datemi da bere alla salute di tutta la compagnia. Siate tutti i ben venuti. E ora ditemi: di che discorrevate?

Pantagruele gli rispose che alla seconda portata Panurgo aveva proposto un quesito, se cioè doveva sposarsi o no; e che padre Ippotadeo e mastro Rondibilis aveano già risposto: quand'egli entrò stava rispondendo il fedele Trouillogan. Panurgo dapprima gli ha chiesto: "Devo sposarmi o no?" ed egli ha risposto una prima volta: "Tutti e due insieme" e una seconda volta: "Né l'uno, né l'altro". Panurgo si duole di tali risposte repugnanti e contradditorie e protesta di non intender nulla.

- A mio avviso l'intendo, disse Gargantua. La risposta è simile a quella di un antico filosofo il quale interrogato se aveva una donna che gli nominavano, rispose: Io l'ho amica, ma ella non mi à mica. Io la possiedo, non sono da lei posseduto.

- Risposta simile, disse Pantagruele, diede una fantesca di Sparta. Dimandata se mai ella avesse avuto a fare con un uomo, rispose che mai; ma che però qualche volta gli uomini avevano avuto a fare con lei.

- Così, disse Rondibilis, noi mettiamo neutro in medicina e modo in filosofia, come per partecipazione dell'una e dell'altra estremità, come negazione dell'una e dell'altra verità, e per partizione del tempo, ora nell'una, ora nell'altra estremità.

- Il Santo, Inviato, disse Ippotadeo, mi sembra abbia parlato più chiaro quando affermò: "Quelli che sono sposati siano come non sposati; quelli che hanno moglie siano come non aventi moglie".

- Io interpreto, disse Pantagruele, l'avere e il non aver donna in questo modo: aver donna è l'averla all'uso per cui natura la creò, cioè per l'aiuto, il sollazzo e la compagnia dell'uomo; non aver donna significa non abbrutirsi intorno a lei, per non contaminare l'unica e suprema affezione che l'uomo deve a Dio; non tralasciare i doveri che l'uomo deve naturalmente alla patria, alla repubblica, agli amici; non trascurare i suoi studi e i suoi affari per compiacere continuamente alla moglie. Intendendo in questo modo l'avere e il non aver donna, non ci vedo repugnanza o contraddizione in termini.





CAPITOLO XXXVI.



Continuazione delle risposte di Trouillogan filosofo eletico e pirroniano.



- Voi parlate come un organo, rispose Panurgo. Ma io ho l'impressione di esser disceso nel pozzo tenebroso nel quale secondo Eraclito è nascosta la verità. Non vedo punto non intendo più nulla, i miei sensi sono inebetiti e dubito assai d'essere ingannato. Userò altro stile. Non movetevi fedel nostro. Non imborsate nulla. Mutiamo antifona e parliamo senza disgiuntive. Questi membri mal congiunti vi seccano a quanto vedo.

Orsù per Dio devo sposarmi?

TROUILLOGAN. V'è apparenza.

PANURGO. E se non mi sposo?

TR. Non ci vedo inconveniente alcuno.

PA. Non ce ne vedete punto?

TR. Nessuno se la vista non m'inganna.

PA. Io ve ne trovo più di cinquecento.

TR. Contateli.

PA. Dico cinquecento impropriamente parlando e prendendo certo per incerto determinato per indeterminato: intendo dire: molti.

TR. Ascolto.

PA Non posso fare a meno della moglie per tutti i diavoli.

TR. Levate via quelle brutte bestie.

PA. E sia per Dio! Dicono infatti i miei Salmigondinesi che coricarsi soli, o senza moglie, è vita brutale; similmente diceva Didone nelle sue lamentazioni.

TR. Ai vostri ordini.

PA. Corpo di Dio, son messo bene. Ma mi sposerò dunque?

TR. Per avventura.

PA. Mi troverò bene?

TR. Secondo i casi.

PA. E se incontro bene, come spero, sarò felice?

TR. Abbastanza.

PA. A contrappelo ora: E se incontro male?

TR. Me ne scuso.

PA. Ma consigliatemi, di grazia: che devo fare?

TR. Ciò che volete.

PA. Tarabin, tarabà!

TR. Non fate invocazioni, vi prego.

PA. E sia, in nome di Dio. Io non voglio se non ciò che mi consiglierete. Che mi consigliate?

TR. Nulla.

PA. Mi sposerò?

TR. Io non c'ero.

PA. Allora non mi sposerò?

TR. Che posso farci io?

PA. Se non sono sposato non sarò mai becco.

TR. Ci pensavo.

PA. Mettiamo il caso che io sia sposato.

TR. Dove lo mettiamo?

PA. Dico, prendete il caso che io sia sposato.

TR. D'altra parte ne sono impedito.

PA. Merda al naso mio, per Giove! Oh quale sollievo se potessi tirar giù qualche grosso moccolo. Orsù pazienza: se dunque mi sposerò, sarò becco?

TR. Si direbbe.

PA. Se mia moglie è onesta e casta non sarò mai becco?

TR. Mi sembrate parlar correttamente.

PA. Ascoltate.

TR. Finché vorrete.

PA. Sarà ella onesta e casta? Non rimane che questo punto.

TR. Ne dubito.

PA. Voi non la vedeste mai?

TR. Che io sappia.

PA . Perché dunque dubitate di ciò che non conoscete?

TR. Per la sua ragione.

PA. E se la conosceste?

TR. Ancor più.

PA. Paggio, tesoro mio, prendi qua il mio berretto: te lo consegno, meno gli occhiali; va' in cortile, fammi questo piacere, e bestemmia una mezz'oretta per me. Io bestemmierò per te quando tu vorrai... Ma chi mi farà becco?

TR. Qualcuno.

PA. Pel ventre d'un bue di legno, io lo concerò per bene questo qualcuno.

TR. Lo dite.

PA. Il dia...ncine, quello che non ha bianco negli occhi, mi porti via con sé, se non le metto cintura alla bergamasca quand'esco dal mio serraglio.

TR. Parlate meglio.

PA. Quanto al discorso è ben ca... ca... caca cantato. Ma risolviamo qualche cosa.

TR. Non contraddico.

PA. Attendete. Poiché non posso cavarvi sangue da questo lato, vi salasserò altra vena. Siete voi sposato o no?

TR. Né l'un né l'altro ed entrambi insieme.

PA. Che Dio m'aiuti! Per la morte d'un bue, io sudo d'affanno, mi sento rompere la digestione Tutti i miei spiriti, metaspiriti e diaframmi sono sospesi e tesi per incornifistibulare nel sacchetto del mio intendimento ciò che dite e rispondete.

TR. Io non me lo impedisco.

PA. Trotta avanti, fedel nostro: siete voi sposato?

TR. È mia opinione.

PA. Lo siete stato altra volta?

TR. È possibile.

PA. Foste contento la prima volta?

TR. Non è impossibile.

PA. E come ve ne trovate questa seconda volta?

TR. Come comporta il mio destino fatale.

PA. Ma, insomma, che sappiate, ve ne trovate bene?

TR. È verosimile.

PA. Ah, perdio, in nome del fardello di San Cristoforo preferirei tentar di cavare un peto da un asino morto piuttosto che da voi una risoluzione. Ma non potrete sfuggirmi a questa domanda. Orsù, fedele nostro, svergogniamo il diavolo d'inferno, confessiamo la verità. Foste mai becco? Parlo di voi che siete qui, non di voi che siete laggiù al gioco del pallone.

TR. No, se non era predestinato.

PA. Per la carne, rinnego; per il sangue, rinnego; per il corpo rinuncio: mi scappa.

A queste parole Gargantua si alzò e disse:

- Lodato sia il buon Dio in tutte cose. A quanto vedo il mondo ha fatto strada!

Siamo a questo punto? Dunque oggi i più dotti e prudenti filosofi sono entrati nel frontisterio e nella scuola dei pirroniani, aporretici, scettici ed efetici. Sia lodato il buon Dio! D'ora innanzi si potranno prender davvero i leoni per le giubbe, i cavalli per la criniera, i bufali pel muso, i buoi per le corna, i lupi per la coda, le capre per la barba, gli uccelli pei piedi, ma non saranno presi tali filosofi per le loro parole. Addio, buoni amici.

Ciò detto s'allontanò. Pantagruele e gli altri volevano seguirlo; ma egli non lo permise.

