FRANÇOIS RABELAIS
Traduzione di
GILDO PASSINI
CAPP. XXI -
IL QUARTO LIBRO
DEI FATTI E DETTI EROICI
DEL
NOBILE PANTAGRUELE
COMPOSTO
DAL SIGNOR FRANCESCO RABELAIS
DOTTORE IN MEDICINA
ANTICO PROLOGO
Beoni lustrissimi e voi, gottosi preziosissimi, ho visto, ricevuto, udito e inteso l'ambasciatore che la Signoria delle vostre Signorie ha inviato alla mia Paternità; e m'è sembrato assai buono e facondo oratore. Il sommario del suo discorso ridurrò a tre parole, le quali sono di sì grande importanza che a Roma un tempo con queste tre parole il pretore rispondeva a tutte le istanze esposte in giudizio, con queste tre parole decideva ogni controversia, querela, processo, questione, talché i giorni in cui il pretore non usava quelle tre parole eran detti nefasti, i giorni in cui soleva usarle eran detti fasti e felici.
Le tre parole sono: date, dite, aggiudicate.
Oh gente da bene! Non posso vedervi. Ma che la degna virtù di Dio vi sia, come pure a me, d'aiuto. Ora, per Dio, non facciamo mai nulla che il suo sacrosanto nome non sia prima lodato.
Voi mi date. Che cosa ? Un bello e ampio breviario. Vero Dio, ve ne ringrazio: sarà il meno del mio più. Di che breviario si trattasse certo non immaginavo vedendo i filetti, la rosa, i fermagli, la rilegatura sulla quale non ho mancato di considerare i rampinetti e le gazze dipintivi e seminativi in bell'ordine. Con quei fregi voi dite chiaramente, come se fossero lettere geroglifiche, che nulla val meglio che opera di maestro, nulla più che coraggio di croqueur de pie. Croquer pie significa certa allegrezza, per via di metafora estratta dal prodigio che avvenne in Bretagna poco prima della battaglia di Saint-Aubin du Cormier. I nostri padri ce l'hanno raccontato, è giusto non l'ignorino i nostri successori. Fu l'anno della buona vendemmia, quando il buon vino frizzante si aveva a un soldo matto la quarta.
Dalle contrade del levante vennero a volo un gran branco di grole da un lato e un gran branco di gazze dall'altro, entrambi in direzione di ponente. E si costeggiavano in modo che verso sera le grole si ritraevano a sinistra (intendete il buon augurio) e le gazze a destra, abbastanza vicine l'une all'altre. Per qualunque regione passassero, non v'era gazza che non s'imbrancasse con le gazze, né grola che non raggiungesse la schiera groliera. Tanto andarono, tanto volarono, che passarono su Angers, città di Francia limitrofa della Bretagna, e in numero tanto moltiplicato che il loro volo come una gran nuvola toglieva la luce del sole alle terre soggiacenti.
Era allora in Angers un vecchio zio, signore di San Giorgio, chiamato Frapin: quello che ha composto le belle e liete canzoni di Natale nel linguaggio del Poitou. Egli aveva una grola e la teneva cara pel suo scilinguagnolo: essa invitava a bere tutti i visitatori, mai non cantava che di bere, ed egli la chiamava il suo ciarlone. La grola con furia marziale ruppe la gabbia e raggiunse le grole passanti. Un barbiere vicino, chiamato Bavard, aveva una gazza addomesticata, ben galante. Essa s'imbrancò colle gazze e le seguì al combattimento. Cose straordinarie e paradossali; ma vere tuttavia, viste e certificate. Notate bene ogni cosa. Che avvenne? Come andò a finire?
Che avvenne, buona gente? Caso meraviglioso: presso la croce di Malchara seguì battaglia tanto furiosa che mette orrore solo il pensarvi. Andò a finire che le gazze perdettero la battaglia e furono crudelmente uccise sul campo in numero di 2.589.362.109 senza le donne e i fanciulli, vale a dire, voi lo capite, senza le gazze femmine e i gazzotti. Le grole restarono vittoriose, ma non senza perdere molti dei loro buoni soldati, di che fu danno ben grande in tutto il paese.
I Bretoni sono valorosi, lo sapete. Ma se avessero inteso il simbolo del prodigio, avrebbero capito facilmente che la peggio sarebbe toccata a loro. Infatti le code delle gazze hanno la stessa forma dei loro ermellini e viceversa le grole hanno nel pennaggio un'idea dello stemma di Francia.
A proposito il ciarlone tornò a casa tre giorni dopo malinconico e fastidito di quelle guerre e con un occhio gonfio. Tuttavia poche ore dopo che ebbe mangiato come il solito, riacquistò il suo buonumore. Il fastoso popolo e gli studenti d'Angers accorrevano in folla a vedere Ciarlone il guercio così conciato. Ciarlone invitava a bere come d'uso finendo ogni invito con questa frase: croquez pie! Suppongo che questa fosse la parola d'ordine il giorno della battaglia e che tutti vi si attenessero come loro dovere. La gazza di Bavard non tornò punto. Ella era stata a croquée. Onde venne il volgar proverbio che bere a gara e a gransorsi è il vero croquer la pie. Con figure simili a memoria perpetua, Frapin fece dipingere il suo tinello e voi potrete vederlo ad Angers sotto la motta di San Lorenzo.
Le figure delle gazze sul breviario mi fecero pensare che fosse qualche cosa più d'un breviario. E infatti con che sugo m'avreste voi regalato un breviario? Di breviari grazie a Dio e a voi ne ho parecchi e di vecchi e di nuovi. Aprendo dunque il detto breviario con questo dubbio m'accorsi ch'era un breviario fatto con invenzione mirifica e contenente tra filetto e filetto iscrizioni opportune.
Ah, volete dunque che beva vin bianco a prima a terza a sesta e a nona ? E claretto a vespro e a compieta ? Questo voi chiamate croquer pie. Non foste covati da cattiva gazza davvero. E ne prenderò nota.
Voi dite. E che cosa ? Che non v'ho fastidito per nulla con tutti i miei libri stampati finora. Vi fastidirò ancora meno citandovi a questo proposito la sentenza d'un antico Pantagruelista:
È merito egli dice, non volgare
Aver saputo i principi appagare.
Voi dite altresì che il vino del terzo libro è stato di vostro gusto e ch'è buono. Vero è che era poco, e non vi piace il comune adagio: poco ma buono. Voi preferite ciò che diceva Evispan di Verron: buono ma molto.
Inoltre m'invitate a continuare la Istoria Pantagruelina citando l'utilità e i vantaggi ottenuti da quella lettura fra la gente da bene scusandovi di non aver ottemperato alla mia preghiera di riservarvi a ridere al settantottesimo libro. Vi perdono di buon cuore. Non sono poi così feroce e implacabile come potreste pensare. Ma ciò che vi dicevo non era per vostro male. E vi risponderò colla sentenza di Ettore proferita da Nevio: Bella cosa esser lodato da uomo lodevole.
Per dichiarazione reciproca dico e sostengo fino al fuoco (escluso, intendete e pour cause) che anche voi siete gente da bene figli di buoni padri e di buone madri e vi prometto fede di fante che se mai v'incontrerò in Mesopotamia tanto m'adoprerò col piccolo conte Giorgio del Basso Egitto, che egli vi regalerà un bel coccodrillo del Nilo e un coccomarro dell'Eufrate.
Voi aggiudicate. Che cosa? A chi? Tutti i quarti di luna ai caffardi, cagoti, matagoti, stivalati, pappalardi, burgoti, zampepelose, questuanti, ipocriti. Tutti nomi orribili solo al suono. Bastò pronunciarli che si rizzarono i capelli in capo al vostro nobile ambasciatore. Io non vi ho capito nulla come se fosse alto tedesco e non so qual sorta di bestie comprendiate con queste denominazioni. Ho fatto diligente ricerca per diverse contrade e non ho trovato alcuno che li accettasse e tollerasse esser così nominato e designato. Suppongo si tratti di qualche specie mostruosa di animali barbari dei tempi arcaici; ora son bestie scomparse in natura, come avviene di tutte le cose sublunari che hanno la loro fine e parabola. E non sappiamo quale sia la loro definizione giacché, com'è noto, quando perisce una cosa, perisce facilmente anche il suo nome.
Se con quei termini intendete i calunniatori de' miei scritti più convenientemente potrete chiamarli diavoli: poiché in greco la calunnia è detta diabolé. Vedete quanto sia detestabile davanti a Dio e agli angeli il vizio della calunnia (cioè l'impugnare il bene, il denigrare le cose buone), se da quel vizio e non altri (benché parecchi sembrerebbero più enormi) sono denominati e chiamati i diavoli d'inferno. I calunniatori, propriamente parlando, non sono diavoli d'inferno, ma ne sono i bidelli, i ministri. Io li chiamo diavoli neri, bianchi, diavoli privati, diavoli domestici. E ciò che han fatto coi libri miei, faranno con tutti gli altri, se si lascian fare. Ma non sono già essi gl'iniziatori di questa funzione. E neppure hanno diritto di glorificarsi del soprannome di Catone il vecchio detto il censore.
Avete mai inteso che significhi sputare nel piatto? Un tempo i predecessori di questi diavoli privati, architetti del piacere, distruttori dell'onestà, com'erano un Filosseno, un Gnatone e altri di simil farina, quando nelle osterie e taverne, dove tenevano di solito le loro scuole, vedevano portare ai clienti qualche buona vivanda, qualche appetitoso boccone, sputavano sozzamente nel piatto affinché i clienti per lo schifo dei loro infami sputi e mocci, desistessero dal mangiare le vivande portate e tutto rimanesse ai sozzi sputacchiatori e mocciosi. Una storia quasi simile, ma non tuttavia tanto abbominevole, ci hanno contato del medico d'acqua dolce il fu Amaro, nipote dell'avvocato, il quale diceva che l'ala del grasso cappone era cattiva, e il groppone pericoloso e il collo abbastanza buono ma levandogli la pelle, e ciò affinché i malati non ne mangiassero e tutto fosse riservato alla sua bocca.
Così han fatto questi diavoli intonacati.
Vedendo essi che grazie ai libri precedenti, tanta gente desiderava fervidamente vedere e leggere i miei scritti, hanno sputato nel piatto, vale a dire li hanno sconcacati, diffamati e calunniati solo maneggiandoli, con questa intenzione che nessuno li avesse, nessuno li leggesse eccetto le Poltronerie loro. E l'ho visto io coi miei occhi propri, non colle orecchie. Essi giungono fino a conservarli religiosamente nei loro comodini da notte e ne usano come di breviario quotidiano. E li hanno tolti ai malati, ai gottosi, agli sfortunati, mentre proprio a sollievo dei loro mali li avevo scritti e composti. Che, se io avessi in cura tutti gl'infermi e i malati, non vi sarebbe bisogno di dare alla luce e stampare quei libri.
Ippocrate ha scritto un libro apposta sul perfetto medico (e Galeno l'ha illustrato di dotti commenti). In esso comanda che nulla vi sia nel medico che possa offendere il paziente. E giunge sino a dar particolari circa le unghie. V'è tutto quanto conviene al medico: gesti, viso, vestito, parole, sguardi, toccamenti, per compiacere e dar diletto al malato. Così a mia volta, e come debolmente posso, mi sforzo e adopero di fare io con quelli affidati alle mie cure. E così fanno da parte loro i miei confratelli. Per questo forse siamo detti parabolani dal lungo braccio e dal gran cubito, secondo l'opinione di certi sudicioni, altrettanto follemente interpretata quanto scioccamente inventata.
C'è di più: noi ci affanniamo a disputare sopra un passo del sesto libro sulle Epidemie del detto padre Ippocrate, per decidere non già se la faccia del medico, triste, tetra, arcigna, sgradevole, malcontenta, contristi il malato, e la faccia lieta, serena, gradevole, ridente, aperta rallegri il malato (su ciò non v'è dubbio, è cosa provata) bensì se tali contristamenti o rallegramenti si comunichino al malato per l'apprensione di vedere nel medico quelle manifestazioni, o per la suggestione del medico nel malato del suo spirito sereno o tenebroso, allegro o triste, com'è avviso dei Platonici e degli Avverroisti.
Poiché dunque non è possibile che io sia chiamato da tutti i malati e a tutti somministri le mie cure, perché voler togliere ai sofferenti e ai malati il piacere e gli allegri passatempi che traggono ascoltando, me assente, la lettura di questi allegri libri, dove non è offesa né a Dio, né al Re, né ad altri?
Ora, poiché il vostro giudizio e decreto condanna quei maldicenti e calunniatori e aggiudica loro i vecchi quarti di luna, io perdono loro; non ci sarà più tanto da ridere per tutti oramai quando vedremo questi matti lunatici, taluni lebbrosi, altri pederasti, altri lebbrosi e pederasti insieme, correr pei campi, rompere i banchi, stridere i denti, fender pavimenti, batter selciati, impiccarsi, annegarsi, precipitarsi e correre a briglia sciolta a tutti i diavoli secondo l'energia, facoltà e virtù dei quarti di luna crescenti, inizianti, gibbosi, spezzati e desinenti che siano entrati nelle loro zucche.
Solo mi permetterò di proporre alle Malignità e Imposture Loro l'offerta che fece già Timone il misantropo ai suoi ingrati Ateniesi.
Timone, irritato dell'ingratitudine del popolo ateniese verso di lui, un giorno entrò nell'assemblea chiedendo di parlare intorno a un affare concernente il bene pubblico.
Alla sua domanda si fece un gran silenzio per l'attesa di sentire cosa importante, giacché s'era presentato al consiglio lui che da tanti anni viveva privatamente, lontano da ogni compagnia. E allora egli disse:
- Presso al muro del mio giardino è un ampio, bello e insigne fico al quale voialtri, signori Ateniesi, uomini, donne, giovanotti e pulzelle avete costume di venire a impiccarvi e strangolarvi in disparte quando siete disperati. Ora vi avverto che per certi restauri alla mia casa ho deliberato di abbattere il fico fra otto giorni. Perciò chiunque di voi, o di tutta la città vorrà impiccarsi, si sbrighi presto. Spirato il termine degli otto giorni non troveranno più né luogo così adatto, né albero così comodo.
Sull'esempio di Timone io dichiaro a quei diabolici calunniatori che tutti abbiano a impiccarsi entro l'ultimo spicchio di questa luna, e che io fornirò loro il nodo scorsoio. Come luogo per impiccarsi assegno loro tra Midy e Faverolles. Colla nuova luna non se la caveranno tanto a buon mercato e saranno costretti a comprarsi la corda a loro spese e a scegliersi altro albero per l'impiccagione come fece la signora Leonzia calunniatrice del tanto dotto ed eloquente Teofrasto.
EPISTOLA DEDICATORIA.
All'Illustrissimo Principe e Reverendissimo
MIO SIGNORE ODETTO
CARDINALE DI CASTIGLIONE
Voi siete debitamente avvertito, principe illustrissimo, come e da quanto grandi personaggi io sia ogni giorno sollecitato, richiesto, importunato per la continuazione della mitologia pantagruelina. Essi dicono che molte persone sofferenti, malate, o altrimenti fastidite e desolate avevano con quella lettura sollevato le loro noie, passato allegramente il tempo, nuova allegrezza e consolazione ricevuto. Io solevo rispondere che avendo composto quei libri per divertimento, non ne pretendevo gloria né lode alcuna: solamente miravo e intendevo a dare per iscritto un po' di sollievo agli afflitti e malati assenti: come volentieri faccio a voce coi presenti che si giovano dell'arte mia e de' miei servigi.
Qualche volta espongo loro con lungo discorso che Ippocrate in parecchi luoghi e massimamente nel libro sesto delle Epidemie dove tratta dell'educazione del medico suo discepolo [e parimenti Soramo di Efeso, Oribasio, Claudio Galeno, Ali Abbas e altri autori successivi] insegnò come un medico debba governare i gesti, il portamento, lo sguardo, i toccamenti, il contegno e la grazia, l'onestà, la pulizia della faccia, le vesti, la barba, i capelli, le mani, la bocca e persino le unghie: quasi dovesse rappresentare la parte dell'amoroso o del vagheggino in qualche insigne commedia, o discendere in campo chiuso per combattere qualche potente nemico. Infatti la pratica della medicina ben propriamente è comparata da Ippocrate a un combattimento, o a una farsa eseguita da tre personaggi: il malato, il medico e la malattia. E leggendo quel trattato qualche volta m'è venuta a mente una risposta di Giulia a Ottaviano Augusto suo padre. Un giorno ella s'era presentata davanti a lui in abiti pomposi, dissoluti e lascivi: ciò gli era grandemente dispiaciuto, benché non ne dicesse parola. L'indomani ella cambiò abiti; si vestì modestamente come era allora costume delle caste dame romane. E in quell'abito si presentò davanti al padre. Egli che il giorno precedente non aveva manifestato con parole il dispiacere avuto vedendola in abiti impudichi, non poté nascondere il piacere vedendola così cambiata e le disse:
- Oh come questa veste è più decente e lodevole nella figlia di Augusto!
Ella trovò la scusa pronta e rispose:
- Oggi mi son vestita per gli occhi di mio padre, ieri pel piacere di mio marito.
Similmente, così trasformato di viso e d'abiti e magari vestito di ricca e ornata toga a quattro maniche come usava un tempo (era chiamata philonium, come dice Pietro Alessandrino, in 6, Epid) il medico, potrebbe rispondere a coloro che trovassero strano il travestimento:
- Io mi sono così acconciato non per pavoneggiarmi, e far pompa, ma per piacere al malato che visito, al quale solamente voglio esser gradito e in nulla offenderlo o irritarlo.
C'è di più. Noi ci affanniamo a disputare sopra un passo del libro su citato del padre Ippocrate per ricercare non già se l'aspetto del medico, triste, tetro, arcigno, catoniano, sgradevole, malcontento, severo, ringhioso, contristi il malato, e la faccia del medico allegra, serena, graziosa, aperta, gradevole, rallegri il malato. Ciò è ormai certissimamente provato. Bensì ricerchiamo se tali contristamenti e rallegramenti provengano da che il malato assorba queste qualità contemplando il suo medico e da esse congetturando l'esito e la risoluzione del suo male (cioè risoluzione lieta e desiderata dall'aspetto lieto: risoluzione triste e deprecata dall'aspetto triste) oppure per opera di trasfusione del medico nel malato, di spiriti sereni o tenebrosi, aerei o terrestri, allegri o malinconici, come pensano Platone e Averroè.
Su ogni cosa gli autori su detti hanno dato al medico avvertimenti particolari circa le parole, i discorsi, conversazioni e confabulazioni che deve tenere coi malati dai quali sia chiamato. E tutto deve mirare a uno scopo, tendere a un fine: rallegrare il malato, senza offesa a Dio, non contristarlo in modo alcuno. Onde è grandemente da Erofilo biasimato il medico Callianax, il quale, a un paziente che l'interrogava domandando: Morirò? rispose: È pur morto anche Patroclo che valeva infinitamente più di voi.
A un altro che voleva sapere la gravità della malattia e lo interrogava patelinescamente:
Et mon urine
Vous dict elle poinct que je meure?
Egli scioccamente rispose: No, se ti avesse generato Latona madre dei bei figlioli Febo e Diana.
Parimenti da Cl. Galeno (lib. 4 Comm. sul. 1. 6 Epidem.) è grandemente vituperato Quinto suo precettore in medicina. Certo malato di Roma, uomo onorevole gli diceva un giorno:
- Avete fatto colazione, maestro; il fiato vi sa di vino.
E Quinto rispose con arroganza:
- E il tuo mi sa di febbre. Qual è fiato e odore più delizioso: di febbre o di vino?
Ma la calunnia di certi cannibali, misantropi, agelasti fu così atroce e sconsiderata che vinse la mia pazienza e avevo risoluto di non più scrivere un iota. Una delle loro più piccole contumelie era questa: che i miei libri fossero farciti di eresie diverse: ma non potevano tuttavia indicarne una sola in nessun passo. Allegre pazzie senza offesa a Dio e al re, di queste assai (anzi è questo l'unico argomento e soggetto di quei libri) ma d'eresie punto. Salvoché uno voglia dare perversamente e contro ogni uso di ragione e di linguaggio, interpretazioni quali non sognai mai di pensare a costo di morir mille volte, se ciò fosse possibile: come chi interpretasse pietra invece di pane, serpente invece di pesce, scorpione invece di uovo.
Dolendomi di ciò una volta alla vostra presenza, vi dissi liberamente che essi non cadrebbero tanto detestabilmente ne' lacci dello spirito calunniatore, cioè il diàbolos che col loro ministero mi suscita tale delitto, solo che io non mi stimassi miglior cristiano di quanto essi si mostrino, e solo che nella mia vita, negli scritti, nelle parole e persino nei pensieri dovessi riconoscere sia pure una scintilla d'eresia. Nel qual caso, da me stesso sull'esempio della fenice, avrei ammassato legna secca e acceso il fuoco del rogo per bruciarmivi dentro.
Allora voi mi diceste che di quelle calunnie era stato avvertito il defunto re Francesco d'eterna memoria, il quale avendo udito e inteso attentamente lettura particolare di que' libri miei (miei, dico, giacché perfidamente altri me ne sono stati attribuiti falsi ed infami) dalla voce e pronunzia del più dotto e fedele Anagnoste del reame, non vi aveva trovato alcun passo sospetto. E aveva avuto orrore di certi mangiatori di serpenti che fondavano l'accusa mortale di eresia sopra un N messo invece di M per errore o negligenza dei tipografi.
E orrore ne ebbe anche il figlio suo, il nostro tanto buono, tanto virtuoso e benedetto da' cieli re Enrico, che Dio voglia conservare lungamente, il quale vi concesse per me il privilegio e particolare protezione contro i calunniatori.
Quest'evangelo della vostra benevolenza m'avete poi reiterato a Parigi e anche di recente quando siete venuto a visitare monsignore il cardinale di Bellay che a ristoro della salute, dopo lunga e fastidiosa malattia s'era ritirato a Saint-Maur o per meglio e più propriamente dire, in un paradiso di salubrità, amenità, serenità, comodità, delizie e onesti piaceri dell'agricoltura e della vita campestre.
E grazie a questa benevolenza, Monsignore, ora, senza più timore di sorta, spiego la penna al vento, sperando che col vostro benigno favore sarete per me un nuovo Ercole gallico per sapere, saggezza ed eloquenza: Alexicacos, in virtù potenza e autorità: del quale veramente posso dire ciò che di Mosè il gran profeta e capitano d'Israele disse il savio re Salomone (Ecclesiaste, 45): "uomo con timore e amor di Dio; piacevole a tutti gli uomini, amato da Dio e dagli uomini del quale è rimasta felice memoria. Dio gli ha dato la lode dei prodi, l'ha fatto grande per terrore dei nemici. Lo ha favorito compiendo per lui cose prodigiose e spaventevoli, l'ha onorato in presenza dei re, ha dichiarato per mezzo suo il proprio volere al popolo, ha mostrato la sua luce e l'ha consacrato ed eletto fra tutti gli uomini per fede e per bontà: per mezzo suo ha voluto fosse udita la sua voce e che fosse annunciata la legge della sapienza vivificante a coloro che erano nelle tenebre".
E prometto inoltre che quanti si congratuleranno con me di questi allegri scritti, tutti pregherò ne siano in tutto riconoscenti a voi, voi unicamente ringrazino e preghino nostro Signore per la conservazione e l'accrescimento della vostra grandezza. E che a me nulla sia attribuito fuorché umile soggezione e obbedienza volontaria ai vostri buoni comandamenti. Poiché colle vostre tanto onorevoli esortazioni m'avete dato e coraggio e invenzione laddove senza voi mi sarebbe mancato il cuore, sarebbe rimasta esausta la fontana de' miei spiriti animali.
Nostro Signore vi mantenga nella sua santa grazia.
Da Parigi il 28 di gennaio 1552.
Il vostro umilissimo e obbedientissimo servo
FRANCESCO RABELAIS, medico.
PROLOGO DELL' AUTORE
SIGNOR FRANCESCO RABELAIS
PER
IL QUARTO LIBRO
DEI FATTI E DETTI ORRIFICI
DI
PANTAGRUELE
AI LETTORI BENEVOLI
Gente da bene, Dio vi salvi e conservi! Dove siete? Aspettate che inforchi gli occhiali.
Ah, ah! Col tempo e colla paglia maturano le nespole! Ora vi vedo. Ebbene? Avete avuto buona vendemmia a quanto m'han detto. Non sarò desolato per questo. Avete trovato rimedio inesauribile contro tutte le seti. Avete operato virtuosamente. Voi, le mogli, i figli, i parenti e loro famiglie godete della salute desiderata. Così va bene, ciò è buono, ciò mi piace. Dio, il buon Dio, ne sia eternamente lodato e così vi conservi lungamente se tale è la sua sacra volontà.
Quanto a me, tiro avanti, grazie alla sua benevolenza, e a lui mi raccomando.
