WILLIAM SHAKESPEARE

 

 

 

 

OTELLO

 

 

 

Tragedia in 5 atti

 

Traduzione e note di Goffredo Raponi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: ÒOTHELLO, THE MOOR OF VENISEÓ


NOTE PRELIMINARI

 

 

 

1) Il testo inglese adottato per la traduzione  quello dellĠedizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della pi recente edizione dellĠÒOxford ShakespeareÓ curato da G. Wells e G. Taylor per la Oxford University Press, New York, 1988/94. Questa comprende anche ÒI due cuginiÓ (ÒThe Two KinsmenÓ) che manca nellĠAlexander.

 

2) Alcune didascalie e indicazioni sceniche (Òstage instructionsÓ) sono state aggiunte dal traduttore per la migliore comprensione dellĠazione scenica alla lettura, cui questa traduzione  essenzialmente intesa ed ordinata. Si  lasciato comunque invariata, rispettivamente allĠinizio e alla fine di ciascuna scena, la rituale indicazione ÒExit/ExeuntÓ, avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata e uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce o si trovino giˆ in scena allĠinizio di questa, o vi restino al termine.

 

3) Il metro  lĠendecasillabo sciolto, alternato da settenari. Altro metro si  adottato qua e lˆ per canzoni, strofette, citazioni di diversa natura, particolari linguaggi dei protagonisti, ecc., dovunque, insomma, si doveva far sentire, anche in armonia col testo, uno scarto di stile.

 

4) I nomi dei personaggi sono tutti italiani nel testo dellĠÒOtelloÓ, e quindi non esiste qui, come invece in tutte le altre opere teatrali di Shakespeare, il problema della loro italianizzazione.

 

5) Dalla detta edizione dellĠAlexander  anche riprodotta la divisione in atti e scene (che, comĠ noto, non si trova nellĠin-folio, ma  stata elaborata, con lĠelenco dei personaggi, da diversi curatori nel tempo, con varianti talvolta cospicue).

 

6) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzione precedenti, in particolare della prima traduzione poetica di Giulio Carcano (Bietti, Firenze, 1858), di quelle del Lodovici (Einaudi, 1960), del Bandini (Rizzoli, 1963-1981), e del Melchiori (Mondadori, 1976-1989), dalle quali ha preso in prestito, oltre alla interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

 

IL DOGE DI VENEZIA

 

BRABANZIO, senatore, padre di Desdemona

 

GRAZIANO, fratello di Brabanzio, nobile veneziano

 

LODOVICO, parente di Brabanzio, nobile veneziano

 

OTELLO, detto ÒIl MoroÓ, condottiero al servizio della Repubblica veneta

 

CASSIO, suo luogotenente

 

JAGO, suo alfiere

 

RODERIGO, giovane gentiluomo veneziano

 

MONTANO, predecessore di Otello al governo di Cipro

 

Un BUFFONE, al servizio di Otello

 

DESDEMONA, figlia di Brabanzio

 

EMILIA, moglie di Jago

 

BIANCA, prostituta, amante di Cassio

 

Un ARALDO

 

Senatori (membri del Consiglio dei Dieci), gentiluomini di Cipro, marinai, ufficiali, messaggeri, musici, persone del seguito.

 

 

SCENA: a Venezia il primo atto, a Cipro gli altri.


ATTO PRIMO

 

 

 

SCENA I

 

Venezia, una strada. Notte.

 

Entrano JAGO e RODERIGO

 

RODERIGO -                        Non dirmelo. LĠho assai per male, Jago,

che tu, chĠhai sempre avuto la mia borsa

a tua disposizione, come tua,([1])

sapevi questo, e me lĠhai sottaciuto.

 

JAGO -                                  Sangue di Cristo,([2]) ascoltami, ti prego,

Roderigo: se avessi sol sognato

che avesse mai a succedere tanto,

avresti pur ragione di schifarmi.

 

RODERIGO -                        MĠhai detto sempre che lĠavevi in odio.

 

JAGO -                                  E se non  cos“, sputami in faccia!

Tre grossi calibri della cittˆ

si sono scomodati di persona

per andare umilmente a supplicarlo,

e facendogli tanto di cappello,

che mi facesse suo luogotenente;

e io so quanto valgo, in fede dĠuomo,

e che non merito meno di tanto.

Ma, compreso comĠ dalla sua boria

e da chissˆ quali secondi fini,

egli sfugge abilmente alla richiesta

con ampollosi giri di parole

imbottiti di termini guerreschi;

e insomma, rende non luogo a procedere

le suppliche dei miei patrocinanti.([3])

ÒIl mio secondo - dice - lĠho giˆ sceltoÓ([4])

E chi  costui?... Un insigne contabile,([5])

tale Michele Cassio, fiorentino,

uno che si baratterebbe lĠanima

per correr dietro ad una bella moglie;([6])

uno che non ha mai schierato in campo

una manciata dĠuomini,

e sa studiare un piano di battaglia

non pi di quanto sappia una zitella.

Conosce le teorie scritte nei libri

su cui sa dissertare come lui

un qualunque togato consigliere:([7])

tutte parole, ma nessuna pratica.

é tutta qui la sua perizia bellica;

e intanto, caro mio,  lui il prescelto.

Ed io, che il Moro ha visto coi suoi occhi

alla prova dellĠarmi a Rodi, a Cipro,

e in altre terre cristiane e pagane,

debbo star sottovento ed in bonaccia([8])

agli ordini dĠun vile conta-soldi,

dĠun libro mastro del dare e lĠavere.

Lui senzĠarte nŽ parte,

devĠesser fatto suo luogotenente,

e il sottoscritto, che Dio ci abbia in gloria, ([9])

resta lĠalfiere di Sua Negreria.([10])

 

RODERIGO -                        Il boia che gli metta il cappio al collo

avrei voluto essere, piuttosto!

 

JAGO -                                  Mah, che voi farci, ormai non cĠ rimedio.

é la maledizione del servizio:

la promozione si fa per scartoffie,

per simpatia, non giˆ, come una volta,

per un criterio di gradualitˆ

onde il secondo succedeva al primo.

Perci˜, mio caro, giudica da te

se esista un ragionevole motivo

chĠio mi possa sentir legato al Moro.

 

RODERIGO -                        Se fossi in te, non lo seguirei pi.

 

JAGO -                                  Ah, se mi curo ancora di seguirlo,

puoi star sicuro,  solo per rivalsa.

Tutti non si pu˜ essere padroni;

ma non  manco detto che i padroni

si debbano seguire fedelmente.

Li avrai visti anche tu certi bricconi

leccapiedi dalle ginocchia a uncino,([11])

fanatici di fare ognora mostra

del lor cerimonioso servilismo,

che vivon consumando tutto il tempo

a fare gli asini dei lor padroni

per una brancatella di foraggio,

e, appena vecchi, sono licenziati.

Questi onesti babbei, per conto mio,

si meritano solo le frustate.

Ce nĠ per˜ di tutta unĠaltra tacca,

che, azzimati e attillati,

il volto sempre atteggiato allĠossequio,

son bravissimi a farsi i fatti loro;

essi, sbattendo in faccia ai lor padroni

solo la mostra dei loro servigi,

si fanno prosperi alle loro spalle;

e, quando si son bene impannucciati,

badano solo ad ossequiar se stessi.

Quelli s“ che son gente di carattere;

ed io mi sento dĠessere dei loro:

chŽ, comĠ vero che sei Roderigo,

cos“  sicuro che sĠio fossi il Moro,

non vorrei esser Jago.([12])

A seguir lui, seguo solo me stesso;

e lo faccio - mi sia giudice il Cielo -

non certo per amore o per dovere,

anche se allĠapparenza sia cos“,

ma per mio tornaconto personale;

chŽ se lĠesterno mio comportamento

dovesse rivelar gli interni moti

e la vera natura del mio animo,

non passerebbe molto, tĠassicuro,

che porterei cucito sulla manica

il cuore, a farmelo beccar dai corvi.

Io non son dentro quel che sembro fuori.([13])

 

RODERIGO -                        Che fortuna per˜, questo labbrone,([14])

che gli riesce tutto cos“ bene!

 

JAGO -                                  VaĠ dal padre di lei, chiamalo, sveglialo,

montalo contro il Moro,

avvelena a costui la sua goduria!

Gridalo per le strade a sua vergogna!

Infiammagli lĠintero parentado,

infestagli di mosche fastidiose

il dolce clima chĠegli ora respira!

Mettigli addosso tanti grattacapi

da fargli perdere un poĠ di colore.

 

RODERIGO -                        Suo padre abita qui. Ora lo chiamo.

 

JAGO -                                  S“, con voce allarmata e urlando forte,

come di chi scoprisse allĠimprovviso

divampare un incendio in piena notte,

in una gran cittˆ, che sia scoppiato

per colpa dĠuna qualche negligenza.

 

RODERIGO -                        (Chiamando sotto la finestra di Brabanzio)

Ohi, Brabanzio! Oh, oh, signor([15]) Brabanzio!

Svegliatevi, Brabanzio! Al ladro! Al ladro!

Guardatevi la casa e vostra figlia,

ed i vostri forzieri! Al ladro, al ladro!

 

Appare BRABANZIO alla finestra

 

BRABANZIO -                     Che bailamme  questo? Che succede?

Che  questa chiamata?

 

JAGO -                                  Le vostre porte sono ben serrate?

 

BRABANZIO -                     PerchŽ? PerchŽ volete saper questo?

 

JAGO -                                  Sangue di Cristo,([16]) vĠhanno derubato!

Su, mettetevi addosso qualche cosa,

santa decenza!... Vi scoppierˆ il cuore,

chŽ vĠhanno svaligiato di mezzĠanima.

In questo istante, adesso proprio adesso,

un vecchio capro nero di colore

sta montando la vostra bianca agnella!

Sveglia! Sveglia, suonate la campana,

svegliate tutta la cittˆ che russa,

prima che il diavolo vi faccia nonno...

Alzatevi, vi dico, su, alla svelta!

 

BRABANZIO -                     Si pu˜ sapere, insomma, che succede?

Siete pazzi?

 

RODERIGO -                                             Onorevole signore,

non la riconoscete la mia voce?

 

BRABANZIO -                     Io, no. Chi sei?

 

RODERIGO -                                                  Mi chiamo Roderigo.

 

BRABANZIO -                     Che ti colga il peggiore dei malanni!

TĠho giˆ detto che non voĠ pi vederti

a ronzare qui intorno a casa mia;

e tĠho pure avvertito, chiaro e tondo,

che mia figlia non  roba per te!

E adesso tu, con le budella sazie

di cibo e dĠeccitanti libagioni

te ne vieni a turbare la mia quiete

con questa tua maliziosa bravata!

 

RODERIGO -                        Ma, signor mio... signore...

 

BRABANZIO -                                                                  Bada, veh,

che col mio spirito ed il mio rango,([17])

posso ben fartela pagare cara!

 

RODERIGO -                        Pazienza, buon signore...

 

BRABANZIO -                     Di quali ladrerie vai blaterando?

Questa  Venezia, e questa  la mia casa,

non una masseria fuori di mano.

 

RODERIGO -                        Reverendissimo signor Brabanzio,

dovete credermi, vengo da voi

in puritˆ e semplicitˆ di cuore.

 

JAGO -                                  Per le piaghe di Cristo, monsignore,

voi siete, a quanto pare, uno di quelli

che si rifiutan di servire Dio

solo perchŽ glielĠha ordinato il diavolo!

PoichŽ veniamo a rendervi un servigio,

e voi ci ritenete dei furfanti,

correte il rischio dĠaver vostra figlia

copulata da uno stallone berbero,

e ritrovarvi intorno dei nipoti

che vi faranno tanti bei nitriti,

e puledri e ginnetti per parenti.

 

BRABANZIO -                     Oh, sboccato villano! E tu chi sei?

 

JAGO -                                  Son uno chĠ venuto ad avvertirvi

che vostra figlia e il Moro, in questo istante,

stanno facendo la bestia a due groppe.

 

BRABANZIO -                     Sei un villano!

 

JAGO -                                                            E voi un senatore.

 

BRABANZIO -                     Roderigo, dovrai rendermi conto

di questo, perchŽ io conosco te.

 

RODERIGO -                        Son pronto a rendervi conto di tutto;

ma ditemi, vi supplico, signore,

sĠ col vostro paterno beneplacito

e col vostro savissimo consenso

- come mi pare di poter pensare -

che vostra figlia se ne vada fuori

in questĠincerta e buia ora notturna,

da non migliore scorta accompagnata

che quella dĠun birbante prezzolato,

un gondoliere, e si vada a concedere

ai turpi amplessi dĠun lascivo moro.

Se di tanto voi siete a conoscenza,

e ne siete perfino consenziente,

allora noi vĠabbiamo fatto torto,

da gente spudorata ed importuna.

Ma se ne siete del tutto allĠoscuro,

allora le civili mie maniere

mi dicono che avete torto voi

a trattarci con una tal sgridata.

Non crediate che, contro ogni creanza,

mi prenderei lĠardire di scherzare

alle spese di vostra reverenza.

Vi dico e vi ripeto: vostra figlia,

se non le avete dato voi licenza,

ha commesso una turpe ribellione,

legando i suoi doveri dĠobbedienza,

la sua beltˆ, il suo cuore, le sue sorti

ad un avventuriero vagabondo

chĠoggi sta qui, domani non si sa.

Sinceratevi subito voi stesso:

e se trovate chĠ nella sua camera,

o in qualsiasi altra parte della casa,

sguinzagliatemi contro la giustizia,

perchŽ vĠavr˜ cos“ turlupinato.

 

BRABANZIO -                     (Gridando allĠinterno)

Ehi, lˆ, battete lĠesca! Luce! Presto!

Lumi, lumi! Svegliate tutti in casa!

Questa storia mĠha lĠaria, in veritˆ,

di conferma dĠun mio presentimento;

e solo il credere che ci˜ sia vero

giˆ mi dˆ lĠoppressione... Luce, dico!

(Si ritira)

 

JAGO -                                  Roderigo, ti debbo ora lasciare.

Non mi sembra che sia nŽ conveniente

nŽ salutare alla mia posizione

esser chiamato come testimone

(come certo sarebbe se restassi)

a carico del Moro;

so bene che, se pur questa faccenda

gli possa procurar dei grattacapi,([18])

oggi lo Stato ha bisogno di lui,

e, pur volendo, non pu˜ sbarazzarsene

senza rischi alla propria sicurezza:([19])

chŽ egli  alla vigilia di salpare

per la guerra di Cipro chĠ giˆ in atto,

sostenuto da s“ gravi ragioni

che - per lĠanimo loro! - questi qui

non saprebbero poi chi nominare

al suo posto cui fare affidamento

per condurre a buon fine la campagna.

SicchŽ, per quanto io possa detestarlo

pi delle pene dellĠinferno, pure,

date le circostanze del momento,

mi tocca inalberare la bandiera

dĠun apparente attaccamento a lui,

chĠ per˜ sol per finta.

Se vuoi farlo scovare con certezza,

guida tu le ricerche al ÒSagittarioÓ.([20])

Lˆ sar˜ io con lui. Arrivederci.

 

(Esce)

 

Entrano, uscendo dalla porta di casa, BRABANZIO, in vestaglia, e servi con torce.

 

BRABANZIO -                     Vero, vero, purtroppo: se nĠ andata!

E quel che sol mi resta della vita

dopo un simile sfregio,  lĠamarezza.

Ma, Roderigo, tu dove lĠhai vista?

Col Moro, hai detto?... Sciagurata figlia!

(E chi vorrebbe mai esserle padre?...)

Ma sei certo che fosse proprio lei?..

(Ohim, che delusione che mi dˆi,

pi di quanto si possa immaginare!)

E che tĠha detto, eh?...

(Ai servi)

Torce! Altre torce!

