FRANÇOIS RABELAIS

Traduzione di
GILDO PASSINI

CAPP. XXI -

CAPITOLO XLVII.



Come qualmente Pantagruele e Panurgo deliberano di visitare l'oracolo della divina Bottiglia.



- Ed ecco un altro punto, continuò Panurgo, del quale non tenete conto ed è tuttavia il fulcro della questione: mi ha restituito la bottiglia. Che cosa significa ciò? Che vuol dire?

- Che vostra moglie, rispose Pantagruele sarà, per avventura, un'ubriacona.

- Proprio il contrario, disse Panurgo, perché la bottiglia era vuota. Io vi giuro per la spina dorsale di San Fiacre della Brie, che il nostro morosofo, l'unico non lunatico Triboletto mi rimanda alla bottiglia. Ed io rinnovo il mio primo voto e giuro per Stige ed Acheronte, in presenza vostra, che sempre porterò occhiali al berretto, mai più porterò braghetta alle brache, finché non abbia avuto, in risposta al dubbio, la parola della Divina Bottiglia. Conosco un savio uomo, amico mio, che sa il luogo, territorio e contrada dove trovasi il suo tempio e oracolo. Egli ci condurrà colà sicuramente. Andiamoci insieme, vi supplico di non piantarmi. Io sarò per voi un nuovo Acate, un Damone, un compagno per tutto il viaggio. Da un pezzo vi conosco come amatore di cose peregrine, sempre desideroso di vedere, di apprendere. Vedremo cose ammirabili, credetemi.

- Volentieri, rispose Pantagruele. Ma prima d'imbarcarci a questa navigazione, piena d'incognite, piena di pericoli evidenti...

- Quali pericoli? interruppe Panurgo. I pericoli, dovunque io sia, scappano, fuggono davanti a me per sette leghe intorno, così come al giungere del principe si ritira il magistrato, allo spuntar del sole scompaiono le tenebre come fuggirono le malattie, quando arriva la salma di San Martino a Quando.

- A proposito, disse Pantagruele, prima di metterci in viaggio convien fare alcune cose. Anzitutto che rimandiamo Triboletto a Blois. (A ciò fu provveduto immediatamente e Pantagruele gli donò un vestito di drappo d'oro ricamato). In secondo luogo ci conviene aver l'avviso e il permesso del Re mio padre. Inoltre bisogna trovare una sibilla come guida e interprete.

Panurgo rispose che il loro amico Xenomane basterebbe, e inoltre proponeva di passare pel paese dei Lanternosi e prender colà qualche dotta e utile Lanterna che durante il viaggio sarebbe per loro ciò che fu la Sibilla per Enea quando discese ai Campi Elisi. Carpalim, passando per accompagnare Triboletto intese la proposta ed esclamò:

- Oh Panurgo, oh il signor senza debiti! Prenditi insieme Milord Debitis a Calais; egli è good fallot e non dimenticare debitoribus, cioè le lanterne. Avrai così lanterna e lanternone.

- Io pronostico, disse Pantagruele, che lungo il viaggio non conosceremo malinconia. Chiaramente lo vedo. Solo mi rincresce di non parlar Lanternoso.

- Io lo parlerò per voi tutti, rispose Panurgo, è una lingua che conosco come la mia materna; mi è famigliare come il volgare:



Briszmarg d'algotbric nubstzne zos

Isquebfz prusq: albok crinqs zacbac,

Misbe dilbarlkz morp nipp staucz bos

Strombtz, Panurge Walmap quost grufz bac.



Indovina un po', Epistemone, ciò che significa.

- Sono nomi di diavoli, rispose Epistemone: diavoli erranti, diavoli passanti, diavoli striscianti.

- Hai colto giusto, amico bello! disse Panurgo. Ed è il linguaggio di corte dei Lanternosi. Durante il viaggio te ne comporrò un dizionarietto che non durerà più d'un paio di scarpe nuove. Tu l'avrai appreso prima del levar del giorno. I versi che ho recitato, tradotti dal Lanternoso in volgare, cantano così:



Ogni male quand'era innamorato

M'accompagnava e mai non ebbi bene;

Oh Felice chi è sposo, oh avventurato!

Panurgo, che ora è sposo, lo sa bene.



- Non resta dunque, disse Pantagruele, che sentire la volontà del Re, mio padre, e ottenere da lui licenza.





CAPITOLO XLVIII.



Come qualmente Gargantua ammonisce non esser lecito ai figli sposarsi all'insaputa e senza il consenso dei genitori.



Mentre Pantagruele entrava nella grande sala del castello, incontrato il buon Gargantua che usciva dal consiglio, gli fece un racconto sommario delle loro vicende. Poi gli espose il proposito della nuova impresa e lo supplicò di consentire che la mettessero a esecuzione. Gargantua, il buon uomo, teneva nelle mani due grossi pacchi d'istanze alle quali era stato risposto e di memoriali ai quali bisognava rispondere; consegnò le carte a Ulrico Galletto, il suo antico referendario, trasse in disparte Pantagruele e con viso più lieto del solito gli disse:

- Io lodo Iddio, figlio mio carissimo, che vi mantiene desideri virtuosi e sono ben contento che compiate questo viaggio; ma vorrei che parimenti vi venisse desiderio di sposarvi. L'età l'avete, mi sembra. Panurgo s'è sforzato abbastanza di vincere le difficoltà che si opponevano. E voi?