In virtù di un po' di pantagruelismo (ciò è una certa letizia di spirito temprata nel disprezzo delle cose fortuite) sono sano svelto; e pronto a bere, se volete. Me ne domandate il perché, gente da bene? Risposta irrefragabile. Tale è il volere del buonissino e grandissimo Iddio al quale mi affido, al quale obbedisco, del quale venero la sacrosanta parola delle buone novelle, del Vangelo intendo, dove è detto (Luca, IV) con orribile sarcasmo e sanguinosa derisione pel medico negligente della sua salute: "Medico, guarisci te stesso!".
Claudio Galeno si manteneva sano non già per riverenza a questa massima (benché avesse qualche sentore della Sacra Bibbia e avesse conosciuto e frequentato i santi cristiani del tempo suo, come appare nel libro II De usu partium, nel lib. III De differentiis pulsuum, cap. III e ibidem nel cap. II del lib. III come pure nei libri De rerum affectibus, se pure è di Galeno) ma per paura di cadere in questa satirica canzonatura del volgo:
Iatròs allon, autòs elkusi bruon
Medico agli altri curi i morbi rei,
Ma pure affetto d'ulceri tu sei.
Onde con gran fierezza si vanta e non vuol essere stimato medico se dai ventott'anni fino alla più tarda vecchiezza non abbia goduto salute piena, salvo qualche febbre effimera, di poca durata; contuttoché non fosse, di sua natura, tra i più sani e soffrisse di discrasia evidente allo stomaco. "Infatti, dice, (lib. V, De Sanit. tuenda) difficilmente si crederà abbia cura della salute altrui chi trascura la propria".
Anche più orgogliosamente si vantava il medico Asclepiade di aver stabilito con la fortuna questo patto: di non essere reputato medico se fosse stato malato a cominciare da quando aveva iniziato la pratica dell'arte sua fino all'ultima vecchiezza. Alla quale pervenne intatto, vigoroso in tutte le sue membra e trionfante della fortuna. E infine trapassò da vita a morte senza alcuna malattia precedente, cadendo per inavvertenza dall'alto di certi gradini mal cementati e guasti.
Se per disgrazia la salute fosse scappata alle Signorie vostre, dovunque essa sia, sopra o sotto, davanti o di dietro, a destra o a sinistra, di dentro o di fuori, lontano o vicino ai vostri territori, che voi possiate incontanente, con l'aiuto del benedetto Salvator nostro incontrarla! E se per fortuna la incontrate, impadronitevene immediatamente e rivendicatela afferrandola e facendola prigioniera. Le leggi ve lo permettono, il re lo intende, io ve lo consiglio. Né più né meno dei legislatori antichi i quali autorizzano il signore a rivendicare il servo fuggitivo dovunque fosse stato trovato. Oh buon Dio! Oh buoni uomini! Non è scritto e praticato dagli antichi costumi di questo tanto nobile, tanto antico, tanto bello, tanto fiorente, tanto ricco reame di Francia che il morto s'impadronisce del vivo? Vedete ciò che ne ha scritto di recente il buono, il dotto, il saggio, il tanto umano e indulgente ed equo Andrea Tiraqueau, consigliere del grande, del vittorioso e trionfante re Enrico, secondo di questo nome; nella sua temutissima Corte del Parlamento di Parigi. La salute è la nostra vita, come benissimo afferma Aristofrone di Sicione. Senza salute la vita non è vita, la vita non è vivibile: abios bios, bios abiotos. Senza salute la vita non è che languore, la vita non è che simulacro di morte. Così dunque voi essendo privi di salute, cioè morti, impadronitevi del vivo, impadronitevi della vita, cioè della salute.
Ho questa speranza in Dio che ascolterà le nostre preghiere, vista la ferma fede onde le innalziamo a lui; e compirà questo nostro augurio considerata la sua mediocrità.
La mediocrità è stata definita aurea dai saggi antichi, vale a dire preziosa, da tutti lodata, in ogni luogo gradita. Discorrete le sacre Bibbie e troverete che non furono mai respinte le preghiere di quelli che hanno invocato cose mediocri.
Esempio il piccolo Zacheo del quale i musaphis di Saint-Ayl presso Orlèans si vantano di possedere il corpo e le reliquie chiamandolo San Silvano. Zacheo nulla più desiderava che vedere il nostro benedetto Salvatore presso Gerusalemme. Era desiderio mediocre e realizzabile da chicchessia. Ma Zacheo era troppo piccolo e tra la folla non poteva. Salterellava, trotterellava, si sforza in punta di piedi, si scosta, monta alfine sopra un sicomoro. Il buon Dio apprese quel desiderio sincero e modesto e si presentò alla sua vista e fu non solo visto ma anche udito da lui, visitò la sua casa, benedì la sua famiglia.
A un figlio di profeta in Israele che tagliava legna presso il fiume Giordano, sfuggì il ferro della scure e cadde dentro il fiume [com'è scritto nel l. IV dei Re, 6]. Egli pregò Dio che il ferro gli fosse restituito. Era desiderio mediocre. E con ferma fede e costanza gettò non la scure dietro il manico come con scandaloso solecismo cantano i diavoli della censura, ma il manico dietro la scure come dite voi con proprietà. E subito apparvero due miracoli. Il ferro si levò dal profondo dell'acqua e si adattò al manico. S'egli avesse invocato di montare ai cieli dentro un carro fiammeggiante come Elia, d'aver tanti figli come Abramo, d'esser ricco come Giobbe, forte come Sansone, bello come Assalonne, l'avrebbe egli impetrato? È un quesito.
A proposito di desideri mediocri in materia di scure [attenti a bere, quando sarà tempo!] vi racconterò ciò ch'è scritto tra gli apologhi del saggio Esopo francese.
Intendo l'Esopo frigio e troiano, come afferma Maxim. Planudes; ma da quel popolo, secondo i più veridici cronisti, discese il nobile popolo francese. Eliano scrive invece che Esopo era della Tracia; Agatia, seguendo Erodoto, che era di Samo.
Per me è tutt'uno.
Al tempo suo dunque viveva un povero villano, nativo di Gravot chiamato Cogliatris, che si guadagnava la vita alla meno peggio facendo il taglialegna. Avvenne che perdette la scure. Se mai vi fu uomo afflitto e triste fu proprio lui; poiché la scure era la sua sostanza, la sua vita; grazie alla scure viveva in onore e reputazione fra tutti i ricchi boscaioli; senza scure moriva di fame. Se la morte l'avesse incontrato sei giorni dopo senza scure, l'avrebbe falciato colla sua falce e sarchiato via dal mondo. In quel frangente cominciò a gridare, a pregare, a implorare, a invocare Giove con orazioni molto diserte, poiché come sapete, la necessità fu inventrice dell'eloquenza. E levando il viso al cielo, ginocchioni a terra, la testa scoperta, le braccia alte in aria, le dita delle mani divaricate, ad ogni ritornello delle sue preghiere gridava ad alta voce infaticabilmente:
- La mia scure! Giove, la mia scure! La mia scure! Nulla, più o Giove, della mia scure, o danari per comprarne un'altra! Ahimè! Mia povera scure!..
Giove stava tenendo consiglio su certi affari e in quel momento stava opinando la vecchia Cibele, oppure il giovane Febo, se più vi piace. Ma tanto grandi furono le esclamazioni di Cogliatris, che furono con grande spavento udite nel pieno consiglio e concistoro degli Dei.
- Quale diavolo è laggiù, domandò Giove, che urla così orrificamente? Virtù di Stige! Non abbiamo avuto già abbastanza fastidi? E non ne abbiamo ancora abbastanza per decidere tanti affari controversi e d'importanza? Abbiamo composto il conflitto fra Presthan re dei Persiani e il Sultano Solimano imperatore di Costantinopoli. Abbiamo chiuso il passaggio fra Tartari e Moscoviti. Abbiamo risposto all'istanza del Sceriffo. Parimente abbiam risposto alla devozione del Golgot-Rays. Abbiamo deliberato sullo stato di Parma, su quello di Maydemburgo, della Mirandola e dell'Africa. Così chiamano i mortali ciò che noi chiamiamo Aphrodisium sul Mar Mediterraneo. Tripoli ha cambiato padrone perché mal difesa.
Il suo tempo era venuto.
Qui ci sono i Guasconi ribelli che domandano la reintegrazione delle loro campane.
In quell'angolo sono i Sassoni, gli Estrelini, gli Ostrogoti e Alemanni, popolo un giorno invincibile oggi aber keids e soggiogati da un omettino tutto stroppio. Essi ci domandano vendetta, soccorso, restituzione dei loro buoni sentimenti antichi, della loro antica libertà.
Ma che faremo di quel Rameau e di quel Galland che, circondati dai loro sguatteri, seguaci e fautori, turbano tutta l'accademia di Parigi? Mi trovo in grande perplessità e non ho ancora risoluto per chi inclinare.
Entrambi mi sembrano quanto al resto buoni compagnoni e bene imberrettati. L'uno ha degli scudi del sole; belli e di giusto peso; l'altro vorrebbe averne.
L'uno ha del sapere, l'altro non è ignorante.
L'uno ama i galantuomini, l'altro da galantuomini è amato.
L'uno è una volpe fina e accorta, l'altro maldicente, e abbaiante come un cane contro gli antichi filosofi e oratori.
Che te ne pare? Di' un po' su o gran testa d'asino, Priapo. Più volte ho trovato il tuo consiglio e avviso equo e pertinente.
....... Et habet tua mentula mentem
- Re Giove, rispose Priapo scappucciandosi e drizzando la sua testa rossa, fiammeggiante e ardita, poiché avete confrontato l'uno con un cane che abbaia, l'altro con una vecchia volpe fina, son d'avviso che senza più arrabbiarvi né alterarvi, facciate di loro come già faceste un tempo d'un cane e d'una volpe.
- Che? Quando? Dove? Chi erano? domandò Giove.
- Oh la bella memoria! rispose Priapo. Il venerabil padre Bacco che vedete qui colla sua faccia accesa, per vendicarsi dei Tebani aveva una volpe fatata per modo che qualunque male e danno facesse, non poteva esser presa e offesa da nessuna bestia al mondo.
Il nobile Vulcano aveva fabbricato un cane di bronzo monesiano e a forza di soffiare gli aveva infuso vita e anima. Egli ve lo donò. Voi lo donaste a Europa, la vostra amata, ella lo donò a Minosse, Minosse a Procris, Procris infine lo donò a Cefalo. Anche il cane era parimenti fatato per modo che, come gli avvocati d'oggi, poteva acchiappare tutte le bestie che incontrava, nessuna doveva sfuggirgli. Avvenne che volpe e cane s'incontrarono. Come l'aggiustiamo ? Il cane per destinazione del fato doveva prendere la volpe; la volpe, per egual destinazione, non doveva esser presa.
Il caso fu presentato al consiglio vostro. Voi proclamaste che non si contravvenisse al destino. I destini erano contradditori. Comporre due verità, due fini, due effetti contradditori fu dichiarato impossibile in natura. Voi sudaste per l'affanno. Dalle goccie di sudore cadute a terra, nacquero i cavoli cappucci. Tutto questo nobile concistoro, per mancanza di risoluzione categorica fu preso da sete mirifica talché in quel consiglio furono bevuti più di settantotto barili di nettare. Per mio consiglio voi convertiste cane e volpe in pietre. Subito sparì ogni perplessità, subito per tutto il nostro grande Olimpo fu gridato: tregua alla sete ! Ciò avvenne l'anno dei coglioni molli, presso Taumessa, fra Tebe e Calcide.
Seguendo quell'esempio, opino che pietrificate oggi anche questo cane e questa volpe. La metamorfosi non è nuova, entrambi si chiamano Pietro. E poiché, secondo un proverbio limosino, a far la bocca d'un forno ci vogliono tre pietre, a quei due assocerete mastro Pietro di Coignet già pietrificato da voi per la stessa ragione. I tre Pietri morti saranno disposti in forma triangolare equilatera sul pavimento del gran tempio di Parigi, coll'ufficio di smorzare col naso, come al gioco del fochetto, le candele, torcie, ceri, bugie e fiaccole. [Pena adatta] a quelli che, vivi, accendevano coglionescamente il fuoco delle fazioni, le simulazioni, le sette coglionesche e il parteggiare degli oziosi studenti. E così sia a memoria perpetua che queste piccole filautie coglioniformi furono da voi spregiate più che condannate.
Ho detto.
- Il vostro parere è benigno a quanto vedo, mio bel messer Priapo, disse Giove. Non a tutti siete così favorevole. Infatti, considerato che tanto bramano perpetuare la memoria del loro nome, è assai meglio per loro essere dopo la vita convertiti in pietre dure e marmoree piuttosto che marcire e ritornare terra.
Qui dietro, verso il mar Tirreno e i luoghi circonvicini all'Apennino, vedete voi le tragedie suscitate da certi pastofori? Questa furia durerà il suo tempo come i forni dei Limosini, poi finirà, ma non così presto. Vi avremo molto passatempo. Ma c'è un inconveniente: la munizione dei fulmini scarseggia da quando voialtri condei, per mia particolare concessione, ne avete lanciato senza risparmio su la nuova Antiochia. Così come poi a esempio vostro i presuntuosi campioni che avevano assunto di difendere contro ogni assalitore la fortezza di Dindenarios, consumarono le munizioni per tirare ai passeri, e non avendo di che difendersi nel momento del bisogno, cedettero valorosamente la piazza e s'arresero al nemico che già stava per levar l'assedio, forsennato e disperato dal pensiero urgente di ritirarsi con vergogna. Provvedete dunque al bisogno, figlio mio Vulcano. Svegliate i vostri ciclopi addormentati, Asterope, Bronte, Arges, Polifemo, Sterope, Piracmone, metteteli all'opera e date loro da bere a modo. Con gente da fuoco non si risparmi vino. Ed ora sbrighiamo quel cicalone laggiù. Mercurio, vedete un po' chi è e sappiatemi dire ciò che vuole.
Mercurio dà un'occhiata giù dal buco dei cieli, donde gli dei ascoltano ciò che si dice quaggiù in terra, e che somiglia propriamente al boccaporto d'una nave. [Icaromenippo diceva che somiglia alla bocca d'un profondo pozzo]. Vede che è Cogliatris che domanda la scure perduta e ne fa relazione al consiglio.
- Veramente, disse Giove, siamo bene aggiustati! Non avevamo proprio altro da fare che restituire scuri perdute! Ma insomma bisogna restituirgliela. Ciò è scritto nel destino, intendete? Ed è come valesse il ducato di Milano. E in verità quella scure per lui ha tanto pregio quanto un re può stimare il suo reame. Su, su, che riabbia la sua scure e non se ne parli più. Passiamo a risolvere la questione del clero e della talperia di Landarossa. A che punto eravamo?
Priapo restava in piedi all'angolo del camino e avendo intesa la relazione di Mercurio, con tutta cortesia e giovanile gentilezza disse:
- Re Giove, al tempo che per ordinanza vostra e per vostra particolare concessione ero guardiano dei giardini in terra, notai che questa parola coignée significa parecchie cose. Significa un certo strumento che serve a fendere e tagliar legna; significa altresì, o almeno significava, la femmina in tutto punto e di frequente strofinettifregata; e vidi che tutti i buoni compagnoni chiamavano la loro bella putta: mia coignée: poiché con questo ferramento (e in ciò dire esibiva il suo manico semicubitale) essi le incuneavano sì fieramente e arditamente coi loro manichi, che esse restavan esenti da una paura epidemica nel sesso femminino cioè che la coignée, per mancanza di quel sostegno abbia loro a cadere dal basso ventre sui talloni.
E mi ricordo (giacché ho mentula, voglio dir memoria, così bella e grande da empirne un vaso da burro) mi ricordo che un giorno della Tubilustre, festeggiandosi a maggio il nostro buon Vulcano, udii in una bella spianata, Josquin des Prez, Olkegan, Hobrethz, Agricola, Brumel, Camelin, Vigoris, de la Fage, Bruyer, Prioris, Seguin, de la Rue, Midy Moulu, Mouton, Guascoigne, Loyset, Compere, Penet, Fevin, Mouzee, Richardfort, Rousseau, Consilion, Constantio Festi e Jacquet Bercan che cantavano melodiosamente:
Grand Tibault, se voulant coucher
Avecques sa femme nouvelle
S'en vint tout bellement cacher
Un gros maillet en la ruelle.
"O! mon doux amy (ce dist elle),
Quel maillet vous voy je empoigner?
- C'est (dist il) pour mieulx vous coingner.
- Maillet (dist-elle) il n'y faut nul;
Quand gros Jean me vient besoingner,
Il ne me coigne que du cul".
Nove olimpiadi e un anno bisestile dopo (oh che bella mentula, ovverossia memoria! Mi avviene spesso di sbagliare nella simbolizzazione e colleganza di queste due parole) udii Adriano Villart, Gombert, Janequin, Arcadelt, Claudin, Certon, Machincourt, Auxerre, Villers, Sandrin, Sohier, Hesdin, Morales, Passereau, Maille, Maillart, Iacotin, Heurteur, Verdelot, Carpentras, l'Heritier, Cadéac, Doublet, Vermont, Bouteiller, Lupi, Pagnier, Millet, du Mollin, Alaire, Marault, Morpain, Gendre, e altri allegri musici, in un giardino privato, sotto un bel frascato, intorno a un bastione di bottiglie, prosciutti, pasticci e belle schidionate di quaglie, cantare graziosamente:
S'il est ainsi que coingnée sans manche,
Ne sert de rien, ne houstil sans poignée,
Afin que l'un dedans l'autre s'emmanche,
Prends que sois manche et tu seras coingnée.
Ora, continuò Priapo, sarebbe a sapersi quale specie di scure domanda quel cicalone di Cogliatris.
A queste parole tutti i venerabili dei e dee scoppiarono a ridere come un microcosmo di mosche. Vulcano, colla sua gamba storta vi fece per amor di Venere tre o quattro saltelli a modino.
- Orsù, orsù, disse Giove a Mercurio, scendete ora laggiù e gettate ai piedi di Cogliatris tre scuri: la sua, un'altra d'oro, ed una terza d'argento, massiccie e tutte d'un calibro. E dategli facoltà di scegliere, se egli prenderà e si contenterà della sua donategli le altre due. Se invece della sua ne prendesse un'altra, con la sua tagliategli la testa e fate così d'ora innanzi a quanti perderanno scure.
Ciò detto, Giove, torcendo la testa come una scimmia che ingoia pillole, fece un grugno tanto spaventevole che tutto il grande Olimpo ne tremò.
Mercurio col suo cappello a punta, il mantellino, le talloniere e il caduceo, si getta giù dal buco dei cieli, fende il vuoto dell'aria, scende leggermente a terra e butta ai piedi di Cogliatris le tre scuri, poi gli dice:
- Hai gridato abbastanza per bere. Le tue preghiere sono esaudite da Giove. Guarda quale di queste tre scuri sia la tua e pigliatela.
Cogliatris solleva la scure d'oro; la guarda e la trova ben pesante; poi dice a Mercurio:
- Marameo ! Questa non è la mia; non la voglio.
Altrettanto fa colla scure d'argento e dice:
- Non è questa; ve la lascio.
Poi prende in mano la scure da boscaiuolo, la guarda in fondo al manico e vi riconosce il suo segno. Allora trasalendo di gioia come una volpe che incontra galline smarrite e sorridendo della punta del naso disse:
- Merdirindina, è proprio la mia! Se volete lasciarmela vi sacrificherò un buono e grande vaso di latte sopraffino coperto di belle fragole agli idi (il 15) di maggio.
- Te la lascio, prendila pure, buon uomo, disse Mercurio. E poiché hai scelto e desiderato mediocrità in materia di scure, per volontà di Giove ti dono anche le altre due. Hai d'ora innanzi di che farti ricco. Sii uomo da bene.
Cogliatris ringrazia cortesemente Mercurio, riverisce il grande Giove; attacca la vecchia scure alla sua cintura di cuoio e se la cinge sopra il culo come Martino di Cambray.
Le due altre più pesanti se le carica sulle spalle. E così se ne va pomposamente per il paese facendo buon viso ai suoi comparrocchiani e vicini e dicendo loro la piccola frase di Patelin:
Oh sì che ne ho!
L'indomani vestito d'un gabbano bianco, caricate sulle spalle le due preziose scuri, si reca a Chinon, città insigne, città nobile, città antica, anzi la prima città del mondo secondo il giudizio e l'asserzione dei più dotti massoreti. A Chinon cambia la sua scure d'argento in bei testoni e altra moneta bianca; la sua scure d'oro in bei saluti, bei montoni dalla gran lana, belle ridde, bei reali, belli scudi del sole. E ne acquista molte fattorie, molti granai, molti poderi, molte masserie, molte case e casini di campagna, molte cascine, prati, vigne, boschi, terre arabili, pascoli, stagni, mulini, orti, saliceti, buoi, vacche, pecore, montoni, capre, troie, maiali, asini, cavalli, galline, galli, capponi, pollastri, oche, germani, anitre, anitroccoli e pulcini; e in poco tempo fu l'uomo più ricco del paese; anche più di Maulevrier lo zoppo.
I contadini liberi e la buona gente del vicinato furono ben stupiti di vedere quella fortuna di Cogliatris; e nei loro spiriti la pietà e commiserazione che avevano avuto pel povero Cogliatris si convertì in invidia per le sue ricchezze tanto grandi e inopinate. E cominciarono a correre, a domandare, a commentare a informarsi in che modo, in qual luogo, in che giorno, a che ora, come e a che proposito gli fosse capitato quel tesoro. E saputo che tutto doveva all'aver perduto la sua scure,
- Ehn, ehn, dissero non occorreva che perdere una scure per diventar ricchi? Il mezzo è facile e costa ben poco. Tale è dunque oggi la rivoluzione dei cieli, la costellazione degli astri e l'aspetto dei pianeti, che chiunque perderà una scure diventerà perciò subito ricco? Ehn, ehn, ehn, ah, per Dio cara la mia scure, non ve ne dispiaccia, preparatevi a essere perduta.
Allora tutti perdettero le loro scuri. Al diavolo se vi fu uno a cui rimanesse la sua scure. Non c'era figlio di buona madre che non perdesse la sua scure. E per mancanza di scuri più non s'abbatteva, più non si spaccava legna nel paese.
E aggiunge l'apologo di Esopo che certi genspilluomini di basso rilievo che avevano venduto a Cogliatris il piccolo prato o il piccolo mulino per fare semplice sfoggio di pompa, avvertiti come e per che modo gli fosse pervenuto il tesoro, vendettero le loro spade per comprare scuri affine di perderle come facevano i contadini e acquistare con quelle perdite, allegri mucchi d'oro e d'argento. Avreste propriamente detto fossero romei che vendessero la loro roba, prendessero a prestito l'altrui, per comprare le indulgenze da un papa nuovo. Ed ecco grida, e preghiere, e lamenti, e invocazioni a Giove:
- La mia scure! la mia scure! Giove! La mia scure di qua, la mia scure di là, la mia scure! oh, oh, oh, oh, Giove! la mia scure!
L'aria tutto intorno risonava delle grida e delle urla di quei perditori di scuri.
Mercurio fu pronto ad apportar loro le scuri offrendo a ciascuno la sua perduta, un'altra d'oro e una terza d'argento.
Tutti sceglievano subito quella d'oro e la prendevano ringraziando Giove il gran donatore; ma nel momento che si chinavano curvandosi per alzarla da terra, Mercurio, secondo il decreto di Giove, tagliava loro la testa.
Il numero delle teste tagliate fu eguale e corrispondente a quello delle scuri perdute.
Ecco ciò che vuol dire, ecco ciò che avviene a quelli che con semplicità si augurano e desiderano cose mediocri. Prendetene esempio tutti voialtri fannulloni da strada che non rinunciereste - dite - ai vostri desideri per diecimila franchi d'entrata. D'ora innanzi non parlate più con tanta imprudenza come talvolta v'ho udito sospirando: "Piacesse a Dio che avessi ora cento e settantotto milioni d'oro! Oh come trionferei!" Un accidente! Che potrebbe augurarsi di più un re, un imperatore, un papa?
E imparate dall'esperienza che facendo tali voti smodati non vi capiti addosso la tigna e la rogna e non un quattrino in borsa; non più che a quei due lazzaroni che facevan voti all'ingrosso alla moda di Parigi.
L'uno dei quali augurava di possedere tanti belli scudi del sole quanti sono stati spesi a Parigi comprando e vendendo dal giorno in cui furono gettate le prime fondamenta all'ora presente; il tutto stimato al tasso, vendita e valore dell'annata più cara che sia passata in questo lasso di tempo. Aveva cattiva bocca a parer vostro? Aveva mangiato prugne acerbe senza pelarle? Gli legavano i denti?
L'altro faceva voti che il tempio di Notre Dame fosse tutto pieno d'aghi d'acciaio dal pavimento fino all'alto delle volte e possedere tanti scudi del sole quanti potrebbero entrare in tanti sacchi quanti, messi tutti insieme, si potrebbero cucire con ciascuno di quegli aghi fino a che tutti fossero rotti o spuntati.
