PARTE PRIMA
Allora Pietro si avvicinò a lui e disse: «Signore! Quante volte devo perdonare al mio fratello che pecca contro di me? Fino a sette volte?». Gesù gli disse: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».
Matteo, XVIII, 21-22
E perché guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave nel tuo occhio?
Matteo, VII, 3
...chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei.
Giovanni, XVIII,
Il discepolo non supera il maestro; ma anche raggiungendo la perfezione, ognuno sarà come il suo maestro. Luca, VI, 40
I
Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalvano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d'erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, - la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l'erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, i pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini - i grandi, gli adulti - non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all'amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l'un l'altro.
Così nell'ufficio del carcere provinciale non si riteneva sacro e importante che a tutti gli animali e gli uomini fosse data la tenerezza e la gioia della primavera, ma si riteneva sacro e importante che alla vigilia fosse giunto un foglio numerato con timbro e intestazione, secondo il quale per le nove del mattino di quel giorno, 28 aprile, dovevano essere consegnati tre detenuti che si trovavano nel carcere in attesa di giudizio: due donne e un uomo. Una di queste donne, in quanto principale imputata, doveva essere consegnata separatamente. Ed ecco, in base a quell'ordine, il 28 aprile, alle otto del mattino, nel buio e maleodorante corridoio del reparto femminile entrò il capocarceriere. Dietro di lui entrò nel corridoio una donna con il volto sfinito e i capelli grigi e ondulati, che indossava una blusa con le maniche gallonate e una cintura dall'orlo blu. Era la sorvegliante.
- Vuole la Maslova? - domandò avvicinandosi con il carceriere di turno a una delle porte delle celle che si aprivano sul corridoio.
Il carceriere aprì sferragliando il chiavistello e, spalancata la porta della cella, da cui uscì una zaffata ancor più pestilenziale dell'aria del corridoio, gridò:
- Maslova, in tribunale! - e di nuovo socchiuse la porta, aspettando.
Persino nel cortile del carcere c'era la fresca, vivificante aria dei campi, portata in città dal vento. Ma in corridoio c'era un'opprimente aria mefitica, impregnata di odore di escrementi, catrame e marciume, che immediatamente deprimeva e intristiva ogni nuovo venuto. Lo sperimentò su di sé, nonostante l'abitudine all'aria viziata, la sorvegliante che giungeva dal cortile. All'improvviso, entrando nel corridoio, si era sentita stanca e assonnata.
In cella si udiva del movimento: voci femminili e passi di piedi scalzi.
- Allora, Maslova, ti muovi sì o no? Svelta! - gridò il capocarceriere dalla porta della cella.
Dopo un paio di minuti ne uscì con passo energico, si voltò rapidamente e si fermò accanto al carceriere una giovane donna non alta e dal seno molto florido, che indossava una casacca grigia sopra una camicetta e una gonna bianche. La donna aveva ai piedi delle calze di tela, sopra le calze i koty dei carcerati, sul suo capo era annodato un fazzoletto bianco che lasciava sfuggire, evidentemente con intenzione, delle ciocche di capelli ricci e neri. Tutto il viso della donna era di quella particolare bianchezza che hanno i visi delle persone che hanno passato molto tempo al chiuso, e che ricorda i germogli delle patate in cantina. Così erano anche le piccole larghe mani e il collo bianco e pieno, che s'intravedeva sotto l'ampio colletto della divisa. In questo viso colpivano, soprattutto sull'opaco pallore del volto, gli occhi nerissimi, lucenti, un po' gonfi ma molto vivaci, di cui uno leggermente strabico. Si teneva molto eretta, sporgendo il seno pieno.
Uscita in corridoio, piegando un po' indietro il capo guardò dritto negli occhi il carceriere e si fermò, pronta ad eseguire tutto quanto le avessero ordinato. Il carceriere voleva già richiudere la porta, quando da lì si affacciò il volto pallido, severo e rugoso di una vechia canuta a capo scoperto. La vecchia cominciò a dire qualcosa alla Maslova. Ma il carceriere spinse la porta contro la testa della vecchia, e la testa scomparve. Nella cella una voce femminile sghignazzò. Anche la Maslova sorrise e si volse alla piccola finestrella sbarrata della porta. La vecchia dall'altra parte si strinse alla finestrella e con voce roca disse:
- Soprattutto non dire niente di troppo, insisti su una cosa e basta.
- Eh, sì, una cosa... tanto peggio di così non può andare, - disse la Maslova, scuotendo il capo.
- Si sa che una cosa non è due, - disse il capocarceriere, con la certezza nel proprio spirito di chi è abituato a comandare. - Seguimi, marsc'! -.
L'occhio della vecchia che si vedeva dalla finestrella scomparve, e la Maslova si portò in mezzo al corridoio e a passettini rapidi seguì il capocarceriere. Discesero una scala di pietra, passarono accanto alle celle degli uomini, ancor più maleodoranti e rumorose di quelle femminili, seguiti ovunque da occhi che li spiavano dagli spiragli delle porte, ed entrarono in un ufficio dove c'erano già due soldati di scorta con i fucili. Lo scrivano lì seduto diede a uno dei soldati una carta impregnata di fumo di tabacco e, indicando la detenuta, disse: «Prendila». Il soldato, un contadino di Nižnij Novgorod col viso rosso butterato dal vaiolo, mise la carta dietro il risvolto della manica del cappotto e, sorridendo, strizzò l'occhio al compagno, un ciuvascio dagli zigomi larghi, accennando alla detenuta. I soldati con la detenuta discesero la scala e si diressero verso l'uscita principale.
Nel portone dell'uscita principale si aprì un cancelletto e, varcatane la soglia e passati in cortile, i soldati con la detenuta uscirono dal recinto e s'incamminarono in mezzo alle vie lastricate della città.
Vetturini, bottegai, cuoche, operai e impiegati si fermavano e osservavano con curiosità la detenuta; alcuni scuotevano il capo e pensavano: «Ecco come va a finire chi si comporta male, noi invece...». I bambini guardavano terrorizzati la criminale, tranquillizzandosi solo al vedere che era seguita dai soldati e ormai non avrebbe più potuto far niente. Un uomo di campagna, che aveva venduto del carbone e preso il tè in trattoria, le si avvicinò, si fece il segno della croce e le diede una copeca. La detenuta arrossì, chinò il capo e mormorò qualcosa.
Sentendo gli sguardi puntati su di lei, la detenuta senza voltare il capo, di nascosto, guardava con la coda dell'occhio quelli che la osservavano, e l'essere oggetto di tanta attenzione la rallegrava. La rallegrava anche l'aria pura rispetto a quella della prigione, primaverile, ma le faceva male camminare sulle pietre con i piedi disabituati al movimento e calzati degli scomodi koty da detenuta, e guardava dove metteva i piedi e cercava di posarli il più lievemente possibile. Passando accanto alla bottega di un fornaio, dinanzi alla quale dei colombi passeggiavano indisturbati, dondolando, la detenuta per poco non ne calpestò uno grigio-azzurro; il colombo fece un balzo e, frullando le ali, le volò proprio sopra l'orecchio, facendole vento. La detenuta sorrise e poi sospirò gravemente, ricordandosi della sua condizione.
II
La storia della detenuta Maslova era una storia molto comune. La Maslova era figlia di una serva non maritata, che lavorava con la madre, guardiana di bestiame, nella tenuta di due sorelle nubili, proprietarie terriere. Questa donna non maritata partoriva ogni anno, e, come si usa fare in campagna, il figlio veniva battezzato, ma poi la madre non allattava il bambino indesiderato, inutile e d'intralcio nel lavoro, e lui moriva ben presto di fame.
Così erano morti cinque figli. Tutti erano stati battezzati, poi non li avevano nutriti, ed erano morti. Il sesto, avuto da uno zingaro di passaggio, fu una femmina, e la sua sorte sarebbe stata identica se una delle due anziane signorine non fosse entrata nella stalla per rimproverare le mungitrici per la panna che puzzava di mucca. Nella stalla giaceva la puerpera con un neonato sano e bellissimo. L'anziana signorina rimproverò sia per la panna sia perché avevano lasciato entrare nella stalla una donna che aveva partorito, e voleva già andarsene quando, vista la piccina, se ne intenerì e si offrì di farle da madrina. Fece battezzare la bambina e poi, impietosita della figlioccia, diede latte e denaro alla madre, e la bambina restò in vita. Fu così che le anziane signorine la chiamarono «la salvata».
La bimba aveva tre anni quando sua madre si ammalò e morì. Per la nonna vaccara la nipotina era un peso, e così le anziane signorine la presero con sé. La bambina dagli occhi neri cresceva straordinariamente vivace e graziosa, ed era la loro consolazione.
Le anziane signorine erano due: la minore, più buona, Sof'ja Ivanovna, quella che aveva battezzato la bambina, e la maggiore, più severa, Mar'ja Ivanovna. Sof'ja Ivanovna agghindava la bambina, le insegnava a leggere e voleva farne una pupilla. Mar'ja Ivanovna diceva che la bambina doveva diventare una lavoratrice, una brava cameriera, e poi era molto esigente, puniva e perfino picchiava la bambina, quando era di cattivo umore. Così, fra queste due influenze, crescendo la bambina diventò una via di mezzo fra la cameriera e la pupilla. E così la chiamavano con un nome intermedio: non Kat'ka né Katen'ka, ma Katjuša. Cuciva, rassettava le camere, lucidava col gesso le immagini, cucinava, macinava, serviva il caffè, faceva piccoli bucati e talvolta teneva compagnia alle signorine e leggeva per loro.
L'avevano chiesta in moglie, ma non aveva voluto sposare nessuno, intuendo che vivere con quei lavoratori che la chiedevano in moglie sarebbe stato duro per lei, viziata dalla dolcezza della vita dei signori.
Così visse fino ai sedici anni. Quando compì sedici anni, dalle signorine giunse un loro nipote studente, un ricco principe, e Katjuša, senza osare confessarlo né a lui, e neppure a se stessa, se ne innamorò. Poi, due anni dopo, quello stesso nipote, andando alla guerra, passò a trovare le zie, trascorse da loro quattro giorni e alla vigilia della partenza sedusse Katjuša e, rifilatale l'indomani una banconota da cento rubli, se ne andò. Cinque mesi dopo la sua partenza, lei seppe per certo di essere incinta.
Da quel momento tutto le divenne odioso, e pensava soltanto a come sottrarsi alla vergogna che l'aspettava, e non solo prese a servire svogliatamente e male le signorine, ma non sapeva lei stessa cosa le fosse successo: a un tratto perse il controllo. Disse alle signorine un mucchio di insolenze, di cui poi fu la prima a pentirsi, e si licenziò.
E le signorine, assai scontente di lei, non la trattennero. Si fece quindi assumere come cameriera da un commissario di polizia, ma poté rimanervi soltanto per tre mesi, perché questi, un vecchio di cinquant'anni, cominciò a insidiarla, e una volta che si fece particolarmente intraprendente lei s'adirò, lo chiamò scemo e vecchio demonio e gli diede un tale spintone nel petto da farlo cadere. La cacciarono per la sua insolenza. Non era più il caso di cercarsi un altro posto, presto avrebbe dovuto partorire, e così si stabilì presso una levatrice di campagna, una vedova che vendeva acquavite. Il parto fu facile. Ma la levatrice trasmise a Katjuša una febbre puerperale che aveva contratto al villaggio da una donna malata, e mandò il bambino, un maschietto, all'orfanotrofio, dove, a quanto raccontava la vecchia che ce l'aveva portato, appena arrivato morì.
Tutto il denaro di Katjuša, quando si stabilì dalla levatrice, ammontava a centoventisette rubli: ventisette guadagnati e i cento rubli che le aveva dato il suo seduttore. Ma quando se ne andò le restavano in tutto sei rubli. Non sapeva amministrare il denaro, spendeva per sé e ne dava a chiunque gliene chiedesse. Per due mesi di pensione - vitto e tè - la levatrice le prese quaranta rubli, venticinque rubli costò sistemare il bambino, quaranta rubli la levatrice le chiese in prestito per comprare una mucca, una ventina di rubli se ne andarono così, in vestiti e regalini, cosicché quando Katjuša fu guarita non aveva più un soldo, e dovette cercarsi un posto. Il posto lo trovò presso un ispettore forestale. L'ispettore forestale era un uomo sposato, ma, esattamente come il commissario di polizia, fin dal primo giorno cominciò a insidiare Katjuša. Katjuša lo trovava disgustoso e cercava di evitarlo. Ma lui era più esperto e più furbo di lei, e soprattutto era il padrone, che poteva mandarla dove voleva, e, colto il momento opportuno, la violentò. La moglie lo venne a sapere e una volta che trovò il marito solo in camera con Katjuša si scagliò su di lei per batterla. Katjuša reagì e ci fu una zuffa, in seguito alla quale la scacciarono di casa senza pagarle il salario. Allora Katjuša andò in città, dove si fermò da una zia. Il marito della zia era rilegatore e prima viveva bene, ma adesso aveva perso tutti i clienti, era diventato un ubriacone e si beveva tutto quello che gli capitava sotto mano.
La zia teneva una piccola lavanderia, con cui sosteneva se stessa e i figli e manteneva il marito fallito. La zia propose alla Maslova di lavorare nella sua lavanderia. Ma guardando la vita dura che conducevano le lavandaie che vivevano presso la zia, la Maslova esitò e si cercò un posto di domestica nelle agenzie di collocamento. Il posto si trovò presso una signora che viveva con i due figli studenti di ginnasio. Una settimana dopo la sua assunzione il maggiore, un baffuto ginnasiale della sesta classe, smise di studiare e prese a ronzare intorno a Katjuša, non dandole più pace. La madre incolpò di tutto la Maslova e la licenziò. Un nuovo posto non si trovava, ma accadde che, giunta all'ufficio di collocamento per domestiche, la Maslova vi incontrò una signora con le paffute braccia nude cariche di anelli e braccialetti. Questa signora, saputa la situazione della Maslova, che cercava lavoro, le diede il suo indirizzo e la invitò a casa sua. La Maslova andò da lei. La signora l'accolse gentilmente, le offrì pasticcini e vino dolce e mandò via la cameriera con un bigliettino. La sera nella stanza entrò un uomo alto con lunghi capelli brizzolati e la barba grigia; il vecchio subito si sedette accanto alla Maslova e, con gli occhi luccicanti e sorridendo, si mise ad osservarla e a scherzare con lei. La padrona lo chiamò in un'altra stanza a la Maslova la sentì dire: «Fresca, campagnola». Poi la padrona chiamò la Maslova e disse che quello era uno scrittore che aveva moltissimo denaro e che non avrebbe lesinato, se lei gli fosse piaciuta. Lei gli piacque, e lo scrittore le diede venticinque rubli, promettendole di riincontrarla spesso. I soldi se ne andarono molto presto per pagare le spese alla zia e per un vestito nuovo, un cappellino e dei nastri. Di lì ad alcuni giorni lo scrittore mandò di nuovo a chiamarla. Lei andò. Egli le diede altri venticinque rubli e le propose di trasferirsi in un appartamentino.
Vivendo nell'appartamento affittato dallo scrittore, la Maslova s'innamorò di un allegro commesso che abitava nello stesso cortile. Lei stessa lo annunciò allo scrittore e andò a vivere per conto suo in un alloggio più piccolo. Ma il commesso, che aveva promesso di sposarla, partì per Nižnij senza dirle nulla, ed evidentemente abbandonandola, e la Maslova rimase sola. Avrebbe voluto vivere nell'appartamento per conto suo, ma non glielo permisero. E il brigadiere di polizia le disse che poteva vivere a quel modo solo facendosi rilasciare il biglietto giallo e sottoponendosi alla visita medica. Allora lei ritornò dalla zia. La zia, vedendole indosso un vestito alla moda, una mantellina e un cappello, la accolse con rispetto e non osò più proporle di fare la lavandaia, ritenendo che ormai fosse ascesa a un gradino più alto della scala sociale. E per la Maslova ormai non si poneva più la questione se fare o no la lavandaia. Adesso guardava con commiserazione la vita da galera che conducevano nelle prime stanze quelle pallide lavandaie dalle braccia magre, alcune delle quali erano già tisiche, lavando e stirando nei vapori di sapone a trenta gradi, con le finestre aperte estate e inverno, e inorridiva al pensiero di poter finire anche lei in quella galera.
Ed ecco che in quel periodo particolarmente disgraziato per la Maslova, dal momento che non capitava nessun protettore, fu rintracciata da una mezzana che procurava ragazze a una casa di tolleranza.
La Maslova beveva già da molto, ma negli ultimi tempi della sua relazione con il commesso, e dopo che egli l'ebbe lasciata, aveva imparato a bere sempre di più. L'alcool l'attirava non solo perché gliene piaceva il sapore, ma l'attirava soprattutto perché le permetteva di dimenticare tutte le esperienze penose che aveva attraversato, e le dava una disinvoltura e una certezza della propria dignità che senza l'alcool non aveva. Senza alcool provava sempre tristezza e vergogna.
La mezzana offrì un pranzo alla zia e, dopo aver fatto bere la Maslova, le propose di entrare in un'ottima casa, la migliore della città, presentandole tutti i vantaggi e i privilegi di quella condizione. La Maslova si trovava dinanzi a una scelta: o l'umiliante condizione di serva, in cui certo ci sarebbero state persecuzioni da parte degli uomini e segreti adulteri saltuari, o una condizione sicura, tranquilla, legalizzata, e un adulterio permanente, alla luce del sole, consentito dalla legge e ben retribuito; e scelse quest'ultimo. Inoltre con ciò pensava di ripagare il suo seduttore, e il commesso, e tutte le persone che le avevano fatto del male. Per giunta l'allettava, e fu uno dei motivi della sua decisione, quanto le aveva detto la mezzana: che avrebbe potuto ordinarsi tutti gli abiti che avesse voluto: di velluto, di faille, di seta, da ballo con le spalle scoperte e senza maniche. E quando la Maslova s'immaginò in un abito di seta giallo vivo con una guarnizione di velluto nero, décolleté, non poté resistere e consegnò il passaporto. Quella stessa sera la mezzana prese una carrozza e la condusse nella celebre casa della Kitaeva.
E da quel momento iniziò per la Maslova quella vita di cronica violazione dei precetti divini e umani che conducono centinaia e centinaia di migliaia di donne, non solo col consenso, ma sotto la protezione dell'autorità statale, preoccupata del bene dei suoi cittadini, e che termina per nove donne su dieci con tormentose malattie, l'invecchiamento precoce e la morte.
Mattina e pomeriggio il sonno pesante dopo l'orgia notturna. Dopo le due o le tre, lo stanco risveglio fra le lenzuola sporche, acqua di seltz contro i postumi della sbornia, caffè, il pigro ciondolare per le stanze in vestaglia, in camicia, in accappatoio, gli sguardi da dietro le tendine delle finestre, i fiacchi battibecchi con le altre ragazze; poi il lavare, ungere, profumare il corpo e i capelli, la prova degli abiti, i relativi litigi con la padrona, l'esaminarsi allo specchio, il trucco del viso, delle sopracciglia, il cibo dolce e grasso; poi l'indossare un vistoso abito di seta che mette a nudo il corpo; poi l'uscita in una sala addobbata e illuminata a giorno, l'arrivo degli ospiti, la musica, le danze, i dolciumi, il vino, il fumo e l'adulterio con giovani, uomini di mezza età, poco più che bambini e vecchi cadenti, scapoli, sposati, mercanti, commessi, armeni, ebrei, tatari, ricchi, poveri sani, malati, ubriachi, sobri, brutali, teneri, militari, civili, studenti, ginnasiali - di ogni ceto, età e carattere. E grida e scherzi, e litigi e musica, e tabacco e alcool, e alcool e tabacco, e musica dalla sera all'alba. E solo la mattina la liberazione e un sonno pesante. E così ogni giorno, tutta la settimana. E alla fine della settimana il viaggio a un istituto statale, un ufficio di polizia dove dei funzionari al servizio dello Stato, medici uomini, talvolta seri e severi, talaltra invece con scherzosa allegria, violando il pudore dato dalla natura non solo agli uomini, ma anche agli animali, per proteggerli dal delitto, visitavano queste donne e consegnavano loro una patente per continuare quegli stessi delitti commessi con i loro complici nel corso della settimana. E di nuovo una settimana identica. E così ogni giorno, estate e inverno, nei giorni feriali come in quelli festivi.
Così aveva vissuto la Maslova per sette anni. In quel periodo aveva cambiato due case ed era stata una volta in ospedale. Nel settimo anno della sua permanenza in casa di tolleranza e nell'ottavo dopo la prima caduta, all'età di ventisei anni, le era capitato il fatto per cui era stata arrestata, e ora la conducevano in tribunale, dopo sei mesi di permanenza in carcere insieme a ladre e assassine.
III
Mentre la Maslova, sfinita dalla lunga marcia, si avvicinava con la sua scorta all'edificio del tribunale distrettuale, quello stesso nipote delle sue educatrici che l'aveva sedotta, il principe Dmitrij Ivanoviè Nechljudov, era ancora coricato nel suo alto, soffice letto a molle, sul materasso di piumino, e, sbottonatosi il colletto della candida camicia da notte di tela d'Olanda con le piegoline stirate sul petto, fumava una sigaretta. Guardava innanzi a sé con gli occhi fissi e pensava a quello che doveva fare quel giorno e agli avvenimenti della vigilia.
Rammentando la serata precedente, trascorsa dai Korèagin, persone ricche e conosciute, di cui tutti supponevano dovesse sposare la figlia, sospirò e, gettato il mozzicone della sigaretta, voleva prenderne un'altra dal portasigari d'argento, ma cambiò idea e, calando dal letto le gambe bianche e lisce, trovò a tastoni le pantofole, si gettò sulle spalle rotonde la vestaglia di seta e, con passo rapido e pesante, andò nel bagno attiguo alla camera da letto, tutto impregnato dell'odore artificiale delle lozioni, delle acque di colonia, delle brillantine, dei profumi. Lì si pulì con un'apposita polverina i denti piombati in molti punti, li sciacquò con un'acqua profumata, poi cominciò a lavarsi tutto e a strofinarsi con diversi asciugamani. Lavatosi le mani con una saponetta profumata, pulitosi accuratamente le unghie lunghe con degli spazzolini e sciacquatosi il viso e il collo grasso nel grande lavabo di marmo, andò in una terza stanza accanto alla camera da letto, dove era pronta la doccia. Lì, lavatosi con l'acqua fredda il corpo bianco e muscoloso, che tendeva alla pinguedine, e asciugatosi con un lenzuolo di spugna, indossò della biancheria pulita e stirata, delle scarpe lucidissime, e si sedette dinanzi alla pettiniera a ravviarsi con due spazzole la barbetta nera e crespa e i capelli ondulati che cominciavano a diradarsi sulla fronte.
Tutti gli oggetti che usava, - accessori da toilette, biancheria, abiti, scarpe, cravatta, spille, gemelli - erano di primissima qualità, poco appariscenti, semplici, solidi e costosi.
Scelte fra una decina di cravatte e spille le prime che gli capitarono sotto mano (un tempo tutto ciò era nuovo e divertente, adesso non gliene importava assolutamente nulla), Nechljudov indossò un abito spazzolato e preparato sulla sedia e uscì, pulito e profumato, anche se non del tutto fresco, nella lunga sala da pranzo, il cui parquet era stato lucidato il giorno prima da tre uomini: la stanza era arredata da un'enorme credenza di rovere e un altrettanto grande tavolo allungabile, che aveva qualcosa di solenne nelle gambe allargate e scolpite a forma di zampa di leone. Su questo tavolo, coperto da una fine tovaglia inamidata con grandi monogrammi, c'erano: una caffettiera d'argento piena di fragrante caffè, una zuccheriera uguale, un bricco di panna bollita e un cestino pieno di pane fresco, fette biscottate e biscotti. Accanto al suo coperto stavano le lettere ricevute, i giornali e l'ultimo numero della «Revue des deux Mondes». Nechljudov stava appunto per prendere la posta, quando dalla porta che dava sul corridoio emerse una donna anziana e robusta vestita a lutto, con in capo una cuffia di merletto, che nascondeva la traccia troppo larga della scriminatura. Era Agrafena Petrovna, un tempo cameriera della madre di Nechljudov, morta recentemente in quella stessa casa, che era rimasta poi col figlio in qualità di governante. Agrafena Petrovna a varie riprese aveva trascorso una decina d'anni all'estero con la madre di Nechljudov, e aveva l'aspetto e i modi di una signora. Viveva nella casa dei Nechljudov fin dall'infanzia e aveva conosciuto Dmitrij Ivanoviè quando era ancora Miten'ka.
- Buon giorno, Dmitrij Ivanoviè.
- Salve, Agrafena Petrovna. Novità? - chiese Nechljudov scherzando.
- Una lettera della principessa o della principessina. La cameriera l'ha portata da un pezzo, aspetta di là da me, - disse Agrafena Petrovna, porgendo la lettera e sorridendo significativamente.
- Va bene, subito, - disse Nechljudov prendendo la lettera e, notando il sorriso di Agrafena Petrovna, si rabbuiò.
Il sorriso di Agrafena Petrovna significava che la lettera era della principessina Korèagina, con la quale, secondo lei, Nechljudov si accingeva a sposarsi. E questa supposizione, espressa dal sorriso di Agrafena Petrovna, dispiaceva a Nechljudov.
- Allora le dico di aspettare, - e Agrafena Petrovna, dopo aver messo al suo posto la spazzola per raccogliere le briciole, scivolò via dalla sala da pranzo.
Nechljudov, dissigillata la lettera profumata che gli aveva consegnato Agrafena Petrovna, cominciò a leggerla.
«Compiendo il dovere assuntomi di essere la Sua memoria, - era scritto con una calligrafia angolosa ma spaziata su un foglio di spessa carta grigia dai bordi irregolari, - le ricordo che oggi, 28 aprile, deve recarsi alla corte d'assise, e quindi non può certo venire con noi e Kolosov alla mostra di quadri, come ieri, con la Sua solita leggerezza, ci aveva promesso; à moins que vous ne soyez disposé a payer à la cour d'assises les 300 roubles d'amende, que vous vous refusez pour votre cheval, per non essersi presentato in tempo. Me ne sono ricordata ieri, subito dopo che Lei era uscito. Dunque non se ne dimentichi.
Princ. M. Korèagina»
Sull'altro lato era aggiunto:
«Maman vous fait dire que votre couvert vous attendra jusqu'à la nuit. Venez absolument à quelle heure que cela soit.
M. K.»
Nechljudov fece una smorfia. Il biglietto era la continuazione di quell'abile lavoro che già da due mesi stava intessendo su di lui la principessina Korèagina, e che consisteva nel legarlo sempre di più a sé con impalpabili fili. Mentre Nechljudov, oltre alla solita riluttanza di fronte al matrimonio degli uomini non più giovanissimi e non follemente innamorati, aveva un altro importante motivo per cui, se anche si fosse deciso, ora non avrebbe potuto fare la sua proposta. Tale motivo non era l'aver sedotto e abbandonato Katjuša dieci anni prima, di questo si era completamente dimenticato, né lo considerava un ostacolo al suo matrimonio; il motivo era che in quello stesso periodo egli aveva con una donna sposata una relazione che, sebbene ormai troncata da parte sua, non era ancora stata riconosciuta tale da lei.
Nechljudov era molto timido con le donne, ma proprio questa sua timidezza aveva suscitato in quella donna sposata il desiderio di conquistarlo. Costei era la moglie del maresciallo della nobiltà del distretto in cui Nechljudov era elettore. E questa donna l'aveva coinvolto in un legame che per Nechljudov si faceva di giorno in giorno più impegnativo e nello stesso tempo più ripugnante. Dapprima Nechljudov non aveva potuto resistere alla seduzione, poi, sentendosi colpevole di fronte a lei, non aveva potuto rompere quella relazione senza il suo consenso. Ecco qual era il motivo per cui Nechljudov non si riteneva in diritto, se anche lo avesse voluto, di fare la sua proposta di matrimonio alla Korèagina.
Sul tavolo stava per l'appunto una lettera del marito di quella donna. Vedendone la scrittura e il timbro, Nechljudov arrossì e immediatamente sentì quell'afflusso di energia che provava sempre all'approssimarsi del pericolo. Ma non era il caso di agitarsi: il marito, maresciallo della nobiltà del distretto in cui Nechljudov aveva i suoi maggiori possedimenti, lo informava che per la fine di maggio era fissata una riunione straordinaria dell'assemblea dello zemstvo e gli chiedeva di recarvisi assolutamente e donner un coup d'épaule sulle importanti questioni delle scuole e dei binari di raccordo che erano in programma e su cui ci si aspettava una forte opposizione del partito reazionario.
Il maresciallo era un liberale, e insieme ad alcuni correligionari lottava contro la reazione subentrata con Alessandro III, e tutto assorbito da questa lotta nulla sospettava della propria infelice vita familiare.
Nechljudov ricordò tutti i momenti angosciosi che aveva passato a causa di quell'uomo: si ricordò di quando aveva creduto che sapesse tutto e si era preparato a un duello con lui, in cui intendeva sparare in aria, e della terribile scenata con la moglie, la volta che era fuggita disperata in giardino, decisa ad affogarsi nello stagno, e lui era corso a cercarla. «Ora non posso andarci e non posso intraprendere nulla, finché lei non mi abbia risposto», - pensò Nechljudov. Le aveva scritto una settimana prima una lettera decisiva, in cui si riconosceva colpevole, pronto a riscattare in qualunque modo la sua colpa, e tuttavia dichiarava, per il suo stesso bene, finita per sempre la loro relazione. Appunto a quella lettera egli aspettava e non riceveva risposta. Il fatto che non ci fosse risposta era in parte un buon segno. Se lei infatti non avesse accettato la rottura, avrebbe scritto da un pezzo, o addirittura sarebbe venuta di persona, come aveva fatto in passato. Nechljudov aveva sentito parlare di un certo ufficiale che le faceva la corte, e ciò lo tormentava ingelosendolo e nello stesso tempo lo rallegrava dandogli la speranza di liberarsi dalla menzogna che lo affliggeva.
L'altra lettera era dell'amministratore delle sue tenute. Scriveva che Nechljudov doveva assolutamente andare di persona ad affermare i suoi diritti di successione e, inoltre, a risolvere il problema della futura gestione dell'azienda: se si doveva continuare come al tempo della defunta, o non era invece opportuno, come egli aveva già proposto alla principessa e ora proponeva al giovane principe, comperare nuovi arnesi e lavorare in proprio tutta la terra assegnata ai contadini. L'amministratore scriveva che tale sfruttamento sarebbe stato di gran lunga più redditizio. Con ciò si scusava di aver tardato alquanto a inviare i tremila rubli che avrebbe dovuto versargli per il primo del mese. Il denaro gli sarebbe stato spedito con la prossima posta. Il suo ritardo era dovuto al fatto che non riusciva a farsi pagare dai contadini, i quali erano diventati così poco scrupolosi che per costringerli aveva dovuto ricorrere alle autorità. Questa lettera era sia piacevole che spiacevole per Nechljudov. Gli piaceva sentire il suo potere su una grande proprietà, e gli spiaceva sapere di essere stato, al tempo della sua prima giovinezza, un sostenitore entusiasta di Herbert Spencer, di cui soprattutto l'aveva colpito, essendo egli stesso un grande proprietario terriero, quanto sosteneva nel suo Social Statics, e cioè che la giustizia non ammette proprietà privata della terra. Con la dirittura e la decisione della giovinezza non solo aveva detto che la terra non può essere oggetto di proprietà privata, e non solo all'università aveva scritto una tesi sull'argomento, ma anche nei fatti aveva allora distribuito dei piccoli appezzamenti (che non appartenevano a sua madre ma a lui direttamente, come eredità paterna), non desiderando possedere della terra in contrasto con le proprie convinzioni. Adesso, diventato per eredità un grande latifondista, doveva scegliere: o rinunciare ai suoi possedimenti, come aveva fatto dieci anni prima con le duecento desjatiny della terra del padre, o con un tacito assenso riconoscere erronee e menzognere tutte le sue idee di un tempo.
La prima cosa non poteva farla, perché non aveva alcun mezzo di sussistenza, tolta la terra. Entrare in servizio statale non voleva, mentre ormai si era abituato a una vita lussuosa, a cui riteneva di non poter più rinunciare. E poi sarebbe stato inutile, perché ormai non aveva né la forza di convinzione, né la risolutezza, né la vanità e il desiderio di stupire che aveva avuto in gioventù. La seconda cosa poi, cioè rinnegare i chiari e inconfutabili argomenti sull'illegittimità del possesso della terra, che aveva attinto un tempo dalla Statica sociale di Spencer, e una brillante conferma delle quali aveva trovato poi, molto più tardi, nelle opere di Henry George, - questo non poteva proprio. E perciò la lettera dell'amministratore gli risultava spiacevole.
IV
Bevuto il caffè, Nechljudov andò nello studio per controllare sulla lettera di convocazione a che ora doveva presentarsi in tribunale, e per scrivere una risposta alla principessina. Allo studio si accedeva attraverso la stanza da disegno, dove c'era un cavalletto con un quadro iniziato capovolto, ed erano appesi degli studi. La vista di quel quadro, su cui si era arrovellato per due anni, e degli studi, e di tutta la stanza da disegno gli ricordò la sensazione, provata con particolare intensità negli ultimi tempi, di un'impotenza a progredire nella pittura. Spiegava questa sensazione con un troppo sviluppato senso estetico, e tuttavia questa consapevolezza gli era assai spiacevole.
Sette anni prima aveva lasciato l'esercito, credendo di avere vocazione per la pittura, e dall'alto dell'attività artistica aveva guardato con un certo disprezzo tutte le altre attività. E adesso risultava che non ne aveva il diritto. Perciò qualsiasi cosa glielo rammentasse gli era spiacevole. Con un senso di pena guardò tutti i lussuosi arredi della stanza da disegno e in una disposizione d'animo poco allegra entrò nello studio. Lo studio era una stanza molto grande, alta, con ogni genere di ornamenti, arredi e comodità.
Subito, nel cassetto dell'enorme scrivania, nello scomparto «urgenti», Nechljudov trovò la lettera di convocazione, in cui era indicato che bisognava presentarsi in tribunale alle undici, poi si sedette a scrivere un biglietto alla principessina, in cui la ringraziava dell'invito e prometteva che avrebbe cercato di arrivare per pranzo. Ma, quando ebbe scritto il bigliettino, lo stracciò: era troppo intimo; ne scrisse un altro: era freddo, quasi offensivo. Di nuovo lo stracciò e premette il campanello alla parete. Dalla porta entrò un servitore anziano, dall'aria cupa, con le basette e un grembiule di percalle.
- Per favore, faccia chiamare una carrozza.
- Sì, signore.
- C'è di là la cameriera dei Korèagin: faccia dire che ringrazio e cercherò di andarci.
- Sì, signore.
«È una scortesia, ma non riesco a scrivere. Comunque la vedrò oggi stesso», - pensò Nechljudov e andò a vestirsi.
Quando, vestitosi, uscì sulla scalinata d'ingresso, la sua solita carrozza con i cerchioni di gomma lo attendeva già.
- Ieri lei aveva appena lasciato la casa del principe Korèagin, - disse il vetturino, girando il forte collo abbronzato nel colletto bianco della camicia, - quando arrivo io, e il portiere mi fa: «Il signore è appena uscito».
«Persino i vetturini sanno dei miei rapporti con i Korèagin», - pensò Nechljudov, e la questione irrisolta che lo occupava costantemente negli ultimi tempi, se dovesse o no sposare la Korèagina, gli si parò dinanzi, e come la maggior parte delle questioni che gli si presentavano in quel periodo non riusciva proprio a risolverla, né in un senso né nell'altro.
A favore del matrimonio in genere c'era, in primo luogo, il fatto che il matrimonio, oltre ai piaceri del focolare domestico, eliminando l'irregolarità della vita sessuale consentiva di vivere secondo morale; in secondo luogo e soprattutto Nechljudov sperava che la famiglia, dei bambini, avrebbero dato un senso alla sua vita così insulsa. Questo a favore del matrimonio in generale. Invece contro il matrimonio in genere c'era, in primo luogo, il timore comune a tutti gli scapoli non più giovani di perdere la libertà, e in secondo luogo il timore inconscio dinanzi all'essere misterioso che è la donna.
In particolare poi a favore del matrimonio con Missy (la Korèagina si chiamava Marija, e come in tutte le famiglie di un certo ambiente le avevano dato un soprannome) c'era, in primo luogo, il fatto che lei era di razza e in tutto, dall'abito alla maniera di parlare, camminare, ridere, si distingueva dalle persone comuni non per qualcosa di esclusivo, ma per la sua «distinzione» - non conosceva altra parola per esprimere quella qualità, che apprezzava moltissimo; in secondo luogo c'era poi il fatto che lei lo stimava più di chiunque altro, quindi, secondo lui, lo capiva. E questa comprensione, ovvero il riconoscimento delle sue alte doti, era per Nechljudov una prova dell'intelligenza e della capacità di giudizio di lei. Invece contro il matrimonio con Missy in particolare c'era, in primo luogo, il fatto che con ogni verosimiglianza si sarebbe potuta trovare una ragazza con molte più qualità della stessa Missy, e perciò più degna di lui, e, in secondo luogo, lei aveva ventisette anni, e quindi certamente aveva avuto già degli amori precedenti, - e questa idea era un tormento per Nechljudov. Il suo orgoglio non si rassegnava al fatto che, seppure in passato, ella avesse potuto amare qualcuno diverso da lui. S'intende che non poteva sapere che l'avrebbe incontrato, ma il solo pensiero che avesse potuto amare un altro prima lo offendeva.
Cosicché c'erano tanti argomenti pro, quanti contro; per lo meno la forza di questi argomenti era pari, e Nechljudov, prendendosi in giro, si chiamava «l'asino di Buridano». E tuttavia restava tale, senza sapere a quale fascio di fieno rivolgersi.
«Del resto, non avendo ricevuto risposta da Mar'ja Vasil'evna (la moglie del maresciallo della nobiltà), non avendo chiuso definitivamente con lei, non posso intraprendere nulla», - si disse. E questa consapevolezza di potere e dovere rimandare la decisione gli faceva piacere.
«Del resto, ci rifletterò meglio più tardi», - si disse quando la sua carrozza arrivò scivolando, ormai silenziosissima, all'ingresso asfaltato del tribunale.
«Adesso bisogna compiere il proprio dovere sociale coscienziosamente, come sempre faccio e ritengo necessario. Tanto più che spesso è anche interessante», - si disse e, passando accanto al guardaportone, entrò nel vestibolo del tribunale.
V
Nei corridoi del tribunale già c'era un intenso movimento, quando Nechljudov vi entrò.
I custodi ora camminavano in fretta, ora addirittura trotterellavano trafelati avanti e indietro con incarichi e documenti, senza sollevare i piedi dal pavimento, ma facendoli scivolare. Uscieri, avvocati e magistrati passavano ora in un senso, ora nell'altro, postulanti e imputati a piede libero vagavano tristemente rasente i muri o sedevano, aspettando.
- Dov'è il tribunale distrettuale? - domandò Nechljudov a uno dei custodi.
- E quale cerca? C'è la sezione civile, c'è la Corte d'appello.
- Sono un giurato.
- Sezione penale. Poteva dirlo subito. Qui a destra, poi a sinistra, seconda porta.
Nechljudov seguì le indicazioni.
Davanti alla porta indicatagli stavano due persone, in attesa: uno era un alto, grasso mercante, un uomo cordiale, che evidentemente aveva bevuto e mangiato ed era nella migliore disposizione di spirito; l'altro era un commesso di origine ebrea. Parlavano del prezzo della lana, quando a essi si avvicinò Nechljudov e chiese se era lì la stanza dei giurati.
- Qui, signore, qui. È anche lei dei nostri, un giurato? - chiese il cordiale mercante, ammiccando allegramente. - Be', vorrà dire che lavoreremo insieme; - continuò alla risposta affermativa di Nechljudov, - Baklašov, mercante della seconda corporazione, - disse porgendo la larga mano molle, che non stringeva, - lavorare bisogna. Con chi ho il piacere?
Nechljudov si presentò e passò nella stanza dei giurati.
Nella piccola stanza dei giurati c'era una decina di persone di vario genere. Tutti erano appena arrivati e alcuni sedevano, altri camminavano lanciandosi occhiate e facendo conoscenza. C'era un militare a riposo in divisa, gli altri indossavano finanziere o giacche, soltanto uno portava il farsetto dei contadini.
Tutti, - nonostante molti fossero stati distolti dalla loro occupazione e se ne dicessero infastiditi, - tutti tradivano la soddisfazione di chi è conscio di svolgere un importante compito sociale.
I giurati, chi dopo le debite presentazioni e chi semplicemente indovinando con chi aveva a che fare, chiacchieravano fra loro del tempo, della primavera precoce, degli impegni che stavano per affrontare. Quelli che non lo conoscevano si affrettarono a presentarsi a Nechljudov, ritenendolo evidentemente un onore particolare. E Nechljudov, come sempre quando si trovava fra sconosciuti, l'accettava come cosa dovuta. Se gli avessero chiesto perché si considerava al di sopra della maggioranza della gente, non avrebbe saputo rispondere, dato che tutta la sua vita non aveva dimostrato alcun merito particolare. Il fatto poi che pronunciasse bene l'inglese, il francese e il tedesco, che portasse biancheria, abiti, cravatta e gemelli comprati dai primissimi fornitori di tali articoli, non poteva certo - lo capiva lui stesso - essere un motivo per riconoscere la sua superiorità. Ma intanto riconosceva senza dubbio questa sua superiorità e accettava come dovuti i segni di rispetto che gli si tributavano, e si offendeva quando così non avveniva. Nella stanza dei giurati gli toccò appunto provare quella spiacevole sensazione di una mancanza di rispetto. Fra i giurati si trovava un conoscente di Nechljudov. Era Pëtr Gerasimoviè (Nechljudov non aveva mai saputo il suo cognome, e si vantava anche un poco di non saperlo), un tempo insegnante dei figli di sua sorella. Questo Pëtr Gerasimoviè aveva terminato gli studi e ora insegnava al ginnasio. Nechljudov non l'aveva mai potuto sopportare per la sua familiarità, la sua risata soddisfatta di sé, in generale per il suo essere così «ordinario», come diceva la sorella di Nechljudov.
- Ah, c'è cascato anche lei, - lo accolse Pëtr Gerasimoviè con una sonora risata. - Non si è defilato?
- Non ho mai pensato di defilarmi, - disse severo e cupo Nechljudov.
- Oh, ammirevole senso civico. Ma aspetti quando sarà affamato, e non la lasceranno dormire, allora mi saprà dire! - sghignazzando ancora più sonoramente disse Pëtr Gerasimoviè.
«Questo figlio di arciprete adesso si metterà a darmi del tu», - pensò Nechljudov, e atteggiato il volto a un'afflizione che sarebbe stata naturale solo se avesse appena saputo della morte di tutti i suoi parenti, si allontanò da lui e si avvicinò al gruppo che si era formato intorno a un signore prestante, alto e rasato, che raccontava animatamente qualcosa. Questo signore parlava con grande competenza della causa che si stava discutendo nella sezione civile, chiamando giudici e avvocati celebri per nome e patronimico. Raccontava della svolta sorprendente che aveva saputo imprimere alla causa un celebre avvocato e per cui una delle parti, una vecchia signora, pur avendo assolutamente ragione avrebbe dovuto pagare senza motivo una forte somma alla parte avversa.
- Un avvocato geniale! - diceva.
Lo ascoltavano con rispetto, e alcuni cercavano di intromettersi con le loro osservazioni, ma egli li interrompeva sempre, come se lui solo potesse sapere tutto esattamente.
Sebbene Nechljudov fosse giunto tardi, gli toccò attendere a lungo. L'udienza non poteva incominciare perché uno dei giudici della corte non era ancora arrivato.
VI
Il presidente era arrivato presto in tribunale. Era un uomo alto e robusto, con le fedine brizzolate. Era sposato, ma conduceva una vita molto libertina, proprio come sua moglie. Non si davano fastidio. Quella mattina aveva ricevuto un biglietto dalla governante svizzera che aveva vissuto in casa loro d'estate e che era giunta a Pietroburgo dal sud, di passaggio: diceva che fra le tre e le sei l'avrebbe aspettato all'albergo «Italia», in città. E per questo voleva iniziare e finire presto l'udienza odierna, per riuscire a fare una visitina entro le sei a quella rossa Klara Vasil'evna con cui aveva intrecciato un romanzo l'estate prima in villeggiatura.
Entrato nel suo ufficio, chiuse a chiave la porta, dallo scaffale inferiore dell'armadio dei documenti prese due pesi e fece venti movimenti in alto, in avanti, di lato e in basso e poi tre leggeri piegamenti, tenendo i pesi sopra la testa.
«Nulla mantiene in forma come una doccia e la ginnastica», - pensò tastando con la mano sinistra, sul cui anulare portava un anello d'oro, il teso bicipite destro. Gli restava da eseguire il mulinello (faceva sempre questi due esercizi prima della lunga inattività dell'udienza), quando la porta sussultò. Qualcuno cercava di aprirla. Il presidente rimise a posto in fretta i pesi e aprì la porta.
- Mi scusi, - disse.
Nella stanza entrò uno dei giudici della corte con gli occhiali d'oro, piccolo, con le spalle sollevate e il viso accigliato.
- Ancora manca Matvej Nikitiè, - disse il giudice, scontento.
- Non c'è ancora, - rispose il presidente indossando l'uniforme. - È sempre in ritardo.
- È incredibile che non si vergogni, - disse il giudice e si sedette adirato, cercando le sigarette.
Questo giudice, un uomo molto preciso, quella mattina aveva avuto uno scontro spiacevole con la moglie perché costei aveva speso prima del tempo il denaro che le era stato dato per il mese. Aveva chiesto un anticipo, ma lui aveva detto che non avrebbe derogato ai suoi principi. Ne era nata una scenata. La moglie aveva detto che in tal caso non ci sarebbe stato neppure il pranzo, che non si aspettasse di mangiare a casa. A quel punto lui se n'era andato, temendo che mantenesse la sua minaccia, dal momento che da lei ci si poteva aspettare di tutto. «Ecco cosa ci si guadagna a vivere una vita buona, morale, - pensava guardando il raggiante, sano, allegro e cordiale presidente, che allargando bene i gomiti si accarezzava con le belle mani bianche le folte e lunghe fedine brizzolate ai due lati del colletto ricamato, - lui è sempre soddisfatto e allegro, mentre io mi rodo».
Entrò il cancelliere e portò un incartamento.
- Molte grazie, - disse il presidente e accese una sigaretta. - Quale causa facciamo passare per prima?
- L'avvelenamento, direi, - disse il cancelliere indifferente.
- Be', d'accordo, vada per l'avvelenamento, - disse il presidente, ricordandosi che quella era una causa che si poteva concludere prima delle quattro, per poi andarsene. - E Matvej Nikitiè non c'è ancora?
- Non ancora.
- E Breve è qui?
- Sì, - rispose il cancelliere.
- Allora gli dica, se lo vede, che cominciamo con l'avvelenamento.
Breve era il sostituto procuratore che doveva rappresentare l'accusa in quell'udienza.
Uscito in corridoio, il cancelliere incontrò Breve. Con le spalle molto sollevate e la divisa slacciata, la borsa sotto il braccio, quasi di corsa, battendo i tacchi e agitando il braccio libero in modo tale che il piano della mano era perpendicolare alla direzione della sua marcia, costui camminava per il corridoio.
- Michail Petroviè manda a chiedere se lei è pronto, - gli domandò il cancelliere.
- S'intende, io sono sempre pronto, - disse il sostituto procuratore. - Qual è la prima causa?
- L'avvelenamento.
- Perfetto, - disse il sostituto procuratore, ma trovava la cosa tutt'altro che perfetta: non aveva dormito tutta la notte. Avevano dato una festa d'addio a un collega, bevuto molto e giocato fino alla due di notte, e poi erano andati a donne in quella stessa casa in cui stava la Maslova fino a sei mesi prima, sicché proprio la causa dell'avvelenamento non aveva fatto in tempo a leggerla, e contava di darle adesso una scorsa. E il cancelliere, sapendo che non aveva studiato la causa dell'avvelenamento, aveva suggerito apposta al presidente di farla passare per prima. Il cancelliere era un uomo di idee liberali, perfino radicali. Breve invece era un conservatore, anzi, come tutti i tedeschi impiegati in Russia, particolarmente devoto all'ortodossia, e il cancelliere non lo amava e gli invidiava il posto.
- Be', e la faccenda degli skopcy? - chiese il cancelliere.
- Ho detto che non posso, - disse il sostituto procuratore,- per mancanza di testimoni, e così dichiarerò alla corte.
- Ma fa lo stesso...
- Non posso, - disse il sostituto procuratore e, sempre agitando il braccio, corse nel suo ufficio.
Aveva rimandato la causa degli skopcy per l'assenza di un testimone assolutamente irrilevante e inutile al processo, solo perché quella causa, discutendosi in un tribunale dove la giuria era composta di intellettuali, poteva concludersi con un'assoluzione. D'intesa con il presidente, invece, quella causa si doveva rinviare a una sessione in una città di provincia, dove ci sarebbero stati più contadini, e quindi maggiori possibilità di una incriminazione.
Il movimento in corridoio continuava ad aumentare. La folla si accalcava soprattutto vicino all'aula della sezione civile, dove si discuteva la causa di cui aveva parlato ai giurati il prestante signore appassionato di casi giudiziari. Nel precedente intervallo da quell'aula era uscita la vecchietta che il geniale avvocato aveva saputo privare del patrimonio, in favore di un affarista che su quel patrimonio non aveva alcun diritto: lo sapevano i giudici e tanto più il querelante e il suo avvocato: ma la manovra che avevano inventato era tale che non si poteva non togliere il patrimonio alla vecchietta e non darlo all'affarista. La vecchietta era una donna grassa con un abito elegante e fiori enormi sul cappello. Uscita dalla porta, si era fermata in corridoio e, allargando le braccia grasse e corte, continuava a ripetere:
- Ma che sarà? Mi faccia la grazia! Che cosa vuol dire? - rivolgendosi al suo avvocato. L'avvocato guardava i fiori sul suo cappello e non l'ascoltava, pensando ad altro.
Dopo la vecchietta, dalla porta dell'aula della sezione civile, radioso nello sparato del gilet bene aperto e nel viso soddisfatto, uscì svelto quello stesso celebre avvocato che aveva fatto in modo che la vecchietta coi fiori restasse con un pugno di mosche, e l'affarista, che gli aveva dato diecimila rubli, ne guadagnasse invece più di centomila. Tutti gli occhi si volsero all'avvocato, e lui lo sentì e con tutto il suo aspetto pareva dire: «Vi prego, niente manifestazioni di devozione», e passò rapidamente oltre.
VII
Finalmente arrivò anche Matvej Nikitiè, e l'usciere, un uomo magro dal lungo collo che camminava di sbieco e ugualmente di sbieco sporgeva il labbro inferiore, entrò nella stanza dei giurati.
Questo usciere era un uomo onesto, di cultura universitaria, ma non riusciva a conservarsi un posto perché era un ubriacone impenitente. Tre mesi prima una contessa, protettrice di sua moglie, gli aveva procurato quel posto, che fino a quel momento era riuscito a conservarsi, e se ne rallegrava.
- Allora, signori, siete tutti riuniti? - chiese, inforcando il pince-nez e guardando al di sopra di esso.
- Tutti, pare, - disse l'allegro mercante.
- Controlliamo un po', - disse l'usciere e, preso un foglio dalla tasca, fece l'appello, guardando i presenti ora al di sopra del pince-nez, ora attraverso di esso.
- Consigliere di Stato I. M. Nikiforov.
- Io, - disse il signore prestante che conosceva tutti i casi giudiziari.
- Colonnello a riposo Ivan Semënoviè Ivanov.
- Presente, - rispose un uomo magro in divisa da militare in congedo.
- Mercante della seconda corporazione Pëtr Baklašov.
- Eccomi, - disse il cordiale mercante, sorridendo da un orecchio all'altro. - Pronti!
- Tenente della guardia principe Dmitrij Nechljudov.
- Io, - rispose Nechljudov.
L'usciere s'inchinò con particolare grazia e cortesia, guardando al di sopra del pince-nez, come per distinguerlo con ciò dagli altri.
- Capitano Jurij Dmitrieviè Danèenko, mercante Grigorij Efimoviè Kulešov, - eccetera, eccetera.
Tutti, tranne due, erano presenti.
- Ora, signori, favorite in aula, - disse l'usciere, indicando la porta con un gesto grazioso.
Tutti si mossero e, cedendosi il passo l'un l'altro sulle porte, uscirono in corridoio e dal corridoio nell'aula delle udienze.
L'aula del tribunale era un locale grande e lungo. Una sua estremità era occupata da una pedana, a cui conducevano tre scalini. In mezzo alla pedana c'era un tavolo, coperto da un panno verde con la frangia di un verde più scuro. Dietro il tavolo stavano tre poltrone con altissimi schienali di quercia intagliata, e dietro le poltrone era appeso in una cornice dorata il vivace ritratto a tutta figura di un generale in divisa e fascia, con un piede scostato e la mano sulla sciabola. Nell'angolo a destra si trovava un altarino con l'immagine del Cristo incoronato di spine e un leggio, e sul lato destro stava la cattedra del procuratore. A sinistra in fondo, di fronte alla cattedra, c'era il tavolino del cancelliere, più vicino al pubblico la sbarra di quercia tornita, e dietro a essa il banco ancora libero degli imputati. A destra sulla pedana c'erano due file di sedie, pure con alti schienali, per i giurati, sotto i tavoli degli avvocati. Tutto ciò si trovava nella parte anteriore della sala, divisa in due dalla sbarra. La parte posteriore invece era tutta occupata da panche che, innalzandosi una fila sopra l'altra, arrivavano fino alla parete di fondo. Nella parte posteriore della sala, in prima fila, sedevano quattro donne, operaie o cameriere all'aspetto, e due uomini, pure lavoratori, evidentemente schiacciati dalla grandiosità dell'ambiente, e che perciò bisbigliavano timidamente fra loro.
Subito dopo i giurati l'usciere si portò in mezzo all'aula col suo passo unilaterale e a voce alta, quasi volesse spaventare i presenti, proclamò:
- Entra la corte!
Tutti si alzarono e sulla pedana salirono i giudici: il presidente con i suoi muscoli e le sue magnifiche fedine; poi il giudice tetro con gli occhiali d'oro, che adesso era ancora più tetro perché proprio prima della seduta aveva incontrato suo cognato, uditore giudiziario, che gli aveva comunicato di essere stato dalla sorella, e averne saputo che non si sarebbe pranzato.
- Dunque a quanto pare andremo in trattoria! - aveva esclamato ridendo il cognato.
- Non c'è niente da ridere, - aveva detto il giudice tetro e si era fatto ancora più tetro.
E, finalmente, il terzo componente la corte, quello stesso Matvej Nikitiè che era sempre in ritardo: costui era un uomo barbuto con grandi occhi buoni all'ingiù. Soffriva di gastrite, e quella mattina aveva iniziato, su consiglio del medico, una nuova cura, e questa nuova cura l'aveva trattenuto a casa ancor più a lungo del solito. Adesso, mentre saliva sulla pedana, aveva un'aria concentrata, perché aveva l'abitudine di cercar di trarre da ogni segno possibile una risposta alle domande che si poneva. Ora aveva stabilito che se il numero di passi dalla porta dello studio alla poltrona fosse stato divisibile per tre la nuova cura l'avrebbe guarito dalla gastrite, se non fosse stato divisibile invece no. I passi erano ventisei, ma lui fece un passettino in più e giusto col ventisettesimo arrivò alla poltrona.
Le figure del presidente e degli altri giudici, usciti sulla pedana nelle loro uniformi dai colletti ricamati in oro, erano molto imponenti. Essi stessi lo sentivano, e tutti e tre, quasi turbati dalla loro magnificenza, abbassando modestamente gli occhi si sedettero in fretta sui loro seggi intagliati dietro il tavolo coperto di panno verde, su cui troneggiavano uno strumento triangolare con l'aquila e dei vasi di vetro come quelli in cui si tengono i confetti nelle credenze; c'erano anche un calamaio, penne, della carta pulita e bellissima e matite appena temperate di diverse misure. Insieme ai giudici entrò anche il sostituto procuratore. Sempre frettoloso, con la borsa sotto l'ascella; e sempre agitando il braccio, raggiunse il suo posto vicino alla finestra e subito s'immerse nella lettura e nell'esame degli incartamenti, sfruttando ogni minuto per prepararsi al processo. Era solo la quarta volta che questo procuratore sosteneva l'accusa. Era molto ambizioso e fermamente deciso a far carriera, e perciò riteneva necessario ottenere la condanna in tutti i processi in cui fosse stato accusatore. Conosceva il caso dell'avvelenamento a grandi linee e aveva già impostato il piano della sua requisitoria, ma gli servivano ancora alcuni dati, che andava adesso trascrivendo in fretta dagli atti.