Uscito Gargantua, Pantagruele disse agl'invitati:

- Il Timeo di Platone conta gl'invitati al principio della riunione, noi, a rovescio, li conteremo alla fine: uno, due, tre... Dov'è il quarto? il nostro amico Brigliadoca?

Epistemone rispose che era stato a casa sua per invitarlo, ma non l'aveva trovato. Un usciere del parlamento Mirlinghese di Mirlinga, era venuto a cercarlo citandolo a comparire personalmente e render ragione davanti ai senatori di una sentenza da lui pronunciata. Era partito pertanto il giorno precedente per esser presente il giorno assegnato, non esser mancante e contumace.

- Voglio sapere di che si tratta, disse Pantagruele: da più di quarant'anni è giudice di Fonsbeton e durante questo tempo ha dato più di quattromila sentenze definitive. Contro duemila trecento e nove sentenze fu ricorso in appello dalle parti condannate alla corte sovrana del parlamento Mirlinghese a Mirlinga e tutte per decreto della Corte sono state ratificate, approvate e confermate, gli appelli respinti e annullati. Non può avvenire senza danno che egli sia citato personalmente nella sua vecchiaia, lui che in tutto il suo passato ha vissuto sempre santamente attendendo alla professione. Io voglio con ogni potere venirgli equamente in aiuto. So che oggi tanto s'è aggravata la malvagità del mondo che il buon diritto ha molto bisogno d'aiuto. E ora ho deliberato di provvedere per evitare qualche sorpresa.

Allora fu levata la tavola. Pantagruele fece agl'invitati doni preziosi e onorevoli di anelli, gioielli, vasellame d'oro e d'argento e ringraziatili cordialmente si ritirò nella sua camera.





CAPITOLO XXXVII.



Come qualmente Pantagruele persuade a Panurgo di consigliarsi con qualche matto.



Pantagruele, ritirandosi, scorse Panurgo sul loggiato con aspetto di farneticatore farneticante, dondolante la testa, e gli disse:

- Voi mi sembrate un sorcio impegolato, il quale tanto più si sforza di svischiarsi dalla pece e tanto più vi si impiastriccia. Allo stesso modo voi, sforzandovi di uscire dai lacci della perplessità, vi rimanete irretito più di prima. Io non ci vedo che un solo rimedio. Sentite: ho spesso inteso dire a mo' di volgar proverbio che certi matti la danno a bere a' saggi. Ebbene, poiché le risposte de' saggi non vi hanno a pieno soddisfatto, consultate un pazzo; può darsi che, ciò facendo, abbiate a essere più sodisfatto e contento. Voi sapete quanti principi, re e repubbliche sono stati salvati, quante battaglie vinte, quante perplessità risolute per avviso, consiglio e predizione di pazzi. Non è necessario ricordarvi gli esempi. Vi basterà questa considerazione: colui che cura da presso i suoi affari privati e domestici, che è vigilante, attento al governo della casa, che non ha la mente sviata, che non perde occasione di acquistare e ammassare beni e ricchezze, che sa ovviare cautamente agli inconvenienti della povertà, costui, voi lo chiamate savio in questo mondo, contuttoché sia sciocco nell'estimazione delle Intelligenze celesti; davanti a queste conviene esser saggio, voglio dire saggio e presago per aspirazione divina e atto a ricevere il dono della divinazione, a dimenticare se stesso, a uscire fuor di sé, a sgombrare dai sensi ogni terrena affezione, a purgar lo spirito da ogni umana preoccupazione, a metter tutto in non cale. Tutto ciò, dal volgo è considerato follia.

Ond'è che il volgo ignorante chiamò Fatuo il grande vaticinatore Fauno, figlio di Pico, re dei Latini.

Analogamente vediamo tra gli attori, alla distribuzione delle parti, che le persone dello Sciocco e del Burlone sono sempre affidate agli attori più abili ed esperti della compagnia.

Analogamente dicono i matematici che la natività dei re e degli sciocchi ha lo stesso oroscopo. E citano l'esempio di Enea e di Corebo (pazzo secondo Euforione) che ebbero lo stesso genetliaco. Reputo non uscir di proposito raccontandovi ciò che dice Giovanni Andrè sopra un canone di certo rescritto papale, indirizzato al sindaco e ai borghesi della Rochelle, e dopo lui Panormo, sullo stesso canone, Barbatia sulle pandette, e, recentemente, Giasone nei suoi consigli, a proposito di Ser Giovanni, buffone insigne di Parigi, bisavolo di Quaglietta. Il caso è questo.

A Parigi alla rosticceria del piccolo Castelletto, davanti la bottega del rosticciere, un facchino mangiava il suo pane condito di fumo d'arrosto e, per via di quel profumo lo trovava tanto saporito. Il rosticciere lo lasciava fare. In ultimo quando ebbe finito d'inghiottire, il rosticciere te lo abbranca pel collare e vuole gli paghi il fumo del suo arrosto. Il facchino risponde non aver consumato carne, nulla aver preso di suo, di nulla essergli debitore. Il fumo in questione vaporava fuori; in un modo o nell'altro andava perduto; non s'era mai udito che a Parigi si fosse venduto per la strada fumo d'arrosto. Il rosticciere replicava ch'egli non era obbligato a nutrire i facchini col fumo del suo arrosto e minacciava, se non fosse pagato, di togliergli gli arnesi del mestiere. Il facchino dà mano al bastone e si mette sulla difesa.

L'alterco ingrossò. Il popolo badalone di Parigi accorreva da ogni parte alla disputa. Là si trovò giusto Ser Giovanni, il celebre buffone di Parigi. Avendolo visto, il rosticciere chiese al facchino:

- Vuoi tu che chiamiamo giudice della questione il nobile Ser Giovanni?

- Sì, sangue di Dio, rispose il facchino.

Allora Ser Giovanni, intesi i loro piati, comandò al facchino che traesse dalla cintura una moneta d'argento. Il facchino gli mise in mano un filippo tornese; Ser Giovanni lo prese se lo pose sulla spalla sinistra come per verificare se il peso fosse giusto; poi lo fece risonare sul palmo della mano sinistra come per assicurarsi che fosse di buona lega; poi se lo pose sulla pupilla dell'occhio destro come per vedere se fosse di buon conio. Tutto ciò fu fatto tra il più gran silenzio del popolo gocciolone, mentre il rosticciere attendeva e il facchino si disperava. Alla fine fece risonar la moneta sul davanti della bottega più volte. Poi con aria di maestà presidenziale, tenendo in pugno la sua bacchetta come uno scettro, e calcando in testa il cappuccio di finta martora con lunghe orecchie di carta pieghettata, prima tossì due o tre volte, poi disse ad alta voce: "Sentenzia la Corte che il facchino che ha mangiato il suo pane condito di fumo d'arrosto, ha decentemente pagato il rosticciere col suono del suo danaro. Ordina la detta Corte che ciascuno si ritiri a casa sua senza spese e per buone ragioni".

Questa sentenza del buffone parigino apparve assai equa di dottori di legge, anzi ammirevole, e dubitano che il Parlamento di Parigi, o la Ruota di Roma, o magari gli Areopagiti avrebbero più giuridicamente risolta la questione se fosse stata portata davanti a loro. Pensate pertanto se volete consigliarvi con un pazzo.





CAPITOLO XXXVIII.



Come qualmente Triboletto è blasonato da Pantagruele e da Panurgo.



- Altroché se lo voglio, per l'anima mia! rispose Panurgo. Mi pare che il budello mi s'allarghi. L'avevo prima ben chiuso e costipato. Ma come abbiamo scelto prima per consigliarci il fior fiore della sapienza, così vorrei ora che presiedesse alla nostra consultazione qualcuno che sia matto in grado sovrano.

- Triboletto mi sembra competentemente pazzo, disse Pantagruele.

- Propriamente è totalmente pazzo, rispose Panurgo.



PANTAGRUELE PANURGO.



Pazzo fatale, Pazzo d'alta gamma,

Pazzo di natura, Pazzo di bequadro e bemolle,

Pazzo celeste, Pazzo terreno,

Pazzo gioviale, Pazzo lieto e folleggiante,

Pazzo mercuriale, Pazzo grazioso e scherzoso,

Pazzo lunatico, Pazzo da pompette,

Pazzo erratico, Pazzo da pilette!