- Mio buon padre, rispose Pantagruele, non ci avevo ancora pensato; mi rimettevo, per questa faccenda, alla vostra buona volontà, al vostro paterno comando. Prego Dio che prima siate addolorato per vedermi morto stecchito a' vostri piedi, piuttosto ch'esser visto sposarmi senza il vostro consenso. Io non ho mai inteso che alcuna legge, sia sacra, sia profana e barbara, abbia concesso all'arbitrio de' figli sposarsi senza consenso, volontà e iniziativa dei loro padri, madri e parenti. Tutti i legislatori hanno tolta questa facoltà ai figlioli, l'hanno riservata ai parenti.

- Figlio carissimo, disse Gargantua, vi credo, e lodo Iddio che non vengano a vostra conoscenza se non cose buone e lodevoli e che per le finestre de' vostri sensi nulla sia entrato nel domicilio del vostro spirito se non scienze liberali. Al tempo mio invece fu scoperto sul continente un paese dove non so che pastofori talpaioli aborrenti da nozze quanto i sacerdoti di Cibele in Frigia (fossero capponi almeno, come invece son Galli pieni di salacità e lascivia) han dettato legge ai maritati in fatto di matrimonio. E non so che debba più avere in abominio, se quei pericolosi temuti talpaioli i quali invece di contenersi nei confini dei loro misteriosi templi, s'intromettono in negozi diametralmente opposti al loro stato, oppure la superstiziosa stupidità dei maritati che hanno accettato e prestato obbedienza a tali tanto maligne e barbariche leggi. E non vedono (ciò ch'è più chiaro della stella mattutina) come quelle sanzioni connubiali siano tutte a vantaggio dei loro preti, nessuna a utilità e profitto degli sposi: il che dovrebbe bastare per renderli sospetti come iniqui e fraudolenti.

Con temerità reciproca potrebbero gli sposi stabilire leggi ai preti sulle loro cerimonie e sacrifizi; considerando che decimano e rodono le loro sostanze e il frutto delle loro fatiche, mentre essi danno il sudor delle loro braccia per nutrirli in mezzo all'abbondanza e mantenerli con ogni comodo. E non sarebbero, codeste leggi, tanto perverse e impertinenti come quelle che da loro han ricevuto.

Voi avete detto benissimo non esistere legge al mondo, la quale dia libertà di sposarsi ai figli all'insaputa e senza la concessione e il consenso dei padri. Ma grazie alle leggi di che vi parlo, non v'è nelle loro contrade ruffiano, furfante, scellerato da forca, sozzo puzzolente e infetto, lebbroso, brigante, ladro e farabutto il quale non possa rapire con violenza dalla casa del padre, dalle braccia della madre, malgrado i parenti, qual si sia fanciulla gli piaccia scegliere, per quanto nobile, bella, ricca, onesta, e pudica, se abbia avuto cura, il ruffiano, d'associarsi qualche prete, che un giorno o l'altro godrà in partecipazione della preda.

Potrebbero far di peggio, più crudelmente agire i Goti, gli Sciti, i Massageti in città nemica assediata lungo tempo, con gran sacrificio espugnata, presa per forza?

Così i padri e le madri dolenti vedono strappare dalle loro case e portar via da uno sconosciuto, straniero, barbaro, villano, tutto marcio, cancrenoso, cadaverico, povero, sciagurato, le loro tanto belle, delicate, ricche e sane figliole. Essi le aveano allevate affettuosamente in ogni esercizio virtuoso, le avevano educate con tutta onestà, sperando a tempo opportuno unirle in matrimonio coi figli dei loro vicini e antichi amici, allevati ed istruiti colle stesse cure per conseguire quella felicità del matrimonio di veder nascere da loro figliolanza alla quale trasmettere i beni mobili e l'eredità, non meno che i buoni costumi dei padri e delle madri. E invece... Quale spettacolo, quale delusione! Non crediate che più enorme fosse la delusione del popolo romano e de' suoi confederati apprendendo la morte di Druso Germanico.

Non crediate che più pietoso sia stato lo sconforto dei Lacedemoni, quando videro rapita furtivamente al loro paese dall'adultero troiano Elena greca.

Non crediate che il loro dolore, le loro lamentazioni debbano esser minori di quelle di Cerere quando le fu rapita la figlia Proserpina, di quelle di Iside alla perdita di Osiride; di Venere alla morte di Adone; di Ercole allo smarrimento di Ila, di Ecuba alla sottrazione di Polissena.

Ma quei genitori son così presi dalla paura del demonio e dalle superstizioni che non osano far contrasto poiché il talpigeno è stato presente al contratto. E rimangono così nelle loro case, privi delle figlie tanto amate, il padre maledicendo il giorno e l'ora delle sue nozze; la madre rimpiangendo di non avere abortito a un parto che doveva recare tanta tristezza e infelicità. E finiscono in pianto e lamenti una vita che avrebbe ragionevolmente dovuto finire tra la gioia e le carezze figliali.