Il cancelliere sedeva all'estremità opposta della pedana e, preparate tutte le carte che potevano servire per la lettura, sfogliava un articolo proibito, che si era procurato e letto il giorno prima. Intendeva parlare di quell'articolo con il giudice dalla grande barba, che condivideva le sue idee, ma prima voleva ripassarne il contenuto.
VIII
Il presidente, data una scorsa agli atti, fece alcune domande all'usciere e al cancelliere e, ottenute delle risposte affermative, dispose che venissero condotti gli imputati. Subito la porta dietro la sbarra si aprì ed entrarono due gendarmi col berretto e le sciabole sguainate, e dietro di loro prima un imputato, un uomo rosso e lentigginoso, e poi due donne. L'uomo indossava il camiciotto dei carcerati, troppo ampio e lungo per lui. Entrando in tribunale, teneva le mani tese lungo le cuciture e i pollici rigidi e allargati, trattenendo con questa posizione le maniche troppo lunghe che gli cadevano. Senza guardare i giudici e il pubblico, osservava attentamente la panca intorno a cui stava girando. Alla fine vi si sedette composto, a un'estremità, lasciando il posto alle altre e, puntato lo sguardo sul presidente, si mise a muovere i muscoli delle guance, come sussurrando qualcosa. Dopo di lui entrò una donna non più giovane, anche lei in divisa da detenuta. Sul capo della donna era annodato il fazzoletto delle carcerate, il volto era grigio-bianco, senza ciglia né sopracciglia, ma con gli occhi rossi. Questa donna sembrava assolutamente calma. Mentre andava al suo posto, il camiciotto le s'impigliò in qualcosa, lei lo liberò diligentemente, senza fretta, e si sedette.
La terza imputata era la Maslova.
Non appena entrò, gli occhi di tutti gli uomini che erano in aula si volsero verso di lei e a lungo non si staccarono dal suo volto bianco dagli occhi lucenti, neri brillanti, e dal suo seno alto che sporgeva sotto la divisa. Persino il gendarme accanto a cui era passata la fissò senza distogliere gli occhi mentre passava e prendeva posto e poi, quando si fu seduta, quasi sentendosi in colpa si voltò in fretta, si riscosse e puntò gli occhi sulla finestra dritto dinanzi a sé.
Il presidente aspettò che gli imputati prendessero posto, e non appena la Maslova si fu seduta si rivolse al cancelliere.
Ebbe inizio la consueta procedura: si elencarono i giurati, si discusse sugli assenti, s'inflisse loro un'ammenda, si decise su coloro che avevano chiesto di essere esentati e si sostituirono gli assenti con dei giurati di riserva. Poi il presidente piegò dei bigliettini, li mise in un vaso di vetro e dopo essersi rimboccato un po' le maniche ricamate dell'uniforme, denudando le braccia molto pelose, con gesti da prestigiatore cominciò a estrarre un bigliettino dopo l'altro, a spiegarlo e a leggerlo. Poi il presidente si risistemò le maniche e invitò il sacerdote a condurre i giurati al giuramento.
Il sacerdote, un vecchietto dalla faccia gonfia e giallastra in tonaca marrone, con una croce d'oro sul petto e un'altra piccola decorazione appuntata di lato sulla tonaca, muovendo lentamente le gambe gonfie sotto la veste si avvicinò al leggio che stava sotto l'immagine.
I giurati si alzarono e, accalcandosi, si mossero verso il leggio.
- Prego, - disse il sacerdote, toccandosi la croce sul petto con la mano paffuta e aspettando che tutti i giurati si avvicinassero.
Questo sacerdote era stato ordinato quarantasei anni prima e si preparava a festeggiare fra tre anni il proprio giubileo come l'aveva recentemente festeggiato l'arciprete della cattedrale. Era poi sacerdote del tribunale distrettuale dal tempo dell'apertura dei tribunali ed era molto orgoglioso di aver fatto prestare giuramento a diverse decine di migliaia di persone e di continuare a esercitare il ministero alla sua venerabile età, per il bene della chiesa, della patria e della famiglia, alla quale avrebbe lasciato, oltre alla casa, un capitale di non meno di trentamila rubli in titoli di rendita. Il fatto che il suo lavoro in tribunale, consistente nel far giurare la gente sul vangelo, in cui il giuramento è esplicitamente proibito, fosse un cattivo lavoro, non gli era mai passato per la testa, e non solo non gli pesava, ma anzi amava quell'occupazione abituale, che spesso gli faceva incontrare dei signori così perbene. Ora non senza piacere aveva conosciuto il celebre avvocato, che gli incuteva gran rispetto per aver guadagnato ben diecimila rubli con la sola causa della vecchietta dagli enormi fiori sul cappello.
Quando i giurati furono tutti saliti sulla pedana, il sacerdote, piegando di lato il capo calvo e canuto, lo infilò nell'apertura bisunta della pianeta e, ravviatosi i capelli radi, si rivolse ai giurati:
- Alzate la mano destra, e mettete le dita così, - disse lentamente, con voce senile, alzando la mano paffuta con le fossette sopra ogni dito e riunendo le dita a pizzico. - Ora ripetete dopo di me, - disse e cominciò: - Prometto e giuro su Dio onnipotente, davanti al santo suo vangelo e alla vivificante croce del Signore, che nella causa in cui... - diceva, facendo delle pause dopo ogni frase. - Non abbassate le mani, tenetele così, - si rivolse a un giovanotto che aveva abbassato la mano, - che nella causa in cui...
Il signore prestante con le basette, il colonnello, il mercante e altri tenevano le mani con le dita riunite come voleva il sacerdote, bene in alto e con sicurezza, quasi con un piacere particolare; gli altri quasi controvoglia, insicuri. Gli uni ripetevano le parole a voce troppo alta, quasi con foga, e un'espressione che diceva: «E io comunque parlerò finché mi pare», gli altri sussurravano appena, restavano indietro e poi, come spaventati, raggiungevano il sacerdote fuori tempo; gli uni tenevano le dita strette strette, quasi temendo di lasciarsi scappare qualcosa, con gesto di sfida, gli altri invece lasciavano andare le dita e poi le richiudevano. Tutti erano a disagio, solo il vecchio sacerdote era convinto senz'ombra di dubbio di fare una cosa molto utile e importante. Dopo il giuramento il presidente invitò i giurati a eleggersi un capo. I giurati si alzarono e, accalcandosi, passarono nella camera di consiglio, dove quasi tutti presero subito una sigaretta e si misero a fumare. Qualcuno propose come capo il signore prestante, e tutti furono subito d'accordo e, gettati via e spenti i mozziconi, tornarono in aula. Il neoeletto dichiarò al presidente di essere stato scelto come capo, e tutti di nuovo, scavalcandosi le gambe a vicenda, si sedettero in due file sulle sedie dagli alti schienali.
Tutto andò senza intoppi, ben presto anche non senza solennità, e questa esattezza, consequenzialità e solennità facevano evidentemente piacere ai partecipanti, confermando in loro la coscienza di svolgere un serio e importante compito sociale. Tale era la sensazione che provava anche Nechljudov.
Non appena i giurati si furono seduti, il presidente tenne loro un discorso sui loro diritti, doveri e responsabilità. Pronunciando il suo discorso, il presidente mutava continuamente posizione: ora si appoggiava sul gomito sinistro, ora sul destro, ora sullo schienale, ora sui braccioli della poltrona, ora pareggiava i bordi dei fogli, ora accarezzava il tagliacarte, ora tastava la matita.
I loro diritti, secondo le sue parole, consistevano nella facoltà di interrogare gli imputati tramite il presidente, avere carta e matita ed esaminare i corpi del reato. Il dovere consisteva nel giudicare non erroneamente, ma secondo giustizia. E la responsabilità consisteva nell'essere soggetti a sanzioni in caso d'inosservanza del segreto di consiglio e di contatti con estranei.
Tutti ascoltavano con reverenziale attenzione. Il mercante, diffondendo odore di vino attorno a sé e trattenendo un rutto rumoroso, annuiva a ogni frase in segno di approvazione.
IX
Terminato il suo discorso, il presidente si rivolse agli imputati.
- Simon Kartinkin, si alzi, - disse.
Simon scattò in piedi nervosamente. I muscoli delle sue guance cominciarono a muoversi ancora più in fretta.
- Il suo nome?
- Simon Petrov Kartinkin, - pronunciò in fretta e con voce stridula la risposta evidentemente preparata in anticipo.
- La sua condizione?
- Contadina.
- Di quale governatorato, distretto?
- Governatorato di Tula, distretto di Krapivno, comune di Kupjansk, villaggio di Borki.
- Quanti anni ha?
- Trentatrè, nato nel milleottocento...
- Religione?
- Siamo di religione russa, ortodossa.
- Coniugato?
- Nossignore.
- Qual è la sua occupazione?
- Inserviente di corridoio all'albergo «Mauritania».
- È mai stato sotto processo?
- Non sono mai stato sotto processo, perché prima noi si viveva...
- Non è mai stato sotto processo prima?
- Dio scampi, mai.
- Ha ricevuto una copia dell'atto d'accusa?
- Sì.
- Si sieda. Evfimija Ivanova Boèkova, - il presidente si rivolse all'imputata successiva.
Ma Simon continuava a restare in piedi e nascondeva la Boèkova.
- Kartinkin, si sieda.
Kartinkin restava sempre in piedi.
- Kartinkin, si sieda!
Kartinkin restava sempre in piedi e si sedette soltanto quando accorse l'usciere e, inclinando la testa di lato e spalancando innaturalmente gli occhi, disse con un sussurro tragico: «Seduto, seduto!».
Kartinkin si sedette in fretta come si era alzato, e avviluppatosi nel camiciotto ricominciò a muovere le guance in silenzio.
- Il suo nome? - con un sospiro di stanchezza il presidente si rivolse alla seconda imputata, senza guardarla e consultando il foglio che gli stava davanti. La procedura era così abituale per il presidente, che per accelerarne il corso poteva occuparsi di due cose contemporaneamente.
La Boèkova aveva quarantatré anni, era una borghese di Kolomna e anche lei lavorava come cameriera all'albergo «Mauritania». Non era mai stata sotto processo o inchiesta, aveva ricevuto la copia dell'atto d'accusa. La Boèkova dava le sue risposte senz'ombra di esitazione e con un tono come se a ogni risposta volesse dire: «Sì, Evfimija, e Boèkova, la copia l'ho ricevuta e me ne vanto, e non permetterò a nessuno di riderne». Si sedette subito, senza aspettare che glielo dicessero, non appena finirono le domande.
- Il suo nome? - il presidente donnaiolo si rivolse alla terza imputata con una certa particolare amabilità. - Bisogna alzarsi, - aggiunse in tono dolce e carezzevole, notando che la Maslova restava seduta.
La Maslova si alzò con un rapido movimento e con un'espressione di disponibilità, sporgendo il suo alto seno, senza rispondere, guardava dritto in faccia il presidente con i suoi occhi neri, sorridenti e un po' strabici.
- Come si chiama?
- Ljubov', - disse in fretta.
Intanto Nechljudov, messosi il pince-nez, guardava gli imputati via via che venivano interrogati. «Non può essere, - pensava, senza staccare gli occhi dal volto dell'imputata, - ma come Ljubov'?», - pensò quando ebbe udito la sua risposta.
Il presidente voleva continuare con le altre domande, ma il giudice con gli occhiali lo fermò, sussurrando arrabbiato qualcosa. Il presidente fece un segno di assenso col capo e si rivolse all'imputata:
- Come Ljubov'? - disse. - Qui risulta un altro nome.
L'imputata taceva.
- Le sto domandando qual è il suo vero nome.
- Il nome di battesimo? - chiese il giudice arrabbiato.
- Prima mi chiamavo Katerina.
«Non può essere», - continuava a dirsi Nechljudov, e intanto sapeva già senz'ombra di dubbio che era lei, quella stessa ragazza, pupilla o cameriera, di cui un tempo era stato innamorato, proprio innamorato, e che poi in una sorta di folle annebbiamento aveva sedotto e abbandonato e di cui in seguito non si era più ricordato, perché quel ricordo era troppo tormentoso, lo accusava troppo chiaramente e dimostrava che lui, così orgoglioso della sua correttezza, aveva agito con quella donna in maniera non solo scorretta, ma addirittura infame.
Sì, era lei. Adesso egli vedeva chiaramente quella peculiarità esclusiva, misteriosa, che distingue ogni viso dall'altro, lo fa particolare, unico, irripetibile. Nonostante il pallore innaturale e la pienezza del viso, questa peculiarità, cara, esclusiva peculiarità, era in quel viso, nelle labbra, negli occhi un po' strabici e soprattutto in quello sguardo ingenuo e sorridente e nell'espressione di disponibilità non solo sul volto, ma in tutta la persona.
- È così che doveva dire, - di nuovo con particolare dolcezza disse il presidente. - E il patronimico?
- Sono figlia illegittima, - disse la Maslova.
- Ma dal padrino di battesimo, che nome ha preso?
- Michajlova.
«E cosa avrà commesso?» - continuava intanto a pensare Nechljudov, respirando a fatica.
- E il cognome, il soprannome qual è? - continuava il presidente.
- Mi hanno registrata col nome di mia madre, Maslova.
- Condizione?
- Borghese.
- Religione ortodossa?
- Ortodossa.
- Occupazione? Che lavoro faceva?
La Maslova taceva.
- Che lavoro faceva? - ripeté il presidente.
- Ero in una casa, - disse.
- In quale casa? - domandò severamente il giudice con gli occhiali.
- Lo sa anche lei in quale, - disse la Maslova, sorrise e, dopo una rapida occhiata in giro, fissò di nuovo il presidente.
C'era qualcosa di così insolito nell'espressione del viso, di così terribile e patetico nel significato delle parole pronunciate da lei, in quel sorriso e in quella rapida occhiata che aveva lanciato a tutta la sala, che il presidente chinò il capo, e nell'aula per un momento scese un assoluto silenzio. Il silenzio fu interrotto dalla risata di qualcuno del pubblico. Qualcuno si mise a zittire. Il presidente sollevò il capo e proseguì l'interrogatorio:
- È mai stata sotto processo e inchiesta?
- Mai, - disse piano la Maslova, sospirando.
- Ha ricevuto una copia dell'atto di accusa?
- Sì.
- Si sieda, - disse il presidente.
L'imputata sollevò la gonna dietro con quel movimento con cui le donne eleganti si aggiustano lo strascico, e si sedette, infilando le piccole mani bianche nelle maniche della divisa, senza distogliere gli occhi dal presidente.
Iniziò l'appello dei testimoni, il loro allontanamento, la decisione sul perito medico-legale e il suo invito nell'aula delle udienze. Poi si alzò il cancelliere e cominciò a leggere l'atto d'accusa. Leggeva forte e chiaramente, ma così in fretta che la sua voce, che pronunciava male la «l» e la «r», si fondeva in un unico ronzio ininterrotto e soporifero. I giudici si appoggiavano ora all'uno, ora all'altro bracciolo della poltrona, ora sul tavolo, ora sullo schienale, ora chiudevano gli occhi, ora li riaprivano e bisbigliavano fra loro. Un gendarme trattenne diverse volte lo spasimo iniziale di uno sbadiglio.
Degli imputati, Kartikin non smetteva di muovere le guance, la Boèkova sedeva perfettamente tranquilla e diritta, grattandosi di tanto in tanto la testa sotto il fazzoletto.
La Maslova ora sedeva immobile, ascoltando e guardando il lettore, ora trasaliva e sembrava voler fare delle obiezioni, arrossiva, e poi sospirava gravemente, cambiava posizione delle mani, guardandosi intorno, e di nuovo fissava il lettore.
Nechljudov sedeva in prima fila sulla sua alta sedia, secondo dal fondo, e toltosi il pince-nez guardava la Maslova, e nella sua anima si svolgeva un lavorio complesso e tormentoso.
X
L'atto d'accusa suonava così: «Il 17 gennaio 188* all'albergo "Mauritania" morì di morte improvvisa il mercante della seconda corporazione Ferapont Emel'janoviè Smel'kov, di Kurgan. Il medico della polizia locale del IV distretto certificò che il decesso era sopravvenuto per aneurisma, causato dall'abuso di bevande alcoliche. Il corpo di Smel'kov fu inumato.
Trascorsi alcuni giorni il mercante Timochin, compaesano e amico di Smel'kov di ritorno da Pietroburgo, apprese le circostanze che avevano accompagnato la morte di Smel'kov, manifestò il dubbio che qualcuno avesse potuto avvelenarlo allo scopo di derubarlo del denaro che portava con sé.
Tale sospetto trovò conferma nell'istruttoria preliminare, che stabilì: 1) che Smel'kov poco prima della morte aveva incassato dalla banca 3800 rubli in argento. Mentre all'inventario degli averi del defunto da porre in custodia risultava una somma di soli 312 rubli e 16 copeche. 2) Smel'kov aveva trascorso tutto il giorno della vigilia e tutta l'ultima notte prima di morire con la prostituta Ljubka (Ekaterina Maslova) nella casa di tolleranza e nell'albergo "Mauritania", dove, per incarico di Smel'kov e in sua assenza, Ekaterina Maslova si recò dalla casa di tolleranza per prendere del denaro, che tolse dalla valigia di Smel'kov, aperta con la chiave datale dal medesimo, in presenza dei camerieri dell'albergo "Mauritania", Evfimija Boèkova e Simon Kartinkin. Nella valigia di Smel'kov, quando la Maslova l'aprì, la Boèkova e il Kartinkin lì presenti videro dei mazzi di banconote da cento rubli. 3) Al ritorno di Smel'kov dalla casa di tolleranza all'albergo "Mauritania" insieme alla prostituta Ljubka, quest'ultima, dietro suggerimento del cameriere Kartinkin, diede da bere a Smel'kov della polverina bianca, ricevuta dal Kartinkin, in un bicchierino di cognac. 4) La mattina successiva la prostituta Ljubka (Ekaterina Maslova) vendette alla sua padrona, tenutaria della casa di tolleranza, la teste Kitaeva, l'anello di brillanti di Smel'kov, dicendo di averlo ricevuto in dono da lui stesso. 5) La cameriera dell'albergo "Mauritania" Evfimija Boèkova il giorno successivo alla morte di Smel'kov versò sul proprio conto corrente alla locale banca commerciale 1.800 rubli in argento.
L'esame medico-legale, l'autopsia e l'analisi chimica dei visceri dello Smel'kov rivelarono un'indubbia presenza di veleno nell'organismo del defunto, che permise di concludere che il decesso era stato conseguenza dell'avvelenamento.
Chiamati a deporre in qualità di accusati, Maslova, Boèkova e Kartinkin si protestarono innocenti, dichiarando: la Maslova di essere stata effettivamente mandata da Smel'kov all'albergo "Mauritania", dalla casa di tolleranza dove, secondo la sua espressione, lavorava, per portargli del denaro, e di aver là aperto la valigia del mercante con la chiave datale da lui stesso, di avervi prelevato 40 rubli, come le era stato ordinato, ma di non aver preso altro denaro, come potevano confermare la Boèkova e il Kartinkin, in presenza dei quali aveva aperto e richiuso la valigia e preso i soldi. Affermò inoltre che, tornata una seconda volta nella camera del mercante Smel'kov, gli aveva effettivamente dato da bere nel cognac, su istigazione del Kartinkin, certe polverine che credeva sonnifere, affinché il mercante si addormentasse e la lasciasse libera al più presto. L'anello le era stato regalato da Smel'kov stesso dopo che egli l'aveva picchiata e lei si era messa a piangere e voleva andarsene via.
Evfimija Boèkova dichiarò di non saper nulla del denaro sparito, e di non essere mai entrata nella stanza del mercante, dove invece la sola Ljubka aveva agito indisturbata, e che se qualcosa era stato sottratto al mercante era stata Ljubka a sottrarlo, quando era arrivata con la chiave del mercante per prendere il denaro. - A questo punto della lettura la Maslova trasalì, aprì la bocca e si voltò a guardare la Boèkova. - E quando a Evfimija Boèkova fu presentato il suo conto in banca di 1.800 rubli in argento, - continuava a leggere il cancelliere, - e le fu domandato da dove le venisse quella somma, lei rispose che erano i risparmi che aveva accumulato in dodici anni di lavoro insieme a Simon Kartinkin, con cui si accingeva a sposarsi. Simon Kartinkin, a sua volta, nella sua prima deposizione confessò di aver rubato il denaro insieme alla Boèkova, su istigazione della Maslova, giunta con la chiave dalla casa di tolleranza, e di averlo diviso con la Maslova e la Boèkova. - A questo punto la Maslova trasalì, fece addirittura per alzarsi, divenne di porpora e cominciò a dire qualcosa, ma l'usciere la fermò. - Infine, - il cancelliere continuava la lettura, - Kartinkin ammise di aver dato alla Maslova la polverina per fare addormentare il mercante; nella sua seconda deposizione invece negò di aver preso parte al furto del denaro e di aver consegnato alla Maslova la polverina, incolpando di tutto lei sola. Quanto al denaro depositato in banca dalla Boèkova, dichiarò, d'accordo con lei, che era stato ricevuto da entrambi in dodici anni di servizio dai signori che avevano così compensato i loro servigi».
Seguivano poi nell'atto d'accusa la descrizione dei confronti fra gli imputati, le deposizioni dei testimoni, i pareri degli esperti, eccetera.
La conclusione dell'atto d'accusa era la seguente:
«In considerazione di quanto esposto sopra, il contadino del villaggio di Borki Simon Petrov Kartinkin di 33 anni, la borghese Evfimija Ivanova Boèkova di 43 anni e la borghese Ekaterina Michajlova Maslova di 27 anni sono accusati di aver rubato, il 17 gennaio 188*, essendosi precedentemente accordati fra loro, il denaro e l'anello del mercante Smel'kov per un ammontare di 2.500 rubli in argento e di avergli somministrato del veleno a scopo di omicidio, provocando con ciò la morte di Smel'kov. Questo reato è contemplato dai commi 4 e 5 dell'articolo 1453 del Codice penale. Perciò, anche in base all'articolo 201 del Codice di procedura penale, il contadino Simon Kartinkin, Evfimija Boèkova e la borghese Ekaterina Maslova sono rinviati al giudizio del tribunale distrettuale con la partecipazione di una giuria popolare.»
Così il cancelliere terminò la lettura del lungo atto d'accusa e, ripiegati i fogli, si sedette al suo posto, ravviandosi con entrambe le mani i lunghi capelli. Tutti sospirarono di sollievo, con la piacevole consapevolezza che ora l'indagine era iniziata e presto tutto si sarebbe chiarito, e giustizia sarebbe stata fatta. Solo Nechljudov non provava questa sensazione: era tutto preso dall'orrore di ciò che poteva aver commesso quella Maslova che aveva conosciuto come una fanciulla innocente e incantevole dieci anni prima.
XI
Quando terminò la lettura dell'atto d'accusa, il presidente, consultatosi con gli altri membri della corte, si rivolse a Kartinkin con un'espressione che diceva chiaramente: adesso sì che sapremo tutta la verità fin nel minimo dettaglio.
- Contadino Simon Kartinkin, - cominciò, piegandosi a sinistra.
Simon Kartinkin si alzò, mettendosi sull'attenti e protendendosi in avanti con tutto il corpo, senza cessare di muovere le guance in silenzio.
- Lei è accusato di aver sottratto, il 17 gennaio 188*, in complicità con Evfimija Boèkova e Ekaterina Maslova, il denaro appartenente al mercante Smel'kov dalla sua stessa valigia e di aver poi portato dell'arsenico e convinto Ekaterina Maslova a somministrare il veleno allo Smel'kov nel vino, causandone la morte. Si riconosce colpevole? - disse e si piegò a destra.
- È impossibile, perché il nostro mestiere è servire i clienti...
- Lo dirà poi. Si riconosce colpevole?
- Ma no, signore. Io ho solo...
- Lo dirà poi. Si riconosce colpevole? - ripeté calmo ma fermo il presidente.
- Non posso fare queste cose, perché...
Di nuovo l'usciere accorse da Simon Kartinkin e con un sussurro tragico lo fermò.
Il presidente, con l'aria che la faccenda fosse conclusa, spostò il gomito e la mano con cui teneva il foglio e si rivolse a Evfimija Boèkova.
- Evfimija Boèkova, lei è accusata di avere, il 17 gennaio 188* all'albergo «Mauritania», in complicità con Simon Kartinkin e Ekaterina Maslova, sottratto al mercante Smel'kov dalla sua valigia il denaro e l'anello e, divisa la refurtiva fra di voi, aver somministrato del veleno al mercante Smel'kov per occultare il delitto. Si riconosce colpevole?
- Io non sono colpevole di nulla, - cominciò l'imputata, spavalda e ferma. - Io non sono neanche entrata nella stanza... È stata questa schifosa qui a entrare e a combinare tutto.
- Lo dirà poi, - disse di nuovo con la stessa pacata fermezza il presidente. - Dunque non si riconosce colpevole?
- Non sono stata io a prendere i soldi, e non sono stata io ad avvelenare, io non sono neanche entrata nella stanza. Se ci fossi entrata, l'avrei sbattuta fuori.
- Non si riconosce colpevole?
- Niente affatto.
- Benissimo.
- Ekaterina Maslova, - cominciò il presidente, rivolgendosi alla terza imputata, - lei è accusata di aver rubato, giunta dalla casa di tolleranza all'albergo «Mauritania» con la chiave della valigia del mercante Smel'kov, il denaro e l'anello di questi, - diceva come una lezione imparata a memoria, tendendo intanto l'orecchio al suo collega di sinistra, che stava dicendo che secondo l'elenco dei corpi del reato mancava una boccetta. - Di aver rubato dalla valigia il denaro e l'anello, - ripeté il presidente, - e, divisa la refurtiva e ritornata con il mercante Smel'kov all'albergo «Mauritania», di aver dato da bere allo Smel'kov del vino avvelenato, che ne causò la morte. Si riconosce colpevole?
- Non sono colpevole di nulla, - lei cominciò a parlare svelta, - come ho detto prima, così ripeto adesso: non li ho presi, non li ho presi e non li ho presi, io non ho preso nulla, e l'anello me lo ha regalato lui...
- Non si riconosce colpevole del furto di duemilacinquecento rubli? - disse il presidente.
- Dico che non ho preso nient'altro che i quaranta rubli.
- Bene, e di aver dato al mercante Smel'kov una polverina nel vino, si riconosce colpevole?
- Di questo sì. Solo che credevo fosse un sonnifero, come mi avevano detto, e che non avrebbe fatto niente. Non pensavo e non volevo. Lo dico dinanzi a Dio: non volevo, - disse.
- Dunque non si riconosce colpevole di aver rubato il denaro e l'anello del mercante Smel'kov, - disse il presidente. - Ma riconosce di avergli dato la polverina?
- Cioè lo riconosco, credevo fosse un sonnifero. Gliel'ho dato solo perché si addormentasse: non volevo e non pensavo.
- Benissimo, - disse il presidente, palesemente soddisfatto dei risultati ottenuti. - Dunque racconti come sono andate le cose, - disse appoggiandosi allo schienale e posando le mani sul tavolo. - Racconti tutto come è stato. Può migliorare la sua posizione con una confessione sincera.
La Maslova, continuando a guardare dritto in faccia il presidente, taceva.
- Racconti come sono andate le cose.
- Come sono andate? - cominciò a un tratto la Maslova, rapidamente. - Arrivai all'albergo, mi accompagnarono nella stanza, lui era là, e già parecchio ubriaco. - Pronunciò la parola «lui» con una particolare espressione di terrore, spalancando gli occhi. - Io volevo andarmene, ma lui non mi lasciava.
Tacque, come se a un tratto avesse perso il filo o si fosse ricordata di qualcos'altro.
- Bene, e poi?
- E poi cosa? Poi rimasi un po' e me ne tornai a casa.
A quel punto il sostituto procuratore si alzò a metà, appoggiandosi su un gomito in maniera innaturale.
- Desidera fare una domanda? - chiese il presidente e alla risposta affermativa del sostituto procuratore fece cenno che gli passava il suo diritto di interrogare.
- Desidererei proporre una domanda: l'imputata conosceva già da prima Simon Kartinkin? - disse il sostituto procuratore senza guardare la Maslova.
E, fatta la domanda, serrò le labbra e corrugò la fronte.
Il presidente ripeté la domanda. La Maslova fissò spaventata il sostituto procuratore.
- Simon? Sì, - disse.
- Ora desidererei sapere in cosa consisteva questa conoscenza dell'imputata con Kartinkin. Si vedevano spesso?
- In cosa consisteva la conoscenza? Mi invitava dai clienti, non era una conoscenza, - rispose la Maslova, spostando inquieta lo sguardo dal sostituto procuratore al presidente e viceversa.
- Desidererei sapere perché Kartinkin invitava dai clienti solamente la Maslova, e non le altre ragazze, - disse il sostituto procuratore socchiudendo gli occhi, ma con un lieve, scaltro sorriso mefistofelico.
- Non lo so. Che ne so io, - rispose la Maslova, guardandosi intorno spaventata e fermando per un attimo lo sguardo su Nechljudov: - invitava chi gli pareva.
«Possibile che mi abbia riconosciuto?» - pensò con orrore Nechljudov, sentendo che il sangue gli affluiva al viso, ma la Maslova, senza distinguerlo dagli altri, si voltò subito e fissò di nuovo il sostituto procuratore con aria spaventata.
- L'imputata nega dunque di aver avuto dei rapporti intimi con Kartinkin? Benissimo. Non ho altro da chiedere.
E il sostituto procuratore tolse subito il gomito dalla cattedra e si mise ad annotare qualcosa. In realtà non annotava nulla, ripassava soltanto con la penna le lettere del suo promemoria, ma aveva visto che i procuratori e gli avvocati facevano così: dopo un'abile domanda inserivano nella loro arringa una nota destinata a distruggere l'avversario.
Il presidente non si rivolse subito all'imputata, perché stava chiedendo al giudice con gli occhiali se era d'accordo sulla formulazione dei quesiti già preparati e scritti in anticipo.
- E poi cosa accadde? - riprese a domandare il presidente.
- Arrivai a casa, - continuò la Maslova, guardando ora con più coraggio il solo presidente, - consegnai i soldi alla padrona e andai a dormire. Mi ero appena addormentata che mi sveglia Berta, una delle ragazze. «Alzati, il tuo mercante è tornato.» Io non volevo uscire, ma madame me lo ordinò. Allora lui, - di nuovo pronunciò quella parola, lui, con evidente terrore, - lui continuava a offrir da bere alle nostre ragazze, poi voleva ancora mandare a prendere del vino, ma i soldi erano finiti. La padrona non volle fargli credito. Allora mi mandò nella sua stanza. E disse dov'erano i soldi e quanti ne dovevo prendere. E io andai.
Il presidente intanto confabulava con il collega di sinistra e non ascoltava quello che diceva la Maslova, ma per dimostrare che aveva udito tutto, ripeté le sue ultime parole.
- Lei andò. E poi? - disse.
- Arrivai e feci tutto come mi aveva ordinato; andai nella stanza. Non ci andai da sola, ma chiamai Simon Kartinkin e lei, - disse indicando la Boèkova.
- Mente, io non sono neanche entrata... - stava per cominciare la Boèkova, ma la fermarono.
- In loro presenza presi quattro biglietti rossi, - proseguì la Maslova accigliandosi e senza guardare la Boèkova.
- Ebbene, e l'imputata non notò, mentre prendeva i quaranta rubli, quanto denaro c'era? - domandò di nuovo il procuratore.
La Maslova trasalì, non appena il procuratore si rivolse a lei. Non sapeva come e perché, ma sentiva che egli le voleva male.
- Non li contai; vidi solo che erano banconote da cento rubli.
- L'imputata vide le banconote da cento rubli: ho finito.
- Bene, e allora gli portò il denaro? - riprese a interrogare il presidente, guardando l'orologio.
- Sì.
- Bene, e poi? - domandò il presidente.
- E poi lui mi riprese con sé, - disse la Maslova.
- Bene, e in che modo gli diede da bere la polverina nel vino? - domandò il presidente.
- In che modo? La versai nel vino e gliela diedi.
- E perché gliela diede?
Lei, senza rispondere, fece un sospiro grave e profondo.
- Non mi lasciava più andare, - disse dopo un breve silenzio. - Non ce la facevo più. Esco in corridoio e dico a Simon Michajloviè: «Almeno mi lasciasse andare. Sono stanca». E Simon Michajloviè mi dice: «Ha stufato anche noi. Vogliamo dargli del sonnifero; così lui si addormenta e tu te ne vai». Io dico: «Bene». Credevo che fosse una polverina innocua. Così mi diede il pacchettino. Entrai, e lui stava disteso dietro il tramezzo e subito mi ordinò di dargli del cognac. Io presi dal tavolo una bottiglia di Fin Champagne, ne versai due bicchieri, per lui e per me, e nel suo bicchiere sciolsi la polverina e gliela diedi. Certo non gliel'avrei data, se avessi saputo.
- Bene, e come si procurò l'anello? - chiese il presidente.
- L'anello me lo regalò lui.
- E quando glielo regalò?
- Quando arrivammo insieme in camera io volevo andarmene, e lui mi colpì sulla testa e mi ruppe il pettine. Io mi arrabbiai, volevo andar via. Lui si tolse l'anello dal dito e me lo regalò, perché restassi, - disse.
A questo punto il sostituto procuratore fece di nuovo per alzarsi e con la stessa aria di finta innocenza chiese il permesso di fare ancora alcune domande e, quando gli fu accordato, reclinò il capo sul colletto ricamato e chiese:
- Desidererei sapere quanto tempo l'imputata trascorse nella camera del mercante Smel'kov.
Di nuovo la Maslova s'impaurì, e facendo correre inquieta lo sguardo dal sostituto procuratore al presidente, disse in fretta:
- Non ricordo quanto.
- Bene, e non ricorda l'imputata se, uscita dalla stanza del mercante Smel'kov, andò da qualche altra parte in albergo?
La Maslova rifletté.
- Entrai nella stanza accanto, che era vuota, - disse.
- E perché vi entrò? - chiese il sostituto procuratore, infervorandosi e rivolgendosi direttamente a lei.
- Andai a rimettermi in ordine e ad aspettare la carrozza.
- E Kartinkin era nella camera con l'imputata o no?
- Venne anche Kartinkin.
- E perché ci venne?
- Era rimasto del Fin Champagne del mercante, lo bevemmo insieme.
- Ah, beveste insieme. Benissimo.
- E l'imputata parlò con Simon, e di che?
La Maslova si accigliò di nuovo, si fece di porpora e rispose rapidamente:
- Che cosa gli dissi? Non dissi niente. Quello che è stato l'ho raccontato tutto, non so nient'altro. Fate di me quello che volete. Non sono io la colpevole, ecco tutto.
- Ho finito, - disse il procuratore al presidente e, sollevando le spalle in modo innaturale, si mise ad annotare rapidamente sugli appunti per la sua requisitoria che l'imputata confessava di essere entrata con Simon in una camera vuota.
Scese il silenzio.
- Non ha niente da aggiungere?
- Ho detto tutto, - rispose lei, sospirando, e si sedette.
Dopodiché il presidente annotò qualcosa su un foglio e, ascoltato ciò che gli comunicava sottovoce il collega alla sua sinistra, annunciò sospesa per dieci minuti l'udienza, si alzò in fretta e uscì dall'aula. La consultazione fra il presidente e il giudice alla sua sinistra, quello alto e barbuto con i grandi occhi buoni, verteva su un lieve disturbo di stomaco avvertito da quest'ultimo, per cui desiderava farsi un massaggio e prendere delle gocce. Questo egli aveva comunicato al presidente, e su sua richiesta l'udienza era stata sospesa.
Dopo i giudici si alzarono anche i giurati, gli avvocati, i testimoni, e con la piacevole consapevolezza di aver già svolto parte di un compito importante, cominciarono a muoversi in varie direzioni.
Nechljudov entrò nella stanza dei giurati e si sedette alla finestra.
XII
Sì, era Katjuša.
Ecco quali erano stati i rapporti di Nechljudov con Katjuša.
La prima volta, Nechljudov aveva visto Katjuša quando, al terzo anno d'università, aveva passato l'estate dalle zie, preparando una tesi sulla proprietà terriera. Di solito con la madre e la sorella trascorreva l'estate nella grande tenuta materna nei dintorni di Mosca. Ma quell'anno sua sorella si era sposata, e la madre era andata all'estero per le cure termali. Nechljudov poi doveva scrivere la tesi, e decise di passare l'estate dalle zie. Nella loro casa fuori dal mondo si stava tranquilli, non c'erano distrazioni, e inoltre le zie amavano il loro nipote ed erede, e lui amava loro, amava la loro vita semplice e all'antica.
Nechljudov in quell'estate dalle zie viveva quello stato d'esaltazione di quando un giovane riconosce per la prima volta, non per insegnamenti altrui, ma da solo, tutta la bellezza e l'importanza della vita e tutto il significato della missione in essa assegnata all'uomo, vede la possibilità di un perfezionamento infinito di sé e del mondo intero e vi si dedica non solo con la speranza, ma con l'assoluta certezza di raggiungere tutta la perfezione che si immagina. Quell'anno già all'università aveva letto la Statica sociale di Spencer, e le considerazioni di Spencer sulla proprietà terriera avevano prodotto su di lui una forte impressione, soprattutto perché lui stesso era figlio di una grande possidente. Suo padre non era ricco, ma la madre aveva ricevuto in dote circa diecimila desjatiny di terra. Egli capì allora per la prima volta tutta la crudeltà e l'ingiustizia della proprietà privata della terra, ed essendo una di quelle persone per cui il sacrificio in nome di esigenze morali costituisce il supremo godimento spirituale, decise di non valersi del diritto di proprietà sulla terra e subito cedette ai contadini la terra ereditata dal padre. E proprio su questo tema stava scrivendo la sua tesi.
Quell'anno la sua vita in campagna dalle zie si svolgeva così: si alzava molto presto, talvolta alle tre, e prima dell'alba andava a fare il bagno nel fiume sotto la collina, talvolta ancora immerso nella nebbia del mattino, e tornava quando sull'erba e sui fiori c'era ancora la rugiada. Talvolta la mattina, bevuto il caffè, si metteva a scrivere la sua tesi o a leggere le fonti, ma molto spesso invece di leggere o scrivere usciva di nuovo e vagava per i campi e i boschi. Prima di pranzo si addormentava in qualche angolo del giardino, poi a tavola rallegrava e divertiva le zie con il suo buonumore, poi cavalcava o andava in barca e la sera di nuovo leggeva o teneva compagnia alle zie, facendo un solitario. Spesso nelle notti, soprattutto di luna, non riusciva ad addormentarsi perché provava una traboccante, irrequieta gioia di vivere, e invece di dormire passeggiava in giardino, talvolta fino all'alba, con i suoi sogni e i suoi pensieri.
Così felicemente e serenamente trascorse il primo mese della sua vita dalle zie, senza badare a Katjuša, via di mezzo fra la cameriera e la pupilla, con i suoi occhi neri e le gambette svelte.
A quel tempo il diciannovenne Nechljudov, educato sotto l'aluccia della madre, era un giovane completamente innocente. Sognava la donna solo come moglie. E tutte le donne che non potevano, secondo il suo modo di vedere, essere sua moglie, per lui non erano donne, ma persone. Ma accadde che quell'estate, all'Ascensione, dalle zie giunse una loro vicina con i figli, due signorine e un ginnasiale, e con un giovane pittore di origine contadina, loro ospite.
Dopo il tè si misero a giocare a gorelki nel prato già falciato dinanzi alla casa. Presero anche Katjuša. Dopo alcuni scambi, a Nechljudov toccò correre in coppia con Katjuša. A Nechljudov aveva sempre fatto piacere vedere Katjuša, ma non gli era mai neppure passato per il capo che fra lui e lei potesse esserci qualcosa di più.
- Sì, adesso quelli chi li prende? - disse l'allegro pittore che stava «sotto», correndo velocissimo sulle sue corte e storte, ma forti gambe da contadino, - a meno che non inciampino.
- Tanto non ci prenderà!
- Uno, due, tre!
Batterono le mani tre volte. Trattenendo a stento il riso, Katjuša scambiò svelta il posto con Nechljudov, strinse con la forte e ruvida manina la grande mano di lui e si lanciò a correre verso sinistra, facendo scricchiolare la gonna inamidata.
Nechljudov correva veloce, non voleva farsi prendere dal pittore, e si lanciò a perdifiato. Quando si voltò, vide che il pittore inseguiva Katjuša, ma lei, muovendo agilmente le giovani gambe elastiche, non si lasciava prendere e si allontanava a sinistra. Davanti c'era un'aiuola di cespugli di lillà, dietro la quale non correva mai nessuno, ma Katjuša, voltandosi a cercare Nechljudov, gli fece cenno col capo di raggiungerla oltre l'aiuola. Egli capì e corse dietro i cespugli. Ma lì, dietro i cespugli, c'era un fossatello di cui ignorava l'esistenza, pieno di ortiche; v'inciampò e cadde, pungendosi le mani con le ortiche e bagnandole con la prima rugiada della sera, ma subito si rialzò, ridendo di se stesso, e corse in uno spazio libero.
Katjuša, raggiante col suo sorriso e gli occhi neri come le more bagnate, gli volava incontro. Si avvicinarono e si presero per mano.
- Si è punto, eh?, - disse lei, ravviandosi con la mano libera la treccia scomposta, respirando affannosamente e sorridendo, e intanto lo guardava di sotto in su.
- Non sapevo neanche che ci fosse un fossato, - disse sorridendo anche lui e senza lasciarle la mano.
Lei gli si avvicinò, e lui, senza neppure sapere come fosse successo, tese il viso verso di lei; Katjuša non si scostò, egli le strinse più forte la mano e le baciò le labbra.
- Oh bella! - esclamò lei e, sfilando la mano con un brusco movimento, scappò via.
Corse al cespuglio di lillà, ne strappò due rami di fiori bianchi che già si sfogliavano, e frustandosi con essi il viso acceso e voltandosi a guardarlo, agitando animatamente le braccia tornò verso il gruppo dei giocatori.
Da quel momento i rapporti fra Nechljudov e Katjuša mutarono, e fra loro si stabilirono quei particolari rapporti che possono esistere fra un giovane innocente e un'altrettanto innocente ragazza, attratti l'uno verso l'altra.
Bastava che Katjuša entrasse nella stanza o che Nechljudov vedesse anche solo in lontananza il suo grembiule bianco, e tutto gli appariva come illuminato dal sole, tutto diventava più interessante, più allegro, più importante; la vita diventava più gioiosa. E la stessa cosa provava lei. Ma non soltanto la presenza e la vicinanza di Katjuša producevano questo effetto su Nechljudov; era sufficiente sapere che Katjuša esisteva, e per lei che esisteva Nechljudov. Se Nechljudov riceveva lettere spiacevoli dalla madre, o la sua tesi non andava avanti, o provava la malinconia senza motivo dei giovani, gli bastava ricordare che esisteva Katjuša e che l'avrebbe rivista, e tutto questo svaniva.
Katjuša aveva molto da fare per casa, ma riusciva a sbrigare tutto per tempo e nei momenti liberi leggeva. Nechljudov le diede Dostoevskij e Turgenev, che aveva appena letto. Più di tutto le piaceva «Un angolo quieto» di Turgenev. Le conversazioni fra loro avvenivano frammentariamente, negli incontri in corridoio, sul balcone, in cortile, e talvolta nella stanza della vecchia domestica delle zie, Matrëna Pavlovna, con cui viveva Katjuša e nella cameretta nella quale talvolta Nechljudov andava a prendere il tè mordicchiando una zolletta di zucchero. E queste conversazioni in presenza di Matrëna Pavlovna erano le più piacevoli. Chiacchierare quando erano soli era peggio. Subito gli occhi cominciavano a dire qualcosa di completamente diverso, molto più importante di quello che diceva la bocca, le labbra tremavano e li prendeva una specie di terrore, per cui si separavano in fretta.
Questi rapporti continuarono fra Nechljudov e Katjuša per tutto il tempo della sua permanenza dalle zie. Le zie se ne accorsero, si spaventarono e ne scrissero perfino all'estero alla principessa Elena Ivanovna, la madre di Nechljudov. La zia Mar'ja Ivanovna temeva che Dmitrij allacciasse una relazione con Katjuša. Ma era un timore infondato: Nechljudov, senza saperlo, amava Katjuša come amano le persone innocenti, e il suo amore era la migliore protezione dalla caduta sia per lui che per lei. Egli non solo non aveva il desiderio di possederla fisicamente, ma era addirittura inorridito all'idea di una tale possibilità. I timori della poetica Sof'ja Ivanovna invece, che Dmitrij, col suo carattere integro e risoluto, innamoratosi della ragazza si mettesse in mente di sposarla senza curarsi della sua origine e condizione, erano di gran lunga più fondati.
Se Nechljudov allora si fosse reso chiaramente conto del suo amore per Katjuša, e soprattutto se avessero cercato di convincerlo che non poteva e non doveva in alcun modo unire il suo destino a una ragazza del genere, allora sarebbe facilmente potuto accadere che, con la dirittura che gli era propria, egli decidesse che non c'era alcun motivo per non sposare la ragazza, chiunque essa fosse, visto che l'amava. Ma le zie non gli parlarono dei loro timori, e così lui partì senza rendersi conto del suo amore per la ragazza.
Era convinto che il suo sentimento per Katjuša fosse solo una delle manifestazioni della gioia di vivere che colmava allora tutto il suo essere, condiviso da quella cara, allegra fanciulla. Ma quando partì e Katjuša, ferma sul terrazzino d'ingresso con le zie, lo seguì con i suoi occhi neri pieni di lacrime e un po' strabici, egli sentì tuttavia che stava abbandonando qualcosa di meraviglioso, prezioso, che non si sarebbe mai più ripetuto. E divenne molto triste.
- Addio, Katjuša, grazie di tutto, - disse al di sopra della cuffietta di Sof'ja Ivanovna, salendo in carrozza.
- Addio, Dmitrij Ivanoviè, - disse lei con la sua voce dolce e affettuosa e, trattenendo le lacrime che le riempivano gli occhi, corse nell'andito, dove poteva piangere liberamente.
XIII
Passarono tre anni senza che Nechljudov vedesse Katjuša. E la rivide soltanto quando, appena promosso ufficiale, mentre andava a raggiungere l'esercito si fermò dalle zie: ma era ormai un uomo completamente diverso da quello che aveva trascorso l'estate da loro tre anni prima.
Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dedicarsi a ogni buona causa, adesso era un corrotto, raffinato egoista, amante solo del suo piacere. Allora il mondo di Dio gli appariva un mistero che con gioia ed entusiasmo cercava di decifrare, adesso tutto in questa vita era semplice e chiaro e determinato dalle condizioni materiali in cui si trovava. Allora necessaria e importante era la comunione con la natura e gli uomini che avevano vissuto, pensato e sentito prima di lui (la filosofia, la poesia), adesso necessari e importanti erano le istituzioni umane e i rapporti con i compagni. Allora la donna appariva un essere misterioso e affascinante, affascinante proprio per il suo mistero, adesso il significato della donna, di qualunque donna tranne quelle della sua famiglia e le mogli degli amici, era molto preciso: la donna era uno dei migliori strumenti di un piacere già sperimentato. Allora non aveva bisogno di denaro, e poteva accontentarsi di meno di un terzo di quello che gli dava la madre, poteva rinunciare alla proprietà del padre e cederla ai contadini, adesso invece non gli bastavano i millecinquecento rubli al mese che gli passava la madre, e con lei c'erano già spiacevoli discussioni a causa del denaro. Allora egli considerava suo autentico io il suo essere spirituale, adesso considerava se stesso il suo sano, forte io animale.
E tutto questo terribile mutamento si era compiuto in lui solo perché aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri. E aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri perché vivere credendo a se stesso era troppo difficile: credendo a se stesso, doveva risolvere ogni questione non in favore del proprio io animale, che cercava gioie facili, ma quasi sempre contro di esso; credendo invece agli altri, non c'era nulla da risolvere, tutto era già risolto e risolto sempre contro l'io spirituale e a favore di quello animale. Non solo: credendo a se stesso si esponeva sempre alle critiche della gente, credendo agli altri riceveva l'approvazione di coloro che lo circondavano.
Così, quando Nechljudov pensava, leggeva, parlava di Dio, della verità, della ricchezza, della povertà, tutti coloro che lo circondavano lo giudicavano fuori luogo e in parte ridicolo, e la madre e la zia con benevola ironia lo chiamavano notre cher philosophe, mentre quando leggeva romanzi, raccontava aneddoti piccanti, andava a vedere vaudevilles comici al teatro francese e poi li riportava allegramente, tutti lo lodavano e incoraggiavano. Quando credeva necessario limitare le sue esigenze e portava un vecchio cappotto e non beveva vino, tutti la consideravano una stranezza, una posa eccentrica, mentre quando spendeva grosse somme per la caccia o per l'arredamento di uno studio straordinariamente sfarzoso tutti lodavano il suo buon gusto e gli facevano regali costosi. Quando era vergine e voleva restarlo fino al matrimonio, i parenti temevano per la sua salute, e persino la madre non si rattristò, anzi si compiacque, quando seppe che era diventato un vero uomo e aveva soffiato una certa dama francese a un compagno. Mentre all'episodio di Katjuša, che gli potesse venire in mente di sposarla, la principessa madre non poteva pensare senza orrore.
Ugualmente quando Nechljudov, raggiunta la maggiore età, cedette ai contadini la piccola proprietà che aveva ereditato dal padre, perché riteneva ingiusto il possesso della terra, questo suo gesto fece inorridire la madre e i familiari, e fu per lui costante motivo di biasimo e derisione da parte di tutti i suoi parenti. Non si stancavano di ripetergli che i contadini che avevano ricevuto la terra non solo non si erano arricchiti, ma anzi si erano impoveriti, poiché avevano aperto tre bettole nel villaggio e smesso completamente di lavorare. Quando invece Nechljudov, entrato nella guardia, con i suoi compagni altolocati spese e perse al gioco tanto denaro che Elena Ivanovna dovette prelevarne dal capitale, essa quasi non se ne rammaricò, stimando fosse naturale e perfino un bene vaccinarsi così in gioventù e in buona compagnia.
Sulle prime Nechljudov lottò, ma lottare era troppo difficile, perché tutto quello che riteneva buono credendo a se stesso era ritenuto cattivo dagli altri, e al contrario tutto quello che riteneva cattivo credendo a se stesso era ritenuto buono da quanti lo circondavano. E Nechljudov finì per arrendersi, cessò di credere a sé e credette agli altri. E in un primo tempo questo rinnegare se stesso gli dispiacque, ma la sensazione spiacevole durò pochissimo, e ben presto Nechljudov, che nel frattempo aveva cominciato a fumare e bere, smise di provarla e anzi avvertì un gran senso di sollievo.
E Nechljudov, con la passionalità della sua natura, si diede tutto a questa nuova vita, approvata da quanti lo circondavano, e soffocò completamente in sé la voce che esigeva qualcosa di diverso. E ciò che era cominciato dopo il trasferimento a Pietroburgo si compì col suo ingresso nell'esercito.
Il servizio militare in genere corrompe gli uomini, mettendo coloro che vi accedono in condizioni di ozio assoluto, cioè di assenza di un lavoro ragionevole e utile, ed esonerandoli dai comuni obblighi umani, in cambio dei quali propone soltanto l'onore convenzionale del reggimento, dell'uniforme, della bandiera e, da un lato, un potere illimitato sul prossimo, e dall'altro una sottomissione servile ai superiori di grado.
Ma quando a questa corruzione del servizio militare in genere, col suo onore dell'uniforme e della bandiera, con la sua autorizzazione alla violenza e all'omicidio, si unisce anche la corruzione della ricchezza e della vicinanza alla famiglia imperiale, come accade nell'ambiente dei reggimenti scelti della guardia, in cui prestano servizio soltanto ufficiali ricchi e nobili, allora la corruzione raggiunge, nelle persone che vi soggiacciono, uno stato di completa follia egoistica. E in tale follia egoistica si trovava Nechljudov da quando era entrato nell'esercito e aveva cominciato a vivere come vivevano i suoi compagni.
Non c'era nulla da fare se non andare alle esercitazioni o alla rivista con gente uguale a lui, in un'uniforme magnificamente cucita e spazzolata non da lui stesso, ma da altri, con un elmo e un'arma che pure era stata fatta, e lucidata, e presentata da altri, su un magnifico cavallo, pure addestrato, e scozzonato, e nutrito da altri, e galoppare, e tirar di sciabola, sparare e insegnare le stesse cose ad altri. Questa era l'unica occupazione, e le persone più altolocate, giovani, vecchi, lo zar e la sua cerchia non solo l'approvavano, ma la compensavano con lodi e ringraziamenti. Poi, dopo queste occupazioni, si riteneva buono e importante, sperperando denaro ricevuto da fonti invisibili, riunirsi per mangiare, e soprattutto bere, nei circoli degli ufficiali o nei ristoranti più costosi, e poi teatri, balli, donne, e poi di nuovo cavalcare, tirar di sciabola, galoppare e di nuovo sperperare denaro, e vino, carte, donne.
Questa vita ha un effetto particolarmente corruttore sui militari, perché se un civile conduce una vita del genere, nel profondo dell'anima non può non vergognarsene. I militari invece ritengono che così debba essere, si vantano, sono fieri di tale vita, soprattutto in tempo di guerra, come accadde a Nechljudov, che entrò nell'esercito dopo la dichiarazione di guerra alla Turchia. «Siamo pronti a sacrificare la vita in guerra, e perciò questa esistenza spensierata e allegra non solo è perdonabile, ma anche necessaria per noi. Dunque noi la conduciamo».
Così pensava confusamente Nechljudov in quel periodo della sua vita; sentiva poi in tutto quel tempo l'entusiasmo della liberazione da tutte le barriere morali che si era posto prima, e si trovava continuamente in uno stato cronico di follia egoistica.
In tale stato si trovava quando, dopo tre anni, si fermò dalle zie.
XIV
Nechljudov si fermò dalle zie perché la loro tenuta era sulla strada che doveva percorrere per raggiungere il reggimento e perché esse lo avevano pregato insistentemente, ma soprattutto si fermò per rivedere Katjuša. Forse in fondo all'anima aveva già cattive intenzioni contro Katjuša, che gli suggeriva il suo io animale ormai sfrenato, ma non era cosciente di queste intenzioni, e desiderava semplicemente tornare in quei luoghi dov'era stato così bene e rivedere le zie, un poco ridicole ma care e buone, che lo circondavano sempre, senza che lui se ne accorgesse, di un'atmosfera d'affetto e di ammirazione, e rivedere la cara Katjuša, di cui gli era rimasto un così piacevole ricordo.
Giunse alla fine di marzo, il venerdì santo, con le strade impraticabili e sotto una pioggia torrenziale, cosicché giunse completamente fradicio e intirizzito, ma vigoroso ed eccitato, come si sentiva sempre in quel periodo. «Starà ancora da loro?» pensava entrando nel noto, antico cortile della tenuta delle zie, recinto da un muretto di mattoni e ingombro di neve caduta dal tetto. Si aspettava di vederla accorrere sul terrazzino al suono della sua campanella, ma dalla stanza delle serve uscirono due donne scalze e succinte con dei secchi, che stavano evidentemente lavando i pavimenti. Lei non c'era neppure sul terrazzino principale; uscì solo il servitore Tichon, in grembiule, anche lui probabilmente impegnato nelle pulizie. In anticamera comparve Sof'ja Ivanovna in abito di seta e cuffietta.
- Che carino sei stato a venire! - esclamò Sof'ja Ivanovna baciandolo. - Mašen'ka non sta molto bene, si è stancata in chiesa. Ci siamo comunicate.
- Auguri, zia Sof'ja, - disse Nechljudov, baciando le mani di Sof'ja Ivanovna, - mi scusi, l'ho bagnata.
- Vai in camera tua. Sei tutto inzuppato. E hai anche i baffi... Katjuša! Katjuša! Presto, preparagli il caffè.
- Subito! - rispose la voce nota dal corridoio.
E il cuore di Nechljudov ebbe un sussulto di gioia. «È qui!» E fu come se il sole fosse spuntato da dietro le nubi. Nechljudov andò allegramente con Tichon nella sua stanza di una volta per cambiarsi d'abito.
Nechljudov avrebbe voluto chiedere di Katjuša a Tichon: cosa faceva? come stava? non doveva sposarsi? Ma Tichon era così ossequioso e nello stesso tempo austero, insisté così fermamente per versargli lui stesso l'acqua della brocca sulle mani, che Nechljudov non si decideva a fargli domande su Katjuša e chiese soltanto dei suoi nipoti, del vecchio stallone, del cane da guardia Polkan. Tutti stavano bene, tranne Polkan, che era diventato rabbioso l'anno prima.