Risultato?
Alla sera ciascuno dei due ebbe:
Geloni al tallone,
Un canchero al mento,
Mala tosse al polmone,
Catarro nel gozzo,
Bubboni al groppone.
e al diavolo il boccon di pane per stuzzicarsi i denti!
Desiderate cose mediocri e le otterrete, e otterrete anche più, debitamente lavorando tuttavia e dandovi dattorno.
Ma, dite voi, Dio essendo onnipotente, potrebbe dare settantottomila colla stessa facilità con cui darebbe la tredicesima parte d'una metà. Un milione d'oro vale per lui quanto un quattrino.
Ahi, ahi, ahi! E chi v'ha insegnato, povera gente, a discorrere e parlare così della potenza e predestinazione di Dio? Silenzio! St, st, st! Umiliatevi davanti al suo sacro aspetto e riconoscete le vostre imperfezioni.
Su ciò, gottosi miei, fondo la mia speranza, e credo fermamente che, se piace al buon Dio, voi otterrete la salute, poiché nulla domandate ora più che la salute. Attendete ancora un po': una mezza oncia di pazienza!
Così non fanno i Genovesi, i quali il mattino, nei loro scagni, e uffici, dopo aver pensato, esaminato e risoluto da chi possano spillare danaro quel giorno, e chi debba essere dalla loro astuzia belinato, corbinato, ingannato e imbrogliato, se ne scendono in piazza e si salutano fra loro dicendo: Sanità et guadain, messer.
Essi non si contentano della salute, bramano per giunta il guadagno, ossia gli scudi di Guadagno. Onde avviene spesso che non ottengono né l'uno né l'altro.
Ora tossite un buon colpetto in buona salute, bevetene tre, scuotete allegramente le orecchie e udrete meraviglie del nobile e buon Pantagruele.
CAPITOLO I.
Come qualmente Pantagruele s'imbarcò per andare a visitare l'oracolo della divina Bacbuc.
Nel mese di giugno, il giorno delle feste Vestali, lo stesso nel quale Bruto conquistò la Spagna e soggiogò gli Spagnuoli, e che Crasso, l'avaro, fu vinto e disfatto dai Parti, Pantagruele prese congedo dal buon Gargantua suo padre, il quale (come era lodevole costume nella Chiesa primitiva tra i santi cristiani) pregò per la prospera navigazione del figlio e di tutti i compagni suoi.
S'imbarcò al porto di Talassa insieme con Panurgo, Fra Gianni degli Squarciatori, Epistemone, Ginnasta, Eustene, Rizotoma, Carpalim e altri servitori suoi e antichi domestici, e con Xenomane, il grande viaggiatore ed esploratore di vie perigliose, mandato a chiamare da Panurgo e arrivato alcuni giorni prima. Egli, per certe e buone ragioni, aveva lasciato a Gargantua e segnato nella sua grande carta idrografica dell'universo, la rotta che dovevano seguire per andare a visitare l'oracolo della divina Bottiglia Bacbuc. Il numero delle navi fu quale vi ho riferito nel terzo libro e a scorta delle triremi, erano ramberghe, galeoni, liburniche in numero eguale, bene equipaggiate, ben calatafate, ben munite, con abbondanza di Pantagruelione. L'assemblea di tutti gli ufficiali, turcimanni, piloti, capitani, nocchieri, fadrini, rematori e marinai ebbe luogo nella talamega. Così era chiamata la grande nave maestra di Pantagruele che aveva a poppa per insegna una grande, ampia bottiglia metà d'argento ben liscio e forbito l'altra metà d'oro, smaltato di colore incarnato. In che era facile giudicare che bianco e chiaretto erano i colori dei nobili viaggiatori e che andavano alla cerca del responso della bottiglia.
Sulla poppa della seconda nave era levata in alto una lanterna arcaica fatta industriosamente di fengite e pietra speculare, ciò denotava che sarebbero passati per il Lanternese.
La terza aveva per insegna un bello e profondo nappo di porcellana. La quarta un'anforetta d'oro a due anse come un'urna antica. La quinta un boccale insigne di matrice di smeraldo. La sesta una borraccia monacale composta di quattro metalli insieme. La settima un imbuto di ebano tutto ricamato d'oro, a opera di tarsia. L'ottava un calice d'edera preziosissimo, rilegato d'oro damascato. La nona una brenta d'oro raffinato. La decima una tazza d'odoroso legno d'aloè intrecciato con fili d'oro di Cipro, secondo l'arte dei Persiani. L'undecima una corba da vendemmia fatta d'oro alla mosaica. La duodecima un barile opaco, coperto d'una vignetta di grosse perle indiane quasi a opera di giardinaggio.
Non v'era alcuno così triste, e irritato, e ringhioso, o melanconico, fosse pure Eraclito il piagnucolone, cui non si rinnovasse la giocondità e non si squassasse la milza al sorriso vedendo quel nobile convoglio di navi colle loro insegne; nessuno che non dicesse essere i viaggiatori tutti beoni e gente da bene e non stimasse con prognostico sicuro dover essere quel viaggio sia all'andata che al ritorno, compiuto con allegrezza e sanità.
Nella talamega adunque fu tenuta l'assemblea generale. Pantagruele fece loro una breve e santa esortazione tutta confortata di passi della Santa Scrittura sull'argomento della navigazione. Finita la quale fu recitata un'alta e chiara preghiera a Dio udita e intesa da tutti gli abitanti del borgo e della città di Talassa, accorsi al molo per veder l'imbarco.
Dopo l'orazione fu cantato melodiosamente il salmo del santo Re David, che comincia: Quando Israele uscì dall'Egitto... Finito il salmo furono allestite le mense sopra il ponte e prontamente portate le vivande. I Talassiani, che avevano anch'essi cantato il salmo, fecero portare dalle loro case quantità di viveri e vini. Tutti bevvero alla salute dei viaggiatori. I viaggiatori bevvero alla salute di tutti. E fu questa la ragione per la quale nessuno dell'assemblea non vomitò mai per mal di mare e non ebbe mal di stomaco né di testa. Ai quali inconvenienti non si sarebbero tanto comodamente sottratti né bevendo qualche giorno prima acqua di mare, o pura o mescolata con vino, né usando polpa di cotogne, o scorza di limone, né succo di mele granate agrodolci, né stando lungamente a dieta, né coprendosi lo stomaco di carta, né ricorrendo a qualsiasi altro dei rimedi che i matti medici ordinano a chi s'imbarca per mare.
Dopo aver reiterato di frequente il bere, ciascuno si ritirò nella sua nave e in buon'ora fecero vela con vento di greco e di levante, secondo il quale il pilota capo, chiamato Jamet Brayer, aveva indicato la rotta e diretto le calamite di tutte le bussole. L'avviso suo, e anche quello di Xenomane era questo: che trovandosi l'oracolo della divina Bacbuc presso il Catai nell'India superiore non conveniva prendere la rotta ordinaria dei Portoghesi i quali, passando per la zona torrida e il capo di Buona Speranza sotto la punta meridionale dell'Africa, e oltre l'equinoziale e perdendo di vista l'emisfero settentrionale fanno navigazione enorme. Conveniva invece seguire ben dappresso il parallelo della detta India e girare intorno al polo settentrionale per via d'occidente di maniera che girando sotto il settentrione l'avrebbero avuta all'altezza del porto di Olona, senza avvicinarsi di più per paura d'entrare ed esser trattenuti dal Mar Glaciale. E seguendo questa deviazione regolare per lo stesso parallelo avrebbero avuto a destra verso il levante ciò che alla partenza era a sinistra.
E ciò fu loro di grande giovamento. Infatti senza naufragio, senza pericolo, senza perdita di persone, in gran serenità (eccetto un giorno presso l'isola dei Macreoni) fecero in meno di quattro mesi il viaggio dell'India Superiore che i Portoghesi farebbero con pena in tre anni con mille fastidi e pericoli innumerevoli. Ed è mia opinione, salvo errore, che la stessa rotta fu seguita da quegli Indiani che navigarono fino alla Germania e furono onorevolmente trattati dal re degli Suedi, al tempo in cui Q. Metello Celere era proconsole in Gallia come scrivono Cornelio Nepote, Pomponio Mela e Plinio dopo loro.
CAPITOLO II.
Come qualmente Pantagruele nell'isola di Medamothi, comperò parecchie belle cose.
Per quel giorno e i due seguenti non videro terra né alcunché di nuovo. Poiché altre volte avevano arato quella rotta. Al quarto giorno scoprirono un'isola chiamata Medamothi, bella e piacevole all'occhio grazie ai fari e alle alte torri marmoree ond'era ornato tutto il circuito, non meno grande del Canadà.
Pantagruele chiese chi vi dominasse e intese che era il re Filofane, allora assente per il matrimonio di suo fratello Filoteamone con l'infanta del reame degli Engis. Sceso al porto mentre le ciurme delle sue navi facevano acqua, contemplava i quadri diversi, le tappezzerie, gli animali, pesci, uccelli e altre merci esotiche e peregrine depositati sulla banchina del molo e sotto le tettoie del porto. Infatti era il terzo giorno della grande e solenne fiera del luogo, nel quale convenivano tutti i più ricchi e famosi mercanti d'Africa e d'Asia. Fra Gianni vi comprò, tra l'altro, due rari e preziosi quadri nell'un dei quali era ritratto al vivo il volto d'un appellante, nell'altro un servo che cerca padrone; ed erano stati immaginati e dipinti con tutte le qualità che loro s'addicevano: gesti, portamento, aspetto, andatura, fisionomia ed espressione, da Mastro Carlo Chamois pittore del re Megisto. Li pagò in moneta di scimmia.
Panurgo comperò un gran quadro copiato dal ricamo eseguito anticamente ad ago da Filomela la quale esponeva e rappresentava a sua sorella Progne come qualmente il cognato Tereo l'avesse spulzellata e le avesse mozzata la lingua affinché non rivelasse il delitto. Vi giuro per il manico di questo lampione che era pittura galante e mirifica. Non pensate vi prego che vi fosse ritratto un uomo accoppiato con una ragazza, cosa sciocca a grossolana. Si trattava di ben altro e più intelligente. Potrete vederlo in Teleme sull'entrata dell'alta galleria, a mano sinistra.
Epistemone ne comprò un altro nel quale erano dipinte come vive le idee di Platone e gli atomi di Epicuro. Rizotoma ne comprò uno nel quale era raffigurata Eco al naturale.
Pantagruele fece comprare da Ginnasta la vita e le geste di Achille esposte in settantotto arazzi d'alto liccio lunghi quattro tese e larghi tre, tutti di saia frigia ricamata d'oro e d'argento. Gli arazzi cominciavano colle nozze di Peleo e di Teti, continuavano colla natività di Achille e la sua giovinezza secondo il racconto di Stazio Papinio, poi le imprese e le battaglie celebrate da Omero, la morte e le esequie secondo la descrizione di Ovidio e Quinto Calabro e infine l'apparizione dell'ombra sua e il sacrificio di Polissena descritti da Euripide.
Fece comprare anche tre belli e giovani unicorni, un maschio di pelo alezano tostato e due femmine di grigio pomellato, e inoltre un tarando vendutogli da uno Scita della regione dei Geloni.
Il tarando è un animale grande come un torello, con testa come di cervo, un po' più grande, e corna insigni largamente ramificate; i piè forcuti, il pelo lungo come d'un grande orso e la pelle un po' meno dura d'una corazza. Diceva quel Celone che ben pochi era dato trovarne nella Scizia, perché cambiano colore secondo la varietà dei luoghi dove pascolano e dimorano, imitando il colore delle erbe, arbusti, fiori, terreni, prati, roccie e generalmente d'ogni cosa a cui s'avvicinano.
Questa facoltà gli è comune col polpo marino, cioè il polipo, col thoe, coi licaoni dell'India, col camaleonte specie di lucertola tanto ammirabile che Democrito ha scritto un libro intero sulla sua figura, anatomia, virtù e proprietà magica. Vero è che io l'ho visto mutar colore non solamente all'accostarsi di oggetti colorati, ma da sé a seconda della paura e delle impressioni che riceveva. Per esempio sopra un tappeto verde io l'ho visto con certezza verdeggiare; ma poi, restandovi un po' di tempo, diventar successivamente giallo, azzurro, color marrone, violetto, allo stesso modo che vedete la cresta d'un gallo d'India mutar colore a seconda delle impressioni. E trovammo soprattutto ammirabile in quel tarando che mutasse non solamente il colore del muso e della pelle, ma anche del pelo a seconda delle cose vicine; presso Panurgo vestito della sua toga di bigello, il pelo gli diventava grigio; presso Pantagruele coperto del suo manto scarlatto, pelo e pelle diventavano rossi, presso il pilota vestito al modo dei sacerdoti isiaci di Anubi in Egitto, il pelo appariva tutto bianco. I quali due ultimi colori sono invece negati al camaleonte. Quando poi era libero di paura o altra affezione il suo pelo era come quello degli asini di Meung.
CAPITOLO III.
Come qualmente Pantagruele ricevette una lettera dal padre Gargantua e della strana maniera di saper subito notizie da paesi stranieri e lontani.
Mentre Pantagruele era occupato nella compera di quegli animali peregrini furono uditi dal molo dieci spari di verse e falconetti, e insieme grandi grida da tutte le navi. Pantagruele si volge verso l'imboccatura del porto e vede arrivare una delle fregate di suo padre Gargantua chiamata la Celidonia perché recava al sommo della poppa una rondine marina scolpita in bronzo corinzio. È un pesce grande come un dardo della Loira, tutto carnoso, senza squame, con ali cartilaginose come quelle dei pipistrelli, molto lunghe e larghe grazie alle quali l'ho visto spesso volare alto sull'acqua una tesa e per la lunghezza d'un trar d'arco. A Marsiglia lo chiamano lendole. Era dunque quel vascello leggero come una rondine di guisa che sembrava volare sul mare piuttosto che vogare. Era a bordo Malicorno lo scudiere scalco di Gargantua, inviato espressamente da lui per sentire come stesse suo figlio, il buon Pantagruele, e portargli lettere di credito.
Pantagruele, dopo l'abbraccio e gli sberrettamenti graziosi, prima di aprir le lettere o di tener altri discorsi a Malicorno, gli domandò:
- Avete portato con voi il gozal messaggero celeste?
- Sì, rispose, è qui dentro avviluppato in questo paniere.
Era un piccione preso dalla colombaia di Gargantua mentre covava i suoi piccoli al momento in cui la fregata stava per partire. Se Pantagruele avesse avuto fortuna avversa gli avrebbe allacciato ai piedi nastrini neri, ma poiché tutto gli era andato a seconda e prosperamente, fattolo sciogliere gli attaccò ai piedi una fettuccina di seta bianca e subito, senza indugio, lo lanciò all'aria in piena libertà. Il piccione volò via veloce affrettandosi con incredibile rapidità ché nulla è piu rapido del volo del colombo quando ha l'ova o i piccoli, per l'ostinata sollecitudine messa in lui da natura, di ritrovare e soccorrere i suoi colombini. Onde in meno di due ore percorse per l'aria il lungo tratto compiuto dalla fregata con estrema diligenza in tre giorni e tre notti andando a remi e a vele con vento continuo in poppa. E il gozal fu visto rientrare nella colombaia al nido de' suoi piccoli. E allora avendo inteso il prode Gargantua che recava fettuccina bianca, si rallegrò sicuro della buona salute di suo figlio.
Questa era l'usanza dei nobili Gargantua e Pantagruele quando volevano saper notizie prontamente di cose che stavano loro molto a cuore e veementemente desiderate, come l'esito di qualche battaglia sia per mare o per terra, la presa o la resistenza di qualche fortezza, l'aggiustamento di qualche conflitto importante, il parto felice o no di qualche regina o grande dama, la morte o la convalescenza di amici alleati loro, malati, e via dicendo. Essi prendevano il gozal e lo facevano portare per le poste di mano in mano fino ai luoghi donde desideravano le notizie. Il gozal, recante fettuccia nera o bianca secondo le occorrenze e gli accidenti, col suo ritorno li toglieva da preoccupazioni percorrendo più strada per aria in un'ora che non avessero fatto per terra trenta poste in un giorno intero. Così guadagnavano tempo. E credete come cosa verosimile che nelle colombaie delle loro cascine, in tutti i mesi e le stagioni dell'anno si trovavano in quantità piccioni in covo coll'ova o i piccoli. Ciò ch'è facile ottenere usando salnitro di roccia e la sacra verbena.
Dopo aver sciolto il gozal Pantagruele lesse la lettera del padre Gargantua, che diceva così:
"Carissimo figlio.
L'affezione naturale del padre verso il figlio amatissimo è in me tanto accresciuta per la considerazione e ammirazione delle grazie particolari riposte in te per elezione divina che, dopo la tua partenza, mi ha tolto, e non una volta sola, ogni pensiero, lasciandomi in cuore questa unica preoccupante paura che il vostro imbarco sia stato accompagnato da qualche inconveniente o fastidio: tu sai bene che al buono e sincero amore è sempre congiunto il timore. E poiché, come dice Esiodo, chi ben comincia è alla metà dell'opra e secondo il comune proverbio, all'infornare si fa il pan cornuto, per trarre il mio spirito da quest'ansietà ho inviato espressamente Malicorno, affinché egli mi accerti della tua salute nei primi giorni del viaggio.
E se l'inizio è prospero, come auguro, mi sarà facile prevedere, prognosticare e giudicare del resto. Ho trovato alcuni allegri libri che ti saranno rimessi dal portatore della presente. Li leggerai quando vorrai rinfrescarti la mente sui tuoi studi migliori. Il detto portatore ti dirà ampiamente tutte le notizie sulla nostra Corte. Che la pace dell'Eterno sia con te. Saluta Panurgo, Fra Gianni, Epistemone, Xenomane, Ginnasta, e gli altri tuoi famigliari, miei buoni amici.
Dalla tua casa paterna il 13 giugno.
Tuo padre e amico,
GARGANTUA"
CAPITOLO IV.
Come qualmente Pantagruele scrive a suo padre Gargantua e gl'invia parecchie belle e rare cose.
Dopo la lettura della lettera su detta, Pantagruele ebbe molti discorsi con Malicorno e si trattenne con lui sì lungamente che Panurgo li interruppe dicendo:
- E quando berrete voi? Quando berremo noi? Quando berrà il signor scudiere? Non avete abbastanza sermoneggiato per bere?
- Ben detto, rispose Pantagruele. Fate preparare la colazione in cotesto albergo qui vicino, dove pende l'insegna del satiro a cavallo. E intanto per la missione dello scudiere, scrisse a Gargantua come segue:
"Mio buon padre.
Come in tutti i casi impensati e insospettati della nostra vita transitoria i nostri sensi e facoltà spirituali soffrono turbamenti più enormi (a tal segno sovente da sciogliere l'anima del corpo anche se le notizie improvvise siano liete e desiderate) e più formidabile che se quei casi fossero stati attesi e previsti, così m'ha grandemente commosso e agitato l'inopinata venuta del vostro scudiere Malicorno, poiché non speravo vedere alcuno dei vostri domestici, né udir notizie di voi prima della fine di questo nostro viaggio. E volentieri mi abbandonavo al dolce ricordo della augusta maestà vostra, figurata o meglio scolpita e incisa nel posteriore ventricolo del mio cervello che spesso me la richiama alla mente nell'aspetto suo naturale come viva.
Ma poiché mi avete prevenuto col beneficio della vostra graziosa lettera e l'anima mia s'è rallegrata alle notizie ricevute dal vostro scudiere sulla prosperità e salute vostra e insieme della vostra real casa, devo per forza ciò che prima facevo volontariamente, lodare anzitutto il benedetto Salvatore il quale, per la sua divina bontà, vi conserva lungamente in salute perfetta, in secondo luogo ringraziarvi eternamente del fervido e inveterato affetto che sentite per me vostro umilissimo figlio e inutile servitore.
Una volta un Romano chiamato Furnio, disse a Cesare Augusto, il quale aveva graziato e perdonato suo padre già seguace della fazione di Antonio: Facendomi oggi questo beneficio, m'hai ridotto a tale ignominia che per forza, in vita e in morte dovrò esser reputato ingrato per l'insufficienza della gratitudine. Così io potrò dire che l'eccesso del vostro affetto paterno mi costringe in questa angustia e necessità che mi converrà vivere e morire ingrato. Senonché potrò da tal crimine essere sollevato considerando la sentenza degli Stoici i quali dicevano esservi tre parti in un beneficio; l'una di chi dona, l'altra di chi riceve, la terza di chi ricompensa, e chi riceve può assai bene ricompensare il donatore quando accetti volentieri il beneficio e lo conservi in memoria perpetua. Come per contro è il più ingrato del mondo colui che riceve e spregia od oblia il beneficio.
Essendo adunque oppresso dagli obblighi infiniti creati dalla vostra immensa benignità e impotente a ricompensarli, sia pure in minima parte, mi salverò almeno da colpa perciò che la memoria non ne sarà mai cancellata dall'anima mia, e la mia lingua non cesserà mai di riconoscere e proclamare che rendervi grazie condegne è cosa trascendente la mia facoltà e potere.
Quanto al resto, ho fede che la commiserazione e aiuto di nostro Signore faranno sì che la fine della nostra peregrinazione corrisponderà all'inizio e tutto si compierà con allegrezza e salute perfetta. Non mancherò di scrivere in commentari giorno per giorno tutte le vicende della nostra navigazione affinché al nostro ritorno possiate averne lettura veridica.
Ho trovato qui un tarando di Scizia, animale strano e meraviglioso, causa le variazioni di colore nella sua pelle e nel suo pelo secondo la tinta delle cose vicine. Vogliate gradirlo. È mansueto e facile a nutrire come un agnello. V'invio parimenti tre giovani unicorni, più domestici e tranquilli dei gattini. Ho parlato collo scudiere a proposito del modo di mantenerli. Non pascolano in terra impedendolo il loro lungo corno alla fronte. È quindi necessario si cibino agli alberi fruttiferi, o a rastrelliere apposite, oppure porgendo loro in mano erbe, fasci, mele, pere, orzo, grano, ogni specie insomma di frutta e di legumi. Io mi stupisco che i nostri antichi scrittori li dicano tanto selvatici, feroci e pericolosi e che non siano mai stati visti vivi. Voi avrete prova del contrario, se così vi piace, e troverete in loro la più gran gentilezza del mondo, purché non siano offesi con malizia.
Vi mando pure la vita e le geste di Achille in arazzi assai belli e ingegnosi. E vi assicuro che tutti gli animali, piante, uccelli e gemme nuovi che potrò trovare e procurarmi, ve li porterò tutti coll'aiuto di Dio nostro Signore che prego vi conservi sulla sua santa grazia.
Da Medemothi il 15 giugno.
Panurgo, Fra Gianni, Epistemone, Xenomane, Ginnasta, Eustene, Rizotoma, Carpalim dopo un devoto baciamano ricambiano i vostri saluti centuplicati.
Il vostro umile figlio e servitore.
PANTAGRUELE."
Mentre Pantagruele scriveva questa lettera, Malicorno fu da tutti festeggiato, salutato, abbracciato, a più non posso. Dio sa quante glie ne dissero e quante raccomandazioni gli piovevano addosso da ogni parte. Pantagruele, finita la lettera, diede un banchetto allo scudiere. E gli donò una catena d'oro pesante ottocento scudi, nella quale ad ogni settimo anello erano alternativamente grossi diamanti, rubini, smeraldi, turchesi, unioni. A ciacuno de' suoi marinai fece dare 500 scudi del sole. A Gargantua suo padre inviò il tarando coperto di una gualdrappa di raso trapunto d'oro e insieme gli arazzi con la vita e geste di Achille, e i tre unicorni con gualdrappe di stoffa frisata d'oro. Così partirono da Medamothi, Malicorno per tornarsene da Gargantua, Pantagruele per continuare la sua navigazione. Egli fece leggere in alto mare da Epistemone i libri portati dallo scudiero. E poiché li trovò giocondi e piacevoli ve ne darò volentieri un riassunto, se devotamente me lo chiederete.
CAPITOLO V.
Come qualmente Pantagruele incontrò una nave di viaggiatori che tornavano dal paese delle Lanterne.
Il quinto giorno quando già incominciavamo a girare a poco a poco il polo allontanandoci dall'equinoziale, scorgemmo una nave mercantile che faceva vela a orza verso di noi. Non fu piccola gioia e per noi e pei mercanti, per noi intendere notizie dal mare, per loro intender notizie della terra ferma. Accostandoci sapemmo che erano Francesi del Saintonge e discorrendo e ragionando insieme, Pantagruele intese che venivano dal Lanternese. S'accrebbe anche più l'allegrezza sua e di tutta la sua gente e informandoci delle condizioni del paese e dei costumi del popolo Lanternese fummo avvertiti che verso la fine di luglio era convocato il capitolo generale delle Lanterne e che se giungevamo, come ci era facile, per quella occasione, avremmo veduto la bella, onorevole e gioconda adunata delle Lanterne per la quale si facevano grandi preparativi come se si dovesse lanternare profondamente. Ci fu detto anche che passando pel reame di Gebarin, saremmo stati onorificamente accolti e trattati dal re Ohabè, signore della terra, il quale, come tutti i suoi sudditi, parla il francese della Turenna.
