| La nascita della Repubblica di Weimar [da Peter GAY, 'Breve storia politica della Repubblica di Weimar', in "La cultura di Weimar", Dedado libri, Bari 1978, pp. 193 - 201]: "La repubblica di Weimar venne proclamata il 9 novembre 1918 dal socialdemocratico Philipp Scheidemann. Dopo più di quattro anni di guerra sanguinosa, l'esercito tedesco era in rotta, lo stato maggiore implorava la pace e l'amministrazione imperiale era demoralizzata. La Germania era una nazione esausta, prostrata dalla guerra. Le perdite umane erano state ingentissime: un milione e ottocentomila morti. Vi erano inoltre più di quattro milioni di feriti. E poi: distruzioni, ingegni sprecati, menti devastate, disperazione... Il 30 settembre il cancelliere Hertling rassegnò le sue dimissioni e la carica fu assunta il 3 ottobre dal principe Max von Baden, un monarchico liberale favorevole alle riforme interne e all'intesa internazionale. L'8 novembre il cancelliere Max von Baden chiese con fermezza all'imperatore di abdicare. Gli operai di Berlino scesero nelle strade e anche il generale Hindenturg e il successore di Ludendorff, il generale Groener, si unirono alla richiesta avanzata dal cancelliere. Poiché Guglielmo II tergiversava, il Cancelliere nominò suo successore il leader socialdernocratico Friedrich Ebert e annunciò l'abdicazione. Alcuni ritennero prematura la proclamazione della repubblica; secondo Scheidemann però essa giungeva appena in tempo per prevenire gli spartachisti che erano pronti a proclamare una repubblica sovietica. La notte stessa Guglielmo II fuggì in Olanda. La guida del paese doveva essere assunta quindi dai socialisti, poiché per decenni avevano costituito la più forte opposizione all'impero bismarckiano. Ma al momento dell'improvvisa ascesa non trovarono però la forza o il coraggio di fare la rivoluzione progettata da lungo tempo. I capi socialdemocratici riluttavano alla prospettiva di un totale capovolgimento sociale poiché non erano realmente rivoluzionari, nè per temperamento nè per formazione. Le correnti rivoluzionarie che miravano all'instaurazione di un regime come quello sovietico erano minoritarie all'interno dei socialdemocratici indipendenti e degli spartachisti (nocciolo del futuro partito comunista tedesco). Le divisioni della sinistra erano quindi laceranti. Quando, il 10 novembre, Ebert si trovò nelle mani una repubblica, dovette pertanto costituire un governo provvisorio di sei membri, tre socialdemocratici e tre indipendenti, che resistette meno di due mesi. Sin dall'8 novembre una commissione tedesca aveva iniziato a negoziare un armistizio con gli alleati e l'11 novembre la guerra poteva dirsi finita, anche se la pace non era stata ancora stipulata. Per il nuovo regime fu un esordio promettente, ma il giorno prima Ebert, convinto che l'esercito fosse la sola forza capace di mantenere l'ordine e di impedire un colpo di Stato comunista, aveva concluso un ben diverso accordo con il generale Groener: l'esercito offriva appoggio al governo ma poteva intervenire, all'occorrenza, per mantenere l'ordine nella nazione e la disciplina nelle forze armate. E' evidente che gli ufficiali si attendevano che il governo combattesse il bolscevismo ed erano pronti alla lotta. Così, fin dall'inizio, si presenta la situazione paradossale dei socialisti che prendono il potere e cercano di mantenerlo con l'appoggio degli strati conservatori. Il governo a sei si sciolse il 27 dicembre con le dimissioni degli indipendenti. Nel frattempo vi furono scontri nelle strade e si ebbero morti di cui si conservò vivo e amaro il ricordo, ma in generale il paese diede il suo appoggio al parlamentarismo dei socialisti di maggioranza. Il 19 gennaio 1919 si tenne una consultazione nazionale per l'elezione dei deputati a una assemblea costituente che si sarebbe tenuta a Weimar e, nonostante il boicottaggio dei comunisti, più di trenta milioni di tedeschi andarono alle urne. Il partito socialdemocratico uscì vincitore dalla consultazione e la neo-eletta Assemblea costituente esprimeva una maggioranza di fautori della democrazia borghese. La conferma venne con la nuova costituzione approvata a Weimar che era, sulla carta , un modello di costituzione democratica. Ma l'articolo 48 avrebbe purtroppo assunto una grave importanza storica: esso prevedeva che, ove la sicurezza dello Stato fosse posta in pericolo, il presidente aveva facoltà di prendere provvedimenti d'emergenza con valore di