Toltosi gli indumenti bagnati, Nechljudov aveva appena cominciato a rivestirsi, quando sentì dei passi rapidi e qualcuno bussò alla porta. Nechljudov riconobbe sia i passi sia i colpi alla porta. Così camminava e bussava solo lei.
Si gettò sulle spalle il cappotto bagnato e andò alla porta.
- Avanti!
Era lei Katjuša. Sempre la stessa, ancora più carina di prima. Sempre di sotto in su guardavano i suoi ingenui occhi neri, sorridenti e un po' strabici. Indossava, come prima, un grembiule bianco pulito. Aveva portato da parte delle zie una saponetta profumata appena tolta dalla carta, e due asciugamani; uno grande, russo, e uno di spugna. Il sapone intatto con le lettere impresse, e l'asciugamano, e lei stessa: tutto era ugualmente pulito, fresco, intatto, piacevole. Ancora come un tempo le sue dolci labbra ferme e rosse s'increspavano di gioia incontenibile, al vederlo.
- Bentornato, Dmitrij Ivanoviè! - proferì a fatica, e il suo viso si coprì di rossore.
- Ciao... Buongiorno, - non sapeva se darle del «tu» o del «lei», e arrossì a sua volta. - Come va la vita? Bene?
- Grazie a Dio... Ecco, la zia le manda il suo sapone preferito, alla rosa, - disse posando il sapone sul tavolo e gli asciugamani sul bracciolo della poltrona.
- Il signore ha il suo, - Tichon si levò in difesa dell'indipendenza dell'ospite, indicando con orgoglio il grande nécessaire aperto di Nechljudov, con i coperchi d'argento e un'enorme quantità di boccette, spazzole, brillantine, profumi e ogni sorta di oggetti da toilette.
- Ringrazi la zia. Come sono felice di essere qui, - disse Nechljudov, sentendo nell'anima la stessa gioia e la stessa tenerezza di un tempo.
Lei sorrise soltanto in risposta alle sue parole e uscì.
Le zie, che avevano sempre voluto bene a Nechljudov, questa volta gli riservarono un'accoglienza ancor più gioiosa del solito. Dmitrij andava alla guerra, dove avrebbe potuto restare ferito. Le zie ne erano commosse.
Nechljudov aveva organizzato il suo viaggio in modo da trattenersi dalle zie soltanto una giornata, ma quando ebbe visto Katjuša accettò di festeggiare con loro la Pasqua, che sarebbe stata di lì a due giorni, e telegrafò al suo amico e compagno Šenbok, con cui doveva incontrarsi a Odessa, perché anche lui facesse un salto dalle zie.
Fin dal primo giorno, appena rivide Katjuša, Nechljudov provò per lei lo stesso sentimento di un tempo. Proprio come allora, non poteva vedere senza emozione il grembiule bianco di Katjuša, non poteva udire senza gioia il suo passo, la sua voce, la sua risata, non poteva guardare senza tenerezza i suoi occhi neri come le more bagnate, specialmente quando sorrideva, e soprattutto non poteva vedere senza turbamento come lei arrossiva incontrandolo. Sentiva di essere innamorato, ma non come prima, quando questo amore era per lui un mistero e non si decideva a confessare a se stesso che amava, e quando era convinto che amare si potesse una volta sola: adesso era innamorato, se ne rendeva conto e se ne rallegrava, e sapeva confusamente, pur celandolo a se stesso, in cosa consistesse l'amore e cosa potesse derivarne.
In Nechljudov, come in tutti, c'erano due uomini. L'uomo spirituale, che cerca per sé solo quel bene che possa essere un bene anche per il prossimo, e l'altro, l'uomo animale, che cerca il bene solo per sé e per questo bene è pronto a sacrificare il bene del mondo intero. In quel periodo della sua follia egoistica, determinata in lui dalla vita pietroburghese e militare, quest'uomo animale dominava in lui e aveva completamente schiacciato l'uomo spirituale. Ma rivedendo Katjuša e sentendo di nuovo ciò che aveva provato un tempo per lei, l'uomo spirituale sollevò la testa e cominciò a rivendicare i propri diritti. E in quei due giorni prima della Pasqua in Nechljudov si svolse un'incessante, inconfessata lotta interiore.
Nel profondo dell'anima egli sapeva che doveva partire e che non c'era motivo di restare dalle zie, sapeva che non sarebbe potuto venirne nulla di buono, ma si sentiva così bene, così lieto, che non l'ammetteva, e restava.
Il sabato sera, alla vigilia della Pasqua, il sacerdote col diacono e il chierico, percorse a fatica in slitta fra pozzanghere e fango, a quanto raccontavano, le tre verste che separavano la chiesa dalla casa delle zie, vennero a celebrare il mattutino.
Nechljudov assisté in piedi al mattutino con le zie e la servitù, lanciando continuamente occhiate a Katjuša che stava sulla porta e portava l'incensiere, scambiò il triplice bacio augurale con il sacerdote e le zie e già voleva andare a dormire, quando sentì in corridoio i preparativi di Matrëna Pavlovna, la vecchia cameriera di Mar'ja Ivanovna, che insieme a Katjuša stava per recarsi in chiesa a far benedire i dolci e le focacce pasquali. «Vado anch'io», - pensò.
Per andare alla chiesa non c'era strada praticabile né su ruote né in slitta, perciò Nechljudov, che dalle zie si comportava come a casa propria, ordinò che gli sellassero lo stallone e, invece di andare a dormire, indossò l'uniforme scintillante con i calzoni attillati, sopra infilò il cappotto e partì alla volta della chiesa sul vecchio stallone grasso e appesantito che non cessava di nitrire, nell'oscurità, fra le pozzanghere e la neve.
XV
Per tutta la vita poi quel mattutino restò per Nechljudov uno dei ricordi più luminosi e intensi.
Quando nell'oscurità nera, rischiarata solo qua e là dalla neve biancheggiante, entrò nel cortile, sguazzando nell'acqua sul cavallo che drizzava le orecchie alla vista dei lampioncini accesi intorno alla chiesa, la messa era già iniziata.
I contadini, riconosciuto il nipote di Mar'ja Ivanovna, lo condussero in un luogo asciutto dove potesse smontare e lo accompagnarono in chiesa, offrendosi di legargli il cavallo. La chiesa era piena di folla festosa.
A destra gli uomini: vecchi con caffettani e lapti fatti in casa e pezze da piedi candide e giovani in caffettani nuovi di panno cinti da fusciacche sgargianti e stivali. A sinistra le donne, con gli scialletti di seta rossa, i corpetti di felpa con le maniche scarlatte e le gonne variopinte, azzurre, verdi e rosse, e gli stivaletti ferrati. Dietro di loro stavano le modeste vecchine con gli scialletti bianchi e i caffettani grigi, con le sottane di lana all'antica e le scarpe o i lapti nuovi; fra le une e le altre c'erano i bambini tutti agghindati con le teste unte d'olio. Gli uomini si segnavano e inchinavano, scuotendo i capelli; le donne, soprattutto le vecchie, fissando gli occhi sbiaditi su un'icona con le candele premevano forte le dita giunte sul fazzoletto in fronte, sulle spalle e sul ventre, e sussurrando qualcosa si piegavano stando in piedi o si prostravano in ginocchio. I bambini, imitando i grandi, pregavano con impegno, quando li si guardava. L'iconostasi d'oro ardeva di candele che circondavano da tutti i lati i grandi ceri filettati d'oro. Il lampadario era pieno di candele, dai cori si udivano le gaie melodie dei cantori volontari, con i ruggiti dei bassi e le sottili voci bianche dei ragazzi.
Nechljudov si portò avanti. Nel mezzo stava l'aristocrazia: un proprietario terriero con la moglie e il figlio vestito alla marinara, il commissario di polizia, il telegrafista, un mercante in stivaloni alti, il sindaco con la medaglia, e a destra dell'ambone, dietro la possidente, Matrëna Pavlovna con un vestito lilla cangiante e uno scialle bianco con la frangia e Katjuša in un abito bianco dal corpino pieghettato, con una cintura azzurra e un fiocchetto rosso sui capelli neri.
Tutto era festoso, solenne, allegro e bellissimo: i sacerdoti nei luminosi paramenti argentei con le croci d'oro, il diacono e i chierici nelle dalmatiche argentee e dorate delle solennità, e gli eleganti cantori volontari con i capelli unti d'olio, e le allegre melodie ballabili delle canzoni festose, e l'incessante benedizione del popolo da parte dei sacerdoti con i tre ceri ornati di fiori, con le esclamazioni continuamente ripetute: «Cristo è risorto! Cristo è risorto!» Tutto era bellissimo, ma più bella di tutto era Katjuša in abito bianco e cintura azzurra, con il fiocchetto rosso sui capelli neri e gli occhi raggianti ed estatici.
Nechljudov sentiva che lei l'aveva visto, anche senza voltarsi. Se ne accorse quando le passò accanto per andare all'altare. Non aveva niente da dirle, ma escogitò qualcosa e disse, passandole vicino:
- La zia ha detto che romperà il digiuno dopo l'ultima messa.
Come sempre quando lo vedeva, il sangue giovane affluì su tutto il caro viso, e gli occhi neri, ridenti e lieti si fermarono su Nechljudov, guardando ingenuamente di sotto in su.
- Lo so, - disse sorridendo.
In quel momento il chierico, aprendosi un varco fra la folla con una caffettiera di rame, passò accanto a Katjuša e, senza guardarla, la urtò con un lembo della dalmatica. Evidentemente per rispetto verso Nechljudov, il chierico per scansarlo aveva urtato Katjuša. E Nechljudov si stupiva che quel chierico non capisse che tutto ciò che esisteva lì e ovunque al mondo esisteva solo per Katjuša, e che si poteva disdegnare tutto al mondo, ma non lei, perché era il centro di tutto. Per lei brillava l'oro dell'iconostasi e ardevano tutte le candele del lampadario e dei candelieri, per lei erano quei canti di giubilo: «È la Pasqua del Signore, gioite o genti». E tutto ciò che di buono c'era al mondo, tutto era per lei. E gli sembrava che Katjuša lo capisse. Così sembrava a Nechljudov, quando guardava la sua figura snella nell'abito bianco con le piegoline e il viso lieto e assorto, dall'espressione del quale vedeva che ciò che gli cantava nell'anima cantava ugualmente nell'anima di lei.
Nell'intervallo fra la prima e la seconda messa Nechljudov uscì dalla chiesa. La folla si apriva dinanzi a lui e s'inchinava. Qualcuno lo riconosceva, altri domandavano «Chi è?». Sul sagrato si fermò. I mendicanti lo circondarono, egli distribuì gli spiccioli che aveva nel borsellino e scese gli scalini del terrazzino.
Si era già fatto abbastanza chiaro da vedere, ma il sole non sorgeva ancora. La gente si era seduta sulle tombe intorno alla chiesa. Katjuša restava in chiesa, e Nechljudov si fermò ad aspettarla.
La folla continuava a uscire, e battendo i chiodi degli stivali sulle lastre di pietra scendeva i gradini e si sparpagliava per il cortile della chiesa e il cimitero.
Un vecchio decrepito con il capo dondolante, il pasticciere di Mar'ja Ivanovna, fermò Nechljudov, scambiò con lui il triplice bacio augurale, e sua moglie, una vecchietta con il pomo d'Adamo rugoso sotto lo scialletto di seta, gli diede, togliendolo da un fazzoletto, un uovo giallo zafferano. Subito si avvicinò un giovane contadino muscoloso e sorridente, con un farsetto nuovo e una fusciacca verde.
- Cristo è risorto, - disse ridendo con gli occhi, si avvicinò a Nechljudov investendolo col suo buon odore tipico di contadino, e solleticandolo con la sua barbetta riccia lo baciò per tre volte proprio in mezzo alla bocca con le sue labbra ferme e fresche.
Mentre Nechljudov baciava il contadino e ne riceveva un uovo marrone scuro, apparve il vestito cangiante di Matrëna Pavlovna e la graziosa testolina nera con il fiocchetto rosso.
Lei subito lo scorse, al di sopra delle teste di quelli che le camminavano davanti, ed egli vide il suo volto illuminarsi.
Katjuša e Matrëna Pavlovna uscirono sul sagrato e si fermarono per fare l'elemosina. Un mendicante con una cicatrice rossa al posto del naso si accostò a Katjuša. Lei tolse qualcosa dal fazzoletto, glielo diede e poi si avvicinò a lui e, senza esprimere la minima ripugnanza, anzi con la stessa gioia radiosa negli occhi, lo baciò tre volte. Mentre baciava il mendicante, i suoi occhi incontrarono lo sguardo di Nechljudov. Sembrava chiedere: va bene quello che sto facendo?
«Sì, sì, cara, tutto va bene, tutto è bellissimo, ti amo».
Scesero dal sagrato ed egli le si avvicinò. Non voleva scambiare il bacio pasquale con lei, voleva solo starle più vicino.
- Cristo è risorto! - disse Matrëna Pavlovna, chinando il capo e sorridendo con un'aria che diceva che quel giorno erano tutti uguali, e asciugatasi la bocca con il fazzoletto arrotolato gli porse le labbra.
- In verità, - rispose Nechljudov, baciandola. Si voltò a guardare Katjuša. Lei arrossì e in un attimo gli si avvicinò.
- Cristo è risorto, Dmitrij Ivanoviè.
- In verità è risorto, - disse lui. Si baciarono due volte, parvero riflettere se bisognava andare avanti, e quasi avessero deciso che sì, bisognava, si baciarono la terza volta, ed entrambi sorrisero.
- Non andate dal sacerdote? - chiese Nechljudov.
- No, Dmitrij Ivanoviè, stiamo un po' qui sedute, - disse Katjuša, sospirando profondamente, come dopo una lieta fatica, a pieni polmoni e guardandolo dritto negli occhi con i suoi occhi docili, verginali, innamorati e un pochino strabici.
Nell'amore fra un uomo e una donna c'è sempre un momento in cui questo amore raggiunge il suo zenit, quando in esso non c'è nulla di cosciente, di razionale e nulla di sensuale. Quel momento fu per Nechljudov la notte della Pasqua di resurrezione. Quando adesso ricordava Katjuša, di tutte le situazioni in cui l'aveva vista, quel momento offuscava tutti gli altri. La testolina nera, liscia e lucente, l'abito bianco con le piegoline che modellava castamente la sua figura snella e il piccolo seno, e quel rossore, e quei dolci occhi neri e lucenti, un po' strabici per la notte insonne, e i due tratti salienti di tutto il suo essere: la purezza dell'amore verginale non solo per lui - egli lo sapeva - , ma per tutti e tutto al mondo, e non solo ciò che è bello: per quel mendicante che aveva baciato.
Egli sapeva che in lei c'era l'amore, perché quella notte e quella mattina l'aveva riconosciuto in se stesso, e aveva riconosciuto che in quell'amore egli si fondeva in un'unica cosa con lei.
Ah, se tutto si fosse fermato al sentimento di quella notte! «Sì, tutta quell'orribile storia accadde solo dopo quella notte della Pasqua di resurrezione!» - pensava adesso, seduto alla finestra nella stanza dei giurati.
XVI
Tornato dalla chiesa, Nechljudov ruppe il digiuno con le zie e per rinfrancarsi, secondo un'abitudine presa al reggimento, bevve della vodka e del vino, se ne andò in camera sua e si addormentò subito, vestito. Lo svegliarono dei colpi alla porta. Dal modo di bussare riconobbe che era lei; si alzò, stropicciandosi gli occhi e stiracchiandosi.
- Katjuša, sei tu? Entra, - disse, alzandosi.
Lei socchiuse la porta.
- È pronto in tavola, - disse.
Indossava lo stesso abito bianco, ma senza il fiocco nei capelli. Guardandolo negli occhi, s'illuminò come se gli avesse annunciato qualcosa di straordinariamente gioioso.
- Adesso vengo, - rispose afferrando il pettine per ravviarsi i capelli.
Lei rimase un attimo di troppo. Egli lo notò e, gettato il pettine, si mosse verso di lei. Ma Katjuša immediatamente si volse in fretta e andò via con i suoi passi sempre leggeri e svelti sulla passatoia del corridoio.
«Che scemo, - si disse Nechljudov - perché non l'ho trattenuta?»
E la raggiunse di corsa nel corridoio.
Cosa volesse da lei, neppure lo sapeva. Ma gli sembrava che, quando era entrata nella sua stanza, avrebbe dovuto fare qualcosa che tutti fanno in quelle circostanze, e non l'aveva fatto.
- Katjuša, aspetta, - disse.
Lei si voltò.
- Che c'è? - disse, rallentando.
- Niente, solo...
E facendo uno sforzo su se stesso e ricordando come agiscono in questi casi tutti gli uomini nella sua situazione, abbracciò Katjuša per la vita.
Lei si fermò e lo guardò negli occhi.
- No, Dmitrij Ivanoviè, non si deve, - disse arrossendo fino alle lacrime, e con la sua mano forte e ruvida allontanò il braccio che la cingeva.
Nechljudov la lasciò, e per un attimo non solo sentì un senso di disagio e vergogna, ma anche schifo di sé. Avrebbe dovuto credere a se stesso, ma non capì che quel disagio e quella vergogna erano i sentimenti migliori della sua anima che cercavano di esprimersi,e al contrario gli parve che fosse la sua stupidità a parlare, e che occorresse fare come fanno tutti.
La raggiunse ancora una volta, di nuovo l'abbracciò e baciò sul collo. Questo bacio era ormai completamente diverso dai primi due: uno inconsapevole dietro il cespuglio di lillà e l'altro, quella mattina in chiesa. Questo era spaventoso, e lei lo sentì.
- Ma che cosa sta facendo? - gridò con una voce tale, come se egli avesse irrimediabilmente rotto qualcosa di infinitamente prezioso, e fuggì via di corsa.
Egli entrò in sala da pranzo. Le zie eleganti, il dottore e la vicina stavano in piedi vicino agli antipasti. Tutto era così consueto, ma nell'anima di Nechljudov c'era la tempesta. Non capiva nulla di quel che gli dicevano, rispondeva a sproposito e pensava solo a Katjuša, ricordando la sensazione di quell'ultimo bacio, quando l'aveva raggiunta in corridoio. Non poteva pensare a nient'altro. Quando lei entrava nella stanza, pur senza guardarla sentiva con tutto il suo essere la sua presenza e doveva fare uno sforzo su se stesso per non rivolgerle lo sguardo.
Dopo il pranzo si ritirò subito in camera sua e lì camminò a lungo, in preda a una forte agitazione, tendendo l'orecchio ai suoni nella casa e aspettando i suoi passi. Così l'uomo animale che dimorava in lui non solo aveva rialzato il capo, ma si era schiacciato sotto i piedi l'uomo spirituale che era stato durante il suo primo soggiorno e quella mattina stessa in chiesa, e quello spaventoso uomo animale adesso dominava incontrastato nella sua anima. Pur continuando a tenderle agguati, quel giorno non riuscì a incontrarla da solo a solo neppure una volta. Probabilmente lo sfuggiva. Ma verso sera le accadde di dover andare nella stanza accanto a quella occupata da lui. Il dottore si fermava per la notte e Katjuša doveva preparare il letto all'ospite. Udendo i suoi passi, Nechljudov, camminando senza far rumore e trattenendo il respiro, quasi si preparasse a un delitto, entrò dietro di lei.
Con le mani infilate in una federa pulita e tenendo il cuscino per gli angoli, si voltò verso di lui e sorrise: ma non era il sorriso allegro e gioioso di prima, era spaventato, pietoso. Quel sorriso sembrava dirgli che ciò che faceva era male. Egli si fermò per un attimo. A quel punto la lotta era ancora possibile. Benché debolmente, si faceva ancora sentire la voce del vero amore per lei, che gli parlava di lei, dei suoi sentimenti, della sua vita. Ma l'altra voce diceva: bada, ti lascerai sfuggire il tuo piacere, la tua felicità. E questa seconda voce soffocava la prima. Le si avvicinò risolutamente. E uno spaventoso, irrefrenabile impulso bestiale s'impossessò di lui.
Senza lasciarsela sfuggire dalle braccia, Nechljudov la fece sedere sul letto, e sentendo che bisognava fare ancora qualcosa, si sedette accanto a lei.
- Dmitrij Ivanoviè, mio caro, per favore, mi lasci, - diceva lei con voce lamentosa, - sta arrivando Matrëna Pavlovna! - gridò, divincolandosi, e davvero qualcuno veniva verso la porta.
- Allora vengo da te stanotte, - disse Nechljudov. - Sei sola, vero?
- Che dice? Mai e poi mai! Non si deve, - diceva lei solo con le labbra, ma tutto il suo essere sconvolto e turbato diceva altro.
Chi si avvicinava alla porta era davvero Matrëna Pavlovna. Entrò nella stanza con una coperta in mano e, rivolta un'occhiata di rimprovero a Nechljudov, redarguì aspramente Katjuša perché aveva preso la coperta sbagliata.
Nechljudov uscì in silenzio. Non si vergognava neppure. Aveva visto dall'espressione del viso di Matrëna Pavlovna che lo biasimava, e aveva ragione di biasimarlo, sapeva che quanto faceva era male, ma l'impulso bestiale sprigionatosi dal suo antico sentimento di amore buono per Katjuša si era impossessato di lui e regnava incontrastato, senza riconoscere null'altro. Ora sapeva cosa bisognava fare per soddisfare quell'impulso, e cercava solo il mezzo.
Per tutta la sera fu un'anima in pena; ora andava dalle zie, ora le lasciava per tornare in camera sua o sul terrazzino e pensava a un'unica cosa, come vederla da sola: ma lei lo sfuggiva, e Matrëna Pavlovna cercava di non perderla d'occhio.
XVII
Così passò tutta la sera, e giunse la notte. Il dottore andò a dormire. Le zie si coricarono. Nechljudov sapeva che Matrëna Pavlovna adesso era nella camera da letto delle zie e Katjuša in quella della servitù - sola. Uscì di nuovo sul terrazzino. La notte era buia, umida, tiepida, e la nebbia bianca che in primavera scaccia l'ultima neve o si diffonde dall'ultima neve che si scioglie riempiva tutta l'aria. Dal fiume, che era a cento passi sotto la scarpata dinanzi alla casa, provenivano strani rumori: era il ghiaccio che si rompeva.
Nechljudov scese dal terrazzino e scavalcando le pozzanghere, sulla neve ghiacciata, si avvicinò alla finestra della stanza della servitù. Il cuore gli batteva così forte nel petto che lo sentiva; il respiro ora si fermava, ora erompeva in un sospiro pesante. Nella stanza della servitù era accesa una piccola lampada. Katjuša sedeva sola al tavolo, soprappensiero, e guardava nel vuoto. Nechljudov la osservò a lungo senza muoversi: voleva sapere cosa avrebbe fatto credendo che nessuno la vedesse. Per un paio di minuti restò immobile, poi alzò gli occhi, sorrise, scosse il capo quasi per rimproverarsi e, cambiata posizione, posò di scatto le mani sul tavolo e fissò gli occhi nel vuoto.
Egli stava fermo e la guardava e involontariamente ascoltava insieme il battito del proprio cuore e gli strani rumori che giungevano dal fiume. Là sul fiume, nella nebbia, si svolgeva un instancabile, lento lavorio, e ora qualcosa ansimava, ora scricchiolava, ora si sgranava, ora sottili lastre di ghiaccio tintinnavano come vetro.
Egli stava fermo, guardando il volto pensoso di Katjuša, tormentato da un lavorio interiore, e ne provava pena, ma, cosa strana, questa pena non faceva che intensificare la sua concupiscenza per lei.
La concupiscenza lo possedeva tutto.
Bussò alla finestra. Lei, come per una scossa elettrica, sussultò in tutto il corpo, e il terrore si riflesse sul suo viso. Poi scattò in piedi, andò alla finestra e accostò il viso al vetro. L'espressione di terrore non abbandonò il suo volto neppure quando, fattasi schermo agli occhi con le mani, lo riconobbe. Il suo volto era insolitamente serio: non l'aveva mai visto così. Sorrise solo quando sorrise lui, sorrise come per sottometterglisi, ma nella sua anima non c'era sorriso, c'era paura. Le fece un segno con la mano, chiamandola in cortile. Ma lei scosse il capo: no, non sarebbe uscita, e rimase ferma alla finestra. Egli avvicinò ancora una volta il viso al vetro e voleva gridarle di uscire, ma in quel momento lei si voltò verso la porta: qualcuno doveva averla chiamata. Nechljudov si scostò dalla finestra. La nebbia era così fitta che alla distanza di cinque passi dalla casa già non si vedevano più le finestre, ma solo una massa nereggiante, in cui brillava la luce rossa della lampada, che pareva enorme. Sul fiume continuava quello strano ansimare, frusciare, scricchiolare e tinnire del ghiaccio. Nella nebbia del cortile un gallo cantò, altri risposero lì vicino, e in lontananza dal villaggio si udirono dei chicchirichì che si interrompevano e si fondevano in un unico grido. Tutto intorno, tranne il fiume, era completamente silenzioso. Era già il secondo canto del gallo.
Dopo essere passato e ripassato un paio di volte dietro l'angolo della casa, mettendo ripetutamente il piede nelle pozzanghere, Nechljudov tornò alla finestra della stanza della servitù. La lampada era ancora accesa, e Katjuša sedeva di nuovo sola al tavolo, come indecisa. Non appena egli si avvicinò alla finestra, gli lanciò un'occhiata. Bussò. E, senza guardare chi bussasse, lei subito corse fuori dalla stanza, ed egli sentì schiudersi e poi cigolare la porta esterna. L'aspettava già vicino all'andito e subito l'abbracciò in silenzio. Lei gli si strinse contro, sollevò il viso e con le labbra incontrò il suo bacio.Stettero dietro l'angolo dell'ingresso in un luogo asciutto, senza neve, ed egli era pieno di un tormentoso desiderio insoddisfatto. Improvvisamente di nuovo schioccò e cigolò allo stesso modo la porta esterna, e si udì la voce adirata di Matrëna Pavlovna:
- Katjuša!
Si strappò da lui e tornò nella sua stanza. Egli udì scattare il gancio. Dopodiché tutto tacque, l'occhio rosso alla finestra scomparve, restò solo la nebbia e il movimento sul fiume.
Nechljudov andò alla finestra: non si vedeva nessuno. Bussò: nessuno gli rispose. Nechljudov tornò in casa dall'ingresso principale, ma non si addormentò. Si tolse gli stivali e a piedi nudi percorse il corridoio verso la sua porta, accanto alla stanza di Matrëna Pavlovna. Prima sentì russare tranquillamente Matrëna Pavlovna, e già voleva entrare, quando essa a un tratto si mise a tossire e a rivoltarsi nel letto cigolante. S'immobilizzò e aspettò così per qualche minuto. Quando tutto tacque di nuovo e si udì solo un russare tranquillo, cercando di posare i piedi su tavole che non scricchiolassero proseguì fino alla porta di lei. Non si sentiva nulla. Evidentemente lei non dormiva, perché non si udiva il suo respiro. Ma, non appena egli sussurrò «Katjuša», balzò in piedi, andò alla porta e adirata, così gli parve, cercò di persuaderlo ad andarsene.
- Ma che modi sono? È mai possibile? Le zie sentiranno, dicevano le sue labbra, ma tutto il suo essere diceva: «Sono tutta tua».
E Nechljudov capiva solo questo.
- Su, apri un momento. Ti supplico, - diceva parole senza senso.
Lei tacque, poi egli sentì il fruscio della mano che cercava il gancio. Il gancio scattò, ed egli penetrò dalla porta aperta.
L'afferrò, vestita com'era nella ruvida camicia di tela grezza senza maniche, la sollevò e la portò via.
- Ah! Che cosa fa? - mormorava lei.
Ma egli non badava alle sue parole, mentre la portava in camera sua.
- Ah, non si deve, mi lasci, - diceva, ma intanto si stringeva a lui...
Quando tremante e silenziosa, senza nulla rispondere alle sue parole, se ne fu andata, egli uscì sul terrazzino e si fermò, cercando di comprendere il significato di quanto era accaduto.
Fuori era più chiaro; giù, sul fiume, lo scricchiolio e il tintinnio e l'ansimare si erano ancora intensificati, e ai suoni di prima si era aggiunto un gorgoglio. La nebbia cominciava a posarsi, e oltre il muro di nebbia era emersa la luna calante, illuminando foscamente qualcosa di nero e di spaventoso.
«Cos'è dunque: una grande felicità o una grande disgrazia quella che mi è capitata?» - si domandava. «È sempre così, fanno tutti così», - si disse e andò a dormire.
XVIII
Il giorno dopo il brillante, allegro Šenbok raggiunse Nechljudov dalle zie e le affascinò completamente con la sua eleganza, gentilezza, allegria, generosità e col suo affetto per Dmitrij. La sua generosità, pur piacendo molto alle zie, le lasciò tuttavia un po' perplesse tanto era esagerata. A dei mendicanti ciechi sopraggiunti diede un rublo, distribuì quindici rubli in mance alla servitù, e quando Sjuzetka, il cagnolino maltese di Sof'ja Ivanovna, si scorticò a sangue una zampa in sua presenza, egli, offertosi di fasciarla, senza pensarci un attimo strappò il suo fazzoletto di batista finemente orlato (Sof'ja Ivanovna sapeva che fazzoletti del genere costavano non meno di quindici rubli la dozzina) e ne fece delle bende per Sjuzetka. Le zie non avevano mai visto persone così e ignoravano che quello Šenbok aveva duecentomila rubli di debiti che non sarebbe mai riuscito a pagare, e lo sapeva, per cui venticinque rubli in più o in meno non facevano alcuna differenza.
Šenbok si fermò soltanto un giorno e la notte seguente partì insieme a Nechljudov.
Non potevano più restare, perché scadeva ormai l'ultimo termine per presentarsi al reggimento.
Nell'anima di Nechljudov in quell'ultimo giorno passato dalle zie, mentre era ancor fresco il ricordo della notte, si sollevarono e lottarono due sentimenti: da una parte, brucianti, i ricordi sensuali dell'amore fisico, che pure gli aveva dato molto meno di quanto promettesse, e un certo orgoglio per aver raggiunto il suo scopo; dall'altra la coscienza che quanto aveva fatto era molto male, e che questo male andava riparato, e riparato non per lei, ma per se stesso.
Nello stato di follia egoistica in cui si trovava, Nechljudov pensava soltanto a sé: si chiedeva se l'avrebbero condannato e fino a che punto, nel caso fossero venuti a sapere come aveva agito con lei, e non a quello che lei provava e a cosa sarebbe stato di lei. Pensava a Šenbok, che forse indovinava i suoi rapporti con Katjuša, e ciò lusingava il suo amor proprio.
- Ecco perché tutto a un tratto vuoi così bene alle ziette, - gli disse Šenbok dopo aver visto Katjuša, - da passare una settimana intera da loro. Anch'io al tuo posto non me ne sarei andato. È un incanto!
Pensava anche che, benché fosse un peccato andarsene ora, senza aver pienamente goduto l'amore con lei, la necessità della partenza aveva il vantaggio di rompere subito dei rapporti che sarebbe stato difficile mantenere. Pensava poi che bisognava darle del denaro, non per lei, non perché di quel denaro poteva aver bisogno, ma perché così si fa sempre, e l'avrebbero ritenuto un disonesto se, avendo abusato di lei, non l'avesse poi pagata. E così le diede quel denaro: quanto riteneva consono alla propria e alla sua condizione.
Il giorno della partenza, dopo pranzo, l'aspettò nell'andito. Lei avvampò nel vederlo e voleva passare oltre, indicando con gli occhi la porta aperta della stanza della servitù, ma egli la trattenne.
- Volevo salutare, - disse, sgualcendo nella mano una busta con un biglietto da cento rubli. - Ecco, io...
Lei indovinò, si accigliò, scosse il capo e gli allontanò la mano.
- No, prendi, - mormorò e le infilò la busta in seno, poi, quasi si fosse scottato, con una smorfia e un gemito corse in camera sua.
E a lungo poi camminò su e giù per la stanza, e si contorse, e saltò perfino, e gemette forte, come per un dolore fisico, ricordando quella scena.
«Ma che dovevo fare? È sempre così. Così ha fatto Šenbok con la governante di cui raccontava, così ha fatto lo zio Griša, così ha fatto mio padre quando viveva in campagna e gli è nato da una contadina quel figlio illegittimo Miten'ka che vive tuttora. E se tutti fanno così, significa che così bisogna fare». In questo modo cercava di consolarsi, ma non ci riusciva. Quel ricordo gli bruciava la coscienza.
In fondo, proprio in fondo all'anima sapeva di aver agito così male, in maniera così ignobile e crudele, che con la coscienza di quell'azione non poteva non solo giudicare chicchessia, ma neppure guardare negli occhi la gente, e tanto meno considerarsi il giovanotto meraviglioso, nobile e magnanimo che credeva di essere. Mentre doveva considerarsi tale per continuare a vivere arditamente e allegramente. Dunque c'era un solo mezzo: non pensarci. E così fece.
La vita in cui entrava, - i posti nuovi, i compagni, la guerra, - lo aiutarono. E quanto più viveva tanto più dimenticava, e alla fine si dimenticò davvero del tutto.
Solo una volta, quando dopo la guerra passò a trovare le zie con la speranza di rivederla, e seppe che Katjuša ormai non c'era più, che poco dopo la sua visita se n'era andata per partorire, aveva partorito chissà dove poi, secondo quanto avevano sentito le zie, si era completamente guastata, gli si strinse il cuore. Dalle date il bambino che aveva dato alla luce poteva essere suo figlio, ma poteva anche non esserlo. Le zie dicevano che s'era guastata e che era corrotta di natura, proprio come la madre. E questo giudizio delle zie gli fece piacere perché in qualche modo lo giustificava. In un primo tempo voleva comunque cercare lei e il bambino, ma poi, proprio perché in fondo all'anima il pensiero gli causava troppo dolore e vergogna, non fece gli sforzi necessari a rintracciarli e ancor più dimenticò il suo peccato e smise di pensarci.
Ma ecco che ora quel caso sorprendente gli ricordava tutto ed esigeva che riconoscesse la spietatezza, la crudeltà e l'infamia che gli avevano permesso di vivere tranquillamente per quei dieci anni con un tal peccato sulla coscienza. Ma era ancora lontano da quel riconoscimento, e adesso pensava solo all'eventualità che tutto si risapesse, e che lei o il suo difensore raccontassero tutto e lo svergognassero pubblicamente.
XIX
In tale stato d'animo si trovava Nechljudov, tornato dall'aula del processo nella stanza dei giurati. Sedeva vicino alla finestra, ascoltando i discorsi che si facevano intorno a lui, e fumava senza interruzione.
L'allegro mercante evidentemente approvava di tutto cuore gli svaghi del collega Smel'kov.
- Be', amico, faceva bisboccia alla grande, alla siberiana. E non era neanche di gusti malvagi: visto che figliola si è scelto?
Il capo della giuria stava esponendo certe considerazioni, per cui tutto sarebbe dipeso dalla perizia. Pëtr Gerasimoviè scherzava con il commesso ebreo, e scoppiarono a ridere. Nechljudov rispondeva a monosillabi alle domande che gli rivolgevano e desiderava una cosa sola: esser lasciato in pace.
Quando l'usciere con suo passo sghembo invitò di nuovo i giurati nell'aula delle udienze, Nechljudov provò paura, quasi non andasse a giudicare, ma fosse condotto lui a giudizio. In fondo all'anima sentiva già di essere un mascalzone che doveva vergognarsi a guardare in faccia la gente, ma intanto, per abitudine, con la consueta sicurezza di sé nei movimenti salì sulla pedana e si sedette al suo posto, secondo dopo il capo, accavallando le gambe e giocherellando col pince-nez.
Anche gli imputati erano stati portati altrove e appena ricondotti in aula.
In aula c'erano delle facce nuove, i testimoni, e Nechljudov notò che la Maslova lanciò diverse occhiate, come se non potesse distogliere lo sguardo da una donna grassa molto elegante, vestita di seta e velluto, che sedeva in prima fila davanti alla sbarra, con un cappello alto dal grande fiocco e un'elegante borsetta al braccio nudo fino al gomito. Era, come seppe poi, una testimone, la padrona della casa in cui viveva la Maslova.
Cominciò l'interrogatorio dei testimoni: nome, religione, eccetera. Poi, dopo che alle parti venne chiesto come volevano interrogare, se sotto giuramento o no, di nuovo arrivò lo stesso vecchio sacerdote, muovendo a fatica le gambe, e di nuovo, aggiustandosi la croce d'oro sul petto vestito di seta, con la stessa calma certezza di svolgere un compito assolutamente utile e importante, fece giurare i testimoni e il perito. Al termine del giuramento fecero uscire tutti i testimoni tranne una, la Kitaeva, appunto, padrona della casa di tolleranza. Le chiesero cosa sapesse di quella faccenda. La Kitaeva, con un sorriso falso e la testa che ondeggiava nel cappello ad ogni frase, con accento tedesco fece un racconto circostanziato e chiaro.
Innanzitutto da lei alla casa era venuto il cameriere Simon, che conosceva, a chiederle una ragazza per un ricco mercante siberiano. Aveva mandato Ljubaša. Qualche tempo dopo Ljubaša era tornata insieme al mercante.
- Il mercante era già in estasi, - diceva la Kitaeva con un lieve sorriso, - e da noi continuava a bere e offrire a ragazze; ma siccome a lui non bastavano i soldi, manda in camera sua quella stessa Ljubaša per cui aveva una predilezione, - disse lanciando un'occhiata all'imputata.
A Nechljudov parve che la Maslova a questo punto sorridesse, e quel sorriso gli parve ributtante. Uno strano, indefinito senso di disgusto misto a compassione si levò in lui.
- E che opinione aveva della Maslova? - arrossendo tutto timido domandò l'uditore giudiziario, difensore d'ufficio della Maslova.
- Ottima, - rispose la Kitaeva, - ragazza istruita e chic. Lei era educata in una buona famiglia, e sapeva leggere francese. Ogni tanto beveva un po' troppo, ma non perdeva mai la sua testa. Bravissima ragazza.
Katjuša guardava la padrona, ma poi a un tratto portò gli occhi sui giurati e li fermò su Nechljudov, e il suo viso si fece serio e perfino severo. Uno dei suoi occhi severi era strabico. Piuttosto a lungo questi due occhi dallo sguardo strano fissarono Nechljudov, e nonostante il terrore che lo assalì neppure lui poté distogliere lo sguardo da quegli occhi strabici dalle cornee bianchissime. Ricordava quella notte terribile con il ghiaccio che si rompeva, la nebbia, e soprattutto quella luna calante, capovolta, che era sorta poco prima del mattino e aveva illuminato qualcosa di nero e spaventoso. Quei due occhi neri che guardavano lui e oltre lui gli ricordavano quella cosa nera e spaventosa.
«Mi ha riconosciuto!» - pensò. E Nechljudov quasi si rattrappì, in attesa del colpo. Ma non l'aveva riconosciuto. Sospirò tranquillamente e tornò a guardare il presidente. Anche Nechljudov sospirò. «Ah, purché si faccia in fretta», - pensava. Provava adesso una sensazione simile a quella che provava a caccia, quando gli toccava finire un uccello ferito: schifo, e compassione, e dispetto. L'uccello agonizzante si dibatte nel carniere: è disgustoso, e fa pena, e si ha voglia di finirlo e dimenticarlo al più presto. Tale sensazione confusa provava adesso Nechljudov, ascoltando l'interrogatorio dei testimoni.
XX
Ma, quasi per fargli dispetto, le cose andavano per le lunghe: dopo l'interrogatorio dei singoli testi e dell'esperto e dopo tutte le domande inutili del sostituto procuratore e dei difensori, fatte come al solito con un'aria significativa, il presidente propose ai giurati di esaminare i corpi del reato, consistenti in un anello con una rosetta di brillanti che, date le enormi dimensioni, doveva aver ornato un indice grassissimo, e nel filtro in cui era stato analizzato il veleno. Questi oggetti erano muniti di sigilli ed etichette.
I giurati si accingevano già ad osservare questi oggetti, quando il sostituto procuratore di nuovo si alzò e chiese che, prima dell'esame dei corpi del reato, fosse data lettura della perizia medico-necroscopica.
Il presidente, che cercava di sveltire il più possibile il processo per arrivare in tempo dalla sua svizzera, pur sapendo che la lettura di quel documento non poteva avere altra conseguenza che quella di annoiare e allontanare l'ora del pranzo, e che il sostituto procuratore esigeva quella lettura solo perché sapeva di averne il diritto, tuttavia non poté rifiutare e dichiarò il suo consenso. Il cancelliere prese il documento e di nuovo con la sua voce monotona e la sua pronuncia blesa della «l» e della «r» cominciò a leggere:
- «All'esame obiettivo è risultato che:
1) La statura di Ferapont Smel'kov era di metri 1,95.
(- Però, un bel pezzo d'uomo, - sussurrò preoccupato il mercante all'orecchio di Nechljudov).
2) La sua età, a giudicare dall'aspetto, doveva essere di circa quarant'anni.
3) Il cadavere si presentava tumefatto.
4) Il colore dei tegumenti ovunque verdastro, macchiato in alcuni punti da chiazze scure.
5) L'epidermide sulla superficie del corpo si sollevava in flitteni di diversa grandezza e in alcuni punti era caduta e si staccava a grossi brandelli.
6) I capelli castani, folti e al tocco si staccavano dal cuoio capelluto.
7) Gli occhi erano usciti dalle orbite, e la cornea era opaca.
8) Dalle narici, da entrambe le orecchie e dal cavo orale colava un liquido schiumoso e purulento, la bocca era semiaperta.
9) Il collo era quasi cancellato dal gonfiore del viso e del petto».
Eccetera, eccetera.
Per quattro pagine e ventisette paragrafi proseguiva in tal modo la descrizione di tutti i particolari dell'esame obiettivo del terrificante, enorme, grasso e per di più enfiato, decomposto cadavere del mercante venuto a far baldoria in città. La sensazione di disgusto indefinito che provava Nechljudov si acuì ulteriormente alla lettura di questa descrizione del cadavere. La vita di Katjuša, il pus che colava dalle narici e gli occhi usciti dalle orbite, e la sua azione verso di lei gli sembravano tutti elementi di uno stesso ordine, che da ogni parte lo circondavano e lo inghiottivano. Quando finalmente terminò la lettura dell'esame obiettivo, il presidente trasse un profondo sospiro e alzò il capo, sperando che fosse finita. Ma il cancelliere cominciò subito a leggere la descrizione dell'autopsia. Il presidente lasciò ricadere il capo e, appoggiandosi su un braccio, chiuse gli occhi. Il mercante che sedeva accanto a Nechljudov lottava contro il sonno e di tanto in tanto ciondolava; gli imputati, così come i gendarmi dietro di loro, sedevano immobili.
- «Dall'autopsia è risultato che:
1) Il cuoio capelluto si separava facilmente dalle ossa del cranio, e in nessun punto si notavano ecchimosi.
2) Le ossa del cranio erano di medio spessore e intatte.
3) Sulla duramadre si osservavano due piccole macchie pigmentate della grandezza di circa quattro pollici, la meninge stessa si presentava di colore pallido-opaco», - eccetera, eccetera, per altri tredici paragrafi.
Seguivano i nomi dei testimoni della perizia, le firme, e poi la conclusione del medico, da cui appariva che le alterazioni dello stomaco e in parte dell'intestino e dei reni riscontrate durante l'autopsia e riportate nel verbale davano motivo di concludere con molta probabilità che il decesso dello Smel'kov era avvenuto in seguito ad avvelenamento da sostanza tossica ingerita insieme al vino. A giudicare dalle alterazioni esistenti nello stomaco e nell'intestino, era difficile dire quale veleno fosse stato ingerito; era lecito supporre che tale veleno fosse stato ingerito insieme al vino per il fatto che nello stomaco dello Smel'kov era stata trovata una grande quantità di alcool.
- Si vede che era un gran bevitore, - sussurrò di nuovo il mercante, riscuotendosi.
La lettura di quel verbale, durata circa un'ora, non aveva però soddisfatto il sostituto procuratore. Quando il verbale fu letto, il presidente si rivolse a lui:
- Presumo sia superfluo leggere gli atti dell'analisi degli organi.
- Io chiederei che sia data lettura a queste analisi, - disse severamente il sostituto procuratore, senza guardare il presidente; sollevandosi un po' di sbieco e lasciando intuire dal tono della voce che esigere quella lettura era un suo diritto e non vi avrebbe rinunciato, e che un rifiuto sarebbe stato motivo di ricorso in Cassazione.
Il magistrato con la grande barba e gli occhi buoni all'ingiù, che soffriva di gastrite, sentendosi molto debole, si rivolse al presidente:
- A che serve leggere questa roba? Sono solo lungaggini. Queste nuove scope non puliscono meglio, ma solo più lentamente.
Il giudice con gli occhiali d'oro non disse nulla e guardava tetro e deciso dinanzi a sé, non aspettandosi alcunché di buono né da sua moglie né dalla vita.
Cominciò la lettura degli atti.
«Il 15 febbraio 1888* io sottoscritto, per incarico della sezione medica N. 638, - riattaccò risolutamente il cancelliere, alzando il tono della voce, quasi volesse scacciare il sonno che opprimeva tutti gli astanti, - in presenza del vice-ispettore medico, eseguita l'analisi degli organi:
1) Polmone destro e cuore (in un vaso di vetro da sei libbre).
2) Contenuto dello stomaco (in un vaso di vetro da sei libbre).
3) Stomaco (in un vaso di vetro da sei libbre).
4) Fegato, milza e reni (in un vaso di vetro da tre libbre).
5) Intestini (in un vaso di coccio da sei libbre).
All'inizio di questa lettura il presidente si chinò verso uno dei colleghi e sussurrò qualcosa, poi verso l'altro e, ottenuta risposta affermativa, interruppe la lettura a questo punto.
- La corte ritiene superflua la lettura dell'atto, - disse.
Il cancelliere tacque, raccogliendo le carte, il sostituto procuratore si mise ad annotare rabbiosamente qualcosa.
- I signori giurati possono esaminare i corpi del reato, - disse il presidente.
Il capo e alcuni dei giurati si alzarono e tutti impacciati, non sapendo come muovere o dove mettere le mani, si avvicinarono al tavolo e a turno guardarono l'anello, la boccetta e il filtro. Il mercante si provò perfino l'anello sul dito.
- Accidenti che dito, - disse, tornato al suo posto. - Come un bel cetriolo, - aggiunse, evidentemente divertito dall'idea che si era fatto del mercante avvelenato come di un eroe mitico.
XXI
Quando terminò l'esame dei corpi del reato, il presidente dichiarò chiusa l'istruttoria e senza intervallo, desiderando cavarsela al più presto, diede la parola all'accusatore, sperando che anche lui fosse un essere umano e come tutti avesse voglia di fumare e pranzare e avesse pietà di loro. Ma il sostituto procuratore era assai stupido di natura, e per di più aveva avuto la disgrazia di terminare il ginnasio con la medaglia d'oro e di ottenere un premio all'università per la sua tesi sulle servitù nel diritto romano, ragion per cui era sommamente sicuro e soddisfatto di sé (al che contribuiva inoltre il suo successo con le signore), e di conseguenza era stupido oltre misura. Quando gli fu data la parola, si alzò lentamente, rivelando tutta la sua graziosa figura nell'uniforme ricamata, e posate entrambe le mani sulla cattedra, reclinato un poco il capo, rivolse un'occhiata tutt'attorno alla sala, evitando lo sguardo degli imputati, e attaccò:
- Il caso su cui dovrete pronunciarvi, signori giurati, - cominciò la sua requisitoria, preparata durante la lettura del verbale e degli atti, - è un delitto, se così posso esprimermi, caratteristico.
Il discorso del sostituto procuratore doveva, secondo lui, avere rilevanza sociale, come certe famose arringhe pronunciate da avvocati divenuti celebri. Vero è che il pubblico era costituito solo da tre donne: una sarta, una cuoca e la sorella di Simon, e da un cocchiere, ma ciò non significava nulla. Anche le celebrità avevano cominciato così. La regola del sostituto procuratore era di essere sempre all'altezza della situazione, cioè penetrare in profondità il significato psicologico del delitto e mettere a nudo le piaghe della società.
- Vedete davanti a voi, signori giurati, un caratteristico, se così posso esprimermi, delitto di fine secolo, che reca in sé, per così dire, i tratti specifici di quel triste fenomeno della degradazione cui sono esposti, nel nostro tempo, gli elementi della nostra società che si trovano, per così dire, sotto i più cocenti raggi di questo processo...
Il sostituto procuratore parlò molto a lungo, da una parte cercando di ricordarsi tutte le cose intelligenti che aveva pensato, dall'altra, e soprattutto, di non fermarsi un attimo, ma fare in modo che il suo discorso fluisse, senza pause, per la durata di un'ora e un quarto. Solo una volta si fermò e inghiottì la saliva piuttosto a lungo, ma poi si riprese e recuperò il ritardo con raddoppiata eloquenza. Parlava ora con voce dolce e insinuante, spostando il peso da una gamba all'altra e guardando i giurati, ora in tono calmo e professionale, leggiucchiando sul suo quadernetto, ora con voce forte di denuncia, rivolgendosi un po' al pubblico e un po' ai giurati. Solo agli imputati, che tutti e tre avevano gli occhi fissi su di lui, non rivolse neppure uno sguardo. Nella sua arringa c'erano tutte le ultime teorie allora in voga nel suo ambiente e che venivano allora, e ancor oggi vengono prese per l'ultima parola del sapere scientifico. C'era l'ereditarietà, e la delinquenza congenita, e Lombroso, e Tarde, e l'evoluzione, e la lotta per l'esistenza, e l'ipnotismo, e la suggestione, e Charcot, e il decadentismo.
Il mercante Smel'kov, secondo la definizione del sostituto procuratore, era il tipo del possente, intatto uomo russo con la sua natura generosa, che a causa della sua fiducia e grandezza d'animo era stato vittima di individui profondamente corrotti, nelle cui mani era caduto.
Simon Kartinkin era un prodotto atavico della servitù della gleba, un uomo abbrutito, senza istruzione, senza principi, addirittura senza religione. Evfimija era la sua amante e vittima dell'ereditarietà. In lei erano visibili tutti i segni di una personalità degenerata. Ma la molla principale del delitto era stata la Maslova, che rappresentava al livello più basso il fenomeno del decadentismo.
- Questa donna, - diceva il sostituto procuratore senza guardarla, - ha ricevuto un'istruzione, abbiamo sentito qui al processo la testimonianza della sua padrona. Non solo sa leggere e scrivere, ma conosce anche il francese; lei, un'orfana, che certo reca in sé i germi della delinquenza, viene educata in una famiglia aristocratica e intellettuale, e potrebbe vivere di onesto lavoro; ma lascia i suoi benefattori, si abbandona alle sue passioni e per soddisfarle entra in una casa di tolleranza, dove emerge fra le compagne per la sua istruzione e soprattutto, come avete udito qui, signori giurati, dalla sua padrona, per la capacità di influenzare i visitatori con quella virtù occulta recentemente studiata dalla scienza e in particolare dalla scuola di Charcot, e nota sotto il nome di suggestione. Per mezzo di questa stessa virtù ella conquista un ricco cliente, un gigante russo, un bonario, fiducioso Sadko, e approfitta di questa fiducia prima per derubarlo, e poi per togliergli spietatamente la vita.
- Be', mi pare che si stia lasciando prendere la mano, - disse sorridendo il presidente, chinandosi verso il giudice severo.
- Un tremendo imbecille, - disse il giudice severo.
- Signori giurati, - continuava intanto il sostituto procuratore, torcendo graziosamente la vita sottile, - nelle vostre mani è il destino di queste persone, ma nelle vostre mani è in parte anche il destino della società, su cui influite con il vostro verdetto. Meditate sul significato di questo delitto, sul pericolo che per la società rappresentano individui per così dire patologici quale è la Maslova, e difendetela dal contagio, difendete gli innocenti, sani elementi di questa società dal contagio e, forse, dalla rovina.
E come schiacciato dall'importanza della decisione da prendere, il sostituto procuratore, avendo evidentemente raggiunto il culmine dell'esaltazione per il proprio discorso, si lasciò cadere sulla sedia.
Il senso della sua requisitoria, escludendone i fiori di eloquenza, era che la Maslova aveva ipnotizzato il mercante, carpendone la fiducia, e, giunta nella stanza con la chiave per cercare il denaro, avrebbe voluto prendere tutto per sé, ma essendo stata colta da Simon e Evfimija, aveva dovuto dividere con loro la refurtiva. Poi, per nascondere le tracce del suo delitto, era tornata all'albergo col mercante e là l'aveva avvelenato.
Dopo il discorso del sostituto procuratore dal banco dell'avvocato si alzò un uomo di mezza età in frac, con un ampio semicerchio di sparato bianco inamidato, e pronunciò baldanzosamente la sua arringa in difesa di Kartinkin e della Boèkova. Era l'avvocato assunto da costoro per trecento rubli. Egli perorò l'innocenza di entrambi e riversò tutta la colpa sulla Maslova.
Confutò la deposizione della Maslova, secondo cui la Boèkova e Kartinkin erano presenti quando aveva preso il denaro, insistendo sul fatto che la testimonianza di lei, rea confessa di avvelenamento, non poteva avere alcun peso. Il denaro, duemilacinquecento rubli, diceva l'avvocato, poteva benissimo essere stato guadagnato da due persone laboriose e oneste, che talvolta ricevevano tre o cinque rubli al giorno dai clienti. Il denaro del mercante invece era stato sottratto dalla Maslova e consegnato a qualcun altro o anche smarrito, dato che lei non era in condizioni normali. L'avvelenamento era stato perpetrato dalla sola Maslova.
Perciò egli chiese ai giurati di riconoscere Kartinkin e La Boèkova innocenti del furto del denaro, e in ogni caso, qualora li avessero giudicati colpevoli del furto, si doveva escludere la premeditazione e la complicità nell'avvelenamento.
In conclusione l'avvocato, per picca contro il sostituto procuratore, notò che le brillanti considerazioni del signor sostituto procuratore sull'ereditarietà, per quanto chiarissero i problemi scientifici sull'argomento, in questo caso erano fuori luogo, dato che la Boèkova era figlia di ignoti.
Il sostituto procuratore, rabbioso, quasi digrignando i denti, annotò qualcosa sulle sue carte e si strinse nelle spalle con sdegnosa meraviglia.
Poi si alzò il difensore della Maslova e timidamente, tartagliando, pronunciò la sua difesa. Non negando che la Maslova avesse partecipato al furto del denaro, insistette soltanto sul fatto che non aveva intenzione di avvelenare Smel'kov e gli aveva somministrato la polverina solo perché si addormentasse. Volle abbandonarsi all'eloquenza, rievocando come la Maslova fosse stata indotta alla depravazione da un uomo che era rimasto impunito, mentre lei aveva dovuto subire tutto il peso della sua caduta, ma questa sua digressione nel campo della psicologia fu tutt'altro che riuscita, tanto che tutti si sentirono imbarazzati per lui. Quando cominciò a biascicare di uomini crudeli e donne indifese, il presidente, volendo venirgli incontro, gli chiese di attenersi alla sostanza dei fatti.
Dopo questo difensore si alzò di nuovo il sostituto procuratore e difese la sua posizione sull'ereditarietà contro il primo avvocato, dicendo che se anche la Boèkova era figlia di genitori ignoti, la verità della teoria dell'eredità non ne veniva affatto invalidata, essendo la legge dell'ereditarietà così scientificamente provata che si poteva non solo dedurre il delitto dall'ereditarietà, ma anche l'ereditarietà dal delitto. Riguardo poi alle supposizioni della difesa che la Maslova fosse stata traviata da un immaginario (disse «immaginario» in modo particolarmente velenoso) seduttore, tutti i dati dimostravano piuttosto che era stata lei la seduttrice di molte e molte vittime passate per le sue mani. Detto questo, si sedette vittoriosamente.
Poi gli imputati furono invitati a discolparsi.
Evfimija Boèkova ripeteva di non sapere nulla e di non aver preso parte a nulla, e indicava ostinatamente la Maslova come colpevole di tutto. Simon si limitò a ripetere alcune volte:
- Come volete, ma non ho colpa, sbagliate.
La Maslova invece non disse nulla. Invitata dal presidente a dire ciò che sapeva a sua discolpa, alzò solo gli occhi su di lui, lanciò a tutti uno sguardo da animale braccato e subito li riabbassò e scoppiò a piangere, singhiozzando forte.
- Cosa le succede? - chiese il mercante che sedeva accanto a Nechljudov, sentendo lo strano suono che questi aveva emesso a un tratto. Questo suono era un singhiozzo trattenuto.