Mentre ascoltavamo queste notizie, Panurgo si mette a questionare con un mercante di Taillebourg di nome Dindenault. La questione sorse così: questo Dindenault vedendo Panurgo senza braghetta coi suoi occhiali attaccati al berretto, parlando di lui coi suoi compagni disse:
- Ecco là una bella medaglia di becco!
Panurgo che, grazie agli occhiali, era fino d'orecchio più del solito, intese la frase e domandò al mercante:
- Come diavolo potrei esser becco se non sono ancora ammogliato, mentre tu lo sei di certo, a giudicare dal tuo brutto muso?
- Lo sono infatti, rispose il mercante, e non vorrei non esserlo per tutti gli occhiali d'Europa né per tutte le lenti dell'Africa, poiché ho una delle più belle, più avvenenti, più oneste, più savie spose che siano in tutto il paese di Saintonge e, senza offender nessuno, di tutti gli altri. Le porto in regalo dal mio viaggio un bel ramo di corallo rosso lungo undici pollici. Ma tu che c'entri? Di che t'immischi? Chi sei tu? Di dove sei, occhialifero dell'anticristo, rispondi se sei dalla parte di Dio.
- Io ti propongo un quesito, disse Panurgo, ecco: se per concessione e favore di tutti gli elementi io avessi sacsacfregavaginafottuto la tua tanto bella, tanto avvenente tanto onesta, e savia sposa per modo che Priapo, il duro Dio dei giardini (il quale, abolita la soggezione delle braghette attaccate, qui abita in libertà) vi fosse rimasto infilzato dentro sì disastrosamente da non poterne più uscire e dovesse restarvi eternamente, se tu non lo tirassi fuori coi denti, che faresti tu? Lo lascieresti là sempiternamente o lo tireresti bellamente coi tuoi denti? Rispondi o beliniere di Maometto, poiché tu sei della parte di tutti i diavoli.
- Io, rispose il mercante, ti darei un bel colpo di spada su cotesta orecchia occhialaia e ti ammazzerei come un montone.
Ciò dicendo voleva sguainare la spada. Ma essa era attaccata al fodero, poiché sul mare, come sapete, ogni arma si arrugginisce causa l'umidità eccessiva e nitrosa.
Panurgo scappò a rifugiarsi da Pantagruele.
Frate Gianni mise mano alla sua durlindana arrotata di fresco e avrebbe crudelmente ucciso il mercante se il capitano della nave e altri passeggeri non avessero supplicato Pantagruele di impedire scandali sul suo vascello. Onde la questione fu aggiustata; Panurgo e il mercante si strinsero la mano e bevettero l'uno alla salute dell'altro in segno di perfetta riconciliazione.
CAPITOLO VI.
Come qualmente, composta la questione, Panurgo contratta con Dindenault una delle sue pecore.
Composta la questione Panurgo disse in confidenza a Epistemone e a Frate Gianni:
- Traetevi qui un po' in disparte e spassatevela allegramente allo spettacolo che vi preparo. Sarà un bel gioco se il diavolo non ci mette la coda.
Poi si rivolse al mercante e bevve di nuovo alla sua salute un nappo ricolmo di buon vino lanternese. Il mercante gli corrispose onestamente con tutta cortesia. Dopo ciò Panurgo lo pregò devotamente di volergli vendere in grazia una delle sue pecore. Il mercante gli rispose:
- Ahimè, ahimè! amico mio, nostro vicino, voi sapete ben canzonare la povera gente. Siete un gentil cliente davvero! Oh il valente compratore di pecore! In fede mia più che di comprator di pecore mi avete la cera d'un borsaiolo. Per San Nicola, compagnone mio, come farebbe bene alla salute stare vicino a voi con una borsa piena sulla pancia, al tempo del disgelo. Ah, ah! Chi non vi conoscesse ne fareste ben delle vostre. Ma vedete, ohe, buona gente, che aria da storiografo!
- Pazienza! disse Panurgo. Ma tornando a noi fatemi una grazia speciale, vendetemi una delle vostre pecore, suvvia, quanto?
- Ma come l'intendete amico nostro, mio vicino? rispose il mercante. Sono pecore di gran lana. Giasone ne trasse il vello d'oro. Di qui deriva l'ordine della casa di Borgogna. Son pecore di levante, pecore d'alto fusto, pecore d'alto lardo.
- Sia pure, disse Panurgo, vendetemene una di grazia, ho le mie buon ragioni; vi pagherò bene e prontamente in moneta di ponente, di cespugli e di basso lardo. Quanto?
- Nostro vicino, amico, mio, rispose il mercante, ascoltate un po' qui dall'altro orecchio.
Panurgo - Ai vostri ordini.
Il mercante - Andate nel Lanternese?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - A vedere il mondo?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Giocondamente?
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Voi vi chiamate, credo, Robin mouton.
Panurgo - Se così vi piace.
Il mercante - Senza indispettirvi.
Panurgo - Così l'intendo.
Il mercante - Voi, siete a quanto pare, il buffone del re.
Panurgo - Veramente.
Il mercante - Piantatela! Ah, ah, ah! Voi andate a vedere il mondo, siete il buffone del re, avete nome Robin mouton; vedete quella pecora là? Si chiama Robin come voi, Robin, Robin, Robin!
- Bè, bè, bè, bè.
- Oh la bella voce!
Panurgo - Assai bella e armoniosa.
Il mercante - Ecco un patto tra me e voi, nostro vicino e amico. Voi che siete Robin Mouton, starete su questo piatto della bilancia, il mio Robin monton starà sull'altro; io scommetto un centinaio d'ostriche di Busch che in peso, valore e stima esso la vince su voi di netto e solleverà in alto il vostro piatto com'è vero che un giorno o l'altro sarete in alto sospeso e impiccato.
- Pazienza! disse Panurgo. Ma voi fareste un gran beneficio a me e alla vostra posterità se voleste vendermela o vendermene qualche altra di basso coro. Orsù, ve ne prego sire, signor mio.
- Amico nostro, rispose il mercante, mio vicino, della lana di queste pecore si faranno le fine stoffe di Rouen: le stoffe delle migliori pezze in confronto non sono che borra. Della pelle si fanno i bei marocchini che vi venderanno per marocchini turchi, o di Montelimart, o di Spagna, a mal che vada. Delle budelle si fanno corde di violini e arpe, che si venderanno care come se fossero corde di Monican o d'Aquileia. Che ne pensate voi?
- Se vi piacerà vendermene una, disse Panurgo, ve ne sarò ben riconoscente. Ecco qui danaro sonante. Quanto?
E mostrava, in ciò dire una scarsella piena di Enrichi nuovi.
CAPITOLO VII.
Continuazione del contratto fra Panurgo e Dindenault.
- Amico mio, nostro vicino, rispose il mercante, non è boccone che da re e da principi. Ha carne tanto delicata e saporosa, e ghiotta, ch'è un balsamo. Ho preso queste pecore in un paese nel quale i maiali (Dio ci protegga!) non mangiano che mirabolani. Le troie (salvo l'onore di tutta la compagnia) nel tempo del pasto non sono nutrite che di fior d'arancio.
- Ma, disse Panurgo, vendetemene una e ve la pago da re, parola di fante. Quanto? - Amico nostro, mio vicino, rispose il mercante, sono pecore della propria razza di quella che portò Frisso ed Elle sul mare detto Ellesponto.
- Canchero! disse Panurgo, voi siete clericus vel adiscens.
- Ma se non son cavoli, son porri, rispose il mercante. Ma rr. rrr. rrrr. rrrr. Oh Robin rr. rrrr. rrrr. Voi non intendete questo linguaggio. Ma, a proposito, in tutti i campi dove pisciano, il grano vien su come se Dio vi avesse pisciato. Non vi occorre né marna, né concime. C'è di più. Dalla loro urina i quintessenziali traggono il miglior salnitro del mondo. Con le loro caccole (non vi dispiaccia) i medici dei nostri paesi guariscono settantotto specie di malattie. La minima delle quali il male di San Eutropio di Saintes, dal quale Dio ci salvi e guardi. Che ne pensate voi nostro cugino, amico mio? E per tutto ciò mi costano caro. - Costi quel che costi, rispose Panurgo. Vendetemene una pagandola bene.
- Amico nostro, mio vicino, disse il mercante, considerate un po' le meraviglie di natura consistenti in questi animali sia pure in un organo che stimereste inutile. Prendetemi un po' quelle corna e trituratele con un pestello di ferro o con un alare, per me è tutt'uno. Poi seppellitele in luogo esposto al sole, dovunque vorrete e inaffiatele spesso. In pochi mesi ne vedrete nascere i migliori asparagi del mondo, non eccettuati neanche quelli di Ravenna. Ditemi ora se le corna di voialtri becchi abbiano tale virtù e proprietà tanto mirifica.
- Pazienza! rispose Panurgo.
- Io non so se voi siate chierco. Ho visto molti chierci becchi, e grandi chierci, dico. Sì, perdiana! A proposito se chierco siete, saprete che negli arti inferiori di questi animali divini, cioè i piedi, c'è un osso, il tallone, o astrogalo se volete (nè si trova in altro animale del mondo fuorché nell'asino indiano e nelle dorcadi di Libia) col quale anticamente si giocava al regale gioco degli aliossi. L'imperatore Ottaviano Augusto vi guadagnò una sera più di 50 mila scudi. Ecco una vincita che non farete mai voialtri becchi.
- Pazienza! disse Panurgo, ma sbrighiamoci.
- E quando, amico nostro, mio vicino, disse il mercante, vi avrò lodato degnamente gli organi interni, le spalle, le coscie, l'alto costato, il petto, il fegato, la milza, le trippe, il ventre, la vescica che serve a giocare alla palla, le costolette delle quali si fabbricano in Pigmione i belli archetti per tirar noccioli di ciliegia contro le gru; e la testa della quale con un po' di zolfo si compone un mirifico decotto per far andare del corpo i cani costipati di ventre...
- Merda merda! disse il capitano della nave al mercante. Avete cianciato anche troppo. Vendigliela se vuoi e se non vuoi non tenerlo più a bada.
- Consento per amor vostro, rispose il mercante. Ma deve pagare tre lire tornesi per capo a sua scelta.
- È caro, disse Panurgo. Nei nostri paesi ne troverei cinque o magari sei per la stessa moneta. Riflettete se non sia troppo. Non siete il primo di mia conoscenza che volendo arricchirsi troppo in fretta è caduto per contro in povertà e talvolta magari s'è rotto il collo.
- La febbre quartana ti colga zotico scioccaccio che sei! disse il mercante. In nome del degno voto di Charrous la più piccola di queste pecore vale quattro volte più della migliore di quelle che i Corassiani in Tuditainia regione della Spagna vendevano a un talento d'oro per capo. E quanto pensi tu che valesse un talento d'oro, o sciocco dalla gran paga?
- Benedetto signor mio, disse Panurgo, voi vi riscaldate, a quanto vedo e comprendo. Ebbene, tenete, ecco il vostro danaro.
Pagato il mercante, Panurgo scelse fra tutto il branco una bella e grande pecora e se la portava via che belava e gridava. E udendola le altre tutte insieme belavano e guardavano da che parte menasse la loro compagna. Intanto il mercante diceva ai suoi pecorai:
- Oh, ha saputo sceglier bene il cliente! Se ne intende il porcaccione! Veramente, quanto è vero Iddio, la riservavo per il signore di Cancale ben conoscendo il suo temperamento. Infatti egli è di sua natura tutto lieto e allegro quando può tenere una spalla di castrato ben sanguinante e appuntino in una mano, come una rachetta mancina, e con un coltello ben tagliente dall'altra. E Dio sa come ci gioca di scherma.
CAPITOLO VIII.
Come qualmente Panurgo fece annegare in mare il mercante e le pecore.
A un tratto, non so come, il caso fu sì improvviso che non ebbi tempo di considerarlo, Panurgo, senza dir altro getta in mare la sua pecora strillante e belante. Tutte le altre pecore strillanti e belanti con pari intonazione, cominciarono a gettarsi con bei salti in mare l'una dietro l'altra. Era una gara a chi vi saltasse prima dietro le compagne. E come voi sapete esser natura delle pecore seguir sempre la prima dovunque vada, così era impossibile trattenerle. Lo dice anche Aristotele, lib. IX de Histor. anim. dove afferma ch'è il più stupido e inetto animale del mondo.
Il mercante spaventato di veder perire annegate davanti a' suoi occhi le sue pecore, si sforzava a tutto potere di impedirle e trattenerle, ma invano. Tutte, l'una dietro l'altra saltavano in mare e perivano. Alla fine ne afferrò per il vello una grande e forte sul ponte credendo così fermarla e salvare per conseguenza il resto. Ma la pecora fu sì potente che trascinò con sé in mare il mercante alla stessa maniera come i pecori di Polifemo, il ciclope guercio, portarono fuori della caverna Ulisse e i suoi compagni. E il mercante annegò. Altrettanto accadde agli altri pastori e pecorai che affannandosi a trattenere le pecore chi per le corna, chi per le gambe, chi per il vello, tutti furono parimenti trascinati in mare e annegarono miseramente. Panurgo, vicino alla cucina agitava un remo non per aiutare i pecorai, ma per impedir loro di arrampicarsi sulla nave e scampare dal naufragio e predicava loro con eloquenza come il fraticello Oliviero Maillard o frate Giovanni Bourgeois dimostrando con passi di retorica le miserie di questo mondo, il bene e la fortuna dell'altra vita, affermando essere i trapassati più felici di coloro che vivono in questa valle di lagrime e promettendo ad ognuno di erigere loro, al ritorno dal Lanternese, un bel cenotafio e sepolcro onorario al sommo del monte Cenisio e se tuttavia non rincresceva loro continuare a vivere fra i mortali, e se proprio non erano soddisfatti di annegare a quel modo, augurava loro buona ventura e l'incontro di qualche balena, la quale dopo tre giorni li restituisse sani e salvi in qualche paese di raso all'esempio di Giona.
Quando la nave fu vuota del mercante e di pecore, Panurgo domandò:
- Resta ancora costì nessuna anima pecorina? Dove sono quelle di Thibault l'Aignelet? E quelle di Regnauld Belin, che dormono quando l'altre pascolano? Io non ne so nulla. Ed ecco un tiro di vecchia guerra! Che te ne pare, Frate Gianni?
- Tutto benone quanto a voi, rispose Fra Gianni. Non trovo nulla a ridire salvo questo, a mio avviso, che come si usava una volta in guerra prometter doppia paga ai soldati nei giorni di battaglia o d'assalto, onde se la battaglia era vinta c'era di che pagare in abbondanza, se perduta sarebbe stato vergogna chieder compenso, come fecero i fuggiaschi Gruyers dopo la battaglia di Cerisola; così era bene che voi riservaste il pagamento della pecora alla fine; in tal modo il danaro restava nella vostra borsa.
- Danaro ben cacato, credete, disse Panurgo. Virtù di Dio, me la sono spassata per più di cinquanta mila franchi. Ritiriamoci ora, il vento è propizio. Ascolta qui, Frate Gianni: nessuno mai mi fece un piacere senza averne ricompensa o, almeno, riconoscenza. Non sono ingrato, né fui, né sarò. Ma nessuno mai mi fece dispiacere che non se ne pentisse o in questo mondo o nell'altro. Non sono sciocco a tal segno.
- Tu ti danni come un vecchio diavolo, disse Fra Gianni. È scritto: Mihi vindictam etc. Materia di breviario.
CAPITOLO IX.
Come qualmente Pantagruele arrivò all'Isola di Ennasin e delle strane parentele di quel paese.
Zefiro continuava a spirare misto con un po' di garbino e avevamo passato un altro giorno senza scoprire terra. Il terzo giorno all'alba delle mosche ci apparve una isola triangolare somigliantissima per forma e posizione, alla Sicilia. La chiamavano l'isola delle Parentele. Uomini e donne vi somigliano a quelli rossi del Poitou, eccetto che hanno, uomini donne e bambini, il naso formato come l'asso di fiori. Per questa ragione il nome antico dell'isola era Ennasin. Tutti colà erano parenti e insieme collegati, e se ne vantavano. Il podestà del luogo ci disse liberamente:
- Voialtri dell'altro mondo considerate cosa ammirabile che da una famiglia romana (i Fabii) durante un giorno (il 13 di febbraio) per una porta (fu la porta Carmentale già situata ai piedi del Campidoglio, fra la rupe Tarpea e il Tevere, denominata poi Scellerata) contro certi nemici dei Romani (gli Etruschi di Veio) uscissero trecento e sei guerrieri tutti parenti, con cinquemila altri soldati vassalli loro, che furono tutti uccisi (presso il fiume Cremera emissario del lago di Bracciano). Ebbene, da questa isola ne usciranno, occorrendo, più di trecentomila tutti parenti e di una sola famiglia.
I loro parentadi e alleanze erano di natura ben strana, poiché essendo così tutti parenti e legati l'uno all'altro, nessuno di essi era padre né madre, fratello né sorella, zio né zia, cugino o nipote, genero o nuora, padrino o madrina l'uno dell'altro. Eccetto, veramente, un gran vegliardo nasuto, il quale, come vidi, a una bambina di tre o quattro anni disse: padre mio! mentre la bimba lo chiamava: figliola mia.
Il parentado e alleanza tra loro era così: che l'uno chiamava una donna: mia magra, e la donna lo chiamava: mio marsuino.
- Quelli lì, disse Fra Gianni, devono ben puzzar di pesce, quando sfregano insieme il loro lardo.
L'uno diceva a una agghindata fanciulla sorridendo: "Buon giorno mia striglia!" Ed ella ricambiava il saluto dicendo: "Tante cose, mio falcevitello".
- Ahi, ahi, ahi! esclamò Panurgo, venite a vedere una striglia, una falce e un vitello. Non si tratta d'uno strigliatore? Questo strigliatore dalla riga nera dev'essere strigliato ben sovente.
Un altro salutò la sua bella dicendo: "Addio mio scrittoio!" ed ella rispose: "Addio mio processo!".
- Per San Trignamo, disse Ginnasta, quel processo deve esser sovente sopra il suo scrittoio.
L'uno chiamava un'altra mio verd ed ella lo chiamava suo coquin.
- Ecco là, disse Eustene, del verdcoquin.
Un altro salutò l'amica dicendo: "Buon dì, mia scure!" ed ella rispose: "Buon dì mio manico!"
- Ventre d'un bue! esclamò Carpalim, come è immanicata codesta scure! E come è inscurato quel manico! Non sarebbe egli per avventura la gran mancia domandata dalle cortigiane romane? o un cordigliere dalla gran manica?
Più avanti vidi un briccone che salutando l'amica la chiamò: mio materasso; ed ella lo chiamò: mia trapunta.
Uno chiamava l'altra: mia mica: ella lo chiamava: mia crosta.
Uno chiamava l'altra: mia pala: ella lo chiamava mio forchetto.
L'uno chiamava un'altra: mia ciabatta: ella lo chiamava pantofola.
L'uno chiamava un'altra: mia scarpa: ella lo chiamava mio stiva-letto.
L'uno chiamava l'altra: la sua manopola: ella lo chiamava il suo guanto.
L'uno chiamava l'altra: la sua cotica: ella lo chiamava: il suo lardo: ed era tra loro parentela come tra cotica e lardo.
Con pari colleganza uno chiamava l'amica: mia frittata: ella: mio uovo: ed erano uniti come una frittata d'ova. Parimenti uno chiamava l'amica: mia trippa: ella lo chiamava: il suo fagotto. Né mai si poté sapere quale parentela, alleanza, affinità, o consanguineità fosse tra loro riferendosi al nostro uso comune, salvoché ci dissero ch'ella era la trippa di quel fagotto.
Un altro salutando l'amica diceva: salute mio guscio! ed ella rispose: salute ostrica mia!
- È un'ostrica nel guscio, disse Carpalim.
Un altro del pari salutava l'amica dicendo: "Buona vita, mio baccello!" Ed ella rispose: "Lunga vita a voi, mio pisello".
- È un pisello nel suo baccello, osservò Ginnasta.
Un altro miserabile villanzone eretto sui suoi zoccolacci di legno, incontrando una grossa, grassa, corta traccagnotta le disse: "Dio ti salvi, il mio zoccolo, la mia tromba, la mia trottola!" Ed ella rispose altera: "E salvi del pari il mio frustino!"
- Sangue di San Grigio! disse Xenomane, è frustino adatto a far girare quella trottola!
Un dottore dei rettori, ben pettinato e ravviato, dopo aver conversato un po' con una damigella, si congedò da lei dicendo: "Grazie, buon viso!" "Più ancora a voi, cattivo gioco" rispose quella.
- Non sconviene, disse Pantagruele quest'alleanza tra buon viso e cattivo gioco.
Un baccelliere, passando, disse ad una giovane baccellieretta: - È tanto tempo che non vi vedo, Musa!
- Io vi vedo tanto volentieri, Corno, rispose lei.
- Accoppiateli, disse Panurgo, soffiategli nel culo e sarà una cornamusa.
Un altro chiamò l'amica sua: mia troia. Ed ella lo chiamò mio fieno. E mi venne in mente che quella troia si cibasse volentieri di quel fieno.
Non lontano da noi vidi un gobbo salutare una sua parente dicendo: "Addio mio buco!" Ed ella gli ricambiò il saluto dicendo: "Dio guardi il mio cavicchio!".
- Ella è tutta buco, credo, disse Fra Gianni, ed egli tutto cavicchio. Resta a sapere se quel buco può esser turato interamente da quel cavicchio.
Un altro salutò un'amica dicendo: "Addio, mia gabbia!" Ella rispose: "Buon giorno, oca mia!".
- Io credo, disse Ponocrate, che quell'oca sia spesso in gabbia.
Un briccone conversando con una giovane Galla, le disse: "Ricordatevene, vescia!".
- Non dubitate, peto! ella rispose.
- Li chiamate parenti questi? disse Pantagruele al podestà. Nei nostri paesi non potreste fare a donna peggiore oltraggio che chiamarla vescia.
- Buona gente dell'altro mondo, rispose il podestà, tra voi non sono parenti così vicini e stretti come questo peto e questa vescia, che uscirono invisibilmente entrambi insieme dallo stesso buco e nello stesso istante.
- Il vento di Galerno, disse Panurgo, aveva dunque lanternato la madre loro.
- Di che madre intendete parlare? chiese il podestà. È parentela, codesta, del vostro mondo. Non hanno né padre, né madre. Sono usanze codeste, del di là dell'acqua, di gente calzata di fieno.
Il buon Pantagruele tutto vedeva ed ascoltava; ma a queste parole temé di perder la pazienza.
Dopo aver diligentemente considerato la disposizione dell'isola e i costumi del popolo camuso, entrammo per ristorarci in un'osteria dove si celebravan nozze alla moda del paese, facendo, del resto, baldoria e mezza. Assistemmo a un allegro matrimonio tra una pera, donna ben gagliarda, benché quelli che l'avevano assaggiata dicessero che era un po' molliccia, con un giovane formaggio di primo pelo un po' rossigno. La fama me n'era giunta altra volta e anche altrove erano stati fatti di tali maritaggi. E ancora suolsi dire nei nostri paesi vaccherecci non esservi miglior matrimonio che tra formaggio e pera.
In un'altra sala vidi che si sposava una vecchia scarpaccia con un giovane e agile calzaretto.
- Dissero a Pantagruele che il giovane calzaretto prendeva la vecchia scarpaccia in moglie, perché era di buona roba, sovratutto per un pescatore.
In un'altra sala bassa vidi un giovane scarpino sposare una vecchia pantofola e ci fu detto che sposava non per la bellezza, e la buona grazia, ma per avidità e cupidigia degli scudi ond'ella era contrappuntata.
CAPITOLO X.
Come qualmente Pantagruele discese nell'isola di Cheli, nella quale regnava San Panigone.
Lasciata quella gente, dalle grosse ma apparentate facezie e dai nasi ad asso di fiori, prendemmo l'alto mare col garbino in poppa. Al declinar del giorno facemmo scalo all'isola di Cheli, grande, fertile, ricca e popolosa, nella quale regnava il re San Panigone. Il re, accompagnato dai figli e dai principi della corte, si era recato al porto per ricevere Pantagruele che accompagnò al suo castello. All'entrata si presentò la regina accompagnata dalle figliole e dalle dame di corte. Panigone volle che essa e tutto il seguito baciassero Pantagruele e la sua gente, ché tale era l'uso di corte e il costume del paese. E tutti così fecero eccetto Fra Gianni che sparì e andò a ficcarsi fra gli ufficiali del re. Panigone sollecitò vivamente Pantagruele a trattenersi tutto quel giorno e l'indomani. Ma Pantagruele si scusò dicendo che era indotto a partire dalla serenità del tempo e dal vento favorevole, il quale più spesso è desiderato che trovato dai viaggiatori, onde convien profittarne quando c'è, poiché non si ritrova poi ogni volta che si vuole. A questa rimostranza, dopoché ognuno ebbe bevuto venticinque o trenta volte, Panigone ci congedò.
