WILLIAM SHAKESPEARE

 

 

 

 

 

 

 

 

ENRICO V

 

Dramma storico in 5 atti

 

 

 

 

 

 

Traduzione e note di Goffredo Raponi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TITOLO ORIGINALE: “The Life of Henry the Fifth


NOTE PRELIMINARI

 

1)     Il testo inglese adottato per la traduzione Ź quello dell’edizione dell’opera completa di Shakespeare curata dal prof. Peter Alexander (“William Shakespeare - The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960, pp. XXXII, 1370, con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della piĚ recente edizione dell’Oxford Shakespeare curata da G. Welles & G. Taylor per la Oxford University Press, New York, 1994, pp. XLIX, 1274; quest’ultima contiene anche “I due cugini” (“The Two Kinsmen”) che manca nell’Alexander.

 

2)     Alcune didascalie e altre indicazioni sceniche (“Stage instructions”) sono state aggiunte dal traduttore per la migliore comprensione scenica alla lettura, cui questa traduzione Ź essenzialmente ordinata ed intesa, il traduttore essendo convinto della irrapresentabilitą del teatro shakespeariano - ed elisabettiano in genere - sulle scene moderne.

  1. Si Ź lasciato comunque invariato, all’inizio e alla fine di ciascuna scena, e al movimento dei personaggi nella stessa, il rituale “Enter” - “Exit/Exeunt” (“Entra/Entrano” - “Esce/Escono”), avvertendo peraltro che non sempre queste dizioni indicano un movimento di entrata o uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferiscono si trovino gią in scena all’inizio o vi rimangano alla chiusura.

 

3)     Il metro Ź l’endecasillabo sciolto alternato da settenari. Altro metro si Ź usato per rendere citazioni, canzoni, strofette, strambotti, proverbi e altri, ogni qualvolta, insomma, si sia inteso riprodurre lo scarto stilistico presente nel testo.

 

4)     I nomi dei personaggi sono dati nella forma italiana, se esiste, tranne quando sono preceduti dal titolo inglese (es. sir John Falstaff, lord Richard (Scroop)). Per Enrico, principe di Galles, si Ź conservato il diminutivo di Hal e Harry, quando ricorre nel testo, cosď come s’Ź fatto nelle due parti dell’“Enrico IV”. Nomi che in inglese sono sdruccioli o bisdruccioli, e perfino trisdruccioli (come Worcester, Lancaster, Westmoreland e altri) per ragioni di metrica sono a volte diversamente accentati.

 

5)     Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti, dalla prima versione poetica di Giulio Carcano (Sansoni,1858) alle piĚ recenti di Cesare Vico Lodovici (Einaudi, 1960), Gabriele Baldini (Garzanti, 1980-88), Giorgio Melchiori (Mondadori, 1976-91) e altre, dalle quali ha preso in prestito, oltre all’interpretazione di passi non ben chiari o controversi, intere frasi e costrutti, di tutto dando opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

 

IL CORO in funzione di prologo

 

RE ENRICO V

 

fratelli del re(I):

IL DUCA DI BEDFORD

IL DUCA DI GLOUCESTER

 

IL DUCA DI EXETER zio del re(II)

IL DUCA DI YORK zio del re(III)

 

IL CONTE DI SALISBURY

IL CONTE DI WESTMORELAND

IL CONTE DI WARWICK

 

L’ARCIVESCOVO DI CANTERBURY

IL VESCOVO DI ELY

 

cospiratori contro il re:

IL CONTE DI CAMBRIDGE

LORD SCROOP

SIR THOMAS GREY

 

ufficiali dell’esercito del re:

SIR THOMAS ERPINGHAM

GOWER

FLUELLEN

MAC MORRIS

JAMI

 

soldati dell’esercito del re:

BATTISTA

CURZIO

GUGLIELMO

NYM

BARDOLFO

PISTOLA

 

UN RAGAZZO paggio di Falstaff

 

UN ARALDO

 

CARLO VI re di Francia

LUIGI IL DELFINO suo figlio

 

IL DUCA DI BORGOGNA

IL DUCA D’ORLEANS

IL DUCA DI BORBONE

IL DUCA DI BRETAGNA

 

IL CONNESTABILE DI FRANCIA

 

nobili francesi:

RAMBOURES

GRANPRÉ

 

IL GOVERNATORE DI HARFLEUR

 

MONTJOIE araldo francese

 

ISABELLA regina di Francia

 

CATERINA figlia di Carlo VI e di Isabella

 

ALICE dama di compagnia della principessa Caterina

 

L’OSTESSA della taverna “Alla testa di cinghiale” a Eastcheap, gią Mistress Quickly, ora moglie di Pistola.

 

Ambasciatori del re d’Inghilterra

Nobili inglesi e francesi

Dame

Ufficiali e soldati inglesi e francesi

Messaggeri

Persone del seguito dei due re

 

SCENA: parte in Inghilterra, parte in Francia.


PROLOGO

 

Entra il CORO

 

CORO -                                  Oh, aver qui una Musa tutto fuoco,(1)

per poterci levar sempre piĚ in alto

nell’immaginazione,

verso piĚ intense e luminose sfere!!

E un regno per scenario,

principi per attori,

una platea di re per spettatori

di questa grande rappresentazione!

Vedremmo allora agir, come dal vero,

su questa scena, il bellicoso Enrico,

nel portamento simile ad un Marte,

recandosi al guinzaglio come cani

impazienti di agire al suo comando,

la fame, il ferro, il fuoco…

Perdonate, cortesi spettatori,

le nostre disadorne e anguste menti

se abbiamo osato presentarvi qui,

su questo nostro indegno palcoscenico,

sď grandioso argomento.

Come potrebbe mai questa platea

contenere nel suo ristretto spazio,

le sterminate campagne di Francia?

Come stipare in questa “O” di legno(2)

pur solo gli elmi che tanto terrore

sparsero per il cielo di Azincourt?

E perciė, vi ripeto, perdonateci;

ma se puė un numero, in breve spazio,

con uno sgorbio attestare un milione,

che sia concesso a noi, semplici zeri

d’un sď grande totale, stimolare

col nostro recitar le vostre menti.

Immaginate dunque che racchiusi

nella cinta di queste nostre mura

si trovino due regni assai potenti,

e che le loro contrapposte fronti

alte erigentesi su opposte sponde

separi un braccio di rischioso mare.

Sopperite alle nostre deficienze

con le risorse della vostra mente:

moltiplicate per mille ogni uomo,

e con l’aiuto della fantasia

createvi un poderoso esercito.

Quando udrete parlare di cavalli

pensate di veder cavalli veri

stampar l’orme dei lor superbi zoccoli

sopra il molle terreno che le accoglie.

Sarą cosď la vostra fantasia

a vestire di sfarzo i nostri re,

a menarli dall’uno all’altro luogo,

saltellando sul tempo,

e riducendo a un volger di clessidra

gli eventi occorsi lungo diversi anni;(3)

e a questo fine vogliate permettere

a me, Coro, d’entrare in questa storia,

e di pregarvi qui, in veste di Prologo,

di ascoltar con benevola pazienza

il dramma che vi andiamo a presentare,

e con molta indulgenza giudicarlo.


atto primo

 

SCENA I - Londra, il palazzo reale.

 

Entrano l’ARCIVESCOVO DI CANTERBURY E IL VESCOVO DI ELY

 

CANTERBURY -                  Vi dirė, monsignore: il Parlamento

sta per riesaminare quel progetto

che gią stava sul punto di approvare

nell’undicesimo anno di regno

dell’altro re; e lo avrebbe passato,

senza dubbio, con nostro grave danno,

se non l’avessero rimesso indietro

i tumulti ed i torbidi del tempo.

 

ELY -                                     E adesso come fare, monsignore,

per impedir la sua approvazione?

 

CANTERBURY -                  Eh, converrą pensarci seriamente:

se quel progetto dovesse passare,

noi ne verremmo a soffrire la perdita

d’una buona metą dei nostri beni:

ci verranno sottratte, in veritą,

tutte le terre venute alla Chiesa

per lascito di pii benefattori,

per un valore calcolato eguale

a quanto servirebbe a mantenere,

per l’onore del re, quindici conti

con equipaggiamento al piĚ completo,

piĚ millecinquecento cavalieri,

piĚ seimiladuecento palafreni;

a provvedere inoltre a un centinaio

fra lazzaretti e ospizi per vecchi,

ed a versare alle casse del re

mille sterline all’anno.

Ecco quanto dispone quel progetto.

 

ELY -                                     Una bella bevuta, in fede mia.

 

CANTERBURY -                  Da tracannarci giĚ pure il bicchiere!

 

ELY -                                     Ma in che modo impedirlo all’ora attuale?

 

CANTERBURY -                  Il re si mostra pieno di riguardi

con noi, e d’affettuosa umanitą.

 

ELY -                                     Ed Ź fedele amico della Chiesa.

 

CANTERBURY -                  I trascorsi della sua giovinezza

non ce l’avrebbero fatto sperare;

eppure appena l’ultimo respiro

ebbe lasciato il corpo di suo padre,

fu come se la sua dissolutezza,

si partisse da lui, mortificata;

e discendesse in lui, in quell'istante

come dal cielo un angelo, uno spirito

d’austeritą, a sradicarne il seme

di Adamo peccatore, (4)

e fare del suo corpo un paradiso

capace d’albergar celesti sensi.

Mai scolaro fu tanto pronto e vivo

nell’imparare; mai fu conversione

tanto improvvisa e tanto travolgente

da lavar, con il suo flusso violento,

i peccati; né fu mai cosď presta

la pervicacia dalla testa d’Idra(5)

a perdere il dominio su di un uomo.

 

ELY -                                     Un mutamento che per noi Ź stato,

senza alcun dubbio, una benedizione.

 

CANTERBURY -                  E a sentirlo parlar di teologia,

vi suscita una tale ammirazione

da farvi nascere il desiderio

di veder questo re fatto prelato;

a sentirlo, per contro, disquisire

sugli affari civili dello Stato,

si direbbe che in tutta la sua vita

non si sia mai interessato d’altro;

ascoltatelo poi parlar di guerra,

e sarą come udire messo in musica

il tremendo fragor d’una battaglia.

Portategli il discorso su argomenti

che richiedano acume e sottigliezza,

vi saprą sciogliere il nodo gordiano(6)

di tutto, come la sua giarrettiera;

basta che parli appena, e l’aria intorno,

come un’impenitente libertina,

si ferma, ed una muta meraviglia

s’acquatta negli orecchi della gente,

quasi a volerne carpire le frasi

che gli sgorgano dolci come il miele;

talché sei pur costretto a riconoscere

ch’Ź stata l’esperienza sua di vita

ad essergli di ciė buona maestra;

e c’Ź davvero da meravigliarsi

come sua grazia n’abbia profittato

da ricavarne tanto,

se si pensa quanto sia stato incline

ad andar dietro a vane frivolezze

a preferire certe compagnie

di gente rozza e illetterata e vuota;

alle tante ore trascorse in bagordi

e vani passatempi d’ogni specie,

senza che mai potesse in lui notarsi

il minimo interesse per gli studi,

per il raccogliersi in solitudine

lontano dai rumori della piazza

e dalle compagnie rozze e volgari.

 

ELY -                                     La fragoletta germoglia e matura

sotto l’ortica, e bacche salutari

si sviluppano e crescono piĚ belle

vicino ad altre di specie inferiore;

cosď il principe Enrico:

sotto il velo della selvatichezza

ha oscurato la sua indole seria,

che, senza dubbio, dev’esser cresciuta

di notte, come l’erba nell’estate

che si sviluppa meglio inavvertita,

di notte, per innata facoltą.

 

CANTERBURY -                  Cosď Ź stato di lui, sicuramente;

perché Ź passato il tempo dei miracoli,

e se succede quello che succede,

non si puė non ammetter la presenza

di forze che producon quegli effetti.

 

ELY -                                     Ma per tornare ora a quel progetto

in discussione davanti ai Comuni,

che fare per almeno mitigarlo?

Il re Ź incline ad approvarlo, o no?

 

CANTERBURY -                  Per il momento sembra indifferente,

anzi, piĚ incline dalla nostra parte

che ben disposto a lusingar le attese

dei suoi presentatori, a noi contrari;

e ciė perché io stesso,

nel nostro usato incontro spirituale,

parlando con sua grazia un po’ alla larga

degli affari che sono sottomano

e accennando alla spedizione in Francia,

ho offerto al re una somma di denaro

assai maggiore di quanto la Chiesa

abbia mai dato ai suoi predecessori.

 

ELY -                                     E come Ź stata accolta questa offerta?

 

CANTERBURY -                  Con molta buona grazia, devo dire;

salvo che mancė il tempo per parlare

- come parve che anch’ei desiderasse -

delle molteplici e chiare ragioni

che gli dan titolo ad avanzare,

in quanto discendente da Edoardo,

suo trisnonno,(7) legittime pretese

sopra alcuni ducati, ed in sostanza,

sulla corona e sul trono di Francia.

 

ELY -                                     E che cosa ha interrotto quel colloquio?

 

CANTERBURY -                  Proprio in quel punto Ź giunta una richiesta

d’udienza dall’ambasciator francese;

e mi pare sia proprio questa l’ora

fissatagli dal re. Non son le quattro?

 

ELY -                                     Esattamente.

 

CATERBURY -                                          Andiamo dentro, allora,

per conoscere questa ambasceria;

di cui, del resto, posso indovinare

facilmente il tenore, prima ancora

che il francese apra bocca.

 

ELY -                                                                                  V’accompagno,

ché sono anch’io ansioso di ascoltarlo.

 

(Escono)

 


SCENA II - Londra, la sala del trono del palazzo.

 

Entrano RE ENRICO, GLOUCESTER, BEDFORD, EXETER, WARWICK, WESTMORELAND e altri

 

ENRICO -                              Dov’Ź sua grazia il mio Lord di Canterbury?(8)

 

EXETER -                              Non Ź qui, maestą.

 

ENRICO -                              Mandatelo a chiamare, caro zio.

 

WESTMORELAND -           Mio sovrano, possiamo far entrare

l’ambasciatore?

 

ENRICO -                                                          Ancora no, cugino.

Prima di sentir lui,

vorremmo aver deciso qui, tra noi,

certe questioni di grande importanza

riguardo me e la Francia,

che occupano molto i miei pensieri.

 

Entrano l’ARCIVESCOVO di CANTERBURY e il VESCOVO di ELY

 

CANTERBURY -                  Dio Signore e i suoi angeli

proteggano il vostro sacro trono,

e facciano che l’occupiate a lungo!

 

ENRICO -                              Vi ringraziamo, mio dotto signore,

e vi preghiamo ora di spiegarci,

se, secondo giustizia e religione,

la legge salica esistente in Francia(9)

potrebbe o no precluderci la via

a far valere le nostre pretese.

Dio ne guardi, perė, vi dico subito,

che voi, mio caro e fedele signore,

aggiustiate e pieghiate e snaturiate,

per compiacenza, le vostre letture,

cosď da caricarvi la coscienza

di bei sofismi a difesa di titoli

la cui pretesa legittimitą

non sia d’accordo con la veritą:

perché Dio solo sa

quanti che oggi son vivi e in salute

dovran versare il sangue

per sostenere quelle decisioni

alle quali la reverenza vostra

potrą spronarci con il suo responso.

Perciė pensate bene

a quali impegni voi potrete esporre

questa nostra persona, e risvegliare

la spada della guerra, ora assopita.

Vi comandiamo nel nome di Dio,

di ponderare bene il vostro avviso:

perché questi due regni

mai vennero a conflitto tra di loro

senza che fosse sparso molto sangue;

ed ogni goccia innocente di esso

sarebbe come un grido di dolore,

una voce d’accusa e di protesta

contro chi avesse, senza giusta causa,

affilato le spade

a cagionar tal massacro di vite

gią fatte da natura tanto brevi.

Con questo avvertimento, monsignore,

parlate pure, e noi vi ascolteremo

prendendo nota dei vostri consigli,

convinti come siamo, in fondo all’animo,

che tutto quanto vi uscirą di bocca

ha gią trovato purificazione

nel lavacro della coscienza vostra,

come il primo peccato nel battesimo.

 

CANTERBURY -                  Bene, allora, grazioso mio sovrano,

ascoltatemi; e voi, nobili Pari,

che a questo trono avete consacrato

la vostra vita ed i vostri servigi.

Alle pretese della altezza vostra

sopra il trono di Francia

non ci son preclusioni, salvo questa

da loro attribuita a Ferramondo:

In terram salicam mulieres ne succedant”(10)

Non succedano donne in terra salica”.

I francesi sostengono, ma a torto,

che “terra salica” Ź il regno di Francia,

ed esser Ferramondo il promotore

di questa legge che esclude le donne

dal diritto di successione al trono.

Senonché son gli stessi loro autori

a precisare in modo chiaro e netto

che il territorio detto “terra salica”

Ź in Germania, tra i fiumi Sala ed Elba,

ossia nel luogo dove Carlomagno,

dopo aver vinto e sottomesso i Sassoni,

lasciė che s’insediassero colonie

di genti franche; e queste, avendo a sdegno

le donne di quel popolo germanico

per certi mali lor comportamenti

e disonesto costume di vita,

stabilirono appunto quella legge:

e cioŹ - dico - che nessuna donna

potesse ereditare in terra salica;

la quale “terra salica”, ripeto,

Ź la terra che sta tra l’Elba e il Sala,

oggi chiamata dai tedeschi Meissen.

ť chiaro dunque che la legge salica

non fu sancita pel regno di Francia.

Del resto i Franchi vennero in possesso

della sunnominata “terra salica”

dopo ben quattrocentoventun anni

dalla morte di quel re Ferramondo,

di quella legge ritenuto a torto

il padre; e Ferramondo venne a morte

nell’anno quattrocentoventisei

dell’era della nostra redenzione,

e fu solo nell’ottocentocinque

che Carlomagno sottomise i Sassoni

e fece stabilir colonie franche

nelle terre di lą dal fiume Sala.

Inoltre dicono i loro scrittori

che re Pipino il Breve, (11)

dopo avere deposto Childerico,

avanzė la pretesa alla corona

di Francia, come erede universale

in quanto discendente da Bitilde,

figlia del re Clotario.

E del resto lo stesso Ugo Capeto,

usurpė il titolo e la corona

ch’era di Carlo, duca di Lorena

- unico erede maschio in linea retta

da Carlomagno - e per dare al suo titolo,

impuro e nullo al cospetto del vero,

una parvenza di legalitą,

si proclamė erede di Lingarda,

figlia di Carlomanno, che, a sua volta,

era figlio a Luigi imperatore,

e Luigi era figlio a Carlomagno.

E re Luigi Decimo,(12) anche lui,

erede del Capeto imperatore,

non si sentď con la coscienza a posto

nel rivestir la corona di Francia

finché non fu accertato che sua nonna,

l’affascinante regina Isabella,

discendeva in diretta da Ermengarda,

figlia del detto Carlo di Lorena,

grazie al cui matrimonio col re franco(13)

si poté dire che la linea retta

di Carlomagno s’era riallacciata

alla corona di Francia. E cosď

Ź chiaro a tutti come il sol d’estate

che tanto il titolo di re Pipino

quanto le aspirazione del Capeto,

quanto i fatti che fecero svanire

gli scrupoli di re Luigi Decimo,

trassero tutti il loro fondamento

da un diritto ed un titolo di donna;

e questo Ź vero per i re di Francia,

oggi, per quanto vogliano essi addurre

la vigenza di quella legge salica

per rigettare le vostre pretese

derivate da linea femminile,

e preferiscano andarsi a nascondere

dietro tutta una rete di cavilli,(14)

per evitare di esporre alla luce

gli zoppi loro titoli, usurpati

da loro a voi ed ai vostri proavi.(15)

 

ENRICO -                              Poss’io dunque, in diritto ed in coscienza,

far valer oggi questa mia pretesa?

 

CANTERBURY -                  Se c’Ź peccato, mio temuto sire,

ricada sul mio capo,

poiché sta scritto nel libro dei Numeri:(16)

“Se muore il figlio maschio,

passi l’ereditą alla figlia femmina”.

Riprendetevi dunque, senza scrupoli,

mio grazioso signore, ciė che Ź vostro;

date al vento i vessilli della guerra,

lo sguardo volto ai vostri avi possenti.

Recatevi, temuto mio signore,

alla tomba del vostro grande nonno

dal quale derivate il vostro titolo,

invocate il suo spirito guerriero

insieme a quello del “Principe Nero”

vostro prozio Edoardo di Galles

che fu per i francesi una tragedia,

quando distrusse tutto il loro esercito,

mentre il padre, dal sommo d’un’altura,

contemplava, seduto e sorridente,

il suo leoncello che spargeva intrepido

lo sterminio tra i nobili di Francia.