Nechljudov continuava a non capire tutto il significato della sua attuale condizione e attribuiva a debolezza dei suoi nervi il singhiozzo a stento trattenuto e le lacrime che gli spuntavano agli occhi. Si mise il pince-nez per nasconderle, poi prese il fazzoletto e si soffiò il naso.
La paura del disonore di cui si sarebbe coperto se tutti lì, nell'aula del tribunale, avessero conosciuto la sua azione, soffocava il lavorio interiore che si svolgeva in lui. Questa paura in quel primo momento era più forte di tutto.
XXII
Dopo l'ultima parola degli accusati e le trattative fra le parti, che si protrassero piuttosto a lungo, sulla forma in cui andavano posti, i quesiti furono formulati, e il presidente iniziò il suo riepilogo.
Prima di esporre il caso spiegò molto a lungo ai giurati, con un piacevole tono familiare, che la rapina è rapina e il furto è furto, e che il furto con scasso è furto con scasso e il furto semplice è furto semplice. E spiegando guardava particolarmente spesso Nechljudov, quasi volesse inculcare soprattutto a lui quella importante distinzione, nella speranza che, afferratala, la chiarisse anche ai suoi colleghi. Poi quando suppose che i giurati fossero ormai abbastanza compenetrati di queste verità, cominciò a svilupparne un'altra: che cioè omicidio si chiama un'azione da cui segue la morte di una persona, e che perciò anche l'avvelenamento è omicidio. Quando a suo giudizio anche questa verità fu afferrata dai giurati, egli chiarì loro che se il furto e l'omicidio sono commessi insieme, allora il reato è costituito da furto e omicidio.
Nonostante egli stesso volesse sbrigarsi al più presto e la svizzera lo stesse già aspettando, era così abituato al suo lavoro che, quando cominciava a parlare, non riusciva più a fermarsi, e perciò insegnò dettagliatamente ai giurati che, se avessero trovato gli imputati colpevoli, avevano il diritto di dichiararli colpevoli, e che se li avessero trovati innocenti, avevano il diritto di dichiararli innocenti: se li avessero trovati colpevoli di una cosa, ma innocenti dell'altra, potevano dichiararli colpevoli di una cosa, ma innocenti dell'altra. Poi spiegò loro anche che, benché avessero questo diritto, dovevano valersene a ragion veduta. Voleva ancora chiarir loro che se a un quesito avessero dato risposta affermativa, con tale risposta avrebbero riconosciuto tutto quello che era contenuto nel quesito, e che se non avessero riconosciuto tutto quello che era contenuto nel quesito, allora dovevano specificare la loro riserva. Ma diede un'occhiata all'orologio e vedendo che erano già le tre meno cinque decise di passare subito all'esposizione del caso.
- Le circostanze di questo caso sono le seguenti, - cominciò e ripeté tutto ciò che era già stato detto diverse volte sia dai difensori, sia dal sostituto procuratore, sia dai testimoni.
Il presidente parlava e ai suoi lati i giudici ascoltavano con aria saccente e di tanto in tanto guardavano l'orologio, trovando il suo discorso ottimo sì, cioè proprio come doveva essere, e tuttavia un tantino lungo. Dello stesso avviso erano anche il sostituto procuratore e in generale tutti gli uomini di legge e i presenti in aula. Il presidente terminò il riepilogo.
Sembrava che tutto fosse stato detto. Ma il presidente non riusciva più a rinunciare al suo diritto di parlare - tanto gli piaceva ascoltare le suadenti intonazioni della propria voce - e ritenne necessario aggiungere qualche parola sull'importanza del diritto conferito ai giurati e sul fatto che essi dovevano valersi di tale diritto con attenzione e prudenza e non abusarne; che avevano prestato giuramento, che erano la coscienza della società e che il segreto della camera di consiglio doveva essere sacro, eccetera, eccetera.
Da quando il presidente aveva cominciato a parlare, la Maslova lo guardava senza staccarne gli occhi, quasi temesse di lasciarsi sfuggire una sola parola, e perciò Nechljudov non aveva paura di incontrare i suoi occhi e la guardava ininterrottamente. E nella sua immaginazione avveniva quel fenomeno consueto per cui il viso di una persona amata, rivisto dopo molto tempo, dopo averci colpito per i mutamenti esteriori verificatisi durante l'assenza, poco per volta ridiventa assolutamente uguale a com'era molti anni prima, svaniscono tutti i mutamenti e davanti agli occhi dello spirito emerge solo l'espressione fondamentale dell'esclusiva, irripetibile personalità spirituale.
Proprio questo stava avvenendo in Nechljudov.
Sì, nonostante la divisa da detenuta, il corpo appesantito e il seno sviluppato, nonostante la parte inferiore del viso più larga, le rughe sulla fronte e sulle tempie e gli occhi gonfi, era indubbiamente la stessa Katjuša che quella Pasqua di resurrezione aveva guardato così ingenuamente di sotto in su lui, l'uomo amato, con i suoi occhi innamorati, ridenti di gioia e pienezza di vita.
«È un caso così sorprendente! Bisognava che questo processo capitasse proprio nella mia sessione, perché io, che non l'ho mai incontrata in dieci anni, l'incontrassi qui, sul banco degli imputati! E come finirà tutto questo? Ah, finisse al più presto, al più presto!».
Non voleva ancora sottomettersi al sentimento di rimorso che cominciava a parlare in lui. S'immaginava fosse un caso che sarebbe passato senza turbare la sua vita. Si sentiva nella situazione del cucciolo che si è comportato male in casa e che il padrone prende per la collottola, facendogli ficcare il naso nella porcheria che ha combinato. Il cucciolo guaisce, vuol tirarsi indietro, per allontanarsi il più possibile dalle conseguenze del malfatto e dimenticarsene; ma il padrone implacabile non lo lascia andare. Così anche Nechljudov sentiva già tutta la porcheria di quanto aveva commesso, sentiva anche la mano possente del padrone, ma continuava a non capire il significato di quello che aveva fatto, e non riconosceva il padrone. Ancora non voleva credere che quanto gli stava dinanzi fosse opera sua. Ma l'invisibile, implacabile mano lo teneva, e presentiva già che non sarebbe sfuggito. Faceva ancora il disinvolto, e accavallate le gambe e giocherellando distrattamente con il pince-nez, secondo la sua abitudine, sedeva in atteggiamento sicuro al suo posto, il secondo della prima fila. Ma intanto nel profondo dell'anima sentiva già tutta la crudeltà, l'infamia, la bassezza non solo di quella sua azione, ma di tutta la sua vita oziosa, dissoluta, crudele e soddisfatta, e la terribile cortina che per qualche prodigio gli aveva celato per tutto quel tempo, per tutti quei dodici anni, il suo delitto e tutta la sua vita successiva, cominciava a oscillare, e a tratti egli già intravedeva ciò che ci stava dietro.
XXIII
Finalmente il presidente terminò il suo discorso e, sollevato graziosamente il foglio dei quesiti, lo consegnò al capo della giuria, che gli si era avvicinato. I giurati si alzarono, contenti di potersene andare e, non sapendo che fare delle proprie mani, quasi vergognandosi di qualcosa, sfilarono uno per uno verso la camera di consiglio. Non appena la porta si richiuse dietro di loro un gendarme si avvicinò, sguainò la sciabola, l'appoggiò alla spalla e si mise di guardia alla porta. I giudici si alzarono e uscirono. Anche gli imputati furono condotti fuori.
Entrati in camera di consiglio, i giurati come prima presero innanzitutto le sigarette e si misero a fumare. L'artificiosità e la falsità della loro posizione, che in maggiore o minor misura avevano provato sedendo ai loro posti in aula, svanì non appena furono entrati nella camera di consiglio e accesero le sigarette; con un senso di sollievo presero posto e subito iniziò un'animata discussione.
- La ragazza non è colpevole, l'hanno imbrogliata, - disse il mercante bonaccione, - bisogna essere clementi.
- È proprio quello che dovremo decidere, - disse il capo. - Non dobbiamo abbandonarci alle nostre impressioni personali.
- Bello il riepilogo del presidente, - osservò il colonnello.
- Bello davvero! A momenti mi addormentavo.
- La cosa principale è che i camerieri non avrebbero potuto sapere dei soldi se la Maslova non fosse stata d'accordo con loro, - disse il commesso dall'aria ebrea.
- Sicché, a suo parere, sarebbe stata lei a rubare? - chiese uno dei giurati.
- No, non ci crederò mai, - gridò il mercante bonaccione, - ha combinato tutto quella carogna con gli occhi rossi.
- Son tutti di una pasta, - disse il colonnello.
- Ma se dice di non essere entrata nella stanza.
- E lei le creda. Io a quella strega non crederei manco morto.
- Sa, poco importa che non ci creda lei, - disse il commesso.
- Aveva la chiave.
- E allora, se ce l'aveva? - ribatté il mercante.
- E l'anello?
- Ma se l'ha detto, - gridò di nuovo il mercante, - quello, focoso e per giunta ubriaco, gliele aveva suonate. Be', e poi, si sa, gli è rincresciuto. Su, dài, non piangere, le fa. Era un uomo fatto così, sentito che roba: uno e novantacinque, centotrenta chili!
- Non è questo il punto, - interruppe Pëtr Gerasimoviè, - ma piuttosto: è stata lei a istigare e architettare tutto, o i camerieri?
- I camerieri da soli non potevano farlo. La chiave ce l'aveva lei.
Questa discussione sconnessa durò piuttosto a lungo.
- Ma permettete, signori, - disse il capo, - mettiamoci al tavolo e decidiamo. Prego, - disse sedendosi al posto del presidente.
- Tutte canaglie quelle ragazze, - disse il commesso, e a conferma dell'opinione che la principale colpevole fosse la Maslova raccontò che una di loro su un viale aveva rubato l'orologio a un suo amico.
Il colonnello a proposito si mise a raccontare il caso ancor più sorprendente del furto di un samovar d'argento.
- Signori, vi prego, rispondiamo ai quesiti, - disse il capo della giuria, battendo la matita sul tavolo.
Tutti tacquero. I quesiti erano così formulati:
1) È colpevole il contadino del villaggio di Borki, del distretto di Krapivno, Simon Petrov Kartinkin, di trentatré anni, di avere il 17 gennaio 188* nella città di N. somministrato del veleno nel cognac al mercante Smel'kov con l'intenzione di togliergli la vita, allo scopo di derubarlo, in complicità con altri, dal che seguì la morte dello Smel'kov, e di avergli sottratto circa duemilacinquecento rubli in denaro e un anello di brillanti?
2) È colpevole del reato descritto nel primo quesito la borghese Evfimija Ivanova Boèkova, di quarantatré anni?
3) È colpevole del reato descritto nel primo quesito la borghese Ekaterina Michajlova Maslova, di ventisette anni?
4) Se l'imputata Evfimija Boèkova non è colpevole secondo il primo quesito, è colpevole di avere, il 17 gennaio 188* nella città di N., trovandosi in servizio presso l'albergo «Mauritania», sottratto duemilacinquecento rubli in denaro dalla valigia chiusa che si trovava nella stanza di un cliente di tale albergo, il mercante Smel'kov, aprendo la valigia sul luogo con una chiave falsa che si era procurata lei stessa?
Il capo dei giurati lesse il primo quesito.
- Be', e allora, signori?
A questo quesito risposero molto presto. Tutti furono d'accordo nel rispondere «Sì, è colpevole», riconoscendolo complice dell'avvelenamento e del furto. Fu contrario a dichiarare colpevole Kartinkin solo un anziano artigiano, che a tutti i quesiti rispondeva nel senso dell'assoluzione.
Il capo della giuria pensava che non capisse, e gli spiegò che da tutto risultava indubbio che Kartinkin e Boèkova erano colpevoli, ma l'artigiano rispose che capiva, ma era sempre meglio avere compassione. «Anche noi non siamo santi», - disse, e rimase della sua opinione.
Al secondo quesito sulla Boèkova, dopo lunghe discussioni e spiegazioni, risposero «Non colpevole», dato che non esistevano prove sicure della sua partecipazione all'avvelenamento, cosa su cui aveva particolarmente puntato il suo avvocato.
Il mercante, desideroso di assolvere la Maslova, insisteva che la Boèkova era la principale autrice di tutto. Molti giurati erano d'accordo con lui, ma il capo della giuria, volendo essere rigorosamente legale, diceva che non c'erano elementi per dichiararla complice dell'avvelenamento. Dopo lunghe dispute l'opinione del capo trionfò.
Al quarto quesito sulla Boèkova risposero: «Sì, è colpevole», e per l'insistenza dell'artigiano aggiunsero: «Ma merita indulgenza».
Il terzo quesito sulla Maslova poi suscitò un'accanita discussione. Il capo insisteva che era colpevole sia dell'avvelenamento che del furto, il mercante non era d'accordo, e con lui il colonnello, il commesso e l'artigiano; gli altri parevano oscillare, ma l'opinione del capo cominciava a prevalere, soprattutto perché tutti i giurati erano stanchi e propensi ad associarsi all'opinione che prometteva di riunire al più presto, e quindi lasciar liberi tutti.
Per tutto quanto era emerso durante l'istruttoria e per come conosceva la Maslova, Nechljudov era convinto che non fosse colpevole né del furto, né dell'avvelenamento, e in un primo tempo era sicuro che tutti l'avrebbero riconosciuto; ma quando vide che a causa della maldestra difesa del mercante, basata evidentemente sul fatto che la Maslova gli piaceva fisicamente, cosa che egli non nascondeva neppure, e a causa della resistenza, su quelle stesse basi, del capo, e soprattutto a causa della stanchezza di tutti si cominciava a propendere per l'incriminazione, voleva intervenire, ma aveva paura di parlare in difesa della Maslova: gli pareva che tutti avrebbero subito capito i suoi rapporti con lei. Ma intanto sentiva che non poteva lasciare andare le cose a quel modo e doveva intervenire. Arrossiva e impallidiva e voleva appunto cominciare a parlare, quando Pëtr Gerasimoviè, che fino a quel momento era rimasto silenzioso, evidentemente irritato dal tono autoritario del capo della giuria, a un tratto cominciò a controbatterlo e a dire le stesse cose che voleva dire Nechljudov.
- Permetta, - disse, - lei dice che ha rubato perché aveva la chiave. Ma i camerieri non potevano forse aprire la valigia dopo di lei con una chiave falsa?
- Ma sì, ma sì, - assentiva il mercante.
- E poi non può aver preso il denaro, perché nella sua condizione non avrebbe saputo dove metterlo.
- È quello che dico anch'io, - confermò il mercante.
- Ma piuttosto il suo arrivo diede l'idea ai camerieri, che approfittarono dell'occasione, riversando poi tutta la colpa su di lei.
Pëtr Gerasimoviè parlava in tono irritato. E la sua irritazione si comunicò al capo, che di conseguenza cominciò a sostenere ancor più ostinatamente l'opinione opposta, ma Pëtr Gerasimoviè seppe essere così persuasivo che la maggioranza fu d'accordo con lui e riconobbe che la Maslova non aveva preso parte al furto del denaro e dell'anello, e che l'anello le era stato donato. Quando poi si cominciò a parlare della sua partecipazione all'avvelenamento il mercante, suo ardente difensore, disse che bisognava dichiararla innocente, poiché non aveva alcun motivo per avvelenarlo. Ma il capo disse che non si poteva dichiararla innocente, dal momento che lei stessa aveva confessato di avergli dato la polverina.
- Gliel'ha data, ma credeva che fosse oppio, - disse il mercante.
- Avrebbe potuto ucciderlo anche con l'oppio, - disse il colonnello, che amava le digressioni, e cominciò a proposito a raccontare che la moglie di suo cognato si era avvelenata con l'oppio, e sarebbe morta se non ci fosse stato un medico nelle vicinanze e non si fosse provveduto in tempo. Il colonnello parlava con tale gravità, con tale prosopopea e dignità, che nessuno ebbe il coraggio di interromperlo. Solo il commesso, contagiato dal suo esempio, si decise a interromperlo per raccontare una sua storia.
- Altri si assuefanno a tal punto, - cominciò, - che possono prenderne quaranta gocce; un mio parente...
Ma il colonnello non si lasciò interrompere e continuò il racconto sulle conseguenze dell'effetto dell'oppio sulla moglie di suo cognato.
- Signori, sono quasi le cinque, - disse uno dei giurati.
- E allora, signori, - li richiamò il presidente, - dichiariamola colpevole senza scopo di rapina, e innocente del furto. Così va bene?
Pëtr Gerasimoviè, contento della sua vittoria, fu d'accordo.
- Ma merita indulgenza, - aggiunse il mercante.
Tutti furono d'accordo. Solo l'artigiano insisteva perché si dicesse: «No, non colpevole».
- Ma è proprio così che risulta, - spiegò il capo, - senza scopo di rapina, e innocente di furto. Dunque, non colpevole.
- Vada così, e merita indulgenza: questo ripulirà anche gli ultimi rimasugli, - disse allegramente il mercante.
Tutti erano così stanchi, così confusi dalle discussioni; che a nessuno venne in mente di aggiungere alla risposta: sì, ma senza intenzione di uccidere.
Nechljudov era così agitato, che non se ne accorse neppure. In questa forma le risposte vennero trascritte e portate nell'aula del tribunale.
Rabelais scrive che un giurista a cui erano andati a sottoporre un caso, dopo aver citato tutte le leggi possibili e immaginabili e aver letto venti pagine di assurdo latino giuridico propose ai contendenti di tirare a sorte: pari o dispari. Se pari, aveva ragione il querelante, se dispari, aveva ragione il querelato.
Così accadde anche qui. Quella decisione, e non altra, fu presa non perché tutti fossero d'accordo, ma in primo luogo perché il presidente, che pure aveva parlato tanto a lungo, nel suo riepilogo quella volta aveva tralasciato di dire ciò che diceva sempre, e cioè che alla domanda avrebbero potuto rispondere: «Sì, è colpevole, ma senza intenzione di uccidere»; in secondo luogo, perché il colonnello aveva raccontato quella lunghissima e noiosissima storia della moglie di suo cognato; in terzo luogo perché Nechljudov era così agitato che non si accorse che si era omesso di precisare la mancata intenzione di uccidere e credeva che la frase «Senza scopo di rapina» annullasse l'imputazione; in quarto luogo perché Pëtr Gerasimoviè non era nella stanza, ma era uscito quando il capo rilesse i quesiti e le risposte, e soprattutto perché tutti erano stanchi e volevano sbrigarsi al più presto e perciò accordarsi sul verdetto che avrebbe permesso di concludere al più presto.
I giurati suonarono. Il gendarme che stava sulla porta con la spada sguainata la ripose nel fodero e si fece da parte. I giudici si sedettero ai loro posti, e uno dopo l'altro uscirono i giurati.
Il capo portava il foglio con aria solenne. Andò dal presidente e glielo consegnò. Il presidente lo lesse e, palesemente sorpreso, allargò le braccia e si rivolse ai colleghi per consultarsi. Il presidente era sorpreso che i giurati, precisata la prima condizione: «Senza scopo di rapina», avessero omesso la seconda: «Senza intenzione di uccidere». Dal verdetto dei giurati risultava che la Maslova non aveva rubato, non aveva sottratto nulla, e con ciò aveva avvelenato un uomo senza alcun motivo apparente.
- Guardi che assurdità hanno tirato fuori, - disse al giudice alla sua sinistra. - Questo significa i lavori forzati , mentre lei è innocente.
- Via, come sarebbe innocente? - disse il giudice severo.
- Semplicemente innocente. Secondo me, questo è un caso d'applicazione dell'articolo 818 (l'articolo 818 dice che se la corte trova ingiusta l'incriminazione può anullare il verdetto dei giurati).
- Lei che ne pensa? - il presidente si rivolse al giudice buono.
Il giudice buono non rispose subito, ma diede un'occhiata al numero del foglio che gli stava dinanzi, per vedere se la somma delle cifre non fosse divisibile per tre. Aveva deciso che in tal caso avrebbe acconsentito, ma benché la somma non fosse divisibile acconsentì lo stesso, per bontà.
- Penso anch'io che bisognerebbe, - disse.
- E lei? - il presidente si rivolse al giudice adirato.
- Assolutamente no, - rispose questi risolutamente. - Già i giornali dicono che i giurati assolvono i delinquenti; pensi a quello che diranno se si mette ad assolvere la corte. Sono decisamente contrario.
Il presidente guardò l'orologio.
- Peccato, ma che farci, - e consegnò i quesiti al capo dei giurati perché li leggesse.
Tutti si alzarono in piedi, e il capo dei giurati, spostando il peso da una gamba all'altra, si schiarì la voce e lesse quesiti e risposte. Tutti gli uomini di legge: il cancelliere, gli avvocati, persino il procuratore, manifestarono la loro sorpresa.
Gli imputati sedevano imperturbabili, evidentemente senza capire il significato delle risposte. Di nuovo tutti si sedettero, e il presidente chiese al procuratore quale pena riteneva si dovesse infliggere agli imputati.
Il procuratore, felice dell'inatteso successo relativo alla Maslova e attribuendolo alla propria eloquenza, consultò qualcosa, si sollevò un poco e disse:
- Riterrei si debba infliggere a Simon Kartinkin la pena prevista dall'articolo 1452 e dal comma 4 del 1453, a Evfimija Boèkova quella prevista dall'articolo 1659 e a Ekaterina Maslova quella dell'articolo 1454.
Tutte queste pene erano le più severe che si potessero infliggere.
- La Corte si ritira per deliberare, - disse il presidente, alzandosi.
Tutti si alzarono dopo di lui, e con sollievo e la piacevole sensazione di aver svolto un buon lavoro, cominciarono a uscire o a muoversi per l'aula.
- Mi sa, mio caro, che abbiamo preso una cantonata vergognosa, - disse Pëtr Gerasimoviè avvicinandosi a Nechljudov, al quale il capo della giuria stava raccontando qualcosa. - L'abbiamo spedita ai lavori forzati.
- Che dice? - esclamò Nechljudov, questa volta senza affatto notare la sgradevole familiarità dell'insegnante.
- Ma certo, - disse questi. - Nella risposta non abbiamo messo «Colpevole, ma senza l'intenzione di uccidere». Il cancelliere mi ha appena detto che il procuratore ha chiesto per lei quindici anni di lavori forzati.
- Ma è così che si è deciso, - disse il capo dei giurati.
Pëtr Gerasimoviè cominciò a discutere, dicendo che era sottinteso che, visto che non aveva preso il denaro, non poteva aver intenzione di uccidere.
- Ma io ho riletto le risposte prima di uscire, - si giustificava il capo dei giurati. - Nessuno ha fatto obiezioni.
- In quel momento ero uscito dalla stanza. - disse Pëtr Gerasimoviè. - Ma lei come mai se l'è lasciato scappare.
- Io non pensavo, - disse Nechljudov.
- Già, lei non pensava.
- Ma si potrà rimediare, - disse Nechljudov.
- E no, ormai è finita.
Nechljudov guardò gli imputati. Coloro di cui si stava decidendo il destino continuavano a sedere immobili dietro la loro sbarra, davanti ai soldati. La Maslova sorrideva, chissà perché. E nell'anima di Nechljudov si agitò un sentimento cattivo. Prima, prevedendo la sua assoluzione e la sua permanenza in città, egli era incerto sul modo in cui comportarsi con lei: e i rapporti sarebbero stati comunque difficili. Invece i lavori forzati e la Siberia eliminavano subito la necessità di qualsiasi rapporto con lei: l'uccello agonizzante avrebbe finito di agitarsi nel carniere e di farsi ricordare.
XXIV
Le supposizioni di Pëtr Gerasimoviè erano esatte.
Tornato dalla camera di consiglio, il presidente prese un foglio e lesse:
- «Il 28 aprile 188*, per ordine di Sua Maestà Imperiale, il tribunale distrettuale, sezione penale, in forza del verdetto dei signori giurati, in base al comma 3 dell'articolo 771, al comma 3 dell'articolo 776, e all'articolo 777 del Codice di procedura penale, ha deliberato di condannare ai lavori forzati il contadino Simon Kartinkin di anni 33, e la borghese Ekaterina Maslova, di anni 27, privandoli di tutti i diritti civili: Kartinkin a 8 anni e Maslova a 4 anni, con le conseguenze per entrambi previste dall'articolo 28 del Codice. La borghese Evfimija Boèkova di 43 anni è condannata alla perdita di tutti i diritti e privilegi, inerenti alla persona e al ceto, e alla reclusione per un periodo di tre anni con le conseguenze previste dall'articolo 49 del Codice. Le spese processuali saranno suddivise in parti uguali fra i condannati, e in caso di loro insolvenza andranno a carico dell'erario. I corpi del reato relativi al processo saranno venduti, l'anello restituito, le boccette distrutte.»
Kartinkin stava sempre sull'attenti, con le dita delle mani aperte e tese e le guance in movimento. La Boèkova sembrava assolutamente calma. Udita la sentenza, la Maslova arrossì violentemente.
- Sono innocente, innocente! - gridò a un tratto per tutta la sala. - È un peccato, questo che fate. Sono innocente. Non volevo, non pensavo. Dico la verità. La verità. - E, lasciatasi cadere sulla panca, si mise a singhiozzare forte.
Anche quando Kartinkin e la Boèkova furono usciti, lei continuò a restar seduta al suo posto e a piangere, tanto che il gendarme dovette toccarle la manica della divisa.
- «No, non si può lasciare così», - si disse Nechljudov, dimenticando completamente il suo sentimento cattivo, e senza sapere perché corse in corridoio a guardarla ancora una volta. Sulla porta si accalcava la folla animata dei giurati e degli avvocati, che uscivano tutti soddisfatti che il processo fosse finito, cosicché fu trattenuto per alcuni minuti sulla soglia. Quando uscì in corridoio, lei era già lontana. A passi rapidi, senza pensare all'attenzione che attirava su di sé, la raggiunse, la superò e si fermò. Lei aveva già smesso di piangere e singhiozzava soltanto a tratti, asciugandosi il viso arrossato a chiazze con la cocca del fazzoletto, e gli passò accanto senza voltarsi. Egli la lasciò passare e poi tornò in fretta sui suoi passi, per vedere il presidente, ma il presidente se n'era già andato.
Nechljudov lo raggiunse soltanto in anticamera.
- Signor presidente, - disse Nechljudov, avvicinandosi a lui nel momento in cui, dopo aver indossato il cappotto chiaro, stava già prendendo il bastone dal pomo d'argento che gli porgeva il portiere, - posso parlarle del processo che si è appena concluso? Sono un giurato.
- Ah, è lei, principe Nechljudov? Molto lieto, ci siamo già incontrati, - disse il presidente, stringendogli la mano e ricordando con piacere come aveva danzato bene e allegramente (meglio di tutti i giovani) la sera in cui aveva conosciuto Nechljudov. - In che posso servirla?
- C'è stato un malinteso nel responso riguardante la Maslova. Non è colpevole dell'avvelenamento, mentre è stata condannata ai lavori forzati, - disse Nechljudov con un'aria cupa e concentrata.
- La corte ha deliberato sulla base delle risposte date da voi stessi, - disse il presidente, muovendosi verso la porta d'uscita, - benché le risposte anche alla corte siano parse inattinenti al caso.
Si ricordò che voleva spiegare ai giurati che la loro risposta: «Sì, colpevole» senza che venisse negata l'intenzione di uccidere, affermava l'omicidio intenzionale, ma che, per la fretta di concludere, non l'aveva fatto.
- Ma non si può rimediare all'errore?
- Si può sempre trovare un motivo per la cassazione. Bisogna rivolgersi a qualche avvocato, - disse il presidente, mettendosi il cappello un po' sghembo e continuando a muoversi verso l'uscita.
- Ma è una cosa orribile.
- Vede, per la Maslova le possibilità erano due, - disse il presidente lisciandosi le fedine sopra il bavero del cappotto, evidentemente desideroso di essere il più amabile e gentile possibile con Nechljudov, poi lo prese delicatamente sotto il gomito e dirigendolo verso l'uscita proseguì: - Esce anche lei, vero?
- Sì, - disse Nechljudov vestendosi in fretta, e andò con lui.
Uscirono nel sole chiaro, che metteva allegria, e subito dovettero parlare più forte per il fracasso delle ruote sul selciato.
- La situazione, vede, è strana, - continuava il presidente, alzando la voce, - per il fatto che per lei, per questa Maslova, c'erano due possibilità: o una quasi assoluzione, un periodo di detenzione in cui si sarebbe potuto tener conto del sofferto, addirittura il semplice arresto, oppure i lavori forzati: non c'era via di mezzo. Se voi aveste aggiunto le parole: «Ma senza intenzione di causare la morte», sarebbe stata assolta.
- Me lo sono lasciato imperdonabilmente sfuggire, - disse Nechljudov.
- Ecco come stanno le cose, - disse sorridendo il presidente, guardando l'orologio.
Restavano solo tre quarti d'ora prima dell'ultimo termine fissato da Klara.
- Ora, se vuole, si rivolga a un avvocato. Bisogna trovare un motivo per la cassazione. Lo si può sempre trovare. - Via Dvorjanskaja, - rispose al vetturino, - trenta copeche, non pago mai di più.
- Si accomodi, eccellenza.
- I miei rispetti. Se posso servirla, casa Dvornikov, via Dvorjanskaja, è facile da ricordare.
Salutò affabilmente, e partì.
XXV
Il colloquio con il presidente e l'aria pura avevano un po' tranquillizzato Nechljudov. Adesso pensava di avere avuto una reazione emotiva esagerata in conseguenza di tutta una mattinata trascorsa in circostanze così insolite.
«S'intende, una coincidenza sorprendente e singolare! Ed è necessario fare tutto il possibile per alleviare la sua sorte, e farlo al più presto. Subito. Sì, bisogna chiedere qui in tribunale, dove abitano Fanarin o Mikišin». Si era ricordato di due noti avvocati.
Nechljudov tornò in tribunale, si tolse il cappotto e salì di sopra. Già nel primo corridoio incontrò Fanarin. Lo fermò e gli disse che voleva parlargli. Fanarin lo conosceva di vista e di nome e rispose che sarebbe stato lietissimo di fare qualsiasi cosa per lui.
- Benché sia un po' stanco... ma se non è cosa lunga, mi dica di che si tratta; entriamo qui.
E Fanarin introdusse Nechljudov in una stanza, probabilmente lo studio di qualche giudice. Si sedettero alla scrivania.
- Ebbene, di che si tratta?
- Innanzitutto desidererei, - disse Nechljudov, - che nessuno venisse a sapere che m'interesso di questa faccenda.
- Ma certo, è sottinteso. Dunque...
- Oggi ho fatto parte di una giuria, e abbiamo condannato una donna ai lavori forzati... un'innocente. Non me ne dò pace.
Nechljudov, inaspettatamente per se stesso, arrossì e si confuse.
Fanarin lo fulminò con gli occhi e di nuovo li abbassò, ascoltando.
- Sì, - disse soltanto.
- Abbiamo condannato un'innocente, e io vorrei far annullare la sentenza e trasferirla a un'istanza superiore.
- Alla Cassazione, - corresse Fanarin.
- Ed ecco, la prego di incaricarsene.
Nechljudov voleva concludere al più presto la parte più difficile e perciò disse subito:
- Onorario e spese processuali saranno a mio carico, quali che siano, - disse arrossendo.
- Be', su questo ci metteremo d'accordo, - disse l'avvocato, sorridendo indulgente della sua inesperienza. - Ma di che si tratta?
Nechljudov raccontò.
- Bene, domani prenderò l'incartamento e l'esaminerò. E dopodomani, no, giovedì, venga da me alle sei di sera e le darò una risposta. D'accordo? Ma ora mi scusi, devo ancora vedere dei dati qui.
Nechljudov lo salutò e uscì.
Il colloquio con l'avvocato e il fatto di aver già preso dei provvedimenti per la difesa della Maslova lo tranquillizzarono ancor di più. Uscì all'aperto. Il tempo era splendido, e inspirò gioiosamente l'aria primaverile. I vetturini offrivano i loro servigi, ma egli andò a piedi, e subito tutto uno sciame di pensieri e ricordi su Katjuša e sulla sua azione verso di lei cominciò a turbinargli nella mente. E divenne malinconico e tutto gli apparve cupo. «No, ci penserò dopo, - si disse, - ora invece bisogna distrarsi dalle impressioni penose».
Si ricordò del pranzo dai Korèagin e guardò l'orologio. Non era ancora tardi e poteva arrivare in tempo per il pranzo. Lì vicino scampanellò un tram a cavalli. Si slanciò di corsa e vi balzò sopra. Nella piazza saltò giù, prese una buona carrozza e dieci minuti dopo era all'ingresso del palazzo dei Korèagin.
XXVI
- Prego, eccellenza, la stanno aspettando, - disse l'affabile grasso portiere del palazzo dei Korèagin, aprendo la porta di quercia dell'ingresso, che si muoveva silenziosamente sui cardini inglesi. - Sono a tavola, ho l'ordine di far passare solo lei.
Il portiere andò alla scala e suonò di sopra.
- C'è qualcuno? - chiese Nechljudov, togliendosi il cappotto.
- Il signor Kolosov e Michail Sergeeviè; gli altri son tutti di casa, - rispose il portiere.
Dalla scalinata fece capolino un bel lacchè in frac e guanti bianchi.
- Prego, eccellenza, - disse. - Può accomodarsi.
Nechljudov salì la scalinata e attraverso il salone vasto e grandioso che ben conosceva passò in sala da pranzo. Lì intorno alla tavola sedeva tutta la famiglia, tranne la madre, principessa Sof'ja Vasil'evna, che non usciva mai dal suo studio. A capotavola sedeva il vecchio Korèagin; accanto a lui, alla sua sinistra, il dottore, a destra l'ospite Ivan Ivanoviè Kolosov, ex maresciallo della nobiltà del governatorato, ora membro della direzione di una banca, collega liberale di Korèagin; poi, a sinistra, miss Reder, l'istitutrice della sorellina piccola di Missy, e la bambina, di quattro anni; a destra, di fronte, il fratello di Missy, Petja, l'unico figlio maschio dei Korèagin, ginnasiale della VI classe, per il quale tutta la famiglia era rimasta in città, in attesa dei suoi esami, e ancora uno studente che gli dava lezioni: poi a sinistra Katerina Alekseevna, una zitella di quarant'anni, slavofila; di fronte Michail Sergeeviè, o Miša Telegin, cugino di Missy, in fondo alla tavola la stessa Missy e accanto a lei un coperto intatto.
- Oh, benissimo. Si accomodi, siamo solo al pesce, - disse il vecchio Korèagin, masticando a fatica e prudentemente con la dentiera, e sollevò su Nechljudov gli occhi iniettati di sangue, dalle palpebre invisibili. - Stepan, - si rivolse con la bocca piena al grasso, imponente dispensiere, indicando con gli occhi il coperto vuoto.
Benché Nechljudov conoscesse bene e avesse visto molte volte a pranzo il vecchio Korèagin, stavolta lo colpì in modo particolarmente sgradevole il suo viso rosso dalle labbra sensuali che mangiavano di gusto sopra il tovagliolo infilato nel gilet, e il collo grasso, e tutta quanta la sua figura corpulenta di generale. Nechljudov ricordò senza volerlo tutto quanto sapeva della crudeltà di quell'uomo, che Dio sa perché, visto che era ricco e di famiglia illustre e non aveva bisogno di ingraziarsi nessuno, quando era governatore di provincia aveva fatto frustare e perfino impiccare della gente.
- La serviranno subito, eccellenza, - disse Stepan, prendendo un grande mestolo dalla credenza su cui erano allineati dei vasi d'argento e facendo un cenno col capo al bel lacchè con le basette, che subito si mise a preparare il piatto vuoto accanto a Missy, ricoperto da un tovagliolo inamidato e ripiegato ad arte, con lo stemma bene in vista.
Nechljudov fece il giro del tavolo, dando la mano a tutti. Tutti, tranne il vecchio Korèagin e le signore, si alzavano quando si avvicinava. E questo girare attorno al tavolo e stringere la mano a tutti i presenti, benché con la maggioranza di essi non avesse mai parlato, stavolta gli sembrò particolarmente sgradevole e ridicolo. Si scusò per il ritardo, e voleva sedersi al posto vuoto in fondo al tavolo, fra Missy e Katerina Alekseevna, ma il vecchio Korèagin pretese che, se anche non voleva bere vodka, prendesse almeno qualche antipasto al tavolo dove c'erano aragoste, caviale, formaggi e aringhe. Nechljudov non si aspettava di avere tanta fame, ma quand'ebbe assaggiato pane e formaggio non poté più fermarsi e mangiò avidamente.
- E allora, avete minato le fondamenta? - disse Kolosov, usando ironicamente l'espressione di un giornale reazionario che era insorto contro l'istituzione della giuria popolare. - Avete assolto i colpevoli e condannato gli innocenti, eh?
- Minato le fondamenta... Minato le fondamenta... - ripeté ridendo il principe, che nutriva un'illimitata fiducia nell'intelligenza e nell'erudizione del collega e amico liberale.
Nechljudov, a rischio di essere scortese, non rispose nulla a Kolosov e, sedutosi davanti alla zuppa fumante che gli era stata servita, continuò a masticare.
- Lasciatelo mangiare, - disse Missy sorridendo, ricordando con quel pronome «lo» la sua intimità con lui.
Kolosov intanto raccontava vivacemente e ad alta voce il contenuto di un articolo contro la giuria popolare che l'aveva indignato. Michail Sergeeviè, il nipote, annuiva continuamente alle sue parole, e raccontò il contenuto di un altro articolo dello stesso giornale.
Missy, come sempre, era molto distinguée e ben vestita, senz'essere appariscente.
- Dev'essere terribilmente stanco e affamato, - disse a Nechljudov, aspettando che inghiottisse.
- No, non particolarmente. E voi? Siete andati alla mostra di quadri? - domandò.
- No, abbiamo rimandato. Siamo invece stati al lawn tennis dai Salamatov. E mister Crooks gioca davvero in maniera stupefacente.
Nechljudov era venuto lì per distrarsi, e in quella casa si era sempre trovato bene, non solo per il lusso raffinato che agiva gradevolmente sui suoi sensi, ma anche per l'atmosfera di affettuosa adulazione che impercettibilmente lo circondava. Stavolta invece, cosa strana, tutto in quella casa lo disgustava: tutto, a cominciare dal portiere, l'ampia scalinata, i fiori, i lacchè, la tavola apparecchiata, fino alla stessa Missy, che ora gli appariva poco attraente e innaturale. Lo infastidiva anche il tono presuntuoso, liberaleggiante e volgare di Kolosov, lo infastidiva la figura bovina, presuntuosa e sensuale del vecchio Korèagin, lo infastidivano le frasi in francese della slavofila Katerina Alekseevna, lo infastidivano i visi intimiditi dell'istitutrice e del ripetitore, lo infastidiva soprattutto il pronome «lo» riferito a lui... Nechljudov oscillava sempre fra due atteggiamenti verso Missy: ora, come socchiudendo gli occhi o come al chiaro di luna, vedeva tutto bellissimo in lei: gli appariva fresca, e bella, e intelligente, e naturale... Ma poi improvvisamente, come alla chiara luce del sole, vedeva, non poteva non vedere tutti i suoi difetti. Quella era appunto una di tali giornate. Vedeva tutte le piccole rughe sul suo viso, sapeva, vedeva com'erano gonfiati i suoi capelli, vedeva i gomiti aguzzi e, soprattutto, vedeva l'unghia larga del pollice, che ricordava l'unghia identica del padre.
- Un gioco noiosissimo, - disse Kolosov del tennis, - era molto più divertente la lapta che giocavamo da bambini.
- No, lei non ha mai provato. È terribilmente appassionante, - replicò Missy, pronunciando la parola «terribilmente» in modo quanto mai innaturale, così parve a Nechljudov.
E ne nacque una discussione, a cui presero parte sia Michail Sergeeviè che Katerina Alekseevna. Solo l'istitutrice, il ripetitore e i ragazzi tacevano e si vedeva che si annoiavano.
- Discutono sempre! - esclamò il vecchio Korèagin sghignazzando forte, si sfilò il tovagliolo dal gilet e spostando rumorosamente la sedia, che fu subito afferrata dal servitore, si alzò da tavola. Dopo di lui si alzarono anche tutti gli altri e si avvicinarono al tavolino su cui erano disposte delle coppe piene d'acqua tiepida profumata, e sciacquandosi la bocca continuarono la conversazione che non interessava a nessuno.
- Non è vero? - si rivolse Missy a Nechljudov, chiamandolo a confermare la sua opinione che in nulla come nel gioco si rivelasse il carattere delle persone. Leggeva sul suo viso quell'espressione concentrata che le pareva di rimprovero e che temeva in lui, e voleva conoscerne la causa.
- Davvero non saprei, non ci ho mai pensato, - rispose Nechljudov.
- Andiamo dalla mamma? - chiese Missy.
- Sì, sì, - disse lui prendendo una sigaretta, e con un tono che diceva chiaramente che non ne aveva nessuna voglia.
Lei lo guardò in silenzio, interrogativamente, ed egli si vergognò. «Davvero, venire a casa della gente per annoiarla», - pensò di se stesso e, sforzandosi di essere amabile, disse che sarebbe andato volentieri se la principessa l'avesse ricevuto.
- Sì, sì, la mamma sarà contenta. Può fumare anche là. C'è anche Ivan Ivanoviè.
La padrona di casa, principessa Sof'ja Vasil'evna, era costretta a letto. Già da otto anni riceveva gli ospiti coricata, vestita di pizzi e nastri, fra il velluto, le dorature, l'avorio, il bronzo, la lacca e i fiori, non usciva mai e riceveva, come diceva, soltanto «i suoi amici», ovvero tutti quelli che, secondo lei, si staccavano per qualche motivo dalla massa. Nechljudov era nel novero di questi amici, sia perché era ritenuto un giovanotto intelligente, sia perché sua madre era intima amica della famiglia, sia perché sarebbe stato bello se Missy l'avesse sposato.
La stanza della principessa Sof'ja Vasil'evna si trovava oltre il salotto grande e quello piccolo. Nel salotto grande Missy, che camminava davanti a Nechljudov, si fermò risolutamente e, afferrata la spalliera di una seggiolina dorata, lo guardò.
Missy aveva molta voglia di sposarsi, e Nechljudov era un buon partito. Inoltre le piaceva e si era abituata all'idea che sarebbe stato suo (non che lei sarebbe stata sua, ma lui suo), e perseguiva il suo scopo con astuzia inconsapevole ma ostinata, come quella dei malati di mente. Ora attaccava discorso con lui per spingerlo a dichiararsi.
- Vedo che le è accaduto qualcosa, - disse. - Che cosa c'è?
Egli ricordò il suo incontro in tribunale, si rannuvolò e arrossì.
- Sì, è vero, - disse volendo essere sincero, - mi è accaduto qualcosa di strano, insolito e importante.
- Che cosa dunque? Non può dirlo?
- Ora non posso. Permetta che non ne parli. È accaduto qualcosa su cui non ho avuto ancora il tempo di riflettere, - disse e arrossì ancor di più.
- E non lo dirà a me? - Un muscolo sul suo viso si contrasse, e mosse la seggiolina a cui si teneva.
- No, non posso, - rispose, sentendo che rispondendole così rispondeva a se stesso e riconosceva che davvero gli era accaduto qualcosa di molto importante.
- Ebbene, andiamo allora.
Ella scosse il capo; come per scacciarne dei pensieri inoppurtuni, e andò avanti con passo più rapido del consueto.
Gli parve che avesse serrato innaturalmente la bocca per trattenere le lacrime. Si vergognò e gli dispiacque averla addolorata, ma sapeva che la minima debolezza l'avrebbe perduto, cioè legato. E ora temeva questo più di ogni altra cosa, e in silenzio raggiunse con lei lo studio della principessa.
XXVII
La principessa Sof'ja Vasil'evna aveva terminato il suo pranzo, molto raffinato e molto sostanzioso, che consumava sempre sola, perché nessuno la vedesse in questa poco poetica funzione. Accanto alla sua poltrona a sdraio c'era un tavolino con il caffè, e stava fumando una sigaretta aromatica. La principessa Sof'ja Vasil'evna era una bruna magra, lunga, che si dava ancora arie giovanili, con i denti lunghi e grandi occhi neri.
Si sparlava dei suoi rapporti col dottore. Nechljudov di solito se ne dimenticava, ma stavolta non solo se ne rammentò, ma quando vide accanto alla sua poltrona il dottore con la sua barba impomatata e lustra, divisa in due bande, provò un tremendo disgusto.
Vicino a Sof'ja Vasil'evna, su una soffice poltrona bassa sedeva Kolosov, davanti al tavolino, e mescolava il caffè. Sul tavolino c'era un bicchierino di liquore.
Missy entrò dalla madre insieme a Nechljudov, ma non restò nella stanza.
- Quando la mamma sarà stanca e vi caccerà, venite da me, - disse rivolta a Kolosov e Nechljudov come se fra loro nulla fosse stato, e con un allegro sorriso, camminando silenziosamente sullo spesso tappeto, uscì dalla stanza.
- Ebbene, buon giorno, amico mio, si segga e racconti, - disse la principessa Sof'ja Vasil'evna col suo sorriso artefatto, falso, ma assolutamente simile a un sorriso naturale, che le scopriva i magnifici denti lunghi, costruiti con arte suprema, assolutamente uguali a com'erano quelli autentici. - Mi dicono che è giunto dal processo di pessimo umore. Sospettavo che fosse molto penoso per delle persone di cuore, - disse in francese.
- Sì, è vero, - disse Nechljudov, - spesso si sente la propria in... si sente di non avere il diritto di giudicare...
- Comme c'est vrai, - esclamò come colpita dalla verità della sua osservazione, come sempre adulando abilmente il suo interlocutore.
- Ebbene, e il suo quadro? Mi interessa molto, - aggiunse. - Se non fosse per la mia infermità, già da molto sarei venuta a vederlo.
- L'ho completamente abbandonato, - rispose seccamente Nechljudov, per cui stavolta l'insincerità della sua adulazione era altrettanto evidente della vecchiaia che cercava di nascondere. Non riusciva proprio a indursi a essere gentile.
- Peccato! Lo sa che Repin in persona mi ha detto che ha un autentico talento, - disse, rivolgendosi a Kolosov.
«Come non si vergogna di mentire così», - pensò Nechljudov accigliandosi.
Convintasi che Nechljudov era di cattivo umore e che non lo si poteva coinvolgere in una conversazione piacevole e intelligente, Sof'ja Vasil'evna chiese a Kolosov il suo parere su un nuovo dramma, con un tono come se l'opinione di Kolosov dovesse risolvere qualsiasi dubbio e ogni sua parola dovesse venire immortalata. Kolosov criticò il dramma ed espose a tale proposito i suoi giudizi sull'arte. La principessa Sof'ja Vasil'evna restava colpita dall'esattezza dei suoi giudizi, cercava di difendere l'autore del dramma, ma subito si arrendeva o trovava un compromesso. Nechljudov guardava e ascoltava, e sentiva e udiva tutt'altro da ciò che gli stava dinanzi.
Ascoltando ora Sof'ja Vasil'evna, ora Kolosov, Nechljudov vedeva in primo luogo che né a Sof'ja Vasil'evna né a Kolosov importava un bel nulla né del dramma, né l'uno dell'altra, e che se parlavano era solo per soddisfare il bisogno fisiologico di muovere i muscoli della lingua e della gola dopo il pranzo; in secondo luogo che Kolosov, il quale aveva bevuto vodka, e vino, e liquore, era un poco ubriaco, non ubriaco come possono esserlo i contadini che bevono raramente, ma come possono essere ubriache le persone per le quali l'alcool è diventata un'abitudine. Non barcollava, non diceva stupidaggini, ma era in uno stato di anormale eccitazione e autocompiacimento; in terzo luogo, Nechljudov vedeva che la principessa Sof'ja Vasil'evna durante la conversazione guardava preoccupata la finestra, attraverso la quale cominciava a giungere un obliquo raggio di sole, che avrebbe potuto illuminare troppo crudamente la sua vecchiezza.
- Com'è vero, - disse a proposito di qualche osservazione di Kolosov e premette il pulsante del campanello sulla parete vicino alla poltrona.
In quel momento il dottore si alzò e senza dir nulla, come uno di casa, uscì dalla stanza. Sof'ja Vasil'evna lo seguì con gli occhi, continuando la conversazione.
- Per favore, Filipp, abbassi quella tenda, - disse indicando con gli occhi la tenda della finestra, quando alla sua chiamata entrò il bel lacchè.
- No, checché lei ne dica, in lui c'è del mistico, e senza misticismo non c'è poesia, - diceva, seguendo adirata con l'occhio nero i movimenti del lacchè che abbassava la tenda.
- Il misticismo senza poesia è superstizione, e la poesia senza misticismo è prosa, - continuò sorridendo tristemente e senza distogliere lo sguardo dal lacchè che aggiustava la tenda.
- Filipp, non quella tenda, alla finestra grande, - disse in tono da martire Sof'ja Vasil'evna, evidentemente compatendosi per gli sforzi che le era costato pronunciare quelle parole, e per calmarsi si portò subito alla bocca, con la mano inanellata, la sigaretta profumata e fumante.
Il bel Filipp, muscoloso e aitante, accennò un inchino, come per scusarsi, e camminando leggero sul tappeto con le sue gambe forti dai polpacci sporgenti, passò ubbidiente e silenzioso all'altra finestra e, guardando premurosamente la principessa, si mise ad aggiustare la tenda in modo che neppure un raggio osasse cadere su di lei. Ma anche qui fece qualcosa da non fare, e di nuovo l'esausta Sof'ja Vasil'evna dovette interrompere il suo discorso sul misticismo e correggere l'ottuso Filipp, che così spietatamente la tormentava. Per un attimo negli occhi di Filipp si accese una scintilla.
«Ma si può sapere che diavolo vuoi, deve aver detto fra sé», - pensò Nechljudov, osservando tutto questo gioco. Ma il forte e bel Filipp dissimulò subito il suo moto d'impazienza e si mise tranquillamente a eseguire gli ordini dell'estenuata, debole, tutta falsa principessa Sof'ja Vasil'evna.
- S'intende, c'è una gran parte di verità nella teoria di Darwin, - diceva Kolosov, abbandonandosi nella poltrona bassa e guardando con occhi assonnati la principessa Sof'ja Vasil'evna, - ma egli trascende i limiti. Sì.
- E lei crede nell'ereditarietà? - domandò a Nechljudov la principessa Sof'ja Vasil'evna, disturbata dal suo silenzio.
- Nell'ereditarietà? - ripeté Nechljudov. - No, non ci credo, - disse, tutto assorbito in quel momento dalle strane immagini che chissà perché erano sorte nella sua fantasia. Accanto al forte e bel Filipp, che s'immaginava come il modello di un pittore, si figurò Kolosov nudo, con la sua pancia a mo' di cocomero, la testa calva e le braccia senza muscoli, come due fruste. Altrettanto vagamente s'immaginava le spalle di Sof'ja Vasil'evna, ora coperte di seta e velluto, quali dovevano essere in realtà, ma questa fantasia era troppo orribile, ed egli cercò di scacciarla.
Sof'ja Vasil'evna lo squadrò.
- Ma Missy l'aspetta, - disse. - Vada da lei, voleva suonarle una nuova cosa di Schumann... Molto interessante.
«Non voleva suonare proprio niente. È sempre costei che mente, chissà perché», - pensò Nechljudov, alzandosi e stringendo la diafana, ossuta, inanellata mano di Sof'ja Vasil'evna.
In salotto gli venne incontro Katerina Alekseevna, e subito attaccò a parlare.
- Vedo però che gli obblighi di giurato hanno l'effetto di deprimerla, - disse, come sempre, in francese.
- Sì, mi scusi, oggi sono di cattivo umore e non ho il diritto di tediare gli altri, - disse Nechljudov.
- E come mai è di cattivo umore?
- Permetta che non lo dica, - rispose cercando il cappello.
- Ma non si ricorda la sua teoria che bisogna sempre dire la verità, come fece quella volta che disse a tutti noi delle verità così crudeli? Perché dunque ora non vuol parlare? Ricordi, Missy? - Katerina Alekseevna si rivolse a Missy, che li aveva raggiunti.
- Perché allora era un gioco, - rispose Nechljudov seriamente. - Per gioco si può. Ma nella realtà siamo così cattivi, cioè io sono così cattivo, che per lo meno bisogna evitare di dire la verità.
- Non cerchi di rimediare, e spieghi meglio in cosa siamo così cattivi, - disse Katerina Alekseevna, giocando con le parole, come se non si accorgesse della serietà di Nechljudov.
- Non c'è nulla di peggio che riconoscersi di cattivo umore, - disse Missy. - Io non ammetto mai di esserlo, e perciò sono sempre di buon umore. Su, andiamo da me. Cercheremo di dissipare la sua mauvaise humeur.
Nechljudov provava la sensazione che deve provare un cavallo quando lo accarezzano per mettergli la briglia e attaccarlo. E stavolta meno che mai aveva voglia di tirare il carro. Si scusò, dicendo che doveva andare a casa, e cominciò a prendere commiato. Missy trattenne la sua mano più a lungo del solito.
- Ricordi che ciò che è importante per lei è importante anche per i suoi amici, - disse. - Domani verrà?
- Non credo, - disse Nechljudov e, vergognandosi, senza sapere lui stesso se per sé o per lei, arrossì e uscì in fretta.
- Cosa succede? Comme celà m'intrigue - disse Katerina Alekseevna, quando Nechljudov fu uscito. - Devo assolutamente scoprirlo. Un qualche affaire d'amour propre: il est très susceptible, notre cher Mitja.
«Plutôt une affaire d'amour sale», - voleva dire e non disse Missy, guardando nel vuoto con un viso spento, completamente diverso da quello con cui aveva guardato lui, ma neppure a Katerina Alekseevna disse quella battuta di cattivo gusto, ma solo:
- Tutti noi abbiamo giorni cattivi e giorni buoni.
«Possibile che anche questo m'inganni, - pensò. - Dopo tutto quel che c'è stato, sarebbe molto cattivo da parte sua».
Se Missy avesse dovuto spiegare che cosa intendesse con le parole: «Dopo tutto quel che c'è stato», non avrebbe potuto dir nulla di preciso, ma intanto sapeva con certezza che non solo egli le aveva dato delle speranze, ma le aveva quasi fatto una promessa. Non erano state parole precise, ma sguardi, sorrisi, allusioni, silenzi. E tuttavia lei lo considerava suo, e privarsene le era molto penoso.
XXVIII
«Vergogna e schifo, schifo e vergogna», - pensava intanto Nechljudov, tornando a casa a piedi per le vie note. La sensazione penosa provata per il colloquio con Missy non lo abbandonava. Sentiva che formalmente, se così si poteva esprimere, aveva ragione dinanzi a lei: non le aveva detto nulla che potesse legarlo, non le aveva fatto alcuna proposta di matrimonio, ma in realtà sapeva di essersi legato a lei, di averle fatto una promessa, mentre adesso sentiva con tutto il suo essere di non poterla sposare. «Vergogna e schifo, schifo e vergogna», - si ripeteva a proposito non solo del suo comportamento con Missy, ma di tutto. «Tutto è schifo e vergogna», - si ripeteva, salendo le scale di casa sua.
- Non ceno, - disse a Kornej, che era entrato dopo di lui in sala da pranzo, dove era apparecchiato e pronto il tè. - Vada pure.
- Obbedisco, - disse Kornej, ma non se ne andò e si mise a sparecchiare. Nechljudov guardava Kornej e provava un sentimento ostile nei suoi confronti. Avrebbe voluto esser lasciato in pace, e invece gli pareva che tutti, per dispetto, facessero apposta a importunarlo. Quando Kornej se ne andò con i piatti, Nechljudov stava per avvicinarsi al samovar per versarsi del tè, ma, uditi i passi di Agrafena Petrovna, uscì in fretta in salotto per non vederla, chiudendosi dietro la porta. Proprio lì, in salotto, tre mesi prima era morta sua madre. Ora, entrato in questa stanza, illuminata da due lampade coi riflettori - uno vicino al ritratto di suo padre, e l'altro vicino al ritratto di sua madre, ricordò tutti i suoi ultimi rapporti con la madre, e questi rapporti gli apparvero innaturali e disgustosi. Anche qui vergogna e schifo. Si ricordò che negli ultimi tempi della sua malattia aveva addirittura desiderato la sua morte. Si era detto che la desiderava perché lei fosse liberata dalle sofferenze, ma in realtà era lui che desiderava liberarsi dalla vista delle sue sofferenze.