Altre torce!... Svegliate tutti in casa!

 

(A Roderigo)

E tu che pensi, si sono sposati?

 

RODERIGO -                        Credo proprio di s“.

 

BRABANZIO -                                                      O santo cielo!

Ma come ha fatto a uscirsene di casa?

Oh, traditrice del suo stesso sangue!

Padri, non vi fidate, dĠora innanzi,

dei sentimenti delle vostre figlie,

dal modo come le vedete agire!

Che ci sia sotto un qualche incantamento

capace di travolger la virt

e la verginitˆ dĠuna fanciulla?

Non hai mai letto di cose del genere,

tu, Roderigo, eh?

 

RODERIGO -                                                    Io s“, signore.

 

BRABANZIO -                     (Ai servi)

Voi, andate a chiamare mio fratello.

(A Roderigo)

Oh, fossi stato tu ad averla in moglie!

(Ai servi)

Alcuni da una parte, altri dallĠaltra!

(A Roderigo)

E sai dove sorprenderla col Moro?

 

RODERIGO -                        Credo, s“, di poterli rintracciare,

se vi piaccia di darmi buona scorta,

e venire con me.

 

BRABANZIO -                                                  Certo che vengo.

E chiamer˜ la gente da ogni casa;

in quasi tutte cĠ chi pu˜ seguirmi.

Ehi lˆ, voialtri, mettetevi in armi!

Andiamo pure, mio buon Roderigo.

Compenser˜ a dovere il tuo disturbo.

 

(Escono)

 

 

SCENA II

 

Venezia, unĠaltra strada.

 

Entrano OTELLO, JAGO e servi con torce.

 

JAGO -                                  Anche se nel mestiere di soldato

mi son trovato a dover ammazzare,

ho avuto sempre come punto fermo

esser cosa contraria alla coscienza

uccidere per volontˆ di uccidere.

Confesso che mi manca, molte volte,

lĠiniquitˆ che serve ad un tal atto.

MĠ capitato nove o dieci volte

di frenarmi, mentre ero per colpirlo

quaggi, sotto il costato...([21])

 

OTELLO -                              Meglio cos“.

 

JAGO -                                                        Eh, no, perchŽ, imperterrito,

lui seguitava a sparlare di voi,

con parole s“ sconce ed offensive

pel vostro onore, che col mio carattere,

mĠera proprio penoso sopportarlo.

Ma di grazia, signore, se mĠ lecito,

dite, vi siete davvero sposato?

Tenete in conto questo: che il Magnifico

gode a Venezia di molto favore,

ed ha voce in capitolo

almeno il doppio dello stesso Doge.

Vi farˆ divorziare, separare,

o vĠimporrˆ tutte quelle pastoie

e tutti quei gravami che la legge,

con la forza chĠegli ha per applicarla,

gli darˆ modo di mettere in atto.

 

OTELLO -                              Che sfoghi come vuole il suo dispetto.

I servigi che ho reso alla Repubblica

parleranno pi forte dei suoi lagni.

Nessuno sa, di quanti sono qui

- ed io mi tengo ancor dal proclamarlo

fino a quando non sar˜ pi che certo

che tornerˆ a mio onore farne vanto -

chĠio traggo la mia vita ed il mio essere

da famiglia reale, e che i miei meriti

posson parlar da soli in faccia al mondo,

senza chĠio debba togliermi il cappello

davanti ad una sorta di grandezza

qual  quella cui ora son venuto;

perchŽ io voglio che tu sappi, Jago,

che sĠio non fossi tanto innamorato

della dolce Desdemona,

non mĠindurrei a porre alcun confine

o restrizione alla mia libertˆ

dĠuomo non accasato,

manco per tutti i tesori del mare.

Ma guarda lˆ: che sono quelle fiaccole?

 

Entra CASSIO con alcuni ufficiali con torce

 

JAGO -                                  Sono suo padre e i suoi, servi e parenti,

tutti svegliati a mezzo della notte.

Forse fareste bene a rincasare.

 

OTELLO -                              Per niente. Voglio invece che mi trovino.

Il mio rango, le mie benemerenze

e la coscienza mia, del tutto a posto,

mi dovranno mostrar per quel che sono.

Ma son loro?

 

JAGO -                                                          Per Giano,([22]) non mi pare!

 

OTELLO -                              Infatti sono gli uomini del Doge,

ed  con loro il mio luogotenente.

Felice notte, amici! Quali nuove?

 

CASSIO -                              Il Doge vi saluta, generale,([23])

e sollecita la presenza vostra

con la massima urgenza, anzi allĠistante.

 

OTELLO -                              Sai tu di che si tratta?

 

CASSIO -                              Di qualcosa da Cipro, se indovino.

E devĠessere cosa assai scottante,

se le galee hanno sbarcato giˆ

una mezza dozzina di corrieri

alle calcagna quasi lĠun dellĠaltro,

e giˆ diversi membri del Consiglio,

tratti fuori dal letto in piena notte,

son riuniti dal Doge. VĠhan cercato

con tutta urgenza prima a casa vostra,

e, non avendovi trovato lˆ,

il Senato ha spedito, a rintracciarvi,

tre pattuglie per tutta la cittˆ.

 

OTELLO -                              é bene che sia stato tu a trovarmi,

Cassio... Il tempo di fare una parola

con questi qui di casa, e son con te.([24])

 

(Esce)

 

CASSIO -                              (A Jago)

Alfiere che ci fa qui il generale?

 

JAGO -                                  Eh, stanotte ha abbordato una goletta

di terraferma, a dir la veritˆ,

e se risulterˆ che quella preda

 legittimamente cosa sua,

sĠ sistemato davvero per sempre.

 

CASSIO -                              Non capisco.

 

JAGO -                                                          S“, insomma, sĠ sposato.

 

CASSIO -                              Con chi?

 

JAGO -                                                   Eh, per la Vergine, con...

 

(SĠinterrompe vedendo tornare Otello)

 

Vogliamo andare, allora, capitano?

 

OTELLO -                              Eccomi, son con voi.

 

(Dal fondo entrano BRABANZIO, RODERIGO e altri con torce e armi)

 

CASSIO -                              Ecco unĠaltra pattuglia che vi cerca.

 

JAGO -                                  MacchŽ,  Brabanzio.

(A Otello)

Attento generale,

quello viene assai male intenzionato.

 

OTELLO -                              Ehi, fermi lˆ!

 

RODERIGO -                        (A Brabanzio)

Ecco il Moro, signore.

 

BRABANZIO -                     (A Otello)

Ladro! Ladrone! Addosso, addosso al ladro!

 

(Si sguainano le spade da entrambe le parti)

 

JAGO -                                  (Con la spada in pugno, verso Roderigo)

Roderigo, a noi due!

 

OTELLO -                              Rinfoderate quelle vostre spade

che son s“ belle lucide,

se no la guazza ve le arrugginisce.

(A Brabanzio)

Voi, buon signore, pi che con la spada,

meglio comanderete con lĠetˆ.

 

BRABANZIO -                     Sozzo ladrone, dove lĠhai nascosta?

Dannato come sei,

sicuramente tu me lĠhai stregata,

perchŽ non cĠ persona di cervello

che possa dire che una come lei,

una fanciulla bella e fortunata,

e cos“ refrattaria a maritarsi

da rifiutare tutti i vagheggini

pi ricchi e riccioluti di Venezia,

sarebbe mai sgusciata via da casa,

offrendosi al ludibrio della gente,

per correre al fuligginoso petto

di un coso come te, se non costretta

e incatenata da pratiche magiche,

alla paura, non certo al piacere!

Giudichi il mondo, se non sia palese

che devi aver usato su di lei

immondi sortilegi, profittando

della fragile sua giovane etˆ

con turpi filtri e malefiche droghe,

che fiaccano qualsiasi resistenza.

Far˜ che questa storia

sia portata davanti alla giustizia;

perchŽ  cosa non solo assai probabile,

ma palpabile, da toccar con mano.

Perci˜ io qui tĠarresto,

sotto lĠaccusa di circonvenzione

mediante lĠesercizio fraudolento

di pratiche vietate dalla legge.([25])

Arrestatelo, dunque; e se resiste,

lo si addomestichi a tutto suo rischio.

 

OTELLO -                              Tenga ciascuno qui le mani a posto:

voi che siete con me, e cos“ gli altri!

Se avessi ritenuto esser mia parte

affrontarvi, lĠavrei ben recitata,

senza bisogno di suggeritore.([26])

(A Brabanzio)

Dove volete chĠio vada a rispondere

di questa vostra imputazione?

 

BRABANZIO -                                                                       In carcere,

finchŽ a tempo dovuto dalla legge

non ti chiamino a renderne ragione.

 

OTELLO -                              Che, se obbedisco? Siete proprio certi

che ne sarebbe soddisfatto il Doge,

i cui messi son qui a fianco a me,

a prendermi ed accompagnarmi a lui

per impellenti ragioni di Stato?

 

UN UFFICIALE -                 (A Brabanzio)

é vero, mio degnissimo signore:

il Doge tiene in questĠora Consiglio;

anzi, son certo che sarˆ richiesta

anche la vostra cortese presenza.

 

BRABANZIO -                     Il Doge tien Consiglio? Ed a questĠora?

(Ai suoi)

Conducetelo via;

la mia non  una questione da nulla;

il Doge stesso e tutti i miei colleghi

del Consiglio non posson non sentirsi

anchĠessi offesi da siffatto torto,

siccome fatto a ciascuno di loro.

PerchŽ se si comincia a dar via libera

a certe azioni, schiavoni e pagani

saranno i nostri uomini di Stato.([27])

 

(Escono)

 

 

 

SCENA III

 

Venezia, la sala del Consiglio.

 

Entrano il DOGE, i SENATORI che vanno a sedere a un tavolo illuminato da torce;

seguono alcuni funzionari che restano in piedi.

 

DOGE -                                  Le notizie son troppo discordanti

perchŽ si possa prestar loro credito.

 

1Ħ SENATORE -                   Sono diverse infatti;

le mie mi dicono le loro vele

cento e sette.

 

DOGE -                                                         Le mie centoquaranta.

 

2Ħ SENATORE -                   Le mie duecento. Ma se cĠ divario

nel numero, comĠ molto frequente

quando si deve andar per congetture,

il fatto  chĠesse annunciano concordi

che una flotta ottomana  uscita al largo,

e dirige su Cipro.

 

DOGE -                                                                E tanto basta

per rendere plausibile la cosa;

nŽ il divario nel numero

pu˜ fare chĠio non veda il fatto in sŽ

con un certo timore.

 

VOCE DI UN MARINAIO -                                               (Da dentro)

Ehi, ho! Ehi, ho!

 

UN UFFICIALE -                 Un messaggero dalle galee.

 

Entra un MARINAIO

 

DOGE -                                                                              Che cĠ?

 

MARINAIO -                        La flotta turca dirige su Rodi.

Questo mĠha incaricato dĠannunziare

a codesto Consiglio il signor Angelo.([28])

 

DOGE -                                  Hanno mutato rotta. Che ne dite?

 

1Ħ SENATORE -                   Impossibile,  contro ogni ragione.

Deve trattarsi dĠuna finta mossa,

per attirarci verso un falso scopo.

ChŽ, se appena ci diamo a valutare

lĠimportanza di Cipro per il Turco,

e solo che ci diamo a ripensare

chĠessa interessa al Turco pi di Rodi,

perchŽ pi facile da conquistare

in quanto non munita di difese

e di tutti gli apprestamenti bellici

dei quali invece Rodi  ben provvista;

se, insomma, riflettiamo a tutto questo,

ci dobbiamo levare dalla testa

che il Turco sia talmente sprovveduto

da lasciare per ultima unĠimpresa

chĠ di primaria importanza per esso,

e che rinunci a fare un tentativo

di pi facile esito e profitto,

per imbarcasi ad affrontare un rischio

da cui profitto non pu˜ certo trarre.

 

DOGE -                                  é chiaro dunque che non mira a Rodi.

 

Entra un altro MARINAIO

 

UN UFFICIALE -                 Altre notizie.

 

MARINAIO -                                                Altezza Serenissima,

gli Ottomani, tenendosi in diretta

sulla rotta dellĠisola di Rodi,

si son congiunti con unĠaltra flotta.

 

1Ħ SENATORE -                   Eh, come giustamente prevedevo!

E quante vele?

 

MARINAIO -                                                  Una trentina circa.

E tutte insieme invertono la rotta

rendendo chiara la loro intenzione

di puntare su Cipro.

Questo vi manda a dire, per mio mezzo,

il vostro prode e fido servitore

signor Montano, con i suoi saluti

e con preghiera di prestargli fede.

 

DOGE -                                  Dunque  certo: dirigono su Cipro.

Marco Lucchese([29]) si trova in cittˆ?

 

1Ħ SENATORE -                   No,  a Firenze.

 

DOGE -                                                              Scrivetegli subito,

a mio nome e spedite con urgenza.

 

Entrano BRABANZIO, OTELLO, CASSIO, JAGO, RODERIGO e alcuni ufficiali.

 

DOGE -                                  Prode Otello, necessitˆ cĠimpone

di usar di voi con la massima urgenza

contro il comune nemico ottomano.

(A Brabanzio)

Oh, non vĠavevo visto!... Benvenuto,

magnifico signore. Questa notte

 mancato a noi tutti il vostro ausilio

ed il vostro consiglio.

 

BRABANZIO -                     Ed a me  mancato quello vostro.

Vogliate perdonarmi, Vostra Grazia,

ma a trarmi gi dal letto questa notte

non sono state nŽ le mie funzioni

nŽ altra cosa io possa aver a cuore

che riguardi lo Stato; nŽ in questĠora

il pensiero del pubblico interesse

pu˜ far alcuna presa sul mio animo;

lĠaffanno che lĠopprime  cos“ grande

e cos“ ne trabocca il sacco in me,

da ingoiare e assorbire ogni altra cura;

e tale ed immutato  mentre parlo.

 

DOGE -                                  Diamine! Che cosĠ? Di che si tratta?

 

BRABANZIO -                     Mia figlia, oh! Mia figlia!

 

DOGE -                                                                            Morta?

 

BRABANZIO -                                                                              S“,

morta per me: me lĠhanno trafugata,

ingannata, corrotta, pervertita

con esorcismi e con stregati intrugli

acquistati da bassi ciarlatani;

chŽ non pu˜ la natura

lasciarsi sprofondar s“ assurdamente

nel vizio (non essendo ella demente,

nŽ cieca, nŽ di senno vacillante)

senza intervento di stregoneria.

 

DOGE -                                  Chiunque, con un s“ perverso agire,

abbia potuto indurre vostra figlia

a truffar sŽ a se stessa ed essa a voi,

voi stesso applicherete a condannarlo

il libro della legge criminale

e nella forma di maggior rigore;

s“, si trattasse pure di mio figlio!

 

BRABANZIO -                     Umilmente ringrazio Vostra Grazia.

Ecco lĠuomo che accuso: questo Moro,

che, come sembra,  stato qui chiamato

in seguito a speciale ordine vostro

per affari di Stato.

 

TUTTI -                                  Ne siamo tutti molto dispiaciuti.

 

DOGE -                                  (A Otello)

E voi che rispondete a questa accusa?

 

OTELLO -                              Potentissimi, gravi e reverendi

signori del Consiglio,

nobilissimi e buoni miei padroni,

chĠio abbia tratta via dalla sua casa

la figlia a questo vecchio,  veritˆ;

vero altres“ chĠio lĠho condotta in moglie.

Qui comincia e finisce la mia colpa.([30])

Non pi di questo. Il mio parlare  rozzo,

ed assai scarsamente provveduto

del soffice fraseggio della pace;

dacchŽ queste mie braccia, giˆ dal tempo

che avevano il vigore dei sette anni

fino allĠincirca a nove mesi fa,

hanno compiuto in un campo attendato

le loro azioni pi impegnative;

ed io di questo nostro vasto mondo

posso dir poco che non sia materia

dĠavvisaglie di guerra e fatti dĠarme.