Oh, quegli eroici figli d’Inghilterra

che con solo metą delle lor forze

impegnarono vittoriosamente

tutto il superbo esercito francese,

mentre l’altra metą, fuor dalla mischia,

se la rideva come spettatrice!

 

ELY -                                     Di quei morti gloriosi

risvegliate, signore, la memoria

e rinnovate le lor gesta eroiche

col forte vostro braccio.

Voi siete il loro erede e successore,

e sedete sul loro stesso trono;

lo stesso sangue che diŹ loro fama

scorre animoso nelle vostre vene,

e il mio tre volte possente sovrano

Ź nel radioso mattino di maggio

della sua giovinezza, ormai maturo

per magnifiche imprese militari.

 

EXETER -                              I vostri confratelli re e monarchi

di tutto il mondo attendono da voi

che vi leviate in piedi,

come al lor tempo fecero i leoni

del vostro sangue antico.

 

WESTMORELAND -           Essi sanno che vostra maestą

ha dalla parte sua la buona causa

e i mezzi e la potenza necessari

per perseguirla: mai re d’Inghilterra

ebbe con sé piĚ facoltosi nobili

e piĚ leali e affezionati sudditi:

i loro cuori han gią lasciato il corpo

in Inghilterra, e sono acquartierati

sotto una tenda sui campi di Francia.

 

CANTERBURY -                  Fate perciė, amato mio sovrano,

che appresso ai cuori vadano anche i corpi

a riscattar col sangue, il ferro e il fuoco,

in Francia, quei diritti che son vostri.

Mentre noi del potere spirituale,

come contribuzione a questa impresa

raccoglieremo per vostra maestą

tale imponente somma di denaro

qual mai provvide il clero in una volta

a nessuno degli antenati vostri.

 

ENRICO -                              Noi non dobbiamo solamente armarci

per invader la Francia;

Ź necessario che lasciamo qui

un tal presidio che sia sufficiente

a difenderci contro lo Scozzese,

che non mancherą certo l’occasione

d’avvantaggiarsi della situazione

e di saltarci addosso.

 

CANTERBURY -                  Le genti delle marche di confine

basteranno da sole, vostra grazia,

a difendere i nostri territori

da certi predatori di frontiera.

 

ENRICO -                              Non intendiamo solo i predatori

e le possibili lor scorribande;

Ź che temiamo le brutte intenzioni

dello Scozzese, il quale sempre Ź stato

per noi un malsicuro vicinante;

perché potete legger nelle cronache

che non ci fu una volta

che il mio avo passasse con l’esercito

in Francia senza che questo Scozzese

dilagasse nel suo sguarnito regno

con l’impeto di tutte le sue forze,

come fa il mare attraverso una breccia,

infierendo, con furibondi assalti,

sugli indifesi nostri territori,

e cingendo di doloroso assedio

cittą e castelli; sď che l’Inghilterra,

vuota di difensori, ne fu scossa,

tremante e sbigottita dal terrore

di quel pericoloso suo vicino.

 

CANTERBURY -                  Fu comunque per essa, mio sovrano,

piĚ paura che danno: udite infatti

qual mirabile esempio di se stessa

ha lasciato alla storia l’Inghilterra:

quando tutta la sua cavalleria

era in terra di Francia, e il paese,

privato dei suoi nobili,(17)

sembrava come una vedova in lutto,

non solo seppe difendersi bene,

ma catturė e ridusse prigioniero

come un cane randagio accalappiato

il re di Scozia,(18) che spedď in Francia

a riempire di re prigionieri

la gloria di Edoardo ed arricchire

d’altra lode la vostra dinastia,

cosď come la melma in fondo al mare

s’arricchisce d’innumeri relitti

e d’ingenti tesori inabissati. (19)

 

WESTMORELAND -           In Inghilterra c’Ź un antico detto

dimostratosi sempre veritiero:

Se la Francia volete conquistare,

“dalla Scozia dovete cominciare”.

Perché ogni volta che l’aquila inglese

Ź uscita dal suo nido per predare,

la faina scozzese, come un ladro,

s’Ź accostata furtivamente al nido

per succhiarne le uova principesche;

e, come il topo quando non c’Ź il gatto,

ha provocato piĚ danno e rovina

di quanto avesse potuto mangiare.

 

EXETER -                              Ne consegue che mai dovrebbe il gatto

lasciar la casa; ma Ź rimedio estremo,

visto che non ci mancan serrature

per custodire quanto ci necessita,

né trappole per acchiappare i ladri.

Mentre la mano combatte con l’armi

fuori casa, l’accorta mente in casa

ben sa come difendersi;

e il buon governo, armonizzando insieme,

come in musica, l’alte e basse parti,

tutte le accorda in natural cadenza.

 

CANTERBURY -                  Perciė il cielo provvede a scompartire

in diverse funzioni l’uman genere,

e le mantiene sempre in movimento

assegnando a ciascuna,

come supremo fine e vocazione,

un’obbediente subordinazione;

cosď Ź delle api, creature

che, seguendo una legge di natura,

insegnano ad agire con quell’ordine

che si conviene a un popoloso regno:

esse hanno infatti una loro regina,(20)

e funzionari d’ogni ordine e grado,

dei quali alcuni fanno i magistrati

e amministrano in casa la giustizia;

altri, ch’hanno l’ufficio di mercanti,

s’avventurano in traffici all’esterno;

altri, come soldati di un esercito,

vanno in giro a predar, coi pungiglioni,

i vellutati calici d’estate,

per poi tornare, con allegro volo,

a riportare a casa il lor bottino,

nella tenda del loro imperatore;

il quale, nella alacre sua maestą,

sorveglia tutt’intorno nel suo regno

i fuchi muratori che, cantando,

innalzano dorate costruzioni;

i fuchi addetti ad impastare il miele;

quelli addetti ai trasporti

che fan ressa davanti al breve ingresso

per entrare coi loro gravi carichi;

il giudice che, con severo sguardo

e col tetro ronzio delle sue ali

affida i fuchi oziosi e sonnolenti

alle grinfie di pallidi carnefici.

Da tutto questo son tratto a concludere

che molte cose, quando siano volte

consensualmente ad uno stesso fine,

possono tutte, pur da opposte parti,

convergere in un punto, come frecce

che, scoccate da opposte direzioni,

convergono su un unico bersaglio;

cosď come anche, dentro una cittą,

vie provenienti da diverse parti,

o come molti corsi d’acqua dolce

che confluiscono allo stesso mare;

come le linee della meridiana

che s’incontrano al centro del quadrante.

Alla stessa maniera, molte azioni

possono confluire a un solo scopo,

e ciascuna attuarsi pienamente,

senza che l’una sopraffaccia l’altra.

E dunque, mio sovrano, in Francia, in Francia!

Spartite in quattro parti l’Inghilterra:

una in Francia con voi,

e farete tremar tutta la Gallia;

e noi, con le tre parti qua rimaste,

se non sarem capaci di difenderle

dai cani, questi che ci sbranino pure,

e perda pure la nostra nazione

la sua reputazione di arditezza

e di sagace accortezza politica.

 

ENRICO -                              Introducete i messi del Delfino.

 

(Escono alcuni del seguito)

 

Ora sappiamo bene quel che fare:

con l’aiuto di Dio e di voi tutti

che della nostra forza militare

siete la nobile muscolatura,

la Francia essendo nostra di diritto,

o la pieghiamo in nostra signoria,

o ne facciamo un mucchio di rovine.

O siederemo lą

a governare con maestą imperiale

la Francia e i suoi ducati,

vasti molti di loro come regni,

o faremo giacere le nostre ossa

dentro un’urna ingloriosa, senza tomba,

o altro segno che ne dia memoria;

o di noi parlerą alto la storia

proclamando le nostre gesta al mondo,

o il luogo della nostra sepoltura,

simile a un turco muto,(21)

avrą una bocca priva della lingua,

e nemmeno l’effimera onoranza

d’un epitaffio inciso sulla cera.

 

Entrano gli AMBASCIATORI DI FRANCIA

 

Eccoci preparati ad ascoltare

i desideri del nostro cugino,

il nobile Delfino: ché Ź da lui,

siccome abbiamo udito, e non dal re,

suo padre, voi venite.

 

PRIMO AMBASC. -             Vorrą vostra maestą darci licenza

di espletare con piena libertą

di parola la nostra ambasceria,

o ci dovremo invece limitare

a riferirne in termini generici,

risparmiandoci le parole grosse,

e il pensiero e il messaggio del Delfino?

 

ENRICO -                              Voi siete qui in faccia a un re cristiano,

non davanti a un tiranno;

un re cristiano in cui divina grazia

mantiene ben costrette le passioni,

cosď come lo son nei loro ceppi

i condannati nelle nostre carceri.

Diteci dunque in modo franco e netto

quello che vuole da noi il Delfino.

 

PRIMO AMBASC. -             Allora, in breve, cosď stan le cose:

vostra altezza ha mandato ultimamente

in Francia a reclamare dei ducati

in forza di diritti ereditari

che fanno capo al suo grande antenato

il re Edoardo Terzo d’Inghilterra;

in risposta alla qual vostra pretesa

il nostro principe vi manda a dire

che voi forse sentite ancora troppo

del sapor della vostra giovinezza,

e v’invita a riflettere che in Francia

non c’Ź nulla che possa conquistarsi

a disinvolto passo di gagliarda,(22)

né vi si possono ottenere regni

a suon di gozzoviglia e di bisboccia.

Perciė ha pensato di mandarvi in dono,

come piĚ congeniale alla vostra indole,

questo barile con dentro un tesoro;

in cambio vi domanda, d’ora innanzi,

di non discorrere piĚ di ducati,

su cui vantar pretese qual che siano.

 

ENRICO -                              Un tesoro… Quale tesoro, zio?

 

EXETER -                              (Guardando nel barilotto)

Sono palle da tennis, mio sovrano.

 

ENRICO -                              Ci fa molto piacere che il Delfino

si compiaccia a giocar con noi d’arguzia.

Vi ringraziamo di questo suo dono

e del disturbo che vi siete preso.

Tosto che avremo le nostre racchette

adattate a giocar con queste palle,

verremo in Francia a fare una partita,

se Dio vorrą, che metterą in pericolo

la corona regale di suo padre.(23)

Egli sfida cosď - dovete dirgli -

un avversario che con i suoi colpi

gli metterą a soqquadro

tutti i campi di tennis della Francia;

ditegli anche che capiamo bene

com’egli trovi gusto a farci carico

dei giorni della nostra gioventĚ,

selvaggiamente spesi, perché ignora

quale uso di essi abbiamo fatto.

Abbiamo, sď, sempre poco stimato

questo povero trono d’Inghilterra,

e, vivendone sempre distaccati,

ci siamo dati alla sregolatezza;

e gli uomini, si sa, fuori di casa

indulgon facilmente alla baldoria.

Dite perė al Delfino che quel giorno

che sarė riuscito a trarmi in alto

sul mio trono di Francia,

sarė bene all’altezza del mio stato,

essere un vero re, e spiegare al vento

tutte le vele della mia grandezza:

e che per ciė ho tenuta fino ad oggi

accantonata la mia maestą,

e mi son sobbarcato a lavorare

come uomo qualunque ai dď feriali;

ma m’ergerė da voi

sď circonfuso e fulgido di gloria

da abbagliar tutti gli occhi dei Francesi

e da accecare quelli del Delfino,

sol ch’egli li rivolga verso noi.

Dite dunque al faceto vostro principe

che con questo burlesco suo giochetto

ha trasformato in palle da cannone

le sue palle da tennis;

e che per questo sarą la sua anima

a portare da sola tutto il carico

della devastatrice punizione

che volerą con esse su di voi.

Per migliaia di donne questa beffa

sarą la morte dei loro mariti;

per molte madri la morte dei figli,

e per molti castelli la rovina.

E tanti e tanti, non ancora nati

e nemmen concepiti avranno un giorno

a maledire il Delfino di Francia

per questa burla a Enrico d’Inghilterra.

Ma tutto questo Ź ancora in mano a Dio;

ed io a Lui m'appello; e nel suo nome

verrė - dite al Delfino - a far vendetta

come potrė, levando la mia spada

a far giustizia d’una giusta causa.

Cosď, andate in pace; ed al Delfino

dite che la sua arguzia avrą il sapore

d’una funerea spiritosaggine, (24)

quando coloro che dovranno piangere

per essa saran mille e mille in piĚ

di quanti possan pur averne riso.

Si faccia loro buona scorta. Addio.

 

(Escono gli ambasciatori di Francia, accompagnati da ufficiali del seguito)

 

EXETER -                              Allegra ambasceria, non c’Ź che dire!

 

ENTICO -                              Speriamo di far sď

che il suo mandante ne possa arrossire.

Perciė, signori miei,

che non si perda piĚ un solo istante

a preparare questa spedizione;

perché ormai ogni nostro pensiero,

- salvo quelli che son rivolti a Dio,

che sono sempre in cima a tutti gli altri -,

Ź rivolto alla Francia.

Procediamo pertanto senza indugio

a reclutar milizie per la guerra

e a procacciare quanto necessario

per aggiungere penne alle nostre ali:

perché noi, vero com’Ź vero Dio,

andremo a castigar questo Delfino

fino alla soglia di casa del padre.

Ciascuno adoperi perciė l’ingegno

affinché questa audace nostra impresa

sia messa in movimento quanto prima.

 

(Escono tutti. Tromba)


ATTO SECONDO

 

Entra il CORO

 

CORO -                                  Tutta la gioventĚ in Inghilterra

ora arde d’impazienza.

Hanno tutti riposto negli armadi

le seriche vanezze.

Or sono gli armaioli a prosperare,

e nel petto di ognuno

regna solo il pensiero dell’onore.

Hanno venduto i pascoli

per acquistarsi le cavalcature

e seguire cosď, Mercuri inglesi,

con alati talloni questo re,

specchio di tutti quanti i re cristiani.

Nell’aria siede sovrana l’Attesa,

e nasconde, dall’elsa fino in punta,

la sua spada al coperto d’un gran fascio

di corone imperiali e nobiliari

promesse a Enrico e a tutti che lo seguono.

I Francesi, tremanti di paura,

avvertiti dai loro informatori

di questi minacciosi apprestamenti,

vanno studiando, con pallida astuzia,

il modo di sventar le mire inglesi.

O tu, Inghilterra, brutta copia esterna

dell’interna tua fulgida grandezza!(25)

Piccolo corpo con un grande cuore!

Che cosa non saresti tu capace

di compier per l’onore,

se i tuoi figli sentissero il richiamo

del sangue! E invece, ecco: il re di Francia

ha scoperto codesta tua mancanza

in un gruppetto di petti cariati(26)

che da quel re si fanno riempire

dell’oro traditore,

onde tre tuoi uomini corrotti:

Riccardo conte di Cambridge, il primo,

Enrico Scroop di Masham, il secondo,

Tomaso di Northumberland, il terzo,

si sono uniti - oh, vergognosa colpa! -

per denaro francese al re di Francia

in un complotto contro il loro re;

sď che per loro mano, a Southampton,

questa perla di re

deve perire prima di salpare

per la Francia, se inferno e tradimento

potranno mantener quanto promesso.

Concedeteci ancora pochi istanti

di pazienza, e provvederemo noi

a rimediare qui alle distanze

stringendo i tempi e il corso dell’azione.

I traditori han ricevuto il prezzo,

e si sono accordati sul da fare;

il re ha lasciato Londra. La scena,

gentile pubblico, Ź ora a Southampton

Immaginate lą il nostro teatro,

e di star lą seduti, e noi di lą

vi porteremo sani e salvi in Francia,

donde poi vi riporteremo indietro,

esorcizzando l’onde dello Stretto

a favorirvi un passaggio tranquillo;

per evitare, se sarą possibile,

che qualcuno di voi soffra di stomaco

con il nostro lavoro.

Avvertiamo comunque che la scena

sarą portata a Southampton non subito,

ma dopo che vi sarą apparso il re.

 

(Esce)

 


 

SCENA I - Londra, una strada del quartiere di Eastcheap, davanti alla taverna “Alla Testa di Cinghiale”(27).

 

Entrano il caporale NYM e il luogotenente BARDOLFO

 

BARDOLFO -                       Bene incontrato, caporale Nym.

 

NYM -                                   Buona giornata a voi, luogotenente.

 

BARDOLFO -                       Beh, siete tornati buoni amici

con l’alfiere Pistola? Com’Ź andata?

 

NYM -                                   Per parte mia, non me ne importa un fico.

Io son un tipo di poche parole,

e infine riderą chi riderą.

Che succeda comunque quel che vuole.

A battermi, io, non son tagliato;

ma se ci son costretto, giuraddio,

chiudo gli occhi e ti sfodero il mio ferro:

Ź un catorcio di ferro, ma che fa?…

Servirą per abbrustolirci il cacio,

e regge al freddo quanto ogni altra spada:

e questo Ź quanto.

 

BARDOLFO -                                                      Bah, vuol dire allora

che v’invito da me a colazione

per farvi ritornare buoni amici;

poi tutti e tre, da buoni camerati,

in Francia. E cosď sia, caporal Nym.

 

NYM -                                   In coscienza, io cerco di campare

il piĚ a lungo che posso, questo Ź certo;

e quando non potrė viver piĚ a lungo,

farė quel che potrė.

Cosď ho deciso, ed Ź chiusa l’antifona.(28)

 

BARDOLFO -                       Perė una cosa Ź certa, caporale:

che Nelly Quickly l’ha sposata lui,

e lei, in veritą, t’ha fatto torto,

perché s’era promessa a te, o no?

 

NYM -                                   Non so. Le cose vanno come vanno.

Uno puė addormentarsi, ed al risveglio

ritrovarsi la gola sana e salva:

eppure c’Ź chi dice che i coltelli

hanno lame che tagliano.

Ve l’ho detto: la va come la va;

e la pazienza umana,

pur se talora Ź una cavalla stanca,

deve sempre trottare. Prima o poi,

si dovrą giungere a una conclusione…

Beh, proprio non saprei che cosa dire…

 

Entrano PISTOLA e l’ostessa QUICKLY

 

BARDOLFO -                       Ecco l’alfiere Pistola e sua moglie.

Caporale, da bravo, statti calmo.

Caro oste Pistola, come va?

 

PISTOLA -                            E che! Mi dąi dell’oste, vil cagnaccio?

Giuro per questa mano,

questo termine io l’ho in gran dispregio,

né la mia Nelly avrą piĚ pensionanti.

 

QUICKLY -                           Ah, no, non piĚ, non piĚ, parola mia!

Una non puė fornire vitto e alloggio

a una dozzina di brave signore

che campano la vita onestamente

a sferruzzare e lavorare d’ago,

senza che subito si pensi in giro

che noi in casa si tiene un bordello.

 

(Nym e Pistola sfoderano le spade)

 

Vergine santa, questi si sbudellano!(29)

Vedremo qui commessi tutto insieme

consenziente adulterio ed assassinio!(30)

 

BARDOLFO -                       Alfiere! Caporale!(31) Via, da bravi!

Niente scenate.

 

NYM -                                                             Pfuą!(32)

 

PISTOLA -                                                                    Pfuą a te,

cane d’Islanda con le orecchie a pizzo!

 

QUICKLY -                           Sii buono, caporale Nym, da bravo,

fatti vedere uomo di coraggio,

rimetti quella tua spada nel fodero.

 

NYM -                                   (A Pistola)

Vieni da parte, solus io ti voglio.

 

PISTOLA -                            Emerito cagnaccio! Vile vipera!

Il tuo solus te lo ricaccio io

in quella tua meravigliosa faccia!

Il tuo solus te lo ricaccio io

tra i denti, in gola, nei polmoni fradici,

e anche nello stomaco, perdio!

E, peggio, nella tua bocca fetente,

e lo attorciglio con le tue budella,

il tuo solus; perché se prende fuoco,

il Pistola, e il suo pistolone Ź carico,

al lampo seguirą subito il colpo.

 

NYM -                                   Io non son BelzebĚ;

i tuoi scongiuri con me non funzionano.(33)

E sono proprio in vena di suonartele,

e brutto pure. Se mi fai il puzzone,

Pistola, posso, per parlar pulito,

darti una lisciatina con la spada.

Se vuoi venir da parte,

io ti pizzico un poco le budella,

come meglio saprė,

a dirla sempre con belle parole.

E con questo, per me, chiusa l’antifona.