Desiderando rievocare in sé un buon ricordo di lei, guardò il suo ritratto, dipinto per cinquemila rubli da un celebre pittore. Vi era raffigurata in un abito nero di velluto, col seno scoperto. Il pittore, evidentemente, aveva dipinto con particolare diligenza il seno, il solco fra i due seni e le spalle e il collo, di una bellezza abbagliante. Questo era ormai il colmo della vergogna e dello schifo. C'era qualcosa di ripugnante e sacrilego in quella raffigurazione della madre sotto l'aspetto di una bellezza seminuda. Ed era tanto più ripugnante perché in quella stessa stanza tre mesi prima quella donna giaceva, rinsecchita come una mummia, eppure colmando di un odore insopportabilmente pesante, che con nulla si era riusciti a coprire, non solo tutta la stanza, ma la casa intera. Quell'odore, gli pareva di sentirlo anche adesso. E si ricordò che il giorno prima di morire con la mano ossuta e annerita aveva preso la sua mano bianca e forte, l'aveva guardato negli occhi e aveva detto: «Non giudicarmi, Mitja, se qualche volta ho sbagliato», e negli occhi spenti dalle sofferenze erano spuntate le lacrime. «Che schifezza!» - si disse ancora una volta, guardando la donna seminuda con le splendide spalle e braccia marmoree e il sorriso vittorioso. La nudità del seno nel ritratto gli ricordò un'altra giovane donna che aveva visto scollata alcuni giorni prima. Era Missy, che inventando una scusa l'aveva chiamato a casa sua per mostrarsi a lui nell'abito da sera con cui andava a un ballo. Ricordò con ripugnanza le sue splendide spalle e braccia. E quel padre volgare e animalesco col suo passato, la sua crudeltà, e il bel esprit della madre, con la sua dubbia reputazione. Tutto ciò era ripugnante e insieme vergognoso. Vergogna e schifo, schifo e vergogna.
«No, no, - pensò, - bisogna liberarsi, liberarsi da tutti questi rapporti falsi con i Korèagin, e con Mar'ja Vasil'evna, e con l'eredità, e con tutto il resto... E respirare un po' liberamente. Andare all'estero, a Roma, occuparmi del mio quadro... - Ricordò i dubbi riguardo al proprio talento. - Ebbene, non importa, basta respirare un po' liberamente. Prima a Costantinopoli, poi a Roma, soltanto bisogna sbrigare al più presto la faccenda della giuria. E sistemare quella storia con l'avvocato».
E a un tratto nella sua immaginazione sorse con straordinaria vivezza la detenuta dagli occhi neri e strabici. E come aveva pianto quando agli imputati era stata data l'ultima parola! Spense in fretta la sigaretta, schiacciandola nel posacenere, ne accese un'altra e si mise a camminare su e giù per la stanza. E uno dopo l'altro cominciarono a sorgere nella sua immaginazione i momenti vissuti con lei. Ricordò il loro ultimo incontro, la passione animalesca che l'aveva posseduto, e la delusione che aveva provato quando la passione era ormai soddisfatta. Ricordò l'abito bianco con il nastro azzurro, ricordò il mattutino. «Eppure l'amavo, l'amavo veramente di amore buono e puro quella notte, l'amavo ancor prima, sì, e come l'amavo durante il mio primo soggiorno dalle zie, quando scrivevo la mia tesi!». E si ricordò com'era allora. Soffiò su di lui quella freschezza, gioventù, pienezza di vita, e provò una tristezza angosciosa.
La differenza fra come era allora e come era adesso era enorme: altrettanto grande, se non maggiore, della differenza fra la Katjuša della chiesa e la prostituta che si era ubriacata con un mercante e che essi avevano giudicato quella mattina. Allora egli era un uomo coraggioso, libero, dinanzi al quale si aprivano infinite possibilità, - ora si sentiva preso da ogni lato nei lacci di una vita stupida,vuota, meschina e senza scopo, da cui non vedeva alcuna via d'uscita, anzi il più delle volte neppure voleva uscirne. Ricordò come andasse orgoglioso, un tempo, della sua franchezza, come si fosse dato per regola di dir sempre la verità, e fosse davvero sincero, mentre adesso era tutto immerso nella menzogna, nella più terribile menzogna, una menzogna che tutti coloro che lo circondavano prendevano per verità. E da questa menzogna non c'era, o per lo meno egli non vedeva, alcuna via d'uscita. E vi si era impantanato, assuefatto, vi si crogiolava.
Come sciogliere i rapporti con Mar'ja Vasil'evna, con suo marito, così da non doversi vergognare di guardare negli occhi lui e i suoi figli. Come chiarire senza menzogna i suoi rapporti con Missy? Come uscire dalla contraddizione fra ritenere illecita la proprietà terriera e possedere l'eredità della madre? Come riparare il suo peccato verso Katjuša? Perché non si poteva lasciare così le cose. «Non posso abbandonare una donna che ho amato e accontentarmi di pagare un avvocato per evitarle i lavori forzati, che non merita neppure, cioè riparare una colpa col denaro, come allora credevo di aver fatto il mio dovere dandole del denaro».
E si ricordò chiaramente l'attimo in cui raggiungendola nel corridoio, le aveva dato in fretta il denaro ed era fuggito. «Ah, quel denaro! - ricordò quel momento con lo stesso orrore e la stessa ripugnanza di allora. - Ah, ah! Che schifezza! - disse ad alta voce, proprio come allora. - Solo un mascalzone, un farabutto poteva agire così! E io, io sono quel farabutto e quel mascalzone! - diceva ad alta voce. - Ma possibile che davvero, - si fermò su due piedi, - possibile che davvero io sia proprio un farabutto. E chi altri se no? - si rispose. - Ed è forse l'unica cosa? - continuava a smascherarsi. - Non è forse una porcheria, una bassezza, il tuo atteggiamento verso Mar'ja Vasil'evna e suo marito? E il tuo atteggiamento verso la proprietà? Con la scusa che i soldi venivano da tua madre, sfruttare una ricchezza che consideri illecita. E tutta la tua vita oziosa, cattiva. E a coronamento di tutto - la tua azione verso Katjuša. Farabutto, mascalzone! Loro (la gente) mi giudichino pure come vogliono, posso ingannare loro, ma non ingannerò me stesso».
E all'improvviso capì che il disgusto che negli ultimi tempi aveva provato per la gente, e in particolare quel giorno sia per il principe che per Sof'ja Vasil'evna, e Missy, e Kornej, era disgusto per se stesso. E, stranamente, in quel riconoscere la sua infamia c'era qualcosa di morboso e nello stesso tempo lieto e tranquillizzante.
A Nechljudov era già capitata diverse volte nella vita quella che chiamava «pulizia dell'anima». Chiamava pulizia dell'anima quella condizione spirituale in cui all'improvviso, talvolta dopo un lungo periodo di tempo, accortosi di un rallentamento, o addirittura di un arresto della sua vita interiore, si disponeva a ripulire tutta l'immondizia che, accumulandosi nella sua anima, era stata la causa di quell'arresto.
Sempre dopo tali risvegli Nechljudov si imponeva delle regole che intendeva seguire ormai per sempre: scriveva un diario e cominciava una nuova vita, che sperava di non mutare mai più: turning a new leaf, come diceva a se stesso. Ma ogni volta le seduzioni del mondo lo riafferravano, e senza neanche accorgersene egli cadeva di nuovo, e spesso ancor più in basso di prima.
Così si era purificato e risollevato diverse volte; la prima volta era accaduto quando era andato a trascorrere l'estate dalle zie. Quello era stato il risveglio più vivo ed esaltante. E le sue conseguenze erano durate piuttosto a lungo. Poi un analogo risveglio c'era stato quando aveva lasciato il servizio statale e, desideroso di sacrificare la vita, era entrato nell'esercito in tempo di guerra. Ma quella volta si era insudiciato ben presto. Poi c'era stato un risveglio quando era andato in congedo e, partito per l'estero, aveva cominciato a dedicarsi alla pittura.
Da allora e fino a quel giorno era passato un lungo periodo senza pulizie, e perciò non era ancora mai giunto a una tale sporcizia, a un tale dissidio fra ciò che esigeva la sua coscienza e la vita che conduceva, e inorridì vedendo questa distanza.
La distanza era così grande, la sporcizia così grave, che in un primo momento disperò di potersi purificare. «Già hai provato a perfezionarti ed essere migliore, e non ne hai ricavato nulla, - diceva nella sua anima la voce del tentatore, - vuoi dunque provare un'altra volta? Non sei tu solo, sono tutti così: così è la vita», - diceva quella voce. Ma l'essere libero e spirituale che è l'unico autentico, l'unico possente, l'unico eterno, si era già destato in Nechljudov. Ed egli non poteva non prestargli fede. Per quanto enorme fosse la distanza fra ciò che era e ciò che voleva essere, tutto appariva possibile all'essere spirituale che si era ridestato.
«Spezzerò questa menzogna che mi lega, costi quello che costi, e confesserò tutto e a tutti dirò la verità e agirò secondo la verità, - si disse risolutamente, ad alta voce. - Dirò la verità a Missy, che sono un dissoluto e non posso sposarla e l'ho solo turbata inutilmente; dirò a Mar'ja Vasil'evna (la moglie del maresciallo della nobiltà)... anzi, a lei non ho nulla da dire, dirò a suo marito che sono un mascalzone, che l'ho ingannato. Disporrò dell'eredità in modo da riconoscere la verità. Dirò a lei, a Katjuša, che sono un mascalzone, colpevole nei suoi confronti, e farò tutto il possibile per alleviare la sua sorte. Sì, la vedrò e le chiederò di perdonarmi. Sì, chiederò perdono come fanno i bambini. - Si fermò. - La sposerò, se è necessario».
Si fermò, incrociò le braccia sul petto come faceva quando era piccolo, levò in alto gli occhi e disse, rivolto a qualcuno:
- Signore, aiutami, insegnami, vieni a dimorare in me e purificami da ogni sozzura!
Pregava, chiedeva a Dio di aiutarlo, di dimorare in lui e di purificarlo, ma intanto ciò che chiedeva si era già realizzato. Dio, che viveva in lui, si era destato nella sua coscienza. Lo sentì in sé, e perciò sentì non solo libertà, coraggio e gioia di vivere, ma sentì tutta la potenza del bene. Adesso si sentiva capace di fare tutto il meglio che poteva fare un uomo.
Nei suoi occhi c'erano lacrime, mentre si diceva questo: lacrime buone e lacrime cattive; buone perché erano lacrime di felicità per il risveglio dell'essere spirituale che per tutti quegli anni aveva dormito in lui, e cattive perché erano lacrime d'intenerimento su se stesso, sulla propria virtù.
Ebbe caldo. Andò alla finestra, da cui erano stati tolti i doppi vetri, e l'aprì. La finestra dava sul giardino. Era una fresca e silenziosa notte di luna, per la via passò un fragore di ruote e poi tutto tacque. Proprio sotto la finestra si vedeva l'ombra dei rami nudi di un alto pioppo, che spiccava nitida con tutte le sue biforcazioni sulla sabbia della piazzuola sgombra. A sinistra c'era il tetto della rimessa, che pareva bianco alla luce chiara della luna. Davanti s'intrecciavano i rami degli alberi, oltre i quali s'intravedeva l'ombra nera dello steccato. Nechljudov guardava il giardino illuminato dalla luna e il tetto e l'ombra del pioppo e respirava la fresca aria vivificante.
«Com'è bello! Com'è bello, Dio mio, com'è bello!», diceva di quello che aveva nell'anima.
XXIX
La Maslova rientrò nella sua cella solo alle sei di sera, stanca e con i piedi doloranti per le quindici verste percorse sui sassi, disabituata com'era, sopraffatta dalla sentenza inaspettatamente severa, e per giunta affamata.
Quando ancora durante un intervallo i guardiani avevano mangiato pane e uova sode accanto a lei, la bocca le si era riempita di saliva e si era accorta di aver fame, ma chiedere a loro le sembrava umiliante. Quando poi furono trascorse altre tre ore, le passò la fame e si sentì soltanto debole. In questo stato udì l'inaspettata sentenza. In un primo tempo pensò di aver capito male, non riuscì a creder subito a ciò che aveva sentito, non poteva associare se stessa al concetto di forzata. Ma vedendo le facce tranquille e professionali dei giudici e dei giurati, che avevano preso la notizia come qualcosa di perfettamente naturale, si indignò e si mise a gridare per tutta la sala che era innocente. Ma vedendo che anche il suo grido veniva preso come qualcosa di naturale e scontato, che non poteva cambiar nulla, scoppiò in pianto, sentendo che doveva rassegnarsi alla crudele e stupefacente ingiustizia che era stata commessa contro di lei. La stupiva soprattutto che a condannarla così crudelmente fossero stati degli uomini, uomini giovani, non vecchi, quelli stessi che la guardavano sempre con tanta simpatia. Uno, il sostituto procuratore, l'aveva visto in tutt'altro stato d'animo. Mentre aspettava il processo nella camera di sicurezza e durante gli intervalli dell'udienza aveva visto che quegli uomini, fingendo di andare per qualche altra faccenda, passavano davanti alla porta o entravano nella stanza solo per osservarla. E a un tratto quegli stessi uomini, chissà perché, l'avevano condannata ai lavori forzati, sebbene non fosse colpevole di ciò di cui l'accusavano. Dapprima pianse, ma poi si calmò e restò seduta nella camera di sicurezza, completamente inebetita, ad aspettare che la rimandassero indietro. Aveva un solo desiderio: fumare. In tale stato la trovarono la Boèkova e Kartinkin, che dopo la sentenza erano stati condotti nella stessa stanza. La Boèkova cominciò subito a ingiuriare la Maslova e a chiamarla forzata.
- Allora, le hai prese? Ti hanno sistemata? Stavolta non scappi, sgualdrina vigliacca. Ti sei beccata quello che meritavi. Ai lavori forzati vedrai che la pianti di darti tante arie.
La Maslova sedeva con le mani ficcate nelle maniche della divisa e, a capo chino, fissava immobile il pavimento infangato due passi davanti a sé, e diceva soltanto:
- Io non vi tocco, e allora lasciatemi in pace. Non vi tocco, io, - ripeté diverse volte, poi tacque del tutto. Si rianimò un poco soltanto quando Kartinkin e Boèkova furono condotti via e un custode le portò tre rubli.
- Sei tu la Maslova? - domandò. - Ecco, te li manda una signora, - disse consegnandole il denaro.
- Quale signora?
- Prendi e taci, che non ho tempo da perdere.
Il denaro era stato mandato dalla Kitaeva, la tenutaria della casa di tolleranza. Uscendo dal tribunale, si era rivolta all'usciere per chiedergli se poteva far avere del denaro alla Maslova. L'usciere aveva risposto che sì, poteva. Allora, ottenuto il permesso, si era sfilata dalla mano bianca e grassoccia il guanto scamosciato con tre bottoni, aveva preso dalle pieghe posteriori della gonna di seta un portafogli alla moda pieno di cedole appena staccate dai titoli che aveva guadagnato con la sua casa e, sceltane una da due rubli e cinquanta, vi aveva aggiunto due monete da venti copeche e un'altra da dieci e l'aveva consegnata all'usciere. L'usciere aveva chiamato un custode e in presenza della donatrice gli aveva trasmesso il denaro.
- La prego, lo consegni davvero, - aveva detto Karolina Al'bertovna al custode.
Il custode si era offeso per questa mancanza di fiducia e perciò aveva trattato così sgarbatamente la Maslova.
La Maslova si rallegrò del denaro perché le dava l'unica cosa che desiderasse in quel momento.
«Potessi solo avere una sigaretta e fare un paio di tiri», - pensava, e tutti i suoi pensieri si concentrarono su questo desiderio di fumare. Ne aveva tanta voglia che inspirava avidamente l'aria quando vi sentiva l'odore del fumo di tabacco che usciva in corridoio dalle porte degli uffici. Ma le toccò aspettare ancora a lungo, perché il cancelliere che avrebbe dovuto lasciarla andare, dimenticandosi degli imputati, si era impegnato in una discussione, anzi in una disputa sull'articolo proibito, con uno degli avvocati. Anche dopo il processo diverse persone, giovani e vecchi, entrarono per darle un'occhiata, sussurrandosi qualcosa l'un l'altro. Ma adesso lei non ci faceva caso.
Finalmente verso le cinque la lasciarono andare, e i soldati di scorta - quello di Nižnij Novgorod e il ciuvascio - la condussero fuori dal tribunale per l'uscita posteriore. Già nel vestibolo del tribunale diede loro venti copeche, pregandoli di comprarle due pagnotte e delle sigarette. Il ciuvascio rise, prese il denaro e disse:
- Va bene, compriamo, - e davvero comprò onestamente sia le sigarette che le pagnotte e restituì il resto.
Per strada non si poteva fumare, così la Maslova giunse al carcere con lo stesso desiderio insoddisfatto di sigarette. Mentre la conducevano al portone, stava arrivando anche un centinaio di detenuti portati lì dalla stazione ferroviaria. All'ingresso si scontrò con loro.
I detenuti - con la barba e senza, vecchi, giovani, russi, allogeni, alcuni col cranio raso a metà, sferragliando con le catene ai piedi, riempivano l'atrio di polvere, rumore di passi, di voci e di un acre puzzo di sudore. Passando accanto alla Maslova, la squadravano tutti avidamente, e alcuni con le facce trasformate dalla lascivia le si avvicinavano e la urtavano.
- Ehi, che bella ragazza, - disse uno.
- I miei rispetti alla zietta, - disse un altro, strizzando l'occhio.
Uno, nero, con la nuca rasata bluastra e i baffi sul volto sbarbato, inciampando fragorosamente nelle catene la raggiunse d'un balzo e l'abbracciò.
- Come, non riconosci il tuo amichetto? Basta far la smorfiosa! - gridò digrignando i denti e con un lampo negli occhi, quando lei lo respinse.
- Che cosa fai, canaglia? - gridò un vicedirettore, sopraggiunto alle sue spalle.
Il detenuto si rattrappì tutto e balzò via in fretta. Ma il vicedirettore se la prese con la Maslova.
- Che ci fai qui?
La Maslova voleva dire che l'avevano riportata dal tribunale, ma era così stanca che non le andava di parlare.
- Veniamo dal tribunale, signore, - disse il soldato più anziano sbucando da dietro i detenuti e portando la mano al berretto.
- E allora consegnala al capocarceriere. Che cos'è questa indecenza!
- Obbedisco, signore.
- Sokolov! Prendere in consegna, - gridò il vicedirettore.
Il capocarceriere arrivò e spinse rabbiosamente la Maslova per la spalla e, fattole un cenno col capo, la condusse nel corridoio del reparto femminile. Qui la tastarono e perquisirono tutta, e non trovando nulla (il pacchetto di sigarette era nascosto in una pagnotta), la fecero entrare nella stessa cella da cui era uscita la mattina.
XXX
La cella in cui era reclusa la Maslova era una lunga stanza di sei metri e mezzo per cinque di larghezza, con due finestre, una stufa scrostata sporgente e dei tavolacci con le assi incrinate, che occupavano due terzi dello spazio. In mezzo, di fronte alla porta, c'era un'icona scura con una candelina di cera appiccicata e un mazzolino polveroso di semprevivi appeso sotto. Dietro la porta, sulla sinistra, c'era un punto annerito del pavimento, dove si trovava un bigoncio fetido. Era appena passato l'appello, e le donne erano già state rinchiuse per la notte.
Questa cella ospitava in tutto quindici persone: dodici donne e tre bambini.
Faceva ancora chiaro, e solo due donne erano coricate sui tavolacci: una, con la testa coperta dal camiciotto, era una demente, arrestata perché sprovvista di documenti - dormiva quasi sempre - e l'altra era una tisica che scontava una condanna per furto. Costei non dormiva, ma stava distesa con il camiciotto sotto la testa e gli occhi spalancati, trattenendo a fatica, per non tossire, il catarro che la solleticava e le gorgogliava in gola. Le altre donne, tutte a capo scoperto e con le sole camicie di tela grezza indosso, o cucivano sedute sui tavolacci, o stavano alla finestra a guardare i detenuti che attraversavano il cortile. Delle tre donne che cucivano, una era la vecchia che aveva salutato la Maslova, la Korablëva, una donna alta e forte dall'aria cupa, imbronciata, rugosa, con una borsa di pelle penzolante sotto il mento, una treccina corta di capelli castani, brizzolati sulle tempie, e una verruca pelosa sulla guancia. Questa vecchia era stata condannata ai lavori forzati per aver ucciso con la scure il marito. E l'aveva ucciso perché insidiava sua figlia. Era la capo camerata, e anche quella che vendeva l'acquavite. Cuciva con gli occhiali e tenendo l'ago nelle grandi mani da lavoratrice alla maniera contadina, con tre dita e la punta rivolta verso di sé. Accanto a lei sedeva, pure intenta a cucire dei sacchi di olona, una donna bassina e bruna, col naso all'insù e piccoli occhi neri, bonaria e chiacchierona. Casellante della ferrovia, era stata condannata a tre mesi di carcere per non essere uscita con la bandierina al passaggio del treno, che aveva poi avuto un incidente. La terza donna che cuciva era Fedos'ja - Feneèka, come la chiamavano le compagne, una donna giovanissima e graziosa, bianca e rossa, con chiari occhi celesti da bambina e due lunghe trecce bionde arrotolate intorno alla piccola testa. Era in prigione per aver tentato di avvelenare il marito. Aveva tentato di avvelenarlo subito dopo il matrimonio, combinato dai suoi quando era una ragazzina di sedici anni. Negli otto mesi prima del processo, che aveva trascorso in libertà provvisoria, non solo si era riconciliata col marito, ma se n'era tanto innamorata, che il processo la trovò che viveva d'amore e d'accordo con lui. Sebbene il marito, il suocero e soprattutto la suocera, che ora le voleva bene, avessero fatto di tutto per scagionarla al processo, era stata condannata alla deportazione in Siberia, ai lavori forzati. Questa buona, allegra Fedos'ja, sempre sorridente, era la vicina di tavolaccio della Maslova e non solo le si era affezionata, ma riteneva suo dovere prendersi cura di lei e servirla. Altre due donne sedevano sul pancaccio senza far nulla: una sulla quarantina, con un volto pallido e magro, che doveva esser stata molto bella, ora magra e pallida. Teneva in braccio un bambino e lo allattava a una lunga mammella bianca. Il suo reato consisteva in questo: una volta che dal villaggio avevano portato via un coscritto, preso ingiustamente secondo i concetti dei contadini, il popolo aveva fermato il commissario e gli aveva strappato il coscritto. E questa donna, zia del giovane arruolato ingiustamente, era stata la prima ad afferrare per le redini il cavallo su cui lo stavano portando via. Sul tavolaccio sedeva ancora, senza far niente, una vecchietta non alta, tutta rugosa e bonaria, con i capelli grigi e la schiena gobba. Questa vecchietta sedeva sul tavolaccio vicino alla stufa e fingeva di acchiappare un bambino di quattro anni con il pancino gonfio e i capelli corti, che le correva davanti ridendo. Il bimbetto, con la sola camicina addosso, le passava davanti correndo e diceva sempre le stesse parole: «Non mi hai preso!»
Questa vecchietta, accusata insieme al figlio di incendio doloso, sopportava la sua reclusione con estrema bonarietà, angustiata solo per il figlio, in carcere anche lui, ma più di tutto per il suo vecchio, che, temeva, senza di lei si sarebbe riempito di pidocchi, dato che la nuora se n'era andata e non c'era nessuno che lo lavasse.
Oltre a queste sette donne, altre quattro stavano a una delle finestre aperte e, aggrappandosi alle sbarre di ferro, scambiavano segni e urla con quegli stessi detenuti con cui si era scontrata la Maslova all'ingresso, che ora stavano attraversando il cortile. Una di queste donne, che scontava una condanna per furto, era una grassona pesante, dal corpo flaccido e dai capelli rossi, che aveva di un colore bianco giallastro e coperti di lentiggini la faccia, le mani e il grasso collo, che sporgeva dal colletto slacciato e aperto. Urlava oscenità dalla finestra con voce roca. Accanto a lei stava una detenuta bruna e malfatta, della statura di una bambina di dieci anni, con un lungo tronco e gambe cortissime. Il suo viso era rosso, a chiazze, con occhi neri molto distanziati e labbra tumide e corte, che non coprivano i bianchi denti sporgenti. Rideva stridulamente, a scatti, di ciò che si svolgeva nel cortile. Questa detenuta, soprannominata la Belloccia per le sue pretese di eleganza, doveva essere processata per furto e incendio doloso. Dietro di loro stava una donna incinta con un pancione enorme, magra e asciutta, dall'aria patita, con una camicia grigia molto sudicia, sotto processo per ricettazione. Costei taceva, ma sorrideva continuamente per ciò che accadeva in cortile, con intenerita aria d'approvazione. La quarta che stava alla finestra era una campagnola piccola e robusta, con gli occhi molto sporgenti e la faccia bonaria, che era stata condannata per vendita abusiva di alcolici. Questa donna, madre del bambino che giocava con la vecchietta e di una bimba di sette anni, lì in prigione con lei perché non aveva a chi lasciarli, guardava dalla finestra come le altre, ma non smetteva di lavorare a maglia, e corrugava la fronte in segno di disapprovazione, socchiudendo gli occhi, a ciò che dicevano dal cortile, passando, i detenuti. La figlia invece, una bambina di sette anni dai capelli biondissimi sciolti, stando con la sola camicina indosso accanto alla rossa e aggrappandosi con la manina magra e piccola alla sua gonna, ascoltava attentamente, con gli occhi sbarrati, le parolacce che si scambiavano le donne e i detenuti, e sottovoce le ripeteva, come per impararle a memoria. La dodicesima detenuta era la figlia di un chierico, che aveva annegato nel pozzo il suo neonato. Era una ragazza alta e snella, con i capelli spettinati che le sfuggivano dalla treccia bionda, grossa e corta, e con gli occhi sporgenti e fissi. Senza prestare attenzione a ciò che le accadeva intorno, camminava a piedi nudi, con la sola camicia grigia sporca indosso, avanti e indietro per lo spazio libero della cella, voltandosi bruscamente e rapidamente quando arrivava alla parete.
XXXI
Quando stridette il catenaccio e la Maslova fu introdotta nella cella, tutti si volsero a lei. Perfino la figlia del chierico si fermò per un attimo, guardò la nuova venuta inarcando le sopracciglia, ma senza dir nulla riprese subito a camminare a grandi passi decisi. La Korablëva infilò l'ago nella sua tela grezza e fissò interrogativamente la Maslova al di sopra degli occhiali.
- Ehilà, sei tornata! E io che pensavo che magari ti assolvevano, - disse con la sua voce roca e profonda, quasi maschile. - Si vede che t'hanno spedita.
Si tolse gli occhiali e posò il cucito accanto a sé sul tavolaccio.
- Prima con la zia qui dicevamo, bella, che forse ti liberavano subito. Certe volte succede, si diceva. E magari ti danno anche dei soldini, se capiti al momento buono, - subito attaccò la casellante con la sua voce canora. - Ecco com'è invece. Si vede che non abbiamo indovinato. Sarà il Signore che vuole il suo, bella, - diceva senza interrompersi con la sua parlantina carezzevole e melodiosa.
- Davvero ti hanno condannata? - chiese Fedos'ja, guardando la Maslova con tenera compassione, con i suoi infantili occhi celesti, e tutto il suo allegro, giovane viso mutò, come se stesse per piangere.
La Maslova non rispose nulla, andò in silenzio al suo posto, il secondo dal fondo, vicino alla Korablëva, e si sedette sulle assi del tavolaccio.
- Magari non hai neanche mangiato, - disse Fedos'ja, alzandosi e avvicinandosi alla Maslova.
La Maslova, senza rispondere, posò le pagnotte a capo del giaciglio e cominciò a spogliarsi: si tolse la divisa impolverata e il fazzoletto dai neri capelli ricciuti e si sedette.
Anche la vecchietta gobba che giocava col bambino all'altro capo del tavolaccio si avvicinò e si fermò dinanzi alla Maslova.
- Tz, tz, tz! - schioccò la lingua tentennando compassionevolmente il capo.
Il bambino venne anche lui dietro la vecchia, e sgranando gli occhi e arricciando il labbro superiore fissò le pagnotte che aveva portato la Maslova. Vedendo tutti quei visi compassionevoli dopo quanto le era successo quel giorno, alla Maslova era venuta voglia di piangere, e le erano tremate le labbra. Ma aveva cercato di trattenersi e ci era riuscita finché non era giunta la vecchia col bambino. Quando però sentì lo «tz, tz» buono e pietoso della vecchia e soprattutto quando incontrò con lo sguardo il bambino che aveva rivolto i suoi occhi seri dalle pagnotte su di lei, non poté più trattenersi. Tutto il suo viso cominciò a tremare, ed ella scoppiò in singhiozzi.
- Lo dicevo: procurati un vero difensore, - disse la Korablëva. - E allora, la deportazione? - domandò.
La Maslova voleva rispondere e non poteva, ma singhiozzando estrasse dalla pagnotta la scatola di sigarette, su cui era raffigurata una donna rubiconda con una pettinatura molto alta e una scollatura triangolare, e l'offrì alla Korablëva. La Korablëva guardò il disegno, scosse il capo in segno di disapprovazione, soprattutto perché la Maslova spendeva così male il denaro e, presa una sigaretta, l'accese alla lampada, ne tirò una boccata e poi la passò alla Maslova. La Maslova, senza smettere di piangere, si mise ad aspirare avidamente un tiro dopo l'altro, e a soffiare fumo di tabacco.
- Lavori forzati, - disse, singhiozzando.
- Non hanno timor di Dio, sfruttatori, maledette sanguisughe, - disse la Korablëva. - Hanno condannato la ragazza per niente.
In quel momento fra le donne rimaste alle finestre si udì uno scoppio di risate. Anche la bambina rideva, e il suo risolino infantile si fondeva con la sghignazzata rauca e stridula delle altre tre. Un detenuto giù in cortile aveva fatto qualcosa che aveva suscitato tale reazione nelle spettatrici.
- Ah, porco tosato! Cosa fa! - disse la rossa e, dondolando con tutto il corpo grasso, premendo la faccia contro le sbarre, cominciò a gridare oscenità senza senso.
- Quella pelle di tamburo! Che ha da ghignare? - disse la Korablëva, crollando il capo in direzione della rossa, e di nuovo si rivolse alla Maslova: - Molti anni?
- Quattro, - disse la Maslova, e le lacrime scorsero così copiose dai suoi occhi, che una cadde sulla sigaretta.
La Maslova la accartocciò con rabbia, la gettò e ne prese un'altra.
La casellante, benché non fumasse, subito raccolse il mozzicone e si mise a riaggiustarlo, senza smettere di chiacchierare.
- Si vede che anche la verità, bella, - diceva, - anche la verità se l'è mangiata il porco. Fanno quello che vogliono. Matveevna dice: la liberano, ma io: no, dico, bella, il mio cuore lo sente, ne faranno un sol boccone, poverina, e così è stato, - diceva, ascoltando compiaciuta il suono della sua voce.
Intanto ormai tutti i detenuti avevano attraversato il cortile, e le donne che avevano scambiato battute con loro si allontanarono dalle finestre e si avvicinarono a loro volta alla Maslova. Per prima arrivò la venditrice abusiva di alcolici dagli occhi sporgenti, con la sua bambina.
- Perché una pena così severa? - domandò, sedendosi accanto alla Maslova e continuando a sferruzzare svelta svelta.
- Così severa perché non c'eran soldi. Se aveva i soldini e assumeva uno di quei furbacchioni che dico io, certo la assolvevano, - disse la Korablëva. - Quello, come si chiama, tutto arruffato, col nasone, quello, signora mia, ti tirava fuori dai guai che neanche te ne accorgevi. Se si prendeva lui.
- Ma come faceva a prenderlo, - disse mostrando i denti la Belloccia, che si era seduta con loro, - quello lì per meno di mille rubli non ti sputa neanche addosso.
- Si vede che questa era la sorte tua, - intervenne la vecchietta in carcere per incendio doloso. - Son cose da fare: ha rubato la moglie al mio figliolo e l'ha messo in gattabuia a ingrassare i pidocchi e me qui, vecchia come sono, - ricominciò a raccontare per la centesima volta la sua storia. - Alla prigione e alla miseria, si vede, non si sfugge. Se non è la miseria, è la prigione.
- Si vede che per loro è sempre così, - disse la venditrice di alcolici e, data un'occhiata fra i capelli della figlia, posò il lavoro a maglia, si tirò la bambina fra le ginocchia e cominciò a cercarle in testa con le dita svelte. - «Perché vendi acquavite?» E con cosa do da mangiare ai bambini? - diceva, continuando il lavoro abituale.
Queste parole della venditrice di alcolici ricordarono alla Maslova l'acquavite.
- Ci vorrebbe un goccetto, - disse alla Korablëva, asciugandosi le lacrime con la manica della camicia e singhiozzando solo di tanto in tanto.
- Sei in grana? Ma sì, via, - disse la Korablëva.
XXXII
La Maslova estrasse i soldi dalla pagnotta e diede la cedola alla Korablëva. La Korablëva prese la cedola, la guardò, ed essendo analfabeta credette alla Belloccia, che sapeva tutto: il biglietto valeva due rubli e cinquanta copeche, e scivolò verso la bocca della stufa, dove teneva nascosta una bottiglietta di acquavite. Vedendo ciò, le donne che non erano vicine di cuccetta se ne andarono ai loro posti. La Maslova intanto scosse la polvere dal fazzoletto e dal camiciotto, s'arrampicò sul tavolaccio e si mise a mangiare la pagnotta.
- Ti ho tenuto il tè, ma si sarà raffreddato, - le disse Fedos'ja, prendendo dalla mensola un boccale e una teiera di latta avvolta in una pezza da piedi.
La bevanda era completamente fredda e sapeva più di latta che di tè, ma la Maslova se ne versò un boccale e cominciò a inzupparvi il pane.
- Finaška, to', - gridò e, staccato un pezzo di pagnotta, lo diede al bambino che le guardava la bocca.
La Korablëva intanto aveva portato la bottiglietta di acquavite e un boccale. La Maslova ne offrì alla Korablëva e alla Belloccia. Queste tre detenute costituivano l'aristocrazia della cella, perché avevano denaro, e dividevano tutto fra loro.
Alcuni minuti dopo la Maslova si rianimò e raccontò vivacemente il processo, rifacendo il verso al procuratore, e ciò che l'aveva più colpita in tribunale. In tribunale tutti la guardavano con evidente piacere, raccontava, e perciò continuavano a entrare di proposito nella camera di sicurezza.
- Anche il soldato di scorta mi dice: «Vengono sempre per vedere te». Arriva uno: dov'è quella carta, o qualcos'altro ancora, ma io vedo che non è la carta che gli serve, ma è lì che mi mangia con gli occhi, - diceva, sorridendo e scuotendo il capo, quasi incredula. - Anche loro, che artisti.
- È proprio così, - intervenne la casellante, e subito cominciò a fluire la sua parlantina canora. - Son come le mosche sullo zucchero. Se non li peschi con altro, qui ci cascano di sicuro. Quelli lì non chiedono di meglio.
- E poi anche qui, - la interruppe la Maslova. - Anche qui me n'è capitata una. Mi avevano appena portata, e c'era un gruppo che veniva dalla stazione. Mi stavano così addosso che non sapevo come cavarmela. Grazie a Dio il vicedirettore li ha cacciati via. Uno mi si era così appiccicato che me ne sono liberata a fatica.
- E com'era? - domandò la Belloccia.
- Moro, coi baffi.
- Dev'essere lui.
- Lui chi?
- Ma Šèeglov. Quello che è appena passato.
- E chi è 'sto Šèeglov!
- Non sa chi è Šèeglov! Šèeglov è evaso due volte dai lavori forzati. Adesso l'hanno riacciuffato, ma scapperà. Anche i secondini hanno paura di lui, - diceva la Belloccia, che recapitava i bigliettini ai detenuti e sapeva tutto quello che succedeva in carcere. - Scapperà senz'altro.
- E se anche scapperà, con sé non ci prenderà, - disse la Korablëva. - E tu piuttosto racconta, - si rivolse alla Maslova, - cosa ti ha detto l'abbacato del ricorso, perché adesso bisognerà presentarlo, no?
La Maslova disse che non ne sapeva niente.
Intanto la rossa, ficcandosi entrambe le mani lentigginose nei folti capelli rossi e spettinati e grattandosi la testa con le unghie, si avvicinò alle aristocratiche che bevevano.
- Ti dico tutto io, Katerina, - cominciò. - Per prima cosa devi scrivere: non sono contenta del processo, e poi devi comunicarlo al procuratore.
- Che vuoi? - si rivolse a lei la Korablëva con rabbiosa voce di basso. - Hai fiutato l'acquavite? Inutile che fai andare la lingua. Lo sappiamo anche senza di te cosa c'è da fare, non abbiamo bisogno di te.
- Non sto parlando con te, cosa t'immischi?
- Ti è venuta voglia di acquavite, ecco perché tante moine.
- Su, via, dagliene un po' - disse la Maslova, che distribuiva sempre a tutti ciò che aveva.
- Sai cosa le do, io...
- Su, avanti! - disse la rossa muovendo verso la Korablëva. - Non ho mica paura di te.
- Pelle da galera!
- Senti chi parla.
- Trippa stracotta.
- Trippa io? Forzata, assassina! - urlò la rossa.
- Vattene, ti dico, - fece tetra la Korablëva.
Ma la rossa si faceva sempre più sotto, e la Korablëva la spinse nel seno grasso, scoperto. La rossa, come se non attendesse altro, con una mossa inaspettatamente rapida agguantò con una mano i capelli della Korablëva, e con l'altra fece per colpirla in viso, ma la Korablëva gliela afferrò. La Maslova e la Belloccia presero la rossa per le braccia, cercando di strapparla via, ma la mano della rossa, avvinghiata alla treccia, non mollava. Lasciò per un attimo i capelli, ma solo per avvolgerli intorno al pugno. La Korablëva intanto, con la testa torta, tempestava di pugni il corpo della rossa e cercava di addentarle la mano. Le donne si erano affollate intorno alle litiganti, cercavano di dividerle e gridavano. Perfino la tisica si era avvicinata e, tossendo, guardava le donne che si accapigliavano. I bambini si stringevano l'uno all'altro e piangevano. Il baccano richiamò la sorvegliante e il carceriere, che separarono le litiganti. La Korablëva sciogliendosi la treccia grigia e togliendone ciocche di capelli strappati, e la rossa trattenendosi la camicia lacerata sul petto giallo, gridavano entrambe, spiegando e lamentandosi.
- Lo so io: è tutta colpa dell'acquavite; domani lo dirò al direttore, e ve la darà lui una lavata di capo. Sento l'odore, - diceva la sorvegliante. - Badate di far sparire tutto, altrimenti saranno guai, non ho tempo di pensare a voi. Ognuna al suo posto e silenzio.
Ma il silenzio tardò molto a ristabilirsi. A lungo le donne s'ingiuriarono, si raccontarono com'era cominciato e di chi era la colpa. Finalmente il carceriere e la sorvegliante se ne andarono, e le donne a poco a poco si calmarono e andarono a letto. La vecchietta si mise dinanzi all'icona e cominciò a pregare.
- Si sono messe assieme le due forzate, - disse a un tratto la rossa con voce roca dall'altro capo del tavolaccio, accompagnando ogni parola con ingiurie di una ricercatezza addirittura strana.
- Bada che non ti voli ancora qualcosa, - ribatté la Korablëva, aggiungendovi ingiurie analoghe. Ed entrambe tacquero.
- Se non mi fermavano ti strappavo gli occhi... - ricominciò la rossa, e di nuovo non si fece attendere la risposta per le rime della Korablëva.
Di nuovo un intervallo di silenzio più lungo, e di nuovo ingiurie. Gli intervalli diventavano sempre più lunghi, e finalmente tutto tacque definitivamente.
Tutte erano a letto, alcune russavano: solo la vecchietta, che pregava sempre a lungo, continuava a inchinarsi davanti all'icona, mentre la figlia del chierico, non appena la sorvegliante era uscita, si era alzata e aveva ricominciato a camminare avanti e indietro per la cella.
Non dormiva la Maslova, e continuava a pensare alla stessa cosa; che era un forzata, - e già due volte così l'avevano chiamata: prima la Boèkova, e poi la rossa, - e non poteva abituarsi all'idea. La Korablëva, che le voltava la schiena, si girò.
- Non pensavo, non immaginavo, - disse sottovoce la Maslova. - Altri chissà cosa fanno, e niente, e io devo soffrire senza motivo.
- Non prendertela, ragazza. La gente vive anche in Siberia. E tu te la caverai anche là, - la consolava la Korablëva.
- Lo so che me la caverò, ma mi dispiace lo stesso. Non mi ci voleva una sorte del genere, sono abituata alla bella vita, io.
- Non si può andare contro Dio, - disse con un sospiro la Korablëva, - non si può andare contro di Lui.
- Lo so, zietta, ma è difficile lo stesso.
Tacquero per un po'.
- La senti la frignona? - disse la Korablëva, richiamando l'attenzione della Maslova sugli strani suoni che provenivano dall'altro capo del tavolaccio.
Quei suoni erano i singhiozzi trattenuti della rossa. La rossa piangeva perché l'avevano coperta d'insulti, picchiata e non le avevano dato l'acquavite, di cui aveva tanta voglia. Piangeva anche perché in tutta la sua vita non aveva conosciuto nient'altro che ingiurie, beffe, offese e botte. Voleva consolarsi ricordando il suo primo amore per un operaio, Fed'ka Molodënkov, ma ricordatasi di questo amore, ricordò anche com'era finito. Questo amore era finito quando quel Molodënkov, ubriaco, per scherzo le aveva cosparso di vetriolo la parte più sensibile, e aveva riso coi compagni, guardandola contorcersi dal dolore. Si ricordò di ciò e provò pietà per se stessa, e pensando che nessuno la sentisse si mise a piangere e piangeva come i bambini, gemendo e tirando su col naso e inghiottendo le lacrime salate.
- Fa pena, - disse la Maslova.
- Si sa che fa pena, ma non scocci.
XXXIII
La prima sensazione provata da Nechljudov il giorno dopo, quando si svegliò, fu la coscienza che gli era accaduto qualcosa, e ancor prima di ricordarsi quel che fosse, sapeva già che era accaduto qualcosa di importante e buono. «Katjuša, il processo». Sì, e bisognava smettere di mentire e dire tutta la verità. E per una strana coincidenza quella stessa mattina giunse finalmente la tanto attesa lettera di Mar'ja Vasil'evna, la moglie del maresciallo della nobiltà, proprio la lettera di cui ora aveva particolarmente bisogno. Gli concedeva assoluta libertà e gli augurava felicità nel progettato matrimonio.
- Matrimonio! - esclamò ironicamente. - Quanto ne sono lontano adesso!
E ricordò che il giorno prima si era proposto di dir tutto a suo marito, esprimergli il suo pentimento e dichiararsi pronto a dargli qualsiasi soddisfazione. Ma quella mattina non gli sembrava più tanto facile come il giorno avanti. «E poi, perché rendere infelice un uomo che non sa nulla? Se lo domanderà, sì, glielo dirò. Ma andare apposta a parlargli? No, non è il caso».
Altrettanto difficile gli sembrava quella mattina dire tutta la verità a Missy. Di nuovo non poteva affrontare per primo il discorso: sarebbe stato offensivo. Inevitabilmente, come in molti rapporti della vita di ogni giorno, doveva rimanere qualcosa di sottinteso. Una sola cosa decise quella mattina: non sarebbe più andato da loro e avrebbe detto la verità, se gliel'avessero chiesta.
Ma in compenso nei suoi rapporti con Katjuša non doveva rimanere nulla di inespresso.
«Andrò alla prigione, le parlerò, chiederò il suo perdono. E se sarà necessario, sì, se sarà necessario la sposerò», - pensava.
L'idea di sacrificare tutto per una soddisfazione morale, e sposarla, quella mattina lo commuoveva particolarmente.
Da molto tempo non cominciava la giornata con tanta energia. Quando da lui entrò Agrafena Petrovna le annunciò subito, con una risolutezza che non si aspettava da se stesso, di non aver più bisogno di quell'appartamento né dei suoi servigi. Per tacito accordo era stabilito che egli tenesse quel grande e costoso appartamento in vista di un matrimonio. Dunque cederlo assumeva un significato particolare. Agrafena Petrovna lo guardò stupefatta.
- La ringrazio molto, Agrafena Petrovna, per tutto il disturbo che si è presa per me, ma adesso non mi serve un appartamento così grande e tutta la servitù. Se poi vuole aiutarmi, sia tanto gentile da provvedere alla roba, e riporla per il momento come quando era viva la mamma. Quando arriverà Nataša provvederà lei (Nataša era la sorella di Nechljudov).
Agrafena Petrovna crollò il capo.
- Come sarebbe provvedere alla roba? Servirà pure, - disse.
- No, non servirà, Agrafena Petrovna, non servirà di certo, - disse Nechljudov, rispondendo a quanto esprimeva il suo crollare il capo. - E per favore dica a Kornej che gli darò due mesi di stipendio anticipato, ma non ho più bisogno di lui.
- Sbaglia, Dmitrij Ivanoviè, a far così, - disse. - Anche se va all'estero, avrà bisogno di una casa.
- Non è come pensa lei, Agrafena Petrovna. Non andrò all'estero, e semmai andrò in tutt'altro posto.
A un tratto arrossì violentemente.
«Sì, bisogna dirglielo, - pensò, - non è il caso di tacere, bisogna dire tutto a tutti».
- Ieri mi è accaduta una cosa molto strana e importante. Si ricorda di Katjuša, dalla zia Mar'ja Ivanovna?
- E come no, le ho insegnato a cucire.
- Ecco, ieri in tribunale hanno processato questa Katjuša, e io ero giurato.
- Ah, Dio mio, che pena! - disse Agrafena Petrovna. - E di che cosa era accusata?
- Di omicidio, ma è tutta colpa mia.
- Come può essere colpa sua? Lei parla in modo molto strano, - disse Agrafena Petrovna, e nei suoi occhi di vecchia si accesero delle fiammelle giocose.
Sapeva della storia di Katjuša.
- Sì, io sono la causa di tutto. Ed ecco che ciò ha cambiato tutti i miei piani.
- Che cosa può cambiare per lei questa storia? - chiese Agrafena Petrovna trattenendo un sorriso.
- Se ha preso quella strada per causa mia, allora io devo fare il possibile per aiutarla.
- Certo è padronissimo, anche se tutta questa colpa non ce la vedo. Capita a tutti, e con un po' di giudizio tutto si appiana e si dimentica, e la vita va avanti, - disse Agrafena Petrovna seria e severa, - e non è il caso che se ne faccia carico lei. Avevo sentito anche prima che si era messa su una cattiva strada, dunque chi è il colpevole?
- Io sono colpevole. E per questo voglio rimediare.
- Be', ormai è difficile rimediare.
- Questo è compito mio. Ma se si preoccupa per sé, sappia che quello che desiderava la mamma...
- Non mi preoccupo per me. Sono stata così colmata di benefici dalla defunta, che non desidero nulla. Lizon'ka mi ha invitata (Lizon'ka era una sua nipote maritata) e andrò da lei, quando non servirò più. Però lei fa male a prendersela tanto a cuore, capita a tutti.
- Be', io non la penso così. E tuttavia la prego, mi aiuti ad affittare l'appartamento e a riporre la roba. E non sia in collera con me. Le sono molto, molto grato di tutto.
Strano: da quando Nechljudov aveva capito d'essere cattivo e odioso a se stesso, da allora aveva smesso di trovare odiosi gli altri; anzi provava sia per Agrafena Petrovna che per Kornej un sentimento di tenerezza e di rispetto. Avrebbe voluto fare la sua confessione anche a Kornej, ma l'aria di Kornej era così austera e ossequiosa che non seppe decidersi a farlo.
Mentre andava al tribunale, passando per le stesse vie sulla stessa carrozza, Nechljudov si meravigliava di sé, a tal punto che si sentiva un altro uomo, ora.
Il matrimonio con Missy, che il giorno prima gli era sembrato così vicino, gli appariva ormai del tutto impossibile. Allora non aveva dubbi che lei sarebbe stata felice di sposarlo; ora si sentiva indegno non solo di sposarla, ma anche di esserle amico. «Se solo sapesse chi sono, non vorrebbe saperne di me. E io che le rimproveravo la sua civetteria con quel signore. Ma no, anche se adesso mi sposasse, potrei forse essere non dico felice, ma tranquillo, sapendo che l'altra è là, in prigione, e domani o dopodomani andrà a tappe ai lavori forzati. L'altra, la donna che ho rovinato, andrà ai lavori forzati, e io qui riceverò felicitazioni e farò visite con la giovane sposa. Oppure col maresciallo della nobiltà, che ho vergognosamente tradito, conterò in assemblea i voti pro e contro la mozione sull'ispettorato scolastico dello zemstvo, e via dicendo e poi fisserò un appuntamento a sua moglie (che infamia!); o continuerò il quadro, che evidentemente non sarà mai finito, perché non è di queste sciocchezze che devo occuparmi e adesso non posso far nulla di tutto ciò» - si diceva e non finiva di rallegrarsi del mutamento interiore che avvertiva.
«Innanzitutto, - pensava, - ora devo vedere l'avvocato, e conoscere la sua decisione, e poi... poi vederla in prigione, la detenuta di ieri, e dirle tutto».
E quando s'immaginava che l'avrebbe rivista, che le avrebbe detto tutto, avrebbe confessato la sua colpa dinanzi a lei e dichiarato l'intenzione di fare tutto il possibile, di sposarla, per riparare la sua colpa, allora un sentimento particolare lo esaltava, e gli spuntavano le lacrime agli occhi.
XXXIV
Appena giunto in tribunale, Nechljudov incontrò in corridoio l'usciere del giorno prima e gli chiese dove si trovavano i detenuti già condannati dal tribunale e da chi dipendeva il permesso di visitarli. L'usciere spiegò che i detenuti si trovavano in luoghi diversi e che prima della pubblicazione della sentenza in forma definitiva il permesso per le visite dipendeva dal procuratore.
- Glielo dirò e l'accompagnerò io dopo l'udienza. Il procuratore non è ancora arrivato. Dopo l'udienza. E adesso si accomodi. Il processo sta per iniziare.
Nechljudov ringraziò per la sua cortesia l'usciere, che stavolta gli era parso particolarmente degno di commiserazione, e si avviò verso la stanza dei giurati.
Mentre si avvicinava alla stanza, i giurati già ne uscivano per entrare nell'aula delle udienze. Il mercante era sempre allegro e anche stavolta, come il giorno avanti, aveva mangiato e bevuto, e accolse Nechljudov come un vecchio amico. Anche Pëtr Gerasimoviè stavolta non suscitò in Nechljudov alcuna sensazione sgradevole con la sua familiarità e la sua risata.
Nechljudov avrebbe voluto raccontare anche a tutti i giurati dei suoi rapporti con l'imputata del giorno prima. «Davvero, - pensava, - ieri durante il processo avrei dovuto alzarmi e dichiarare pubblicamente la mia colpa». Ma quando entrò nell'aula delle udienze insieme ai giurati e ricominciò la solita procedura: di nuovo «entra la corte», di nuovo i tre con il colletto sulla pedana, di nuovo il silenzio, i giurati che si sedevano sulle sedie dagli alti schienali, i gendarmi, il ritratto, il sacerdote, - sentì che sebbene fosse necessario farlo, anche il giorno prima non avrebbe potuto turbare quella solennità.
I preparativi del processo furono gli stessi del giorno prima (escluso il giuramento dei giurati e il discorso indirizzato loro dal presidente).
Quel giorno si trattava di furto con scasso. L'imputato, scortato da due gendarmi con le spade sguainate, era un magro ragazzo di vent'anni, stretto di spalle, con una divisa grigia e un grigio viso esangue. Sedeva solo al banco degli imputati e guardava di traverso quelli che entravano. Questo ragazzo era accusato di aver scassinato la serratura di una rimessa, insieme a un compagno, e di averne rubato delle vecchie stuoie per un valore di tre rubli e sessantasette copeche. Dall'atto d'accusa emergeva che una guardia urbana l'aveva fermato mentre andava col compagno, che portava le stuoie sulla spalla. I due avevano subito confessato ed erano stati messi in carcere. Il compagno del ragazzo, un meccanico, era morto in prigione, ed ecco che il ragazzo veniva processato da solo. Le vecchie stuoie stavano sul tavolo dei corpi del reato.
Il processo si svolse esattamente come il giorno prima, con tutto l'arsenale di prove, indizi, testimoni e relativo giuramento, interrogatorio degli esperti e domande incrociate. La guardiatestimone, alle domande del presidente, dell'accusa e della difesa tagliava corto con voce inespressiva: «Signorsì», «Non saprei», e di nuovo «Signorsì»..., ma nonostante la sua ottusità soldatesca e il suo automatismo si vedeva che provava compassione per il ragazzo e parlava malvolentieri del suo arresto.
L'altro teste, la parte lesa, ovvero il vecchio padrone di casa e possessore delle stuoie, evidentemente un tipo bilioso, quando gli chiesero se riconosceva sue le stuoie lo fece con grande piacere; ma quando il sostituto procuratore cominciò a chiedergli che uso intendesse farne, e se gli servissero molto, egli si arrabbiò e rispose:
- E che vadano all'inferno queste stuoie, non so che farmene, io. Se avessi saputo che mi avrebbero causato tante seccature, altro che sporger denuncia, avrei pagato in aggiunta un biglietto rosso, anzi due ne avrei dati, pur di non essere trascinato all'interrogatorio. Solo di carrozza ho speso quasi cinque rubli. E poi sono malato. Ho l'ernia e i reumatismi.
Così dicevano i testimoni, e quanto all'accusato confessava tutto, e guardandosi intorno stralunato, come una bestiola in trappola, raccontava con voce rotta come si erano svolti i fatti.
Il caso era chiaro, ma il sostituto procuratore, proprio come il giorno prima, alzando le spalle faceva domande insidiose, destinate a smascherare l'astuto criminale.
Nella sua requisitoria dimostrava che il furto era stato commesso in un'abitazione e con scasso, e perciò al ragazzo si doveva comminare il massimo della pena.
Il difensore d'ufficio invece dimostrava che il furto non era stato commesso in un'abitazione e quindi, benché non si potesse negare il reato, il delinquente non era ancora pericoloso per la società come affermava il sostituto procuratore.
Il presidente, proprio come il giorno prima, voleva rappresentare l'imparzialità e la giustizia, e spiegava dettagliatamente e istruiva i giurati su cose che già sapevano e non potevano non sapere. Proprio come il giorno prima si facevano gli intervalli, così si fumava, così l'usciere strillava: «Entra la corte», e così, cercando di non addormentarsi, i due gendarmi sedevano con le armi sguainate, a minacciare il criminale.
Dal processo emerse che quel ragazzo fin da bambino era stato collocato dal padre in una manifattura di tabacco, dove aveva vissuto cinque anni. Quell'anno era stato licenziato in seguito a certi incidenti occorsi fra il padrone e gli operai, e, rimasto senza lavoro, girava sfaccendato per la città, bevendosi gli ultimi soldi. In un'osteria aveva incontrato un altro come lui, un meccanico che aveva perso il posto ancor prima e che beveva parecchio, e insieme una notte, ubriachi, avevano scassinato la serratura e portato via la prima cosa che era capitata. Li avevano presi. Avevano confessato tutto. Li avevano messi in prigione, dove il meccanico, in attesa del processo, era morto. Ed ecco che il ragazzo veniva ora processato come un essere pericoloso da cui bisognava proteggere la società. «Un essere pericoloso come la delinquente di ieri, - pensava Nechljudov ascoltando quanto si svolgeva dinanzi a lui. - Loro sono pericolosi, e noi non lo siamo? Io sono un dissoluto, un libertino, un traditore, e tutti noi, tutti quelli che, conoscendomi così come sono, non solo non mi disprezzavano, ma mi rispettavano? Ma se anche fosse questo ragazzo la persona più pericolosa per la società fra tutta la gente che si trova in quest'aula, che cosa bisognerebbe fare, secondo il buon senso, ora che l'abbiamo in mano nostra?
«Perché è evidente che questo ragazzo non è un malfattore speciale, ma una persona comunissima, lo vedono tutti, e che si è ridotto così solo perché si è trovato nelle condizioni che generano le persone come lui. E perciò mi sembra chiaro che perché non ci siano ragazzi simili bisogna sforzarsi di eliminare le condizioni in cui si formano questi infelici.
«E invece cosa facciamo? Acciuffiamo il primo ragazzo del genere che ci capita sotto mano per caso, sapendo benissimo che migliaia di altri restano impuniti, e lo rinchiudiamo in prigione, in condizioni di ozio assoluto o del più malsano e insensato lavoro, in compagnia di persone indebolite e smarrite nella vita come lui, e poi lo deportiamo a spese dello stato, insieme alla gente più depravata, dal governatorato di Mosca e quello d'Irkutsk.
«E per eliminare le condizioni che generano tali persone non solo non facciamo nulla, ma anzi promuoviamo le istituzioni in cui si producono. E si sa quali sono queste istituzioni: fabbriche, officine, laboratori, osterie, bettole, case di tolleranza. E non solo non eliminiamo tali istituzioni, ma ritenendole necessarie le promuoviamo, le regolamentiamo.