Pazzo eccentrico, Pazzo da campanelli,

Pazzo etereo e giunonico, Pazzo ridente o venereo,

Pazzo artico, Pazzo da feccia,

Pazzo eroico, Pazzo sopraffino,

Pazzo geniale, Pazzo in ebollizione,

Pazzo predestinato, Pazzo originale,

Pazzo augusto, Pazzo papale,

Pazzo cesarino, Pazzo concistoriale,

Pazzo imperiale, Pazzo conclavista,

Pazzo reale, Pazzo bollista,

Pazzo patriarcale, Pazzo sinodale,

Pazzo originale, Pazzo episcopale,

Pazzo leale, Pazzo dottorale,

Pazzo ducale, Pazzo monacale,

Pazzo portabandiera, Pazzo fiscale,

Pazzo signorile, Pazzo stravagante,

Pazzo palatino, Pazzo imberrettato,

Pazzo principale, Pazzo a semplice tonsura,

Pazzo pretoriale, Pazzo cotale,

Pazzo totale, Pazzo graduato in follia,

Pazzo eletto, Pazzo commensale,

Pazzo curiale, Pazzo primo licenziato,

Pazzo primipilo, Pazzo caudatario,

Pazzo trionfante, Pazzo di supererogazione,

Pazzo volgare, Pazzo collaterale,

Pazzo domestico, Pazzo a latere, alterato,

Pazzo esemplare, Pazzo nidiace,

Pazzo raro e peregrino, Pazzo migratorio,

Pazzo aulico, Pazzo ramiero,

Pazzo civile, Pazzo stravolto,

Pazzo popolare, Pazzo gentile,

Pazzo famigliare, Pazzo magliato,

Pazzo insigne, Pazzo saccheggiatore,

Pazzo favorito, Pazzo d'alta coda,

Pazzo latino, Pazzo grigiastro,

Pazzo ordinario, Pazzo farneticante,

Pazzo temuto, Pazzo di sottobarba,

Pazzo trascendente, Pazzo tronfio,

Pazzo sovrano, Pazzo superpapaverato,

Pazzo speciale, Pazzo corollario,

Pazzo metafisico, Pazzo di levante,

Pazzo estatico, Pazzo zibellino,

Pazzo categorico, Pazzo cremisino,

Pazzo predicabile, Pazzo granatino,

Pazzo decumano, Pazzo borghese,

Pazzo officioso, Pazzo mal costrutto,

Pazzo di prospettiva, Pazzo di gabbia,

Pazzo d'algorismo, Pazzo modale,

Pazzo d'algebra, Pazzo di 2ª intenzione,

Pazzo di cabala, Pazzo taccuino,

Pazzo tulmudico, Pazzo eteroclita,

Pazzo d'Alguamala, Pazzo sommista,

Pazzo compedioso, Pazzo abbreviatore,

Pazzo abbreviato, Pazzo di moresca,

Pazzo iperbolico, Pazzo ben bollato,

Pazzo autonomatico, Pazzo mandatario,

Pazzo allegorico, Pazzo incappucciato,

Pazzo tropologico, Pazzo titolare,

Pazzo pleonastico, Pazzo tapino,

Pazzo capitale, Pazzo rebarbativo,

Pazzo cerebrale, Pazzo ben mentulato,

Pazzo cordiale, Pazzo mal stabilito,

Pazzo intestinale, Pazzo coglione,

Pazzo epatico, Pazzo scolaro,

Pazzo splenetico, Pazzo sventato,

Pazzo ventoso, Pazzo culinario,

Pazzo legittimo, Pazzo d'alto fusto,

Pazzo d'Azimuth, Pazzo da alari,

Pazzo d'Almicantarath, Pazzo sguattero,

Pazzo proporzionato, Pazzo catarroso,

Pazzo d'architrave, Pazzo agghindato,

Pazzo di piedestallo, Pazzo da 24 carati,

Pazzo di paragone, Pazzo bizzarro,

Pazzo celebre, Pazzo strambo,

Pazzo solenne, Pazzo da martingala,

Pazzo annuale, Pazzo da bastoni,

Pazzo festivale, Pazzo da marotte,

Pazzo ricreativo, Pazzo pel giusto verso,

Pazzo villatico, Pazzo di gran misura,

Pazzo burlone, Pazzo inciampante,

Pazzo privilegiato, Pazzo invecchiato,

Pazzo rustico, Pazzo rustico,

Pazzo ordinario, Pazzo a piena cottura,

Pazzo di tutte l'ore, Pazzo arrogante,

Pazzo in diapason, Pazzo oltracotante,

Pazzo risoluto, Pazzo da strappapiedi,

Pazzo geroglifico, Pazzo da rebus,

Pazzo autentico, Pazzo da modello,

Pazzo di valore, Pazzo a cappuccio,

Pazzo prezioso, Pazzo a doppia piega,

Pazzo fanatico, Pazzo alla damaschina,

Pazzo fantastico, Pazzo a intarsio,

Pazzo linfatico, Pazzo a faccia di lepre,

Pazzo panico, Pazzo baritonante,

Pazzo alambiccato, Pazzo moschettato,

Pazzo non irritante. Pazzo a prova d'archibugio.



PANTAGRUELE. Se è ragionevole che un tempo a Roma Quirinali fossero chiamate le feste dei pazzi, giustamente in Francia si potrebbero istituire le Tribolettinali.

PANURGO. Se tutti i pazzi portassero il sottocoda avrebbero le natiche ben scorticate.

PANTAGRUELE. Se il dio Fatuale, del quale abbiam parlato, fosse marito della dea Fatua, suo padre sarebbe Bonadies, sua nonna Bonadea.

PANURGO. Se tutti i pazzi corressero l'ambio, benché egli abbia le gambe storte, passerebbe gli altri d'una tesa abbondante. Andiamo da lui senza perder tempo e ne avremo qualche bella risoluzione, me l'aspetto.

- Io voglio, disse Pantagruele, assistere al processo di Brigliadoca. Mentre vado a Mirlinga, al di là della Loira, manderò Carpalim a Blois per condurci qui Triboletto.

Carpalim fu dunque spedito, e Pantagruele, accompagnato dai domestici suoi Panurgo, Epistemone, Ponocrate, Fra Gianni, Ginnasta, Ritozoma e altri, prese la strada di Mirlinga.





CAPITOLO XXXIX.



Come qualmente Pantagruele assiste al processo del giudice Brigliadoca, il quale dava sentenze secondo la sorte dei dadi.



Il giorno seguente all'ora della citazione, Pantagruele arrivò a Mirlinga. Il presidente, i senatori e consiglieri lo pregarono di entrare con loro per udire la decisione sulle cagioni e ragioni che avrebbe addotto Brigliadoca, per giustificarsi d'aver pronunziato sentenza contraria all'eletto Toccarotondo, sentenza che non pareva in tutto equa a quella Corte centumvirale.

Pantagruele entra di buon grado e trova là Brigliadoca seduto in mezzo alla sala. Per tutte ragioni e scuse egli nulla rispondeva se non che era divenuto vecchio e non aveva più la vista tanto buona come il solito, e allegava parecchie miserie e calamità che la vecchiaia porta con sé, le quali not. per Archid D. L.XXXVI C. tanta. Egli non vedeva dunque più tanto distintamente i punti dei dadi come pel passato onde come era avvenuto a Isacco che, vecchio e debole di vista aveva scambiato Giacobbe per Esaù, così nel decidere il processo in questione, aveva potuto scambiare un quattro per un cinque, tanto più considerando che aveva adoperato i suoi dadi più piccoli. Per norma di diritto le imperfezioni di natura non devono esser imputate a crimine. (come appare ff. de re milit. l. qui cum uno. ff. de reg. iur. l. fere ff. de oedil. ed. per totum. ff. de term. mod. l. divus Adrianus resolut. per Lud. Ro. in l. si vero, ff. fol. mair). E chi altrimenti facesse non accuserebbe l'uomo, ma la natura. (com'è evidente in l. maximum vitium C. de lib. praeter).

- Di che dadi intendete parlare, amico mio? domandò Trincamella, gran presidente della Corte.