Taluni ne son rimasti così storditi e come impazziti, che pel dolore e rimpianto si sono annegati o impiccati, uccisi insomma, per non sopportare quella indegnità.

Altri hanno avuto spirito più eroico, e seguendo l'esempio dei figli di Giacobbe che vendicarono il ratto di Dina loro sorella, incontrando il ruffiano associato col suo talpigeno a parlamentare clandestinamente e a subornare le loro figliuole li hanno uccisi di colpo e fatti a pezzi senza pietà gettando poi i loro corpi ai lupi e ai corvi in mezzo ai campi. Fremettero e si lamentarono miseramente i preti talpigeni di quell'azione tanto virile e cavalleresca e ne mossero orribili querele, chiedendo e implorando importunamente il braccio secolare e la giustizia pubblica e invocando e insistendo fieramente perché il caso fosse punito, in modo esemplare. Ma né l'equità naturale, né il diritto delle genti, né alcuna legge imperiale poterono fornire rubrica, paragrafo, parola o titolo per il quale fosse determinata pena e tortura a quel reato, ragione opponendosi, contrastandolo natura. Poiché non esiste alcun uomo virtuoso al mondo il quale udendo la notizia del ratto, della diffamazione e disonore di sua figlia, non sia e per natura e per ragione più turbato, che alla notizia della morte. Ora ciascuno incontrando l'assassino di sua figlia intento all'omicidio preparato con iniquo agguato, lo può per ragione, lo deve per natura uccidere di colpo e non sarà perciò dalla giustizia molestato.

Non è quindi meraviglia se incontrando il ruffiano intento a subornare la figliola, incitato dal talpigeno per rapirla dalla casa quand'anche ella sia consenziente, può, deve dar loro morte ignominiosa e gettare alle bestie brute i loro corpi indegni di ricevere quel dolce, desiderato, ultimo abbraccio dell'alma gran madre Terra, che chiamiamo sepoltura.

Badate bene, figlio mio dilettissimo, che dopo la mia morte quelle leggi non siano adottate in questo reame: finché sarò in questo corpo spirante e vivo, ci penserò io coll'aiuto del mio Dio.

E poiché quanto al matrimonio vostro vi rimettete a me, penso sia tempo e provvederò. Preparatevi intanto al viaggio di Panurgo. Prendete con voi Epistemone, Fra Gianni e gli altri che sceglierete.

De' miei tesori disponete a vostro pieno arbitrio. Tutto ciò che farete non potrà non piacermi. Nel mio arsenale di Talassa sceglietevi l'equipaggio che vorrete; i piloti, i marinai, gl'interpreti che vorrete, e col favor del vento fate vela in nome e sotto la protezione di Dio Salvatore. Durante la vostra assenza appresterò e la consorte vostra e tal festa nuziale che resti celebre se mai ve ne fu.





CAPITOLO XLIX.



Come qualmente Pantagruele fece preparativi per imbarcarsi e dell'erba nominata Pantagruelione.



Pochi giorni dopo, Pantagruele, congedatosi dal buon Gargantua, che molto pregò pel viaggio del figlio, giunse al porto di Talassa presso San Malò, accompagnato da Panurgo, Epistemone, Fra Gianni degli Squarciatori, abate di Teleme, e altri della nobile casa, specialmente Xenomane il gran viaggiatore, esploratore di vie pericolose, venuto a richiesta di Panurgo, poiché egli teneva non so quale antico feudo nella castellania di Salmigondino. A Talassa Pantagruele reclutò gli equipaggi d'altrettante navi quante un tempo Aiace di Salamina ne aveva condotte col convoglio dei Greci a Troia. Marinai, piloti, rematori, interpreti, artigiani, guerrieri, viveri, artiglieria, munizioni, vestiti, danaro e altre provviste prese e caricò come era necessario per viaggio lungo e avventuroso. Fra l'altro vidi che fece caricare grande quantità della sua erba detta Pantagruelione, sia verde e cruda e sia lavorata e preparata.

L'erba Pantagruelione ha radice piccola, duretta, rotondetta, terminante a punta ottusa, bianca con pochi filamenti e non pesca in terra più d'un cubito. Dalla radice si leva uno stelo unico, rotondo, ferulaceo, verde fuori, bianchiccio dentro, concavo come lo stelo dello smyrnium, dell'olus alrum, della fava, e della genziana; legnoso, dritto, friabile, un po' scannellato a forma di colonna leggermente striata, pieno di fibre, nelle quali consiste l'importanza dell'erba, massimamente nella parte detta mesa (mediana) e in quella detta mylasea. L'altezza dello stelo è generalmente, da cinque a sei piedi. Talora supera l'altezza d'una lancia, cioè quando cresce su terreno dolce, morbido, umido senza freddo come a Olona, a Rosea, presso Preneste nella Sabina, e quando non manchi la pioggia verso la festa dei pescatori e il solstizio estivo. E sorpassa l'altezza degli alberi detti, secondo Teofrasto, Dendromalachi benché l'erba sia caduca ad ogni anno, non albero duraturo nella sua radice, tronco, fusto e rami. Dallo stelo escono rami grossi e forti. Le foglie sono tre volte più lunghe che larghe, sempre verdi, asprette come l'ancusa, durette, incise intorno come una falcetta e come la betonica, terminanti a punta di picca macedone e come la lancetta che usano i chirurghi. La forma delle foglie è poco differente da quella delle foglie di frassino e di agrimonio, e tanto simile all'eupatoria che parecchi erbisti avendo chiamato il Pantagruelione, domestico, danno all'eupatoria il nome di: Pantagruelione selvatico. Le foglie sono disposte per piani a egual distanza intorno allo stelo e per ogni piano sono in numero di cinque o di sette. Tanto la natura ha prediletto questa pianta che l'ha dotata nelle foglie di quei due numeri dispari tanto divini e misteriosi. Il loro odore è forte e poco gradevole agli olfatti delicati.