Perci˜ ben poco mi potrˆ giovare

chĠio parli a perorare in mia difesa.

Pure, con vostra graziosa licenza,

vi dir˜, con parole disadorne,

il corso del mio amore, per intero;

con quali droghe, con quali incantesimi,

e scongiuri, e poteri dĠarti magiche

- perchŽ di tanto sono qui accusato -

io abbia vinto il cuore di sua figlia.

 

BRABANZIO -                     Una affatto procace giovinetta,

dĠindole s“ tranquilla e riservata,

da arrossire perfino di se stessa

ad ogni minimo moto dellĠanimo!

E, ad onta di codesta sua natura,

dellĠetˆ, dellĠambiente del paese,

della reputazione e tutto il resto,

andarsi a innamorare di qualcosa

che aveva fin paura di guardare!

Zoppo criterio ed imperfetto al massimo

 ritenere che la perfezione

possa lasciarsi andare nellĠerrore

contro ogni regola della natura;

perci˜ se questo  potuto accadere

non pu˜ spiegarsi che col ricercarvi

maligne e astute pratiche infernali.

Torno perci˜ a ripetere, signori,

che costui deve averla soggiogata

col mezzo di chi sa che arcano filtro

o potente mistura affatturata

chĠebbe ad effetto di alterarne il sangue.

 

DOGE -                                  Affermarlo per˜ non  provarlo,

senza pi valida testimonianza

che queste vostre magre congetture

e queste scarne verosimiglianze.

 

1Ħ SENATORE -                   Parlate, dunque, Otello:

avete voi con subdole manovre

e con mezzi violenti ed indiretti

plagiato e avvelenato i sentimenti

di quella giovane? O tutto  nato

per spontanea richiesta da sua parte,

e per quel certo dolce colloquiare

che spinge unĠanima verso unĠaltrĠanima?

 

OTELLO -                              Vi supplico, mandate al ÒSagittarioÓ

a chiamare la dama: venga lei

a parlare di me davanti al padre.

E se risulterˆ, dal suo parlare,

chĠio son quellĠuomo turpe chĠegli dice,

toglietemi lĠufficio e la fiducia

che da voi tengo; ma non solo questo:

fate altres“ che la vostra condanna

ricada sopra la mia stessa vita.

 

DOGE -                                  Va bene. Si conduca qui Desdemona.

 

(Escono due o tre ufficiali)

 

OTELLO -                              (A Jago)

VaĠ tu con loro, alfiere, ed indirizzali:

tu sai meglio di tutti qual  il luogo.

 

(Esce Jago)

Nel frattempo, e finchŽ ella non giunga,

io, con la stessa libertˆ di spirito

con cui confesso le mie colpe al Cielo,

far˜ ascoltare ai vostri gravi orecchi

comĠ successo chĠio sia prosperato

nellĠamore di questa bella dama,

e comĠella nel mio.

 

DOGE -                                                                   Ditelo, Otello.

 

OTELLO -                              Il padre suo mĠaveva molto caro.

MĠinvit˜ spesso a casa, ed ogni volta

mi domandava che gli raccontassi

di me, della mia vita, dĠanno in anno:

gli assedii, le battaglie, le fortune

attraverso le quali son passato.

Ed io ripercorrevo la mia storia

dai giorni della prima fanciullezza

fino al momento stesso chĠero l“

con lui che mi chiedeva di narrarla:

e lˆ mi dilungavo a raccontargli

delle mie sorti molto avventurose,

di commoventi fatti in mare e in terra:

di quando per un pelo ero sfuggito

allĠimminente breccia della morte;

di quando, catturato prigioniero

da un nemico arrogante

e da questi venduto come schiavo,

mi riscattai, e quel che vidi e feci

nei casi occorsimi durante il viaggio:

antri profondi e preziosi deserti,

aspre pietraie, rupi, erte montagne

dalle cime che sĠergon fino al cielo

(chŽ tante furono le mie esperienze)

gli dovetti descrivere: e i cannibali,

che si sbranan fra loro, e gli antropofagi,

cui cresce il capo di sotto alle spalle.

Desdemona ascoltava seria e attenta

anchĠella; ma le succedeva spesso

dĠesser distolta da cure domestiche;

e, poi che in fretta le avesse sbrigate,

tornava nuovamente ad ascoltare;

e divorava quasi con lĠorecchio

quanto andavo dicendo: il che osservato,

io colsi un giorno lĠattimo

per estrarle dal cuore la preghiera

chĠio volessi narrarle ancor daccapo

la storia delle mie peripezie

chĠella aveva ascoltato solo a pezzi

ed a forza distolta. Acconsentii,

e spesso le truffai pi dĠuna lacrima

col narrarle dei colpi di sventura

sofferti dalla mia giovane etˆ.

E, terminato chĠebbi la mia storia,

quasi a compenso di tante mie pene

ella mi offerse un mondo di sospiri;

giur˜ chĠera una storia molto strana,

meravigliosamente miserevole,

meravigliosamente commovente;

ella avrebbe voluto non udirla,

e tuttavia sentiva il desiderio

che il cielo avesse fatto lei tal uomo.([31])

Mi ringrazi˜ e mi disse perentoria

che se mai avessĠio per avventura

avuto tra gli amici miei qualcuno

che si fosse di lei innamorato,

gli insegnassi a narrarle la mia storia,

chŽ quello solo lĠavrebbe sedotta...

A questo punto io mi dichiarai:

ella mĠam˜ pei corsi miei perigli,

ed io lĠamai per quella sua pietˆ.

Ecco: tutta la mia stregoneria,

gli incantesimi miei,  tutto qui.

Ma ella viene. Mi sia testimone.

 

Entrano DESDEMONA, JAGO e altri

 

DOGE -                                  Una storia cos“, sono sicuro,

saprebbe conquistare anche mia figlia.

Buon Brabanzio, vedete se  possibile

aggiustar per il meglio questo affare

piuttosto squinternato:

spesso unĠarma spuntata serve meglio

agli uomini che non le proprie mani.

 

BRABANZIO -                     Vi prego, udiamo quel che dice lei:

se confessa dĠaver avuto anchĠella

la sua parte a metˆ in questa tresca,

sĠabbatta su di me la distruzione

sĠio vorr˜ far cadere su questĠuomo

il minimo mio biasimo.

(A Desdemona)

Vieni avanti, gentile damigella:

sei ancora capace di distinguere

in mezzo a quella degna compagnia

a chi devi la massima obbedienza?

 

DESDEMONA -                   Nobile padre mio,

io scorgo qui diviso per metˆ

un tal dovere: a voi son debitrice

della mia vita e dellĠeducazione:

lĠuna e lĠaltra mĠinsegnano il rispetto

per voi; voi siete del mio omaggio il re:

io sono fino ad ora vostra figlia;

ma questi  mio marito, e quanto ossequio

verso di voi mostr˜ la madre mia,

anteponendovi in ci˜ a suo padre,

io mantengo dover or professare

al Moro, mio signore.

 

BRABANZIO -                     Dio sia con te. Signori, io ho finito!

(Al Doge)

Vostra Grazia, vi piaccia di passare

senzĠaltro indugio agli affari di Stato.

Meglio avrei fatto ad adottare un figlio,

che a generarlo... Moro, vieni qua:

io ti consegno qui con tutto il cuore,

- ma tu ce lĠhai giˆ come cosa tua -,

ci˜ che con tutto il cuore

avrei voluto impedirti di avere.

(A Desdemona)

Per causa tua, gioiello dĠuna figlia,

io debbo rallegrarmi in fondo allĠanima

di non aver generato altri figli,

perchŽ la fuga tua mĠinsegnerebbe

la tirannia di tenerli in catene.

(Al Doge)

Mio signore ho finito.

 

DOGE -                                  Bene, lasciate or che parli io,

e possa pronunciare una sentenza

che, al pari dei gradini dĠuna scala,

valga a far risalire questi amanti

fino al vostro favore.

Quando i rimedi non servono pi,

se si riesce a discernere il peggio

hanno termine pure le afflizioni

che la speranza teneva in sospeso.

Piangere sopra un male ormai passato

non giova ad altro che a tirarsi addosso

nuove afflizioni. Quando la fortuna

si prende quel che non si pu˜ serbare,

solo la tolleranza pu˜ riuscire

a mutare quel torto in una beffa.

Ruba qualcosa al ladro il derubato

che ride al ladro; ruba solo a sŽ

chi sĠabbandona ad una pena inutile.

 

BRABANZIO -                     Ci rubi allora Cipro lĠOttomano,

perchŽ se gli facciamo un bel sorriso,

non lĠavremo perduta... No, signore!

SĠadatta facilmente a certe massime

chi non sente che il labile conforto

che pu˜ venirgli da quelle parole;

sopporta male massima e dolore

chi per saldar la pena che lo ambascia

deve farsi prestar la tolleranza.

Certe massime, intese solamente

a inzuccherare od inasprir la pena

son di sapore forte in ambo i casi

e rischiano dĠavere un doppio effetto.

Ma le parole son sempre parole;

ed io non ho sentito mai finora

che un cuore esulcerato pu˜ guarire

con ci˜ che pu˜ passargli per le orecchie.

Perci˜ torno umilmente a supplicarvi

di passare gli affari di governo.

 

DOGE -                                  Il Turco sta navigando su Cipro

con formidabile apparecchio bellico.

Otello, a voi meglio che ad altri  nota

lĠefficienza di quella piazzaforte;

e, sebbene teniamo lˆ un vicario

di provata bravura e competenza,

sta tuttavia che lĠopinione pubblica

ripone in voi pi sicura fiducia.

Vi dovete pertanto rassegnare

a che possa offuscarsi forse il lustro

delle vostre fortune pi recenti

con una spedizione come questa

che si presenta ardua e rischiosa.

 

OTELLO -                              Illustri ed onorandi senatori,

lĠabitudine, questa gran tiranna,

ha fatto del giaciglio mio di guerra,

di dura selce e acciaio,

il mio letto tre volte spiumacciato.([32])

Io so trovare in me, pur nellĠasprezza,

le mie risorse, devo riconoscerlo;

son pronto quindi ad assumermi il carico

di questa guerra contro gli Ottomani.

Perci˜ con massima umiltˆ inchinato

allĠaltissima vostra dignitˆ,

chiedo che sia provvista alla mia sposa

unĠacconcia sistemazione a Cipro,

un alloggio decente e un appannaggio,

nonchŽ quegli agi e quella servit

che si convengono al suo nuovo stato.

 

DOGE -                                  Pu˜ restare col padre, se vi aggrada.

 

BRABANZIO -                     Questo son io a non volerlo, Doge.

 

OTELLO -                              NŽ ioÉ

 

DESDEMONA -                                 NŽ io. Restare con mio padre

per suscitargli moti dĠimpazienza

standogli innanzi agli occhi tutto il giorno,

davvero non mi va. Grazioso Doge,

degnatevi prestar benigno orecchio

a quanto sto per dirvi, e fate s“

che nella vostra voce di risposta

io trovi sufficiente garanzia

di buon ausilio alla pochezza mia.

 

DOGE -                                  Parla, Desdemona. Che mi vuoi dire?

 

DESDEMONA -                   ChĠio abbia dato al Moro lĠamor mio

per vivere la vita insieme a lui,

possono proclamarlo al mondo intero

lĠaperta mia rivolta

e la tempesta delle mie fortune.

Arrendendosi a lui, il cuore mio

ha sposato altres“ la professione

del mio signore([33]). La faccia di Otello

io lĠho vista, signore, nel suo animo;

ed agli onori suoi e al suo valore

ho consacrato insieme alla mia anima,

le mie sorti. SicchŽ tenermi a casa

a fare la falena della pace,

mentrĠegli se ne parte per la guerra,

 come se mi fossero annullati

tutti i riti pei quali egli mĠ caro;

ed io, privata della sua presenza,

condurrei una vita di tristezza.

Lasciate dunque chĠio parta con lui.

 

OTELLO -                              (Al Doge)

ChĠella abbia il vostro assenso, Vostra Grazia:

ve lo chiedo (mi sia giudice il cielo)

non giˆ per compiacere alla mia voglia

e indulgere allo stimolo del sangue,

e ai giovani suoi slanci

nella lor differita e pur legittima

soddisfazione([34]), ma per generosa

e franca comprensione del suo animo.

(Ai senatori)

E storni il cielo dalle vostre menti

il pensiero chĠio possa trascurare

i vostri seri e maggiori interessi

quandĠella sia venuta con me. No.

Se mai si desse che i leggero-alati

capricci di Cupido

con la loro lasciva opacitˆ

giungessero ad occludere in me stesso

le facoltˆ di pensare e dĠagire

al punto da corrompere e macchiare

la mia impresa, faccian le massaie

del mio elmo una pentola,

ed ogni vile e indegna avversitˆ

sĠaffolli e faccia impeto

contro la stessa mia reputazione!

 

DOGE -                                  Sia quello che vorrete voi decidere

fra voi; chĠella rimanga o chĠella vada,

la situazione grida di far presto,

e la prestezza  lĠunica risposta.

 

1Ħ SENATORE -                   (A Otello)

VĠimbarcherete questa notte stessa.

 

OTELLO -                              Con tutto il cuore.

 

DOGE -                                  (A Otello)

Domani alle nove

noi torneremo ad adunarci qui.

Lascerete a Venezia un ufficiale

che a tempo debito vi recherˆ

le necessarie vostre credenziali

pel vostro rango e le vostre funzioni.

 

OTELLO -                              Sarˆ Jago, il mio alfiere, Vostra Grazia.

Alla sua scorta affido la mia sposa

e quantĠaltro le vostre signorie

crederan necessario confidarmi.

é uomo onesto e fidato allo scrupolo.

 

DOGE -                                  E cos“ sia. A tutti buonanotte.

(A Brabanzio)

In quanto a voi, magnifico signore,

se il valore non manca di bellezza,

colui che  vostro genero

 assai pi bello di quanto sia nero.

 

1Ħ SENATORE -                   Adieu, valente Moro;

e abbiate ogni riguardo per Desdemona.

 

BRABANZIO -                     (A Otello)

Sorvegliala, sĠhai occhi per vedere:

ha ingannato suo padre,

ed  capace dĠingannare te.

 

(Escono il Doge, i Senatori, gli Ufficiali e tutti gli altri, tranne Otello, Desdemona, Jago e Roderigo)

 

OTELLO -                              Sulla sua fedeltˆ

son pronto ad impegnare la mia vita!

Onesto Jago, a te debbo lasciare

la mia Desdemona; vedi, ti prego,

che tua moglie lĠassista pel momento.

E alla prima occasione favorevole

me lĠaccompagnerai tu stesso a Cipro.

Vieni, Desdemona, non ho che unĠora

per lĠamore, sbrigare le faccende

e ricevere lĠultime istruzioni.

Siamo costretti ad obbedire al tempo.

 

(Escono Otello e Desdemona)

 

RODERIGO -                        Jago...

 

JAGO -                                              Che dici, cuore nobilissimo?

 

RODERIGO -                        Che debbo fare, tu che dici?

 

JAGO -                                                                                  Diamine,

andare a casa e metterti a dormire!

 

RODERIGO -                        Io vado invece ad annegarmi, subito.

 

JAGO -                                  Oh, se fai questo, non tĠamer˜ pi!

Ohib˜, che stolto sei?

 

RODERIGO -                                                           Stoltezza  vivere

se la vita  tormento;

la ricetta  morire, se la morte

 il nostro medico.

 

JAGO -                                                                 Oh, scelleraggine!

VentottĠanni che osservo questo mondo,

e dacchŽ fui capace di distinguere

un atto di giustizia da un sopruso

mai mi fu dato dĠincontrare un uomo

che sapesse voler bene a se stesso.