- I dadi delle sentenze, rispose Brigliadoca; (Alea judiciorum, dei quali è scritto da Docto. 26, quaest. 2 cap. sort. l. nec emptio. ff. de contrahend. empt. quod debetur. ff. de pecul. et ibi Bartol.); dei quali dadi voialtri, Signori, usate comunemente in questa Corte Sovrana; così fanno anche tutti gli altri giudici per decidere i processi (secondo ciò ch'è stato notato da D. Hen. Ferrandat, et not. gl. in c. fin. de sortil. et l. sed cum ambo ff. de jud. Ubi doct.). E osservano che la decisione è eccellente, onesta, utile e necessaria alla risoluzione dei processi e delle dissensioni. Più apertamente ancora l'hanno detto Bald. Bartol. e Alex. (communia. de leg. l. si duo).

- Ma come procedete voi, amico mio? domandò Trincamella.

- Risponderò brevemente, disse Brigliadoca, (secondo l'insegnamento della legge ampliorem, § in refutatoriis. C. de appel., e ciò che dice gloss. L. I. ff. quod met. causa. Gaudent brevitate moderni). Faccio come voialtri, Signori, e come vuole l'uso di giudicatura al quale il nostro diritto comanda sempre essere ossequenti: (ut not. extra de consuet. c. ex. litteris et ibi Innoc.). Ecco dunque: quando ho ben veduto, riveduto, letto, riletto, ripassato e sfogliato le querele, citazioni, comparizioni, commissioni, informazioni, pregiudiziali, produzioni, allegazioni, interdetti, contraddetti, istanze, inchieste, repliche, duplicati, triplicati, scritture, biasimi, accuse, riserve, raccolte, confronti, contradditorî, libelli, documenti apostoloci, lettere reali, compulsazioni, declinazioni, anticipatorie, evocazioni, invii, rinvii, conclusioni, non luogo a procedere, accomodamenti, rilievi, confessioni, atti e altrettali amminicoli e droghe, da una parte e dall'altra, come deve fare il buon giudice (secondo ciò che ne ha notato Spec. de ordinario § 3 et lit. de offic. omn. jud. § fin. et de rescript. praesentat. §1), allora poso da una parte della tavola del mio gabinetto, tutti gl'incartamenti dell'imputato e getto i dadi per lui dandogli la precedenza della sorte, come voialtri, Signori (Et est not. l. favorabiliores. ff. de reg. iur. et in cap. cum sunt. cod. tit. lib. VI, che dice: Cum sunt partium iura obscura reo favendum est potius quam actori). Ciò fatto poso gl'incartamenti del querelante, come voialtri, Signori, dall'altra parte della tavola. (visum visu poiché, opposita iuxta se posita magis elucescunt, ut not. in l. I. § videamus ff. de his qui sunt sui vel alieni iuris, et in l. numerum. § mixta. ff. de muner. et honor). E parimenti getto di nuovo i dadi.

- Ma, domandò Trincamella, da che cosa conoscete, amico mio, l'oscurità dei pretesi diritti delle parti contendenti?

- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca, vale a dire quando vi sono molti incartamenti da una parte e dall'altra. E allora adopero i miei dadi più piccoli, come voialtri, Signori, secondo la legge: semper in stipulationibus ff. de regulis iuris, e la legge versale versificata quae eod. tit.

Semper in obscuris quod minimum est sequimur, canonizzata in c. in obscuris. eod. tit. lib. VI).

Possiedo anche dei dadi grossi ben belli e armoniosi che adopero, come voialtri, Signori, quando la materia è più liquida, vale a dire quando c'è meno incartamenti.

- Dopo ciò, come sentenziavate voi, amico mio? chiese Trincamella.

- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca; do sentenza favorevole a colui che primo arriva al punto richiesto dalla sorte giudiziaria, tribuniana, pretoriale dei dadi. Così comanda il nostro diritto. (ff. qui pot. in pign. l. creditor. C. de consul., l. I. Et de regulis iuris in 6. Qui prior est in tempore potior est iure).



CAPITOLO XL.



Come qualmente Brigliadoca espone le cause per le quali esaminava i processi, che decideva poi colla sorte del dadi.



- Ma, amico mio, domandò Trincamella, poiché pronunciate le. sentenze secondo i punti dei dadi, perché non decidete la sorte dei processi lo stesso giorno e ora in cui le parti controverse compariscono davanti a voi senz'altro indugio? A che vi servono tutte le scritture e procedure contenute negl'incartamenti?

- Come a voialtri, Signori, rispose Brigliadoca; esse servono a tre cose squisite, quesite ed autentiche.

In primo luogo per la forma, omettendo la quale ciò ch'è stato fatto non ha valore. (Lo prova esaurientemente Spec. l. tit. de instr. edit. et til. de rescript. praesent). Inoltre voi sapete troppo bene che spesso nelle procedure giudiziarie le formalità distruggono le materialità e sostanze. (Infatti: forma mutata mutatur substantia. ff. ad exibend. l. Jul. ff. ad leg. Falcid. l. si is qui quadriginta. Et extra de decim. c. ad audentiam, et de celebrat, miss. c. in quadam).

In secondo luogo, come a voialtri, Signori, mi servono di esercizio onesto e salutare. Il defunto Signor Ottomano Vadare, grande medico di quelli, come voi direste, contemplati nel C. de comit. et archi. lib. XII, più volte mi affermò che la mancanza di esercizio fisico è la causa unica della poca salute e della brevità di vita di voialtri, Signori, e di tutti i magistrati. Ciò era stato benissimo rilevato prima di lui da Bart. (in l. I. C. de sent. quae pro eo quod). Pertanto, come a voialtri, Signori, anche a noi per conseguenza, (quia accessorium naturam sequitur principalis, de regulis iuris. l. VI et § l. cum principalis, et l. nihil dolo ff. eod. tit. de fideiuss. l. fideiuss. et ext. de offic. de leg. c. I.) concedete certi giochi a scopo d'esercizio onesto e ricreativo. (ff. de al. lus. et aleat. l. solent; et antheut. ut omnes obediant in princ. coll. 7 et ff. de praescript. verb. l. si gratuitam; et lib. I. C. de spect. lib. XI).

Tale è l'opinione anche di D. Thomae in secunda secundae quaest. CLXVIII, allegata ben a proposito da D. Alberto de Ros. il quale fuit magnus praticus e dottore solenne come attesta Barbatia in prin. consil. La ragione è esposta per gloss in proemio. ff. § ne autem tertii.



Interpone tuis interdum gaudia curis.



Infatti un giorno dell'anno 1489, avendo un affare di borsa alla Camera dei Signori Generali, vi penetrai, con permesso pecuniario degli uscieri, come voialtri, Signori. (Infatti sapete che pecuniae obediunt ommia; l'ha detto Bald. in l. singularia ff. si certum pet. et Salic. in l. receptitia C. de constit. pec. et Card. in Clem. l. de baptis). E li trovai tutti occupati a giocare alla mosca per esercizio salubre (prima e dopo il pasto poco importa, purché hic not. che il gioco della mosca è onesto, salubre, antico e legale. (a Musco inventore de quo C. de petit. haered. l. si post mort. et Muscarii I).

Coloro che giocano alla mosca sono scusabili di diritto (l.l. C. de excus. artif. lib. X.)

Quel momento, lo ricordo benissimo, faceva da mosca il Signor Tielman Picquet e rideva perché i Signori della detta Camera guastavano i loro berretti a forza di picchiargli sulle spalle; diceva loro tuttavia che di quel guasto di berretti avrebbero dovuto render conto alle loro mogli tornando a casa. (per c. j. extra, de praesumpt. et ibl. gloss.).

Ora, resolutorie loquendo, io direi, come voialtri, Signori che non v'è esercizio migliore, né più aromatico in questo mondo tribunalizio, che studiare incartamenti, sfogliar carte, elencare quaderni, riempire panieri, esaminare processi. (ex Bart. et Joan. de Pra. in l. falsa de condit. et demoust. ff.).

In terzo luogo, come voialtri, Signori, io considero che il tempo matura tutte cose: tutte cose vengono a evidenza grazie al tempo; il tempo è padre della verità (gloss. in l. I. C. de servit. Authent. de restit. et ea quae pa. et Spec. tit. de requisit. cons). Ed è per questo che, come voialtri Signori, io soprassiedo, prorogo e differisco le sentenze affinché il processo ben ventilato, vagliato, dibattuto, venga per successione di tempo a maturità e il giudizio fortuito dei dadi, venendo dopo, sia più dolcemente sopportato dalla parte condannata. (come not. gloss. de excus. tut. l. tria onera).



Portatur leviter quod portat quisque libenter.