La semenza si forma verso la testa dello stelo, o poco al di sotto; è abbondante quanto in qualsiasi altra erba, sferica, oblunga, romboide, d'un bruno chiaro e come marrone, duretta, coperta di un fragile intonaco, deliziosa per tutti gli uccelli canori come fanelli, cardellini, allodole, canarini, lucarini e altri. Ma estingue nell'uomo il seme genitale chi ne mangiasse molta e di frequente. E benché un tempo i Greci ne facessero certe specie di fricassate, torte e frittelle da mangiar per ghiottoneria dopo cena e per render più gustoso il vino, essa non è per questo meno grave alla digestione, offende lo stomaco, genera cattivo sangue e ferisce, per eccessivo calore, il cervello riempiendo la testa di vapori noiosi dolorosi. E come in parecchie piante sono due sessi, maschio e femmina, ciò che vediamo nei lauri, nelle palme, quercie, elci, asfodeli, mandragore, felci, agarici, aristolóchie, cipressi, terebinti, puleggi, peonie, così in quest'erba v'è il maschio che non porta fiore alcuno, ma abbonda in semenza, e la femmina che pullula di piccoli fiori biancastri, inutili, e non porta semenza feconda e, come avviene dell'altre piante simili, ha la foglia più larga e meno dura del maschio e non cresce a pari altezza. Si semina questo Pantagruelione al primo giungere delle rondinelle, e si leva di terra quando cominciano ad arrochire le cicale.





CAPITOLO L.



Come qualmente dev'essere preparato e messo in opera il celebre Pantagruelione.



Si prepara il Pantagruelione sotto l'equinozio d'autunno in diverse maniere secondo la fantasia dei popoli e la diversità dei paesi. L'insegnamento primo di Pantagruele fu che dapprima si sfogliassero i gambi di foglie e di semenza, poi si macerassero in acqua stagnante, non corrente, per cinque giorni con tempo secco ed acqua calda, per nove e anche fino a dodici giorni con tempo nuvoloso e acqua fredda; poi si seccassero al sole, quindi all'ombra si levasse la corteccia separando le fibre (nelle quali risiede come abbiam detto, ogni pregio e valore) dalla parte legnosa, la quale è inutile, o non serve che a dar fiamma luminosa, accendere il fuoco e per divertimento dei ragazzi che se ne servono per gonfiar le vesciche di maiale. I golosi di soppiatto, ne usano talora come sifone per succhiare e pompare per aspirazione il vin nuovo dal cocchiume.

Alcuni Pantagruelisti moderni, a evitare il lavoro manuale necessario per detta separazione, usano certi strumenti da frangere composti nel modo come Giunone la bisbetica teneva le dita delle mani legate per impedire il parto di Alcmena madre di Ercole. E mediante quello strumento spezzano e dirompono la parte legnosa e la rendono inutile, per salvare le fibre. Si contentano della preparazione coloro che, contro l'opinione generale e in maniera paradossale per tutti i filosofi, guadagnano la vita rinculando. Quelli che vogliono ricavarne maggior guadagno, fanno ciò che ci è raccontato del passatempo delle tre Parche, del sollazzo notturno della nobile Circe e della lunga astuzia di Penelope coi suoi zerbinotti innamorati, durante l'assenza del marito Ulisse. Così ella acquista le sue inestimabili virtù, parte delle quali (tutte m'è impossibile) vi esporrò, non senza prima aver chiarito la sua denominazione.

Le piante sono nominate per diverse maniere. Talune hanno derivato il nome da colui che prima le scoperse, conobbe, mostrò, coltivò, addomesticò e utilizzò, come: il mercuriale da Mercurio; la panacea da Panace figlio di Esculapio, l'artemisia da Artemide, cioè Diana, l'eupatoria dal re Eupatore: il telefio da Telefo; l'euforbio da Euforbo, medico del re Giuba; il climeno da Climeno, l'alcibiadia da Alcibiade; la genziana da Genzio re della Schiavonia. E tanto fu stimata un tempo questa prerogativa d'imporre il proprio nome alle erbe scoperte, che allo stesso modo che sorse controversia fra Nettuno e Pallade sul nome da dare alla terra da essi insieme scoperta, che poi fu detta Atene da Atena, cioè Minerva, così Linco re di Scizia tentò uccidere a tradimento il giovane Trittolemo inviato da Cerere ad insegnare agli uomini il frumento, ancora sconosciuto, per poter colla morte di questi imporre il suo nome ed esser con onore e gloria immortale detto scopritore di quel grano tanto utile e necessario alla vita umana. E, causa quel tradimento, fu da Cerere trasformato in lonza o lupo cerviero. Parimenti grandi e lunghe guerre infierirono fra certi re di princisbecco in Cappadocia solo per decidere il nome che doveva darsi a un'erba; la quale, per tal conflitto, fu detta Polemonia, cioè guerriera.