Io prima di pensare dĠannegarmi

per i begli occhi dĠuna faraona,([35])

baratterei la mia natura dĠuomo

con quella dĠuna scimmia babbuino.

 

RODERIGO -                        E che mi resta a fare?

Confesso che ho vergogna con me stesso

di sapermi a tal punto innamorato;

ma emendarmi non  la mia virt.

 

JAGO -                                  Virt! Sciocchezze! Sta in potere nostro

esser cos“ o cosˆ! Il nostro corpo

 il nostro bel giardino,

e la volontˆ nostra il giardiniere:

piantare ortiche o seminar lattuga,

metter lĠissopo ed estirpare il timo,

guarnirlo dĠerbe dĠuna sola specie

o variegarlo con specie diverse,

mantenerlo infruttuoso per pigrizia

o concimarlo per farlo fruttare,

la facoltˆ di fare tutto questo

e dĠagire nellĠuno o lĠaltro modo

sta tutta nella nostra volontˆ.

Se la bilancia della nostra vita

non avesse su un piatto la ragione

da controbilanciar quello dei sensi,

il sangue e la bassezza degli istinti

ci trarrebbero inevitabilmente

alle pi scriteriate conclusioni.

Ma per fortuna abbiamo la ragione

a raffreddarci le bramose voglie,

gli impulsi della carne, le libidini;

delle quali ci˜ che tu chiami amore

 soltanto un pollone od un germoglio.

Io la penso cos“.

 

RODERIGO -                                                    Non  possibile.

 

JAGO -                                  é solo una libidine del sangue,

unĠacquiescenza della volontˆ.

Evvia, sii uomo! Andare ad affogarti!

Annega gatti e cuccioletti ciechi!

Io mi son dichiarato amico tuo

e mi sento legato alla tua causa

con vincolo tenace e duraturo;

non ho potuto mai esserti utile

come in questo momento. Senti a me:

riempiti la borsa di denaro,

camuffati con una barba finta,

e vieni al nostro seguito alla guerra.

Ma, ti dico, riempiti la borsa.

LĠamore di Desdemona pel Moro

non pu˜ durare a lungo...

(pensa a metter denaro nella borsa)

cos“ come lĠamore suo per lei.

Per lei  stato un inizio violento,

e la rottura seguirˆ, vedrai,

altrettanto violenta.

(Metti, metti denaro nella borsa).

Questi mori sono dĠumor volubile

(fa che la borsa sia ben riempita)

e il cibo che gli  ora delizioso

come carrube,([36]) gli sarˆ amarissimo

come la coloquintide tra poco.

Ella dovrˆ cambiare, perchŽ  giovane;

e, sazia che sarˆ del di lui corpo,

sĠaccorgerˆ della scelta sbagliata

e sentirˆ il bisogno di cambiare.

Perci˜ metti denaro nella borsa.

Se poi sei proprio deciso a dannarti,

fallo almeno in un modo pi elegante

che non quello dĠandarti ad affogare.

Se la sua santimonia([37])

ed un labile voto maritale

tra un barbaro selvaggio giramondo

ed una superfina veneziana

non sono ostacoli troppo difficili

da superare per la mia scaltrezza,

tu la godrai. Procurati il denaro.

Pensare dĠannegarsi! Un accidente!

Sei maledettamente fuori strada.

Pensa, se mai, a morire impiccato

per esserti goduto il tuo piacere,

invece di pensare ad annegarti

per avervi dovuto rinunciare!

 

RODERIGO -                        Sarai tu cardine alle mie speranze

sĠio persisto a sperare in un buon esito?

 

JAGO -                                  Ci puoi contare. VaĠ, trova il denaro.

TĠho detto tante volte, e ti ripeto,

che il Moro mi sta in odio;

che mi sta a cuore solo la mia causa,

e quella tua con non minor ragione.

Andiamo dunque uniti alla vendetta.

Se puoi farlo cornuto,

procuri a me un piacere, a te un trastullo.

Molti eventi che ancor devono nascere

son nel grembo del tempo. E dunque avanti,

muoviti, su, procurati denaro.

E domani ne riparliamo. Adieu.

 

RODERIGO -                        Dove ci ritroviamo domattina?

 

JAGO -                                  A casa mia.

 

RODERIGO -                                           Ci sar˜ di buon ora.

 

JAGO -                                  Adesso vaĠ. Salute. Siamo intesi?

 

RODERIGO -                        Che cosa, intesi?

 

JAGO -                                                               Niente annegamenti.

 

RODERIGO -                        S“, s“, dĠaccordo, non ci penso pi.

Vado a vendere tutte le mie terre.

 

(Esce)

 

JAGO -                                  Cos“ riesco a fare ancora e sempre

di questo mio zimbello la mia borsa.

Profanerei la mia sudata scienza

a spender tempo con un tal minchione

se non per mio trastullo e mio profitto.

Io odio il Moro; e si crede, di fuori,

chĠegli abbia fatto pure le mie veci

nel mio letto... Non so se ci˜ sia vero;

ma il solo sospettarlo mi fa agire

contro di lui come fosse certezza.

Egli mi stima molto; tanto meglio

potrˆ perci˜ operare su di lui

il mio proposito... Cassio  un bellĠuomo...

Vediamo... escogitare la maniera

dĠottenere il suo postoÉ

Come?... Ecco: passato un certo tempo,

avvelenare lĠorecchio dĠOtello

pian piano insinuandogli che Cassio

 troppo in confidenza con sua moglie.

La sua prestanza, i suoi modi galanti

son fatti apposta per destar sospetto,

per trascinar le donne allĠadulterio.

Il Moro  dĠindole franca ed aperta,

tanto da reputar uomini onesti([38])

quelli che tali son solo di fuori;

si lascerˆ menare per il naso

con la docilitˆ dĠun somarello...

Ecco, ci sono. Il mio disegno  fatto.

Ora tocca allĠinferno ed alla notte

portare questo parto mostruoso

alla luce del mondo.

 

(Esce)


ATTO SECONDO

 

 

 

SCENA I

 

Porto nellĠisola di Cipro

 

Entra MONTANO con due GENTILUOMINI

 

MONTANO -                        (Al 1Ħ Gentiluomo, che sta in piedi su una altura)

Si vede niente da quel promontorio?

 

1Ħ GENTILUOMO -             Nulla di nulla. Il mare  cos“ grosso,

chĠ impossibile scorgere una vela

sulla linea dellĠultimo orizzonte.

 

MONTANO -                        A quanto pare il vento ha urlato forte

in terraferma; mai pi forti raffiche

hanno scosso i bastioni; se sul mare

esso ha infuriato con la stessa forza,

mi chiedo quali costole di quercia

possano ancor tener salda la tacca,([39])

quando montagne d'acqua

si squagliano violente su di esse.

Che aspettarci da ci˜?

 

2Ħ GENTILUOMO -             La dispersione della flotta turca.

ChŽ solo a riguardarlo dalla riva,

il mare gonfio sembra schiaffeggiare

le nubi, e i flutti sbattuti dal vento

colla schiumosa ed alta lor criniera

gettar acqua su acqua verso l'alto

a raffreddare l'ardore dell'Orsa

e ad estinguerne il perenne fuoco.

Non ho mai visto turbamento simile

sulla faccia dell'infuriato flutto.

 

MONTANO -                        Se non sĠ riparata in qualche rada,

la flotta turca  certo andata a picco.

Impossibile chĠabbia resistito.

 

Entra un terzo GENTILUOMO

 

3Ħ GENTILUOMO -             Buone nuove, ragazzi!

La nostra guerra  giˆ bellĠe finita!

Questo impetuoso ed aspro fortunale

ha dato al Turco una tale scrollata

che il suo piano ha sub“to un brusco arresto.

Un nobile vascello di Venezia

ha visto il doloroso lor naufragio

ed il disastro cui  andata incontro

la pi gran parte della loro flotta.

 

MONTANO -                        é vero quel che dite?

 

3Ħ GENTILUOMO -             Quel vascello  da poco entrato in porto:

era una veronese;([40])

nĠ sbarcato testŽ Michele Cassio,

lĠufficiale di prima

del prode Otello; il Moro  anchĠesso in mare

diretto anchĠegli qui, incaricato

del comando supremo sopra Cipro.

 

MONTANO -                        Ne sono lieto. é un degno condottiero.

 

3Ħ GENTILUOMO -             MĠ parso tuttavia che questo Cassio,

pur dicendosi molto confortato

per le perdite della flotta turca,

abbia lĠaria piuttosto preoccupata

pel Moro, e prega che sia salvo,

perchŽ in mare essi furono separati

da una violenta orribile burrasca.

 

MONTANO -                        Preghiamo che lo sia; lĠho giˆ servito,

 uomo che sa bene comandare

come dovrebbe un perfetto soldato.

Ma via, rechiamoci tutti alla riva,

a vedere la nave testŽ entrata,

ed a scrutare insieme lĠorizzonte

pel valoroso Otello,

fino dove lĠocchio si pu˜ spinger oltre

e pu˜ discerner tra lĠaperto mare

e lĠazzurro del cielo.

 

3Ħ GENTILUOMO -             S“, s“ andiamo, perchŽ ogni minuto

si pu˜ aspettare che approdi qualcuno.

 

Entra CASSIO

 

CASSIO -                              Grazie a voi, valorosi cittadini

di questĠisola nobile e guerriera,([41])

per lĠalta vostra stima per il Moro!

Oh, gli apprestino i cieli una difesa

contro lĠimperversar degli elementi,

perchŽ lĠabbiamo perduto di vista

in mezzo a un mare assai pericoloso!

 

MONTANO -                        é salda la sua nave?

 

CASSIO -                              La nave  di robusta costruzione

e il suo nocchiero  uno dei pi esperti

e provati, perci˜ le mie speranze

se non son proprio sazie da morire,

son sottoposte a unĠenergica cura.

 

Grida da dentro: ÒUna vela! Una vela!Ó

Entra un quarto GENTILUOMO

 

CASSIO -                              Che sono queste grida?

 

4Ħ GENTILUOMO -             La cittˆ sĠ svuotata; in riva al mare

gridano in folla: ÒUna vela! Una vela!Ó

 

CASSIO -                              Le mie speranze mi dicevan vero:

 lui,  lui, il nostro comandante.

 

(Colpo di cannone da dentro)

 

2Ħ GENTILUOMO -             Sparano la lor salva di saluto

dalla nave; vuol dir che sono amici.

 

CASSIO -                              (Al 2Ħ Gentiluomo)

Vi prego, monsignore, andate voi

ad accertarvi di chi sta arrivando,

e fateci sapere.

 

2Ħ GENTILUOMO -                                       Volentieri.

 

(Esce)

 

MONTANO -                        (A Cassio)

Ma, ditemi, mio buon luogotenente,

il vostro generale sĠ ammogliato?

 

CASSIO -                              E assai felicemente, vi dir˜.

Ha conquistato il cuor dĠuna fanciulla

che regge al vaglio dĠogni descrizione

la pi entusiasta che si possa farne;

al di lˆ delle lodi pi esaltanti,

dĠogni pi estrosa immaginazione;

al di lˆ dei pi capricciosi voli

delle osannanti penne dei poeti;

e lĠessenziale sua semplicitˆ

stanca ogni artista che voglia descriverla.

 

Rientra il secondo GENTILUOMO

Allora che mi dite, chi  sbarcato?

 

2Ħ GENTILUOMO -             Un certo Jago, lĠalfiere del Moro.

 

CASSIO -                              Ha avuto una felice traversata,

ed anche assai veloce, a quanto pare.

Perfino le tempeste,

i mari gonfi e gli ululanti venti,

le scanalate ed erose scogliere

e le ammassate sabbie,

sommerse insidie allĠinnocente chiglia,

quasi compresi da tanta bellezza

rinunciano allĠusata lor natura

per consentir che passi sana e salva

la divina Desdemona.

 

MONTANO -                                                              Chi ?

 

CASSIO -                              Colei di cui appunto vi parlavo,

capitana del nostro capitano,

da lui lasciata affidata alla scorta

del valoroso Jago il cui arrivo

anticipa di buoni sette giorni

le nostre previsioni. O grande Giove,

proteggi Otello e gonfia la sua vela

col tuo fiato possente,

chĠei possa rallegrare questa baia

con la vista della sua alta prora,

e correr tra le braccia di Desdemona

a calmare il suo ansito dĠamore,

infonder nuova fiamma ai nostri cuori

e recare sollievo a Cipro tutta.

 

Entrano JAGO, DESDEMONA, RODERIGO, EMILIA e gente del seguito

 

Oh, mirate! Il tesoro della nave

 sceso a terra! Uomini di Cipro,

piegate le ginocchia innanzi a lei!

Salute a te, signora! Benvenuta!

Che la divina grazia possa accoglierti

avanti, dietro, sempre, in ogni lato!

 

DESDEMONA -                   Grazie, valente Cassio. Che notizie

del mio signore?

 

CASSIO -                                                           Non  ancora giunto,

e non so altro se non che sta bene,

e dovrebbe approdare qui tra poco.

 

DESDEMONA -                   Oh, chĠio son tanto in pena...

Come  successo che vi siete persi?

 

CASSIO -                              Ci ha divisi la furibonda lotta

fra mare e cielo.

 

(Colpo di cannone da dentro)

 

Ma udite: una vela!

 

(Voci da dentro: ÒUna vela! Una vela!Ó)

 

2Ħ GENTILUOMO -             Dˆnno il loro saluto alla fortezza.

Sono amici anche questi, certamente.

 

CASSIO -                              (Al 2Ħ Gentiluomo)

Andate per notizie.

(A Jago)

Buon alfiere, son lieto di vederti.

(A Emilia)

Benvenuta, signora!... Caro Jago,

non sĠirriti la tua condiscendenza

sĠio faccio sfoggio di galanteria:

 la maniera in cui mĠhanno educato

che mi fa tanto ardito con le donne

da mostrarmi con loro s“ espansivo.

(La bacia)

 

JAGO -                                  SĠella vi desse, signor mio, le labbra

con quella stessa liberalitˆ

con cui con me fa uso della lingua,

povero voi!

 

DESDEMONA -                   (A Jago)

Ma se sta sempre zitta!

 

JAGO -                                  Parla troppo. Lo sperimento sempre,

e specie quando ho voglia di dormire...

Certo, davanti a Vostra Signoria,

lo riconosco, frena un poĠ la lingua,

ma dentro seguita a rimuginare.

 

EMILIA -                               Hai ben poca ragione a dir cos“.

 

JAGO -                                  Eh, fuor di casa voi siete pitture,

e campanelli nei vostri salotti;

siete gatte selvatiche in cucina,

santarelline quando ci ingiuriate

e diavolesse quando vi offendete;

abili attrici a fare le massaie,

buone massaie solamente a letto!

 

DESDEMONA -                   Calunniatore! Vergogna! Vergogna!

 

JAGO -                                  Vergogna un corno! So quello che dico.

Sono un turco se mento. é veritˆ.

Vi alzate la mattina

solo per trastullarvi e stare in ozio,

e andate a letto a lavorar dĠimpegno.

 

EMILIA -                               Non sarai tu a scriver le mie lodi.

 

JAGO -                                  Per caritˆ, non darmi un tale incarico!

 

DESDEMONA -                   E se doveste fare quelle mie,

che scrivereste?

 

JAGO -                                                               Gentile signora,

non mi mettete a fronte a certe strette:

perchŽ io sono nulla, se non critico.

 

DESDEMONA -                   E tuttavia provatevi: coraggio!...

Qualcuno  andato al porto?

 

JAGO -                                                                                  S“, signora.

 

DESDEMONA -                   (A parte)

Non sono certo in vena dĠallegria:

mi sforzo solo di dissimulare

quel che ho dentro, mostrandomi diversa...([42])

(Forte a Jago)

Dunque, allora, che elogio mi fareste?