«E così educhiamo non uno, ma milioni di uomini, e poi ne acciuffiamo uno e c'immaginiamo di aver fatto qualcosa, di esserci tutelati, e che ormai non si possa pretendere altro da noi: l'abbiamo tradotto dal governatorato di Mosca a quello d'Irkutsk, - pensava Nechljudov con insolita lucidità e chiarezza, seduto sulla sua sedia vicino al colonnello, mentre ascoltava le diverse intonazioni delle voci del difensore, del procuratore e del presidente, e guardava i loro gesti sicuri. - E poi quanti e quali strenui sforzi costa questa finzione, - continuava a pensare Nechljudov, osservando quella sala enorme, quei ritratti, le lampade, le poltrone, le uniformi, quei muri spessi, le finestre, ricordando tutta la mole di quell'edificio e la mole ancor maggiore dell'istituzione stessa, tutto l'esercito di funzionari, scrivani, custodi, fattorini, non solo lì, ma in tutta la Russia, che ricevevano uno stipendio per quella commedia che non serviva a nessuno. - Che accadrebbe se indirizzassimo anche solo la centesima parte di questi sforzi per aiutare le creature derelitte a cui ora guardiamo come a braccia e corpi necessari alla nostra tranquillità e comodità? Perché sarebbe bastato che si trovasse una persona - pensava Nechljudov guardando il viso malato e impaurito del ragazzo, - che s'impietosisse di lui, fin da quando la miseria spinse i suoi a mandarlo in città dalla campagna, e soccorresse quella miseria; o anche quando era già in città e dopo dodici ore di lavoro in fabbrica si faceva trascinare in osteria dai compagni più grandi, se allora si fosse trovata una persona che gli dicesse: "Non andarci, Vanja, non è bene", quel ragazzo non ci sarebbe andato, non avrebbe perso tempo in chiacchiere e non avrebbe fatto nulla di male.
«Ma di persone che s'impietosissero di lui non se n'era trovata neanche una in tutto quel tempo, mentre come una bestiolina viveva in città i suoi anni di apprendistato, e rapato a zero per non prendersi i pidocchi correva a far compere per gli operai; al contrario, tutto ciò che aveva sentito da operai e compagni da quando viveva in città era che è in gamba chi inganna, chi beve, chi bestemmia, chi picchia e conduce una vita viziosa. Quando poi, ammalato e corrotto da un lavoro malsano, dal bere e dal vizio, inebetito e sventato, come in sogno, bighellonando senza meta per la città va a introdursi stupidamente in una rimessa e ne ruba delle stuoie che non servono a nessuno, allora noi tutti, uomini agiati, ricchi, colti, che non ci siamo affatto preoccupati di eliminare le cause che hanno condotto quel ragazzo alla sua attuale situazione, pretendiamo per giunta di rimediare punendo il ragazzo.
«Orrore! Non sai se qui è più la crudeltà o il nonsenso. Ma pare che sia l'una che l'altro abbiano raggiunto il colmo».
Nechljudov pensava a tutto ciò, e ormai non ascoltava più quello che gli si svolgeva dinanzi. E inorridiva egli stesso di ciò che gli si andava rivelando. Si stupiva di come avesse potuto non vederlo prima, di come avessero potuto non vederlo gli altri.
XXXV
Non appena fu annunciato il primo intervallo, Nechljudov si alzò e uscì in corridoio con l'intenzione di non tornare più al processo. Facessero di lui ciò che volevano, ma non poteva più partecipare a quella farsa orribile e ripugnante.
Saputo dov'era l'ufficio del procuratore, Nechljudov andò da lui. Il commesso non voleva lasciarlo entrare, e spiegava che il procuratore in quel momento era occupato. Ma Nechljudov, senza ascoltarlo, varcò la soglia e si rivolse a un impiegato che passava chiedendogli di riferire al procuratore che era un giurato e che doveva vederlo per una faccenda molto importante. Il titolo principesco e l'abito elegante aiutarono Nechljudov. L'impiegato riferì al procuratore, e Nechljudov fu introdotto. Il procuratore lo accolse in piedi, evidentemente infastidito dall'insistenza con cui Nechljudov aveva preteso un incontro con lui.
- Che cosa desidera? - domandò severo il procuratore.
- Sono un giurato, il mio nome e Nechljudov, e ho bisogno di vedere l'imputata Maslova, - disse Nechljudov in fretta e con decisione, arrossendo e sentendo che stava compiendo un'azione che avrebbe avuto conseguenze determinanti sulla sua vita.
Il procuratore era un uomo piuttosto piccolo e bruno, con corti capelli brizzolati, svelti occhi luccicanti e una folta barbetta tagliata corta sulla mandibola sporgente.
- Maslova! Come no, ho presente. Era accusata di avvelenamento, - disse tranquillo il procuratore. - E perché deve vederla? - E poi, quasi per attenuare, aggiunse: - Non posso darle l'autorizzazione senza sapere per cosa le occorre.
- Mi occorre per una faccenda personale di particolare importanza, - disse Nechljudov, avvampando.
- Ah, così, - disse il procuratore e sollevando gli occhi squadrò attentamente Nechljudov. - Il suo caso è già stato discusso oppure no?
- È stata processata ieri e condannata a quattro anni di lavori forzati, ingiustamente. È innocente.
- Ah, così. Se è stata condannata solo ieri, - disse il procuratore, senza far minimamente caso alla dichiarazione di Nechljudov circa l'innocenza della Maslova, - fino alla pubblicazione della sentenza in forma definitiva deve trovarsi ancora all'istituto di carcerazione preventiva. Là i colloqui sono consentiti solo in determinati giorni. Le consiglio di rivolgersi là.
- Ma devo vederla il più presto possibile, - disse Nechljudov con un tremito alla mandibola, sentendo avvicinarsi il momento decisivo.
- Ma perché - chiese il procuratore, inarcando le sopracciglia con una certa inquietudine.
- Perché è innocente e condannata ai lavori forzati. E la colpa di tutto è mia, - disse Nechljudov con voce tremante, sentendo nello stesso tempo che diceva ciò che non avrebbe dovuto dire.
- E in che modo? - domandò il procuratore.
- Perché l'ho ingannata e messa nella situazione in cui si trova ora. Se lei non fosse quale io l'ho portata ad essere, non si sarebbe neppure esposta a una simile imputazione.
- E tuttavia non vedo cosa c'entri con il colloquio.
- È che voglio seguirla e... sposarla, - proruppe Nechljudov. E come sempre, appena ebbe toccato l'argomento, gli spuntarono le lacrime agli occhi.
- Sì! Ah, ecco! - disse il procuratore. - È davvero un caso estremamente singolare. Lei è consigliere dello zemstvo di Krasnopërsk, se non sbaglio? - domandò il procuratore, come se si rammentasse di aver già sentito parlare di questo Nechljudov che adesso gli annunciava una decisione così strana.
- Mi scusi, ma non penso che questo c'entri con la mia richiesta, - rispose con cattiveria Nechljudov, avvampando.
- No, naturalmente, - disse il procuratore con un sorriso appena percettibile e senza affatto scomporsi, - ma il suo desiderio è così insolito ed esula talmente dalle forme consuete...
- Dunque posso avere l'autorizzazione?
- Autorizzazione? Sì, ora le do un lasciapassare. Abbia la compiacenza di sedersi.
Andò al tavolo, si sedette e cominciò a scrivere.
- Prego, si accomodi.
Nechljudov restava in piedi.
Scritto il lasciapassare, il procuratore consegnò il foglio a Nechljudov, guardandolo con curiosità.
- Devo inoltre comunicarle, - disse Nechljudov, - che non posso continuare a partecipare alla sessione.
- Come lei sa, bisogna fornire dei motivi validi alla corte.
- Il motivo è che ritengo qualsiasi tribunale non solo inutile, ma immorale.
- Ah, così, - disse il procuratore col suo solito sorriso appena percettibile, come se con quel sorriso volesse mostrare che tali dichiarazioni non gli erano nuove, e per lui appartenevano a una ben nota, divertente categoria. - Ah, così, ma naturalmente capirà che in qualità di procuratore del tribunale non posso essere d'accordo con lei. E perciò le consiglio di darne comunicazione alla corte, che deciderà in merito e riconoscerà valida o meno la richiesta, ed eventualmente le infliggerà un'ammenda. Si rivolga alla corte.
- L'ho già comunicato e non andrò da nessun'altra parte, - disse adirato Nechljudov.
- I miei rispetti, - disse il procuratore chinando il capo, desiderando evidentemente liberarsi al più presto di quello strano visitatore.
- Chi era quel tipo? - domandò un giudice del tribunale, entrando nello studio del procuratore subito dopo che Nechljudov ne fu uscito.
- Nechljudov, sa, quello che già nel distretto di Krasnopërsk, all'assemblea dello zemstvo, faceva varie strane comunicazioni. E si figuri che è giurato e fra gli imputati è capitata una donna o una ragazza, condannata ai lavori forzati, che dice di aver ingannato, e adesso vuole sposarla.
- Possibile?
- Così mi ha detto... e in uno strano stato di esaltazione.
- C'è qualcosa, una certa anormalità nella gioventù di oggi.
- Lui però non è più tanto giovane.
- Be', mio caro, non se ne può più del suo illustre Ivašenkov. Prende per logoramento: parla e parla all'infinito.
- Bisogna semplicemente fermarli, altrimenti sono dei veri e propri ostruzionisti...
XXXVI
Dal procuratore, Nechljudov andò direttamente all'istituto di carcerazione preventiva. Ma risultò che lì non c'era nessuna Maslova, e il direttore spiegò a Nechljudov che doveva essere nella vecchia prigione di transito. Nechljudov vi si recò.
Effettivamente Ekaterina Maslova si trovava là. Il procuratore aveva dimenticato che circa sei mesi prima c'era stato un caso politico gonfiato fino all'estremo, e a quanto pareva provocato dai gendarmi, in seguito al quale tutti i posti del carcere preventivo erano stati occupati da studenti, medici, operai, studentesse e infermiere.
La distanza fra il carcere preventivo e la fortezza di transito era enorme, e Nechljudov giunse alla fortezza solo verso sera. Voleva avvicinarsi alla porta dell'enorme, tetro edificio, ma la sentinella non lo lasciò passare, e si limitò a suonare. Al suono del campanello uscì un carceriere, Nechljudov mostrò il suo permesso, ma quegli disse che senza il direttore non poteva lasciarlo entrare. Nechljudov si recò dal direttore. Già salendo le scale, udì al di là della porta le note di un difficile pezzo virtuosistico suonato al pianoforte. Quando poi una cameriera rabbiosa con un occhio bendato gli aprì la porta, questi suoni parvero prorompere da una stanza e colpirono il suo udito. Era un'arcinota rapsodia di Liszt, suonata benissimo, ma solo fino a un punto. Quando si arrivava a quel punto, ricominciava daccapo. Nechljudov domandò alla cameriera bendata se il direttore era in casa.
La cameriera rispose di no.
- Tornerà presto?
La rapsodia si fermò di nuovo e di nuovo si ripeté, brillante e fragorosa, fino al punto stregato.
- Vado a chiedere.
E la cameriera uscì.
La rapsodia aveva appena ripreso l'aire, che all'improvviso, senza raggiungere il punto stregato, s'interruppe e si udì una voce.
- Digli che non c'è e per oggi non ci sarà. È fuori a cena, perché vengono a disturbare, - si udì una voce di donna oltre la porta, e di nuovo risuonò la rapsodia, ma di nuovo si fermò e si udì il rumore di una sedia spostata. Evidentemente la pianista stizzita voleva redarguire di persona il seccatore giunto a quell'ora inopportuna.
- Il papà non c'è, - disse arrabbiata, uscendo, una ragazza pallida dall'aria patita, con i capelli cotonati e malinconici occhi cerchiati. Vedendo un giovanotto con un cappotto elegante si raddolcì. - Entri, prego... Che cosa desidera?
- Vedere una detenuta.
- Forse una politica?
- No, non una politica. Ho l'autorizzazione del procuratore.
- Be', io non so, il papà non c'è. Ma si accomodi, prego, - lo invitò di nuovo dalla piccola anticamera. - Altrimenti si rivolga al vicedirettore, adesso è in ufficio, parli con lui. Come si chiama?
- La ringrazio, - disse Nechljudov, senza rispondere alla domanda, e uscì.
Non avevano ancora fatto in tempo a richiudere la porta dietro di lui, che riattaccarono le medesime note vivaci, briose, così poco adatte sia al luogo in cui erano suonate sia al viso della ragazza che così caparbiamente vi si esercitava. In cortile Nechljudov incontrò un giovane ufficiale con i baffi tinti e ritti e gli domandò del vicedirettore. Era lui in persona. Prese il lasciapassare, lo guardò e disse che non poteva lasciarlo entrare con un permesso per il carcere preventivo. E poi era già tardi...
- Favorisca domani. Domani alle dieci è orario di visita per tutti; venga, anche il direttore sarà a casa. Allora potrà avere un colloquio nel parlatorio comune, o anche in ufficio, se il direttore lo consentirà.
Così, senza aver ottenuto un incontro per quel giorno, Nechljudov si diresse verso casa. Agitato dall'idea di vederla, Nechljudov camminava per le strade, ricordando non più il processo, ma le sue conversazioni con il procuratore e il vicedirettore. Il fatto di aver cercato un incontro con lei e di aver manifestato la sua intenzione al procuratore e di essere stato in due prigioni, preparandosi a vederla, lo agitava tanto che a lungo non poté calmarsi. Giunto a casa, prese subito i suoi diari, da tempo abbandonati, ne rilesse alcuni brani e scrisse quanto segue: «Per due anni non ho tenuto un diario, pensando che non sarei più tornato a queste bambinate. Ma non era una bambinata, bensì un dialogo con me stesso, con l'io più autentico, divino, che vive in ogni uomo. Per tutto questo tempo quell'io ha dormito, e io non avevo con chi dialogare. L'ha ridestato lo straordinario avvenimento del 28 aprile, durante il processo in cui ero giurato. Sul banco degli imputati ho visto lei, quella Katjuša che avevo ingannato, in divisa da carcerata. Per uno strano equivoco e per un mio errore l'hanno condannata ai lavori forzati. Oggi sono stato dal procuratore e in prigione. Non mi hanno lasciato entrare, ma ho deciso di fare di tutto per vederla, confessarle la mia colpa e ripararla, fosse anche col matrimonio. Signore, aiutami! La mia anima è serena e piena di gioia».
XXXVII
Quella notte la Maslova tardò ancor molto ad addormentarsi, e restò distesa ad occhi aperti; guardando la porta, nascosta di tanto in tanto dalla figlia del chierico che camminava avanti e indietro, e ascoltando il respiro affannoso della rossa, pensava.
Pensava che non avrebbe a nessun costo sposato un forzato, a Sachalin, ma avrebbe trovato un'altra sistemazione: con qualcuno dei comandanti, con uno scrivano, piuttosto con un carceriere o anche un aiutante. Quelli non cercano altro. «Purché non dimagrisca. Altrimenti sono rovinata». E ricordò come l'aveva guardata il difensore, e come l'aveva guardata il presidente, e come l'avevano guardata gli uomini che aveva incontrato e che le erano passati accanto apposta in tribunale. Ricordò che Berta, venuta a trovarla in prigione, le aveva raccontato che lo studente che aveva amato quando stava dalla Kitaeva era venuto a chiedere di lei e si era molto dispiaciuto. Ricordò la lite con la rossa e ne provò compassione. Ricordò il fornaio che le aveva mandato una pagnotta in più. Ricordò molti, ma non Nechljudov. Della sua infanzia e giovinezza, e in particolare del suo amore per Nechljudov, non si ricordava mai. Sarebbe stato troppo doloroso. Questi ricordi restavano intatti in qualche angolo in fondo alla sua anima. Nemmeno in sogno rivedeva mai Nechljudov. Adesso al processo non l'aveva riconosciuto non tanto perché l'ultima volta l'aveva visto da militare, senza barba, con dei piccoli baffetti e i capelli corti ma folti e ricciuti, mentre adesso era un uomo dall'aria matura e con la barba, quanto perché non pensava mai a lui. Aveva seppellito tutti i ricordi del suo passato con lui in quella terribile notte scura, quando tornando dall'esercito non si era fermato dalle zie.
Fino a quella notte, finché aveva sperato che lui si fermasse, non solo non le era pesato il bambino che portava in seno, ma spesso s'era intenerita e stupita ai suoi movimenti dolci, e talvolta bruschi dentro di sé. Ma da quella notte tutto fu diverso. Anche il nascituro divenne soltanto un intralcio.
Le zie aspettavano Nechljudov, gli avevano chiesto di passare a trovarle, ma egli aveva telegrafato che non poteva perché doveva essere a Pietroburgo entro il termine. Quando Katjuša lo seppe, decise di andare alla stazione per vederlo. Il treno passava di notte, alle due. Katjuša mise a letto le signorine e dopo aver convinto la piccola Maška, la figlia della cuoca, ad accompagnarla, indossò delle vecchie scarpe, si coprì con lo scialle, uscì furtivamente e corse alla stazione.
Era una buia notte d'autunno, piovosa e ventosa. La pioggia ora cominciava a sferzare a goccioloni tiepidi, ora cessava. Nei campi non si vedeva la strada sotto i piedi, e nel bosco era nero come nella stufa, e Katjuša pur conoscendo bene la strada si smarrì, e arrivò alla piccola stazione, dove il treno si fermava tre minuti, non in anticipo come sperava, ma dopo il secondo segnale. Uscendo di corsa sulla banchina, Katjuša lo vide subito al finestrino di una carrozza di prima classe. In quella carrozza c'era una luce particolarmente viva. Sulle poltrone di velluto sedevano uno di fronte all'altro due ufficiali in maniche di camicia che giocavano a carte. Sul tavolinetto sotto il finestrino ardevano grosse candele rivestite di moccoli. Lui, con i calzoni attillati e la camicia bianca sedeva sul bracciolo della poltrona, appoggiato alla spalliera, e rideva. Non appena lo riconobbe, bussò al finestrino con la mano intirizzita. Ma in quel momento risuonò il terzo segnale, e il treno si mosse lentamente, prima all'indietro, e poi i vagoni cominciarono ad avanzare a scossoni, uno dopo l'altro. Uno dei giocatori si alzò con le carte in mano e guardò al finestrino. Lei bussò ancora una volta e appiccicò il viso al vetro. In quel momento diede uno strattone anche la carrozza presso cui stava, e si mosse. Lei la seguì, guardando il finestrino. L'ufficiale voleva abbassarlo, ma non ci riusciva. Nechljudov si alzò e, scostato l'ufficiale, ci provò anche lui. Il treno prese velocità. Lei camminava svelta, senza restare indietro, ma il treno continuava a prendere velocità, e proprio nel momento in cui il finestrino si abbassò il controllore le diede uno spintone e saltò in vettura. Katjuša restò indietro, ma continuò a correre sulle tavole bagnate della banchina; poi la banchina finì, e per poco non cadde a terra, scendendo di corsa i gradini. Correva, ma la carrozza di prima classe era già lontana. Già le sfilavano davanti le carrozze di seconda classe, poi ancora più velocemente quelle di terza, ma lei continuava a correre. Quando corse via l'ultimo vagone, con il fanale dietro, era ormai oltre la pompa dell'acqua, fuori del riparo, e il vento la investì strappandole lo scialle dal capo e incollandole il vestito alle gambe da un lato. Il vento le portò via lo scialle, ma lei continuava a correre.
- Zietta, Michajlovna! - gridava la bambina, tenendole dietro a fatica. - Ha perso lo scialle!
«Lui in un vagone illuminato sta seduto su una poltrona di velluto, scherza, beve, e io resto qui nel fango, al buio, alla pioggia e al vento - e piango», - pensava Katjuša; si fermò e, gettato indietro il capo e afferratolo fra le mani, scoppiò in singhiozzi.
- Se n'è andato! - gridò.
La bambina si spaventò e le abbracciò il vestito bagnato.
- Zietta, andiamo a casa.
«Passerà un treno - sotto un vagone ed è finita», - pensava intanto Katjuša, senza rispondere alla bambina.
Aveva deciso che avrebbe fatto così. Ma subito, come sempre accade nel primo attimo di quiete dopo un'emozione, lui, il bambino, il suo bambino, che era dentro di lei, a un tratto sussultò, scalciò e si distese mollemente, poi riprese a battere con qualcosa di sottile, tenero e aguzzo. E improvvisamente tutto ciò che per un attimo l'aveva tanto angosciata che le era parso impossibile vivere, tutto il rancore contro di lui e il desiderio di vendicarsi, non fosse altro che con la propria morte, - tutto ciò improvvisamente si allontanò. Si calmò, si riprese, si avvolse nello scialle e andò a casa in fretta.
Sfinita, bagnata, infangata, tornò a casa, e da quel giorno iniziò in lei quel rivolgimento spirituale in seguito al quale era divenuta ciò che era adesso. Da quella notte paurosa cessò di credere al bene. Prima credeva nel bene e che la gente credesse nel bene, ma da quella notte si convinse che nessuno ci credeva e che tutti quelli che parlavano di Dio e del bene lo facevano solo per ingannare gli altri. Lui, che amava e che l'amava, - questo lo sapeva - l'aveva abbandonata dopo averla sedotta e aver oltraggiato i suoi sentimenti. E lui era il migliore degli uomini che conosceva. Tutti gli altri erano ancor peggio. E tutto ciò che le accadde a ogni passo lo confermava. Le zie di lui, vecchiette devote, la scacciarono quando non poté più servirle come prima. Di tutte le persone con cui ebbe a che fare, le donne cercavano di guadagnar denaro per mezzo suo, gli uomini, a cominciare dal vecchio commissario di polizia fino ai carcerieri, la consideravano un oggetto di piacere. E per tutti non esisteva altro al mondo che il piacere, proprio quel piacere. In ciò la confermò ancor più il vecchio scrittore con cui ebbe una relazione nel secondo anno della sua vita libera. Era proprio così che le diceva, che in questo - la chiamava poesia ed estetica - consiste tutta la felicità.
Tutti vivevano solo per sé, per il proprio piacere, e tutte le parole su Dio e sul bene erano inganno. Se poi qualche volta sorgevano domande sul perché di quel mondo così male ordinato che tutti si tormentavano a vicenda e tutti soffrivano, bastava non pensarci. Se si annoiava - fumava o beveva, oppure, meglio ancora, faceva l'amore con un uomo, e le passava.
XXXVIII
Il giorno seguente, domenica, alle cinque del mattino, quando nel corridoio femminile della prigione risuonò il solito fischio, la Korablëva, che era già sveglia, chiamò la Maslova.
«Forzata», - pensò con orrore la Maslova, sfregandosi gli occhi e inspirando suo malgrado l'aria terribilmente fetida del mattino, e voleva riaddormentarsi, rifugiarsi nella regione dell'inconscio, ma l'abitudine alla paura sopraffece il sonno, e si alzò e si sedette a gambe incrociate, guardandosi intorno. Le donne si erano già alzate, solo i bambini dormivano ancora. La venditrice di alcolici dagli occhi sporgenti stava sfilando il camiciotto steso sotto ai bambini, delicatamente, per non svegliarli. La rivoltosa appendeva vicino alla stufa gli stracci che le servivano da pannolini, mentre il bambino strillava disperatamente in braccio a Fedos'ja, che lo cullava e ninnava con voce dolce. La tisica, premendosi le mani sul petto, col volto iniettato di sangue, espettorava e nelle pause, sospirando, quasi gridava. La rossa, sveglia, distesa a pancia all'aria con le grasse gambe piegate, raccontava ad alta voce e allegramente il sogno che aveva fatto. La vecchia incendiaria stava di nuovo dinanzi all'immagine, e bisbigliando sempre le stesse parole si segnava e inchinava. La figlia del chierico sedeva immobile sul tavolaccio e fissava nel vuoto lo sguardo ottuso, ancora addormentato. La Belloccia si arricciava sul dito i neri capelli unti e ispidi.
Si udirono dei passi ciabattare in corridoio, sferragliò il chiavistello ed entrarono due detenuti addetti ai buglioli, in giubbe e calzoni grigi corti, molto al di sopra della caviglia; con facce serie e irose sollevarono su una pertica il bigoncio puzzolente e lo portarono fuori dalla cella. Le donne uscirono in corridoio per lavarsi ai rubinetti. Lì vi fu una lite fra la rossa e una donna uscita dalla camerata vicina. Di nuovo ingiurie, grida, lamentele...
- Allora volete la cella di rigore! - gridò il carceriere e diede sulla grassa schiena nuda della rossa una manata così forte che echeggiò per tutto il corridoio. - Che non senta più la tua voce.
- Ehi, si è scaldato il vecchio, - disse la rossa, prendendo quel trattamento per una carezza.
- Su, svelte! Preparatevi per la messa.
La Maslova non fece in tempo a pettinarsi, che giunse il direttore col seguito.
- All'appello! - gridò il carceriere.
Dalla cella vicina uscirono altre detenute, e tutte si disposero in due file in corridoio: le donne della fila di dietro dovevano posare le mani sulle donne della prima fila. Furono tutte contate.
Dopo l'appello giunse la sorvegliante e condusse le detenute in chiesa. La Maslova e Fedos'ja si trovarono in mezzo a una colonna costituita da più di cento donne, uscite da tutte le celle. Tutte portavano camicette, gonne e fazzoletti bianchi, e solo qua e là se ne vedevano alcune con i loro abiti variopinti. Erano le mogli che seguivano i mariti con i bambini. Tutta la scala era occupata da questo corteo. Si udiva il calpestio sommesso dei piedi calzati di koty, un brusio di voci, qualche risata. A una svolta la Maslova vide la faccia astiosa della sua nemica, la Boèkova, che camminava davanti, e la indicò a Fedos'ja. Una volta scese, le donne tacquero, e facendosi il segno della croce e inchinandosi cominciarono a varcare il portone della chiesa ancor vuota, splendente d'oro. Il loro posto era a destra ed esse cominciarono a disporvisi, stringendosi e accalcandosi l'una sull'altra. Dietro le donne entrarono in divisa grigia i detenuti in transito, che aspettavano in prigione di essere deportati secondo il verdetto della comunità rurale, e tossendo forte si ammassarono compatti a sinistra e nel centro della chiesa. Sopra, in cantoria, erano già stati condotti precedentemente da un lato i forzati con le teste rasate a metà, che manifestavano la propria presenza con lo stridio delle catene, e dall'altro i detenuti in attesa di giudizio, non rasati né incatenati.
La chiesa del carcere era stata recentemente costruita e addobbata da un ricco mercante, che aveva speso per quest'opera alcune decine di migliaia di rubli, e scintillava tutta di colori accesi e d'oro.
Per un certo tempo in chiesa vi fu silenzio e si udirono solo soffiate di naso, colpi di tosse, pianti di bambini e di tanto in tanto il rumore delle catene. Ma ecco che i detenuti che stavano nel centro si spostarono, si strinsero l'uno all'altro, aprendo un varco nel mezzo, e per questo varco passò il direttore, che si fermò davanti a tutti, in mezzo alla chiesa.
XXXIX
Iniziò il servizio divino.
Il servizio divino consisteva in questo: il sacerdote, vestito di un abito speciale di broccato, strano e assai scomodo, tagliava e disponeva dei pezzetti di pane su un piattino e poi li metteva in una coppa di vino, pronunciando intanto diversi nomi e preghiere. Il chierico nel frattempo, senza mai fermarsi, prima leggeva e poi cantava alternandosi col coro dei detenuti diverse preghiere in slavo ecclesiastico, già di per sé poco comprensibili, e che la rapidità della lettura e il canto rendevano ancor meno comprensibili. Il contenuto delle preghiere consisteva prevalentemente nell'augurare prosperità al sovrano imperatore e alla sua famiglia. In proposito si recitarono molte preghiere, insieme ad altre e separatamente, in ginocchio. Inoltre il chierico lesse alcuni versetti degli Atti degli Apostoli, con una voce così strana e concitata, che non si poté capire nulla, e il sacerdote lesse molto chiaramente un brano del Vangelo di Marco in cui era detto che Cristo, resuscitato, prima di volare al cielo e sedere alla destra del Padre, apparve dapprima a Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demoni, e poi agli undici apostoli, e ordinò loro di predicare il vangelo a tutte le creature, annunciando che chi non avesse creduto sarebbe perito, mentre chi avesse creduto e si fosse battezzato sarebbe stato salvo e, inoltre, avrebbe scacciato i demoni, guarito la gente dalla malattia con l'imposizione delle mani, parlato lingue nuove, preso in mano i serpenti e, se avesse bevuto del veleno, non sarebbe morto, ma sarebbe rimasto illeso.
L'essenza del servizio divino consisteva nel presupporre che i pezzetti di pane tagliati dal sacerdote e immersi nel vino, in presenza di certe manipolazioni e preghiere si trasformassero nel corpo e sangue di Dio. Le manipolazioni consistevano in questo: il sacerdote levava in alto le braccia contemporaneamente, benché intralciato dal sacco di broccato che indossava, e le teneva così, poi s'inginocchiava e baciava il tavolo e ciò che vi stava sopra. Nel momento culminante dell'azione il sacerdote, preso con ambedue le mani un tovagliolo, lo agitava con gesto lento e uniforme sopra il piattino e la coppa d'oro. Si presupponeva che proprio in quel momento il pane e il vino diventassero il corpo e il sangue, e perciò questo punto del servizio divino era circondato da una solennità particolare.
- «Per la santissima, purissima e benedettissima Madre di Dio», - poi gridò forte il sacerdote da dietro il tramezzo, e il coro si mise a cantare solennemente che è ottima cosa glorificare la vergine Maria che diede alla luce Cristo conservando la verginità, e che perciò è degna di maggior onore di certi cherubini e di maggior gloria di certi altri serafini. Dopodiché si riteneva che la trasformazione si fosse compiuta, e il sacerdote, tolto il tovagliolo dal piattino, tagliò in quattro il pezzetto che stava nel mezzo e lo mise prima nel vino e poi in bocca. Si presupponeva che avesse mangiato un pezzetto del corpo di Dio e bevuto un sorso del suo sangue. Dopodiché il sacerdote tirò una tenda, aprì la porta centrale vi si affacciò tenendo in mano una coppa dorata, e invitò chiunque lo desiderasse a mangiare a sua volta il corpo e il sangue di Dio contenuti nella coppa.
Si presentarono alcuni bambini.
Dopo aver chiesto ai bambini i loro nomi, il sacerdote, attingendo cautamente dalla coppa con un cucchiaino, infilava ben in fondo alla bocca di ciascun bambino, a turno, un pezzetto di pane intinto nel vino, e il chierico subito, pulendo la bocca ai bambini, cantava con voce allegra un inno sui bambini che mangiano il corpo di Dio e bevono il suo sangue. Dopodiché il sacerdote portò la coppa dietro il tramezzo e lì, dopo aver bevuto tutto il sangue rimasto nella coppa e mangiato tutti i pezzetti del corpo di Dio, si succhiò accuratamente i baffi, asciugò la bocca e la coppa, e uscì a passo arzillo da dietro il tramezzo, nella più allegra disposizione di spirito, facendo scricchiolare le suole sottili degli stivali di vitello.
Con ciò si concluse il principale servizio divino cristiano. Ma il sacerdote, desiderando confortare gli infelici detenuti, alla liturgia solita ne aggiunse un'altra speciale. Questa liturgia speciale consisteva in questo: il sacerdote, messosi dinanzi a un'immagine presumibilmente cesellata e dorata (con il volto nero e le mani nere) di quello stesso Dio che aveva mangiato, illuminata da una decina di candele di cera, cominciò con voce strana e stonata a cantilenare le seguenti parole:
- «Gesù dolcissimo, gloria degli apostoli, Gesù mio, lode dei martiri, signore onnipotente, Gesù salvami, Gesù mio salvatore, Gesù mio bellissimo, a te ricorro, salvatore, Gesù, abbi pietà di me, per le preghiere della madre tua, Gesù, e di tutti i tuoi santi e di tutti i profeti, mio salvatore Gesù, e rendimi degno delle gioie del paradiso, Gesù misericordioso!»
A questo punto si fermò un po', tirò il fiato, si segnò, s'inchinò fino a terra, e tutti fecero altrettanto. S'inchinavano il direttore, il carceriere, i detenuti, e di sopra le catene cominciarono a tintinnare con particolare frequenza.
- «Creatore degli angeli e signore delle potenze, - riprese, - Gesù mirabilissimo, meraviglia degli angeli, Gesù potentissimo, liberazione degli avi, Gesù dolcissimo, gloria dei patriarchi, Gesù gloriosissimo, sostegno dei re, Gesù buonissimo, compimento dei profeti, Gesù meraviglioso, fortezza dei martiri, Gesù mitissimo, letizia dei monaci, Gesù clementissimo, dolcezza dei presbiteri, Gesù misericordiosissimo, astinenza dei penitenti, Gesù soavissimo, gioia dei beati, Gesù purissimo, castità dei vergini, Gesù sempiterno, salvezza dei peccatori, Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me», - arrivò finalmente alla pausa, ripetendo con un fischio sempre più forte la parola «Gesù», poi, tenendosi con la mano la tonaca foderata di seta e piegandosi su un ginocchio, s'inchinò fino a terra e il coro intonò le ultime parole:
«Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me».
E i detenuti si prostravano e si rialzavano, scotendo i capelli rimasti su metà della testa e facendo risonare le catene che sfregavano le loro gambe magre.
Così continuò per molto tempo. Prima venivano le lodi che finivano con le parole: «abbi pietà di me», e poi seguivano nuove lodi che finivano con la parola: «alleluia». E i detenuti si facevano il segno della croce, s'inchinavano, si prostravano a terra. Dapprima i detenuti s'inchinavano a ogni pausa, ma poi presero a inchinarsi solo ogni due, o anche ogni tre, e tutti furono molto felici quando le lodi terminarono e il sacerdote, con un sospiro di sollievo, chiuse il libretto e se ne andò dietro il tramezzo. Restava un'unica, ultima azione, che consisteva in questo: il sacerdote prese dal grande tavolo una croce dorata con piccoli medaglioni di smalto alle estremità, e uscì con essa in mezzo alla chiesa. Dapprima si avvicinò al sacerdote e baciò la croce il direttore, poi il vicedirettore, poi i carcerieri, poi, spingendosi l'un l'altro e ingiuriandosi sottovoce cominciarono ad avvicinarsi i detenuti. Il sacerdote, conversando col direttore, ficcava la croce e la propria mano sulla bocca, e talvolta sul naso dei detenuti che gli si accostavano, mentre quelli cercavano di baciare sia la croce che la sua mano. Così terminò il servizio divino cristiano, compiuto a edificazione e conforto dei fratelli traviati.
XL
E a nessuno dei presenti, a cominciare dal sacerdote e dal direttore per finire con la Maslova, venne in mente che quello stesso Gesù, il cui nome il sacerdote aveva ripetuto fischiando un tale infinito numero di volte, lodandolo con ogni sorta di strane parole, aveva proibito appunto tutto ciò che si faceva lì; aveva proibito non solo quella assurda stregoneria verbosa e sacrilega dei sacerdoti-maestri sul pane e il vino, ma aveva esplicitamente proibito che alcuni uomini chiamassero maestri altri uomini, aveva proibito le preghiere nei templi, e aveva comandato a ognuno di pregare in solitudine, aveva proibito i templi stessi, dicendo che era venuto per distruggerli e che bisognava pregare non nei templi, ma in spirito e verità; e soprattutto aveva proibito non solo di giudicare gli uomini e di tenerli reclusi, torturarli, disonorarli, giustiziarli, come si faceva lì, ma aveva proibito qualsiasi violenza sugli uomini, dicendo che era venuto per dare ai prigionieri la libertà.
A nessuno dei presenti venne in mente che tutto ciò che si compiva lì era la più grande profanazione e derisione di quello stesso Cristo in nome del quale si faceva tutto ciò. A nessuno venne in mente che la croce dorata con i piccoli medaglioni di smalto alle estremità che il sacerdote aveva portato fuori e dato da baciare alla gente non era nient'altro che la raffigurazione della forca su cui era stato giustiziato Cristo proprio per aver proibito ciò che adesso si faceva lì nel suo nome. A nessuno venne in mente che i sacerdoti che s'immaginano di mangiare il corpo e bere il sangue di Cristo nella forma del pane e del vino, mangiano davvero il suo corpo e bevono il suo sangue, ma non nei pezzetti di pane e nel vino, bensì perché scandalizzano quei «piccoli» con cui Cristo si era identificato, non solo, ma li privano del bene più grande e li sottopongono ai più crudeli tormenti, celando agli uomini la buona novella che egli era venuto a portare.
Il sacerdote faceva tutto ciò con la coscienza tranquilla, perché sin dall'infanzia era stato educato a pensare che quella era l'unica vera fede, in cui avevano creduto tutti i santi vissuti prima e credevano ora le autorità religiose e civili. Egli non credeva che il pane si trasformasse in corpo, che fosse utile per l'anima pronunciare tante parole o che quello che aveva mangiato fosse davvero un pezzetto di Dio, - a questo è impossibile credere, - ma credeva che bisognava credere in quella fede. E soprattutto lo confermava in questa fede il fatto che per celebrarne i riti guadagnava ormai da diciott'anni dei redditi con cui manteneva la famiglia, il figlio al ginnasio, la figlia in un istituto religioso. E così credeva anche il chierico, e ancor più fermamente del sacerdote, perché aveva del tutto dimenticato l'essenza del dogmi di quella fede, e sapeva soltanto che per la comunione, per la commemorazione dei defunti, per le ore, per il Te Deum semplice e per quello con le lodi, per tutto c'era una determinata tariffa, che i buoni cristiani pagavano volentieri, e perciò gridava i suoi «ab' pietà, ab' pietà», e cantava, e leggeva ciò che doveva con la stessa tranquilla certezza di far cosa necessaria con cui la gente vende legna, farina, patate. Quanto al direttore della prigione e ai carcerieri, benché non avessero mai saputo né approfondito in cosa consistessero i dogmi di quella fede e cosa significasse quanto si compiva in chiesa, - credevano che bisognava assolutamente credere in quella fede, perché i superiori e lo zar stesso ci credevano. Inoltre, sebbene confusamente (non avrebbero mai saputo spiegare in che modo accadeva), sentivano che quella fede giustificava il loro crudele lavoro. Se non ci fosse stata quella fede, per loro sarebbe stato più difficile, se non addirittura impossibile, impiegare tutte le proprie forze per torturare il prossimo, come ora facevano con la coscienza perfettamente tranquilla. Il direttore era un uomo di tale buon cuore che non avrebbe potuto vivere così, se non avesse trovato sostegno in quella fede. E perciò stava immobile, diritto, con fervore si inchinava e si segnava, cercava di commuoversi quando cantavano «I cherubini», e quando i bambini andarono a comunicarsi si fece avanti e con le proprie mani sollevò un ragazzino e lo tenne alzato mentre riceveva l'eucaristia.
Quanto alla maggioranza dei detenuti, esclusi i pochi che vedevano chiaramente tutto l'inganno esercitato sugli uomini di quella fede e che in cuor loro ne ridevano, la maggioranza credeva che in quelle icone dorate, candele, calici, paramenti, croci, ripetizioni delle incomprensibili parole «Gesù dolcissimo» e «ab' pietà» fosse racchiusa una forza misteriosa, per mezzo della quale si potevano ricavare grossi vantaggi in questa e nell'altra vita. Benché la maggioranza di loro avesse fatto diversi tentativi di ottenere vantaggi in questa vita per mezzo di preghiere, Te Deum e candele, ma senza ottenerli (le loro preghiere erano rimaste inascoltate), ognuno era fermamente convinto che l'insuccesso fosse casuale e che quella istituzione, approvata da gente colta e da metropoliti, fosse pur sempre un'istituzione molto importante e necessaria, se non per questa vita, certo per quella futura.
E così credeva anche la Maslova. Come gli altri, durante la messa provava un sentimento misto di devozione e noia. All'inizio stava in mezzo alla folla dietro il tramezzo e non poteva vedere nessuno, tranne le sue compagne; ma quando i comunicandi si mossero in avanti e anche lei si spostò insieme a Fedos'ja, vide il direttore e dietro, fra il direttore e un carceriere, un contadino con la barba biondissima e i capelli castani, il marito di Fedos'ja, che guardava fisso la moglie. La Maslova durante le lodi fu impegnata a esaminarlo e a bisbigliare con Fedos'ja, e si faceva il segno della croce e s'inchinava solo quando lo facevano tutti.
XLI
Nechljudov uscì di casa di buon'ora. Nel vicolo girava ancora un contadino che gridava con voce strana:
- Latte, latte, latte!
Il giorno innanzi era caduta la prima tiepida pioggia primaverile. Ovunque la strada non fosse selciata era spuntata improvvisamente l'erba; le betulle nei giardini si erano cosparse di lanugine verde, e i ciliegi selvatici e i pioppi spiegavano le loro lunghe foglie profumate, mentre nelle case e nei negozi si toglievano e pulivano le doppie finestre. Al mercatino dell'usato, che Nechljudov dovette costeggiare, una folla compatta brulicava intorno alle bancarelle allineate, e degli straccioni giravano con stivali sotto il braccio e pantaloni e gilet ben stirati gettati sulla spalla.
Nelle taverne già si accalcavano, liberi dalle loro fabbriche, operai con farsetti puliti e stivali lucidi e donne con sgargianti scialli di seta in testa e cappotti ornati di conterie. Le guardie urbane con i cordoncini gialli delle pistole stavano ai loro posti, spiando qualche disordine che potesse distrarli dalla loro noia mortale. Sui sentieri dei viali e sui prati appena rinverditi bambini e cani correvano, giocando, e allegre bambinaie chiacchieravano fra loro, sedute sulle panchine.
Per le vie, ancora fresche e umide sul lato sinistro, in ombra, e asciutte nel mezzo, senza interruzione rombavano sul selciato i pesanti carri da trasporto, tintinnavano le carrozzelle e scampanellavano i tram a cavalli. Da tutte le parti l'aria vibrava di suoni diversi e del rintocco delle campane, che chiamavano i fedeli ad assistere alla stessa funzione che si stava allora svolgendo nel carcere. E la gente vestita a festa si dirigeva verso le rispettive parrocchie.
Il vetturino non portò Nechljudov fino alla prigione, ma lo lasciò alla curva prima.
Alcune persone, uomini e donne, quasi tutti con degli involti, aspettavano a quella curva, che distava un centinaio di passi dalla prigione. A destra c'erano delle basse costruzioni di legno, a sinistra una casa a due piani con un'insegna. Il gigantesco edificio di pietra del carcere era più avanti, e i visitatori non vi si potevano avvicinare. Un soldato di guardia col fucile camminava avanti e indietro, apostrofando severamente quelli che cercavano di aggirarlo.
Davanti al cancello delle costruzioni di legno, sulla destra, di fronte alla sentinella sedeva su una panchetta un carceriere in divisa gallonata, con un taccuino. I visitatori andavano da lui, nominavano coloro che desideravano vedere, ed egli prendeva nota. Anche Nechljudov andò da lui e nominò Katjuša Maslova. Il carceriere gallonato prese nota.
- Perché non lasciano ancora passare? - domandò Nechljudov.
- C'è la messa. Adesso la messa finisce e lasceranno entrare.
Nechljudov andò verso la folla che aspettava. Un uomo con strisce rosse su tutto il viso, vestito di stracci, con un cappello schiacciato e delle scarpacce scalcagnate sui piedi nudi, si staccò dalla folla e si diresse verso la prigione.
- Dove credi di andare? - gli gridò il soldato col fucile.
- E tu cosa urli? - replicò lo straccione, nient'affatto turbato dal grido del soldato, e tornò indietro. - Non si può passare? E io aspetto. E invece quello grida che pare un generale.
Nella folla ci furono delle risate d'approvazione. I visitatori erano per lo più malvestiti, perfino pezzenti, ma c'erano anche uomini e donne dall'aspetto decoroso. Accanto a Nechljudov stava un uomo grasso e rubicondo, tutto rasato e ben vestito, con in mano un involto, evidentemente di biancheria. Nechljudov gli chiese se era lì per la prima volta. L'uomo con l'involto rispose che ci veniva ogni domenica, e attaccarono discorso. Era un portiere di banca; era venuto lì a trovare suo fratello, che doveva essere processato per falso. L'uomo bonario raccontò a Nechljudov tutta la sua storia e voleva interrogarlo a sua volta, quando la loro attenzione fu distolta da uno studente e una dama velata sopraggiunti su una carrozza coi cerchioni gommati, tirata da un robusto morello di razza. Lo studente portava in mano un grosso involto. Si avvicinò a Nechljudov e gli chiese se era permesso e cosa bisognava fare per consegnare delle elemosine - dei pani - che aveva portato.
- È il desiderio della mia fidanzata. Questa è la mia fidanzata. I suoi genitori ci hanno consigliato di portarli ai carcerati.
- Non so, anche per me è la prima volta, ma penso che occorra chiedere a quell'uomo, - disse Nechljudov indicando il carceriere gallonato che sedeva a destra con il taccuino.
Proprio mentre Nechljudov parlava con lo studente, si aprirono le grandi porte di ferro della prigione, con la finestrella nel mezzo, e ne uscì un ufficiale in divisa con un altro carceriere, e quello col taccuino annunciò che i visitatori potevano entrare. La sentinella si fece da parte e tutti i visitatori, quasi temessero di far tardi, a passi rapidi e qualcuno anche di corsa, si lanciarono verso la porta della prigione. Sulla porta stava un carceriere che contava i visitatori man mano che passavano, dicendo ad alta voce: «Sedici, diciassette», eccetera. Un altro carceriere, all'interno dell'edificio, toccando ciascuno con la mano ricontava chi varcava la porta successiva: in tal modo all'uscita, verificando il conto, si poteva star certi che nessun visitatore restasse in prigione e nessun recluso ne uscisse. Costui, senza guardare chi passava, diede una manata sulla schiena a Nechljudov, e questo contatto della mano del carceriere in un primo momento lo offese, ma subito si ricordò perché era venuto e si vergognò di quella sensazione di fastidio e di offesa.
Il primo locale oltre la porta era una grande stanza col soffitto a volte e sbarre di ferro alle piccole finestre. In questa stanza, detta di riunione, del tutto inaspettatamente Nechljudov vide in una nicchia una grande immagine della Crocifissione.
«Perché?» - pensò, collegando spontaneamente nella sua fantasia l'immagine di Cristo con i liberati, e non con i reclusi.
Nechljudov camminava lentamente, lasciandosi superare dai visitatori frettolosi, provando sentimenti confusi di orrore per i malfattori che erano rinchiusi lì, compassione per gli innocenti che, come il ragazzo di ieri e Katjuša, dovevano pure esservi, e timidezza e commozione per l'incontro imminente. Mentre usciva dalla prima stanza, all'estremità opposta un carceriere disse qualcosa. Ma Nechljudov, immerso nei suoi pensieri, non vi prestò attenzione e continuò ad andare dove andava il grosso dei visitatori, cioè nel reparto maschile, e non in quello femminile come avrebbe dovuto.
Lasciando passare avanti i più frettolosi, entrò per ultimo nel locale destinato alle visite. La prima cosa che lo colpì quando, aperta la porta, entrò nel locale, fu il gridio di centinaia di voci, che si fondevano in un unico assordante boato. Solo quando si fu avvicinato di più alle persone che, come mosche posate sullo zucchero, si erano appiccicate alla rete che divideva in due la stanza, Nechljudov capì di cosa si trattava. La stanza, con le finestre sulla parete posteriore, era divisa non da una, ma da due reti di fil di ferro, che andavano dal soffitto al pavimento. Fra le reti passavano dei carcerieri. Da una parte delle reti i reclusi, dall'altra i visitatori. Fra gli uni e gli altri c'erano le due reti e più di due metri di distanza, tanto che era impossibile non solo passare qualcosa, ma perfino distinguere un viso, soprattutto per un miope. Era difficile anche parlare, bisognava gridare a perdifiato per farsi sentire. Da entrambi i lati c'erano volti incollati alle reti: di mogli, mariti, padri, madri, figli, che cercavano di guardarsi e di dirsi ciò che dovevano. Ma poiché ognuno si sforzava di parlare in modo da farsi udire dal suo interlocutore, e altrettanto facevano i vicini, le loro voci si coprivano a vicenda, e allora ognuno cercava di gridare più forte dell'altro. Di qui nasceva quel boato intercalato da grida che aveva colpito Nechljudov al suo ingresso nella stanza. Era assolutamente impossibile cogliere quel che si diceva. Si poteva solo intuire dalle facce di cosa parlavano e quali rapporti esistevano fra gli interlocutori. Vicino a Nechljudov c'era una vecchietta col fazzoletto in testa, che incollata alla rete, col mento tremante, gridava qualcosa a un giovane pallido con la testa rasata a metà. Il detenuto, inarcando le sopracciglia e aggrottando la fronte, la ascoltava attentamente. Accanto alla vecchietta c'era un giovanotto in farsetto che ascoltava, con le mani alle orecchie e scotendo il capo, ciò che gli diceva un detenuto che gli somigliava, col volto sfinito e i capelli brizzolati. Ancora più in là c'era uno straccione che gridava qualcosa gesticolando e rideva. E vicino a lui sedeva sul pavimento una donna con un bambino, in un elegante scialle di lana, e singhiozzava vedendo, certo per la prima volta, l'uomo canuto che stava dall'altra parte, con il camiciotto da carcerato, la testa rapata e le catene ai piedi. Al di sopra di questa donna il portiere che aveva parlato con Nechljudov gridava a squarciagola a un detenuto calvo con gli occhi scintillanti dall'altro lato. Quando Nechljudov si rese conto che avrebbe dovuto parlare in quelle condizioni, sentì crescere dentro di sé l'indignazione contro gli uomini che avevano potuto organizzare e mantenere quel sistema. Lo stupiva che nessuno si sentisse offeso da una situazione così orribile, da un tale dileggio dei sentimenti umani. E i soldati, e il direttore, e i visitatori, e i detenuti vi si adattavano quasi ammettendo che così dovesse essere.
Nechljudov restò cinque minuti in quella stanza, provando una strana sensazione di angoscia, di impotenza e di dissidio con tutto il mondo; un senso di nausea morale, simile al mal di mare, lo sopraffece.
XLII
«Però devo fare quello per cui sono venuto, - disse cercando di farsi coraggio. - Ma come?».
Si mise a cercare con gli occhi un superiore e, visto un uomo magro e basso con i baffi e le spalline da ufficiale, che camminava alle spalle della folla, si rivolse a lui:
- Non potrebbe dirmi, egregio signore, - disse con cortesia particolarmente forzata, - dove sono recluse le donne e dove si può avere un colloquio con loro?
- Deve forse andare al reparto femminile?
- Sì, desidererei vedere una detenuta, - rispose Nechljudov con la stessa forzata cortesia.
- Doveva dirlo prima, nella stanza di riunione. Chi le occorre vedere?
- Devo vedere Ekaterina Maslova.
- È una politica? - chiese il vicedirettore.
- No, semplicemente...
- È già stata condannata?
- Sì, è stata condannata due giorni fa, - rispose docilmente Nechljudov, temendo di guastare in qualche modo l'umore del vicedirettore, che gli manifestava una certa simpatia.
- Se deve andare al reparto femminile, favorisca da quella parte, - disse il vicedirettore, avendo evidentemente deciso, dall'aspetto di Nechljudov, che meritava attenzione. - Sidorov, - si rivolse a un sottufficiale baffuto con le medaglie, - accompagna il signore al femminile.
- Signorsì.
In quel momento vicino alla grata si udirono dei singhiozzi strazianti.
Tutto era strano per Nechljudov, e particolarmente strano dover ringraziare e sentirsi in obbligo dinanzi al vicedirettore e al capocarceriere, dinanzi a persone responsabili di tutte le crudeltà che si commettevano in quell'istituto.
Il carceriere condusse Nechljudov in corridoio e subito, aperta la porta di fronte, lo introdusse nella stanza per le visite del reparto femminile.
Questa stanza, proprio come il parlatorio maschile, era divisa in tre parti da due reti, ma notevolmente più piccola e con meno visitatori e recluse: le grida e il boato però erano identici. Ugualmente fra le due reti camminava l'autorità. L'autorità era qui rappresentata da una sorvegliante in uniforme, con i galloni sulle maniche e le pistagne blu e una fusciacca come quella dei carcerieri. E come nel parlatorio maschile da entrambi i lati la gente si appiccicava alle reti: da questa parte cittadini variamente abbigliati, dall'altra le detenute, alcune vestite di bianco, altre con gli abiti propri. Tutta la rete era gremita di gente. Alcuni si alzavano in punta di piedi per farsi sentire al di sopra delle teste altrui, altri parlavano seduti sul pavimento.
Fra tutte le detenute spiccava, sia per le urla sconcertanti che per l'aspetto, una zingara magra e scarmigliata, con il fazzoletto scivolato giù dai capelli ricci, che stava quasi al centro della stanza, dall'altro lato della rete, vicino a un pilastro, e con gesti rapidi gridava qualcosa a uno zingaro in finanziera blu, con una cintura molto stretta sotto la vita. Vicino allo zingaro un soldato si era accoccolato a terra e conversava con una detenuta, più in là s'era stretto alla rete un giovane contadino dalla barba chiara, in lapti, con il viso arrossato, che evidentemente tratteneva a fatica le lacrime. Con lui parlava una graziosa detenuta biondissima, che guardava l'interlocutore con i limpidi occhi celesti. Erano Fedos'ja e suo marito. Accanto a loro c'era uno straccione che parlava con una donna spettinata dalla faccia larga; poi due donne, un uomo, ancora una donna; di fronte a ognuno una detenuta. Fra queste la Maslova non c'era. Ma dietro le detenute, dall'altra parte, c'era ancora una donna, e Nechljudov capì subito che era lei, e subito sentì che il cuore cominciava a battergli più forte e il respiro gli si fermava. Si avvicinava il momento decisivo. Andò alla rete e la riconobbe. Stava dietro la dolce Fedos'ja e, sorridendo, ascoltava le parole di costei. Non portava la divisa, come due giorni prima, ma una camicetta bianca, ben stretta da una cintura e molto sollevata sul seno. Da sotto il fazzoletto, come al processo, le sfuggivano i neri capelli inanellati.
«Ora si decide, - pensò lui. - Come devo chiamarla? Oppure si avvicinerà lei?»
Ma non si avvicinò. Aspettava Klara e non immaginava che quell'uomo fosse lì per lei.
- Lei chi vuole? - domandò, accostandosi a Nechljudov, la sorvegliante che passava fra le reti.
- Ekaterina Maslova, - riuscì a proferire a stento Nechljudov.
- Maslova, è per te! - gridò la sorvegliante.
XLIII
La Maslova si guardò intorno e sollevando il capo e sporgendo il seno, con l'espressione di disponibilità che Nechljudov ben conosceva, si avvicinò alla grata, intrufolandosi fra due detenute e fissando Nechljudov con aria sorpresa e interrogativa, senza riconoscerlo.
Riconoscendo comunque dall'abito che si trattava di un uomo ricco, sorrise.
- Cerca me? - chiese accostando alla grata il suo viso sorridente dagli occhi strabici.
- Volevo veder... - Nechljudov non sapeva se darle del «lei» o del «tu», e decise per il «lei». Parlava non più forte del normale. - Volevo vederla... io...
- Non stare a farmela tanto lunga, - gridava accanto a lui lo straccione. - L'hai preso o non l'hai preso?
-Ti dico che sta morendo, che altro vuoi? - gridava qualcuno dall'altra parte.
La Maslova non riusciva a sentire quello che diceva Nechljudov, ma l'espressione del suo viso mentre parlava a un tratto glielo ricordò. Ma non credette a se stessa. Il sorriso però scomparve dal suo volto e la fronte le si corrugò per la sofferenza.
- Non si sente quello che dice, - gridò, socchiudendo gli occhi e corrugando sempre più la fronte.
- Sono venuto...
«Sì, sto facendo il mio dovere, confesso la mia colpa», - pensò Nechljudov. E non appena lo pensò le lacrime gli spuntarono agli occhi, gli salirono in gola; aggrappatosi con le dita alla grata, tacque, facendo uno sforzo per non scoppiare in singhiozzi.
- Perché t'impicci in quello che non ti riguarda... - gridavano da una parte.
- Com'è vero Dio, non ne so niente, - gridava la detenuta dall'altra parte.
Vedendo il suo turbamento, la Maslova lo riconobbe.
- Sembra, ma no, è impossibile, - si mise a gridare senza guardarlo, e il suo viso, arrossito di colpo, si fece ancora più cupo.
- Sono venuto per chiederti perdono, - gridò lui con voce forte, senza intonazione, come una lezione imparata a memoria.
