Italo Svevo (1861 - 1928) pubblicò questo articolo sull'«Indipendente» di Trieste il 29 gennaio 1884, nello stesso peruiodo in cui Busoni mandava le sue corrispondenze da Vienna:

POESIE IN PROSA DI IVAN TURGENEV

Vennero tutte composte negli ultimi cinque anni di vita di Turgenev (1878-82) e da prima pubblicate nel "Messaggero europeo" una rivista russa.
In una lettera diretta al direttore di questa rivista, l'autore consiglia di non leggere queste poesie tutte di seguito' perché LA CONSEGUENZA NE SAREBBE NOIA; LEGGA OGGI QUESTA, DOMANI QUEST'ALTRA FORSE CHE ALLORA GLIENE SCENDERÀ QUALCHECOSA NELL'ANIMA.

Il consiglio merita di venire seguito; il contenuto del volumetto è tanto eterogeneo che, alla lettura di seguito, una sensazione scaccia l'altra. Sono allegorie, racconti e bozzetti che non hanno di comune che la forma alquanto lirica, forma marcatissima per la predilezione alla sintesi nei giudizi, e nella descrizione e nel racconto l'uso e l'abuso di tratti rapidi, incompleti, tanto che talvolta la fantasia del lettore non riesce a ricostruire il fantasma che balenò alla mente dell'autore.
Il valore letterario di queste poesie si limiterebbe a tanto quanto basta a provarci che chi ci aveva dato tanto del buono, non poteva, qualunque intenzione avesse, far male.
A quanto sembra, il vecchio novellista sentiva talvolta ancora negli ultimi anni quella commozione che spinge l'artista a creare; ora una idea luminosa, ora una visione lo facevano cercare sfogo in un lavoro corto, tanto da soddisfarsi. Lo descrive egli stesso in quel racconto di una visita fattagli dalla fantasia, ahi, troppo breve: Io ti aveva riconosciuta dea della fantasia! Per caso venisti a me nel tuo cammino incontro a' poeti giovani.
In questo rapido apparire e sparire della disposizione nacquero queste poesie, di cui alcune frettolosamente concepite lasciano indifferente, altre ti chiamano alle labbra quel sorriso di compiacenza che non si ha che per le opere piú raffinate dello spirito umano. Non è piú il Turgenev completo, lautore del Nihilismo; è piú rilassato, perdente qualche parte della sua originalità ín un mare di intenzioni politiche, morali e filosofiche, dalle quali non viene salvato che quando l'ispirazione assopita si ridesta.
Un bell'esempio di una vittoria riportata dall'ispirazione sulle intenzioni c'è nel componimento "L'egoista". A giudicarne dal titolo si potrebbe attendersi una bella retoricata contro l'egoismo, come si sa, unica qualità che accomuni gli egoisti. Invece l'egoista di Turgenjei ha anche altre qualità: Era venuto al mondo sano e ricco - e rimase sano e ricco durante tutta la sua lunga vita; non si fece colpevole di alcun delitto, non commise alcun errore, né con parole, né con atti ecc. È costui ancora la vaga personificazione di una qualità? L'egoista o non piuttosto un egoista? La chiusa, una tirata alla egoistica virtú acquistata a buon mercato, si accorda col titolo e lascia freddi. Nella mente del lettore è però già completa la figura di un uomo che vivea e che senza dubbio deve aver servito di modello al poeta; una figura completa anche nella immobilità in cui viene lasciata dalla descrizione.
Alla morte di Turgenev venne molto discusso intorno al suo partito politico e ognuno rammenta a quali conclusioni si giunse. Traduco una di queste poesie, la quale mi pare lo definisca interamente:

"Gli operai e l'uomo dalle mani bianche".

OPERAIO Che cosa cerchi qui da noi? Che vuoi? Tu non appartieni a noi... Vattene.

L'UOMO DALLE MANI BIANCHE Io appartengo a voi, amati fratelli.

OPERAIO Che dici! Che cosa t'immagini! Guarda un po' le mie mani. Non vedi come sono sucide? E hanno odore di catrame e di concime - le tue invece sono bianche e di che cosa odorano?

L'UOMO DALLE MANI BIANCHE (Porgendogli la mano) Prova un po'!

OPERAIO Che è ciò? Hanno odore di ferro.

L UOMO DALLE MANI BIANCHE Perché pensai al vostro bene, perché voleva liberarvi, voi poveri uomini ignoranti, perché mi levai contro i vostri tiranni. Ecco perché venni posto in catene.

OPERAIO Imprigionato? E chi ti disse di ribellarti?

(Due anni dopo)

1º OPERAIO Senti un po', Pietro. Ti rammenti che due anni or sono un poltrone dalle mani bianche si mise a parlare con te?

2º OPERAIO Mi rammento. Che c'entra colui?

1º OPERAIO Verrà appiccato oggi, n'e stato dato l'ordine.

2º OPERAIO Si è di nuovo una volta ribellato?

1° OPERAIO Naturalmente che si è ribellato.

2° OPERAIO Sai cosa fare, fratello Dmitry (Demetrio)? Non ci dovremmo procurare la corda con la quale verrà appiccato? Si dice che essa porti in casa una fortuna colossale.

1° OPERAIO Hai pienamente ragione; vogliamo fare la prova, fratello Dmitry.

È un piccolo dramma questo nel quale il fatto piú commovente non è la morte dell'uomo dalle mani bianche, ma bensì il suo sacrificio per uomini che non lo sanno apprezzare.
L'impersonalità che l'autore mantiene non può venir scambiata per derisione per l'uomo dalle mani bianche. Quest'ultimo avrebbe meritato derisione se si fosse sacrificato sperando di venir benedetto da quei poveri uomini ignoranti; ora come l'abbiamo appreso dalla prima parte del dialogo, egli sapeva che ciò non sarebbe. Se anche manca quindi l'espressione dell'idea dell'autore essa risulta dall'accozzamento dei fatti.
Nell'uomo dalle mani bianche si scorge il modo di pensare di Turgenev stesso. Il quale sapeva quanto valeva il suo popolo e continuava ad amarlo; sapeva che le corde che servono ad uccidere i suoi eroi gli sono care perché apportano fortuna, e sapeva che esso vede con disgusto questi poltroni che fanno disordini, eppure non disprezzò gli uomini che si sacrificano e in questo modo provò non reputare inutile questo sacrificio.
È con tutto il rispetto, in questo senso piú conseguente, piú umano, superiore ad Alfieri, il quale amava un popolo ideato a suo modo e quando dovette accorgersi che l'esistente era del tutto diverso, scriveva il "Misogallo".
[Pubblicato in Italo SVEVO, "Racconti - Saggi - Pagine sparse", a cura di Bruno Maier, Dall'Oglio, Trieste, 1968, pp. 572-574.]
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