 

JAGO -                                  Ci sto pensando; ma mĠaccorgo, ahim,

che lĠestro mĠesce fuori dalla zucca

come il vischio da un panno di lanetta;

e strappa via cervello e tutto il resto.

Ma la mia musa ha le doglie del parto

ed ecco quello chĠessa dˆ alla luce:

 

ÒSĠella  leggiadra e saggia,([43])

Òtra bellezza e saggezza,

Òquesta userˆ per sŽ,

Òe altri useranno lĠaltraÓ.

 

DESDEMONA -                   Non cĠ male. E se invece  nera e saggia?

 

JAGO -                                                ÒSe  nera ed ha saggezza,

Òtroverˆ sempre un bianco

ÒchĠami la sua negrezzaÓ.

 

DESDEMONA -                   Di bene in meglio.

 

EMILIA -                                                              E sĠella  bella e stolta?

 

JAGO -                                                ÒDonna bella non fu mai donna stolta,

Òse quella sua stoltezza

Òad avere un erede fu rivoltaÓ.([44])

 

DESDEMONA -                   Questi son vecchi sciocchi paradossi

da far rider gli idioti nelle bettole.

Qual sorte miseranda avete in serbo

per una donna che sia brutta e stolta?

 

JAGO -                                                ÒAl mondo non son donne stolte e brutte

Òche non facciano quello che fan tutteÓ.

 

DESDEMONA -                   O penosa ignoranza!

Tu lodi meglio tutto quel che  peggio!

Ma che lode offriresti a quella donna

che per lĠaltezza della sua virt

ne avesse giusto riconoscimento

perfino da un maligno maldicente?

 

JAGO -                                                ÒDonna bella e non altera

Òparl˜ sempre veritiera,

Òse non fu giammai ciarliera.

ÒSe ricchezze ella ebbe a josa,

Ònon fu mai troppo pomposaÓ.

ÒRifugg“ dal dir: ÒVorrei,

Òpur dicendo: ÒLo potreiÓ.

ÒSe irritata sa ordinare

Òa se stessa di interdire

Òogni stimolo a reagire,

Òe lĠoffesa dissipare.

ÒSe non fu mai cos“ frale

Òdi cervello da scambiare

Òuna testa di merluzzo

Òper la coda dĠuno struzzo;

ÒsĠ capace di pensare

Òe il pensiero suo celare;

Òse sa il viso non voltare

Òa guardar gli spasimanti

Òche la seguono galanti,

Òquella  s“ la donna adatta,

Òse mai venne in mezzo a tante

Òuna femmina s“ fatta.Ó

 

DESDEMONA -                   Adatta a che?

 

JAGO -                                                          Ad allattar citrulli,

e a registrare i conti della spesa.([45])

 

DESDEMONA -                   O storpissima e sterile morale!

Emilia, tu non imparar da lui,

anche sĠ tuo marito.

Che dite, Cassio? Non sembra anche a voi

un profano e sboccato consigliere?

 

CASSIO -                              Parla come gli viene, a briglia sciolta.

Si fa apprezzare pi come soldato,

senza dubbio, che come letterato.

 

JAGO -                                  (A parte)

Oh, la prende per mano. Bene, bene!

E le sussurra qualcosa allĠorecchio...

Con unĠesile rete come questa

sapr˜ ben impigliare un calabrone

come Cassio... S“, s“, falle un sorriso!

E poi un altro... TĠimpastoier˜

nei ceppi del tuo stesso corteggiare.

Hai detto bene, son come tu dici;

io, e se questi tuoi divertimenti

ti costeranno la luogotenenza

assai meglio per te sarebbe stato

che ti fossi baciato meno spesso

le punte delle tue tre dita unite,

come vedo che fai ancora adesso

per darti lĠaria di bel damerino.

Ah bene!... Un baciamano ed un inchino!...

Eccellente! Cos“!... Bene davvero!

E ancora le tre dita sulle labbra...

Come vorrei, per il tuo stesso bene,

che fossero tre canne di clistere!

 

(Squillo di tromba da dentro)

Il Moro. Riconosco la sua tromba.

 

CASSIO -                              Infatti.

 

DESDEMONA -                               Andiamo tutti ad incontrarlo.

 

CASSIO -                              Non cĠ bisogno: eccolo che viene.

 

Entra OTELLO con seguito

 

OTELLO -                              (A Desdemona che gli corre incontro)

Oh, mia bella guerriera!

 

DESDEMONA -                                                           Otello caro!

 

OTELLO -                              La meraviglia di trovarti qui

giunta prima di me,  tanto grande

quanto la mia lietezza, gioia mia!

Se seguono bonacce come questa

a una tempesta in mare,

soffino i venti da svegliar la morte,

e sĠarrampichi la mia stracca nave

sulla cima delle spumose creste

alte quanto lĠOlimpo,

per tuffarsi di nuovo nellĠabisso,

per quanto dista il cielo dallĠinferno!

Se morte ci cogliesse in questo istante,

sarebbe la felicitˆ suprema,

perchŽ mi sento lĠanima pervasa

da un gaudio s“ assoluto,

che pi grande non potrˆ mai serbarmi

lĠignoto mio destino.

 

DESDEMONA -                   Voglia il cielo che questo nostro amore

e questo nostro ineffabile gaudio

sĠaccrescano col volgere dei giorni!

 

OTELLO -                              Cos“ fate che sia, benigni dei!

Non so manifestar colle parole

quello che provo: mi fa nodo qui,

 troppo grande gioia!

(La bacia)

E questo...

(La bacia ancora)

... e questoÉ

sian sempre le maggiori discordanze

che possan far tra loro i nostri cuori!

 

JAGO -                                  (A parte)

Oh, intonˆti lo siete adesso, e come!

Ma io, da quellĠonestĠuomo che sono,

sapr˜ ben allentarvi tutti i bischeri

che producono questa bella musica!

 

OTELLO -                              Vieni, avviamoci verso il castello.

Notizie, amici: la guerra  finita.

LĠOttomano  sepolto in fondo al mare.

Come vanno le vecchie conoscenze

mie di questĠisola?

(A Desdemona)

Mia cara, a Cipro,

vedrai, sarai da tutti benvoluta.

Ho ritrovato sempre un grande affetto

in mezzo a questa gente...

Ma mĠaccorgo che vo parlando troppo...

La grande gioia mi fa vaneggiare...

Jago, ti prego, rcati gi al porto

e faĠ portare a terra il mio bagaglio.

Poi accompagna il nostromo alla rocca.

SĠ dimostrato un ottimo nocchiero:

la sua bravura merita rispetto.

Vieni Desdemona. Ancora una volta,

bene incontrata a Cipro, anima mia!

 

(Escono tutti, meno Jago e Roderigo)

 

JAGO -                                  Tra poco vieni a raggiungermi al porto.

Ascolta: se sei uomo di coraggio

- dacchŽ, come si dice, anche i vigliacchi,

quando si dˆ che siano innamorati,

acquistano una nobiltˆ maggiore

di quella che si portan dalla nascita -

sentimi bene. Il suo luogotenente

stanotte veglia nel corpo di guardia.

Per prima cosa debbo dirti questo:

non cĠ barba di dubbio che Desdemona

di lui  innamorata.

 

RODERIGO -                                                         Ma che dici!

Di lui! Di Cassio? No, non  possibile!

 

JAGO -                                  Metti il dito cos“,

(Gli prende la mano e gli mette un dito in su per le labbra,

come a chiudergli la bocca)

e lascia che istruisca la tua anima.

Guarda con che veemenza di passione

sĠ di colpo invaghita di quel Moro,

sol perchĠegli le ha fatto lo spaccone

dandole a bere fantasiose bubbole.

Credi che possa amarlo ancor per molto,

sol perchŽ sa ciarlare?

Che non lo creda il tuo vigile cuore!

Di ben altra pastura devono pascersi

i suoi occhi! Che gusto le pu˜ dare

contemplare la faccia del demonio?

Una volta che il sangue sia acquietato,

intorpidito al gioco dellĠamore,

quel che ci vuole a infiammarlo di nuovo

e ad accendere nuovo appetito

alla sua sazietˆ,  pari etˆ

e leggiadria dĠaspetto, equivalenza

di modi e di bellezza, tutte cose

di che  sprovvisto il Moro.

Ora, lĠassenza di queste attrattive,

che pur nellĠuomo sono necessarie,

farˆ s“ che la sua delicatezza

finirˆ per sentirsi disillusa,

ella comincerˆ ad averne nausea,

e sarˆ poi la stessa sua natura

a disgustarla e farle odiare il Moro,

sospingendola verso unĠaltra scelta.

Ora, amico, se tutto ci˜  sicuro

- ed il ragionamento mi par ovvio,

e non forzato - chi, meglio di Cassio,

 piazzato a toccar questa fortuna?

Un briccone che sa parlar fiorito,

dotato di quel tanto di coscienza

che basta a dargli un abito esteriore

di maniere civili e dĠonestˆ,

per meglio secondar le sue tendenze

a salaci ed ipocrite lascivie...

Chi pi adatto di lui? Nessuno al mondo.

Un viscido e sottile manigoldo,

uno chĠ sempre a caccia dĠoccasioni,

con lĠocchio esperto a fabbricar vantaggi

per il suo tornaconto e a contraffarli

anche dove vantaggio non gli torni;

infine, un infernale lestofante.

E poi il briccone  giovane e belloccio

e ha tutti i requisiti ricercati

dalla stupiditˆ e lĠinesperienza:

un furfante pestilenziale, insomma.

E la donna lĠha giˆ ben adocchiato.

 

RODERIGO -                        Questo di lei non posso proprio crederlo,

piena comĠ di sante qualitˆ!

 

JAGO -                                  Sante un fico! VaĠ lˆ, chĠ fatto dĠuva

anche il suo vino!... Fosse stata santa

mai si sarebbe invaghita del Moro!

Che bella santitˆ, di latte e miele!([46])

 

RODERIGO -                        Era un gesto di pura cortesia.

 

JAGO -                                  Libidine! Mi giocherei la vita!

Cominciamento, inizio, oscuro prologo

dĠuna storia dĠosceni desideri!

Si sono avvicinati cos“ a pelo

con le labbra, che i fiati sĠabbracciavano.

Pensieri scellerati, Roderigo!

Quando scambievolezze di tal sorta

si fanno avanti a spianare la strada,

le segue a ruota lĠatto principale,

la conclusione di due corpi uniti...

Che schifo!... Amico, lasciati guidare;

non tĠho condotto io, qui, da Venezia?

Stanotte veglierai, sarai di guardia;

ti far˜ avere lĠordine io stesso.

Cassio non ti conosce.

Io star˜ l“ nei pressi, sottomano.

Trova un pretesto per farlo arrabbiare,

o collĠalzar con lui troppo la voce,

o contestando la sua disciplina,

o con altro pretesto che vorrai,

e che ti suggerisca lĠoccasione.

 

RODERIGO -                        DĠaccordo.

 

JAGO -                                                     Bada, lĠuomo  temerario

e facile alla collera e alle mani;

e potrˆ spingersi anche a colpirti;

ma proprio a tanto devi trascinarlo,

perchĠio ne possa poi trarre motivo

per sollevargli contro questa gente

aizzandola col far loro intendere

che non potranno assaporar la pace

finchŽ Cassio non sia tolto di mezzo.

Cos“ potrai trovare raccorciata

la strada al viaggio dei tuoi desideri,

grazie ai mezzi chĠavr˜ io messo in opera

per secondarli, una volta abbattuto

lĠimpedimento che precluderebbe

ogni nostra speranza di successo.

 

RODERIGO -                        Far˜ come tu dici,

se mĠassicuri di poter condurre

a buon fine la cosa.

 

JAGO -                                                                   Garantito.

Troviamoci pi tardi su alla rocca.

Per il momento mi devo occupare

di scaricare a terra il suo bagaglio.

A pi tardi.

 

RODERIGO -                                           Va bene. Arrivederci.

 

(Esce)

 

JAGO -                                  Che Cassio sia di lei innamorato,

ne son convinto. ChĠella lo ricambi,

 consonante, ed assai verosimile.

Il Moro, pur sĠio non so sopportarlo,

 di natura nobile, costante,

affettuosa, e so giˆ che per Desdemona

si scoprirˆ un carissimo marito.

Ma debbo confessare che anchĠio lĠamo,

e non per pura e semplice lussuria,

benchŽ mi debba riconoscer reo

dĠun non minor peccato, ma a ci˜ spinto

in parte per saziar la mia vendetta;

perchŽ sospetto che lĠingordo Moro

sia montato a inforcare la mia sella:

un pensiero che mi corrode dentro

come un veleno, ed a placare il quale

altro non so che dargli il contraccambio

a pareggiar con lui moglie per moglie;

o, se ci˜ non dovesse riuscirmi,

iniettargli nellĠanimo

una dose talmente virulenta

di gelosia, che la ragione sua

non basti pi a curare.

E a tal fine se questo straccio dĠuomo

che mi porto al guinzaglio da Venezia

per frenarlo nellĠaffannosa caccia,

mi regge la battuta,([47]) questo Cassio

lĠavr˜ completamente in mio potere

e lo diffamer˜ davanti al Moro

nel modo pi garbato e suadente

(chŽ, tra lĠaltro, ho il sospetto che anche Cassio

abbia indossato la mia papalina),([48])

fino a ottener che il Moro, a conclusione,

mi ringrazi, mi prenda in simpatia

e mi compensi per averlo fatto

un alto e rispettabile somaro,

e per avergli tolto pace e quiete

fino a ridurlo pazzo.

Ecco, se pur ancora un poĠ confusa,

la mia trama. Ma la ribalderia

mai non discopre la sua vera faccia

avanti chĠessa sia messa ad effetto.

 

(Esce)

 

 

SCENA II

 

Cipro, una strada

 

Entra lĠARALDO di Otello. Folla di popolani.

 

ARALDO -                            é volontˆ di Otello,

nostro nobile e prode generale,

dopo notizie certe testŽ giunte

circa il disastro della flotta turca,

che ciascun abitante di questĠisola

si metta in festa: chi intrecciando danze,

chi accendendo fal˜,

si dia ciascuno

a quella sorta di divertimento

che glĠispiri la propria condizione;

chŽ in pi di queste felici notizie,

egli vuol festeggiare le sue nozze.

Tanto gli era gradito proclamare.

Tutti gli uffici([49]) sono aperti al pubblico,

con piena libertˆ di banchettare

dalla presente ora delle cinque

ai tocchi di campana delle undici.([50])

Iddio protegga lĠisola di Cipro,

e Otello, nostro degno condottiero.

 

(Escono tutti)

 

 

SCENA III

 

Una sala del castello

 

Entrano OTELLO, DESDEMONA, CASSIO e altri

 

OTELLO -                              (A Cassio)

Buon Michele, provvedi tu stanotte

al servizio di guardia: sarˆ bene

che insegniamo a noi stessi a contenerci

entro i limiti della discrezione,

onorevole freno per ciascuno.

 

CASSIO -                              Jago ha avuto istruzioni sul da farsi;

ma, nonostante ci˜, sar˜ io stesso

a vigilar su tutto coi miei occhi.

 

OTELLO -                              Jago  persona quanto mai onesta.

Buona notte, Michele.

Domani passa da me di buonĠora.

Debbo parlarti.

(A Desdemona)

Andiamo amore mio.

Fatto lĠacquisto, han da seguire i frutti;

e noi due non ne abbiamo ancora colti.([51])

 

(Escono Otello, Desdemona e seguito)

Entra JAGO

 

CASSIO -                              Salve, Jago. Dobbiamo andar di guardia.

 

JAGO -                                  Non subito, per˜, luogotenente.

Le undici non sono ancor suonate.