Gridate queste parole si vergognò, e si guardò intorno. Ma subito gli venne in mente che se si vergognava tanto meglio, perché era necessario che sopportasse la vergogna. E riprese ad alta voce:
- Perdonami, sono terribilmente colpevole verso... - gridò ancora.
Lei stava immobile e non distoglieva da lui il suo sguardo obliquo.
Egli non riusciva più a parlare e si allontanò dalla rete, cercando di trattenere i singhiozzi che gli scuotevano il petto.
Il vicedirettore, quello stesso che aveva indirizzato Nechljudov al reparto femminile, lo raggiunse lì, evidentemente incuriosito, e vedendo Nechljudov discosto dalla grata, gli chiese perché non stesse parlando con chi doveva. Nechljudov si soffiò il naso, si riscosse, e cercando di assumere un'aria tranquilla, rispose:
- Non posso parlare attraverso la grata, non si sente nulla.
Il vicedirettore rifletté.
- Ebbene, possiamo farla venir qui per qualche tempo.
- Mar'ja Karlovna! - si rivolse alla sorvegliante. - Porti fuori la Maslova.
Un attimo dopo dalla porta laterale uscì la Maslova. Avvicinatasi con passo elastico a Nechljudov, si fermò e lo guardò di sottecchi. I capelli neri, proprio come due giorni prima, le sfuggivano a riccioletti, il viso malsano, paffuto e bianco era grazioso e assolutamente calmo; solo i nerissimi occhi strabici sotto le palpebre gonfie brillavano in modo particolare.
- Si può parlare qui, - disse il vicedirettore e si allontanò.
Nechljudov si mosse verso la panca che stava vicino alla parete.
La Maslova guardò interrogativamente il vicedirettore e poi, stringendosi nelle spalle, come stupita, seguì Nechljudov alla panca e gli sedette di fianco, aggiustandosi la gonna.
- So che le è difficile perdonarmi, - esordì Nechljudov, ma di nuovo si fermò, sentendo che le lacrime gli impedivano di parlare, - ma se ormai non si può rimediare al passato, ora farò tutto ciò che potrò. Mi dica...
- Come ha fatto a trovarmi? - chiese lei, senza rispondere alla sua domanda, guardandolo e non guardandolo coi suoi occhi strabici.
«Dio mio! Aiutami. Insegnami cosa devo fare!» - si diceva Nechljudov guardando il suo volto ora così mutato, cattivo.
- Due giorni fa ero nella giuria, - disse, - quando l'hanno processata. Non mi ha riconosciuto?
- No, non l'ho riconosciuta. Avevo altro da fare che riconoscerla. E poi non guardavo neanche, - disse lei.
- Ci fu un bambino, vero? - chiese sentendo di arrossire.
- Grazie a Dio, morì subito, - rispose brevemente, con cattiveria, distogliendo lo sguardo da lui.
- Ma come, di che?
- Ero malata anch'io, per poco non morii, - disse senza alzare gli occhi.
- Ma come mai le zie la lasciarono andare?
- E chi si tiene una cameriera con un bambino? Non appena se ne accorsero, mi scacciarono. Ma a che serve parlarne: non ricordo nulla, ho dimenticato tutto. È tutto finito.
- No, non è finito. Non posso lasciare le cose come stanno. Almeno adesso voglio riscattare il mio peccato.
- Non c'è niente da riscattare; ciò che è stato è stato e basta, - disse lei, e a un tratto, prendendolo assolutamente alla sprovvista, gli lanciò un'occhiata e un sorriso sgradevole, provocante e patetico.
La Maslova non si aspettava proprio di vederlo, soprattutto adesso e lì, e perciò in un primo momento la sua apparizione l'aveva stupita e costretta a ricordare ciò che non ricordava mai. In un primo momento aveva ricordato vagamente quel nuovo, meraviglioso mondo di sentimenti e idee che le era stato aperto dal ragazzo delizioso che l'amava e che lei amava, e poi la sua incomprensibile crudeltà e tutta la serie di umiliazioni e sofferenze che erano seguite a quella felicità incantata e ne erano state il risultato. E le aveva fatto male. Ma, incapace di orientarsi in tutto ciò, agì anche allora come agiva sempre: scacciava quei ricordi e cercava di nasconderli nella nebbia particolare della sua vita corrotta; proprio così fece ora. In un primo momento aveva collegato l'uomo che le stava di fronte con il ragazzo che aveva amato un tempo, ma poi, vedendo che le faceva troppo male, smise di identificarli. Ora quel signore ben vestito e curato, dalla barba profumata, non era per lei il Nechljudov che aveva amato, ma solo una di quelle persone che, quando ne avevano bisogno, si servivano di esseri come lei, e delle quali gli esseri come lei dovevano servirsi nel modo più vantaggioso possibile. E perciò gli aveva rivolto quel sorriso provocante. Tacque, valutando come trarre profitto da lui.
- Quella è una storia finita, - disse. - Adesso però mi avete condannata ai lavori forzati.
E le labbra le tremarono, quando pronunciò quella parola terribile.
- Io sapevo, ero sicuro che lei non era colpevole, - disse Nechljudov.
- Certo che non sono colpevole. Sono forse una ladra o una rapinatrice? Da noi dicono che dipende tutto dall'avvocato, - continuò. - Dicono che bisogna presentare ricorso. Solo che dicono che costa caro...
- Certo, senz'altro, - disse Nechljudov. - Mi sono già rivolto a un avvocato.
- Bravo, però non bisogna badare a spese, - disse.
- Farò tutto il possibile.
Scese il silenzio.
Ella sorrise di nuovo come prima.
- E vorrei chiederle... del denaro, se può. Non molto... dieci rubli, non mi occorre di più, - disse all'improvviso.
- Sì, sì, - disse Nechljudov confuso, e cercò il portafogli.
Ella guardò rapidamente il vicedirettore, che andava avanti e indietro per la stanza.
- Non me li dia in sua presenza, ma quando si allontana, altrimenti me li tolgono.
Nechljudov prese il portafogli, non appena il vicedirettore si voltò, ma non fece in tempo a darle la banconota da dieci rubli, che il vicedirettore voltò la faccia verso di lui. La strinse nella mano.
«Ma questa è una donna morta», - pensò, guardando quel viso paffuto, un tempo caro e ora profanato, con lo scintillio cattivo dei neri occhi strabici che seguivano il vicedirettore e la sua mano che stringeva la banconota. Ebbe un attimo di esitazione.
Di nuovo il tentatore che aveva parlato la notte prima si destò nell'anima di Nechljudov, come sempre cercando di spostare la sua attenzione dal problema del cosa si dovesse fare al problema delle conseguenze delle sue azioni e di ciò che era utile.
«Da questa donna non riuscirai a ricavar nulla, - diceva questa voce, - ti appenderai solo una pietra al collo, che ti farà affogare e ti impedirà di essere utile agli altri. Darle denaro, tutto quello che hai, salutarla e farla finita per sempre?» - gli venne in mente.
Ma subito sentì che proprio adesso si stava compiendo qualcosa di molto importante nella sua anima, che la sua vita interiore in quel momento era in bilico su una bilancia che il minimo sforzo avrebbe fatto pendere da una parte o dall'altra. Ed egli fece questo sforzo, chiamando quel Dio che aveva sentito il giorno prima nella sua anima; e quel Dio gli rispose. Decise di dirle subito tutto.
- Katjuša! Sono venuto da te per chiedere perdono, e tu non mi hai ancora detto se mi hai perdonato, se mi perdonerai un giorno, - disse passando di colpo al «tu».
Lei non l'ascoltava, e guardava ora la sua mano, ora il vicedirettore. Quando questi si voltò, tese rapidamente la mano verso di lui, afferrò la banconota e se la mise sotto la cintura.
- È strano quello che dice, - fece con un sorriso che gli parve sprezzante.
Nechljudov sentiva che in lei c'era qualcosa di decisamente ostile, che la difendeva così com'era adesso e gli impediva di penetrare fino al suo cuore.
Ma, stranamente, ciò non solo non lo respingeva, ma ancor più lo attirava a lei con una particolare, nuova forza. Sentiva che doveva ridestarla spiritualmente, e che era molto, molto difficile; ma la difficoltà stessa dell'impresa lo allettava. Provava adesso nei suoi confronti un sentimento che non aveva ancor mai provato né per lei né per alcun altro, in cui non c'era nulla di egoistico: da lei non desiderava nulla per sé, desiderava solo che cessasse di essere com'era ora, per ridestarsi e ritornare quella di un tempo.
- Katjuša, perché parli così? Io ti conosco, ti ricordo com'eri allora, a Panovo...
- Perché ricordare il passato, - disse seccamente.
- Lo ricordo per riparare, riscattare il mio peccato, Katjuša, - cominciò, e voleva dire che l'avrebbe sposata, ma incontrò il suo sguardo e vi lesse qualcosa di così terribile e volgare, ripugnante, che non poté finire.
Intanto i visitatori cominciavano a uscire. Il vicedirettore si avvicinò a Nechljudov e disse che l'ora delle visite era finita. La Maslova si alzò, aspettando docilmente che la lasciassero andare.
- Arrivederci, ho ancora molte cose da dirle, ma come vede adesso non si può, - disse Nechljudov e tese la mano. - Tornerò.
- Mi sembra che abbia detto tutto.
Gli diede la mano, ma non la strinse.
- No, cercherò di vederla ancora dove si possa parlare, e allora le dirò una cosa molto importante che devo dirle, - continuò Nechljudov.
- Ma sì, venga, - disse sorridendo come sorrideva agli uomini a cui voleva piacere.
- Lei mi è più cara di una sorella, - disse Nechljudov.
- Strano, - ripeté lei e, crollando il capo, se ne andò oltre la grata.
XLIV
Al primo incontro Nechljudov si aspettava che, vedendolo, apprendendo la sua intenzione di aiutarla e il suo pentimento, Katjuša si sarebbe rallegrata e commossa e sarebbe ridiventata Katjuša, ma con suo grande orrore vide che Katjuša non c'era più, e c'era solo la Maslova. Ciò lo meravigliò e inorridì.
Soprattutto lo meravigliò che la Maslova non solo non si vergognasse della sua condizione, - non di detenuta (di questa sì si vergognava) ma della sua condizione di prostituta, - anzi ne sembrasse soddisfatta, quasi orgogliosa. E invece non poteva essere altrimenti. Ogni uomo, per agire, ha bisogno di credere importante e buona la propria attività. E per questo, qualunque sia la sua condizione, egli non mancherà di crearsi una visione della vita umana in genere, alla luce della quale la sua attività possa apparirgli importante e buona.
Di solito si pensa che il ladro, l'assassino, la spia, la prostituta, riconoscendo cattiva la propria professione, debbano vergognarsene. Invece accade esattamente il contrario. Gli uomini che il destino e i loro peccati o errori hanno posto in una determinata condizione, per quanto sbagliata sia, si creano una visione della vita in genere alla luce della quale questa condizione possa apparir loro buona e rispettabile. Per sostenere poi tale visione gli uomini si appoggiano istintivamente a una cerchia di persone in cui venga riconosciuto il concetto che si sono creati della vita e del loro posto in essa. La cosa ci sorprende quando i ladri si vantano della loro destrezza, le prostitute della loro depravazione, gli assassini della loro crudeltà. Ma ci sorprende solo perché la cerchia, l'ambiente di queste persone è circoscritto, e soprattutto perché noi ne siamo al di fuori. Ma non capita forse lo stesso fenomeno fra i ricchi che si vantano delle loro ricchezze, cioè di ladrocinio, fra i capi militari che si vantano delle loro vittorie, cioè di omicidio, fra i sovrani che si vantano della loro potenza, cioè di sopraffazione? Noi non vediamo in queste persone un concetto distorto della vita, del bene e del male, volto a giustificare la loro condizione, solo perché la cerchia di persone con tali concetti distorti è più vasta, e noi stessi vi apparteniamo.
Tale visione della vita e del suo posto nel mondo si era formata anche la Maslova. Era una prostituta, condannata ai lavori forzati, e nonostante ciò si era creata una concezione del mondo alla luce della quale poteva approvare se stessa e addirittura vantarsi della propria condizione davanti agli altri.
Secondo tale concezione del mondo il bene più grande di tutti gli uomini, tutti senza eccezione: vecchi, giovani, ginnasiali, generali, colti o ignoranti, consisteva nell'unione sessuale con donne attraenti, e perciò tutti gli uomini, benché fingessero di occuparsi d'altro, in realtà desideravano solo questo. E lei, una donna attraente, poteva soddisfare oppure non soddisfare questo loro desiderio, e perciò era una persona importante e necessaria. Tutta la sua vita passata e attuale era una conferma dell'esattezza di questo punto di vista.
Per dieci anni ovunque fosse stata, a cominciare da Nechljudov e dal vecchio commissario di polizia per finire con le guardie carcerarie, aveva visto che tutti gli uomini avevano bisogno di lei; non aveva visto e non aveva notato gli uomini che non avevano bisogno di lei. E perciò tutto il mondo le appariva un'accolita di persone agitate dalla lussuria, che da ogni lato le tendevano agguati e con tutti i mezzi possibili - l'inganno, la violenza, il denaro, l'astuzia - cercavano di possederla.
Così vedeva la vita la Maslova, e alla luce di tale concetto della vita lei, lungi dall'essere l'ultima, era anzi una persona molto importante. E la Maslova aveva caro questo concetto della vita più di ogni cosa al mondo, non poteva non averlo caro, perché cambiandolo avrebbe perso l'importanza che tale concetto le conferiva fra la gente. E per non perdere la sua importanza si appoggiava istintivamente alla cerchia di persone che come lei concepivano la vita. Intuendo quindi che Nechljudov voleva condurla in un altro mondo, gli oppose resistenza, prevedendo che nel mondo in cui l'attirava avrebbe dovuto perdere quel suo posto nella vita che le dava sicurezza e rispetto di sé. Per questo motivo ricacciava anche i ricordi della prima giovinezza e dei primi rapporti con Nechljudov. Questi ricordi non si accordavano con la sua attuale concezione del mondo e perciò erano stati completamente cancellati dalla sua memoria, o piuttosto venivano custoditi intatti nella sua memoria, ma erano come chiusi a chiave, sigillati, come le api sigillano i nidi dei vermi che potrebbero rovinare tutto il loro lavoro, perché non possano più uscire. E perciò il Nechljudov di ora non era per lei l'uomo che un tempo aveva amato di puro amore, ma solo un ricco signore da cui si poteva e doveva trarre profitto e con cui potevano esservi solo i rapporti che c'erano con tutti gli uomini.
«No, non sono riuscito a dire la cosa più importante, - pensava Nechljudov, dirigendosi verso l'uscita insieme alla folla. - Non le ho detto che la sposerò. Non l'ho detto, ma lo farò», - pensava.
I carcerieri, all'uscita, ricontarono ancora per due volte i visitatori, perché non ne uscisse uno di troppo e nessuno rimanesse in prigione. Stavolta non solo non si offese, ma neppure si accorse della manata sulla schiena.
XLV
Nechljudov avrebbe voluto mutare la sua vita esteriore: affittare il grande appartamento, licenziare la servitù e trasferirsi in albergo. Ma Agrafena Petrovna gli dimostrò che non aveva senso modificare l'organizzazione della vita prima dell'inverno; d'estate nessuno avrebbe preso l'appartamento, e bisognava pur abitare e tenere i mobili e la roba da qualche parte. Cosicché tutti gli sforzi di Nechljudov per mutare la sua vita esteriore (avrebbe voluto trovare una sistemazione semplice, da studente) non portarono a nulla. E non bastava che tutto fosse rimasto come prima: in casa incominciò un intenso lavoro per dare aria, stendere e sbattere ogni genere di indumenti di lana e di pelliccia, a cui presero parte il portiere, e il suo aiutante, e la cuoca, e perfino Kornej. Prima portarono fuori e stesero su corde certe uniformi e strani indumenti di pelliccia che nessuno usava mai; poi cominciarono a portar fuori tappeti e mobili, e il portiere con l'aiutante, con le maniche rimboccate sulle braccia muscolose, batterono tutto quanto energicamente, a ritmo, mentre per tutte le stanze si diffondeva un odore di naftalina. Passando per il cortile e guardando dalle finestre, Nechljudov si stupiva di quell'enorme quantità di roba, e di come tutto ciò fosse indubbiamente inutile. «L'unico uso e scopo di questa roba, - pensava Nechljudov, - consiste nel fornire un'occasione di esercizio ad Agrafena Petrovna, a Kornej, al portiere, al suo aiutante e alla cuoca.
«Non vale la pena di mutare tenor di vita finché la faccenda della Maslova non è risolta, - pensava Nechljudov. - E poi è troppo difficile. Tanto tutto cambierà da sé quando la libereranno o la deporteranno e io la seguirò».
Il giorno fissato dall'avvocato Fanarin, Nechljudov si recò da lui, nel suo magnifico appartamento in una casa di sua proprietà, con enormi piante e sontuosi tendaggi alle finestre, e quel genere di arredamento costoso che testimonia l'eccesso di denaro, ovvero il denaro guadagnato senza fatica, e che si vede solo presso chi si è arricchito all'improvviso. Entrando, Nechljudov trovò una fila di clienti che facevano anticamera, come dal medico, seduti mestamente vicino ai tavoli con le riviste illustrate destinate a confortarli. L'assistente dell'avvocato, che sedeva lì davanti a un'alta scrivania, riconosciuto Nechljudov gli si avvicinò, lo salutò e disse che avrebbe parlato subito al principale. Ma non fece in tempo ad avvicinarsi alla porta dello studio, che questa si aprì e si udirono le voci forti e animate di Fanarin e di un uomo tarchiato, non più giovane, con la faccia rossa e i baffi folti, che indossava un abito nuovissimo. L'espressione del volto di entrambi era quella di chi ha appena concluso un affare vantaggioso, ma non del tutto pulito.
- La colpa è sua, amico mio, - diceva Fanarin sorridendo.
- E andrei volentieri in paradiso, se i peccati mi lascerebbero.
- Sì, sì, lo sappiamo.
E tutti e due risero in maniera innaturale.
- Ah, principe, si accomodi, - disse Fanarin vedendo Nechljudov e, fatto un ultimo cenno al mercante che si allontanava, introdusse Nechljudov nel suo studio professionale, di stile austero. - Prego, fumi pure, - disse l'avvocato, sedendosi di fronte a Nechljudov e trattenendo un sorriso suscitato dal successo dell'affare precedente.
- Grazie, sono qui per il caso della Maslova.
- Sì, sì, adesso. Ah, che bricconi questi riccastri! - disse. - Ha visto quel bel tipo? Ha una dozzina di milioni di capitale. E dice «lascerebbe». Ma se può sfilarti una carta da venticinque, te la strappa coi denti.
«Lui dice "lascerebbe", e tu dici "carta da venticinque"», - pensava intanto Nechljudov, sentendo un'invincibile avversione per quell'uomo disinvolto, che col suo tono voleva dimostrare che loro due, lui e Nechljudov, appartenevano allo stesso ambiente, mentre i precedenti clienti e gli altri erano di un ambiente diverso, a loro estraneo.
- Quanto mi ha stufato, razza di filibustiere. Avevo voglia di sfogarmi un po', - disse l'avvocato, quasi per scusarsi di non parlare d'affari. - Be', quanto alla sua pratica... L'ho letta attentamente e «il contenuto non ne ho approvato», come dice Turgenev, cioè l'avvocatuccio valeva poco e si è lasciato scappare tutti i motivi per la cassazione.
- Dunque cos'ha deciso?
- Un attimo. Gli dica, - si rivolse all'assistente che era entrato, - che sarà come ho detto: se può, bene, se non può, non importa.
- Ma non è d'accordo.
- Be', allora non importa, - disse l'avvocato, e a un tratto il suo viso da allegro e bonario si fece cupo e cattivo.
- Ecco, dicono che gli avvocati prendono denaro per nulla, - disse, ritrovando l'espressione piacevole di prima. - Ho fatto assolvere un debitore insolvente da un'imputazione assolutamente ingiusta, e adesso li ho tutti alle costole. Ma ogni causa di questo genere costa enorme fatica. Perché anche noi, come dice un certo scrittore, lasciamo un pezzetto di carne nel calamaio. Ebbene, dunque la sua causa, o la causa che le interessa, è condotta male, non ci sono buoni motivi per la cassazione, e tuttavia si può cercare di ricorrere ugualmente: ecco quello che ho scritto.
Prese un foglio scritto e, mangiandosi in fretta alcune parole formali poco interessanti e sottolineandone altre con particolare espressione, cominciò a leggere:
- «Ricorso alla sezione penale della Corte di Cassazione, ecc. ecc. da parte di ecc. ecc. Con sentenza del tribunale ecc. ecc. la ecc. ecc. Maslova è stata riconosciuta colpevole di omicidio tramite avvelenamento del mercante Smel'kov e in base all'articolo 1454 del Codice è stata condannata a ecc. ecc. di lavori forzati ecc. ecc.».
Si fermò; evidentemente, nonostante la lunga consuetudine, ascoltava sempre con piacere la propria creazione.
«Tale condanna è il risultato di così gravi vizi ed errori di procedura, - continuò in tono espressivo, - da essere passibile di annullamento. In primo luogo durante la fase istruttoria la lettura della perizia medica sugli organi dello Smel'kov fu interrotta sin dall'inizio dal presidente» - e uno.
- Ma era stata l'accusa a richiederne la lettura, - disse stupito Nechljudov.
- Fa lo stesso, la difesa avrebbe potuto ugualmente richiederla.
- Ma era una cosa ormai completamente inutile.
- E tuttavia è un motivo. Andiamo avanti: «In secondo luogo l'arringa del difensore della Maslova, - continuò a leggere, - nel punto in cui, volendo caratterizzare la personalità dell'imputata, questi accennava alle cause interiori della sua caduta, fu interrotta dal presidente, secondo il quale le parole del difensore non si sarebbero riferite direttamente al fatto, mentre nei processi penali, come è stato ripetutamente sottolineato dalla Corte di Cassazione, è di primaria importanza mettere in luce il carattere e tutto il profilo morale dell'imputato, non foss'altro che per risolvere correttamente il problema della responsabilità», - e due, - disse lanciando un'occhiata a Nechljudov.
- Ma se parlava così male che non si capiva nulla, - disse Nechljudov sempre più stupito.
- Il ragazzo era un perfetto imbecille, e ovviamente non poteva dir nulla di sensato, - disse ridendo Fanarin, - e tuttavia è un motivo. Bene, poi: «In terzo luogo, nel suo discorso conclusivo il presidente, contrariamente al categorico disposto del comma 1 dell'articolo 801 del Codice di procedura penale, non chiarì ai giurati di quali elementi giuridici si compone il concetto di colpevolezza, e non disse loro che, anche dando per dimostrato che la Maslova somministrò il veleno allo Smel'kov, avevano la facoltà di non imputarle a colpa il fatto, in mancanza della sua intenzione d'uccidere, e in tal modo riconoscerla colpevole non di un delitto, ma solo di un atto colposo, di un gesto imprudente la cui conseguenza, inattesa per la Maslova, fu la morte del mercante». E questo è il punto principale.
- Ma avremmo anche potuto capirlo da soli. L'errore è nostro.
- «E infine, in quarto luogo, - continuò l'avvocato, - al quesito della corte circa la colpevolezza della Maslova i giurati risposero in una forma che racchiudeva un'evidente contraddizione. La Maslova era accusata di aver intenzionalmente avvelenato Smel'kov al solo scopo di derubarlo, essendo questo l'unico movente dell'omicidio, mentre i giurati nella loro risposta negarono lo scopo di rapina e il concorso della Maslova nel furto dei valori, dal che era evidente che intendevano negare anche l'intenzionalità dell'omicidio da parte dell'imputata, e solo per un equivoco, causato dall'incompletezza del discorso conclusivo del presidente, non l'avevano espresso in maniera conveniente nella loro risposta; e perciò tale risposta richiedeva indubbiamente l'applicazione degli articoli 816 e 808 del Codice di procedura penale, cioè la spiegazione ai giurati, da parte del presidente, dell'errore da essi commesso e il ricorso a una nuova consultazione e a una nuova risposta al quesito circa la colpevolezza dell'imputata», - finì di leggere Fanarin.
- E allora perché il presidente non l'ha fatto?
- Vorrei saperlo anch'io, - disse ridendo Fanarin.
- Dunque la Corte di Cassazione correggerà l'errore?
- Dipenderà da quali cadaveri comporranno la corte in quel momento.
- Come cadaveri?
- Cadaveri dell'ospizio. Be', ecco quanto. Più avanti scriviamo: «Tale verdetto non dava diritto alla corte - continuò in fretta - di infliggere alla Maslova una sanzione penale, e l'applicazione al suo caso del comma 3 dell'articolo 771 del Codice di procedura penale rappresenta una grave e palese violazione dei principi fondamentali della nostra procedura penale. In base a quanto esposto sopra ho l'onore di presentare istanza ecc. ecc. per l'annullamento secondo gli articoli 909, 910, 912 comma 2 e 928 del Codice di procedura penale ecc. ecc. e il rinvio di detto processo ad altra sezione dello stesso tribunale per un nuovo esame». E così tutto quello che si poteva fare è fatto. Ma sarò sincero, ci sono scarse probabilità di successo. Del resto, tutto dipende dalla composizione del dipartimento della Corte di Cassazione. Se ha qualche aggancio, si dia da fare.
- Conosco qualcuno.
- E al più presto, altrimenti se ne vanno tutti a curarsi le emorroidi, e allora tocca aspettare tre mesi... Be', e in caso d'insuccesso resta la domanda di grazia a Sua Maestà. Anche qui tutto dipende dal lavoro dietro le quinte. Anche in tal caso sono a sua disposizione, cioè non per il lavoro dietro le quinte, ma per la stesura della domanda.
- La ringrazio, per l'onorario, allora...
- Il mio assistente le consegnerà la bella copia del ricorso e le dirà.
- Volevo chiederle un'altra cosa: il procuratore mi ha dato un permesso per visitare questa persona in prigione, ma lì mi hanno detto che per le visite al di fuori del luogo e dei giorni stabiliti ci vuole l'autorizzazione del governatore. È davvero necessaria?
- Credo di sì. Ma adesso il governatore non c'è, è il vice che ricopre la carica. Ma è un tale perfetto cretino che difficilmente riuscirà a ricavarne qualcosa.
- Maslennikov?
- Sì.
- Lo conosco, - disse Nechljudov e si alzò per andarsene.
In quel momento volò nella stanza a passo svelto una donna piccola e mostruosamente brutta, gialla, magrissima, col naso all'insù: la moglie dell'avvocato, evidentemente per nulla scoraggiata dalla propria bruttezza. Non solo era agghindata in modo straordinariamente originale (aveva addosso una quantità di velluti, e sete, e giallo vivo, e verde), ma anche i suoi capelli radi erano arricciati, ed essa volò vittoriosa nello studio, accompagnata da un uomo lungo e sorridente dal viso terreo, in finanziera con i risvolti di seta e cravatta bianca. Era uno scrittore; Nechljudov lo conosceva di vista.
- Anatole, - disse lei aprendo la porta, - vieni da me. Ecco Semën Ivanoviè ha promesso di recitarci una sua poesia, e tu devi assolutamente parlarci di Garšin.
Nechljudov voleva andarsene, ma la moglie dell'avvocato confabulò un po' col marito e subito gli si rivolse.
- La prego, principe, - la conosco e le presentazioni mi sembrano superflue, - assista alla nostra matinée letteraria. Sarà molto interessante. Anatole legge divinamente.
- Vede quanto vari sono i miei impegni, - disse Anatole allargando le braccia, sorridendo e indicando la moglie, come per esprimere l'impossibilità di resistere a una creatura così affascinante.
Con la faccia triste e severa e la massima cortesia Nechljudov ringraziò la moglie dell'avvocato per l'onore dell'invito, ma si scusò di non poter accettare, e uscì in anticamera.
- Che smorfioso! - commentò la moglie dell'avvocato, quando fu uscito.
In anticamera l'assistente consegnò a Nechljudov il ricorso pronto, e alla domanda circa l'onorario disse che Anatolij Petroviè aveva stabilito mille rubli, e spiegò che Anatolij Petroviè non accettava mai cause del genere e lo faceva solo per lui.
- E chi deve firmare il ricorso? - domandò Nechljudov.
- Può firmarlo l'imputata stessa, ma se ci sono delle difficoltà anche Anatolij Petroviè, per sua delega.
- No, andrò a chiederle di firmare, - disse Nechljudov, contento dell'occasione di rivederla prima del giorno fissato.
XLVI
All'ora solita nei corridoi del carcere risuonarono i fischi dei carcerieri; sferragliando, si aprirono le porte dei corridoi e delle celle, ciabattarono i piedi scalzi e i tacchi dei koty, nei corridoi passarono gli addetti ai bigonci, impregnando l'aria di un lezzo disgustoso; detenuti e detenute si lavarono e vestirono, uscirono all'appello, e dopo l'appello andarono a prendere l'acqua bollente per il tè.
Durante il tè quella mattina in tutte le celle del carcere si parlò animatamente di due detenuti che dovevano essere fustigati in giornata. Uno di questi detenuti era un giovanotto istruito, il commesso Vasil'ev, che aveva ucciso l'amante in un accesso di gelosia. I compagni di cella gli volevano bene per la sua allegria, la sua generosità e la fermezza con cui trattava i superiori. Conosceva le leggi ed esigeva che venissero rispettate. Perciò i superiori non l'amavano. Tre settimane prima un carceriere aveva picchiato un detenuto di servizio perché gli aveva versato della zuppa di cavoli sulla divisa nuova. Vasil'ev era intervenuto in difesa del compagno, dicendo che la legge non prevedeva che si picchiassero i detenuti. «Te la faccio vedere io la legge», - disse il carceriere e inveì contro Vasil'ev. Vasil'ev rispose per le rime. Il carceriere voleva colpirlo, ma Vasil'ev lo afferrò per le braccia, lo tenne così forse per tre minuti, lo fece girare e lo spinse fuori dalla porta. Il carceriere lo denunciò, e il direttore ordinò di rinchiudere Vasil'ev in cella di rigore.
Le celle di rigore erano una serie di sgabuzzini bui, chiusi all'esterno da chiavistelli. Nella cella buia e fredda non c'era né letto, né tavolo, né sedia, cosicché il recluso stava seduto e perfino sdraiato sul pavimento sudicio, dove gli correvano intorno e addosso i topi, che nella cella erano così numerosi e così arditi che al buio non si poteva salvare il pane. Divoravano il pane dalle mani dei reclusi e aggredivano addirittura i reclusi stessi, se smettevano di muoversi. Vasil'ev disse che non sarebbe andato in cella di rigore perché non aveva alcuna colpa. Lo trascinarono con la forza. Lui cominciò a dibattersi, e due detenuti lo aiutarono a sfuggire alle guardie. Si riunirono dei carcerieri, e fra gli altri Petrov, famoso per la sua forza. I detenuti furono sopraffatti e gettati in cella di rigore. Al governatore fu subito riferito che c'era stato qualcosa di simile a una rivolta. Arrivò un dispaccio in cui si ordinava di dare trenta vergate ciascuno ai due principali responsabili, Vasil'ev e il vagabondo Nepomnjašèij.
La punizione doveva aver luogo nel parlatorio femminile.
Dalla sera prima tutti gli abitanti del carcere ne erano a conoscenza, e nelle celle si discuteva animatamente dell'imminente punizione.
Ne parlavano anche la Korablëva, la Belloccia, Fedos'ja e la Maslova, sedute nel loro angolo a prendere il tè, tutte rosse ed eccitate, dopo aver bevuto la vodka che ora alla Maslova non mancava mai e che ella offriva generosamente alle compagne.
- Non ha mica attaccato briga, lui, - diceva la Korablëva di Vasil'ev, staccando pezzettini di zucchero con tutti i suoi forti denti. - Ha solo difeso il compagno. Perché adesso non è più permesso picchiare.
- Dicono che è un bravo ragazzo, - aggiunse Fedos'ja, a testa scoperta, con le lunghe trecce, seduta su un ceppo di fronte al tavolaccio su cui stava la teiera.
- Bisognerebbe dirlo a lui, Michajlovna, - disse la casellante alla Maslova, intendendo con «lui» Nechljudov.
- Gielo dirò. Farebbe tutto per me, - rispose la Maslova, sorridendo e scotendo il capo.
- Ma chissà quando arriverà, mentre quelli sono già andati a prenderli, - disse Fedos'ja. - Che orrore, - aggiunse sospirando.
- Una volta ho visto che picchiavano un contadino in municipio. Mio suocero mi aveva mandata dal sindaco, arrivo e chi ti vedo? Lui... - la casellante cominciò una lunga storia.
Il racconto della casellante fu interrotto da un rumore di voci e di passi nel corridoio di sopra.
Le donne tacquero, ascoltando.
- Li trascinano via, demoni, - disse la Belloccia. - Adesso lo ammazzeranno di botte. I secondini sono furenti con lui, perché non gliene lascia passare una.
Di sopra tutto tacque, e la casellante finì di raccontare la sua storia, di quanto si era spaventata in municipio, quando lì nella rimessa avevano fustigato un contadino, e come si era sentita rimescolare tutta. La Belloccia poi raccontò di quando avevano fustigato Šèeglov, e lui non aveva aperto bocca. Poi Fedos'ja portò via il tè, la Korablëva e la casellante presero in mano il cucito e la Maslova si sedette sul tavolaccio, abbracciandosi le ginocchia, morendo di noia. Stava per mettersi a dormire, quando la sorvegliante la chiamò in ufficio per una visita.
- Mi raccomando, parlagli di noi, - le disse la vecchia Men'šova, mentre la Maslova si aggiustava il fazzoletto davanti allo specchio, da cui si era staccato metà del mercurio, - il fuoco non l'abbiamo appiccato noi, ma lui, quel malfattore, l'ha visto anche l'operaio; non vorrà rovinare un cristiano. Digli che faccia chiamare Mitrij. Mitrij gli racconterà tutto, chiaro come il sole; ma che modi sono, ci han rinchiusi in gattabuia, e noi non c'entriamo per niente, mentre lui, il malfattore, se la spassa con la moglie di un altro, seduto all'osteria.
- Non è giustizia questa! - confermò la Korablëva.
- Glielo dirò, glielo dirò senz'altro, - rispose la Maslova. - Ma dammi un altro goccetto per farmi coraggio, - aggiunse con una strizzatina d'occhio.
La Korablëva le riempì mezza tazza. La Maslova bevve, si asciugò, e nella migliore disposizione di spirito, ripetendo le parole «per farmi coraggio», crollando il capo e sorridendo, seguì la sorvegliante in corridoio.
XLVII
Nechljudov aspettava già da un pezzo nell'atrio.
Giunto al carcere, aveva suonato alla porta d'ingresso e consegnato l'autorizzazione del procuratore al carceriere di turno.
- Chi cerca?
- Vorrei vedere la detenuta Maslova.
- Adesso non si può, il direttore è occupato.
- Nel suo ufficio? - chiese Nechljudov.
- No, qui, in parlatorio, - rispose imbarazzato, o almeno così parve a Nechljudov, il carceriere.
- È forse orario di visita?
- No, è una questione particolare, - disse.
- E come posso vederlo?
- Quando uscirà potrà parlargli. Attenda.
In quel momento dalla porta laterale uscì un maresciallo dai galloni scintillanti e il viso lustro e raggiante, con i baffi impregnati di fumo di tabacco, e apostrofò severamente il carceriere:
- Perché l'ha fatto entrare qua?... In direzione...
- Mi hanno detto che il direttore è qui, - disse Nechljudov, meravigliandosi dell'inquietudine del maresciallo.
Intanto la porta di aprì, e uscì sudato e accaldato Petrov.
- Se ne ricorderà, - disse rivolto al maresciallo.
Il maresciallo indicò con gli occhi Nechljudov, e Petrov tacque, si rabbuiò e uscì dalla porta posteriore.
«Chi se ne ricorderà? Perché sono tutti così imbarazzati? Perché il maresciallo gli ha fatto quel segno?» - pensava Nechljudov.
- Non si può aspettare qui, favorisca in direzione, - di nuovo il maresciallo si rivolse a Nechljudov, ed egli già voleva andarsene, quando dalla porta posteriore uscì il direttore, ancora più imbarazzato dei suoi subordinati. Continuava a sospirare. Vedendo Nechljudov, si rivolse al carceriere.
- Fedotov, la Maslova della numero cinque femminile in ufficio, - disse.
- Prego, - si rivolse a Nechljudov. Passando per una scala ripida giunsero in una piccola stanzetta con una sola finestra, una scrivania e alcune sedie. Il direttore si sedette.
- Ah, che lavoro ingrato, - disse rivolgendosi a Nechljudov e prendendo una grossa sigaretta.
- Ha l'aria stanca, - disse Nechljudov.
- Sono stanco di tutto il servizio, è un mestiere molto difficile. Si vuole alleviare la loro sorte, e si fa di peggio; penso solo al modo di andarmene, è un lavoro troppo, troppo ingrato.
Nechljudov non sapeva in cosa consistesse la difficoltà del direttore, ma quel giorno lo vedeva in uno stato d'animo particolare, depresso e scoraggiato, che suscitava compassione.
- Sì, credo anch'io che sia molto ingrato, - disse. - Perché dunque fa questo mestiere?
- Non ho mezzi, la famiglia.
- Ma se per lei è gravoso...
- Sì, eppure le dirò che per quanto è possibile si cerca di essere utili: quello che posso, mitigo. Un altro al posto mio dirigerebbe l'istituto in tutt'altro modo. Perché si fa presto a dire: più di duemila persone, e che persone. Bisogna saperle prendere. Sono esseri umani anche loro, fanno pena. Ma non si può neppure allentare troppo il freno.
Il direttore si mise a raccontare il caso recente di una rissa fra detenuti, terminata con un omicidio.
Il suo racconto fu interrotto dall'arrivo della Maslova, preceduta da un carceriere.
Nechljudov la vide sulla porta, quando ella ancora non poteva vedere il direttore. Il suo viso era rosso. Camminava spavalda dietro il carceriere e continuava a sorridere, tentennando il capo. Scorgendo il direttore, lo fissò spaventata, ma subito si riprese e si rivolse a Nechljudov in tono spavaldo e allegro.
- Buonasera, - disse cantilenando e sorridendo, e gli strinse energicamente la mano, non come la volta prima.
- Ecco, le ho portato il ricorso da firmare, - disse Nechljudov, un po' sorpreso dall'aria spavalda con cui l'aveva accolto. - L'avvocato ha steso il ricorso, e bisogna firmarlo, poi lo manderemo a Pietroburgo.
- Perché no, si può anche firmare. Tutto si può fare, - disse lei, socchiudendo un occhio e sorridendo.
Nechljudov trasse dalla tasca un foglio ripiegato e si avvicinò al tavolo.
- Si può firmare qui? - domandò Nechljudov al direttore.
- Vieni qui, siediti, - disse il direttore, - eccoti la penna. Sai scrivere?
- Una volta sapevo, - disse e, sorridendo, aggiustatasi la gonna e la manica della camicetta, si sedette alla scrivania, prese goffamente la penna con la sua manina energica e, ridendo, si voltò verso Nechljudov.
Questi le mostrò cosa e dove scrivere.
Intingendo e scuotendo diligentemente la penna, ella scrisse il suo nome.
- Non serve nient'altro? - domandò, guardando ora Nechljudov, ora il direttore e posando la penna ora nel calamaio, ora sulla carta.
- Devo dirle qualcosa, - disse Nechljudov, prendendole la penna di mano.
- Dica pure, - rispose lei, e di colpo si fece seria, come se stesse riflettendo o avesse sonno.
Il direttore si alzò e uscì, e Nechljudov rimase solo con lei.
XLVIII
Il carceriere che aveva condotto la Maslova si sedette sul davanzale a una certa distanza dalla scrivania. Per Nechljudov era giunto il momento decisivo. Aveva continuato a rimproverarsi perché durante quel primo incontro non le aveva detto la cosa principale, e cioè che intendeva sposarla, e adesso era fermamente deciso a farlo. Lei sedeva dall'altra parte del tavolo, Nechljudov le si sedette di fronte. Nella stanza c'era luce, e Nechljudov per la prima volta vide il suo viso chiaramente, da vicino: le piccole rughe intorno agli occhi e alle labbra e il gonfiore degli occhi. E provò ancor più compassione di lei.
Appoggiandosi al tavolo in modo da non farsi sentire dal carceriere, un uomo dall'aria ebrea e dalle basette brizzolate, che sedeva vicino alla finestra, ma da lei sola, disse:
- Se il ricorso non avrà esito, presenteremo una domanda di grazia a Sua Maestà. Faremo tutto il possibile.
- Ecco, se avessi avuto prima un buon avvocato... - lo interruppe lei. - E invece quel mio difensore era uno stupidotto. Continuava a farmi complimenti, - disse e scoppiò a ridere. - Se allora avessero saputo che lei mi conosceva, sarebbe stato diverso. Così invece? Pensano tutti che sia una ladra.
«Com'è strana oggi», - pensò Nechljudov e stava per replicare quando lei ricomiciò a parlare.
- Ma ecco cosa volevo dirle. C'è da noi una vecchietta, che tutti sono addirittura sbalorditi. Una vecchietta così meravigliosa, e sta in prigione senza motivo, lei e il figlio; e tutti sanno che sono innocenti, ma li hanno accusati di incendio doloso, e stanno in prigione. Lei, sa, ha sentito che la conosco, - disse la Maslova, dimenando il capo e lanciandogli occhiate, - e dice: «Digli di far chiamare mio figlio, che lui gli racconterà tutto». Si chiamano Men'šov. Allora, lo farà? Sa, è una vecchietta così meravigliosa; si vede subito che non ha colpa. Lei, mio caro, se ne occuperà, vero? - disse sogguardandolo, abbassando gli occhi e sorridendo.
- Va bene, lo farò, m'informerò, - disse Nechljudov, sempre più stupito della sua disinvoltura. - Ma volevo parlarle anch'io. Ricorda cosa le dissi l'altra volta?
- Diceva tante cose. Che cosa disse l'altra volta? - chiese senza smettere di sorridere e voltando la testa da una parte e dall'altra.
- Dissi che ero venuto per chiederle di perdonarmi.
- E dàgli con questo perdonare, perdonare, a che serve... farebbe meglio...
- Che volevo riparare la mia colpa, - continuava Nechljudov, - e riparare coi fatti. Ho deciso di sposarla.
Sul viso di lei a un tratto si dipinse la paura. I suoi occhi strabici, fissi, lo guardavano e non lo guardavano.
- Di questo poi che bisogno c'era? - esclamò accigliata e cattiva.
- Sento che devo farlo dinanzi a Dio.
- Di che Dio mi viene a parlare, adesso? Lei continua a dire cose che non c'entrano. Dio? Quale Dio? Allora avrebbe dovuto ricordarsi di Dio, - disse, e si fermò a bocca aperta.
Nechljudov solo allora sentì un forte odore di acquavite venire dalla sua bocca e comprese il motivo della sua eccitazione.
- Si calmi, - disse.
- Non ho niente da calmarmi. Credi che sia ubriaca? Sarò anche ubriaca, ma so quel che dico, - a un tratto cominciò in fretta e si fece di porpora: - io sono una forzata, una puttana, e lei è un signore, un principe, e non è il caso che tu ti sporchi con me. Vai dalle tue principesse, che il mio prezzo è un biglietto rosso.
- Per quanto tu parli crudelmente, non puoi esprimere quello che sento, - disse sottovoce Nechljudov, tremando tutto, - non puoi immaginarti fino a che punto senta la mia colpa dinanzi a te!...
- Senta la colpa... - gli rifece il verso lei, cattiva. - Allora non la sentivi, e mi rifilasti cento rubli. Ecco il tuo prezzo...
- Lo so, lo so, ma ora che posso farci? - disse Nechljudov. - Ora ho deciso che non ti abbandonerò, - ripeté, - e farò quello che ho detto.
- E io ti dico che non lo farai! - esclamò lei e scoppiò a ridere forte.
- Katjuša! - cominciò lui, toccandole la mano.
- Vattene da me. Io sono una forzata e tu un principe, e questo non è posto per te, - gridò, trasfigurata dall'ira, strappando via la mano. - Vuoi salvarti per mezzo mio, - proseguì, affrettandosi a dire tutto quello che le si era levato nell'anima. - A mie spese te la sei spassata in questa vita, e adesso a mie spese vuoi salvarti all'altro mondo! Mi fai schifo, tu e i tuoi occhiali, e tutto il tuo grasso e sporco muso. Vattene, vattene via! - urlò, scattando in piedi con un movimento energico.
Si avvicinò il carceriere.
- Che scenate sono queste! È mai possibile...
- Ci lasci, per favore, - disse Nechljudov.
- Che non trascenda, - disse il carceriere.
- No, aspetti, per favore, - disse Nechljudov.
Il carceriere tornò alla finestra.
La Maslova si risedette, abbassando gli occhi e stringendo forte le piccole mani con le dita intrecciate.
Nechljudov stava in piedi davanti a lei, e non sapeva che fare.
- Tu non mi credi, - disse.
- Che vuole sposarmi: questo non sarà mai. Piuttosto m'impicco! Ecco tutto.
- Continuerò lo stesso ad assisterti.
- Sono affari suoi. Io però da lei non voglio niente. Dico sul serio, - disse. - Ma perché non sono morta allora? - aggiunse e scoppiò in un pianto pietoso.
Nechljudov non poteva parlare: le sue lacrime l'avevano contagiato. Ella alzò gli occhi, lo guardò, parve stupirsi, e si asciugò col fazzoletto le lacrime che le scorrevano sulle guance.
Il carceriere si avvicinò di nuovo e ricordò che era tempo di salutarsi. La Maslova si alzò.
- Adesso lei è agitata. Se sarà possibile, tornerò domani. Intanto ci pensi, - disse Nechljudov.
Lei non rispose, e senza guardarlo uscì dietro il carceriere.
- Be', ragazza mia, adesso andrà tutto bene, - disse la Korablëva alla Maslova, quando tornò in cella. - Si vede che si è preso una bella cotta; non perder tempo, finché viene. Ti tirerà fuori. Per i ricchi tutto è possibile.
- Proprio così, - diceva la casellante con voce canora. - Se il povero vuol sposarsi, anche la notte è corta, al ricco invece basta il pensiero, l'idea: e tutti i suoi desideri si avverano. Da noi un signore così rispettabile, sai bella che ha fatto?...
- E allora, hai parlato della mia storia? - domandò la vecchia.
Ma la Maslova non rispose alle sue compagne, e si sdraiò sul tavolaccio, dove rimase con gli occhi strabici fissi in un angolo fino a sera. In lei si svolgeva un lavorio tormentoso. Ciò che le aveva detto Nechljudov l'aveva richiamata in quel mondo in cui aveva sofferto e che aveva abbandonato, senza comprenderlo e odiandolo. Ora aveva perso l'oblio in cui era vissuta, e vivere con la chiara memoria di ciò che era stato era troppo tormentoso. Quella sera comprò ancora dell'acquavite e si ubriacò insieme alle compagne.
XLIX
«Sì, ecco come stanno le cose. Ecco», - pensava Nechljudov uscendo dal carcere, e per la prima volta comprendeva appieno tutta la sua colpa. Se non avesse tentato di riparare, di riscattare la sua azione, non ne avrebbe mai sentito tutta la gravità; non solo, anche lei non avrebbe sentito tutto il male che le era stato fatto. Solo adesso era uscito alla luce in tutto il suo orrore. Egli vedeva solo adesso cosa aveva fatto dell'anima di quella donna, e lei vedeva e capiva che cosa era stato fatto di lei. Prima Nechljudov giocava con il suo sentimento di ammirazione per se stesso, per il suo pentimento; adesso aveva semplicemente paura. Lasciarla - lo sentiva - ormai non poteva più, e nello stesso tempo non riusciva a immaginare a cosa avrebbero portato i suoi rapporti con lei.
Proprio all'uscita Nechljudov fu avvicinato da un carceriere con croci e medaglie e una faccia sgradevole e losca, che gli passò un bigliettino con aria di mistero.
- Ecco per sua eccellenza un biglietto da parte di una persona... - disse porgendo la busta a Nechljudov.
- Quale persona?
- Legga e vedrà. Una detenuta, una politica. Presto servizio da loro. Lei me l'ha chiesto. E anche se non è permesso, per umanità... - disse affettatamente il carceriere.
Nechljudov si domandava come mai un secondino addetto ai politici recapitasse messaggi, e nel carcere stesso, quasi sotto gli occhi di tutti: non sapeva ancora che quello era non solo un carceriere, ma una spia; prese dunque il biglietto e, uscendo dalla prigione, lo lesse. A matita, con mano sicura e ortografia d'avanguardia, era scritto quanto segue:
«Ho saputo che lei visita il carcere, interessandosi a una detenuta comune, e desidererei vederla. Chieda un incontro con me. Glielo concederanno, e io le riferirò molte cose importanti sia per la sua protetta che per il nostro gruppo. Ringraziandola, sua Vera Bogoduchovskaja».
Vera Bogoduchovskaja era maestra in un villaggio sperduto del governatorato di Novgorod, dove Nechljudov era passato con gli amici durante una battuta di caccia all'orso. Questa maestra aveva chiesto a Nechljudov del denaro per proseguire gli studi. Nechljudov gliel'aveva dato e si era dimenticato di lei. Ora risultava che quella signora era una criminale politica, stava in prigione, dove, probabilmente, era venuta a conoscenza della sua storia, ed ecco che gli offriva i suoi servigi. Com'era tutto facile e semplice, allora. E com'era tutto difficile e complicato, adesso. Con immediatezza e gioia Nechljudov ricordò quel tempo e il suo incontro con la Bogoduchovskaja. Era stato prima di carnevale, in un posto sperduto, a sessanta verste dalla ferrovia. La caccia era stata fortunata, avevano ucciso due orsi e stavano pranzando, preparandosi a partire, quando il padrone dell'izba in cui erano alloggiati venne a dire che c'era lì la figlia del diacono, che voleva vedere il principe Nechljudov.
- Carina? - chiese qualcuno.
- Dài, smettetela! - disse Nechljudov, fece il viso serio, si alzò da tavola e, pulendosi la bocca e domandandosi cosa volesse da lui la figlia del diacono, entrò nella casetta del padrone.
Nella stanza c'era una ragazza con un cappello di feltro e la pelliccia, segaligna, con un viso magro e bruttino, in cui belli erano soltanto gli occhi con le sopracciglia inarcate.
- Ecco, Vera Efremovna, parla con il signore, - disse la vecchia padrona, - è lui il principe. Io me ne vado.
- In che posso esserle utile? - chiese Nechljudov.
- Io... io... Vede, lei è ricco, sperpera denaro per tante sciocchezze, per la caccia, lo so, - cominciò la ragazza, molto imbarazzata, - mentre io voglio una sola cosa: voglio rendermi utile alla gente e non posso far nulla perché non so nulla.
Gli occhi erano sinceri, buoni, e tutta la sua espressione risoluta e timida a un tempo era così toccante che Nechljudov, come gli capitava talvolta, a un tratto si mise nei suoi panni, la capì e ne ebbe compassione.
- E io che posso fare?
- Sono una maestra, ma vorrei continuare gli studi, e non mi ammettono. Cioè non è che non mi ammettano, mi ammettono sì, ma ci vogliono i mezzi. Mi faccia un prestito, io terminerò il corso e le restituirò tutto. Io penso che i ricchi uccidono gli orsi, fanno bere i contadini: tutto questo è male. Perché non dovrebbero fare del bene? Mi occorrono solo ottanta rubli. Ma se non vuole non importa, - disse stizzita.
- Al contrario, le sono molto grato per avermi dato l'occasione... Glieli porto subito, - disse Nechljudov.
Uscì in anticamera e lì trovò un compagno che aveva origliato la loro conversazione. Senza rispondere agli scherzi dei compagni, prese il denaro dalla borsa e glielo portò.
- La prego, la prego, non mi ringrazi. Sono io che devo ringraziare lei.
A Nechljudov piaceva adesso ricordare tutto questo, gli piaceva ricordare come per poco non avesse litigato con un ufficiale che voleva volgere la cosa in uno scherzo di cattivo gusto, come un compagno l'avesse spalleggiato e in seguito a ciò fossero diventati più amici, come tutta la caccia fosse stata fortunata e allegra e come si fosse sentito bene mentre ritornavano di notte alla stazione ferroviaria. In fila indiana le slitte a due cavalli si muovevano silenziose, al trotto, sullo stretto sentiero fra i boschi, ora alti, ora bassi, con gli abeti completamente schiacciati da spesse falde di neve. Nell'oscurità, accendendo una fiammella rossa, qualcuno fumava una sigaretta aromatica. Osip, il battitore, correva da una slitta all'altra nella neve fino al ginocchio e riaggiustava i finimenti, raccontando delle alci che a quell'epoca vagavano nella neve alta e rosicchiavano la corteccia dei tremuli, e degli orsi che ora dormivano nelle loro tane profonde, sbuffando il loro respiro tiepido negli sfiatatoi.
A Nechljudov tornò in mente tutto questo, e soprattutto la gioia di sapersi sano, forte e spensierato. I polmoni, tendendo il pellicciotto, respirano l'aria gelida, sul viso spruzza la neve dei rami investiti dall'arco della slitta, il corpo è caldo, il viso fresco, e nell'anima né preoccupazioni né rimpianti, né paure né desideri. Com'era bello! E adesso? Dio mio, com'era tutto tormentoso e difficile!...
Evidentemente Vera Efremovna era una rivoluzionaria e adesso si trovava in prigione per la sua attività. Bisognava vederla, soprattutto perché aveva promesso dei consigli su come migliorare la situazione della Maslova.
L
Al suo risveglio la mattina dopo, Nechljudov ricordò tutto quanto era accaduto la vigilia, ed ebbe paura.
Ma nonostante questa paura era più che mai deciso a continuare l'opera intrapresa.
Con tale consapevolezza del proprio dovere uscì di casa e si recò da Maslennikov, per chiedergli il permesso di visitare in carcere, oltre alla Maslova, anche la vecchia Men'šova col figlio, come gli aveva chiesto la Maslova. Inoltre voleva chiedere un colloquio con la Bogoduchovskaja, che avrebbe potuto essere utile alla Maslova.
Nechljudov conosceva Maslennikov fin dai tempi dell'esercito. Maslennikov era allora tesoriere del reggimento. Era il più bonario e il più efficiente degli ufficiali, che al mondo non conosceva e non voleva conoscere nient'altro che il reggimento e la famiglia reale. Ora Nechljudov lo ritrovava funzionario: aveva sostituito al reggimento il governatorato e la sua amministrazione. Aveva sposato una donna ricca ed energica, che l'aveva fatto passare dal servizio militare a quello statale. Lo prendeva in giro e lo coccolava come un animale addomesticato. Nechljudov l'inverno prima era stato a trovarli una volta, ma la coppia gli era parsa così poco interessante che non era più tornato.
Maslennikov s'illuminò tutto, vedendo Nechljudov. Aveva la stessa faccia grassa e rossa, la stessa mole e lo stesso abito impeccabile di quando era militare. Là era una giubba o un'uniforme sempre pulita e all'ultima moda, attillata sulle spalle e sul petto; adesso era un'uniforme civile all'ultima moda, che ugualmente gli fasciava il corpo ben nutrito e metteva in risalto l'ampio petto. Era in bassa tenuta. Nonostante la differenza d'età (Maslennikov era sulla quarantina), si davano del «tu».
- Oh, ecco, grazie d'esser venuto. Andiamo da mia moglie. Ho per l'appunto dieci minuti liberi prima di una riunione. Il principale se n'è andato. Sono io che amministro il governatorato, - disse con malcelata soddisfazione.
- Sono da te per affari.
- Che cosa? - disse Maslennikov, di colpo all'erta, in tono spaventato e un po' severo.
- In carcere c'è una persona a cui m'interesso molto (alla parola carcere il viso di Maslennikov si fece ancora più severo), e vorrei poterla incontrare non nel parlatorio comune, ma in direzione, e non solo nei giorni stabiliti, ma anche più spesso. Mi hanno detto che dipende da te.
- Ma certo, mon cher, per te sono disposto a far tutto, - disse Maslennikov toccandogli le ginocchia con tutte e due le mani, come per attenuare la sua grandezza, - si può, ma vedi, io sono il califfo di un'ora.
- Dunque puoi darmi un documento perché possa incontrarla?
- È una donna?
- Sì.
- E perché è lì?
- Per avvelenamento, Ma è stata condannata ingiustamente.
- Eccoti qua la vera giustizia, ils n'en font point d'autres, - disse, chissà perché, in francese. - So che non sei d'accordo con me, ma che farci, c'est mon opinion bien arrêtée - aggiunse esprimendo un'idea che aveva letto per un anno, in forme diverse, su un giornale retrogrado, conservatore. - So che sei liberale.