Pronunciando sentenza cruda, verde, e all'inizio, si va incontro allo stesso rischio e inconveniente segnalato dai medici, quando s'incide postema prima che sia maturo, o quando si purga il corpo da qualche umore nocivo prima che sia giunto a concozione. Poiché, come è scritto in Authent. hoc. constit. in Innoc. de constit. princ. e ripetuto in c. caeterum extra de iura. calumn.



Quod medicamenta morbis exhibent, hoc iura negotiis.



La natura inoltre c'insegna a cogliere e mangiare i frutti quando sono maturi, (Iustit. de rer. div. § is ad quem, et ff. de act. empt. l. Julianus): c'insegna a sposare le ragazze quando sono mature, (ff. de donat. inter vir. et uxor, l. cum hic status. § si quis sponsam. e XXVII, q. 1. c. Sicut dice gloss.

Jam matura thoris plenis adoleverat annis Virginitas.... Insegna insomma a nulla fare se non in piena maturità. (XXXIII. q. 2 § ult. et CLXXXIII. d. c. ult.).





CAPITOLO XLI.



Come qualmente Brigliadoca narra la storia del conciliatore di processi.



Mi ricordo a questo proposito, continuò Brigliadoca, che al tempo che studiavo diritto a Poitiers sotto Brocadium iuris, viveva a Semervé un tal Perrin Dendin, uomo d'onore, buon lavoratore, buon cantore alla chiesa, uomo di fiducia, e più anziano del più anziano di voialtri, Signori miei. Egli diceva d'aver visto quel gran brav'uomo di Concilio di Laterano col suo gran cappello rosso, insieme con la sua consorte, la buona signora Prammatica Sanzione, abbigliata d'una ampia stoffa di raso color perso e il suo rosario di grossi grani di giaietto. Quel galantuomo accomodava più processi che non ne fossero discussi nel tribunale di Poitiers, nell'uditorio di Montmorillon, nella sala di Parthenay-le-Vieux; perciò tutto il vicinato lo venerava. Da Chauvigny, da Nouaille, Croutelles, Aisgne, Legugé, la Motte, Lusignan, Vivonne, Meseaulx, Estables e paesi confinanti, tutte le cause, i processi, le liti erano spacciati come se fosse un giudice sovrano, contuttoché giudice non fosse, ma solo uomo da bene (Arg. in l. sed si unius. ff. de jurejur. et de verb. obl. l. continuus).

Non si ammazzava maiale in tutto il vicinato, che non gli portassero in dono salciccie e sanguinacci. E quasi ogni giorno era a banchetti, festini, nozze, battesimi, feste di parto e alla taverna, per combinare qualche conciliazione ben inteso; poiché mai non avvicinava le parti che non le facesse bere insieme per simbolo di conciliazione, d'accordo perfetto e di novella allegrezza. (Ut. not. per Doct. ff. de peric. et com. rei vend. L. I.).

Egli ebbe un figlio chiamato Tenot Dendin, un giovanottone, bravo ragazzo, così Dio m'aiuti, il quale volle anche lui, sulle orme del padre, occuparsi di conciliare le parti avverse in giudizio. Infatti:



Saepe solet similis filius esse patri

Et sequitur leviter filia matris iter.



(ut ait gloss. VI. qu. 1. c. Si quis. gloss. de consec. dist 5. c. 2 fin. et. est. not. per Doct. C. de impub. et alliis subst. l. ult. et l. legitime ff. de stat. hom. gloss. in l. quod si nolit. ff. de aedit. edict. l. quisquis. C. ad leg. Iul. majestat. Excipio filios a moniali susceptos ex monacho per gloss. in c. impudicas XXVII. qu. 1)

Questo figliolo aveva assunto il titolo di Conciliatore di processi. Ed era in tal negozio tanto attivo e vigilante (poiché vigilantibus iura subveniunt ex leg. pupillus ff. quae in fraud. cred. et ibid. l. non enim. et Inst. in proemio) che non appena sentiva, (ut ff. si quand. paup. fec. l. Agaso. gloss. in verb. olfecit. id est nasum ad culum posuit), non appena udiva esser iniziato nel paese processo o lite, si dava subito attorno per conciliare le parti. È scritto che:



Qui non laborat non manige ducat:



E lo dice gloss ff. de damn. infect. l. quamvis; e Currere più che il passo: vetulam compellit egestas, gloss. ff. de lib. agnosc. l. si quis. pro quo facit. l. si plures C. de condit. incerti. Ma fu così disgraziato ne' suoi tentativi che mai non riuscì ad accomodare contesa alcuna, per quanto minima fosse. Invece di aggiustarle, le irritava e inacidiva vieppiù. Voi sapete, signori, che



Sermo datur cunctis, animi sapientia paucis.



(gloss. ff. de alien. jud. mut. caus. fa. l. II.).

Dicevano i tavernieri di Semervé che di vino conciliatorio (così chiamavano il buon vino di Legugé) non n'avevano venduto con lui in un anno quanto ne vendevano con suo padre in mezz'ora.

Avvenne ch'egli se ne lagnò al padre attribuendo la cagione di quella disdetta alla perversità degli uomini del suo tempo e francamente obbiettandogli che se anche nel tempo andato la gente fosse stata così perversa, litigiosa, sbrigliata e incociliabile, egli, suo padre, non avrebbe acquistato onore e reputazione di conciliatore tanto irresistibile com'egli avea. Con che Tenot parlava contro il diritto il quale vieta ai figlioli di rimproverare i loro propri padri, per gloss. et Bart., ibi. III § si quis ff. de condit. ob caus. el Authent. de nupt., § sed quod sancitum, col. 4.

Bisogna, disse Perrin, operare diversamente, figlio mio. Ora



Quando oportet si presenta

Sol convien che lo si senta,



gloss. C. de appel. l. eos etiam. Ma non è qui il busillis. Tu non concilii mai le liti. Perché? Tu le affronti all'inizio quando sono ancora verdi e crude. Io le concilio tutte. Perché? Perché le prendo sul finire ben mature e digerite. Così dice gloss.



Dulcior est fructus post multa pericula ductus.



l. non moriturus. C. de contraend. et commit. stipt. Non sai tu il notissimo proverbio: Fortunato il medico chiamato sulla fine della malattia! La malattia era giunta da sé alla crisi e tendeva alla fine, anche se il medico non sopravveniva. I miei litiganti del pari, da se stessi volgevano all'estremo limite della causa; infatti le loro borse erano vuote, onde cessavano da sé di citare e sollecitare: non c'era più quattrini in saccoccia per citare e sollecitare.



Deficente pecu, deficit omne, nia.



Mancava solo qualcuno che facesse come da paraninfo e mediatore, che primo parlasse di conciliazione per salvare entrambe le parti dall'onta perniciosa ehe si dicesse: Costui è stato il primo ad arrendersi, il primo a parlar di conciliazione, il primo a stancarsi, aveva torto; sentiva che il basto lo scorticava.

Ecco il momento! Ed ecco Dendin che giunge a proposito come il lardo coi piselli. Là è il segreto della riuscita, della vittoria, della buona fortuna. Ed io ti dico, Dendin, figlio mio gentile, che con questo metodo, potrei metter pace o almeno tregua tra il gran Re e i Veneziani, tra l'Imperatore e gli Svizzeri, tra Inglesi e Scozzesi, tra il Papa e i Ferraresi e, per giungere, se Dio m'assista, più lungi, tra il Turco e il Sofy, fra Tartari e Moscoviti. Io li prenderei, capisci, nel momento che gli uni e gli altri fossero stanchi di guerreggiare, avessero vuotate le casse, esaurite le borse dei sudditi, vendute le loro proprietà, ipotecato le loro terre, consumato viveri e munizioni. Allora, in nome di Dio, o di sua madre, per forza forzata dovranno pur respirare e moderare la loro fellonia. Ecco la dottrina. (in gloss. XXXVII. d. c. Si quando).



Odero si potero: si non, invitus amabo.





CAPITOLO XLII.



Come qualmente nascono i processi e come vengono a maturazione.



- Perciò, continuò Brigliadoca, come voialtri, Signori, io temporeggio attendendo la maturazione e perfezione de' processi in tutte le loro membra, ciò sono: atti e incartamenti, (Arg. in l. si maior. C. commun. divid. et de cons. di. I, c. solemnitates et ibi gloss.).