Pantagruele tornando al porto e non vedendo Fra Gianni domandava dove fosse e perché si fosse sbandato dalla compagnia. Panurgo non sapeva come scusarlo e voleva tornare al castello per chiamarlo, quando Fra Gianni accorse tutto gaudioso e gridò con grande allegria: Viva il nobile Panigone! Per la morte d'un bue di legno! Che mirabile cucina! Ne vengo ora; tutto procede là per via di scodelle. Speravo di foderar per bene a uso e consumo monacale lo stampo della mia tonaca.
- Sempre in cucina, amico mio! disse Pantagruele.
- Corpo d'una gallina, rispose Fra Gianni, ne conosco gli usi e il cerimoniale meglio che le infinite cerimonie colle donne e magna di qui e magna di qua, e caca di là e riverenze, e doppie riprese, e abbracci, e strette e baciamani a vostra mercede, a vostra maestà e che voi siate qui e che voi siate là; tarabin tarabà. Brenno a tutto ciò! ch'è quanto merda, a Rouen. Quanti scagazzamenti e pisciottamenti! Dio mio, non dico che qualche buona pompata non la trarrei colla mia cannella al buco sopra la feccia a chi lasciasse facoltà d'insinuarsi all'eccellenza mia; ma quelle merdose riverenze mi fanno uscir dai gangheri come un giovane diavolo, come un doppio digiuno, volevo dire. San Benedetto non mentì mai su ciò. Voi parlate di baciar damigelle! Ma, per la degna e sacra tonaca che indosso, me ne dispenso volentieri per paura che mi accada ciò che accadde al signore del Guyercharois.
- Che cosa gli accadde? chiese Pantagruele. Lo conosco, è uno de' miei migliori amici.
- Egli era invitato, disse Fra Gianni, a un sontuoso e magnifico banchetto dato da un suo parente e vicino, al quale erano pure invitati altri gentiluomini, e dame, e damigelle del vicinato. Mentre queste attendevano il suo arrivo, travestirono i paggi presenti e li abbigliarono da damigelle ben agghindate e ornate. I paggi indamigellati si presentarono a lui mentre passava il ponte levatoio. Egli li baciò tutti con gran cortesia e magnifiche riverenze. Alla fine le dame che l'attendevano nella galleria, scoppiarono a ridere e fecero segno ai paggi di togliersi i loro abbigliamenti. A quella vista il buon signore per vergogna e dispetto non degnò baciare le dame e le damigelle autentiche, dicendo a scusa che poiché gli avevano travestiti i paggi, esse, per la morte d'un bue di legno, non dovevano essere che valletti travestiti anche più abilmente.
Virtù di Dio, chiedo venia pel suo nome invano, perché non trasportiamo piuttosto le umanità nostre nella bella cucina di Dio? E non consideriamo colà il girar degli spiedi, l'armonia degli alari, e la posizione delle fette di lardo, la temperatura delle pentole, i preparativi del dessert, l'ordine del servizio di vino? Beati immaculati in via! È materia di breviario.
CAPITOLO XI.
Perché i monaci stanno volentieri in cucina.
- Parlato da monaco schietto! disse Epistemone. Dico monaco menante, non dico monaco menato. Voi mi richiamate a mente ciò che vidi e udii a Firenze dodici anni or sono. Eravamo una buona brigata di gente di studio, amatori di cose peregrine e desiderosi di visitare i dotti, le antichità e le cose singolari d'Italia. E contemplavamo il sito e la bellezza di Firenze, la struttura del duomo, la sontuosità dei templi e palazzi magnifici e facevamo a gara a chi più degnamente li esaltasse con lodi adeguate, quando un monaco di Amiens, chiamato Bernardo Lardone, irritato e contrariato ci disse:
- Non so che diamine ci troviate tanto da lodare. Io ho ben contemplato quanto voi, né son più cieco di voi. Di che si tratta insomma? Son belle case, ecco tutto. Ma, che Dio e il signor San Bernardo nostro patrono ci assista, non ho ancora veduto in tutta la città una sola rosticceria, e sì che ho ben guardato e cercato, spiando attentamente a destra e a sinistra per contar in giusto numero quante e da che lato avremmo incontrato più rosticcerie rosticcianti. Ad Amiens, facendo quattro o anche tre volte meno strada di quanta abbiamo fatta per queste contemplazioni, potrei mostrarvi più di quattordici rosticcerie antiche dai soavi aromi. Non so che piacere abbiate avuto vedendo i leoni e le africane (così chiamate voi quelle che essi chiamano tigri) presso il campanile, e parimenti i cinghiali e gli struzzi nel palazzo di Filippo Strozzi. In fede mia, figlioli, preferirei vedere una buona e grassa ochetta allo spiedo. Questi porfiri, questi marmi, sì, son belli, non voglio dirne male; ma i pasticcetti d'Amiens son migliori a mio gusto. Queste statue antiche sono ben fatte, lo ammetto; ma per San Ferreol d'Abbeville le giovani forosette dei nostri paesi sono mille volte più avvenenti.
- Che significa, domandò Fra Gianni, e che vuol dire che in cucina trovate sempre monaci e non mai re, non vi ritrovate papi, o imperatori?
- Non può darsi, rispose Rizotoma che marmitte e alari contengano qualche ascosa virtù latente e proprietà specifica che attiri i monaci come la calamita attira il ferro, e non attiri imperatori, papi, o re? Oppure che esista una induzione e inclinazione naturale aderente alle tonache e cocolle la quale di per sé conduca e sospinga i buoni frati alle cucine, anche quando non abbiano eletto e risoluto d'andarvi?
- A mio avviso, rispose Epistemone, si tratta di forme che seguono la materia, secondo la distinzione d'Averroè.
- Vero, vero disse Fra Gianni.
- Dico la mia, soggiunse Pantagruele, senza rispondere al problema proposto, che è scabroso e difficile toccarne senza spinarsi. Mi ricordo aver letto che Antigono, re di Macedonia, entrando un giorno nella cucina delle sue tende, vi trovò il poeta Antagora che, padella alla mano, si friggeva un grongo. Il re gli domandò con allegrezza grande:
- Ma, Omero friggeva gronghi quando descriveva le prodezze d'Agamennone? - Ma, rispose Antagora, e stimi tu che Agamennone quando tali prodezze compieva fosse curioso di sapere se taluno nell'accampamento suo friggesse gronghi? Al re sembrava non decente che il poeta nella sua cucina badasse a quella frittura; il poeta gli fece capire esser anche più sconveniente incontrare nella cucina un re.
- Per giunta alla derrata, disse Panurgo, vi racconterò ciò che Breton Villandry rispose un giorno al signor duca di Guisa. Discorrevano d'una battaglia del re Francesco contro l'imperatore Carlo quinto, nella quale Breton, pomposamente armato, persino di gambiere e calzari d'acciaio e montato del pari su formidabile destriero, tuttavia non c'era stato verso di vederlo nel combattimento.
- In fede mia, rispose Breton, mi sarà facile provare ch'io c'era e in luogo tale che voi non avreste osato andarvi.
Il signor duca, adontato di quelle parole come profferite troppo temerariamente da bravaccio, montò in collera, ma Breton con una gran risata facilmente lo placò dicendo:
- Io ero tra i bagagli, in luogo nel quale vostro Onore non avrebbe osato nascondersi come io faceva.
Con questi discorsi arrivarono alle navi, né più oltre soggiornarono in quell'isola di Cheli.
CAPITOLO XII.
Come qualmente Pantagruele arrivò a Procurazione e della strana maniera di vivere tra gli azzeccagarbugli.
Continuando la nostra rotta, il giorno seguente arrivammo a Procurazione, paese tutto cancellature e scarabocchi dove non compresi nulla.
Vedemmo colà procuratori e azzeccagarbugli, gente capace di tutto. Non c'invitarono né a bere né a mangiare. Solamente con lunga moltiplicazione di dotte riverenze ci dissero che si mettevano tutti ai nostri ordini, pagando.
Uno dei nostri turcimanni raccontò a Pantagruele come qualmente quel popolo guadagnasse la vita in maniera ben strana e diametralmente opposta a quella degli abitanti di Roma.
A Roma un'infinità di gente guadagnava la vita avvelenando, bastonando, uccidendo; gli azzeccagarbugli invece, facendosi bastonare. Onde se restavano lungo tempo senza essere battuti, morivano di mala fame, essi, le mogli e i figlioli.
- È il caso, disse Panurgo, di quei tali che, secondo Claudio Galeno non possono drizzare il nervo cavernoso verso il circolo equatoriale se non sono ben frustati. Per San Tebaldo chi così mi frustasse mi farebbe per contro cader di sella, per tutti i diavoli.
- Il fatto avviene in questo modo, disse il turcimanno: quando un monaco, prete, usuraio, o avvocato, vuol male a qualche gentiluomo del paese; gli manda uno di questi azzeccagarbugli che lo citerà, lo rinvierà, l'oltraggerà, lo ingiurierà impudentemente secondo il promemoria e le istruzioni ricevute, finché il gentiluomo, se non è paralitico di sensi e più stupido di una rana girina sarà costretto a somministrargli bastonate e colpi di spada sulla testa e le belle cinghiate sui garretti, o, meglio ancora, a gettarlo giù dai merli o dalle finestre del castello. Dopo ciò ecco il nostro azzeccagarbugli ricco per quattri mesi, come se le legnate fossero la sua vera mietitura; poiché avrà buon salario dal monaco, dall'usuraio, o dall'avvocato e un'indennità dal gentiluomo, talora sì grande e straordinaria, che il gentiluomo perderà tutto l'aver suo con pericolo di marcire in prigione come se avesse battuto il re.
- Contro tale inconveniente, disse Panurgo, conosco un rimedio eccellente usato dal signore di Basché.
- Quale? domandò Pantagruele.
- Il signore di Basché, disse Panurgo, era uomo coraggioso, virtuoso, magnanimo, cavalleresco. Tornando egli da una lunga guerra (nella quale il duca di Ferrara coll'aiuto dei Francesi valorosamente si difese contro le furie di papa Giulio II) era ogni giorno citato, convocato, cavillato per desiderio e passatempo del grasso priore di Saint-Louant.
Un giorno mentre faceva colazione colla sua gente, umano e alla buona com'egli era, mandò a chiamare il suo fornaio chiamato Loire, la moglie di lui e il curato della parrocchia chiamato Oudart, che gli serviva da maggiordomo e dispensiere com'era costume allora in Francia, e in presenza de' suoi gentiluomini e altri della casa disse loro:
- Ragazzi, voi vedete di quali fastidi m'opprimono ogni giorno que' briganti azzeccagarbugli. Sono così stufo che ho risoluto, se non m'aiutate, di abbandonare il paese e andare a servire magari il Soldano a tutti i diavoli. Perciò quando torneranno qui, siate pronti, voi Loire e vostra moglie, a presentarvi nel salone vestiti delle vostre belle vesti nuziali come se vi fidanzassero e foste fidanzati per la prima volta. Eccovi cento scudi d'oro; ve li dono per tenere in ordine i vostri bei costumi. Voi, messer Oudard, non mancate di comparire colla vostra bella cotta, la stola e l'acqua benedetta come per fidanzarli. Voi parimenti Trudon (così si chiamava il suo tamburino) venite col vostro flauto e col tamburo. Dopo pronunziate le parole e dato il bacio alla fidanzata a suon di tamburo, voi tutti vi scambierete l'un l'altro il ricordo delle nozze, cioè piccoli pugni. Ciò vi farà buon pro per la cena; ma quando arriverà l'azzeccagarbugli, picchiategli addosso come su segala verde; non risparmiatelo, battete, calcate, picchiate, ve ne prego. Ed ora, tenete, vi do questi guanti di ferro da torneo coperti di pelle di camoscio; dategli giù colpi senza contare, a torto e a traverso; riconoscerò come il più affezionato di voi colui che darà più botte; non abbiate paura di dover rispondere alla giustizia; risponderò io per tutti. Le botte, badate, saran date ridendo secondo il costume osservato in tutti i fidanzamenti.
- Ma, domandò Oudard, come riconosceremo l'azzeccagarbugli? Giacché in questa casa capitano ogni giorno persone da ogni parte.
- Ho provveduto, rispose Basché. Quando si presenterà qui alla porta un uomo o a piedi o mal montato con un anello d'argento grosso e largo al pollice, quello sarà l'azzeccagarbugli. Il portiere dopo averlo introdotto cortesemente, suonerà la campanella. Allora siate pronti e venite in sala a rappresentare la tragica commedia che v'ho detto.
Proprio quel giorno, come Dio volle, arrivò un vecchio, grosso e rosso azzeccagarbugli. Suonato alla porta, il portiere lo riconobbe dalle sue grosse ghette, dalla misera giumenta, da un sacco di tela pieno di documenti, attaccato alla cintura e segnatamente dal grosso anello d'argento infilato al pollice sinistro. Il portiere gli fu cortese: l'introduce gentilmente, lietamente, e suona la campanella. A quel suono Loire e la moglie si vestono dei loro abbigliamenti e compaiono nella sala tutti sorridenti. Oudard si riveste della cotta e della stola e uscendo dalla dispensa incontra l'azzeccagarbugli, lo conduce a bere lungamente nella dispensa, mentre da ogni parte si calzavano quei tali guanti, e gli disse:
- Voi non potevate venire ad ora più opportuna; il nostro padrone è di buon umore, tra breve faremo baldoria, tutto andrà per via di scodelle, abbiamo nozze in casa; tenete, bevete, siate allegro.
Mentre l'azzeccagarbugli beveva, Basché vista la sua gente nella sala nei costumi richiesti, manda a chiamare Oudard. E Oudard viene coll'acqua benedetta. L'azzeccagarbugli lo segue. Entrando nella sala non dimenticò di fare molte umili riverenze e citò Basché. Basché gli fece le più grandi carezze del mondo, gli diede un angelotto pregandolo di assistere al contratto e alla cerimonia del fidanzamento. E così avvenne. Verso la fine cominciarono a venire in ballo i pugni e quando fu la volta dello azzeccagarbugli lo festeggiarono a gran guantate a segno che restò stordito e malconcio, con un occhio gonfio e nero nero, otto costole rotte, lo sterno sfondato, gli omoplati a pezzi, la mascella inferiore in tre brandelli, e tutto sempre ridendo. Dio sa come lavorava Oudart, coprendo colla manica della cotta il grosso guanto d'acciaio foderato d'ermellino, che egli era gagliardo briccone. Così l'azzeccagarbugli se ne torna a l'Isle Bouchard come se fosse uscito dagli artigli delle tigri, ma tuttavia ben soddisfatto e contento del signore di Basché e mediante il soccorso del buoni chirurghi del paese, visse quanto vorrete. Dopo non ne fu più parlato. La sua memoria spirò col suono delle campane che scampanarono al suo seppellimento.
CAPITOLO XIII.
Come qualmente, sull'esempio di Mastro Francesco Villon, il signore di Basché loda le sue genti.
L'azzeccagarbugli, uscito dal castello rimontava sulla sua cavalla orba, com'egli chiamava la sua giumenta guercia. Basché intanto, sotto la pergola d'un giardino appartato, mandò a chiamare la consorte, le damigelle e tutte le sue genti; fece portare del vino da colazione, associato a gran numero di pasticci, prosciutti, frutta, formaggi, bevette con loro in grande allegrezza, poi disse: - Mastro Francesco Villon ne' suoi vecchi giorni si ritirò a Saint-Maixent nel Poitou, sotto la protezione di un uomo dabbene abate del detto luogo. Là, per dare spasso al popolo, si diede a preparare la rappresentazione della Passione tradotta nel dialetto e ne' gesti del Poitou. Distribuite le parti, affiatati gli attori, preparato il teatro, avvertì il sindaco e gli scabini che il mistero poteva esser pronto verso la fine della fiera di Niort. Non rimaneva che trovare i costumi adatti ai personaggi, e a ciò provvidero il sindaco e gli scabini. Per abbigliare un vecchio contadino che doveva rappresentare Dio padre, Villon chiese a Stefano Batticoda, sagrestano dei cordiglieri del luogo, di prestargli una cappa e una stola. Batticoda rifiutò allegando che era rigorosamente proibito dai loro statuti provinciali dare o prestare checchessia ai commedianti. Villon replicava che lo statuto concerneva solamente farse, pantomime e rappresentazioni dissolute e che l'uso di portare vestiari l'aveva visto praticare a Bruxelles e altrove. Ciononostante Batticoda gli rispose perentoriamente che altrove si provvedesse se così gli piaceva, un nulla sperasse dalla sua sacrestia, che nulla avrebbe ottenuto di certo. Villon riferì la cosa agli attori grandemente adirati, aggiungendo che Dio avrebbe fatto ben presto vendetta e punizione esemplare di Batticoda. Il sabato seguente Villon fu avvertito che Batticoda sulla polledra del convento (così chiamavano una giumenta non ancora coperta) era andato alla questua a Saint-Ligaire e che sarebbe tornato verso le due dopo mezzodì.
Allora egli fece fare la prova della Diavoleria nella città e nel mercato. Quei diavoli erano tutti avvolti di pelli di lupo, di vitello e di montone, carichi di teste di pecora, di corna di bue, e di grandi rampini da cucina, cinti di grosse cinghie alle quali erano appesi grossi campani da vacche e sonagliere da muli che facevano un fracasso terribile. Alcuni tenevano in mano bastoni neri pieni di razzi, altri portavano lunghi tizzoni accesi sui quali a ogni quadrivio gettavano manate di resina in polvere onde usciva fuoco e fumo terribile. Dopo averli condotti così in giro con grande piacere del popolo e grande spavento dei bambini, finalmente li accompagnò a banchettare in una cascina fuori della porta per la quale passa la strada di Saint-Ligaire. Arrivando alla cascina scorse lontano Batticoda che tornava dalla questua e lo annunciò loro con questi versi macaronici:
Hic est de patria natus de gente Bellistra
Qui solet antiquo bribas portare bisacco.
- Morte di Diana! esclamarono allora i diavoli, non ha voluto prestare a Dio padre una misera cappa, facciamogli paura.
- Ben detto, rispose Villon, ma nascondiamoci finché passi e intanto preparate razzi e tizzoni. Arrivato Batticoda, tutti gli sbucarono davanti sulla strada con grande spavento schizzando fuoco da ogni parte su lui e sulla pulledra, agitando i campani e urlando alla diavola: Oh, Ohh, ohh, ohh! brrrurrrurrrs, rrrurrs, rrrurrrs! Uh, uh, uh, oh, oh, oh, oh! Frate Stefano, non facciamo bene i diavoli? La pulledra tutta spaventata si mise al trotto, ai peti, ai salti, al galoppo, ai calci, alle springate, ai doppi pedali e alle scorreggiate tanto che buttò giù Batticoda quantunque s'aggrappasse con tutte le forze al telaio del basto. Le sue staffe erano di corda, e dalla parte dove si monta il suo sandalo era tanto attorcigliato che non poté più levarlo. Così era trascinato a scorticaculo dalla pulledra che moltiplicava calci su lui, sbandandosi per la paura attraverso siepi, cespugli, e fossi, talché Batticoda n'ebbe la testa tutta fracassata e giunse alla croce osanniera che il cervello ne usciva fuori, le braccia erano a pezzi, l'uno qua l'altro là, le gambe lo stesso, le budelle erano una strage, e insomma, arrivando al convento, la pulledra non portava più di lui che il piede destro e il sandalo attorcigliato.
Villon visto accadere ciò che prevedeva, disse ai suoi diavoli:
- Voi reciterete bene signori diavoli, voi reciterete bene, ve lo garantisco. Oh, come reciterete bene! Io sfido le diavolerie di Saumur, di Douè, di Mommorillon, di Langres, di Saint-Espain, di Angers, e anche, per Dio, di Poitiers, colla loro parlantina a potersi paragonare a voi. Oh come reciterete bene!
- Così, disse Basché, io prevedo, miei buoni amici, che voi d'ora innanzi rappresenterete magnificamente questa tragica farsa, se al primo saggio di prova avete percosso, battuto e solleticato l'azzeccagarbugli con tanta bravura. Per ora raddoppio a tutti lo stipendio. Voi, amica mia, disse alla sua sposa, fate loro onore come vorrete. Alle vostre mani è consegnato ogni mio tesoro. Quanto a me, bevo anzitutto alla salute di tutti, miei buoni amici. Orsù, è buono e fresco. In secondo luogo, voi, maggiordomo, prendete questo bacile d'argento. Ve lo dono. Voi, scudieri, prendete queste due coppe d'argento dorato. Voi paggi, per tre mesi non sarete frustati. Amica mia, date loro i miei bei pennacchi bianchi con le farfalline d'oro. A voi, messere Oudart, dono questa boccia d'argento. Quest'altra la dono ai cuochi. Ai camerieri dono questo cestello d'argento; ai palafrenieri dono questa piccola nassa d'argento dorato; al portiere dono questi due piatti, ai mulattieri questi dieci cucchiai. Voi, Trudon, prendete questi cucchiai d'argento e questa confettiera. Voi, staffieri, prendete questa grande saliera. Servitemi bene, amici, vi sarò riconoscente. E credo fermamente che preferirei, virtù di Dio, pigliarmi in guerra cento mazzate sull'elmo a servizio del nostro tanto buon re, che esser citato una volta sola da quei mastini azzeccagarbugli per lo spasso di quel grasso priore.
CAPITOLO XIV.
Continuano le botte agli azzeccagarbugli nella casa di Basché.
Quattro giorni dopo un altro azzeccagarbugli, giovane, alto e magro andò a citare Basché a istanza del grasso priore. Al suo arrivo, il portiere, che lo riconobbe, suonò la campanella e tutto il popolo del castello intese il mistero. Loire stava intridendo la pasta e la moglie stacciando la farina. Oudart era allo scrittoio, i gentiluomini giocavano al pallone. Il signore di Basché giocava a trecentotre colla sposa. Le damigelle giocavano agli aliossi. Gli ufficiali giocavano all'imperiale, i paggi alla morra, con contorno di bei buffetti. Tutti intesero subito che l'azzeccagarbugli entrava in campo. Ed ecco Oudart a vestirsi, Loire e la moglie ad abbigliarsi, dei loro bei costumi, Trudon a suonare il suo flauto e a battere il tamburo, ciascuno a ridere, tutti a prepararsi e avanti guanti!
Basché discende in cortile. L'azzeccagarbugli incontrandolo si mise in ginocchio davanti a lui e lo pregò di non aversela a male se lo citava in nome del grasso priore; dimostrò con una diserta arringa come qualmente fosse persona pubblica, servitore della monacheria, usciere della mitria abbaziale, pronto a fare altrettanto e per lui e per il più umile della sua casa quando gli piacesse dargli incarichi e ordini.
- Veramente, disse il signore, non vi permetterò di citarmi se prima non bevete del mio buon vino di Quinquenais e non assistete alle nozze che devo ora celebrare. Messer Oudart, dategli da bere ammodo e da ristorarsi, poi conducetelo nella sala. E siate il benvenuto!
L'azzeccagarbugli ben pasciuto e abbeverato entra con Oudard nella sala dove erano tutti i personaggi della farsa in ordine e ben risoluti. Al suo entrare son sorrisi e l'azzeccagarbugli rideva di rimando; Oudart pronunciò sui fidanzati le parole sacramentali, unì le mani, baciò la fidanzata, tutti asperse d'acqua santa. Mentre apportavano vino e confetti, i pugni cominciarono a trottare. L'azzeccagarbugli ne diede parecchi a Oudart. Questi che aveva il suo guanto nascosto sotto la cotta, se lo mette come calzasse una manopola, ed ecco giù botte all'azzeccagarbugli, e ceffoni all'azzeccagarbugli e colpi di giovani guanti piovere da ogni parte, sull'azzeccagarbugli. - Nozze, nozze! gridavano, ricordi di nozze!
Fu conciato sì bene che il sangue gli usciva dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dagli occhi. E quanto al resto, rotto, spallato, ammaccato, testa, nuca, schiena, petto, braccia e tutto.
Credete a me: mai al carnevale d'Avignone i baccellieri giocarono alla raffa più melodiosamente di quanto fu giocato addosso all'azzeccagarbugli. Alla fine cadde a terra. Gli gettarono gran quantità di vino sulla faccia; gli attaccarono alla manica del farsetto un bel nastro giallo e verde e lo misero sul cavallo cimurroso.
Tornando all'Isle-Bouchard non so se sia stato medicato e curato dalla moglie e dai cerusici del paese. Non se ne sentì più parlare.
L'indomani replica, giacché nella sacca e negli incartamenti del magro azzeccagarbugli non era stata ritrovata la pratica di Basché. Il grasso priore aveva inviato a citare il signore di Basché un nuovo azzeccagarbugli accompagnato per sicurezza, da due testimoni. Il portiere, suonando la campanella fece capire che era giunto un nuovo azzeccagarbugli e mise di buon umore tutto il castello.