legge. L'assemblea fu inaugurata solennemente il 9 febbraio 1919 e due giorni più tardi elesse presidente Ebert che, a sua volta incaricò Scheldemann di formare un governo. I1 primo gabinetto fu costituito con membri dei tre partiti maggioritari, socialdemocratici, cattolici di centro e democratici: la coalizione di Weimar. I lavori dell'assemblea furono però, se non interrotti, rovinati dai disordini interni e dall'andamento delle trattative di pace. A Berlino, il 15 gennaio erano stati assassinati Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht; il 28 febbraio in Baviera, fu assassinato Kurt Eisner; in marzo il socialdemocratico Noske, incaricato del mantenimento dell'ordine, accettò l'aiuto piuttosto equivoco dei fanatici Freikorps, organizzazioni paramilitari di frettolosa costituzione composti di ex-ufficiali, disoccupati e giovani avventurieri smaniosi di uccidere. L'assassinio di Eisner innescò una serie di violenze in Baviera, seguite poi da uno sciopero generale e dalla proclamazione di una repubblica sovietica che fu a sua volta rovesciata alla fine di aprile e all'inizio di maggio con selvaggia brutalità dalle truppe governative. Una delle vittime fu lo scrittore Gustav Landauer, comunista di nobile idealismo, picchiato a morte in prigione dai soldati. A Versailles, nel frattempo, una delegazione tedesca, che vi era stata invitata con disprezzo a ricevere le condizioni di pace, cercava di migliorare almeno lievemente quanto non poteva modificare in sostanza. Le notizie dalla Francia fomentarono nuove tensioni in Germania. Il 20 giugno il governo Scheldemann rassegnò le dimissioni. Gli successe il giorno seguente un gabinetto presieduto da un altro socialdemocratico, Gustav Bauer, che cercò di far stralciare dal trattato perlomeno alcuni articoli. Gli alleati però furono inflessibili: gli sconfitti dovevano firmare senza riserve. Posto di fronte a un ultimatum, il governo tedesco cedette e il 28 giugno una nuova delegazione capeggiata dal ministro degli esteri socialdemocratico Hermann Muller firmò il Diktat. Non fu possibile fare altrimenti, ma pur nella sua inevitabilità la sottomissione lasciò ferite che non sarebbero guarite mai. Il trattato di Versailles impose pesanti gravami economici, politici e psicologici alla Germania sconfitta. L'Alsazia-Lorena fu restituita alla Francia, la Prussia orientale venne separata dal cuore della Germania con la cessione alla Polonia della Prussia occidentale, della Slesia superiore e della Posuania, di Danzica si fece una città libera, il Belgio acquistò alcuni piccoli distretti, si rimandò l'assetto definitivo di altre zone di frontiera a successivi plebisciti, si privò la Germania di tutte le sue colonie, si proibi la fusione con l'Austria, si impose l'occupazione militare della sponda sinistra del Reno, l'esercito tedesco fu ridotto a centomila uomini, ne fu limitato lo stato maggiore e si tentò con altri provvedimenti di porre un freno al militarismo tedesco. Ma le condizioni più inaccettabili e che contribuirono di più, senza alcun dubbio, a infiammare gli animi furono quelle contenute negli articoli che privavano i tedeschi di quella cosa intangibile che è "l'onore". Il trattato prevedeva la consegna da parte della Germania dei "criminali di guerra", incluso il deposto imperatore, perché fossero processati per "atrocità" e nell'articolo 231 insisteva perché "la Germania e i suoi alleati" accettassero "la responsabilità" di aver provocato tutte le perdite e i danni "cui le potenze alleate erano state esposte" dalla loro aggressione". Era previsto anche il pagamento di un risarcimento il cui ammontare non era ancora stato stabilito. La clausola non fece uso esplicitamente del termine "colpa", ma fu subito bollata come la "clausola di colpa", e se praticamente tutti i tedeschi sperarono in una sua abrogazione, qualcuno ripose la sua speranza nella vendetta. Malgrado tutto questo, l'assemblea di Weimar raggiunse un accordo in un tempo relativamente breve e la nuova costituzione poté essere approvata già il 31 luglio 1919 e divenire legge l'11 agosto. Era composta di una serie di compromessi che suscitarono l'ostilità di molti e piacquero a pochi, ma sotto certi aspetti fu un documento avanzatissimo. La Germania divenne una repubblica democratica e rimase uno stato federale in cui però i poteri dei vari Länder erano stati molto sminuiti. Le elezioni del Reichstag, l'organo legislativo della nazione, sarebbero avvenute