 

PISTOLA -                            Vile smargiasso, maledetta furia!

La tua tomba spalanca le sue fauci,

e la morte, di te innamorata,

Ź propinqua. Perciė esala il ferro!(34)

 

BARDOLFO -                       No, fermi, statemi bene a sentire:

per quanto Ź vero che sono un soldato,

quello di voi che tira il primo colpo,

lo infilo con la spada, fino all’elsa!

(Sfodera la spada)

 

PISTOLA -                            Di fronte a un giuramento

di sď grande momento

non puė che rabbonirsi ogni dissento.

(A Nym)

Porgimi la tua mano!

Porgimi l’anteriore tuo zampino.

Tu sei uomo di spirito extrafino.

 

NYM -                                   Io prima o poi ti taglierė la gola,

a dirla bene. Ed Ź chiusa l’antifona.

 

PISTOLA -                            Couple a gorge!!”(35) ť la parola giusta.

Cane di Creta, io ti sfido ancora.

Credi di prenderti la mia mogliera?

No, all’ospedale va’,

e dall’infame botte affumicata(36)

tirati fuori quella gatta marcia,

erede della stirpe di Cressida(37)

che corrisponde al nome di battaglia

di Pupetta Strappalenzuola, (38) e sposala.

Io ho, e mi terrė, la quondam Quickly

sola e sempre per moglie… Pauca, e basta.(39)

 

Entra il PAGGIO di Falstaff

 

PAGGIO -                             Mio buon oste Pistola,

dovete correre dal mio padrone,

ed anche voi, ostessa: sta assai male,

e vuol mettersi a letto. Buon Bardolfo,

mettigli la tua faccia tra i lenzuoli,

gli farai da scaldino.(40)

Ché davvero, si sente molto male.

 

BARDOLFO -                       Vattene via, canaglia!

 

QUICKLY -                           In fede mia, quello, un giorno o l’altro

sarą un ottimo pudding per i corvi.

Il re gli ha ucciso il cuore.(41)

Marito caro, va’ subito a casa.

 

(Esce con il paggio)

 

BARDOLFO -                       Insomma, andiamo, via, proprio voi due,

non volete ridiventare amici?

Dobbiam partire insieme per la Francia,

e per che diavolo dovremmo avere

pronti in mano i coltelli:

per tagliarci la gola uno con l’altro?

 

PISTOLA -                            Che straripino i fiumi,

e urlando vi galleggino

famelici demoni!

 

NYM -                                   E quegli otto scellini che t’ho vinto

nella scommessa, me li paghi o no?

 

PISTOLA -                            Carogna chi li paga.

 

NYM -                                   Li voglio, e subito. E chiusa l’antifona.

 

PISTOLA -                            Secondo quello che deciderą

la mia virilitą. Avanti, sguaina!

 

(Sguainano le spade)

 

BARDOLFO -                       (Interponendosi tra i due, e sguainando anche lui la spada)

Giuro su questa spada,

chi tira il primo colpo Ź un uomo morto.

Giuro su questa spada che lo ammazzo.

 

PISTOLA -                            La spada Ź giuramento,

ed ogni giuramento

deve avere il dovuto adempimento.

 

BARDOLFO -                       Caporal Nym, se vuoi tornargli amico,

bene; se no, sei anche a me nemico.

Rinfodera, ti prego.

 

NYM -                                   (A Pistola)

Otto scellini!

Li ho vinti alla scommessa?

Li avrė o no?

 

PISTOLA -                                                    Avrai subito un nobile,

subito ed in contante,(42)ed altresď

con esso t’offrirė un buon bicchiere,

e sia cosď amicizia e fratellanza

fatta tra noi, ond’io vivrė per Nym,

e Nym vivrą per me. (43) Va bene, no?

Perché sul campo farė il vivandiere,

e farė buoni affari. Qua la mano.

 

NYM -                                   Avrė allora il mio nobile?

 

PISTOLA -                            Te l’ho detto: pagato a pronta cassa.

 

NYM -                                   Bene allora cosď. Chiusa l’antifona.

 

(Si stringono la mano)

 

Rientra QUICKLY

 

quickly -                           Se foste mai partoriti da donna,

presto, venite a casa da Sir John.

Ah, pover’anima! ť talmente scosso

da un’ardente terzana giornaliera,(44)

che fa pena a guardarlo.

Oh, venite da lui, cari signori!

 

NYM -                                   Il re ha sfogato i suoi cattivi umori

sul cavaliere, questa Ź la morale.

 

PISTOLA -                            Hai detto bene Nym:

franto e corroborato Ź il cuore suo.(45)

Il re, per essere un buon re, Ź buono.

Ma tant’Ź, pure lui ha le sue lune

e i suoi momenti di cattivo umore.

 

PISTOLA -                            Col cavaliere a condolerci andiamo;

quanto a noi, agnellini miei, pensiamo

che seguitare a vivere dobbiamo.(46)

 

(Escono)

 


SCENA II - Southampton, la sala del Consiglio.

 

Entrano EXETER, BEDFORD e WESTMORELAND

 

BEDFORD -                          Davanti a Dio, vi dico

che sua grazia Ź davvero temerario

a fidarsi di questi traditori.

 

EXETER -                              Stanno per essere tratti in arresto.

 

WESTMORELAND -           Gią, ma intanto guardate con che calma

e con che faccia tosta essi si mostrano;

quasi che nei lor petti abbia dimora,

sia di stanza la lealtą in persona,

di fedeltą e costanza incoronata.

 

BEDFORD -                          Il re perė Ź informato di tutto,

avendo intercettato i lor messaggi,

e sa, come nemmeno essi si sognano,

d’ogni loro segreto intendimento.

 

EXETER -                              Ah, pensare che il suo piĚ caro amico, (47)

da lui sempre cullato e ricolmato

di graziosi favori, si sia indotto,

per straniera mercede,

a vendere la vita del suo re

al vile tradimento ed alla morte!

 

Trombe. Entrano RE ENRICO, SCROOP, CAMBRIDGE, GREY e gente del seguito

 

ENRICO -                              Il vento Ź favorevole. Salpiamo.

Miei cari Lord di Cambridge e di Masham,

ed anche voi, cortese cavaliere,

fatemi parte dei vostri pensieri:

queste truppe che ci portiamo dietro,

che pensate, sapranno aprirsi un varco

attraverso l’esercito francese,

e portare a felice compimento

quest’impresa per cui le abbiam raccolte?

 

SCROOP -                             Nessun dubbio su ciė, vostra maestą,

se ognun di loro farą del suo meglio.

 

ENRICO -                              Di ciė non dubito. Sono convinto

di non aver portato qua un solo cuore

che non pulsi all’unisono col nostro,

come di non aver lasciato a casa

un sol cuore che non stia palpitando

con voti di successo e di vittoria.

 

CAMBRIDGE -                     Mai fu monarca piĚ temuto e amato

della maestą vostra: e non c’Ź suddito,

credo, che versi in pene e in ristrettezze

all’ombra grata del vostro governo.

 

GREY -                                  ť vero. Anche coloro

che furono nemici a vostro padre

han temprato nel miele il loro fiele

e vi servono tutti a cuore pieno

di zelo e di leale devozione.

 

ENRICO -                              Questo Ź per noi motivo

di molta gratitudine per tutti;

e vorremmo dimenticar piuttosto

come usare le mani,

che omettere di compensare il merito

in proporzione all’importanza e al grado.

 

SCROOP -                             Otterrete cosď che, per servirvi,

s’adopreranno muscoli d’acciaio,

e che sarą sollievo alla fatica

sperare di servirvi sempre e meglio.

 

ENRICO -                              Non ci aspettiamo meno.

Zio Exeter, vogliate provvedere

che sia lasciato libero quell’uomo

tratto in arresto ieri

per vilipendio alla nostra persona.

Fu senza dubbio il troppo aver bevuto

a spingerlo a quel gesto;

e pensando che sia ritornato in sé,

gli perdoniamo.

 

SCROOP -                                                       Questa Ź sď clemenza,

ma eccessiva mancanza di cautela,

anche, da parte vostra, mio sovrano.

Fate invece, mio re, che sia punito,

perché, se tollerato, il suo esempio

non abbia a generare casi analoghi.

 

ENRICO -                              Oh, consentiteci d’esser clementi!

 

CAMBRIDGE -                     La clemenza puė usarla vostra grazia

anche dando a costui il suo castigo.

 

GREY -                                  E ne avrete mostrata gią abbastanza

se gli farete grazia della vita,

non senza avergli dato tuttavia

d’assaporare una pena adeguata.

 

ENRICO -                              AhimŹ, questo eccessivo vostro amore

e questa cura della mia persona

vi fa troppo severi accusatori(48)

di questo povero malcapitato!

Se non chiudiamo un occhio a picciol fallo

commesso in preda all’ebbrezza del vino,

quanto non li dovremmo spalancare

in presenza di ben piĚ grossi crimini

masticati, inghiottiti e digeriti.

Quell’uomo lo faremo andare libero,

nonostante che Cambridge, Scroop e Grey

in tanta tenera loro premura

di preservare la nostra persona

vorrebbero vederlo castigato.

Ma ora ai nostri affari di Francia:

chi sono i commissari

che abbiamo nominato ultimamente?

 

CAMBRIDGE -                     Uno son io, signore.

Vostra maestą oggi stesso m’ha richiesto

di farne istanza.

 

SCROOP -                                                       E cosď a me, signore.

 

GREY -                                  E cosď a me, regale mio sovrano.

 

ENRICO -                              Ebbene, allora Riccardo di Cambridge,

ecco il vostro mandato, ed ecco il vostro

lord Scroop di Masham;

e il vostro, cavaliere di Northumberland.

Leggeteli, e saprete come a fondo

io conosca chi siete e che valete.

Signore di Westmoreland, zio Exeter,

noi salpiamo stanotte…

(Ai tre, che si guardano sbalorditi)

Come? Che c’Ź? Che cosa avete letto

in quei fogli, da scolorarvi il viso?

Toh, guardateli, han cambiato faccia!…

Le lor guance sbiancate come carta.

Perché? Che avete letto in questi fogli

da render tanto vile il vostro sangue

da farlo scappar via dai vostri volti?

 

CAMBRIDGE -                     Confesso, mio signore, la mia colpa,

e mi rimetto alla vostra clemenza.

 

GREY e SCROOP -              E ad essa noi facciamo pure appello.

 

ENRICO -                              Quella clemenza ch’era viva in noi

ancor poc’anzi, Ź stata soffocata

e spenta proprio dai vostri consigli.

Ed ora, svergognati, proprio voi

ci venite a parlare di clemenza?

Ma si rivoltano contro di voi

i vostri stessi argomenti, azzannandovi

come cani in rivolta ai lor padroni.

Eccoli qua, guardateli, miei principi,

e miei nobili pari, questi mostri

figlioli d’Inghilterra! Questo Cambridge

il nostro affetto, lo sapete tutti,

Ź stato sempre pronto a ricolmarlo e titolo

d’ogni onore addicentesi al suo rango;

ed eccolo che ora,

per un pugno di misere corone

ha vilmente tramato a nostro danno,

ed a giurato agli agenti francesi

di ucciderci qui ad Hampton;

e con lui anche questo cavaliere

(Indica Grey)

a noi legato, non meno di Cambridge,

dai molti benefici ricevuti.

Ma che cosa dirė - ahimŹ! - di te,

Lord Scroop di Masham, ingrata creatura,

selvatica, crudele ed inumana?

Tu, che dei miei pensieri piĚ segreti

possedevi la chiave,

e conoscevi sď profondamente

la mia anima da poter coniare

a momenti nell’oro la mia immagine(49)

se volevi sfruttarla a tuo vantaggio…

Come ha potuto mai oro straniero

riuscire a tanto da trarre da te

una sola scintilla di malanimo

per me, da farmi male solo a un dito?…

ť cosď assurdo, che la sua realtą

se pure appaia chiara ed evidente

come il nero sul bianco,

il mio occhio fatica ancora a scorgerla.

Il tradimento sempre s’Ź accoppiato

all’assassinio, come due demoni

aggiogati allo stesso giuramento

di reciproco aiuto a perseguire

sď rozzamente e sď naturalmente

la stessa causa da non mai stupire.

Ma tu, oltrepassando ogni misura,

hai riportato ora lo stupore

al seguito dei due; e quel demonio

che t’ha cosď scaltramente plasmato

in una forma assurda come questa,

dev’essersi acquistata nell’inferno

la fama d’un artista raffinato.

Tutti gli altri demėni

ch’hanno assegnato dell’inferno il compito

di consigliare il tradimento agli uomini

devon preparare alla confusa,

con un pezzo di qua, uno di lą,

la loro dannazione,

prendendo in prestito dalla virtĚ

vivi colori e ingannevoli forme;

ma quello che s’incaricė di te,

per farti consumare il tradimento

non deve averti offerto altro movente

che quello di poterti tu gloriare

d’aggiungere al tuo nome: “traditore”.

Se il diavolo che t’ha cosď truffato

percorresse con passo di leone

in lungo e in largo lo spazio del mondo,

tornato nello sconfinato Tartaro,

potrebbe dire all’infere legioni:

“Mai piĚ potrė conquistare all’inferno

un’anima cosď a buon mercato,

come ho potuto far con questo Inglese.”

Ah, come hai infettato con l’invidia

la dolcezza della mia confidenza!

Se ci fu uomo al mondo

che si mostrasse ligio al suo dovere,

quello eri tu! Sapiente ed assennato?

Quello eri tu. Di nobile prosapia?

Quello eri tu. Timorato di Dio?

Quello eri tu. Temperante nel cibo,

alieno dagli eccessi grossolani

della gaiezza come della collera,

d’un umore costante, misurato

e non soggetto agli impulsi del sangue,

modesto e dignitoso nel contegno,

sempre schivo dal giudicar con l’occhio

senza averne conferma dall’orecchio

e dal far credito a Tizio e Sempronio

senza previa matura riflessione,

tale, e di tal finezza di natura,

sembravi tu. Talché la tua caduta

lascia dietro di sé come sua orma

una specie di macchia originale

che marchia con un’ombra di sospetto

anche l’uomo piĚ puro ed illibato.

Per causa tua, io verserė lacrime,

perché per me questo tuo voltafaccia

Ź una seconda caduta di Adamo.(50)

(A Exeter)

Le loro colpe sono manifeste.

Che ne rispondano secondo legge.

Arrestateli, dunque, tutti e tre,

e Dio li assolva dei loro misfatti.

 

EXETER -                              Riccardo conte di Cambridge,

io t’arresto per alto tradimento;

Enrico Scroop di Masham,

io t’arresto per alto tradimento;

Tomaso Grey, signore di Northumberland,

io t’arresto per alto tradimento.

 

SCROOP -                             Iddio Signore, nella sua giustizia,

ha voluto scoprire i nostri piani;

ed io della mia colpa

piĚ mi rammarico che di mia morte;

ed il perdono dell’altezza vostra

per essa imploro, pure se il mio corpo

dovrą pagarne giustamente il prezzo.

 

CAMBRIDGE -                     Per me dichiaro che non m’ha sedotto

l’oro di Francia a fare quel che ho fatto;

anche se l’ho accettato come mezzo

per raggiungere piĚ rapidamente

e in modo piĚ diretto i miei intenti:

ma Dio ha fermato la mia mano,

e a Lui sian rese grazie; esulterė

a dover espiare le mie colpe,

e imploro Dio e voi di perdonarmi.

 

GREY -                                  Mai suddito fedele, piĚ di me

si rallegrė di vedere scoperto

il piĚ subdolo e turpe tradimento,

e di vedersi trattenuto in tempo

dal consumar questa dannata impresa.

Vogliate perdonare, mio sovrano,

alla mia colpa, ma non al mio corpo.

 

ENRICO -                              Iddio v’assolva, nella sua mercé!

Udite, ora, la vostra condanna:

voi siete rei d’avere cospirato

contro la nostra regale persona

associati a un nemico dichiarato

dalle cui casse avete ricevuto

l’arra dorata della nostra morte;

con che avreste voluto ignobilmente

vendere il vostro re all’assassinio,

i suoi pari e i suoi principi al servaggio,

all’oppressione e al disprezzo i suoi sudditi,

ed il suo regno alla desolazione.

Per ciė che tocca la nostra persona

non cerchiamo vendetta;

ma noi dobbiamo ben tenere a cuore

la salvezza del regno,

la cui rovina avete voi cercato.

Perciė vi consegniamo alle sue leggi.

Da qui uscirete, dunque, sciagurati!,

verso la morte; il cui sapore amaro

Dio, nell’immensa sua misericordia,

vi dia di sopportare rassegnati,

insieme ad un sincero pentimento

di tutte le pesanti vostre colpe.

Conduceteli via!

 

(Scroop, Cambridge e Grey sono condotti via sotto scorta)

 

Ed ora, in Francia,

signori! Vi sarą gloria per tutti!

Non dubitiamo piĚ, a questo punto,

che la nostra campagna avrą successo,

dal momento che Dio, nella sua grazia,

s’Ź compiaciuto di portare in luce

questo pericoloso tradimento

ch’era in agguato sul nostro cammino,

pronto a fermarci fin dalla partenza.

Ora siamo sicuri che ogni ostacolo

Ź ripianato sulla nostra via.

Avanti, dunque, miei compatrioti!

Nelle mani di Dio

affidiamo le nostre forze armate(51)

e passiamo a eseguire senza indugio

i nostri piani. Al mare! In allegria!

Al vento i nostri vessilli di guerra!

Non Ź re d’Inghilterra

quello che non Ź anche re di Francia!

 

(Trombe. Escono tutti)

 


SCENA III - Londra, davanti alla taverna “Alla testa di cinghiale, a Eastcheap.

 

Entrano PISTOLA, l’ostessa QUICKLY, BARDOLFO e il PAGGIO di Falstaff

 

QUICLY -                              (A Pistola)

Marito mio dolcissimo, ti prego,

permettimi di accompagnarti a Staines.(52)

 

PISTOLA -                            No, che il viril mio cuore oggi dolora.

Bardolfo, stammi allegro!

Nym, risveglia la tua vena smargiassa!

Ragazzo, drizza il pelo al tuo coraggio!

Falstaff Ź morto, e noi dobbiamo piangerlo.

 

BARDOLFO -                       Ah, vorrei tanto essere con lui,

dovunque sia, inferno o paradiso!

 

QUICKLY -                           Ah, no, all’inferno lui non Ź di certo.

ť nel seno di ArtĚ,(53)

se mortale vi sia mai salito…

Perė che bella fine!… Se n’Ź andato

come un bambino appena battezzato;

tra le dodici e l’una Ź trapassato,

giusto giusto al voltar della marea…

Quando l’ho visto raspar con le dita

le lenzuola, giocherellar coi fiori,

sorridersi alla punta delle dita,

mi sono detta: “Addio, questa Ź la fine!”

Il naso infatti s’era gią affilato

da sembrare la punta d’una penna,

ed egli seguitava a balbettare

un non so che di verdi praterie…

“Su, su, sir John - gli dico - su, coraggio!

Che uomo siete?… Via, su, fate cuore!”

Al che lui ha gridato: “Dio! Dio! Dio!”

tre-quattro volte, e io a confortarlo

dicendogli di non pensare a Dio,

perché pensavo che non fosse il caso

di sprofondarsi in certi pensamenti.

A questo punto lui m’ha domandato

di mettergli sui piedi altre coperte.

Ho infilato la mano sotto coltre

e li ho palpati: freddi come pietra.

Allora gli ho tastato anche i ginocchi,

e poi su, su, piĚ su, sempre piĚ su,

ed era tutto freddo come pietra.

 

NYM -                                   Dicono che sul punto di morire

abbia imprecato contro il vin di Spagna…

 

QUICKLY -                           Oh, sď.

 

BARDOLFO -                                   E con le donne.

 

QUICKLY -                                                                Ah, questo no!

 

PAGGIO -                             E invece sď, vi dico che l’ha fatto.

Diceva ch’eran diavoli incarnati.

 

QUICKLY -                           L’incarnato non gli Ź piaciuto mai:

non era un colorito di suo gusto.(54)

 

PAGGIO -                             Una volta mi disse che le donne

gli avevan fatto dar l’anima al diavolo.

 

QUICKLY -                           Gli Ź successo, difatti, qualche volta

con le donne di prendersela brutto;

ma fu un momento d’umore reumatico;(55)

e parlava cosď della puttana

di Babilonia.

 

PAGGIO -                                                   Ma vi ricordate

quando vide sul naso di Bardolfo

immobile una pulce

e disse ch’era un’anima dannata

che bruciava nel fuoco dell’inferno?(56)

 

BARDOLFO -                       AhimŹ, la legna che faceva arderlo,

quel fuoco, Ź ora tutta consumata!