Altre piante conservarono il nome delle regioni dalle quali furono trasportate altrove, come mele mediche, cioè della Media nella quale furono prima scoperte; mele puniche cioè granate, apportate dalla Punica, cioè Cartagine; il ligustico, cioè il levistico, apportato dalla Liguria, la costa di Genova; il rabarbaro dal fiume barbaro chiamato Rha, come attesta Ammiano, così il santonico, il finocchio greco, le castagne, le pesche (persiche), la sabina; le stoechas dalle mie isole di Hières anticamente dette Stoecadi; così la spica celtica ecc.

Altre piante hanno un nome appioppato per antifrasi e contrasto; come assenzio contrario di pinta, poiché è sgradito a bere: holosteon, cioè tutto d'osso, laddove non v'è in natura erba più fragile e tenera di questa.

Altre piante derivano il nome dalle loro virtù e dalle operazioni alle quali servono; come l'aristolòchia, utile alle partorienti, il lichene che guarisce la malattia di questo nome, la malva che mollifica, il callithricum, che fa belli i capelli; l'alyssum, l'ephemerum, il bechium, il nasturtium, cioè crescione dei giardini; il giusquiamo, detto hanebane e altri.

Altre piante derivano il nome dalle qualità ammirabili in esse rimarcate come l'eliotropio, cioè girasole, che segue il sole, e al sol levante, schiudesi, montante, monta, declinante, declina, cadente, chiudesi. L'adianto, che mai non trattiene umidità, benché nasca presso l'acqua, anche se immerso in acqua per lungo tempo; così l'hieracia, l'eryngion.

Altre piante derivano il nome dalle metamorfosi di uomini e donne che avevano quel nome, come dafne, l'alloro, da Dafne; mirto da Mirsina; pitys da Pitys; cinara, il carciofo, da Cynara; così narciso, zafferano, smilax ecc.

Altre piante sono denominate per similitudine come l'hippuris (l'equiseto), perché somiglia a una coda di cavallo; l'alopecuros, che somiglia a una coda di volpe; il psillion, che somiglia alla pulce; il delphinium, al delfino; la buglossa, a una lingua di bue; l'iris, che, nei fiori, somiglia all'arcobaleno, il myosotis, all'orecchia di sorcio, il coronopus, al piede di cornacchia ecc.

Per denominazione reciproca i Fabi son detti così dalle fave; i Pisoni dai piselli; i Lentuli dalle lenticchie; i Ciceroni dai ceci. Così ancora, per più alta rassomiglianza altre piante son chiamate: ombelico di Venere, capelvenere, tino di Venere, barba di Giove, sangue di Marte, dita di Mercurio (hermodactili) e via dicendo.

Altre infine derivano il nome dalla loro forma come il trifoglio, che ha tre foglie, il pentaphillon, che ne ha cinque, il serpillo, che serpeggia a terra, l'helxine, la petasile, i mirabolani, che gli Arabi chiamano been perché somigliano al glande e sono untuosi.





CAPITOLO LI.



Il perché del nome Pantagruelione e le virtù di questa pianta.



In una di queste maniere (non la mitologica, né a Dio piaccia che contiamo favole in questa tanto veridica istoria) fu denominata l'erba Pantagruelione. Pantagruele ne fu lo scopritore: non dico tanto della pianta, quanto di certo uso il quale è aborrito e odiato dai ladroni ed è loro contrario e nemico più che non sia la tigna e la cuscuta al lino, più che la canna alle felci, più che l'equiseto ai falciatori, più che l'erba lupa ai ceci, più che l'aegilope all'orzo, più che la securidaca alle lenticchie, più che l'antranium alle fave, più che la zizzania al frumento, più che l'edera ai muri, più che i nenufari e le nymphaea heraclia ai monaci porconi, più che la ferula e le bolle agli scolari di Navarra, più che non sia il cavolo alla vigna, l'aglio agl'innamorati, la cipolla agli occhi, la semenza di felce alle donne incinte, la semenza di salice alle suore viziose, l'ombra del tasso a chi vi dorme sotto, l'aconito ai leopardi e ai lupi, l'odor di fico ai tori furiosi, la cicuta alle ochette, la porcellana ai denti, l'olio agli alberi.

Molti abbiam visto perder la vita chiaro e tondo per quel tale uso del Pantagruelione; come ad esempio: Filli, regina di Tracia; Bonoso imperatore di Roma; Amata, la consorte del re Latino; Ifi, Autolia, Licambo, Aracne, Fedra, Leda, Acheo re di Lidia e altri; i quali furono disturbati solo da ciò, che pur non essendo d'alcuna malattia malati, fu loro chiuso il condotto dal quale escono le buone risposte ed entrano i buoni bocconi, più brutalmente che non avrebbe fatto la mala angina e la mortale squinanzia.