con il suffrag1o universale a partire dai vent'anni di età. Il princ1pale organo esecutivo, il consiglio dei ministri, sarebbe stato responsabile nei confronti del Reichstag. La Germania però non sarebbe divenuta un puro regime parlamentare perché la costituzíone le diede un forte presidente, eletto per un periodo di sette anni da elezioni popolari. Egli sarebbe stato simbolo in patria e di rappresentanza per l'estero, poteva sciogliere il Reichstag, scegliere il cancelliere o sollevarlo dal suo incarico e assumere i pieni poteri "quando la sicurezza e l'ordine pubblico fossero infranti o messi in pericolo". Fu il noto articolo 48. Nell'adozione di dispositivi come la rappresentanza proporzionale, le leggi di iniziativa popolare e i referendum, la costituzione fu moderna quanto il suo elettorato democratico. Nei campi della legislazione economica e della trasformazione sociale, da cui molti si erano aspettati tanto, fu invece alquanto vaga e si limitò a formulare i fondamentali diritti e doveri dei cittadini tedeschi e a promettere la possibilità di una sorta di parlamento economico. Poco in realtà fu fatto perché il compromesso fra borghesia e proletariato finì con la vittoria della prima sul secondo. Eppure molto fu fatto; nonostante il coro di proteste la Germania adottò perfino una nuova bandiera, quella nera, rossa e oro del 1848. Quando i delegati se ne ritornarono alle loro case, la Germania era profondamente travagliata, ma aveva una repubblica. Gli avvenimenti del primo anno della repubblica non ne predeterminarono il destino, ma tracciarono la rotta che gli eventi successivi avrebbero seguito. I quattro anni seguenti trascorsero sotto il segno della violenza interna e dell'intransigenza nei rapporti internazionali e i due elementi interagirono traendo forza, a maggior sventura della Germania, l'uno dall'altro. Il cancelliere Bauer lasciò il posto al compagno di partito Müller nel marzo 1920, in seguito al putsch di Kapp, temibile ma fallito, e il nuovo cancelliere mantenne l'unità della coalizione fino a giugno. Il putsch di Kapp fu il primo serio tentativo di una controrivoluzione generale. Sin dalla sottoscrizione del trattato di Versailles gli irriducibili avevano svolto azione di propaganda contro la repubblica e complottato per la restaurazione della monarchia. Il 13 marzo 1920 i cospiratori agirono. Una brigata navale marciò su Berlino dove fu accolta da Ludendorff e dal dottor Wolfgang Kapp, il capo del putsch, un burocrate della Prussia orientale e, fatto importante, un civile, che fece la sua comparsa in città a reclamare la nomina a cancelliere. Le truppe rifiutarono di sparare sui ribelli loro commilitoni e il governo prese prudentemente la fuga. I cospiratori però erano gente sciocca e inesperta e i funzionari dell'amministrazione civile rifiutarono il loro appoggio mentre uno sciopero generale paralizzava il "nuovo regime". Dopo quattro giorni Kapp e i suoi colleghi "si dimisero", cedendo quello che mai erano giunti a possedere. Tranne che in Baviera, dove i reazionari mantennero il controllo, il vecchio governo riassunse le proprie funzioni. Noske, ritenuto troppo indulgente con i militari, venne estromesso dal consiglio dei ministri, ma a Kapp si permise la fuga all'estero e la grande epurazione richiesta giustamente da Scheidemann non ebbe mai luogo. I1 6 giugno 1920 si tennero le elezioni per il Reichstag e per i repubblicani si trattò di un disastro. Il partito tedesco-nazionale e il tedesco-popolare di Stresemann emersero con forza, guadagnando milioni di voti e dozzine di seggi; il partito democratico ebbe un calo spettacolare, scendendo a quasi un terzo della sua forza elettorale, il partito socialdemocratico raccolse soltanto cinque milioni e mezzo di voti, mentre i socialisti indipendenti mostrarono di aver acquistato una nuova grande forza. Un altro sviluppo inquietante fu il proliferare di nuovi partiti dalla scissione dei vecchi: La coalizione di Weimar con undici milioni di voti e 225 deputati aveva perso il controllo del Reichstag e a contrastarla aveva i 14 milioni e mezzo di voti e i 251 seggi totalizzati da una varietà di altri partiti. Non tutti i deputati della destra o della sinistra furono nemici mortali della repubblica, ma pochi di loro furono amici fidati. La politica del militarismo, quella degli slogans rivoluzionari e controrivoluzionari, la politica dell'azione diretta stavano avviandosi a prendere il sopravvento." |