E questo naso Ź tutta la ricchezza

che ho guadagnato stando al servizio!

 

NYM -                                   Allora, ci muoviamo?

Il re sarą salpato gią da Southampton.

 

PISTOLA -                            Sď, andiamo.

(A Quickly)

Amore, dammi le tue labbra.

Fa’ buona guardia a tutte le mie cose,

le mobili e le immobili

Ti guidi il tuo buon senso femminile.

Parola d’ordine: “pronti contanti”.

Non fidar di nessuno; i giuramenti

sono di paglia e la fede degli uomini

Ź solo pastafrolla, e “Tieni duro”

Ź il migliore mastino, ochetta mia.

Perciė caveto(57) sia tuo consigliere.

Su, tergi i tuoi cristalli.

E voi, compagni, aggiogati con me

in armi, andiamo in Francia,

a succhiare, succhiare sangue nobile,

fino all’ultima goccia, miei ragazzi.

 

PAGGIO -                             Come cibo, perė, fa male, dicono.

 

PISTOLA -                            (A Bardolfo e Nym, indicando Quickly)

Sfiorate appena la sua bocca, e in marcia.

 

BARDOLFO -                       (S’avvicina a Quickly e la bacia)

Addio, ostessa!

 

NYM -                                                             Io non so baciare,

ed Ź chiusa l’antifona. Ma addio.

 

PISTOLA -                            Mia cara, ora si paia

la tua perizia di buona massaia.

E tieni tutto chiuso col lucchetto.

ť il mio comando. Ho detto.(58)

 

QUICKLY -                           Sta’ tranquillo. Buon viaggio, mio diletto!

 

(Escono tutti)

 


SCENA IV - Francia, il palazzo reale.

 

Trombe. Entrano il RE DI FRANCIA, il DELFINO, i DUCHI di BERRY, di BRETAGNA e il CONNESTABILE, con seguito

 

RE -                                        Dunque l’Inglese marcia su di noi

con forte nerbo: converrą perciė

che noi ci adoperiamo a contrapporgli

una difesa a misura di re.

I duchi di Berry e di Bretagna,

d’Orléans e Brabante escano in campo;

voi, principe Delfino, penserete

a rifornir le nostre piazzeforti

d’uomini di coraggio e buoni mezzi,

giacché l’Inglese irrompe con la furia

d’una corrente succhiata dal vortice.

Gioverą quindi provvedere a tutto,

come ci deve dettar la paura,

dopo gli esempi ancor lasciati impressi

sui nostri campi da questi fatali

e troppo sottovalutati Inglesi.

 

DELFINO -                            Padre mio temutissimo,

Ź certamente quanto mai sensato

star sempre armati in vista di un nemico;

poiché la stessa pace,

quand’anche non vi fossero in presenza

né guerre né palesi ostilitą,

mai dovrebbe cullare in sogno un regno

fino al punto da fargli trascurare

difese, arruolamenti e apprestamenti,

che son da mantenere sempre in atto

come nell’imminenza d'una guerra.

Perciė ritengo che sia opportuno

che noi si vada attorno a ispezionare

le regioni piĚ deboli di Francia

e piĚ sguarnite; avendo perė cura

di far da parte nostra tutto questo

senza dar mostra di maggior paura

che avremmo nel sapere che gli Inglesi

fosser tutti occupati a casa loro

a una moresca della Pentecoste.(59)

Giacché, mio buon sovrano, l’Inghilterra

Ź retta da un cosď svagato re,

il suo scettro Ź tenuto nelle mani

d’un tal bislacco, insulso, inconcludente,

vanesio e capriccioso giovinastro,

che proprio non ci deve far paura.

 

CONNESTABILE -               Eh, piano, principe Delfino, piano,

a giudicar cosď questo sovrano!

Vi sbagliate di grosso. Vostra grazia

s’informi pur dai nostri ambasciatori

testé da lui tornati: le diranno

con quale dignitosa maestą

ha ascoltato le loro ambascerie,

da quali consiglieri era assistito,

quanto discreto si sia dimostrato

nel contestare, e quanto, nel contempo,

terribilmente fermo nel decidere.

V’accorgerete con vostra sorpresa

come le sue trascorse frivolezze

non fossero che un abito esteriore,

simile a quello del romano Bruto,

che nascondeva la sua perspicacia

sotto un manto di folle stravaganza;(60)

esattamente come i giardinieri

coprono col letame le radici

che saranno le prime a metter fuori

i germogli piĚ belli e delicati.

 

DELFINO -                            Ebbene, caro mio Gran Connestabile,

non Ź affatto cosď come voi dite;

ma non importa quel che noi pensiamo.

Anzi, quando si tratta di difendersi,

meglio Ź sempre supporre che il nemico

sia piĚ forte di quanto puė apparire;

uno si appresta meglio alla difesa,

in proporzione; a trascurar la quale,

preparandosi con piĚ leggerezza,

magari lesinando sulla spesa,

ci si comporta come quell’avaro

che a voler risparmiare un po’ di stoffa

finď per perdere tutto il vestito.

 

RE -                                        Sď, dobbiamo pensare a questo Enrico

come ad un forte re;

sicché voi, principi, dovete armarvi,

al vostro meglio per tenergli fronte.

La sua casata s’Ź rimessa in carne

sopra la nostra pelle; egli discende

appunto da quel ceppo sanguinario

che ci ha incalzato fin dentro i sentieri

di casa nostra: n’Ź testimonianza

quella indimenticabile vergogna

della fatal giornata di Crecy,(61)

quando per mano di quel nero nome

Edoardo, Principe Nero di Galles,

tutti i principi nostri furono presi,

mentre quella montagna di suo padre,(62)

assiso su una gigantesca altura

stagliata in un’aureola di sole,

riguardava dall’alto sorridendo

l’eroica sua progenie devastare

l’opra della natura e sfigurare

coi suoi colpi quelle fattezze umane

che Dio e padri e madri della Francia

vent’anni prima avevano creato.(63)

Questo, di quella vittoriosa stirpe,

Ź l’ultimo rampollo; e noi temerne

dobbiamo la potenza originaria

ed il destino che gli Ź favorevole.

 

Entra un MESSO

 

MESSO -                               Ambasciatori del re d’Inghilterra

chiedono udienza a vostra maestą.

 

RE -                                        Gliela accordiamo subito.

(A quelli del seguito)

Signori,

vada qualcuno a scortarli fin qui.

 

(Escono il messo e alcuni nobili)

 

Ecco, vedete amici, questa caccia

con quale accanimento vien condotta.

 

DELFINO -                            E voi, sire, volgete il capo indietro,

e fermate la muta inseguitrice;

perché i cani vigliacchi

abbaiano piĚ forte se la preda

che sembrava volessero assalire

fugge loro davanti. Mio buon sire,

tagliate corto con codesti Inglesi,

che si rendano facilmente conto

di quale monarchia voi siete a capo.

L’amore di se stessi,

non Ź sď vil peccato, mio sovrano,

come la disistima di se stessi.

 

Rientrano i nobili introducendo EXETER ed altri dell’ambasceria inglese

 

RE -                                        Dal nostro confratello d’Inghilterra?

 

EXETER -                              Da lui, coi suoi saluti a vostra altezza,

e, nel nome di Dio onnipotente,

con l’invito a spogliarvi e a rinunciare

a tutte quelle glorie prese a prestito

che per dono del cielo,

per legge di natura e delle genti

appartengono a lui a ai suoi eredi:

intendo la corona

e i privilegi ad essa pertinenti

per uso e prescrizione secolari

E al fine che possiate aver contezza

che non Ź questa sua una pretesa

di natura sbilenca o temeraria,

o spulciata da antiche tarlature,

e raccattata dopo aver frugato

nella polvere d’un annoso oblio,

vi manda qui, per vostra informazione,

questa schematica genealogia

che mostra chiaramente, in ciascun ramo,

l’esatta linea della discendenza.

Vogliate esaminarla attentamente:

e quando vi sarete persuaso

ch’egli discende per linea diretta

dal Terzo Edoardo, il piĚ insigne e famoso

dei suoi progenitori, in mano sua

rassegnerete, poi ch’egli ve l’ordina,

la corona ed il regno,

illegittimamente tolti a lui,

lor naturale e giusto pretendente.

 

RE -                                        Se no, che cosa ne potrą seguire?

 

EXETER -                              Una cruenta azione di revindica.

Ché, se pur vi teneste la corona

chiusa e nascosta in fondo ai vostri cuori,

egli non si farebbe alcuno scrupolo

di venirvi a frugare anche lą dentro

per portarvela via. Ed Ź gią pronto

a venir qui in violenta tempesta,

con tuoni e terremoti, come un Giove,

per ottener di forza quel che chiede

se fallirą la nostra ambasceria.

Perciė vi chiede, per le Sacre Viscere,

di lasciargli senz’altro la corona,

per pietą altresď di tante anime

sulle quali questa vorace guerra

spalanca gią le sue enormi fauci;

se non volete che sul vostro capo

ricadano il pianto delle vedove,

i lamenti dei miseri orfanelli,

il sangue degli uccisi,

il gemere sommesso delle vergini

per i mariti, i padri, i fidanzati

che saranno inghiottiti dal conflitto.

Questa la sua richiesta e la sua sfida,

e questo il mio messaggio;

ammenoché non sia presente qui

il Delfino, cui sono incaricato

di recare un saluto personale.

 

RE -                                        Per quello che sta a noi,

vogliam riflettere ulteriormente;

vi faremo conoscere domani

le nostre decisioni da portare

al nostro confratello d’Inghilterra.

 

DELFINO -                            In quanto a me, il Delfino son io.

Che c’Ź per me da parte d’Inghilterra?

 

EXETER -                              Sdegno e sfida; scarsissimo riguardo,

disprezzo ed ogni sorta di giudizio

che sia men disdicevole

alla grandezza di chi ve lo manda.

Questo vi manda a dire il mio sovrano;

e se la maestą di vostro padre

non addolcisce, con l’accoglimento

di tutte quante le nostre richieste,

l’amaro della beffa da voi fattagli,

vi chiamerą con tal foga a risponderne

che le caverne e le tortuose grotte

del sotterraneo grembo della Francia

vi tuoneranno addosso quell’insulto,

e vi rimanderan la vostra beffa

sul rombo delle sue artiglierie.

 

DELFINO -                            Ditegli che quand’anche da mio padre

egli s’abbia risposta favorevole,

ciė sarą contro la mia volontą;

perché io non aspiro ad altra cosa

che a giocarmi la sorte in campo aperto

con il re d’Inghilterra.

Ed Ź proprio con questo intendimento

che, per essere in tutto confacente

alla vanesia sua giovane etą,

gli ho mandato in regalo da Parigi

quelle palle da tennis.

 

EXETER -                                                                 E per questo,

darą al vostro Louvre di Parigi,

fosse pur esso la signora corte

della possente Europa,

tale scrollata, che voi scoprirete,

state certi, la grande differenza

- che noi sudditi abbiamo con stupore

gią scoperto - tra quelle ch’eran state

le aspettative dei suoi anni verdi

e le doti che oggi padroneggia.

Egli soppesa scrupolosamente

il tempo fino all’ultimo granello;(64)

e, se rimane in Francia,

lo sperimenterete a vostre spese.

 

RE -                                        Domani avrete la nostra risposta.

 

EXETER -                              Congedateci ora in tutta fretta,

che il nostro re non venga di persona

a chieder conto del nostro ritardo;

ché ha messo piede gią sul vostro suolo.

 

RE -                                        Sarete congedati quanto prima,

e con proposte buone e ragionevoli.

Una notte Ź fin troppo breve lasso

per poter maturare una risposta

a richieste di tanta gravitą.

(Trombe. Escono tutti)


ATTO TERZO

 

Entra il CORO

 

CORO -                                  Cosď sull’ali della fantasia

si libra rapida la nostra scena,

ora di qua ora di lą spostandosi,

ratta come il pensiero.

Immaginate dunque d’aver visto

partire il nostro re ed imbarcarsi

dal molo di Southampton per la Francia,

di tutto punto armato; e la sua flotta

coi vessilli di seta far ventaglio

gagliardamente al giovinetto Febo.(65)

Giocate ancora con la fantasia

e cercate con essa

di contemplare i mozzi delle navi

che velosi s’arrampicano su

per le sartie di canapa;

ascoltate lo stridulo fischietto

che dą comandi tra confusi suoni;

guardate le vele di tela gonfiarsi

all’invisibile soffio del vento

e sospingere sul solcato mare

gli enormi petti dei ventruti legni

a fendere gli altissimi marosi.

Oh, immaginate di star sulla riva

e di veder danzar sull’onda mobile

un’intera cittą: ché tale appare

alla vista la maestosa flotta

che dirige la rotta verso Harfleur.

Seguitela, non la perdete d’occhio!

Tenetevi aggrappati con la mente

al cassero di poppa delle navi;

abbandonate la vostra Inghilterra,

silenziosa come la morta ora

della notte, rimasta sol vegliata

dai vecchi, dai fanciulli e dalle nonne:

da tutti insomma che hanno gią passato

o non ancor toccato

l’etą della pienezza del vigore;

perché chi Ź, che abbia appena un pelo

sul mento, che non brami di seguire

in Francia questi eletti cavalieri?

Aguzzate, aguzzate ora il pensiero

e immaginate una cittą assediata,

i cannoni piazzati sugli affusti,(66)

le lor bocche fatali spalancate

sull’assediata Harfleur; e figuratevi

l’ambasciatore inglese che, al ritorno,

riferisce ad Enrico che il re Carlo

gli offre in sposa la figlia Caterina,

e con lei, per sua dote,

un certo numero di territori

di piccola estensione e poca rendita.

L’offerta non Ź accolta;

e gią sul campo gli agili artiglieri

metton la miccia alle infernal bombarde

(Allarme. Sparo di cannoni)

ed ogni cosa crolla innanzi a loro.

Siate dunque cortesi,

ed ancora una volta, col pensiero

vogliate voi colmare le lacune

di questa nostra rappresentazione.

 

(Esce)

 


SCENA I - In Francia, il campo inglese davanti ad Harfleur.

 

Entrano RE ENRICO, EXETER, BEDFORD, GLOUCESTER e soldati con scale a pioli.

Trombe d’allarme.

 

ENRICO -                              Alla breccia, miei prodi, un altro assalto!

Un altro assalto! O chiuderemo il varco

con i cadaveri dei nostri Inglesi.

In pace nulla si conviene all’uomo

quanto la calma e la moderazione;

ma se risuona lo squillo di guerra,

s’ha da imitare quel che fa la tigre:

contrarre i muscoli, chiamare subito

tutto il sangue a raccolta,

nascondere ogni moto di pietą,

sotto la bieca maschera

d’una rabbia spietata; dare all’occhio

uno sguardo dal piglio pauroso,

come bocca di bronzea bombarda

puntata tra le roste della fronte,

e la fronte la domini aggrottata

come paurosa roccia

sporgente sulla sua base corrosa

dal morso dell’oceano selvaggio.

Stringete i denti, dilatate al massimo

le vostre nari, trattenete il fiato,

tendete l’arco delle vostre forze

fino a spezzarlo! Avanti, avanti, avanti,

nobilissimi Inglesi! Il vostro sangue

vi discende da valorosi padri

assuefatti al mestiere della guerra;

quei padri che, come tanti Alessandri,(67)

guerreggiarono in questi stessi luoghi,

infaticabili, da mane a sera,

e non rinfoderarono le spade

se non quando non ebbero piĚ nulla

contro cui battersi. Sul loro esempio,

dimostrate che foste generati

da quelli che chiamate vostri padri;

non infangate l’onor delle madri;

siate modello ad uomini

di sangue meno nobile, e maestri

a loro tutti di come combattere.

E voi, miei bravi fanti,

voi, corpi fabbricati in Inghilterra,

mostrate qui di qual pastura siete;

lasciateci giurare

che siete degni della nostra razza.

Io non ne dubito, perché tra voi

non c’Ź nessuno che, pur d’umil nascita,

non abbia nei suoi occhi una scintilla

di nobiltą. Vi veggo tutti pronti,

impazienti come levrieri al laccio,

ad avventarsi via. La caccia Ź aperta.

Seguite il vostro coraggioso istinto,

e gridate, lanciandovi alla carica:

“Dio con Enrico! Inghilterra e San Giorgio!”

 

(Escono tutti, Allarme e spari di bombarde)

 


SCENA II - La stessa

 

Entrano NYM, BARDOLFO, PISTOLA e PAGGIO

 

BARDOLFO -                       Alla breccia! Alla breccia! Su, su, su, su!

 

NYM -                                   Un momento, ti prego, caporale.

Qui piovon colpi caldi, e, quanto a me,

non ho una vita di ricambio, io.

Questo giochetto Ź un po’ troppo bollente.

Questa Ź la vera antifona.

 

PISTOLA -                            La vera antifona, hai detto giusto,

ché con questi giochetti qui si esagera.

I colpi vanno e vengono,

i vassalli di Dio cadono e muoiono;

sui campi insanguinati scudo e ferro

ti procacciano fama in sempiterno…

 

PAGGIO -                             Ah, come mi vorrei trovare a Londra,

in una birreria! Sarei disposto

a barattare tutta la mia gloria

per un gotto di birra e la pellaccia.(68)

 

PISTOLA -                            Ed io, potessi dare prevalenza

ai desideri miei,

non mancherei al mio intendimento,

e ad esso darei subita osservanza.

 

PAGGIO -                             “Cosď presto, eppur non cosď onesto”

come canta l’uccello in cima al ramo.

 

Entra FLUELLEN

 

FLUELLEN -                         Figli di cani, afanti! Su, alla preccia!

Alla preccia, coglioni! Afanti, afanti!(69)

 

(Li caccia avanti a spintoni)

 

PISTOLA -                            Sii pietoso, gran duca,

con noi, miseri esseri di creta;

la tua collera acquieta,

abbatti la tua ira, o magno duca.

Da bravo, cocco bello,

abbatti l’irruenza,

fa’ coraggiosa prova di clemenza,

mio dolce pollastrello!

 

NYM -                                   (A Pistola)

Finalmente si ride: vostro onore

ha vinto e conquistato il buon umore.

 

(Escono tutti meno il Paggio)

 

PAGGIO -                             Giovane come sono, questi tre

me li sono studiati: tre spacconi.

A tutti e tre io faccio da garzone,

ma se fossero loro a farlo a me,

non mi farebbero, tra tutti e tre,

il servizio d’un solo: tre fantocci,

che tutti insieme non formano un uomo.

Bardolfo ha il fegato bianco-slavato

e la faccia di fuoco, ed Ź la faccia

che fa fuoco per lui, lui non combatte.

Quanto a Pistola, ha la lingua che uccide,

ma non la spada; spezza le parole

senza intaccar minimamente l’armi.

Nym, poi, Ź uno che ha sentito dire

che gli uomini migliori sono quelli

che han poche parole sulla lingua,

perciė sdegna perfino di pregare

per tema di passare da vigliacco;

e le poche cattive sue parole

s’accordano con fatti poco buoni:

perché teste non Ź mai riuscito a romperne,

fuorché la sua, la volta che, ubriaco,

la sbatté contro un palo.

Essi rubano tutto quel che capita

a portata di loro svelta mano,

e lo chiamano “andare a fare acquisti”.

Una volta Bardolfo ha sgraffignato

l’astuccio di custodia di un liuto,

se l’Ź portato per dodici leghe

e se l’Ź rivenduto a un penny e mezzo.

Nym e Bardolfo nelle ruberie

si danno mano, amici per la pelle.

A Calais si rubarono una pala

per ammucchair carbone al caminetto;

e da questo ho capito che son due

che ingoierebbero qualsiasi rospo.(70)

 

Rientra FLUELLEN seguito da GOWER

 

GOWER -                              (A Fluellen)

Capitano, dovete andare subito

al posto dove scavano le mine:

vi richiede il signor Duca di Gloucester.(71)

FLUELLEN -                         Alle mine!… Tofete tire al duca

che puttarsi alle mine non Ź il caso,

perché, sentite pene, quelle mine

non sono fatte a recola di querra;

s’Ź scafato in maniera insufficiente;

perché fedete, dico, l’affersario,

potete pure riferirlo al Duca,

ha scafato per circa quattro yarde

per collocare le sue contromine.

Per Cristo Santo, qui saltiamo tutti,

se non si prentono proffedimenti!

