| ANTON RUBINSTEIN
Mario BORTOLOTTO, "Est dell'Oriente", Milano, Adelphi, 1999, pp. 247-249]
Qualsisia narrazione della musica russa, fosse la più partigiana, non può prescindere, contro un supposto verdetto del tempo, dall'opera di Anton Rubinstejn: anche se poi la più parte delle storie, almeno in Occidente, ne danno frettolosa e sbiadita immagine. [...] Nato a Vychvatinez in Podolia, ai confini dell'Impero, nel 1829, morto a Peterhof presso San Pietroburgo nel 1894, pianista prodigioso che conobbe a Parigi Chopin e Liszt, fondatore nel '62 del primo Conservatorio, ove insegnò a lungo, concertista acclamato in tutto il mondo, compositore di una fecondità pericolosa, scrittore e polemista, Rubinstejn, con la collaborazione del fratello Nikolaj (che quasi nulla scrisse, sostenendo un compositore in famiglia esser sufficiente), è la figura centrale del rinnovamento russo degli studi, svolgendo un'attività instancabile senza la quale troppi eventi sarebbero inimmaginabili: basti aggiungere che con lui studiò Cajkovskij.
Tutto nel vulcanico musicista appariva affascinante disordine: era persino difficile scovarlo - una tortura per gli allievi che peraltro gli restavano più che devoti; una tournée di prostrante ampiezza poteva interrompere ad ogni momento altra impresa. Componeva negli alberghi, allora, e lasciava gli abbozzi in uno stato deplorevole: qualche mano benefica pensava poi sempre ad ordinarli. Dello spirito ebraico possedeva in sommo grado la più saliente dote, la capacità assimilativa che tenne del singolare, se non del prodigioso: sapeva rifare ogni maniera, e sonare il pianoforte come qualunque dei suoi rivali, Liszt alla testa. Anche se poi i suoi giudizi subivano l'urto della momentaneità: inviava partiture a Weimar (una cinquantina) salvo poi affermare che Liszt era un poseur insopportabile: davanti al pubblico come sinfonista, davanti ai compositori come trascrittore, davanti agli zingari con le rapsodie ungheresi, e sempre (massime nella musica sacra) davanti a Dio.
Profondamente tradizionalista, almeno quanto può esserlo un ingegno predestinato alla superficialità, avrebbe dovuto amare Brahms, che riteneva monotono e grigio (come poi Tchaikovsky), e detestare Wagner. Sappiamo invece, da una testimonianza sicura, che uscì da una rappresentazione del Parsifal sconvolto dall'emozione, e chiedendo all'amico che l'accompagnava: «Perché dovrei scrivere ancora?».
E tuttavia, i suoi scritti teorici sono decisamente taglienti, sulla questione del dramma musicale. Ne "La musique et ses représentants", usciti a Parigi nel 1892, contemporaneamente all'edizione tedesca, la disistima per il teatro è patente: «Considero l'opera come un genere secondario»; e ancora: «siccome scorgo l'ideale dell'arte solo nella musica strumentale, chiamerò la musica, senza esitare, un'arte tedesca»; e insieme, con adesione intima ad un'idea portante della Romantik: «una sorta di lingua geroglifica».
Il Gruppetto aveva le sue ragioni, per detestarlo: «vi è una creazione nazionale voluta, a cui oggi si sforzáno. Quella musica è sicuramente interessante, ma non può pretendere alla simpatia universale, non altro avendo che un interesse etnografico»: e ciò per una «completa assenza di disegno e di forma ».
Le repliche furono, come ci si attende, assai fiere, e pochissimo rispettose del suo mestiere eccellente. Secondo Rimskij-Korsakov, quando si sente un Beethoven fiacco, e un Mendelssohn male strumentato, si può esser certi di non sbagliare: è Rubinstejn. Curiosamente (ma non tanto) riserve analoghe provennero proprio dalla cultura austro-tedesca: nella intervista concessa ad Arthur M. Abell, nel 1896, Brahms fu particolarmente severo: «Come pianista è molto grande: la sua tecnica mi ha sempre suscitato l'ammirazione più intensa. Ma come compositore, non era ad evidenza che di secondo o terz'ordine. Perché? Perché mancava di professionalità. Possedeva il dono della melodia, e le sue idee sono talvolta ispirate. Tuttavia le sue opere maggiori sono state buttate giù con negligenza, e sono costruite poveramente. Ha scritto opere, oratori, concerti, sinfonie, ma posso predire che cinquant'anni dopo la sua morte non una sarà eseguita, a causa dello scarso valore tecnico».
Asserto facilmente profetico, si potrebbe aggiungere, anche se alcuni lavori, in primo luogo il "Demon", restarono nei programmi in patria, ed altri, come il Quarto Concerto per pianoforte, ammirato da Hans von Bulow, furono poi ripresi da pianisti insigni. La recente riproposta su dischi non compensa la rarità delle esecuzioni e la scomparsa dai cataloghi delle case editrici. E tuttavia, la tentazione è forte di avanzare qualche riserva ai verdetti di coloro che il simpatico, prolifico, musicalissimo Rubinstejn vollero proprio condannare del capo.
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