Ne abbiamo udito altri, nell'istante che Atropo recideva loro il filo della vita, dolersi e lamentarsi che Pantagruele li afferasse alla gola. Ma, disgraziati! Non era mica Pantagruele. Egli non fu mai carnefice. Si trattava del Pantagruelione in funzione di nodo scorsoio, e di cravattino al collo. Quindi parlavano impropriamente e con solecismo, salvo che non s'ammetta come scusa il nominare per sineddoche l'inventore per l'invenzione, così come si dice Cerere per pane e Bacco per vino. Io vi giuro qui per le buone parolette contenute in quella bottiglia che sta rinfrescandosi là, dentro quella tinozza, giuro che il nobile Pantagruele non afferò mai per la gola se non quelli che trascurano di combattere la sete imminente.

Il Pantagruelione è detto così anche per similitudine. Infatti Pantagruele, quando venne al mondo era grande appunto come l'erba di cui vi parlo e ne fu presa agevolmente la misura, che nacque al tempo della sete, all'epoca del taglio della detta erba, quando il cane di Icaro, coi suoi abbaiamenti al sole, rende tutti trogloditi costringendo a rifugiarsi in cantine e luoghi sotterranei.

Il Pantagruelione è detto così anche per le sue virtù e singolarità. Infatti come Pantagruele è stato l'immagine e l'esempio di ogni gioconda perfezione - né credo che alcuno di voialtri beoni ne dubiti - così nel Pantagruelione riconosco tante virtù, tanta energia, tante perfezioni, tanti ammirabili effetti che se le sue qualità fossero state conosciute quando gli alberi, secondo la relazione del profeta, elessero un re travicello per governarli e dominarli, esso avrebbe ottenuto la pluralità dei voti e dei suffragi. Dirò di più. Se Oxilo, figlio di Orione l'avesse generato da sua sorella Amadriade, più si sarebbe compiaciuto del suo valore che di quello degli otto suoi figlioli tanto celebrati dai nostri mitologi che hanno dato memoria eterna ai loro nomi. La figlia maggiore ebbe nome Vigna, il figlio cadetto Fico, l'altro Noce, il quarto Quercia, il quinto Corniolo, il sesto Bagolaro, il settimo Pioppo e l'ultimo Olmo, che al tempo suo fu gran chirurgo.

Trascuro di dirvi come qualmente il sugo spremuto dal Pantagruelione, stillato nelle orecchie, uccide ogni specie d'insetti o nativi per putrefazione o entrativi di fuori. Se mettete di quel succo in un secchio d'acqua subito vedrete l'acqua rapprendersi come latte cagliato tanto grande è la sua virtù. E l'acqua così cagliata è medicina efficace pei cavalli bolsi e che soffrono di colica. La radice cotta nell'acqua mollifica i nervi ritirati, le giunture contratte, le podagre chirrotiche e le gotte nodose. Se volete guarir prontamente d'una scottatura sia d'acqua bollente, sia di fuoco, applicatevi del Pantagruelione crudo, cioè quale nasce dalla terra, senz'altra preparazione né composizione. E abbiate cura di cambiarlo appena disseccato sul male.

Senza il Pantagruelione le cucine sarebbero infami, le tavole detestabili benché coperte d'ogni vivanda più squisita; i letti sarebbero senza delizie benché carichi d'oro, argento, ambra, avorio e porfirio; i mugnai non porterebbero grano al mulino, non ne riporterebbero farina. Senza Pantagruelione come sarebbero i processi degli avvocati portati all'uditorio? Come sarebbe portato il gesso al laboratorio? Come tratta l'acqua dal pozzo? Senza Pantagruelione che farebbero tabellioni, copisti, segretari, scrivani? Non perirebbero i manifesti e la carta bollata? Non perirebbe la nobile arte della tipografia? Di che cosa si farebbero le impannate? Come suonar le campane? Son d'esso ornati gli Isiaci, rivestiti i pastofori, e tutta l'umana natura n'è ricoperta in primo grado. Tutti gli alberi laniferi dei Seri i gossampini di Tilo sul mar Persico, tutti i cynes dell'Arabia, le vigne di Malta, non vestono tante persone quante quest'erba da sola. Essa copre gli eserciti contro il freddo e la pioggia certo più comodamente che non facessero un tempo le pelli. Copre teatri e anfiteatri contro il calore; cinge boschi e macchie secondo la volontà dei cacciatori, s'affonda in acqua sia dolce, che di mare a beneficio de' pescatori. Per essa sono messi in forma e in uso stivali, stivaletti, stivaloni, vuose, borzacchini, scarpe, scarpine, pantofole, ciabatte. Per essa sono tesi gli archi, armate le balestre, fatte le fionde. E come se fosse l'erba sacra della verbena, riverita dai Mani e dai Lemuri, i corpi umani morti non sono sepolti senz'essa.