Il generale ci ha lasciato prima

per correr tra le braccia di Desdemona;

nŽ del resto possiamo biasimarlo,

dal momento che non sĠ ancor goduto

una notte dĠamore insieme a lei.

Ed ella  veramente un bocconcino

degno di Giove.

 

CASSIO -                                                        Un dama squisita.

 

JAGO -                                  Saporitissima, cĠ da giurarlo.

 

CASSIO -                              Una creatura fresca e delicata.

 

JAGO -                                  E che occhi! Par quasi che ti suonino

a parlamento, per provocazione.

 

CASSIO -                              Occhi invitanti, s“,

e pur pieni di virginal pudore.

 

JAGO -                                  E quando parla!... Un richiamo allĠamore!

 

CASSIO -                              La perfezione stessa, in carne e ossa.

 

JAGO -                                  Bene, felicitˆ alle lor lenzuola!

Qua, qua, luogotenente:

ho in serbo un bel boccale di buon vino,

e cĠ qui fuori una coppia di giovani

della migliore societˆ di Cipro

che vogliono brindare insieme a noi

al nero Otello.

 

CASSIO -                                                      No, non questa sera,

caro Jago. Non reggo molto il vino,

mi dˆ alla testa. Vorrei che dagli uomini

si potesse inventar qualche altra usanza

per trascorrere il tempo in compagnia.

Non  per scortesia.

 

JAGO -                                                                   Ma sono amici!...

Solo un bicchiere. Berr˜ io per voi.

 

CASSIO -                              Ne ho giˆ bevuto un bicchiere stasera,

uno soltanto, e per giunta annacquato,

e guarda qui lĠeffetto che mi fa.([52])

Sono davvero assai mortificato

di questa specie di mia malattia,

ma non mĠarrischio a mettere in pericolo

ulteriormente la mia debolezza.

 

JAGO -                                  Evvia, questa  una notte di baldoria!

Quei giovanotti ci tengono molto.

 

CASSIO -                              Dove sono?

 

JAGO -                                                        Qui, fuori. Ve ne prego,

andate voi a dir loro di entrare.

 

CASSIO -                              Vado; ma non ne ho proprio molta voglia.

 

(Esce)

 

JAGO -                                  Se arrivo ad appioppargli anche un bicchiere,

con lĠaltro che ha bevuto giˆ stasera,

diventerˆ ringhioso e attaccabrighe

come il cagnetto della mia ragazza.([53])

Stasera quello stolido malato

di Roderigo, che par che lĠamore

abbia voltato tutto sottosopra

come una fodera pel verso storto,

sĠ tracannato un gotto dopo lĠaltro

per libare a Desdemona; e tra poco

dovrˆ venire a montare di guardia.

Ho provveduto intanto ad eccitare,

a forza di abbondanti libagioni,

tre altri baldanzosi giovinotti:

gente di Cipro: che tiene allĠonore

come alla propria pelle,

la crema di questĠisola guerriera.

E anchĠessi son di guardia questa notte.

Ora, fra questo branco dĠubriachi

sarˆ affar mio aizzare il nostro Cassio

a qualche gesto che suoni oltraggioso

per lĠisola. Ma eccoli che arrivano.

 

Entrano CASSIO, MONTANO e alcuni GENTILUOMINI

Seguono servi recando vino

 

CASSIO -                              Dio santo, giˆ mĠhan dato una trincata!

 

MONTANO -                        S“, ma piccola; manco mezza pinta,

parola di soldato.

 

JAGO -                                                               Olˆ, del vino!

 

(Mentre i servi recano boccali di vino, canta)

ÒI boccali tintinnino, tin tin,

ÒTintinni ogni boccale,

Òun soldato  mortale

Òe la vita  s“ frale!

ÒChe ognuno vuoti dunque il suo boccale!Ó

 

Ragazzi, un poĠ di vino!

 

CASSIO -                              Una bella canzone, giuraddio.

 

JAGO -                                  LĠho imparata quandĠero in Inghilterra

dove sono davvero formidabili

quanto a reggere il vino; appetto a loro

i Danesi, i Tedeschi e gli Olandesi

coi lor pancioni... (Avanti, su, bevete),

son proprio niente.

 

CASSIO -                                                               Ah, s“, davvero, eh?

LĠInglese  cos“ forte bevitore?

 

JAGO -                                  Eh, tracanna con tal disinvoltura

da ridurti il Danese morto fradicio

in due battute; nŽ deve sudare

per far fuori il Tedesco; e lĠOlandese

te lo fa vomitare prima ancora

di riempirsi il prossimo boccale.

 

CASSIO -                              Propongo una bevuta alla salute

del nostro beneamato generale!

 

MONTANO -                        Ed io sono con voi, luogotenente,

e volentieri onoro il vostro invito.

 

JAGO -                                  Oh, la dolce Inghilterra!...

(Canta)

ÒRe Stefano, degnissima persona,

Òpag˜ per le sue braghe una corona;

Òma poi stim˜ che fosser troppo care

Òper sei soldi; perci˜ mand˜ a chiamare

Òil vile sarto e lo feĠ bastonare.

ÒEra uomo di grande potentato,

Òma di bassa statura.

ÒLa boria  la rovina dĠogni stato;

Òtu tieniti la tua vecchia monturaÓ.

Ancora vino, ohŽ!...

 

CASSIO -                                                               E bravo Jago!

Questa canzone  meglio della prima.

 

JAGO -                                  Volete allora che ve la ricanti?

 

CASSIO -                              No, no, che trovo indegno del suo rango

chi sĠabbandona a fare queste cose.

Bene, Dio  lass, sopra di noi;

ed anime ci sono da salvare,

ed anime ci son da non salvare.

 

JAGO -                                  Sacrosanto, mio buon luogotenente.

 

CASSIO -                              Io senza offesa per il generale

e per i gentiluomini suoi pari,

spero dĠesser di quelle da salvare.

 

JAGO -                                  E cos“ spero anchĠio, luogotenente.

 

CASSIO -                              S“, ma dopo di me, se non ti spiace:

prima il luogotenente, poi lĠalfiere.

Basta, badiamo alle nostre faccende.

E dei peccati ci perdoni Iddio.

Signori, attenti a quel che sĠha da fare.

Non crediate chĠio sia avvinazzato.

Ecco, questo  il mio alfiere...

la mia mano... la destra... la sinistra...

Dunque, vedete, non sono ubriaco.

Mi reggo bene in piedi,

ed ho la lingua sciolta...

 

TUTTI -                                                                          Anzi, scioltissima!

 

CASSIO -                              Ecco, allora, vedete? Tutto a posto.

Ubriaco non sono. Non pensatelo.

 

(Esce)

 

MONTANO -                        Ai bastioni, signori!

Venite, disponiamo per la guardia.

 

JAGO -                                  Ecco, vedete voi

questi chĠ appena uscito innanzi a noi?

é un ottimo soldato,

degno di stare a fianco a Giulio Cesare,

e di guidare qualsiasi campagna...

Peccato - avete visto - quel suo vizio:

 lĠesatto equinozio, il parallelo

dei suoi meriti, lungo come loro.

Temo che la fiducia in lui riposta

da Otello non finisca per causare,

proprio a cagione di questo suo vizio,

qualche sconquasso in questa vostra isola.

 

MONTANO -                        é spesso in quello stato?

 

JAGO -                                  é lĠordinario suo preludio al sonno;

e se lĠubriachezza non lo culla,

 capace di rimanere sveglio

per tutto un doppio giro del quadrante.([54])

 

MONTANO -                        Sarebbe bene metter sullĠavviso

il generale. Forse non lo vede,

e nella sua generosa natura

 portato piuttosto ad apprezzare

le pur pregiate qualitˆ di Cassio,

che non porre attenzione ai suoi difetti.

Dico bene?

 

Entra RODERIGO. Jago gli va subito vicino e, senza rispondere a Montano, gli sussurra a parte:

 

JAGO -                                                        Ti prego, corri, vaĠ,

segui il luogotenente. Presto! Fila!

 

(Esce Roderigo)

 

MONTANO -                        é un peccato per˜ che il degno Moro

metta a rischio un ufficio s“ importante

affidandolo ad uno come lui,

cos“ indurito in questo suo viziaccio.

Sarebbe azione onesta dirlo al Moro.

 

JAGO -                                  Non sar˜ certo io,

nemmeno in cambio di tutta questĠisola!

Voglio assai bene a Cassio

e sarei pronto a fare non so quanto

per curarlo da tale infermitˆ.

 

(Grida da dentro: ÒAiuto! AiutoÓ)

Ma silenzio, che sono queste grida?

 

Entra di corsa CASSIO, con la spada in pugno inseguendo RODERIGO, che si va a riparare dietro a JAGO.

 

CASSIO -                              Sangue di Cristo! Becero cialtrone!

Manigoldo!...

 

MONTANO -                                                Che cĠ, luogotenente?

 

CASSIO -                              Questo fior di gaglioffo,

venirmi ad insegnare il mio dovere!

Ma io lo stritolo, fino a ridurlo

paglia per damigiane!

 

RODERIGO -                                                           A me?

 

CASSIO -                                                                              Marrano!

Vigliacco! E ardisci pure alzar la voce?

 

(Lo percuote)

 

MONTANO -                        (Intromettendosi per fermarlo)

No, no, luogotenente, ve ne prego,

cercate di tener le mani a freno.

 

CASSIO -                              (Divincolandosi)

Niente affatto! Lasciatemi, signore,

o vi do sulla zucca pure a voi!

 

MONTANO -                        Andiamo, calma, via, siete ubriaco!

 

CASSIO -                              Io, ubriaco?

 

(Va con la spada contro Montano, che  costretto ad estrarre la sua e a difendersi)

 

JAGO -                                  (A parte a Roderigo)

Corri, via, vaĠ fuori

e grida alla sommossa... Presto, via!

 

(Esce Roderigo)

 

(Ai due contendenti)

No, non cos“, mio buon luogotenente!

Per caritˆ di Dio, signori miei!

Aiuto, oh!... Luogotenente, diamine!

Signor Montano, su, signor Montano!

(Accorre gente)

Aiutatemi voi, signori! Aiuto!...

Che bel turno di guardia, questa notte!

(Rintocchi di campana)

La campana... Chi suona la campana?

Diablo, ohŽ! Sveglieranno la cittˆ!

Per lĠamore di Dio, luogotenente,

fermo! Vi costerˆ vergogna eterna!

 

Entra OTELLO con seguito

 

OTELLO -                              Beh, che succede qui?

 

MONTANO -                                                              Sangue di Cristo!

Io perdo sangue, son ferito morte!

 

OTELLO -                              Via quelle spade, per le vostre vite!

 

JAGO -                                  Fermi, fermi!... Suvvia, luogotenente!

Montano, signor mio... Evvia, signori!

Davvero avete perso ogni nozione

del luogo dove siete, del dovere?

Fermatevi! Vi parla il generale...

Smettetela di battervi, vergogna!

 

(I due cessano di affrontarsi)

 

OTELLO -                              Ebbene, da che cosa ha avuto origine

questa indegna gazzarra?

Siam forse diventati tutti turchi

per farci tra di noi lĠuno con lĠaltro

quel che il ciel ha impedito agli Ottomani?

Per pudor di cristiani,

cessate questa barbara contesa!

Il primo che osa fare un solo passo

per dare sfogo al bestial suo furore

fa poco conto della propria anima,

perchŽ appena si muove,  un uomo morto.

Zittite quellĠorribile campana!

Mi sparge lo spavento in tutta lĠisola.

Insomma, via, signori, che  successo?

Onesto Jago, tu che stai l“ pallido

dallĠangoscia che sembri un morto, parla:

chi lĠha iniziato questo tafferuglio?

Per lĠamor tuo, te lĠordino.

 

JAGO -                                                                               Non so.

Tutti amici fino a un momento fa,

e dĠamore e dĠaccordo tutti e due,

da somigliar davvero a due sposini

che si spoglino per andare a letto,

quandĠecco, tuttĠa un tratto,

come se qualche maligno pianeta

avesse tolto agli uomini il giudizio,

li vedo trar le spade

ed avventarsi lĠuno contro lĠaltro,

ecco, in uno scontro sanguinoso.

Io non so dir comĠabbia avuto inizio

questa querela stolta e dissennata,

per˜ vorrei piuttosto aver perduto

in qualche pi glorioso fatto dĠarme

queste gambe che mĠhan portato qui

ad essere coinvolto in questa rissa.

 

OTELLO -                              (A Cassio)

ComĠ stato, Michele,

che hai potuto dimenticar te stesso

a tal punto?

 

CASSIO -                                                    Signore, perdonatemi,

non sono in condizione di rispondervi.

 

OTELLO -                              Ed anche voi, valoroso Montano,

sempre cos“ cortese e tollerante,

voi, di cui tutti conoscono a Cipro

la dignitosa calma ed il cui nome

 pur tenuto in grande estimazione

sulla bocca dei pi gravi censori,

qual cagione ha potuto mai condurvi

a lasciare cos“ allĠaltrui mercŽ

la vostra universale buona fama,

e a barattar il vostro ricco credito

con la nomea di cercator di risse

e notturni schiamazzi? Rispondete!

 

MONTANO -                        Nobile Otello, son ferito a morte...

Jago, il vostro ufficiale, pu˜ informarvi

- mi devo risparmiare le parole

perchŽ il parlare mi potrebbe nuocere -

di tutto quel che potrei dirvi io...

Io so di non avere detto o fatto

nulla di male ad alcuno, stanotte:

a meno che non sia talvolta un vizio

la pietˆ che si sente per se stessi,

e sia colpa cercare di difendersi

quando lĠaltrui violenza ci aggredisce.

 

OTELLO -                              Ora davvero, per il cielo, il sangue

comincia a prendersi in me il sopravvento

anche sulle mie guide pi sicure,

e la cieca passione,

obnubilando il mio miglior giudizio,

tenta essa stessa di farmi da guida:

sol chĠio mi muova, o alzi questo braccio,

i migliori tra voi son destinati

a sprofondare nella mia censura.

Voglio sapere come sĠ creata

questĠindegna gazzarra, e chi lĠha accesa;

e chi dĠun tal delitto  responsabile,

fosse pur egli mio fratel gemello,

venuto al mondo nello stesso parto,

mi perderˆ per sempre come tale!

E che! Nel cuore dĠuna cittˆ in guerra,

ancor tutta pervasa dallĠorgasmo,

con la gente che ancora ha il cuore in gola

per la paura, voi, in piena notte,

scatenate una rissa e per di pi

proprio allĠinterno del corpo di guardia

preposto alla comune sicurezza?

é mostruoso! Chi lĠha iniziata, Jago?

 

MONTANO -                        (A Jago)

Se per parziali nodi dĠamicizia

o per spirito di cameratismo

tu dici un briciolo di pi o di meno

di quella chĠ la pura veritˆ,

tu non sei un soldato.

 

JAGO -                                  (A Otello)

Non vogliate toccarmi s“ da presso;

vorrei vedermi tagliata la lingua

piuttosto che sentirle dire cosa

che suoni offesa per Michele Cassio.

Ma son convinto di non fargli torto

a dir le cose come sono andate.

I fatti sono questi, generale:

Montano ed io stavamo discorrendo,

ed ecco che di corsa arriva un tale

gridando: ÒAiuto! Aiuto!Ó; e dietro Cassio,

con la spada sguainata per ucciderlo.

(Accennando a Montano)

Questo signore sbarra il passo a Cassio,

cercando di fermarlo e di calmarlo,

mentrĠio mi do ad inseguire quellĠaltro,

per evitare che a quelle sue grida

si spaventasse tutta la cittˆ,

come poi  successo.

SenonchŽ, pi veloce, quello lˆ

mi sfugge. Torno allora suoi miei passi,

avendo udito un cozzare di spade

e la voce di Cassio che imprecava:

cosa che mai, prima

di questa notte, devo proprio dirlo,

mĠera accaduto di udire da lui.