- Non so se sono liberale o cos'altro, - disse sorridendo Nechljudov, che si stupiva sempre che tutti lo ascrivessero a qualche partito e lo chiamassero liberale solo perché aveva detto che giudicando un uomo bisogna prima ascoltarlo, che davanti alla giustizia tutti gli uomini sono uguali, che non bisogna torturare e percuotere in generale, e in particolare quelli che non sono stati condannati. - Non so se sono liberale oppure no, ma so soltanto che i tribunali attuali, per quanto cattivi siano, son sempre meglio dei precedenti.
- E chi hai preso per avvocato?
- Mi sono rivolto a Fanarin.
- Ah, Fanarin! - disse Maslennikov con una smorfia, ricordando che l'anno prima quel Fanarin l'aveva interrogato come testimone in tribunale e con la massima cortesia l'aveva coperto di ridicolo per mezz'ora. - Non ti consiglierei di avere a che fare con lui. Fanarin est un homme taré.
- Ho anche un'altra richiesta, - disse Nechljudov senza rispondergli. - Da molto tempo conosco una ragazza, una maestra. È una creatura molto patetica e adesso è anche lei in prigione, e vuole vedermi. Puoi darmi un permesso per lei?
Maslennikov reclinò un po' il capo e rifletté.
- È una politica?
- Sì, così mi hanno detto.
- Ecco, vedi, gli incontri con i politici sono concessi solo ai familiari, ma ti darò un permesso generale. Je sais que vous n'abuserez pas... Come si chiama la tua protégée? Bogoduchovskaja? Elle est jolie?
- Hideuse.
Maslennikov scosse il capo in segno di disapprovazione, andò alla scrivania e su un foglio con l'intestazione stampata scrisse svelto: «Autorizzo il latore della presente, principe Dmitrij Ivanoviè Nechljudov, a incontrare nell'ufficio della direzione del carcere la borghese Maslova e l'infermiera Bogoduchovskaja, ivi detenute», e terminò con un vistoso svolazzo.
- Vedrai che ordine c'è là dentro. E mantenervi l'ordine è difficile, perché è sovraffollato, soprattutto di detenuti in transito; e tuttavia li sorveglio severamente e mi piace questo lavoro. Vedrai: stanno benissimo e sono contenti. Basta saperli trattare. Giorni fa c'è stato un caso increscioso: un'insubordinazione. Un altro l'avrebbe interpretato come una rivolta e creato molti infelici. Mentre da noi è andato tutto benissimo. Ci vuole sollecitudine da una parte, e ferma autorità dall'altra, - disse stringendo il pugno bianco e paffuto, con un anello di turchese, che sporgeva dalla manica bianca e inamidata della camicia, chiusa da un gemello d'oro, - sollecitudine e ferma autorità.
- Be', non saprei, - disse Nechljudov, - ci sono stato due volte, e mi sono sentito malissimo.
- Sai cosa? Devi conoscere la contessa Passek, - proseguì Maslennikov, ormai inarrestabile, - si è tutta consacrata a questa missione. Elle fait beaucoup de bien. Grazie a lei, e forse a me, lo dico senza falsa modestia, si è riusciti a cambiare le cose, sicché ormai non ci sono più gli orrori di un tempo, anzi lì stanno addirittura benissimo. Vedrai. Quanto a Fanarin, io non lo conosco di persona, e poi data la mia posizione sociale le nostre strade non si incontrano, ma è decisamente un cattivo soggetto, e poi in tribunale si permette di dire certe cose, ma certe cose...
- Allora ti ringrazio, - disse Nechljudov prendendo il foglio, e senza più ascoltarlo si congedò dal suo ex compagno.
- Ma non vai da mia moglie?
- No, scusami, ma adesso non ho tempo.
- Ma come, non me la perdonerà, - diceva Maslennikov, accompagnando l'ex compagno fino al primo pianerottolo della scala, come faceva con le persone non di primaria, ma di secondaria importanza, fra le quali annoverava Nechljudov. - No, per favore, passaci almeno per un minuto.
Ma Nechljudov restò inamovibile, e mentre il lacchè e il portiere accorrevano per porgergli cappotto e bastone e gli aprivano la porta, sorvegliata all'esterno da una guardia urbana, ripeté che non poteva assolutamente.
- Be', allora giovedì, ti prego. È il suo giorno di ricevimento. Glielo dirò, - gli gridò Maslennikov dalla scala.
LI
Quello stesso giorno, recatosi direttamente da casa di Maslennikov al carcere, Nechljudov tornò all'appartamento del direttore. Si sentivano ancora, come l'altra volta, le note di un pianoforte scadente: adesso però non suonavano più la rapsodia, ma degli studi di Clementi, pure con straordinaria veemenza, precisione e agilità. La cameriera con l'occhio bendato che gli aprì la porta disse che il capitano era in casa, e condusse Nechljudov in un salottino con un divano, un tavolo e una grande lampada col paralume di carta rosa bruciacchiato da un lato, posata su un centrino di lana lavorato a ferri. Uscì il direttore con una faccia sfinita e triste.
- Prego, si accomodi, che cosa desidera? - chiese allacciandosi il bottone centrale dell'uniforme.
- Sono appena stato dal vicegovernatore, ed ecco l'autorizzazione, - disse Nechljudov porgendogli il foglio. - Desidererei vedere la Maslova.
- Markova? - domandò il direttore, che non aveva sentito a causa della musica.
- Maslova.
- Ah, certo, certo!
Il direttore si alzò e andò alla porta, da cui provenivano i passaggi di Clementi.
- Marusja, aspetta almeno un momentino, - disse con una voce da cui si capiva che quella musica era la croce della sua vita, - non si sente nulla.
Il pianoforte tacque, si udirono dei passi scontenti, e qualcuno fece capolino alla porta.
Il direttore, quasi provasse sollievo per quella tregua della musica, si accese una grossa sigaretta di tabacco leggero e ne offrì anche a Nechljudov. Nechljudov rifiutò.
- Dunque desidererei vedere la Maslova.
- Non è il momento per vedere la Maslova.
- Perché?
- Ma sì, la colpa è sua, principe, - disse il direttore sorridendo appena. - Non le dia del denaro direttamente. Se vuole, lo dia a me. Glielo terrò da parte. Perché ieri certo le ha dato del denaro, lei si è procurata dell'acquavite, - non si riesce proprio a estirpare questo male - e oggi si è completamente ubriacata, tanto da diventare perfino aggressiva.
- Possibile?
- E come no, ho dovuto anche prendere dei severi provvedimenti, l'ho trasferita in un'altra cella. Di solito è una donna tranquilla, ma per favore, non le dia del denaro. È gente così...
Nechljudov rivide con chiarezza la scena del giorno prima, e di nuovo ebbe paura.
- E la Bogoduchovskaja, una politica, si può vedere? - chiese Nechljudov dopo una pausa.
- Ma sì, certo, - disse il direttore. - E tu cosa vuoi? - si rivolse a una bambina di cinque o sei anni, che era entrata nella stanza e si dirigeva verso il padre volgendo il capo in modo da non perdere di vista Nechljudov. - Guarda che cadi, - disse il direttore, e sorrise al vedere la bambina che, non guardando dinanzi a sé, aveva inciampato nel tappetino ed era corsa dal padre.
- Allora, se è possibile, io andrei.
- Certo, è possibile, - disse il direttore, abbracciando la figlia che continuava a guardare Nechljudov, si alzò e, allontanando teneramente la bimba, uscì in anticamera.
Il direttore non aveva fatto in tempo a indossare il cappotto che gli porgeva la ragazza bendata e a uscire dalla porta, che di nuovo si sgranarono i precisi passaggi di Clementi.
- Andava al conservatorio, ma poi ci sono stati dei disordini. È molto dotata, - disse il direttore, scendendo le scale. - Vuole diventare una concertista.
Il direttore e Nechljudov arrivarono al carcere. Il cancello si aprì immediatamente all'avvicinarsi del direttore. I carcerieri, facendogli il saluto militare, lo accompagnavano con gli occhi. In anticamera s'imbatterono in quattro uomini con il cranio mezzo rasato che portavano delle tinozze piene, e che si fecero piccoli piccoli vedendo il direttore. Soprattutto uno si rattrappì e si rabbuiò, facendo brillare gli occhi neri.
- S'intende che il talento va perfezionato, non lo si può seppellire, ma in un appartamento piccolo, sa, a volte è dura, - il direttore continuava il suo discorso senza prestare la minima attenzione ai detenuti, e strascicando i piedi con passo stanco entrò nella stanza di riunione, accompagnato da Nechljudov.
- Chi desiderava vedere? - domandò il direttore.
- La Bogoduchovskaja.
- Sta nella torre. Dovrà aspettare, - disse a Nechljudov.
- E nel frattempo non potrei vedere i detenuti Men'šov, madre e figlio, accusati di incendio doloso?
- Ah sì, cella ventuno. Certo, posso farli chiamare.
- Non potrei vedere Men'šov nella sua cella?
- Ma starete più tranquilli in questa stanza.
- No, m'interessa.
- Oh, si è trovato proprio un bell'interesse!
Intanto dalla porta laterale era uscito un ufficiale-aiutante tutto azzimato.
- Accompagni il principe nella cella di Men'šov. Cella ventuno, - disse il direttore all'aiutante, - e poi in direzione. Io intanto chiamerò... come si chiama?
- Vera Bogoduchovskaja, - disse Nechljudov.
L'aiutante del direttore era un giovane ufficiale biondissimo, con i baffi tinti, che diffondeva intorno a sé un profumo di acqua di Colonia ai fiori.
- Prego, - si rivolse a Nechljudov con un bel sorriso. - S'interessa al nostro istituto?
- Sì, e m'interesso a quest'uomo che, a quanto mi hanno detto, vi è finito del tutto ingiustamente.
Il vicedirettore si strinse nelle spalle.
- Sì, capita, - disse tranquillo, cedendo cortesemente il passo all'ospite nell'ampio corridoio maleodorante. - Ma capita anche che mentano. Prego.
Le porte delle celle erano aperte, e alcuni detenuti stavano in corridoio. Facendo cenni appena percettibili ai carcerieri e guardando con la coda dell'occhio i carcerati, che stringendosi ai muri rientravano nelle loro celle, oppure si fermavano sulla soglia, sull'attenti e accompagnando con lo sguardo i superiori alla maniera militare, il vicedirettore condusse Nechljudov lungo tutto un corridoio, fino a un altro corridoio a sinistra, chiuso da una porta di ferro.
Questo corridoio era più stretto, più buio e ancora più maleodorante del primo. Sui due lati c'erano delle porte chiuse da chiavistelli. Nelle porte c'erano dei forellini, i cosiddetti spiocini, del diametro di un paio di centimetri. In corridoio non c'era nessuno, tranne un vecchio carceriere dalla faccia triste e rugosa.
- In che cella è Men'šov?
- Ottava a sinistra.
LII
- Posso dare un'occhiata? - chiese Nechljudov.
- Faccia pure, - disse il vicedirettore con un bel sorriso e si mise a domandare qualcosa al carceriere. Nechljudov spiò in un'apertura: lì un giovane alto con la sola biancheria addosso e una piccola barbetta nera camminava svelto avanti e indietro; udito un fruscio alla porta, guardò, si accigliò e riprese a camminare.
Nechljudov spiò in un'altra apertura: il suo occhio incontrò un altro grande occhio spaventato, che guardava nel forellino; si allontanò in fretta. Spiando in una terza apertura, vide un ometto piccolissimo che dormiva raggomitolato sul letto, con la testa coperta dal camiciotto. Nella quarta cella un uomo pallido, dalla faccia larga, sedeva a testa bassa, coi gomiti appoggiati sulle ginocchia. Udendo i passi, l'uomo alzò il capo e guardò. In tutto il viso, e soprattutto nei grandi occhi, c'era un'espressione di angoscia disperata. Evidentemente non gli importava di sapere chi guardava nella sua cella. Chiunque fosse, era chiaro che non si aspettava nulla di buono né da lui né da alcun altro. Nechljudov ebbe paura: smise di guardare e andò alla cella ventuno di Men'šov. Il carceriere tirò il chiavistello e aprì la porta. Un giovane muscoloso, con un lungo collo, gli occhi buoni e rotondi e la barbetta corta, stava accanto alla cuccetta e con la faccia spaventata, infilandosi svelto la divisa, guardava i nuovi venuti. Nechljudov fu colpito soprattutto dagli occhi buoni e rotondi, che correvano da lui al carceriere all'ufficiale e viceversa, con un'espressione interrogativa e spaventata.
- Questo signore vuole interrogarti sul tuo caso.
- Ringrazio umilmente.
- Sì, mi hanno raccontato del suo caso, - disse Nechljudov, entrando nella cella e fermandosi vicino alla finestra sbarrata e sudicia, - e volevo sentirlo da lei personalmente.
Anche Men'šov si avvicinò alla finestra e subito cominciò a raccontare, prima lanciando timide occhiate al vicedirettore, poi prendendo vieppiù coraggio; quando poi l'ufficiale lasciò definitivamente la cella e uscì in corridoio, per darvi certe disposizioni, si rinfrancò del tutto. Il suo racconto per linguaggio e maniere era il racconto del più semplice e bravo giovane di campagna, e a Nechljudov pareva particolarmente strano sentirlo dalla bocca di un detenuto nella divisa infamante e in prigione. Nechljudov ascoltava e intanto osservava la cuccetta bassa con il pagliericcio, e la finestra con la grossa inferriata, e le pareti sporche, umide e imbrattate, e il viso miserevole e la figura dell'infelice contadino umiliato in koty e camiciotto, e si sentiva sempre più triste; non voleva credere che fosse vero quanto gli andava raccontando quel brav'uomo, tanto era orribile pensare che avessero potuto, senza alcun motivo, anzi solo perché lui stesso era stato offeso, prendere un uomo, mettergli addosso una divisa da carcerato e rinchiuderlo in quel posto orribile. Ma d'altra parte era ancor più orribile pensare che quel racconto sincero, fatto con quel viso buono, fosse inganno e invenzione. Il ragazzo raccontava che l'oste, subito dopo il matrimonio, gli aveva portato via la moglie. Aveva cercato ovunque giustizia. Ovunque l'oste comprava le autorità e veniva assolto. Una volta si era riportato a casa la moglie con la forza, ma lei era fuggita l'indomani. Allora andò per riprendersela. L'oste gli disse che sua moglie non c'era (ma lui l'aveva vista entrando), e gli ingiunse d'andarsene. Non se ne andò. L'oste e un garzone lo picchiarono a sangue, e il giono dopo s'incendiò la casa dell'oste. Accusarono lui e la madre, ma non era stato lui ad appiccare il fuoco, anzi era dal compare.
- E davvero non l'hai appiccato tu?
- Non ci ho mai neppure pensato, signore. Dev'esser stato lui, quel malfattore, ad appiccarlo. Dicevano che si era appena assicurato. E invece han detto che siamo stati io e mia madre, che l'avevamo minacciato. Questo è vero, quel giorno gliene ho dette, ero fuori della grazia di Dio. Ma il fuoco non l'ho appiccato. E non ero lì quando è scoppiato l'incendio. È lui che l'ha denunciato apposta il giorno prima, quando io e la mamma eravamo là. L'ha incendiato lui per l'assicurazione, e ha dato la colpa a noi.
- Possibile?
- Dico la verità, signore, davanti a Dio. Ci faccia da padre! - voleva inchinarsi fino a terra, e Nechljudov lo trattenne a forza. - Mi faccia uscire di qui, non merito questa fine, - continuava.
E a un tratto le guance gli si contrassero e scoppiò a piangere, e rimboccatosi la manica della divisa si mise ad asciugarsi gli occhi con quella della camicia sporca.
- Avere finito? - chiese il vicedirettore.
- Sì. Allora non si disperi, faremo il possibile, - disse Nechljudov e uscì. Men'šov rimase sulla soglia, tanto che il carceriere gli sbatté la porta in faccia, nel richiuderla. Mentre il carceriere girava il chiavistello, Men'šov guardava nel forellino della porta.
LIII
Ripercorrendo il corridoio più largo (era l'ora del pranzo e le celle erano aperte), fra uomini vestiti di camiciotti giallini, calzoni ampi e corti e koty, che lo divoravano con gli occhi, Nechljudov provava strane sensazioni: pietà per i carcerati, e orrore e sconcerto per coloro che li avevano rinchiusi e li tenevano lì dentro, e chissà perché anche vergogna di se stesso, che osservava tranquillamente queste cose.
In un corridoio qualcuno, ciabattando nei koty, entrò di corsa nella porta di una cella, e ne uscirono degli uomini che si misero sulla strada di Nechljudov, inchinandosi.
- Ordini, eccellenza, non so il suo nome, che si decida di noi in qualche modo.
- Non sono un superiore, io non so nulla.
- Lo stesso, lo dica a qualche autorità o a chi so io, - disse una voce indignata. - Non abbiamo nessuna colpa ed è più di un mese che soffriamo.
- Come? Perché? - domandò Nechljudov.
- Ci han rinchiusi in prigione. È più di un mese che siamo qua dentro e non sappiamo neanche perché.
- È vero, è per un caso, - disse il vicedirettore, - queste persone sono state arrestate perché sprovviste di documenti, e bisognava rimandarle al governatorato d'origine, ma lì il carcere è bruciato, e l'amministrazione locale si è rivolta a noi chiedendoci di trattenerli. Così abbiamo rimandato tutti quelli degli altri governatori, ma questi li teniamo qui.
- Come, solo per questo? - domandò Nechljudov, fermandosi sulla porta.
Una folla di una quarantina di uomini, tutti in divisa da carcerati, circondò Nechljudov e l'ufficiale. Subito diverse voci cominciarono a parlare. Il vicedirettore le fermò.
- Parli uno solo.
Dal gruppo si staccò un contadino alto e dall'aspetto venerabile, di una cinquantina d'anni. Egli spiegò a Nechljudov che erano stati tutti deportati e rinchiusi in prigione perché non avevano il passaporto. Veramente il passaporto ce l'avevano, solo scaduto da un paio di settimane. Ogni anno capitava che ci fossero passaporti scaduti a quel modo, e non avevano mai punito nessuno, invece stavolta li avevano presi ed ecco li tenevano lì da più di un mese, come criminali.
- Siamo tutti muratori, tutti della stessa squadra. Dicono che nel nostro governatorato è bruciata la prigione. Ma non è mica colpa nostra. Ci faccia questa carità.
Nechljudov ascoltava e quasi non capiva quello che diceva il vecchio dall'aria venerabile, perché tutta la sua attenzione era assorbita da un grosso pidocchio grigio scuro, che con le sue numerose zampette strisciava fra i peli sulla guancia del muratore.
- Ma come? Possibile che solo per questo? - diceva Nechljudov, rivolto al vicedirettore.
- Sì, i superiori hanno preso un abbaglio, avrebbero dovuto rimandarli indietro e farli stabilire nel luogo di residenza, - diceva il vicedirettore.
Non appena l'ufficiale finì, dalla folla uscì un ometto piccolino, anche lui in divisa da carcerato, e cominciò a dire, storcendo stranamente la bocca, che lì dentro li tormentavano senza motivo.
- Peggio dei cani... - incominciò.
- Be', be', adesso non esagerare, taci, altrimenti sai...
- Cosa devo sapere, - esasperato l'ometto. - Abbiam forse qualche colpa?
- Silenzio! - gridò il superiore, e l'ometto tacque.
«Ma cosa succede?» - diceva fra sé Nechljudov uscendo dal reparto, sentendosi come crivellato dai cento occhi di detenuti che guardavano dalle porte e lo incrociavano.
- Possibile che davvero tengano qui degli innocenti? - disse Nechljudov quando furono usciti dal corridoio.
- Che ci vuol fare? E comunque raccontano anche un mucchio di storie. A sentir loro son tutti innocenti, - disse il vicedirettore.
- Questi però non hanno proprio nessuna colpa.
- Questi magari sì. E comunque è gente molto corrotta. La severità è indispensabile. Ci sono certi tipi scapestrati, con cui bisogna stare più che attenti. Ecco, ieri siamo stati costretti a punirne due.
- Come punire? - chiese Nechljudov.
- Sono stati puniti con le verghe, secondo l'ordine...
- Ma le punizioni corporali sono state abolite.
- Non per chi è privato dei diritti. Per costoro sono ancora in vigore.
Nechljudov ricordò quanto aveva visto il giorno prima, mentre aspettava nell'atrio, e comprese che la punizione aveva avuto luogo proprio durante la sua attesa, e fu assalito con particolare violenza da quella sensazione mista di curiosità, angoscia, incredulità e nausea morale che diventava quasi fisica, già sperimentata altre volte, ma mai con tale intensità.
Senza ascoltare l'ufficiale e senza guardarsi intorno, uscì in fretta dai reparti e si diresse verso l'ufficio. Il direttore era in corridoio e, impegnato in tutt'altro, si era dimenticato di far chiamare la Bogoduchovskaja. Si ricordò di aver promesso di chiamarla solo quando Nechljudov entrò nel suo ufficio.
- Mando subito a prenderla, intanto si accomodi, - disse.
LIV
L'ufficio consisteva di due stanze. Nella prima, con una grande stufa sporgente e scrostata e due finestre sporche, c'era in un angolo un'asta nera per misurare la statura dei detenuti, e nell'altro era appesa (eterno attributo di tutti i luoghi di tortura, quasi a irrisione del suo insegnamento) una grande immagine di Cristo. In questa prima stanza c'erano alcuni carcerieri. Nell'altra stanza invece una ventina di uomini e donne sedevano lungo le pareti a gruppetti o a coppie, e discorrevano sottovoce. Vicino a una finestra c'era una scrivania.
Il direttore si sedette alla scrivania e offrì a Nechljudov una sedia accanto a sé. Nechljudov si sedette e si mise ad osservare la gente che era nella stanza.
Per primo attirò la sua attenzione un giovanotto in giacchetta corta, dalla faccia simpatica, che in piedi di fronte a una donna non più giovane, dalle sopracciglia nere, le diceva qualcosa con calore e gran gesti delle mani. Lì vicino sedeva un vecchio con gli occhiali blu e ascoltava immobile, tenendola per mano, una giovane donna vestita da carcerata, che gli stava raccontando qualcosa. Un liceale guardava il vecchio senza staccarne gli occhi, con un'espressione fissa e spaventata. Non lontano da loro, in un angolo, sedeva una coppietta di innamorati: lei era una ragazza giovanissima e graziosa, con i capelli corti, quasi bianchi, e il viso energico, vestita alla moda; lui un bel giovane dai lineamenti fini e dai capelli ondulati, che indossava una giacca di guttaperca. Sedevano in un cantuccio e bisbigliavano fra loro, evidentemente beati d'amore. Più vicina di tutti alla scrivania sedeva una donna con i capelli grigi, vestita di nero, certamente una madre. Guardava a occhi sgranati un giovanotto dall'aria tisica anche lui in giacca di guttaperca, e voleva dire qualcosa, ma le lacrime glielo impedivano: cominciava a parlare e si fermava. Il giovanotto teneva in mano un foglio e, non sapendo che fare, lo ripiegava e cincischiava, con una faccia stizzita. Accanto a costoro sedeva una bella ragazza grassottella e colorita con gli occhi molto sporgenti, in abito grigio e pellegrina. Seduta accanto alla madre in lacrime, le accarezzava teneramente la spalla. Tutto era bello in quella ragazza: le grandi mani bianche, e i capelli corti e ondulati, e il naso e le labbra decisi; ma il fascino principale del suo viso consisteva nei buoni, sinceri, sporgenti occhi castani. I suoi begli occhi si staccarono dal viso della madre nell'attimo in cui entrò Nechljudov, e incontrarono il suo sguardo. Ma subito ella si voltò e disse qualcosa alla madre. Non lontano dalla coppietta di innamorati sedeva un uomo nero e irsuto, dall'aria tetra, che adirato diceva qualcosa a un visitatore sbarbato che assomigliava a uno skopec. Nechljudov si sedette vicino al direttore e si guardò intorno con viva curiosità. Lo distolse un bambino con i capelli cortissimi, che gli si avvicinò e con la vocetta sottile gli chiese:
- E lei chi aspetta?
Nechljudov si stupì, ma guardando il bambino e vedendo il suo viso serio e intelligente, con gli occhi vivi e attenti, gli rispose con serietà che aspettava una sua conoscente.
- È sua sorella? - chiese il bambino.
- No, non è mia sorella, - rispose Nechljudov. - E tu con chi sei qui? - chiese al bambino.
- Sono con la mamma. È una politica, - disse orgoglioso il bambino.
- Mar'ja Pavlovna, prenda Kolja, - disse il direttore, che probabilmente trovava illegale la conversazione fra Nechljudov e il bambino.
Mar'ja Pavlovna, la bella ragazza dagli occhi sporgenti che aveva attirato l'attenzione di Nechljudov, si levò in tutta la sua alta statura e con passo energico, lungo, quasi maschile, andò da Nechljudov e dal bambino.
- Le sta chiedendo chi è? - domandò a Nechljudov, con un lieve sorriso e guardandolo fiduciosa negli occhi con una semplicità che manifestava l'assoluta certezza che i suoi rapporti erano sempre stati, erano e dovevano essere semplici, affettuosi e fraterni con tutti. - Deve sempre sapere tutto, - disse e rivolse al bambino un sorriso così aperto, buono e simpatico, che sia il bambino che Nechljudov lo ricambiarono involontariamente.
- Sì, mi ha chiesto per chi sono venuto.
- Mar'ja Pavlovna, non si può parlare con gli estranei. Lo sa, - disse il direttore.
- Va bene, va bene, - disse lei e, presa nella sua grande mano bianca la manina di Kolja, che non le staccava gli occhi di dosso, tornò dalla madre del tisico.
- Di chi è quel bambino? - domandò Nechljudov al direttore.
- Di una politica, è nato in prigione, - disse il direttore con una certa soddisfazione, quasi stesse mostrando una rarità del suo istituto.
- Davvero?
- Sì, e adesso va in Siberia con la madre.
- E quella ragazza?
- Non posso risponderle, - disse il direttore alzando le spalle. - Ma ecco la Bogoduchovskaja.
LV
Dalla porta posteriore uscì con passo nervoso la piccola, magra, gialla Vera Efremovna, con i capelli corti e i suoi grandissimi occhi buoni.
- Grazie di essere venuto, - disse stringendo la mano a Nechljudov. - Si ricorda di me? Sediamoci.
- Non pensavo di trovarla qui.
- Oh, sto magnificamente! Così bene, così bene che non desidero di meglio, - diceva Vera Efremovna, come sempre guardando Nechljudov impaurita, con i suoi grandissimi occhi buoni e rotondi, e girando il collo giallo, esilissimo e tirato, che sporgeva dal colletto misero, sgualcito e sudicio della camicetta.
Nechljudov le chiese come fosse venuta a trovarsi in quella situazione. Rispondendogli, ella cominciò a parlare con grande animazione della sua causa. Il suo discorso era infarcito di parole straniere a proposito di propaganda, destabilizzazione, gruppi, sezioni e sottosezioni che doveva essere assolutamente convinta tutti conoscessero, e di cui invece Nechljudov non aveva mai sentito parlare.
Raccontando, pareva assolutamente convinta che per lui fosse molto interessante e piacevole sapere tutti i segreti di Narodnaja Volja. Nechljudov invece guardava il suo collo misero, i capelli radi e spettinati, e si domandava perché facesse e raccontasse tutto ciò. Gli faceva pena, ma non come gli faceva pena Men'šov, un contadino rinchiuso in una fetida prigione senza alcuna colpa da parte sua. Lei faceva pena soprattutto per l'evidente confusione che aveva in testa. Evidentemente si considerava un'eroina, pronta a sacrificare la vita per il successo della sua causa, e intanto forse non avrebbe saputo spiegare in cosa consistesse tale causa, o il suo successo.
La questione di cui Vera Efremovna voleva parlare con Nechljudov riguardava una sua compagna, tale Šustova, che pur non appartenendo neppure al suo sottogruppo, secondo la sua espressione, era stata arrestata cinque mesi prima insieme a lei e rinchiusa nella fortezza dei Ss. Pietro e Paolo, solo perché le erano stati trovati libri e documenti che aveva ricevuto in consegna. Vera Efremovna si riteneva in parte responsabile dell'arresto della Šustova e supplicava Nechljudov, che aveva delle conoscenze, di fare tutto il possibile perché fosse liberata. Come seconda cosa, la Bogoduchovskaja chiedeva di procurare a un certo Gurkeviè, imprigionato nella fortezza dei SS. Pietro e Paolo, il permesso di vedere i genitori e ricevere libri scientifici, che gli erano necessari per i suoi studi.
Nechljudov promise che avrebbe cercato di fare il possibile, una volta a Pietroburgo.
Vera Efremovna raccontò anche la sua storia: terminato il corso di ostetricia, si era messa in contatto con i terroristi di Narodnaja Volja e aveva lavorato con loro. Dapprima tutto era andato bene, scrivevano proclami, facevano propaganda nelle fabbriche, ma poi avevano arrestato una personalità di rilievo, sequestrato dei documenti e uno alla volta li avevano presi tutti.
- Hanno preso anche me, ed ecco adesso mi deportano... - concluse la sua storia. - Ma non è nulla. Mi sento superbamente, il morale è olimpico, - disse e fece un sorriso patetico.
Nechljudov chiese della ragazza con gli occhi sporgenti. Vera Efremovna raccontò che era figlia di un generale, apparteneva già da tempo al partito rivoluzionario ed era stata arrestata per essersi assunta la responsabilità di uno sparo contro un gendarme. Abitava con altri cospiratori in un appartamento, sede di una tipografia clandestina. Quando una notte vennero a perquisirlo, gli abitanti dell'appartamento decisero di difendersi, spensero la luce e si misero a distruggere gli indizi. La polizia fece irruzione, e allora uno dei congiurati sparò e ferì a morte un gendarme. Quando chiesero chi aveva sparato, ella disse che era stata lei, benché non avesse mai preso una rivoltella in mano e non fosse capace di uccidere un ragno. E le cose rimasero così. E adesso andava ai lavori forzati.
- Un'altruista, un bel personaggio... - approvò Vera Efremovna.
La terza questione di cui voleva parlare Vera Efremovna riguardava la Maslova. Sapeva, come tutto si sapeva in carcere, la storia della Maslova e dei suoi rapporti con Nechljudov, e consigliava di brigare perché fosse trasferita fra i politici, o per lo meno come inserviente all'infermeria, dove in quel periodo i malati erano particolarmente numerosi e mancava il personale. Nechljudov la ringraziò del consiglio e disse che avrebbe cercato di approfittarne.
LVI
La loro conversazione fu interrotta dal direttore, che si alzò e annunciò che l'orario di visita era finito e bisognava separarsi. Nechljudov si alzò, salutò Vera Efremovna e andò verso la porta, dove si fermò ad osservare la scena che si svolgeva sotto i suoi occhi.
- Signori, è ora, è ora, - diceva il direttore, un po' alzandosi, un po' risedendosi.
In coloro che si trovavano nella stanza, detenuti e visitatori, l'ordine del direttore aveva suscitato soltanto una particolare animazione, ma nessuno pensava a separarsi. Alcuni si erano alzati e parlavano stando in piedi. Alcuni continuavano a conversare seduti. Alcuni cominciavano a salutarsi e a piangere. Soprattutto commovente era la madre con il figlio tisico. Il giovane continuava a rigirare il foglietto, e la sua faccia diventava sempre più cattiva - tanti erano gli sforzi che faceva per non lasciarsi contagiare dal sentimento della madre. La madre invece, quando udì che bisognava salutarsi, gli si abbandonò sulla spalla e si mise a singhiozzare, tirando su col naso. La ragazza dagli occhi sporgenti - Nechljudov la seguiva suo malgrado - stava davanti alla madre che singhiozzava e le diceva qualcosa per calmarla. Il vecchio con gli occhiali blu, in piedi, teneva per mano la figlia e annuiva col capo a ciò che lei diceva. I giovani innamorati si erano alzati e si tenevano per mano, guardandosi negli occhi in silenzio.
- Solo quei due sono allegri, - disse indicando la coppietta innamorata il giovanotto con la giacchetta corta, che accanto a Nechljudov guardava, come lui, la gente che si salutava.
Sentendo su di sé gli sguardi di Nechljudov e del giovanotto, gli innamorati - il giovane in giacca di guttaperca e la ragazza bionda e graziosa - tenendosi per mano si gettarono all'indietro e, ridendo, si misero a girare in tondo.
- Si sposano stasera qui nel carcere, e lei lo accompagnerà in Siberia, - disse il giovanotto.
- Lui cos'è?
- Un forzato. Che almeno loro stiano allegri, che il resto è uno spettacolo troppo triste, - aggiunse il giovanotto in giacchetta, ascoltando i singhiozzi della madre del tisico.
- Signori! Per favore, per favore! Non costringetemi a prendere severi provvedimenti, - diceva il direttore, continuando a ripetere le stesse cose. - Per favore, via, per favore! - diceva debolmente e con scarsa convinzione. - Che modi sono? È tempo da un pezzo. Così non è possibile. Lo dico per l'ultima volta, - ripeteva mestamente, ora accendendo, ora spegnendo la sua sigaretta di tabacco Maryland.
Era evidente che, per quanto abili e vecchi e consueti fossero gli argomenti che consentivano agli uomini di fare del male agli altri senza sentirsene responsabili, il direttore non poteva non rendersi conto di essere uno dei colpevoli del dolore che si manifestava in quella stanza; ed evidentemente si sentiva malissimo. Finalmente i carcerati e i visitatori cominciarono ad andarsene: gli uni dalla porta interna, gli altri da quella esterna. Passarono gli uomini - il tisico e il nero irsuto, con le giacche di guttaperca; uscì anche Mar'ja Pavlona col bambino nato in prigione.
Cominciarono a uscire anche i visitatori. Se ne andò con passo pesante il vecchio con gli occhiali blu, e dietro di lui uscì anche Nechljudov.
- Sissignore, strani sistemi, - disse quasi continuando il discorso interrotto il giovane loquace, scendendo le scale insieme a Nechljudov. - E grazie a Dio il capitano è un brav'uomo, che non si attiene al regolamento. Così tutti si scambiano qualche parola, si sfogano un po'.
- Perché, nelle altre prigioni non ci sono questi incontri?
- Macché! Niente di simile. Al massimo uno alla volta, e oltretutto attraverso le sbarre.
Quando Nechljudov, conversando con Medyncev - così si presentò il giovanotto loquace, - scese nell'atrio, il direttore lo raggiunse, con aria stanca.
- Allora se vuol vedere la Maslova venga domani, - disse, evidentemente desideroso di essere gentile con Nechljudov.
- Benissimo, - disse Nechljudov e si affrettò a uscire.
Terribili erano, evidentemente, le sofferenze innocenti di Men'šov, e non tanto le sue sofferenze fisiche, quanto lo sgomento, la sfiducia nel bene e in Dio che doveva provare vedendo la crudeltà di quelli che lo tormentavano senza motivo; terribili erano il disonore e i tormenti inflitti a quelle centinaia di uomini del tutto incolpevoli, solo perché una carta non era in regola; terribili quei carcerieri inebetiti, impegnati a torturare i loro fratelli e convinti di svolgere un compito buono e importante. Ma più terribile di tutto gli parve quel direttore buono e debole di salute, e avanti con gli anni, che doveva separare la madre dal figlio, il padre dalla figlia: persone proprio come lui e i suoi figli.
«Perché?» si chiedeva Nechljudov, provando più intensamente che mai quel senso di nausea morale che diventava nausea fisica, provato più volte in prigione; e non trovava risposta.
LVII
Il giorno seguente Nechljudov andò dall'avvocato e gli riferì il caso dei Men'šov, pregandolo di assumerne la difesa. L'avvocato l'ascoltò e disse che avrebbe esaminato l'incartamento e, se le cose stavano come diceva Nechljudov, il che era assai verosimile, si impegnava a difenderli senza alcun compenso. Nechljudov, fra l'altro, parlò all'avvocato delle centotrenta persone incarcerate per un equivoco e chiese da chi dipendesse la faccenda, di chi fosse la colpa. L'avvocato tacque, evidentemente desideroso di dare una risposta precisa.
- Di chi è la colpa? Di nessuno - disse deciso. - Lo dica al procuratore, le risponderà che la colpa è del governatore, lo dica al governatore, le risponderà che la colpa è del procuratore. La colpa non è di nessuno.
- Ora vado da Maslennikov e gliene parlo.
- È inutile, - replicò sorridendo l'avvocato. - È un tale (non è per caso suo parente o amico?) è un tale scimunito, scusi il termine, e nello stesso tempo un furbo di tre cotte.
Nechljudov, ricordando che cosa aveva detto Maslennikov dell'avvocato, non rispose nulla, salutò e si recò da Maslennikov.
A Maslennikov Nechljudov aveva due cose da chiedere: per il trasferimento della Maslova all'infermeria e per i centotrenta innocenti che si trovavano in carcere perché sprovvisti di documenti. Per quanto gli pesasse chiedere favori a una persona che non stimava, era l'unica via per raggiungere lo scopo, e bisognava passare di lì.
Mentre giungeva alla casa di Maslennikov, Nechljudov vide diversi equipaggi fermi davanti all'ingresso: carrozzelle, calessi e landò, e si ricordò che era appunto il giorno di ricevimento della moglie, a cui Maslennikov l'aveva invitato. Mentre Nechljudov si avvicinava alla casa, una carrozza sostava davanti al portone, e un lacchè in pellegrina e cappello con la coccarda aiutava a scendere dal predellino una dama che sollevava lo strascico e scopriva le nere caviglie sottili nelle scarpette. Fra le vetture già arrivate riconobbe il landò coperto dei Korèagin. Il cocchiere canuto e rubicondo si tolse rispettosamente e affabilmente il cappello, dinanzi al signore che conosceva così bene. Nechljudov non fece in tempo a chiedere al portiere dove fosse Michail Ivanoviè (Maslennikov), che questi apparve sulla scalinata ricoperta di tappeti, accompagnando un ospite molto importante, di quelli che non accompagnava solo fino al pianerottolo, ma fin giù dabbasso. Quest'ospite molto importante, un militare, scendendo parlava in francese di una lotteria in favore degli asili che si stavano istituendo in città, ed esprimeva il parere che fosse un'ottima occupazione per le signore: «Si divertono, e intanto si raccoglie denaro».
- Qu'elles s'amusent et que le bon Dieu les bénisse... Ah, Nechljudov, buongiorno! Come mai non si è più fatto vedere? - salutò cordialmente Nechljudov. - Allez présenter vos devoirs à madame. Ci sono anche i Korèagin. Et Nadine Bukshevden. Toutes les jolies femmes de la ville, - disse, porgendo e sollevando un poco le spalle militari sotto il cappotto che gli presentava un magnifico lacchè con i galloni d'oro. - Au revoir, mon cher! - Strinse di nuovo la mano a Maslennikov.
- Su, andiamo di sopra, come sono contento! - disse eccitato Maslennikov, prendendo sotto braccio Nechljudov e trascinandolo su in fretta, malgrado la sua mole.
Maslennikov era in preda a un'eccitazione particolarmente gioiosa, motivo della quale era l'attenzione dimostratagli dal personaggio importante. Si poteva pensare che, arruolato in un reggimento della guardia, vicino alla corte, Maslennikov dovesse essere ormai abituato ai contatti con la famiglia reale, ma si vede che la bassezza non fa che rafforzarsi se reiterata, e qualsiasi attenzione del genere suscitava in Maslennikov l'entusiasmo che manifesta un cagnolino affettuoso dopo che il padrone gli ha dato qualche carezza, qualche pacchetta e una grattatina dietro le orecchie. Allora scodinzola, si rannicchia, si contorce, abbassa le orecchie e si mette a girare come un matto. La stessa cosa era pronto a fare Maslennikov. Non si accorgeva dell'espressione seria di Nechljudov, non lo ascoltava e lo trascinava irresistibilmente in salotto, tanto che era impossibile rifiutare, e Nechljudov lo seguì.
- Gli affari dopo; farò tutto ciò che vorrai, - diceva Maslennikov attraversando il salone insieme a Nechljudov. - Riferisca alla generalessa che il principe Nechljudov è qui, - disse strada facendo al lacchè. Il lacchè partì all'ambio, superandoli. - Vous n'avez qu'à ordonner. Ma devi assolutamente vedere mia moglie. Già me ne son sentite abbastanza per non averti portato l'altra volta.
Il lacchè aveva già fatto in tempo a riferire, quando entrarono, e Anna Ignat'evna, la vice-governatrice, o la generalessa, come si definiva lei, già salutava Nechljudov con un sorriso radioso, da dietro i cappelli e le teste che circondavano il suo divano. All'altra estremità del salotto, intorno al tavolo del tè sedevano delle signore, mentre gli uomini, militari e civili, stavano in piedi, e si udiva un ininterrotto cicaleccio di voci maschili e femminili.
- Enfin! Perché non vuole saperne di noi? In cosa l'abbiamo offeso?
Con tali parole, che presupponevano fra lei e Nechljudov un'intimità che non c'era mai stata, Anna Ignat'evna accolse il nuovo venuto.
- Vi conoscete? Conosce? Madame Beljavskaja, Michail Ivanoviè Èernov. Si sieda più vicino.
- Missy, venez donc à notre table. On vous apportera votre thé... E lei... - si rivolse all'ufficiale che parlava con Missy, di cui aveva evidentemente dimenticato il nome, - venga qui. Prende una tazza di tè, principe?
- Non sono per nulla d'accordo: lei semplicemente non l'amava, - diceva una voce di donna.
- Ma amava i pasticcini.
- I soliti scherzi stupidi, - intervenne ridendo un'altra dama con un cappello alto, scintillante di seta, oro e pietre preziose.
- C'est excellent - queste cialdine, e leggere. Me ne passi un'altra.
- E allora, partite presto?
- Sì, oggi è l'ultimo giorno. Per questo siamo venuti.
- Una primavera così stupenda, si sta così bene adesso in campagna!
Missy, con il cappello e un abito scuro a righe che le modellava, senza una grinza, la vita sottile, come se fosse nata in quell'abito, era molto bella. Arrossì, vedendo Nechljudov.
- Pensavo che fosse partito, - gli disse.
- Quasi partito, - disse Nechljudov. - Gli affari mi trattengono. Anche qui sono venuto per affari.
- Venga a trovare la mamma. Ha molta voglia di vederla, - disse, e sentendo di mentire e che egli lo capiva arrossì ancor di più.
- Non credo che farò in tempo, - rispose cupo Nechljudov, fingendo di non accorgersi del suo rossore.
Missy si accigliò, stizzita, alzò le spalle e si volse all'elegante ufficiale che le prese di mano la tazza vuota e, impigliandosi con la sciabola nelle poltrone, la portò valorosamente sull'altro tavolo.
- Anche lei deve fare un'offerta per l'asilo.
- E io non rifiuto, ma voglio riservare tutta la mia generosità per la lotteria. Lì sì mostrerò quanto valgo.
- Ah, attenta! - si udì una voce ridente e chiaramente falsa.
Il ricevimento era brillante, e Anna Ignat'evna era in visibilio.
- Mika mi ha detto che lei è impegnato nelle prigioni. Io lo capisco benissimo, - diceva a Nechljudov. - Mika (era il suo grasso marito, Maslennikov) può avere altri difetti, ma lo sa com'è buono. Tutti quegli infelici carcerati sono i suoi figli. Non li considera altrimenti. Il est d'une bonté...
Si fermò, non trovando parole che potessero esprimere la bonté di quel suo marito per disposizione del quale si frustava la gente, e subito, sorridendo, si rivolse a una vecchia rugosa infiocchettata di nastri lilla che era appena entrata.
Dopo aver chiacchierato quanto era necessario, e anche futilmente come era necessario per non venir meno alle convenienze, Nechljudov si alzò e andò da Maslennikov.
- Dunque, per favore, puoi ascoltarmi?
- Ah, sì! Be', cosa c'è? Andiamo di là.
Entrarono in un piccolo studiolo giapponese e si sedettero vicino alla finestra.
LVIII
- Allora, je suis à vous. Vuoi fumare? Solo aspetta, prima che roviniamo qualcosa, - disse e portò un posacenere. Allora?
- Ho due favori da chiederti.
- Ah, ecco.
Il viso di Maslennikov si fece cupo e depresso. Ogni traccia di quell'eccitazione del cagnolino grattato dietro le orecchie del padrone scomparve completamente. Dal salotto giungevano delle voci. Una donna diceva: «Jamais, jamais je ne croirais», e un uomo, dall'altra estremità, raccontava qualcosa, ripetendo continuamente «La comtesse Voronzoff» e «Victor Apraksine». Dal terzo lato si udivano solo voci confuse e risate. Maslennikov prestava orecchio a ciò che accadeva in salotto, e intanto ascoltava anche Nechljudov.
- Vengo di nuovo per quella donna, - disse Nechljudov.
- Sì, quella condannata ingiustamente. Lo so, lo so.
- Vorrei chiedere di trasferirla all'infermeria come inserviente. Mi hanno detto che si può fare.
Maslennikov serrò le labbra e rifletté.
- Non credo si possa, - disse. - Comunque mi consulterò e domani ti telegraferò.
- Mi hanno detto che vi sono molti malati e manca il personale.
- Ma sì, ma sì. In ogni caso ti farò sapere.
- Te ne prego, - disse Nechljudov.
In salotto risuonò una risata generale e perfino spontanea.
- È sempre Viktòr, - disse Maslennikov sorridendo, - è incredibilmente spiritoso, quando è in vena.
- E poi, - disse Nechljudov, - attualmente in carcere sono rinchiuse centotrenta persone solo perché avevano il passaporto scaduto. Li tengono lì da un mese.
E raccontò i motivi per cui li tenevano.
- E tu come fai a saperlo? - chiese Maslennikov, e il suo viso a un tratto espresse inquietudine e scontentezza.
- Mentre stavo andando da un detenuto in attesa di processo, in corridoio degli uomini mi hanno circondato e chiesto...
- Da che detenuto stavi andando?
- Un contadino accusato ingiustamente, a cui ho procurato un difensore. Ma non si tratta di questo. Possibile che quella gente, che non ha nessuna colpa, venga trattenuta in prigione solo perché ha il passaporto scaduto e...
- Questo riguarda il procuratore, - lo interruppe indispettito Maslennikov. - Ecco, tu dici giustizia rapida e imparziale. Dovere del sostituto procuratore è visitare le carceri e informarsi se i detenuti vi sono trattenuti legalmente. Ma quelli non fanno niente, giocano a vint.
- Dunque non puoi far nulla? - disse cupamente Nechljudov, ricordando le parole dell'avvocato, secondo il quale il governatore avrebbe riversato la colpa sul procuratore.
- No, lo farò. Me ne informo subito.
- Ma per lei è peggio. C'est un souffre-douleur, - si udiva dal salotto la voce di una donna palesemente indifferente a ciò che stava dicendo.
- Tanto meglio, prenderò anche questa, - si udiva dall'altra parte la voce giocosa di un uomo e la risata giocosa di una donna che non gli voleva dare qualcosa.
- No, no, niente affatto, - diceva la voce femminile.
- Dunque farò tutto, - ripeté Maslennikov, spegnendo la sigaretta con la sua mano bianca con l'anello di turchese, - ma adesso andiamo dalle signore.
- Sì, e poi un'altra cosa, - disse Nechljudov, senza entrare in salotto e fermandosi sulla porta. - Mi hanno detto che ieri in prigione è stata inflitta una punizione corporale. È vero?
Maslennikov arrossì.
- Ah, è questo che volevi dirmi? No, mon cher, decisamente non ti si può lasciare entrare, ti interessi di tutto. Andiamo, andiamo, Annette ci chiama, - disse prendendolo sotto braccio e manifestando la stessa eccitazione provata prima per la visita del personaggio importante, stavolta però non più gioiosa, ma allarmata.
Nechljudov strappò il braccio dal suo e, senza salutare nessuno e senza dir nulla, con aria cupa passò attraverso il salotto, il salone, oltre i lacchè che gli si precipitavano incontro, in anticamera e fuori in strada.
- Che gli è successo? Cosa gli hai fatto? - domandò Annette al marito.
- A la française, - disse qualcuno.
- Macché à la française, questo è à la zoulou.
- Ma sì, è sempre stato così.
Qualcuno si alzò, qualcuno arrivò, e i cinguetii ripresero il loro corso: la società utilizzò l'episodio di Nechljudov come un ottimo argomento di conversazione per quel jour fixe.
Il giorno dopo la visita a Maslennikov, Nechljudov ricevette da lui una lettera su carta spessa e lucida, con stemma e sigilli: con la sua calligrafia magnifica e sicura gli comunicava di aver scritto al medico per il trasferimento della Maslova all'infermeria, e che con ogni probabilità il suo desiderio sarebbe stato esaudito. La lettera era firmata: «Il tuo compagno più anziano che ti vuole bene», e sotto il nome «Maslennikov» era stato tracciato uno svolazzo incredibilmente artistico, grande e sicuro.
- Scemo! - non poté trattenersi dal dire Nechljudov, soprattutto perché sentiva che con quella parola «compagno» Maslennikov si degnava di scendere fino a lui, cioè, malgrado ricoprisse la più moralmente sporca e vergognosa delle cariche, si considerava una persona molto importante e chiamandosi suo compagno pensava, se non di adularlo, di dimostrargli che tuttavia non era troppo superbo della propria grandezza.
LIX
Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido. E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato. Gli uomini sono come i fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso. In alcuni uomini tali mutamenti sono particolarmente bruschi. E a questa categoria apparteneva Nechljudov. Questi mutamenti avvenivano in lui per motivi sia fisici che spirituali. E un mutamento del genere era avvenuto in lui adesso.
Il senso di solennità e di gioia del rinnovamento che aveva provato dopo il processo e dopo il primo incontro con Katjuša era del tutto passato, e dopo l'ultimo incontro aveva ceduto il posto alla paura, perfino all'avversione per lei. Aveva deciso che non l'avrebbe abbandonata, che non sarebbe venuto meno al proposito di sposarla, se solo lei l'avesse voluto; ma la cosa gli pesava e lo tormentava.
Il giorno dopo la sua visita a Maslennikov si recò nuovamente al carcere per vederla.
Il direttore autorizzò il colloquio, però non in ufficio né nella stanza degli avvocati, ma nel parlatorio femminile. Malgrado la sua benevolenza, il direttore era più riservato del solito con Nechljudov: evidentemente le conversazioni con Maslennikov avevano avuto come conseguenza l'ordine di essere più prudenti con quel visitatore.
- Può vederla, - disse, - però, per favore, per il denaro, come le ho chiesto... E per quanto riguarda il suo trasferimento all'infermeria, come ha scritto sua eccellenza, si può fare, e anche il medico è d'accordo. Solo che lei non vuole, dice: «Sai che me ne faccio di portare la padella a dei tignosi...». Vede, principe, è gente fatta così, - aggiunse.
Nechljudov non rispose nulla e chiese di essere ammesso al colloquio. Il direttore mandò un carceriere, e Nechljudov entrò dietro di lui nel parlatorio femminile, deserto.
La Maslova era già là e uscì da dietro la grata tranquilla e timida. Si avvicinò a Nechljudov e, senza guardarlo, disse piano:
- Mi perdoni, Dmitrij Ivanoviè, l'altr'ieri ho detto delle cose cattive.
- Non sono io che devo perdonarla... - voleva cominciare Nechljudov.
- Soltanto, mi lasci stare lo stesso, - aggiunse, e negli occhi terribilmente strabici con cui lo guardò Nechljudov lesse un'espressione tesa e cattiva.
- Ma perché dovrei lasciarla?
- Così.
- Come così?
Lei lo fissò di nuovo con lo stesso sguardo, che a lui parve cattivo.
- Senta, - disse. - Mi lasci stare, glielo dico sul serio. Non posso. Lasci perdere quest'idea, - disse con le labbra tremanti e tacque. - Davvero. Piuttosto m'impicco.
Nechljudov sentiva che in quel suo rifiuto c'era l'odio per lui, l'oltraggio che non poteva perdonare, ma c'era anche qualcosa di diverso - di buono e importante. Questa conferma del suo precedente rifiuto, data con assoluta tranquillità, dissipò subito tutti i dubbi nell'anima di Nechljudov e lo ricondusse al suo stato d'animo serio, solenne e commosso.
- Katjuša, come ho detto così ti ripeto, - pronunciò con particolare serietà. - Io ti chiedo di sposarmi. Ma se non vuoi, e finché non vuoi, io sarò sempre dove sarai, e ti seguirò dove ti condurranno.
- Questi sono affari suoi, io non ho più niente da dire, - disse, e di nuovo le tremarono le labbra.
Anch'egli tacque, non sentendosi la forza di parlare.
- Adesso vado in campagna e poi andrò a Pietroburgo, - disse finalmente, riprendendosi. - M'interesserò del suo, del nostro caso, e, se Dio vorrà, annulleranno la sentenza.
- E se non l'annulleranno fa lo stesso. Se non per questo me lo merito per altro... - disse, ed egli vide che grande sforzo faceva per trattenere le lacrime. - E allora, ha visto Men'šov? - domandò all'improvviso, per nascondere il suo turbamento. - Vero che sono innocenti?
- Sì, credo anch'io.
- Una vecchietta così meravigliosa, - disse.
Egli le raccontò tutto ciò che aveva appreso da Men'šov e le chiese se aveva bisogno di qualcosa; lei rispose che non aveva bisogno di niente.
Tacquero di nuovo.
- Sì, e a proposito dell'infermeria, - disse a un tratto, guardandolo con il suo sguardo obliquo, - se vuole, ci andrò, e non berrò più...
Nechljudov la guardò in silenzio negli occhi. I suoi occhi sorridevano.
- Benissimo, - poté soltanto dire e si accomiatò.
«Sì, sì, è un'altra persona», - pensava Nechljudov, provando dopo i dubbi di prima una sensazione completamente nuova, mai provata, di fede nella forza invincibile dell'amore.
Tornata dopo questo incontro nella sua cella maleodorante, la Maslova si tolse il camiciotto e si sedette al suo posto, sul tavolaccio, con le mani abbandonate sulle ginocchia. Nella cella c'erano soltanto la tisica, la donna di Vladimir con il lattante, la vecchia Men'šova e la casellante con i due bambini. La figlia del chierico il giorno prima era stata riconosciuta malata di mente e trasferita in infermeria. Le altre donne stavano facendo il bucato. La vecchia dormiva, coricata sul tavolaccio; i bambini erano in corridoio e la porta era aperta. La donna di Vladimir col bambino in braccio e la casellante che non smetteva un attimo di sferruzzare con le dita svelte si avvicinarono alla Maslova.
- Allora, vi siete visti? - domandarono.
La Maslova sedeva sull'alto tavolaccio senza rispondere, dondolando le gambe che non arrivavano al pavimento.
- Che hai da frignare? - disse la casellante. - Soprattutto stai su col morale. Eh, Katjuša! Dài! - disse muovendo svelta le dita.
La Maslova non rispose.
- Le altre sono andate a lavare. Dicevano che oggi sono arrivate tante elemosine. Hanno portato un sacco di roba, dicono, - fece la donna di Vladimir.
- Finaška! - gridò la casellante verso la porta. - Dove sei scappato, monello?
Liberò un ferro, lo infilò nel gomitolo e nel lavoro e uscì in corridoio.
In quel momento si udì un rumore di passi e un vocio di donne in corridoio, e le abitanti della cella, coi koty sui piedi nudi, vi entrarono tenendo in mano una pagnotta ciascuna, e qualcuna anche due. Fedos'ja andò subito dalla Maslova.
- Che c'è, qualcosa che non va? - domandò Fedos'ja guardando amorevolmente la Maslova coi suoi limpidi occhi celesti. - Ecco qua per il nostro tè, - e si mise a disporre le pagnotte sulla mensola.
- Che c'è, ha cambiato idea e non vuole più sposarti? - chiese la Korablëva.
- No, non ha cambiato idea, sono io che non voglio, - disse la Maslova. - E così gli ho detto.
- Ma che scema! - esclamò con la sua voce di basso la Korablëva.
- Be', se non si può vivere insieme, a che pro sposarsi? - disse Fedos'ja.
- Però tuo marito viene con te, - disse la casellante.
- Ma noi siamo sposati secondo la legge, - disse Fedos'ja. - Lui invece perché dovrebbe sposarsi, se non possono vivere insieme?
- Che scema! Perché? Ma se la sposerà la ricoprirà d'oro.
- Ha detto: «Dovunque ti manderanno, ti seguirò», - disse la Maslova. - Se mi segue bene, e se non mi segue fa lo stesso. Io non starò a pregarlo. Adesso va a Pietroburgo a brigare. Là tutti i ministri sono suoi parenti, - proseguì, - e comunque io non ho bisogno di lui.
- Si sa! - acconsentì a un tratto la Korablëva, esaminando il suo sacco, ed evidentemente pensando ad altro. - Allora, beviamo un goccio?
- Io no, - rispose la Maslova. - Bevete voi.
Fine della prima parte
SECONDA PARTE