Dirò di più. Mediante quell'erba le sostanze invisibili saranno visibimente fermate, prese, detenute e come messe in prigione. Grazie alla loro presa e arresto le grosse e pesanti mole saranno girate agilmente con insigne profitto della vita umana. E mi stupisco come la scoperta di tale uso sia rimasto per tanti secoli nascosto agli antichi filosofi, considerata l'utilità inapprezzabile che ne proviene e la fatica intollerabile che senza essa si dovrebbe sopportare nei mulini. Mediante quell'erba, grazie alla ritensione delle onde aeree, le grosse orche, gli ampi vascelli, i forti galeoni, le navi chiliandre e miriandre sono levate dagli ancoraggi e sospinte a volontà dei piloti. Mediante quell'erba le nazioni, che la natura sembrava tener nascoste, impermeabili, sconosciute, son venute a noi, noi siamo andati a loro: cosa che non farebbero gli uccelli per quanto sia la leggerezza delle loro penne e la libertà di navigar l'aria, concessa loro da natura. Taprobane ha visto Lappia; Giava ha visto i monti Rifei; Febol vedrà Teleme; gl'Islandesi e Groelandesi beveranno l'Eufrate. Grazie a lei Borea ha visto il maniero di Austro, Euro ha visitato Zefiro.

Per modo che le Intelligenze celesti, gli dei e marini e terrestri sono stati tutti spaventati vedendo, per l'uso di questo benedetto Pantagruelione, i popoli Artici accostarsi agli Antartici, varcare l'oceano Atlantico, passare i due tropici, voltare sotto la zona torrida, misurare tutto lo zodiaco, divertirsi sotto l'equinoziale, aver l'uno e l'altro polo in vista a fior d'orizzonte. Gli dei olimpici in simile spavento si son detti: Pantagruele, per l'uso e le virtù dell'erba sua, ci ha procurato nuovi e fastidiosi pensieri più che mai facessero gli Aloidi. Presto egli prenderà moglie. Avrà figlioli. A questo destino non possiamo opporci, che è passato per le mani e per i fusi delle sorelle fatali, figlie della Necessità. Dai suoi figli (forse) sarà scoperta erba d'altrettale energia, mediante la quale gli uomini potranno visitare le sorgenti delle grandini, le cateratte delle pioggie e l'officina delle folgori. Potranno invadere le regioni della luna, penetrare nel territorio dei segni celesti e là prendere alloggio... taluni all'Aquila d'oro, altri alla Pecora, altri alla Corona, altri all'Arpa, altri al Leone d'argento; sedersi a mensa con noi e prender per moglie le nostre dee, soli mezzi questi, per esser deificati. E stabilirono di opporsi e di deliberarne in consiglio.





CAPlTOLO LII.



Come qualmente certa specie di Pantagruelione non può essere consumata per fuoco.



Ciò che vi ho detto è grande e ammirabile. Ma se voleste osar di credere qualche altra cosa divina di questo sacro Pantagruelione, io ve la dirò. Che la crediate o no, m'è tutt'uno. A me basta aver detto la verità. E verità dirò.

Ma per penetrarvi, ché l'accesso è abbastanza scabroso e difficile, io vi domando: Se avessi messo in questa bottiglia due parti di vino e una d'acqua e mescolato ben forte, come li smescolereste voi, come li separereste voi in modo da restituirmi l'acqua spartita dal vino, il vino spartito dall'acqua nella stessa misura di prima?

Ancora: se i vostri carrettieri e barcari conducendovi, per la provvista della casa, un certo numero di botti, vascelli e barili di vino di Crave, d'Orleans, di Baulne, di Mirevauix, se li fossero sorbiti e bevuti a metà riempiendo il resto d'acqua, come fanno i Limosini a piene zoccolate, quando trasportano i vini d'Argenton e Sangaultier, come fareste voi a levarne l'acqua interamente? Come purifichereste voi quel vino? Con un imbuto d'edera, mi rispondete. Intendo. Ciò è scritto, è vero, e provato per mille esperimenti. Voi lo sapevate già. Ma quelli che non lo sapevano e non lo vedranno mai, non la crederebbero cosa possibile. Passiamo oltre.

Se noi fossimo al tempo di Silla, Mario, Cesare, e altri romani imperatori, o al tempo de' nostri antichi druidi che facevano bruciare le salme dei loro parenti e signori, e voi voleste bere le ceneri delle vostre mogli o dei vostri padri, infuse in un buon vino bianco come fece Artemisia delle ceneri di Mausolo suo marito, oppure se voleste conservarle per intero in qualche urna e reliquario, come potreste voi tenere quelle ceneri in disparte, separate dalle ceneri del rogo e fuoco funebre? Rispondete!

Corpo d'un fico, sareste bene imbarazzati. Ebbene, io vi disbarazzo e vi dico che prendendo di quel celeste Pantagruelione quanto occorre per coprirne il corpo del defunto, se chiusovi dentro bene a modo il detto corpo, legato e cucito colla stessa materia, lo gettate nel fuoco quanto grande e quanto ardente vorrete, ebbene il fuoco, attraverso il Pantagruelione, brucerà e ridurrà in cenere il corpo e le ossa; ma il Pantagruelione non solo non sarà consumato, né arso, non solo non perderà un solo atomo delle ceneri chiuse dentro e non lascierà penetrare un solo atomo delle ceneri del rogo, ma finito il fuoco, sarà estratto più bello, più bianco e più netto di quanto ve l'avevate messo. Perciò è chiamato Asbeston. Ne troverete in quantità, a buon mercato, in Carpasia e sotto il clima intorno a Siena. Oh, cosa grande! Cosa ammirabile! Il fuoco che tutto divora, tutto guasta, tutto consuma, non fa che nettare, purgare, imbianchire questo solo Pantagruelione Carpasico Asbestino. Se non credete e ne domandate conferma e prova più comune, come fanno Ebrei e miscredenti, prendete un uovo fresco e fasciatelo tutt'intorno con questo divino Pantagruelione. Così fasciato mettetelo dentro un braciere, quanto grande e ardente vi piaccia. Lasciatevelo quanto vi piaccia. Alla fine ne trarrete l'uovo cotto, duro e bruciato, senza che ne resti alterato, mutato, riscaldato il sacro Pantagruelione. Potrete farne l'esperimento con meno di cinquantamila scudi bordolesi, ridotti alla dodicesima parte d'un picciolo.