Ritornato sul posto, appena dopo,

- la mia assenza era stata assai breve -

ti trovo questi due che sĠaffrontavano

a corpo a corpo, con colpi e ferite,

come li avete sorpresi voi stesso,

quando testŽ veniste a separarli.

Ma gli uomini, si sa, son sempre uomini

e succede talvolta anche ai migliori

dĠobliare se stessi; anche se Cassio

ha conciato Montano male assai:

chŽ gli uomini, se perdono le staffe,

stranamente si vanno ad accanire

su coloro che voglion loro bene.

Ma Cassio, credo, deve aver sub“to,

sicuramente un qualche grave insulto

da quel tale che gli fuggiva innanzi,

per perdere a tal punto la pazienza.

 

OTELLO -                              Jago, capisco che la tua onestˆ

e lĠaffezione che nutri per Cassio

ti portino a cercar dĠattenuare

la gravitˆ dĠun simile fattaccio,

per far sembrar pi lieve la sua colpa.

(A Cassio)

Michele Cassio, io tĠamo;

ma non sarai mai pi un mio ufficiale.

 

Entra DESDEMONA con seguito

 

Guarda, perfino il mio gentile amore

sĠ dovuto levare, a causa tua!

Far˜ di te un esempio.

 

DESDEMONA -                                                         Che  successo?

 

OTELLO -                              Ora tutto  tranquillo, amore mio.

Vieni, torniamo a letto.

(A Montano)

Quanto alle vostre ferite, signore,

mi far˜ io stesso vostro medico.

(A quelli del seguito)

Conducetelo dentro.

 

(Esce Montano, sorretto da alcuni)

Tu, Jago, vaĠ dattorno per le strade,

e tranquillizza diligentemente

quanti sono rimasti sconcertati

di questa indegna rissa.

(A Desdemona)

Vieni, cara:

appartiene alla vita di soldato

vedersi disturbato il proprio sonno

da simili baruffe. Vieni, andiamo.

 

(Escono tutti, tranne Jago e Cassio)

 

JAGO -                                  Luogotenente, che! Siete ferito?

 

CASSIO -                              S“, al di lˆ dĠogni cura di chirurgo.

 

JAGO -                                  Oh, che Dio non lo voglia!

 

CASSIO -                              LĠonore, Jago, lĠonore, lĠonore!

Ah, ho perduto lĠonore!

Tutto quello che avevo dĠimmortale!

Non mi resta che quel chĠ animalesco.

Il nome, Jago! La reputazione!

 

JAGO -                                  Eh, vivaddio, parola dĠonestĠuomo,

ho creduto che aveste ricevuto

chi sa quale ferita al vostro corpo,

chŽ quella s“ che la si sente addosso,

altro che la reputazione, diamine!

Reputazione! UnĠidiota impostura,

falsa ed inutile quantĠaltre al mondo,

troppe volte acquistata senza merito,

troppe volte perduta senza colpa!

Voi non avrete perduto la vostra

finchŽ a stimare dĠaverla perduta

non sarete voi stesso e nessun altro.

Coraggio! Ci sono tante buone vie

per ingraziarvi ancora il generale.

Siete incappato nel suo malumore,

nulla di pi: ma  una punizione

dettata pi dallĠopportunitˆ

che da vero rancore,

come di chi, sapendolo innocente,

bastonasse il suo cane al solo scopo

di far paura a un feroce leone.

Tornate ad implorarlo e sarˆ vostro.

 

CASSIO -                              Preferisco implorare il suo disprezzo

che ingannare un s“ bravo comandante

rivelandomi come un ufficiale

cos“ balordo, cos“ ubriacone

e cos“ scervellato... Ubriacarsi!...

E ciangottare come un pappagallo!

E attaccar briga! E rodomonteggiare!

E bestemmiare! E mettersi a discorrere

boriosamente con la propria ombra!

O invisibile spirito del vino!

Se non hai altro nome cui rispondere,

io te lo affibbio: chiamati ÒdemonioÓ!

 

JAGO -                                  Ma chi era colui

che inseguivate con la spada in pugno?

Che vĠaveva fatto?

 

CASSIO -                                                               Proprio non lo so.

 

JAGO -                                  Possibile, signore?

 

CASSIO -                              Mi ricordo una quantitˆ di cose

ma nulla con chiarezza: una contesa,

una rissa, ma non per qual motivo..

Oh, Santo Dio, che debbano i mortali

cacciarsi loro stessi nella bocca

un nemico che ruba loro il senno,

e con gioia, piacere e gozzoviglio

si debban trasformare in tante bestie!

 

JAGO -                                  Vedo, per˜ che vi siete ripreso

piuttosto bene... Come avete fatto?

 

CASSIO -                              é che il diavolo dellĠubriachezza

sĠ degnato di cedere il suo posto

al diavolo dellĠira: una magagna

ne fa venire su in palese unĠaltra

per meglio farmi disprezzar me stesso.

 

JAGO -                                  Evvia, siete un severo moralista!

Certo, tenuto conto del momento,

del luogo e dello stato del paese,

avrei di tutto cuore preferito

che questo fatto non fosse accaduto.

Ma dal momento chĠ andata cos“,

cercate dĠaggiustarla per il meglio.

 

CASSIO -                              Chiedergli di rimettermi al mio posto?

Mi dirˆ che non sono che un beone;

e avessi tante bocche quante lĠIdra,([55])

questo le tapperebbe tutte insieme...

Ah, essere un cervello che ragiona,

e andare a poco a poco a istupidirsi,

e subito una bestia!... Strana cosa!

Ogni bicchiere in pi  maledetto,

ci sta dentro il demonio.

 

JAGO -                                                                          Evvia, evvia,

che il vino  stato sempre un buon parente,

se lo trattiamo come si conviene!

Finitela di fargli lĠanatema!

E voglio credere, luogotenente,

che non abbiate dubbi sul mio affetto.

 

CASSIO -                              NĠho avute tante prove... Io ubriaco!...

 

JAGO -                                  Voi, o qualsiasi altro dei mortali

pu˜ ben ubriacarsi, qualche volta.

Vi dir˜ io quel che dovete fare.

La signora del nostro generale

 lei, adesso, il vero generale:

posso dirlo parlando con rispetto,

perchĠegli  dedicato, anima e corpo,

alla contemplazione - attento bene! -

delle sue grazie e della sua persona.([56])

Confidatevi a lei, a cuore aperto,

sollecitatene lĠintercessione

per aiutarvi a riavere il posto.

Ella  dĠindole aperta, generosa,

cos“ benigna, cos“ soccorrevole,

che tien per vizio della sua bontˆ

non far di pi di quanto le si chieda.

Pregatela che voglia reingessare

questa frattura di articolazione

creatasi tra voi e suo marito.([57])

Scommetto tutto quello che posseggo

contro qualsiasi ragionevol posta

che la frattura di questa amicizia

sarˆ saldata pi forte di prima.

 

CASSIO -                              Mi sembra un buon consiglio.

 

JAGO -                                  E ve lo do con affetto da amico.

 

CASSIO -                              Lo credo. Domattina, di buonĠora

scongiurer˜ la virtuosa Desdemona

di voler intercedere per me.

Se la fortuna qui mi darˆ scacco,

per me  finita.

 

JAGO -                                                            Avete ben ragione.

Cos“, luogotenente, buona notte.

Debbo tornare al servizio di guardia.

 

CASSIO -                              Vado anchĠio. Buona notte, onesto Jago.

 

(Esce)

 

JAGO -                                  E adesso chi potrˆ venirmi a dire

che mi son comportato da ribaldo

con lui, quando il consiglio che gli ho dato

 cos“ franco, aperto, illuminato

e tale da indicargli la via giusta

per riacquistare il favore del Moro?

GiacchŽ non vedo nulla di pi facile

che piegar lĠindulgenza di Desdemona

ad ogni onesta richiesta: ella  fertile

come i puri elementi di natura;([58])

e riuscire a persuadere il Moro,

fossĠanche a ripudiare il suo battesimo

e tutti i sacri simboli e suggelli

del peccato redento, a lei  facile:

s“ stretta a lei  lĠanima del Moro,

chĠella pu˜ fare, e disfare, e rifare,

a suo talento, e la concupiscenza

chĠegli ha di lei ha il potere dĠun dio

sul remissivo spirito di lui.

DovĠ dunque la mia furfanteria

nel consigliare a Cassio questa strada

che lo mena diritto al suo vantaggio?

Sacralitˆ del potere infernale!

Se il diavolo ti vuole trascinare

a commettere i pi neri peccati,

tĠammanta prima il suo suggerimento

di celesti apparenze: comĠio ora.

ChŽ mentre questo onesto imbecillone

sĠaccingerˆ a convincere Desdemona,

a porre alcun riparo alle sue sorti

ed ella ad intercedere per lui

presso il Moro con tutto il suo fervore,

io verser˜ nellĠorecchio del Moro

questa pestilenziale insinuazione:

chĠella gli chiede il ritorno di Cassio

per secondare la propria libidine;

e quanto pi dĠardore

porrˆ ad intercedere per lui

tanto pi fortemente scrollerˆ

la propria stima nel cuore del Moro.

Avr˜ cos“ mutato in nera pece

tutto il candore della sua virt,

ed avr˜ fatto della sua bontˆ

la rete in cui avvilupparli tutti.

 

Entra RODERIGO

Oh, Roderigo, ebbene?

 

RODERIGO -                                                                Ebbene, cĠ

chĠio sono al seguito qui nella caccia

non come un cane che insegue la preda

per catturarla, ma come un segugio

buono solo a far numero nel branco.

Il mio denaro  quasi tutto speso;

stanotte sono stato malmenato

in modo che di pi non si poteva,

e tutto quello che potrˆ sortire

da tante mie fatiche, sarˆ solo

che nĠavr˜ fatto un tanto dĠesperienza,

sicchŽ me ne ritorner˜ a Venezia

con la borsa ridotta al lumicino,

e con un grano dĠesperienza in pi.

 

JAGO -                                  Ah, che grande jattura

gli uomini che non sanno aver pazienza!

Qual ferita fu mai rimarginata,

se non gradatamente? Tu sai bene

che stiamo lavorando dĠintelletto

e non giˆ con lĠausilio dĠarti magiche,

e lĠintelletto ha bisogno di tempo.

Forse che non va tutto pel suo verso?

Cassio tĠha sbatacchiato, questo  vero;

ma tu, col poco male che tĠha fatto

hai provocato il suo licenziamento.([59])

Molte cose maturano in bellezza

sotto il sole, ma primi a maturare

sono i frutti che fan le prime gemme.

Statti fermo e contento per un poco.

Siamo ancora al mattino, santo cielo!

Piacere e azione fan correre lĠore.

Rientra a casa. Vattene a dormire.

Via, dico; ne saprai di pi di seguito.

Ma adesso va a dormire!

 

Esce RODERIGO

Ora due cose son da fare subito:

mia moglie deve andare da Desdemona

a dirle di intercedere per Cassio;

e io ve lĠindurr˜; io stesso poi

mi dovr˜ prendere in disparte il Moro

e menarlo ove possa coglier Cassio

nellĠatto che sollecita sua moglie.

S“, questa  la via giusta;

mai lasciar che lĠintrigo intorpidisca

con la freddezza ed i tentennamenti.

 

(Esce)


ATTO TERZO

 

 

 

SCENA I

 

Cipro, davanti alla cittadella

 

Entra CASSIO con alcuni musicanti

 

CASSIO -                              Ecco, maestri, suonerete qui.

Vi pagher˜ il disturbo.

Una cosina breve ed augurale,

come a dire: ÒBuongiorno generale!Ó([60])

 

(Musica)

Entra il BUFFONE

 

BUFFONE -                          Ehi lˆ, maestri, sono stati a Napoli

questi vostri strumenti,

per parlare col naso in questo modo?([61])

 

1Ħ MUSICANTE -                 Come sarebbe a dire, signor mio?

 

BUFFONE -                          Sono strumenti a fiato, questi o no?

 

1Ħ MUSICANTE -                 A fiato, s“, signore.

 

BUFFONE -                          Beh, l“ presso ci penzola una coda.

 

1Ħ MUSICANTE -                 DovĠ che penzola una coda, amico?

 

BUFFONE -                          Eh, sotto pi dĠuno strumento a fiato

chĠio so...([62]) Ma ecco per voi, del denaro,

maestri; perchŽ al nostro generale

questo vostro suonare piace tanto,

che vi prego di non far pi rumore.

 

1Ħ MUSICANTE -                 Bene amico, non ne faremo pi.

 

BUFFONE -                          Se poi per caso aveste qualche musica

che non si sente, potete suonarla;

ma il generale ad ascoltare musica,

dicono che non ci tenga poi gran che.

 

1Ħ MUSICANTE -                 Di quella che voi dite non ne abbiamo.

 

BUFFONE -                          Pive nel sacco, allora e andate via,

perchŽ anchĠio me ne vado. Via, svanite!

 

(Escono i musicanti)

 

CASSIO -                              (Al buffone)

Mi puoi udire, onesto amico mio?

 

BUFFONE -                          No, io non lĠodo il vostro onesto amico:

io odo solo voi.

 

CASSIO -                                                        Ti prego, amico,

i frizzi tienili per te. ToĠ, prendi,

qui cĠ una povera moneta dĠoro:

se quella gentildonna chĠ al servizio

della moglie del nostro generale

 alzata e giˆ in faccende per la casa,

dille che cĠ qui fuori un certo Cassio

che le chiede di dirle due parole.

Lo vuoi fare?

 

BUFFONE -                          (Prendendosi la moneta)

In faccende, monsignore,

ellĠ sicuramente e per la casa;

se vorrˆ affaccendarsi fino qui,

io mĠaffaccender˜ a notificarglielo.

 

CASSIO -                              Fallo, mi raccomando, buon amico.

 

(Esce il buffone)

 

Entra JAGO

 

Oh, Jago, giungi proprio al punto giusto.

 

JAGO -                                  Non siete dunque andato affatto a letto?

 

CASSIO -                              Eh, no, che vuoi: spuntava giˆ il mattino

quando ci siam lasciati questa notte.

Mi son preso lĠardire, caro Jago,

di mandare qualcuno da tua moglie

a supplicarla di trovare il modo

di procurarmi un breve abboccamento

con la buona Desdemona.

 

JAGO -                                                                             Va bene.

La spedisco da voi immediatamente

e far˜ di tener lontano il Moro

s“ che possiate pi liberamente

esporle il vostro caso.

 

CASSIO -                                                                    Ti ringrazio.

(Esce Jago)

Non ho trovato mai un fiorentino

pi cortese ed onesto di costui.([63])

 

Entra EMILIA

 

EMILIA -                               Buongiorno a voi, caro luogotenente.

Mi spiace assai della vostra disgrazia,

ma presto sarˆ tutto accomodato.

Ne parlavano appunto tra di loro

il generale con la sua signora;

e lĠho udita intercedere per voi

presso di lui con molta forza dĠanimo;

ma lui dice che lĠuomo che feriste

gode di gran reputazione a Cipro,

e vanta un parentado assai potente;

e chĠegli, il Moro, per sana saggezza,

non poteva altro che destituirvi.

Ripete tuttavia che vi vuol bene

e che non ha bisogno dĠaltro supplice

oltre la sua simpatia personale

per afferrare la prima occasione

che possa reintegrarvi nellĠufficio.

 

CASSIO -                              Ad ogni modo sono qui a pregarvi,

sempre che lo crediate conveniente

e possibile, di trovare il modo

chĠio abbia un breve incontro con Desdemona,

ma da solo a quattrĠocchi.

 

EMILIA -                               Va bene, entrate, vi condurr˜ io

dove potrete dirle in libertˆ

con tutto il tempo quel che avrete in cuore

 

CASSIO -                              Ve ne sono assai grato.