Basché era a tavola che desinava colla consorte e i gentiluomini. Manda a chiamare l'azzeccagarbugli, lo fa sedere presso di sé e i testimoni vicino alle damigelle e desinarono assai bene e allegramente. Al dessert l'azzeccagarbugli si leva da tavola e presenti e udenti i due testimoni, cita Basché; Basché graziosamente domanda loro la copia della citazione. Era già pronta. Prende atto della pratica e fa dare quattro scudi del sole all'azzeccagarbugli e ai due testimoni. Intanto tutti s'erano ritirati per la farsa. Trudon comincia a suonare il tamburo. Basché prega l'azzeccagarbugli di assistere al fidanzamento d'un suo ufficiale e di redigerne il contratto ben pagando e soddisfacendolo. L'azzeccagarbugli fu cortese, sguainò il suo scrittoio, gli fu portata subito la carta e i testimoni erano presso a lui. Loire entra nella sala da una porta; la moglie con le damigelle da un'altra in abbigliamenti nuziali.
Oudart vestito da sacerdote li prende per le mani, li interroga sulla loro volontà e dà loro la benedizione senza economia d'acqua santa. Il contratto è scritto e copiato. Da una parte vengono vino e confetti, dall'altra mucchi di nastri bianco e marrone e dall'altra, segretamente, si portano i guanti.
CAPITOLO XV.
Come qualmente sono rinnovellate dall'azzeccagarbugli le antiche usanze dei fidanzamenti.
L'azzeccagarbugli dopo aver trangugiato una gran tazza di vino bretone, disse al signore: - Signore, come l'intendete voi? Non si scambiano punto qui le nozze? Per Sanbraghiere, tutte le buone costumanze vanno in perdizione. Già non si trovano più le lepri in covo. Non vi sono più amici. Vedete, sono sparite per via di parecchie eclissi le antiche bevute in onore dei benedetti santi O O di Natale. Il mondo non fa che farneticare; s'avvicina alla fine.
Ora, ecco: nozze! nozze! nozze! E ciò dicendo somministrava colpetti a Basché, alla sua sposa, e poi alle damigelle e a Oudart.
Allora i guanti compirono l'opera loro sicché all'azzeccagarbugli fu rotta la testa in nove punti; ad uno dei testimoni fu slogato il braccio dritto, all'altro fu scardinata la mascella superiore in modo che gli cadeva su metà del mento con denudazione dell'ugola e perdita insigne dei denti molari, masticatori e canini. Al suono del tamburo che mutava intonazione, furono nascosti i guanti senza che fossero per nulla veduti e di nuovo moltiplicate le confetture con rinnovata allegria.
Mentre i buoni compagnoni bevevano gli uni alla salute degli altri e tutti alla salute dell'azzeccagarbugli e de' suoi testimoni, Oudart rinnegava e malediceva le nozze allegando che uno dei testimoni gli aveva disincornifistibulato tutta una spalla. Ciononostante beveva alla sua salute allegramente. Il testimonio smascellato giungeva le mani e gli domandava perdono tacitamente, che parlare non poteva. Loire si lagnava che il testimonio slogato gli aveva dato un così grande pugno sul cubito che gli aveva sperruccancluzelubeluzerireluto il tallone.
- Ma, diceva Trudon, nascondendo l'occhio col suo fazzoletto e mostrando il tamburo sfondato da un lato: che male avevo fatto loro? Non contenti d'avermi così rudemente morrambuzevezanguzecochemargatasacbaghevezinemaffressato il mio povero occhio, m'hanno per giunta sfondato il tamburo. I tamburi a nozze sono generalmente battuti, ma i tamburini sono festeggiati, battuti mai. Che il diavolo possa imberrettarsene!
- Fratello, gli disse l'azzeccagarbugli malinconico, io ti darò una bella, grande, vecchia lettera reale che ho qui nella borsa, per accomodare il tuo tamburino, e perdonerai in nome di Dio. Giuro per la Madonna della riviera, la bella Madonna, che non avevo cattive intenzioni.
Uno scudiere inciampando e zoppicando contraffaceva il buono e nobile signore di Roche-Posay. Egli si volse al testimonio della mascella imbavagliata e gli disse:
- Siete voi dei gran battenti battitori battirelli? Non vi bastava averci così morcrocassatobisacciatovesciacciatogrigheligoscopapopondrillato tutti i membri superiori a gran calci, senza darci tali morderegrippipiotabirofreluchamburecocheluzintimpanamenti sugli stinchi colle punte delle scarpe?..
Appelez vous cela jeu de jeunesse?
Par Dieu, jeu n'est ce.
Il testimonio, sembrava chiederne perdono a mani giunte, balbettando colla lingua come un marmocchio: mon, mon, mon, vrelon, von, von, von.
La nuova sposa piangendo rideva, ridendo piangeva per ciò che l'azzeccagarbugli non si fosse contentato di picchiarla senza scelta né elezione di membra, ma l'avesse spettinata e, per giunta, le avesse trepidamammelombilicofrizionafregazzato le parti vergognose a tradimento.
- Qui il diavolo ci ha messo la coda! disse Basché. Era ben necessario che il signor Re (così si chiamano gli azzeccagarbugli) mi conciasse così la schiena. Non me l'ho a male tuttavia; si tratta di carezze nuziali. M'accorgo tuttavia chiaramente che ha citato da angelo, ma ha percosso da diavolo. Egli ha un non so che di Fra Picchiasodo. Bevo di cuore alla salute sua e anche alla vostra, signori testimoni.
- Ma, diceva la sua consorte, a qual proposito e per quale motivo m'ha egli tanto festeggiato a gran pugni? Che il diancine lo porti, se lo voglio. Non lo permetto perdiana! Tuttavia devo dire ch'egli ha le unghie più lunghe che abbia mai sentito sulle spalle.
Il maggiordomo teneva il braccio sinistro fasciato al collo come se fosse marcasconquassato.
- È stato il diavolo, diceva, che m'ha fatto assistere a queste nozze. Virtù di Dio, ne ho le braccia tutte ingolevezinemassate. E chiamate ciò fidanzamenti? Io li chiamo cacamenti di merda. Questo è per Dio, il vero banchetto dei Lapiti descritto da filosofo di Samosata.
L'azzeccagarbugli non parlava più. I testimoni si scusavano e dicevano che picchiando a quel modo non avevano avuto maligne intenzioni e che si perdonasse loro per l'amor di Dio.
Così se ne vanno. A mezza lega di là l'azzeccagarbugli si trovò un po' indisposto. I testimoni arrivano all'Isle-Bouchard e raccontano a tutti che mai non avevano visto uomo più dabbene del signore di Basché, né casa più onorevole della sua e che mai non avevano assistito a nozze simili. Ma che tutta la colpa era stata loro che avevano cominciato a dar colpi. E vissero ancora non so per quanti giorni dopo.
Da quel tempo in poi fu reputato come cosa certa che il danaro di Basché era per gli azzeccagarbugli e i testimoni più pestilente, mortale e pernicioso che non fosse un tempo l'oro di Tolosa e il cavallo Seiano a chi li possedesse. In seguito il detto signore fu lasciato tranquillo e le nozze di Basché divennero proverbiali.
CAPITOLO XVI.
Come qualmente Fra Gianni fa saggio della natura degli azzeccagarbugli.
- Questo racconto, disse Pantagruele, sembrerebbe gaio se non fosse che davanti agli occhi nostri deve sempre stare il timor di Dio.
- Meglio sarebbe stato, disse Epistemone, se la pioggia di quei guanti fosse caduta sul grasso priore. Egli spendeva danaro per passatempo sia per far dispetto a Basché, sia per veder percossi gli azzeccagarbugli. I pugni sarebbero stati adornamento idoneo alla sua testa rasa, data l'enorme concussione che vediamo operarsi oggi tra questi giudici pedanei sotto l'olmo. Quale offesa facevano quei poveri diavoli azzeccagarbugli?
- Io mi ricordo, a questo proposito, disse Pantagruele, di un antico gentiluomo romano chiamato L. Nerazio. Apparteneva a nobile famiglia e ricca al tempo suo. Ma era in lui questa tirannica stravaganza che, uscendo dal palazzo, faceva riempire le borse dei valletti di monete d'oro e d'argento e incontrando per la strada qualche zerbinotto agghindato in tutto punto, senz'essere minimamente provocato, così, per divertimento, gli somministrava di gran cazzotti in faccia. E subito dopo, per calmarlo e impedir che ricorresse alla giustizia, gli distribuiva del suo danaro e così lo tranquillava e soddisfaceva secondo l'ordinamento di una legge delle dodici tavole. In tal modo spendeva le sue rendite battendo la gente a prezzo di danaro.
- Pei sacri stivali di San Benedetto! disse fra Gianni, ora saprò la verità. E disceso a terra, mise mano alla scarsella e ne trasse venti scudi del sole, poi disse ad alta voce in presenza e udienza di una gran turba di popolo azzeccagarbugliese: - Chi vuol guadagnare venti scudi d'oro facendosi battere alla diavola?
- Io, io, io, risposero tutti. Voi ci massacrerete di colpi, signor mio, questo è certo. Ma v'è buon guadagno. E tutti facevano ressa per giungere primi in data a essere così preziosamente battuti. Fra Gianni scelse fra tutta la schiera un azzeccagarbugli di muso rosso che portava al pollice della mano destra un grosso e largo anello d'argento nel castone del quale era legata una ben grande batrachite.
A quella scelta vidi che tutto il popolo mormorava e intesi un grande, giovane e magro azzeccagarbugli, abile e buon chierco e, come correva voce, onesto nella corte della chiesa, che si lagnava e mormorava perché il muso rosso toglieva loro tutti i clienti e che se in tutto il territorio non v'era da guadagnare che trenta bastonate, ventotto e mezza almeno toccavano sempre a lui. Ma tutte quelle lagnanze e mormorazioni non procedevano che da invidia.
Fra Gianni, tanto e poi tanto picchiò a gran legnate il muso rosso, al dorso, al ventre, alle braccia, gambe, testa e tutto, che lo credevo morto ammazzato.
Poi gli consegnò i venti scudi. E quel villano su in piedi, florido come un re o due. Gli altri dicevano a Fra Gianni:
- Signor frate diavolo, se vi piacesse battere ancora qualcuno a più buon prezzo siamo tutti a vostra disposizione, signor diavolo. Siamo tutti per voi, sacchi, carte, penne, tutto.
Il muso rosso gridò contro loro a gran voce:
- Festa di Dio, bricconi, volete invadere il mio negozio? Volete portarmi via i clienti? Io vi cito davanti al giudice fra otto giorni. Vi perseguiterò come diavoli di Valverde. Poi volgendosi verso Fra Gianni con faccia ridente e lieta gli disse:
- Reverendo padre del diavolo, signor mio, se avete trovata buona la mia merce, e vi piaccia ancora divertirvi battendomi, mi contenterò della metà come giusto prezzo. Non risparmiatemi, vi prego. Sono tutto tuttissimo per voi, mio signor diavolo: testa, polmoni, budelle, tutto. Ve lo dico con tutta l'anima.
Fra Gianni interruppe il discorso e si voltò da un'altra parte. Gli altri azzeccagarbugli si volgevano a Panurgo, Epistemone, Ginnasta e altri, supplicandoli devotamente che li battessero a qualunque prezzo, altrimenti erano in pericolo di digiunare ben lungamente. Ma nessuno volle dar retta.
Poi, cercando acqua fresca per la ciurma delle navi, incontrammo due vecchie azzeccagarbuglie del luogo, le quali miseramente piangevano e si lamentavano insieme. Pantagruele era rimasto sulla sua nave e già faceva suonare la ritirata. Pensando che fossero parenti dell'azzeccagarbugli bastonato, domandammo la causa di quei lamenti. Esse risposero che avevano ben ragione di piangere giacché poco prima era stato dato il monaco al collo, sulla forca, ai due migliori galantuomini che fossero in tutta l'azzeccagarbuglieria.
- I miei paggi, disse Ginnasta, danno il monaco per i piedi ai loro compagni dormiglioni. Dare il monaco pel collo sarebbe impiccare e strangolare la persona.
- Vero, vero, disse Fra Gianni, voi ne parlate come San Giovanni dell'Apocalisse.
Interrogate sulle cause della impiccagione, le donne risposero che avevano rubato i ferri della messa e li avevano nascosti sotto il manico della parrocchia.
- Ecco un'orribile allegoria, disse Epistemone.
CAPITOLO XVII.
Come qualmente Pantagruele giunse alle isole di Tohu e Bohu, e della strana morte di Bringuenarilles, trangugiatore di mulini a vento.
Quello stesso giorno Pantagruele giunse alle due isole di Tohu e Bohu nelle quali non trovammo modo di friggere nulla perché Bringuenarilles, il gran gigante, in mancanza di mulini a vento dei quali si pasceva di consueto, aveva inghiottito tutte le padelle, padelloni, caldaroni, pentole, tegami e marmitte del paese. N'era seguito che poco avanti giorno, nell'ora della sua digestione, era caduto gravemente malato per certa crudità di stomaco. Infatti, come dicevano i medici,la virtù digestiva del suo stomaco, atta a digerire naturalmente mulini a vento tutti interi, non aveva potuto digerire a perfezione le padelle e le pentole. I calderoni e le marmitte invece quelli se li era abbastanza bene digeriti come appariva, dicevano essi, dalle ipostasi ed eneoremi di quattro botti di urina, ch'egli aveva reso in due volte nella mattinata.
Per soccorrerlo usarono diversi rimedi secondo l'arte. Ma il male fu più forte de' rimedi, onde il nobile Bringuenarilles era morto il mattino in modo così strano che non dovete più stupirvi della morte di Eschilo. I vaticinatori avevano predetto a Eschilo che il tal giorno fatalmente sarebbe perito per la caduta di qualche cosa che sarebbe piombata su lui. Il giorno destinato egli s'era allontanato dalla città, da tutte le case, alberi, roccie, e altre cose che possono cadere e nuocere con la loro caduta. E restò nel mezzo di una gran prateria confidando nel cielo libero e aperto, in sicura sicurezza, salvo veramente il caso che il cielo stesso cadesse, cosa da credere impossibile. Dicono tuttavia che le allodole temono grandemente la rovina dei cieli, poiché, cadendo essi, resterebbero tutte prese.
La temevano un tempo anche i Celti vicini al Reno, cioè i nobili, valorosi, cavallereschi, bellicosi e trionfanti Francesi. Interrogati un giorno da Alessandro il Grande che cosa più temessero in questo mondo, mentre egli attendeva che accennassero a lui, in considerazione alle sue grandi prodezze, vittorie e conquiste e trionfi, essi risposero di non temer nulla se non che il cielo cadesse. Tuttavia non rifiutarono d'entrare in lega, confederazione e amistà con un re sì prode e magnanimo, se stiamo a quanto dice Strabone, lib. 7, e Ariano, lib. 1. Anche Plutarco, nel libro, da lui scritto sulla faccia che appare nel corpo della luna, parla di un tal Fenaco il quale temeva grandemente che la luna cadesse in terra e aveva commiserazione e pietà di quelli che vi abitano sotto come gli Etiopi e i Taprobanesi.
Guai se una così grande massa cadesse su loro. E simile paura aveva anche per il cielo e per la terra se non fossero debitamente sostenuti e appoggiati sulle colonne di Atlante come era opinione degli antichi, secondo la testimonianza di Aristotele, Metafisica lib. 6.
Eschilo, nonostante tutto, fu ucciso dal ruinare e cadere di una corazza di tartaruga che, dagli artigli di un'aquila alta nell'aria, cadendo sulla sua testa gli spaccò il cranio. Né dovete stupirvi del poeta Anacreonte, il quale morì strangolato da un acino d'uva. Né di Fabio, pretore romano, che morì soffocato da un pelo di capra sorbendo una scodella di latte.
Né di quel tale il quale trattenendo per vergogna il suo vento, per non poter tirare una meschina scorreggia, morì improvvisamente alla presenza di Claudio imperatore romano.
Né di quel tale sepolto a Roma nella Via Flaminia il quale nel suo epitaffio si duole d'esser morto per il morso d'una gatta al dito mignolo.
Né di Quinto Lecanio Basso che morì improvvisamente di una piccolissima puntura d'ago al pollice della mano sinistra, che appena si poteva vedere.
Né di Quenelaut, medico normanno, il quale morì improvvisamente a Montpellier per essersi tratto malamente dalla mano un pellicello con un temperino.
Né di Filomene al quale il valletto aveva apparecchiato per inizio al desinare de' fichi freschi. Mentre egli era andato per vino, un coglionaccio d'asino, smarrito, era entrato in casa e i fichi apprestati religiosamente mangiava. Sopravvenuto Filomene e contemplando curiosamente la grazia dell'asino sicofago, disse al valletto che giungeva di ritorno:
"Poiché a questo devoto asino hai abbandonato i fichi, ragion vuole che tu gli offra per bere di cotesto buon vino che hai portato". E dicendo queste parole fu preso da tale eccessiva ilarità e scoppiò a ridere tanto enormemente, e continuamente, che l'esercizio della milza gli tolse ogni respirazione e subitamente morì.
Né di Spurio Sanfeio, il quale morì sorbendo un uovo tenerino all'uscita dal bagno.
Né di quel tale che il Boccaccio racconta esser morto improvvisamente per essersi curato i denti con un fuscello di salice.
Né di Filippotto Placut il quale, pur essendo sano e arzillo, morì improvvisamente pagando un vecchio debito senz'altra malattia precedente.
Né del pittore Zeusi il quale morì improvvisamente a a forza di ridere considerando l'espressione d'un ritratto di vecchia da lui dipinto.
Né di mille altri raccontati sia da Verrius, sia da Plinio, sia da Valerio sia da Battista Fulgoso, sia da Bacabery, il vecchio.
Il buon Bringuenarilles, lui, ahimè, morì strozzato mangiando per ordinanza dei medici un pezzetto di burro fresco davanti la bocca d'un forno caldo.
Ci fu detto inoltre colà che il re di Cullan in Bohu aveva sconfitto i satrapi del re Mechloth e messo a sacco le fortezze di Belima.
Poi giungemmo alle isole di Nargues e Zargues e così pure alle isole Teleniabin e Geneliabin, assai belle e feconde in materia di clisteri. Poi alle isole Enig ed Evig dalle quali anteriormente era venuta la cicatrice al langravio d'Hess.
CAPITOLO XVIII.
Come qualmente Pantagruele scampò da una forte tempesta di mare.
L'indomani incontrammo a poggia nove orche cariche di monaci: giacobiti, gesuiti, cappuccini, eremiti, augustini, bernardini, celestini, teatini, egnatini, amadeani, cordiglieri, carmelitani, minimi e altri santi religiosi i quali andavano al concilio di Chesil per vagliare gli articoli della fede contro i nuovi eretici.
Panurgo, vedendoli, esultò traendone sicuro auspicio d'ogni buona fortuna per quel giorno e i seguenti in lunga serie. E salutati cortesemente quei beati padri raccomandò la salute dell'anima sua alle loro devote preghiere e minuti suffragi, e fece gettare nelle loro navi settantotto dozzine di prosciutti, gran quantità di caviale, decine di cervellate, centinaia di bottarghe e duemila bei angelotti per le anime dei defunti.
Pantagruele restava tutto pensoso e melanconico. Fra Gianni lo scorse e dimandava di che fosse così insolitamente preoccupato, quando il pilota, considerando il volteggiare del pennello di poppa e prevedendo un turbine e fortunale subitaneo e violento, comandò che tutti stessero all'erta e nocchieri e marinai e mozzi come pure gli altri passeggeri; fece ammainare le vele mezzana, contromezzana, la vela di fortuna, la vela maestra, l'epagone, la civadiera; fece calare le bolinghe, il trinchetto di prora e il trinchetto di gabbia, fece scendere il grande artimone e di tutte le antenne non restarono che le grizelle e le costiere.
Subitamente il mare cominciò a gonfiarsi e a tumultuare dal profondo abisso, e le forti ondate a sbattere i fianchi dei nostri vascelli; il maestrale accompagnato da tempesta sfrenata, neri nembi, turbini terribili, raffiche mortali, sibilava attraverso le nostre antenne. Il cielo dall'alto tuonava, saettava, lampeggiava, pioveva, grandinava; l'aria perdeva la trasparenza, diveniva opaca, tenebrosa, oscura, talché altra luce non appariva che di fulmini, lampi e scoppi di nubi fiammeggianti; i categidi, tielli, lelapi, e presteri avvampavano tutto intorno a noi per i psoloenti, argi, elici, e altre eiaculazioni eteree; i nostri aspetti erano turbati e disfatti; gli orrifici tifoni sospendevano su noi le onde montuose della corrente. Credete che ci sembrava essere nell'antico Caos nel quale fuoco, aria, mare, terra tutti gli elementi si confondevano urtandosi.
Panurgo, dopo avere del contenuto del suo stomaco ben pasciuto i pesci scatofagi, restava rannicchiato sul cassero tutto afflitto, tutto scombussolato e mezzo morto e invocava tutti i benedetti santi e le sante in suo aiuto protestando di confessarsi a tempo e luogo; poi esclamò con grande spavento:
- Ohe, maggiordomo, ohe, amico mio, mio padre, mio zio, portatemi un po' di salume; avremo da bere anche troppo a quanto vedo. A scarso mangiare largo bere, sarà d'ora innanzi la mia massima. Piacesse a Dio e alla benedetta, degna e sacra Vergine che ora, in questo momento dico, fossi in terraferma con tutto mio comodo!
Oh tre, oh quattro volte beati coloro che piantano cavoli! Oh Parche perché non mi filaste piantator di cavoli? Oh quanto piccolo è il numero di coloro ai quali Giove ha concesso tanto favore di destinarli a piantar cavoli! Poiché essi sempre hanno un piede in terra. E l'altro poco discosto. Vada a disputar chi vuole sulla felicità e sul bene supremo, ma chiunque pianta cavoli è presentemente per mio decreto, dichiarato felicissimo. E ciò con assai più ragione di Pirrone, il quale trovandosi in simile pericolo e vedendo presso la riva un maiale che mangiava orzo, lo dichiarò felicissimo per due qualità, cioè: perché aveva orzo in abbondanza e poi per giunta toccava terra. Ah qual maniero deifico e signorile il pavimento delle vacche! Quest'onda ci porterà via, Dio salvatore! Oh amici miei, un po d'aceto! Io sono tutto in sudore per l'affanno!
Ahimè, le vele sono rotte, le corde in pezzi, le coste schiattano, l'albero di vedetta piomba in mare, la carena è al sole, le nostre gomene sono quasi tutte strappate. Ahimè! Ahimè! Dove sono le nostre bulinghe? Tutto è perduto, buon Dio! Il trinchetto è già in acqua. Ahimè! Di chi saranno quei rottami? Amici, prestatemi qui dietro una di coteste rambate! Ragazzi, la vostra lanterna è caduta. Ahimè, non abbandonate la barra! Non mollate le corde! Sento il timone gemere. S'è spezzato? Perdio, salviamo la braga, non vi curate del fernello. Bebebe! Bu, bu, bu! Vedete alla calamita della vostra bussola, di grazia, Mastro Astrofilo, donde ci viene questo fortunale. In fede mia, ho una bella paura addosso! Bu, bu, bu, bu, bu! È finita per me, me la faccio addosso di paura. Bu bu bu! Otto, to to to to, ti! Otto to to to to ti! Bu bu bu, uh, uh, uh, bu bu, bu bu, Annego, Annego muoio! Buona gente, annego!
CAPITOLO XIX.
Quale contegno ebbero Panurgo e Fra Gianni durante la tempesta.
Pantagruele implorato aiuto da Dio Salvatore e fatta con fervida devozione un'orazione pubblica, per consiglio del pilota teneva con forza fermo l'albero; Fra Gianni s'era messo in farsetto per aiutare i marinai. Epistemone, Ponocrate e gli altri del pari.
Panurgo restava col culo sulla tolda piangendo e lamentandosi. Fra Gianni passando per la corsia lo scorse e gli disse:
- Perdio, Panurgo il vitello, Panurgo il piagnisteo, Panurgo lo strillatore, faresti assai meglio ad aiutarci qui, che piangere costì come una vacca, seduto sui coglioni come un macacco.
- Be be be, bu bu bu! rispose Panurgo, Frate Gianni, amico mio, mio buon padre, annego, annego, amico mio, annego. È finita per me, mio padre spirituale, amico mio è finita. Neanche la vostra spada saprebbe salvarmi. Ahi! Ahi! Noi montiamo più alto del si sopra le righe. Be, be, bu, bu! Ahi! Ora siamo al di sotto del do più profondo! Annego! Ah, mio padre, mio zio, mio tutto, l'acqua mi entra nelle scarpe pel colletto, Bu, bu, bu, pesc, hu, hu, hu, uh hu,! Be, be, bu, bu, ho, bu, bo, bu, oh, oh, oh, oh, oh, ahi, ahi! Ora è proprio il momento di far l'albero forcelluto coi piedi in alto e la testa in basso. Piacesse a Dio che io fossi ora nell'orca dei buoni e beati padri concilipeti che incontrammo questa mattina, tanto devoti, tanto grassi, tanto giocondi, tanto morbidi e di buona grazia. Holos, holos, holos! Zalas! Zalas! Oh quest'onda di tutti i diavoli... - mea culpa Deus - volevo dire quest'onda di Dio sprofonderà la nostra nave. Zalas! frate Gianni, padre mio, amico mio, confessione! Eccomi qui in ginocchio. Confiteor, la vostra santa benedizione!