 

GOWER -                              Eppure il Duca di Gloucester, signore,

al quale Ź stato affidato il comando

di questo nostro assedio,

ha come consigliere un Irlandese,

un uomo di prim’ordine, perbacco!

 

FLUELLEN -                         Il capitano MacMorris, voi dite?

 

gower -                              Credo di sď.

 

FLUELLEN -                                              CessĚ, ma quello Ź un asino,

se ce n’Ź al mondo, e glielo dico in faccia!

Quello lď della fera arte di guerra,

non ha, fi dico, nessuna esperienza,

e riguardo alla strategia romana

ne sa quanto un paggetto da salotto!

 

Entrano, dal fondo, MACMORRIS e JAMY

 

GOWER -                              Eccolo appunto, e viene insieme a lui

il capitano Jamy, lo scozzese.

 

FLUELLEN -                         Il capitano Jami, quello sď,

Ź un uomo di falore, questo Ź certo.

Ed ha crande e spedita conoscenza

delle antiche battaglie; e, Cristo Santo,

sa sostenere pene le sue tesi,

come qualunque uomo d’arme al mondo,

sull’argomento delle discipline

delle piĚ antiche guerre dei Romani.

 

JAMY -                                  Buondď, capitan Fluellen.

 

FLUELLEN -                         Buonciorno a voi, buon capitano Jamy.

 

GOWER -                              Capitano MacMorris, come mai?

E le mine? Le avete abbandonate?

I minatori sono andati via?

 

MACMORRIS -                    Eh, sď, per Crisste, malissimo fatto!

Piantare tutto quanto lď, a mezz’opera

perché la tromba dą la ritirata!

Ciuro su questa mano

e sull’anima santa di mio patre,

che Ź fatto male, lavoro sprecato.

Ci avrei puttato all’aria la cittą

entro ti un’ora. Mal fatto, ah!, mal fatto!

 

FLUELLEN -                         Capitano MacMorris, con licenza,

concetetemi, preco, ecco, fedete,

di scampiar tue parrole in amicizia,

ciusto a titolo di arcomentazione,

in parte sulla scienza della cuerra,

le cuerre tei Romani, ecco fedete,

ed in parte per mia sottisfazione,

sui principii dell’arte militare,

perché il punto Ź questo.

 

JAMY -                                  Anch’io sarė assai lieto, in fete mia,

miei prafi capitani, con licenza,

al momento opportuno. Eh, sď, perbacco!

 

MACMILLAN -                    Non mi sempra perė questo il momento,

Dio ci salvi, di fare discussioni.

La giornata Ź scottante, e tutto Ź caldo,

il tempo, la battaglia, il re, i duchi;

non Ź il momento questo di discutere.

La cittą Ź assetiata,

e le trompe ci chiamano alla breccia,

e noi tre, qui, a discutere, per Crisste,

senza far niente. ť proprio una fercogna,

che Dio m’assista, starsene qui fermi,

una fercogna, sď, per questa mano!

E lą ci sono gole da tagliare,

e lavori da fare, e niente Ź fatto,

che Crisste ci perdoni a tutti quanti!

 

JAMY -                                  Eh per la santamessa,

prima che gli occhi mi si diano al sonno,

il mio servizio io lo voglio fare,

a costo di restar stecchito a terra,

sď, dico, di morire

piĚ valorosamente che potrė;

e questo, per mia parte, Ź il quinci e il quinti.

Mi sarebbe piaciuto assai, perė,

sentirvi questionare tra foi tue.

 

FUELLEN -                           Capitano MacMorris, beh, fetete,

io credo, e se mi spaglio correccetemi,

che nel paese vostro non son molti…

 

MACMORRIS -                    Il mio paese? Cos’Ź il mio paese?

Tutti villani, tutti farabutti,

tutti bastardi, eh, al mio paese?

Che c’Ź da dire sopra il mio paese?

 

FLUELLEN -                         Se prendete le cose alla rovescia,

ecco, fetete, mi farete cretere

che non mi usate la cortialitą

che, sol per discrezione, mi tovreste,

essento io ferrato quanto voi

in quanto a discipline tella cuerra,

sia per derivazione talla nascita,

sia per mie altre peculiaritą…

 

MACMILLAN -                    Come son pravo io nella materia

non so se voi lo siete…

E cosď, Tio mi salvi, taglio corto.

 

GOWER -                              Signori miei, voi vi fraintendete.

 

JAMY -                                  Eh, sď, c’Ź un maledetto qui pro quo.

 

(Trombe all’interno)

 

GOWER -                              Dalla cittą: chiamano a parlamento.

 

GOWER -                              Capitano MacMorris,

a miglior tempo mi tarė l’artire

ti tirvi, ecco, fedete,

che io le discipline della cuerra

le conosco. E per ora tanto basta.

 

(Escono)

 


SCENA III- In Francia, davanti alle mura di Harfleur.

Sulle mura della cittą compare il GOVERNATORE con alcuni cittadini. Di sotto, l’esercito inglese.

 

Entra RE ENRICO con seguito

 

ENRICO -                              Governatore della cittą di Harfleur

quali sono le vostre decisioni?

Sappi che questa Ź l’ultima occasione

che noi vi offriamo per scendere a patti.

Perciė, o vi arrendete a discrezione,

o ci provocherete al vostro peggio,

agendo come uomini orgogliosi

soltanto della vostra distruzione;

ché, com’Ź certo ch’io sono un soldato

- e questo titolo, nel mio pensiero,

Ź quello che mi si conviene meglio -,

se riprendo di nuovo a bombardare

la vostra mezzo-conquistata Harfleur,

non la lascio finché non l’avrė vista

tutta sepolta sotto le sue ceneri.

Chiuse saranno allor della pietą

per voi tutte le porte, ché il soldato,

una volta ch’abbia assaggiato il sangue,(72)

reso duro di cuore, la coscienza

larga come la porta dell’inferno,

avrą libero il braccio ad ogni strage,

falciando come tanti fili d’erba

le vostre fresche e belle verginelle

ed i vostri fiorenti giovinetti.

Che potrą piĚ importare a me, a quel punto,

se l’empia guerra, vestita di fiamme

come il re dell’inferno,

e col volto coperto di fuliggine,

commetterą nella vostra cittą

tutte le odiose azioni che accompagnano

sempre la distruzione ed il saccheggio?

Che puė importarmi, allora,

quando voi stessi ne sarete causa,

se le vostre innocenti e caste vergini

cadranno nell’abbraccio

focoso e costrittore dello stupro?

Che cosa puė frenare piĚ la foja

quando spietata corre a precipizio

per la sua china? Ordinare alla truppa,

quando si sia scatenata al saccheggio,

Ź tanto vano quanto mandar ordini

al Leviatano d’accostare a riva.(73)

Vi prenda, uomini d’Harfleur, pietą,

dunque, finché ne siete ancora in tempo,

della vostra cittą, del vostro popolo,

mentr’io posso tenere ancora in pugno

i miei soldati sotto il mio comando,

e il vento fresco e mite della grazia

tiene lontane ancor dal vostro cielo

le nubi sozze e infette del massacro,

del saccheggio e d’ogni altra atrocitą.

Altrimenti, aspettatevi tra poco

di veder da soldati ebbri di sangue

insudiciate con luride mani

le chiome delle urlanti vostre figlie,

tirati per le lor barbe d’argento

i vostri vecchi e sfracellate al muro

le lor canute venerande teste,

ed infilzati in cima alle lor picche

i corpi nudi dei vostri fanciulli,

e le lor madri, pazze di dolore,

squarciar con disperate grida il cielo,

come un tempo le madri di Giudea

correndo dietro ai sanguinari sgherri

di Erode. Ebbene, uomini di Harfleur,

al fine di evitare tutto questo,

che rispondete? Non volete arrendervi?

O, decisi a colpevole difesa,

volete farvi proprio sterminare?

 

GOVERNATORE -               Per noi ogni speranza di difesa

da oggi Ź spenta. Il principe Delfino

dal quale attendevamo dei rinforzi,

ci risponde non esser le sue truppe

pronte per ora a rompere un assedio

sď pesante. Perciė, nobile re,

affidiamo alla tua buona indulgenza

questa cittą e la vita di noi tutti.

Varca dunque coi tuoi le nostre porte;

di noi disponi e delle nostre cose.

non possiamo difenderci piĚ a lungo.

 

ENRICO -                              Apriteci le porte! Zio Exeter,

andate voi ed entrate in Harfleur;

insediatevi lą e fortificatela

quanto piĚ solida contro i Francesi.

Noi, caro zio, con l’inverno alle porte

e con la maledetta epidemia

che va infierendo tra le nostre file,

ripiegheremo intanto su Calais.

Questa notte saremo ospite vostro

in Harfleur, per trovarci domattina

pronti a riprendere la nostra marcia.

 

(Trombe. Entrano tutti in cittą)

 


SCENA IV - Rouen, una stanza nel palazzo reale

 

Entrano CATERINA e ALICE(74)

 

CATERINA -

Alice, tu a été en Angleterre et tu parles bien le language.

Alice, tu sei stata in Inghilterra, e parli bene la lingua.

 

ALICE -

Un peu, madame.

Un po’, signora.

 

CATERINA -

Je te prie de m’enseigner; il faut que j’apprenne ą parler. Comment appelez-vous la main en anglais?

 

Ti prego d’insegnarmi; bisogna ch’io impari a parlare. Come chiamate in inglese la mano?

ALICE -

La main? Elle est appelée “the hand”.

 

La mano? ť chiamata “the hand”.

 

CATERINA -

“De hand”. Et les doigts?

“De hand”. E le dita?

 

ALICE -

Ma foi, j’oublie les doigts! Mais je me souviendrai. Les doigts?… Je pense qu’ils sont appelés “de fingers”.

 

Oh, Dio, ho dimenticato le dita! Ma me ne ricorderė, Le dita?… Penso siano chiamate “de finghers”.

 

CATERINA -

La main, “de hand”; les doigtde fingers”. Je pense que je suis le bon écolier. J’ai gagné deux mots d’anglais vitement. Comment appellez-vous les ongles?

 

La mano, “de hand”; le dita “de finghers”. Penso di essere il buon scolaro. Ho guadagnato due parole d’inglese presto.

Come chiamate voi le unghie?

ALICE -

Les ongles? Nous les appellons “de nails”.

 

Le unghie? La chiamiamo “de nails”.

CATERINA -

De nails”. Ecoutez: dites-moi si je parle bien: “de hand”, “de fingers”,“de nails”.

 

“De nails”. Sentite: ditemi se parlo bene: “de hand”, “de finghers”, “de nails”.

ALICE -

C’est bien dit, madame; il est fort bon anglais.

 

ť ben detto, signora; Ź un ottimo inglese.

CATERINA -

Dites-moi l’anglais pour le bras.

 

Ditemi l’inglese per “il braccio”.

ALICE -

De arm”, madame.

 

“De arm”, signora.

CATERINA -

Et le coude?

 

E il gomito?

ALICE -

D'elbow”.

 

“D’elbow”.

CATERINA

D’elbow”. Je m’en fais la repétition de tous les mots que vous m’avez appris dŹs ą présent.

 

“D'elbow”. Adesso mi ripeto tutte le parole che m’avete insegnato fino ad ora.

ALICE -

Il est trop difficile, madame, comme je pense.

ť troppo difficile, signora, come penso.

 

CATERINA -

Excusez-moi, Alice, écoutez: “de hand”, “de fingres”, “de nails”, “de arm”, “de helbow”.

 

Scusatemi, Alice, ascoltate: “de hand”, de fingres”, “de nails”, “de arm”, “de helbow”.

ALICE -

“D’elbow”, madame.

 

“D’elbow”, signora.

CATERINA -

O, Seigneur Dieu, je m’en oublie: d’elbow”. Comment appellez-vous le col?

O, Dio Signore, io me ne dimentico: “d’elbow”. Come chiamate voi il collo?

 

ALICE -

“De nick”, madame.

 

“De nick”, signora.

CATERINA -

“De nick”. Et le menton?

 

“De nick”. E il mento?

ALICE -

De chin”.

 

“De chin”.

CATERINA -

"De sin". “De nick”, le col, “de sin”, le menton.

 

“De sin”. “De nick”, il collo, “de sin”, il mento.

ALICE -

Oui, sauf votre honneur, en verité, vous prononcez les mots aussi droit que les natifs d’Angleterre.

Sď. Salvo che vostro onore, in veritą, pronunciate le parole cosď bene come i nativi d’Inghilterra.

 

CATERINA -

Je ne doute point d’apprendre par la grace di Dieu, et en peu de temps.

 

Non dubito che imparerė, Diograzia, e in poco tempo.

 

ALICE -

N’avez-vous pas déją oublié ce que je vous ai enseigné?

Non avete mica gią dimenticato quello che v’ho insegnato?

 

CATERINA -

Non, je reciterai ą vous promptement:“de hand”,“de fingres”,“de mails”…

 

No, ve li reciterė subito: “de hand”, “de fingres”, “de mails”…

 

ALICE -

“De nails”, madame.

“De nails”, signora.

 

CATERINA -

De nails”, “de arm”, “de ilbow”…

“De nails”, “de arm”, “de ilbow”…

 

ALICE -

Sauf votre honneur, “d’elbow”.

“D’elbow”, vostro onore.

 

CATERINA

Ainsi dis-je: “d’elbow”, “de nick”,“de sin”. Comment appellez -vous le pied et la robe?

 

Cosď, dunque: “d’elbow”, “de nick”, “de sin”. Come chiamate voi il piede e la gonna?

ALICE -

Le “foot”, madame, et le “count”.

 

Il “foot”, signora, e il “count”.

CATERINA -

Le “foute”et le “cant”? O Seigneur Dieu! Ils sont des mots de son mauvais, corruptible, gros et impudique, et non pour les dames d’honneur d’user. Je ne voudrais prononcer ces mots devant les seigneurs de France, pour tout le monde…(75). Foh!Le “foute” et le “cant”! Néanmoins, je reciterai une autre fois ma lećon ensemble: “d'hand “,”de fingres”,”de nails”, “de arm”,“de nick”, “de sin “, “d’elbow,de foute”, “de cant”.

 

Il “foute” e il “cant”! Dio Signore! Sono parole di suono cattivo, corruttibile, grossolano e impudico, e non da usare dalle dame onorate. Io non vorrei pronunciare queste parole davanti ai signori di Francia, per tutto il mondo! Puah! Il “foute” e il “cant”!… Nondimeno reciterė da capo”, la mia lezione: “d’hand”, “de fingres”, “de nails”, “de arm”, “d’elbow”, “de foute”, “de cant”.

ALICE -

Eccelent, madame.

 

Perfetto, signora.

CATERINA -

C’est assez, pour une fois. Allons-nous ą diner.

Basta, ora, come prima volta. Andiamo a pranzo.

 

(Escono)


SCENA V - La stessa

 

Entrano il RE DI FRANCIA, il DELFINO, il DUCA DI BORBONE, il CONNESTABILE e altri

 

RE -                                        ť accertato: ha passato gią la Somme.

 

CONNESTABILE -               E se non lo fermiamo combattendo,

rassegniamoci pure, mio signore,

a non vivere piĚ in terra di Francia.

Abbandoniamo tutto,

e regaliamo i nostri bei vigneti

a un popolo di barbari invasori.

 

DELFINO -                            O Dieu vivant!(76) Dovranno pochi arbusti

di noi, qui nati dal soverchio seme

della libidine dei nostri padri,

nostri virgulti su selvaggio tronco

innestati, cosď all’improvviso,

crescere fino a toccare le nuvole,

e dall’alto guardare in basso noi,

che siamo il loro ceppo originario?

 

BORBONE -                          Gią, normanni anche loro, ma bastardi,

mort de ma vie!(77) Bastardi di Normanni!

Se lasciamo che avanzino cosď,

senza attaccarli, vendo il mio ducato

e mi vado a comprare dritto dritto

una sporca e fangosa fattoria

sulle coste dell’isola di Albione.

 

CONNESTABILE -               Dieu des batailles!(78) Dove avranno preso

costoro tanto ardore? Il loro clima

non Ź forse nebbioso, aspro, pesante,

e non li guarda forse un sole pallido,

come disprezzo, con quel suo cipiglio

isterilendo sopra il loro suolo,

i loro frutti? Puė forse un po’ d’acqua

fermentata - quel lor decotto d’orzo(79)

buono ad abbeverar sfiancate rozze -,

rinsaldare a tal punto d’ardimento

il rigido lor sangue? E dovrą il nostro,

invece, cosď vispo, esuberante

e tale fatto ancora piĚ dal vino,

mostrarsi intirizzito? Ah, no, perdio!

Per l’onore di questa nostra terra,

non stiamo ancora ancora a pencolare                                   

tra il sď e il no come tanti ghiaccioli

alle grondaie delle nostre case,

mentre gente piĚ gelida di noi

trasuda di gagliarda giovinezza

attraversando i nostri ricchi campi,

che ben potremo dichiarare poveri

per la fiacchezza dei loro padroni!

 

DELFINO -                            Sulla parola mia, le nostre donne,

credetemi, si fan beffa di noi,

e dicon chiaro e tondo

che siam ridotti tanti smidollati;

e che offriranno tutte i loro corpi

all’ardore della gioventĚ inglese,

per riapprovvigionare almen la Francia

di guerrieri, sian essi pur bastardi.

 

BORBONE -                          E ci invitano a fare da maestri

nelle scuole di ballo in Inghilterra,

a insegnargli le audaci piroette

della lavolta, e l’agile corrente;(80)

perché la nostra sola maestria

Ź quella che si trova nei calcagni,

e perché tutta la nostra eleganza

sta nell’alzare i tacchi per fuggire.

 

RE -                                        Dov’Ź Montjoie,(81) l’araldo?

Lo si spedisca subito

a recare a Inghilterra il mio saluto

con la mia secca sfida. In piedi, principi!

E, con il vostro senso dell’onore

affilato piĚ delle vostre spade,

affrettatevi a scender tutti in campo!

Voi, Carlo Delabreth, Gran Connestabile,

e voi, Duchi d’Orléans, Berry, Borbone,

Brabante, Bar, Borgogna ed Alenćon;

Giacomo Chatillon, Ramboures, Vaudemont,

Beaumont, Granpré, Roussi et Faulconbridge,

Foix, Lastrale, Bouciqualt e Charolois,

granduchi e grandi principi,

e voi tutti, baroni e cavalieri,

in nome delle vostre grandi origini

questa Ź l’ora per voi

di riscattar le passate vergogne

fermando questo Enrico d’Inghilterra

che scorrazza altezzoso in lungo e in largo

sul nostro suolo, coi vessilli al vento

tinti del sangue della nostra Harfleur.

Rovesciatevi sopra le sue truppe

come valanga per rocciosa china,

quando l’alpe scaracchia il suo catarro

sul fondovalle, quale suo vassallo,

prono ai suoi piedi. Piombate su lui,

e portatelo, nostro prigioniero,

a Rouen, sulla carretta degli ostaggi.

 

CONNESTABILE -               Questo Ź parlar da grandi! Mio rammarico

Ź soltanto che sian cosď ridotte

sparute le sue schiere, e sol composte

di uomini fiaccati dalla fame,

dalle fatiche e dalle malattie;

poiché son certo che gli basterą

avvistar da lontano il nostro esercito

per sentirsi affondare il cuore in petto

per la paura, e non saprą far altro

che venirci ad offrire il suo riscatto.

 

RE -                                        Perciė spedite subito Montjoie,

Connestabile, e dica ad Inghilterra

d’esser da noi mandato al solo scopo

di sapere da lui quanto denaro

Ź disposto ad offrirci in suo riscatto.

Nell’attesa, voi, principe Delfino,

resterete a Rouen al nostro fianco.

 

DELFINO -                            No, sire, vi scongiuro!

 

RE -                                        ť necessario che restiate qui.

Dovete rassegnarvi. Ed ora a voi,

Connestabile, a voi principi tutti;

partite e riportateci al piĚ presto

la resa a discrezione d’Inghilterra!

 

(Escono)


SCENA VI - Il campo inglese in Picardia

 

Entrano i due capitani, GOWER, inglese, e FLUELLEN, gallese, incontrandosi.

 

GOWER -                              Oh, capitano! Tornate dal ponte?

 

FLUELLEN -                         Dal ponte, sď, lattofe, v’assicuro,

si commettono cesta strepitose.

 

GOWER -                              Che n’Ź del Duca d’Exeter, Ź salvo?

 

FLUELLEN -                         Il Duca d’Exeter Ź un faloroso,

quanto Acamennone, un uomo in campa,

che io amo e d onoro

con tutta l’anima, con tutto il cuore,

e con il mio tovere e la mia vita,

con tutto quello di cui son capace.