Un processo, nel primo suo nascere, mi sembra, come a voialtri, Signori, informe e imperfetto. Come un orso in sul nascere non ha piedi, né mani, pelle, pelo, né testa: non è che un pezzo di carne rude e informe. L'orsa, a forza di leccarlo, lo conduce a perfezione delle membra (ut. not. Doct. ff. ad. I. Aquil. l. II. in fin.). Così io vedo, come voialtri, Signori, nascere i processi, al loro inizio informi e senza membra. Non hanno che un atto o due e sono, allora, una brutta bestia. Ma quando sono bene ammucchiati, incassati, insaccati, allora veramente possono dirsi membruti e formati. (Poiché forma dat esse rei l. si is qui. ff. ad l. Falcid. in c. cum dilecta extra de rescript. Barbat. cons. 12 lib. II.) e prima di lui Bald. (in c. ult. extra de consuet. et l. Julianus ff. ad exihib. et lib. quaesitum. ff. de leg. III.) il modo è quale dice gloss pen. q. 1. c. Paulus:



Debile principium melior fortuna sequteur.



Come fate voialtri, Signori, similmente gl'inservienti, uscieri, apparitori, curiali, procuratori, commissari, avvocati, inquisitori, tabellioni, notari, cancellieri e giudici pedanei; de quibus tit. est. lib. III. C. succhiando vigorosamente e continuamente le borse delle parti, generano ai loro processi testa, piedi, unghie, becco, denti, mani, vene, arterie, nervi, muscoli, umori. Ciò sono gl'incartamenti, gloss. de cons. d. 4, accepisti.



Qualis vestis erit, talia corda gerit.



Hic not. che fin qui i contendenti son più fortunati dei ministri della giustizia, poiché:



Beatius est dare quam accipere.



ff. commun. lib. III, et exbra. de celeb. Miss. c. comm. Marthae, et XXIV qu. 1, c. Od. gloss.



Affectum dantis pensat censura tonantis.



E così rendono il processo perfetto, galante e ben formato come dice gloss. canonica:



Accipe, sume, cape, sunt verba placentia papae.



Ciò che più apertamente ha detto Alber. de Ros., in verb. Roma:



Roma manus rodit, quas rodere non valet odit.

Dantes custodit, non dantes spernit et odit.



Per qual ragione?



Ad praesens ova, cras pullis sunt meliora.



ut est gloss. m. l. cum hi. ff. de trausact. L'inconveniente del contrario è messo in gloss c. de. allu. l. fin:



Cum labor in damno est crescit mortalis egestas.



La vera etimologia del processo è in ciò: che deve avere nei suoi prouchatz, prou sacs. E abbiamo in proposito massime divine: Litigando iura crescunt. Litigando ius acquiritur. Item gloss, in c. illud. extra. de praesept. et C. de prob. l. instrumenta. l. non epistolis. l. non nudis.



Et cum non possunt singula, multa juvant.



- Ma, domandò Trincamella, come procedete voi, amico mio, nei processi penali quando il colpevole è preso flagrante crimine?

- Come voialtri, Signori, rispose Brigliadoca: lascio e ordino che il querelante dorma gagliardamente all'inizio del processo; poi che venga alla mia presenza portandomi buona e giuridica attestazione del suo dormire, secondo la gloss. 32 q. VII. c. Si quis cum.



... Quandoque dormitat Homerus



Questo atto genera qualche altro membro; da questo ne nasce un altro, così come maglia per maglia si forma l'usbergo. Infine trovo il processo ben formato per informazioni e ne' suoi membri perfetto. Allora ritorno a' miei dadi. Tutto questo indugio non è senza ragione bene sperimentata.

Mi ricordo che al campo di Stocolma, un tal Graziano, guascone, nativo di Saint-Sever, irritatissimo d'aver perduto tutto il suo danaro al giuoco (voi sapete che pecunia est alter sanguis, ut ait Ant. de But. in c. accedens?, extra ut lit. non contest. et Bald. in l. si tuis. C. de opt. leg. per tot. in l. advocati C. de advoc. diu. iud. Pecunia est vita hominis, et optimus fideiussor in necessitatibus) alla fine della partita andava gridando ad alta voce a tutti i suoi compagni: "Pao cap de bious hillots, que man de pipe bous tresbyre! Ares que pergudes sout las mies bingt et quoatre baguettes, ta pla donneriens piez, truez, et patactz. Sei degun de bous aulx, qui boille truquar ambe iou à bel embis?".([1])

Poiché nessuno rispondeva, passò al campo dei centochili e ripetè le stesse parole, sfidandoli a combattere con lui. Ma questi dicevano: "Der guascongner thut sich usz mit eim ieden zu schlagen, aber er ist geneigter zu stehlen; darumb, liebe frauwen, habe sorg zu euerm hauszraht"([2]).

E neanche di loro nessuno si presentò a combattere. Allora il Guascone passò al campo dei venturieri francesi, ripetendo la provocazione e sfidandoli a combattere gagliardamente con piccoli saltettini guasconici. Ma nessuno gli rispose. Allora il Guascone si coricò in fondo al campo presso le tende del grosso Cristiano, cavaliere di Crissè e s'addormentò. Poco dopo un altro soldato di ventura avendo perduto anche lui tutto il danaro, uscì colla sua spada fermamente deciso a battersi col Guascone:



Ploratur lacrymis amissa pecunia veris.



dice gloss. de poenit. dist. 3 c. sunt plures. E cercandolo pel campo finalmente lo trovò addormentato e gli disse:

- Su, oh, camerata di tutti i diavoli, levati: anch'io ho perduto tutto il danaro come te. Andiamo a batterci, gagliardone, andiamo a sfregarci il lardo bene a modo. Bada che il mio stocco non sia più lungo della tua spada.

Il Guascone tutto stordito rispose:

- Cap de Sainct Arnaud quau seys tu qui me rebeilles? que man de taoverne le gyre! Ho San Siobè, cap de Guascoigne ta pla dormie jou, quand aquoest taquain me bingut estée.([3])

Il venturiero lo sfidava di nuovo a duello; ma il Guascone gli disse:

- He pauvret jou te esquinerio ares que son pla reposat. Vayne un pauc qui te posar comme iou, puesse truqueren.([4])

Dimenticando la perdita al gioco aveva perduto il desiderio di battersi. Insomma, in luogo di battersi e, occorrendo, uccidersi, andarono a bere insieme, ciascuno sulla sua spada. Il sonno aveva compiuto il miracolo e pacificato l'ardente furore dei due buoni campioni. E qui cade in acconcio la parola d'oro di Joann. And. (in cap. ult. de sent. et re iudic. lib. VI): Sedendo et quiescendo fit anima prudens.





CAPITOLO XLIII.



Come Pantagruele scusa Brigliadoca a proposito delle sentenze date col giuoco dei dadi.



Brigliadoca si tacque. Trincamella gli comandò di uscire dall'aula del Tribunale, ciò ch'egli fece. E allora disse a Pantagruele:

- Principe augusto, non solamente per la riconoscenza che vi devono per infiniti benefici questo Parlamento e tutto il marchesato di Mirlinga, ma anche per il buon senso, il giudizio, la discrezione e l'ammirabile dottrina, che il gran Dio, dator d'ogni bene, in voi ha posto, ragion vuole che noi vi domandiamo una decisione in questa materia tanto nuova, tanto paradossale e strana di Brigliadoca, il quale, voi presente, vedente e udente, ha confessato di dar giudizi per via del gioco dei dadi. Vi preghiamo dunque che vogliate pronunciare la sentenza secondo che vi sembrerà giuridico ed equo.

Rispose Pantagruele:

- Signori, non è mia professione decidere processi, ben lo sapete. Ma poiché vi piace farmi tanto onore, invece di tenere luogo di giudice, m'acconcerò a essere supplente. In Brigliadoca io riconosco parecchie qualità per le quali mi sembrerebbe meritare perdono del caso avvenuto. Primieramente la vecchiaia, in secondo luogo la semplicità. A queste due voi intendete troppo bene con quale facilità accordino perdono e scusa del malfatto il nostro diritto e le nostre leggi. In terzo luogo poi riconosco un'altra circostanza parimenti dedotta dal nostro diritto, in favore di Brigliadoca: ed è che quest'unica mancanza dev'essere abolita, estinta e assorbita nel mare immenso di tante eque sentenze da lui date in passato dacché in quarant'anni e più non fu trovato in lui atto degno di riprensione. Se io gettassi nella Loira una goccia d'acqua di mare, nessuno la sentirebbe, nessuno per quest'unica goccia direbbe il fiume salato. E mi sembra inoltre che vi sia un non so che di Dio che ha fatto e provveduto in modo che in quei giudizi per via di dadi tutte le precedenti sentenze siano state trovate buone in questa vostra venerabile e sovrana Corte; il quale Dio, come sapete, vuole spesso che la sua gloria appaia nella obnubilazione dei sapienti, nella umiliazione dei potenti e nella elevazione de' semplici e degli umili.