- Vien qua, impiccato del diavolo, disse Fra Gianni, vieni ad aiutarmi per trenta legioni di diavoli, vieni! Di' un po' se vuol venire!...
- Non bestemmiamo, disse Panurgo, non bestemmiamo ora, padre mio, amico mio! Domani fin che vorrete. Holos, holos! Zalas! la nave fa acqua, annego. Zalas! Zalas! Be, be, be, be, be, bous, bu, bu, bu! Siamo quasi al fondo. Zalas! Zalas! Io regalo un milione e ottocentomila scudi di rendita a chi mi metterà a terra tutto sconcacato e smerdato come sono, che niuno mai lo fu tanto nella mia patria da bene. Confiteor. Zalas! una riga di testamento o almeno un codicillo.
- Mille diavoli, disse Fra Gianni, saltano nel corpo di questo becco! Che vai cianciando di testamento ora che siamo in pericolo e che convien sforzarsi più che mai. Vieni sì o no, diavolo? O comite, o mio grazioso. Oh il gentile aguzzino! Di qua, Ginnasta, sopra lo stentarolo. Virtù di Dio, siamo ben conciati a questo colpo. Il fanale s'è morzato. Questo se ne va a tutti i milioni di diavoli...
- Zalas, Zalas! disse Panurgo, Zalas! bu, bu, bu, bu. Zalas! Zalas! proprio qui eravamo destinati a perire! Holos, buona gente! Annego, muoio: Consummatum est. È finita per me.
- Magna, gna, gna, disse Fra Gianni. Ohibò com'è brutto quel piagnisteo di merda! Oh, mozzo, per tutti i diavoli, attento alla pompa. Ti sei ferito? Virtù di Dio! Attacca a uno dei fittoni. Qui, di là, corpo del diavolo, ahi! Così, ragazzo mio!
- Ah, frate Gianni, disse Panurgo, mio padre spirituale, amico mio, non sacramentiamo. Voi peccate. Zalas, zalas! Bebebebububu! Annego, muoio, amici miei, perdono a tutti. Addio. In manus. Bu, Bu, buuuu!
San Michele d'Aura, San Nicola, questa volta e mai più! Io vi fo qui voto solenne a voi e a Nostro Signore, che se mi soccorrete in quest'occasione, cioè, intendo, se mi metterete a terra, fuor di pericolo, io vi edificherò una bella, grande, piccola cappella, o due
Infra Cande e Monsoreau,
dove non pascerà vacca né bo.
Zalas! zalas! Me n'è entrato in bocca più di diciotto secchi o due. Bu, bu, bu, bu! Com'è amara e salata!
- Per la virtù del sangue, della carne, del ventre, della testa, disse Fra Gianni, se ti sento ancora piagnucolare, becco del diavolo, ti acconcio io da lupo marino! Per virtù di Dio! gettiamolo in fondo al mare! Capo della ciurma, ohe, dagli, gentile compagnone, così, amico mio! Tenete duro lassù! Non stiamo male a lampi e a tuoni davvero! Io credo che oggi tutti i diavoli siano scatenati, o Proserpina ha le doglie del parto. Tutti i diavoli danzano a suon di campanelli.
CAPITOLO XX.
Come qualmente i naviganti abbandonarono le navi nel forte della tempesta.
- Ah, frate Gianni, disse Panurgo, voi peccate, mio antico amico. Antico, poiché oramai io non esisto più, voi non esistete più, mi rincresce dirvelo. Ammetto che bestemmiare così faccia un gran bene alla milza, così come allo spaccalegna dà gran sollievo chi là vicino gli grida ogni colpo ad alta voce: Han!: oppure come si consola mirabilmente il giocator di birilli, quando non ha gettato dritta la palla, se qualcuno, intelligente, presso di lui si piega e contorce la testa e metà del corpo verso la parte dove la palla ben lanciata avrebbe incontrato i birilli, ma tuttavia voi peccate, amico mio dolce.
Ma se ora noi mangiassimo un po' di cabirotada non ci metteremmo in salvo dalla tempesta? Ho letto che con tempo di tempesta sul mare, mai non avevano paura e sempre erano al sicuro i ministri degli dei Cabiri tanto celebrati da Orfeo, Apollonio Ferecide, Strabone, Pausania, Erodoto.
- Farnetica, il povero diavolo, disse Fra Gianni. Oh, becco cornuto del diavolo, possa tu andare a mille, e milioni, e centinaia di milioni di diavoli! Dacci una mano, qui, ohe, tigre! Viene sì o no?... Qui, a orza. Per la testa di Dio piena di religione! Che paternostro di bertuccia vai tu borbottando fra i denti? Questo diavolo di matto marino è la causa della tempesta e lui solo non aiuta la ciurma. Per Dio, se vengo lì, ti castigo da diavolo tempestatore! Qui, marinaretto, ragazzo mio! tieni stretto che vi faccio un nodo greco. Oh, mozzo gentile! Piacesse a Dio che tu fossi abate di Talemouze e che l'abate attuale fosse guardiano di Croullay.
- Ponocrate, fratello mio, finirete per farvi del male.
- Epistemone, guardatevi dalla gelosia, vi ho visto cadere un fulmine.
- Inse!
- Ben detto.
- Inse, inse, inse, venga lo scialuppa, inse!
- Virtù di Dio, che accade? La prora è in pezzi. Tuonate diavoli, scorreggiate, ruttate, cacate! Merda all'ondata! Poco mancò, per la virtù di Dio, che mi trascinasse sott'acqua. Scommetto che tutti i milioni di diavoli tengono qui il loro capitolo provinciale, o brigano per l'elezione del nuovo rettore. Orza, è quello che ci vuole. Attento alla testa! Ohe, mozzo, in nome del diavolo, ahi! Orza, orza!
- Bebebebu, bu, bu, disse Panurgo, bu, bu, bu, bebe, be, bu, bu, annego. Non vedo né cielo né terra. Zalas, zalas! Di quattro elementi non ne vedo che due: fuoco e acqua. Bububu, bu, bu! Piacesse alla degna virtù di Dio che nell'ora presente io fossi dentro la vigna di Seuillè, o da Innocenzo il pasticciere, davanti alla cantina dipinta a Chi non, sotto pena magari di mettermi in farsetto per cuocere i pasticci! Oh, nostromo! sapreste sbarcarmi a terra? Voi sapete far tante cose a quanto mi han detto. Vi do tutto Salmigondino e la mia grande maggiolineria, se per opera vostra riesco a trovar terra ferma. Zalas, zalas! Annego. Orsù, amici belli, poiché non possiamo approdare a buon porto, mettiamoci alla rada, non so dove. Affondate tutte le ancore. Usciamo da questo pericolo, ve ne prego. Nostromo diletto, buttate giù lo scandaglio, vi prego, e i bolidi, che sappiamo la profondità. Sondate nostromo diletto, amico mio, in nome di nostro Signore. Sappiamo se qui si può bere comodamente senza abbassarsi, come mi pare.
- Cala giù! Ahu! gridò il pilota. Cala! Mano alla drizza! Tira! Cala! Tira! Cala! Attento al rullio! Ahu! Corda! Corda giù! Ahu! Cala! Punta all'onda! Smanica il timone! Tendi le corde!
- Siamo a questo punto? disse Pantagruele. Il buon Dio Salvatore ci aiuti!
- Tendi le corde, ahu! gridò Giacometto Brahier, mastro pilota, tendi! Ciascuno pensi all'anima e si metta in devozione, e non speri aiuto che da un miracolo del cielo.
- Facciamo qualche buono e bel voto, disse Panurgo. Zalas, zalas, zalas! Bu, bu, bebebubu, bu, bu, zalas, zalas! Facciamo voti di pellegrinaggio! Qui qui ciascuno sborsi bei liardi, qui!
- Di qua, ohe, disse frate Gianni, per tutti i diavoli! A poggia! Tendi in nome di Dio. Smanica il timone, ahu! Tendi, tendi!
- Beviamo, ohe! Del migliore, dico, e del più stomatico. Avete capito, voi, ahu! Maggiordomo! Tiratelo fuori, offritelo! Tanto se ne va a tutti i milioni di diavoli. Porta qui, paggio, la mia boraccia (quella che chiamava il suo breviario). Attendete! Tira amico mio, così, virtù di Dio! Ecco della buona grandine e dei buoni fulmini, davvero! Tenete stretto lassù, di grazia! Quando avremo la festa di ognissanti? Poiché oggi mi pare sia la festa infesta di tutti i milioni di diavoli.
- Ahimè! disse Panurgo, fra Gianni si danna ben a credito. Oh quale buon amico perdo in lui! Zalas, zalas! Ecco di peggio che l'anno scorso. Cadiamo da Scilla a Cariddi, ahimè! Annego. Confiteor. Due righe di testamento, fra Gianni, padre mio, signor astrattore, amico mio, mio Acate, Xenomane, mio tutto. Ahimè, annego! Due righe di testamento! Ma sì, qui, su questo scannelletto.
CAPITOLO XXI.
Continuazione della tempesta e breve discorso sui testamenti fatti in mare.
- Far testamento disse Epistemone, ora che ci convien sforzarci e aiutare la nostra ciurma sotto pena di naufragio, mi sembra atto importuno e fuor di proposito quanto quello delle lancie spezzate e dei giovincelli di Cesare i quali entrando nelle Gallie si trastullavano a far testamenti e codicilli, si lagnavano delle loro sorti, piangevano l'assenza delle loro donne e amici romani, mentre la necessità richiedeva che corressero alle armi e si sforzassero contro Ariovisto loro nemico. E stoltezza pari a quella del carrettiere il quale, rovesciatosi il suo carro in un campo di stoppie implorava in ginocchio l'aiuto di Ercole e non pungeva i buoi né dava mano a sollevare le ruote. A che vi servirà far testamento? Infatti o noi scamperemo al pericolo o saremo annegati. Se scampiamo il testamento non servirà a nulla poiché i testamenti non sono validi né autorizzati se non per morte dei testatori. Se annegheremo non annegherà esso con noi? Chi lo porterà agli esecutori?
- Qualche buona onda, rispose Panurgo, lo getterà alla riva come accadde a Ulisse e qualche figlia di re andando a giocare a cielo aperto vi s'imbatterà e lo farà eseguire benissimo e presso la riva mi farà erigere un magnifico cenotafio come fece Didone al marito Sicheo, Enea a Deifobo sul lido di Troia presso Roete; Andromaca a Ettore nella città di Butroto; Aristotele a Ermia ed Eubulo; gli Ateniesi al poeta Euripide; i Romani a Druso in Germania e ad Alessandro Severo loro imperatore, in Gallia; Argentiero a Callaisero; Senocrite a Lisidice; Timara a suo figlio Telentagore; Eupoli e Aristodice a loro figlio Teotimo; Onestes a Timocle; Callimaco a Sopolis figlio di Dioclide; Catullo a suo fratello; Stazio a suo padre; Germano di Brie al navigante bretone Hervè.
- Tu farnetichi, disse Fra Gianni. Aiuta qui, per cinquecento mila milioni di carrettate di diavoli, aiuta, che ti pigli il canchero ai mustacchi e tre braccia di bubboni per farti un paio di brache e una nuova braghetta. La nostra nave, è rovinata! Virtù di Dio, come la rimorchieremo? Accidenti a tutti i diavoli di cavalloni! Non ce la caveremo mai più, o io mi voto a tutti i diavoli.
Allora fu udita una pietosa esclamazione di Pantagruele che diceva ad alta voce:
- Signore Iddio, salvaci, noi periamo. Avvenga ad ogni modo non ciò che piace a noi, ma sia fatta la tua santa volontà.
- Dio e la benedetta Vergine siano con noi, disse Panurgo. Holos, holos, annego. Bebebebu, bebe bu, bu! In manus. O vero Iddio, mandami qualche delfino per portarmi a salvamento a terra come un bell'Arioncino. Io suonerò ben l'arpa, se non è senza manico.
- Io mi voto a tutti i diavoli disse Fra Gianni...
- Dio sia con noi! diceva Panurgo tra i denti.
- Se vengo giù, ti mostro all'evidenza che i tuoi coglioni pendono al culo d'un vitello minchione cornardo, scornato. Mgnan, mgnan, mgnan! Vien qui ad aiutarci, vitellaccio piagnucolone, per trenta milioni di diavoli che ti saltino in corpo! Vuoi venire sì o no? Oh vitello marino! Ohibò! com'è brutto quel piagnisteo!
- Sempre la stessa cosa mi dite, fece Panurgo.
- Qua giocondo breviario, che vi rada a contropelo. Beatus vir qui non abiit. So tutto ciò a memoria. Vediamo la leggenda del signor Santo Nicola: Horrida tempestas montem turbavit acutum... Tempesta si chiamava un gran frustatore di scolari al collegio di Montaigu.
Se per frustare i poveri bambini, gl'innocenti scolaretti, i pedagoghi sono dannati, sull'onor mio egli dev'essere nella ruota d'Issione che frusta il can cortaldo che la scrolla; se per frustare i bimbi innocenti sono salvi, egli dev'essere al di sopra di...
CAPITOLO XXII.
Fine della tempesta.
- Terra, terra! gridò Pantagruele, vedo terra! Ragazzi, cuore di pecora! non siamo lontani dal porto. Il cielo da lato di tramontana comincia a schiarire. E guardate a scirocco!
- Coraggio, ragazzi, disse il pilota, il vento molla. Al trinchetto di gabbia! Issa, issa! Alle bolinghe di contromezzana! Il cavo nell'argano! Vira, vira, vira! Mano alla drizza! Issa, issa! Pianta la barra! Tien la corda del paranco! Forte! Para i puntelli! Para le scolte! Para le boline! Amura o balordo! Barra sottovento! Tira la scotta di tribordo, figlio di puttana!
- Puoi star contento buon uomo, disse Fra Gianni al marinaio, hai avuto notizie di tua madre.
- A sopravvento! Vicino del tutto! Su la barra!
- È su, risposero i marinai.
- Taglia via! Punta all'entrata! Le magliette ahu! Su le bonette! Issa, issa!
- Ben detto, ben ordinato! disse Fra Gianni, su, su, su ragazzi, attenzione! Bene! Issa, issa!
- A poggia!
- Ben detto, bene ordinato! La tempesta si calma, molla finalmente. Che Dio sia lodato! I nostri diavoli cominciano a svignarsela.
- Molla!
- Ben detto, dottamente parlato! Molla, molla! Qui, perdio! Oh gentil Ponocrate, gagliardo ribaldo! Non farà che figli maschi il porcaccione.
- Eustene, galantuomo!.....
- Al trinchetto di prora! Issa, issa!
- Ben detto! Issa per Dio! Issa, issa! Non mi degno di tener più nulla giacché
Le jour est feriau
Nau, Nau, Nau.
- Questo canto non è fuor di proposito, disse Epistemone, è di mio gusto. Infatti è giorno di festa.
- Issa, issa!
- Bene, esclamò Epistemone, vi comando di sperar bene tutti quanti: vedo Castore, qui, a destra.
- Be, be, bububu! disse Panurgo, purché non sia Elena la porcacciona.
- È veramente Mixarchagevas, se più ti piace la denominazione degli Argivi, rispose Epistemone. Ohe, ohe! vedo terra, vedo il porto, vedo gran folla all'imboccatura. Vedo fuoco sopra un obeliscolicnia.
- Ohe, ohe! gridò il pilota, doppia il capo e le basse!
- È doppiato, risposero i marinai.
- Siamo passati, disse il pilota: così passeranno le altre del convoglio. Il buon tempo aiuta.
- Per San Giovanni, disse Panurgo, questo è parlare! Oh, le belle parole!
- Mgna, mgna, mgna! canzonava Fra Gianni bevendo. Che il diavolo mi tasti, se tu ne tasti goccia. Intendi tu, coglione del diavolo?... Tenete, amico, questa piena coppa è per voi, e del più fino. Porta i peccheri, Ginnasta, e porta quel gran mastino di pasticcio giambico o giambonico, per me è lo stesso. E dateci dentro!
- Coraggio, esclamò Pantagruele, coraggio ragazzi! Siate cortesi: ecco qui, presso la nostra nave, due linte, tre barche, cinque gusci, otto volontarie, quattro gondole e sei fregate inviateci in soccorso dalla buona gente dell'isola qui vicina.... Ma chi è quell'Ucalegone laggiù che grida e si lamenta a quel modo? Non tenevo io l'albero stretto colle mani e più dritto che non farebbero duecento gomene?
- È quel povero diavolo di Panurgo, rispose fra Gianni, che ha la febbre dei vitelli addosso. Trema di paura quando è briaco.
- Se, disse Pantagruele, ha avuto paura durante l'orribile tempesta o pericoloso fortunale, non lo stimerei d'un peletto meno, purché si fosse adoprato a darci mano. Se aver paura in ogni frangente è indizio di cuore abietto e vile (e per questa ragione Achille rimproverando ignominiosamente Agamennone diceva che aveva occhi di cane e cuore di cervo) così non temere in casi evidentemente pericolosi, è segno di poca o punta apprensione. Ora se c'è cosa da temere in questa vita, dopo l'offesa a Dio, non voglio dire che sia la morte, non voglio entrare nella questione fra Socrate e gli Accademici: se la morte sia di per sé cattiva, sia di per sé da temersi. Ma che cosa è da temere se non questa specie di morte per naufragio? Infatti è cosa grave, orribile e contro natura perire in mare, come dice Omero. Anche Enea, nella tempesta dalla quale fu colto il convoglio delle sue navi presso la Sicilia, rimpiangeva di non esser morto per mano del forte Diomede e proclamava tre e quattro volte fortunati coloro che erano morti nell'incendio di Troia. Di noi non è morto alcuno che Dio Salvatore ne sia eternamente lodato. Ma le navi sono veramente in disordine! Bisognerà riparare questi guasti. Attenti a non dare in secca!...
CAPITOLO XXIII.
Come qualmente, finita la tempesta, Panurgo fa il buon compagnone.
- Ah, ah! tutto va benone, gridò Panurgo. La tempesta è passata. Fatemi sbarcare per primo, di grazia, vi prego. Vorrei andarmene un po' agli affari miei. O devo ancora darvi una mano? Su, quella corda, qui che l'avvolga. Sono pieno di coraggio davvero! E paura ben poca. Date qui, amico mio. No, no, di paura manco l'ombra. Vero è che quell'onda decumana che si scaraventò da prora a poppa, m'alterò alquanto l'arteria. Giù la vela!... Ben detto!... Ma come? Non fate nulla voi, Frate Gianni? Eh, sì, è proprio il momento di bere, questo! Che ne sappiamo se lo staffiere di San Martino non ci prepari ancora qualche nuova tempesta? Dovrò aiutarvi ancora più oltre? Virtù di Dio, quanto mi pento, benché tardi, di non aver seguito la dottrina dei buoni filosofi i quali dicono esser cosa molto sicura e dilettevole passeggiar presso il mare e navigar vicino alla terra; come l'andare a piedi tenendo il cavallo per la briglia... Ah, ah, ah! tutto va bene, per Dio! Devo aiutarvi ancora? Su, date qui, farò anche questo, se il diavolo non ci mette la coda...
Epistemone aveva il palmo della mano tutto scorticato e sanguinante per aver trattenuto con grande sforzo una delle gomene; e avendo inteso il discorso di Pantagruele, disse:
- Credete, signore, che paura e spavento n'ho avuto non meno di Panurgo; ma che importa? Non mi sono risparmiato per dare aiuto. Io considero che se il morire è (come è) necessario, fatale e inevitabile, è nel santo volere di Dio che moriamo in quest'ora o in quella, in questa o in quella guisa. Lui, pertanto, conviene incessantemente implorare, invocare, pregare, cercare, supplicare. Ma non dobbiamo limitarci a ciò; da parte nostra conviene che parimenti ci sforziamo e cooperiamo con Lui come dice il Santo Inviato. Voi sapete ciò che disse il console Flaminio quando per l'astuzia di Annibale fu circondato presso il lago di Perugia detto Trasimeno:
- Ragazzi, disse ai soldati, non sperate uscir di qui con voti e implorazioni agli dei; per forza e per virtù ci conviene evadere e a fil di spada attraverso i nemici aprirci la via. Parimenti dice in Sallustio M. Porcio Catone che l'aiuto degli dei non s'impetra con voti oziosi, con muliebri lamentazioni; vigilando, lavorando, sforzandosi, tutte cose secondo i desideri approdano a buon porto. Se nella necessità e nel pericolo l'uomo è negligente, evirato, poltrone, a torto implorerà gli dei: essi saranno irritati e indignati.
- Io do l'anima al diavolo, disse Fra Gianni...
- Facciamo a metà interruppe Panurgo.
- Se, continuò Fra Gianni, la vigna di Seuillè non sarebbe stata vendemmiata e distrutta, se io mi fossi contentato di cantare: Contra hostium insidias (materia di breviario) come facevano gli altri diavoli di monaci, senza difender la vigna a gran colpi coll'asta della croce, contro i saccheggiatori di Lernè.
- Voghi la galera! disse Panurgo, tutto va bene; e Frate Gianni sta lì senza far niente; (lo chiameremo Frate Gianni il Fannullone) e mi guarda qui a sudare e travagliarmi per aiutare questo buon marinaio, primo di questo nome. Oh, amico nostro, due parole, se non vi do fastidio: che spessore hanno le assi della nave?
- Sono grosse due buone dita, non abbiate paura, rispose il pilota.
- Virtù di Dio! esclamò Panurgo, noi siamo dunque continuamente a due dita dalla morte. È forse questa una delle nove gioie del matrimonio? Ah, voi fate bene, amico nostro, a misurare il pericolo a spanne di paura. Ma io, non ne ho punta quanto a me; il mio nome è: Guglielmo senza paura. E coraggio, invece, ne ho senza limiti. E non coraggio di pecora, intendo, ma coraggio di lupo, un fegataccio da assassino; nulla temo fuorché i pericoli.
CAPITOLO XXIV.
Come qualmente Fra Gianni dichiara a Panurgo essere stata senza ragione la sua paura durante la tempesta.
- Buon giorno, signori, buon giorno a tutti! disse Panurgo; Dio sia lodato, e voi pure. Che siate i benvenuti, i venuti a proposito. Sbarchiamo. Ohe, rematori, gettate la passerella; accosta qui quello schifo. Devo sempre aiutarvi, anche qui? Sono affamato allupato a forza di fare e lavorare come quattro buoi. Ecco qui, veramente un bel luogo e della brava gente. Avete ancora bisogno del mio aiuto, ragazzi? Non risparmiate il sudore del mio corpo, per l'amor di Dio! Adamo, cioè l'uomo, nacque per arare e lavorare come l'uccello per volare. Nostro Signore vuole, intendete bene, che mangiamo il pane col sudore del nostro corpo, non senza far nulla come questo tonacone di monaco, questo Fra Gianni che se la beve e muore di paura. Ecco il bel tempo! Ora comprendo la giustezza e il fondamento della risposta d'Anacarsi il nobile filosofo, il quale interrogato quale delle navi gli sembrasse più sicura, rispose: quella che sta nel porto.
- E anche meglio, soggiunse Pantagruele, quando, interrogato se maggiore fosse il numero de' morti o quello dei viventi, domandò: In quale conto mettete quelli che navigano per mare? Volendo sottilmente significare con ciò che i naviganti per mare sono tanto vicini a continuo pericolo di morte come se vivessero morendo o morissero vivendo.
E Porcio Catone diceva che di tre sole cose doveva pentirsi, cioè: se avesse rivelato un segreto a donna, se avesse perduto un giorno in ozio e se avesse raggiunto per via di mare luoghi altrimenti accessibili per via di terra.
- Per la degna tonaca che porto, disse Fra Gianni a Panurgo, oh coglione, amico mio, durante la tempesta hai avuto paura senza motivo né ragione, poiché il fato ti destinò a perire non già in acqua, bensì nell'aria impiccato ben alto, o bruciato allegramente come un beato padre. Signore, (disse a Pantagruele) volete voi un buon gabbano contro la pioggia? Datemi qui codesti mantelli di lupo e di tasso e fate scorticare Panurgo per coprirvi della sua pelle. Ma non avvicinatevi a fuoco, né alle fucine dei maniscalchi, per amor di Dio! Andrebbe in cenere in un momento. Alla pioggia, alla neve, alla grandine, potrete esporvi finché vorrete. E tuffatevi perdio, magari nel profondo dell'acqua che non ne sarete punto bagnato.