Non ha subďto un’ombra di ferita

- che sia lotato e penetetto Ittio -

e tiene il ponte con molto falore

e con crande perizia militare.

E c’Ź pure un tenente alfiere, al ponte,

che, in coscienza, mi sempra un Marcantonio

per quanto si dimostra coraggioso;

sď, dico, uno cui nessuno al monto

tareppe manco una spanna di cretito,

ma l’ho visto far cose strabilianti.

 

GOWER -                              Come si chiama?

 

FLUELLEN -                                                     ť l’alfiere Pistola.

 

GOWER -                              Non lo conosco.

 

Entra PISTOLA

 

FLUELLEN -                                                     Eccolo qua il nostro.

 

PISTOLA -                            (A Fluellen)

Capitano, ti chiedo un gran favore.

Il Duca di Exeter ti vuole bene…

 

FLUELLEN -                         Sď, rincraziato Ittio, ma un po’ di pene

l’ho pure meritato, al suo servizio.

 

PISTOLA -                            C’Ź un soldato, Bardolfo,

cuor saldo e generoso, un fegataccio,

che, per crudel destino

e capriccioso voler della ruota

della Fortuna - la bendata dea,

volubile, che sta diritta in piedi

su una pietra che ruota…

 

FLUELLEN -                                                                   La Fortuna,

con tua pazienza, alfiere Pistola,

fiene tipinta cieca,

con una penta afanti agli occhi suoi,

a inticare che la fortuna Ź cieca;

ed Ź pure tipinta con la ruota

per inticare - questa Ź la morale -

che la Fortuna cira, cira sempre

ed Ź incostante, mopile, variapile;

e il suo piete, lo veti, sta pocciato

su un sasso sferico, che cira, cira…

In feritą ti dico che il poeta

fa ti lei una pella tescrizione;

eccellente morale, la Fortuna.

 

PISTOLA -                            A Bardolfo perė essa Ź nemica

e lo guarda con piglio corrucciato;

perché Bardolfo ha rubato una pisside,

e per questo dev’essere impiccato.

Dannata Morte! Stringa il suo capestro

la forca a strangolare solo cani;

vada libero l’uomo,

e mai capestro gli soffochi il fiato!

Ma Exeter l’ha condannato a morte

per una pisside da quattro soldi.

Parlagli tu, so che t’ascolterą;

che il filo della vita di Bardolfo

non abbia ad essere falciato via

ignominiosamente

dal laccio d’una corda dozzinale.

Parla tu in favor della vita,

ne avrai da me adeguata ricompensa.

 

FLUELLEN -                         Alfiere, concepisco solo in parte

il tuo discorso.

 

PISTOLA -                                                      S’Ź soltanto in parte,

rallegratene allora con te stesso.

 

FLUELLEN -                         Eh, no, alfiere, questa non Ź cosa

proprio da rallecrarsene, per me;

perché, fedi, foss’anche mio fratello,

io non potrei che tomantare al Duca

ti teciter la cosa a suo talento,

e giustiziarlo, ché la tisciplina

tev’essere comunque rispettata.

 

PISTOLA -                            Muori dannato, allora!

Dell’amicizia tua mi faccio fiche!

 

FLUELLEN -                         Pene cosď.

 

PISTOLA -                                             Fiche spagnole!

 

FLUELLEN -                                                                   Meglio!

 

(Esce Pistola)

 

GOWER -                              Eh, ma costui Ź un celebre gaglioffo

che si dą l’aria di gran galantuomo.

Lo conosco: un ruffiano, un tagliaborse

che si dą l’arie di gran galantuomo.

 

FLUELLEN -                         Perė quand’era al ponte, v’assicuro,

emetteva parole cosď serie

come a federe in un ciorno t’estate.

Ma sta bene cosď; quello che ha tetto

sta penissimo, fe lo carantisco,

quando se ne presenterą il momento.

 

GOWER -                              Ma che dite! ť un cialtrone, un impostore,

un lestofante, che, di tanto in tanto,

si fa arruolare per andare in guerra

per poi potere, quando torna a Londra,

pavoneggiarsi nei panni del reduce.

Questi cialtroni sono formidabili

nel ricordarsi a pappagallo i nomi

di tutti gli ufficiali comandanti,

nel sapere a memoria tutti i luoghi

in cui si sono svolti fatti d’arme,

tale e tale ridotta, tale breccia,

tale convoglio, chi Ź rimasto ucciso,

chi con infamia ha salvato la pelle;

le condizioni poste dal nemico…

E tutto questo imparato a memoria,

ed in perfetto gergo militare,

confortato e condito da bestemmie

coniate lď per lď. E straordinario

Ź vedere l’effetto che producono,

innanzi a dei boccali spumeggianti

e fra cervelli saturi di birra,

una barba tagliata a perfezione

e una divisa tutta sbrindellata.

Ah, imparate a conoscerli anche voi,

questi cialtroni, vergogna del secolo,

o rischierete grosse fregature!

 

FLUELLEN -                         Fi tirė, capitano, ecco fetete,

io capisco penissimo, fetete,

che lui non Ź quel che vuole apparire,

e se una volta lo pizzico in fallo, (82)

gli tico il fatto suo.

(Tamburi)

Ma ecco il re.

Gli tevo tire com’Ź antata al ponte.

 

Entra RE ENRICO con GLOUCESTER e soldati con tamburi e bandiere

 

Tio penedica la Fostra Maestą!

 

ENRICO -                              Salute, Fluellen! Venite dal ponte?

 

FLUELLE -                            Sď, cosď piaccia a Fostra Maestą.

Il ponte l’ha tenuto il Duca d’Exeter

valorosissimamente: i Francesi

sono stati respinti, ecco, fetete,

con azioni prillanti e coracciose.

Cąspita, l’avversario a un certo punto

stava lď lď per prenderne possesso,

e il Duca l’ha costretto a retrocedere;

e il ponte Ź saldamente in mano al Duca,

atesso, posso pen testimoniarlo,

altezza: il Duca Ź un crande comandante.

 

ENRICO -                              Quante perdite abbiamo avuto, Fluellen?

 

FLUELLEN -                         Dalla parte nimica

la pertizione Ź stata molto crande.

Per parte nostra, reputo che il Duca,

non abbia perso nessuno dei suoi,

all’infuori di un uomo

che sempra tover essere impiccato

per un furto che ha fatto in una chiesa:

si tratta di un alfiere, un tal Bardolfo,

non so se Fostra Crazia lo conosce:

ha la faccia fiorita di pitorsoli,

di pustole, bubboni ed eruzioni,

e le lappra gli soffiano nel naso,

che somiglia a un tizzone sempre acceso,

ora rosso, ora blu… Perė a quest’ora

quel naso sarą stato ciustiziato,

e quel foco sarą spento per sempre.

 

ENRICO -                              E cosď sia di tutti i manigoldi

della sua stessa risma;

ed ordine sia dato nell’esercito

che nelle marce attraverso il paese

nulla sia preso a forza dai villaggi,

nulla che non sia preso a pagamento,

e che inoltre nessuno dei Francesi

abbia ad esser ripreso ed oltraggiato

con accento superbo e burbanzoso;

perché quando mitezza e crudeltą

si ritrovano a disputarsi un regno,

vince per primo il giocator piĚ mite.

 

Tromba. Entra MONTJOIE

 

MONTJOIE -                         La mia tenuta vi dirą chi sono.

 

ENRICO -                              Ti riconosco, infatti. Ma da te

che cosa ho da aspettarmi di sapere?

 

MONTJOIE -                         Il pensiero del mio signore.

 

ENRICO -                                                                           Esponilo.

 

MONTJOIE -                         Ecco quel che m’ha detto il mio sovrano:

“Va’ e fa’ sapere a Enrico d’Inghilterra

che se pur sembravamo tutti morti,

eravamo soltanto addormentati.

Sempre l’attesa fu miglior soldato

della cieca e precipite irruenza.

Digli che gią ad Harfleur

noi avremmo potuto sbaragliarlo,

se non ci fosse apparso intempestivo

spiaccicare un ascesso non maturo.

Adesso la battuta tocca a noi,(83)

e lo diciamo con voce imperiale:

Enrico d’Inghilterra avrą a pentirsi

amaramente della sua follia;

misurerą la propria debolezza

e ammirerą la nostra tolleranza.

Digli, perciė, che pensi al suo riscatto

il cui prezzo sarą commisurato

alle perdite gią da noi subite,

al numero dei sudditi perduti

ed alle umiliazioni digerite:

se tutto ciė dovesse ei ripagare

con ugual peso, la sua piccolezza

ne sarebbe schiacciata: le sue casse

son troppo povere per tali perdite,

tutti gli arruolamenti del suo regno

non basterebbero a ricompensarmi

dell’effusione di sangue dei nostri;

ed in quanto alle nostre umiliazioni

la sua stessa persona

che stesse inginocchiata ai nostri pedi

sarebbe ancora una riparazione

misera e insufficiente, in proporzione.

Aggiungi a tutto questo la mia sfida,

e digli infine che ha tradito i suoi,

la cui condanna a morte Ź pronunciata”.

Cosď il mio re, signore, e il mio messaggio.

 

ENRICO -                              La tua funzione la conosco gią.

Il tuo nome?

 

MONTJOIE -                                              Montjoie.

 

ENRICO -                                                                    Egregiamente

hai compiuto, Montjoie la tua missione.

Torna ora dal re, fagli sapere

ch’io pel momento non cerco uno scontro,

ma che vorrei seguitare la marcia

fino a Calais, senza incontrare ostacoli;

ché, in veritą - se pur non Ź da senno

confessar tanto ad un nemico scaltro

e pronto a trarne subito vantaggio -,

ho un esercito molto indebolito

dalla morďa, che me l’ha decimato;

e quei pochi che son rimasti in piedi

non si puė dire valgano di piĚ

di soldati francesi in pari numero,

laddove quando tutti erano sani,

ti posso dire francamente, araldo,

che su ogni paio di gambali inglesi

potevano marciare tre Francesi.

Dio mi perdoni se mi lascio andare

a certe vanterie; ma Ź tutta colpa

di quest'aria di Francia, il cui soffiare

ha rigonfiato in me un tal difetto

del quale sono deciso ad emendarmi.

Va’, dunque, e riferisci al tuo signore

ch’io sono qua: e quanto al mio riscatto

non ho che questo mio fragile corpo

che non val niente, mentre la mia truppa

Ź ridotta a una misera accozzaglia

di uomini ammalati ed infiacchiti.

Ma digli pure, nel nome di Dio,

che siamo ben decisi ad avanzare,

foss’anche il re di Francia, lui in persona,

o chiunque del suoi potenti amici

a sbarrarci il cammino… Toh, Montjoie,

prendilo, questo Ź per il tuo disturbo.

(Gli dą una borsa di denaro, che quello accetta)

E di’ al tuo re di rifletterci bene:

se mi fate passare, passeremo;

ma se saremo comunque impediti,

tingeremo la vostra bruna terra

del vostro rosso sangue… Addio, Montjoie,

t’auguro buon ritorno.

In breve, la risposta mia Ź questa:

noi, ora, nelle nostre condizioni,

non cerchiamo lo scontro in campo aperto,

ma neppure diciamo di evitarlo.

Di’ questo al tuo padrone.

 

MONTJOIE -                                                                   Lo farė,

con tante grazie a vostra maestą.

 

(Esce)

 

GOWER -                              Spero che non ci salteranno addosso

proprio in questo momento.

 

ENRICO -                              Nelle mani di Dio siamo, fratello,

non nelle loro. Avanti per il ponte.

Sta calando la notte.

Passiamo il fiume e ci accampiamo lą,

per riprender la marcia domattina.

 

(Escono tutti)


SCENA VII - Il campo francese presso Azincourt. Notte.

 

Entrano il CONNESTABILE DI FRANCIA, ramboures, il DUCA D’ORLEANS, il DELFINO e altri

 

CONNESTABILE -               Armatura piĚ bella della mia

non credo proprio ce ne siano al mondo.

Non vedo l’ora che si faccia giorno.

 

ORLEANS -                          Sď, la vostra armatura Ź molto bella;

ma diamo pur la lode che si merita

al mio bravo corsiero…

 

CONNESTABILE -               Il migliore d’Europa, senza dubbio.

 

ORLEANS -                          Ma non verrą mai giorno?

 

DELFINO -                            Signore d’Orléans e Connestabile,

parlate di cavalli e d’armature?

 

ORLEANS -                          Voi siete sia degli uni che dell’altre,

tra i principi del mondo, lo sappiamo,

il meglio provveduto.

 

DELFINO -                            Che diavolo di notte lunga Ź questa!…

Il mio cavallo? Non lo cambierei

con nessun’altra bestia a quattro zampe.

“Za’, hop!”, e ti rimbalza sul terreno

come se fosse imbottito di crine.(84)

Pare davvero le cheval volant,

il Pégaso, chez les narines de feu.(85)

Quando gli sono in sella,

Ź come se volassi: sono un falco

che galoppa per l’aria insieme a lui.

La terra canta, quando lui la tocca.

Il piĚ banale corno del suo zoccolo

Ź piĚ armonioso della piva d’Ermes.(86)

 

ORLEANS -                          Ha il mantello color noce moscata.

 

DELFINO -                            E il calor dello zenzero.(87)

Una bestia che andrebbe a perfezione

ad un PersŹo, tutto aria e fuoco;

gli elementi piĚ torpidi,

terra ed acqua, traspaion solo in lui

nella paziente sua docilitą

quando gli monta in sella il cavaliere.

Lui solo Ź quel che puė dirsi un cavallo;

gli altri sono tutti miseri ronzini,

da dirsi tutt’al piĚ degli animali.

 

CONNESTABILE -               Oh, sď, davvero, un cavallo eccellente,

monsignore, il migliore in assoluto.

 

DELFINO -                            ť il vero principe dei palafreni;

il suo nitrito Ź l’ordine imperioso

d’un monarca, l’aspetto impone ossequio.

 

ORLEANS -                          Questo, cugino, mi sembra eccessivo…

 

DELFINO -                            Niente affatto, cugino. Scarso d’anima(88)

chi dal primo levarsi dell’allodola

al rientro all’ovile dell’agnello(89)

non sa variare meritate lodi

al mio cavallo. Esso offre all’altrui lode

un motivo fluente come il mare:

se tramutate i granelli di sabbia

in eloquenti lingue, il mio cavallo

saprą offrire a ciascuna un argomento.

ť argomento da re solo il parlarne;

il cavalcarlo, poi, da re dei re.

Degna cosa sarebbe in tutto il mondo,

quello a noi noto e quello sconosciuto,

se gli uomini, per contemplare lui,

accantonassero ogni lor faccenda.

Una volta ho composto in lode sua

un sonetto il cui primo verso era:

“Meraviglia della natura…”

 

ORLEANS -                                                                       Anch’io

so di un sonetto in lode di un'amante

che comincia cosď: per un’amante.

 

DELFINO -                            Han voluto copiare certamente

quello scritto da me pel mio cavallo,

perché per me il cavallo Ź la mia amante.

 

ORLEANS -                          Un’amante che regge bene in groppa.

 

DELFINO -                            Sď, ma me solo: ch’Ź la prima lode

e il primo segno della perfezione

d’un’amante fedele e costumata.

 

CONNESTABILE -               Ciė non toglie che questa vostra amante

pare che ieri v’abbia scavalcato

piuttosto bruscamente.

 

DELFINO -                                                                 Vi sbagliate.

Avrą fatto cosď con voi la vostra.

 

CONNESTABILE -               Quella mia non aveva alcuna briglia.

 

DELFINO -                            Vuol dire allora ch’era mansueta

per vecchiaia, e che voi la montavate

alla maniera d’un kern irlandese,(90)

coi calzoni attillati pelle-pelle,

senza le larghe braghe alla francese.

 

CONNESTABILE -               D’equitazione v’intendete, vedo.

 

DELFINO -                            Difatti. E quindi statemi a sentire:

coloro che cavalcano in quel modo

e non son piĚ che accorti nella marcia,

cadono in qualche fetido pantano.

Preferisco a un’amante il mio cavallo.

 

CONNESTABILE -               Ed io la mia donna a una giumenta.

 

DELFINO -                            Ti posso garantire, Connestabile,

che la mia amante non ha una solo pelo

che non sia quello suo.(91)

 

CONNESTABILE -               Lo stesso vanto menerei anch’io

se tenessi una scrofa per amante.(92)

 

DELFINO -                            Le chien est retourné

ą son propre vomissement,

et la truie lavée ą son bourbier.(93)

Per te tutto Ź accettabile.

 

CONNESTABILE -               Salvo avere il cavallo come amante

e pronunciar proverbi fuori luogo.

 

RAMBOURES -                    Mio signor Connestabile,

le luci che brillavano stanotte

sulla vostra armatura,

come ho visto, sotto la vostra tenda,

erano stelle o soli?

 

CONNESTABILE -                                             Stelle, stelle.

 

DELFINO -                            Domani ne cadranno alcune, spero.

 

CONNESTABILE -               Nel mio cielo ne resteranno sempre.

 

DELFINO -                            Questo Ź possibile, perché piĚ d’una

voi ne portate addosso di superfluo,

e se qualcuna ne venisse tolta

non potrebbe che ritornarvi a onore.

 

CONNESTABILE -               Come ad onore del vostro cavallo

tornerebbe se certe vanterie

delle quali l’avete caricato

potessero smontargli giĚ di sella.

Trotterebbe sicuramente meglio.

 

DELFINO -                            Potessi caricarlo quanto merita!…

Ma, insomma, qui non si fa giorno mai?

Domani vo’ trottare per un miglio

su un lastricato di facce d’Inglesi.(94)

 

CONNESTABILE -               Se fossi in voi, non parlerei cosď,

per tema di doverlo ripercorrere

a ritroso quel miglio; pur se anch’io

non vedo l’ora che si faccia giorno;

muoio letteralmente dalla voglia

di dare una strigliata a questi Inglesi.

 

RAMBOURES -                    Chi accetta di scommettere con me

che ne catturo almeno una ventina?

 

CONNESTABILE -               Vi conviene scommetter con voi stesso,

prima di catturarli.

 

DELFINO -                                                          ť mezzanotte.

Io vado a indossare l’armatura

 

(Esce)

 

ORLEANS -                          Il Delfino Ź impaziente di aspettare

che faccia giorno.

 

RAMBOURES -                                                  E di mangiarsi Inglesi.

 

CONNESTABILE -               Ho idea davvero che li mangerą

tutti quelli che ammazzerą domani.

 

ORLEANS -                          Sulla mano della mia dama, candida,

giuro ch’Ź un valoroso cavaliere.

 

CONNESTABILE -               Meglio giurarlo sul piede di lei,

cosď puė calpestarlo

il vostro giuramento.

 

ORLEANS -                                                              Certamente

Ź il gentiluomo piĚ attivo di Francia.

 

CONNESTABILE -               Attivitą vuol dire far qualcosa;

ed egli Ź sempre in procinto di fare.

 

ORLEANS -                          Non ha mai fatto male ad una mosca,

per quanto so.

 

CONNESTABILE -                                      Né ne farą domani:

si manterrą questa sua buona fama.

 

ORLEANS -                          Lo conosco per uomo di coraggio.

 

CONNESTABILE -               Cosď m’Ź stato detto anche da altri,

che lo conosce certo piĚ di voi.

 

ORLEANS -                          E da chi?

 

CONNESTABILE -                               Beh, lui stesso me l’ha detto,

aggiungendo che non gli importa niente

che si risappia.

 

ORLEANS -                                                    Non ce n’Ź bisogno;

la sua non Ź una virtĚ nascosta.

 

CONNESTABILE -               Eppure sď, signore, in fede mia;

quella virtĚ nessuna l’ha mai vista,

tranne che il suo staffiere. ť una virtĚ,

ecco, possiamo dire, incappucciata,(95)

come un falcone: gli togli il cappuccio,

e quello svolazzando si dilegua.

 

ORLEANS -                          “ Malvolenza fu sempre maldicenza.”

 

CONNESTABILE -               Proverbio per proverbio, vi rispondo:

“Non c’Ź amicizia senza piaggeria”.

 

ORLEANS -                          Replico: “Al diavolo ciė ch’Ź del diavolo!”.

 

CONNESTABILE -               Perfettamente: il diavolo

sarebbe in questo caso il vostro amico,

e il proverbio che calza Ź “Peste al diavolo!”

 

ORLEANS -                          A proverbi mi soverchiate sempre,

solo perché “la freccia dello sciocco

scocca dall’arco sempre troppo presto”.