Io ometterò tutte queste cose: ma, non per la riconoscenza che pretendete avere per la mia casa, riconoscenza che riconosco infondata, bensì per l'affetto sincero che voi avete riconosciuto in noi ab antiquo, tanto al di qua, come al di là della Loira, nel sostenere le vostre cariche e dignità, vi pregherò che per questa volta gli vogliate accordare perdono e ciò a due condizioni: prima: di soddisfare, o promettere di soddisfare la parte condannata per la sentenza in questione; e a questo proposito provvederò io stesso; secondo: che voi gli concediate per aiutarlo nell'officio suo qualche consigliere più giovane, dotto, prudente, esperto, e virtuoso col parere del quale compia d'ora in avanti le sue procedure giudiziarie. E se per caso voi voleste esonerarlo del tutto dall'ufficio, vi pregherò vivamente di farmi un presente e un puro dono di lui. Troverò bene ne' miei reami assai luoghi e cariche per metterlo a posto e servirmene. E supplicherò il buon Dio creatore, salvatore e datore d'ogni bene, di mantenervi perpetuamente nella sua santa grazia.

Dette queste parole, Pantagruele s'inchinò a tutta la Corte e uscì dalla sala. Alla porta trovò Panurgo, Epistemone, Fra Gianni e altri, e montarono a cavallo per tornarsene a Gargantua. Cammin facendo, Pantagruele raccontava loro fedelmente la storia delle sentenze di Brigliadoca. Fra Gianni disse che aveva conosciuto Perrin Dendin quando abitava a Fontenay-le-Comte, sotto il nobile abate Ardillon. Ginnasta disse che si trovava nella tenda del grosso Cristiano, cavaliere di Crissé, quando il Guascone rispose al venturiero.

Panurgo stentava a credere al successo delle sentenze per via di dadi, massimamente per sì lungo tempo. Epistemone disse a Pantagruele:

- Una storia analoga ci si racconta d'un prevosto di Montlery. Per una o due sentenze date così alla ventura non mi stupirei, massimamente in materie di per sé ambigue, intricate, perplesse e oscure; ma che dire di quella fortuna dei dadi continuata con successo per tanti anni?





CAPITOLO XLIV.



Come qualmente Pantagruele racconta una strana storia sulle perplessità del giudizio umano.



- Di simil natura fu, disse Pantagruele, la controversia discussa davanti a Cneo Dolabella, proconsole in Asia. Una donna di Smirne ebbe dal primo marito un figlio chiamato Abiccì. Morto il marito, dopo un certo tempo si rimaritò e dal secondo marito ebbe un figlio chiamato Effegi. Raro è, come sapete, l'affetto dei patrigni, mariti di secondo letto, suocere e matrigne, verso i generi e i figlioli del primo padre e della prima madre defunti. E infatti il nuovo marito e suo figlio, occultamente, con tradimento e agguato, uccisero Abiccì. La donna, accortasi del tradimento e della loro malvagità, non volle che il delitto restasse impunito e li fece morire entrambi vendicando la morte del primo figlio. Essa fu presa dalla giustizia e condotta a Cneo Dolabella, al quale confessò il caso senza nulla dissimulare; solamente sosteneva che di diritto e con ragione li aveva uccisi; tale era il processo.

Egli trovò la faccenda tanto ambigua che non sapeva da che parte inclinare. Grande era il delitto della donna che aveva ucciso il secondo marito e il secondo figliolo; ma la causa dell'uccisione gli sembrava naturalissima e quasi fondata sul diritto dei popoli, visto che avevano ucciso il suo primo figlio essi due insieme, con tradimento e agguato, non provocati, non ingiuriati da lui, ma solo per avarizia, per averne l'eredità. Nell'incertezza mandò a chiedere agli Areopagiti di Atene quale sarebbe stato il loro parere e giudizio in proposito. Gli Areopagiti risposero che s'inviassero loro, cent'anni dopo, le parti contendenti per muovere loro certi quesiti che non erano contenuti nel processo verbale. Vale a dire che tanto grande sembrava loro l'incertezza e difficoltà della materia da non saper che dire, né giudicare. Non commetteva errore chi avesse giudicato secondo la sorte dei dadi, qualunque fosse stata; infatti se contraria alla donna, essa meritava la pena perché aveva compiuto da sé la vendetta che spettava alla giustizia; se favorevole, le era scusa il dolore atroce che sembrava aver sofferto. Ma ciò che mi stupisce in Brigliadoca è che il gioco sia continuato con buon successo per tanti anni.

- Non saprei, disse Epistemone, rispondere categoricamente alla vostra osservazione, devo pur confessarlo. Così per congettura, attribuirei quegl'indovinati giudizi all'occhio benevolo de' cieli e al favore delle Intelligenze motrici.

Brigliadoca infatti, diffidando del suo sapere e capacità, conoscendo le antinomie e contraddizioni delle leggi, degli editti, dei costumi e delle ordinanze, sentendo la frode del Demonio, il calunniatore infernale, il quale spesso si trasforma in messaggero di luce pei suoi ministri, i perversi avvocati, consiglieri, procuratori, e altri simili aiutanti, e muta il bianco in nero, e fa credere alla fantasia delle parti che ciascuna possieda il diritto, (non c'è infatti cattiva causa che non trovi, com'è noto, il suo avvocato, senza che non vi sarebbero processi al mondo) Brigliadoca, dico, si raccomanderebbe umilmente a Dio, il giusto Giudice, invocherebbe in proprio aiuto la grazia celeste, e nel dubbio e perplessità del giudizio definitivo, si rimetterebbe allo Spirito Santo ed esplorerebbe per via di dadi il suo decreto e volere, che noi chiamiamo sentenza. E allora le Intelligenze motrici scuoterebbero e girerebbero i dadi in modo da segnare, cadendo, la vittoria di chi, munito di giusta querela, invoca che il diritto sia sostenuto dalla giustizia. Nessun male è nella sorte, dicono i talmudisti; e solo per via della sorte nei dubbi ansiosi degli uomini si manifesta la volontà divina.

Io non vorrei pensare, né dire, e certo non lo credo, tanto anormale è l'iniquità, tanto evidente la corruttela di quelli che amministrano il diritto in quel Parlamento Mirlinghese di Mirlinga, che peggior risultato consegua un processo giudicato per via dei dadi, qualunque ne sia l'esito, piuttosto che passando per le loro mani piene di sangue e di perverse passioni. Massimamente se considero che ogni loro inspirazione nell'amministrazione del diritto usuale, è tratta da un Tribuniano, uomo miscredente, infido, barbaro, tanto maligno, tanto perverso, tanto avaro e iniquo, che vendeva leggi, editti, rescritti, costituzioni, e ordinanze per danaro contante al maggior offerente. Il quale ha tagliato loro quei brandelli, mozziconi e pezzetti di leggi che hanno in uso, sopprimendo e abolendo lo spirito informatore della legge totale, per paura che, restando la legge intera e i libri degli antichi giureconsulti derivati dalle dodici tavole e dagli editti dei pretori, apparisse chiara alla gente la sua malvagità.

Cosicché sarebbe spesso meglio (cioè minor male ne seguirebbe) se le parti controverse camminassero su trabocchetti piuttosto che rimettere il loro diritto a quelle sentenze e giudizi come augurava al tempo suo Catone, il quale consigliava che la corte giudiziaria fosse pavimentata di triboli.





CAPITOLO XLV.



Come qualmente Panurgo si consiglia con Triboletto.



Sei giorni dopo, Pantagruele fu di ritorno, mentre per via d'acqua, da Bloys, giungeva Triboletto. Panurgo, al suo arrivo, gli diede una vescica di maiale ben gonfia e risonante per i piselli che c'era dentro; e inoltre una spada di legno ben dorata e una piccola borsa fatta d'un guscio di tartaruga, più una bottiglia impagliata piena di vin bretone e un quartino di mele Blandureau.