 

(Escono entrando nella cittadella)

 

 

SCENA II

 

Una stanza nel castello

 

Entrano OTELLO, JAGO e alcuni GENTILUOMINI

 

OTELLO -                              Jago, reca al nocchiero questa lettera,

e digli che presenti i miei omaggi

ai membri del senato, al suo ritorno;

io vado sui bastioni a passeggiare;

raggiungimi colˆ appena fatto.

 

JAGO -                                  Va bene, mio signore.

 

OTELLO -                              (Ai gentiluomini)

Vogliamo andare, allora, miei signori

a ispezionare le nostre difese?

 

TUTTI -                                  Siamo agli ordini vostri, generale.

 

(Escono)

 

 

SCENA III

 

Il giardino della cittadella

 

Entrano DESDEMONA, CASSIO ed EMILIA

 

DESDEMONA -                   Potete star sicuro, mio buon Cassio,

far˜ tutto il possibile per voi.

 

EMILIA -                               Fatelo, s“, signora: questa cosa

affligge mio marito, posso dirvelo,

come fosse un suo fatto personale.

 

DESDEMONA -                   Oh, quello  unĠonestĠuomo!

Cassio, non dubitate: riuscir˜

ad ottener che voi e il mio signore

ridiventiate amici come prima.

 

CASSIO -                              Generosa signora, voi Michele Cassio,

qualunque cosa succeda di lui,

lĠavrete sempre fedel vostro servo.

 

DESDEMONA -                   Lo so, e vi ringrazio. Al mio signore

voi siete da gran tempo affezionato:

lo conoscete, e potete star certo

che non vorrˆ tenervi a lui lontano

pi di quanto lo possa comportare

lĠesigenza della ragion politica.

 

CASSIO -                              Capisco. Tuttavia questĠesigenza

potrebbe o trascinarsi troppo a lungo

o nutrirsi magari dĠuna dieta

liquida e delicata,

o crescer tanto col passar del tempo,

che restandone io sempre lontano

e il mio posto occupato, il generale

finirˆ per non pi pensare a me,

alla mia devozione, ai miei servigi.

 

DESDEMONA -                   Non temete; io qui, dinanzi a Emilia,

mi fo garante che riavrete il posto;

e se prendo un impegno dĠamicizia

lĠadempio, fino allĠultimo suo articolo.

Al mio signore non dar˜ pi tregua:

lo terr˜ desto fino a farlo cedere;

insister˜ a parlargli della cosa

fino a rischiar che perda la pazienza;

Far˜ che il letto gli sembri una scuola,

e la sua tavola un confessionale.

Mescoler˜ la supplica di Cassio

ad ogni cosa che si trovi a fare.

Pertanto, Cassio, state di buon animo:

il vostro difensore morirˆ

prima dĠabbandonar la vostra causa.

 

EMILIA -                               Ma eccolo che arriva, il generale.

 

Entrano OTELLO e JAGO, in distanza.

 

CASSIO -                              Con licenza, signora, mĠallontano.

 

DESDEMONA -                   Ma no, restate pure,

e sentite anche voi come gli parlo.

 

CASSIO -                              No signora, mi trovo assai a disagio,

e poi sento che non mi gioverebbe.

 

DESDEMONA -                   Come volete...

 

(Esce Cassio)

 

JAGO -                                  (Vedendo uscire Cassio)

Ah, questo non mi piace!...

 

OTELLO -                              Che cosa?

 

JAGO -                                                     Nulla, mio signore, nulla...

ammenochŽ... insomma, non saprei...

 

OTELLO -                              Non era Cassio quello che abbiam visto

or ora accomiatarsi da mia moglie?

 

JAGO -                                  Cassio, signore? No, non posso crederlo!

Allontanarsi cos“, come un ladro,

quasi in colpa, vedendovi arrivare,

un uomo come lui? Non posso crederlo!

 

JAGO -                                  Eppure credo fosse proprio lui.

 

DESDEMONA -                   (A Otello)

Oh, mio signore! Giusto poco fa

stavo parlando con un postulante,

uno chĠ in pena per il tuo disdegno.

 

OTELLO -                              Chi intendi?

 

DESDEMONA -                                         Ebbene il tuo luogotenente,

Michele Cassio. Mio dolce signore,

se alcuna grazia ho io agli occhi tuoi

o potere al tuo cuore di commuoverti,

riconc“liati subito con lui;

perchŽ se non  vero chĠegli tĠama

in tutta fedeltˆ e sinceritˆ,

e che ha sbagliato sol per ignoranza

ma certamente non per malvolere,

io non so giudicar dĠun volto onesto.

Te ne prego, richiamalo con te.

 

OTELLO -                              Era lui che pocĠanzi se ne andava?

 

DESDEMONA -                   Ma s“, caro, e cos“ mortificato,

da lasciar parte di sua pena in me,

s“ chĠio soffro con lui.

Richiamalo con te, amore caro.

 

OTELLO -                              Non ora, mia Desdemona.

In un altro momento.

 

DESDEMONA -                                                       Presto?

 

OTELLO -                                                                               Presto,

al pi presto possibile, mia cara.

Per amor tuo.

 

DESDEMONA -                                           Domani a pranzo allora?

 

OTELLO -                              No, no, domani pranzo fuori casa:

riunisco i capi della cittadella.

 

DESDEMONA -                   Domani sera, allora...

o marted“ mattina... o pomeriggio...

o la sera... o mercoled“ mattina...

ma che non sia pi tardi di tre giorni.

TĠassicuro, in coscienza, chĠ pentito;

e, dopotutto, la sua trasgressione,

se giudicata col comune metro

- sia pure che, come si dice, in guerra

spetti ai migliori dare il buon esempio -

 forse tale da non meritare

pi di una grossa strigliata a quattrĠocchi.

Quando potrˆ tornare? Otello, dimmelo.

Io mi vado chiedendo, entro di me,

se cĠ qualcosa che potresti chiedermi

e chĠio potessi ricusar di fare,

o sol di far con qualche esitazione.

Ma come! Proprio quel Michele Cassio,

lĠuomo che tante volte ti fu accanto

quando mi corteggiavi e tante volte

che a me veniva di parlar di te

prendeva con favore le tue parti!

Che ti debba costar tanta fatica

riabilitarlo? Ah, credimi, mio caro,

io saprei far per te molto di pi!([64])

 

OTELLO -                              Basta, ti prego! Torni quando vuole!

Non voĠ negarti nulla!

 

DESDEMONA -                                                         Oh, santo cielo,

non  poi una grazia che ti chiedo!

é niente pi che se tĠavessi chiesto

che tĠinfilassi i guanti per il freddo,

o che mangiassi un poĠ pi sostanzioso,

o che facessi, insomma, un qualche cosa

di benefico per la tua salute;

chŽ quando vorr˜ chiederti davvero

qualcosa con cui mettere alla prova

lĠamor tuo, sarˆ cosa assai importante,

e di peso, e terribile a concedersi.

 

OTELLO -                              Ed io non ti vorr˜ negare nulla.

Ma, ti prego, concedimi ora questo:

di lasciarmi per poco con me stesso.

 

DESDEMONA -                   Come potrei negartelo? Va bene.

Arrivederci, signore mio caro.

 

OTELLO -                              Arrivederci, Desdemona cara.

A tra poco.

 

DESDEMONA -                                      Su, Emilia, andiamo, andiamo.

(A Otello)

FaĠ pure quel che ti senti di fare:

in ogni caso, io tĠobbedir˜.

 

(Escono Desdemona e Emilia)

 

OTELLO -                              O squisita creatura!

Che se ne vada pure in perdizione

lĠanima mia, ma quanto, quanto lĠamo!

E il giorno in cui non dovessi pi amarti,

sarˆ tornato il caos!...

 

JAGO -                                                                        Mio signore...

 

OTELLO -                              Che mi dicevi, Jago?

 

JAGO -                                  Quando corteggiavate la signora,

Cassio sapeva del vostro rapporto?

 

OTELLO -                              S“, dal primo momento, e sempre in seguito.

Ma perchŽ me lo chiedi?

 

JAGO -                                                                             Mah, cos“...

Inseguivo soltanto un mio pensiero.

Niente di male.

 

OTELLO -                                                        Che pensiero, Jago?

 

JAGO -                                  Che non lĠavesse conosciuta prima.

 

OTELLO -                              Oh, s“, certo! E faceva molto spesso

la spola tra noi due.

 

JAGO -                                                                   Ah, veramente?

 

OTELLO -                              Veramente, s“, certo. Che ci vedi?

Forse che Cassio non  un uomo onesto?

 

JAGO -                                  Onesto, mio signore?...

 

OTELLO -                                                                   Onesto! Onesto!

 

JAGO -                                  Per quello chĠio ne so...

 

OTELLO -                                                                      PerchŽ? Che pensi?

 

JAGO -                                  Pensare, mio signore...

 

OTELLO -                              ÒPensare, mio signore...Ó E dˆi, perdio,

che mi fa lĠeco, come avesse in corpo

chi lo sa quale mostro,

troppo orrendo per essere sputato...

Tu hai qualcosa in testa...

PocĠanzi tĠho sentito cincischiare

in mezzo ai denti: ÒAh, questo non mi piace...Ó

nel momento che abbiamo scorto Cassio.

Che cosa ti faceva bofonchiare:

ÒNon mi piaceÓ? Poi, quando tĠho risposto

chĠegli era nelle mie segrete cose

per tutto il tempo in cui lĠho corteggiata,

tĠho sentito esclamare: ÒAh, veramente?Ó,

ed hai contratto e corrugato il viso

come se nascondessi nel cervello

chi sa quale terribile pensiero...

Se mĠami, svelami quel tuo pensiero.

 

JAGO -                                  Signore, voi sapete quanto io vĠami.

 

OTELLO -                              Lo so, Jago. Ma proprio perchŽ so

quanto onesto tu sei e affezionato,

e quanto bene pesi le parole

prima di darvi fiato, questi indugi

nel tuo parlare mi fanno paura.

In bocca a un falso e sleale briccone

certe cose son trucchi abituali,

ma in bocca a un uomo schietto come te

sono lontane esplosioni del cuore

che lĠemozione non sa controllare.

 

JAGO -                                  Quanto a Cassio, mi sento di giurare

di ritenerlo onesto.

 

OTELLO -                                                               AnchĠio lo credo.

 

JAGO -                                  LĠuomo dovrebbe sempre essere dentro

quel che appare di fuori; e chi non lĠ

cos“ potesse non sembrar pi uomo!

 

OTELLO -                              Hai ben ragione: gli uomini

dovrebbero esser sempre ci˜ che sembrano.

 

JAGO -                                  Perci˜ reputo Cassio un uomo onesto.

 

OTELLO -                              Giˆ, ma in quello che dici cĠ dellĠaltro:

ed io ti prego, Jago, di parlarmi,

come a te stesso, con i tuoi pensieri

quando li vai rimuginando dentro

ed esprimi, parlando con te stesso,

i peggiori coi termini peggiori.

 

JAGO -                                  Mio buon signore, vogliate scusarmi:

ancor chĠio sia tenuto al mio dovere

di prestarvi la pi piena obbedienza,

non mi ritengo tuttavia tenuto

a far cosa da cui perfin gli schiavi

sono esentati... Dirvi i miei pensieri?

Poniamo chĠessi siano bassi e falsi:

qual  il palazzo dove qualche volta

non sĠintroducono creature turpi?

Qual petto  cos“ puro

che non vi tenga udienza di giustizia

una qualche supposizione immonda

sedendo a fianco a fianco

con le meditazioni pi legittime?

 

OTELLO -                              Jago, tu trami ai danni dĠun amico

se, sapendo che ha ricevuto un torto,

fai il suo orecchio estraneo ai tuoi pensieri.

 

JAGO -                                  No, no, vi supplico... Forse mĠinganno

nei miei sospetti; chŽ, ve lo confesso,

 una peste di questo mio carattere

andar spiando le altrui malefatte;

e non di rado la mia gelosia

mi fa dar corpo a colpe inesistenti.

Che la vostra saggezza tuttavia

non voglia tener conto dei pensieri

dĠuno che pensa sempre cos“ male;

nŽ vogliate crearvi alcun tormento

delle mie vaghe e strambe osservazioni.

Non gioverebbe nŽ alla vostra quiete

nŽ al vostro bene, nŽ sarebbe onesto

e dignitoso e saggio da mia parte

farvi conoscere quello che penso.

 

OTELLO -                              Che intendi dire?

 

JAGO -                                                                 Mio caro signore,

il buon nome nellĠuomo e nella donna,

 il pi prezioso gioiello nellĠanima.

Chi mi ruba la borsa, ruba soldi;

 qualche cosa e nulla; erano miei,

ed ora son di chi me li ha rubati,

come furono prima dĠaltri mille.

Ma chi mi porta via il mio buon nome

mi ruba cosa che, senza arricchirlo,

fa di me veramente un miserabile.

 

OTELLO -                              Perdio, voglio sapere quel che pensi!

 

JAGO -                                  Non ci riuscirete,

nemmeno a spremervi in mano il mio cuore;

nŽ io lo voglio, finchŽ  in mia custodia.

 

OTELLO -                              Ah!

 

JAGO -                                            Guardatevi bene, mio signore

dal cader preda della gelosia:

 il mostro verde-occhiuto

che si beffa del cibo onde si pasce.([65])

Vive felice lĠuomo che, cornuto

e consapevole del suo destino,

pi non ama colei che lo tradisce;

ma che istanti dĠinferno

deve contar colui che adora, e dubita

e sospetta, e si strugge pur dĠamore!

 

OTELLO -                              Oh, miseria!

 

JAGO -                                                        Chi  povero e contento

del proprio stato  certo ricco assai;

ma quando la ricchezza  illimitata,

 triste e povera come lĠinverno,

se chi ce lĠha vive continuamente

nel timore che quella gli finisca.

Buon Dio, preserva dalla gelosia

tutte lĠanime della mia trib!([66])

 

OTELLO -                              Che cosĠ che ti fa parlar cos“?

Credi tu chĠio sarei disposto a vivere

tutta una vita nella gelosia

inseguendo un sospetto dopo lĠaltro,

come le fasi della luna? No!

Trovarsi a dubitare anche una volta,

 giˆ aver deciso.

Il giorno che terr˜ occupata lĠanima

con illazioni gonfie ed insufflate

come quelle che tu facevi dianzi

considerami pure un imbecille.([67])

Non pu˜ certo pensar dĠingelosirmi

chi venga a dirmi che mia moglie  bella,

che ama il cibo e la buona brigata,

che  sciolta nel parlare, e canta e suona,

e balla bene: lˆ dovĠ virt

queste cose son tanto pi virtuose;

nŽ trarr˜ io dai miei deboli meriti

il minimo timore ed il sospetto

di poter essere da lei tradito:

perchĠella aveva occhi per vedere

quando mĠha scelto, eppure ha scelto me...

No, Jago, avanti di covar sospetti,

voglio vedere; e quando ho sospettato,

voglio la prova. E se la prova cĠ,

allora non rimane altro che questo:

via dĠun sol colpo amore e gelosia!

 

JAGO -                                  Ne sono lieto; perchŽ avr˜ ragione

di dimostrarvi, con pi franco spirito,

i miei sensi dĠamore e di rispetto;

visto perci˜ che voi me lĠimponete,

sentite bene quello che vi dico.

Non parlo ancor di prove,

per˜ tenete dĠocchio vostra moglie:

osservatela quando sta con Cassio,

con occhio nŽ geloso nŽ sicuro...

Non vorrei che la schietta e generosa

vostra natura rimanga ingannata

per la sua stessa generositˆ.

Guardatevi: gli umori delle donne

del mio paese li conosco bene;

a Venezia esse lasciano spiare

dal cielo i lor capricci e ghiribi