 

CONNESTABILE -               Colpo sbagliato, il vostro. Mira alta.

 

ORLEANS -                          Non sarebbe perė la prima volta

che qualcuno vi passa sulla testa.

 

Entra un MESSO

 

MESSO -                               Signor Gran Connestabile,

gli Inglesi sono a cinquecento passi

dai vostri attendamenti.

 

CONNESTABILE -               Chi Ź che ha misurato la distanza?

 

MESSO -                               Il signor di Granpré.

 

CONNESTABILE -                                                Gran galantuomo,

il signor di Granpré, brava persona

e gentiluomo pieno d’esperienza…

Ah, fosse giorno fatto!…

AhimŹ, povero Enrico d’Inghilterra!

Lui l’alba non la sta certo aspettando

con l'impazienza che qui abbiamo noi.

 

ORLEANS -                          Ma che razza di scemo sprovveduto

Ź mai questo sovrano d’Inghilterra,

che se ne viene cosď allo sbaraglio

in luoghi sď lontani e sconosciuti!

 

CONNESTABILE -               Avessero una stilla di criterio,

gli Inglesi, se n’andrebbero di corsa.

 

ORLEANS -                          Il fatto Ź proprio questo: che non l’hanno;

perché se avessero le teste armate

d’intelligenza, sarebbe impossibile

portarle chiuse in elmi sď pesanti.

 

RAMBOURES -                    E tuttavia quell’isola

genera creature assai pregevoli:

i lor cani mastini, per esempio,

che per coraggio sono impareggiabili.

 

ORLEANS -                          Coraggio… Sono stupidi cagnacci,

capaci di gettarsi ad occhi chiusi

nelle fauci d’un orso siberiano

e farsi maciullare il muso a morsi

come una mela fradicia… Coraggio!

Tanto varrebbe chiamar coraggiosa

la pulce che osa fare colazione

sul labbro del leone.

 

CONNESTABILE -                                                Giusto, giusto!

Sono davvero come dei mastini,

attaccano con pari virulenza,

lasciando perė a casa

l’intelligenza con le loro mogli.

Date loro a mangiare

carne di manzo a iosa, ferro e acciaio:

li vedrete mangiare come lupi

e combattere come tanti diavoli.

 

ORLEANS -                          Carne di manzo, perė, qui da noi

ne trovano ben poca.

 

CONNESTABILE -                                                Tanto meglio.

Vuol dire che domani avranno stomaco

soltanto per mangiare, non per battersi.

ť tempo che anche noi ci decidiamo

a indossar l’armatura. Ci muoviamo?

 

ORLEANS -                          Vediamo un po’: sono le due di notte.

Non saranno le dieci domattina,

e ciascuno di noi avrą gią fatto

i suoi bei cento prigionieri inglesi.(96)

 

(Escono)


ATTO QUARTO

 

Entra il CORO

 

CORO -                                  Ora sforzatevi con il pensiero

di figurarvi quell’ora del giorno

che un brulichio confuso e l’alta tenebra

si fondono a riempir l’immenso vaso

dell’universo. Dall’un campo all’altro,

per il grembo sinistro della notte

si puė ascoltare il sordo mormorio

che vien per l’aria dagli opposti eserciti,

sď che le scolte, immobili ai lor posti,

quasi avvertono, dagli opposti campi,

il reciproco tenue bisbigliare.

Dai gran falė, fuoco risponde a fuoco,

e attraverso le lor pallide vampe

l’un esercito scorge, come un’ombra,

di quell’altro la faccia. Da lontano

i cavalli si lanciano la sfida

cogli acuti e spavaldi lor nitriti

che foran della notte il sordo orecchio;

e gli alacri armaioli, dalle tende,

dan gli ultimi ritocchi alle armature,

ribatton stringhe, serrano chiavarde

coi lor martelli e spandon tutt’intorno

l’orrenda nota dei preparativi.

Cantano i galli gią per la campagna,

battono gli orologi delle torri

e annunciano al mattino sonnolento

l’ora terza. Superbi del lor numero,

fiduciosi, in cuor loro, di se stessi,

i troppo allegri e sicuri Francesi,

giocando ai dadi,(97) danno gią spacciati

i troppo sottovalutati Inglesi,

e non cessan di rimbrottar la notte

che, con passo di piombo, zoppicante,

simile ad un’immonda, brutta strega,

s’attarda ancora, fastidiosamente.

I poveri malaugurati Inglesi,

come gente votata al sacrificio,

siedon pazienti ai lor vigili fuochi,

ruminando ciascuno nel suo animo

le incognite dell’imminente giorno;

ed in ciascuno i gesti di tristezza,

le guance smunte, le divise lacere

li fan sembrare, al chiaror della luna,

che li contempla dall’alto del cielo,

come altrettanti paurosi spettri.

Oh, ma ora chi sa con la sua mente

figurarsi il regale condottiero

di questa banda d’uomini disfatti

mentre trascorre da una scolta all’altra,

dall’una all’altra tenda, esclami pure:

“Gloria e onore sul capo d’un tal re!”

Se ne va a piedi, solo,

a visitare tutti i suoi soldati,

dando a tutti il buongiorno, ad uno ad uno;

ed umile e tranquillo, sorridendo,

li chiama amici, fratelli, paesani.

Sul suo volto regale nessun segno

fa trasparir la consapevolezza

di trovarsi serrato e circondato

da un pauroso esercito,

né lascia trapelar dal colorito

nemmeno la piĚ lieve sfumatura

della notturna spossante vigilia;

fresco d’aspetto, domina il disagio

della trepidazione dell’attesa

facendo mostra di giovial sembiante

e d’un tono d’amabile maestą;

sicché anche i piĚ miseri dei suoi,

stati finora pallidi e languenti,

si riconfortano solo al vederlo,

e riprendono animo. Il suo occhio,

prodigo e liberale come il sole,

distribuisce a tutti il proprio ardore,

dissolvendo le gelide paure,

e cosď, nella notte, ogni soldato,

dall’umil fantaccino al cavaliere

                                               - per quanto possa darvene un’idea

l’incapacitą nostra a riprodurlo -

ha con Enrico un piccolo contatto.

Ora deve cosď la nostra scena

volar dritta sul campo di battaglia,

dove saremo noi - ah, che miseria! -

con quattro o cinque spadacce di latta

tutte intaccate e male maneggiate,

in grotteschi e ridicoli duelli

a diffamare il nome di Azincourt.

Ma voi, seduti e attenti dove siete,

costruitevi la realtą dei fatti,

dalla nostra ch’Ź sol lor parodia

.

(Esce)
SCENA I - Il campo inglese davanti ad Azincourt. Notte.

 

Entrano RE ENRICO e GLOUCESTER

 

ENRICO -                              ť vero, Gloucester, siamo in gran pericolo;

perciė tanto piĚ grande

dovrą essere in tutti noi il coraggio.

 

Entra BEDFORD

 

Oh, buongiorno Bedford, fratello mio.

O Dio Onnipotente,

c’Ź un’anima di bene in tutti i mali,

se l’uomo si sforzasse a distillarla!

Vedete, i nostri scomodi vicini

ci costringono ad esser mattinieri,

il che non solo giova alla salute,

ma Ź buona regola di economia;

essi sono anche per ciascuno di noi

la sua coscienza esterna che gli predica

e l'ammonisce di tenersi pronto

a morir nella grazia del Signore.

Cosď cacciamo miele dall’erbaccia

e precetto morale dal demonio.

 

Entra ERPINGHAM

 

Buongiorno, vecchio sir Tomaso Erpingham!

Un soffice origliere questa notte

meglio si converrebbe certamente

a quella vostra bella testa bianca

che non la ruvida zolla di Francia.

 

ERPINGHAM -                     No, mio sovrano; un simile giaciglio

mi dą assai piĚ piacere; grazie ad esso

posso dire: “Ora dormo come un re”.

 

ENRICO -                              Oh, sď, accettar di buon grado i disagi

sull’esempio di quel che fanno gli altri

fa bene all’uomo, gli solleva l’animo;

e quando questo Ź sveglio, anche le membra

ch’erano prima spente e quasi estinte,

rompono il lor sepolcrale letargo

e riprendono nuovamente vita

con nuovo slancio e fresca leggerezza.

Prestatemi il mantello, voi, sir Thomas,(98)

(A Bedford e Gloucester)

Voi due, fratelli, andrete di conserta

a dare il mio buongiorno a tutti i principi

del nostro accampamento,

con l’invito a trovarsi quanto prima

alla mia tenda.

 

GLOUCESTER -                                           Ai vostri ordini, sire.

 

ERPINGHAM -                     Vostra grazia desidera ch’io resti

a fargli compagnia?

 

ENRICO -                                                               No, vi ringrazio,

buon cavaliere; andate pure voi

coi miei fratelli dai nobili inglesi.

La mia coscienza ed io, per un momento,

dobbiamo conversare un po’ da soli.

 

ERPINGHAM -                     Nobile Enrico! Dio ti benedica!

 

(Escono tutti, tranne il Re)

 

ENRICO -                              Dio te ne ricompensi, vecchio cuore!

Le tue parole mi ridan la carica!

 

Entra PISTOLA

PISTOLA -                            Qui va lą?

 

ENRICO -                                                 Un amico.

 

PISTOLA -                                                                  Di’ chi sei:

ufficiale di grado o bassa forza?

 

ENRICO -                              Gentiluomo, reparto fanteria.

 

PISTOLA -                            Trascini allora la picca possente?(99)

 

ENRICO -                              Appunto. E tu chi sei?

 

PISTOLA -                                                                  Un gentiluomo

che non val meno d’un imperatore.

 

ENRICO -                              Allora tu sei superiore al re.

 

PISTOLA -                            Il re Ź un bel galletto, un cuore-d’oro,

un ragazzo che fa la bella vita,

un germoglio di gloria,

buona progenie e pugno vigoroso.

Io gli bacio la scarpa inzaccherata

e l’amo dalle fibre del mio cuore,

quel caro zerbinotto. Ed il tuo nome?

 

ENRICO -                              Harry Le Roy.

 

PISTOLA -                                                    Le Roy…

cognome tipico di Cornovaglia

Sei dei reparti della Cornovaglia?

 

ENRICO -                              No, no, sono gallese.

 

PISTOLA -                            Conosci allora Fluellen?

 

ENRICO -                                                                      Lo conosco.

 

PISTOLA -                            Digli allora che il giorno di San Davide

gli schiaccerė quel porro sulla zucca.(100)

 

ENRICO -                              Farai bene, quel giorno,

a non portare tu sul tuo cappello

la tua daga, altrimenti sarą lui

a darla in testa a te.

 

PISTOLA -                                                             Gli sei amico?

 

ENRICO -                              E parente.

 

PISTOLA -                                               Eh, fico, allora, a te!

 

ENRICO -                              Grazie, e che Dio t’assista.

 

PISTOLA -                            Il mio nome Ź Pistola.

 

(Esce)

 

ENRICO -                                                                 Bene adatto

questo nome alle tue rodomontate!

 

Entrano FLUELLEN e GOWER, incontrandosi.

Re Enrico si ritrae appartandosi in fondo non visto

 

GOWER -                              (A voce alta)

Oh, il capitano Fluellen!

 

FLUELLEN -                         Eh, Crisste Sante, parlate piĚ piano!

Si fa crande stupore in tutto il monto

quanto si vetono non osservate

le fere e antiche leggi

ed antiche ordinanze tella cuerra.

Se vi tate la pena, capitano,

ti esaminar le storie delle cuerre

del Cran Pompeo, fi potrete trovare,

fi carantisco, che nessun bla-bla

si faceva nel campo di Pompeo;

che per le cerimonie e le lor forme

e per la soprietą e la motestia,

era tutto diverso che ta noi.

 

GOWER -                              Perė, quale nemico fracassone!

Sono stati a far chiasso tutta notte.

 

FLUELLEN -                         Se il nemico Ź somaro ed impecille,

buffone, chiacchierone, fracassone,

cretete forse voi che anche noi

doppiamo essere somari e sciocchi

e buffoni, cratassi, fracassoni?

Eh? Che ne dite spassionatamente?

 

GOWER -                              Ve lo dirė abbassando la voce.

 

FLUELLEN -                         Bravo, sď, ve ne preco e vi sconciuro.

 

(Escono)

 

ENRICO -                              (Venendo avanti)

Questo gallese forse puė apparire

un po’ fuori registro, ma c’Ź in lui

valore e disciplina, in abbondanza.

 

Entrano tre soldati: JOHN BATES, ALEXANDER COURT e MICHAEL WILLIAMS

 

COURT -                               John Bates, confratello, non Ź l’alba

la luce che balugina laggiĚ?

 

BATES -                                Penso proprio di sď,

ma noi davvero non abbiam motivo

di salutare allegri questo giorno.

 

WILLIAMS -                         LaggiĚ vediamo il cominciar del giorno,

ma non penso vedremo piĚ la fine.

(Vedendo Re Enrico)

Chi Ź lą?

 

ENRICO -                                            Un amico.

 

WILLIAMS -                                                          Di quale reparto?

 

ENRICO -                              Quello agli ordini di sir Thomas d’Erpingham.

 

WILLIAMS -                         Un anziano ed esperto condottiero,

oltre che gentiluomo cortesissimo.

Che pensa della nostra situazione?

 

ENRICO -                              Ch’Ź come quella di chi, naufragato,

si trova fermo su un banco di sabbia

e aspetta d’essere spazzato via

dal prossimo riflusso di marea.

 

BATES -                                Ha detto questo suo pensiero al re?

 

ENRICO -                              No, né sarebbe bene che lo faccia;

perché, detto fra noi, penso che il re

Ź anche lui un uomo, come me;

la viola emana in aria il suo profumo

per lui come per me; lo stesso cielo

si mostra a lui come si mostra a me,

tutti i suoi sensi sono suscettibili

delle stesse impressioni che gli altri uomini;

se gli togli di dosso le sue pompe,

nudo Ź un uomo come tutti gli altri;

e se pure le sue aspirazioni

si librino piĚ alte delle nostre,

quando scendono in basso,

scendon con ala simile alla nostra.

Perciė s’egli ha ragione di temere,

non c’Ź alcun dubbio che le sue paure

sono del tutto simili alle nostre;

e sarebbe per tutti buona regola

perciė non suscitare in lui paure,

per evitare che, manifestandole,

egli scoraggi poi tutto l’esercito.

 

BATES -                                Lui puė mostrare pure, agli occhi altrui,

tutto il coraggio; ma io son convinto

che in una notte fredda come questa

preferirebbe ben trovarsi immerso

nell’acqua del Tamigi, fino al collo.

E magari ciė fosse, ed io con lui

vorrei trovarmi in qualunque sbaraglio,

pur di trovarmi lontano da qui.

 

ENRICO -                              Per dirti francamente ed in coscienza

quel che penso del re,

son convinto che non vorrebbe stare

ora in luogo diverso

che quello in cui si trova questa notte.

 

BATES -                                Quand’Ź cosď, che ci stesse da solo;

perché del suo riscatto lui Ź certo,(101)

e sarebbero salve anche le vite

di molti poveracci come noi.

 

ENRICO -                              Dimostri di volergli molto male

ad augurargli di restar qui solo;

ma tu parli cosď per scandagliare

ciė che pensano gli altri. Per mio conto,

non c’Ź altro luogo al mondo

in cui potrei morire piĚ contento

che lą ove fossi in compagnia del re;

perché ritengo la sua causa giusta

ed onorevole la sua querela.

 

WILLIAMS -                         Di questo noi ben poco ne sappiamo.

 

BATES -                                Né spetta a noi di saperne di piĚ.

ť gią abbastanza quel che ne sappiamo

sapendo d’esser sudditi del re.

Se la sua causa Ź ingiusta,

l’obbedienza che noi dobbiamo al re

ci lava da ogni crimine

che possiamo commettere per essa.

 

WILLIAMS -                         Se la sua causa Ź ingiusta, sarą il re

a dover rendere un pesante conto

quando le gambe e le braccia e le teste

che la sua guerra avrą tagliato a pezzi

si riuniranno tutte ai loro corpi

il giorno del Giudizio universale,

e grideranno: “Siamo morti lą!”,

chi bestemmiando, chi invocando un medico,

chi piangendo la sorte della sposa

lasciata a casa a vivere in miseria,

chi per i debiti non soddisfatti,

chi per i figli lasciati sul lastrico.

Sono pochi, ho paura,

quelli che in guerra muoion nella grazia;

perché come si puė disporre l’anima

a sentimenti d’amore del prossimo

se la mente non ha altro pensiero

che il sangue, gią versato o da versare?

Ora, se a tutti questi disgraziati

Ź tolto di morire nel perdono,

peserą ciė come un nero peccato

sul re che li condusse a un tal sbaraglio;

perché se avessero disobbedito

sarebbe stato contro il lor dovere

di fedel sudditanza al re medesimo.

 

ENRICO -                              Sicché, secondo questo vostro dire,

se un figlio ch’Ź mandato da suo padre

in giro per commercio, muore in mare

senza poter mondarsi dei peccati,

questi dovrebbero poi ricadere

sul padre suo che l’ha mandato in viaggio?

O se un servo, mandato dal padrone

a portare una somma di denaro

Ź assalito per strada dai ladroni

e muore senza aver riconciliato

le sue diverse iniquitą con Dio,

sarebbero gli affari del padrone,

secondo voi, la causa responsabile

dell’eterna condanna di quel servo?

Non Ź cosď. Il re non Ź tenuto

a risponder di come puė avvenire

la fine di ciascuno dei suoi uomini,

cosď come quel padre di suo figlio,

e come quel padrone del suo servo;

e ciė perché nessuno dei mandanti

nel richiedere loro quel servizio

si proponeva di mandarli a morte.

E non c’Ź re al mondo,

che, buona e santa che sia la sua causa,

se costretto a difenderla con l’armi,

si muova a sostenerla con soldati

anch’essi mondi da ogni peccato.

Ci sarą tra di loro anche qualcuno

che avrą sulla coscienza un omicidio

premeditato e fatto a sangue freddo;

qualcun altro porterą in se la colpa

d’aver sedotto una fanciulla vergine

con la falsa promessa di sposarla;

altri vorrą profittar della guerra

per farne personale paravento

dopo avere, con frodi e ladrocinii,

ferito il dolce seno della pace.

A questi potrą forse riuscire,

facendo tanto da sfuggire agli uomini,

di sfuggire al rigore della legge

e ad un giusto castigo sulla terra;

ma non avranno ali per volare

lontan da Dio: la guerra Ź il Suo castigo

e lo strumento della Sua vendetta.

ť cosď che qui uomini

ch’hanno violato le leggi del re

nella guerra del re trovan la pena

che li punisce dei loro delitti;

talché quando temevano la morte

son riusciti a scampare la vita,

e quando si credettero al sicuro

venne per loro l’ora della morte;

e se muoiono allora impreparati,

non si puė imputare certo al re

la colpa della loro dannazione

piĚ di quanto foss’egli responsabile

delle empietą di cui ciascun di loro

si trova ora a render conto a Dio.

L’obbedienza del suddito Ź del re;

ma l’anima del suddito Ź del suddito.

Perciė il soldato che si trova in guerra

dovrebbe fare quel che fa di regola

l’infermo nel suo letto:

lavarsi la coscienza d’ogni macchia;

perché cosď se muore,

la morte gli sarą di beneficio;

se non muore, avrą bene impiegato

il tempo consumato a prepararsi:

e non sarebbe peccato pensare

che in chi riesca a scampare la vita

Dio stesso abbia voluto, come premio

di quella sua spontanea contrizione,

ch’egli sopravvivesse alla battaglia

a testimone della Sua grandezza

e ad esempio di come prepararsi

all’ora della morte.

 

WILLIAMS -                         ť certo che chi muore nel peccato

il peccato ricade su di lui.

Perché dovrebbe risponderne il re?

 

BATES -                                Ah, io, per me, non lo vorrei davvero;

anche se son fermamente deciso

a battermi per lui fino alla morte.

 

ENRICO -                              L’ho sentito io stesso il re affermare

che mai vorrebbe esser riscattato.

 

WILLIAMS -                         Gią, lui dice cosď

per far che combattiamo di buon cuore;

ma quando avremo la gola tagliata,

sia egli riscattato, o non lo sia,

a noi non ne verrą nessun vantaggio.

 

ENRICO -                              S’io viva tanto da vedere questo,

non avrė fede piĚ alla sua parola.

 

WILLIAMS -                         Che grande dispiacere gli avrai dato!

Per un monarca la sdegnata collera

d’un poveraccio Ź come lo scoppietto

d’un fucile di legno di sambuco.