Fabricatene stivali d'inverno; mai non faranno acqua. Fabbricatene salvagente per insegnare il nuoto ai ragazzi; così impareranno senza pericolo.
- La sua pelle, dunque, disse Pantagruele, sarebbe come l'erba detta capelvenere, la quale mai non è bagnata, né umida, ma sempre è asciutta ancorché fosse al profondo dell'acqua quanto vorrete. Onde è detta Adianto.
- Panurgo, amico mio, riprese Fra Gianni, non aver mai paura dell'acqua, te ne prego. Per opera d'elemento contrario terminerà la tua vita.
- Vero, rispose Panurgo. Ma i cuochi dei diavoli sono qualche volta distratti e sbagliano cottura, mettono spesso a bollire quello che era destinato ad arrostire, come nelle nostre cucine i mastri cuochi spesso lardano pernici, piccioni selvatici e piccioni torraioli coll'intenzione, com'è verosimile, di metterli arrosto. Ma accade tuttavia che li mettano a bollire e preparano pernici con cavoli, piccioni con porri, o con navoni.
Ed ora, ascoltate amici belli: io dichiaro che la cappella promessa in voto a San Nicola, tra Cande e Monsereau intendevo che fosse una cappella d' acqua di rosa, nella quale "non pascolerà vacca né vitello". Infatti la getterò in fondo all'acqua.
- Ecco il galantuomo, ecco il galantuomo, il galantuomo e mezzo! disse Eustene. Così realizza il proverbio lombardino: Passato il pericolo gabato el santo.
CAPITOLO XXV.
Come qualmente dopo la tempesta Pantagruele sbarcò nell'Isola dei Macreoni.
Scendemmo subito al porto di un'isola detta l'isola dei Macreoni. La buona gente di quel luogo ci accolse con onore. Un vecchio Macrobio (così chiamavano essi il loro capo scabino) voleva condurre Pantagruele alla casa comune della città perché vi si ristorasse a suo agio e si refocillasse. Ma egli non volle dipartirsi dal molo prima che tutti i suoi non fossero discesi a terra. Dopo averli passati in rivista comandò che mutassero tutti le vesti e che tutte le provvigioni delle navi fossero sbarcate a terra affinché le ciurme facessero baldoria. E ciò fu fatto incontanente. Dio solo sa come bevvero e si divertirono. Tutta la popolazione portava viveri in abbondanza. I Pantagruelisti ne diedero loro anche più.Vero è che le loro provvigioni erano un po' guaste per la tempesta recente. Finito il pasto Pantagruele pregò ciascuno di mettersi all'opera per riparare i danni subiti dalle navi. Ed essi vi si misero di buona voglia. La riparazione era facile perché tutti gli abitanti dell'isola erano carpentieri, tutti artigiani, come nell'arsenale de' Veneziani.
L'isola era grande ma abitata solamente in tre parti e dieci parrocchie; il resto era bosco d'alto fusto e deserto, come la foresta delle Ardenne.
A nostra istanza il vecchio Macrobio mostrò ciò che vi era d'insigne e degno d'esser visto nell'isola. E nella foresta ombrosa e deserta mostrò parecchi vecchi templi in rovina, parecchi obelischi, piramidi, monumenti, e sepolcri antichi con iscrizioni ed epigrafi diversi, gli uni in lettere geroglifiche, gli altri in lingua ionica, altri in lingua arabica, agarena, schiavona, ecc. Epistemone li traduceva diligentemente. Intanto Panurgo disse a Fra Gianni:
- Questa è l'isola dei Macreoni. Macreone significa in greco uomo vecchio, di molti anni.
- E che vuoi tu ch'io ci faccia? disse Fra Gianni, vuoi che mi disperi per questo? Non c'ero mica io quando l'isola fu battezzata.
- Ebbene, io credo, rispose Panurgo, che il nome di maquerelle ne derivi. Infatti la ruffianeria non compete che alle vecchie; alle giovani compete altro lavoro. Onde è a pensare che questa sia l'isola Maquerelle, modello e prototipo di quella di Parigi. Andiamo a pescar ostriche.
Il vecchio Macrobio domandò a Pantagruele in che modo, con quali mezzi, con quale lavoro era riuscito ad approdare al loro porto quel giorno, con tanto turbamento di venti e con una sì orrifica tempesta sul mare. Pantagruele rispose che l'alto Salvatore aveva avuto riguardo alla semplicità e alla sincera affezione delle sue genti, le quali non viaggiavano per lucro, né per traffico di mercanzie. Un solo, unico motivo li aveva spinti a imbarcarsi, cioè il desiderio ardente di vedere, apprendere, conoscere, visitare l'oracolo di Bacbuc e avere il responso della Bottiglia sopra un quesito proposto da uno della compagnia. Tuttavia non poca era stata l'afflizione ed evidente il pericolo di naufragio. Poi gli domandò quale gli sembrasse esser la causa di quello spaventevole fortunale e se i mari adiacenti all'isola erano ordinariamente così soggetti alle tempeste come sono nell'Atlantico le rapide di Saint-Mathieu e di Malmusson, nel mar Mediterraneo, il vortice di Satalia; monte Argentario, Piombino, il capo Melio in Laconia, lo stretto di Gibilterra, il faro di Messina e altri.
CAPITOLO XXVI.
Come qualmente il buon Macrobio illustra a Pantagruele la sede e il trapasso degli Eroi.
- Amici pellegrini, rispose allora il buon Macrobio, questa è una delle isole Sporadi; non però delle vostre che sono nel mar Carpasio, ma delle Sporadi atlantiche. L'isola un tempo fu ricca, frequentata, opulenta, dedita al commercio, popolata e soggetta al dominatore della Bretagna; ora, col passar del tempo, decadendo il mondo è fatta povera e deserta come vedete.
In questa oscura foresta lunga e ampia più di settantotto miglia parasanghe, è l'abitazione dei demoni e degli eroi. Essi sono invecchiati e ieri dev'esserne morto uno giacché più non splende ora la cometa apparsa nei tre giorni precedenti. Al suo trapasso dev'essersi scatenata l'orribile tempesta che avete sofferto. Infatti finché son vivi ogni bene abbonda qui e nelle altre isole vicine: il mare è in bonaccia e serenità continua; ma al trapasso di ciascuno di quelli, si suole udire nella foresta grandi e pietosi lamenti e si manifestano sulla terra pesti, disastri, sciagure, nell'aria turbamento e tenebra, sul mare tempesta e burrasca.
- Verosimile è cio che dite, osservò Pantagruele. Infatti come avviene di torcia o di candela, che mentre vivono e ardono danno luce, rischiarano intorno, danno diletto a vederle, non fanno male né disturbo ad alcuno, ma nel momento che si spengono infettano l'aria con fumo ed evaporazioni, nuociono ai presenti, disturbano ognuno, così è di quelle anime nobili e insigni. Sempre mentre elle abitano i corpi, la loro dimora è pacifica, utile, dilettevole, onorevole; all'ora della dipartita avvengono comunemente nelle isole e nei continenti grandi perturbazioni dell'aria, e tenebre, con folgori, e grandine: sulla terra scosse di terremoto e fenomeni stupefacenti, sul mare burrasche e tempeste con lamentazioni di popoli, mutazioni di religioni, cambiamenti di dinastie, capovolgimenti di repubbliche.
- Ne abbiamo visto la prova, disse Epistemone, or non è molto, alla morte del prode e dotto cavaliere Guglielmo di Bellay. Lui vivo, la Francia ebbe tale fortuna che tutto il mondo la desiderava, si univa a lei, la temeva; subito dopo la sua morte fu da tutti lungamente dispregiata.
- Parimenti, disse Pantagruele, morto Anchise a Trapani in Sicilia, Enea fu vessato da terribile tempesta. E a ciò pensava per avventura Erode il tiranno e crudele re di Giudea, il quale, sentendosi prossimo a morte orribile e spaventevole (morì d'una ftiriasi, mangiato da insetti e da pidocchi, come erano morti anteriormente L. Silla, Ferecide di Siria, precettore di Pitagora, il poeta greco Alcmane e altri) e prevedendo che i Giudei alla sua morte avrebbero acceso fuochi di gioia, convocò nel suo palazzo da tutte le città, borgate e castelli di Giudea tutti i magistrati fingendo con pretesto frodolento di voler comunicare cose d'importanza pel governo e la sicurezza delle provincie. Quando arrivarono e si presentarono li fece chiudere nell'ippodromo del palazzo. Poi disse a Salomè sua sorella e al marito di lei Alessandro: - Io sono sicuro che i Giudei si rallegreranno della mia morte; ma se volete intendere ed eseguire ciò che vi dirò, i miei funerali saranno onorevoli e accompagnati da lamentazioni pubbliche. Appena dunque sarò trapassato ordinate agli arcieri della mia guardia, ai quali ho già dato istruzioni, di uccidere tutti i nobili e magistrati qui dentro rinchiusi. Così facendo tutta la Giudea sarà suo malgrado in lutto e in lamentazioni e crederanno i popoli stranieri che ciò avvenga causa la mia morte, come se fosse trapassata qualche anima d'eroe.
Lo stesso sentimento esprimeva un altro tiranno disperato quando disse: "Alla mia morte sia la terra mescolata col fuoco!" Vale a dire: perisca tutto il mondo! Il quale augurio Nerone il briccone mutò dicendo: "Me vivo..." come attesta Svetonio. Le detestabili parole, delle quali parlano Cicerone, (lib. 3, De finibus) e Seneca (lib. 2, De Clementia) sono attribuite da Dione Niceo e da Suida, all'Imperatore Tiberio.
CAPITOLO XXVII.
Come qualmente Pantagruele ragiona sulla dipartita dell'anime degli eroi e dei prodigi orrifici che precedettero il trapasso del defunto signore di Laugey.
- Io non vorrei, continuò Pantagruele, non aver sofferto la tempesta di mare che tanto ci ha tormentato e travagliato giacché così ho avuto modo d'intendere ciò che ci ha detto questo buon Macrobio. E sono indotto a credere quanto ci ha detto della cometa vista in cielo alcuni giorni prima di quella dipartita. Infatti certe anime sono tanto nobili, preziose ed eroiche che del loro dipartire e trapassare ci è dato segno alcuni giorni prima dai cieli. E come il medico prudente quando vede dai prognostici che il malato entra nel decorso della morte, avverte qualche giorno prima moglie, figlioli, parenti e amici, del decesso imminente del loro marito, padre, o consanguineo, affinché nel breve tempo che gli resta da vivere lo ammoniscano a provvedere alla sua casa, a consigliare e benedire i figlioli, a raccomandare la vedova, a dichiarare ciò che reputi necessario al mantenimento dei pupilli, e non sia sorpreso da morte senza testare e dare disposizioni per l'anima sua e per la sua casa, similmente i cieli benevoli, come lieti di ricevere quelle beate anime, prima del loro decesso sembrano accendere fuochi di gioia con quelle comete e apparizioni di meteore; le quali vogliono i cieli che siano da uomini tenute in conto di prognostici certi e predizioni veraci che dopo pochi giorni quelle venerabili anime lascieranno i loro corpi e la terra.
Allo stesso modo un tempo in Atene i giudici areopagiti nel giudizio dei malfattori prigionieri, usavano certi segni secondo le sentenze: per Th significavano condanna a morte, per T, assoluzione, per A, supplemento d'istruttoria, allorquando il caso non era ancora risoluto. Quelle lettere esposte al pubblico toglievano dalle preoccupazioni dell'incertezza i parenti, gli amici e gli altri curiosi di sapere quale sarebbe stata la sorte e il giudizio sui malfattori tenuti in prigione. Parimenti con quelle comete, quasi lettere dell'etere, i cieli dicono tacitamente: "Oh uomini mortali, se da quelle beate anime volete sapere, apprendere, intendere, conoscere, prevedere alcuna cosa concernente il bene e l'utilità pubblica o privata, affrettatevi a presentarvi loro e aver da loro risposta, poiché s'approssima la fine e catastrofe della commedia. Dopo la catastrofe ogni rimpianto sarà vano.
Ma i cieli fanno anche più. Per dichiarare che la terra e le anime terrene non sono degne della presenza, compagnia e godimento di quelle anime insigni, sollevano stupore e spavento con prodigi, presagi, miracoli, e altri segni precedenti formati contro ogni legge di natura. E ciò vedemmo parecchi giorni prima del dipartirsi della tanto illustre, generosa ed eroica anima del dotto e prode cavaliere di Langey del quale avete parlato.
- Me ne ricordo, disse Epistemone, e ancora mi abbrividisce e trema il cuore nella sua capsula, quando penso ai prodigi tanto strani e orrifici ai quali assistemmo cinque o sei giorni prima della sua morte. Per modo che i signori di Assler Chemant, Mailly il guercio, di Saint-Ayl, di Villeneuve-la-Guyart, mastro Gabriele medico di Savigliano, Rabelais, Cohuau, Massuau Majorici, Bullou, Cercu detto il borgomastro, Francesco Proust, Ferron, Carlo Girard, Francesco Bourrè e tanti altri amici, famigliari e servitori del defunto, tutti spaventati si guardavano gli uni gli altri in silenzio, senza dir parola, tutti pensando e prevedendo nel loro intendimento che fra breve la Francia sarebbe stata priva di un cavaliere tanto perfetto e tanto necessario alla sua gloria e protezione e che i cieli lo richiamavano come ad essi dovuto per proprietà naturale.
- Fiocco del mio cappuccio! disse Fra Gianni, voglio divenir chierco ne' miei vecchi giorni. Ho assai buon intendimento in verità.
Or domando dimandando:
Come il re al suo valletto
La regina al figlioletto
questi eroi e semidei dei quali avete parlato, possono morire colla morte? Per nostra Signora, io pensava nel mio pensamento che fossero immortali come belli angeli, Dio voglia perdonarmelo. Questo reverendissimo Macrobio afferma invece che alla fine muoiono.
- Non tutti, rispose Pantagruele. Gli stoici li dicevano tutti mortali, eccettuato uno che solo è immortale, impassibile, invisibile.
Pindaro dice chiaramente che la conocchia e il filo del Destino e delle Parche inique non filano più filo, cioè più vita alle dee Amadriadi, di quanta sia concessa agli alberi da esse conservati, cioè le quercie onde nacquero, secondo l'opinione di Callimaco e di Pausania, in Phoci. Questa è anche l'opinione di Marciano Capella. Quanto ai Semidei, Pani, Satiri, Silvani, Folletti, Egipani, Ninfe, Eroi, e Demoni, parecchi hanno calcolato che le loro vite durano 9720 anni, sommando le loro età diverse valutate da Esiodo: e questo numero è composto dall'unità passata al quadruplo e il quadruplo intero quattro volte per sé moltiplicato, poi il tutto cinque volte moltiplicato per solidi triangoli. Vedete Plutarco al libro sulla Cessazione degli oracoli.
- Questa non è materia di breviario, disse Fra Gianni, e non ne credo se non ciò che vi piacerà.
- Io credo, disse Pantagruele che tutte le anime intellettive sono esenti dalle forbici di Atropo. Tutte sono immortali: angeli, demoni, e uomini. Vi racconterò tuttavia una storia ben strana, ma scritta e certificata da parecchi dotti e sapienti storiografi.
CAPITOLO XXVIII.
Come qualmente Pantagruele racconta una commovente istoria sul trapasso degli Eroi.
- Epiterse padre del retore Emiliano, navigando dalla Grecia all'Italia sopra una nave carica di mercanzie diverse e numerosi viaggiatori, verso sera abbassato il vento presso le isole Echinadi, tra la Morea e Tunisi, la nave fu portata verso l'isola di Paxo e ivi approdò. Mentre alcuni dei viaggiatori dormivano, altri vegliavano, altri bevevano e mangiavano, dall'isola di Paxo fu udito qualcuno che gridava a gran voce: Tamos! A quel grido tutti furono spaventati. Tamos era il pilota, nativo d'Egitto; ma il suo nome era noto a pochissimi dei viaggiatori. La voce fu udita una seconda volta chiamare Tamos con grida terribili. Nessuno rispondeva, ma tutti restavano in silenzio trepidando. La voce fu udita una terza volta più terribile di prima. Allora Tamos rispose:
- Sono qui, che domandi? Che vuoi tu ch'io faccia?
Allora la voce disse altamente con tono di comando che quando fosse giunto a Palode, divulgasse che Pan il gran Dio era morto.
Non erano ancora finite le parole che furono sentiti grandi sospiri, grandi lamenti e spavento sulla terra non d'una persona sola ma di tante insieme.
La notizia (poiché parecchi erano stati presenti) fu ben presto divulgata a Roma. E Cesare Tiberio, allora imperatore, mandò a chiamare quel Tamos e, intesolo, prestò fede alle sue parole. E chiesto ai dotti che erano allora in buon numero alla sua Corte e in Roma, sentì da loro che Pan era stato figlio di Mercurio e Penelope. Così avevano scritto Erodoto e Cicerone nel terzo libro De natura deorum.
Tuttavia io attribuirei il miracolo a quel grande Salvatore dei fedeli che in Giudea fu ignominiosamente ucciso per l'invidia e l'iniquità dei pontefici, dottori, preti e monaci della legge mosaica. E l'interpretazione non mi sembra errata, ché a buon diritto Egli può esser detto in lingua greca Pan. Egli è il nostro Tutto. Tutto ciò che viviamo, tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che speriamo è lui, in lui, da lui, per lui. È il buon Pan, il gran pastore che, come attesta l'appassionato pastore Coridone, ama non solo le pecore, ma anche i pastori. Alla sua morte infatti, seguirono compianti, sospiri, spavento e lamentazioni in tutta la macchina dell'universo: cieli, terra, mare, inferno. A questa mia interpretazione corrisponde il tempo. Infatti quel buonissimo e grandissimo Pan, unico Salvatore nostro, morì a Gerusalemme, regnando in Roma Tiberio Cesare.
Pantagruele, finito questo discorso, restò in silenzio e in profonda contemplazione. Poco dopo vedemmo le lagrime colare dai suoi occhi, grosse come ova di struzzo. Mi voto a Dio se mento d'una sola parola.
CAPITOLO XXIX.
Come qualmente Pantagruele arrivò all'isola di Tapino nella quale regnava Quaresimante.
Restaurate e riparate le navi dell'allegro convoglio, rinnovate le vettovaglie, lasciati i Macreoni più che contenti e soddisfatti della spesa che vi aveva fatta Pantagruele, le nostre genti, con grande alacrità e più allegre del solito, il giorno dopo fecero vela con una serena e fresca brezza. A giorno avanzato Xenomane mostrò di lontano l'isola di Tapinois nella quale regnava Quaresimante. Pantagruele aveva già sentito parlare di lui e avrebbe voluto visitarlo in persona, ma Xenomane lo dissuase sia per la deviazione che avrebbero dovuto compiere, sia per i magri passatempi che disse esservi in tutta l'isola e nella Corte del detto signore.
- Vi troverete, egli disse, come sola risorsa un gran trangugiatore di piselli grigi, gran sfondatore di barili di aringhe, gran cacciatore di talpe, grande imballatore di fieno, mezzo gigante dalla pelurie nascente e con doppia tonsura, proveniente dal Lanternese e gran lanterniere egli stesso, gonfaloniere degli Ictiofagi, dittatore del Mostardese, frustatore di bambini, calcinatore di ceneri, padre e figliolo dei medici, ricco di assoluzioni, indulgenze, e stazioni, galantuomo, buon cattolico, di gran devozione. Piange per tre parti del giorno, mai non si trova a nozze. Vero è che non si trova in quaranta reami fabbricante di lardatoi e schidioni più industrioso di lui. Circa sei anni or sono, passando per Tapinilandia, me ne portai una grossa e la donai ai beccari di Cande che li apprezzarono assai e non senza ragione. Al nostro ritorno ve ne mostrerò due attaccati al gran portale.
I suoi alimenti sono: usberghi salati, caschetti, morioni salati e celate salate, grazie ai quali patisce talvolta di grave pisciacalda. Il suo vestire è allegro e nel taglio e nel colore; infatti usa il grigio e il freddo con niente davanti e niente di dietro, e idem per le maniche.
- Mi farete piacere disse Pantagruele, se, come avete descritto il vestire, gli alimenti, la maniera di fare e i passatempi, mi descriverete anche l'aspetto e le parti del suo corpo.
- Te ne prego anch'io, coglioncino, disse Fra Gianni, poiché l'ho trovato nel mio breviario e se ne fugge dietro le feste mobili.
- Volentieri, rispose Xenomane. Più ampiamente sentiremo parlare per avventura di lui arrivando all'isola Feroce, dominata dalle arcigne Anduglie sue nemiche mortali contro le quali è in guerra sempiterna. E se non era l'aiuto del nobile Martedigrasso loro protettore e buon vicino, il gran lanterniere Quaresimante da gran tempo le avrebbe cacciate dalla loro terra e sterminate.
- Sono esse maschi o femmine? Angeliche, o mortali? Donne o pulzelle? chiese Fra Gianni.
- Femmine di sesso, rispose Xenomane, e mortali di natura; alcune pulzelle, altre no.
- Io mi voto al diavolo, disse Fra Gianni, se non tengo per loro. Che scandalo mover guerra a donne! Torniamo indietro, ammazziamo quel villanzone!
- Combattere contro Quaresimante? disse Panurgo. Ah, per tutti i diavoli, non sono sì matto, ne sì ardito a un tempo. Quid iuris, se ci trovassimo presi tra le Anduglie e Quaresimante, tra l'incudine e i martelli? Canchero! Via, via di là, passiamo oltre! Addio, addio, Quaresimante! Vi raccomando le Anduglie; e non dimenticate i Sanguinacci.
CAPITOLO XXX.
Come qualmente Xenomane anatomizza e descrive Quaresimante.
Quaresimante, disse Xenomane, quanto alle parti interne, aveva il cervello (almeno al tempo mio) simile in grandezza, colore, sostanza e vigore, al coglione sinistro di un pellicello maschio.
I ventricoli del cervello come un tirafondo.
L'escrescenza vermiforme come un maglietto.
Le membrane come il cappuccio d'un monaco.
L'imbuto come un mastello da muratore.
La volta come un cuneo.
La glandola pineale come un otre.
La rete ammirabile come un frontale di cavallo.
Gli additamenti mammillari come scarponi.
I timpani come mulinetti.
Gli ossi petrosi come piumetti.
La nuca come una lanterna.
I nervi come rubinetti.
L'ugola come una cerbottana.
Il palato come un crogiuolo.
La saliva come una spola.
Le tonsille come occhiali monocoli.
L'istmo come una gerla.
Il gorgozzule come un paniere da vendemmia.
Lo stomaco come un cinturone.
Il piloro come un forcale di ferro.
L'aspra arteria come una ronca.
Il gozzo come un gomitolo di stoppa.
Il polmone come una mozzetta.
Il cuore come una pianeta.
Il mediastino come una scodella.
La pleura come un becco di corvo.
Le arterie come una cappa bearnese.
Il diaframma come un berretto alla coccarda.
Il fegato come un'accetta.
Le vene come un telaio.
La milza come un richiamo da quaglie.
Le budelle come un tramaglio.
Il fiele come una marra.
La corata come un guanto di ferro.
Il mesantere come una mitria d'abate.
L'intestino digiuno come un cane da dentisti.
L'intestino guercio come un piastrone di corazza.
Il colon come un'anfora.
Il budello culare come una borraccia monacale.
I rognoni come cazzuole.
I lombi come catenacci.
Gli ureteri come catene da camino.
Le vene emulgenti come schizzetti di sambuco.
I vasi spermatici come pasticci sfogliati.
I parastati come recipienti da piume.
La vescica come un arco da freccie.
Il collo della vescica come un battaglio.
Il mirach come un cappello albanese.
Il sifach come un bracciale.
I muscoli come soffietti.
I tendini come guanti da falconieri.
I legamenti come scarselle.
Le ossa come pezzi duri.
La midolla come una bisaccia.
Le cartilagini come tartarughe terrestri.
Gli ademi come roncole.
Gli spiriti animali come cazzotti.
Gli spiriti vitali come lunghi buffetti.
Il sangue bollente come sgrugnoni moltiplicati.
L'urina come chi fa le fiche al papa.
La genitura come un centinaio di chiodi da travicelli. E mi raccontava la sua nutrice che avendo egli sposato la Mezzaquaresima ne generò solamente un certo numero d'avverbi locali e certi digiuni doppi.
Aveva la memoria come una sciarpa.
Il senso comune come un campanome.
L' immaginazione come uno scampanio.
I pensieri come un volo di stornelli.
La coscienza come uno snidamento d'aironetti.
Le deliberazioni come mantici d'organo.
Il pentimento come l'equipaggio di un doppio cannone.
Le imprese come la zavorra d'un galeone.
Il comprendonio come un breviario stracciato.
L'intelligenza come una lumaca che vien via da fragole.
La volontà come tre noci e una scodella.
Il desiderio come sei balle di lupinella.
Il giudizio come una calzatoia.
La discrezione come una manopola.
La ragione come uno sgabello.