- Come? disse Carpalim, è egli matto come un cavolo pomato?

Triboletto cinse la spada e la borsa, prese in mano la vescica, mangiò parte delle mele, bevve tutto il vino. Panurgo lo guardava curiosamente e disse:

- Dei matti ne ho visto per più di diecimila franchi, ma non ne vidi mai uno che non bevesse volentieri e a lunghe sorsate.

Quindi gli espose la sua faccenda con rettorica eleganza.

Prima che avesse terminato, Triboletto gli tirò un gran cazzotto tra le spalle, gli restituì la bottiglia, gli sbattè in faccia la vescica di maiale e, per tutta risposta gli disse squassando forte la testa:

- Per Dio, Dio, matto furioso, attento al monaco, cornamusa di Buzancy!

Ciò detto, si scostò dalla compagnia agitando la vescica e divertendosi al suono melodioso dei piselli. E non fu possibile di tirargli più fuori una parola; anzi, insistendo Panurgo a interrogarlo, Triboletto sguainò la sua spada di legno per ferirlo.

- Siamo veramente a buon punto, disse Panurgo. Ecco una bella risoluzione! Per pazzo, egli è pazzo, non si può negare; ma più pazzo è colui che me l'ha condotto e pazzissimo io che gli ho comunicato i miei pensieri.

- Hai tirato anche a me la tua stoccata! disse Carpalim.

- Consideriamo con calma, disse Pantagruele, i suoi gesti e le sue parole: vi ho notato misteri insigni; né più mi stupisco, com'era solito, che i Turchi venerino tali pazzi come musafi e profeti. Avete considerato come, prima che aprisse bocca per parlare, abbia scrollato e scosso la testa? Secondo la dottrina degli antichi filosofi, le cerimonie dei maghi, le osservazioni dei giureconsulti, potete stimare che quel movimento sia stato suscitato dalla venuta e dall'ispirazione dello spirito fatidico; il quale entrando bruscamente in sostanza debole e piccola, poiché piccola testa non può contenere gran cervello, l'ha scossa in tal modo. E, come dicono i medici, ciò avviene nelle membra umane sia per la pesantezza e violente impetuosità del carico portato, sia per la debolezza della virtù e organo portanti.

Esempio manifesto si vede in quelli che a digiuno non possono portare in mano un nappo di vino senza che gli tremino le mani. Lo stesso fenomeno ci presentava una volta la Pitonessa divinatrice, quando, prima di rispondere per l'oracolo, scrollava il suo domestico alloro. Così racconta Lampridio che l'imperatore Eliogabalo per esser creduto divinatore, in parecchie feste al suo grande idolo, fra gli eunuchi fanatici scuoteva pubblicamente la testa. E parimenti Plauto dichiara nella sua Asinaria che Sauria camminava scotendo la testa come furioso e fuor de' sensi, facendo paura a quelli che lo incontravano. E altrove, spiegando perché Carmide scotesse la testa, dice che era in estasi.

Catullo in Berecynthia et Athis, accenna al luogo nel quale le Menadi, femmine bacchiche, sacerdotesse di Bacco, divinatrici forsennate, scotevano la testa portando rami d'edera. E così facevano, in caso simile, gli scoglionati Galli, sacerdoti di Cibele, celebrando le loro funzioni. Onde, secondo gli antichi teologi, deriva la frase fare i colli torti; poiché Kubistàn significa rotare, torcere, scuotere la testa.

Parimenti Tito Livio scrive che nei baccanali di Roma uomini e donne sembravano vaticinare, causa certo scotimento ed agitazione del corpo che essi contraffacevano, dacché e per voce comune di filosofia e per opinione di popolo la vaticinazione non era mai data dai cieli senza furore e agitazione del corpo, che tremava e si scoteva non solo ricevendola, ma anche manifestandola e dichiarandola.

Infatti Giuliano, giureconsulto insigne, interrogato una volta se fosse da ritener sano un servo il quale avesse conversato e per avventura vaticinato in compagnia di gente fanatica e furiosa, senza tuttavia quello scotimento di testa, rispose che sano poteva esser considerato. E così oggi noi vediamo i precettori e pedagoghi scuotere le teste dei loro discepoli (come si fa d'un vaso per le anse) tirando loro e sfregando le orecchie (organo consacrato alla memoria secondo la dottrina dei saggi egiziani) per rimettere in buona e filosofica disciplina i loro sensi per avventura smarriti dietro pensieri estranei e come esaltati da passioni aborrenti. Ciò che di sé confessa Virgilio parlando dell'agitazione d'Apollo Cinzio.





CAPITOLO XLVI.



Come qualmente Pantagruele e Panurgo interpretano in modo diverso le parole di Triboletto.



- Triboletto ha sentenziato, continuò Pantagruele, che siete pazzo. E che pazzo! Pazzo furioso, che, già sull'invecchiare volete legarvi e farvi schiavo col matrimonio. Egli vi ha detto: "Attento al monaco!". Parola d'onore che voi sarete fatto becco da un monaco. Scommetto l'onor mio, ché più non saprei, anche se fossi dominatore unico e incontrastato d'Europa, d'Africa e d'Asia. Notate quale deferenza io abbia per il nostro morosofo Triboletto. Gli altri oracoli e responsi vi aveano ancora dato concordemente per becco, ma non avevano ancora indicato chiaramente con chi vostra moglie adultera, per chi voi becco; il nobile Triboletto invece precisa: l'incornamento sarà infame e scandalosissimo: il vostro letto coniugale sarà incestato e contaminato per opera di monacheria.

Ha detto inoltre che sarete la cornamusa di Busancy; vale a dire: bene incornato, cornardo e cornuto. E allo stesso modo che egli, volendo chiedere al re Luigi XII, il posto di controllore del sale a Busancy, chiese una cornamusa, voi parimenti, credendo sposare qualche donna onesta e onorata, sposerete una donna vuota di saggezza, ma piena d'oltracotanza, rumorosa e sgradevole come una cornamusa.

Ricordate anche che vi batteva la vescica sul naso e vi diede un pugno sulla schiena: ciò presagisce che vostra moglie vi picchierà, vi darà buffetti sul naso e vi deruberà come voi avevate rubato la vescica di maiale ai ragazzi di Vaubreton.

- È proprio tutto il contario, rispose Panurgo. Non che io mi voglia impudentemente straniare dal territorio della follia. Anch'io sono e vengo di là, lo confesso. Tutto il mondo è pazzo. In Lorena Fou è vicino a Tou. Tout est fou, tutto è pazzo chi bene intenda. Salomone dice che infinito è il numero dei pazzi. E ad infinità nulla può esser tolto, nulla aggiunto, come provò Aristotele. (Anch'io dunque son pazzo) E pazzo furioso sarei, se, pazzo essendo, pazzo non mi reputassi; il che accade al numero infinito de' maniaci e pazzi furiosi. Anche Avicenna afferma che infinite sono le specie di mania.

Ma, tornando a Triboletto, il resto delle sue parole e de' suoi gesti fa per me. Egli dice a mia moglie: "Attenta al monaco!" Si tratta d'un passero che sarà la sua delizia, com'era quello della Lesbia di Catullo. Il quale passero volerà e passerà il suo tempo cacciando le mosche piacevolmente come faceva Domiziano il mangiamosche.

Inoltre dice che sarà campestre e piacevole come una bella cornamusa di Saulieu o di Busancy. Il veridico Triboletto ha ben conosciuto la mia natura e le mie intime inclinazioni. Poiché v'assicuro che le gaie pastorotte scarmigliate a cui il culo olezza sermolino, mi piacciono più che le gran dame di Corte coi loro ricchi abbigliamenti e odoranti profumi di... malzoino. Più mi piace il suono della rustica cornamusa, che lo strimpellar di liuti, ribeche, ed aulici violini.

M'ha dato un cazzotto sulla mia brava femmina di schiena. Lo sopporto per amor di Dio e a diminuzione d'altrettante pene del purgatorio. Certo non l'ha fatto con cattive intenzioni; credeva picchiare qualche paggio. È un matto dabbene, un matto innocente, l'assicuro; e pecca chi di lui mal pensa. Io gli perdono di tutto cuore.

Mi sbatteva la vescica sul naso? Ma è chiaro: ciò per simboleggiare le piccole baie tra me e mia moglie, come usano tutti gli sposi novelli.

CONTINUA VIII