ť come se tu avessi la pretesa

di trasformare il sole in un ghiacciaio

sventolando una penna di pavone.

“Non avrė fede piĚ alla sua parola…”

Non diciamo scemenze!

 

ENRICO -                              Il tuo sarcasmo Ź un po’ troppo pesante,

mi pare, e se il momento fosse adatto

ti farei ben sentire la mia collera.

 

WILLIAMS -                         Rimandiamola a dopo, tra di noi,

allora, se riesci a sopravvivere.

 

ENRICO -                              Intesi.

 

WILLIAMS -                                     Come faccio a riconoscerti?

 

ENRICO -                              Dammi un tuo qualsivoglia contrassegno,

ed io lo porterė sul mio cappello:

se vedendolo tu avrai il coraggio

di riconoscerlo e rivendicarlo

per tuo, sarą motivo alla mia lite.

 

WILLIAMS -                         Toh, il mio guanto. Dammi il tuo.

 

ENRICO -                                                                                    Eccolo.

 

(Si scambiano i guanti)

 

WILLIAMS -                         Anch’io lo porterė sul mio cappello.

Se tu dopodomani vieni e dici:

“Quel guanto Ź mio”, io su questa mano

ti giuro che ti mollo un ceffone sull’orecchio.

 

ENRICO -                              Ed io, se vivo e te lo vedo in testa,

verrė a richiederlo a brutto muso.

 

WILLIAMS -                         ť come se ti andassi ad impiccare.

 

ENRICO -                              Bene, io lo farė, ti garantisco,

stessi tu pure in compagnia del re.

 

WILLIAMS -                         Bada a tenere la parola. Addio.

 

BATES -                                Evvia, non leticate, sciocchi Inglesi,

siate amici, perbacco!

Ne abbiamo gią abbastanza coi Francesi,

fra poco qui, se sapete contare.(102)

 

ENRICO -                              Proprio cosď. I Francesi

posson puntare venti contro una

le lor corone, che ci batteranno,

tanto loro le portan sulle spalle

le corone;(103) ma non c’Ź fellonia

da parte inglese a dare una tosata,(104)

alle loro corone, e domattina

il tosatore sarą il re in persona.

 

(Escono i tre soldati)

 

Sulle spalle del re! Le loro vite,

le loro anime, i loro debiti,

l’ansia delle lor mogli, i loro figli,

i lor peccati, tutto addosso al re

l’enorme peso. A noi reggere il tutto!

O dura condizione,

partorita gemella alla grandezza,

esposta al fiato di qualunque sciocco

ansioso solo delle sue miserie!

Di quale immensa varietą di gioie

deve privarsi il cuore d’un sovrano,

e che invece il comune cittadino

puė godere a completo suo talento!

E che cos’hanno di piĚ i re, alla fine,

che non abbia anche l’uomo della strada,

salvo la pompa, la pompa regale?

E che cosa sei tu, pompa regale,

idolo vano? Che specie di dio

sei tu, se soffri piĚ pene mortali

dei tuoi adoratori? Quali rendite

provengono da te, quali profitti?

Mostrami dunque quanto vali, o pompa!

Che spirito si cela nel tuo culto?

Sei tu forse qualcosa di diverso

da un grado, un rango, una forma esteriore

da incutere timore e soggezione,

se, pur tanto temuta e riverita,

ti senti di gran lunga men felice

di quanti vivono nel tuo timore?

Di che cosa t’abbeveri, assai spesso,

se non di velenosa adulazione,

in luogo d’un omaggio dolce e schietto?

O tu, grandezza, prova ad ammalarti,

e poi chiedi alla pompa di guarirti.

Credi davvero che possa sparire

dal tuo corpo l’ardore della febbre

coi titoli che soffia su di te

la bassa piaggeria? O che il tuo male

possa cedere il passo ai grandi inchini

ed alle ipocrite genuflessioni?

Tu puoi ben comandare, a tuo talento,

al ginocchio piegato d’un mendico,

ma puoi disporre della sua salute?

No, tu, orgoglioso sogno,

che cosď sottilmente sai giocare

con la pace d’un re, tu non lo puoi:

son io quel re che ha scoperto i tuoi trucchi,

e sa benissimo che unzione e scettro,

e globo, e mazza e corona imperiale,

e manto d’oro e perle arabescato,

e titoli infarciti, e tutto il resto

che fa da battistrada ad un sovrano,

e il trono stesso su cui egli Ź assiso,

e l’onda dello sfarzo, il cui riflusso

percuote gli alti liti della terra,

niente di tutto ciė, pompa sfarzosa,

niente di tutto ciė, posto a giacere

sotto ricco e maestoso baldacchino,

potrą mai propiziare al re quel sonno

ch’Ź ristoro al piĚ umile dei servi

che con la mente sgombra e a pancia piena

solo imbottita di stentato pane

si stenda a riposarsi su un giaciglio;

l’orrida notte, figlia dell’inferno,

egli cosď non vede;

come un lacchŹ ha sudato tutto il giorno,

sotto l’occhio di Febo(105); ma la notte

la trascorre dormendo nell’Eliso;(106)

e l’indomani, appena dopo l’alba,

si leva e dą una mano ad Iperione

per aiutarlo a montare sul carro;(107)

e segue cosď il volgere dell’anno

in proficuo lavoro fino a morte;

e se non fosse che gli manca il fasto,

questo povero diavolo

che trascina nella fatica i giorni

e nel sonno benefico le notti

puė dire d’essere, rispetto al re,

un essere privilegiato. Il servo,

membro di una tranquilla societą,

si gode questa in pace

e la rozza sua mente afferra a stento

quali veglie possa costare al re

conservar quella pace le cui ore

il contadino mette a gran profitto.

 

Entra ERPINGHAM

 

ERPINGHAM -                     Signore, i vostri nobili,

sono allarmati per la vostra assenza,

e vi cercan pel campo dappertutto.

 

ENRICO -                              Mio caro e venerando cavaliere,

radunateli tutti alla mia tenda.

Mi troveranno lą.

 

ERPINGHAM -                                                 Va bene, sire.

 

(Esce Erpingham)

 

ENRICO -                              O Dio delle battaglie,

tempra d’acciaio il cuore del miei uomini,

che di loro non s’impossessi il pąnico;

togli a ciascuno il senso di contare,

se sia il numero degli avversari

a scoraggiarli. Non oggi, o Signore,

non pensare, Signore, proprio oggi

alla colpa commessa da mio padre

nel conquistar di forza la corona!(108)

Al corpo di Riccardo

ho dato nuova e degna sepoltura

e vi ho versato piĚ contrite lacrime

ch’egli gocce di sangue dal suo corpo.

Mantengo ogni anno cinquecento poveri

che innalzan tutti insieme verso il cielo

due volte al giorno le lor braccia scarne

ad impetrar perdono per quel sangue.

Ho fatto edificare due cappelle

dove i gravi e solenni sacerdoti

intonano preghiere di continuo

per la sua anima; e mi propongo

di fare per Riccardo ancor di piĚ,

anche se tutto quel che posso fare

a nulla valga, se la mia coscienza

insoddisfatta implora ancora e sempre

il tuo perdono…

 

Entra GLOUCESTER

 

GLOUCESTER -                                               Sire!

 

ENRICO -                              ť la voce di Gloucester, mio fratello.

(Forte)

Sď, fratello, so gią che vieni a dirmi:

il giorno, i miei amici e tutto il resto

attendon solo me. Vengo con te.

 

(Escono)

 


SCENA II - Il campo francese. Giorno.

 

Entrano il DELFINO, ORLEANS, RAMBOURES e altri

 

ORLEANS -                          Il sole indora le nostre armature.

Signori in marcia!

 

DELFINO -                                                          Montez ą cheval!(109)

Il mio cavallo! Valletto! LacchŹ!

 

ORLEANS -                          O coraggioso spirito!

 

DELFINO -                            Avanti, dunque! Les eaux et la terre!(110)

 

ORLEANS -                          Rien puis?… L’air et le feu!(111)

 

DELFINO -                            Le Ciel, cugino Orléans!(112)

 

Entra il CONNESTABILE

 

Oh, signor Connestabile!

 

CONNESTABILE -               Sentite come ansiosi della mischia

alto nitriscono i nostri destrieri!

 

DELFINO -                            Montate loro in sella,

e speronate a sangue i loro fianchi,

che il loro sangue caldo

vada a schizzar negli occhi degli Inglesi

e ne smorzi l’inutile baldanza.

 

RAMBOURES -                    Che! Li volete far piangere lacrime

di sangue di cavallo?

Come faremo poi a riconoscere

le vere lacrime dai loro occhi?

 

Entra un MESSO

 

MESSO -                               Cavalieri di Francia,

gli Inglesi sono schierati in battaglia!

 

CONNESTABILE -               Presto, presto, a cavallo! Baldi principi,

mostratevi soltanto da lontano

a quella banda di morti di fame,

e la vostra smagliante apparizione

risucchierą dai loro corpi l’anima

riducendoli a valve e gusci d’uomini!

Qui ci sono piĚ braccia che lavoro

per tutti noi,(113) e troppo scarso sangue

Ź quello delle lor vene malate

per macchiare le spade

di tutti i nostri gagliardi Francesi,

che dovranno perciė rinfoderarle

asciutte per mancanza di bersaglio.

Basterą il vento del nostro coraggio

per mandarli per aria tutti quanti.

ť sicuro, signori, garantito

al di lą d’ogni avversa congettura,

che basterebbe a ripulire il campo

da un nemico cosď insignificante,

l’impiego del superfluo dei servi

e quello sciame di contadinume

che viene solo a metter confusione

attorno ai nostri schierati in battaglia,

e noi, ai piedi di quella montagna,

immobili a goderci lo spettacolo;

ma il nostro onore non ce lo consente.

Che ho da dire di piĚ? Un leggero sforzo,

leggerissimo ancora, e tutto Ź fatto.

Diano le trombe il segnale d’attacco

e il buttasella, e al sol nostro apparire

sarą sď sbigottito il campo inglese

che gią li vedo inginocchiati a terra

terrorizzati e consegnarsi a noi.

 

Entra GRANDPRÉ

 

GRANDPRÉ -                       Che aspettate, miei nobili di Francia?

LaggiĚ quelle carogne d’isolani

che non sperano piĚ salvare l’ossa,

fanno sul campo un misero spettacolo

alla luce dell’alba: i lor stendardi

laceri e flosci pendono dalle aste

timidamente, e il nostro venticello

li scuote come per farsene beffa.

Sembra come se nelle loro

sbrindellate e straccione fila il grande Marte

abbia fatto davvero bancarotta,

e che vada sbirciando, tremebondo,

dalle occhiaie d’un elmo arrugginito;

fissi ed immobili, i lor cavalieri

stanno lď come tanti candelabri,

brandendo le lor picche come ceri;

i lor cavalli, smunti, a testa bassa,

han la pelle ed i fianchi a penzoloni,

sgocciola il muco dai loro occhi spenti

e il morso, nelle loro froge esangui,

insudiciato d’erba ruminata

se ne sta fermo, immobile.

Nel cielo i corvi, loschi giustizieri,(114)

volteggiano impazienti in larghe ruote,

aspettando che giunga il lor momento.

In conclusione, non ci son parole

a descriver la vita inanimata

che sembra trasparir da questo esercito.

 

CONNESTABILE -               Avran gią detto le loro preghiere,

ed aspettano solo di morire.

 

DELFINO -                            Dobbiamo forse, prima di attaccarli,

mandar loro del cibo,

e della biada pei i lor cavalli,

e rivestirli con freschi vestiti?

 

CONNESTABILE -               Io sto solo aspettando il mio vessillo.

Ma non importa. Avanti, avanti in campo!

Me lo farė prestar da un trombettiere

per tagliare ogni indugio. Su, muoviamoci!

Il sole Ź alto, e qui si perde tempo.

 

(Escono)
SCENA III - Il campo inglese

 

Entrano GLOUCESTER, BEDFORD, EXETER, ERPINGHAM,

SALISBURY, WESTMORELAND con soldati

 

GLOUCESTER -                   Il re dov’Ź?

 

BEDFORD -                                               ť uscito cavalcando

a scrutar di persona il loro numero.

 

WESTMORELAND -           Saran sessantamila.

 

EXETER -                                                               Cinque a uno

con noi… e inoltre tutte truppe fresche.

 

SALISBURY -                      Per noi colpisca Iddio, con il suo braccio:

la sproporzione Ź veramente enorme.

E dunque, principi, sia Dio con voi!

Io raggiungo il mio posto di comando.

Se non dovessimo piĚ rivederci,

prima di rincontrarci in cielo, Bedford,

mio nobilissimo signore, e voi,

carissimo lord Gloucester, e voi, Exeter,

mio buon signore e nobile congiunto,

e voi tutti, miei combattenti, addio!

 

BEDFORD -                          Addio, nobile Salisbury, addio!

E t’accompagni la buona fortuna.

 

EXETER -                              Addio, nobile Salisbury!

E combatti da prode… ma che dico,

ti faccio torto ad esortarti a tanto,

giacché so bene come sei impastato

della piĚ dura tempra del valore.

 

BEDFORD -                          Del valore e della cavalleria,

principe in ambedue queste virtĚ!

 

Entra RE ENRICO

 

WESTMORELAND -           Oh, aver oggi qui, non dico tanto,

un diecimila in piĚ, tra tutti quelli

che son rimasti in ozio in Inghilterra!

 

ENRICO -                              Chi Ź che formula un tal desiderio?

Sei tu, cugino Westmoreland?(115)

No, mio caro cugino, niente affatto!

Se noi siamo segnati per la morte,

qui siamo gią abbastanza

perché si possa dir che siamo stati

una perdita grave per la patria;

se poi siamo segnati per la vita,

quanti meno saremo,

tanta maggiore gloria per ciascuno.

Perciė ti prego, per l’amor di Dio,

non augurarti un sol uomo di piĚ.

Io, per Giove, non son bramoso d’oro,

né mi son mai curato di sapere

quanti sono che campano a mie spese,

né m’ha giammai procurato fastidio

s’altri si sia vestito dei miei panni:

queste esterioritą non hanno posto

tra la cose che il cuore mio desidera.

Ma se Ź peccato aver sete di gloria,

io sono l’anima piĚ peccatrice

di quante vivono su questa terra.

No, cugino, che non ti venga in animo

il desiderio d’un sol uomo in piĚ

dall’Inghilterra. Ma, pace di Dio!,

neanche a costo di dannarmi l’anima(116)

mi sentirei disposto a rinunciare

sia pure ad un millesimo di gloria

ch’io ritenessi di dover spartire

con un sol uomo in piĚ di quanti siamo!

Per favore, non lo desiderare.

Anzi, sai che ti dico, caro Westmoreland?

Va’ a proclamare per tutti i reparti

che se ci sia qualcuno in mezzo a loro

che non si senta di prendere parte

a questo scontro, se ne vada a casa:

riceverą il suo bel lasciapassare

e gli saranno messe nella borsa

le corone pel viaggio di ritorno.

Non vogliamo morire con nessuno

ch’abbia paura di morir con noi.

Da noi in Inghilterra questo giorno

Ź la festa di Santo Crispiniano;(117)chi a questo giorno sopravviverą

ed avrą la fortuna d’invecchiare,

ogni anno, alla vigilia della festa,

radunerą i vicini intorno a sé:

“Domani Ź San Crispino e Crispiniano”,

dirą e, rimboccandosi le maniche

ed esibendo le sue cicatrici,

“Queste son le ferite

che ho toccate nel dď di San Crispino”.

I vecchi sono facili all’oblio,

ma lui avrą obliato tutto il resto,

non perė la memoria di quel giorno,

anzi infiorando un poco quel ricordo

per quel che ha fatto lui personalmente.

E allora i nostri nomi, alle sue labbra

gią stati famigliari - Enrico Re,

e Bedford, Warwick, Talbot, Gloucester, Exeter,

e Salisbury - gli ritorneranno

vivi alla mente tra i boccali colmi,

e il brav’uomo tramanderą a suo figlio

questa nostra vicenda;

ed i Santi Crispino e Crispiniano,

da questo giorno alla fine del mondo

non passeranno piĚ la loro festa

senza che insieme a loro

non s’abbia a ricordarsi anche di noi;

di questi noi felicemente pochi,

di questa nostra banda di fratelli:

perché chi oggi verserą il suo sangue

sarą per me per sempre mio fratello

e, per quanto sia umile di nascita,

questo giorno lo nobiliterą;

e quei nobili che in Inghilterra

ora dormon ancor nei loro letti,

si dovran reputare sfortunati

per non essere stati qui quest’oggi,

e si dovran sentire sminuiti

perfino nella essenza d’uomini

quando si troveranno ad ascoltare

alcuno ch’abbia con noi combattuto

il dď di San Crispino.

 

Rientra SALISBURY di corsa

 

SALISBURY -                                                       Mio sovrano,

sbrigatevi; i Francesi sono in campo

perfettamente schierati in battaglia

e fanno mossa di attaccarci subito.

 

ENRICO -                              Qui tutto Ź pronto, se son pronti i cuori.

 

WESTMORELAND -           E morte colga a chi si tira indietro!

 

ENRICO -                              Allora non desideri, cugino,

nessun aiuto piĚ dall’Inghilterra?

 

WESTMORELAND -           Oh, sire, giuraddio,

vorrei che questa regale battaglia

potessimo combatterla noi due,

da soli voi ed io, senz’altri aiuti.

 

ENRICO -                              Eh, ma allora, cosď, cugino Westmoreland,

tu non desideri nemmeno piĚ

i nostri cinquemila che son qui;

il quale desiderio, in veritą,

mi piace ancor di piĚ del tuo di prima

d’averne anche sol uno in sovrappiĚ…

Ai vostri posti! E che Dio sia con voi!

 

Tromba. Entra MONTJOIE

 

MONTJOIE -                         Enrico Re, io son di nuovo qui

per sapere se sei meglio disposto

ora a trattare per il tuo riscatto,

prima della sicura tua disfatta;

perché tu sei cosď vicino al gorgo

che non potrai non esserne inghiottito.

Inoltre il Connestabile di Francia

in segno di cristiana compassione

ti chiede d’esortare i tuoi seguaci

a fare contrizione avanti a Dio

dei lor peccati, sď che le loro anime

se ne volino in pace e dolcemente

da questi campi dove i loro corpi,

sventurati!, dovran presto soccombere

e rimanere a putrefarsi all’aria.

 

ENRICO -                              Da parte di chi vieni questa volta?

 

MONTJOIE -                         Mi manda il Connestabile di Francia.

 

ENRICO -                              Bene, ripeti a lui la mia risposta:

mi finiscano prima,

e si vendano dopo le mie ossa.

Bontą di Dio! Perché vogliono lą

prendersi gioco fino a questo punto

di noi poveri diavoli?

Dovrebbero sapere che quel tale

che vendette la pelle del leone

avanti che la bestia fosse morta

fu lui stesso a rimetterci la pelle

nel cacciarla.(118)Di tutti nostri corpi

molti avran senza dubbio sepoltura

in patria, e sulle loro tombe lą

vivrą per sempre in lettere di bronzo

la memoria della lor gesta odierna;

ed anche quelli che dovran lasciare

in Francia le lor valorose ossa,

poiché saranno caduti da uomini,

se pur sepolti in vostri letamai

diverranno famosi, perché il sole

anche in quei luoghi li saluterą

e leverą come un incenso al cielo

il dolce effluvio della loro gloria,

le lor terrene spoglie

lasciando ad ammorbar la vostra aria,

e con il loro fetore

a generare pestilenze in Francia.

Pensa dunque alla grande esuberanza

del valore di questi nostri inglesi

i quali, pur da morti,

come un proiettile in contraccolpo,

saranno stati ancor per voi Francesi

una seconda causa di sciagure,

facendo strage, pur decomponendosi.

E lascia ch’io ti parli con orgoglio

per una volta: di’ al tuo Connestabile

che qui dal primo all’ultimo noi siamo tutti

combattenti da giorno di lavoro:

addosso a noi le belle dorature,

i bei colori son tutti insozzati

dalle spossanti massacranti marce

sotto la pioggia per i vostri campi.

Non c’Ź una piuma in tutto il nostro esercito:

- buon segno, per voi, spero,

che non siamo apprestati a volar via -

e il tempo ci ha costretti a trascurare

tutto quel ch’Ź esteriore; ma all’interno,

ma i nostri cuori, per la Santa Messa,

son in bell’ordine, pronti a salpare,(119)

e questi sbrindellati miei soldati

mi fan sapere che prima di notte

o saranno in piĚ freschi e nuovi abiti,