Non venite a portarmi qui in paragone la salamandra. Son frottole. Ammetto sì che un focherello di paglia la ravvivi e l'allieti. Ma vi assicuro che in una gran fornace soffoca e si consuma come ogni altro animale. Ne abbiamo visto l'esperimento. Galeno l'aveva confermato e dimostrato già da lungo tempo (De Temperamentis, lib. III), e lo sostiene anche Dioscoride (lib. II).

Non venite ad allegarmi qui l'allume di piombo, né la torre di legno al Pireo che L. Silla non riuscì mai a far bruciare perché Archelao, governatore della città in nome di Mitridate, l'aveva tutta imbevuta d'allume.

Non venite a citarmi qui l'albero che Alessandro Comelio chiamava eonem, simile, secondo lui, alla quercia che porta il vischio; il quale diceva non poter esser consumato o danneggiato né da acqua, né da fuoco appunto come il vischio della quercia, e aver servito a costruire la tanto celebre nave Argo. Andate a cercare chi lo creda; io me ne scuso.

Non venite a confrontarmi qui, benché mirifico, quella specie d'albero che vedete per le montagne di Briançon e Ambrum, la radice del quale ci dà il buon agarico, e il tronco la resina, tanto eccellente che Galeno osa equipararla alla terebentina; esso trattiene sulle sue foglie delicate il fino miele del cielo, cioè la manna; e benché sia gommoso e untuoso, è incombustibile. In greco e in latino lo chiamate Larix; gli Alpini lo chiamano Melze; gli Antenoridi e Veneziani, l'àrese. Da esso fu detto Larignum il castello in Piemonte che ingannò Giulio Cesare veniente dalle Gallie.

Giulio Cesare aveva comandato a tutti i contadini e abitanti delle Alpi e del Piemonte che avessero a portare viveri e munizioni alle tappe fissate sulla via militare, per il suo esercito in marcia. Tutti obbedirono meno quelli chiusi dentro Larigno, i quali, fidando sulla forza naturale del luogo, rifiutarono la contribuzione. Per castigarli del rifiuto, Cesare fece marciare dritto a quel luogo il suo esercito. Davanti alla porta del castello era una torre costruita di grossi travi di larice legati l'uno sull'altro alternamente come una pila di legname condotta a tale altezza che dalle petriere si potevano facilmente respingere con pietre e sbarre, quelli che si avvicinavano. Quando Cesare intese che quelli di dentro non avevano altra difesa che pietre e leve, e che a fatica potevano lanciar dardi fino alle vicinanze, comandò ai suoi soldati di gettare intorno gran quantità di fascine e d'appiccarvi fuoco. E ciò fu fatto subito. Appiccato il fuoco alle fascine, la fiamma si levo sì grande e così alta che avvolse tutto il castello, onde pensarono che ben presto la torre sarebbe stata arsa e demolita. Ma spenta la fiamma, consumate le fascine, la torre riapparve intera senza esser stata in nulla danneggiata.

Ciò considerato, Cesare comandò che fuori del tiro delle pietre si facesse tutto intorno una cintura di fossati e di blockhaus. Allora i Larignani trattarono per la resa. E dal loro racconto Cesare apprese l'ammirabile natura di quel legno il quale non fa né fuoco, né fiamma, né carbone e, per questa qualità sarebbe degno d'esser messo al grado del vero Pantagruelione; tanto più che Pantagruele volle che di esso fossero fatti tutti gli usci, porte, finestre, grondaie, gocciolatoi e tetti di Teleme, dello stesso parimenti fece coprire le poppe, prore, cucine, casseri, corsie, e parapetti delle sue caracche, navi, galere, galeoni, brigantini, fuste e altri vascelli del suo arsenale di Talassa. Ma c'è questo: che il larice in una gran fornace di fuoco proveniente da altre specie di legno è infine sgretolato e dissipato, come le pietre nei forni di calce, il Pantagruelione asbesto invece, è piuttosto rinnovato e ripulito che sgretolato o alterato. Pertanto:



Cessate d'esaltar e mirra e incenso,

Arabi ed Indi con aria superba;

Meglio apprezzare i nostri beni, penso,

E via portarvi il seme di nostr'erba.

E se alligni tra voi con vivo stame,

Grazie rendete al ciel più d'un milione

E di Francia lodate il bel reame

Onde proviene il Pantagruelione.

FINE DEL TERZO LIBRO

CONTINUA IX